L’AMIANTO che ancora ci circonda – La assurda prescrizione di reato per i morti (che continuano) degli stabilimenti ETERNIT di CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA, non deve far credere che comunque tutto sia finito: L’INQUINAMENTO DA AMIANTO ESISTE ANCORA – La necessità di un vero PIANO DI SMALTIMENTO (che adesso non c’è)

Piazza Mazzini a CASALE MONFERRATO, cittadina di quasi 35mila abitanti, in provincia di Alessandria, in Piemonte
Piazza Mazzini a CASALE MONFERRATO, cittadina di quasi 35mila abitanti, in provincia di Alessandria, in Piemonte

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asbesto (da Wikipedia)
asbesto (da Wikipedia)

Che cos’è L’ASBESTO (o AMIANTO) – In natura è un materiale molto comune. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo hanno reso adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco, ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l’uso. Le polveri di amianto, respirate, provocano infatti l’ASBESTOSI (malattia polmonare cronica), nonché TUMORI DELLA PLEURA, OVVERO IL MESOTELIOMA PLEURICO E DEI BRONCHI, e il CARCINOMA POLMONARE. (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Asbesto )

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   Nel guardare (e dare giudizi) a paesi in via di sviluppo che se ne fregano dell’ambiente, dell’inquinamento, della salute dei loro cittadini, bisogna pure pensare e fare autocritica su ciò che è accaduto da noi, e che è stata la stessa cosa, se non peggio, rispetto a quel che accade ora in quei paesi (Brasile, India, Cina…). Un esempio è dato dall’amianto che, tra l’altro, da noi non è scomparso, “cessato” nella sua caratteristica fortemente inquinante, ma che ancora ci circonda ampiamente.

   L’esempio dell’utilizzo dell’amianto che ora abbiamo un po’ dappertutto ne è dimostrazione: la coibentazione di edifici, tetti, navi, treni, materiale da costruzione per l’edilizia sotto forma di composto fibro-cementizio, sul tipo dell’ondulato per tetti, garages… (chiamato appunto eternit dalla fabbrica di provenienza); utilizzato per fabbricare tegole, pavimenti, tubazioni (i nostri acquedotti!), vernici, canne fumarie, ed inoltre utilizzato nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche, materiali d’attrito per i freni di veicoli, guarnizioni), ma anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni; anche come componente dei ripiani di fondo dei forni per la panificazione…. e via di seguito.

Fibre di amianto antofilite (da Wikipedia)
Fibre di amianto antofilite (da Wikipedia)

   Va pure detto che tutti i tentativi “micro” di eliminarlo, da parte di singoli cittadini, ha disseminato il territorio di mini discariche dove sta ancora lì a svernare, dove le particelle di composizione dell’amianto con il cemento o plastiche, si sgretolano man mano nel tempo e le fibre sottilissime si diffondono coi venti nell’aria…. O anche peggio, la stessa normativa di tutela prevede operazioni serissime nel togliere l’amianto da case, fabbriche etc., per poi dimenticare completamente lo smaltimento, fatto perlopiù in questi anni nelle cosiddette discariche “2A”, cioè quelle dei rifiuti inerti, dove vanno gli “sgomberi”, le demolizioni, i calcinacci…. Discariche del tutto incontrollate e assai diffuse (e lì strutture demolite di amianto si trovano ampiamente…).

   Tutto questo per dire che il problema è tutt’altro che un problema del passato. E inoltre ancora persone si ammalano e muoiono.

   La vicenda incredibile della prescrizione alla condanna dell’industriale svizzero dell’eternit per il disastro ambientale che ha causato negli anni 70-80 ripropone il tema scottante della nostra convivenza con questo terribile inquinante.

   Come sapete la Cassazione ha annullato la condanna del magnate svizzero Schmidheiny, che il 3 giugno 2013 era stato condannato a 18 anni di carcere per “disastro ambientale doloso continuato” commesso nelle città in cui l’Eternit aveva i suoi stabilimenti (CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA), e in cui la fibra killer si era diffusa nell’aria provocando malattie e decessi che colpiscono ancora oggi gli abitanti di quei luoghi.

Manifestazione a Casale Monferrato
Manifestazione a Casale Monferrato

   La Corte di Cassazione ha accolto la tesi del Pubblico ministero, traducendola in sentenza, secondo la quale l’industriale svizzero è sì responsabile, ma i reati sono prescritti perché il reato di “disastro ambientale” è terminato con la chiusura degli stabilimenti dell’Eternit nel 1986.

   I sostenitori dell’accusa, la procura e l’associazione dei familiari delle vittime da amianto, dicono invece che la cosa non è chiusa qui; anche perché gli abitanti di questi paesi continuano ad ammalarsi di tumore – asbestosi o mesoteliomi pleurici -, e il numero dei morti sale sopra le tremila vittime. Perché le città in cui c’erano gli stabilimenti dell’Eternit sono ancora contaminate dalle fibre killer e questo significherebbe che il disastro è tutt’altro che finito.

   E l’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto (Afeva), con il suo avvocato, ha fatto notare che chi ha scritto il codice penale (e previsto in casi come questi la prescrizione) non conosceva l’esistenza di agenti cancerogeni capaci di manifestarsi dopo anni di latenza, se non addirittura decenni: il diritto non può ignorarne gli effetti e rinunciare a fare i processi che riguardano i danni alla salute che ne derivano.

   Ma l’amianto colpisce non solo queste città dell’Eternit, e in modo diffuso il territorio nazionale; ma vede anche dei siti, dei luoghi, in particolare zone di estrazione, di miniera, dove la presenza di amianto è stata la motivazione esclusiva per il riconoscimento di sei Siti di Interesse Nazionale (BALANGERO, EMARESE, CASALE MONFERRATO, BRONI, BARI-FIBRONIT e BIANCAVILLA), aree ad altissimo impatto ambientale e sanitario. E l’Istituto Superiore di Sanità nel periodo 1995-2002 ha individuato un eccesso di mortalità per malattie “asbesto-correlate” anche a PITELLI, MASSA CARRARA, PRIOLO e nell’AREA del LITORALE VESUVIANO.

Il CNR calcola che nelle città italiane vi sono almeno 32 milioni di tonnellate di amianto da smaltire (una tettoia, un rivestimento in una scuola, intercapedini di appartamenti, negli ospedali e nelle caserme, negli edifici pubblici…): circa 500 chili per abitante, due miliardi e mezzo di metri quadrati di coperture in eternit. Praticamente è come se una città di 60mila abitanti fosse fatta solo di amianto
Il CNR calcola che nelle città italiane vi sono almeno 32 milioni di tonnellate di amianto da smaltire (una tettoia, un rivestimento in una scuola, intercapedini di appartamenti, negli ospedali e nelle caserme, negli edifici pubblici…): circa 500 chili per abitante, due miliardi e mezzo di metri quadrati di coperture in eternit. Praticamente è come se una città di 60mila abitanti fosse fatta solo di amianto

   Ma il problema dell’inquinamento da amianto è globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità valuta che nel mondo muoiono ogni anno tra le 110 e le 150 mila persone a causa dell’amianto, il 10% del totale solo in Brasile, grande utilizzatore di questo materiale (in Brasile ogni anno vengono impiegate circa 150 mila tonnellate di amianto).

   Le economie dei paesi in via di sviluppo (quali appunto il Brasile, ma anche India, Russia, Cina) non si fanno problemi ad utilizzare in tutti i modi questa fibra cancerogena. Ma non è solo problema loro: se in Europa è stato vietato nel 1990, abbiamo paesi ricchi come il CANADA che è riuscito dalle Autorità sanitarie internazionali ad ottenere un rinvio nell’inclusione dell’asbesto, delle varie forme minerali di asbesto, nella lista dei prodotti chimici pericolosi e dei pesticidi; perché ne è un grande produttore ed esportatore (in particolare proprio in Brasile).

Mappa dei paesi che hanno messo al bando l'amianto - (da http://www.ellesic.altervista.org/ ) : Nell'immagine qui sopra sono riportati i paesi che hanno bandito o regolamentato severamente l'uso dell'amianto. Il link che segue mostra quali sono i maggiori produttori, esportatori e consumatori di amianto: http://www.publicintegrity.org/health/public-health/asbestos/dangers-dust
Mappa dei paesi che hanno messo al bando l’amianto – (da http://www.ellesic.altervista.org/ ) : Nell’immagine qui sopra sono riportati i paesi che hanno bandito o regolamentato severamente l’uso dell’amianto. Il link che segue mostra quali sono i maggiori produttori, esportatori e consumatori di amianto:
http://www.publicintegrity.org/health/public-health/asbestos/dangers-dust

   Tutto questo per dire che la “questione amianto”, in tutti i modi e in tutti i sensi, è tutt’altro che chiusa, nel mondo e anche nel nostro paese. Sensibilità ambientali individuali (rifiutare lo smaltimento selvaggio) e sensibilità a norme mondiali più rigorose, dovrebbero essere di gran lunga più importanti della riproposizione, qua e là, di uno sviluppo economico che porta danni letali a molta ignara popolazione. (s.m.)

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AMIANTO: LA PERICOLOSITA’

   L’amianto rappresenta un pericolo per la salute a causa delle fibre di cui è costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e quindi inalate.

   Il rilascio di fibre nell’ambiente può avvenire o in occasione di una loro manipolazione/lavorazione o spontaneamente, come nel caso di materiali friabili, usurati o sottoposti a vibrazioni, correnti d’aria, urti, ecc..

   L’esposizione a fibre di amianto è associata a malattie dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare) e delle membrane sierose, principalmente la pleura (mesoteliomi).

L’ASBESTOSI

E’ una patologia cronica, ed è quella che per prima è stata correlata all’inalazione di amianto. essa consiste in una fibrosi con inspessimento ed indurimento del tessuto polmonare con conseguente difficile scambio di ossigeno tra aria inspirata e sangue. Si manifesta per esposizioni medio-alte ed è, quindi, tipicamente una malattia professionale che, attualmente, è sempre più rara.

IL CARCINOMA POLMONARE

Si verifica anche per esposizioni a basse dosi. Questa grave malattia è causata anche da: fumo di sigarette, cromo, nichel, materiali radioattivi, altri inquinanti ambientali (idrocarburi aromatici di provenienza industriale, derivati del catrame, gas di scarico dei motori).

   Il fumo di sigarette potenzia enormemente l’effetto cancerogeno dell’amianto e quindi, aumenta fortemente la probabilità di contrarre tale malattia.

