L’ACCIAIO in crisi: IL DESTINO DELLE CITTA’ DELLA RUGGINE – Terni, Taranto, Piombino…: POLI INDUSTRIALI dove la fabbrica di produzione dell’acciaio è storia e vita delle persone e di tutta l’economia del luogo – CHE FARE? (come riconvertire il lavoro, come rilanciare in altro modo il ciclo produttivo)

“… l’acciaieria prima era stata come una piccola città, ma l’avevano chiusa nel 1987, e parzialmente smantellata dieci anni dopo; ora sorgeva come un antico rudere, con gli edifici coperti di dulcamara, persicaria e ailanto. Le impronte dei cervi e dei coyote formavano una trama fitta sul terreno… (…)… quando le acciaierie avevano chiuso, era andata in crisi tutta la valle. L’acciaio era il cuore. Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata.” (RUGGINE AMERICANA, di by Philipp Meyer, ediz. Einaudi, euro 13.50)
“… l’acciaieria prima era stata come una piccola città, ma l’avevano chiusa nel 1987, e parzialmente smantellata dieci anni dopo; ora sorgeva come un antico rudere, con gli edifici coperti di dulcamara, persicaria e ailanto. Le impronte dei cervi e dei coyote formavano una trama fitta sul terreno… (…)… quando le acciaierie avevano chiuso, era andata in crisi tutta la valle. L’acciaio era il cuore. Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata.” (RUGGINE AMERICANA, di by Philipp Meyer, ediz. Einaudi, euro 13.50)

   Terni, Taranto, Piombino, Napoli (Bagnoli), Genova, Trieste…. e molte altre città, paesi, luoghi dove le acciaierie sono diventate elementi storici di sviluppo, dell’industria che cresceva; connaturate alla storia della comunità dove sono sorte e vissute queste fabbriche, che ora o sono in crisi, o in declino, o a volte non ci sono più, diventate ruderi, ruggine….

   Come la chimica, come molte altre industrie manifatturiere. E i queste settimane siamo interessati dalla crisi del lavoro, degli esuberi possibili (cioè licenziamenti) a TERNI, nella storica acciaieria (sorta appunto a Terni 130 anni fa, nel 1884), di proprietà del gruppo multinazionale tedesco ThissenKrupp.

A TERNI ci sono in tutto 2.600 persone che lavorano nell'acciaieria, quasi altrettanto sono i lavoratori dell'indotto, dai fornitori ai manutentori (e questi lavoratori dell’indotto quasi sempre rischiano di “sparire” senza che nessuno se ne accorga, dica niente): l'azienda ha deciso che per ora sono 291 gli esuberi (di fatto licenziamenti attraverso la mobilità). Ma il settore è in caduta libera.
A TERNI ci sono in tutto 2.600 persone che lavorano nell’acciaieria, quasi altrettanto sono i lavoratori dell’indotto, dai fornitori ai manutentori (e questi lavoratori dell’indotto quasi sempre rischiano di “sparire” senza che nessuno se ne accorga, dica niente): l’azienda ha deciso che per ora sono 291 gli esuberi (di fatto licenziamenti attraverso la mobilità). Ma il settore è in caduta libera.

   Il protagonista negativo di questa fase di declino della grande industria italiana, dopo la chimica, dopo l’automobile, dopo le varie manifatture (abbigliamento, arredo, elettrodomestici…), è L’ACCIAIO, o meglio la siderurgia di Stato che ha tenuto in piedi per lustri il Pil di intere regioni.

   Su Taranto, Trieste, Piombino, Terni, Genova… si sono scaricate non solo le ragioni di una crisi di mercato e dell’avvento di nuovi produttori asiatici ma SI È RIPROPOSTO LO STESSO TEMA DELLA MANCATA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE, DELLA SALUTE DELLE PERSONE, che pure aveva caratterizzato il finale della grande chimica (polveri e metalli pesanti, nichel in particolare nelle acciaierie, Taranto è l’emblema di malattie e tumori…).

IN LODE DELL’ACCIAIO, ORA IN DIFFICOLTA’ – “…L’acciaio, non una merce qualunque, ma la merce specialissima che permette di costruire grattacieli e ferrovie, di conservare in scatola gli alimenti, di muoversi e di scambiare conoscenze e pensieri, presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più ‘verdi’ ed ‘ecologiche’. Una merce che, nel bene e nel male, ha accompagnato il ‘progresso’ non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale, economico ed umano…” (Giorgio Nebbia, ambientalista, merceologo)
IN LODE DELL’ACCIAIO, ORA IN DIFFICOLTA’ – “…L’acciaio, non una merce qualunque, ma la merce specialissima che permette di costruire grattacieli e ferrovie, di conservare in scatola gli alimenti, di muoversi e di scambiare conoscenze e pensieri, presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più ‘verdi’ ed ‘ecologiche’. Una merce che, nel bene e nel male, ha accompagnato il ‘progresso’ non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale, economico ed umano…” (Giorgio Nebbia, ambientalista, merceologo)

   Pertanto la crisi delle acciaierie italiane (ora è la volta di Terni, dopo Taranto, Piombino…) è data un po’ da tante cose assieme: nel mondo c’è una SOVRACAPACITÀ PRODUTTIVA dell’acciaio; poi la logica delle MULTINAZIONALI e dello spostamento del baricentro produttivo dell’acciaio dall’Europa all’oriente cinese e all’India; delle pur giuste regole europee che ad esempio hanno impedito a un gruppo finlandese di rilanciare Terni per ragioni di antitrust; del contesto italiano, fatto di alcune debolezze come il COSTO eccessivo DELL’ENERGIA; dei livelli di INQUINAMENTO, come prima detto, sempre più intollerabili.

   A Terni ci sono in tutto 2.600 persone che lavorano nell’acciaieria, quasi altrettanto sono i lavoratori dell’indotto, dai fornitori ai manutentori (e questi lavoratori dell’indotto quasi sempre rischiano di “sparire” senza che nessuno se ne accorga, dica niente): l’azienda ha deciso che per ora sono 291 gli esuberi (di fatto licenziamenti attraverso la mobilità). Ma il settore è in caduta libera; e questo sta provocando un clima assai teso, dimostrato ad esempio dai lavoratori della TKAST (ThissenKrupp Acciai Speciali Terni) che, esasperati dopo tre settimane di sciopero, al termine di una assemblea davanti alla fabbrica, il 12 novembre scorso hanno bloccato per 4 ore l’autostrada A1 a Orte, causando 9 chilometri di coda.

AST, Acciai Speciali Terni, la fabbrica sorta nel 1884
AST, Acciai Speciali Terni, la fabbrica sorta nel 1884

   La storia degli Acciai Speciali Terni comincia 130 anni fa, nel 1884, quando nasce la “Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie” (SAFFAT). Perché a Terni? Perché la cittadina umbra era geograficamente “adatta” a iniziare un progetto concreto di industria siderurgica nazionale: in posizione strategica in quanto difficilmente attaccabile dal mare o per via aerea… e sono arrivati tanti aiuti di Stato, finanziari diretti e di banche pubbliche: e la gestione privata ha visto la partecipazione al capitale sociale di banchieri veneti, della Società Veneta e della Breda: due grandi società costruttrici di ferrovie, porti e altre strutture pubbliche e private nei decenni a cavallo tra l’800 e il 900 (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Acciaierie_di_Terni ).

   Insomma a Terni 130 anni fa è iniziato lo sviluppo industriale nazionale dell’ACCIAIO. Ora, dicevamo, la fabbrica è in mano a un gruppo tedesco. Vicenda in questi ultimi anni tormentata (ne parliamo dettagliatamente negli articoli di questo post): venduta dai tedeschi a un gruppo finlandese (Outokumpu), che aveva intenzione di rilanciare e sviluppare la fabbrica di Terni, la Commissione Europea ha stoppato la presenza finlandese (per problemi monopolistici, di antitrust) e l’industria è così tornata alla ThyssenKrupp, cosa che ne ha segnato il declino, avendo questo gruppo industriale nessuna ambizione a rinforzare il polo dell’acciaio in Umbria (tant’è che aveva venduto ai finlandesi), e interessato a portare le produzioni in Germania.

   Ora la speranza, per Terni, è che l’acciaieria sia comprata o da un gruppo industriale algerino o indiano. Sono gli indiani ad avere in mano la soluzione in vari poli industriali dell’acciaio italiano in crisi: a Terni, a Piombino, a Taranto. Per ora questi. Spinti dall’impetuosa crescita della loro economia nell’ultimo decennio gli indiani sono diventati, con i cinesi, i principali produttori mondiali di acciaio. E ora investono le plusvalenze accumulate comprando in Europa impianti tecnologicamente avanzati.

   Pertanto evitare i tanti licenziamenti, la fine del lavoro, a Terni (per ora poco meno di 300 esuberi, ma il futuro non è per niente roseo…), i 600 posti a rischio all’Ilva di Genova, i quasi 2.000 che a Piombino resterebbero senza lavoro se non arriva l’industriale magnate indiano Jindal… e ancor di più la difficile crisi e perdita di lavoro a Taranto…. Evitare questo non è possibile se non ci saranno piani industriali in grado di mettere assieme efficienza, innovazione, costi minori, qualità del prodotto, zero inquinamento…

PIOMBINO E L’ACCIAIERIA - “Fu l’Ilva al tempo dei nonni. Poi diventò «la Lucchini». O, più semplicemente, «la Fabbrica». Una lei, una madre nel bene e nel male, che raccoglie tra le sue braccia imponenti cielo, terra, mare, 2.500 persone più l’indotto, e tutti i figli e le mogli che aspettano che papà torni a casa. Era, e forse non sarà più. (SILVIA AVALLONE dall’articolo del Corriere della Sera del 25/4/2014 “IL MONDO D’ACCIAIO CHE NON VEDRÒ PIÙ”. Silvia Avallone è scrittrice, autrice del libro “ACCIAIO”, Rizzoli, euro 9,00, Premio Campiello Opera Prima 2010, euro 9,00) – Nell’IMMAGINE, la locandina del FILM di STEFANO MORDINI “ACCIAIO”, del 2012, che si rifà al libro di Silvia Avallone
PIOMBINO E L’ACCIAIERIA – “Fu l’Ilva al tempo dei nonni. Poi diventò «la Lucchini». O, più semplicemente, «la Fabbrica». Una lei, una madre nel bene e nel male, che raccoglie tra le sue braccia imponenti cielo, terra, mare, 2.500 persone più l’indotto, e tutti i figli e le mogli che aspettano che papà torni a casa. Era, e forse non sarà più. (SILVIA AVALLONE dall’articolo del Corriere della Sera del 25/4/2014 “IL MONDO D’ACCIAIO CHE NON VEDRÒ PIÙ”. Silvia Avallone è scrittrice, autrice del libro “ACCIAIO”, Rizzoli, euro 9,00, Premio Campiello Opera Prima 2010, euro 9,00) – Nell’IMMAGINE, la locandina del FILM di STEFANO MORDINI “ACCIAIO”, del 2012, che si rifà al libro di Silvia Avallone

   Un tema nuovo che sicuramente si è concretizzato è dato dal dover abituarsi, per il nostro sistema industriale (in questo caso le acciaierie) all’arrivo di padroni stranieri, in particolare da quei paesi che hanno economie emergenti (come la Cina o l’India). Abituarsi ai gruppi stranieri, fare i conti con essi (non solo indiani, cinesi, ma anche russi, algerini, finlandesi…).

   Parti di storia industriale italiana che passano di mano ed entrano nel villaggio globale, diventano di proprietà “straniera”, non italiana: peraltro, per le acciaierie questo fatto si spera che accada, sennò è la fine di migliaia di posti di lavoro. E’ da capire quale sarà l’atteggiamento di questi stranieri una volta in possesso di questi sistemi industriali. In un articolo de La Voce.Info che in questo post vi proponiamo, si analizza che finora l’atteggiamento è stato ambivalente: alcune multinazionali emergenti assumono un comportamento di tipo predatorio, pur tuttavia si osservano anche investimenti che generano benefici sia per gli investitori sia per le economie che li ricevono.

   Sul tema “acciaio e inquinamento” vi proponiamo poi un importante articolo di Giorgio Nebbia (docente di merceologia e tra i più rappresentativi esponenti del mondo ecologista di questi decenni), dove si tracciano delle ipotesi interessanti per dimostrare che IL CICLO DELL’ACCIAIO può essere fatto senza inquinare. In particolare attraverso il miglioramento del processo produttivo usando il METANO al posto del CARBONE: la trasformazione delle attuali acciaierie con appunto l’introduzione del ciclo basato sul metano. Detta in modo profano, usando IL METANO come agente riducente del minerale, nel depurarlo fino a divenire acciaio di massima qualità (leggete qui di seguito il dettagliato e più scientifico articolo di Giorgio Nebbia sul processo produttivo).

