OBAMA DA NOBEL: regolarizzati 5 milioni di «INDOCUMENTADOS»: sospese le espulsioni per chi è entrato nel paese prima di avere 16 anni e per i genitori di cittadini americani – Gli STATI UNITI e la difficile questione dell’immigrazione da Sud – E IN ITALIA con l’immigrazione da Sud? Finita MARE NOSTRUM resta solo la cinica LEGGE DEL MARE

STATI UNITI. Sfida al GOP (Grand Old Party, il partito repubblicano) con decreto: REGOLARIZZATI 5 MILIONI DI «INDOCUMENTADOS». Saranno SOSPESE LE PROCEDURE DI ESPULSIONE per i prossimi due anni nei confronti DI CHI È ENTRATO NEL PAESE PRIMA DI AVERE 16 ANNI E PER I GENITORI DI CITTADINI AMERICANI. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 (da “Il Manifesto” del 22/112014)
STATI UNITI. Sfida al GOP (Grand Old Party, il partito repubblicano) con decreto: REGOLARIZZATI 5 MILIONI DI «INDOCUMENTADOS». Saranno SOSPESE LE PROCEDURE DI ESPULSIONE per i prossimi due anni nei confronti DI CHI È ENTRATO NEL PAESE PRIMA DI AVERE 16 ANNI E PER I GENITORI DI CITTADINI AMERICANI. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 (da “Il Manifesto” del 22/112014)

   Quella che Obama ha annunciato giovedì 20 novembre è una specie di sanatoria parziale per gli immigrati clandestini: che in realtà è solo una semplice sospensione dei rimpatri forzati per quelle persone, per lo più di etnia ispanica, del Centro e Sud America, che vivono e lavorano negli Usa da più di 5 anni e hanno figli che risiedono legalmente in America o ne sono cittadini, essendo nati nel Paese (negli Stati Uniti vige lo jus soli, cioè chi nasce lì è cittadino americano). Un intervento annunciato da tempo, che si applica solo a poco più di un terzo degli immigrati illegali (4 o 5 milioni, su 11) e che arriva dopo due anni di inutili tentativi del Congresso di far passare questa sanatoria.

   Ma, lo stesso, nonostante tutti i limiti, il suo significato di apertura verso quelli immigrati che non si possono non riconoscere come appartenenti alla vita degli USA (essendo lì, semi-clandestinamente, da tempo) è qualcosa di grande significato politico, culturale, morale.

BARACK OBAMA, in camicia e cravatta, senza giacca, seduto sulla sua scrivania e non alla poltrona presidenziale, annuncia giovedì 20 novembre alcuni punti del suo piano per la RIFORMA DELL'IMMIGRAZIONE perché, dice, come tutti sanno, il sistema è rotto
BARACK OBAMA, in camicia e cravatta, senza giacca, seduto sulla sua scrivania e non alla poltrona presidenziale, annuncia giovedì 20 novembre alcuni punti del suo piano per la RIFORMA DELL’IMMIGRAZIONE perché, dice, come tutti sanno, il sistema è rotto

   5 degli 11 milioni di clandestini negli Stati Uniti, genitori di cittadini e altre figure legali che avranno non passaporto o diritto di voto, ma solo la garanzia (ancora flebile) di non essere cacciati. Molti appunto vivono da decenni in America, pagando tasse, lavorando, in una esistenza kafkiana, col terrore che un controllo banale li cacci.

   E’ stato lo stesso Obama a dare le cifre nel discorso di giovedì 20 novembre che annunciava questa apertura agli immigrati. Metà vivono in que­sto paese da oltre 10 anni e un terzo sono pro­prie­tari della pro­pria casa; i loro figli finora potevano sì lau­rearsi ma non lavo­rare legal­mente, nes­suno di loro poteva viag­giare all’estero senza avere l’incubo di non essere più ammessi “in patria”.

   Sicuramente ha contato, nella “grande”, coraggiosa iniziativa di Obama, la pres­sione della lobby ispa­nica che nel 2012 aveva con­tri­buito non poco alla sua rie­le­zione senza otte­nere le riforme promesse. Probabilmente, nella logica politica elettorale, un tentativo presidenziale di recuperare il voto dei giovani e, appunto, in particolare, gli ispanici che lo hanno ora abbandonato nelle ultime elezioni per il Congresso (le cosiddette “ele­zioni mid­term”, di metà del secondo mandato presidenziale, perse in modo netto da Obama in favore dei repubblicani). E’ anche probabile che da adesso, per gli ultimi due anni di mandato, ci sarà una “guerra totale” dei repubblicani che bloccherà il parlamento americano.

   Obama, che non ha nulla da perdere, si muove allora tra progetti annunciati all’inizio di tipo umanitario, sociale (con la priorità della riforma sanitaria, cioè una sanità per tutti; adesso il riconoscimento seppur parziale degli immigrati che ci sono nel Paese; e anche sui temi ambientali una certa apertura)

   A proposito di ambiente, Obama, qualche settimana fa, ha aggiunto un’altra offensiva contro i repubblicani: ha siglato un buon PATTO SULL’AMBIENTE con il leader cinese Xi Jinping, promettendo contemporaneamente 3 miliardi di dollari al fondo ecologico Onu.

   Ma per tornare al tema della clandestinità forzata di questi immigrati che da anni vivono negli Stati Uniti, la fine dell’essere condannati a vivere nell’ombra significa che avranno vite più stabili e sicure; avranno l’opportunità di essere co-protagonisti della vita americana nel lavoro, nella cultura, nel sociale, nella vita comunitaria. Pertanto un provvedimento, quello di Obama, di grande levatura morale e concretezza nel far uscire persone dalle difficoltà.

Più di mille chilometri di muro dividono gli Stati Uniti dal Messico (su un confine di totali 3.141 chilometri), impedendo (specie nel deserto messicano dove le entrate potrebbero essere più “facili”) l’arrivo negli Stati Uniti di immigrati dal Sud
Più di mille chilometri di muro dividono gli Stati Uniti dal Messico (su un confine di totali 3.141 chilometri), impedendo (specie nel deserto messicano dove le entrate potrebbero essere più “facili”) l’arrivo negli Stati Uniti di immigrati dal Sud

   Resta il doloroso dramma della pressione alla frontiera con il Messico (3.412 chilometri di linea di confine): poveri, miserabili, dell’America centrale che cercano di entrare negli USA. Di contrappeso alla semi-regolarizzazione di 5 milioni di immigrati, è probabile che Obama e i democratici dovranno promettere ancora più mano dura ai tentativi di ingresso negli USA. Situazioni generali drammatiche di povertà che chiederebbero un intervento globale, della politica che si riconosca in un Governo Mondiale.

   A proposito dei tentativi di entrare negli Stati Uniti di persone ispaniche dal Messico, la scorsa estate sulla fron­tiera Usa si sono river­sate nuove ondate di immigrati, sta­volta però in particolare di mino­renni, giovanissimi, partiti dai loro paesi da soli, pro­vo­cando situazioni di sfruttamento e mafie in azione ancora più forti contro di loro, ragazzi abbandonati a se stessi.

   E’ ad esempio l’argomento di un film-documento uscito un anno fa, LA GABBIA DORATA (LA JAULA DE ORO è il titolo originale), di un regista messicano (Diego Quemada-Diez) che se potete vedere (è anche in dvd) nella fiction documenta in modo inesorabile il contesto di quell’impossibile difficile viaggio da Sud dell’America al nord sognato degli Stati Uniti, tra viaggi a piedi, o su treni merci sovraccarichi sopra il tetto dei vagoni (è l’immagine più ricorrente), criminali che ne approfittano delle giovani vittime, e per i pochi che arrivano al confine tra Messico e Stati Uniti, la necessità di superare il muro fatto erigere in questi anni dalle varie amministrazioni presidenziali (Clinton, i Bush) per impedire l’arrivo negli Stati Uniti di masse di poveri.

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Dal 1° novembre sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un'operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue - onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d'azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest'ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un'area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia
Dal 1° novembre sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

   In questo post, nella seconda parte, trattiamo anche la problematica dell’immigrazione verso il nostro Paese e l’Europa, attraverso il Mediterraneo. Dal 1° novembre non c’è più l’operazione “MARE NOSTRUM”, sostituita da un’operazione europea (TRITON) che nulla ha a che vedere con l’efficacia di Mare Nostrum per quanto riguarda le vite salvate. Ancora una volta l’Europa mostra la sua mediocrità e incapacità di gestire i grandi problemi di questo tempo (e l’Italia, una volta tanto che aveva dimostrato capacità e coraggio, si adagia nel declino europeo). (s.m.)

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OBAMA DA NOBEL: IN 5 MILIONI DA INVISIBILI A AMERICANI

di Angela Vitaliano, da “il Fatto Quotidiano” del 21.11.14

– Decreto del presidente Usa per regolarizzare i clandestini in gran parte latino-americani – In tutto gli irregolari sono oltre 11 milioni –

New York – Lo aveva detto all’indomani delle elezioni di medio termine del 5 novembre, che avevano regalato la maggioranza al senato ai repubblicani, che avrebbe smesso di essere “Mr nice guy”, il presidente “gentile” alla continua ricerca di accordi bipartisan. Barack Obama, prima della scadenza di gennaio, in cui il Congresso diventerà dominio esclusivo del Gop, deve agire e farlo in fretta per sbloccare almeno alcune delle questioni che gli stanno più a cuore. Come l’immigrazione, con quel progetto di riforma che da troppi mesi, anzi anni ormai, giace al Congresso senza, ormai, nessuna speranza che su di esso si raggiunga un accordo.

   PER QUESTO, ieri sera (il 20/11, ndr), in un attesissimo messaggio alla nazione, andato in onda su tutti i principali network, nella fascia di prima serata, il presidente ha annunciato che, utilizzando il suo potere esecutivo, come la costituzione gli garantisce di fare, agirà da solo autorizzando personalmente delle modifiche che consentiranno a circa cinque milioni di immigrati senza documenti di restare negli Stati Uniti e regolamentare la propria posizione.

   La metà circa rispetto a quei quasi undici milioni di illegali ai quali, la sua riforma, avrebbe consentito finalmente una vita dignitosa e alla luce del sole; una metà che, però, in un paese sempre più in preda alla solita vena anti-migratoria dei conservatori, ha il sapore di una grande vittoria.

   I primi che potranno tirare un sospiro di sollievo sono i clandestini i cui figli sono nati in America o hanno una green card per altri motivi; sicuramente potranno aspirare alla cittadinanza tutti i “dreamers”, vale a dire i giovani arrivati qui clandestinamente da piccoli e che, però, hanno sempre studiato arrivando addirittura al college.

