“torneranno i prati”: il film di ERMANNO OLMI sulla GRANDE GUERRA – Un DRAMMA ANCORA SOSPESO, nei luoghi di allora e adesso e nelle giovani vittime di soli cento anni fa – Il terribile sacrificio di inutile dolore e morte di giovani europei, nelle nostre MONTAGNE ha lasciato stupendi resti di GALLERIE, SENTIERI, TRINCEE ed altri manufatti, da visitare, da conservare

Immagine dal film di Ermanno Olmi "torneranno i prati"
Immagine dal film di Ermanno Olmi “torneranno i prati”

   torneranno i prati, il film di Ermanno Olmi sulla Grande Guerra, è nei cinema dal 6 novembre, ma già da subito è stato valutato come un’opera “importante” in tanti Paesi: il 5 novembre è stato infatti proiettato in anteprima al Quirinale e in quasi altri cento paesi dei cinque continenti, in ambasciate, consolati, istituti di cultura, ad Amsterdam, Tashkent, Città del Capo, Parigi, Jakarta, Teheran, Boston, Seul, New York, Mosca, Buenos Aires, Wellington… Forse perché la Grande guerra fu il primo evento globale della storia dell’uomo, e forse anche perché è ancora una tematica storica, oltre che dolorosa, anche “irrisolta”, un dramma sospeso per tutti quelli che lo studiano, lo rievocano, vedono le conseguenze sul territorio: ad esempio i “segni” rimasti nelle Alpi, nelle Dolomiti, come qui vogliamo provare a parlare; partendo appunto dall’intenso, bellissimo ed emozionante film di Ermanno Olmi.

LA GRANDE GUERRA - Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )
LA GRANDE GUERRA – Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Per l’Italia la guerra (iniziata 10 mesi dopo, a fine maggio 1915, la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico al Regno di Serbia) è all’inizio un tentativo, una speranza, di guerra di pochi, giorni, settimane: all’inizio estate del 1915 c’è l’attacco principale sul Carso e lungo l’Isonzo in direzione di Trieste e Lubiana, in previsione di uno sfondamento decisivo verso l’interno dello schieramento avversario. Le Armate Austro-Ungariche reggono pressoché ovunque gli assalti italiani, che vengono in genere respinti con gravi perdite.

   Finisce pertanto fin dall’inizio l’idea che c’era di una “guerra breve” e anche sul fronte italo-austriaco il conflitto acquista le caratteristiche della guerra di trincea, fatta di resistenza, logoramento, speranza che il nemico, l’ ”altro” cedesse; nelle terribili condizioni ambientali e climatiche, tra incredibili difficoltà di rifornimento di viveri e di materiali.

   C’è da chiedersi perché quella guerra mondiale, per quanto riguarda il fronte italiano, “si è spostata” (è stata voluta) in buona parte in montagna, in cime e vette impervie che di più non si può…Cosa a nostro avviso “militarmente”, logisticamente, incomprensibile….

   Questo combattere in posti così difficili, può essere stato dato dalla tradizione storico-geografica di divisione statuale: la frontiera, la linea di confine, fra Italia e Austria-Ungheria era allora costituita per la maggior parte proprio da notevoli rilievi e picchi rocciosi. O forse questo combattere in montagne elevate è avvenuto proprio perché a valle sarebbe stato più “temuto”, negli esiti, da entrambi gli schieramenti, il conflitto; e la tattica della guerra di logoramento (una volta accortisi che “guerra breve” non poteva essere) era così voluta (trincea contro trincea, soldato contro soldato…), e si sperava che vincesse chi aveva più risorse e chi più resisteva alle terribili avversità del freddo invernale e delle pazzesche difficoltà di muoversi (con cannoni, attrezzature…) nella morfologia di quei luoghi.

IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) - IL MONDO IN TRINCEA - LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )
IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) – IL MONDO IN TRINCEA – LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Olmi, nel suo film, dove l’elemento “fiction” (la storia raccontata) è supportato da un profondo rigore storico negli innumerevoli elementi che mette in campo in appena un’ora e venti minuti di rappresentazione (ad esempio nel mettere assieme l’ambientazione della trincea, le esplosioni dirompenti, i luoghi di sopravvivenza dei soldati), Olmi sottolinea però nel suo film lo spirito prioritario dell’atto di accusa, dell’orazione civile, solenne, per tutte quelle inutili sofferenze e morti. E c’è quel forte contrasto tra lo squallore delle trincee e dei dormitori interrati e il fascino della natura che circonda quegli avamposti: un fascino che a noi oggi ci viene donato ripercorrendo quei luoghi alpini, di montagna, dolomitici….

Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )
Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   E vengono in mente le cattedrali gotiche (o le piramidi, o qualsiasi altro manufatto umano rimasto da noi ereditato alla visione, al suo splendore…) dove migliaia e migliaia di schiavi o quasi schiavi hanno lasciato forzosamente, costretti, la loro vita, tutte le loro forze, per costruire queste opere giunte nella loro bellezza a noi…un po’ è così nel ripercorrere adesso i sentieri di guerra, le gallerie, le trincee…. Una trasformazione “architettonica” della “natura montagna” che dà ad essa ancora più splendore con quelle gallerie, camminamenti…. Questo forse è cinico dirlo, pensarlo: la tragedia della guerra inutile e devastante di vite, consegna a noi paesaggi di gallerie, trincee, sentieri, mulattiere, avamposti, osservatori… di ineguagliabile valore e bellezza….

L'entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito www.socrata.it)
L’entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito http://www.socrata.it)

   Se un luogo è “tre cose” (la NATURA che lo ha così creato; l’ARTIFICIO umano che in esso possiamo trovare; gli ACCADIMENTI storici che lì si sono avuti) va detto che i paesaggi montani e semi-montani del nordest dove è passata la Grande Guerra (il fronte Austro-Italiano, ben diverso è il fronte occidentale europeo dal Mar del Nord, le Fiandre fino alla Svizzera, dove peraltro i massacri di uomini sono stati anche più cruenti…), ebbene le “tre cose” di queste montagne, di questi luoghi (natura, artificio umano, accadimento storico) sembra abbiano raggiunto il massimo di potenza e bellezza (la natura, l’artificio umano) e tragicità (l’accadimento della violenza della guerra). Su tutto “L’INGANNO” di una classe dirigente, politica, mondiale (e da noi nazionale) che ha portato alla realizzazione di quell’inutile massacro.

   Ripercorrere quei sentieri di guerra adesso, nell’approssimarsi del centenario (per il nostro Paese “1915-1918”) dà emozione nei paesaggi fatti appunto di ineguagliabile bellezza pur nella tragicità, e ciascuno di noi può fare una propria “sintesi personale”, nei suoi pensieri, di tutto questo, dei luoghi di guerra che può andare a vedere, appunto così belli, anche come detto per le gallerie, trincee, capisaldi, mulattiere, sentieri di guerra che incontra, che percorre. E’ ora anche possibile poterla fare (questa nostra interpretazione personale, questa individuale “emozione”) con la “sintesi filmica”, intima, che Ermanno Olmi ha tentato di fare con questo film, “torneranno i prati” (volutamente scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale). (s.m.)

……………………………..

torneranno i prati

un film di Ermanno Olmi. Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria – Italia 2014

di PAOLA CASELLA, da mymovies.it http://www.mymovies.it/ , 4/11/2014

– Un film epidermico, una ballata malinconica perfettamente centrata nel cuore di tenebra di una trincea –

   In un avamposto d’alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, “così vicina che pare di udire il loro respiro”. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Ordini telefonati che mandano i soldati a farsi impallinare come tordi.    torneranno i prati, scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale, non è un film d’azione e non ha nemmeno una trama nel senso canonico del termine, perché i pochi avvenimenti si consumano come la cera di una candela, dentro una quotidianità sporca e scoraggiata.

