Il «SOMOS TODOS AMERICANOS» di Obama è l’inizio della PACIFICAZIONE TRA CUBA E USA – Le vicende di un’ISOLA DEI CARAIBI e della sua revolucion amatissima (seppur fatta di illibertà, povertà, turismo sessuale…) – La crisi del PETROLIO e la fine del VENEZUELA non più leader economico americo-latino forse hanno incoraggiato l’apertura tra i due Paesi

CUBA, HAVANA - Si balla e si canta nelle strade della capitale. Tra la gioia del presente e i timori per un futuro ancora oscuro (foto da "la Repubblica")
CUBA, HAVANA – Si balla e si canta nelle strade della capitale. Tra la gioia del presente e i timori per un futuro ancora oscuro (foto da “la Repubblica”)

   E’ stata sicuramente una sorpresa, fortemente positiva, la comunicazione al mondo, nello stesso momento, fatta dal presidente americano Obama e da quello cubano Raul Castro, circa la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba. E’ così che il 17 dicembre 2014 diventa una data storica di grande rilevanza per questo evento: considerando che la rottura ufficiale tra Washington e L’Havana risale al gennaio del 1961, quasi 54 anni sono passati.

CUBA è un’isola, o meglio un arcipelago di isole. La più grande è lunga e stretta e per la maggior parte è bassa e pianeggiante, con una serie di baie molto profonde. La popolazione originaria si estinse nel Sedicesimo secolo e ora è formata soprattutto da mulatti di origine spagnola. Sconfitta la Spagna, che aveva colonizzato il paese nel 1500, gli Stati Uniti fecero inserire nella Costituzione del nuovo Stato il cosiddetto “emendamento Platt” (dal nome di un senatore statunitense) che istituiva una specie di protettorato statunitense su Cuba. Siamo all’inizio del 1900 e fu allora che gli Stati Uniti stabilirono la base navale di Guantánamo (a sud-est della mappa qui sopra) (da IL POST.IT)
CUBA è un’isola, o meglio un arcipelago di isole. La più grande è lunga e stretta e per la maggior parte è bassa e pianeggiante, con una serie di baie molto profonde. La popolazione originaria si estinse nel Sedicesimo secolo e ora è formata soprattutto da mulatti di origine spagnola. Sconfitta la Spagna, che aveva colonizzato il paese nel 1500, gli Stati Uniti fecero inserire nella Costituzione del nuovo Stato il cosiddetto “emendamento Platt” (dal nome di un senatore statunitense) che istituiva una specie di protettorato statunitense su Cuba. Siamo all’inizio del 1900 e fu allora che gli Stati Uniti stabilirono la base navale di Guantánamo (a sud-est della mappa qui sopra) (da IL POST.IT)

   Barack Obama e Raul Castro hanno dato la notizia al mondo in due discorsi storici trasmessi in contemporanea, per segnare la fine dell’embargo e la svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Questo inizio di pacificazione è avvenuto anche grazie alla mediazione del governo canadese, e in particolare di Papa Francesco, come hanno ricordato nei loro discorsi entrambi i leader.

«SOMOS TODOS AMERICANOS», ha detto OBAMA, con lo stesso spirito con cui KENNEDY pronunciò il famoso WICH BIN BERLINER». Ma la risposta di RAUL non è stata da meno: «DEBEMOS APRENDER EL ARTE DE CONVIVIR, DE FORMA CIVILIZADA, CON NUESTRAS DIFERENCIAS». Sono frasi, entrambe, che frantumano i muri e aprono i cuori. (Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 18/12/2014)
«SOMOS TODOS AMERICANOS», ha detto OBAMA, con lo stesso spirito con cui KENNEDY pronunciò il famoso WICH BIN BERLINER». Ma la risposta di RAUL non è stata da meno: «DEBEMOS APRENDER EL ARTE DE CONVIVIR, DE FORMA CIVILIZADA, CON NUESTRAS DIFERENCIAS». Sono frasi, entrambe, che frantumano i muri e aprono i cuori. (Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 18/12/2014)

   Come effetti pratici, concreti, il disgelo tra Cuba e Stati Uniti è iniziato con l’annuncio della liberazione di Alan Gross (che era arrivato a Cuba nel 2009 mandato dagli Usa per creare un canale di comunicazione con la comunità ebraica americana lì esistente), arrestato e condannato a 15 anni di carcere per “azioni contro l’integrità territoriale dello Stato”; e, di converso, c’è stata la liberazione da parte degli Usa degli ultimi tre agenti dei servizi cubani ancora incarcerati (altri due erano già stati liberati), accusati di essersi infiltrati tra i gruppi anti-castristi di Miami fingendosi esuli (erano stati arrestati nel 1998 e condannati nel 2001).

   Obama ha deciso in questo modo di attuare ancora una volta delle misure unilaterali senza attendere l’approvazione del Congresso, così come ha fatto di recente sulla questione dell’immigrazione (cioè la sanatoria di 5 milioni di immigrati finora considerati “clandestini” pur vivendo e lavorando da anni negli Usa). Con un Congresso controllato completamente dai repubblicani, non ci sono riforme possibili in vista. E quindi sceglie la strada dell’azione individuale là dove gli è possibile, nei limiti della Costituzione, cercando di consegnare alla Storia un’immagine di sè più vicina alle attese riformatrici dei suoi esordi. Poi naturalmente c’è un tentativo di recupero elettorale dei democratici per cercare di conquistare il voto dei giovani cubani in vista delle Presidenziali del 2016, soprattutto in Florida, da sempre uno degli Stati ago della bilancia nelle presidenziali.

“CUBA da venticinque anni orfana dell'abbraccio generoso dell'UNIONE SOVIETICA e quindi gemellata per necessità più economiche che ideologiche con il VENEZUELA di HUGO CHAVEZ, amica dei cinesi ma con un occhio semiaperto verso l'America, SEPARATA DA UN BRACCIO DI MARE DOVE CENTINAIA DI BALSEROS (emigranti illegali che scappavano da Cuba per raggiungere le coste americane a bordo di imbarcazioni) SONO PERITI NEL SOGNO IMPOSSIBILE DI RAGGIUNGERLA, mentre ALTRE CENTINAIA STAVANO SERRATI NELLE CARCERI SPECIALI DI FIDEL, e molti di loro vi hanno perduto la vita” (Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 18/12/2014)
“CUBA da venticinque anni orfana dell’abbraccio generoso dell’UNIONE SOVIETICA e quindi gemellata per necessità più economiche che ideologiche con il VENEZUELA di HUGO CHAVEZ, amica dei cinesi ma con un occhio semiaperto verso l’America, SEPARATA DA UN BRACCIO DI MARE DOVE CENTINAIA DI BALSEROS (emigranti illegali che scappavano da Cuba per raggiungere le coste americane a bordo di imbarcazioni) SONO PERITI NEL SOGNO IMPOSSIBILE DI RAGGIUNGERLA, mentre ALTRE CENTINAIA STAVANO SERRATI NELLE CARCERI SPECIALI DI FIDEL, e molti di loro vi hanno perduto la vita” (Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 18/12/2014)