IL MESOTELIOMA

E’ un tumore raro della membrana di rivestimento del polmone (pleura) o dell’intestino (peritoneo), che è fortemente associato alla esposizione a fibre di amianto anche per basse dosi. Sono state descritte, inoltre, patologie al tratto gastrointestinale e alla laringe per le quali l’associazione con l’asbesto è più debole e resta da stabilire in via definitiva una sicura dipendenza. Le esposizioni negli ambienti di vita, in generale, sono di molto inferiori a quelle professionali, pur tuttavia non sono da sottovalutare perché l’effetto neoplastico non ha teoricamente valori di soglia.

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AMIANTO, I SITI CONTAMINATI SALGONO A 38MILA

da http://www.wired.it/ – 27/11/2014

– Il Ministero dell’Ambiente aggiorna la mappatura dei siti contaminati d’amianto. Ma mancano ancora i dati della Calabria –

   Da 30 mila e trecento a 38 mila. Come avevamo anticipato nella nostra inchiesta di luglio, procede il lavoro di aggiornamento del Ministero dell’Ambiente, in particolare del Dipartimento Bonifiche e Risanamento guidato dalla dott.ssa Laura D’Aprile, anche in risposta alla nostra richiesta di accesso civico ai dati ministeriali sui siti, edifici pubblici, industrie, fabbricati, ancora contaminati dall’amianto a 22 anni dalla sua messa al bando nel nostro Paese.

   Riappaiono i circa 4000 siti “scomparsi” nella precedente mappatura e il numero dei siti contaminati da amianto sale a 38.000 mila. Nella mappa sono indicati in blu i siti verificati dal Ministero dell’Ambiente, mentre appaiono ancora in rosso (vedi ad esempio la regione Marche) quelli i cui dati devono essere accertati e verificati dall’ente ministeriale.

   La pressione dell’opinione pubblica anche a seguito della sentenza Eternit e della ribellione della comunità che finora ha pagato il prezzo più alto nella lotta contro l’amianto, senza ottenere giustizia, comincia a farsi sempre più pressante e le regioni, che fino ad ora avevano ritardato od omesso la mappatura dei siti contaminati come la Sicilia e la Campania, ad esempio, hanno cominciato a rivelare dati fondamentali e preziosi per i cittadini e le istituzioni locali per spingere alla bonifica dei siti più pericolosi.

Con una Calabria invece, che a tutt’oggi è rimasta al palo nonostante i Piani di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto”, siano stati previsti sia dall’art. 10 della Legge 257 del 1992 e dal DPR dell’8 agosto 1994.

   Anche perché le cifre liberate dalla regione Piemonte (107.402 coperture di amianto al 5 novembre 2014) e precedentemente dalla Lombardia (85.908 nel 2012) ci dicono che la presenza di amianto, accertata con il telerilevamento sulle coperture di eternit esistenti è molto più elevata. Noi non ipotizziamo cifre a casaccio, l’allarmismo è inutile. Mentre è fondamentale il lavoro di verifica degli enti preposti al controllo ambientale e sanitario proprio per accertare definitivamente quali sono i siti più pericolosi che vanno bonificati subito.

   A tutt’oggi neppure la bonifica dei siti di interesse nazionale come Casale Monferrato, è ancora stata completata, nonostante nuovi finanziamenti appena destinati dal governo. Ma mentre discutiamo di cifre e numeri continua l’esposizione di milioni di italiani alle fibre killer che con una latenza ventennale, portano al mesiotelioma, micidiale tumore polmonare e altre malattie asbesto correlate, con almeno 2500 vittime all’anno.

   Così come manca ancora una filiera virtuosa sullo smaltimento di eternit e amianto a costi contenuti e controllata. Le troppe discariche abusive su tutto il territorio nazionale e la mancanza dei requisiti di sicurezza di molte di quelle autorizzate la dicono lunga su quanto ci sia ancora da fare.

   Ribadiamo quanto avevamo detto: ad oggi, non sappiamo ancora con certezza il numero e il grado di pericolosità per la salute delle popolazioni che vivono intorno a quei puntini sulla mappa ministeriale, anche aggiornata. Eppure la produzione di dati aperti, certi e disponibili da parte delle Istituzioni resta fondamentale nel processo di accesso alle informazioni, sia per impedire allarmismo ingiustificato da una parte, che sottovalutazione del rischio, dall’altra.

DA wired_it
DA wired_it

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da WIRED:IT (http://www.wired.it/ ), Rosy Battaglia, 15/7/2014

(….) Le Marche appaiono quasi totalmente invase da siti ed edifici ancora da bonificare, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria appaiono solo toccate marginalmente dal fenomeno, mentre secondo l’ISTAT (Ufficio di Statistica dell’Istituto Superiore di Sanità) è proprio nell’Italia settentrionale il maggior numero di comuni con un tasso di mortalità per mesotelioma superiore alla media nazionale.

   Già nel 2010 un rapporto di Legambiente aveva registrato il ritardo delle amministrazioni regionali, responsabili sia del censimento dei siti che dei “Piani di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto”, come previsto dall’art. 10 della Legge 257/1992 e dal DPR 8 agosto 1994.

   Anche per questo, nel Piano Nazionale Amianto, presentato lo scorso anno a Casale Monferrato dall’allora Ministro della Salute Balduzzi, (arenatosi alla Conferenza Stato-Regioni per mancanza di copertura economica da parte del Ministero dell’Economia) la mappatura veniva individuata come una delle priorità nazionali proprio per andare a determinare i siti da bonificare dove investire le (poche) risorse disponibili.

   Non dimentichiamo, infatti, che la presenza di amianto è stata la motivazione esclusiva per il riconoscimento di sei Siti di Interesse Nazionale (BALANGERO, EMARESE, CASALE MONFERRATO, BRONI, BARI-FIBRONIT e BIANCAVILLA), aree ad altissimo impatto ambientale e sanitario. Così come l’Istituto Superiore di Sanità nel rapporto Sentieri aveva già registrato, nel periodo 1995-2002 un eccesso di mortalità per malattie asbesto correlate anche a Pitelli, Massa Carrara, Priolo e nell’Area del Litorale Vesuviano.

   Una situazione fotografata dal quarto rapporto redatto dal Registro Nazionale Mesoteliomi (RENAM) editato nel 2012, che riferisce di 15.845 casi di mesotelioma maligno rilevati dalla rete dei Centri Operativi Regionali (COR) nel periodo 1993-2008. Oltre 2 mila morti l’anno con un picco di mortalità previsto dal Ministero della Salute, tra il 2025 e il 2030.

   Motivi sufficienti per accelerare la messa in sicurezza di scuole, ospedali, intere aree industriali dismesse o ancora attive per impedire la dispersione delle fibre nell’atmosfera, causata dall’erosione del cemento-amianto e la loro possibile aspirazione in almeno 400 siti stimati dal Ministero della Salute in priorità di rischio 1, la più grave per la popolazione.

   E mentre le associazioni e i cittadini si attivano dal basso per il monitoraggio civico dei luoghi da bonificare, non possiamo non ricordare che esiste già un sistema elaborato dall’INAIL–DIPIA che permette di georeferenziare le aree da bonificare, il cosidetto Sistema Informativo Territoriale (SIT). Così come esistono sensori MIVIS utilizzati da alcune regioni (come la Lombardia e la Puglia ad esempio) per il rilevamento aereo delle strutture con copertura in cemento-amianto.

   Fatto sta che, ad oggi, non sappiamo ancora con certezza il numero e il grado di pericolosità per la salute delle popolazioni che vivono intorno a quei puntini sulla mappa ministeriale. Eppure la produzione di dati aperti, certi e disponibili da parte delle Istituzioni resta fondamentale nel processo di accesso alle informazioni, sia per impedire allarmismo ingiustificato da una parte, che sottovalutazione del rischio, dall’altra. (Rosy Battaglia è la curatrice del progetto di civic journalism Cittadinireattivi.it )

Le bonifiche dei siti d’amianto di origine antropica – Dati aggiornati al 17 giugno 2014) da WIRED_IT
Le bonifiche dei siti d’amianto di origine antropica – Dati aggiornati al 17 giugno 2014) da WIRED_IT

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ETERNIT: 2154 MORTI, TUTTO PRESCRITTO

La Corte cancella pure i risarcimenti

di Andrea Giambartolomei, da “il Fatto Quotidiano” del 20/11/2014

– La Cassazione annulla la condanna del magnate svizzero Schmidheiny – Lo sdegno dei parenti delle vittime dell’amianto. Le parti civili dovranno pagare le spese. – Il pm Guariniello: “Già pronto il processo-bis per tutti gli omicidi fino ai casi più recenti, che nessuno potrà estinguere” –

TORINO – Tutto prescritto. Il disastro ambientale di CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA è finito da un pezzo, ma i suoi abitanti si ostinano ad ammalarsi e morire. Così ieri sera (il 19/11/2014, ndr) i magistrati della prima sezione penale della Corte di cassazione, presieduti dal giudice Arturo Cortese, hanno annullato la condanna a 18 anni di carcere a STEPHAN SCHMIDHEINY, il manager svizzero che dal 1976 in poi ha diretto la multinazionale del cemento-amianto Eternit in Italia.

   Hanno accolto così la richiesta del sostituto procuratore generale Francesco Mauro Iacoviello che sorprendentemente aveva chiesto l’annullamento delle sentenze torinesi, gettando nello sconforto i tanti familiari delle vittime arrivati DA CASALE MONFERRATO A ROMA per vedere l’ultima parte di questo processo.

   A differenza di quanto visto in passato, l’udienza di ieri al “Palazzaccio” dev’essere sembrata paradossale, dove i ruoli si sono invertiti. L’imputato è diventato la parte offesa, mentre l’accusa sembrava la difesa. Ora anche i risarcimenti alle vittime salteranno. L’Inail non potrà chiedere i 280 milioni erogati per prestazioni sanitarie ai lavoratori malati.    Gli avvocati di Schmidheiny, Franco Coppi e Astolfo D’Amato, lo hanno definito “la vittima di un pregiudizio della magistratura italiana che ha voluto nei processi di primo e secondo grado a tutti i costi individuare in lui il responsabile di una strage”. La colpa – sostengono i legali – sarebbe invece di chi ha gestito l’azienda prima di lui.

   Forse del BARONE BELGA LOUIS DE CARTIER DE MARCHIENNE morto pochi giorni prima della sentenza d’appello del 3 giugno 2013. Quel giorno lo svizzero venne condannato a 18 anni di carcere per “disastro ambientale doloso continuato” commesso nelle città in cui l’Eternit aveva i suoi stabilimenti e in cui la fibra killer si era diffusa nell’aria provocando malattie e decessi, che colpiscono ancora oggi gli abitanti.