   Il film di Olmi è una ballata malinconica come la melodia alla fisarmonica che apre la narrazione, e triste come Il silenzio, le cui note sono incorporate nel tema finale composto e suonato alla tromba da Paolo Fresu.

   torneranno i prati è un film epidermico, che ci fa sentire il ruggito dei mortai in lontananza, il rosicchiare del trapano che scava una galleria nemica sotto la trincea, il gelo e la monotonia delle giornate segnate dal rancio e dalla consegna della posta, unica occasione in cui i nomi dei soldati vengono pronunciati, riconoscendoli come esseri umani invece che come semplici numeri.

   I militari, dal capitano alla recluta, restano attoniti davanti all’orrore dell’inganno in cui sono caduti per aver creduto nell’amor di patria e nel dovere del cittadino italiano. Alcuni guardano verso di noi e raccontano quell’orrore e quella solitudine, ricordandoci i magistrali sguardi in camera de Il mestiere delle armi. Anche questi soldati semplici sono testimoni della storia, una storia che si è consumata sulla loro pelle, e a loro insaputa.    La fotografia profondamente evocativa di Fabio Olmi, a suo agio nel gestire tanto le nebbie quanto il profilo nitido delle montagne, allinea quadri grigi in successione atemporale, sottolinea i colori dell’oro e del sangue; le scenografie di Giuseppe Pirrotta ricostruiscono con esattezza storica ed emotiva la miseria della trincea, fatta di pochi pezzi essenziali – la gavetta, la lampada ad olio – e i costumi di Andrea Cavalletto (con l’amichevole supervisione di Maurizio Millenotti) trasformano i soldati in fantasmi, ombre imbacuccate irriconoscibili a se stesse sotto pile di coperte che non bastano a cacciare il freddo dalle ossa.

   Ci vuole pudore per raccontare una guerra senza senso, come lo sono tutte le guerre. Ci vogliono lunghi silenzi, profondità di sguardo e di coscienza, per intonare un de profundis dedicato alla memoria dei tanti giovani (e meno giovani) morti in luoghi dove poi sarebbero ricresciuti i prati, cancellando la memoria del loro sacrificio. Un sacrificio di cui il regista si fa cantore, ritraendo i suoi soldati nel momento dell’estrema consapevolezza di essere andati a morire invano, in una guerra di posizione che si è rivelata una mera attesa del proprio destino finale.    In torneranno i prati c’è la lezione di Remarque e Rigoni Stern e Buzzati, nessuno citato perché tutti assorbiti nel sapere di Olmi, che crea UN MONDO DA INCUBO i cui personaggi si rivolgono a noi dicendo: questo ero io, e lo ricordo proprio a te, sperando che tu sia custode della mia memoria, e che porti con te il mio messaggio.

   Perché “anche quelli che sono tornati indietro hanno portato dentro la morte che hanno conosciuto”, e se il piccolo Ermanno ricorda i racconti del padre, cui ha dedicato questo film, il regista più che ottantenne teme che, come dice un soldato, “di quel che c’è stato qui non si vedrà più niente, e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero”.    torneranno i prati è un film perfettamente centrato nel CUORE DI TENEBRA DI UNA TRINCEA, e di una guerra, buia e allucinata, IL NOSTRO APOCALYPSE NOW, cronaca di un conflitto supremamente inutile, e che la Storia vorrebbe dimenticare. (Paola Casella)

…………………………..

LA GRANDE GUERRA

(da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 milioni di militari. Di questi, poco meno di 10 milioni muoiono in battaglia o in prigionia per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido.

   Tra i civili si verificano non meno di 30 milioni di decessi per cause di guerra (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il genocidio del popolo armeno, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile influenza “Spagnola”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini).

   Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie.

LE CAUSE

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo il principe ereditario asburgico arciduca Francesco Ferdinando e la moglie vengono uccisi in un attentato. Ritenendo responsabile la Serbia, l’Austria-Ungheria dichiara guerra e invade il Regno balcanico, dando inizio a un conflitto che in breve tempo divampa in tutto il mondo.

   Ben presto l’Europa si divide in due schieramenti contrapposti, che CON LA GUERRA INTENDONO CONQUISTARE IL PREDOMINIO ECONOMICO-FINANZIARIO E L’AFFERMAZIONE DELLA PROPRIA SUPREMAZIA POLITICA. Alla lotta tra il capitalismo franco-britannico e quello tedesco per la divisione delle aree di influenza economica e la conquista dei mercati mondiali, prima e fondamentale causa della guerra, si affiancano le situazioni critiche e i motivi di contrasto presenti all’interno di ciascun Stato (contrasti etnici, politici e sociali, questioni nazionali e di confine, ambizioni coloniali). Va inoltre considerato che, già all’inizio del secolo, gli apparati bellici, la potenza e lo sviluppo degli armamenti, l’influenza dei militari sui politici sono fattori che propagano nella società UN CLIMA DI ACCENTUATO MILITARISMO, inducendo alla fine i governi a ricercare nella guerra la possibile risoluzione dei loro problemi.

IL MONDO IN TRINCEA

La Grande Guerra è UN CONFLITTO “TOTALE” in cui nazioni e popoli combattono IN TRINCEA così come NELLE FABBRICHE della produzione bellica. Donne e giovani sostituiscono in fabbrica e nei servizi milioni di uomini partiti per il fronte e, nello stesso tempo, la propaganda di guerra non risparmia mezzi ed energie per convincere eserciti e popolazioni della necessità di sostenere, con il patriottismo, il lavoro e il finanziamento, i sempre più pesanti costi della guerra.

   Soprattutto in Europa, LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917).

   Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. Dalla fine di maggio 1915 si apre il fronte italo-austriaco (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO E DAL NOVEMBRE 1917 SUL MONTE GRAPPA E LUNGO IL PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale.

   Su tutti i fronti del conflitto si combatte UNA GUERRA DI LOGORAMENTO, in cui vince chi ha più risorse e chi più resiste. Solo sul finire del 1918 gli Alleati, con il determinante contributo dell’America, entrata in campo nel 1917 con tutto il peso della sua macchina produttiva, riescono ad aver ragione degli Imperi Centrali, a cui dall’inizio della guerra impongono un severo blocco navale destinato a impedire i rifornimenti all’Austria-Ungheria e alla Germania, che cedono non alle armi (la guerra termina con l’esercito tedesco in Francia e quello austriaco in Italia) ma alla severissima condizione esistenziale di popolazioni prostrate dai sacrifici e dalle sofferenze, che rifiutano la guerra e sfiduciano i governi che l’avevano voluta, con la rivoluzione in Germania e le sollevazioni nazionali in Austria-Ungheria.

i due fronti di guerra italiani, nel 1915 E NEL 1917 DOPO CAPORETTO
i due fronti di guerra italiani, nel 1915 e nel 1917 dopo Caporetto

L’ITALIA IN GUERRA

Il primo conflitto mondiale è iniziato da quasi un anno quando il 23 maggio 1915 il Regno d’Italia, legato da un patto segreto con gli Alleati (siglato a Londra un mese prima con l’approvazione del re Vittorio Emanuele III e il capo del Governo Antonio Salandra, all’insaputa del Parlamento), interrompe il periodo di neutralità e dichiara guerra all’Austria-Ungheria, rompendo formalmente il patto militare (reciprocamente valido solo in caso di aggressione esterna) con l’Austria e la Germania che durava dal 1882.

   Nelle prime ore del 24 maggio 1915 reparti italiani varcano quasi ovunque il confine con l’ex alleato. All’inizio, la mobilitazione italiana avviene con lentezza, a causa della difficoltà di muovere contemporaneamente più di mezzo milione di uomini con armi e servizi. Dal canto loro gli austro-ungarici, con la quasi totalità dell’esercito mobilitato sul fronte orientale, lungo il confine con l’Italia riescono a schierare soltanto pochi battaglioni di soldati della riserva territoriale.

