CITTÀ AL POSTO DEI COMUNI, MACROREGIONI AL POSTO DELLE REGIONI: la strada verso una diversa geografia dei territori, ha ora due nuovi tasselli positivi : 1) OPENCIVITAS, la conoscenza online dei costi dei nostri Comuni; 2) il SUPERAMENTO DEL PATTO DI STABILITÀ nei primi 5 anni PER I COMUNI CHE DECIDONO DI FONDERSI – LA SVOLTA TERRITORIALE E’ UNA RIFORMA NECESSARIA in un mondo cambiato

 

ITALIA: BELLA NEI SUOI MILLE (E PIÙ) CAMPANILI!.... MA TROPPI OTTOMILA COMUNI - UNA QUESTIONE SECOLARE - All’alba dell’Unità d’Italia GIUSEPPE MAZZINI propose che i Comuni italiani fossero NON PIÙ DI MILLE. Un disegno di legge in proposito lo presentò, nel 1860, nel quadro di una generale riforma delle autonomie, LUIGI CARLO FARINI, all’epoca ministro dell’Interno. PROGETTO POI RIPRESO DA uno dei leader della Destra Storica, MARCO MINGHETTI: ACCORPAMENTO DEI COMUNI con meno di mille abitanti e regioni quali consorzi di province. Con esiti scarsi. Ci provò anche MUSSOLINI, e, usando la forza non contestabile dell’autorità centrale, in parte CI RIUSCÌ ELIMINANDO CIRCA DUEMILA COMUNI. Ma dopo la Liberazione una parte di quei comuni forzosamente accorpati dal centro ripresero la loro medioevale fisionomia (Vittorio Emiliani)
ITALIA: BELLA NEI SUOI MILLE (E PIÙ) CAMPANILI!…. MA TROPPI OTTOMILA COMUNI – UNA QUESTIONE SECOLARE – All’alba dell’Unità d’Italia GIUSEPPE MAZZINI propose che i Comuni italiani fossero NON PIÙ DI MILLE. Un disegno di legge in proposito lo presentò, nel 1860, nel quadro di una generale riforma delle autonomie, LUIGI CARLO FARINI, all’epoca ministro dell’Interno. PROGETTO POI RIPRESO DA uno dei leader della Destra Storica, MARCO MINGHETTI: ACCORPAMENTO DEI COMUNI con meno di mille abitanti e regioni quali consorzi di province. Con esiti scarsi. Ci provò anche MUSSOLINI, e, usando la forza non contestabile dell’autorità centrale, in parte CI RIUSCÌ ELIMINANDO CIRCA DUEMILA COMUNI. Ma dopo la Liberazione una parte di quei comuni forzosamente accorpati dal centro ripresero la loro medioevale fisionomia (Vittorio Emiliani)

  Se andate a vedere questo sito governativo, http://www.opencivitas.it/index.html, potrete provare ad imparare a leggere i costi dei servizi dei Comuni dove vivete, delle aree provinciali. E metterli in rapporti alle altre realtà geografiche, comunali e oltre, per capire se ci possono essere modi di ridurre eventuali sprechi e pensare a servizi di maggiore qualità.

COMUNI TRASPARENTI – Dal 19 novembre i sindaci italiani hanno meno alibi. In attuazione delle regole sul FEDERALISMO FISCALE, il governo ha messo on line un sito internet, all'indirizzo www.opencivitas.it , che per la prima volta consente ai cittadini l'accesso diretto a tutti i dati sulla spesa dei loro Comuni
COMUNI TRASPARENTI – Dal 19 novembre i sindaci italiani hanno meno alibi. In attuazione delle regole sul FEDERALISMO FISCALE, il governo ha messo on line un sito internet, all’indirizzo http://www.opencivitas.it , che per la prima volta consente ai cittadini l’accesso diretto a tutti i dati sulla spesa dei loro Comuni

   La pubblicazione della banca dati Opencivitas da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze il 18 novembre scorso, fa sì che tutti i cittadini possano accedere ai dati della spesa storica e possano rapportare i costi sostenuti per i vari servizi con quei “costi standard” che dovrebbero (devono) esserci dappertutto; perché tengono conto della qualità massima di un servizio a un prezzo compatibile, rilevandoli (i costi standard) da realtà territoriali che li applicano in modo virtuoso. E questo per i Comuni, per le Province e per le Regioni a statuto ordinario.

   Il Comunicato del Ministero dell’Economia che annuncia l’apertura del sito sottolinea la volontà di trasparenza delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei propri cittadini. Le aree di intervento per i quali sono stati elaborati i fabbisogni standard sono: amministrazione, gestione e controllo; gestione del territorio e dell’ambiente; polizia locale; istruzione pubblica; viabilità e trasporti; settore sociale. Si parla proprio di “fabbisogni standard”, non di costi: e questo sta a sottolineare come in tutti i luoghi geografici della penisola italica, si possano considerare i cittadini realmente “uguali” tra di loro (nei diritti per tutti di avere servizi migliori, nei doveri di tutti di non sprecare risorse là dove accade).

PEDESINA (Sondrio) - Nel nostro paese esistono ancora centinaia di MICRO-COMUNI. Quelli che stanno sotto i mille residenti sono 1.963, un quarto del totale nazionale, che è di 8.101. Ve ne sono CON MENO DI CENTO ABITANTI: 45, IN MONTAGNA, in collina e pure in pianura. Il più piccolo è il comune di PEDESINA (NELLA FOTO), in provincia di SONDRIO, con appena 32 RESIDENTI
PEDESINA (Sondrio) – Nel nostro paese esistono ancora centinaia di MICRO-COMUNI. Quelli che stanno sotto i mille residenti sono 1.963, un quarto del totale nazionale, che è di 8.101. Ve ne sono CON MENO DI CENTO ABITANTI: 45, IN MONTAGNA, in collina e pure in pianura. Il più piccolo è il comune di PEDESINA (NELLA FOTO), in provincia di SONDRIO, con appena 32 RESIDENTI

   Tutto questo lavoro (di stabilire costi e fabbisogni standard) è iniziato nel 2009 con la LEGGE SUL FEDERALISMO FISCALE (n. 42 del 5 maggio 2009), e con il successivo decreto legislativo del 26 novembre 2010 n. 216. I fabbisogni standard sono indicatori statistici determinati in base alle caratteristiche territoriali e socio-demografiche di ogni singolo ente locale, ma sono anche un utile strumento di gestione e controllo delle amministrazioni: consentono agli amministratori di rendere più efficiente la spesa, e dall’altra permettono ai cittadini di verificare le scelte degli amministratori anche attraverso interessanti confronti con i Comuni limitrofi con caratteristiche analoghe.

   Nel poter visionare fin da ora i costi reali dei servizi pubblici erogati dai nostri enti locali, e vedere se sono efficienti o meno (confrontandoli con altri enti e con quelli “standard”) tutto può diventare più trasparente nella gestione del bene pubblico. E questo, seppur iniziale, tassello di trasparenza si connette con un’altra iniziativa che non può essere trascurata da chi si augura e propone il superamento degli attuali enti territoriali (semplificando la presenza dei troppi 8.100 comuni e delle troppe 20 regioni) verso realtà geografiche più confacenti (ed efficienti, autorevoli…) rispetto al divenire del mondo. Pensiamo solo che i confini dei comuni sono ancora di origine medioevale, quando cioè la distanza da un comune all’altro era data dal tempo che il viandante poteva percorrere a piedi nelle ore di luce (sulle strade di allora).

FUSIONE DEI COMUNI, L’INTERESSANTE NOVITA’ - Nel provvedimento del Governo di proposizione della Legge di Stabilità 2015, si stabilisce che per i COMUNI CHE SI FONDONO insieme (Comuni nati dal 2011 in poi in seguito a fusioni) NON DOVRANNO RISPETTARE IL PATTO DI STABILITÀ PER 5 ANNI
FUSIONE DEI COMUNI, L’INTERESSANTE NOVITA’ – Nel provvedimento del Governo di proposizione della Legge di Stabilità 2015, si stabilisce che per i COMUNI CHE SI FONDONO insieme (Comuni nati dal 2011 in poi in seguito a fusioni) NON DOVRANNO RISPETTARE IL PATTO DI STABILITÀ PER 5 ANNI

   E appunto qui viene la seconda interessante novità di questo periodo. Nel provvedimento del Governo di proposizione della Legge di Stabilità 2015 (cioè quella che una volta veniva chiamata “Finanziaria”) si stabilisce che per i COMUNI CHE SI FONDONO insieme (Comuni nati dal 2011 in poi in seguito a fusioni) non dovranno rispettare il patto di stabilità per 5 anni, cioè potranno spendere oltre la loro spesa storica, potranno investire di più in opere pubbliche e servizi (questo per i primi 5 anni dal momento della fusione). Lo prevede uno degli 11 emendamenti del governo ai “ddl Stabilità” depositati in commissione Bilancio alla Camera. L’emendamento prevede che “i Comuni istituiti a seguito di fusione a decorrere dal 2011 sono soggetti alle regole del patto di stabilità interno dal quinto anno successivo a quello della loro istituzione, assumendo quale base di calcolo le risultanze dell’ultimo triennio disponibile”.