   INUTILE DIRE che a beneficiare dei cambiamenti introdotti dal presidente saranno coloro che, negli anni, non hanno mai infranto la legge e contribuito con il proprio lavoro al benessere delle proprie comunità. Dovrebbero essere esclusi, sfortunatamente, da questa prima grande sanatoria, i clandestini che non hanno legami con minori in possesso di carta verde o dei requisiti per averla.    E se Bill Clinton – da ex presidente e marito del prossimo probabile candidato democratico alla Casa Bianca nel 2016, Hillary – ha salutato positivamente la decisione di Barack Obama come un suo diritto indiscutibile, i repubblicani hanno dichiarato guerra (di nuovo) a colui che hanno definito “l’Imperatore degli Stati Uniti”. Un “imperatore” che, giusto in tempo per il Ringraziamento, cambierà, finalmente, la vita a cinque milioni di esseri umani. (Angela Vitaliano)

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OBAMA, AVANTI TUTTA SULL’IMMIGRAZIONE

di  Luca Celada, da “IL MANIFESTO” del 22/11/2014

– Stati Uniti. Sfida al Gop (Grand Old Party, il partito repubblicano, ndr) con decreto: regolarizzati 5 milioni di «indocumentados». Saranno sospese le procedure di espulsione per i prossimi due anni nei confronti di chi è entrato nel paese prima di avere 16 anni e per i genitori di cittadini americani. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 –

LOS ANGELES – Rin­trac­ciare milioni di per­sone, arre­starle e depor­tarle non è un obbiet­tivo rea­li­stico e non rispec­chia chi siamo come ame­ri­cani. Da oggi se rien­trate nei nostri cri­teri potete uscire dall’ombra e vivere liberi». Così Barack Obama, ex sena­tore dell’Illinois, e dichia­rato ammi­ra­tore di Abra­ham Lin­coln, ha eman­ci­pato gli immi­grati clan­de­stini d’America. Il suo discorso alla nazione, tra­smesso gio­vedì sera a reti uni­fi­cate radio/tv e online, verrà ricor­dato come uno dei momenti chiave della sua pre­si­denza che, per quanto ampia­mente anti­ci­pato, ha pro­vo­cato il pre­vi­sto ter­re­moto poli­tico a Washington.da lettera 43

I numeri

Nel discorso pro­nun­ciato gio­vedì alla Casa bianca, riba­dito ancora ieri in una appo­sita tappa in Nevada, Obama ha pre­messo che l’America è un paese di immi­grati. «Per 200 anni l’immigrazione ci ha man­te­nuto una nazione gio­vane, dina­mica e impren­di­to­riale» ha detto, aggiun­gendo, «il sistema però ora è incri­nato», ricor­dando che attual­mente risie­dono negli Usa oltre 11 milioni di immi­grati non in regola. Di que­sti, metà vivono in que­sto paese da oltre 10 anni e un terzo sono pro­prie­tari della pro­pria casa. I loro figli pos­sono even­tual­mente lau­rearsi ma non lavo­rare legal­mente, nes­suno di loro può viag­giare all’estero spe­rare di rien­trare a casa.

   Per i pros­simi due anni il decreto annun­ciato da Obama sospende le pro­ce­dure di espul­sione nei con­fronti di chi è entrato nel paese prima di avere 16 anni e di coloro che sono geni­tori di cit­ta­dini ame­ri­cani. In Ame­rica dove vige lo ius soli quest’ultima cate­go­ria com­prende ben 4 milioni di per­sone. In tutto circa 5 milioni di per­sone potranno richie­dere l’amnistia a patto di essere incen­su­rati e pagare retroat­ti­va­mente le tasse.

I pre­ce­denti

In pas­sato decreti simili sono stati pro­mul­gati da altri pre­si­denti, com­presi Rea­gan e George W. Bush, ma la por­tata dell’azione di Obama è senza pre­ce­denti per ampiezza, come ine­dita è stata anche l’asprezza dei toni con cui l’annuncio è stato accolto. Come pre­an­nun­ciato i repub­bli­cani hanno accu­sato Obama di abuso di uffi­cio e pro­cli­vità impe­riali per la deci­sione uni­la­te­rale presa, per di più all’indomani di una cocente scon­fitta nelle ele­zioni vinte dai conservatori.

   Da canto suo Obama non ha man­cato di redar­guire ripe­tu­ta­mente l’opposizione che da anni blocca ogni ten­ta­tivo di riforma nel Con­gresso: «Ai repub­bli­cani che con­fu­tano la mia auto­rità in mate­ria dico: appro­vate una legge e non vi sarà più biso­gno di decreti».

   Obama, che non ha pro­mul­gato una riforma sull’immigrazione all’inizio del suo primo man­dato quando i demo­cra­tici erano in mag­gio­ranza in camera e senato, ha in seguito cer­cato di nego­ziarne una con i repub­bli­cani. All’inizio del 2013 era sem­brato che un accordo potesse essere pos­si­bile con un com­pro­messo bipar­ti­san nego­ziato al senato fra demo­cra­tici e repub­bli­cani mode­rati. Ma alla camera i fal­chi nella maggioranza repub­bli­cana hanno fatto muro. «Per un anno e mezzo hanno impe­dito che il dibat­tito fosse messo all’ordine del giorno» ha ricor­dato Obama che nella spe­ranza di tro­vare un accordo aveva man­dato migliaia di nuovi agenti alla fron­tiera meri­dio­nale e mol­ti­pli­cato le deportazioni.

Oppo­si­zione all’attacco

Non è bastato a pla­care i repub­bli­cani, soprat­tutto quando la scorsa estate sulla fron­tiera si sono river­sate nuove ondate, sta­volta di mino­renni non accom­pa­gnati, pro­vo­cando una crisi uma­ni­ta­ria nei cen­tri d’accoglienza e una crisi di nervi nella lea­der­ship repub­bli­cana.

   Il copione ormai noto in molti paesi ha pro­dotto epi­sodi come quello di MUR­RIETA, CIT­TA­DINA DELL’HINTERLAND CALI­FOR­NIANO, dove la popo­la­zione ha pre­si­diato per giorni il cen­tro di acco­glienza desi­gnato nelle vici­nanze, assal­tando a sas­sate i tor­pe­doni che tra­spor­ta­vano donne e bam­bini pro­fu­ghi.

   In que­sto e altri casi i lea­der della pro­te­sta hanno asse­con­dato gli istinti più truci della base gri­dando all’invasione e addos­sando la colpa all’eccessivo per­mis­si­vi­smo di Obama. Dal campo oppo­sto sul pre­si­dente mon­tava la pres­sione della lobby ispa­nica che nel 2012 aveva con­tri­buito non poco alla sua rie­le­zione senza otte­nere le riforme promesse.

   Con l’avvicinarsi delle ele­zioni mid­term le pos­si­bi­lità di accordo si sono ulte­rior­mente ristrette dato che anche i demo­cra­tici sono stati ben con­tenti di allon­ta­nare un argo­mento sco­modo dalle cam­pa­gne elet­to­rali. Il risul­tato delle ele­zioni ha infine estinto anche gli ultimi bar­lumi di spe­ranza dato che molti repub­bli­cani consi­de­rano che il trionfo elet­to­rale avvalli la linea dura in mate­ria di immi­gra­zione.

   La deci­sione di Obama è dun­que matu­rata nel momento in cui su que­sto argo­mento il pre­si­dente «uscente» non ha più niente — o comun­que molto meno — da per­dere. In parte si tratta di un ten­ta­tivo di for­zare la mano al Con­gresso quando ancora riman­gono alcune set­ti­mane prima che si insedi la mag­gio­ranza «bica­me­rale» repub­bli­cana.

   Quello che evi­den­te­mente mira­vano a impe­dire le minacce repub­bli­cane che nei giorni scorsi ave­vano defi­nito il pro­getto «ese­cu­tivo» di Obama un «avve­le­na­mento del pozzo» e «un drappo rosso agi­tato davanti ad un toro».

Verso le presidenziali

Die­tro alle frasi d’effetto si celano le mano­vre di avvi­ci­na­mento alle pre­si­den­ziali del 2016, con in palio l’elettorato ispa­nico, quello desti­nato a cre­scere più di ogni altro nel pros­simo decen­nio. Un argo­mento subito arti­co­lato da Michelle Bach­man già can­di­data pre­si­den­ziale del Tea Party del Min­ne­sota, che con con­sueta deli­ca­tezza ha par­lato di «orde anal­fa­bete» impor­tate dai demo­cra­tici per rim­pin­zare i seggi elet­to­rali.

   È la dina­mica politico-demografica del «Grey vs. Brown» desti­nata a con­trap­porre sem­pre più spesso il gio­vane e cre­scente elet­to­rato «latino» a una popo­la­zione bianca sem­pre più anziana ed esigua.

Se non vor­ranno essere tagliati fuori dalla «deriva demo­gra­fica» i repub­bli­cani sanno bene che saranno obbli­gati prima o poi ad affron­tare l’argomento al di là delle ester­na­zioni popu­li­ste.

   Inol­tre uno dei van­taggi con­creti dell’economia ame­ri­cana rispetto alle sta­gnanti Europa e Giap­pone è chia­ra­mente la capa­cità di assi­mi­la­zione dell’immigrazione per sup­plire all’invecchiamento della popolazione pen­sio­nata. Alcuni set­tori in par­ti­co­lare ne sono del tutto dipen­denti: l’agricoltura e all’altro estremo, l’alta tec­no­lo­gia come dimo­stra l’enorme forza lavoro spe­cia­liz­zata (pre­va­len­te­mente asia­tica) impor­tata da Sili­con Val­ley. Due indu­strie chiave dello stato più popo­loso, la Cali­for­nia, e della sua van­tata «ottava eco­no­mia mon­diale» che si regge su una forza lavoro in mag­gio­ranza ispa­nica di cui oltre due milioni vive nella clandestinità.

   Intanto però i repub­bli­cani si tro­vano a dover deci­dere quale rispo­sta imme­diata dare allo «schiaffo» di Obama. Oltre al ten­ta­tivo, impro­ba­bile, di impea­ch­ment o even­tual­mente la que­rela in corte fede­rale, un’ipotesi ripe­tu­ta­mente ven­ti­lata riguarda un nuovo shut­down ovvero il rifiuto di appro­vare il bilan­cio che por­te­rebbe alla para­lisi delle fun­zioni fede­rali prima della fine dell’anno.

   Una tat­tica già impie­gata l’anno scorso che aveva però pro­dotto un crollo dei gra­di­menti Gop (Grand Old Party, il partito repubblicano, ndr) nei son­daggi. In alter­na­tiva potreb­bero bloc­care selet­ti­va­mente finan­zia­menti a pro­grammi sociali e ostruire nuove nomine. La prima a farne le spese potrebbe vero­si­mil­mente essere Loretta Lynch, la can­di­data libe­ral desi­gnata da Obama a suc­ce­dere al mini­stro della giu­sti­zia dimissionario Eric Hol­der; il voto favo­re­vole in par­la­mento sul suo conto appare improv­vi­sa­mente assai meno probabile.

