CAMPI ROM DA SUPERARE e PERIFERIE IN DIFFICOLTA’ – l’anomala condizione dei ROM, tra marginalizzazione forzata o voluta, necessità di inclusione nel sociale quotidiano di tutti, ma voglia di mantenere proprie peculiarità storiche di vita (a volte positive, spesso no) – Come SCIOGLIERE I CAMPI NOMADI (che nomadi non sono) IN ALTRI MODI DI ABITARE

 

In Italia i cittadini Rom, Sinti e Camminanti rappresentano lo 0,2% della popolazione, cioè circa 170 mila individui (una delle percentuali più basse in Europa). Di questi, solo il 2-3% pratica ancora forme di nomadismo (secondo una indagine condotta dal Senato); 40 mila vivono in campi, i restanti in abitazioni. Eppure oltre I`80% degli italiani continua a ritenere che Rom e Sinti siano «nomadi». Per questo l`Osce ha invitato l`Italia a non designare tale minoranza con il termine «nomade». (di Simone Sapienza, da http://www.fainotizia.it/)
In Italia i cittadini Rom, Sinti e Camminanti rappresentano lo 0,2% della popolazione, cioè circa 170 mila individui (una delle percentuali più basse in Europa). Di questi, solo il 2-3% pratica ancora forme di nomadismo (secondo una indagine condotta dal Senato); 40 mila vivono in campi, i restanti in abitazioni. Eppure oltre I`80% degli italiani continua a ritenere che Rom e Sinti siano «nomadi». Per questo l`Osce ha invitato l`Italia a non designare tale minoranza con il termine «nomade». (di Simone Sapienza, da http://www.fainotizia.it/)

   Gli accadimenti, gli scontri, le proteste, che riguardano in questo periodo la periferia romana (il quartiere di Tor Sapienza in particolare), sulla presenza di “troppi” immigrati, e in primis sui CAMPI ROM (la difficile convivenza del quartiere con gli zingari), porta come sempre a uno scontro (a volte non solo verbale) tra “razzisti” o pseudo-razzisti (cioè persone e abitanti che quasi sempre sono solo cittadini giustamente esasperati), e “antirazzisti”, che guardano il problema sociale della difficile convivenza tra campi rom e quartiere, abitanti, come qualcosa di risolvibile.

   A volte posizioni strumentali da una parte e dall’altra: la nuova destra fascista (e leghista) che cavalca la protesta da un lato; dall’altro il “chiudere gli occhi” a un problema vero da parte di chi difende i rom a prescindere. Un’eterna contesa, spesso che non porta soluzioni soddisfacenti per nessuno. E il problema resta, si aggrava, fa star male tutti (rom, immigrati, popolazione coinvolta che subisce…).

Roma, TOR SAPIENZA, le proteste contro campi rom e immigrati  - A Roma ci sono 8000 cittadini di etnia rom, 1000 famiglie, lo 0,23% della popolazione della Capitale, vive in 7 «villaggi attrezzati» (4.200 presenze) 8 «campi tollerati» (1.300 presenze), 3 «centri di raccolta» (680 presenze), 100 «insediamenti informali» (1.800 presenze) (di Simone Sapienza, da http://www.fainotizia.it/)
Roma, TOR SAPIENZA, le proteste contro campi rom e immigrati – A Roma ci sono 8000 cittadini di etnia rom, 1000 famiglie, lo 0,23% della popolazione della Capitale, vive in 7 «villaggi attrezzati» (4.200 presenze) 8 «campi tollerati» (1.300 presenze), 3 «centri di raccolta» (680 presenze), 100 «insediamenti informali» (1.800 presenze) (di Simone Sapienza, da http://www.fainotizia.it/)

   C’è stato forse un momento dove molti pensavano che la difficile convivenza con i rom (nomadi, zingari… modi diversi di chiamarli, e in questo post, negli articoli che seguono cercheremo di darvi una riflessione e conoscenza anche sulla terminologia di volta in volta usata…), c’è stato un momento dicevamo, venti trent’anni fa, che gli amministratori (comunali, regionali…) pensavano che questa convivenza con un’etnia (rom) che è difficoltoso che si integri completamente nel contesto quotidiano accettato dalla maggior parte, ebbene è stato deciso di tentare di dare regolamentazioni a “aree” adibite al loro abitare, un “venirsi incontro” decidendo la Comunità di emarginare gli zingari, e questi ultimi accettando la marginalizzazione (pur di avere aree per abitare sicure). Esperimento e prassi adottata da amministrazioni cittadine quasi dappertutto fallita. E inoltre si è dato inzio a una politica illegale di vera e propria segregazione razziale nei campi.

   Alla fine forme di ghettizzazione non sono andate bene a nessuno: né ai rom, che si trovano quasi sempre a vivere nei campi in condizione ristrette, subumane, di sporcizia e degrado (che loro non sembrano essere in grado di proporre forme autogestite sufficienti di autogoverno del campo), dando altresì l’opportunità ad altri appartenenti alla stessa etnia di mettere in piedi modi di vita criminali (dai piccoli furti a cose più consistenti, facendo praticare sfruttamento, elemosina a donne e bambini…) con pochissima possibilità di controllo delle forze dell’ordine; né è andata bene alle persone abitanti quei quartieri nelle vicinanze dei campi, trovandosi a scontrarsi quotidianamente con queste marginalità, con queste differenze di vita molto forte.

La MAPPA di baraccopoli e campi nomadi a Roma (da www_ilmessaggero_it) 8CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
La MAPPA di baraccopoli e campi nomadi a Roma (da http://www.ilmessaggero_it/

   Difficile parlare di lavoro per questa etnia divisa in rom e sinti: i rom (arrivati prevalentemente dall’Est Europa) si dedicavano al commercio di rame e ferro; i sinti (originari delle regioni del Nord e dell’Ovest d’Europa) facevano, fanno, i giostrai. Ma oramai sono attività in totale declino, e non resta che elemosina e furti (e questo è un altro problema).

   Trattiamo l’argomento in questo post per incominciare a vedere, ad uno a uno, le DIFFICOLTA’ DELLE NOSTRE PERIFERIE, “non solo zingari” chiaramente, PERIFERIE che noi riteniamo diffuse (cioè non solo le parti urbane delle medio-grandi città che non sono “centro”), ma anche gli infiniti LUOGHI ABITATIVI, di paese in paese, che si snodano prevalentemente lungo le strade.

   La questione del superamento dei campi nomadi (che poi nomadi non lo sono per niente, sono quasi sempre stanziali più che mai) è possibile nelle nostre periferie, e va affrontata. Non può esistere scusante che ora (in periodi di crisi e pochissime risorse pubbliche) ancor meno si può fare nel sociale. Anzi può essere l’occasione per iniziare una riqualificazione comunitaria e urbana proprio in quei luoghi più difficili, degradati, dove la vita incontra maggiori difficoltà nell’esprimersi quotidianamente fuori delle mura di casa.

campo rom
campo rom

   Ai capi nomadi un’altra via è possibile e anche molto meno costosa (perché alla fine essi costano molto alla comunità): ed è quella dell’integrazione abitativa e lavorativa. Due cose queste (abitazione e lavoro), specialmente la seconda, non facili in questo momento di crisi delle risorse pubbliche disponibili e di lavoro da offrire. E ogni scelta è peculiare al luogo dove la si fa, alla situazione particolare (cioè non può esserci una ricetta unica nella soluzione del superamento dei campi, e ne trattiamo negli articoli a seguire).

   Sciogliere i campi nomadi individuando forme di collocazione diffusa delle persone ora lì collocate, sparsa nelle città, una frammentazione virtuosa, togliendoli così (i rom) dalla ghettizzazione dei “campi”; inserire il più possibile i bambini nei contesti di tutti gli altri bambini (scuola in primis come già in parte si fa, ma anche attività pomeridiane, di quartiere…); confrontarsi quotidianamente con il “non lavoro” di molti di essi rom, individuando cooperative di servizi e lavori sociali a reddito minimo …. Tutto questo porterebbe ad affrontare seriamente il superamento dei campi rom.