  E’ una incentivazione interessante, importante, a far sì che si possano sviluppare fusioni tra Comuni. Nell’intenzione di tentare di ridurre l’eccessiva frammentazione comunale che abbiamo ora (8.101 comuni in Italia).

TROPPI COMUNI: LE REGIONI PIÙ FRAMMENTATE - In effetti la dimensione territoriale dei nostri comuni è, più o meno, quella del MEDIO EVO e cioè la distanza che il viandante poteva percorrere a piedi nelle ore di luce (sulle strade di allora). La LOMBARDIA conta oggi ben 1.546 comuni dei quali 146 sotto i 500 abitanti e 340 sotto i mille, e il PIEMONTE ne ha 1.206. QUESTE SONO LE REGIONI PIÙ FRAMMENTATE. Dopo Lombardia e Piemonte, sono VENETO e CAMPANIA ad avere un elevato numero di comuni, ma siamo, rispettivamente, a 581 e a 551. Notevolmente polverizzata risulta pure la LIGURIA, con 235 comuni (47 dei quali sotto i 500 residenti) per una superficie complessiva però di neppure 520mila ettari, meno della sola provincia di Trento. I COMUNI, CHE NEL 1951 ERANO 7.810, ORA RISULTANO ESSERE 8.101, dei quali il 56 per cento al Nord, meno del 13 per cento al Centro e il restante 31 per cento nel Mezzogiorno, con una preoccupante polverizzazione in Calabria (409 comuni dei quali 58 sotto i mille abitanti), in Sicilia e in Sardegna. Lo stesso piccolo MOLISE conta un numero di comuni quasi pari a quello del Lazio, vasto oltre quattro volte di più. - LA VIRTUOSA TOSCANA - In TOSCANA i comuni sono “solo” 287. La rete municipale fu oggetto di una consapevole riforma a metà Settecento con la drastica riduzione dei Comuni, affidata dal GRANDUCA DI LORENA a un grande studioso, POMPEO NERI, il compito di ridisegnarla sulla base dei nuovi punti di forza del territorio. Compito che il Neri doveva realizzare anche in Lombardia dove però poté portare a termine soltanto il mirabile catasto teresiano. (Vittorio Emiliani)
TROPPI COMUNI: LE REGIONI PIÙ FRAMMENTATE – In effetti la dimensione territoriale dei nostri comuni è, più o meno, quella del MEDIO EVO e cioè la distanza che il viandante poteva percorrere a piedi nelle ore di luce (sulle strade di allora). La LOMBARDIA conta oggi ben 1.546 comuni dei quali 146 sotto i 500 abitanti e 340 sotto i mille, e il PIEMONTE ne ha 1.206. QUESTE SONO LE REGIONI PIÙ FRAMMENTATE. Dopo Lombardia e Piemonte, sono VENETO e CAMPANIA ad avere un elevato numero di comuni, ma siamo, rispettivamente, a 581 e a 551. Notevolmente polverizzata risulta pure la LIGURIA, con 235 comuni (47 dei quali sotto i 500 residenti) per una superficie complessiva però di neppure 520mila ettari, meno della sola provincia di Trento. I COMUNI, CHE NEL 1951 ERANO 7.810, ORA RISULTANO ESSERE 8.101, dei quali il 56 per cento al Nord, meno del 13 per cento al Centro e il restante 31 per cento nel Mezzogiorno, con una preoccupante polverizzazione in Calabria (409 comuni dei quali 58 sotto i mille abitanti), in Sicilia e in Sardegna. Lo stesso piccolo MOLISE conta un numero di comuni quasi pari a quello del Lazio, vasto oltre quattro volte di più. – LA VIRTUOSA TOSCANA – In TOSCANA i comuni sono “solo” 287. La rete municipale fu oggetto di una consapevole riforma a metà Settecento con la drastica riduzione dei Comuni, affidata dal GRANDUCA DI LORENA a un grande studioso, POMPEO NERI, il compito di ridisegnarla sulla base dei nuovi punti di forza del territorio. Compito che il Neri doveva realizzare anche in Lombardia dove però poté portare a termine soltanto il mirabile catasto teresiano. (Vittorio Emiliani)

   Ne parliamo in questo blog, ed è un’iniziativa che vuole rimettere in discussione le entità istituzionali che adesso ci sono perché non vanno più bene, non corrispondono ai “territori” che ciascuno di noi percorre, vive quotidianamente. E le proposte minimali di far accorpare i comuni sotto i mille abitanti, o i tremila o i cinquemila, o i 15.000… ci paiono tutte riduttive e insufficienti: la trasformazione di un certo numero di Comuni in un’unica Città a nostro avviso deve avvenire basandosi su ragioni storiche, economiche, geomorfologiche (pur considerando anche noi che le nuove città che nasceranno dovranno avere almeno 50-60.000 abitanti).

   Comunità che si riconoscono in un unico luogo fatto di tanti piccoli o medi comuni, capaci queste comunità di pensarsi in un progetto fatto insieme per essere loro più autorevoli all’esterno, per dare servizi migliori e più efficienti ai propri cittadini, per spendere di meno nei costi fissi di gestione che ora i comuni, in forma piccola e frammentata come sono, vengono ad avere e diventano ogni giorno (questi costi) sempre più difficili da sostenere (alcuni comuni hanno sempre più difficoltà non a fare investimenti in servizi e opere pubbliche, ma addirittura a pagare il personale che dispongono).

IN EUROPA - Negli altri paesi europei c’è stato un grande fervore riformatore in materia nell’ultima parte del Novecento. Nella GERMANIA FEDERALE i comuni erano addirittura 24.476. Ogni LAND ha utilizzato le ricette ritenute più convenienti per gli accorpamenti. In BAVIERA è stato individuato UN COMUNE-GUIDA PER OGNI COMPRENSORIO sul quale intervenire affidando a esso i compiti fondamentali dell’amministrazione. In RENANIA-WESTFALIA invece si è proceduto a FUSIONI vere e proprie con l’obiettivo di base di creare comuni con almeno 5mila residenti nelle aree agricole e con almeno 25mila in quelle industriali. Obiettivo raggiunto. In SVIZZERA, nel CANTON TICINO esistono dal 1995 opportuni incentivi alle fusioni: così 45 comuni si sono uniti in 15 nuove aggregazioni amministrative. In DANIMARCA hanno ridotto i comuni da 1.388 a 275 (e le province da 22 a 14), in BELGIO da oltre 2.500 a meno di 600, nel REGNO UNITO – dove una opportuna riforma di County Boroughs e County Council era stata introdotta già nel 1888 -  da 1.830 autorità locali si è scesi a 486. (Vittorio Emiliani)
IN EUROPA – Negli altri paesi europei c’è stato un grande fervore riformatore in materia nell’ultima parte del Novecento. Nella GERMANIA FEDERALE i comuni erano addirittura 24.476. Ogni LAND ha utilizzato le ricette ritenute più convenienti per gli accorpamenti. In BAVIERA è stato individuato UN COMUNE-GUIDA PER OGNI COMPRENSORIO sul quale intervenire affidando a esso i compiti fondamentali dell’amministrazione. In RENANIA-WESTFALIA invece si è proceduto a FUSIONI vere e proprie con l’obiettivo di base di creare comuni con almeno 5mila residenti nelle aree agricole e con almeno 25mila in quelle industriali. Obiettivo raggiunto. In SVIZZERA, nel CANTON TICINO esistono dal 1995 opportuni incentivi alle fusioni: così 45 comuni si sono uniti in 15 nuove aggregazioni amministrative. In DANIMARCA hanno ridotto i comuni da 1.388 a 275 (e le province da 22 a 14), in BELGIO da oltre 2.500 a meno di 600, nel REGNO UNITO – dove una opportuna riforma di County Boroughs e County Council era stata introdotta già nel 1888 – da 1.830 autorità locali si è scesi a 486. (Vittorio Emiliani)

   In questa logica inevitabile è pensare che questo processo venga ad interessare anche le venti regioni di suddivisione nazionale: troppe come sono, organizzate in apparati e burocrazie molto costose. Anch’esse possono essere ripensate individuando delle Macroregioni più confacenti allo spirito di un’Europa federalista fatta sì di stati, ma anche di macroregioni con ciascuna una particolare collocazione geografica, magari con specifiche vocazione economiche (turistiche, manifatturiere, agro-alimentari, di università e ricerca scientifica…); un’Europa fatta anche di aree metropolitane, di “città stato”, di “capitali nazionali” molto attrattive di persone, economie, processi culturali….