   La bat­ta­glia è appena comin­ciata. Per ora è acqui­sito che Obama per una volta ha pre­fe­rito la guerra aperta al muro con­tro muro. Di sicuro ha iniet­tato un’inedita verve nella stasi poli­tica che aveva para­liz­zato Washington. (Luca Celada)

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LA SVOLTA DI OBAMA E L’EUROPA OSTAGGIO DI TROPPI VELENI

di Gianni Riotta, da “la Stampa” del 22/11/2014

NEW YORK – II presidente americano Barack Obama rompe con i repubblicani e forza sulla riforma dell’emigrazione. Il premier britannico David Cameron vede il secondo seggio parlamentare conservatore conquistato dai populisti di UK Independence Party. Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, attende ottimista l’esito delle elezioni regionali in Emilia-Romagna.

   Nell’autunno 2014, il ceto medio è schiacciato dalla crisi, vede il benessere compromesso e carica a testa bassa, ovunque, contro globalizzazione ed immigrati. Da noi imputata è «l’Europa!», in America «Washington!».

   Identico il capo di accusa, anziché pensare ai cittadini comuni, lavoratori stritolati da tecnologia e tasse, la Politika regala privilegi agli emigranti. Poco importa che l’America stenti a trovare cervelli per le sue aziende (un terzo dei laboratori di Silicon Valley è stato fondato da emigranti), meno che in Europa non ci sia una logica comune per l’emigrazione.

   Il dibattito pubblico, affievolite le voci moderate nella cacofonia estremista online, si avvelena: «Ci rubano il lavoro». Un tackle del presidente Obama darà una qualche, esigua, forma di sicurezza a circa 5 dei 13 milioni di clandestini negli Stati Uniti, genitori di cittadini e altre figure legali che avranno non passaporto o diritto di voto, ma solo la garanzia flebile di non essere deportati. Molti vivono da decenni in America, pagando tasse, lavorando, in una esistenza kafkiana, col terrore che un controllo banale li scacci.

   Contano sul silenzio ipocrita di una nazione che ne usa il lavoro e non ne riconosce il volto. Anche presidenti repubblicani, Reagan e Bush, hanno provato ad alleviarne le sofferenze, ma senza una riforma radicale.

   Obama ha deciso invece di muoversi unilateralmente. Sbaragliato alle elezioni di midterm dai repubblicani, il presidente vuoi spendere i 24 mesi che gli restano a Washington per definire la propria eredità storica. Sigla un buon PATTO SULL’AMBIENTE con il leader cinese Xi Jinping, promette 3 miliardi di dollari al fondo ecologico Onu, va ALL’OFFENSIVA contro i repubblicani – che controllano il Congresso – SULL’EMIGRAZIONE.

   Eletto per sgominare la «politica dei gladiatori», si rassegna al Colosseo-Parlamento. Mitch McConnell, leader dei senatori repubblicani, reagisce «Basta negoziati, la muleta rossa è davanti al toro». Obama sa che solo un terzo degli elettori ha votato a midterm, record negativo dal 1942, e conta di mobilitare con ecologia e compassione sociale indipendenti, giovani e ispanici che lo hanno abbandonato. Cita Scritture e America crogiolo di emigranti, ma dietro la retorica commovente il calcolo è di gelida politica.

   Al prezzo di bloccare per due anni il Parlamento, questa sarà la conseguenza del forcing, Obama spera nelle tre consecutive amministrazioni democratiche, sogno che elude il partito dai tempi di Roosevelt-Truman 1948. Ne varrà la pena? Vedremo, ma ne dubitano perfino compagni di strada del Presidente: per ora aspettatevi un autunno-inverno di guerriglia.

   Che i repubblicani esagerino nelle invettive di «illegalità», e «impeachment» contro Obama è risaputo (e pagheranno lo scotto), che il Presidente non sappia negoziare altrettanto evidente. La politica Usa resta grippata. Obama cede la maschera di Amleto indeciso al premier Cameron. Aveva dipinto Ukip di Nigel Farage come un branco di dilettanti e prima s’è visto sfilare il seggio di Clacton da Douglas Carswell, poi – pur impegnandosi personalmente nelle elezioni – il seggio di Rochester and Strood, da Mark Reckless, conservatori transfughi in Ukip.

   Cameron non ha una politica precisa, vorrebbe governare da illuminato liberale, ma se i populisti lo assediano scarta ombroso a destra. LA GRAN BRETAGNA È ORMAI DUE PAESI, COME L’ITALIA. La grande zona metropolitana-finanziaria di Londra, con i satelliti urbani, ricca e integrata nell’economia del XXI secolo, contro le periferie delle città e rurali, che non si sono riavute dalla crisi della manifattura e languono. Là Farage avanza. Né ci sono buone notizie per i laburisti di Miliband: una sua ministro ombra s’è dimessa per un tweet snob contro i quartieri popolari sintomo di una sinistra troppo aristocratica.

   Su questo umore, identico tra Stati Uniti ed Europa, scommette Salvini della Lega, che si sta muovendo col fiuto tattico del Bossi giovane (la Lega Nord, che sembrava ko per la corruzione, risolve con successo il tema della successione al fondatore, grazie alla malleveria del governatore Bobo Maroni, solo partito finora nel centrodestra). Salvini fa Pantieuropeo, sfrutta l’estremismo della sinistra becera, che non si cura mai dei nomadi se non servono come sfondo di incidenti, attacca i banchieri, prova a raccogliere il voto dei delusi dall’impotenza di Beppe Grillo. Vedremo se farà saltare il banco. Il premier Matteo Renzi, miglior animale politico che ci sia in giro, fiuta Pariaccia incombente. Se lo stimato ministro tecnocrate Padoan attacca l’Europa, contestando al Financial Times come superati e fasulli i criteri per determinare l’equilibrio fiscale italiano, non è caso, né mattana. È segno che Renzi non cederà di un centimetro la piazza antieuropea a Berlusconi, Salvini o Grillo. Il mondo, per ora, va così. (da www.riotta.it )

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DIAMO UN’OCCASIONE AI BAMBINI D’AMERICA

di Paul Krugman, dal NEW YORK TIMES del 22/11/2014 (ripreso da “la Repubblica”)

   IL TENEMENT MUSEUM, nel Lower East Side a Manhattan, è uno 1 dei posti che amo di più a New York. Si tratta di un edificio che risale alla guerra civile,e che nel corso deglianni ha accolto varie ondate di immigrati: molti appartamenti sono stati restaurati e riportati all’aspetto originario che avevano nelle varie epoche, dal 1860 agli anni Trenta (quando l’edificio fu dichiarato inagibile). Sono rimasto colpito dall’appartamento dei Baldizzi risalente al 1941.

   Quando l’ho descritto ai miei genitori, entrambi hanno esclamato: «Sono cresciuto in quell’appartamento!». Gli immigrati di oggi, infatti, sono uguali, nelle aspirazioni e nel comportamento, a come erano i miei nonni: persone alla ricerca di una vita migliore che in linea generale hanno finito col trovare.

   È per questo motivo che sono entusiasta e favorevole nei confronti della nuova iniziativa del presidente Barack Obama per l’immigrazione. È una questione di dignità umana. E nient’altro. Con ciò non intendo dire di essere favorevole alle frontiere aperte, né che lo sia la maggior parte dei progressisti.

   Una delle motivazioni più importanti la si scopre proprio nell’ appartamento dei Baldizzi: è la foto di Franklin Delano Roosevelt appesa a una parete. Il New Deal rese l’America una terra migliore, ma è probabile che non sarebbe stato così, in mancanza delle restrizioni all’immigrazione entrate in vigore dopo la Prima guerra mondiale.

   Senza tali restrizioni, infatti, prima di tutto ci sarebbero state (legittime o meno) contestazioni contro la marea di persone in arrivo in America. Libertà totale di immigrazione avrebbe significato, per i lavoratori peggio retribuiti in America, non essere cittadini a tutti gli effetti e non poter votare. Una volta entrate in vigore le restrizioni all’immigrazione, e ottenuta la cittadinanza, questa categoria di immigrati senza diritto di voto e in fondo alla piramide sociale si è rimpicciolita, invece, contribuendo a creare le premesse politiche necessarie a dar vita a una rete di sicurezza sociale più forte.

   È vero: l’immigrazione di persone con basse qualifiche ha qualche effetto al ribasso sui salari, ma le prove disponibili al momento suggeriscono che si tratta di un effetto contenuto. Ci sono dunque questioni difficili da affrontare in tema di politica migratoria. Amo ripetere che se non vi sentite in conflitto con queste tematiche, in voi ci deve essere qualcosa di sbagliato.

   Ma riguardo a una cosa non dovete sentirvi in conflitto: l’affermazione secondo cui dovremmo offrire un trattamento dignitoso ai bambini che sono già qui e che sono americani sotto tutti i punti di vista. Ed è proprio su questo punto che si concentra l’iniziativa di Obama.

   Di chi stiamo parlando? Prima di tutto in questo Paese c’è oltre un milione di giovani arrivati qui – sì, illegalmente – nell’infanzia e che qui hanno sempre vissuto da allora. In secondo luogo, ci sono molti bambini nati qui, e ciò li rende automaticamente cittadini statunitensi, con i medesimi diritti di cui godete voi e godo io, ma i loro genitori sono entrati da clandestini e possono esserne legalmente espulsi.

   Che cosa dovremmo fare di queste persone e delle loro famigli? Ci sono forze che vorrebbero farci utilizzare il pugno di ferro, stanare i clandestini ed espellere i giovani residenti non nati in America, ma che non hanno mai avuto altra casa al di fuori dell’America. Vorrebbero che espellessimo i genitori privi di documenti di bambini americani e costringessimo i bambini ad andarsene o a restare e cavarsela da soli.

Tutto ciò non accadrà. In parte perché come nazione non siamo crudeli. Perché questo giro di vite esigerebbe direttive da stato di polizia. E, mi duole dirlo, perché il Congresso non intende spendere i soldi necessari a un simile piano. In pratica, i bambini senza documenti e i genitori senza documenti di bambini che hanno diritto di restare in America non andranno da nessuna parte.

   La vera domanda da porci, quindi, è in che modo intendiamo trattarli. Continueremo con l’attuale sistema, negando loro i comuni diritti e lasciando che vivano sotto la minaccia dell’espulsione? O li tratteremo invece come compatrioti, come americani quali già sono?

Dovremmo procedere con senso di umanità anche solo per interesse personale. I figli degli immigrati di oggi sono i lavoratori, i contribuenti e i vicini di casa che avremo in futuro. Condannarli a vivere nell’ombra significa che avranno vite meno stabili e sicure; non avranno l’opportunità di acquisire competenze e istruzione, e quindi di contribuire all’economia e rivestire un ruolo positivo nella società. Evitare di intervenire è autolesionistico.