   Un “sano egoismo” della società l’eliminazione di queste entità, di queste ENCLAVE dove avviene sfruttamento, difficoltà di vivere, con disagio sociale dei quartieri che subiscono la presenza dei “campi”. Superamento, eliminazione, che gioverebbe all’integrazione equilibrata, fin dove è possibile, di un’etnia così diversa dalle altre nei modi di vivere (sia negativamente, ma anche negli aspetti positivi della loro cultura e millenaria storia che continuano a praticare). (s.m.)

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COME SUPERARE LA TRUFFA DEI ‘CAMPI’ PER SOLI ROM

di Simone Sapienza, da http://www.fainotizia.it/ (associazione radicale) del 27/11/2014

– A chi convengono i campi rom? Storicamente agli ambienti più vicini alle cooperative che gestiscono appalti milionari per i servizi. Ma anche a chi trae vantaggio elettorale dal montare dell’emergenza e dell’esasperazione sociale.-  Sono molte le forme di housing sociale possibili alternative ai campi e adottate con successo in diverse città europee. Ma nessuna soluzione singola è quella migliore. – Ciò che funziona è una politica dotata di diversi strumenti, capace di guardare in faccia le persone al di là dell’etnia, immaginando percorsi possibili per ciascuno. Perché il rischio è di passare da campi orizzontali a campi verticali. –

   Il dibattito sulle periferie e l’immigrazione innescato dai disordini di Tor Sapienza a Roma fa difetto di un’analisi, necessaria, sulle reali cause che hanno determinato questa situazione,  restando così imbrigliato nell’eterna contesa tra quelli che vorrebbero “rimandarli tutti a casa loro” e quelli che, sotto le insegne dell’antirazzismo, finiscono per difendere politiche fallimentari.

   L’intervento di Tommaso Vitale, Direttore Scientifico del Master Governing the Large Metropolis a Sciences Po di Parigi, durante i lavori del convegno organizzato dall’Ass. 21 Luglio il 1 ottobre 2014 aiuta a comprendere le politiche alternative ai campi nomadi. (VIDEO INTEGRALE DEL CONVEGNO).

CHIUDERE I CAMPI È POSSIBILE – Le esperienze realizzate con successo in altri Paesi e capitali europee dimostrano che UN’ALTRA VIA È POSSIBILE e anche molto meno costosa: QUELLA DELL’INTEGRAZIONE ABITATIVA E LAVORATIVA.

   Il sistema dei campi così prevalente e “istituzionalizzato” ormai permane solo nel nostro Paese. Le persone di etnia rom presenti in Spagna, Francia o Portogallo, non sono diverse da quelle che vivono in Italia. Sono diverse le politiche adottate. Questi paesi hanno imparato – non senza errori di cui hanno imparato a far tesoro – ad affrontare il problema come si affronta quello abitativo dei baraccati e degli indigenti.

   Sono molte le forme abitative possibili e nessuna soluzione specifica singola è quella migliore. Ciò che funziona è UNA POLITICA DOTATA DI DIVERSI STRUMENTI, capace di guardare in faccia le persone al di là dell’etnia, immaginando percorsi possibili per ciascuno.

   Per questo in ogni progetto è necessaria un’analisi preliminare approfondita. Il professor Tommaso Vitale che da anni lavora su questo tema elenca alcune soluzioni di housing sociale: percorsi di aiuto all’affitto di abitazioni dal mercato privato, autocostruzione attraverso la costituzione di cooperative in rispetto della normativa, abitazioni ordinarie di produzione privata di cui sostenere l’acquisto con strumenti di accesso al mutuo e del capitale reputazionale delle famiglie attraverso mediatore, affitto di cascine in disuso di proprietà pubblica attraverso una pluralità di contratti di locazione compensati da ristrutturazione, abitazioni ordinarie di produzione pubblica, case popolari se il mercato lo rende possibile.

   «Guardando l’esperienze europea  – spiega Tommaso Vitale – il criterio di assumere una varietà di strumenti permette dei risparmi e l’aumento di efficienza della spesa pubblica che tenga conto dell’austerity grazie a rapporti di accontability seri. Lo hanno capito diverse città europee. Noi oggi sappiamo quanto tempo ci è voluto a chiudere le baraccopoli a Madrid: 4 mesi. Sappiamo quanto ci è voluto a Londra a chiudere spazi similari ai “villagi della solidarietà”: 9 mesi. Sappiamo la loro solvibilità a 1 anno, 3 anni, 4 anni».

   Provvedimenti come quello sull’”emergenza rom” del 2008, al contrario hanno di fatto legittimato e rafforzato, non molto tempo fa, l’esistenza dei campi. Uno dei più grandi campi rom in Italia, quello a La Barbuta alle porte di Roma è stato costruito con i fondi straordinari determinati dal provvedimento del ministro leghista Roberto Maroni e con l’avallo del sindaco Gianni Alemanno.

CHI PAGHEREBBE I PROGETTI DI INSERIMENTO ABITATIVO? – Fino ad oggi a Roma per oltre 20 anni nonostante l’alternarsi di sindaci di diversi schieramenti politici, è sempre stato il contribuente a pagare il prezzo delle politiche fallimentari dei campi rom. Solo nel 2013 il Comune ha speso 25 milioni di euro per la gestione di campi dove vivono appena 1200 famiglie. Al contrario tutti i progetti europei di inserimento abitativo sono stati finanziati attraverso fondi europei destinati all’integrazione sociale dei cittadini Rom, ma il nostro Paese non ha mai fatto richiesta di questi fondi UE, preferendo spendere milioni di euro dei cittadini italiani per la politica illegale di segregazione razziale nei campi.

LA CONDANNA DELL’UE CHE PENDE SULL’ITALIA E ROMA – Nella Capitale – come in altre città italiane – per accedere alle graduatorie delle case popolari o affitti agevolati, vengono escluse le persone che vivono nei villaggi attrezzati, anche se cittadini italiani. E’ questa esclusione, che comprende principalmente i residenti dei campi per rom, ad aver innescato il circolo vizioso dell’emergenza abitativa e dunque la necessità del “sistema campi”.

   L’accusa della Commissione europea, formalizzata recentemente in una lettera al Governo italiano, si basa proprio sulla violazione della direttiva 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dall’origine etnica. L’articolo 3 della direttiva vieta la discriminazione in materia di “accesso a beni e servizi e alla loro fornitura, incluso l’alloggio”.

   Da gennaio dovremmo scegliere se pagare ogni anno una salatissima multa europea per non aprire le liste anche alle persone rom residenti nei campi, oppure accedere alle linee di finanziamento europeo che possano pagare interamente tutti i progetti di inserimento sociale tra cui case popolari e aiuto all’affitto come è stato già fatto in altri paesi europei.

LA TRUFFA DEI “NOMADI” I VERI NUMERI DEL PROBLEMA – In Italia i cittadini Rom, Sinti e Camminanti rappresentano lo 0,2% della popolazione, cioè circa 170 mila individui (una delle percentuali più basse in Europa). Di questi, solo il 2-3% pratica ancora forme di nomadismo (secondo una indagine condotta dal Senato); 40 mila vivono in campi, i restanti in abitazioni. Eppure oltre I`80% degli italiani continua a ritenere che Rom e Sinti siano «nomadi». Per questo l`Osce ha invitato l`Italia a non designare tale minoranza con il termine «nomade». A Roma 8000 cittadini di etnia rom, 1000 famiglie, lo 0,23% della popolazione della Capitale, vive in 7 «villaggi attrezzati» (4.200 presenze) 8 «campi tollerati» (1.300 presenze), 3 «centri di raccolta» (680 presenze), 100 «insediamenti informali» (1.800 presenze). Questi sono i numeri della “questione rom”. (@simonesapienza )

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L’AFFARE-ZINGARI VALE 24 MILIONI OGNI ANNO

di Silvia D’Onghia, da “il Fatto Quotidiano” del 4/12/2014

   – Il business dell’emergenza profughi – E gli stranieri cacciati dalla rivolta di Tor Sapienza sono finiti in un centro legato alle società sotto inchiesta –    Ventiquattro milioni di euro in un anno per 4.400 persone. Il business dei rom a Roma vanta cifre da capogiro. A fare i conti, per il 2013, è stata l’Associazione 21 luglio, che nel dossier “Campi nomadi spa” ha calcolato quanti soldi entrano nelle tasche delle coop che lavorano “sui zingari”, come direbbe Salvatore Buzzi, e delle municipalizzate che avrebbero il compito della sicurezza e della pulizia.