   All’INIZIO ESTATE DEL 1915 il generale Luigi Cadorna, comandante supremo dell’esercito italiano, sferra l’ATTACCO principale SUL CARSO E LUNGO L’ISONZO in direzione di Trieste e Lubiana, in previsione di uno sfondamento decisivo verso l’interno dello schieramento avversario. Le armate austro-ungariche comandate dal feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, schierate su un terreno maggiormente atto alla difesa, reggono pressoché ovunque gli assalti italiani, che vengono in genere respinti con gravi perdite. TRAMONTA IL SOGNO DELLA “GUERRA BREVE” e anche sul fronte italo-austriaco il conflitto acquista le caratteristiche della guerra di trincea. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

LA VALLE DELL'ISONZO
LA VALLE DELL’ISONZO –

Al contrario di quanto si possa credere e fatta eccezione per alcune battaglie “di materiali” combattute sull’Adamello, sul Col di Lana e sull’Ortigara, LA GUERRA IN MONTAGNA NON ASSUNSE QUASI MAI I CARATTERI DELLO SCONTRO DI MASSA, TIPICI DELLE OFFENSIVE COMBATTUTE SUL CARSO, NELLE FIANDRE E SUL FRONTE ORIENTALE.

…………………………………

torneranno i prati

Neve, silenzi e memoria: la Grande guerra di Olmi

di Paolo Mereghetti, da “il Corriere della Sera” del 4/11/2014

   Sono IL SILENZIO e LA NEVE i veri protagonisti del film che l’83enne Ermanno Olmi ha voluto dedicare alla Prima Guerra Mondiale, loro più dei soldati mandati al massacro, degli ordini insensati, del dolore, del sangue, della follia.

   Prima di tutto viene questo senso di desolazione e di abbandono che non riguarda solo l’avamposto tra i monti dove il regista ha ambientato il suo torneranno i prati ma che si estende alla memoria di quell’evento, alla sua capacità — o meglio sarebbe, alla sua incapacità — di trasformarsi davvero in fondamento del nostro comune sentire.

   A Olmi non sfugge certo, né vuole minimizzare, l’insensatezza di un massacro che ha causato milioni di morti. E infatti nella prima parte il regista riprende lo spunto del bellissimo racconto di FEDERICO DE ROBERTO “LA PAURA”, con quel militare che piuttosto che farsi uccidere come i suoi commilitoni nel tentativo di raggiungere un inutile postazione, si ammazza davanti al maggiore che ha dato quell’ordine suicida.

   Ma poi l’eventuale polemica antimilitarista si ferma, come a volerci ricordare che non sono più gli anni della rabbia e dello sdegno, come quelli all’origine di quei capolavori che sono ALL’OVEST NIENTE DI NUOVO di Milestone o ORIZZONTI DI GLORIA di Kubrick. O della riflessione storica e politica come nella trilogia di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi (PRIGIONIERI DELLA GUERRA, SU TUTTE LE VETTE È PACE e OH! UOMO).

   Altro sta a cuore a Olmi, ed è la paura che quei sacrifici e gli uomini che li hanno compiuti vengano dimenticati e cancellati, un po’ come quei cadaveri sepolti sotto la neve e abbandonati al loro destino: «Quest’estate emergeranno dal ghiaccio e qualcuno verrà a cercarli. Ma di molti non se ne occuperà nessuno» dice un graduato al tenentino di fresca nomina mentre sovrintende alla sepoltura sotto la neve.

   Mi sembra proprio questo il senso più vero di un film che racconta L’ANONIMA NOTTE DI UN AVAMPOSTO ITALIANO SULLA LINEA DEL FUOCO. Siamo nell’inverno del ’17, del nemico si sentono solo le bombe e le pallottole, tutt’intorno è neve e alberi imbiancati. Un panorama bellissimo, illuminato dalla luna, se non nascondesse morte e distruzione. Ma pure il vuoto di senso e di memoria che le guerre portano con loro.

   È struggente e doloroso, e di un dolore quasi fisico, il contrasto tra LO SQUALLORE DELLE TRINCEE E DEI DORMITORI INTERRATI e IL FASCINO DELLA NATURA che circonda quegli avamposti; lo smarrimento di quegli occhi che cercano un invisibile nemico e trovano invece la bellezza di un mondo inaspettatamente ostile.

   A volte gli uomini hanno dei sussulti di dignità (il capitano che si degrada per disgusto degli ordini ricevuti, il sergente che non si dà pace per non aver protetto meglio i suoi uomini), altre volte si fanno carico di un peso cui non sanno sfuggire (il maggiore che non discute gli ordini delle gerarchie, il tenentino che finisce in un posto per cui non ha forze né competenze), ma più spesso a Olmi interessa far emergere i semplici tratti fisici dei soldati, gli elementi minimi di identificazione. E così ricordare chi verrà cancellato dalla Storia.

   Ecco il perché di quelle LUNGHE CARRELLATE SU TANTE FACCE «ANONIME», quegli elenchi di nomi di cui non sapremo mai a chi appartengono. Come a volerci ricordare che al di là dell’eroismo o della follia, c’erano dietro degli uomini in carne e ossa che la Storia ha bellamente dimenticato. Ingiustamente dimenticato.

   Olmi non può certo ricordarli tutti, ma nel filmare la straziante bellezza di una natura dove si è perso ogni possibile legame con l’uomo, cerca di accendere la fiamma di un ricordo che sappia restituire dignità e passione a chi ha dato la vita e non ha ricevuto in cambio niente, nemmeno il calore della memoria. (Paolo Mereghetti)

………………………

SUI SENTIERI DELLA GRANDE GUERRA DEL FRONTE ALPINO 

dal sito http://marassialp.altervista.org/

   La Prima guerra mondiale ha lasciato sulle Alpi molte tracce, ben visibili ancora oggi, a quasi 100 anni dalla sua conclusione. Quando l’Italia iniziò la guerra, contro l’impero austro-ungarico, il 24 maggio 1915, l’obiettivo principale tendente allo sfondamento del fronte, fu attuato sul fronte isontino in direzione di Lubiana.

   Le grandi e sanguinose battaglie dell’ Isonzo, del Carso, degli Altipiani e successivamente la tragedia di Caporetto e l’epopea del Piave furono le tappe salienti del conflitto. Contemporaneamente si combatté su un altro fronte, che ebbe come teatro una porzione dell’arco alpino, dallo Stelvio alle Alpi Giulie. Fu considerato un settore secondario nel quadro strategico generale a causa dell’asprezza dell’ambiente, ma talmente singolare da essere considerata una guerra unica nella storia dell’uomo.

   (…..) Oggi chi percorre i sentieri d’alta montagna di alcuni dei più bei gruppi dolomitici, non sempre si accorge di camminare su sentieri scavati nella roccia, con immani fatiche dai Kaiserjäger austriaci o dagli Alpini italiani, di questi, uno degli esempi più significativi è sicuramente la Strada degli Alpini nel sottogruppo del Popera-Dolomiti di Sesto.

   Vie e camminamenti militari che sapientemente ripristinati e collegati fra loro consentono di visitare montagne, altrimenti precluse ai semplici escursionisti, come il sentiero Ivano Dibona sulla cresta del Monte Cristallo-Dolomiti di Cortina.

   Anche la zona delle Tre Cime di Lavaredo, forse le montagne più famose delle Dolomiti, è ricca di testimonianze della Grande Guerra, trincee, caverne e fortificazioni, si trovano in abbondanza sulle vette del monte Paterno, della Torre di Toblin e del Sasso di Sesto.

   Quelle che oggi sono le peculiarità della bellezza delle Dolomiti, le guglie, le strapiombanti pareti, le affilate creste, i canaloni ghiacciati a quel tempo erano i campi di battaglia, di un’aspra guerra di posizione, resa ancora più dura da quella che fu chiamata la Guerra di Mine. Quest’ultima si basava sullo scavo di gallerie sotterranee e il successivo minamento delle posizioni avversarie. Le Tofane e il Monte Lagazuoi, nascondono ancora nel loro ventre queste incredibili opere.

   Il ghiacciaio della Marmolada rappresenta uno dei più significativi esempi della guerra in alta montagna. Per sfuggire al tiro delle artiglierie italiane, sulla liscia superficie del ghiacciaio, i Kaiserjäger austriaci cercarono riparo al suo interno, scavarono lunghe gallerie e caverne nel ghiaccio, usufruirono di crepacci e grotte naturali, costruirono ricoveri, depositi e osservatori per centinaia di uomini, realizzarono così la famosa Città di ghiaccio nella Marmolada. Tutto questo soprattutto per affrontare le terribili condizioni ambientali e climatiche, tra incredibili difficoltà di rifornimento di viveri e di materiali.