   Per quanto mi riguarda, i soldi non mi interessano e neppure gli aspetti sociali. Ciò che interessa davvero è il senso di umanità. I miei genitori hanno potuto avere la vita che hanno avuto perché l’America, malgrado tutti i pregiudizi dell’epoca, fu disposta a trattarli come esseri umani. Offrire quel medesimo tipo di trattamento ai bambini degli immigrati dei nostri tempi è una decisione pragmatica, ma è altresì – in modo sostanziale – la cosa giusta da fare. Plaudiamo dunque al presidente che ha deciso di farlo. (Paul Krugman, traduzione di Anna Bissanti)

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IMMIGRATI, OBAMA TIRA DRITTO

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 22/11/2014

– È già caccia ai voti del 2016 – Scontro durissimo con i repubblicani anche sulla riforma sanitaria –

NEW YORK – Dopo la sconfitta elettorale di due settimane fa, Barack Obama riconquista il centro della scena politica con un discorso alla nazione nel quale annuncia una sanatoria parziale per gli immigrati clandestini (in realtà una semplice sospensione dei rimpatri forzati) che vivono e lavorano negli Usa da più di 5 anni e hanno figli che risiedono legalmente in America o ne sono cittadini, essendo nati nel Paese. Un intervento annunciato da tempo, che si applica solo a poco più di un terzo degli immigrati illegali (4 milioni su 11) e che arriva dopo due anni di inutili tentativi del Congresso di riformare la spinosa materia: i parlamentari non sono riusciti a trovare una soluzione di compromesso.

   Nonostante ciò la reazione dei repubblicani è durissima: per il senatore Ted Cruz, Obama si comporta da imperatore mentre per il leader della Camera, John Boehner, il presidente ha adottato un provvedimento illegale in spregio del Parlamento. In realtà misure giuridicamente simili, anche se di portata più limitata, sono state varate in passato da quasi tutti i suoi predecessori compresi tre presidenti repubblicani: Eisenhower, Reagan e Bush padre.

   Ma i leader della destra non sentono ragioni e, tanto per far capire quanto sarà infuocato il clima nei prossimi mesi, APRONO UN SECONDO FRONTE SULLA SANITÀ: ieri il gruppo repubblicano alla Camera ha denunciato il governo davanti alla Corte distrettuale di Washington accusandolo di abuso di potere nell’attuazione di «OBAMACARE».

   Quella riforma ha avuto fin dall’inizio vita difficilissima, col rifiuto di molti Stati, quelli governati da una maggioranza conservatrice, di adottare le misure necessarie per attuarla. Ma le nuove regole sono state comunque introdotte. In modo illegittimo, sostengono ora i repubblicani secondo i quali Obama sta regalando 175 miliardi di dollari alle compagnie assicurative: in pratica i contributi che verranno versati in dieci anni dal governo per coprire le spese sanitarie delle famiglie a basso reddito che, in base alla riforma, hanno ottenuto polizze assicurative sussidiate dallo Stato.

   Anche sul provvedimento a favore degli immigrati clandestini è prevedibile una pioggia di ricorsi giudiziari. Il primo a denunciare Obama è stato lo sceriffo arciconservatore dell’Arizona, Joe Arpaio, famoso per le sue prigioni «low cost», coi detenuti che dormono in tenda nel deserto. E molti altri sceriffi accusano il governo di diffondere un messaggio di tolleranza verso il crimine quando non, addirittura, di aprire una falla nella lotta contro il terrorismo.

   Obama aveva messo in conto la dura reazione repubblicana. Per lui lo smacco è venuto, semmai, dalla decisione delle grandi reti televisive — Nbc , Abc e Cbs — di non trasmettere il suo messaggio alla nazione (come hanno fatto, invece, le reti via cavo Cnn e Fox e quelle ispaniche, Univision e Telemundo ). La Casa Bianca ha protestato menzionando il precedente di un messaggio di George Bush del 2007 che fu teletrasmesso da tutti nonostante fosse meno rilevante. Ma le reti hanno obiettato che allora il messaggio era «bipartisan», mentre quella di oggi è una mossa politica.

   Per i grandi «broadcaster» Obama sta già facendo campagna elettorale in vista del voto del 2016. Considerazione non infondata: una componente elettorale nelle decisioni di Obama sicuramente c’è. Coi repubblicani sempre più forti tra i maschi bianchi, soprattutto negli Stati dell’interno, i democratici scommettono, oltre che sulle donne, sulle minoranze a cominciare da quella ispanica, la più consistente e dinamica. Comunità che stanno diventando decisive, e non solo in California o sulla costa atlantica. In Texas, ad esempio, nel 2016 ci saranno 900 mila elettori ispanici e solo 185 mila bianchi in più. (Massimo Gaggi)

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Il FILM sugli adolescenti del centro-sud Americana che tentano di arrivare degli USA

LA GABBIA DORATA

Il viaggio nel cuore di tenebra dei ragazzi che sognano l’America

– In Messico sui tetti dei treni: il film-verità di Quemada-Diez –

(di Paolo Mereghetti, dal Corriere.it del 6/11/2013)

   Se il cinema è una finestra aperta sul mondo, La gabbia dorata di Diego Quemada-Diez ci mostra qualcosa da cui forse vorremmo distogliere gli occhi, ma che sarebbe dovere di tutti conoscere. È cinema della realtà, cinema autentico, girato tra persone vere, dentro situazioni concretissime, dove la macchina da presa ritrova una delle sue funzioni primarie: mostrare qualcosa che non si conosce, alzando il sipario su un mondo ignorato.LA GABBIA DORATA

   Quello al centro del film, opera prima di un ex assistente alla fotografia che ha lavorato per Ken Loach e Isabel Coixet e come operatore alla macchina per Alejandro Gonzáles Iñárritu, è il mondo che scoprono tre adolescenti guatemaltechi decisi a lasciare la povertà in cui vivono per cercare lavoro negli Stati Uniti. Un viaggio che li costringe ad attraversare il Messico e che si rivelerà ben più drammatico di quanto potessero immaginare.

   Poche, efficacissime scene ci fanno fare la conoscenza di Sara, Juan e Samuel. Vediamo la ragazza tagliarsi i capelli e fasciarsi i seni per perdere la propria identità sessuale e aiutata da un cappellino cercare di passare per un maschio; osserviamo Juan nascondere nella fodera dei pantaloni i dollari che ha guadagnato e poi andare a prendere Samuel (un fratello? solo un amico?) mentre sta cercando di recuperare qualche cosa di utilizzabile in una gigantesca discarica a cielo aperto.

   Praticamente non c’è una sola battuta di dialogo, non scopriamo niente della loro vita o delle loro famiglie, ma in fondo sono informazioni che non servono: i tre vengono da un passato che vogliono solo dimenticare per sperare in una vita nuova e il regista (che ha scritto la sceneggiatura dopo un lavoro di ricerca e documentazione che è durato diversi anni) vuole limitarsi alla pura «registrazione» delle loro azioni. Bastano gli sguardi segnati dalla vita e dalla miseria per farci capire quello che le parole avrebbero solo reso a rischio retorica.

   Al primo ostacolo—la polizia messicana li arresta, ruba i loro miseri averi e li rimanda in Guatemala — Samuel abbandona il viaggio, ma il terzetto si riforma grazie all’incontro con Chauk, un indio di cultura Tzotzill, che neppure parla lo spagnolo. Juan lo vede come un possibile antagonista nel suo rapporto con Sara ma è proprio la ragazza ad accorgersi che lo sguardo a metà indifeso e a metà magico di quel ragazzo nasconde un’umanità autentica e si impone al compagno coinvolgendolo nel viaggio verso la frontiera statunitense.

   Un viaggio che per la maggior parte si svolge sui tetti dei vagoni merci che attraversano il Paese e che Quemada-Diez ci restituisce in tutta la sua epica quotidiana, fatta di sofferenza, privazioni ma anche di pericoli e tragedie. Perché quei treni sono spesso il bersaglio di bande di ladri e di mercanti di donne che bloccano i convogli in zone desertiche e costringono tutti i viaggiatori a consegnare i loro pochi averi, catturando le donne per indirizzarle verso i bordelli clandestini di cui il Messico è ricco. Per non parlare di chi, con la scusa di offrire un momentaneo lavoro, li consegna in mano a banditi ancor più crudeli, pronti a uccidere se nessuno (solitamente chi li aspetta negli Stati Uniti) non si impegna a pagare una qualche forma di riscatto.

   Ma quello che in un film di «avventure » potrebbero assomigliare a delle belle trovate di sceneggiatura per aumentare la tensione, qui si rivela per quello che è veramente: il volto vero e tragicamente quotidiano di una società dove sembra esistere solo la sopraffazione della forza e delle armi. Perché il regista, che si è fatto raccontare queste situazioni da chi le ha davvero attraversate, le restituisce sullo schermo senza il minimo orpello spettacolare, preoccupato solo di trasmettere tutto il dramma di chi è condannato ad accettare in silenzio il sopruso e l’umiliazione. Non c’è nemmeno la «tragedia darwiniana» del più forte che sopravvive al più debole: la vita di questi disperati migranti è legata al caso, alla fortuna, alla disperazione, alla speranza.

   A un certo momento un raggio di umanità e di morale illumina le azioni di qualcuno (si vedrà nel film come e quando) ma è un comportamento che trova una giustificazione solo nel barlume di umanità che un adolescente può portare dentro di sé. È l’unico momento «positivo» di tutto il film, che il caso (e la cattiveria degli uomini) si incaricheranno di vanificare. A Quemade- Diez non interessava dirigere un film che alla fine offrisse un qualche prevedibile happy ending, voleva solo immergere lo spettatore nella realtà senza difese o protezioni: per questo ha scelto solo attori non professionisti (tutti i ragazzi sono bravissimi) e per questo ha raccontato una storia «normale », come ne succedono ogni giorno in Messico e al confine con gli Stati Uniti. Perché solo così poteva girare un film vero. E indimenticabile. (Paolo Mereghetti)

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LIMITI E CONFINI: IL BOARDER WALL TRA MESSICO E USA

di Elisabetta Stomeo, dal sito BloGlobal – Osservatorio di politica internazionale – 25/3/2014http://www.bloglobal.net/

   Nel suo discorso annuale tenuto il 14 gennaio del 1963 davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, il Presidente John Fitzgerald Kennedy definì il muro di Berlino come “il muro della vergogna”, simbolo del fallimento del comunismo.

   In netto contrasto con la tesi di Vico sui corsi e ricorsi storici, nel 1994 il Presidente Bill Clinton diede inizio a quella che venne chiamata Operation Gatekeeper (ribattezzata in Messico Operación Muerte), con cui si approvò la costruzione di una barriera di separazione tra San Diego (California) e Tijuana (Messico); l’obiettivo dichiarato fu quello di riprendere il controllo della frontiera e contenere – se non impedire – l’immigrazione illegale ed il traffico di armi e droga, garantendo, in tal modo, un’efficace tutela della sicurezza dei cittadini statunitensi, vessati dagli innumerevoli episodi criminosi perpetrati da “fuorilegge” messicani.

Mappa di Amnesty: le principali rotte degli emigranti verso gli USA dallAmerica Centrale attraverso il Messico
Mappa di Amnesty: le principali rotte degli emigranti verso gli USA dallAmerica Centrale attraverso il Messico

   Tale operazione, messa in atto dalla US Border Patrol (agenzia federale responsabile dell’applicazione della legislazione dei confini) e rientrante nelle competenze di quello che all’epoca era chiamato United States Immigration and Naturalization Service [1], ebbe una grande eco a livello mondiale; ciononostante, occorre ricordare che non fu l’unica misura adottata dal governo statunitense per frenare l’immigrazione messicana.