   Avrebbero, perché basta farsi un giro nel “villaggio della solidarietà” – così li hanno chiamati, peccato che la solidarietà si sia persa per strada – per essere travolti da cumuli di immondizia e da colonie di topi. Nessuno pulisce, men che meno l’Ama (la municipalizzata del Campidoglio), e nessuno vigila, perché le guardiane non esistono e le telecamere sono rotte. PRENDIAMO il CAMPO DI CASTEL ROMANO, quello per cui le coop che fanno capo a Buzzi – e quindi a Carminati – pretendono il pagamento di oltre 2 milioni di euro annui dal Comune. Il campo, in cui vivono circa 900 persone, costa 5,3 milioni l’anno. Di questi, 2 milioni servono alla gestione ordinaria, affidata – appunto – al consorzio Eriches 29.

   All’interno manca l’acqua potabile – le condutture non possono essere fatte perché l’area è sottoposta a vincolo –, e gli abitanti restano spesso senza corrente. L’associazione 21 luglio ha calcolato che, dal giorno dell’inaugurazione, Castel Romano è costato all’amministrazione 270 mila euro a famiglia. Il CAMPO DELLA BARBUTA, inaugurato nel 2012, è costato invece 10 milioni di euro, e nel 2013 il Comune ha dovuto tirar fuori 1,7 milioni per la sola manutenzione.

   L’Ama ha intascato 160mila euro, ma – come ha spiegato un servizio di Piazza-pulita – “passa una volta al mese per la sola pulizia straordinaria”. Infatti gli abitanti vivono tra la “mondezza” e l’amianto. Per il VILLAGGIO DI CANDONI, 820 abitanti e 2,3 milioni spesi nel 2013, sono andati 756 mila euro a Risorse per Roma – la spa partecipata di Roma Capitale –, 230 mila all’Ama e 86 mila alla cooperativa 29 giugno per la bonifica fognaria. Tutto, per tutti i campi, ad appalto diretto, tranne la scolarizzazione, unica voce per cui è previsto un bando.

   LA MUSICA non cambia se si parla di PROFUGHI. Nel 2012, la direttiva del Viminale stabiliva un rimborso di 46 euro a persona al giorno (40 per vitto e alloggio e 6 per l’assistenza). Save the Children ha denunciato però che nelle 14 strutture controllate a Roma, otto delle quali gestite dalla coop Domus Caritatis, arrivano rimborsi di 80 euro al giorno per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati. La Domus Caritatis è un nome che non torna direttamente nelle carte dell’inchiesta sulla mafia capitale, ma che fa parte del consorzio “Casa della solidarietà” di Tiziano Zuccolo, colui cioè che, parlando al telefono con Buzzi, gli chiede: “Noi l’accordo… l’accordo è quello al cinquanta, no? ”. E la Domus Caritatis è anche la coop che gestisce il centro di via Salorno, all’Infernetto, dove sono stati portati i rifugiati sgomberati da Tor Sapienza, il quartiere in cui – poche settimane fa – è scoppiata la rivolta. Ancora una volta, a beneficiare degli immigrati è stato uno dei componenti dell’accordo al cinquanta.

   Ulteriore capitolo, non meno remunerativo, è quello dell’EMERGENZA ABITATIVA, per la quale le cooperative si danno tanto da fare. Secondo una stima approssimativa, il Campidoglio spende 30 milioni di euro l’anno per l’affitto di immobili da destinare alle famiglie senza casa. Per locazione e gestione, si va da un minimo di 1.200 euro al mese a un massimo di 3.500 (nel popolare quartiere di Pietralata, non ai Parioli). A portare a casa gran parte del guadagno è l’Arciconfraternita San Trifone, che per una sola palazzina intasca oltre 800mila euro e che – dal Giubileo in poi – ha gestito tra l’altro il centro polifunzionale Enea: 400 profughi per 55 euro al giorno pro capite. Un fatturato medio totale di 20 milioni annui. Sotto l’Arciconfraternita gravita, neanche a dirlo, la stessa Domus Caritatis. (Silvia D’Onghia)

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POPOLI

ROM E SINTI, LE COMUNITÀ NOMADI IN ITALIA: I MITI DA SFATARE

di Gabriele Lippi da LETTERA 43 (http://www.lettera43.it/), 25/10/2013

– Sono 170 mila nel nostro Paese. E oltre la metà ha la cittadinanza –

   Leonarda Dibrani, l’adolescente rom espulsa da Parigi con la famiglia il 9 ottobre 2013, e finita al centro di una polemica internazionale, è nata in Italia, da madre italiana e padre kosovaro. Si potrebbe definirla marchigiana, visto che è cresciuta a Fano fino al 2008.

   Una rom italiana? Certo. E non è l’unica. Perché, anche se in pochi lo sanno, oltre la metà dei rom e sinti che si trovano sul territorio nazionale ha la cittadinanza italiana. Vive in case vere. E talvolta ha un lavoro come dipendente. Ecco le cose da sapere sulle persone che chiamiamo, genericamente, zingari. Un elenco stilato con l’aiuto di MAURIZIO PAGANI, presidente di Opera nomadi Milano, e DIJANA PAVLOVIC, vicepresidente dell’associazione Rom e sinti insieme.

  1. Oltre la metà degli zingari ha la cittadinanza italiana

In Italia i cosidetti zingari sono 170 mila, appartenenti a due etnie: i ROM e i SINTI.    Si differenziano principalmente per dialetto, provenienza geografica e occupazione. I rom, arrivati prevalentemente dall’Est Europa, si sono tradizionalmente dedicati al commercio di rame e ferro; i sinti, originari delle regioni del Nord e dell’Ovest del Vecchio Continente, hanno una lunga tradizione come giostrai e circensi.

     A dispetto degli stereotipi, OLTRE LA METÀ DI LORO È ITALIANA. Molti lo sono da generazioni, alcuni addirittura da secoli. APPENA IL 30% ARRIVA DALLA ROMANIA. Secondo fonti storiche i primi ad arrivare furono i rom abruzzesi, giunti via mare dai Balcani nel 1300, circa 200 anni prima che i sinti, spesso identificati come ‘zigani italiani’, giungessero dal Nord Europa.

   Solo tra il 30 e il 35% dei rom presenti in Italia proviene invece dalla ROMANIA, anche se il nome induce spesso in inganno. Un altro 10-15% viene dai PAESI DELLA EX JUGOSLAVIA.

campi nomadi a Torino
campi nomadi a Torino
  1. Solo un quarto degli zingari vive nei campi nomadi

Secondo un’indagine della commissione Diritti umani del Senato, sono solo 40 mila i rom e i sinti distribuiti nei vari campi nomadi in Italia. E anche il termine ‘nomadi’, ormai, risulta impreciso.

   Dopo SECOLI IN PERENNE MOVIMENTO PER SFUGGIRE A CARESTIE, GUERRE E PERSECUZIONI, le popolazioni zingare sono ormai diventate sedentarie. Ciò nonostante il nomadismo rimane nella loro cultura e nella loro filosofia di vita. IL MODELLO DELLA FAMIGLIA ALLARGATA. Così alcuni di loro continuano a vivere in baracche e roulotte, organizzati in gruppi costruiti sulla base della famiglia allargata, in condizione di costante precarietà, pronti a fare i bagagli e partire al primo sgombero.

   Gli altri, invece, hanno optato per case e condomini verticali, integrandosi nel tessuto abitativo del Paese ospitante, e spesso sono restii a definirsi rom o sinti per via dei pregiudizi sulle due etnie.

SENZA ACQUA CORRENTE. Secondo una ricerca della fondazione Casa della carità, condotta attraverso un questionario distribuito a 1.500 rom e sinti (un campione rappresentativo di circa il 10% del totale), il 24% vive in insediamenti ‘abusivi’, il 41 in campi regolari, il 32% non ha acqua calda e il 23% nemmeno quella fredda corrente.

  1. Soltanto uno su tre lavora; uno su cinque si diploma

I livelli occupazionali, secondo dati sempre della fondazione Casa carità, sono molto bassi. Solo il 34,7% degli intervistati ha dichiarato di avere un lavoro, contro il 44,3% complessivo italiano rilevato dall’Istat all’epoca della ricerca (2012).

   Molti di loro sono lavoratori autonomi, solo il 6,7% è dipendente.