   Il vento, il freddo, le slavine divennero il vero nemico dei soldati. Più che una battaglia tra eserciti contrapposti, quella divenne una guerra dell’uomo contro la montagna. La più grave minaccia infatti che la montagna fece pesare sui soldati (in maniera tragicamente equa) proveniva dalle valanghe. La più devastante fu quella che il 13 dicembre 1916 si staccò proprio dalla cima della Marmolada, da Punta Penia, e provocò in un solo istante 300 morti.

   Dal ghiacciaio della Marmolada, ai ghiacciai dei Gruppi Ortles-Cevedale e dell’ Adamello. Fu chiamata la Guerra Bianca quella combattuta tra le bianche distese, delle cime più alte del fronte alpino. Pesanti pezzi d’artiglieria venivano portati fino a quote impossibili. Il fronte dell’ Adamello  fu quello, tra i fronti della Guerra Bianca, a registrare le maggiori battaglie e a sostenere un peso strategico maggiore.

   TRINCEE, POSTAZIONI e GALLERIE costellano ancora oggi le montagne dell’arco alpino. Fino a pochi decenni fa, erano considerate una presenza che turbava la bellezza del panorama alpino, la testimonianza della barbarie di una guerra difficile da comprendere. Per fortuna negli ultimi anni il giudizio è cambiato, grazie ad un’opera di archeologia bellica e di restauro, oggi molti tratti del fronte sono diventati musei all’aperto della Grande Guerra. Interessanti esempi sono il Monte Piana ed il Monte Lagazuoi nelle Dolomiti e il Monte Pal Piccolo ed il Monte Freikofel nelle Alpi Carniche.  Le testimonianze recuperate ora ci parlano in un nuovo linguaggio, utile per la conoscenza e la convivenza.  (dal sito http://marassialp.altervista.org/ )

….

ALTRI SITI (TRA I TANTI POSSIBILI) DA VEDERE PER SENTIERI DI GUERRA IN MONTAGNA:

http://www.magicoveneto.it/storia/grandeguerra.htm?#Studenti

http://www.grandeguerra.ccm.it/sez_itinerari_it.php

http://www.itinerarigrandeguerra.it

http://www.ladinia.it/it/informazioni/398/ladinia/musei-della-grande-guerra

IL SENTIERO DELLE 52 GALLERIE SUL MONTE PASUBIO (NELLA FOTO LA 36esima galleria PRESSO Val di Fontana d'oro) (dal sito www.socrata.it)
IL SENTIERO DELLE 52 GALLERIE SUL MONTE PASUBIO (NELLA FOTO LA 36esima galleria PRESSO Val di Fontana d’oro) (dal sito http://www.socrata.it)

……………………………………

QUANDO IL NEMICO E’ IL GENERALE

di Mattia Feltri, da “la Stampa” del 4/11/2014

– La Grande Guerra di Olmi. Quando il nemico è il generale e non quel ragazzo nella trincea di fronte. Un film «per mio padre soldato e per milioni di altri giovani, morti senza sapere perché» –

   Ne erano già morti un po’. Partivano ingobbiti e tremanti e i cecchini da sopra non ne mancavano uno. Solo che toccava di raggiungere un posto di vedetta, e se necessario ci avrebbero mandato tutti, a costo che ci rimanessero e finché qualcuno non l’avesse spuntata.    Era adesso il turno del soldato Morana: «Signor tenente, io non ci vado». Morana era una specie di eroe, e il tenente Alfani rimase lì, incerto di aver ben compreso. I due proseguiranno qualche pagina, i toni sempre più concitati, il terrore sempre più paralizzante, qualcuno griderà a Morana che intenda fare e Morana avrà infine un sussulto, «ecco… così…», afferrerà il moschetto, se lo punterà al mento e trarrà «il colpo che fece schizzare il cervello contro i sacchi del parapetto».

   È l’ultimo respiro de La paura, il racconto di Federico De Roberto (lo scrittore dei Viceré) a cui ERMANNO OLMI si ispira esplicitamente. È tutto qui e volendo c’è dentro il mondo intero: un soldato senza scampo, se va avanti i cecchini lo ammazzeranno, se non va i suoi lo metteranno al muro, e allora basta con la messinscena, sia finita qui.

   Il nemico – dice Olmi oggi, come De Roberto un secolo fa, come qualche altro centinaio di registi e di scrittori – non è tanto quello che ti sta davanti, ma quello che hai dietro. Il nemico nella trincea di fronte è uno come te, un ragazzo mandato alla guerra sul brivido di una retorica, di una fanfara, di qualche bell’ideale, e rovesciato in una macelleria senza senso; il nemico vero è chi la guerra l’ha voluta e ci gioca in un caldo quartier generale spostando sulla carta il sangue dei vivi. È l’ipocrisia delle vigliaccheria, dice Olmi.

   E ci ha fatto sopra questo film, costruito su una teoria eterna, applicabile a tutti i conflitti di tutti i tempi con la forza della ragione e della retorica: la squallida offesa del potente all’umile, fosse lo schiavo delle Piramidi, il conquistatore del Sacro Sepolcro, il popolo tedesco spremuto fino agli adolescenti della hitlerjugend, i miserabili che si fanno saltare su un pullman o in un centro commerciale, pregustando il paradiso e le vergini celesti. Il tradimento della Prima guerra mondiale è di questo stampo, dice Olmi. Il film serve, dice, per ricordare e per chiedere scusa.

   Ma per fortuna non è tutto qua. Se fosse tutto qua ci sarebbe da uscire dal cinema con la sensazione di aver buttato il tempo. Non c’era bisogno di Olmi per rifletterci sopra, non c’era nemmeno bisogno di compulsare le centinaia di testi usciti in questo centinaio d’anni, non c’era forse neanche bisogno delle pagine di Erich Maria Remarque o di Louis-Ferdinand Céline, per dirne due fra i più letti, perché sarebbero bastati altri film che hanno visto e rivisto tutti, da Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick alla Grande guerra di Mario Monicelli.

   Sarebbe bastato distribuire nelle scuole il racconto di De Roberto. Invece, se Dio vuole, Olmi non basta mai. Olmi va oltre il punto che lui stesso crede di avere raggiunto, prende la teoria e la fa risuonare di vita, fino a che della teoria non importa più a nessuno: il dettaglio la tira fuori dalla speculazione filosofica, ne fa un lampo universale, la solitudine del combattente sull’altipiano di Asiago sotto quattro metri di neve, i secondi silenziosi di un suo sguardo, gli occhi mentre si sente il fischio satanico dell’obice un attimo prima del boato, nella tasca la foto dei bambini a casa, un albero d’oro in fiamme, le palline di mollica per il topolino, i cucchiai nella gamella, il sottufficiale febbricitante che si strappa le mostrine, la pezza di cotone sulla ferita purulenta, il cappellano militare che benedice un corpo nelle neve, la volpe che fugge al colpo di mortaio, il canto di un militare nell’ora di tregua.

   Sono gli istanti del terrore e della dolcezza di uomini partiti per combattere con Alessandro Magno e con Napoleone, con Gengis Khan e col generale Custer: li unisce uno scandalo supremo e inevitabile colto nella sua indiscutibile essenza. (Mattia Feltri)

………………………..

LA GUERRA BIANCA

dal sito http://www.lagrandeguerra.net/

   Per Guerra Bianca si intende generalmente la serie di scontri, inseriti nello scenario globale della Prima Guerra Mondiale, che avvennero sul fronte italiano a quote montane molto elevate e in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche fino ad allora ritenute impossibili e inavvicinabili per l’uomo e chiaramente per i soldati.

   Molto presto infatti, oltre al tradizionale nemico aggrappato alle estremità opposte di questa insolita terra di nessuno, si aggiunse un terzo, pressoché invincibile “contendente”: la morte bianca, vale a dire il costante pericolo di assideramento e, in generale, di dipartita violenta e brutale, dettata dalle impervie condizioni di vita imposte ai combattenti in alta quota.