   Nel 1993, infatti, aveva avuto inizio la cosiddetta “Operation Hold the Line” con cui si era aumentato il numero delle unità militari preposte al controllo della zona di frontiera tra El Paso (Texas) e Ciudad Juárez in Messico (ampliandola, in un secondo momento, allo Stato del New Mexico): vennero creati degli avamposti militari a distanza di un quarto di miglio l’uno dall’altro su tutta la zona perimetrale che si estendeva a venti miglia ad est e ad ovest della città statunitense. Nel 1999 la politica di difesa contro l’immigrazione illegale applicata in California venne emulata in Arizona: grazie alla Operation Safeguard, venne eretta una nuova barriera a Tucson.

   Negli anni a venire continuarono a sorgere muri (seppur di minore grandezza ed estensione) su vari punti della frontiera, entrando a far parte, in tal modo, della vita quotidiana dei cittadini, nel bene e nel male: si crearono gruppi ed associazioni di appoggio alla politica di divisione sia da una parte che dall’altra dei muri (come il contraddittorio You Don’t Speak For Me, formato da statunitensi di origine ispanica) e, nel frattempo, cittadini di entrambe le nazioni (per lo più agricoltori) insorsero contro l’incursione smodata, illogica e poco pianificata delle barriere, che modificarono il corso di fiumi, distrussero ettari di campi coltivati e intaccarono con preponderanza l’equilibrio ambientale della zona.

   Nonostante gli inconvenienti a livello ambientale avessero generato una notevole mole di procedimenti risarcitori, l’idea che le barriere divisorie producessero effetti altamente positivi si era installata nella maggioranza dell’opinione pubblica ed era divenuta un punto cruciale anche nei programmi politici, soprattutto dei repubblicani.

   Nel 2006, a tal proposito, George W. Bush approvò il “Secure Fence Act of 2006″, H.R. 6061 [2] (poi Public Law n.109-367), conosciuta come la “ley del muro”, il cui obiettivo era quello di «realizzare e mantenere il controllo delle operazioni sull’intero territorio e costa nazionale degli Stati Uniti». Il Presidente Bush, al momento dell’approvazione, dichiarò che gli Stati Uniti avevano da sempre una grande responsabilità (cioè la tutela dei propri confini) e che l’approvazione di tale legge avrebbe dimostrato il serio impegno dei repubblicani a difendere il loro popolo, rendendo più sicure le frontiere meridionali attraverso la loro modernizzazione.

   Ciò che si ottenne con la “Public Law n.109-367″, dunque, fu lo stanziamento di 1,2 miliardi di dollari destinati alla difesa di coste e confini, tramite la costruzione di una barriera divisoria lunga 700 miglia tra gli Stati Uniti ed il Messico, costellata da telecamere, rilevatori di movimento, moderne squadre di vigilanza e, in alcuni punti (come in California), la costruzione di un doppio muro rinforzato dal ferro spinato con presenza militare 24h su 24, oltre all’acquisto di veicoli altamente tecnologici e di aerei non armati.

   Effettivamente il confine tra i due Paesi è da sempre considerato come una delle zone del mondo più soggette ai flussi di migrazione illegale: si calcola che ogni anno oltre 450 mila messicani tentino di valicare i confini e che sul territorio statunitense vi siano oltre 11 milioni di immigrati irregolari (di cui oltre la metà di origine ispanica). Nel periodo immediatamente successivo all’approvazione della nuova legislazione, l’immigrazione messicana, per la prima volta dagli anni Novanta, si ridusse: il think tank statunitense Pew Research Center ha rilevato che dal 2005 al 2010 il numero dei messicani ritornati in patria è stato superiore a coloro che ancora inseguivano l’American Dream. Tale inversione di rotta è dovuta ad un mix di fattori quali la crisi economica mondiale, un tasso di natalità in declino in Messico ma, in maniera più cospicua, alla politica altamente restrittiva degli Stati Uniti in materia di immigrazione illegale e all’innalzamento delle barriere che hanno de facto impedito il flusso di gente e di merci, oltre che all’inasprimento delle politiche di deportazione dei clandestini.

   Tale legislazione, tuttora vigente, è attualmente in fase di riprogettazione. Il Presidente Obama, assieme al suo entourage, si è fatto portavoce di una massiccia riforma bipartisan (appoggiata anche e straordinariamente dai repubblicani) per migliorare la politica migratoria, legge che ha già superato positivamente il vaglio del Senato ed è in attesa di essere discussa dalla Camera. Il punto di forza di tale proposta risiede nella possibilità di concedere la tanto agognata green card agli immigrati illegali dopo un (macchinoso) percorso burocratico lungo tredici anni: una sorta di “ricompensa” dei democratici a tutti gli ispanici che avevano aiutato il Presidente Obama a vincere le elezioni ed un (seppur tenue) tentativo repubblicano di accaparrare i consensi di tale target di popolazione.

I MURI TRA MESSICO E USA - (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
IL BOARDER WALL TRA MESSICO E USA

IL BOARDER WALL TRA MESSICO E USA

   Ciò che, tuttavia, è interessante mettere in luce è che la legge degli “11 Millions Dreams”, in ossequio al tradizionale meccanismo giuridico dei checks and balances, ha come ulteriore obiettivo quello di inasprire ancor di più le misure di sicurezza poste ai confini del territorio statunitense: verrebbero spesi, infatti, 30 miliardi di dollari per costruire ulteriori 700 miglia di recinzione con il confine messicano, dotandole di droni e radar; si alzerebbe a 40 mila il numero degli agenti di frontiera; il Department of Homeland Security doterebbe sia gli aeroporti che i posti di frontiera di sistemi di riconoscimento biometrico per poter letteralmente scandagliare tutti coloro che permangono sul territorio statunitense oltre la scadenza del visto.

   Al di là delle notizie di stampo squisitamente politico e sensazionalistico, in realtà esistono varie ed importanti questioni giuridiche di ambito internazionale sia per quanto riguarda la tutela dei diritti umani degli immigranti irregolari sia riguardo all’effettiva competenza decisoria di uno o dell’altro Stato, in ossequio ai trattati e agli accordi sovranazionali firmati da entrambi.

   Il “muro della vergogna” è diventato teatro di infinite violazioni di diritti umani, segnalate e denunciate continuamente dalle associazioni non governative e dallo stesso governo messicano, il quale ha categoricamente condannato (per ovvi motivi) la sua costruzione, così come anche la volontà di riforma della presente legislazione. È molto probabile che l’approvazione della riforma bipartisan (preceduta, tra l’altro, dalle più massicce e radicali operazioni poliziesche di deportazione della storia del continente americano), se da una parte coronerà il sogno di 11 milioni di stranieri residenti negli Stati Uniti, dall’altra corre il rischio di inasprire ed irrigidire drammaticamente le relazioni internazionali tra i due Stati.

La soluzione per frenare l’immigrazione illegale non è certamente quella di ghettizzare uno, o meglio, due popoli, piuttosto sarebbe positivo implementare le trattative diplomatiche e ricercare una strategia comune di diritto internazionale.

* Elisabetta Stomeo è PhD candidate in Scienze Giuridiche e Politiche (Università Pablo de Olavide di Siviglia)

[1] La United States Immigration and Naturalization Service (INS), agenzia federale per l’immigrazione e la naturalizzazione creata nel 1933, cessò di esistere con tale nome nel 2003 e le sue funzioni vennero suddivise tra tre nuove entità del Dipartimento di Giustizia, cioè la United States Immigration and Customs Enforcement (ICE), la United States Customs and Border Protection (CBP) e la United States Citizenship and Immigration Services (USCIS).

[2] Testo integrale della H.R. 6061 http://thomas.loc.gov/cgi-bin/bdquery/z?d109:H.R.6061

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EUROPA-ITALIA: LA FINE DELL’OPERAZIONE DI SOCCORSO “MARE NOSTRUM” (SOSTITUITA DA “TRITON”)

UNA FRONTIERA IN MEZZO AL MARE

di ANDREA FAMA, 18/11/2014, http://inchieste.repubblica.it/

   “Da novembre parte Triton, sostituirà Mare Nostrum”. Così titolò il Viminale nella notizia che dal sito del ministero dell’Interno circa un mese fa annunciava l’avvio della nuova operazione europea per il controllo delle frontiere esterne, in particolare quella del MEDITERRANEO CENTRALE: è da qui, infatti, che proseguono incessanti gli sbarchi di migranti lungo le coste del Sud Italia (oltre 150mila nel solo 2014), per molti solo meta di transito di un progetto migratorio la cui destinazione finale è principalmente il Nord Europa.

   LAMPEDUSA, quindi, COME PORTA D’EUROPA, e non d’Italia – se, come è in voga oggigiorno, volessimo riassumere in uno slogan una vicenda quanto mai complessa. Ma è proprio partendo da questo assunto che l’Italia, da anni in costante e ingiustificata ‘emergenza migranti’, ha ripetutamente invocato un maggiore coinvolgimento e sostegno da parte di Bruxelles. Invano. Oggi però, dopo annunci e smentite sferzanti, accuse e difese al limite del fair play comunitario, parrebbe quasi che i nostri l’abbiano spuntata. A partire dal 1° novembreTriton “sarà al posto di Mare Nostrum, non avremo due linee di difesa delle nostre frontiere”, continuava la notizia del Viminale che riportava le parole di un soddisfatto ministro dell’Interno Angelino Alfano a margine dei lavori del 9 ottobre del gruppo Giustizia e Affari interni dell’Unione europea.

Smentita preventiva

Bruxelles, finora inflessibile, ha finalmente ceduto. Sarebbe bello. Ma, come Alfano sa bene, non è così. La smentita questa volta è addirittura preventiva, e arriva puntualmente per mano dell’ormai ex Commissario europeo per gli affari interni, Cecilia Malmström, che in una nota del 7 ottobre metteva inequivocabilmente nero su bianco: “È CHIARO CHE L’OPERAZIONE TRITON NON PUÒ SOSTITUIRE E NON SOSTITUIRÀ MARE NOSTRUM”.    Non è così. D’altronde, pur volendo, come potrebbe. Un memo della Commissione europea, sempre datato 7 ottobre, già specificava che IL BUDGET MENSILE PREVISTO PER TRITON È UN TERZO RISPETTO A QUELLO DI MARE NOSTRUM: 2,9 MILIONI DI EURO A FRONTE DEGLI OLTRE 9 MILIONI AL MESE STANZIATI DALL’ITALIA (a partire dalla fine di ottobre 2013). TRITON, INOLTRE, HA UN RAGGIO D’AZIONE DECISAMENTE PIÙ LIMITATO RISPETTO A MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia.

   Ma soprattutto, TRITON SI LIMITERÀ UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Come già avveniva con Frontex. Quella europea, quindi, non è un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri,  e che finora ha contraddistinto positivamente l’operazione italiana.