   Ma i problemi di integrazione cominciano da prima, fin dall’infanzia. I dati sull’istruzione parlano di un 30% dei bambini che frequentano la scuola, ma, tra questi, solo uno su cinque riesce ad arrivare fino al diploma di scuola superiore.

  1. Non rapiscono i bambini: in 30 anni solo un caso

Una ricerca della onlus Geordi, risalente al 2006 (l’ultima disponibile sul tema), ha segnalato che in quell’anno sono stati 2.384 i minori non rom transitati dai Centri di giustizia minorile nelle regioni del Centro Italia, a fronte di 1.434 minori rom: oltre il 50% dei casi, dunque, riguarda giovani ‘nomadi’.

NOTIZIE FALSE. Eppure alcuni falsi miti sono da sfatare. Primo fra tutti quello che vorrebbe gli zingari rapitori di bambini, rilanciato dal caso dell’«angelo biondo» trovata in un campo nomadi in Grecia. Una ricerca curata dall’università di Verona ha evidenziato come i circa 30 casi di cui si è data notizia nel periodo fra il 1985 e il 2007 si siano rivelati tutti infondati.

UNA SOLA CONDANNA IN ITALIA. C’è un solo precedente di condanna: quella della giovane accusata di aver rapito una bambina a Ponticelli, nel 2008. Un caso che portò all’assalto e all’incendio di un campo da parte dei residenti e di affiliati alla camorra. Ma le uniche prove furono le testimonianze della madre della bambina e dei suoi parenti.

Campi nomadi a Milano
Campi nomadi a Milano

     5. Sono una minoranza senza tutele

Rom e sinti sono a tutti gli effetti una minoranza, ma non sono mai stati riconosciuti come tale. La legge 482 del 1999, che identifica 12 gruppi linguistici minoritari da tutelare nella Penisola – tra cui il catalano parlato ad Alghero (in Sardegna), il greco, l’albanese – non include idiomi romanì (cioè quelli parlati indifferentemente da rom e sinti).

   Il nomadismo di questi gruppi (ormai quasi inesistente nei fatti) è stata la giustificazione dell’esclusione di questi gruppi dalla normativa che ha attuato la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, approvata dal parlamento Ue il primo febbraio 1995.

INSEDIAMENTI RICOSTRUITI.

Anche l’approccio delle istituzioni nell’affrontare la questione abitativa è sempre stato improntato all’assimilazione.

   Spesso si è partiti dal presupposto di cancellare i campi e trasferire la popolazione dentro case tradizionali, una soluzione che non può funzionare sempre.

   Così i tentativi si sono spesso rivelati fallimentari: gli insediamenti, semplicemente, venivano spontaneamente ricostituiti da qualche parte. «Non si può negare un substrato culturale forte e radicato. Si deve ripensare il campo, renderlo più vivibile, ma si deve anche rispettare un bisogno abitativo diverso e più consono alla tradizione», ha spiegato a Lettera43.it Maurizio Pagani.

RIFIUTANO L’ASSIMILAZIONE.

Quello denunciato dalle associazioni è un tentativo di assimilazione che non può essere accettato da chi ha alle spalle secoli di persecuzioni.    Lavoriamo per una «convivenza pacifica e bella», ha detto Dijana Pavlovic, «rifiutando l’assimilazione». Ma la strada da percorrere è ancora lunga e difficile. (Gabriele Lippi)

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INCHIESTA

MAFIA CAPITALE, TUTTI GLI AFFARI DELLA CAMPI NOMADI SPA

– Appalti senza gara. E affidati alle società di Buzzi. Un giro milionario basato sul sistema Odevaine. Così la Cupola guadagnava con la gestione dei campi. Video. –

di Francesca Buonfiglioli, da LETTERA43, quotidiano online indipendente (http://www.lettera43.it/ |

3 Dicembre 2014

Gli immigrati e i rom? Un business enorme per la Cupola romana.

«Quest’anno abbiamo chiuso con 40 milioni di fatturato», dice Salvatore Buzzi, il braccio destro nel sovramondo di Massimo Carminati, in una intercettazione telefonica, «ma tutti i soldi li abbiamo fatti su zingari, emergenza alloggiativa, immigrati. Gli altri settori finiscono a zero».

E in un’altra telefonata ammette: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno con gli immigrati? La droga rende meno».

LA GESTIONE DEI CAMPI ROM. E come dargli torto. Solo per la gestione dei campi rom situati nella Capitale (che ospitano 8 mila persone, di cui più della metà sono bambini), il Comune di Roma ha speso negli anni decine di milioni di euro. Sfamando anche le cooperative di Buzzi: la ’29 giugno’ fu assorbita dal consorzio di cooperative sociali ‘Eriches 29’ (che nel 2013 ha fatturato 15.484.803 euro). Appalti affidati in via diretta, senza gara.

NEL 2013 ROMA HA SPESO 24 MLN. A quantificare il giro d’affari di quella che è stata definita la Campi nomadi Spa è stata l’associazione ’21 luglio’, organizzazione non profit impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinte in Italia. Secondo il loro report (leggi il documento), il Campidoglio, solo nel 2013, ha speso 24 milioni di euro per la gestione dei villaggi di solidarietà e dei centri di raccolta nomadi. Soluzioni che, invece di favorire l’integrazione, portano quasi sempre alla segregazione di queste comunità (leggi l’intervista al professor Argiropoulos), di cui fanno parte – è bene ricordarlo – anche molti cittadini italiani di etnia rom che vorrebbero poter vivere in case vere e non in container. Ma che, non essendo soggetti a sfratto, sono penalizzati nelle graduatorie di assegnazione delle case popolari.

UNA MANGIATOIA PER 35 ENTI PUBBLICI. In questo sistema operano 35 enti pubblici e privati che danno lavoro a oltre 400 persone le quali, scrive l’associazione, «usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici».

Ma c’è di più. Dei 24.108.406 euro spesi, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione vera e propria dei campi, compresa la vigilanza e la sicurezza: solo il 13,2% è stato destinato alla scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.

Le mani della Cupola romana sul campo di Castel Romano

Guarda caso, degli otto villaggi della solidarietà dell’area metropolitana il più costoso risulta essere quello di Castel Romano, dove attualmente vivono 989 rom. Il campo, situato sulla Pontina al km 24 in direzione Roma, è stato realizzato in «emergenza» nel 2007. Doveva essere una soluzione «temporanea», anche perché sorge in un’area protetta grazie alle deroghe della Regione Lazio. Ma, come spesso accade, il concetto di temporaneo in Italia è relativo.

APPALTI SEMPRE PER VIA DIRETTA La gestione di Castel Romano è in gran parte affidata alle società di Buzzi, il ras delle cooperative. Nel dettaglio, nel campo vivono 189 famiglie e nel 2013 è costato 5.354.788 euro. Il costo per ogni famiglia è stato di 27.044 euro. Con una semplice moltplicazione, è facile dedurre che la sistemazione dei nomadi in appartamenti sarebbe costata meno. Ma avrebbe fruttato alla Cupola molti meno euro. Sempre nel 2013, il campo è costato solo di gestione 3.785.616 euro (il 70,7%della spesa); di sicurezza 914.210 euro (17,1%) e di scolarizzazione solo 654.962 euro (il 12,2%). Bene, alla cooperativa Eriches 29 di Buzzi è andato il 36,1% della «torta»: 1.935.763 euro. Gli appalti? Anche in questo caso assegnati per via diretta.

Il «sistema Odevaine»: la gestione dell’emergenza per fare soldi

Ma c’è di più. Come raccontava Emilio Casalini, in una puntata di Un mondo a colori su RaiTre nel 2009, la fondazione e la gestione di Castel Romano sollevavano già più di un dubbio. A partire dalla presunta emergenzialità della sua nascita per la quale furono sospesi i vincoli dell’area protetta di Decima malafede. Fino all’aggiudicazione degli appalti senza gara. «Agiamo come durante un terremoto», spiegava il vice capo segreteria di Walter Veltroni Luca Odavaine, ora agli arresti.