   Qualcuno ha prospettato, per risolvere questa grave crisi industriale (che pare irreversibile) dell’acciaio italiano, di ritornare a una siderurgia pubblica, cioè con un impegno permanente dello Stato (il “pubblico” che compra e gestisce le fabbriche, come è accaduto negli anni ‘60 del secolo scorso con le “partecipazioni statali”). Ipotesi assai ardua e temeraria: quelle scelte di 50 anni fa di “partecipazione statale” sono una delle cause principali del fantasmagorico debito pubblico italiano. E’ pur vero che allora permisero la ricostruzione del Paese e in parte anche il boom economico; ma lasciando alle future generazioni oltre al debito di quelle scelte, anche colossali ruderi industriali, veri rottami, un sistema non competitivo che non si è adeguato ai tempi. Fabbriche spesso rimaste RUGGINE INDUSTRIALE, capannoni abbandonati; ed ora anche masse di disoccupazione giustamente da salvare con un necessario welfare (cassa integrazione, mobilità…), con ulteriori costi pubblici.

   Questo non vuol dire che lo Stato non debba intervenire, anzi: promuovendo condizioni più favorevoli a un intervento privato serio e motivato (non di rapina); se serve anche con un temporaneo impegno diretto pubblico; orientando scelte verso produzioni industriali virtuose, adatte ai tempi e competitive. Pertanto a Terni, come a Taranto, Piombino e altrove il sistema dell’acciaio pensiamo possa rinnovarsi e dare ancora lavoro, ma con risposte qualificate, nuove, con cicli produttivi finalmente puliti (non inquinanti) e prodotti di qualità che la tecnologia e il sapere umano italico è sicuramente in grado di dare (negli articoli che vi proponiamo potrete trovare spunti interessanti in questo senso). (s.m.)

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ACCIAIO: GENOVA, PIOMBINO, NAPOLI, TERNI, TARANTO: IL DESTINO DELLE CITTÀ DELLA RUGGINE; LA SPERANZA È ALGERINA O INDIANA

di Dario di Vico, da “il Corriere della Sera” del 11/11/2014

   “Ruggine americana” è un grande romanzo dello scrittore Philippe Meyer ed è soprattutto una grande metafora della SECONDA MODERNITÀ. E’ un’immagine che descrive insieme UN PROCESSO DI DEINDUSTRIALIZZAZIONE e le ricadute (di DEGRADO) che genera sul territorio circostante.

   Meyer vede venir meno il baricentro stesso della vita associata, quasi la fine di un codice etico: VALE LO STESSO PER L’ITALIA NEL 2014? Finora non abbiamo usato la stessa metafora, e non è un caso, ma le cronache che via via ci vengono da GENOVA, LIVORNO e PIOMBINO, NAPOLI-BAGNOLI, TARANTO e TERNI mettono in circolo le stesse preoccupazioni.

   Testimoniamo uno sgomento più che una querelle di politica industriale. IL GRANDE PROTAGONISTA NEGATIVO È L’ACCIAIO o meglio la siderurgia di Stato che ha tenuto in piedi per lustri il Pil di intere regioni e poi è uscita malconcia dalla stagione delle privatizzazioni.

   Se per gli storici l’Italia aveva già vissuto negli anni 80 un’altra grave perdita ovvero la fine dell’illusione della grande chimica di base , non c’è dubbio che oggi nell’occhio del ciclone ci sia l’industria del ferro più di altri settori, pur LABOUR INTENSIVE, come auto ed elettrodomestici.

   In fondo un romanzo della ruggine italiana è stato Acciaio di Silvia Avallone che parlava nel 2010 di PIOMBINO e della difficoltà di trasmettere valori della generazione dei padri sindacalizzati ai figli post-moderni. Altri stanno uscendo proprio in questa stagione tanto che la manifestazione milanese di BookCity ha organizzato un’intera giornata a Sesto S. Giovanni, dedicata alla LETTERATURA DEL DECLINO INDUSTRIALE.

   La siderurgia italiana ha dato vita a GRANDI CATTEDRALI, con 15-20 mila operai come a CORNIGLIANO, BAGNOLI e TARANTO. Oggi quando si dice che si vuole salvare l’occupazione di questo o quell’impianto si parla al massimo di un paio di migliaia di posti. In mezzo c’è stato non solo un ridimensionamento delle ambizioni del ferro italiano ma processi tecnologici di grandissima portata.

   GLI ALTOFORNI SONO STATI SPENTI E SONO STATI TAGLIATI I CICLI PRODUTTIVI, L’AUTOMAZIONE HA FATTO IL RESTO. Una volta il rapporto tra occupazione diretta e indiretta era di uno a quattro, oggi tutto il sistema della fornitura si è rattrappito. Il contratto di lavoro dei siderurgici d’antan prevedeva addirittura che GLI OPERAI DOVESSERO BERE UN LITRO DI LATTE AL GIORNO e anche questa norma aveva una ricaduta economica sulla filiera agro-alimentare.

   Su Taranto, Trieste, Piombino e Genova si sono scaricate non solo le ragioni di una crisi di mercato e dell’avvento di nuovi produttori asiatici ma SI È RIPROPOSTO LO STESSO TEMA DELLA MANCATA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE, che pure aveva caratterizzato il finale della grande chimica.

   E’ chiaro che tutti questi STABILIMENTI, per lo più SULLE COSTE, hanno rappresentato quasi per intero LA RICCHEZZA DELLE ZONE D’INSEDIAMENTO e il loro progressivo ridimensionamento non ha lasciato in eredità quasi niente.

   Come se la siderurgia fosse un’ultima stazione, un Finisterre. E’ andata molto MEGLIO NEL LOMBARDO-VENETO dove UNA STRUTTURA DI MEDIE IMPRESE FAMILIARI LEGATE DA SEMPRE ALLA TECNOLOGIA DEI FORNI ELETTRICI HA RETTO MEGLIO ALLA CRISI, ha mostrato maggiore flessibilità nel rispondere ai mutamenti del mercato. Parliamo del ferro ma in Italia in fondo un ridimensionamento analogo, se non superiore, ha attraversato anche TORINO e in particolare MIRAFIORI. Il più grande stabilimento dell’auto ha avuto un’estensione massima di 3 milioni di mq e oggi ne usa 750 mila, dava lavoro a 60 mila addetti e oggi siamo più o meno a un decimo.

   Eppure l’effetto ruggine si sente meno, vuoi perché la città ha saputo reagire meglio di DETROIT, vuoi perché visibilmente il Lingotto da fabbrica è diventato un centro di terziario misto, vuoi perché il territorio ha puntato su altre eccellenze che con il fordismo imperante erano state sacrificate o sottovalutate.

   Anche l’industria dell’elettrodomestico, con i poli produttivi di Pordenone, Fabriano e Varese ha subito ridimensionamenti e tentazioni di chiusure, anche in questo caso però c’è ancora la sensazione di ruggine vuoi per il risiko ancora in corso tra i maggiori gruppi del settore ma soprattutto perché si tratta di territori a struttura economica mista, meno sbilanciata.

   Persino dal ridimensionamento della grande chimica, era scaturita ex malo bonum una capacità dell’industria italiana di specializzarsi a valle e per questa strada di far crescere delle multinazionali tascabili. Dall’acciaio o no almeno nei territori di maggior crisi non potevano maturare alternative e così aspettiamo pazienti la trasfusione di nuovo sangue algerino o indiano. (Dario Di Vico)

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TARANTO, PIOMBINO, TERNI: L’ITALIA DELL’ACCIAIO TRAMONTA E SI PREPARA A PARLARE INDIANO

di Paolo Griseri, da “la Repubblica” del 22/9/2014

– La ristrutturazione parte tardi rispetto a Germania e Francia e saremo noi a dover pagare il conto finale della sovracapacità produttiva europea. Ora dipendiamo dai piani dei gruppi esteri e loro stabiliranno il totale degli esuberi –

   TERNI AI TEDESCHI di Thyssen, PIOMBINO AGLI INDIANI di Jindal, TARANTO (in futuro) agli indiani di ArcelorMittal come ANCHE GENOVA. L’acciaio italiano rimane a Trieste dove Arvedi acquisterà la ex Lucchini. Poi, certo, ci sono I FORNI ELETTRICI DELLA PIANURA PADANA.

   Ma IL PIANO ACCIAIO che sta mettendo a punto il governo PER SALVARE PRODUZIONI E POSTI DI LAVORO, è sostanzialmente un piano che CONSEGNA AGLI STRANIERI LE PARTI VITALI DEL SISTEMA SIDERURGICO NAZIONALE.

   Una debacle dal punto di vista strategico: L’INDUSTRIA DELL’ACCIAIO È QUELLA CHE FA GIRARE BUONA PARTE DEL SETTORE MANIFATTURIERO ITALIANO. E c’è addirittura chi rimpiange i Riva. E’ accaduto il 2 settembre scorso, alla festa dell’Unità di Genova. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha detto proprio così: «Fino al 2012 gli italiani in grado di gestire l’Ilva c’erano ed erano i Riva. In 16 anni non hanno mai chiesto soldi allo Stato e hanno sempre dato reddito ai lavoratori».

   Il fatto che non abbiano investito abbastanza nella sicurezza degli impianti è evidentemente secondario. Il punto, anzi è proprio questo: nessun altro italiano oltre ai Riva è in grado di prendere il controllo del sistema siderurgico?AST

   L’unica eccezione, nello shopping di questi mesi, è il gruppo Arvedi di Cremona. Che il 12 settembre scorso ha firmato il contratto preliminare per acquistare la ferriera di Servola, vicino a Trieste, 480 dipendenti. L’investimento previsto è di 170 milioni. Per i primi tre anni continuerà a funzionare l’altoforno che produce ghisa e che il gruppo Arvedi utilizzerà per la sua produzione a Cremona. Nelle prossime settimane l’accordo dovrà essere perfezionato. Nei mesi scorsi il cavalier Giovanni Arvedi aveva annunciato ad Affari & Finanzala sua intenzione di produrre a Trieste «banda stagnata e l’acciaio magnetico al silicio per la produzione dei motori elettrici». Poi aveva aggiunto: «Il boccone più difficile da digerire è il salvataggio di Taranto ».

   Infatti BEN PIÙ COMPLESSA È LA SITUAZIONE DELL’ILVA. TARANTO, in particolare, È IL NODO DECISIVO, quello che CONDIZIONA IL FUTURO DI TUTTO IL SISTEMA. La recente concessione di un prestito ponte da 250 milioni ha consentito alla più grande acciaieria d’Europa di andare avanti per qualche mese, «ma certo, senza una soluzione strutturale, sarà molto difficile andare oltre la fine dell’anno», dice il direttore generale del ministero dello Sviluppo, Giampiero Castano, che in questi mesi ha tenuto il tavolo di crisi dell’acciaio in Italia.

   Il ministro Federica Guidi sta cercando di dare risposta a tutte le vertenze aperte nella siderurgia. Anche a ritmo ridotto Taranto continua a produrre circa 20 mila tonnellate di acciaio al giorno. Tra i pretendenti all’acquisto i favoriti sembrano, al momento, gli indiani di Arcelor- Mittal. Si attende però la presentazione di un piano industriale che dovrà essere approvato dal governo. Chi rileva l’acciaieria dovrà spendere i 1.600 milioni necessari ad adeguare l’impianto alle norme di sicurezza ambientale prescritte dall’Aia.

   L’acquisto dell’Ilva comporta anche la ristrutturazione di altre importanti realtà produttive come l’impianto di GENOVA, con i suoi 1.600 dipendenti, e quello di NOVI LIGURE (800). Tra i pretendenti di Taranto ci potrebbe essere anche l’altra CORDATA INDIANA, quella di Jindal, che ha presentato un piano per rilevare le acciaierie Lucchini di PIOMBINO già ceduta a suo tempo ai russi di Severstal che poi se ne sono liberati.

   Il progetto degli indiani prevede di far funzionare subito i laminatoi e in futuro di realizzare un forno elettrico. Rimarrà spento invece il vecchio altoforno. Grazie a Jindal dovrebbe riprendere la produzione dei binari ferroviari, una delle specialità dell’impianto toscano.

   La ristrutturazione del porto (decisa dalla Regione Toscana nella speranza che potesse essere utilizzato per smantellare la Costa Concordia) servirà alla Jindal per spedire più rapidamente il prodotto finito. Il governo ha approvato un accordo di programma da oltre 200 milioni per INSEDIARE A PIOMBINO ANCHE ALTRE AZIENDE SIDERURGICHE e trasformare il porto in un centro di demolizione delle navi militari.