   Impensabile allora aspettarsi da Triton i risultati di Mare Nostrum: oltre 100mila persone soccorse e 728 scafisti arrestati in un anno. Tutto questo Triton non lo farà. Dovrà continuare a farlo l’ITALIA, CHE però, nonostante gli appelli delle principali organizzazioni nazionali e internazionali, HA DECISO DI CHIUDERE MARE NOSTRUM, fiore all’occhiello di un sistema di gestione dei flussi migratori altrimenti fallimentare. Una decisione esclusivamente politica, che raffredda e toglie argomenti alle polemiche della Lega e di gruppi affini, generando un risparmio di soli 100 milioni di Euro annui a fronte di 100 mila vite umane salvate  mentre miliardi di denaro pubblico continuano ad essere sperperati nonostante i tentativi di spending review.

   In che modo, quindi, si intende procedere per il soccorso in mare dei migranti? Con quali mezzi e strategie? Di questo la notizia del Viminale non parla. Ne fa accenno qualche settimana dopo il ministro Alfano, secondo il quale “oltre QUELLA LINEA (LE 30 MIGLIA CHE DELIMITANO LE OPERAZIONI DI TRITON, NDR) VIGERANNO LE LEGGI DEL MARE E L’OBBLIGO DI SOCCORRERE IN CASO DI INCIDENTI O AFFONDAMENTI”. Ovvero, solo qualora le navi della Marina Militare, nell’ambito delle loro operazioni ordinarie, dovessero avvistare un’imbarcazione in pericolo, allora avvierebbero le operazioni di salvataggio. Va da sé, tuttavia, che i casi di avvistamento, e di relativo soccorso (558 gli interventi effettuati con Mare Nostrum), si ridurranno drammaticamente senza un’operazione specificamente dedicata. Così come si ridurranno i casi di cui potremo venire a conoscenza. Una questione di comunicazione

   Non sembra cambiata, quindi, la sostanza delle posizioni di Roma (che rivendicava maggior supporto in materia di soccorso ai migranti) e Bruxelles (che tale supporto non ha inteso fornirlo) rispetto a qualche mese fa, quando il premier Renzi arrivò a dire che l’UE lasciava morire i bambini e salvava le banche, mentre il Commissario Malmström rimandava decisa al mittente accuse e responsabilità. La decisione di porre fine a Mare Nostrum è italiana, ribadisce oggi Malmström, e l’Europa non si sostituirà all’Italia in questo che è un suo obbligo.

   A essere cambiato, piuttosto, è il modo in cui queste posizioni ci vengono comunicate: non più dure contrapposizioni pubbliche, bensì una sorta di comunione di intenti, circoscritta però da messaggi calibrati per passare sopra le nostre teste e arrivare diretti al vero interlocutore. D’altronde basta leggere tra le righe, e neanche troppo, delle rispettive notizie, note e memo diffusi in queste settimane. Quando, ad esempio, Alfano afferma che sul fronte del soccorso ai migranti in mare “il nostro Paese farà per intero la sua parte secondo quanto prevede il diritto internazionale della navigazione”, non fa altro che confermare quanto spiegato sopra e rassicurare l’Europa la quale, ancora per bocca del Commissario Malmstrom, già si diceva “convinta che l’Italia continuerà a rispettare i propri obblighi europei e internazionali”, poiché, specifica la Commissione, “Triton intende sostenere l’impegno italiano ma non sostituirsi ai suoi obblighi … in particolare in tema di ricerca e salvataggio in mare”. Ancora un volta, a fronte di posizioni e condizioni dettate con chiarezza da Bruxelles, poco o nulla è dato sapere su come effettivamente il Viminale intenda gestire la situazione post-Mare Nostrum, a partire dalle fondamentali operazioni di ricerca e salvataggio. Di quali strategie si è finalmente dotata l’Italia, ora che – concordata l’operazione Triton – non potrà più appellarsi all’UE, e né con essa potrà rimbalzarsi accuse e responsabilità? Quali e quante sono le risorse  –  economiche, umane, logistiche – messe in campo? Le risposte a queste domande non trovano spazio nelle 26 righe inizialmente diffuse dal Viminale, né nei successivi interventi del Ministro, il quale non ha dato seguito alla richiesta di un’intervista sul tema.

Da cosa dipende l’effettiva operatività di Triton

L’Italia non ha ottenuto che l’Europa si facesse carico del soccorso in mare dei migranti, così come avveniva con Mare Nostrum. E a quanto pare ci ha rinunciato, ridimensionando le proprie richieste sulle posizioni immutate della Commissione Europea, e accogliendo quindi il pattugliamento straordinario della frontiera mediterranea italiana come un pieno successo del semestre di Presidenza europea. Per sintetizzare una situazione opaca e contorta, si potrebbe paradossalmente dire che l’Italia ha accettato di dettare pubblicamente le condizioni già imposte a porte chiuse da Bruxelles.

   Quel che è certo è che ora non potremo più nasconderci dietro al dito di un’Europa cinica e indifferente. “La nostra richiesta che l’Europa presidi le sue frontiere esterne è stata accolta”, ha dichiarato Alfano, chiudendo il cerchio già aperto da Malmstrom, secondo la quale”con il lancio dell’operazione Triton, tagliata su misura delle necessità e delle richieste definite dalle autorità italiane, l’Unione Europea può dimostrare concreta solidarietà all’Italia”. La partita è ora chiusa, quindi, e non avremo più altre carte da giocare al tavolo di Bruxelles.

   Ma, mentre pare indubbio che Mare Nostrum cesserà le proprie attività (sebbene le modalità di uscita siano ancora da definire), da cosa dipende l’effettiva operatività di Triton? Essenzialmente da una speranza: che gli Stati membri siano concretamente disponibili a partecipare all’operazione fornendo mezzi tecnici e personale esperto. Come si legge nel memo della Commissione, infatti, Triton dipende dalle risorse umane e tecniche che gli Stati membri vorranno mettere a disposizione, in aggiunta agli asset assicurati dall’Italia. In particolare, le richieste di Frontex includono due pattugliatori aerei e tre marittimi, oltre a sette squadre di funzionari che dovrebbero occuparsi di intelligence e identificazione. È lo stesso commissario Malmstrom a “sperare” che gli Stati membri rispondano positivamente all’appello “affinché Triton possa essere presto operativa”.

   Per quanto riguarda il budget mensile di 2,9 milioni di euro, questo scaturisce dalla riallocazione delle risorse del nuovo Fondo Sicurezza Interna e di Frontex. Tuttavia, perché Triton possa essere operativo con la stessa intensità anche sul lungo termine, è necessario che Parlamento e Consiglio europei approvino uno stanziamento extra anche per il 2015. (Vale la pena di ricordare che, parallelamente alle operazioni comunitarie come Triton, il Fondo Sicurezza Interna prevede finanziamenti specifici per i singoli Stati membri, tali per cui l’Italia disporrà, per il periodo 2014-2020, di 156 milioni di euro per le attività di controllo delle frontiere).

   In definitiva, tra decisioni ancora da definire e finanziamenti da accordare, ad emergere è un quadro frastagliato e incerto, che restituisce un’unica certezza: “Per gestire la situazione”, chiosa il memo della Commissione, “l’Italia dovrà continuare a profondere un impegno continuo e sostanziale nell’utilizzo dei propri mezzi nazionali, in assoluto coordinamento con Frontex”. Ma i termini concreti in cui dovrebbe configurarsi tale impegno italiano non sono noti. (ANDREA FAMA)

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RESTA SOLO LA LEGGE DEL MARE

di FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI, 18/11/2013, da http://inchieste.repubblica.it/

PALERMO – Alla fine contano tutti sulla “legge del mare”: i profughi che affrontano la traversata nel Canale di Sicilia, innanzitutto. L’Europa, il governo italiano, gli uomini di Mare Nostrum e quelli di Triton. In assenza di un piano di intervento serio e responsabile dell’Unione Europea, in assenza di direttive chiare per chi opera in mare e a terra, l’unica cosa certa è che chi si trova più vicino a uomini, donne, bambini che tendono le mani (quando non si trovano già in acqua aggrappati alle vasche dei tonni o a rottami galleggianti) li prende a bordo. Come è successo lo scorso weekend quando, con condizioni di mare comunque difficili, sono stati in tremila a riuscire a raggiungere le coste siciliane.

   E’ stato il battesimo del fuoco per l’operazione Triton al suo passaggio di consegne con Mare Nostrum, con gli incrociatori norvegesi che pattugliano le acque entro le trenta miglia dalla costa. Ma, come probabilmente continuerà ad accadere sempre più frequentemente nelle prossime settimane, a farsi carico del più alto numero di migranti in difficoltà sono stati i mercantili di passaggio. Appunto nel pieno rispetto della legge del mare. Perché da ora in poi riprenderà a “funzionare” come prima: con poche motovedette della Guardia costiera e pochissime navi della flotta di Frontex, coadiuvate da un solo mezzo aereo e da un elicottero, che saranno chiamate a muoversi partendo dalle basi di Lampedusa o Porto Empedocle e comunque muovendosi in acque territoriali.

   Se, come è accaduto, nei giorni scorsi, dai barconi arriverà l’ormai consueta chiamata di aiuto alle sale operative italiane poco dopo aver lasciato le spiagge libiche di partenza, l’allarme verrà smistato a chi si trova più vicino, cioè quasi sempre mercantili che battono quelle tratte con i loro carichi di merci. E che, malvolentieri, senza avere a bordo né generi di ristoro per chi sta in mare né tantomeno medici e presìdi sanitari, saranno costretti a salvare centinaia di uomini, donne e bambini, deviare dalle loro rotte (con dispendio di tempo e spese che nessuno ripagherà) e avvicinarsi o ai porti siciliani nel frattempo indicati loro o al confine delle acque territoriali per i sempre difficili e rischiosissimi trasbordi sui mezzi militari.

   Si andrà avanti così, nell’oblio collettivo e nell’irrisolto e forse irrisolvibile braccio di ferro tra l’Italia e i paesi europei che non intendono condividere il peso di un’operazione che deve continuare ad essere umanitaria e non certo di respingimento. Si andrà avanti così fino al primo “caso” di rifiuto di soccorso in mare, come è purtroppo successo negli anni scorsi, quando Italia e Malta si sono rimpallate il dovere di recuperare migranti salvati da soggetti privati che poi ne hanno pagato spese e anche conseguenze penali. Si andrà avanti così fino alla prossima tragedia. (FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI)

MARE NOSTRUM E TRITON A CONFRONTO
MARE NOSTRUM E TRITON A CONFRONTO

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“ABBIAMO I MEZZI, MANCANO I FONDI”

di ANDREA FAMA, 18/11/2014, da http://inchieste.repubblica.it/

Potrebbe descrivere brevemente l’operazione Triton?

“Triton è una nuova operazione di Frontex, che unisce due precedenti operazioni congiunte coordinate dall’Agenzia nel Sud Italia: Enea (lungo le coste di Puglia e Calabria) e Hermes (tuttora in corso a largo della Sicilia). In qualche modo, Triton fonderà queste due operazioni, con un certo potenziamento in termini di risorse tecniche e umane”. IL NUOVO DIRETTORE DI FRONTEX, GIL ARIAS-FERNÀNDEZ, ha le idee chiare sui compiti e sui limiti della nuova missione.