   Negli articoli che vi proponiamo si pongono vari quesiti, temi, questioni, di questo evento storico della pacificazione Usa-Cuba, evento tutto da metabolizzare nell’ambito della nostra storia contemporanea. Gli Stati Uniti che avevano visto, con l’insediamento di Fidel Castro nell’isola caraibica di Cuba (a poco più di un centinaio di chilometri dalla Florida, Cuba e tutto l’America latina giardino di casa degli americani…) avevano visto la minaccia del comunismo. Dall’altro Castro e la cosiddetta rivoluzione cubana che avevano individuato negli Usa il “grande nemico”: nell’imperialismo americano assai presente in America Latina in quelli anni. Anni feroci, di embargo contro Cuba, di alleanze di Cuba con l’Unione Sovietica per sopravvivere, e poi, finita l’URSS, con la Cina e il Venezuela di Chavez… difficile in poco tempo (e men che meno in un post come questo) elaborare un’analisi geopolitica, una sintesi storica di questa realtà geopolitica nel continente americano e degli eventi che si sono succeduti.

passeggiata lungo il MALECON de L'Havana
passeggiata lungo il MALECON de L’Havana

   Cuba simbolo di resistenza, espressione quasi sempre di simpatia rivoltale dal mondo occidentale, dai media… ma anche luogo di una dittatura feroce contro ogni opposizione, chiusura a ogni libertà, peraltro il tutto giustificato con la necessità di resistere all’invasione degli Usa. Cuba con una classe dirigente che vive nel lusso, e un popolo in forte povertà e sofferenza. Cuba promotrice, che asseconda, un turismo sessuale alimentato da una “domanda” proveniente in primis dall’Europa, con famiglie di Cuba che vivono con il mercimonio delle figlie, delle donne, con gli stranieri.

   Simpatie e resistenze al “nemico”, rendite di posizione di caste politiche e feroce illibertà. Tutto questo potrebbe superarsi positivamente con l’apertura con gli Usa di questi giorni. Forse che sì, forse che no. Certo è che l’evento di inizio della pacificazione tra Cuba e Usa è qualcosa di straordinario, che mostra ancora una volta il caos geopolitico di questi mesi, anni: illibertà che sorgono (l’Isis, le velleità della Russia…); “primavere arabe” che si esprimono tra il bene e il male; dall’altra fenomeni di apertura e speranza verso una pacificazione in aree geografiche dove sembrava essersi perduta ogni speranza. (s.m.)

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René Burri: FOTO DI ERNESTO CHE GUEVARA DE LA SERNA, detto EL CHE, febbraio 1963 (da www.ilcassetto.forumcommunity.net)
René Burri: FOTO DI ERNESTO CHE GUEVARA DE LA SERNA, detto EL CHE, febbraio 1963 (da http://www.ilcassetto.forumcommunity.net)

BREVE STORIA DI CUBA

da IL POST.IT del 18/12/2014 (http://www.ilpost.it/ )

– Da dove arriva il suo regime, e perché per oltre 50 anni ha avuto rapporti molto complicati con gli Stati Uniti? –

   Nel mag­gio del 1959 Fidel Castro con­qui­stò il potere a Cuba, che nel 1961 fu dichia­rata uno Stato socialista. Poi ci fu l’inizio delle restrizioni da parte degli Stati Uniti, l’avvicinamento all’Unione Sovietica, la vicenda della Baia dei Porci, il cosiddetto blo­queo (l’embargo che ancora oggi è in vigore), «la crisi dei mis­sili» e le nuove sanzioni dell’allora presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. La storia di Cuba, più di quella di altri paesi, è fatta di grandi storie e di grandi personaggi. Oggi Cuba è di nuovo sulle prime pagine di tutti i principali giornali internazionali, per un grande evento: qualcosa sta per cambiare nei complicati rapporti con gli Stati Uniti e non solo.

CUBA tra Nord e Sud America
CUBA tra Nord e Sud America

CUBA, DALL’INIZIO    Cuba è un’isola, o meglio un arcipelago di isole. La più grande è lunga e stretta e per la maggior parte è bassa e pianeggiante, con una serie di baie molto profonde. La popolazione originaria si estinse nel Sedicesimo secolo e ora è formata soprattutto da mulatti di origine spagnola. Sconfitta la Spagna, che aveva colonizzato il paese nel 1500, gli Stati Uniti fecero inserire nella Costituzione del nuovo Stato il cosiddetto “emendamento Platt” (dal nome di un senatore statunitense) che istituiva una specie di protettorato statunitense su Cuba. Siamo all’inizio del 1900 e fu allora che gli Stati Uniti stabilirono la base navale di Guantánamo.

   I primi decenni dopo l’indipendenza di Cuba furono politicamente molto instabili e segnati da un sempre maggiore malcontento nei confronti degli Stati Uniti e delle loro ingerenze. Nel giro di vent’anni ci furono ben tre colpi di stato militari.

   Il 4 settembre del 1933 i soldati e i sottufficiali dell’esercito cubano organizzarono la cosiddetta “rivoluzione dei sergenti”: i vertici militari furono cacciati e sostituiti con i sottufficiali e il sergente FULGENCIO BATISTA divenne capo di stato maggiore dell’esercito. Il golpe fu appoggiato anche dai movimenti e dai partiti di sinistra e Ramón Grau San Martin divenne presidente.

   L’anno dopo ci fu un nuovo colpo di stato (favorito dagli Stati Uniti) e Batista prese il potere il 15 gennaio del 1934, gestendo direttamente o attraverso presidenti a lui legati la politica cubana fino al 1944. Nel 1952, mentre cresceva l’influenza del Partido Socialista Popular (PSP) e dei sindacati, Batista organizzò un nuovo colpo di stato, prese il potere, instaurò una dittatura e governò in funzione di una rigida conservazione sociale e di una stretta alleanza con gli Stati Uniti (promemoria: stava iniziando la Guerra fredda).