   Questa era la situazione arrivata alla Cassazione per essere vagliata nei suoi elementi di diritto e questo è quello che il pg Iacoviello ha fatto con un’impostazione nuova. Dopo aver criticato l’approccio della procura, del tribunale e della Corte d’appello di Torino, ma anche quello stabilito da alcune sentenze della Cassazione, il pubblico ministero ha affermato che “di fronte al dilemma tra giustizia e diritto, il giudice deve scegliere il diritto”.

   Quindi ha detto che Schmidheiny è sì responsabile, ma che i reati sono prescritti perché il reato di “disastro ambientale” è terminato con la chiusura degli stabilimenti dell’Eternit nel 1986. Per questo la prescrizione sarebbe già scattata e la condanna della Corte d’appello di Torino andrebbe annullata, senza nessun rinvio e senza nessun nuovo processo.

   Quando il pubblico ministero ha parlato di “prescrizione” e di “annullamento senza rinvio” tra i parenti delle vittime e dei malati si è diffuso un senso di sconforto. Prima di ieri ha sempre retto l’accusa ideata dai pm torinesi Gianfranco Colace, Raffaele Guariniello e Sara Panelli e poi accolta dai giudici del tribunale e della Corte d’appello. Guariniello ha così commentato: “I parenti non devono sentirsi abbandonati e non devono disperarsi. Devono avere fiducia, siamo pronti con la chiusura indagine sulle morti più recenti. Presto saprete se sarà omicidio colposo o volontario. La Procura non vi abbandona”.

   Questo reato – il disastro ambientale doloso – sembrava non avere limiti temporali. Anzi, secondo le motivazioni della condanna di secondo grado “il particolare evento di disastro verificatosi anche in quei siti ha preso la forma di un fenomeno epidemico”, un fenomeno che “si è esteso lungo l’asse cronologico con durata pluridecennale”.

   Insomma, gli abitanti di questi paesi continuano ad ammalarsi di tumore – ASBESTOSI o MESOTELIOMI PLEURICI – e il numero dei morti sale sopra le tremila vittime perché le città in cui c’erano gli stabilimenti dell’Eternit sono ancora contaminate dalle fibre killer e questo significherebbe che il disastro è in corso.

   Basta dare poi un’occhiata ai necrologi dei giornali locali che riportano nuovi decessi quasi ogni settimana, con IL RITMO DI UNA CINQUANTINA ALL’ANNO SOLO A CASALE. Nel Monferrato una delle ultime vittime è stato Danilo Aceto, 60 anni, viticoltore e campione internazionale di tiro al piattello morto a Rosignano il 5 ottobre scorso per colpa del mesotelioma, mentre più di recente è morto un ragazzo di 28 anni.

   Tutto questo però non ha importanza per Iacoviello, secondo il quale il rispetto delle regole prevale sul valore della giustizia e sulla situazione vissuta.

   Ha provato a porre un argine a questa tesi Sergio Bonetto, avvocato che rappresenta l’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto (Afeva). Ha fatto notare che chi ha scritto il codice penale non conosceva l’esistenza di agenti cancerogeni capaci di manifestarsi dopo anni di latenza, se non addirittura decenni: “Il diritto non può ignorarne gli effetti e rinunciare a fare i processi che riguardano i danni alla salute che ne derivano”. Evidentemente al Palazzaccio non l’hanno pensata così. (Andrea Giambartolomei)

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BRASILE, L’ELDORADO DELL’AMIANTO

di Paolo Manzo, da EUROPA del 20/11/2014 (www.europaquotidiano.it/)

   Dopo la sentenza Eternit, viaggio nel paese in cui tutti lo usano ancora convinti che non faccia male «come quello italiano»

   (…..) L’amianto – la cui produzione è stata bandita dal 1992 in Italia, dal 1999 in Europa e di cui l’OMS raccomanda sia eliminato a livello mondiale – ha un giro d’affari mondiale plurimiliardario che interessa molti paesi, a cominciare da RUSSIA, CINA e BRASILE, i tre principali produttori. Se però la Cina non è una democrazia e in Russia non si muove foglia che Putin non voglia, il Brasile è una democrazia piena e, per di più, è anche il terzo maggior consumatore al mondo d’amianto.

   «Ogni brasiliano» spiega lo pneumologo Ubiratan de Paula Santos, «consuma in media 700 grammi di amianto l’anno e stimiamo che i morti da amianto negli ultimi 10 anni siano stati 150mila». Il motivo è semplice: IN BRASILE CI SONO 16 GRANDI AZIENDE MULTINAZIONALI CHE PRODUCONO AMIANTO – Eternit compresa – che «ad ogni elezione, vanno a finanziare trasversalmente tutti i partiti politici», spiega Fernanda Giannasi, un’ispettrice del ministero del Lavoro brasiliano in pensione, che ha fondato l’Abrea, l’associazione delle tante vittime verde-oro dell’amianto.

   Il suo è un lavoro immane perché gran parte di media e tv, grandi e piccoli, in cambio di pubblicità e/o finanziamenti da parte delle multinazionali che producono amianto non informano la popolazione brasiliana dei rischi connessi all’uso quotidiano dell’amianto.

   Due episodi personali per capire. Quando nel 2007 mi trasferii in Brasile cercavo casa e ricordo ancora come un locatore, nello spiegarmi le virtù del suo appartamento, mi mostrò 4 enormi «fioriere di amianto. Sono una bellezza non è vero?» mi disse. Scappai a gambe levate.

   Un paio di anni fa, visitando il villaggio degli indios Tupinambá di Itapuã nei pressi di Ilheus, la città dove Jorge Amado ha ambientato il suo Gabriella, garofano e cannella, un vecchio mi mostrò orgoglioso il tetto della sua capanna in Eternit. «È indistruttibile» mi disse. «La nostra tradizione vorrebbe il tetto di foglie e paglia», mi spiegò lasciandomi di sasso Thiago, studente 25enne con la passione per l’informatica, nome indio Kaluaná, ma «la maggioranza qui ha voluto l’Eternit», perché «costa poco» ed è «più moderno».

   Questa dunque la situazione in Brasile dove le aziende del settore si difendono con un mantra: «Il nostro amianto non fa male, È CRISOTILE ed È DIVERSO DA QUELLO ITALIANO». Una balla clamorosa smentita da tutti gli studi scientifici seri, ovvero non fatti da “scienziati” pagati dalle multinazionali dell’amianto.

   Fernanda Giannasi con un manipolo di altri coraggiosi brasiliani era riuscita, progressivamente, a sensibilizzare opinione pubblica e sindacati, anche grazie alle sentenze di condanna di primo e secondo grado a Torino. Oggi, dunque, a sentirsi presi in giro non sono solo gli abitanti di Casale Monferrato, città che ha dichiarato il lutto cittadino – a proposito, perché non estendere il lutto a livello nazionale, vista la grande occasione persa in Cassazione? – ma anche le decine di migliaia di brasiliani affette da mesotelioma da amianto. (Paolo Manzo)

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LE URLA DOPO LA SENTENZA: “VERGOGNA”

da “il Fatto Quotidiano” del 20/11/2014 –

Torino. Una vergogna”. Solo così possono commentare la decisione dei giudici che ha posto fine alla loro lotta per la giustizia. I cittadini di Casale Monferrato, parenti di alcune delle duemila persone decedute per i tumori provocati dall’amianto, non hanno altre parole. La loro battaglia continuerà per altre strade, quelle per incentivare la ricerca e le bonifiche, e quella per arrivare all’abolizione dell’amianto. Ma per ora c’è un grande sconforto –

   DURANTE LA GIORNATA le parole che hanno usato per commentare a caldo la richiesta del procuratore generale rimandano alla violenza fisica. “Un pugno nello stomaco”, dice Nicola Pondrano. Bruno Pesce, coordinatore dell’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto, spiega che sono “un po’ frastornati” perché la richiesta del pg è “un calcio dentro”. “Uno schiaffo ai familiari e alle vittime dell’amianto”, lo definisce Fabio Lavagno, deputato del Partito democratico ma soprattutto cittadino di Casale Monferrato.

   Alle parole di Pesce e Pondrano si aggiungono quelle di Romana Blasotti Pavesi, con la quale formano il terzetto che ha trascinato la popolazione casalese nelle battaglie sociali, ambientali e legali. Lei, che per colpa dell’Eternit e dell’amianto ha perso il marito Mario, la sorella Libera, il nipote Giorgio, sua cugina Anna e la figlia Maria Rosa, se la prende con l’imputato, che non si è mai fatto vedere nelle aule dei tribunali: “Vorrei incontrare Stephan Schmidheiny – ha dichiarato ieri mattina a Il Monferrato – visto che lui continua a dire che è innocente e che si sente sereno. Noi dopo tanti anni dalla morte dei nostri cari non siamo sereni. Vorrei che Stephan Schmidheiny avesse il coraggio di guardare una moglie che ha perso il marito negli occhi, o una mamma il figlio o dei bimbi piccoli che hanno perso il padre. Abbia il coraggio di guardaci negli occhi e di sentirsi innocente”.

   La loro difficile lotta è cominciata nelle fabbriche, quando alcuni operai hanno iniziato a rendersi conto che qualcosa non andava con quella polvere bianca e sottilissima che respiravano continuamente, che portavano a casa, sia nelle loro tute blu, sia nei sacchi di “polverino” che potevano riutilizzare per i lavori privati.

   C’è voluto molto tempo prima che qualcuno desse il via a un’indagine così corposa e penetrante: Raffaele Guariniello, affiancato da Sara Panelli e Gianfranco Colace. Nel 2009 ottengono il rinvio a giudizio, nel 2012 la prima condanna, nel 2013 la conferma. “Il procuratore generale dice che non è possibile giudicare un disastro provocato dall’amianto perché lo si è cessato di lavorare tanti anni fa, ma si dimentica che l’amianto è una bomba a orologeria di lungo periodo: non è possibile che coloro che l’hanno innescata siano trattati come dei gran signori”, afferma Pesce, a cui si aggiunge Pondrano: “Siamo allibiti, nel diritto deve esserci anche la sostanza. Se si continua a morire è evidente che il reato continua”. Il rischio maggiore, racconta quest’ultimo, è che “se la Corte confermerà la richiesta, coloro che perderanno la vita non solo per mesoteliomi e asbestosi, ma anche per altri tumori professionali, negli anni a venire non avranno più giustizia”.