L’ultimo grande polo siderurgico in sofferenza è LA THYSSEN DI TERNI. Nei prossimi giorni azienda e sindacati si ritroveranno a Roma a trattare. Dopo una lunga riunione svolta la scorsa settimana il ministro Guidi ha ottenuto che la multinazionale tedesca ritirasse il progetto di tagliare 550 posti di lavoro su 2.800. L’azienda ha però confermato che intende comunque ridurre di 100 milioni all’anno i costi dell’impianto. La Thyssen di Terni era già stata VENDUTA DAI TEDESCHI AI FINLANDESI di Outokompu ma IL PASSAGGIO È STATO BLOCCATO dall’Ue perché avrebbe violato le norme antitrust. Thyssen è tornata dunque proprietaria e ha promesso al governo di non vendere.

   Al termine di queste trattative (che si dovranno concludere tutte nei prossimi mesi) CHE COSA RESTERÀ DEL SISTEMA SIDERURGICO ITALIANO? «Semplicemente, NON SARÀ PIÙ ITALIANO, almeno nella sua parte maggioritaria», osserva Roberto Crapelli, ad di Roland Berger Italia.

   Crapelli spiega che «la nostra siderurgia ha reagito con ritardo ai segnali che avrebbero imposto investimenti in produzioni ad alto valore aggiunto. Questa ristrutturazione è stata fatta in Germania, è avvenuta in Francia, anche con l’aiuto di capitali indiani, e noi arriviamo oggi».

   E’ evidente che chi arriva per ultimo nelle ristrutturazioni industriali finisce per pagare il conto per tutti. Questo significa che l’Italia si troverà a smaltire la sovracapacità produttiva anche per gli altri paesi europei? «Non è corretto parlare di sovracapacità », risponde Crapelli. E spiega: «Tutto dipende dal mercato di riferimento delle produzioni che si faranno in Italia. Fino a quando non avremo un quadro preciso dei prodotti non potremo dire se il sistema italiano è tarato in modo adeguato».

   Quel che è certo è che nel prossimo futuro «la nazionalità degli azionisti delle aziende siderurgiche italiane sarà in gran parte straniera». Quali conseguenze potranno avere i mutamenti prossimi sull’occupazione del settore? Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom spiega che «se le cose non andranno bene sono a rischio almeno 5-6.000 posti di lavoro diretti più un numero molto alto di indiretti».

   Se le cose andassero male infatti sarebbe difficile evitare i 500 licenziamenti già annunciati e poi ritirati dalla Thyssen a Terni, i 600 posti a rischio all’Ilva di Genova, i quasi 2.000 che a Piombino resterebbero senza lavoro se non partisse la fase due dell’intervento Jindal con il forno elettrico. Soprattutto, osserva Rappa, «nessuno è ancora in grado di dire quanti posti di lavoro verranno tagliati nel nuovo piano industriale per Taranto che dovrà essere presentato dai nuovi proprietari e approvato a Roma».

   ANCORA UNA VOLTA DUNQUE È TARANTO IL CUORE DEL PROBLEMA. O se si VUOLE IL CUORE DELLA SOLUZIONE. «Se non si trovasse una via d’uscita per lo stabilimento pugliese aggiunge Rappa – la questione non sarebbe solo quella, pur gravissima, dei posti di lavoro che si perdono ma quella, non meno grave, del futuro della stessa siderurgia italiana». Settimane decisive dunque.

   E SONO GLI INDIANI AD AVERE IN MANO LA SOLUZIONE. Spinti dall’impetuosa crescita della loro economia nell’ultimo decennio sono diventati, con i cinesi, i principali produttori mondiali di acciaio. E ora investono le plusvalenze accumulate per fare shopping in Europa dove gli impianti sono tecnologicamente avanzati anche se necessitano di importanti capitali per la ristrutturazione.

   La filiera siderurgica italiana potrebbe dunque svegliarsi nel 2015 con una fisionomia radicalmente modificata. E i cambiamenti potrebbero riflettersi anche su un settore che per decenni è stato trainante come quello del tondino nel lombardo- veneto. I forni elettrici da rottame cominciano anche loro ad avvertire le conseguenze della crisi e rischiano di fare i conti con il problema della sovracapacità produttiva.

   Ma certamente questo sarà un problema più semplice da gestire di quelli attualmente sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico. (Paolo Griseri)

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TERNI, AGONIA ANNUNCIATA MIGLIAIA DI LAVORATORI A RISCHIO. MA È TUTTA LA CITTÀ A TREMARE

di Roberto Mania, da “la Repubblica” del 30/10/2014

   TERNI, così lontana dall’Adriatico e dal Tirreno fu scelta come luogo ideale per installare la produzione strategica dell’acciaio. Nessuno avrebbe potuto attaccarla. Era la fine dell’800.

   Ora nel ventunesimo secolo Terni è rimasta senza difese. Vittima della cinica logica delle multinazionali, dello spostamento del baricentro produttivo dell’acciaio dall’Europa all’oriente cinese, delle regole europee, della debolezza italiana, infine.acciai-speciali-terni-3

   «Siamo una città semi paralizzata», dice il sindaco Leopoldo Di Girolamo (Pd) che nel giugno del 2013 si beccò lui una manganellata in testa mentre partecipava a una manifestazione proprio per difendere il futuro dell’AST, ACCIAI SPECIALI TERNI. Allora era in mani finlandesi, quelle dell’Outkumpu. Che aveva comprato le produzioni inox dai tedeschi della ThyssenKrupp. La Outkumpu aveva un piano di sviluppo per Terni, puntava a farne il centro produttivo per tutta l’area mediterranea, lasciando alla finlandese Tornio i mercati del nord, chiudendo una fabbrica in Germania e mettendone sotto osservazione un’altra sempre in terra tedesca.

   Poi l’Antitrust europeo disse che no: i finlandesi avevano conquistato una posizione dominante nella produzione dell’acciaio inossidabile violando i tetti europei, mentre nel mondo c’era già una sovracapacità produttiva. Dunque avrebbero dovuto cedere gli impianti di Terni. Così sono tornati i tedeschi. Che hanno ribaltato il piano dei finlandesi: rafforzamento degli stabilimenti germanici, ridimensionamento di quello italiano. L’Italia è rimasta a guardare.

   E Terni ora è rimasta senza fiato. Con la chiusura di fatto di uno dei due forni, la riduzione dell’organico, il taglio agli stipendi con la disdetta degli accordi integrativi, come prevede il piano di ristrutturazione messo a punto dalla Thyssen, Terni entrerà in agonia.

   Ci sono quasi 2.600 persone che lavorano nell’acciaieria (l’azienda ha deciso di metterne 537 in mobilità), quasi altrettanto sono i lavoratori dell’indotto, dai fornitori ai manutentori. «Un mondo invisibile, l’anello più debole», lo definisce Emilio Trotti, delegato di fabbrica della Fim-Cisl.

   Intorno all’impianto siderurgico vive la città, i negozi, i ristoranti, i servizi tutti. TERNI È L’ACCIAIERIA. «L’Ast è il nostro simbolo», dice il primo cittadino. Tutta la città sta sostenendo gli operai che scioperano ad oltranza da una settimana. Un presidio permanente impedisce l’ingresso nella fabbrica, salvo per gli addetti alla manutenzione e ai servizi di sicurezza per garantire il riavvio del ciclo produttivo in poche ore. Gli operai presidiano anche il Comune, che ha sospeso la sua attività ordinaria, e la Prefettura della città. «I governanti intervengano prima che sia troppo tardi», ha detto il vescovo di Terni, padre Giuseppe Piemontese.

   Dopo 130 anni, questo mese, per la prima volta, non sono stati ancora pagati gli stipendi. L’azienda accusa gli operai di non fare entrare al lavoro il personale amministrativo. Accusa respinta. Ieri il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, è intervenuta perché i lavoratori vengano retribuiti. Ma la situazione è ormai esplosiva. Due venerdì fa c’erano 30 mila persone per le vie di Terni. I leader sindacali, Susanna Camusso e Luigi Angeletti sono stati contestati. In una infuocata riunione del Consiglio comunale aperta ai cittadini si è rivisto anche l’ex esponente di Potere operaio Oreste Scalzone, ternano di nascita. Sono stati bloccati i binari della stazione ferroviaria. Ci sono gruppuscoli di estrema destra, di estrema sinistra, ultrà del calcio che si mischiano nella protesta operaia. «Sono aree politiche e sociali marginali», sostiene però il sindaco Di Girolamo che vede la sua città incattivirsi, «arrabbiata per essere stata trattata come merce di scambio dalla Commissione e dall’Antitrust europei ».

   Lo sciopero e i presidi proseguiranno. «Non possiamo che andare avanti», dichiara Trotti dopo essere stato prima a Roma, sotto il ministero dello Sviluppo, e poi tornato a Terni. Aggiunge Stefano Garzuglia, delegato della Fiom, che era andato alla Leopolda per incontrare il premier, Matteo Renzi: «Non siamo in condizioni di rientrare al lavoro. Sarebbe una sconfitta». Perché Terni non ha alcuna alternativa agli altiforni. (Roberto Mania)

TERNI
TERNI

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TERNI, INQUINAMENTO, IL CASO DELLE OLIVE

su Tv Sat2000 con intervista a Liberati, il videoPubblicato il 29 ottobre 2014

Da TERNIOGGI del 29/10/2014

   Dell’inquinamento di Terni e degli alimenti contaminati se ne parla ormai da mesi. Fino ad oggi il dibattuto sulla preoccupante questione era per lo più rimasto in ambito locale; l’ultimo caso emerso, quello delle olive contaminate, sta invece suscitando forte clamore anche al di fuori dei confini cittadini e regionali. Dopo il Gr nazionale di Radio Rai Uno, ieri ad occuparsi della vicenda è stata Tv Sat2000 nella trasmissione Siamo noi, che dedicava una puntata all’inquinamento industriale. I conduttori hanno intervistato Andrea Liberati, presidente di Italia Nostra Terni, che da anni si occupa della situazione ambientale della Conca e dell’inquinamento prodotto dalle acciaierie.

   Liberati ha parlato delle difficoltà ad ottenere i dati da parte delle istituzioni e della pubblica amministrazione, ha riassunto le criticità emerse recentemente, ha ribadito la necessità di commissariare Tk-Ast ed ha parlato della contaminazione alimentare.

(vedi intervista:

http://www.dailymotion.com/video/x28skfy_inquinamento-ast-terni-olive-contaminate-tv-sat2000-intervista-liberati_news )

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PIOMBINO: L’ACCIAIO CHE NESSUNO VUOLE PIÙ E IL LAVORO CHE SCOMPARE

da www.pagina99.it , di Cristina Giudici , 1/5/2014

Nel 1992, quando arrivò Luigi Lucchini “da lassù”, da Brescia, fu accolto con 38 giorni di sciopero dagli operai. La storia di quella fabbrica a Piombino è la storia della siderurgia stessa, di una città che  si sente eroica e martire allo stesso tempo. – La nostra ricostruzione, le voci degli operai, il futuro buio, lo stabilimento che è diventato buono per la propaganda politica –

PIOMBINO – Per capire il disastro annunciato avvenuto alle acciaierie Lucchini, che si chiamano ancora così, sebbene Luigi Lucchini se ne sia andato nel 2003, lasciando nelle mani di Enrico Bondi e delle banche un debito di 300 milioni di euro, bisogna tornare indietro di qualche era geologica. Anche se poi si arriva sempre allo stesso punto, con una crisi sempre più grave, aggrovigliata, dove qui ognuno ci mette un pezzo di storia, molta fantasia, e retroscena, non sempre verosimili. E partire anche da quei tecnicismi, che farebbero perdere la pazienza persino al Dalai Lama. A Piombino infatti sono tutti tecnici esperti dell’acciaio, anche se vendono pesce al mercato.

   E infatti chiunque in questo Comune di 34mila anime venga interpellato sulla storia travagliata della Lucchini, si mette immediatamente a tracciare schizzi su un foglio di carta, per far capire che non avrebbe mai potuto essere competitiva un’acciaieria, che contava su un ciclo integrale complesso e costruito male, con l’impianto di laminazione che distava 10 chilometri dall’altoforno, quello che ora è stato addormentato, perché, sindacati e operai a parte, non esiste nessuno, che lo consideri ancora competitivo ed economicamente sostenibile.

   E infatti chiunque venga interpellato, spiega che ai tempi della gestione dell’Italsider, prima della privatizzazione, sono stati assunti troppi dipendenti, (nel 1981 quando le acciaierie erano gestite dall’Ilva, i lavoratori erano quasi 8mila) e che la gestione politica dei dirigenti, scelta coi soliti riti, ha creato troppe falle, mai riparate. «Allora si saliva alla stazione di Orbetello che si era soldati semplici, e si scendeva a Piombino già generali», spiega sarcastico a pagina99 un ex manager per far capire come era l’andazzo.

   Comunque quando nel 1992 arriva Luigi Lucchini da Brescia, “da lassù”, qui si dice ancora così per parlare della Lombardia, nella rossa Piombino, il primo padrone delle ferrovie, visto che a Piombino si producono soprattutto rotaie, che ancora fanno gola a molti imprenditori dell’acciaio, è stato accolto con 38 giorni di sciopero.