   Possiamo affermare con certezza che, prima ancora di sparare, gli eserciti impegnati sulle Alpi, così come sulle Dolomiti, dovevano innanzitutto organizzare e cercare di assicurare la loro stessa sopravvivenza, in posizioni tanto estreme quanto difficilmente difendibili e pericolosissime.

LA NASCITA DELLA GUERRA BIANCA

La guerra in alta montagna nasce e si sviluppa proprio con lo scoppio della prima guerra mondiale, quasi esclusivamente sul fronte italiano. Non a caso, molti storici internazionali faticano ancor oggi a comprendere la profondità dell’argomento e le sue mille implicazioni umane, prima ancora che belliche e politiche.

   Del resto, il Fronte Occidentale che si snodava dalla Svizzera ai Paesi Bassi, fu teatro di tali e tanti massacri, da oscurare in qualche modo il settore Italo-Austriaco, peraltro già poco considerato dalle stesse forze dell’Intesa durante tutto il Conflitto.

   Inoltre, prima della Grande Guerra, i dogmi strategici degli stati maggiori internazionali avevano escluso la possibilità di impiegare truppe alle quote elevate che, sempre secondo i tecnici militari, in caso di conflitto sarebbero rimaste terra di nessuno o, al massimo, sarebbero state attraversate da qualche sparuta pattuglia di esploratori.

   Negli anni precedenti il conflitto qualche ufficiale delle truppe alpine, soprattutto fra gli austriaci, ma anche fra gli italiani, tentò di dimostrare il contrario, cioè che anche le montagne più alte sarebbero potute diventare luogo di scontro: ricordiamo per esempio le ardite scalate del futuro comandante del settore Ombretta nella Marmolada, Arturo Andreoletti e l’impresa del capitano Ludwig Scotti, che nell’inverno del 1913 portò una compagnia di Kaiserjager in cima alla stessa montagna, suscitando stupore e addirittura scandalo: ma gli stati maggiori non presero in considerazione queste dimostrazioni e non si preoccuparono di dare alcun tipo di istruzione alpinistica alle proprie truppe; col senno di poi ci sembra una cosa abbastanza assurda – basti considerare che la frontiera fra Italia e Austria-Ungheria era allora costituita per la maggior parte proprio da notevoli rilievi e picchi rocciosi!

LO SVILUPPO DEL FRONTE MONTANO

Ancora nei mesi precedenti al “maggio radioso” del 1915, la maggior parte del fronte di alta montagna, tra Italia ed Impero Austro-Ungarico, costituiva una “zona militare impraticabile”, rappresentata da semplici macchie bianche su qualsiasi carta degli Stati Maggiori interessati.

   Basti citare, ad esempio, che per la difesa del Gruppo dell’Ortles era stato reputato sufficiente occupare il Passo dello Stelvio; analogamente, il Gruppo delle Tofane, sulle Dolomiti, “non necessitava di alcun tipo di difesa”.

   Quando scoppiò il conflitto in Italia, due eserciti si ritrovarono, inevitabilmente, uno contro l’altro sul fronte alpino. Ad esempio, l’ala destra dello schieramento Austro-Ungarico che si appoggiava al punto triconfinale italiano, svizzero e austriaco: e arrivava alla Cima Garibaldi (Quota 2843 dello Stelvio), si sviluppava sulle più alte montagne che siano mai state teatro di combattimento, cosicché la vetta dell’Ortles (3905 m.) divenne automaticamente campo di combattimento.

   In sostanza, il fronte dell’ala destra austriaca si svolgeva su una linea ininterrotta, sopra le creste di ghiaccio dell’Ortles, sui ghiacciai e sulle montagne del gruppo dell’Adamello e della Presanella, raggiungendo le depressioni delle valli, passando nelle Giudicarie e nella vallata dell’Adige.

   Dal confine svizzero fino al declinare delle Alpi nella pianura lombarda, le linee di combattimento formavano un fronte montano che abbracciava quasi 100 chilometri e correva ad altezza quasi sempre superiore ai 3000 metri – il valico più basso era il Passo del Tonale, alto pur sempre 1900 metri!

   Anche se non possiamo certamente stilare una classifica dei peggiori e migliori teatri di battaglia della Grande Guerra, ne’ considerare privilegiato alcun tipo di combattente impegnato in cinque lunghissimi anni di conflitto, e’ certamente degno di menzione il fatto che le truppe alpine impegnate su questo nuovo fronte si trovarono, anche se costrette, a vivere a stretto contatto con una natura incontaminata, incastonata in scenari naturali di rara bellezza.

   In trincea, ad alta quota, non mancavano di certo gli onnipresenti pidocchi o il pericolo di valanghe e quello temutissimo dell’assideramento, ma di contro il panorama poteva forse anestetizzare leggermente le costanti angosce e i disagi delle truppe qui insediate.

   Ma già pochi giorni dopo l’inizio del conflitto i generali di entrambe le fazioni schierate si resero conto dei propri errori: seguendo un insolito spirito di emulazione della famosa “corsa al mare”, sviluppata sul Fronte Occidentale nel 1914, le zone montane che sarebbero dovute rimanere terra di nessuno furono invece sempre più spesso teatro di affannosi scontri. Ben presto si cominciarono ad occupare i passi, le “forcelle”, le creste, le cime e gli eserciti si spostarono rapidamente sempre più in alto. Là dove, fino a quel momento, osavano solo uccelli rapaci e camosci, arrivò anche l’uomo, nella sua più barbara e devastante apparizione: quella del guerriero.

I “CAVALIERI” DELLE VETTE

La tipologia del soldato alpino è forse quella più indovinata, a livello strategico e militare, in quanto la maggior parte delle truppe selezionate, almeno inizialmente, per combattere ad alta quota provenivano dalle stesse regioni montane interessate dal conflitto.

   Mentre l’arruolamento generico, che prevedeva l’assegnazione casuale a corpi e reparti indifferentemente destinati a molteplici impieghi e compiti, quando si trattò di selezionare Alpini, Kaiserjager e Landsturm (le milizie territoriali Austroungariche), si cercò di reclutare gli stessi contadini, pastori e montanari che conoscevano già il terreno che sarebbe diventato teatro di agguerriti scontri.

   Fu l’unica eccezione, in tutta la Grande Guerra, a canoni di reclutamento altrimenti fin troppo pedestri sconsiderati. Inoltre, questo genere di truppe “scelte” fu forse l’unico a incarnare naturalmente lo spirito di “difesa dei confini della Patria”, proprio perché direttamente interessato a proteggere i propri paesi, la propria comunità e soprattutto i modesti e sudatissimi possedimenti agricoli, ricavati su questo o quel pianoro o pascolo alpino. Come osserva la scrittrice Claudia De Marco: “… basta osservare la struttura delle cartoline reggimentali o pensare ai motivi di questo corpo [gli Alpini] – “Di qui non si passa”, “Vigilantes”, “Vedette dei culmini”… – per rendersi conto che gli Alpini nascono all’insegna del mito della difesa dei confini, di una nuova identità italiana.”.

   All’inizio della Grande Guerra per l’Italia, l’astuto inno patriottico della “Canzone del Piave” (composta ben due anni dopo per convincere le truppe e i posteri che il 24 maggio 1915 era stata l’Austria-Ungheria ad invadere il nostro Paese e non viceversa, come in realtà accadde) non era ancora stato scritto, pertanto gli unici soldati che realmente combattevano per difendersi dal presunto invasore erano proprio quelli posizionati su vedette, forcelle e cime, al di là delle quali vi erano tutti i loro averi e possedimenti spirituali e materiali.

   Ben presto, tuttavia, la normale fanteria dovette rimpinguare necessariamente le truppe provenienti dai paesini di montagna, ormai decimate dopo i primi mesi di aspra lotta e durissime condizioni di vita in alta quota.

   Al contrario di quanto si possa credere e fatta eccezione per alcune battaglie “di materiali” combattute sull’Adamello, sul Col di Lana e sull’Ortigara, la guerra in montagna non assunse quasi mai i caratteri dello scontro di massa, tipici delle offensive combattute sul Carso, nelle Fiandre e sul Fronte Orientale.