   La crisi economica degli anni Cinquanta, le politiche e la corruzione di Batista fecero crescere l’opposizione al regime. Tra gli oppositori c’era FIDEL CASTRO, un giovane avvocato che aveva studiato all’Avana presso i gesuiti. Nel 1952 Castro cercò di opporsi al colpo di Stato in tribunale, denunciando Batista per violazione alla Costituzione: fu un fallimento. Il 26 LUGLIO del 1953, a Santiago di Cuba, Castro guidò l’assalto a un’importante base militare, la CASERMA MONCADA: fu un altro fallimento. Settanta guerriglieri furono massacrati, ma l’episodio divenne in seguito l’evento che segnò l’inizio della rivoluzione cubana.

   La data infatti diede il nome al movimento che prese il potere nel 1959, IL MOVIMENTO DEL 26 LUGLIO. Dopo l’assalto alla caserma Castro fu condannato a quindici anni e incarcerato. Di fronte al Tribunale che lo processò con l’accusa di “attentato ai Poteri Costituzionali dello Stato e insurrezione”, avvocato di se stesso, Fidel Castro pronunciò un famoso discorso, noto oggi come “LA STORIA MI ASSOLVERÀ”: «Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno (…). In quanto a me so che il carcere sarà duro come non lo è mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, però non lo temo, così come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei. Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà».

LA RIVOLUZIONE    Castro fu liberato prima del tempo da Batista durante un’amnistia. Nel 1955 se ne andò da Cuba, prima negli Stati Uniti e poi in Messico, da dove progettò la rivoluzione. Rientrato clandestinamente a Cuba, Castro diede inizio alla guerriglia di cui facevano parte tra gli altri ERNESTO “CHE” GUEVARA, RAÚL CASTRO e CAMILO CIENFUEGOS. Il movimento crebbe sempre di più e ottenne una serie di vittorie contro l’esercito di Batista. LA NOTTE DI CAPODANNO DEL 1959 FULGENCIO BATISTA SCAPPÒ e l’esercito popolare si diresse verso la capitale senza incontrare alcuna resistenza.

   Fidel Castro assunse in gennaio il ruolo di comandante delle forze armate e poi quello di primo ministro: CUBA FU DICHIARATA STATO SOCIALISTA IL 16 APRILE 1961. Castro avviò una politica di riforme radicali e stabilì relazioni diplomatiche con l’URSS. Tutto questo fu visto dagli Stati Uniti come un’ingerenza e un pericolo inaccettabile. Le conseguenze furono una rottura delle relazioni diplomatiche tra i due Stati (nel gennaio del 1961 l’ambasciata americana a L’Avana venne chiusa) e ci fu un tentativo (fallito) di rovesciare Castro con l’invasione della Baia dei Porci da parte di alcuni esuli cubani, sostenuti dagli Stati Uniti e addestrati dalla CIA. Ci fu soprattutto l’embargo da parte degli Stati Uniti, che costrinse l’isola a dipendere economicamente dall’Unione Sovietica, verso cui si era già avvicinata.

LA “CRISI DEI MISSILI”    Nell’ottobre del 1962 comin­ciò un’altra tappa sto­rica delle rela­zioni tra Cuba e Stati Uniti, la cosiddetta “crisi dei mis­sili”. L’INCIDENTE DELLA BAIA DEI PORCI aveva lasciato ai leader sovietici l’impressione che Kennedy fosse un presidente debole. Gli esuli cubani erano stati appoggiati debolmente e mai apertamente dagli Stati Uniti. Anche la crisi di Berlino del 1961, nata in seguito alla costruzione del Muro che aveva diviso Berlino Est da Berlino Ovest, aveva lasciato i russi con l’impressione che Kennedy non avesse la forza di contrastare fino in fondo l’aggressività sovietica.

   Così NIKITA KHRUSHCHEV, leader del Partito Comunista e presidente del consiglio dei ministri dell’Unione Sovietica, DECISE DI INSTALLARE UNA BATTERIA DI MISSILI NUCLEARI A MEDIO RAGGIO SULL’ISOLA DI CUBA. Installare missili a medio raggio a Cuba avrebbe consegnato all’Unione Sovietica un’arma in grado di colpire gli Stati Uniti con precisione e senza preavviso.

   Il 7 ottobre il rappresentante di Cuba alle Nazioni Unite dichiarò: «Per difenderci abbiamo acquisito l’arma che avremmo preferito non acquisire, l’arma che non intendiamo usare». La CIA pensò che a Cuba fossero state installate alcune piccole testate nucleari a corto raggio a scopo difensivo. Kennedy autorizzò la ripresa delle ricognizioni aeree su Cuba, che erano state interrotte circa un mese prima, quando un aereo spia U2 era stato abbattuto sopra la Cina.

   Il 14 ottobre un U2 sorvolò Cuba e scattò 928 foto di siti sospetti. La sera del 15 ottobre il centro di interpretazione fotografica della CIA comunicò al Dipartimento di Stato i risultati della sua analisi: i sovietici stavano costruendo una base per missili nucleari a medio raggio nella parte occidentale dell’isola di Cuba. La mattina dopo, il 16 ottobre, le fotografie vennero mostrate al presidente Kennedy. Il 22 ottobre gli Stati Uniti reagirono con un blocco navale, la cosiddetta “quarantena”, che aveva lo scopo di impedire il transito di carichi di armi e altro materiale bellico da e verso Cuba. (La crisi dei missili a Cuba)

   Nelle varie basi sparse per il mondo gli aerei da guerra americani erano stati caricati con testate nucleari e compivano voli di pattuglia sempre più vicini ai cieli dell’Unione Sovietica. Il 27 ottobre Khrushchev ricevette quella che venne chiamata “la LETTERA DELL’ARMAGEDDON”, un messaggio in cui Castro gli chiedeva di lanciare un attacco nucleare se l’isola fosse stata invasa, come era ormai sicuro che avvenisse.

   Il 27 ottobre si giunse a un accordo. Gli Stati Uniti si impegnavano a rimuovere segretamente i loro missili nucleari da Turchia e Italia, mentre l’URSS avrebbe pubblicamente rimosso i suoi missili da Cuba e avrebbe accettato delle ispezioni ONU sull’isola. La mattina del 28 ottobre Khrushchev annunciò lo smantellamento dei missili da Cuba. Nelle settimane seguenti 42 missili nucleari a medio raggio furono imbarcati su otto cargo e rimandati in Unione Sovietica. Undici mesi dopo anche i missili americani in Italia e Turchia furono disattivati.

GLI ULTIMI ANNI    Negli anni Settanta il Partido comunista cubano (PCC, nato dalla fusione del Movimiento 26 de julio con il PSP) si consolidò al potere e confermò Castro primo segretario. Nel 1976 fu approvata la nuova Costituzione e Castro fu eletto presidente del Consiglio di Stato e del nuovo Consiglio dei ministri. Castro venne riconfermato nel 1981 e nel 1986.