   Eppure quando si entrò a regime, si producevano oltre 2 milioni di tonnellate di ghisa, dicono orgogliosi i sindacalisti della Fiom. Ma poi quando devono spiegare cosa è successo dopo, come si è arrivati a cedere il polo siderurgico nelle mani delle banche creditrici, si fa fatica a focalizzare le origini della decadenza dello stabilimento.

   Qualcuno si affida ai rumors, sulle altre aziende del gruppo Lucchini, che avevano bilanci sempre positivi, anche nella fase calante del mercato siderurgico, mentre qualcun altro afferma che la gestione del Re dei tondini non era adatta a un polo siderurgico di tali dimensioni, una città che gira intorno alla città, nato dentro la città, e sopratutto a gestire i cali del mercato. E che insomma si stava meglio quando si stava peggio, con papà Stato a proteggere tutti.

   I più infuriati, come per esempio Paolo Francini, l’operaio che a Pasqua ha fatto lo sciopero della fame contro la chiusura dell’altoforno e fra coloro che hanno spinto per bloccare il traffico proprio nel giorno della sigla dell’accordo fra enti locali e il Governo per stanziare 250 milioni di euro, per bonificare le falde e diversificare il progetto industriale con l’adozione di un forno elettrico, ricorda che Lucchini nei tempi d’oro faceva lavorare gli operai in modo sconsiderato senza attenzione alla sicurezza, e infatti ci furono molti incidenti sul lavoro «e persino un lavoratore morto avvelenato dal gas e ritrovato solo 24 ore dopo», dice.

   Dimenticandosi però che il Cavaliere Lucchini ammodernò la cookeria, e fece un piano di ingenti investimenti di 1,079 miliardi di euro, da realizzarsi nei successivi sei anni, ma poi solo in parte realizzati per migliorare la competitività della “fabbrica”, come la chiamano tutti. Passato remoto se si pensa a cosa è successo dopo. Che poi è simile o quasi a quello che è successo prima.

   Come ha spiegato bene anche Stefano Ferrari su un giornale on line di settore, Siderweb, «Il sistema produttivo piombinese di Lucchini soffre di molteplici criticità ed inefficienze, che mettono buona parte della produzione del sito, di fatto, fuori mercato. Squilibri sono risalenti a molti anni fa, nascosti dal boom dell’acciaio del 2004-2008, durante la fase russa, con la Severstal, per poi riemergere con maggiore gravità allo scoppio della crisi». E cioè quando la capacità dell’altoforno fu portata da 1,6 a 2,3 milioni di tonnellate annue di ghisa. La nuova capacità produttiva di acciaio liquido superava però la capacità di laminazione del Gruppo Lucchini, costringendolo a vendere sul mercato circa 700.000 tonnellate annue di semiprodotti.

   Al di là delle ragioni tecniche legate all’andamento del mercato siderurgico, quello che si percepisce a Piombino, dopo la prima crisi del 2003, con l’arrivo nel 2005 del magnate russo di Severstal, Aleksei Mordashov, esponente di uno dei più grandi gruppi siderurgici al mondo, è che questa città si sente eroica e martire allo stesso tempo. Sempre in guerra con il mondo esterno.

   Dopo un periodo di crescita e di floridezza, durante la gestione russa, con un annuncio da parte di Mordashov di un piano di ingenti investimenti nel 2008 e di ampliamento dello stabilimento, che portò fra mille polemiche a una modifica sostanziale del piano regolatore della città, fece brindare operai e sindacati e a pensare: «Questa volta ce l’abbiamo fatta. Siamo salvi».

   Peccato che poi arrivò la crisi finanziaria, e due mesi dopo Mordashov fece retromarcia e cominciò a pensare alla ritirata strategica. Vendendo a se stesso, il 50% delle azioni della Lucchini, per un euro. E poi levò le tende. E così il sogno di un rilancio della fabbrica si fermò di nuovo.

   E ora che l’altoforno è quasi spento, che di fatto l’acciaieria si è fermata, che tutte le trattative avviate negli ultimi due anni, dopo che Piero Nardi, è diventato commissario straordinario, sono per ora tramontate, Piombino è diventata la città dei retroscenisti. E complottisti. Soprattutto se si parla con operai e sindacalisti ed ex manager fuoriusciti.

   Allora c’è chi pensa che gli esponenti della Federacciai sono entrati a gamba tesa durante la recente trattativa con la tunisina Smc di Khaled al Habahbeh, un avventuriero pare, che venne nella piccola capitale dell’acciaio, offrendo tre miliardi e un sogno, a cui non era possibile non credere: la proposta dell’acquisto di tutto lo stabilimento, altoforno compreso, che nessuno vuole – nonostante i sindacalisti continuino a dire che sia stato un gioiello, che sono venuti a studiarlo da tutto il mondo, perché non vogliono arrendersi, neanche ora che è stato spento – per impedire che andasse in porto. Anche se col senno di poi, lo sanno tutti che Khaled, come lo chiamavano tutti quando arrivava qui per vendere sogni, non l’avrebbe mai presa un’azienda come questa. Costosa, poco competitiva, piena di debiti e soprattutto con troppi dipendenti.

   E così, vista da qui la vicenda della Lucchini, è come la storia di Davide contro Golia. Al punto che se si guarda indietro a fare debiti non è stata l’acciaieria di Piombino, ma il resto del gruppo, come ad esempio Trieste, dicono i sindacalisti. E non quel famoso ciclo integrale della produzione dell’acciaio che nessuno si può più permettere se vuole rimanere sul mercato, dentro una crisi strutturale.

   Al punto che qui tutti sono convinti di aver visto in una parte dell’azienda, che si chiama Palude, molti prodotti semi lavorati di un’azienda del Nord, che aspirerebbe ad acquistare la parte produttiva dello stabilimento, quella della laminazione. A stare sentire loro, i piombinesi, la colpa è sempre degli altri. Della Federacciaio, che ha dei conflitti di interessi, della guerra in corso fra diversi pretendenti dei signori dell’acciaio, in Veneto e in Lombardia, che sono interessati alla parte più sana della “fabbrica”, la laminazione, per fare lo spezzatino e lasciare per strada tutti gli altri operai.

   Colpa del commissario Piero Nardi, che secondo loro vuole favorire cordate a lui vicine, che non vedono l’ora di fare all’assalto alla diligenza, dei laminatoi, che impiega 400 operai in tutto, per mettere Piombino e i piombinesi in ginocchio. Come se non ci fosse quel miliardo di debiti nei confronti dei fornitori, le scorte di carbone quasi finite, l’acciaieria ferma, le navi in porto che non arrivano più e 70 milioni di liquidità rimasti, pare, nelle casse dell’azienda, fallita due anni fa. Allora è normale che ora tutti vogliano credere al nuovo sogno: questa volta indiano.

   L’ultimo di una lunga serie di potenziali acquirenti, venti ad occhio e croce dall’inizio della crisi, che poi si sono tirati indietro. E allora ora tutti credono che arriverà un altro salvatore della patria, la loro patria, della fabbrica: Sajjan Jindal, che guida il polo siderurgico Jsw, e vorrebbe comprare i laminatoi e anche il forno elettrico, che ancora però non c’è.

   «Il bando di vendita scade a fine a maggio e poi se non ce la facciamo, l’azienda è morta, si venderà come un rottame», dicono operai e sindacalisti. Non in senso figurato, ma reale, perché sarà solo una scatola vuota. Il problema è il tempo, come fa notare il sindaco Gianni Anselmi, che è molto amato dai suoi concittadini perché ha una sola ossessione: salvare la fabbrica ed è riuscito a portare a casa l’accordo di programma siglato fra il governo ed enti locali molto ambizioso.

   Il problema è il tempo, perché se va bene per il piano di riconversione ci vorranno tre anni, e nel frattempo nessuno sa ancora come e quando arriveranno i soldi, per gli ammortizzatori sociali per aiutare gli operai che resteranno a casa. Nessuno sa cosa faranno nel frattempo, sempre e se, gli indiani compreranno un pezzo della fabbrica.

   Ma la verità è che tutti, o quasi, qui a Piombino, hanno giocato solo in difesa, a partire dai sindacati, e ora che Piombino domenica scorsa ha perso anche nel campo di calcio, la paura e l’angoscia crescono. Perché alla fine dal Cavaliere Lucchini, per arrivare a Mordashov, tutti ci hanno provato a raddrizzare un polo siderurgico, nato sghembo, che nel 2012 è arrivato allo stato d’insolvenza.

   E allora è colpa di tutti, non solo della crisi strutturale dell’acciaio. Ed è inutile dire, come fa Mirko Lama, combattivo delegato sindacale della Fiom che nel «2020 in Europa ci sarà una richiesta di 200 tonnellate di acciaio». Perché nel frattempo l’acciaieria si è fermata e nei bar le ragazze guardano sul Tirreno le foto del nuovo salvatore della patria, che dovrebbe arrivare, forse, l’indiano Sajjan, e commentano «però è un bell’omo». (Cristina Giudici)

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PIOMBINO. LA FABBRICA È QUALCOSA DI PIÙ DI UN POSTO DI LAVORO

di Giorgio Nebbia, 25/4/2014, “la Gazzetta del Mezzogiorno”

   Secondo me, la chiusura di una fabbrica dovrebbe essere intesa come un lutto nazionale. Lo spegnimento dell’ultimo, ormai rimasto unico, altoforno dell’acciaieria di Piombino meriterebbe l’esposizione delle bandiere a mezz’asta. Con la morte di una fabbrica scompaiono non soltanto i posti di lavoro; forse i lavoratori dell’acciaieria di Piombino conserveranno un salario, forse saranno convertiti in operatori ecologici per spazzare le scorie di un secolo e mezzo di polveri e fumi; forse l’acciaieria a ciclo integrale sarà convertita in acciaieria con forni elettrici per trattare rottami o col processo Corex, senza cokeria e altoforno.

   In un momento di crisi come questo il pericolo di perdere un salario è certamente prioritario rispetto ad altre considerazioni. Ma “la fabbrica” è qualcosa di più di un posto di lavoro; la fabbrica è qualcosa di vivo che trasforma le risorse della natura, minerali o prodotti agricoli, in merci, in oggetti non solo vendibili, ma utili, necessari per la vita di altre persone. La fabbrica è storia; attraverso i capannoni di Piombino sono passate generazioni di operai e tecnici; accanto a quelle macchine sono morti padri di famiglia, per imprevidenza o egoismo dei datori di lavoro (non a caso i sette omicidi di Torino si sono avuti in un’altra acciaieria, quella della Thyssen Krupp); in quella fabbrica si sono concretizzate le speranze del primo giorno di lavoro e l’orgoglio di entrare a far parte di una famiglia, si sono svolte azioni di solidarietà, come anche di conflitti.

   Nella “fabbrica” è nata la classe operaia – parola che non si deve oggi pronunciare – sono cresciuti i conflitti per un orario di lavoro più decente, per un salario che permettesse di sfamare le famiglie e di mandare i figli a scuola. Nella fabbrica è nata, con buona pace degli ecologisti da salotto, l’ecologia, la consapevolezza che le merci che gli operai stavano producendo si formavano trasformando la natura, con processi che inevitabilmente generano fumi e scorie che avvelenano prima di tutto gli operai all’interno e poi le famiglie all’esterno del muro di cinta, e poi la comunità più in generale. Lotte per nuovi diritti, di salario ed ecologici, che hanno fatto nascere la società moderna e da cui ha tratto beneficio tutta intera la comunità di un paese. La fabbrica è stata la culla del capitalismo e dei “padroni”, di quelli che sfruttavano gli operai nel nome del profitto e che oggi, per lo stesso motivo, spostano fabbriche e lavoro da un punto all’altro del globo; padroni che sono stati sordi alla domanda di nuovi diritti dei dipendenti e della società, risparmiando per evitare depuratori e filtri e maggiore sicurezza. Piombino è stata “fabbrica” in tutti questi sensi, sorella delle innumerevoli fabbriche di questa terra; per questo la sua morte è un lutto.