Per ironia della sorte, l’esperienza di guerra “in vetta” maturata dal generale tedesco Kraft von Dellmensingen, a capo dell’Alpenkorps stanziato nel settore della Marmolada, gli permise, nel 1917, di pianificare e dirigere abilmente lo sfondamento del fronte italiano, e la ripresa della guerra di movimento, proprio dalle cime che sovrastano Kobarid (Caporetto) in Slovenia.

   La natura stessa di questo insolito teatro di scontri rese dunque impossibile pianificare, supportare ed eseguire qualsiasi tipo di offensiva su larga scala. Di contro, allora, ci si dovette limitare a piccoli scontri tra pattuglie e, più in generale, alla difesa ad oltranza delle posizioni a cui si giunse durante le “scalate” iniziali.

   Ad esempio, ha sapore quasi leggendario l’episodio del duello che si svolse sulla vetta del monte Paterno il 4 luglio del 1915: Sepp Innerkofler, una famosa guida di Sesto di Pusteria, nel tentativo di cogliere di sorpresa il presidio italiano sulla vetta con una silenziosa scalata, venne scoperto quando era ormai quasi in cima e fu ucciso da un alpino con un sasso! E a questo episodio ci si può rifare anche per accennare all’estrema “cavalleria” che caratterizzò i combattenti delle montagne: gli stessi alpini che avevano ucciso Innerkofler rischiarono poi la vita per recuperarne la salma e seppellirla in cima al Monte.

   Del resto molti di questi uomini provenivano dalle stesse valli in cui si combattevano: trentini, tirolesi, ladini, feltrini, bellunesi, cadorini si conoscevano fra di loro già prima della guerra grazie ai commerci, al contrabbando, all’emigrazione in cerca di lavoro. Molti fra loro, fra l’altro, erano famose guide alpine o alpinisti di chiara fama, come i già citati Arturo Andreoletti, Innerkofler, quindi Gunther Langes, Antonio Berti o la guida valdostana Giuseppe Gaspard.

   Spesso le stesse azioni militari diventavano delle vere imprese alpinistiche: come gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello; anche la Marmolada fu teatro di alcuni episodi alpinisticamente sensazionali, come la conquista da parte di una pattuglia di Alpini del battaglione “Val Cordevole”, delle cime d’Ombretta a ben 3153 metri di altitudine – il tutto, effettuato con ardimento, spirito decisamente più sportivo che militare e pochi metri di semplice “corda manilla” e “lacci giapponesi” per scalatori (rudimentali ed artigianali progenitori delle ben più evolute attrezzature alpinistiche di cui si dispone al giorno d’oggi).

LA GUERRA DI MINE

Parallelamente alla citata serie di modestissime offensive ed azioni di disturbo, compiute da pochi intrepidi alpinisti-soldati, si sviluppò tuttavia un altro insolito modo di far la guerra, che ritroveremo soltanto nelle Fiandre del Belgio: la cosiddetta “guerra di mine”.

   In sostanza, vista l’impossibilità di riprendere la guerra di movimento anche tra le improvvisate installazioni montane di entrambe gli schieramenti, si cercò di far sloggiare il nemico con l’esplosivo, arditamente posizionatogli in grandi quantità sotto trincee e capisaldi.

   Per far ciò intere squadre di minatori professionisti vennero reclutate ed affiancate alle truppe alpine, per scavare lunghi tunnel nel cuore delle montagne e raggiungere l’insolito e devastante scopo. Nei primi tempi lo scavo procedeva mediante esplosioni che frantumavano ghiaccio e roccia: si effettuavano vere e proprie trivellazione per posizionare i “fornelli di mina” che poi venivano fatti saltare.

   Il ghiaccio e la roccia distrutta durante gli scavi, venivano raccolti con pale e badili e quindi fatti scivolare su lamiere curve a guisa di grondaia, sino alle più vicine aperture dei crepacci, per scaricare infine i detriti a valle.

   Nulla doveva essere visibile all’esterno delle gallerie così realizzate, per non insospettire le sentinelle, gli osservatori e gli aeroplani nemici. Non sempre fu possibile reperire abbastanza esplosivo per gli scavi che, tuttavia, procedettero spesso a forza di braccia ed indicibili sacrifici dei minatori e delle truppe coinvolte.

Gran parte dei soldati imparò ben presto a servirsi di qualsiasi attrezzo, esistente o addirittura improvvisato, per garantire medie di scavo di 6-8 metri al giorno ed anche più quando incontravano, ad esempio, provvidenziali crepacci che seguivano la loro stessa direzione.

   Vista l’estrema difficoltà e l’ingente impiego di uomini e risorse che comportava questo nuovo tipo di offesa, lo scavo delle mine venne concretamente attuato e sperimentato in tutta la sua valenza devastante in poche, particolari zone dell’intero fronte alpino: sul gruppo del Lagazuoi e sul Cimone d’Arsiero.

   Tuttavia, vale la pena di ricordare che analoghi, seppur modesti, tentativi di riprendere la guerra di movimento a colpi di ecrasite (l’esplosivo utilizzato allora per i fornelli di mina), si verificarono sulle Tofane, sulla Marmolada e, più in generale, ovunque si cercasse disperatamente di far sloggiare uno scomodo avamposto o un nido d’artiglieria in quota.

   Ben 34 furono quelle fatte saltare sul fronte trentino-tirolese e alcune, come quelle del Lagazuoi o del Col di Lana, cambiarono per sempre il volto delle montagne. Va da sé giungere infine alla conclusione che, anche se non si poté sempre scavare sotto i piedi del nemico, rudimentali catapulte e persino palloni aerostatici vennero realizzati per bombardare il nemico con barilotti di esplosivo, piuttosto che rischiare la vita dei singoli uomini, impegnandoli in impossibili ed infruttuosi, veri attacchi.

   A incrementare esponenzialmente il potere letale degli esplosivi, usati in montagna, contribuirono le schegge di roccia prodotte e scagliate ovunque, in seguito a qualsiasi deflagrazione: se un fante in trincea sul Carso poteva a volte salvarsi, dopo essere finito sotto un cumulo di detriti terrosi, in seguito ad una granata, le truppe alpine avevano ben più modeste aspettative di sopravvivenza: ogni colpo di cannone ed ogni ordigno esplosivo, in montagna si trasformava automaticamente in una letale tempesta di shrapnel naturali!

UN ALTRO INVINCIBILE NEMICO: LA MORTE BIANCA

Silenzio e pace quale premio ai soldati che hanno combattuto sui monti; ed asperità della natura che impone eccezionali doti di uomo e di soldato nel compimento del proprio dovere.

   Ad un’altezza oltre la quale si spegne ogni forma di vita e la stessa natura si fa nemica dell’uomo, è difficile, anche alla presenza delle moderne tecnologie e dei sempre più avanzati ritrovati scientifici che possono portare l’uomo su altri pianeti, riuscire a credere e a capire come le truppe alpine impegnate nella Grande Guerra siano riuscite a continuare la propria esistenza in condizioni tanto impervie, quanto estreme.

   La lotta contro il maltempo e le tormente, il freddo e gli assideramenti diventò molto spesso più importante della lotta stessa contro il nemico. Soprattutto in inverno e alle quote più alte i combattimenti cessavano quasi del tutto e i soldati erano impegnati allo spasimo a difendersi dalla neve, a cercare di mantenere i collegamenti con il fondovalle per avere i rifornimenti di cibo e di legna per riscaldarsi, e a tenere le trincee sgombre.

   L’inverno fra il 1916 e il 1917, oltretutto, per sfortuna dei combattenti, fu tra i più freddi e nevosi del secolo e anche se ormai i due eserciti si erano organizzati per resistere alle alte quote con la costruzione di baracche, di ricoveri, di caverne nella roccia e di decine di chilometri di teleferiche per i rifornimenti, la vita divenne lo stesso quasi impossibile.