Secondo i dati definitivi della rilevazione del 2011, ROMA è in testa come ABITANTI con 2,6 milioni di residenti. Milano ne ha meno della metà
Secondo i dati definitivi della rilevazione del 2011, ROMA è in testa come ABITANTI con 2,6 milioni di residenti. Milano ne ha meno della metà

   In questo post alterniamo così temi relativi a queste nuove opportunità (cioè: 1- la messa in rete dei costi pubblici e il loro confronti con i costi standard; 2- l’incentivazione alla fusione dei Comuni con la deroga per cinque anni dal patto di stabilità) con temi più di carattere generale, atti a dimostra come il mondo sia cambiato totalmente rispetto a qualche decennio fa (ad esempio la descrizione di un libro dello scrittore calabrese della prima metà del novecento, Corrado Alvaro, che narra di un suo viaggio nell’Italia degli anni trenta del secolo scorso…), oppure dei contesti di crisi e forte declino culturale oltreché economico che sta vivendo il nostro Paese e di come uscirne.

   La revisione territoriale, il ripensamento geografico delle istituzioni locali, dei confini attuali stabiliti ancora centinaia di anni fa e più che mai adesso anacronistici, sono necessità di cambiamento concreto che sono urgenti da realizzare. (s.m.)

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COMUNI SEMPRE PIÙ TRASPARENTI. TUTTE LE SPESE ONLINE. BASTA CLICCARE SU http://www.opencivitas.it/index.html. ADDIO CIFRE OCCULTE

di Mario Sensini, da “il Corriere della Sera” del 20/11/2014

– Asili nido e trasporti pubblici: online i conti dei Comuni – Solo Torino spende meno del previsto Milano in equilibrio. A Roma 929 mila multe, Napoli si ferma a 688 mila –

   Da ieri (19 novembre, ndr) i sindaci italiani hanno meno alibi. In attuazione delle regole sul federalismo fiscale, il governo ha messo on line un sito internet, all’indirizzo www.opencivitas.it, che per la prima volta consente ai cittadini l’accesso diretto a tutti i dati sulla spesa dei loro Comuni. E di verificare se i loro sindaci spendono di più o di meno rispetto a quello che dovrebbero, o a quanto fanno altri sindaci.

   Per ora il sito, realizzato dal Dipartimento delle Finanze e del Tesoro, contiene solo i dati sulla spesa (ancora al 2010), che non sono di per sé indicativi dell’efficienza dei servizi, ma già da quest’anno il sito sarà integrato anche con dati sulla qualità dei servizi. Ma già adesso, i numeri di OpenCivitas permettono di avere un quadro abbastanza attendibile della situazione, e di capire chi spreca e chi gestisce bene le risorse.

Il confronto

Il confronto tra le prime quattro città italiane, in termini assoluti, non presenta enormi differenze.

   ROMA è la città che spende di più rispetto al suo fabbisogno standard, che indica i costi medi sostenuti da altri Comuni con caratteristiche simili, una sorta di «studio di settore» per gli enti locali: 252 milioni, ovvero il 7,67%. TORINO, al contrario, spende il 7,6% in meno di quanto potrebbe, MILANO è perfettamente in linea, con uno scarto dello 0,07%, e NAPOLI spende il 4,89% più di quanto dovrebbe. Ma non è più virtuosa di Roma considerando i servizi offerti, che il sito permette di verificare, con una profondità di dettaglio impressionante.

   Prendiamo la POLIZIA LOCALE. A Napoli la spesa storica è di parecchio inferiore a quella definita con i fabbisogni standard, il 28,9%, mentre a Roma il costo è superiore del 14,5%. Ma nella Capitale gli accessi alle Ztl da controllare sono 246, a Napoli 7, a Roma i vigili fanno 929 mila sanzioni per violazioni al codice della strada, a Napoli 688 mila, gli autovelox nella Capitale producono un milione di multe l’anno, a Napoli 176 mila. La polizia locale a Milano eleva 80 mila sanzioni amministrative l’anno, a Roma 28 mila, a Torino 16 mila, a Napoli 963.

   TRASPORTI PUBBLICI. Per i trasporti pubblici Napoli presenta uno scarto piuttosto contenuto tra la spesa effettiva e quella «standard», pari al 6,1%. Molto meglio di Milano (47,7%, praticamente il doppio del fabbisogno standard) e Roma (15,2%). Ma non è più efficiente, visto che ad esempio gli autisti dei mezzi pubblici napoletani guidano in media per 2,2 ore al giorno contro le 6,7 dei loro colleghi romani e le 5,6 di quelli milanesi, e il grado di copertura territoriale del servizio è il più basso di tutti (il 22% contro il 37,6% di Milano e il 27% di Roma).

   Per gli ASILI NIDO Milano spende il 9,1% in meno di quanto potrebbe in base al fabbisogno standard, Roma il 18% in più. Le rette pagate dai privati incidono per il 62% delle entrate degli asili nido a Roma, e il 40,5% a Milano. A Roma il servizio costa meno: 630 euro contro i 1.098 di Milano, ma la spesa complessiva del Comune, per ogni bambino negli asili nido della Capitale, è molto superiore oltre 10 mila euro contro i poco più di 8 a Milano.

   Quest’anno la banca dati verrà aggiornata con i dati sulla spesa effettiva sostenuta dai Comuni nel 2011, 2012 e 2013, e con i dati sulla qualità dei servizi.

   Dal 2015 il 20% dei trasferimenti dello Stato ai Comuni sarà calcolato sui fabbisogni standard, e il resto sulla spesa storica, ma nel giro di 5 anni tutto il Fondo di solidarietà comunale sarà attribuito sulla base degli standard. Il processo sarà così completo. La spesa eccedente il fabbisogno standard potrà essere finanziata solo dalle tasse locali.

   E il cerchio sarà chiuso: i cittadini sapranno finalmente a cosa servono le loro tasse. E voteranno a ragion veduta. «La democrazia – scriveva Aexis de Tocqueville – è il potere di un popolo informato». (Mario Sensini)

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COME DARE UN TAGLIO AI COMUNI

di Matteo Barbero, da LA VOCE.INFO del 10/10/2014 (http://www.lavoce.info/)

– L’Italia dovrebbe arrivare ad avere non più di 2.500 comuni. La proposta è del presidente dell’Anci. Ma si tratta di un obiettivo credibile? Finora, i tentativi di favorire le aggregazioni, storici o recenti, sono falliti. Coinvolgere gli enti più grandi, con tempi certi e sanzioni efficaci. –

COMUNI POLVERIZZATI

Passare dagli attuali 8.100 comuni a non più di 2.500, azzerando quelli con meno di 15mila abitanti. È questo l’obiettivo indicato dal sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Piero Fassino, per “cambiare l’assetto del paese”. Ma è un obiettivo credibile o una mission impossible?

   L’eccessiva “polverizzazione” dei comuni rappresenta un problema annoso dell’ordinamento italiano. Non a caso, le PRIME MISURE DI AGGREGAZIONE risalgono alla LEGGE 2248/1865. Successivamente, durante il periodo fascista, vennero adottati, dapprima il REGIO DECRETO LEGGE 389/1927, che impose la FUSIONE DI OLTRE DUEMILA ENTI, e successivamente il REGIO DECRETO 383/1934, ove fa la sua comparsa L’ISTITUTO DELLA “RIUNIONE VOLONTARIA”, disposta su domanda dei podestà interessati, previo accordo che ne definisse le condizioni.

   L’alternanza fra STRUMENTI AUTORITATIVO/OBBLIGATORI e STRUMENTI CONVENZIONALI/FACOLTATIVI segna anche i successivi sviluppi della legislazione.

   In epoca repubblicana, perché veda la luce una nuova disciplina generale in materia, occorre attendere la LEGGE 142/1990, che individua NELL’UNIONE LA FORMA ASSOCIATIVA PRIORITARIAMENTE DESTINATA A FAVORIRE I PROCESSI AGGREGATIVI DEI PICCOLI COMUNI, in vista, peraltro, della loro fusione. Il FALLIMENTO di tale approccio ha suggerito l’abbandono dell’obiettivo più ambizioso dell’accorpamento, la previsione di forme associative più flessibili e soprattutto l’enfasi sugli incentivi economici (statali e regionali) all’aggregazione.