   A maggior ragione per il fatto che a Piombino si produceva l’acciaio, non una merce qualunque, ma la merce specialissima che permette di costruire grattacieli e ferrovie, di conservare in scatola gli alimenti, di muoversi e di scambiare conoscenze e pensieri, presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più “verdi” ed “ecologiche”. Una merce che, nel bene e nel male, ha accompagnato il “progresso” non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale, economico ed umano. Non a caso il rivoluzionario Josef Giugashvili aveva scelto, come nome di battaglia, Stalin, quello russo dell’acciaio. (Giorgio Nebbia)

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l'interno della vecchia fabbrica di Terni
l’interno della vecchia fabbrica di Terni

ACCIAI SPECIALI TERNI (AST): STORIA DI UNA “VITTIMA” DELLE MULTINAZIONALI (E DELL’EUROPA)

dal sito NEXT QUOTIDIANO del 30/10/2014

(http://www.nextquotidiano.it/ )

– La vicenda delle acciaierie umbre si intreccia perfettamente con l’epopea del capitalismo di Stato e la sua crisi irreversibile. Ma negli ultimi anni è stata la Commissione Europea a decidere il suo destino –

   Acciai Speciali Terni è un nome che rimbalza spesso nelle cronache economiche e sindacali. Eppure anche la carica di polizia di ieri (del 29/10/2014, ndr) sugli operai non ha contribuito a spiegare come mai quella che era stata per secoli un’avanguardia di produzione nazionale è finita in un pasticcio che prevede «efficienze per cento milioni», e in soldoni il licenziamento di 536 operai, quando soltanto due anni e mezzo fa, nel febbraio 2012, dopo l’acquisto da parte dei finlandesi di Outokumpu AST era destinata a diventare «il centro di produzione dell’inossidabile per l’area dell’Europa meridionale».

   Cosa è successo nel frattempo? La crisi, sì, quella c’è per tutti e c’era anche nel 2012. Nel frattempo è arrivata però una sentenza dell’Antitrust europeo proprio su quella vendita, che coinvolgeva la ThyssenKrupp: secondo l’Europa l’acquisto avrebbe creato una posizione dominante da parte dei finlandesi, danneggiando le altre compagnie. Per questo l’azienda è tornata ai tedeschi, che però avevano già deciso di non puntare più sull’Italia e oggi stanno mettendo a punto quel piano di ridimensionamento che il ministero dello Sviluppo vuole provare a ridurre a duecentonovanta lavoratori.

ACCIAI SPECIALI DI STATO

La storia degli Acciai Speciali Terni comincia nel 1884, quando nasce la Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie” (SAFFAT) nella cittadina umbra, che all’epoca pare il luogo ideale in cui impiantare l’industria siderurgica nazionale, tanto strategica come posizione in quanto difficilmente attaccabile da mare o per via aerea, quanto pronta, grazie a sforzi e relazioni dell’ingegner Cassian Bon, a raccogliere la sfida con tanti aiuti “di Stato”. Si tratta di una società anonima con capitale sociale di sei milioni:

   Al capitale sociale partecipano banchieri veneti, la Società Veneta di Breda e lo stesso Breda. Lo Stato si impegna ad anticipare 12 milioni sulle future commesse, mentre la Banca Nazionale, la Banca Generale e il Credito Mobiliare garantiscono fidi e anticipazioni. La precedente società in accomandita per azioni al portatore di Cassian Bon si trasforma ora in una Società Anonima. Il Commendator Breda ne acquisisce il controllo quando ha l’assicurazione da Brin dell’appoggio pubblico per la costruzione di un’acciaieria. Lo stabilimento sorge su un’area di 200 mila metri quadrati, di cui 50.576 edificati.

   Il suo costo complessivo è di 56 milioni di lire; ai lavori partecipano 2.000 operai.

   La nuova Acciaieria è suddivisa in tre sezioni: una, con due forni Bessemer da 10 tonnellate, produce acciaio per usi commerciali, un’altra, con due forni Martin Siemens da 20 tonnellate, produce acciaio per cannoni, corazze e proiettili, la terza, con piccoli forni a crogiolo, si occupa della produzione di acciai per utensili. Il reparto laminazione dispone di cinque laminatoi, il più grande dei quali può produrre lamiere fino a 250 mm di spessore. Per la grossa fucinatura è in corso di installazione un maglio con mazza battente da 108 tonnellate. Viene costruita una ferrovia di comunicazione tra la stazione ferroviaria, la Fonderia ed il nuovo stabilimento. La posizione di preminenza in Italia della società è destinata a rimanere tale per molti anni.

   Con il fascismo al potere gli Acciai Speciali diventano di Stato. Succede dopo la Grande Depressione del 1929, e dopo che il sistema bancario italiano e romano aveva ricevuto frequenti scossoni che avevano avuto ripercussioni su finanziamenti e scelte industriali dell’acciaieria.

   Acciai Speciali Terni finisce inserita da Beneduce, storico fondatore dell’IRI, con l’approvazione di Mussolini nella Finsider, insieme all’Ilva e all’Ansaldo, che approfitta del merger per acquisire le attività cantieristiche di Terni, a sua volta indicata come il veicolo per la gestione della siderurgia meccanica e chimica di Stato nell’era fascista. Diecimila addetti nel 1940 in piena guerra sfornano 66mila tonnellate di acciaio che l’Italia riversa sul tavolo di guerra. Gli stabilimenti finiscono bombardati sia dagli alleati che dai tedeschi.

ACCIAI SPECIALI E AFFARI ALTRUI

Nel dopoguerra gli Acciai Speciali devono essere riconvertiti dall’uso bellico, mentre il comparto elettrico è l’unico a garantire profitti. Inizia un periodo di lunga trasformazione per l’azienda, che lavora in joint venture con gruppi americani. All’alba degli Anni Sessanta è diventata leader mondiale nella produzione di acciai inossidabili piani. E viene anche via via spogliata del business dell’elettricità:

   Il settore elettrico, perno centrale della Società, viene nazionalizzato e diventa di proprietà dell’Enel. Come contropartita, lo Stato assicura una fornitura trentennale di energia elettrica a bassi costi, insieme alla promessa degli indennizzi per la confisca. Anche l’attività mineraria cessa, mentre quelle elettrochimica e cementiera vengono scorporate.

   Il piano di investimenti Sette, dal nome del suo ideatore, in questo periodo mira a rendere la Terni la prima azienda nazionale per la produzione di semilavorati e manufatti per generatori, trasformatori, motori elettrici, magneti. Nel corso del “miracolo economico” la Terni orienta la produzione delle lavorazioni sidero-meccaniche verso la domanda proveniente dalle centrali elettriche. Viene incrementata la produzione di lamierini magnetici e quella dei laminati piani sottili e inossidabili.

   La stessa fine la fa l’elettrochimica, che passa all’Eni a metà degli anni Settanta. Le acciaierie sono in crisi profonda perché gli investimenti non sono mai stati ripagati. A metà degli anni Ottanta lo stabilimento occupa un’area di 1 milione e 300 mila metri quadrati e ha una capacità produttiva di 1 milione di tonnellate all’anno. Intanto la Finsider finisce in (scarsa) gloria e l’IRI decide di privatizzare anche gli Acciai Speciali. A metà degli anni Novanta gli stabilimenti di Terni e Torino sono fusi in Acciai Speciali Terni (AST), la proprietà è divisa tra alcuni imprenditori italiani e la Krupp, che in breve tempo acquisisce il pieno controllo della società.

LA FINE DELLA STORIA

Il resto è storia recente, recentissima. La tedesca Krupp, dapprima associata insieme a Falck, Agarini e Riva nel 2001, dopo essersi fusa con la Thyssen (ThyssenKrupp) assume la proprietà dell’intero pacchetto azionario.

   Nel 2009 la ThyssenKrupp decide di raggruppare tutti gli stabilimenti dell’acciaio inossidabile nella Inoxum, che poi vende ai finlandesi di Outokumpu. I tedeschi non puntano più sull’inox, i finlandesi sì. Ma a quel punto arriva, nel dicembre 2012, la Commissione Europea che approva l’approvazione di Inoxum a condizione che i finlandesi cedano gli impianti di Terni, «al fine di evitare la costituzione di imprese aventi posizioni dominanti sul mercato europeo»:

   La Outokumpu aveva un piano di sviluppo per Terni, puntava a farne il centro produttivo per tutta l’area mediterranea, lasciando alla finlandese Tornio i mercati del nord, chiudendo una fabbrica in Germania e mettendone sotto osservazione un’altra sempre in terra tedesca. Poi l’Antitrust europeo disse che no: i finlandesi avevano conquistato una posizione dominante nella produzione dell’acciaio inossidabile violando i tetti europei, mentre nel mondo c’era già una sovracapacità produttiva. Dunque avrebbero dovuto cedere gli impianti di Terni. Così sono tornati i tedeschi. Che hanno ribaltato il piano dei finlandesi: rafforzamento degli stabilimenti germanici, ridimensionamento di quello italiano. L’Italia è rimasta a guardare.ast_1_0

   E oggi gli acciai speciali a Terni sono uno stabilimento in dismissione: «vittima», tra molte virgolette, di aziende più grandi che hanno dovuto seguire direttive di enti ancora più grandi. Ieri la cittadina umbra era uno dei primi cinque produttori mondiali di acciaio. Oggi il ministero deve trattare su 250 licenziamenti in più o in meno. Sic transit gloria tonti. (dal sito NEXT QUOTIDIANO)

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LA SIDERURGIA MANDA IN FUMO ALTRI 1500 POSTI DI LAVORO

di Fabrizio Patti da LINKIESTA del 9/10/2014 (http://www.linkiesta.it/)

– Piombino e Terni provano a salvare la produzione di acciaio. Ma i licenziamenti saranno inevitabili –

   Non c’è solo l’Ilva tra le partite aperte della siderurgia italiana. Altri due simboli dell’acciaio italiano vivono giorni decisivi per il proprio futuro: il sito Lucchini di Piombino e quello di ThyssenKrupp a Terni. Saranno il banco di prova per il futuro dell’acciaio in Italia. Piombino perché sarà il luogo sperimentale – a meno di sorprese – per la nuova tecnologia di forno elettrico alimentato a minerale preridotto, fornita dal gruppo indiano Jindal. Terni perché sta provando a sopravvivere alla crisi, alla volontà dei tedeschi di andarsene, cercando nuovi modi di risparmiare sull’energia. Ma in entrambi i casi il tributo pagato in termini di posti di lavoro sarà molto pesante.

PIOMBINO ASPETTA JINDAL

Lo stabilimento Lucchini è fallito ufficialmente il 21 dicembre 2012. Da allora è gestito da un commissario straordinario, Piero Nardi (che cura anche la vendita degli altri siti dell’ex Lucchini), in attesa dell’arrivo di un compratore. La fabbrica si chiama ancora Lucchini, ma la famiglia bresciana, che l’aveva rilevata nel 1993 a seguito della privatizzazione di Italsider, se n’è disfatta da anni. Nel 2005 arrivò la russa Severstal di Alexei Mordashov, e fino al 2008 fu l’idillio.  «Nel giugno del 2008, alla Festa de l’Unità, i russi presentarono numerosi importanti investimenti, tra cui il progetto per portare l’altoforno a produrre 3 milioni di tonnellate di acciaio», raccontava qualche mese fa a Linkiesta Luciano Gabrielli, segretario della Fiom della Provincia di Livorno.

Con la crisi finanziaria di fine anni Duemila cambiò tutto e nel marzo 2009 i russi scorporarono la fabbrica dal resto del gruppo e lasciarono che andasse lentamente verso il fallimento. Dal 24 aprile 2014 l’altoforno non funziona più, ed è in una situazione di “mantenimento”. Dalla scorsa primavera è iniziato il processo di vendita. All’apertura delle buste, la scorsa estate, si è ufficializzato l’interesse del gruppo indiano Jindal (Jsw). L’offerta economica iniziale è stata bassa. Non ci sono cifre ufficiali, ma indiscrezioni parlarono di 10 milioni di euro, a fronte di una cifra ideale di 130 milioni, necessaria per soddisfare i creditori privilegiati e parte dei chirografari. Più di recente è arrivata una seconda offerta, di importo maggiore. Lo stesso presidente e direttore generale della società Jsw Steel, Sajjan Jindal, ha avuto modo di parlarne durante una visita dell’inizio di settembre a Piombino, descrivendola come “inferiore ai 100 milioni di dollari”, ma non specificando oltre.

Col forno ad arco elettrico lavoro a rischio

In un primo tempo Jindal aveva espresso l’intenzione di rilevare solo la parte “a freddo” dello stabilimento. Si tratta di tre laminatoi, ossia di macchinari composti da rulli che premono progressivamente un semilavorato, dandogli la forma e le dimensioni desiderate. È una parte dello stabilimento che darebbe lavoro a 750 dei 2.332 dipendenti, a cui si aggiungono 1.500 addetti dell’indotto. «Quella di 750 persone è la cifra di Jindal, bisognerà discuterla», dice a Linkiesta Luciano Gabrielli. Il sindacato punterebbe anche al riassorbimento di un altro migliaio di dipendenti, nell’area a freddo. Altre 250 persone, aggiunge Gabrielli, sono destinate ad andare in pensione da qui al 2018. «Se con una modifica alla legge Fornero si permettesse ai lavoratori dei posti industriali in crisi di andare in pensione con 40 anni di contributi invece che 42 anni e sei mesi, questo eviterebbe il ricorso alla cassa integrazione per 3-4 anni».