   Iniziarono però per Cuba gli anni forse più complicati. Dopo il 1989, la fine della Guerra Fredda e la fine dell’Unione Sovietica, il paese rimase in una situazione di isolamento economico internazionale e di grande crisi. Castro proseguì nell’affermazione di un modello dell’economia pianificata di stampo socialista: rafforzò il controllo dello Stato, nazionalizzò ulteriormente l’industria e collettivizzò l’agricoltura.

   Fu comunque un regime e come tale continuò a reprimere ogni forma di dissenso politico (mantenendo però un ampio consenso grazie alle conquiste sociali realizzate dalla rivoluzione), a esercitare un pesante controllo sull’informazione e a praticare intimidazioni. Cuba è stata accusata più volte da organizzazioni e governi occidentali di non rispettare i diritti fondamentali dell’uomo.

   Dopo il 1959 i rivoluzionari processarono diverse persone accusate di appoggiare Batista, che vennero imprigionate o giustiziate. Lo storico Thomas Elliot Skidmore ha calcolato che vi furono 550 ESECUZIONI DURANTE I PRIMI SEI MESI DEL 1959.

   Una delle storie di prigionia più celebri fu quella di Armando Valladares, scrittore e poeta liberato dopo 22 anni nel 1982 e che ha raccontato la sua esperienza in diversi libri. Negli anni Sessanta e Settanta vennero “PERSEGUITATI” IN MODO SISTEMATICO ANCHE GLI OMOSESSUALI.

   Il GlobalPost ha scritto per esempio che capitava che fossero «imprigionati per essere “rieducati” oppure etichettati come traditori, poiché non rispettavano la definizione di Che Guevara di “uomo nuovo” che avrebbe fatto progredire la nazione». L’omosessualità a Cuba è stata depenalizzata solo dal 1979. Fidel Castro, in un’intervista del 2010, chiese scusa, disse che la persecuzione delle persone omosessuali fu «una grave ingiustizia» e che avvenne unicamente perché a quel tempo era distratto da altre questioni più gravi.

   Durante gli anni Ottanta il presidente degli Stati Uniti JIMMY CARTER cercò di riprendere delle relazioni con Cuba, ma i governi di REAGAN prima e di BUSH poi scelsero di non dare alcun segnale in questo senso.

   Negli anni Novanta, anche a seguito della visita di papa GIOVANNI PAOLO II, iniziò a Cuba una fase di distensione nei confronti degli oppositori politici e anche nei confronti di un modello economico rigidamente pianificato: nel 1995 venne approvata una legge che apriva quasi tutti i settori dell’economia anche alle imprese a capitale totalmente straniero e Washington alleggerì le sanzioni sospendendo l’embargo sulla vendita di medicinali e generi alimentari. Questo contribuì a interrompere lo stato di isolamento in cui Cuba si era trovata fino ad allora.

RAÚL CASTRO    Nel luglio del 2006 Fidel Castro si ritirò dalla vita politica di Cuba dopo essere stato sottoposto a un intervento chirurgico all’intestino, lasciando il suo incarico di presidente del Consiglio di Stato di Cuba, cioè di capo dello Stato, al fratello Raúl.

   Raúl è ora al suo secondo mandato: è stato eletto il 24 febbraio 2008 e poi riconfermato il 24 febbraio 2013 (ma sono “elezioni” molto diverse rispetto a quelle cui siamo abituati in Occidente). Ha portato diverse aperture nel paese, consentendo ai cubani di acquistare computer e di entrare negli Internet point per accedere liberamente a Internet (a costi esorbitanti, però). Ha permesso di importare DVD dall’estero e ha introdotto una moratoria contro la pena di morte nel paese.

   Oggi i ministeri non sorvegliano più ogni singola operazione dello Stato e i cittadini possono vendere e affittare le loro case e le loro auto (LE MACCHINE CHE GIRANO A CUBA SONO QUASI TUTTE VECCHISSIME, MOLTO AFFASCINANTI E MOLTO INQUINANTI INSIEME).

   Il numero delle piccole imprese – soprattutto nel settore dei servizi – negli ultimi tempi è cresciuto; dal 2009 ai cittadini cubani, pur con alcune limitazioni, è permesso avere regolarmente più lavori. Ha aumentato i salari degli insegnanti, ha autorizzato le operazioni chirurgiche gratuite di cambio del sesso e, dal gennaio del 2013, ha introdotto una serie di norme che permettono ai cittadini cubani di andare all’estero soltanto con passaporto e visto del paese in cui si vuole andare, per un periodo massimo di 24 mesi.

   Ha reso possibili le assunzioni private da parte delle imprese, l’acquisto di elettrodomestici ad alto consumo, la compravendita di auto, nuove licenze a più di cento categorie professionali per migliorare la produttività, la compravendita di case, la concessione di aree agricole a famiglie di contadini e la possibilità di aprire imprese private.

   Al momento della sua rielezione Raul Castro ha annunciato che nel 2018 si ritirerà dalla vita pubblica, segnando dunque un importante passaggio di potere a Cuba. E si arriva così alla storia degli ultimi giorni: quella di un riavvicinamento pubblico tra Cuba e Stati Uniti. (da Il Post.it)

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UN’ALTRA CUBA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 22/12/2014

– Messa in soffitta da tempo la rivoluzione comunista, un popolo impoverito e stanco si interroga sul futuro: riuscirà Raúl a guidare la svolta senza far perdere l’anima al suo paese? – Cosa resta dell’utopia di Fidel? – Viaggio nell’isola prima che tutto cambi –

L’AVANA – NESSUNO ti fa la domanda, anche se è negli sguardi. Nessuno ti chiede se sei venuto per il funerale della rivoluzione, o per la festa della pace. Per tutte due, è evidente, avresti voglia di rispondere. Senti subito l’interrogativo silenzioso, insistente, colmo d’ansia, anche negli incontri casuali. Chi ha vinto e chi ha perso? Vorrebbero saperlo persino a Miramar, quartiere dell’Avana privilegiata, dove abita gente benestante di solito convinta di sapere anche quel che non sa. Ha vinto la ragione, è altrettanto evidente. Questa è l’altra mia risposta.

   Barack Obama ha la sua parte di quella ragione: cerca di liberarsi di una sinistra persecuzione durata troppo a lungo, che non fa onore al suo paese. Raúl Castro amministra invece il fallimento del suo comunismo tropicale. Di solito chi fallisce subisce un’altra sorte. Armato pure lui di una parte di ragione, per ora l’ha scampata. Ma siamo soltanto all’inizio.