   Anche questa strategia (concretizzatasi nelle cosiddette “LEGGI BASSANINI”) ha prodotto risultati modesti, favorendo perlopiù la creazione di enti che hanno il solo scopo di accaparrarsi le risorse disponibili. Infine, l’esigenza di risanamento dei conti pubblici ha imposto una nuova accelerazione dei processi aggregativi: con il DL 78/2010, ai COMUNI DI MINORI dimensioni è stato imposto l’obbligo di GESTIRE IN FORMA ASSOCIATA, mediante unione o convenzione, LE PROPRIE FUNZIONI FONDAMENTALI.

LA POLVERE RIMANE

Finora, tuttavia, i risultati sono stati quasi nulli: l’iter è stato scandito da continue proroghe e le funzioni devolute a livello sovracomunale o erano già gestite in forma associata (ad esempio, servizi sociali) o sono piuttosto “leggere” (ad esempio, protezione civile o catasto).

   Il vero core business include le FUNZIONI “PESANTI” (come, ad esempio, amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo, servizi pubblici locali, pianificazione urbanistica e altro) ed è ancora tutto da trasferire. Ecco perché quella di Fassino pare una scommessa molto ambiziosa.

   Per arrivare ai risultati auspicati, occorrerebbe COINVOLGERE ANCHE I COMUNI DI MAGGIORI DIMENSIONI, finora al riparo dal rischio di accorpamenti. E soprattutto PUNTARE SULLE FUSIONI, fino a oggi assai poco praticate, anche se negli ultimi anni il loro numero è in significativa crescita. Merito soprattutto degli INCENTIVI FINANZIARI (…).

   Per svoltare davvero, sarebbe necessario collegare la riallocazione delle FUNZIONI DI PROSSIMITÀ, gestite dai comuni, con quella relativa alle FUNZIONI DI AREA VASTA, finora gestite dalle province e su cui incide la recente legge Delrio (n. 56/2014). Quest’ultima, infatti, ne prevede in via prioritaria l’attribuzione agli stessi comuni (singoli o associati), per cui il nesso pare evidente. Invece, i due percorsi paiono al momento totalmente disallineati. Inoltre, occorrerebbe prevedere tempi certi e sanzioni efficaci per gli enti che non si aggregano, se non addirittura l’obbligo di fondersi.

   A dire il vero, la legge vigente prevede l’esercizio del potere sostitutivo dello Stato verso i renitenti, ma non è credibile che si possano commissariare migliaia di amministrazioni. Molto più pragmatico sarebbe prevedere sanzioni (oltre che incentivi) di carattere finanziario. La legge 42/2009 (sul federalismo fiscale) ci aveva provato, ma senza troppa convinzione. Bisognerebbe ripartire da lì. (Matteo Barbero)

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COTTARELLI: CI VOGLIONO MENO COMUNI

da “il Corriere della Sera” del 15/10/2014

– La scure di Cottarelli sui Comuni: 8000 sono troppi, ridurli –

   «Ottomila comuni sono troppi, bisognerebbe pensare ad una riduzione che renda più facile il coordinamento». Così il commissario alla Spending review, Carlo Cottarelli, in audizione alla commissione sull’anagrafe tributaria. «Questo faceva già parte delle misure di riduzione della spesa – ha ricordato Cottarelli – e renderebbe più facile il coordinamento. Ma poi non si è più tornati sull’argomento».

   «I Comuni – aggiunge Cottarelli – per poter risparmiare devono investire, occorre dare priorità a degli investimenti che consentano il risparmio da parte delle pubbliche amministrazioni. Abbiamo lavorato con il Mise sull’efficientamento dell’illuminazione delle strade: il rendimento è tale che nel giro di un paio di anni si ripagherà l’investimento». Bisognerebbe anche, secondo il commissario, prevedere «un meccanismo premiale per i comuni che si mettono assieme».

   «La semplificazione della burocrazia è uno dei temi principali di questo governo e credo che sarà portato avanti con grande energia». E ai cronisti che, a margine dell’audizione, gli chiedevano se fosse già in partenza dopo l’esperienza in Italia come commissario alla spending review, Cottarelli ha risposto: «Non vado via oggi, resto fino al 31 ottobre». Cottarelli, che si dice soddisfatto del lavoro fatto, rileva anche che la strada intrapresa già quest’anno sui costi standard delle amministrazioni pubbliche «è quella da seguire». «Penso che nel 2015 sia possibile utilizzarli».

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IL CASO VENETO

POCHE UNIONI E SOLO DUE FUSIONI. LA REGIONE: «CI PENSINO I PREFETTI»

di Claudio Baccarin, da “il Mattino di Padova” del 5/10/2014

PADOVA – Era l’estate del 2010, si era appena consumata la rottura tra l’allora premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. All’interno del DECRETO LEGGE 78 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica» il COMMA 28 dell’ARTICOLO 14 stabiliva che «le funzioni fondamentali dei Comuni sono obbligatoriamente esercitate in forma associata, attraverso convenzione o unione, da parte dei Comuni con popolazione fino a 5 mila abitanti».

   Sono passati quattro anni. Di proroga in proroga siamo arrivati alla LEGGE DELRIO (la 56/2014) “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di Comuni». Il COMMA 7 dell’ARTICOLO 1 dispone che «il completamento della gestione associata di tutte le funzioni previste debba avvenire comunque entro il 31 dicembre 2014».

   Considerando che le amministrazioni interessate in Veneto sono all’incirca 280, nelle prossime settimane si prospetta un fuoco di fila di aggregazioni. Oppure un’altra proroga.

LE UNIONI DI COMUNI. Sono attualmente VENTOTTO le Unioni di Comuni operative in Veneto. Tre sono attive nel Bellunese, otto nel Padovano, una nel Polesine, una nella Marca, due nel Veneziano, sette nel Veronese e sei nel Vicentino. Complessivamente sono coinvolti 104 Comuni (su 580) e 531.611 cittadini su 4.857.210 (il 10,94%), per una superficie di 2.290 chilometri quadrati (su 18.390: il 12,45%).

   La più significativa, sia per numero di Comuni associati (11) che per popolazione (99.396 abitanti), è la FEDERAZIONE DEI COMUNI DEL CAMPOSAMPIERESE.

FUSIONI. Vanno invece a rilento le fusioni. Solo il BELLUNESE, nell’ultimo anno, ha festeggiato la nascita di DUE NUOVI MUNICIPI: QUERO E VAS hanno dato vita al Comune di Quero Vas. LONGARONE E CASTELLAVAZZO hanno costituito il Comune di Longarone.

L’ULTIMATUM DI CIAMBETTI. «È vero», commenta l’assessore regionale agli Enti locali Roberto Ciambetti, esponente della Lega Nord, «molti Comuni non hanno ancora varato nessuna forma di gestione associata. Va detto però che molti sindaci sono stati eletti per la prima volta a maggio. Per questo, fra ottobre e novembre, organizzeremo per loro degli incontri informativi». Ma se i Comuni non dovessero rispettare la scadenza di fine anno? «Beh, potrebbe accadere che i prefetti si attribuiscano i poteri sostitutivi dei sindaci e che siano loro, d’ufficio, a stringere delle convenzioni tra Comuni».

LA PAVANELLO CI CREDE. Mariarosa Pavanello, sindaco di Mirano e neo-presidente di Anci Veneto, è stata tra i promotori dell’Unione (non obbligatoria) dei Comuni del Miranese, formalizzata il 17 luglio. All’Unione hanno aderito anche Martellago, Noale, Salzano, Santa Maria di Sala e di Spinea. «Credo che quella delle Unioni», afferma la presidente Pavanello, «sia una strada obbligata. Certo, bisogna spiegare ai cittadini che non si tratta di perdere identità, ma di aggregarsi per svolgere meglio le funzioni essenziali e per offrire servizi più qualificati. Molto Comuni piccoli non riescono a garantire il turnover del personale; le Unioni hanno invece la possibilità di sostituire il dipendente che va in pensione con un altro lavoratore. Altra cosa sono invece le fusioni, che devono necessariamente essere preparate da una fase di sensibilizzazione dei cittadini». Intanto Pavanello lancia un appello a Massimo Bitonci, sindaco di Padova, che venerdì non ha partecipato all’assemblea di Selvazzano «Mi è stato riferito che vuole uscire dall’Anci. Lo invito a ripensarci».