L’ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE. «La gestione dell’emergenza immigrati è stato ulteriore terreno, istituzionale ed economico, nel quale il gruppo riconducibile a Buzzi si è insinuato con metodo eminentemente corruttivo», si legge nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari firmata dal gip Flavia Costantini, «alterando per un verso i processi decisionali dei decisori pubblici, per altro verso i meccanismi fisiologici dell’allocazione delle risorse economiche gestite dalla Pubblica amministrazione». Tanto che gli inquirenti hanno definito la gestione degli immigrati Sistema Odevaine. E a chi era andata la gestione di Castel Romano? Alla cooperativa Impegno per la promozione di tale Sandro Coltellacci, finito in galera nel blitz del 2 dicembre, ma già in carcere nel 2009 per questioni non relative alla gestione dei campi rom.

IN DUE ANNI E MEZZO COLTELLACCI HA INCASSATO 5 MLN. La Impegno per la promozione ha organizzato la creazione del campo, ottenendone successivamente la gestione ordinaria. Sempre senza gara d’appalto. In due anni ha incassato qualcosa come 5 milioni e mezzo di euro. Per i moduli abitativi sono stati sborsati 1.800.000 euro; per la rete fognaria e i pozzi altrettanto. Il Comune di Roma ha poi pagato 80 mila euro al mese per sicurezza e presidio medico, spiegava Odevaine. Servizi che stando all’inchiesta di RaiTre, sono stati organizzati solo in parte o per nulla. «Rende più della droga», diceva Buzzi. Ed è vero. Il sistema Odevaine ha permesso negli anni alle cooperative della Cupola di ingrassarsi. (Francesca Buonfiglioli)

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SCHEDA

GLI ZINGARI

da http://www.homolaicus.com/

PREMESSA

   “Zingaro” è una parola razzista, come “negro”, “vu cumprà”, “barbaro”, ecc. Nel nostro linguaggio quotidiano a volte la si usa in espressioni come: “una casa di zingari”, per dire che è disordinata; “essere come uno zingaro”, cioè vestito male e sporco; “ti faccio portare via dagli zingari”, per dire che sono cattivi (come l’Uomo Nero).

da www.romanolil.blog.tiscali.it
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   Zingaro viene dal greco Athìnganoi (che indicava gli esponenti di una setta eretica perseguitata).

In Italia gli zingari chiamano se stessi con due nomi: ROM (centro e sud) e SINTI (nord), il cui significato è “uomini”, contrapposto a GAGGIO’ (i “non-uomini”, cioè gli stranieri, ma significa anche sempliciotti, paurosi). I Rom considerano i Sinti “gagè” perché il sistema di vita di quest’ultimi è basato sul viaggiare e sullo spostarsi continuamente, mentre i Rom sono più sedentari.

STORIA

Verso la fine del 1o millennio partirono dall’India nord-occidentale le prime ondate migratorie. La diaspora totale fu determinata dall’espansione dell’Islam, che giunse fino al Punjab, zona d’origine dell’emigrazione. I Sinti sono originari del Rajastan (India del nord), i Rom invece sono del centro dell’India.

   In Europa i gitani sono sicuramente presenti dalla fine del 1300. In Italia un primo gruppo è segnalato nel 1422. Il loro nomadismo è sempre stato sopportato malvolentieri in Europa occidentale.

Non è mai stato fatto un conto di quanti zingari sono stati impiccati, bruciati e torturati con l’accusa di stregoneria in Europa.

   Le persecuzioni raggiungono il culmine con il nazismo: mezzo milione di zingari sono morti nei lager. A Norimberga non vengono ascoltati come testimoni: si rifiuta loro il pagamento dei danni di guerra.

Oggi in Italia ci sono da 60.000 a 90.000 zingari. Il nucleo maggiore è costituito dai SINTI. Di questi circa 25.000 vivono nei campi-nomadi; gli altri sono sedentari in case fisse. (molti sono italiani nati in Istria). L’altro gruppo importante è quello dei ROM jugoslavi, ultimi arrivati: non sono più di 10-12.000 persone, tutti insediati nei campi.

   Gli zingari slavi si dividono in due gruppi: Daxikané e Karakhané (quest’ultimi di religione musulmana). I SINTI non praticano il furto, gli altri invece sì: tanto che il 15% dei maschi e l’80% delle femmine minorenni finiscono negli istituti italiani penitenziari per minori.

   I Daxikhané (Montenegro) sono mal visti sia dai SINTI che dai Karakhané (Bosnia).

   Nella società contadina avevano un loro ruolo: allevavano e vendevano cavalli, aggiustavano le pentole, lavoravano i metalli, suonavano alle fiere, facevano i burattinai. I ROM, 30 anni fa, non finivano mai in carcere. Ora le esigenze della società sono aumentate e le loro possibilità sono diminuite. I SINTI vendono articoli di merceria porta a porta; i ROM karakhanè sono artigiani del rame e leggono la mano.

USI, COSTUMI E LINGUAGGIO

Le loro leggi sono molto severe, ma nessuno le conosce.

Tra i ROM le vedove non si risposano.

Le donne non si prostituiscono, pena l’allontanamento definitivo dal clan.

Le donne che portano un fazzoletto al capo sono musulmane.

Il nome ai neonati viene dato dagli anziani. L’anziano è molto rispettato, perché è soprattutto lui che conserva la memoria delle tradizioni.

Non ci sono zingari negli ospizi, non abbandonano mai i loro figli.

Strumento musicale prevalentemente usato: la fisarmonica.

Il fuoco è il punto di ritrovo per giovani e anziani.

La loro lingua è antichissima, molto vicina al sanscrito (ci sono poeti che scrivono in questa lingua: Sesmo Adamic è stato espulso da Roma, insieme ad altri 120 nomadi, nel marzo dell’89). Molti linguisti sostengono che vi siano delle affinità con le parlate della Persia e dell’Indostan. Ecco alcune loro parole:

Gentili (italiani); Gentilini (bambini italiani).

Signòm ni rom : Sono un uomo.

Diavolo (beng), Dio (del, murdivéle), Casa (khar), Fame (bokh), Donna (zuvlì, giuvéle), Figlia (sej, ciaj), Figlio (sav, ciavò), Madre (dej), Moglie (romnì), Padre (dad, tatà), Notte (rjat), Fidanzato (piramnò, burò), Predire la sorte (drabar), Vino (mol), Canto (gilì), Acqua (paj, panì).

Nelle loro canzoni, che vengono anche ballate, si parla quasi sempre della loro terra, dove i fiumi sono puliti, i boschi verdi e dove si è sempre allegri. Dice una loro canzone: “Il gaggiò lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e sperando così, muore. Poi ha fatto le leggi. La libertà è bella: vai dove vuoi”.

Un loro detto dice: “Noi ROM siamo come l’erba che si piega al vento e che si rialza appena la tempesta è passata”.

Esistono anche molte favole zingare.

PROBLEMI MAGGIORI

Istruzione per i bambini: il 97% dei bambini zingari non frequenta la scuola dell’obbligo e gli zingari adulti sono per lo più analfabeti. Eppure il 75% di essi sono cittadini italiani, o per nascita, o perché alla fine della II G.M. vivevano ai confini e scelsero l’Italia come patria.

Per i bambini zingari, l’italiano è la terza lingua, dopo quella materna (il romanes o il sinto) e il dialetto locale. A scuola facilmente vengono considerati come disadattati sociali e anche mentali.

Servizi igienico-sanitari: la loro sporcizia dipende anche dalla cronica mancanza di acqua nei campi, che dovrebbero disporre di docce e gabinetti. A causa delle molte malattie, dovute anche al freddo, la vita media non supera i 50 anni.

Altri servizi deficitari: illuminazione (l’energia elettrica permetterebbe di utilizzare sistemi di riscaldamento meno rischiosi: piccoli bracieri o stufette a gas, che a volte causano l’incendio della roulotte), cassonetti per rifiuti, vasche per il bucato.

Lavoro: non riescono più a fare lavori dignitosi o comunque remunerativi. Non possono praticare il commercio ambulante, perché vengono considerati come stranieri. Molti bambini vendono fiori, fazzoletti ai semafori o puliscono i vetri delle macchine. Chiedere la carità è diventato il lavoro delle donne. Il lavoro col ferrovecchio non rende più e gli oggetti di rame non li compra più nessuno, se non qualche turista d’estate.

Visti d’ingresso, passaporti ecc. Spesso ci si dimentica che questi gruppi sono apolidi e che quindi non ha senso rimpatriarli nella ex-Jugoslavia.