   Nel ‘61 capitai a Cuba in primavera. Poco dopo fu proclamata la Repubblica socialista. Il manto comunista che avrebbe senza preavviso di lì a poco avvolto l’isola, le sue piantagioni di canna da zucchero, la sue spiagge splendide, le belle chiese barocche e i più eleganti quartieri del continente latino americano all’Avana, prima che quella scelta politica fino allora nascosta diventasse ufficiale, visitai il paese pensando ai generosi progetti di Fidel Castro, guerrigliero sulla Sierra Maestra.

   Nel mezzo secolo che seguì la storia dell’isola ha imboccato un’altra strada. Un ritorno a quelle origini è impossibile. Ma è comprensibile che in queste ore prevalga la fretta di conoscere il futuro immediato, che potrebbe essere, col tempo, non tanto dissimile da quello progettato mezzo secolo fa e poi tradito. Un’altra utopia?

   Dopo l’annuncio che ha tolto il fiato a mezzo mondo pur essendo atteso da tempo, si aspettano i fatti e le incognite sono tante. E’ già buio e la città è ancora in preda a un’agitazione nevrotica. C’è folla anche sui viali residenziali di solito deserti a quest’ora. E’ tuttavia meno fitta di ieri.

   Gli attempati vicini spiegano a me straniero come il cerchio che strangolava l’isola si sia spaccato. La conversazione è sempre più accesa sul marciapiede nell’attesa di un taxi, tra un’orda di turisti europei di Natale. Non credo si parlasse fino a pochi giorni fa di politica ad alta voce in pubblico. Ma l’opinione dei presenti, associatisi di slancio alla conversazione, è favorevole all’“abbraccio” tra Barack e Raúl, tra l’America e Cuba, e quindi non spiacerebbe certo al potere che l’ha voluto.

   Quando affiora tuttavia la questione dei 250mila e più esuli cubani di Miami qualcuno esita. Tace. Torneranno? E se torneranno cercheranno di recuperare i loro beni? E accetteranno il potere che si dice ancora comunista? E come sarà la concorrenza americana negli affari? Nessuno chiede se i fratelli Castro reggeranno alla svolta. Non è il caso nonostante la tolleranza poliziesca di questo particolare momento. Certi argomenti guastano l’entusiasmo.

   Adesso riassumendo i pareri raccolti in vari posti e occasioni nella città emerge il dubbio, creato dai tanti punti che restano oscuri. Un dubbio che non annulla, scalfisce soltanto, la gioia iniziale del 17 dicembre quando Barack e Raúl hanno detto, uno a Washington e l’altro all’Avana, che era giunto il momento di farla finita con il conflitto di cinquant’anni. Molti cubani adesso dicono “Barack e Raúl”, come se fossero loro vecchi amici. E Fidel? L’impressione è che se ne parli poco, come se fosse stato inghiottito dal passato. Dalla storia.

   La pace, quando scoppia, la si festeggia comunque. Poi, dopo il primo grande senso di sollievo, sorgono sentimenti più sfumati. Anche su chi sono i vinti e chi sono i vincitori. Degli uni e degli altri ce ne sono sempre in un conflitto che sta per finire. I colpi di scena, fino a pace fatta sul serio (in questo caso la fine delle sanzioni economiche) sono sempre possibili. La fragilità economica relega il regime cubano nel campo dei vinti. E tuttavia la svolta è stata gestita, almeno per il momento, da quel regime. La sopravvivenza politica è già un successo. Una vittoria, ma effimera. Il processo è appena iniziato e le scosse politiche al vertice non sono da escludere.

   Fatte le debite proporzioni uno pensa alla Cina che pur dichiarandosi comunista applica l’economia di mercato, e che ha stretto rapporti con gli Stati Uniti mentre armava il Nord Vietnam in guerra con gli Stati Uniti. Paragonare il piccolo, sgangherato comunismo tropicale con la grande Cina può far sorridere. Il fatto che il comunismo, o quel che si ritiene tale, non costituisca più un avversario, o non rappresenti più un’alternativa, dà alla odierna vicenda di Cuba un valore soprattutto simbolico. Un coriandolo rispetto alla super potenza asiatica. Ma qualche similitudine c’è.

   Non sono simboliche le sofferenze di uomini e donne per la simultanea responsabilità del regime locale e delle sanzioni imposte dal vicino e ricco colosso americano. Così come non è simbolica, ma grottesca, l’insistenza dei repubblicani che al Congresso di Washington esitano o rifiutano di togliere l’embargo obsoleto e vendicativo contro Cuba.

   La rivoluzione è agonizzante da tempo. L’alchimia politica ha mischiato la sua agonia con la pace. Esausta, scarnita, con sempre meno soccorritori, la rivoluzione cubana non suscita più l’intenso odio di un tempo, e ancor meno costituisce una minaccia. La rivoluzione disinnescata consente la pace. Barack Obama l’ha capito e cerca di chiudere il capitolo.

   Nella primavera di 53 anni fa, nell’aprile del 1961, percorrevo le stesse strade buie di adesso venendo dall’aeroporto. Sul taxi ascoltavo alla radio la forte voce di Fidel che processava in pubblico i controrivoluzionari sbarcati e catturati sulla Playa Giròn e la Playa Larga, nella Baia dei Porci. Li aveva armati e mandati la CIA, e Fidel chiedeva cosa se ne dovesse fare. La gente scandiva «al muro». I “cusanos” (i «vermi» come li chiamava Fidel), i prigionieri, furono poi scambiati contro 53 milioni di dollari, dei prodotti alimentari e sanitari. In gennaio gli Stati Uniti avevano rotto i rapporti diplomatici con Cuba. L’America di Kennedy fece una figuraccia. Fidel sbandierò la sua vittoria. Il pigmeo cubano umiliò allora il gigante americano.

   La rivoluzione cubana ebbe un inizio romantico. Fidel, il Che, Camillo Cienfuegos affiancati hanno acceso le fantasie non soltanto rivoluzionarie. Avevano profili da divi di Hollywood ed erano dei guerriglieri audaci e colti. Camillo morì presto in modo non chiaro, il Che fu ucciso in Bolivia, Fidel fu un dittatore longevo e non certo rispettoso dei diritti dell’uomo che aveva predicato sulla Sierra Maestra. Ma nonostante le sue prigioni fossero popolate di oppositori politici, usufruì sempre di una certa indulgenza.