PADOVA CAPOFILA. «La provincia di Padova», afferma Elisa Venturini, sindaco di Casalserugo (5.500 abitanti) e vicepresidente di Anci Veneto, «è quella che in questi anni ha fatto meglio varando ben otto unioni di Comuni». La Venturini è presidente dell’Unione Pratiarcati, che vede insieme i Comuni di Albignasego (25 mila residenti) e di Casalserugo. E domenica 12 ottobre, alle Provinciali, come candidata consigliera, sfiderà proprio il suo vice, Massimiliano Barison, che corre per lo scranno più alto di Palazzo Santo Stefano.

TEMA ALL’ORDINE DEI GIORNO. Di unioni si parlerà nel primo direttivo di Anci Veneto. «Di sicuro», anticipa Francesco Lunghi, sindaco di Monselice e nuovo vicepresidente, «faremo una ricognizione dello stato dell’arte. Ma non dimentichiamo che da sempre l’Italia è un Paese fatto di Comuni». (Claudio Baccarin)

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REGIONI O MACRO-REGIONI?

LE SPESE E GLI ORGANICI LIEVITATI DI VENTI PICCOLI STATI INDIPENDENTI

di Sergio Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 18/10/2014

– Con l’aumento dei poteri delle Regioni la spesa sanitaria è salita del 22% –

   Facciamo davvero fatica, e tanta, a comprendere il lamento delle Regioni dopo che il governo di Matteo Renzi ha chiesto loro di tagliare 4 miliardi. Il sacrificio equivale a circa il 2 per cento di una spesa pubblica regionale che da quando nel 2001 è stato approvato il nuovo Titolo V della Costituzione è andata letteralmente in orbita. In un solo decennio la crescita reale, depurata cioè dell’inflazione, è stata di oltre il 45 per cento. Con una qualità dei servizi che certo non ha seguito lo stesso andamento.

   I presidenti delle Regioni minacciano ripercussioni sulla Sanità. Argomento cui si ricorre spesso quando viene paventato un giro di vite, nella speranza di conquistare il sostegno dei cittadini. I quali però avrebbero anche diritto di conoscere le cifre.

   Nel 2000, prima dell’entrata in vigore del famoso Titolo V che ha esteso in modo scriteriato le autonomie regionali, la spesa sanitaria era di poco superiore a 70 miliardi. Nel 2015 ammonterà invece a 112 miliardi. L’aumento monetario è del 60 per cento, che si traduce in un progresso reale del 22 per cento.

   Si potrà giustamente sostenere che in quindici anni sono cambiate molte cose: la vita media si è allungata e la popolazione è più anziana. Per giunta, la Sanità italiana è considerata fra le migliori d’Europa, al netto delle grandi differenze territoriali al suo interno che si traducono in un abisso del diritto fondamentale alla salute tra il Nord e il Sud: altro effetto inaccettabile del nostro regionalismo.

   Resta il fatto che nel 2000 la spesa sanitaria pro capite era di 1.215 euro e oggi è di 1.941, con un aumento monetario del 59,7 per cento e reale del 26,7. La differenza di qualità del servizio è tale da giustificarlo?

   Con un documento di qualche settimana fa il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha spiegato che in un anno è riuscito a ridurre di 181 milioni la bolletta sanitaria senza colpo ferire: solo razionalizzando acquisti e spesa farmaceutica. Dal canto suo la Consip, la società statale che gestisce gli acquisti della pubblica amministrazione, ha fatto risparmiare 100 milioni su 320 soltanto con la fornitura centralizzata delle strisce per la misurazione della glicemia, comprate a un prezzo unitario di 19 centesimi mentre prima si andava da un minimo di 45 centesimi a un massimo di un euro e 10. Tanto basta per far capire quanto grasso ci sia ancora nei conti della Sanità.

   Ma il grasso della Sanità è niente rispetto al resto. Il fatto è che la riforma del Titolo V ha scatenato un terremoto molto più dirompente di quanto non fosse prevedibile a causa della maggiore autonomia concessa alle Regioni. Queste hanno cominciato subito a comportarsi come piccoli Stati indipendenti i cui amministratori, ribattezzati pomposamente «governatori» con la colpevole complicità della stampa, non avevano però il dovere di rispondere agli elettori, visto che i soldi venivano pressoché tutti distribuiti attraverso lo Stato centrale.

   Una sindrome dagli effetti sconcertanti, come dimostra la costosissima proliferazione di sedi estere, da Bruxelles al Sudamerica alla Cina: come se ogni Regione dovesse avere una sua politica internazionale. Si è arrivati perfino a creare strutture come il Centro estero per l’internazionalizzazione piemontese che ha come obiettivo quello di «rafforzare il made in Piemonte». Mentre la vicina Regione Lombardia lanciava il progetto «made in Lombardy».

   Le conseguenze sono state nefaste. Al Nord come al Sud. I rigagnoli di spesa si sono moltiplicati, diventando fiumi in piena. Gli organici sono stati gonfiati a dismisura. Sul totale di 78.679 dipendenti regionali (Sanità esclusa), la Confartigianato ha calcolato esuberi teorici del 31 per cento: 24.396 unità. Ipotizzando un risparmio annuo possibile di 2 miliardi e 468 milioni. Il record spetta al Molise, con esuberi teorici del 75,4 per cento, seguito dalla Valle D’Aosta (71,2).

   Le cronache offrono casi formidabili. Nella Calabria dove ci sarebbero 1.184 dipendenti di troppo, l’ispettore spedito dal Tesoro, come ha raccontato sul Corriere di Calabria Antonio Ricchio, ha scoperto cose turche. Per esempio 1.969 promozioni in un solo anno (il 2005 delle elezioni regionali) da lui ritenute illegittime, al pari degli aumenti di stipendio retroattivi assegnati a 85 impiegati dei gruppi politici.

   Nel Lazio, invece, per tutti gli anni Duemila si è registrata un’impennata pazzesca del personale dei parchi: nel 2009 erano 1.271. Di cui 99 dirigenti.

   Per non parlare delle società controllate e partecipate. La Corte dei conti ha appurato che quelle della sola Regione Siciliana occupano 7.300 persone, con una spesa di un miliardo e 89 milioni nel quadriennio 2009-2012 per le buste paga. Nello stesso periodo la Regione aveva versato nelle loro casse un miliardo e 91 milioni, cifra che secondo i giudici contabili comprende anche «il ricorso reiterato e improprio a interventi di mero soccorso finanziario a società prive di valide prospettive di risanamento».

   E la politica? I consigli regionali, privati di ogni controllo centrale, hanno rivendicato prerogative pari a quelle del Parlamento nazionale, cominciando dall’autodichiarazione. Ovvero, l’insindacabilità assoluta su come spendono i soldi. Scandali a parte, è potuto accadere così che il consiglio regionale del Lazio abbia sfornato in meno di 40 anni 40 leggi locali ognuna delle quali ha accresciuto i privilegi retributivi e pensionistici dei consiglieri.

   Il risultato è che oggi un terzo del bilancio del consiglio laziale se ne va per pagare i vecchi vitalizi. Grazie alle antiche regole mai cambiate c’è pure chi continua a prendere l’assegno a cinquant’anni e dopo una sola seduta.

   Le Regioni spendono per i vitalizi 173 milioni l’anno. Cifra che sale in continuazione ma che potrebbe essere ridotta di almeno 50 milioni, dice il finora inascoltato rapporto sulla spending review , senza gettare sul lastrico nessuno. Ma su questo, da chi si straccia le vesti per i tagli chiesti dal governo, neppure un sussurro. (Sergio Rizzo)

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LA GRANDE FUGA DALLE REGIONI

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 1/12/2014

– Il vincitore delle elezioni regionali in Calabria e in Emilia-Romagna è il non voto. Cosi hanno sostenuto molti osservatori e attori politici. In realtà, chi non vota non vince mai. In modo più o meno consapevole e volontario, sostiene e legittima le scelte di chi vota. Sicuramente, però, l’astensione è un segnale di distacco. Un indice di disagio della democrazia rappresentativa. Ma occorre interpretarlo correttamente. –

   La grande fuga dalle Regioni alle elezioni regionali è sempre stata più elevata che alle politiche. Anche se mai come questa volta. Soprattutto in Emilia-Romagna, dove storicamente si vota per “appartenenza” politica e sociale. Se molti elettori hanno scelto di non votare, però, è perché non ne hanno sentito la necessità. Non dico il dovere, che ormai è categoria che non si addice al voto. Chi non ha votato (quasi due elettori su tre) l’ha fatto per diverse ragioni. Indifferenza, disinteresse, rifiuto. Molto meno, a mio avviso, contro il PdR. Il Partito di Renzi. D’altra parte, anche alle Europee gli elettori del Pd hanno votato per Renzi “nonostante tutto”.