Triton è iniziata ufficialmente il 1° novembre. Ma, per essere “presto operativa”, lo stesso Commissario Malmstroem spera che gli stati membri rispondano positivamente alla richiesta di contributi (tecnici e umani) da parte di Frontex. Qual è il quadro attuale?

“Abbiamo iniziato a pianificare l’operazione alla fine di agosto, con diversi incontri tra le autorità italiane e la Commissione europea. Il 24 settembre abbiamo deciso il lancio e la portata dell’operazione: l’area operativa di intervento, nonché le risorse tecniche e umane quali imbarcazioni e team di esperti. Una volta definita l’operazione abbiamo diffuso un avviso richiedendo agli Stati membri di contribuire in tal senso. Ad oggi abbiamo ricevuto offerte in misura maggiore di quelle che siamo effettivamente in grado di mettere in campo. Da un lato, abbiamo ottenuto gli asset concordati come sufficienti; dall’altro, non abbiamo abbastanza budget per operare le offerte extra derivanti dall’avviso. Le speranze del Commissario Malmstroem possono pertanto dirsi compiute. Gli Stati membri stanno rispondendo positivamente. Saremo in grado di lanciare Triton con le risorse pianificate. Non possiamo impiegare tutti i mezzi che ci sono stati offerti poiché di molto superiori a quanto richiesto”.

Perché non potete impiegare tutte le risorse offerte, visto che ce n’è un gran bisogno per il controllo della frontiera mediterranea?

“Il livello di risorse da impiegare è stato concordato tra la Commissione e le autorità italiane, che insieme a Frontex sono i partner di riferimento dell’operazione. La portata di mezzi e asset da utilizzare è stata condivisa e ritenuta adeguata. Abbiamo ricevuto più offerte di quanto richiesto, anche in considerazione del budget dell’operazione. Non possiamo andare oltre le nostre capacità finanziarie”.

E quindi è inutile disporre di 20 pattugliatori se poi non si hanno i soldi per renderli operativi?

“Entrambe le cose. Come ho già detto, in primo luogo impiegheremo i mezzi in accordo con il piano condiviso con le autorità italiane. Pertanto, anche se avessimo avuto maggiori risorse finanziarie, avremmo comunque utilizzato solo quanto concordato con l’Italia. Solo in secondo luogo vi è la questione del budget limitato. La prima ragione resta comunque l’accordo con l’Italia”.

Quanti Stati membri hanno aderito finora?

“Non è rilevante; ciò che è rilevante è che abbiamo mezzi più che a sufficienza. Lo dico perché c’è stata una certa confusione sull’argomento: in base alle fonti sono state fornite cifre diverse rispetto agli Stati membri che hanno offerto un contributo. Frontex sarà in grado di impiegare le risorse di 20 Stati membri; non tutte contemporaneamente, ma a rotazione. E poi ci sono offerte ulteriori che non abbiamo preso in considerazione”.

Parlando di budget, il Parlamento e il Consiglio europei hanno già raggiunto l’accordo per incrementare il budget di Frontex 2015 al fine di finanziare Triton con la stessa intensità anche nel lungo termine?

“Il budget di Frontex è ancora in discussione, come quello dell’intera Unione europea. Di fatto, la proposta avanzata dal Parlamento non è di incrementare il nostro budget, bensì di creare un fondo riserva di 20 milioni di euro al quale potranno attingere, interamente o parzialmente, a seconda delle condizioni di emergenza che l’Agenzia dovesse trovarsi ad affrontare, solo la Commissione e Frontex, previa richiesta motivata da parte di uno dei due soggetti. Per ora si tratta solo di una proposta del Parlamento, sostenuta dal comitato bilancio, e in attesa dell’approvazione del Consiglio (presieduto dall’Italia, ndr)”.

Allora quando il ministro Alfano riferisce alla Camera che il “budget di Frontex verrà opportunamente incrementato” non è corretto?

“Non commento le dichiarazioni del ministro Alfano. La situazione è quella che ho appena descritto”.

Secondo un memo della Commissione europea, anche asset italiani “faranno parte dell’operazione”. Qual è esattamente l’impegno italiano in termini di risorse finanziarie, tecniche e umane?

“Questo è un dettaglio che non conosco a memoria. Gli Stati non contribuiscono economicamente, ma con imbarcazioni e personale. So che l’Italia ha offerto tutto quanto necessario. Bisogna anche considerare che l’Italia, parallelamente o oltre a Triton, dovrà impiegare i propri asset (pattugliatori marittimi e aerei) per il controllo dell’area mediterranea nell’ambito delle sue attività ordinarie di pattugliamento. Ma questi sono dettagli discussi tra l’Agenzia e le autorità italiane. Onestamente non so specificamente qual è l’impegno italiano in merito a Triton. Tuttavia questo non è rilevante. Quello che è rilevante è che disponiamo di mezzi più che a sufficienza e che questi sono stati stabiliti in totale accordo con le autorità italiane”.

Forse per i cittadini italiani è importante conoscere i termini dell’impegno assunto da Roma …

“Non sono d’accordo. L’importante è che l’operazione possa essere lanciata e che disponga delle risorse necessarie, a prescindere da chi le abbia fornite, se Italia, Francia o Spagna… Quando e in che misura verranno impiegati mezzi italiani, piuttosto che spagnoli o francesi, sono specifiche che saranno definite dall’insieme di regole contenute nel Piano Operativo, che stiamo ancora elaborando in collaborazione con le autorità italiane”.

L’Italia ha già condiviso con Frontex e la Commissione Europea la propria strategia post Mare Nostrum per quanto riguarda le operazioni di ricerca e soccorso in mare?

“Non abbiamo ricevuto informazioni dall’Italia in tal senso. Non so se alla Commissione è stato comunicato qualcosa, ma a noi no”.

La Commissione Europea ha riconosciuto che “il Mediterraneo è una responsabilità europea”. Posto che Frontex non è un’agenzia di soccorso in mare, e considerando che con la fine di Mare Nostrum tali operazioni è probabile che si riducano con conseguente possibile aumento dei decessi in mare di migranti, perché secondo lei la CE non affronta il problema in modo più diretto? Magari con un programma o un’operazione specifica?

“Non sono autorizzato a rispondere a questa domanda. Dovrebbe essere rivolta alla Commissione”. (ANDREA FAMA)

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“CON UN CELLULARE CAPTIAMO GLI SOS IN MARE”

di RAFFAELLA COSENTINO, 18/11/2014, da http://inchieste.repubblica.it/

CATANIA C’è da scommettere che molte bambine nate da rifugiati siriani in Europa si chiameranno Nawal o Agata. In quei nomi porteranno scritta la storia del passaggio dall’Italia delle loro madri, a volte già incinta quando furono salvate dalla morte in mare.    Nawal Soufi e Agata Ronsivalle sono due siciliane che da un anno e mezzo dedicano ogni giorno della loro vita ad aiutare i siriani di passaggio sull’isola. Da sole, in modo volontario, senza far parte di alcuna associazione. “Chiamerò mia figlia con il tuo nome”, hanno promesso loro in tanti passati da Catania, come segno di riconoscenza. Il motivo di tanta gratitudine è che ormai a migliaia, famiglie, giovani e bambini devono la loro vita a Nawal, che vive a Motta Sant’Anastasia e parla l’arabo. Che raccoglie gli Sos dai barconi e attiva i soccorsi, facilita le comunicazioni fra la gente in mare e la sala operativa della Guardia Costiera a Roma, che ancora non ha un interprete arabo.

   Questa è una storia di amicizia internazionale e di social network, di ideali e di aiuto concreto ai tempi delle stragi nel Mediterraneo.

   Nawal è arrivata in Italia dal Marocco, quando aveva un mese di vita e da 26 anni sta in Sicilia con la sua famiglia di otto persone: madre, padre e cinque tra fratelli e sorelle. Studia Relazioni internazionali all’università e a volte fa l’interprete per il tribunale. Non ha ancora la cittadinanza italiana perché i genitori non raggiungono i livelli di reddito necessari. Solo la madre è riuscita a conquistarla dopo oltre un quarto di secolo di vita in questo paese. Così Nawal è ora figlia di una cittadina italiana ma lei stessa non è riconosciuta come italiana.

   Agata invece fa l’operatrice sociale e di anni ne ha 30. “Nawal mi ha travolto quando l’ho conosciuta alla Caritas e si portava dietro la bandiera siriana”, racconta sorridendo. E così ha deciso di aiutarla. Loro due sole e migliaia di persone da soccorrere.

   Su Facebook, Nawal ha seguito ogni momento della rivoluzione siriana, quella iniziale, libera e democratica, per la caduta del regime di Assad. Ha conosciuto, attraverso i post e i video in arabo i tanti massacri di civili e di bambini. Ha creduto profondamente in quella Primavera. “In quei ragazzi nelle piazze, con le mani in alto, musulmani e cristiani insieme pacificamente, massacrati dalla dura repressione – ricorda citando nomi e cognomi – perché in Siria chi ha un telefono e filma ha una pena di morte sulle spalle”. Nawal considera il conflitto siriano “l’olocausto della mia generazione” e si sente legata alle sorti di quel popolo.

La Primavera tradita

Dai social network è passata a organizzare una raccolta di farmaci da inviare in Siria e a marzo 2013 la sua famiglia non ha potuto fermarla quando ha deciso di andare di persona a portare gli aiuti fino ad Aleppo, entrando dal confine turco. Come Vanessa Marzullo, la giovane di Brembate ancora prigioniera in Siria con Greta Ramelli. Le due giovani si sono conosciute durante le raccolte di aiuti umanitari. E Nawal si commuove quando la nomina, ma ricaccia indietro le lacrime dagli occhi. Perché deve essere forte e ha troppe cose da fare.

   Giorno e notte il suo telefono squilla. La chiamano per lanciare l’SOS dai barconi in difficoltà nel mar Mediterraneo. Si è organizzata con una Pagina Facebook di SOS e poi il suo numero se lo passano tutti, in mezzo al mare, tra i parenti in Svezia o in giro per il mondo, per avere notizie dei loro cari. E quando c’è un naufragio non si dorme, cercando di aiutare, di passare informazioni, di contattare le autorità per sapere se ci sono notizie.    Usano WhatsApp per registrare messaggi vocali e comunicare in modo più immediato. Così le chiedono aiuto. E lei risponde sempre. Perché non dimenticherà quello che ha vissuto ad Aleppo per quindici giorni. “Andavamo in macchina o giocavamo a calcio con dei bambini e le bombe cadevano intorno a noi – racconta – È l’assurdità della guerra, l’essere umano si abitua a tutto. Morire è solo passare al di là, si può passare facendo del bene e lasciare un’impronta o non fare nulla di significativo in questo mondo”. Poi è tornata in Sicilia, ma stare vicina ai siriani è stato più facile “perché la Siria è arrivata qui”.