   Alle loro preoccupazioni in giornata si sono unite quelle dei rappresentanti di associazioni ambientalistiche, sindacati e partiti politici. Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, afferma: “Ci lascia sgomenti l’idea che vengano considerati prescritti reati legati a fatti che ancora oggi continuano e mietere vittime innocenti”. Pure l’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno si indigna: “Qual è la giustizia che riserva lo Stato italiano alle vittime dell’Eternit e ai loro cari? ”.

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AMIANTO: LA FRANCIA CERCA LE PERSONE A RISCHIO, IL BRASILE CONTINUA A PRODURLO

di Hélène D’Angelo, da http://www.redattoresociale.it/ del 25/11/2014

– La situazione in Francia e Brasile – Nel mondo muoiono ogni anno tra le 110 e le 150 mila persone a causa dell’amianto, il 10% del totale solo nel Paese sudamericano, terzo produttore ed utilizzatore del materiale. In Francia invece è iniziata la ricerca di 13 mila persone a rischio asbestosi –

   A pochi giorni dalla sentenza italiana sul caso Eternit, in cui è caduto in prescrizione il reato ambientale, che ha suscitato rabbia e sdegno per le vittime, anche in altri Paesi si parla di amianto e delle sue conseguenze. Infatti ancora in molte parti del mondo non solo è difficile quantificare quante persone sono a rischio di sviluppare una patologia ad esso collegata, ma continua ad essere prodotto amianto, esponendo migliaia di persone al rischio di asbestosi.

   A questo proposito in Francia è iniziata un’operazione assolutamente inedita: l’Agenzia regionale sanitaria dell’Ile-de-France sta cercando di rintracciare circa 13 mila persone che hanno frequentato le tre scuole della città di d’AULNAY-SOUS-BOIS tra il 1938 ed il 1975, che erano situate nei pressi di un’industria che trattava amianto. L’obiettivo è quello di informare le persone che si sono esposte al rischio asbestosi, consigliando loro di consultare il proprio medico curante ed eventualmente contattare un numero verde o il sito internet dedicato.

   Questa operazione è frutto di una lunga successione di decisioni volute dalle autorità sanitarie, come si legge nell’articolo di La Croix.    Nel 2007 uno studio condotto dall’Istituto di vigilanza sanitaria (InVs) ha confermato per la prima volta in Francia l’insorgenza di malattie legate all’amianto per le persone vissute nei pressi di un sito in cui veniva trattato.    Nel 2009 la Haute Autorité de Santé (Has) ha formulato delle raccomandazioni per il monitoraggio e l’accompagnamento delle potenziali vittime, in conformità con la legge Kouchner del 2002 sui diritti dei malati.

   Nel 2010 infine uno studio ha dimostrato come fosse possibile ritrovare, almeno in parte, le persone potenzialmente esposte alle polveri d’amianto intorno al Comptoir des Minéraux et des Matières Premières (Cmpp), l’azienda che trattava il materiale.

   Ma, nonostante sia un importante passo in avanti per sostenere le potenziali vittime, alcuni nodi rimangono ancora da sciogliere. Infatti, in seguito ad una decisione della Commission nationale de l’information et des libertés (Cnil), ogni persona contattata non potrà ricevere che una sola missiva informativa, e per ora sono state solo 1.500 le persone e 1.500 i medici contattati, un numero ben lontano dai 13 mila stimati a rischio. Tutti elementi che hanno portato il Collettivo dei residenti e delle vittime del Cmpp a chiedere un monitoraggio più stretto e severo al ministero della Salute.

   In Brasile invece la situazione è ben diversa: il governo, legato a filo doppio con medici e aziende del settore, continua a ignorare gli appelli dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla messa al bando dell’amianto.

   Il Paese è infatti sia il terzo utilizzatore del materiale sia il terzo esportatore al mondo. In Brasile ogni anno vengono impiegate circa 150 mila tonnellate del materiale, che in media significano 700 gr di amianto inalato per ogni brasiliano, dichiara Ubiratan de Paula Santos, pneumologo dell’università di São Paolo.

   Nel mondo si stimano essere tra le 110 e le 150 mila le persone che ogni anno nel mondo muoiono a causa dell’amianto, e sono 15 mila i brasiliani, il 10% del totale. Nonostante questi dati, le lobby che lo trattano sono ancora troppo forti e di conseguenza non esiste una legge che ne bandisca l’utilizzo e la lavorazione. In un video pubblicato dal The Guardian si mostrano le sofferenze di queste persone, ammalatesi a causa della loro esposizione all’amianto. (Hélène D’Angelo)

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CENTOMILA MORTI L’ANNO: LA STRAGE DELL’AMIANTO

di Valter Vecellio, dal sito www.associazionelucacoscioni.it/

   Cominciamo dai dati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità valuta che siano almeno 125 milioni i lavoratori nel mondo esposti all’amianto; che ogni anno siano circa centomila i morti, ma gli esperti avvertono che si tratta di cifre sottostimate.

   NEI SOLI PAESI INDUSTRIALIZZATI dell’Europa, dell’America del Nord e del Giappone, SI REGISTRANO OGNI ANNO circa ventimila morti per cancro al polmone, e DIECIMILA CASI DI MESOTELIOMA DOVUTI ALL’AMIANTO; nessuno conta gli indiani, i pakistani, i vietnamiti, gli africani, gli abitanti di quelle che un tempo erano le repubbliche dell’Unione Sovietica, i sudamericani che ogni giorno lavorano sotto pagati, a contatto con tubi e pannelli di eternit.

   E in Italia? L’Ispel, l’istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro, ha calcolato che dal dopoguerra fino alla messa al bando dell’Eternit nel 1992, sono state usate oltre venti milioni di tonnellate di amianto e prodotte 3,75 milioni di tonnellate di amianto grezzo. L’epidemiologo Valerio Gennaro spiega che si morirà per amianto almeno fino al 2040, il picco arriverà tra qualche anno, il 54 per cento dei tumori professionali è provocato dall’amianto. Si sapeva già tutto negli anni Ottanta.

   Mentre leggete, provate a pensare che ci sono circa 32 milioni di tonnellate di fibra di amianto sparse ovunque: una tettoia, un rivestimento in una scuola, intercapedini del vostro appartamento, negli ospedali e nelle caserme, negli edifici pubblici…pannelli che si potrebbero deteriorare e sfilacciarsi, e quelle microfibre le possiamo respirare: a Milano come a Roma, a Napoli come a La Spezia, a Monfalcone come a Bologna…

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   Francois Islen, già architetto dei Politecnico di Losanna in Svizzera, consulente del Caova, un comitato svizzero di aiuto e assistenza alle vittime dell’amianto. Dice che sin dal 1962 era noto che l’amianto causava il cancro, che bisognava abbandonarlo. Ma la Eternit lo ha utilizzato per altri ventotto anni! Al processo di Torino del 2010 ha deposto un ex dirigente, Silvano Benitti. Nel 1975 lo mandano a svolgere ispezioni, poi si trova sbattuto a dirigere uno stabilimento in Basilicata. Come mai? È il premio per aver redatto un rapporto con critiche, osservazioni e considerazioni sugli impianti e il comportamento dei colleghi: “Tra le sedi tedesche dell’Eternit e quella di Casale Monferrato, c’era una differenza eclatante. Una differenza fatta di puzza e di polvere, la sporcizia nella sede di Casale Monferrato arrivava ovunque”; soprattutto non si faceva nulla per evitare il rischio di contaminazione di asbestosi e tumori provocati dall’amianto.

   Giovanni Turino, un giornalista di Casale, ha scritto un libro: “Eravamo tutti ricchi di sogni”. Racconta del problema dell’amianto nella sua città, ricorda che già nel 1964 un dirigente comunista, Davide Lajolo, aveva denunciato su “L’Unità” i pericoli dell’amianto parlando esplicitamente del mesotelioma. “Pensavo”, dice Turino, “che succedesse il finimondo, che sarebbero scoppiate polemiche e si sarebbero adottate misure di tutela della salute; invece nulla”. Storie (ignorate) di stragi. Stragi di diritto, di legge, di giustizia; e, come si vede, di corpi, persone, popolo. (Valter Vecellio)

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http___www_publicintegrity_org_

da http://www.anmil.it/portals/

L’amianto è un minerale naturale a struttura fibrosa, presente anche in italia, appartenente alla classe chimica dei silicati.

   Dall’antichità fino all’epoca moderna, l’amianto (in greco “àsbestos” letteralmente “indistruttibile”) è stato usato per scopi magici e rituali. i persiani e anche i romani disponevano di manufatti in amianto per avvolgere i cadaveri da cremare, allo scopo di ottenere ceneri più pure e chiare. una credenza popolare diceva che l’amianto fosse la “lana della salamandra”, l’animale che per questo poteva sfidare il fuoco senza danno.

   I cinesi usavano le fibre di amianto antifuoco, filando questo minerale ottenevano un tessuto impiegato per confezionare tovaglie.

   Risale al ‘600 la ricetta del medico naturalista boezio che dimostra l’uso dell’amianto nelle medicine dell’epoca. “dall’asbesto si fa spesso un unguento miracoloso per le ulcerazioni delle gambe. si prendono quattro once di asbesto, due once di piombo, due once di ruta e vengono bruciate, quindi ridotte in polvere vengono macerate in un recipiente di vetro con l’aceto ed ogni giorno, per una volta al giorno per un mese l’impasto viene agitato; dopo un mese si deve far bollire per un’ora e lo si lascia riposare finché non diventi chiaro: poi si mescola una dose di codesto aceto bianco con una ugual dose di olio di rosa finché l’unguento sia ben amalgamato: allora si unge tutto il capo del fanciullo per farlo rapidamente guarire: per la scabbia e le vene varicose le parti vengono unte al tramonto finchè non sopravvenga la guarigione. se questo minerale viene sciolto con acqua e zucchero e se ne somministra una piccola dose al mattino tutti i giorni alla donna quando ha perdite bianche, guarisce subito”.

   L’amianto è rimasto presente nei farmaci sino a 50 anni orsono per due tipi di preparati: una polvere contro la sudorazione dei piedi ed una pasta dentaria per le otturazioni.

   Per le  sue caratteristiche di resistenza e di forte flessibilità l’amianto venne largamente utilizzato dall’inizio del 20° secolo nelle costruzioni edilizie, in particolare per la realizzazione di lastre di copertura, tubi, cisterne e pannelli antincendio, ma anche per guarnizioni, dischi dei freni, coibentazioni termiche e acustiche in navi, treni ma anche per presine da cucina.