   In questo caso, alle Regionali, cioè, la posta in palio era diversa. Il governo della Regione —”rossa” per definizione. Dell’Emilia-Romagna. E se molti, troppi, non hanno votato è, anzitutto e soprattutto, per sfiducia, disincanto, verso la classe politica e dirigente non “nazionale”, ma “regionale”. Verso gli uomini di governo e di partito che, in Emilia-Romagna, coincidono largamente.

   Perché sono passati i tempi del “buon governo locale”. La Ditta, ormai, non garantisce più formazione e selezione della classe dirigente, come una volta. Anche perché non è più quella di prima. Il Partito, come organizzazione radicata nella società e nel territorio, non c’è più. Si è centralizzato, burocratizzato, personalizzato. Mediatizzato. Non solo il Pd postcomunista, ovviamente. È il percorso seguito da “tutti” i partiti. Ma il Pd post-comunista, nelle regioni rosse, ne ha sofferto di più. Perché coincideva, largamente, con la società. Insieme alla rete di associazioni e di istituzioni locali, che lo affiancavano, garantiva il sistema di servizi e di relazioni che accompagnavano la vita quotidiana della gente. Costituiva la tela sociale del territorio.

   Oggi quel mondo non c’è più. Da tempo. Ma, in aggiunta, non c’è più neppure la classe dirigente che garantiva il funzionamento della società locale. O meglio, non ha la stessa qualità e “popolarità”. E, soprattutto, si è deteriorato il rapporto dei cittadini con il governo del territorio. Per primo, verso la Regione.

Ciò non riguarda, specificamente, le “Regioni rosse” ( anche se il cambiamento, in rapporto con il passato, appare più acuto). Ma le Regioni in quanto tali. La fiducia nei loro confronti, in pochi anni, è collassata, più che declinata.

   Nel 2000 era espressa dal 44% dei cittadini, nel 2008 dal 39%, nel 2014 dal 28% (dati di sondaggi Demos). Questo rapido cambiamento di umore ha più di qualche ragione, più di qualche fondamento. Basti rammentare che, dal 2000, in quasi metà delle Regioni hanno avuto luogo elezioni anticipate. Solo negli ultimi due anni: sette. Oltre a Emilia-Romagna e Calabria, anche Piemonte, Lombardia, Lazio, Molise e Basilicata. Segno e conseguenza degli episodi di corruzione, abuso, irregolarità, inefficienza che hanno interessato le Regioni, in Italia.

   In particolare, dopo l’avvio dell’elezione diretta dei governatori, nel 2000, e dopo l’approvazione del titolo V, sul Federalismo, nel 2001, che hanno aumentato risorse e poteri delle Regioni. Per restare agli ultimi mesi, è sufficiente rammentare gli scandali che hanno investito il Veneto e la Lombardia, per le vicende del Mose e dell’Expo.

   Ma, soprattutto, sono molti, troppi i casi di sperpero e di uso improprio – e indecoroso – dei soldi pubblici dei cittadini da parte degli amministratori regionali. A fini personali. Difficile non provare indignazione e disgusto. Difficile tornare a votare, come nulla fosse, per un’istituzione rappresentativa che non si ritiene più rappresentativa. Se non degli interessi personali dei (pochi ) eletti.

   Così, al distacco nei confronti dei partiti e dello Stato, del Parlamento e dei leader politici, si è sommata, in misura crescente, la sfiducia nei confronti della Regione. Che è perfino più lontana e indefinita, agli occhi dei cittadini. E per questo più inaccettabile. L’indifferenza si è cumulata all’indignazione. E, alla fine, solo un terzo degli elettori, in Emilia-Romagna, si è mostrato disponibile a spendere il tempo necessario a recarsi alle urne. A votare.

   Difficile, per questo, non pensare alla crisi, se non alla fine, delle attese riposte nel progetto federalista L’illusione federalista, potremmo dire. Che ha mobilitato molte energie, molte iniziative, molti soggetti, molte persone. D’altronde, negli anni Novanta, due “partigiani” del federalismo, come Giorgio Lago e Francesco Jori, notavano, con un po’ d’ironia, che l’Italia era divenuta il Paese con il più alto tasso di federalisti per km quadrato…

   lo stesso, d’altronde, ci ho creduto. Convinto che il trasferimento di poteri e di competenze dal centro alla periferia, dallo Stato alle Regioni, avrebbe allargato e qualificato la nostra democrazia. Così non é avvenuto. Le Regioni – o, almeno, “queste” Regioni -hanno moltiplicato i centralismi. Non hanno ridotto il peso dello Stato. L’hanno accentuato ulteriormente. Riproducendone i vizi e le inefficienze. Così, oggi, diventa difficile discutere dell’astensione alle elezioni regionali senza ricondurla alla sua origine istituzionale e territoriale.

   D’altronde, il governatore della Campania, Caldoro, ha proposto di sostituirle con macroaree. E perfino la Lega di Salvini, dopo trent’anni di identità nordista, sta diventando ‘Liga National’. E, per questo, ha sfondato oltre il Po. La buona partecipazione, alle primarie del centrosinistra, in Puglia (ma non si può dire lo stesso per il Veneto), non basta a fugare l’idea — inquietante — che, in Italia, sia finita un’epoca della politica e delle istituzioni. Fondata sulla “centralità della periferia” e del Territorio. E ciò proietta un’ombra, che disorienta. Perché, di fronte alla “fine del territorio”, fonte di rappresentanza e riferimento dell’identità: com’è possibile non sentirsi spaesati? (Ilvo Diamanti)

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LIBRI GEOGRAFICI

ALVARO COME GOOGLE MAPS: GENTE IN ITALIA NEGLI ANNI ’30

di Camillo Langone, da “IL GIORNALE” del 27/11/2014

– Mondine, stalle, treni, strade, fiere, calessi. Il ritratto particolareggiato e bucolico d’un Paese che oggi ci sembra lontano come la civiltà etrusca –

   È un itinerario ma c’è il rischio di perdersi. Perché se non ci fossero i nomi delle nostre città, e se il titolo non fosse ITINERARIO ITALIANO (Bompiani, pagg. 380, euro 15), potrebbe sembrare un libro di viaggi in un’altra nazione o in un altro continente.

   L’Italia raccontata con finezza da Corrado Alvaro nel 1933 è anzi un altro pianeta rispetto all’Italia di oggi. La rottura della continuità è tale da rimanere sconcertati. Alvaro mi ha colpito perché è vero che nel ’33 non ero ancora nato e non erano ancora nati nemmeno i miei genitori, ma i miei nonni che tanto alla mia educazione hanno contribuito erano nati eccome, e quegli anni credevo indirettamente di conoscerli.

   Degli anni Trenta italiani conosco e apprezzo l’arte, la letteratura, l’architettura, e i quadri di Donghi così come i libri di Comisso e gli edifici di Muzio mi appaiono sempre vivissimi. Nel ’33 Manlio Cancogni era quasi un uomo, ed erano quasi ragazzi Giorgio Albertazzi, Guido Ceronetti, Raffaele La Capria, Ida Magli, Carlo Ripa di Meana, per citare qualche maestro che ancora insegna, e Giorgio Napolitano andava già a scuola. Insomma di quell’epoca non ci restano solo ricordi ma anche presenze. Eppure l’Italia raccontata da Alvaro è irriconoscibile, sembra lontana da noi come la civiltà etrusca o dei nuraghi.

   «I cavalli animano della loro presenza la via Emilia, al trotto, ai carrettini, ai calessi». Bene, io che sulla via Emilia sono nato e cresciuto, e che sto scrivendo esattamente a 260 metri (ho controllato su Google Maps) dall’antica consolare, di cavalli da queste parti ne ho visti solo nelle macellerie equine.

   «È un’umanità che ha la terra dura, il lavoro duro. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra». Sembra di leggere Virgilio ma è sempre Alvaro che perlustrando la Val Padana coglie soprattutto gli aspetti agricoli: perché la sua Italia era agricola come quella del poeta delle Georgiche e le tecniche colturali erano all’incirca le stesse, vecchie di millenni, fondate sul sudore della fronte umana e del muscolo animale.