Aree di sosta sono poche: una cinquantina in tutta Italia. Si tratta per lo più di fangose baraccopoli, frequentate da topi, col pericolo di epidemie. Gli stessi campi-sosta sono troppo grandi: ammassano 300-500 persone (sembrano dei ghetti).

Emarginazione: per i nostri agricoltori sono nomadi senza terra; per i cittadini, dei marginali di periferia; per gli operai, degli oziosi e per tutti, degli uomini senza fede e senza legge. Il solo zingaro accettato è quello bello, artista, simbolo della libertà e del folclore, cioè quello che non esiste.

Rifiutano l’accusa di vagabondaggio, perché il loro è un nomadismo, che è un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’ONU ed è previsto dalla nostra Costituzione. Lo stesso Consiglio d’Europa dice che deve essere facilitato l’insediamento in abitazioni appropriate per i nomadi che lo desiderano.

A Roma esistono 50 comunità zingare: rom abruzzesi e napoletani, camminanti siciliani, sinti giostrai, rom kalderasha, rom slavi. Vivono in case popolari o roulotte. Prima degli anni ’70 commerciavano cavalli, facevano i maniscalchi, le donne leggevano il futuro o vendevano chincaglieria. Alcuni fabbricavano pentole di rame, altri erano indoratori o giostrai. Con l’espansione edilizia degli anni ’70 i campi-nomadi sono stati requisiti.

A Roma i nomadi sono 3000, sono sempre stati 3000, ma ora si parla di “problema nomadi”. Generalmente nei campi dove vivono non ci sono servizi. Alcune ragazze frequentano corsi di taglio e cucito.

Una testimonianza sul matrimonio

Altre caratteristiche

Ampia bibliografia

L’immagine degli zingari nel tempo (rtf-zip)

Alla periferia del mondo, Il popolo dei rom e dei sinti escluso dalla storia (pdf-zip)

da www.fainotizia.it/
da http://www.fainotizia.it/

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TORNA LA CACCIA AL ROM, E LA DESTRA FASCIOLEGHISTA IMPAZZA IN TV

di Gad Lerner, da “la Repubblica” DEL 29/11/2014

   E’ ricominciata in Italia la caccia al rom, o zingaro che dir si voglia, da sempre il più comodo e popolare dei bersagli con cui prendersela quando anche tu vivi ai margini e te la passi male. Solo che stavolta la caccia al rom viene orchestrata da piromani a sangue freddo.

   Smaliziati cercatori della prova di forza a contatto diretto col nemico etnico. Professionisti che mirano all’incendio delle periferie metropolitane, dove si contendono i marciapiedi con i centro sociali antagonisti. E’ lì, nel vuoto della politica, che costoro hanno intravisto lo spazio in cui costruire un nuovo polo di destra radicale. Una destra verdenera, o fascioleghista, pronta a plasmarsi sul modello di un alleato robusto come il Front National di Marine Le Pen. Il loro credo è l’etno-nazionalismo, il loro faro è Putin, la costruzione da abbattere è l’Europa.

   Ma intanto si comincia dal basso: dall’insofferenza degli inquilini delle case popolari quando i nuovi assegnatari o, peggio, gli occupanti abusivi, sono le famiglie rom e sinti che hanno lasciato i campi nomadi, come succede nei quartieri milanesi del Lorenteggio e del Giambellino. Oppure dalla richiesta di chiudere quegli stessi campi nomadi in cui –parole del consigliere comunale vicentino Claudio Cicero- agli zingari piacerebbe “vivere nella sporcizia, come i maiali”.

   Ieri a Roma gli studenti organizzati da Casapound hanno bloccato l’uscita ai residenti del campo di via Cesare Lombroso, impedendo ai bambini di andare a scuola. Come sempre avviene, i prevaricatori capovolgono la realtà atteggiandosi a vittime che finalmente trovano il coraggio di reagire. I manifestanti reggevano uno striscione appositamente studiato: “Stop alle violenze dei rom, alcuni italiani non si arrendono”. Sarebbero loro, il drappello d’avanguardia degli italiani coraggiosi.

   E poco importa che la devianza e la criminalità diffuse nei campi nomadi non rappresentino certo la fonte principale della sofferenza sociale cresciuta con la povertà materiale e la miseria culturale. Sono nemici per lo più inoffensivi ma fisicamente riconoscibili, difenderli risulta impopolare, e quindi vanno additati come corpo estraneo, stranieri anche quando si tratti di rom e sinti con la cittadinanza italiana.

   L’operazione politica, studiata a sangue freddo, prevede il gesto ardito, la provocazione, il contatto diretto. Come il blitz mascherato da “ispezione” architettato da Matteo Salvini al campo sinti bolognese di via Erbosa, con il seguito prevedibilissimo dell’aggressione su cui il segretario leghista ha lucrato elettoralmente.

   Da allora il meccanismo è stato replicato più volte a favore di telecamere. Ci sono trasmissioni televisive specializzate nella messinscena della rabbia popolare costruita ad arte. Si mettono d’accordo con Mario Borghezio che naturalmente si presta volentieri e finge di voler fare un sopralluogo, di volta in volta a un campo rom o a un centro d’accoglienza per rifugiati stranieri. Ne scaturisce una gazzarra. Oppure si convocano insieme il comitato dei cittadini arrabbiati e un paio di malcapitati rom, scatenando il putiferio.

   Borghezio, eletto nella lista romana della Lega Nord con il sostegno di Casapound, rappresenta l’anello di congiunzione ideale di questa estrema destra nascente. Trova sempre un microfono compiacente, proprio lui che definì “vero patriota” il generale serbo-bosniaco Mladic, cioè il boia di Srebrenica; e che ammise di riconoscersi nelle idee del fanatico norvegese Anders Breivik, autore della strage di Utoya. Neanche questo basta a limitare il suo spazio mediatico, nell’autunno della rabbia.

   La crisi della destra post-berlusconiana libera pulsioni reazionarie sempre in cerca dell’incidente, alimentando un clima di violenza dagli esiti imprevedibili. La caccia al rom stavolta non è un moto spontaneo, ma un vero e proprio cinico progetto politico. (Gad Lerner)

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PRENDI QUESTA MANO, ZINGARA!…..di Franco Muzzioli

dal sito INCONTRIAMOCI (http://eldi.it/ ) del 1/12/2014

   Ho letto su La Repubblica un articolo di Gad Lerner sui Rom, dove giustamente stigmatizza tutte le persone, politici compresi, che cavalcano il malcontento di quelle periferie nelle vicinanze di campi nomadi. Arrivano politici da un nord con le pulsioni separatistiche , improvvisamente diventati patrioti a tutto tondo, a difendere “gli italiani” dai Rom e dagli extracomunitari . Sono spesso aiutati da gruppi di camerati locali che non vedono l’ora di sfoderare il loro razzismo innato.

   E’ certo che queste situazioni sono insostenibili , molti documenti televisivi ci hanno mostrato elementi di degrado inaccettabili, quindi Stato e Comuni devono intervenire attivamente e con sollecitudine , perché spesso la colpa è loro.

   Con questa premessa spero di essermi palesemente schierato con gli antirazzisti , però…..(pensavate proprio che un però non lo avessi detto !?!)…..però come dicevo è inaccettabile, almeno per me, che nel 2014 ci sia una genia, una razza, un gruppo etnico, chiamatelo come vi pare, che è quello dei Rom, che vive di furti, borseggio, elemosine, piccolo spaccio, sfruttamento di donne e bambini.

   Non voglio contestare il tipo di vita nomade, ognuno fa quel che gli piace, c’è chi tiene davanti a casa il camper, lo lucida tutti i giorni e al sabato non veder l’ora di pigliar su e……andare!

   Ma un conto è il nomadismo, un conto è vivere costantemente al margine, nella sporcizia e completamente fuori dalle regole e dalla legge.

   Ho rispetto per le loro sofferenze durante il nazismo , ho rispetto delle ghettizzazioni avvenute nella storia, ma questo non li esime dal comportarsi come il resto dei cittadini entro le normali forme di convivenza.

   Un tempo …erano giostrai, facevano spettacoli nelle piazze, erano calderai, impagliavano le seggiole, le donne leggevano la mano…..e il furto e l’elemosina, ora loro sostentamento predominante, era limitato a pochissimi casi.