   Ufficialmente l’offerta del gruppo indiano è ancora limitata a questa parte del sito, ma da settimane la società ha fatto trapelare l’intenzione di intervenire anche sull’area a caldo. A segnare la svolta è stato un incontro dello stesso Sajjan Jindal con il premier Renzi e con il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi.

   Non c’è però l’intenzione di riaccendere il vecchio sito dell’altoforno, che potrebbe essere addirittura trasformato in museo. L’idea è invece di creare un nuovo forno ad arco elettrico, nell’area adiacente ai laminatoi. Questa tecnologia produttiva tradizionalmente permette di realizzare acciai speciali, che vengono ottenuti partendo da semilavorati, e prevede un’alimentazione con rottame.

   Da qualche anno si sta però sviluppando una forma di alimentazione, con il preridotto, un materiale minerale composto all’85% circa di ferro ottenuto con un procedimento di tipo chimico. «Se un forno elettrico viene alimentato con preridotto, ciò permette di avere una qualità medio-alta», spiega Luciano Gabrielli. Parlare di cosa potrà essere prodotto, aggiunge, è prematuro. Di sicuro non potrebbero essere prodotti i semilavorati chiamati blumi, che arriverebbero dall’India e che servono per produrre le rotaie delle ferrovie. Mentre non è chiaro se possano essere prodotte le più piccole billette. Indiscrezioni raccolte dal Sole 24 Ore parlano di una possibile produzione di 600mila tonnellate annue (contro l’oltre 1 milione di tonnellate del periodo precedente alla chiusura dell’altoforno), che darebbero lavoro a 500 persone, di cui 300 per il forno e 200 per l’impianto.

   A CONTI FATTI È IL 50% DI POSTI DI LAVORO IN MENO. «Il punto fermo del progetto, purtroppo, è che la Jindal farà acciaio con il forno elettrico. Dico purtroppo perché è un sistema che dà meno occupazione», dice a Linkiesta il sindaco di Piombino, Massimo Giuliani. «Ringrazio il dottor Jindal per lo sforzo economico che sta mettendo in atto. Ma voglio far notare che è una scelta in controtendenza con quello che avviene in Germania, dove si sta riprendendo a costruire altoforni. Noi ne avremmo uno vicino a un porto commerciale, cosa che non è comune».

   Per il migliaio di lavoratori che ha davanti la prospettiva di perdere il lavoro, aggiunge il primo cittadino, le prospettive di assorbimento potrebbero arrivare dal porto, sia nel sistema logistico che grazie allo sviluppo della parte commerciale, e dallo smantellamento dei siti industriali, almeno per un paio d’anni.

   C’è anche l’ipotesi di un museo dell’industria. «Vorremmo conservare una tradizione nella siderurgia che è secolare. La prima acciaieria a Piombino risale al 1864, 150 anni fa. Le prime testimonianze di lavorazione del ferro risalgono all’epoca etrusca e il museo ripercorerrebbe un percorso di tremila anni di storia».

   Allo stato attuale, il prossimo passaggio sarà l’accordo preliminare di vendita, che dovrà avvenire attorno al 15 di ottobre, anche se la data potrà slittare perché Jintal ha necessità di rifare il perimetro delle aree. Dal giorno del preliminare di vendita ci saranno 90 giorni per le discussioni e gli accordi sindacali. La discussione partirà dall’acquisto dei laminatoi, ma i sindacati chiedono che nei 90 giorni si arrivi a un accordo per tutte le aree.

Tutto ruota attorno al gas

Tutto questo dipenderà da un punto ancora in sospeso: quello del prezzo del gas. I forni ad arco elettrico alimentati con preridotto hanno necessità, per funzionare, di una elevatissima quantità di gas. Per questo sono stati sviluppati in Paesi in cui la fonte energetica è a basso costo. Negli Stati Uniti il prezzo al metro cubo è di 10-12 centesimi di euro, in Italia di 35 centesimi.

   «Perché l’investimento sia redditizio è necessario che il prezzo scenda a circa 20 ventesimi», dice Gabrielli. Come si arrivi al risultato non è chiaro, dato che incentivi statali sarebbero considerati aiuti di Stato e passibili di sanzioni dall’Ue. Il problema del gas è un problema di costi, aggiunge il sindacalista, mentre la discussione sulla necessità di utilizzare il rigassificatore «non c’entra con la questione». E che non si tratti di dettagli lo dice un precedente sinistro. «Abbiamo avuto un’esperienza negativa con lo stabilimento siderurgico della Magona, a Piombino. Era gestita da Arcelor Mittal e aveva un problema di gas a un costo eccessivo. E Arcelor ha perso il laminatoio».

   Su questo punto, dice il sindaco Giuliani, per ora non ci sono stati contatti con il ministero dello Sviluppo economico. «Ci muoveremo – racconta – per capire le possibilità di incentivi da parte del governo o per trovare altre forme di risparmio. Il problema del gas, infatti, non è solo il costo elevato, ma che il prezzo oscilla. Vogliamo vedere se ci sono strade per lavorare sul potere di acquisto, anche in ambito privato». In questo contesto rientra pienamente l’utilizzo del rigassificatore. «Ci sono soluzioni che stiamo analizzando – si limita a dire il sindaco -, abbiamo strutture poco utilizzate che stiamo analizzando».

   Giuliani ritiene invece che sia “improbabile” la costituzione di un impianto Corex per alimentare il forno ad arco elettrico, in aggiunta al preridotto. Le due misure sono da considerarsi alternative. La scelta sarà, dunque, tra un piano che prevede un alto consumo di gas e un piano che preveda il ricorso al carbone, la materia prima del Corex. In questo secondo caso sarebbe probabile anche la costruzione di una centrale a carbone, dall’impatto ambientale non trascurabile.

A TERNI BATTAGLIA SUL FILO DI LANA

L’energia è stata uno dei temi trattati anche nella vicenda della Thyssenkrupp di Terni. Qui il futuro degli Acciai Speciali di Terni (Ast) è appeso a un filo molto esile. Il 7 e 8 ottobre ci sono stati incontri al ministero dello Sviluppo economico per scongiurare la messa in mobilità di 550 lavoratori sui 2.800 dello stabilimento, come previsto dal piano di ThyssenKrupp.

   La multinazionale tedesca ha da tempo deciso di uscire dalla produzione degli acciai speciali. Nel 2012 stabilisce di vendere il comparto e la finlandese Outokumpu si dice disponibile a comprare. Ma l’accordo è bocciato dall’antitrust europeo, per abuso di posizione dominante.

   I finlandesi, se vogliono comprare la Inoxium e gli stabilimenti di Krefeld e Bochum, devono rinunciare a Terni. Le acciaierie umbre tornano alla ThyssenKrupp, che non sa che cosa farsene. Dalla società tedesca si fa capire che il ritorno della proprietà sarà provvisorio e si prospetta un nuovo piano industriale che ridurrebbe la capacità produttiva potenziale da 1,6 milioni a 900mila tonnellate.

   Ad agosto arriva la procedura di mobilità per 550 persone e un piano di risparmi che prevede risparmi per 100 milioni in tutte le aree di attività. A settembre la procedura di mobilità viene sospesa, fino al 5 ottobre, e comincia un periodo di trattative tra sindacato, Mise e azienda.

   Per ora non ci sono però risultati positivi, come conferma Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl. Nell’incontro dell’8 ottobre «sono stati presenti il ministro Federica Guidi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, segno che si è alzato il livello di rappresentanza politico-istituzionale – commenta -.

   Stanno lavorando a un testo in equilibrio tra le esigenze delle parti, ma l’equilibrio è ancora lontano». Il sindacalista dopo l’incontro del 7 ottobre aveva detto: «c’’è la possibilità che si scenda alla metà e forse al di sotto del numero di 550 esuberi. Per noi è essenziale che la produzione rimanga superiore al milione di tonnellate, con due forni accesi e in marcia, invece che con un forno solo».

La svolta sull’energia elettrica

Tra i passi avanti del tavolo c’è quello che riguarda l’energia elettrica che alimenta i forni, assieme al rottame. Non si tratta di incentivi, sottolinea con forza Bentivogli, perché dopo la legge “salva Alcoa” non c’è più uno sconto che paga lo Stato, anche per i paletti europei.

   Si sta invece lavorando, aggiunge, «perché si rivedano i contratti con i fornitori e perché si usino gli strumenti virtuosi previsti per gli energivori, prima tra tutti quelli dell’interconnector e della interrompibilità». Sono due strumenti non nuovissimi. L’interconnector è previsto dal 2009. In parole povere, si dà la possibilità alle aziende energivore di costruire nuove linee di interconnessione con l’estero, per potere acquistare energia alle tariffe estere, inferiori rispetto a quelle italiane.

   La norma prevede che fino al 2015 le imprese possano godere del meccanismo dell’import virtuale: possono cioè acquistare dall’estero a prezzi minori, come se le linee di interconnessione fossero state costruite. L’interrompibilità è uno strumento che esiste invece da molto prima. È la possibilità per le aziende di farsi pagare dal sistema se sono disposte a essere distaccate in caso di necessità, per motivi di sicurezza. Con questi due strumenti, secondo Bentivogli, il risparmio è pari a circa 6 milioni di euro. Non briciole, ma non qualcosa che possa compensare un taglio severo come quello da 100 milioni deciso da ThyssenKrupp. (Fabrizio Patti)

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ACCIAO E INQUINAMENTO: COME PRODURRE IN MODO PULITO?

IL CICLO DELL’ACCIAIO

di Giorgio Nebbia, Geologia dell’Ambiente, 22, (2), 11-15 (aprile-giugno 2014)

   Di questi tempi l’acciaio non ha buona fama in Italia. Il “caso Taranto”, cioè la scoperta del grave inquinamento provocato dallo stabilimento Ilva ex Italsider, ha messo in discussione la produzione dell’acciaio, ma anche più in generale i “danni” dell’industrializzazione. Non c’è dubbio che la produzione di acciaio non si svolge in un salotto, ma non c’è dubbio che l’acciaio è e resterà tutto intorno a noi, ci piaccia o no. E’ presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più “verdi” ed “ecologiche”. La sua produzione ha accompagnato il “progresso” non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale ed umano.

   Già quasi trenta secoli fa i nostri predecessori avevano scoperto che il ferro esisteva in molte pietre e rocce diffuse sul pianeta, combinato con altri elementi, ossigeno, zolfo, carbonio, silicio, eccetera; il ferro non si trova libero sulla superficie del pianeta perché reagisce facilmente con l’acqua e molti gas atmosferici. I primi metallurgisti avevano capito che si sarebbe potuto ottenere il ferro, un metallo duro e resistente, scaldando le rocce con carbone; infatti il carbonio del carbone “porta via” l’ossigeno dagli ossidi e libera ferro più o meno puro.

   Il ferro fuso, ottenuto trattando i minerali con carbone, risultava di cattiva qualità, ferraccio; più tardi è stato chiarito che il ferraccio, poi chiamata ghisa, contiene piccole (circa dal 3 al 5 %) quantità di carbonio, responsabile della fragilità delle leghe ferro-carbonio, e che un ferro molto migliore, l’acciaio, si ottiene proprio ossidando quella piccola quantità di carbonio in modo da ottenere delle leghe ferro-carbonio con meno di 1 % di carbonio.

   La storia degli ultimi trecento anni dell’acciaio è stata segnata da una serie di innovazioni, da continui perfezionamenti dell’altoforno, alla sostituzione del carbone di legna, come riducente del minerale, con il carbone fossile, poi a sua volta sostituito dal carbone coke, ai perfezionamenti della trasformazione del ferro dolce e della ghisa in acciaio per ossidazione a caldo, dapprima nel convertitore Bessemer, poi in quelli di Martin e Siemens, capaci di trasformare in acciaio sia ghisa sia rottami, al processo di trattamento della ghisa e del rottame con ossigeno puro, all’introduzione del forno elettrico per fondere i rottami di ferro,

Oggi 1550 milioni di tonnellate di acciaio sono prodotti nel mondo principalmente mediante due processi; quello al forno elettrico (circa 30 % della produzione mondiale) e quello a ciclo integrale (circa 70 % della produzione mondiale).

   Il ciclo integrale, quello seguito a Taranto, inizia con il trasporto delle materie prime, minerali di ferro e carbone, e il loro deposito in parchi da cui i venti sollevano polveri che ricadono nelle zone vicine all’acciaieria. Il carbone fossile è trasformato nel più resistente carbone coke per riscaldamento in assenza d’aria ad alta temperatura; al fianco del coke (circa due terzi del peso originale del carbone trattato), si forma una massa di prodotti volatili costituiti da gas, liquidi e solidi.

   Questi in parte sono utilizzati come fonti di energia nello stesso impianto, in parte sono costituiti da residui che contengono molecole varie come idrocarburi aromatici policiclici, alcuni cancerogeni, fra cui il tristemente noto benzopirene, uno dei cancerogeni più potenti, che sfuggono anche ai filtri e finiscono nell’aria e nel suolo circostante. Il coke viene poi miscelato con il minerale di ferro in un processo di agglomerazione, anche questo fonte di polvere e di sostanze organiche fra cui membri della famiglia delle diossine e dei benzofurani, alcuni cancerogeni; anche questi dispersi nell’aria.