   «Il contadino che m’ha accolto sulla soglia della sua stalla, vestito di buona stoffa e di buon taglio, vestito da festa perché è Sant’Antonio abate protettore degli animali». Poche righe che rimandano a un mondo estinto in cui esistevano i vestiti della festa, i sarti che cucivano i vestiti della festa, e i santi che davano nome e senso alla festa. Per carità di patria eviterei confronti col nostro presente a base di Zara e Halloween.

   «Per due giorni, da Vercelli e da Mortara, i treni hanno trasportato 60.000 mondariso, delle 180.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie, verso i loro paesi in Lombardia e in Emilia. Erano treni speciali composti soltanto di donne». Il capitolo dedicato alle mondine è uno dei più brevi e dei più impressionanti, se non avete tempo leggetevi solo questo. Lo stesso autore è molto evidentemente turbato dal fenomeno: 180.000 ragazze per forza di cose poco vestite, concentrate nel periodo estivo in un territorio relativamente piccolo, per giunta libere dal controllo famigliare perché finalmente lontane da casa, avrebbero scatenato la fantasia di chiunque. «Cantano, gridano, ridono»: è difficile anche solo immaginarsele, 180.000 ragazze italiane felici di compiere un lavoro faticoso e umile. Provate a far cantare «i canti d’amore e i canti patriottici» a 180.000 operatrici di call-center.

   «Esiste nell’antiquaria, nell’argenteria, nel mobilio, uno stile che si chiama Vecchia Torino». Io che pure qualche legno tarlato lo possiedo, e che in passato di libri sull’antiquariato ne ho letti, di questo stile non avevo mai sentito parlare. Nemmeno internet ne ha mai sentito parlare. E siccome quello che non è su Wikipedia va considerato mai esistito bisogna pensare che Alvaro si sia inventato tutto, come del resto sospettavo fin dall’inizio: queste non sono prose di viaggio ma storie fantastiche per le quali il titolo più giusto sarebbe stato «Corrado nel paese delle meraviglie».

   «Strade come il corso Buenos Aires, una delle più caratteristiche d’Italia e dell’Europa intera, una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più aperte». Come tutti sappiamo, a Milano un corso Buenos Aires esiste veramente: ma cosa c’entra con questa descrizione? A chi mai verrebbe in mente di definirlo caratteristico? Quel canalone fitto di insegne anglofone, bar cinesi e venditori abusivi di vari continenti, chi mai potrebbe oggi considerarlo un simbolo di italianità?

   «Tra lo squillo dell’incudine ed il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui, sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ricami». Qui Alvaro non è in un presepe, è nelle Marche. Io non dirò mai che si stava meglio quando si stava peggio, sono anzi convintissimo che in Italia si stesse meglio quando si stava meglio ossia negli anni Sessanta del boom e negli anni Ottanta della Milano da bere. Però lasciatemi ammirare in pace queste idilliche scene anni Trenta.

   «In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabinieri. Non s’è mai sentito dire d’un delitto o d’un furto». Il calabrese Alvaro non poteva tralasciare il Sud ma il virgolettato non è, come si potrebbe immaginare, relativo a qualche isola felice delle Eolie. Tenetevi forte: Alvaro qui si riferisce ai paesi vesuviani e quindi starà descrivendo la Ottaviano di Raffaele Cutolo o la Torre Annunziata di Valentino Gionta, tanto per fare due nomi da 41 bis. L’avevo detto che c’è da rimanere sconcertati. (Camillo Langone)

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LIBRI GEOGRAFICI

LA RIVOLUZIONE DEL MEDIOEVO. NON UN’EPOCA BUIA MA UN TEMPO FECONDO PREPARÒ LE CONQUISTE DELL’OCCIDENTE

di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera” del 9/12/2014

   Si calcola che nel 430 a.C. gli abitanti di Atene fossero all’incirca 155 mila e che due o trecentomila persone vivessero nelle altre città-Stato (70 mila a Corinto, 40 mila a Sparta). Al massimo i «greci» ammontavano a mezzo milione di individui. I persiani, nella stessa epoca, erano quaranta milioni. Eppure i primi ebbero la meglio sia sulla terra, a Maratona (490 a.C.), che sui mari, a Salamina (480 a.C.).

   Di più. La geografia della Grecia contraddice la tesi secondo cui in tempi successivi la supremazia europea sarebbe stata riconducibile a favorevoli condizioni geografiche. In Grecia, ha fatto osservare Leopold Migeotte, persino le terre migliori erano sassose e la loro produttività «mediocre». Victor Davis Hanson ha sottolineato che la Grecia «non dispone neanche di un solo fiume navigabile e ha la disgrazia di non avere risorse naturali».

   E invece i grandi imperi dell’epoca — Egitto, Persia, Cina — occupavano enormi e fertili pianure, attraversate da grandi fiumi. Eppure è lì — nell’Atene del VI e V secolo a.C. — che ha avuto inizio quella che oggi chiamiamo la «civiltà occidentale». CIVILTÀ ALLA QUALE RODNEY STARK HA DEDICATO UN LIBRO, LA VITTORIA DELL’OCCIDENTE. La negletta storia del trionfo della modernità, pubblicato dall’editore Lindau.

   Per Stark il termine «modernità» vuole indicare «quella miniera di conoscenze e procedure scientifiche, di efficaci tecnologie, di successi artistici, di libertà politiche, di meccanismi economici, di sensibilità morali e di miglioramento delle condizioni di esistenza che caratterizzano le nazioni occidentali e ora stanno rivoluzionando la vita nel resto del mondo».

   Con l’esplicita implicazione che «quanto più le altre culture non sono state in grado di adottare almeno gli elementi principali di quella occidentale, tanto più sono rimaste arretrate e impoverite». I cinesi, ad esempio, inventarono la polvere da sparo molto presto, eppure molti secoli dopo non avevano artiglieria né armi da fuoco. Un’industria siderurgica fiorì nel Nord della Cina nell’XI secolo, ma i mandarini della corte imperiale dichiararono il ferro monopolio di Stato, se ne impadronirono e così distrussero la produzione siderurgica cinese.

   Già nell’antichità, su tantissime tecnologie cruciali la Cina era molto avanti rispetto all’Europa. Quando però i portoghesi vi arrivarono nel 1517, scrive provocatoriamente Stark, «trovarono una società arretrata in cui le classi privilegiate ritenevano più importante azzoppare le ragazzine bendando loro i piedi, che sviluppare tecniche agricole più produttive di quelle che avevano per far fronte alle frequenti carestie».

   Perché? E come è stato possibile «per un pugno di funzionari inglesi coadiuvati da pochi ufficiali, di carriera e non, governare l’enorme subcontinente indiano?» Perché la scienza e la democrazia sono nate in Occidente, insieme all’arte figurativa, ai camini, al sapone, alle canne dell’organo e a un sistema di notazione musicale? Perché è accaduto che, per parecchie centinaia di anni a partire dal XIII secolo, soltanto gli europei avevano gli occhiali e gli orologi meccanici? E successivamente telescopi, microscopi e periscopi?

   Il merito di tutto quel che è accaduto in materia di sviluppo della civiltà va attribuito alla circolazione delle idee. Sono le «idee», più che le «forze economiche e materiali», all’origine della modernità. Sono le «idee» che spiegano «perché la scienza sia nata soltanto in Occidente»: solo gli occidentali «hanno pensato che la scienza fosse possibile, che l’universo funzionasse secondo regole razionali che potevano essere scoperte».

  E nel momento in cui riconosciamo il primato delle idee, «ci rendiamo conto dell’irrilevanza delle interminabili discussioni accademiche per stabilire se determinate invenzioni vennero messe a punto autonomamente in Europa o furono importate dall’Oriente». Come la polvere da sparo in Cina. Partito da queste premesse, Stark passa alla confutazione di alcune opinioni assai diffuse sulla storia dell’Occidente. Il primo impero sorse in Mesopotamia più di seimila anni fa, poi vennero quelli egiziano, cinese, persiano e indiano.

   Tutti furono travagliati da croniche lotte per il potere all’interno delle élite dominanti, ma, a parte queste lotte, qualche guerra con i popoli confinanti e progetti di grandiose opere pubbliche, nella loro storia «accadde poco o nulla». I cambiamenti, sia tecnologici che culturali, «erano così lenti da passare quasi inosservati». I secoli si susseguivano e la maggior parte della gente continuava a vivere, come ha scritto Marvin Harris, «un pelo al di sopra della pura e semplice sussistenza; poco meglio dei loro buoi».