   L’amianto infatti è potenzialmente indistruttibile in quanto resiste sia al fuoco che al calore, nonché agli agenti chimici e biologici, all’abrasione e all’usura.

   Risale agli inizi del ’900 il primo processo in italia (in piemonte) nel quale venne condannato il titolare di un’azienda che lavorava amianto perché la pericolosità del minerale era stata ritenuta circostanza di conoscenza comune. (……)

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PROPOSTE SULL’AMIANTO

tratto da www.amiantomaipiu.it/ – associazione di Monfalcone)

   Il problema và inquadrato non solo dal punto di vista delle enormi tragedie che ha fatto e che tuttora procura l’uso e l’impiego dell’amianto, con i dati che sono disponibili anche a livello internazionale, che parlano di cifre enormi, tuttora parlano, rispetto a quello che significa casi di cancro, di morti per cancro polmonare o per mesotelioma, di oltre 100.000 casi all’anno, cui si aggiungono casi che non sono quantificabili in modo certo, come quelli che avvengono in paesi in cui l’amianto non è assolutamente controllato e regolamentato come la Cina.

   Il problema dell’amianto, in sintesi, nel mondo, come un problema che possiamo definire di razzismo ambientale, di trasferimento dai paesi del nord del mondo, evoluti, dove l’amianto, tutto sommato, è sotto controllo, è stato addirittura bandito, con tanti problemi che comunque ci sono ancora, com’è stato verificato qui, in questa conferenza nazionale, che trasferiscono il rischio nei paesi del sud del mondo.

   Pensiamo al ruolo di un grande paese esportatore, il terzo esportatore mondiale, il Canada che è riuscito ad ottenere un rinvio nell’inclusione dell’asbesto, delle varie forme minerali di asbesto, nella lista dei prodotti chimici pericolosi e dei pesticidi, lista internazionale per cui è obbligatoria l’informazione preventiva. O quando il Canada, ha tentato di bloccare davanti all’Organizzazione Mondiale del Commercio la censura, il blocco della Francia all’importazione dell’amianto dal Canada, dove per fortuna è stato sconfitto. Però è stato appoggiato, in quel caso, da paesi, dove tuttora l’amianto è usato senza scrupoli, senza precauzioni, come l’India, dove, peraltro, c’è un grandissimo movimento per il bando dell’asbesto, l’India dove tuttavia, il governo, anche ultimamente, ha abbassato le tasse di importazione.

   Queste poche parole servono per dare quello che è il profilo internazionale di questo problema, profilo che, quindi, descrive questa situazione, dall’Europa, dove stiamo andando verso un miglioramento notevole rispetto a soli pochi anni fa, fino a paesi deboli, dove l’amianto è usato in modo pericolosissimo. Comunque, il movimento internazionale per il bando dell’amianto sta facendo grandi progressi, e ultimamente abbiamo avuto delle grandi iniziative che hanno fatto sì che, anche organizzazioni internazionali importanti abbiano lanciato programmi per il bando mondiale dell’amianto.

   Chiediamo che la Commissione europea garantisca il monitoraggio nell’applicazione delle legislazioni, quindi della direttiva per il divieto dell’uso dell’amianto e il controllo delle bonifiche. Identifichi l’asbesto nei prodotti, negli edifici e nei siti; definire e diffondere linee guida per le buone pratiche delle bonifiche.

   Garantire l’economia dei dispositivi personali di protezione per i lavoratori impegnati nelle bonifiche, garantire la sorveglianza sanitaria per queste lavorazioni e anche per gli ex esposti, istituendo anche i dovuti registri.

   Garantire il riconoscimento nel sistema dei registri delle malattie professionali,di tutte le malattie correlate con l’amianto, garantire la formazione dei lavoratori e degli ispettori del lavoro, sostenere i costi delle bonifiche e scoraggiare le paghe di rischio, sapendo che spesso, sono i lavoratori più ricattabili, gli immigrati, gli stranieri, che accettano paghe alte per lavorare all’esposizione all’amianto; contribuire, come movimento italiano, alla richiesta che ha fatto la conferenza europea del settembre del 2003 per la realizzazione di una campagna europea nel 2008, per l’applicazione della direttiva 18 del 2003, e prendere tutte le iniziative per fermare l’esportazione dei rifiuti a paesi terzi.

   Pensate che ci sono dati della conferenza internazionale e dei sindacati liberi che parlano, da fonti relative a informazioni sul commercio mondiale, che l’Italia, nel 2003 ha esportato oltre 44 tonnellate di amianto, nonostante il divieto all’import-export della sostanza.

   Stabilire come priorità la prevenzione dei lavoratori impegnati in quello che resta dopo il divieto dell’amianto, cioè le bonifiche. Migliorare il coordinamento degli ispettori impegnati nel controllo delle attività di bonifica e delle altre infrastrutture che devono sostenere questo lavoro, monitorare, quindi, il lavoro delle imprese impegnate nelle bonifiche, migliorare la formazione degli ispettori per la tutela dei lavoratori, ma per la tutela della salute degli stessi ispettori, garantire che i lavoratori, nelle bonifiche, siano professionalmente preparati a fare questo tipo di attività, garantire la competenza dei medici, relativamente all’accertamento del rischio, alla sorveglianza sanitaria e alla cura, quando è dovuta; sostenere l’eliminazione dell’amianto da tutti i prodotti nell’intero ciclo economico; sostituire l’amianto con materiali non pericolosi, questo è un punto

importantissimo rispetto al quale torniamo dopo rispetto alle questioni da vedere nel nostro paese.

   Richieste alle organizzazioni internazionali, in particolare all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ma anche alle altre, alle Nazioni Unite, all’Organizzazione Mondiale della Sanità e alla Banca Mondiale.

   Continuare a promuovere l’applicazione della convenzione 162; assistere gli stati deboli in programmi per l’eliminazione e il controllo dell’amianto, collaborare con la Commissione europea per l’istituzione di una banca dati internazionale dei prodotti e dei sostituti e di buone pratiche per le bonifiche; cooperare con le organizzazioni internazionali, sia governative che non governative.

   La parte, invece, che riguarda le questioni che possono essere affrontate in Italia, attiene, innanzitutto, al controllo che l’applicazione della direttiva in Italia non abbassi gli standard italiani che sono superiori, per esempio il problema delle esposizioni deboli e sporadiche, dove si fanno determinate deroghe, e seguire anche l’iter della legge comunitaria 2004 che prevede l’attuazione della direttiva; aiutare i paesi “nuovi”, questi dieci che sono entrati a maggio, nell’applicazione corretta della direttiva, attraverso i collegamenti necessari tra le organizzazioni italiane impegnate in questo campo e le organizzazioni di quei paesi, ma anche chiedendo al governo italiano di farsi parte promotrice in Europa perché questo accada; controllare i sostituti, c’è il problema delle fibre minerali, delle fibre artificiali, tra cui, per esempio, le fibre ceramiche refrattarie che sono R45, sono cancerogene, il coordinamento delle regioni italiane sta preparando delle linee guida; estendere il coordinamento delle azioni di risarcimento come deterrente per le imprese che ancora usano amianto nel mondo. (da www.amiantomaipiu.it/)

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A CASALE MONFERRATO L’AMIANTO UCCIDE ALTRE 3 VOLTE. “MORTI DI UN REATO ORMAI PRESCRITTO”

– Si allunga l’elenco delle vittime, ma la città non si arrende allo sconforto –

di Silvana Mossano, da “la Stampa” del 22/11/2014

CASALE MONFERRATO- E di nuovo si torna ad accendere le fiaccole. Per esorcizzare tutti insieme un dolore che, hai voglia a dire che, dopo una notte di lacrime, ha lasciato il posto alla riscossa. Non è la prima volta che la gente casalese finisce pesta e, tuttavia, ogni volta risorge. Il dolore non piega, ma dà lo stimolo per fare ancora di più. Sì, ma basta. Di batoste ce ne sono state abbastanza. Invece no: ogni tanto qualche elemento esterno mina la coralità coraggiosa dei casalesi nella trincea anti-amianto. Questa volta è la sentenza della Cassazione che ha preteso di stipare nell’archivio della prescrizione anni di battaglie proprio nel momento in cui con le dita tese già la si sfiorava la vittoria della giustizia.

   E, allora, si riaccendono le fiaccole per illuminare i passi e scaldare i cuori di circa 2500 persone che sfilano. Ieri sera, dopo l’affollatissima assemblea stipata al limite della capienza fisica nel Salone Tartara, sono partiti da piazza Castello, proseguendo in via Saffi, piazza Mazzini, via Roma e piazza Dante. I negozianti hanno spento le luci, sono usciti in strada. Questa è una faccenda di tutti. Sono oltre duemila eppure non si sente rumore, come se camminassero in punta di piedi. Davanti, i bambini delle scuole IV Novembre e San Paolo, poi un biscione dal fronte largo e compatto, che si ferma in piazza Mazzini: qualcuno si sfila dal corteo e va a depositare fiori bianchi. Il tam tam di Facebook ha funzionato; l’appello partito giovedì mattina era: «Portate fiori banchi, che sono il segno della nostra battaglia». Fiori bianchi come il «tappeto» posato, qualche anno fa, alla spianata dell’ex stabilimento Eternit. Anche questi divenuti simbolo di unità, come la bandiera «Eternit giustizia» che, però, mercoledì sera, a Roma, è stata corretta con un pennarello rosso: «Eternit INgiustizia».

   Passa, di bocca in bocca, la notizia che in due giorni, proprio dopo la sentenza, ci sono già altre vittime dell’amianto. Due. No, tre. Ma chi sono? Maria Luisa Dellavalle. Vincenzo Spataro. Emilio Pentassuglia. «Hanno avuto il “coraggio” di morire nonostante fossero prescritti» è l’amara e sarcastica considerazione mormorata durante il cammino.

   Il grande striscione «Disastro Eternit. In Italia 3000 vittime» è sorretto dalle autorità, tra cui il sindaco di Casale Titti Palazzetti e altri dei paesi (tra cui «il sindaco piccolo» del Consiglio comunale dei ragazzi di Terruggia), il presidente della Regione Sergio Chiamparino, la presidente della Provincia Rita Rossa, i parlamentari Renato Balduzzi, Cristina Bargero, Fabio Lavagno. Più indietro, l’ex sindaco Giorgio Demezzi. È stato protagonista di giorni difficili e duri, ma le fratture sono state ricomposte, quel che conta è stare uniti. «In questa battaglia ci sarò sempre» dice.  (Silvana Mossano)

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AMIANTO, LA LEGGE AIUTA IL KILLER. GELA CONTA LE VITTIME, MA…

da http://www.siciliainformazioni.com/, 27/11/2014

   Per la Procura della Repubblica di Gela ottenere la punizione dei colpevoli nell’inchiesta sui morti di amianto nel petrolchimico di Gela sarà come scalare l’Everest durante una tormenta di neve. Più difficile che a Pirto Marghera, a Casale Monferrato e altrove.