   E’ necessario quindi che questa gente si inserisca , senza abbandonare la loro cultura e forma di vita, nel tessuto sociale, abbandonando le “attività” fuori dalla legge e MANDANDO I LORO BIMBI A SCUOLA .

Vorrei tornare a vedere nell’angolo della strada la zingara, vestita con i suoi abiti tradizionali e non truccata da extracomunitaria per chiedere meglio l’elemosina ….e dirle…….prendi questa mano zingara …dimmi che destino avrò! (Franco Muzzioli)

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LE INTERCETTAZIONI SUL “CASO ROMA”

“LA DROGA? MEGLIO I ROM E GLI STRANIERI”

di Silvia D’Onghia, da “il Fatto Quotidiano” del 3/12/2014

– Accoglienza d’oro: oltre 2 milioni di euro l’anno per un campo –

   Il senso di Buzzi per le “persone appartenenti alle fasce deboli della società” – mission delle coop – sta tutto in queste parole: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? ”. “Non c’ho idea”. “Il traffico di droga rende meno”. Parlando al telefono con la sua collaboratrice Piera Chiaravalle, il dominus delle cooperative riconducibili al gruppo Eriches-29 Giugno non si fa troppi scrupoli morali.

   Gli immigrati, come i nomadi, hanno un solo colore: quello dei soldi. Tanti, tantissimi. “A 67 euro ce guadagnamo un sacco de soldi, però chissà quando pigliamo i soldi, questo è il problema”, spiega Buzzi al suo fidato collaboratore Sandro Coltellacci. Buzzi paga tutti, ma “tutti i soldi utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero”.

   L’unico problema è che il Campidoglio non paga, e ogni volta per poter ottenere la grana bisogna smuovere il mondo. Perché il Comune non approva il bilancio, non trova i fondi, addirittura li deve stornare da altre voci o deve aspettare il trasferimento dal ministero dell’Interno: 17 milioni destinati, in realtà, ai minori. È il gioco “delle tre carte”, e allora se cala una voce aumenta l’altra, “e allora i minori? ” “i minori s’attaccano al cazzo”.

   Buzzi fa il matto, perché ha ricevuto da Carminati 500mila euro del suo patrimonio personale (del resto è l’unico di cui l’ex Nar si fidi davvero) e li ha investiti nel campo nomadi di Castel Romano. E allora quel campo deve fruttare. “I fondi per il 2013 e 2014 per la transazione e il nuovo campo non sono stati messi e sono 2.340.544,92 per il 2013 e 2.240.673,26 vi sono solo i fondi extra per il nuovo campo pari a 455.000,00 il resto e ancora zero”, scrive Buzzi ad Alemanno, Coltellacci, Luca Gramazio, Antonio Lucarelli (capo segreteria del sindaco).

   A lungo ha tentato di risolvere la faccenda con Angelo Scozzafava, direttore – all’epoca – del dipartimento Promozione dei servizi sociali e della salute del Comune. In cambio, dicono gli inquirenti, gli avrebbe promesso l’assegnazione di un appartamento di una cooperativa. “Io sono andato pure da Scozzi – spiega al telefono con Carminati – Scozzi, perché mi cachi il cazzo? ”.

   Il problema principale è che il Campidoglio guidato da Alemanno non ha un euro in cassa: “Ma se il bilancio è già stato fatto, cioè tu non c’hai una lira, chi cazzo te lo finanzia? ”, chiede a Scozzafava. “E lo cerco da un’altra parte, eeh… siamo chiari su questo… eh lui, lui adesso ha fatto un bilancio così, senza sentì le esigenze o meno, chiuderò qualcos’altro”, gli risponde il dirigente. A sbloccare i pagamenti è proprio Gramazio, che Buzzi – in quest’occasione – incontra in un bar.

   “Dell’esito – scrive il Gip – Gramazio si attribuiva parte del merito”. E meno male, si direbbe sarcasticamente leggendo le parole di Lucarelli (che ha il terrore di Carminati): “Devi accenne un monumento pe’ sta’ storia che ieri sera è successa l’ira de’ Dio, se non sarvamo quella roba dei nomadi… sai che succedeva”. Oltre a quello economico, c’è un problema logistico: il rapporto con i nomadi, il cui campo –Castel Romano – gravita nell’area di interesse del clan Casamonica. E allora quale miglior “mediatore culturale” di Luciano Casamonica, che “parla la stessa lingua” dei rom?

   IL CAPITOLO “accoglienza” passa invece per le mani di Luca Odevaine, che siede al Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale. L’ex vice capo di Gabinetto di Veltroni, secondo il giudice, è in grado di smistare il flusso degli arrivi nei centri di accoglienza, “suggerendo” soluzioni e favorendo le imprese a lui amiche. Addirittura, “si attribuiva la paternità di una valutazione del ministero dell’Interno con la quale era stato aumentato il numero dei posti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr) nell’area romana”.

   Odevaine ne ha anche per il Prefetto Rosetta Scotto Lavina, direttore centrale per le politiche dell’immigrazione e dell’asilo: “Questa è un’imbecille – dice al telefono con una sua collaboratrice –. Non capisce un cacchio… Lei è in difficoltà perché… continuano gli sbarchi e non sa dove mettere le persone”. E per questo le fa scrivere un appunto con alcune indicazioni. Anche questi sono soldi. “A 28 euro… ce se rimette”, spiega Buzzi a Odevaine. “Non lo so però magari te alzi i numeri… perché guarda quanti ce ne stanno già nel Lazio”. (Silvia D’Onghia)

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CAMPI ROM, VIA LE FAMIGLIE RICCHE. “IN BANCA CONTI DA 100 MILA EURO”

di Gabriele Isman, da “la Repubblica” del 24/10/2014

– L’indagine della polizia locale: da Tor Sapienza allontanate 50 persone. Il business dei metalli speciali e i roghi dei frigoriferi in via di Salone –

   Il racket dei metalli speciali, con gli incendi nei campi rom e conti postali da decine di migliaia di euro. È il tema dell’indagine della polizia locale che passa anche per la bonifica del campo di via Salviati: dall’insediamento autorizzato di Tor Sapienza ieri sono state allontanate 50 persone di 8 nuclei familiari. Sui loro conti postali cifre dai 50 mila ai 120 mila euro, incompatibili con l’assistenza offerta dal Comune ai rom indigenti. Il sospetto degli inquirenti è che siano i proventi del lavoro di rivendita agli sfasci di metallo che però accettano solo gli elettrodomestici già svuotati di gas e materiali di coibentazione: da qui i frequenti incendi nei campi.

   Ieri mattina in un altro insediamento, in via di Salone, alle 7 si è sviluppato un rogo in un’area destinata alla socializzazione, ma sotto quel grande tendone venivano invece custoditi frigoriferi da spogliare. E gli investigatori pensano che l’incendio che ha riversato per ore fumo e cattivi odori in un’ampia fetta di Roma Est dovesse impedire gli allontanamenti in via Salviati. Invece la bonifica iniziata la settimana scorsa è andata avanti: a guidare i circa 40 agenti il comandante Raffaele Clemente e il suo vice Antonio Di Maggio.

   “Ma i bambini, come faranno?” ha chiesto a voce alta davanti agli altri abitanti di via Salviati Najo Hadzovic, delegato del sindaco per i rom quando a guidare la città era Alemanno. Hadzovic ha ripetuto la domanda a Clemente che dai giorni scorsi aveva disposto una verifica puntuale della frequenza scolastica per gli oltre 100 minori dell’insediamento. “Abbassa la voce o non ti rispondo. E quei signori aprano i portafogli per i loro figli” ha detto il comandante gelido, raccogliendo la sfida lanciata da Hadzovic. E accanto ad Hadzovic un rom più anziano: “Ma noi siamo onesti”. E Clemente: “Allora dateci i nomi di chi appicca gli incendi per i frigoriferi”. “Non li abbiamo, quello che sapevamo si è venduto la baracca per duemila euro e ha lasciato il campo”. E un vigile esperto negli interventi con i rom: “Come lui, tanti altri. La cifra è quella”. Il comandante si allontana, raccoglie da terra un pezzo di materiale per la coibentazione, si fa prestare un accendino: dalla fiamma il fumo nero e l’odore acre sono immediati.