   Fu solo la Grecia del VI e V secolo a.C. che fece fare un salto alla storia dell’umanità. Un salto preparato da molto tempo. Dal momento che lì «condizioni geografiche sfavorevoli» con le conseguenti «mancanza di unità e competizione» provocarono appunto la «rivoluzione delle idee». I greci, precisa Stark, «non furono i primi a interrogarsi sul senso della vita e sulle cause dei fenomeni naturali; furono però i primi a farlo in modo sistematico». Come ha scritto Martin West, «insegnarono a se stessi a ragionare».

  Poi fu la volta di Roma. Anzi, di quello che Stark chiama l’«intermezzo romano». Perché, scrive, «nella migliore delle ipotesi considero l’impero romano una pausa nell’ascesa dell’Occidente, e più probabilmente una battuta d’arresto». Oltre alla mancanza di innovazioni tecnologiche, «i romani sfruttarono poco o nulla alcune tecnologie già esistenti; per esempio, conoscevano perfettamente la ruota ad acqua, ma preferivano usare il lavoro degli schiavi per macinare la farina».

   E anche i celebrati testi di Plauto e Terenzio furono per intero di derivazione greca. Per Stark «ai fini dello sviluppo della civiltà occidentale, la caduta dell’impero romano non è stata un’immane tragedia, bensì il fatto in assoluto più benefico». I «molti soporiferi secoli di dominazione romana» hanno visto due soli significativi fattori di progresso: «L’invenzione del cemento e l’ascesa del cristianesimo, quest’ultima avvenuta nonostante i tentativi dei romani di impedirla».

   A cadere poi «fu Roma, non la civiltà; i goti non tornarono improvvisamente alla barbarie; e i milioni di abitanti dell’ex impero non dimenticarono improvvisamente quel che sapevano». Al contrario, scrive Stark, «con la fine dei paralizzanti effetti della repressione romana, riprese il glorioso cammino verso la modernità». Quanto alla svolta di Costantino, scrive l’autore, l’immenso favore dimostrato da quell’imperatore romano al cristianesimo «finì per danneggiarlo». Nella sua storia del papato, Eamon Duffy ha fatto notare che Costantino elevò il clero a tali livelli di ricchezza, potere e status che i vescovi «divennero figure eminenti al pari dei senatori più ricchi». Con la corruzione che ne derivò.

   Successivamente i «secoli bui» non furono mai tali; al contrario, il Medioevo è stato un’epoca di notevole progresso e innovazione, tra cui «l’invenzione del capitalismo». La maggior parte degli europei «iniziarono a mangiare meglio di come avessero mai mangiato nel corso della storia e di conseguenza divennero più grandi e forti di coloro che vivevano altrove».

   Nel 732, gli invasori islamici, quando penetrarono in Gallia, si trovarono di fronte «un esercito di franchi splendidamente armati ed addestrati e furono sconfitti». In seguito, «i franchi conquistarono la maggior parte dell’Europa e misero sul trono un nuovo imperatore». Ma presto quel sogno si infranse. Un peccato? No, reagisce l’autore, «è una fortuna che quella costruzione sia andata in frantumi» e la «creativa disunità dell’Europa» sia stata ristabilita. Va poi aggiunto che «sebbene svariati storici abbiano dedicato molta più attenzione all’impero carolingio che ai vichinghi, questi ultimi, per l’ascesa dell’Occidente, hanno avuto un ruolo di gran lunga più significativo e duraturo dei primi».

   Non è vero, poi che i crociati, in seguito, abbiano «marciato verso oriente per conquistare terre e bottino». Anzi. Si erano «indebitati fino al collo per finanziare la propria partecipazione a quella che consideravano una missione religiosa». I più «ritenevano improbabile la possibilità di sopravvivere e di tornare in patria (e infatti non tornarono)».

   Come dimostrano le crociate, «per gli europei la vera base dell’unità era il cristianesimo, che si era trasformato in una ben organizzata burocrazia internazionale». A tal punto che «sarebbe più corretto parlare di Cristianità più che di Europa, dal momento che, all’epoca, quest’ultima aveva ben poco significato sociale o culturale». Fu questo il periodo in cui nacque davvero il capitalismo.

   Gli europei si arricchivano dopo aver imparato a sfruttare le fonti di energia. Alla fine del XII secolo, racconta Stark, «l’Europa era così affollata di mulini a vento che i proprietari cominciarono a denunciarsi a vicenda con l’accusa di portarsi via il vento».

  Nel XVII secolo, infine, non c’è stata nessuna «rivoluzione scientifica»: i brillanti successi di quell’epoca «sono stati semplicemente il culmine di un normale progresso scientifico, iniziato nel XII secolo con la fondazione delle università». La Riforma «non ha portato alcuna libertà religiosa, ma ha semplicemente sostituito repressive e accentratrici Chiese cattoliche con altrettanto repressive e accentratrici Chiese protestanti». L’Europa «non si è arricchita drenando ricchezza dalle sue colonie sparse per il mondo»; al contrario «sono state le colonie ad aver drenato ricchezza dall’Europa, nel contempo acquisendo i benefici della modernità».

   Stark ci esorta a paragonare le tragedie di Shakespeare a quelle dell’antica Grecia. Non che Edipo «fosse senza colpe, però non aveva fatto nulla per meritare la sua triste fine: fu semplicemente vittima del destino; al contrario, Otello, Bruto e i Macbeth non furono prigionieri di un destino cieco».

   Che significa questo discorso? Che «uno dei fattori più importanti nel favorire l’ascesa dell’Occidente è stata la fede nel libero arbitrio; mentre la maggior parte delle antiche società (se non tutte) credevano nel fato, gli occidentali giunsero alla convinzione che gli esseri umani sono relativamente liberi di seguire quello che detta la propria coscienza e che, essenzialmente, sono artefici del proprio destino». E qui l’autore smonta punto per punto la famosa tesi di Max Weber secondo cui l’etica protestante sarebbe all’origine del capitalismo (ma a quest’opera di demolizione aveva già pensato Fernand Braudel definendola «debole tesi» per di più «chiaramente falsa»).

   Esattamente «come gli insegnamenti di Sant’Agostino avevano segnato un cambiamento nell’atteggiamento cristiano nei confronti del commercio, i teologi che hanno poi assistito alle fiorenti attività economiche dei grandi ordini religiosi, cominciarono a rivedere le dottrine su profitto e interesse». Fu lì, a ridosso dell’anno Mille, che nacque una sorta di protocapitalismo «molti secoli prima che esistessero i protestanti».

   Poi, a metà del Trecento, dopo l’epidemia provocata dalla Peste Nera, «la scarsità di manodopera», come ha dimostrato David Herlihy, «stimolò le invenzioni e lo sviluppo di tecnologie che consentissero di risparmiare forza lavoro». Quindi l’Europa medievale «vide l’ascesa del sistema bancario, di un’elaborata rete manifatturiera, di rapide innovazioni in campo tecnologico e finanziario, nonché una dinamica rete di città commerciali». Va anticipato ad allora l’inizio, o quantomeno i «primi passi», di quella che avremmo definito la «Rivoluzione industriale». Già da molto tempo l’Europa era più avanti del resto del mondo in fatto di tecnologia, «ma alla fine del XVI secolo quel divario era ormai diventato un abisso».

   E qui Stark si avvale di una notazione ai margini della battaglia di Lepanto (ottobre 1571). Quando saccheggiarono le imbarcazioni turche ancora non affondate, i marinai cristiani vittoriosi scoprirono un autentico tesoro in monete d’oro a bordo della «sultana», l’ammiraglia di Ali Pasha, e ricchezze quasi altrettanto ingenti furono trovate nelle galee di parecchi altri ammiragli.

   Il perché lo ha spiegato Victor Davis Hanson: «Non essendoci un sistema bancario, temendo una confisca qualora avesse scontentato il sultano e sempre attento a tenere i propri averi al riparo dell’attenzione degli esattori fiscali, Ali Pasha si era portato la sua immensa ricchezza a Lepanto». Eppure, fa notare Stark, Ali Pasha «non era un contadino che nascondeva il surplus del raccolto, ma un membro dell’élite dominante… se una persona come lui non era in grado di trovare investimenti sicuri e non se la sentiva di lasciare i suoi soldi a casa, come era possibile che qualcun altro potesse sperare di far meglio?». Il concetto che, in epoca medievale, la cultura islamica fosse molto più avanzata di quella europea «è un’illusione».

   E in queste pagine sono trasparenti le allusioni agli abbagli provocati di recente dalle cosiddette primavere arabe. Più che trasparenti: esplicite. (Paolo Mieli)

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SU COMUNI, REGIONI, E RIORGANIZZAZIONE TERRITORIALE, VEDI ANCHE I POST PRECEDENTI:

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