   La pubblica accusa dovrà superare ostacoli a prima vista insormontabili. La prescrizione, forse, è il nemico meno subdolo. Dovrà dimostrare che il disastro ambientale può compiersi in un tempo sufficientemente lungo: non è esploso un macchinario, non c’è stato un incendio né un evento accidentale: il killer ha colpito in silenzio lungo il corso degli anni. Un delitto perfetto, che può essere perseguito solo se la giustizia sta dalla parte delle vittime e dispone di leggi che la sostengano.

   Ma c’è dell’altro: nella fabbrica gelese si sono avvicendate società diverse, sono cambiate le sigle sia della casa madre quanto delle aziende dell’indotto. Ad ammalarsi e morire, infatti, sono stati sia gli operati dell’Eni quanto i dipendenti delle imprese appaltatrici di lavori (manutenzione ed altro). Ogni caso, perciò, dovrà essere moitorato, ogni carriera professionale accuratamente ricostruita, la durata delle esposizioni all’amianto calcolata con il bilancino del farmacista. E non è finita: nel corso degli anni ogni singolo operaio ha lavorato in più siti. Verificare a distanza di anni l’insorgenza del rischio a dispetto della mobilità può diventare una prova diabolica.

   Per queste ragioni Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale, avverte che il problema non è tanto la prescrizione quanto il reato. Senza la formulazione nuova del reato di disastro ambientale sarà difficile, secondo Flick, ottenere giustizia per le vittime dell’amianto.  “Così com’è congegnato – spiega Flick in una intervista a La Repubblica – il reato di disastro generico o innominato è legato a qualcosa che si verifica in un momento storico preciso e circoscritto a un fatto che ha un inizio e una fine, non a qualcoda che si protrae nel tempo”.

   Secondo l’ex Presidente della Consulta non si può perciò assegnare alle interpretrazioni dei collegi giudicanti l’onere di modificare una legge, che risale, di fatto al 1030, quando il disastro ambientale era costituito da calamità naturali e basta, come le frane, le valanghe i treni. Niente a che fare con gli agenti chimici che spargono veleni nell’aria, nel mare e sulla terra.

   Sarebbe perciò un bersaglio sbagliato sparare sulla prescrizione, credendo che basti abbatterla per avere successo. Il Procuratore di Torino, Guariniello, il persecutore più indomito dei reati ambientale, condivide in parte le tesi di Flick. A suo avviso la prescrizione va allungata nei casi di reati ambientali che si protraggono nel tempo, altrimenti non si riuscirà mai a far pagare i colpevoli. Ha istruito centinaia di casi andati in prescrizione senza la punizione del colpevole, perché pur riconoscendo il reato, il giudice ha dovuto allargare le braccia, impedito a punire dalla prescrizione.

   La Procura di Gela, intanto, raccoglie indizi e prove, ricostruisce le biografie dei lavoratori, mette insieme gli elementi che possano fare giustizia delle vittime, il cui numero – è bene ricordarlo – purtroppo è ancora ignoto, perché cresce con il passare degli anni.

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Amianto e bonifiche

AMIANTO, C’È UN ALTRO SHOCK: NESSUN DICE (O NE HA IL CORAGGIO) DOVE VA MESSO DOPO LE BONIFICHE

di Alessandro Farullio, da http://www.greenreport.it/, 21/11/2014

   Sui delitti dell’amianto il diritto sarà anche stato rispettato, ma non c’è dubbio che giustizia non sia certo stata fatta dopo la sentenza della cassazione sul caso Eternit. Vergognoso che reati simili finiscano in prescrizione con evidenze scientifiche di causa-effetto tra produzione dell’amianto e mesotelioma, conosciute fin dal dopoguerra.

   Giustissimo quindi continuare la battaglia, come è sempre stato giusto risarcire i danni e trovare i quattrini per le bonifiche affinché si riducano il più possibile i morti futuri legati all’amianto. In tutto questo però c’è un convitato di pietra che greenreport denuncia fin dalla sua fondazione, ovvero dal 2006: una volta tolto tutto l’amianto dai circa 500mila siti italiani, con intere regioni che ne sono ancora piene, vogliamo occuparci del fatto che dobbiamo trovare un posto dove metterlo? Lo spediamo tutto in Germania sui treni? Siamo sicuri che economicamente e ambientalmente sia la strada giusta?

   Noi non ne siamo affatto convinti, anche perché l’amianto, come ci hanno sempre spiegato gli esperti, è un minerale che una volta messo sotto terra torna a fare il minerale. Ricordiamo ad esempio che in Toscana già la Del. C.R. 21 dicembre 1999, n. 385 “L.R. 25/98 art. 9 comma 1 – Piano Regionale di gestione dei rifiuti – secondo stralcio relativo ai rifiuti speciali anche pericolosi” stabiliva che per le discariche regionali avrebbero dovuto essere previsti moduli dedicati allo smaltimento dell’amianto, ma questa delibera non ha poi avuto seguito.

   Si parla ancora oggi di “siti di stoccaggio”, ma occorre piuttosto definire compiutamente dove e come sarà effettuato lo smaltimento dell’amianto rimosso, in Toscana come ovviamente anche nelle altre regioni, in modo che non finisca all’estero (in Germania), come già avvenuto, o sotto mentite spoglie in discariche non “attrezzate”, per non dire in mano a gestioni criminali. (Alessandro Farullio)

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ISTRUZIONI PER L’USO

«FAI DA TE» SOLO PER PICCOLI TETTI: COSA FARE PER SMALTIRE L’ETERNIT

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 22/11/2014

– Per prima cosa evitare il fai da te. In secondo luogo rivolgersi ai consorzi e aziende pubbliche che si occupano della raccolta e dello smaltimento di rifiuti solidi urbani –

TREVISO. Per prima cosa evitare il fai da te. In secondo luogo rivolgersi ai consorzi e aziende pubbliche che si occupano della raccolta e dello smaltimento di rifiuti solidi urbani, l’immondizia di casa. Sono loro i principali e più accreditati interlocutori per chiunque voglia liberarsi dell’eternit, che contiene una quantità tra il 10 e il 15% di amianto, presente in ciascuna delle nostre case.

   E dunque mano ai numeri verdi delle società di raccolta e smaltimento pubblica: per la città di Padova ApsAcegas, Etra per l’Alta Padovana, Contarina e Savno per la provincia di Treviso, Veritas per il Veneziano, Bellunum per Belluno.

   Quasi tutte queste aziende hanno uno sportello dedicato e personale specializzato, in appalto a società specializzate esterne. E sono in grado di fornire il kit per piccoli smaltimenti domestici, completo di mascherina protettiva, spruzzo incapsulante, tuta isolante, guanti. Ma attenzione: lo smaltimento fai da te è consigliabile solo per piccole quantità di cemento-amianto, comunemente eternit, inferiori ai 75 metri quadrati.

   Per coperture più estese è preferibile rivolgersi ai consorzi di smaltimento rifiuti: Etra, Contarina o Veritas, che sapranno indicare l’azienda convenzionata per il lavoro di rimozione corretto.

   «Riceviamo circa trecento richieste di intervento l’anno – spiega Pietro Piva, responsabile del servizio amianto di Contarina, nel Trevigiano – soprattutto di piccoli interventi di microraccolta. Per questi la Regione ha messo a disposizione un kit, del costo di 130 euro: gli utenti si rivolgono ai nostri sportelli e fanno la rimozione domestica. Poi arriviamo noi e provvediamo allo smaltimento corretto del materiale. Per una piccola superficie i costi sono accessibili: circa 350 euro, compreso il kit. Per superfici più ampie bisogna vedere la tipologia, il grado di difficoltà, la sostituzione della copertura ed è consigliabile far svolgere un sopralluogo ai tecnici». Mediatamente, però, il costo di rimozione e smaltimento di una copertura in eternit può oscillare tra i venti e i quaranta euro al metro quadro.

   Quando il privato decide di rimuovere la tettoia in eternit deve bardarsi di tutto punto: particolare attenzione deve prestare allo spruzzo incapsulante con il quale avvolgere le lastre di eternit, per impedire che sprigionino fibre di amianto nell’atmosfera. Una volta incapsulato, il materiale è innocuo.

   Quando intervengono le ditte specializzate il privato dovrebbe chiedere conto delle referenze: che l’azienda sia iscritta allo speciale albo, che garantisce la corretta «filiera» di smaltimento. Generalmente, l’amianto che viene smaltito sul territorio italiano prende attualmente la strada delle discariche autorizzate che si trovano in Germania. (d.f.)

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“POLVERE. IL GRANDE PROCESSO DELL’AMIANTO”

il documentario di Prandstraller e Bruna alle voci dell’inchiesta

Polvere – Il grande processo dell’amianto (Trailer)

“Polvere. Il grande processo dell’amianto” è il documentario firmato Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller che racconta le udienze del più imponente processo penale sul tema del lavoro mai intentato in Europa: a Torino.

   Il documentario analizza le economie dei paesi in via di sviluppo quali Brasile, India e Russia ed il loro utilizzo dell’amianto, mentre in Europa è stato vietato nel 1990 a seguito di casi accertati di cancro ai polmoni, mesotelioma e placche pleuriche derivanti dalla lavorazione dell’amianto stesso.Polvere1

   Viene mostrata la forza e tenacia di anziani attivisti del piccolo comune di Casale Monferrato, i quali combattono in onore dei loro familiari, dei loro compagni, dei loro figli: vittime di malattie gravi e addirittura di morte a causa dello stretto contatto con l’amianto. I due più grandi azionisti della multinazionale Eternit vengono condotti sul banco degli imputati, ed infine, nel febbraio 2012, condannati individualmente a 16 anni di reclusione e 100 milioni di euro di risarcimenti.

   Un docufilm basato sui fatti del processo, sull’espansione del commercio dell’amianto perseguito dalle multinazionali, ma anche sulla vita quotidiana di tante comuni persone costrette a subire le conseguenze di una “politica” aziendale in contrapposizione con la loro stessa sopravvivenza.