   La fase successiva consiste nella riduzione del minerale negli alti forni, nei quali l’agglomerato è caricato dall’alto mentre una corrente di aria calda attraversa l’agglomerato dal basso all’alto del forno; l’ossigeno dell’aria reagisce con il coke, lo trasforma in ossido di carbonio, un gas riducente che “porta via” l’ossigeno dagli ossidi di ferro trasformandosi in anidride carbonica. Dal fondo dell’altoforno allo stato fuso, esce il ferro impuro di carbonio (la ghisa), e una massa fusa di silicati, le “loppe”. Dall’alto del forno esce una miscela di gas e polveri che in parte sfuggono ai filtri e rappresentano la quarta importante fonte di inquinamento dell’intero processo.

   La ghisa viene trattata, insieme a rottami, nei convertitori in cui una corrente di ossigeno “porta via” dalla ghisa il carbonio residuo e la trasforma in acciaio fuso. Anche qui, come negli altiforni, si formano polveri e residui solidi, le loppe, che in parte trovano qualche impiego nei cementifici e in parte finiscono nelle tanto contestate discariche, altre fonti di inquinamento del suolo e delle acque: una quinta fonte di nocività. Tutto questo è ben noto ai cittadini di Taranto.

   IL CICLO SIDERURGICO INTEGRALE, QUINDI, È EFFICIENTE, MA ALTAMENTE NOCIVO PER I LAVORATORI E PER L’AMBIENTE CIRCOSTANTE ed è tanto più “sporco” quanto più scadenti sono le tecniche di manutenzione e depurazione. Al punto che l’esercizio dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’Italia, con una capacità produttiva di una diecina di milioni di tonnellate all’anno e la movimentazione di una quantità ancora superiore di materie prime e di scorie, vecchio ormai di 50 anni, ha suscitato una protesta popolare che in parte si traduce in UNA CONTESTAZIONE CONTRO “L’ACCIAIO”. Tale contestazione crea una dolorosa frattura fra lavoratori, che temono per il proprio posto di lavoro, loro stessi inquinati dentro la fabbrica, e la popolazione, comprese le famiglie dei lavoratori, inquinate per le sostanze nocive che escono dalla fabbrica.

   Ci si è allora chiesti se non è possibile ottenere acciaio, di cui c’è crescente bisogno nel mondo, con una ulteriore svolta tecnologica. Il vice commissario dell’Ilva Edo Ronchi ha così suggerito di ricorrere ad una tecnologia già sperimentata altrove, consistente nell’accorciare il ciclo usando IL METANO come agente riducente del minerale. Questo gas, abbondante in natura, è costituito da un atomo di carbonio e quattro atomi di idrogeno, tutti adatti per “portare via” l’ossigeno dal minerale; si ottiene così UN FERRO PRERIDOTTO adatto per essere raffinato nei convertitori ad ossigeno, insieme a rottami.

   Il processo comporta PROBLEMI DI COSTI, MONETARI ED ENERGETICI, tecnologici (radicale trasformazione dell’acciaieria e modifiche delle strutture portuali), tecnico-scientifici perché l’efficacia dipende dalla qualità dei minerali di ferro e dalla qualità dell’acciaio che verrebbe prodotto e anche ambientali perché nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

   L’economia e la termodinamica sembrano favorevoli e NEL MONDO GIÀ CIRCA 60 MILIONI DI TONNELLATE DI ACCIAIO SONO PRODOTTI OGNI ANNO CON L’IMPIEGO DI METANO; il processo è oggetto di continui perfezionamenti e di analisi per valutare l’inquinamento che comporta e che esiste, anche se molto minore di quello esistente con il ciclo basato sul carbone.

   Come tutte le altre transizioni tecnologiche che si sono verificate nel passato, LA TRASFORMAZIONE DELLE ATTUALI ACCIAIERIE CON L’INTRODUZIONE DEL CICLO BASATO SUL METANO INCONTRA DECISE OPPOSIZIONI. Innanzitutto da coloro che dovrebbero affrontare nuovi investimenti finanziari. Contro l’acciaio al metano sono prevedili opposizioni da parte delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone. Nel mondo circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale e gli ingenti profitti di queste attività verrebbero ridotti a favore dei produttori, esportatori e trasportatori di metano.

   I vantaggi sembrano peraltro riconoscibili; innanzitutto sul piano umano, sociale e ambientale, grazie alla diminuzione dell’inquinamento; verrebbe così attenuata la giusta protesta popolare contro l’attuale “acciaio”, e potrebbero venirne una migliore confidenza con la tecnologia da cui dipende l’occupazione; sul piano dell’occupazione, inoltre, si avrebbero positive ricadute nelle fasi di innovazione e ricerca e di costruzione e installazione dei nuovi impianti.

   Per ora il discorso è soltanto iniziato, ma tutto induce a credere che la sopravvivenza della siderurgia italiana possa essere meglio assicurata da una trasformazione tecnologica basata sul metano. E’ perciò auspicabile che si passi dalla fase di idea e proposta ad una seria analisi interdisciplinare delle attuali conoscenze sulla preriduzione, anche nei loro aspetti di geopolitica: da dove acquistare minerali di ferro e di quale qualità, dove approvvigionarsi del metano, tenendo conto che finora la preriduzione è stata vista come un processo da utilizzare nelle vicinanze delle miniere, con esportazione di ferro preridotto, per cui al paese importatore resterebbe soltanto la fase finale della produzione di acciaio. Si tratta di SCELTE INFLUENZATE ANCHE DALLA FUTURA DISPONIBILITÀ DI ROTTAMI, PREVEDIBILMENTE IN AUMENTO.

   La transizione potrebbe incentivare quella innovazione tecnologica di cui tanto si parla, anche con il coinvolgimento delle Università, e comunque non potrebbe avvenire per bacchetta magica. Non so come finirà; si tratta di una occasione per coinvolgere, come mai è stato fatto in passato, la popolazione nei dettagli del processo, delle quantità e dei caratteri delle materie che verrebbero ad attraversare Taranto; una occasione per effettuare una “valutazione dell’impatto ambientale” preventiva, con la partecipazione della popolazione, ben diversa dalle affrettate valutazioni o autorizzazioni finora fatte a disastri avvenuti.

   Comunque, a mio modesto parere, anche solo l’aver formulato l’idea di un cambiamento, ha stimolato un dibattito e destato un briciolo di speranza per un futuro in cui Taranto conservi la sua tradizione industriale e operaia, l’occupazione e in cui si muoia di meno di mali ambientali. (Giorgio Nebbia)

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PER SAPERNE DI PIU …SU ACCIAIERIE (E INQUINAMENTO):

http://it.wikipedia.org/wiki/Ilva

https://geograficamente.wordpress.com/2012/08/17/il-caso-ilva-a-taranto-nel-dilemma-tra-salute-e-lavoro-noi-dobbiamo-scegliere-la-salute-ma-nella-fortuna-collocazione-geografica-mediterranea-di-taranto-non-e-il-caso-di-individuare-svil/

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L’autrice di “ACCIAIO” e Piombino: “La Lucchini trasformò la mia vita, ora l’altoforno si spegne”

IL MONDO D’ACCIAIO CHE NON VEDRÒ PIÙ

di SILVIA AVALLONE, 25/4/2014, da “il Corriere della Sera”

   Sono trascorsi quasi sei anni dall’estate in cui cominciai il primo capitolo di Acciaio. Era il giugno del 2008, e non avevo idea di quanto scrivere quella storia mi avrebbe cambiata, alla pari di un innamoramento folle che lascia cicatrici. Sapevo solo di voler raccontare, con tutta la mia forza, quella storia e nessun’altra.Acciaio-di-Silvia-Avallone1

   Ero tornata a Piombino per costeggiare in macchina il perimetro della Lucchini, per osservarla dalla Tolla, da dove potevo abbracciarla dall’alto con un solo sguardo, prendendo appunti.

   Con il sole che arroventava ruggine e capannoni, i chilometri di strade che uniscono reparto e reparto; e di notte, quando il rumore sordo saliva sul promontorio assediando il silenzio, e i fuochi delle ciminiere assomigliavano a minacciose presenze di un girone dantesco.

   Ero tornata per conoscerla, per addentrarmici, per tentare di svelarla, sfidandola e rispettandola attraverso le parole, come si fa di fronte ai misteri, alle cose grandi. Sono passati anni da quelle indagini sul campo: dalle fotografie scattate da una barchetta al largo del parco minerario, dalle lunghe interviste agli operai, ai piccoli eroi cresciuti, estate dopo estate, insieme a me.

   Oggi mi trovo a duecentocinquanta chilometri di distanza, seduta in cucina con il giornale aperto. Sulla pagina rimbomba la notizia, il titolo lapidario: «Lucchini, l’ultima notte dell’altoforno». Distolgo lo sguardo perché mi fa male. Rileggo, perché non posso distrarmi.

   Non so se siano tanti o pochi, sei anni. Non è quantificabile, per me, quest’arco di tempo in cui così tanti destini si sono intrecciati: il mio, di ventiquattrenne che desiderava raccontare una storia di lavoro nell’epoca in cui «lavoro» è diventato parola fragile e minacciata, e quello dei tanti lettori che l’hanno amata, o detestata o fieramente combattuta, e infine il loro, il più importante di tutti i destini: quello delle acciaierie Lucchini e delle persone che decennio dopo decennio l’hanno messa in moto, benedicendola, difendendola, a volte maledicendola anche.

   Fu l’Ilva al tempo dei nonni. Poi diventò «la Lucchini». O, più semplicemente, «la Fabbrica». Una lei, una madre nel bene e nel male, che raccoglie tra le sue braccia imponenti cielo, terra, mare, 2.500 persone più l’indotto, e tutti i figli e le mogli che aspettano che papà torni a casa. Era, e forse non sarà più.

   La notizia che continuo a fissare parla chiaro, detiene il tono tirannico dell’irrevocabilità: c’è un mondo che sta finendo. C’è un’era, quella della grande industria che ha forgiato la Storia dei secoli scorsi, che si sta estinguendo. E, accanto a questa fine, non c’è un inizio.

   C’è solo fine, solo la disperazione di chi quella Storia ha continuato a costruirla fino a oggi, nonostante le incertezze, i pericoli, le difficoltà. A costo della vita, a volte, e della salute. Con il proprio sudore, con la forza delle braccia, con la dignità guadagnata ogni giorno, nei turni di primo, di secondo e di notte.

   Il mio sguardo corre sulla superficie delle frasi e non le accetta. Si incaglia lì, su una parola diversa da tutte le altre, su tre lettere che non sono più cronaca, ma qualcosa che comincia a farmi tremare le mani e il mento, perché là dentro ci sento la voce delle persone che ho conosciuto, ci trovo un pezzo di mondo e un pezzo della mia vita a cui non voglio dire addio.

   «Afo», Afo 4. Fu la torre spaventosa e regale che mi si parò di fronte quando arrivai a Piombino la prima volta. Avevo cinque, sei anni al massimo, e il profilo dell’altoforno che svettava nel cielo dominando l’intero promontorio mi s’impresse negli occhi con la potenza di un’apparizione. Crescendo, «Afo» diventò il nome del «mostro» da canzonare in spiaggia, da venerare scherzosamente, da prendere in giro per dissimulare la paura.

   Ricordo i racconti in cerchio sopra gli asciugamani a Perelli. Ragazzi che da poco si erano diplomati, e già avevano cominciato a lavorare. Erano fiumi in piena: di coraggio, di entusiasmo, di energia. La fabbrica era la trincea, ogni giorno una sfida. Come nei film, come nei colossal americani. E Afo era il super-cattivo, il più forte di tutti. Ma anche una divinità da temere e da ammirare insieme, come Prometeo, come Vulcano. È lui, la chiave. Il cuore pulsante. Il grembo dove tutto ha inizio. È maschile, ma assomiglia a una gigantesca urna incandescente. Un’ampolla. L’antro di un fiore impollinato. Afo era la parola lanciata da un motorino in corsa, era la vita al suo stato di massima fiorescenza.

   E poi c’erano gli adulti. I padri di famiglia con lo zaino preparato la sera prima. C’era l’orgoglio di una vita intera trascorsa nel giusto, il poter essere d’esempio per i propri figli. C’era un mondo che non ha mai finito di generare in me fascino, curiosità, ammirazione. Il mondo di una materia che non esiste in natura, che è merito dell’uomo che la forgia.