   Per sottrarsi alla morsa del maltempo nel ventre della Marmolada gli Austriaci costruirono una vera e propria città sotto il ghiacciaio con oltre otto chilometri di gallerie e ricoveri per gli uomini, depositi di viveri e munizioni, stazioni delle teleferiche, un’infermeria, gli uffici del comando: in tutto vi erano una trentina di caverne scavate nello spessore del ghiacciaio a parecchi metri di profondità, collegate fra loro da cunicoli muniti di ponticelli e passerelle. In qualche punto i soldati vivevano sino a quaranta metri sotto la superficie del ghiacciaio.

   La temperatura all’interno scendeva raramente sotto lo zero, mentre all’esterno il termometro segnava anche 20 sotto zero. L’ideatore di questo villaggio fu il capitano Leo Handl, comandante della compagnia di Bergfuhrer (cioè di guide alpine “militari”) che si trovava in Marmolada.

   Impiegando dunque le stesse tecnologie offensive per lo scavo di gallerie di mina, analoghi tunnel vennero scavati anche sull’Adamello (dove per il trasporto vennero utilizzati cani e asini e dove venne realizzata una galleria lunga più di cinque chilometri che collegava il Passo Garibaldi con il Passo della Lobbia: era illuminata da 120 lampadine elettriche alimentate da due gruppi elettrogeni, attraversava 25 crepacci e aveva 80 camini per la ventilazione) e nell’Ortles. Sempre in Marmolada il 17 dicembre 1916 avvenne un tragico episodio che può essere preso ad esempio di un alto grave pericolo a cui dovevano far fronte i soldati in quella guerra: quello delle valanghe, un fenomeno che nell’inverno 1916-17 provocò più vittime dei combattimenti.

   Quel giorno un’enorme slavina, che è stata calcolata in oltre un milione di metri cubi di neve, travolse il villaggio di baracche austriaco del Gran Poz e provocò oltre 300 vittime. Le ultime salme poterono essere recuperate solo nella successivi primavera col disgelo. Ma tutto il fronte, più in generale, venne perennemente flagellato da disgrazie di questo genere, dall’Ortles all’Isonzo.

ARMI ED EQUIPAGGIAMENTI DA MONTAGNA

Portare un pezzo d’artiglieria in quota non era certo così semplice come impiegare un autocannone o un traino someggiato in pianura.

   Per questo motivo ci si dovette limitare a posizionare sulle vette di fronte alle posizioni avversarie, quasi esclusivamente piccoli o medi calibri: comunque sia con un immane sforzo e inimmaginabili sacrifici di centinaia di uomini coinvolti nel traino dei pezzi.

   Molteplici sentieri e mulattiere si tramutarono in innumerevoli calvari per tutte le truppe impegnate a trascinare a forza di braccia, pezzo dopo pezzo, ogni singolo cannone, fino alle posizioni desiderate e tanto facilmente identificate ed ordinate sulla mappa.

   La vera sfida, ancora una volta, non fu certo quella di colpire o danneggiare il nemico, bensì di arrivare là dove fino ad allora nessuno aveva mai osato, imponendo alla natura incontaminata e selvaggia questa tragica impronta del genere umano.

   Forse sono pochi a sapere che spesso anche le donne furono impegnate nella guerra in montagna: le stesse mogli, madri e parenti dei soldati si improvvisarono portatrici di generi alimentari e di conforto, raggiungendo con regolarità le truppe dislocate sulle cime e mettendo analogamente a repentaglio la propria vita. Un altro buon esempio di spirito di corpo, di squadra e di Patria, incarnato dalla totalità delle piccole, ma compatte comunità rurali montane, impegnate in tutti i modi a difendere la propria terra.

   Trasporti a fune e teleferiche sempre più evolute e versatili ebbero proprio qui un grande impulso. Così come la realizzazioni di strade e non più sentieri, di passi e non più di valichi, di carrozzabili e non più di semplici mulattiere. Ancora oggi, ci si trova a raggiungere amene località di villeggiatura in montagna, proprio grazie alle numerose vie di comunicazione tracciate da Alpini e Kaiserjager quasi un secolo fa.

   Chi va in montagna e chi ripercorre quei luoghi si ricordi di tutto questo. E soprattutto lo faccia con un rispetto ed un’ammirazione infinita, non certo dettata da un morboso interesse per la guerra che qui fu combattuta, ma esclusivamente dagli innumerevoli e impressionanti atti di eroismo e anche di semplice disciplina e rassegnazione di cui diedero prova i nostri progenitori. Ancora una volta, le giovanissime generazioni di un secolo fa morirono tra stenti, pericoli e indicibili patimenti anche in alta montagna, regalandoci un’inestimabile eredità di spirito di fratellanza, abnegazione e amor Patrio che oggi sarebbe certamente difficile, se non impossibile, riscoprire.

(dal sito http://www.lagrandeguerra.net/)

…………………………

IL LIBRO – da http://www.dislivelli.eu/ , 2 ottobre 2014

“IL FUOCO E IL GELO – La Grande Guerra sulle montagne”

di Enrico Camanni, Il fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne, Laterza 2014, 240 pp., 16 euro

   Alla fine della Grande Guerra QUELLI CHE TORNARONO NON ERANO PIÙ GLI STESSI, né lo erano le famiglie dei molti che non erano tornati: 180.000 solo per quel che riguarda la “guerra bianca”, quella combattuta sulle montagne. Di essa avevamo già racconti parziali, ma bisognava aspettare questo libro per avere un quadro completo e illuminante di che cosa significò la Grande Guerra per i combattenti, per le montagne, per il loro e il nostro rapporto con esse.

   QUANDO LA GUERRA FINÌ ANCHE LE MONTAGNE NON ERANO PIÙ QUELLE DI PRIMA, perché lo “sporco insieme di medioevo e di moderno” che fu questo conflitto non solo devastò i luoghi con le cannonate, le bombe, le mine, i chilometri di camminamenti, trincee e gallerie, ma MODIFICÒ LA NOSTRA IMMAGINE DELLA MONTAGNA. Sia di quella del conflitto, “altare da onorare”, meta di pellegrinaggi, adunate, commemorazioni che continuano tuttora con un turismo che è “rischiosa sovrapposizione del piacere di oggi al sacrificio di ieri”. Sia soprattutto la montagna in genere che, grazie alla retorica dell’alpino alpinista, diventerà palestra di igieniche fatiche e di ardimento per le masse. il fuoco e il gelo

   Questa svolta epocale viene raccontata facendo interagire le storie delle persone – ricavate da diari, lettere e testimonianze varie – con i paesaggi e i luoghi in cui esse si sono svolte, lungo le centinaia di chilometri del fronte alpino dallo Stelvio alle prealpi Giulie. LUOGHI DOVE ANCOR OGGI “SI PERCEPISCE QUASI OVUNQUE LA PRESENZA DI UN DRAMMA SOSPESO, COME SE CENT’ANNI NON FOSSERO BASTATI A CANCELLARE”.

   Nel libro la montagna con le sue asprezze “assassine” (molte centinaia i morti sotto le valanghe) e il suo incanto è protagonista, sia per come agì sul corpo e sull’anima delle persone, sia per come, con le sue caratteristiche estreme “impose il suo codice alle ragioni del conflitto”.

   Per chi a -30 °C presidiava vette al di sopra dei 3000 “l’alba del nuovo giorno era già una vittoria”. Ma c’era anche chi rompeva la deprimente monotonia della guerra di posizione aprendo nuove vie di roccia e di ghiaccio, sovente sotto il piombo nemico (più di 60 nuove vie solo nelle Dolomiti), “sovrapponendo ai nobili ideali dell’alpinismo sportivo le cruente ragioni di quello offensivo”.

   Sovente in queste occasioni i rapporti gerarchici si invertivano: il soldato che nella vita civile faceva la guida alpina diventava il capo che guida il suo comandante sulle pareti e questi arrivava persino a perdonargli l’amicizia con la guida alpina nemica, a cui aveva confidato “che è già abbastanza faticoso vivere in montagna e che bisogna aiutarsi invece che spararsi”.