   La sfida alla superpotenza, invasiva, arrogante, assolse spesso le sue alleanze con i dittatori comunisti sparsi nel mondo. Le giustificò come inevitabili, anche se non lo erano. In particolare l’intesa interessata con l’Unione sovietica che comperava lo zucchero invenduto. Il comunismo tropicale conservò anche nei suoi momenti peggiori (ad esempio la persecuzione dei gay nel mezzo dei Sessanta) molte simpatie.

   Barack ha capito che malgrado le colpe di Fidel l’isolamento diplomatico e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti erano puro sadismo. Erano una punizione indegna. L’isola immiserita (e pur sempre invasa da turisti benestanti e non, affascinati dai suoi abitanti e le sue bellezze naturali) era il teatro di un’utopia fallita, alimentata anche dall’orgoglio.

   Visto da vicino era lo spettacolo triste di un orgoglio stanco e tarato da mille furbizie indispensabili per sopravvivere. Ma quell’orgoglio, al contrario dell’economia sempre più debole, dava energia. Di quel sentimento ha approfittato, con l’ausilio della polizia, il gruppo dirigente, attorno ai fratelli Castro. Fratelli sempre uniti ma di recente costretti a una diversità dei ruoli imposta dall’emergenza.

   Raùl, 83 anni, il fratello minore di Fidel, che di anni ne ha 88, è approdato a un pragmatismo che lo allontana dagli ideali e lo spinge a guardare al concreto. Vale a dire al dollaro. Non è una svolta volgare, un tradimento, è la saggezza. Il paese soffre. Non può più essere il teatro di una rivoluzione con la sola prospettiva della bancarotta.

   Con la fine degli aiuti dell’Unione Sovietica l’economia cubana è crollata del 40 per cento. Ed ora, con la crisi che attanaglia il Venezuela, dove non c’è più il generoso amico Chavez e il prezzo del petrolio precipita, anche gli aiuti latino americani vitali sono praticamente finiti. Cuba era sempre più sola.

   L’abbraccio alla super potenza è la via di scampo. Per ora avviene con dignità. Raúl non rinnega formalmente il comunismo, cui si richiama tuttora con retorica clericale. Salva così l’orgoglio e soddisfa il fratello Fidel, indebolito dalla malattia e ritiratosi nella Storia. Forse lo risentiremo. Non è escluso che parli ancora dalle rovine della rivoluzione. Ma la sua voce arriverà dal passato. (Bernardo Valli)

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L’ISOLA DEGLI YANKEES, 50 ANNI DI FOLLE DUELLO. MA ORA RAÙL ARCHIVIA LA REVOLUCION

di Guglielmo Zucconi, da “la Repubblica” del 18/12/2014

   Così è finita la storia: dalla Baia dei porci, al “bloqueo” (embargo, ndr), al tramonto di Fidel. Lo scontro Usa-Cuba era da tempo una tragica farsa sulla pelle della gente. L’isola degli Yankees: 50 anni di folle duello.

   Ma ora Raùl archivia la Revolution. La marcia della follia fra Stati Uniti e Cuba che ci portò a poche ore dall’olocausto nucleare si è fermata ieri sera 17/12, ndr) e ha invertito il cammino, quando Barack Obama e Raùl Castro hanno demolito all’unisono un altro rudere della Guerra Fredda, il muro d’acqua di 140 chilometri che divide la Florida dall’isola.

   È stato necessario grande coraggio da parte di un Obama, che rischia quello che gli rimane della scarsa popolarità senza incassare nulla e soprattutto da parte di Raùl, per anni il detestato fratello, il capo della repressione interna, il volto sgradevole dei Castro. È stato lui a trasformarsi in colui che ha cambiato la storia dell’isola e ha aperto le prime crepe nella mistica e nella pratica del regime che hanno permesso, con lo scambio di cosiddette«spie» e con la mediazione del Papa, la svolta sancita oggi.

   L’erede chiamato a custodire il patrimonio, è diventato il liquidatore del fallimento, il Gorbaciov del Caribe. Il «bloqueo», come lo chiamavano i cubani, l’embargo che aveva strangolato Cuba, ma insieme offerto a Fidel il perfetto paravento dietro il quale nascondere i propri errori e i fallimenti del socialismo tropicale, si sta sbriciolando. Dalla «Revolution» ormai spenta alla normalizzazione che i due capi di Stato hanno annunciato in contemporanea, per dare a cubani e statunitensi l’impressione di un pareggio dopo una partita durata mezzo secolo, il tempo, e l’avvicendarsi delle generazioni dei cubani emigrati, hanno mostrato la insostenibilità.

   Cade un altro residuato del duello ideologico fra Est e Ovest. Ma da tempo ormai, e soprattutto da quando nel 2006 era stato operato «El Caballo», Fidel, il destriero possente sul quale avevano galoppato le illusioni e i miti rivoluzionari di generazioni, il dramma dell’embargo voluto da Eisenhower e rafforzato da Kennedy si stava tramutando in farsa tragica.

   La presa della minoranza cubana in Florida, a Miami, nelle «Little Havana», sulla politica elettorale aveva allentato la propria capacità di ricatto su candidati che dovevano avere il loro voto per arrampicarsi alla Casa Bianca. La terza generazione, i nipoti dei cubani fuggiti nelle ore successive alla conquista del potere castrista e inflessibili nel loro odio per quel «criminale», aveva ormai ripreso troppi rapporti con l’isola madre, o ne aveva perduti troppi, per sognare ancora la controrivoluzione che avrebbe rovesciato, e possibilmente ucciso, Fidel.

   Il palazzone della «Sezione d’Interessi» americani all’Havana, sul Malecon, il lungomare, diventerà ambasciata ufficiale. L’omino con il kalashnikov in mano che davanti alle finestre dei funzionari Usa gridava da un murale gigante «Senores Imperialistas j No Ies tenemos», non abbiamo assolutamente paura di voi, signori imperialisti, andrà in pensione.

   Il «Socialismo o muerte», dipinto sui vecchi muri resterà nel ricordo di nuove generazioni che non hanno, per loro fortuna, dovuto conoscere la morte. Neppure seguendo le avventure dissennatamente generose del «Che», di Ernesto Guevara, nelle savane d’Africa e poi nelle foreste andine, inseguendo miraggi di sollevazioni globali.

   Rivisto al rovescia, il film di questi 50 anni di una reciproca follia tra una superpotenza e un’isola nel Mar dei Caraibi è, come tanti documenti storici, una sequenza surreale, un viaggio nell’assurdo sempre sul filo teso sopra l’abisso.