   “Polvere. Il grande processo sull’amianto” ha collezionato vari premi: dallo speciale SubTi nel maggio 2011, al premio Parco Colli Euganei nel luglio 2011, alla menzione speciale Unifidra e Green Jury nel dicembre 2011. Attualmente è in lizza come miglior documentario per il David di Donatello edizione 2012.

   Prandstraller è autore di svariati documentari come Vajont, L’immagine dell’orrore e Storie di imprenditori italiani. Bruna è autore, operatore e montatore di video e film documentari.

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AMIANTO, UNA STORIA OPERAIA

– Un estratto da “Amianto, una storia operaia” di Alberto Prunetti (Edizioni Alegre 2014). Una pagina in cui l’autore sovrappone su un immaginario schermo cinematografico la storia di suo padre, saldatore-tubista, con quella di Steve McQueen, il popolare attore americano morto a cinquant’anni di MESOTELIOMA PLEURICO dopo aver lavorato da ragazzo a contatto con la fibra assassina. (tratto da INTERNAZIONALE, 18/11/2014, www.internazionale.it/ ) –

   Lo schermo rimane buio per due lunghi secondi. Fotogrammi serrati come bulloni stretti. Colonna sonora dominata dalle armoniche. Occhi di ghiaccio, blu, spietati e giusti. Uno dei Magnifici sette. Steve McQueen. Bello come un dio, l’eroe di Renato. Uno che sapeva impugnare il flessibile e la saldatrice. Che sapeva fare il piastrellista e il coibentatore delle navi mercantili. Un duro working class, un mito americano, in fuga dalla fabbrica fino alle vette dei teatri di posa californiani.

   Ma basta un sospiro, un respiro profondo e una microfibra sfonda la barriera di filtri del naso, scivola nell’esofago e si apre la strada verso i polmoni. Poi passano vent’anni e ti sei quasi dimenticato di come si impugna un martello. Però, mentre giri una scena senza controfigura in un film western, ti rendi conto che non sei più il bastardo di sempre: ti manca il fiato, il respiro non ha profondità.

   Chi se ne frega delle luci di Hollywood. Quella fibra ha vinto la partita e non importa se sei un attore o un piastrellista. Guardati allo specchio. Ormai hai la pelle di un vecchio e solo gli occhi sono un’esplosione di metallo azzurro. Il resto è cuoio, pelle coriacea, unghie annerite per lo scarso ricambio di ossigeno. E i polmoni che si fanno neri.

   E quando si spengono i riflettori, il vecchio Steve torna a essere un povero sfigato proletario con gli occhi troppo belli, uno che da piccolo dormiva per terra e che nella vita non ha mai smesso di scappare. Come Papillon, come in La grande fuga, come in Getaway. Come Steve McQueen.

   Se poi non sei neanche Steve McQueen, allora è davvero un disastro. Perché le fibre d’amianto le hai respirate per trentacinque anni e la vita che hai fatto è stata un passaggio da un mutuo alla cassa integrazione. Senza nemmeno un “ciak, motore”, senza neanche andartene in moto a torso nudo fino alle spiagge della Florida.

   Magari sei uno della Cooperativa Vapordotti, quelli che nell’alta Maremma, nella zona boracifera di LARDERELLO e POMARANCE, rivestivano di amianto il sistema linfatico di tubi che trasferiva il vapore estratto dalle viscere della terra. Facevano un “cappottino” alle condotte con l’amianto, il cemento e il fil di ferro. ERANO VENTI E NE SONO MORTI SEDICI. Uno a uno, li operano ai polmoni, li imbottiscono di cortisone, perdono la vista e poi se ne vanno via.

   Altro che Vasco, altro che vite spericolate, quelli il metallo lo fasciavano d’amianto friabile, lo spruzzavano, lo respiravano. E nel tempo libero mica scorrazzavano sulla Harley-Davidson. Facevano l’orto, qualcuno andava a caccia, parlavano di Baggio e Batistuta al circolo Arci. Bruciavano le frasche d’olivo e ci arrostivano sopra le salsicce, come noi. Eppure sono morti, come Steve McQueen.

   Io i film di Steve me li guardavo con Renato. Tutti, ce li siamo visti, i western e quelli d’azione. Nevada Smith, Quelli della San Pablo. Chilometri di pellicola d’azione, con la croce di malta del proiettore che sfarfallava nei cinema estivi dei villaggi minerari delle Colline metallifere, da dove veniva un pezzo della nostra famiglia. Da quei colli pieni di vapori geotermici, dove le forze del sottosuolo andavano imbrigliate con UN MINERALE POTENTE E MALEFICO, FIBROSO: L’AMIANTO.

   Che ne sapeva, Renato, che sarebbe finito anche lui come Steve McQueen?

   Eppure è proprio Steve quello sullo schermo. Gli stacchi di montaggio si fanno più serrati. Il proiezionista non torna, si vede che i maiali sono ancora in fuga. Getaway, in fuga. La grande fuga. Come Papillon, come L’ultimo buscadero.

   Eppure il film non si ferma e le poltrone della sala si riempiono per il gran finale: uno a uno, arrivano tanti uomini in tuta blu. Guardo meglio, nell’oscurità. Ci sono quelli di CASALE e quelli di TARANTO. Quelli dei treni di PISTOIA e quelli dei cantieri navali di MONFALCONE. Quelli di BAGNOLI e quelli di RUBIERA. Ci sono anche le donne che hanno cucito i sacchi d’amianto e quelle che lavavano le tute dei mariti. E I MINATORI MAREMMANI e QUELLI SARDI DEL SULCIS.

   C’è anche Angelo, il suo migliore amico. E accanto a lui c’è Renato. Ci sono i saldatori e i tubisti, i coibentatori e i catafalcatori. I ciechi si guardano beati il film e chi ha perso un dito se li conta tutti e torna a stringere il pugno. Eccoli qua, tutti assieme, eroi working class tornati per regolare i conti come in un film di Peckinpah, come in Il mucchio selvaggio.

   Cammineranno lungo le strade delle nostre città, col cappello texano abbassato sulla fronte, l’uno accanto all’altro, Renato e quelli della Vapordotti e tutti gli altri metal cowboy. Anche Steve. Torneranno con gli occhi di ghiaccio e le tute da lavoro che ancora portano il loro odore, quel sentore di ferro tagliato e di elettrodo coagulato.

   Tracanneranno un gotto al circolino e sistemeranno le cose a modo loro e non basteranno i soldi a ripagarli delle loro vite, perché non accetteranno rimborsi. Neanche Un dollaro d’onore. Lo sanno bene loro che i soldi non sono tutto, loro che – esposti a ogni pericolo, tra lavori esageratamente nocivi, usuranti, letali, pericolosi – hanno lavorato una vita. Una vita a rischio, piena di guai. Una vita spericolata. Maremma schifosa! Ecco! Una vita come Steve McQueen.

(Alberto Prunetti è uno scrittore italiano. È nato a Piombino nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha collaborato con il manifesto e A-Rivista ed è redattore di Carmillaonline)

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“UN POSTO SICURO”, STORIA D’AMORE E D’AMIANTO: LA VICENDA ETERNIT DIVENTA UN FILM

di Rosita Fattore , 21/11/2014 da http://www.repubblica.it/

– Marco D’Amore (il Ciro di “Gomorra – La serie”) è il protagonista del film diretto da Francesco Ghiaccio sul caso di Casale Monferrato. Il regista: “Come dicono le madri di Plaza de Mayo, l’unica battaglia che non si vince è quella che si abbandona” –

   CASALE Monferrato non sembra la città più vivibile d’Italia. Non dopo 3000 morti e più di trenta anni di convivenza con l’Eternit, che ha prodotto e sparso veleno nell’aria, per le vie e nelle case. E invece Un posto sicuro è il titolo che Francesco Ghiaccio e Marco D’Amore (il Ciro della serie tv Gomorra) hanno scelto per il film che racconterà questa storia di amianto, dolore e morte.

   Oggi Casale Monferrato è la città più bonificata d’Europa, almeno negli edifici. Meno nelle anime. Soprattutto dopo la sentenza della Cassazione che annulla le condanne. “Ieri mattina anziani e giovani si sono raccolti in una fiumana silenziosa che ha attraversato la strade – racconta il regista Francesco Ghiaccio che è a Casale Monferrato da tre mesi per preparare le riprese in calendario a gennaio – sul loro volto ho visto bruciare di nuovo il dolore di tutti questi anni, forse più forte che mai. Ma è evidente che è una nuova consapevolezza, che queste persone non si arrendono. L’omicidio non si prescrive, da ieri è partita una battaglia lanciata verso il futuro”.

   “Un posto sicuro è una grande storia d’amore che ha sullo sfondo la vicenda Eternit – spiega D’Amore che interpreta il protagonista della pellicola – Luca ha poco più di trent’anni e vive di lavori saltuari. Ha passato a Casale lunga parte della sua esistenza e ha sempre sentito parlare di amianto, senza però avere una percezione chiara della vicenda umana e operaia, e poi politica e giuridica. Si riavvicina al padre quando quest’ultimo scopre di avere un cancro incurabile, dovuto al suo lavoro di operaio alla Eternit, e proprio attraverso gli incontri conosce ciò che è accaduto lì negli ultimi 50 anni”. “Dopo un anno e mezzo di studio – ricorda il regista Francesco Ghiaccio –  a luglio ci siamo convinti che volevamo raccontare questa storia a tutti i costi anche girandola coi nostri telefonini. Quando abbiamo fatto la conferenza stampa di presentazione, tutti in città volevano aiutarci. Chi ci avrebbe ospitato in casa, chi ci avrebbe aiutato con la sua lavanderia o ci avrebbe dato da mangiare. Ma grazie a Indiana production che ci ha creduto, questo è diventato un set vero e speriamo un palcoscenico internazionale. Nel mondo ci sono ancora 23 paesi che producono amianto”.

   Ma alla parola “cinema impegnato” D’Amore e Ghiaccio (che firmano regia, sceneggiatura e anche parte della produzione del film) sorridono e scuotono la testa. “Non so se sia un film impegnato – osserva Ghiaccio – ma questa non è una storia di dolore, è soprattutto un racconto di rinascita. Un risveglio che è iniziato più di trenta anni fa, quando i primi operai dissero: qua stiamo morendo tutti. E così iniziarono a lottare. E non hanno smesso neanche ieri quando hanno preso questo schiaffo dolorosissimo della sentenza. Hanno solo detto: noi non ci stiamo e non ci fermiamo”. Non si sono fermati neanche attore e regista. “In calce alla prima pagina della sceneggiatura  –  spiega D’Amore – abbiamo voluto mettere la frase delle madri di Palza de Mayo: l’unica battaglia che non si vince è quella che si abbandona. E noi questa battaglia non l’abbandoniamo. Perché il posto sicuro del titolo sia un riparo non solo per il corpo ma anche per l’anima”.