   Ricca è la galleria degli straordinari “eroi” (“un esercito di diversi”) di questa epopea: dagli ufficiali di buona famiglia come l’Arnaldo Berti o il suo omologo Kaiserjager Felix Hecht, animati da nobili ideali, ai soldati semplici semi-illetterati (che però tengono un diario) come il Giacomo Perico o lo Stefano Equestri che “poteva solo obbedire cercando di stare vivo se gli riusciva”.

   O ancora dagli alpinisti borghesi (anch’essi ufficiali) come Umberto Balestrieri o Ugo Ottolenghi di Vallepiana, alle guide alpine come il valdostano Joseph Gaspard e i valtellinesi Giuseppe e G. Battista Compagnoni. Per arrivare a figure incredibili come quella del roveretano Francesco Laich, “il musicista che non doveva andare in guerra”, ma che suonò il violino e il saxofono sul Pasubio.

   E molti altri ancora, compresi i più noti Cesare Battisti, Damiano Chiesa ed Emilio Lussu. Alcuni di questi personaggi rimasero sui monti, talvolta insepolti. Altri tornarono a casa e l’ultimo capitolo racconta il dopo di questi sopravvissuti.

   Con questo libro, che si legge d’un fiato, Enrico Camanni conferma le sue ben note doti di scrittore, che gli permettono di rendere viva una documentazione oltremodo ricca e in parte inedita. (Beppe Dematteis)

…………………………..

 

L’ULTIMA FERITA DELLA GRANDE GUERRA “L’ITALIA RIABILITI I MILITARI FUCILATI”

di PAOLO RUMIZ, da “la Repubblica” del 31/10/2014

– REINTEGRO a pieno titolo dei fucilati del ’15-’18 nella memoria nazionale. Vittime come gli altri. Soldati che hanno sofferto come gli altri. Manca questo riconoscimento perché possa dirsi completa in Europa la partecipazione dell’Italia alle onoranze ai Caduti della Grande guerra. –

   I principali Paesi belligeranti  –  Francia, Germania, Inghilterra  –  ci hanno pensato da tempo, con atti politici, interventi presidenziali, monumenti, e l’aggiornamento delle liste dei Caduti. Quasi ovunque i condannati sono stati tolti dal ghetto della vergogna e della rimozione. Manca il nostro Paese, quello che ha fatto più largo uso della giustizia sommaria: 750 FUCILATI CON PROCESSO, 200 COLPITI DA DECIMAZIONE PER ESTRAZIONE A SORTE, E UN NUMERO INCALCOLABILE DI SOLDATI UCCISI PER LE VIE BREVI DAI LORO UFFICIALI O DAI CARABINIERI PER CODARDIA, RIBELLIONE O EPISODI DI PAZZIA.

   “Se non ora, quando?”, si chiede il sostituto procuratore di Padova Sergio Dini, ex magistrato militare, che ha già chiamato in causa il ministro della difesa Pinotti. “Assistendo a luglio al concerto di Redipuglia, dove il maestro Muti ha radunato orchestrali di tutti i Paesi belligeranti, il presidente Napolitano ha fatto un passo importante di riconciliazione con l’ex nemico. Ora manca solo la riconciliazione con noi stessi, l’abbraccio ai ragazzi della mala morte. Le Forze armate dovrebbero capirlo, a meno che non vogliano negare che quelle esecuzioni  –  dal loro punto di vista  –  siano servite a qualcosa. Se i fucilati ebbero una funzione, essa sia riconosciuta. Non farlo sarebbe accanimento. Anche perché si fucilarono solo soldati semplici, povera gente. Vogliamo portarci dietro ancora questo anacronismo di classe?”.

   E dire che l’Italia è stata uno dei primi Paesi a porre il problema con film (Uomini contro , di Francesco Rosi), con libri e ricerche storiografiche. Ed è stato anche il primo in Europa a erigere un monumento ai fucilati. È accaduto diciotto anni fa a CERCIVENTO, sui monti della CARNIA, sul luogo di una delle più ingiuste esecuzioni, il PRA DAI FUSILÂZ, un prato che per decenni i valligiani rifiutarono di falciare in segno di protesta. Una memoria tenace, passata di bocca in bocca, che ha dato vita a un corpus di memoria orale ancora vivissimo e al quale nel ’96 il sindaco Edimiro Della Pietra, mettendosi contro le autorità militari e rischiando una denuncia di apologia di reato, ha voluto dar forma di monumento.

   Quella di Cercivento è una storia che riassume le altre. È il giugno del ’16. Gli austriaci stanno sfondando su Vicenza con la Strafexpedition. Nella zona del MONTE COGLIANS c’è il battaglione alpini Tolmezzo, considerato infido dagli ufficiali “forestieri” per via dei cognomi mezzi tedeschi dei carnici arruolati e dei tanti di essi che hanno lavorato da emigranti in terra d’Austria. Hanno una perfetta conoscenza del terreno, ma gli alti comandi non si fidano a sfruttarla e insistono a ordinare azioni suicide. Quando viene deciso un attacco alle rocce della CIMA CELLON in pieno giorno e senza supporto di artiglieria, alcuni soldati suggeriscono di compiere l’assalto col favore della notte. È quanto basta perché il comandante, un napoletano di nome Armando Ciofi, coperto dal tenente generale Michele Salazar, comandante della 26ª divisione, gridi alla “rivolta in faccia al nemico” e ordini la corte marziale.

   Il processo si svolge di notte, in una cornice lugubre, nella chiesa che il prete di Cercivento, terrorizzato, è obbligato a desacralizzare. Sul processo incombono le circolari Cadorna, che chiedono “severa repressione”, diffidano da sentenze che si discostino “dalle richieste dell’accusa” e ricordano il “sacro potere” degli ufficiali di passare subito per le armi “recalcitranti e vigliacchi”. Gli accusati sono decine, e ciascuno ha nove minuti per l’autodifesa.

   Un’ora prima dell’alba, la sentenza. Quattro condanne alla fucilazione. Tutti carnici: Giambattista Corradazzi, Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz e Angelo Massaro, emigrante in Germania che ha scelto di rientrare “per servire la patria”. Mentre lo portano via grida: “Ecco il ringraziamento per quanto abbiamo fatto”. Il prete, don Zuliani, confessa i morituri. È sconvolto, propone inutilmente di sostituirsi ai soldati davanti al plotone. Dopo, non vorrà più rientrare nella chiesa “maledetta ” e diverrà balbuziente a vita. La prima scarica uccide tre condannati, solo Matiz è ferito e si contorce urlando. Lo rimettono sulla sedia. Nuova scarica e non basta ancora. Perché sia finita ci vogliono tre colpi di pistola alla testa.

   La gente assiste senza parole. Solo un vecchio grida: “Vigliacchi di italiani, siete venuti a portare guerra! Con gli austriaci abbiamo sempre mangiato, e voi venite ad ammazzarci i figli!”. L’ufficiale risponde secco: “Vecchio taci, che ce n’è anche per te”. L’intero reparto sarà trasferito per punizione sull’altopiano di Asiago e lassù, un po’ di tempo dopo, il comandante Ciofi sarà fatto secco in zona non battuta da fuoco nemico, quasi certamente per vendetta. Settant’anni dopo, il nipote di Gaetano Ortis, un militare di carriera, chiederà la revisione del processo, ma il tribunale militare di sorveglianza di Roma risponderà con una beffa che resterà nella storia: la domanda non può essere accettata “perché non presentata dall’interessato”.

   PURE CAPORETTO SARÀ PAGATA DA SOLDATI SEMPLICI. L’allora vescovo di Treviso, Longhin: “Se i tedeschi saranno come questi nostri sciagurati italiani, cosa ci resterà? Qui si fucila senza pietà. Preghiamo”. E intanto nessuno toccherà i veri responsabili della disfatta, i generali Capello o Badoglio. Il secondo sarà addirittura promosso. Diversa la sorte di Andrea Graziani, noto per avere fucilato uno che l’aveva guardato con la cicca in bocca. A guerra finita sarà trovato morto lungo la ferrovia dopo il passaggio del suo treno. Ma molto più a lungo si trascinerà nella memoria nazionale il senso di un’irrisolta ingiustizia. (Paolo Rumiz)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...