   Nel terrore che l’Havana potesse rappresentare il focolaio di una pandemia comunista in Centro America violando la Dottrina Monroe di egemonia Usa su quell’emisfero, nel fruscio della coda di paglia che gli Usa avevano trascinato in una Cuba divenuta appendice della corruzione mafiosa e della dittatura delle multinazionali nello Stato di Bananas, gli strateghi e gli interessi economici americani riuscirono a trasformare una rivoluzione isolata in un fenomeno globale. E a gettare Castro nelle braccia di Mosca.

   I passaggi di questo film dell’assurdo, alimentato dalla narrazione affascinante di una rivoluzione permanente e da miti come quello del medico argentino Ernesto Guevara, sono difficili da accettare, oggi, mentre Obama e Raùl riconoscono l’inevitabile fine della «Piccola guerra fredda». Si ripensa increduli ai piani della CIA per uccidere Fidel anche attraverso sicari di Cosa Nostra, i tentativi di fargli cadere la barba con polveri depilanti e sigari tossici per distruggere l’icona dell’inarrestabile «barbudo». LO SBARCO DEI MERCENARI abbandonati sulla PLAYA GIRON, divenuta poi celebre come la BAIA DEI PORCI, fino alla segreta certezza di Lyndon Johnson che l’assassino di JFK fosse una marionetta cubana. Tutto questo sarebbe materiale per un «B Movie», se non lo avessimo visto e vissuto.

   Anche quando l’immaginario potenziale rivoluzionario del castrismo, ridotto a elemosinare per sopravvivere gli aiuti sovietici in cambio dello zucchero e poi il petrolio a prezzi scontati dall’amico Chavez in Venezuela e ad adottare un Maradona divenuto simbolo della persecuzione «yanqui», la ostinazione vendicativa della destra repubblicana decisa a punire il popolo cubano per la loro impudenza HANNO CONDANNATO CUBA A DECENNI DI INUTILI SOFFERENZE.

   L’Havana semibuia della fine anni ’80, quando l’elettricità veniva distribuita a macchia di leopardo lasciando la più grande città del Caribe in un perenne black out, le corse de bambini lungo il porto che vidi accogliere l’ultimo mercantile sovietico con alimentari e medicinali inviato da Gorbaciov prima di chiudere definitivamente i rubinetti, erano i fotogrammi dolorosi di un tramonto e di un inutile tormento.

   Ma mi bastò vedere le folle strabocchevoli che avevano invaso le piazze e le strade per salutare GIOVANNI PAOLO II nel 1998, nella finzione di una rinata Chiesa cattolica cubana organizzata con preti importati dall’America Latina, e affiancarle alle tristissime realtà del TURISMO SESSUALE in dollari, della doppia e tripla circolazione di valuta locale, delle lotte per comperare i «Sacapunta», le 500 Fiat fabbricate in Polonia ribattezzate appunto «temperamatite», per capire che il tempo delle illusioni era alla fine.

   E con esso sarebbe finito anche il senso reale di un embargo che soltanto gli USA fingevano di mantenere, mentre dall’EUROPA, dal CANADA, dalla CINA, dall’AMERICA LATINA, da ISRAELE ricominciava il flusso di investimenti e di finanziamenti e di capitale. Spesso anche americani, arrivati per vie traverse.

   Il passo verso la normalizzazione che Obama e Raul hanno annunciato e che diventerà inarrestabile nonostante il Congresso americano che s’impunterà, è stato la conseguenza della fine di un’epoca, del tramonto dei suoi protagonisti e della constatazione – classica dopo ogni conflitto – della follia.

   I figli dei «GUSANOS», dei vermi che Fidel lasciò partire per disprezzo dal porto di Mariel, i super figli dei “gusanos”, dei vermi che il Lìder lasciò partire, ora guardano ai viaggi di ritorno verso l’isola, per riprendersi ciò che fu loro e possibilmente anche di altri. La Cuba commovente, irritante, petulante, inefficiente, ormai anche corruttibile, ma sempre tenerissima, della «ZAFRA», del taglio della canna, della gioventù invecchiata si riapre a coloro che l’avevano devastata e costretta a deporre Batista il ladro e tiranno.

   Della «Revolucion», ora che i fondi di investimento già pronti per spartirsi Cuba hanno visto ieri le loro quote volare, resterà qualche murale sbiadito dal sole e dalla salsedine, lungo il Malecon. Il Bloqueo è finito, tutto ricomincia. Riuscirà la Cuba«liberata» a salvare almeno la propria dignità, pagata tanto cara? (Guglielmo Zucconi)

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DIETRO IL DISGELO CUBA-USA IL RISCHIO CRAC DEL VENEZUELA

di Roberto Da Rin, da IL SOLE 24ORE del 18/12/2014

   La caduta dell’ultimo muro, quel muro d’acqua che separa Miami dall’Avana, gli Stati Uniti da Cuba, ha molti padri: Raul Castro e Barack Obama, ma anche Fidel, il Papa e persino la lobby economica della Florida ormai convinta dell’inutilità dell’embargo, in vigore da oltre 50 anni.

   Ma come spesso è accaduto nelle vicende dell’isola caraibica «la causa es la economia», omologo cubano dell’inglesismo «It’s the economy, stupid». In altre parole è la crisi venezuelana a essere stata determinante, Cuba non può permettersi di dipendere troppo dalle velleità bolivariane di Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, erede poco carismatico di Hugo Chavez.

   L’affanno di Caracas ha quindi provocato l’accelerazione di quel processo di avvicinamento che peraltro dura da anni. L’Avana, da quasi tre lustri, riceve ogni giorno 110mila barili di greggio, che garantiscono il funzionamento dei servizi essenziali di Cuba. Il governo di Raul, e prima quello di Fidel rivendono una parte del greggio, a prezzi di mercato, ad altre isole caraibiche incassando un ulteriore dividendo.

   Il crollo del prezzo del petrolio, che veleggia attorno ai 60 dollari, spinge il Venezuela sull’orlo del collasso economico. L’inflazione supera il 60%, l’attività produttiva è paralizzata, i beni di consumo più elementari scarseggiano da più di un anno. Ecco quindi che se il Venezuela, Paese-pilastro dell’ALBA, l’Alleanza bolivariana per le Americhe, (VENEZUELA, BOLIVIA, CUBA, ECUADOR, NICARAGUA) vacilla, è necessario per Cuba riaprire un canale di comunicazione verso Nord.