I corpi sulla battigia

Il suo impegno nei soccorsi a terra è iniziato con il naufragio di Catania del 10 agosto 2013. Sei corpi sulla battigia della spiaggia della Plaia, fra cui un ragazzo di circa 14 anni. I sopravvissuti furono portati in un centro temporaneo alla scuola Andrea Doria e sottoposti all’identificazione forzata. Poi scapparono dal centro e arrivarono alla stazione di Catania, avevano bisogno di aiuto perché cercavano di lasciare l’Italia.    Da allora, a migliaia tra i siriani sbarcati in Sicilia in un anno e mezzo, sono passati dalla stazione ferroviaria di Catania in fuga verso il Nord Europa. Il “lavoro” di Nawal e Agata consiste nell’impedire che cadano preda degli scafisti di terra, sgherri che approfittano della situazione per far scucire centinaia, se non migliaia di dollari alle famiglie siriane, acquistando per loro, a prezzi maggiorati, i biglietti del treno, le sim italiane o il cambio della valuta. “Agli scafisti di terra Nawal ha rovinato la piazza”, spiega Agata e per questo hanno ricevuto minacce. A Catania non ci sono strutture per le persone in transito, a differenza di quanto organizzato ad esempio dal comune di Milano, così Nawal e Agata sono l’unico punto di riferimento. Il cuore della loro attività è la stazione ferroviaria e ormai conoscono ogni palmo del variegato mondo umano che si muove intorno a quel posto.

   “Siamo impegnate a tempo pieno – continua Agata – li accompagniamo all’ufficio cambio per non essere derubati, li aiutiamo come possiamo a fare il biglietto. Sappiamo che se non ci siamo noi, c’è il delinquente di turno che se ne approfitta, gente senza scrupoli che è capace perfino di chiedere una tariffa da 10 euro per accompagnare la gente a piedi fino al treno. Ma noi li abbiamo sconfitti”.    Agata e Nawal accolgono con il sorriso chi ha scampato la morte in guerra e in mare, gli danno abiti puliti e qualcosa da mangiare, ottenuti tramite le donazioni, li aiutano a chiamare le famiglie per comunicare che sono salvi. “Qui abbiamo visto di tutto – racconta ancora Agata – le persone con i vestiti sporchi di sale, senza scarpe, con i bambini senza pannolini. Prima di Mare Nostrum c’era chi arrivava a Catania dopo sette giorni di navigazione senza mangiare. Dai centri escono così come sono, anche con il pigiama, e se ne vanno”.

Stanca ma felice

l rapporti con le istituzioni non è semplice. “La polizia mi ha detto: signorina lei potrebbe passare i guai per quello che fa – dice Nawal – Ma io ho risposto che per me è omissione di soccorso”. La famiglia la supporta, ma è preoccupata per lei. “Devi mangiare, devi dormire, le dicono”. Nawal è magrissima. “L’esigenza di fare qualcosa per l’altro umanamente ti sazia, perché corriamo tutto il giorno e ci dimentichiamo di mangiare”, dice fra una telefonata e l’altra.

   “E’ una stanchezza che non si può raccontare – dice Agata – ma anche piena di gioia perché i siriani sono un popolo splendido, educati, gentili, il bene che gli fai se lo ricordano per sempre. E io non ne posso più fare a meno, nonostante la fatica, perché così davvero mi sento un essere umano”.

   Intanto Agata e Nawal hanno trasformato ogni angolo dei dintorni della stazione di Catania nel loro ufficio ambulante. Chiedono la cortesia alle biglietterie delle ditte di autobus per metterci temporaneamente i sacchi di vestiti ricevuti con le donazioni. E una volta hanno dimenticato per tutta una giornata 100 uova bollite preparate dalla mamma di Nawal presso un venditore ambulante senegalese, che gliele teneva sotto il suo banchetto. Al negozio di Kekab sono clienti fisse, insieme ai siriani in transito. “Non è vero che ti trasformi in una macchina con la troppa sofferenza; al contrario, diventi più sensibile – conclude Nawal – Spesso ci guardano con sufficienza perché non siamo un’associazione. Ma io voglio poter aiutare 500 persone in mare senza rendere conto a nessuno”. (RAFFAELLA COSENTINO)

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L’ODISSEA DI JAIB, 6 ANNI, SALVATO DAGLI ATTIVISTI

di RAFFAELLA COSENTINO, 18/11/2014, da http://inchieste.repubblica.it/

   Con l’annunciata chiusura di Mare Nostrum, si è attivata una rete informale di attivisti che in Italia e in Europa stanno cercando di monitorare quello che succede alle frontiere europee. Il gruppo informale Human Rights No Border  utilizza i social network per attivarsi in soccorso dei migranti. Alessandra Ballerini, legale, Gabriella Guido, Cinzia Greco e Yasmine Accardo, attiviste, Fulvio Vassallo Paleologo giurista, sono alcune delle persone che da Genova a Palermo, dalla Sardegna a Gorizia, fanno parte di questa rete.

   Quando arrivano delle segnalazioni di persone in difficoltà, in mare o anche negli scali aeroportuali, dove molti siriani arrivano spesso con documenti falsi perché è l’unico modo di fuggire dalla guerra, il gruppo si mette in comunicazione con avvocati, parlamentari, con Amnesty International e l’Unhcr o con la piattaforma online Watch the Mediterranean Sea. Anche Watch the Med cerca di monitorare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti alle frontiere marittime dell’Ue e per questo ha attivato il numero 0033486517161, che, specificano, non è un numero di soccorso, ma un numero di allarme per supportare le operazioni di soccorso.

   La guerra in Siria ci passa continuamente di fianco nelle vite delle persone in fuga che transitano dall’Italia in molti modi. Con il paradosso che chi si mette in mare affidandosi ai trafficanti, una volta salvato riesce solitamente a lasciare l’Italia alla volta del Nord Europa dove è diretto, mentre chi trova un modo per evitare i viaggi della morte, comprando un normale biglietto aereo, spesso viene respinto o trova sbarramenti negli aeroporti. Dalla Svezia a Damasco

Come la storia del piccolo Abu Jaib, sei anni, arrivato a Fiumicino il 19 ottobre scorso da Damasco, dove viveva con la madre, il padre con le gambe amputate a causa dell’esplosione di una bomba e la sorella di 14 anni. Un altro fratello diciannovenne, da marzo 2014 vive in Svezia a casa di alcuni cugini che lo ospitano e lo fanno studiare. La madre di Abu, disperata, nel tentativo di salvare il suo piccolo era sul punto di metterlo sul primo barcone. Ma i cugini che vivono in Svezia da vent’anni e sono ormai cittadini svedesi hanno deciso di correre il rischio e di andare a spese loro a prendere il bambino fino al confine con il Libano. Tutto pur di non fargli vivere l’esperienza agghiacciante di un viaggio della morte con i trafficanti.    Dal Libano sono volati fino in Turchia e dalla Turchia dovevano raggiungere la Svezia facendo scalo a Fiumicino. Per fare viaggiare il bambino non hanno usato un passaporto falso ma quello, vero, di un altro bambino della stessa età, il figlio di uno di loro che somiglia molto ad Abu.

   Agli arrivi internazionali dell’aeroporto di Roma, che doveva essere solo uno scalo aereo, la polizia di frontiera italiana li ferma. Il viaggio verso la salvezza si interrompe. I due adulti vengono arrestati con l’accusa di traffico internazionale di minori e portati in carcere a Civitavecchia. Il bambino resta con la polizia e se ne perdono le tracce. Nessuno sa più dove si trovi. Prima di essere privati di tutte le loro cose, i due siriani svedesi riescono a inviare con il cellulare un sms al fratello diciannovenne di Abu, che si precipita a Roma dalla Svezia. Il ragazzo rimane per due giorni all’aeroporto di Fiumicino e bussa inutilmente alla porta della polizia di frontiera, che non gli dà informazioni sul caso. Intanto, mentre è in viaggio dalla Svezia, contatta in qualche modo gli attivisti di Human Rights No Border, che si mettono sulle tracce del bambino, investendo del caso una parlamentare e anche l’Unhcr. Per giorni di questo bimbo non si riesce a sapere nulla, si comincia perfino a dubitare della sua esistenza. Fino a che la conferma che il bambino è al sicuro dopo il fermo a Fiumicino arriva agli attivisti di Human Rights No Border solo dall’ambasciata svedese. L’intervento del giudice

   Parallelamente, intanto, a Civitavecchia l’avvocato Rosita Gargiulo viene assegnata d’ufficio alla difesa dei due cugini siriani svedesi. “Vado in carcere il 22 ottobre per la convalida  – piega la legale  –  e il loro racconto era straziante, si capiva benissimo che non erano trafficanti di bambini. Li ho fatti parlare davanti al giudice, proprio per arrivare al suo cuore, perché questa è una storia che va al di là delle norme. Quei due avevano agito a fin di bene, da eroi. E ripetevano solo: noi vogliamo salvare questo bambino”. Riescono a convincere il giudice, che li libera.

   “Usciti dal carcere non sapevano dove andare e nemmeno dove fosse Abu”, ricorda Gargiulo. E’ a questo punto che l’avvocatessa, umanamente e profondamente toccata, sceglie di uscire dal suo ruolo e di mettersi in questa storia con tutta la sua famiglia. Insieme al marito Gianluca Marra, avvocato anche lui, e al loro figlio di sei anni, vanno a cercare il piccolo Abu.  Accompagnano i due siriani a Fiumicino e lì scoprono finalmente che il bambino è stato portato in un istituto di suore, ma senza un permesso non possono andare a prenderlo.

   Allora l’idea vincente è di nominare tutore legale del bambino uno dei due cugini con il doppio passaporto siriano e svedese, il quale viene anche autorizzato dal giudice a prendere Abu e portarlo in Svezia. “Non dimenticherò mai l’incontro straordinario fra il Abu e il fratello maggiore quando siamo arrivati dalle suore  –  racconta Rosita Gargiulo, ancora emozionata  –  gli si è appiccicato come un granchietto, con gli occhi spaventati ma felici”. Poi una nuova corsa in aeroporto a prendere il primo volo per la Svezia, convinti che l’autorizzazione del giudice sarebbe bastata.  “Ma lì abbiamo trovato un altro ostacolo  –  continua la legale – Alitalia ha detto che non si assumeva la responsabilità di imbarcare il bambino senza passaporto, perché se le autorità svedesi l’avessero respinto, la compagnia avrebbe pagato una multa di duemila euro. Allora abbiamo pensato anche a una macchina per arrivare in Svezia, ma non ce n’erano”. Il viaggio dei siriani finirà dopo 48 ore di treno. Da Termini a Bolzano, poi in Austria e da lì, frontiera dopo frontiera, fino a Malmo, a casa. Con l’avvocato Gargiulo sempre attaccata al telefono, con l’ansia di ricevere notizie a ogni passaggio di frontiera. “È stata un’esperienza toccante, emozionante  –  dice oggi l’avvocatessa – ci hanno insegnato tanto questi siriani. Sempre col sorriso sulle labbra, mai si sono sconfortati e ci hanno trasmesso una forza incredibile, sono delle persone meravigliose che ancora ci ringraziano”. (RAFFAELLA COSENTINO)

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