   In via Salviati prima della bonifica vivevano 416 rom di etnia montenegrina e bosniaca. In pochi giorni sono state demolite 26 baracche, più nove cointainer (e in uno c’erano anche video pornografici: potrebbe essere stata un’area di prostituzione). Senza dimenticare le demolizioni di recinti e tettoie abbattute dagli stessi rom prima che intervenissero i vigili. E intanto l’unico arrestato per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale è già tornato libero: al processo ha patteggiato tre mesi con la condizionale. (Gabriele Isman)

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IL ROM NON ESISTE TORNIAMO A CHIAMARLI ZINGARI

di Guido Ceronetti, da “la Repubblica” del 28/11/2014

SI FA presto a diventare un linguista disperato o un filologo maledetto: basta tentare di sradicare dall’uso una parola sbagliata che ti procura intolleranza. La lingua, dice il proverbio, uccide più della spada, in specie quando si è imparato ad usarla troppo bene.

UNA massima talmudica lo conferma: «La vita e la morte sono in mano alla lingua». Io vorrei sradicare dall’uso pubblico vulgato l’insulso Rom e ristabilire il perfetto italiano zingari.    Se ne parla tanto e non sappiamo neppure come chiamarli.

Si dà il caso che questo linguista disperato sia stato, nella sua remota giovinezza, uno ziganologo dilettante (cioè, che ci pigliava gusto nel farlo) e che gliene sia rimasto qualcosa. Per una rivista di automobilismo avevo fatto una memorabile inchiesta su zingari e l’Automobile — avevano abbandonato le roulottes a cavalli e le famiglie nomadi si spostavano in roulottes tirate da enormi auto americane usate, le sole che si vedevano in giro — e ci lasciarono fotografarli, con modica spesa.

C’era una regina, in quegli anni, italiana, Mimì Rossetto, che credo avesse su tutti i gruppi d’Europa giurisdizione. Ebbi anche, da una roulotte, un invito a cena, ma accusai dolori di stomaco, l’odore della marmitta era troppo energuméno.

Una zingara di Saint Quen mi fece lettura di mano e trovò, misero me, che mai una donna mi avrebbe amato. Era in un bistrot tutto verde e la zingara aveva le pupille ardenti come quelle della tribù prophétique di Baudelaire. C’era un rimedio: mandare giù una pillola miracolosa di sua fabbricazione che pareva una pallina di scarabeo, e dare a lei in cambio trecento franchi.

Mentii: negai di possedere una tale somma, che mi avrebbe permesso di vivere a Parigi una settimana. Le pupille ardenti mi frugarono: Eppure io vedo che tu hai in tasca trecento franchi! — Li avevo, e li tenevo nascosti bene, se non proprio al sicuro.

Ma guardate il bel cavaliere gagiò a cui la giovane strega zingara, mentre lo chiromanteggia, stacca dolcemente la borsa piena di scudi d’oro dalla giubba, nella pittura del sommo Merisi da Caravaggio, ai Musei Capitolini o nella galleria degli Italiani al Louvre, detta “La buona ventura”.

Pretendere che zingari e zingare non rubino è come volere che un’ape, posandosi sulla tua palpebra, non ti faccia vedere il Planetario. Un giorno che ziganeggiavo sui lungarni di Pisa una zingara mi chiese elemosina. L’accompagnava una deliziosa bambina che non avrebbe certo tardato molto a metterne al mondo un’altra. Faccio un’affrettata elemosina (ma per loro, lo so, è come il tributo a Cesare) e resto stupito: la ragazzina mi getta le braccia al collo per la gratitudine, mentre la sua probabile madre mi benedice con l’augurio di Venti (venti, senza sconti) Figli… Ringraziai a mia volta, con qualche scongiuro di malthusiano sfuggito alla pillola di Saint Quen.

Il più lontano documento di presenza balcanica di alcuni atzincani (nome assunto nel transito greco) è di un laconico monaco georgiano che li descrive come «ladri e indovini». Abbiamo scarse smentite di queste loro caratteristiche etiche nel tempo, e il documento citato, del Monte Athos, è dell’anno Mille.

Ma circa la loro storicità leggendaria discenderebbero da Caino col nome di Cheniti, portatori del segno biblico dell’intoccabilità, il tatuaggio della lettera Tau; ma da se stessi si dicevano discendenti di Cham, il figlio maledetto che rise della nudità di Noè ubriaco. (Da Cham sono fatti discendere gli Africani). Vuoi vedere che la misteriosa amata del Cantico dei Cantici è una zingara? «Io sono nera ma sono bella, figlio di Ierushalem » (Cant. 1,5). Quando investirono l’Europa, con armi, carri, cavalli e voivodi, il tipo zingaro era di pelle nerissima, per la non più contestabile loro origine indiana dai fuori casta.

Posso ziganeggiare a lungo, rivoltando letture e memorie, e provare che il termine Rom, volendo designare una comunità zingara, è del tutto inutilizzabile. È improprio e di uso limitato nella loro stessa lingua.

Traducibile con maschio, marito, genericamente uomo, la nostra eufemizzazione forzata è, nell’ostinarsi a ruttare Rom Rom, di una madornale insipienza. Se poi viene chiamata Rom una donna (romnì) sarebbe come dire che la regina Cleopatra è di genere maschile e Venere si è riinventata gli ormoni.

In Italia (a Roma i primi gitani sono segnalati dal 1422 e subito, presentandosi come cristiani perseguitati in Egitto, ottennero una bolla papale di benevolenza da Martino V), il loro nome fu a lungo incerto, per lo più proveniva dal greco; cingàni, atzingàni, tzigani, egiziani; alla fine prevalse la derivazione dal tedesco Zigeuner, italiano zingari.

Non li chiamiamo Tzigani, come in Francia, perché da noi il meraviglioso tango “Violino tzigano” evoca musica e orchestre della «dolce terra d’Ungheria » ma a un secolo dalla migrazione europea cingàni era il nome più diffuso, specie nel nord-est e nei domìni veneziani. E qui ci sta bene una piccola riflessione sul dipinto più enigmatico e d’impronta neopagana dell’arte italiana.

Quando l’onnipotente mano di Giorgione da Castelfranco fece “La Tempesta” oggi alle Gallerie dell’Accademia, l’artista la chiamò La Cingàna (o L’Acingàna). Dunque l’anonima figura seminuda che sta allattando è una zingara di pelle chiara o voluta bianca ed è il cuore della visione. La radiografia ha rivelato che al posto del soldato in simmetria a sinistra c’era una precedente figura nuda, ma il soldato è là per proteggere la madre e il bambino che tetta da una sciagura incombente, alla quale la folgore in mezzo al cielo allude.

Nel 1510 Giorgione morì, poco più che trentenne, per la folgore pestofora che vediamo nel cielo tempestoso, funesto presagio, che si riflette nel volto impressionante della Cingàna, triste, allarmato, angosciato, indicibile.

La spaventosa strage mondiale di mestieri ereditari, oggi con pochi superstiti ha tolto agli tzigani sedentari i redditi più onesti (calderai, ramaioli, impagliasedie, maniscalchi, fabbri di forgia, lustrascarpe, aurari o setacciatori d’oro) e accresciuto il numero dei nomadi, dediti alle attività illegali.

A certe famiglie migranti la Romania monarchica non permetteva il soggiorno, nei villaggi, al di là di tre giorni (Popp-Serboianu, storico e grammatico tuttora molto autorevole). Amati dal popolo, e in maggioranza sedentarizzati, sono invece i Lautari (violinisti, mandolinisti, cembalisti), ma da noi non vengono che poveri strimpellatori, ai quali io dò vistose elemosine. Famosi erano gli Ursari, domatori d’orsi che ballano, animali bramosi di estinzione, sazi di uomo. Sui diritti delle donne, stendiamo un velo.

Terribile è la novella verghiana “Quelli del colèra” del 1884: là una misera famiglia zingara, sospettata di portare perfidamente il contagio, viene orrendamente massacrata, da un villaggio gagiò, a colpi di schioppo e d’ascia, nella sua tenda. Cadendo sotto i colpi, una ragazzina che allatta fissa con occhi indimenticabili il suo ebete assassino; occhi dove qualcosa dallo sguardo della cingàna inquieta della «Tempesta» risuscita per morire, magicamente. (Guido Ceronetti)

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