   Il regno delle navi, delle guerre del Novecento, delle automobili e delle rotaie in tempo di pace, delle posate a tavola allineate a fianco dei piatti. Il nostro mondo, quello ordinario di tutti noi, comincia lì, dall’altoforno numero 4, l’unico rimasto in funzione negli anni duemila. Io quel mondo l’ho conosciuto quando era già in declino, a cavallo dei millenni, scivolato come ogni altra fabbrica d’Italia sulla china della crisi e della dimenticanza.

   È anche per questo che, tra le decine di storie in cui mi sono imbattuta, ho scelto quella come l’inizio di tutto. Come il contrario dell’ultima notte scritta in stampatello sul titolo di giornale. Perché non volevo che quel mondo finisse. Non così, non «addormentando» Afo come un corpo a cui si somministra un’iniezione letale, un’eutanasia che non lascia spazio a ritorni.

   Accetto la fine solo se c’è un inizio che cova al suo interno. Se è in atto un processo di metamorfosi, se a vecchia vita ne subentra di nuova. Ricordo il pensiero di un mio personaggio, quando di colpo si trova a vaticinare il destino delle acciaierie. Dice che sarebbero finite come il Colosseo, ruderi pieni di gatti. Questa frase appartiene al romanzo, e ho sempre pensato che la realtà non l’avrebbe mai avverata.

   L’ultima cosa che avrei immaginato, sei anni dopo, era leggere sul giornale che una notte d’aprile Afo 4 sarebbe stato reso innocuo e sterile, forse per sempre. Senza vie d’uscita, senza alternative. Come se si potesse chiudere così un’era, dismettere senza ricostruire. Come se la storia, l’identità, le lotte, la dignità di migliaia di persone potessero passare dallo stato di ciò che esiste a quello di ciò che non esiste più.

   Se sei nato e cresciuto respirando la fine di un’epoca, hai il dovere di immaginare e costruire quella che verrà dopo. Di legarle senza produrre fratture, sanando le faglie in cui si rischia di precipitare. Ricordo un giovane padre che con il sorriso pieno d’orgoglio mostrava al figlio di quattro anni attraverso la rete, da lontano, il carroponte su cui lavorava.

   Legare padri e figli, legare le epoche, legare la storia del lavoro. L’acciaio è una lega, ed esige legami. Esige da tutti noi la stessa solidarietà, lo stesso impegno, la stessa forza di chi lo produce per far sì che la storia continui. Che la storia sia vita, non sopravvivenza appena, non precipizio e oblio. (Silvia Avallone)

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SE LA MULTINAZIONALE ARRIVA DA UN PAESE EMERGENTE

di Elisa Giuliani e Roberta Rabellotti, da LA VOCE.INFO del 13/11/2014 (http://www.lavoce.info/ )

– Sempre più imprese dei paesi emergenti investono in Europa. Si diffonde così il timore di un comportamento predatorio delle multinazionali, con trasferimento di conoscenze verso la case madre senza alcun beneficio per l’economia locale. Ma uno studio mostra che i vantaggi possono essere reciproci. –

GLI INVESTIMENTI DEI PAESI EMERGENTI

Sempre più imprese dei paesi emergenti investono in Europa generando preoccupazioni rispetto al loro impatto sulle economie locali. I dati macroeconomici confermano il ruolo crescente dei paesi emergenti nei flussi d’investimenti diretti mondiali.

   Secondo l’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development), gli Ide verso i Brics – BRASILE, RUSSIA, INDIA, CINA e SUD AFRICA – hanno continuato a crescere anche durante la crisi finanziaria, raggiungendo il 20 per cento del totale mondiale, pari a 263 miliardi di dollari nel 2012.

   Ma il dato più interessante è che a crescere sono anche gli Ide effettuati da multinazionali dei paesi emergenti: sono passati da 7 miliardi di dollari (circa l’1 per cento sui flussi a livello mondiale) nel 2000 a 126 miliardi nel 2012 (corrispondenti al 9 per cento).

   Una quota rilevante di questi investimenti va verso i paesi sviluppati (circa il 42 per cento dello stock) e in particolare verso l’Unione Europea (34 per cento). La stampa internazionale dedica grande attenzione al crescente ruolo che stanno assumendo i fondi sovrani d’investimento sia dei Brics, che di altri paesi come il Qatar o il Kuwait.

   Ma non sono solo le manovre dei fondi sovrani a destare preoccupazione, anche le imprese private e pubbliche (soprattutto nel caso della Cina) sono sempre più attive nel mercato europeo – cosa che apre interrogativi su quale sia l’impatto di questi investimenti e se la loro crescita debba realmente allarmare l’Europa.

   È vero che queste multinazionali si comportano in maniera predatoria e, dunque, acquisiscono le imprese europee per appropriarsi dei loro asset strategici (tecnologia, marchi e brevetti, eccetera) per poi chiuderle o ridimensionarle, generando così effetti negativi per l’occupazione e la crescita in Europa?

   I timori sono supportati da evidenza empirica, oppure si tratta solo di notizie basate su casi sporadici, mentre in realtà gli Ide da parte dei paesi emergenti possono anche avere effetti positivi nell’economia dei paesi che li ricevono?

   Un recente articolo, pubblicato su International Business Review analizza gli investimenti verso il settore meccanico in Italia e Germania. È stato scelto questo settore perché rappresenta la principale destinazione degli Ide manifatturieri per l’Italia e la seconda (dopo il settore chimico) per la Germania.

   Lo studio mostra che effettivamente alcune multinazionali emergenti assumono un comportamento di tipo predatorio. Tuttavia, si osservano anche investimenti che generano benefici sia per gli investitori sia per le economie che li ricevono. Infatti, le multinazionali emergenti, se comparate con quelle dei paesi sviluppati nello stesso settore, tendono maggiormente a instaurare relazioni con le reti d’innovazione locali e a generare situazioni di tipo win-win, nelle quali gli effetti di learning coinvolgono sia gli investitori sia le economie riceventi.

TRE TIPI DI SUSSIDIARIE

Lo studio si basa sui risultati di un questionario somministrato con interviste dirette a un campione d’imprese che comprende multinazionali che hanno compiuto investimenti di tipo greenfield (creazione di nuovi impianti) e acquisizioni nel settore meccanico in Italia e in Germania, delle quali 23 sono sussidiarie di multinazionali dei paesi emergenti (25 per cento del totale: 34 e 58 sussidiarie rispettivamente in Italia e Germania) e 24 sussidiarie di multinazionali provenienti da paesi avanzati (2 per cento del totale: rispettivamente 492 e 784 sussidiarie).

   Con il questionario sono state raccolte informazioni in primo luogo sulla direzione dei flussi di conoscenza (tecnologica, organizzativa, commerciale) tra le sussidiarie e le rispettive case madri, e in secondo luogo sul livello d’integrazione delle sussidiarie con l’economia locale – in particolare sulle collaborazioni in progetti innovativi con attori locali, quali altre imprese, università o centri di ricerca.

   Su questa base, sono stati identificati TRE GRUPPI DI MULTINAZIONALI. In primo luogo, lo studio identifica le sussidiarie definite “passive” poiché nello svolgimento delle loro funzioni dipendono quasi completamente dal trasferimento di conoscenza e di altri asset strategici provenienti dalla casa madre, e dunque dimostrano poca autonomia nel perseguire attività innovative locali, che comunque non conducono alla generazione di reti d’innovazione nei territori nei quali si insediano.

   Nel nostro campione, questa tipologia è molto più comune tra le imprese dei paesi avanzati – probabilmente perché le prime hanno raggiunto una posizione consolidata nei paesi ospitanti e non ritengono necessario vivacizzare l’operato delle loro sussidiarie.

   La nostra ricerca rivela al contempo che effettivamente esiste un gruppo di sussidiarie “predatrici”, così definite perché cercano di appropriarsi di tecnologie avanzate acquistando imprese nei paesi europei e trasferendo la conoscenza acquisita alla casa madre nei paesi di origine, senza contribuire all’economia locale.

   Lo studio mostra come, nel campione analizzato, sia più probabile che sia una multinazionale emergente a comportarsi da predatrice rispetto a una sussidiaria proveniente da paesi avanzati. C’è tuttavia anche un altro tipo di imprese di cui normalmente non si parla, nello studio definite “a duplice impatto. Anche queste sussidiarie, ancora una volta molto più numerose tra le multinazionali emergenti rispetto a quelle dei paesi avanzati, sono interessate ad acquisire tecnologia.

   Tuttavia, sono diverse dalle sussidiarie “predatrici”, poiché sono coinvolte nelle reti locali d’innovazione e cooperano intensamente con aziende e università del territorio. Attraverso questi legami a livello locale creano occasioni di learning mutuo: i lavoratori, i fornitori e le università locali sono fonte di conoscenza per le case madri, ma a loro volta gli attori locali possono trarre vantaggio dall’interazione con le multinazionali, sia in termini di nuove opportunità di mercato, che di acquisizione d’informazioni strategiche per lo sviluppo di nuovi prodotti e modelli di management che possano avere successo nei paesi emergenti.

   Dalle interviste effettuate appare che i manager locali delle imprese acquisite percepiscono questa come una forma di cooperazione win-win, piuttosto che come una situazione di sfruttamento della conoscenza locale da parte d’investitori con un atteggiamento di tipo “take and leave”.

L’IMPATTO DELLE IMPRESE DEI PAESI EMERGENTI

In sintesi, i risultati dello studio mostrano che gli investimenti delle multinazionali provenienti da paesi emergenti hanno talvolta un carattere predatorio, ma possono anche avere effetti positivi sull’economia dei paesi riceventi, laddove i manager delle imprese acquisite riescano a promuovere uno scambio di conoscenze e di esperienze innovative che connettano la multinazionale con il contesto locale.

   Inoltre, anche le imprese che risiedono vicino alle sussidiarie “a duplice impatto” – e che con queste interagiscono, per esempio attraverso rapporti di fornitura – possono provare ad accedere alle nuove opportunità di mercato offerte dai mercati emergenti in forte espansione e a trarre così vantaggio dagli inesorabili cambiamenti del mercato globale. Insomma, parafrasando Virgilio “(non) timeo Danaos et dona ferentes”, ovvero (non) temo gli stranieri soprattutto quando possono portare benefici. (Elisa Giuliani e Roberta Rabellotti)

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“A Buell, in Pennsylvania, il sogno americano prende la ruggine accanto alle fabbriche chiuse e alle acciaierie dimesse. Il lavoro che se ne va lascia dietro di sé una comunità in cui la fine del sogno di una nazione si ripete, ogni giorno, nei sogni infranti dei suoi abitanti. Come quelli di Isaac English: vent'anni, timido, insicuro, ha il cervello di un genio ma il college rimane un sogno da quando la madre si è suicidata e lui, qualche tempo dopo, ha tentato di imitarla. Sarebbe morto se non l'avesse salvato Billy Poe. Billy, da parte sua, non è molto sveglio, ma in compenso è grande e grosso: a scuola era un campione di football tanto da guadagnarsi una borsa di studio per l'università. Andarsene avrebbe significato stare alla larga dai guai ma ad abbandonare sua madre e la baracca in cui vivono non ce l'ha proprio fatta. Poi un giorno, dopo anni passati ad accudire il padre invalido, Isaac decide di scappare di casa e partire per la California. Appena fuori città si imbatte nell'amico Billy e quando scoppia un temporale decidono di ripararsi in un capannone abbandonato: l'incontro con tre senzatetto darà inizio a un'imprevedibile catena di eventi che segneranno per sempre le vite di Isaac, Billy e degli altri personaggi.” (da RUGGINE AMERICANA, di PHILIPP MEYER, ediz. Einaudi, euro 13.50)
“A Buell, in Pennsylvania, il sogno americano prende la ruggine accanto alle fabbriche chiuse e alle acciaierie dimesse. Il lavoro che se ne va lascia dietro di sé una comunità in cui la fine del sogno di una nazione si ripete, ogni giorno, nei sogni infranti dei suoi abitanti. Come quelli di Isaac English: vent’anni, timido, insicuro, ha il cervello di un genio ma il college rimane un sogno da quando la madre si è suicidata e lui, qualche tempo dopo, ha tentato di imitarla. Sarebbe morto se non l’avesse salvato Billy Poe. Billy, da parte sua, non è molto sveglio, ma in compenso è grande e grosso: a scuola era un campione di football tanto da guadagnarsi una borsa di studio per l’università. Andarsene avrebbe significato stare alla larga dai guai ma ad abbandonare sua madre e la baracca in cui vivono non ce l’ha proprio fatta. Poi un giorno, dopo anni passati ad accudire il padre invalido, Isaac decide di scappare di casa e partire per la California. Appena fuori città si imbatte nell’amico Billy e quando scoppia un temporale decidono di ripararsi in un capannone abbandonato: l’incontro con tre senzatetto darà inizio a un’imprevedibile catena di eventi che segneranno per sempre le vite di Isaac, Billy e degli altri personaggi.” (da RUGGINE AMERICANA, di PHILIPP MEYER, ediz. Einaudi, euro 13.50)

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