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NON SI PUÒ MORIRE D’INGIUSTIZIA

di Roberto Saviano, da “la Repubblica” del 21/11/2014

– In questi anni sulle prescrizioni si è data tutta la colpa alle Procure – Ma sarebbe troppo facile. Il problema invece è un intero sistema al collasso. – Ora il governo annuncia riforme. Ma quanti giorni passeranno prima che arrivi un altro dramma e con esso nuove promesse? –

In Italia non esiste la normalità perché tutto è emergenza, e non esiste l’ordinaria gestione politica delle cose perché si è sempre in campagna elettorale. Cosa comporta questo? Da un lato che si affrontano dibattiti importanti solo sull’onda dell’indignazione, e dall’altro che la politica, sull’onda di quella stessa indignazione, è portata a intervenire, a fare dichiarazioni e, nella peggiore delle ipotesi, a mettere mano al complesso delle nostre leggi per modificarle sull’onda di necessità. Necessità che certo esistono, ma che andrebbero affrontate con serietà, competenza e non per racimolare consenso.

Dopo aver saputo che il processo all’Eternit si è concluso sostanzialmente con un nulla di fatto, nonostante le due condanne per disastro ambientale a 16 e 18 anni in primo e secondo grado per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny (colpevole di sapere dei danni dell’amianto e di tacere), ho pensato che l’Italia è una Repubblica fondata sull’istituto della prescrizione. Eppure, se si vuole parlare di prescrizione, bisogna farlo nel tentativo costruttivo di individuare una soluzione accettabile, che concili diritto ed esigenza di giustizia.

Non possiamo parlare di prescrizione, dei danni che produce e di quanto sia iniqua, se non teniamo conto che la maggior parte delle prescrizioni arriva già durante le indagini. Solo una percentuale minore avviene durante la celebrazione del processo. Ciò significa che la prescrizione che ha riguardato il caso Eternit è parte di quella percentuale minore.

Questa premessa è utile perché se vogliamo avviare un dibattito serio sulla prescrizione dobbiamo comprendere come sia possibile che da istituto di garanzia per l’imputato si sia trasformata in un modo per bloccare i processi, per rendere inoffensiva la giustizia. Scopriremmo che la prescrizione non è una causa, ma un sintomo. Scopriremmo che le cause dobbiamo cercarle altrove.

Noi immaginiamo o ci troviamo a valutare sempre e soltanto casi in cui la prescrizione giunge sostanzialmente a bloccare il giudizio nei riguardi di soggetti che riteniamo colpevoli: è inevitabile che in alcuni casi di maggiore rilievo l’opinione pubblica si schieri, poiché anche questa è una manifestazione del controllo sociale. Ma la prescrizione tutela il presunto innocente da una durata infinita del processo e quindi dalla possibilità di poter rimanere per un lasso di tempo insostenibile, ostaggio, preda o vittima di un sistema che ha il dovere di dire in tempi brevi se un reato lo hai commesso oppure no. Di valutare la tua condotta, assolverti o condannarti.

La prescrizione tutela inoltre un altro principio fondamentale, il principio di economia processuale: un accertamento non può durare in eterno perché i costi per la società sarebbero insostenibili. Contrariamente a quanto si è portati a credere, il processo penale assolve una funzione di garanzia per l’imputato. Le indagini hanno una funzione di tutela della collettività, ma quando le indagini finiscono e viene formalizzata l’accusa, inizia una fase nuova, che è posta a garanzia dell’imputato.

Quindi un discorso sulla prescrizione che abbia senso non può concentrarsi solo sul giudizio ma deve tenere presente anche la durata delle indagini. In questi anni sulle prescrizioni si è data tutta la responsabilità agli Uffici di Procura, ma sarebbe troppo facile e assolutorio per i responsabili del disastro. Responsabile è un sistema, e mi riferisco al sistema giudiziario, che non funziona, ma non da oggi, non funziona da anni. Un sistema che è al collasso ma al quale nessuno ha mai messo mano in maniera coerente.

Inutile elencare tutte le leggi idiote, assurde, inique, che nel corso degli anni hanno ingolfato gli ingranaggi (due esempi su tutti: la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi), leggi che rispondevano solo a esigenze elettorali e non certo a rendere più efficiente e giusta la macchina giudiziaria. Leggi che dimostrano come in Italia esista un eccesso di pervasività del diritto penale nella realtà. Come se tutto davvero si potesse risolvere attraverso i processi.

Voglio fare un esempio per spiegare che cosa intendo. Se uno facesse una statistica di tutti i processi per corruzione celebrati e in corso in Italia, del loro clamore mediatico e poi valutasse quanta parte del profitto di quei reati venga realmente recuperata, si renderebbe conto del fatto che alla fine questi processi costituiscono solo un costo insostenibile per la collettività: quanti patteggiamenti vengono sentenziati senza nessuna restituzione di denaro? L’evasore, il corruttore, il corrotto mettono in conto come rischio d’impresa il carcere, soprattutto se riescono a mettere in salvo il maltolto o parte di esso. Ma quanto sono costate le indagini? E in caso di condanna, chi ha sottratto milioni di euro, chi viene indagato, processato e condannato, se non restituisce nulla, cos’è se non unicamente un costo per lo Stato? Si potrebbe obiettare: ma allora dobbiamo accettare l’impunità? No, semplicemente bisogna fare in modo che una condanna abbia una reale efficacia deterrente, perché altrimenti potremo avere cicliche Tangentopoli senza che il livello di corruzione torni in un ambito fisiologico.

È evidente che in Italia la logica è quella di risolvere tutto con il diritto penale, ma non è pensabile che un pubblico ministero abbia sulla sua scrivania fascicoli relativi a gravi delitti e poi altre centinaia relativi al reato di guida senza patente. Questo è lo scotto che paga la giustizia di un Paese che vive in eterna emergenza e in eterna campagna elettorale.

Il premier Matteo Renzi, parlando del processo Eternit, critica l’istituto della prescrizione ma afferma: «Non entro nel merito della sentenza», perché, dice, le sentenze non si criticano, terrorizzato di somigliare troppo al polo berlusconiano. La sua prudenza è fuori luogo perché in questo caso non c’è nessuna sentenza da criticare: la Cassazione non ha assolto, ha solo applicato la legge.

Ciò detto, non sono d’accordo con Renzi e non sono d’accordo con chiunque dica che le sentenze vadano accettate e non criticate. Non si deve morire di giustizia o di ingiustizia, come è successo a Enzo Tortora, per poter dire «d’accordo, le sentenze si possono commentare e anche nel caso criticare». Perché non criticare una sentenza vuol dire non individuare mai le responsabilità, abdicare al ruolo stesso di controllo che ogni cittadino deve esercitare sull’amministrazione della giustizia, dato che le sentenze sono emesse in nome del popolo italiano, quindi anche nel mio nome e nel vostro.

Perché non criticare la sentenza Cucchi? Capisco le questioni di diritto, ma parlarne potrebbe — e dovrebbe — aprire un fronte importante, quello della necessità dell’introduzione del reato di tortura. Ma finora quanti hanno sollevato la questione? Il dibattito sterile sulla opportunità di criticare o meno le sentenze è il lascito peggiore di Berlusconi, di colui che per venti anni ha minacciato la magistratura e la sua indipendenza. Ma quando il dibattito, in assenza di emergenze, sia chiaro, ci concentra sulle ferie dei magistrati, su chi vuole toccarle e chi non vuole che si tocchino, è evidente che ci si azzufferà per un po’, per poi non risolvere nulla: la solita “ammuina”.

Intanto sfido chiunque ad ascoltare la sigla di Portobello senza sentire un nodo alla gola. Senza provare vergogna per essere parte di uno Stato in cui di giustizia si muore. Allora basta con le logiche emergenziali, l’Italia ha bisogno di governanti seri, che facciano leggi giuste con i tempi necessari, che le facciano nell’interesse della collettività e non facciano dichiarazione in vista delle regionali in Emilia-Romagna o dichiarazioni di intenti per le elezioni politiche di quando sarà.

E che soprattutto la smettano di avere una linea politica che sembra un’infinita sequela di lanci d’agenzia. Ora il governo promette una riforma della giustizia, ora che l’indignazione popolare è massima. Ma quanti giorni passeranno prima che arrivi la prossima emergenza e questa nuova promessa sia dimenticata per lasciare spazio a una nuova? (Roberto Saviano)

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2 thoughts on “L’AMIANTO che ancora ci circonda – La assurda prescrizione di reato per i morti (che continuano) degli stabilimenti ETERNIT di CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA, non deve far credere che comunque tutto sia finito: L’INQUINAMENTO DA AMIANTO ESISTE ANCORA – La necessità di un vero PIANO DI SMALTIMENTO (che adesso non c’è)

  1. anna laura di pietro venerdì 4 settembre 2015 / 18:32

    Che dire io non sapevo.
    Da marzo lotto. Ho lottato con il sindaco per avere la piattaforma elevabile da Dare ad arpa per campionare i tetti eternit vicino a Casa mia.case popolari.atc novara.abitate.
    Poi ci siamo noi altri condomini.ospedale.
    Lotto.chiedo e ottengo analisi.
    Risultato:rimozione entro 12 mesi.
    Non so fara’ mi dicono. Non ci sono i soldi.
    Mi domando da quanto tempo sono pericolosi? Che rischi per i miei Bambini?
    Telefono responsabile sanita’ pubblica dort.Biollo asl 14 verbania.
    Risposta i rischi ci sono piu’per chi e’ intorno Che per chi ci vive boh!
    I soldi per bonificare non ci sono.mi scusi devo visitare.
    Tecnico arpa:il pericolo non e’ immediato:certo ci vogliono 20/30 anni.
    Sindaco Domodossola: Ma non so preoccupi pensi a quello Che da’ da mangiare au suoi figli.
    Io inconsapevole se non li tocchi non sono pericolosi.
    I miei figli il cancro
    La totale inerzia delle istituzioni.
    Non so piu’ Cosa fare
    Sono scappata ma riusciro’ a spararmi 60 km al giorno lavoro e bimbi compresi in Auto?
    Sono esausta.

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