   La diplomazia cubana ha saputo vendere bene il messaggio mediatico, «impareremo a convivere con le nostre differenze» ha detto ieri Raul, incassando uno storico «SOMOS TODOS AMERICANOS» di Obama. Ma il riavvicinamento è innanzitutto UNA QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA. (Roberto Da Rin)

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HAVANA (foto di Steve Mccurry) - (le macchine che girano a Cuba sono quasi tutte vecchissime, molto affascinanti e molto inquinanti insieme)
HAVANA (foto di Steve Mccurry) – (le macchine che girano a Cuba sono quasi tutte vecchissime, molto affascinanti e molto inquinanti insieme)

IL DISGELO USA-CUBA: NELLA VILLA BUNKER DI FIDEL L’INVISIBILE LÍDER MÁXIMO REGISTA OCCULTO DELLA SVOLTA

di Omero Ciai, da “la Repubblica” del 20/12/2014

L’AVANA – TUTTI i pomeriggi verso le cinque Fidel Castro beve un grande bicchiere di spremuta d’arancia e mangia qualche sedano: agenti antiossidanti contro il cancro e un toccasana per la malattia che lo ha portato due volte, nel 1992 e nel 2006, a un passo dalla morte. La diverticolite nell’intestino.

   Arance e sedani, come moltissime altre cose vengono prodotti in loco, nella grande fattoria, si chiama “Punto Cero”, che circonda la sua villa dell’Avana, quartiere di Siboney. L’abbiamo intravista ieri sbirciando oltre la vasta vegetazione che l’abbraccia. La strada che gira intorno alla fattoria della famiglia di Fidel è l’unica senza traffico in città.

   Ogni cento metri una videocamera di sicurezza. Tre accessi con la sbarra e il gabbiotto dei soldati. Praticamente è un fortino e se, per caso, qualcuno si ferma in meno di due minuti arriva la macchina della polizia. Prima chiedono i documenti, subito dopo danno l’ordine di sloggiare in fretta. C’è anche il cartello che proibisce di scattare fotografie.

   Che il potere debba essere invisibile e superprotetto è da sempre una prassi dell’anziano líder maxímo. Così a pochi giorni dalla svolta di Obama e Raúl, in assenza di dichiarazioni ufficiali, sul pensiero del patriarca si può soltanto speculare. Deve averlo saputo qui, dietro questi enormi alberi, il fogliame e la recinzione che nascondono tutto. Nel suo studio o nel salotto, dove il fratello Raúl — questo è certo — si reca spesso a salutarlo.

   La casa di Raúl, si chiama “La Rinconada”, invisibile come quella di Fidel, è a meno di mezzo chilometro in linea d’aria. Come, sempre a meno di mezzo chilometro, c’è il Cimeq, la clinica super accessoriata per i dignitari del regime dove venne operato per tre volte Hugo Chávez. E dove probabilmente il caudillo venezuelano morì prima di essere riportato a Caracas.

   Molti dettagli riservati della vita di Fidel li ha rivelati in un libro — “La vie cachée de Fidel Castro” — uscito a Parigi qualche mese fa, un bodyguard della sua scorta, Juan Reynaldo Sanchez, fuggito in Florida nel 2008. Le descrizioni sono abbastanza eccezionali.

   Secondo Sanchez, “el Caballo”, vecchio soprannome popolare del leader, governava l’isola come un signorotto medievale cui ogni cosa era permessa. Case in ogni dove, zone riservate per la caccia e per la pesca (Fidel adorava quella subacquea), e “Punto Cero”, dove si produce tutto quello che lui e la sua famiglia mangiano, comprese le mucche per il latte di tutti giorni su un’isola dove per decenni tutti gli altri hanno bevuto solo quello in polvere che arrivava dall’Urss.

   Fidel ha sempre giustificato la più assoluta segretezza con la necessità della sicurezza sua e della sua famiglia. Necessaria per la serie di attentati falliti — ma molti sono inventati dalla propaganda — che ha subìto dalla Cia. Ma è ovvio che c’è molto di più: l’invisibilità incute terrore e innalza il mito dal resto dei mortali.

   Sull’Avana splende un tiepido sole, è alta stagione, il dolce inverno dei Caraibi: «Tra due mesi avremo le Marlboro», dice il proprietario di uno dei tanti piccoli caffè privati all’aperto nelle strade intorno al vecchio centro coloniale della città sorti con le riforme economiche promosse da Raúl. Ma intorno a lui gli avventori sperano in molto di più.

   Si va dal famoso slogan di Deng («Compagni arricchitevi ») che fece esplodere l’economia cinese al «Benvenuto Mr. Marshall», l’imponente programma di aiuti americani all’Europa della post guerra contro il nazismo. In molti sono convinti che inizia un’altra era, senza la povertà e le carestie che hanno scandito i lunghi anni dell’avventura socialista. Arriveranno gli yankee e gli investimenti per ricostruire le facciate sfregiate dei palazzi, l’asfalto scassato delle strade e i marciapiedi butterati. Ma soprattutto arriveranno nuove opportunità di affari e lavoro per tutti.

   Nelle stanze del potere le cose non stanno esattamente così. È la pace dei vincitori quella che Raúl vuole firmare con l’America tenendo ben lontani i vinti, la vecchia cricca degli anticastristi sconfitti che stanno a Miami, dagli eventuali prossimi bottini economici. E per questo tanti pensano che dietro alle mosse del fratello ci sia la celebre astuzia di Fidel che, di certo, non può non gioire di fronte a un presidente americano che, finalmente, riconosce in mondovisione che l’embargo e tutta la politica degli Stati Uniti verso la sua Cuba sono stati un clamoroso, quanto inutile sbaglio.

   È come se attraverso Raúl, che si assume tutti i rischi di un gesto che forse lui non avrebbe potuto compiere, Fidel abbia vinto ancora una volta. Come quando scese dalla Sierra o come quando respinse, in tre giorni di guerra, l’invasione della Baia dei Porci. Ha vinto ancora, ora che l’America non si propone più di abbattere con qualsiasi mezzo disponibile né lui, né l’eredita che ha lasciato. Ma vuole collaborare perché «Somos todos americanos».

   Anche se fosse l’ultima è la sua vittoria più bella perché nessuno sta più chiedendo all’isola che conquistò con la guerriglia all’alba del 1959 di cambiare regole per essere accolta nel consesso internazionale. Il partito unico, la censura alla stampa, la caccia ai dissidenti prima o poi finiranno. Ma finiranno quando lo decideranno Raúl e gli oligarchi dell’esercito che lo circondano, o i loro eredi, e non perché lo pretende, affamandoli e combattendoli, il nemico di sempre.

   La morale piaccia o non piaccia sta qui. Per questo molti repubblicani Usa e i congressisti cubani della Florida sono furibondi. Il regime di Cuba li ha messi ancora una volta fuorigioco. Non contano nulla, come gli sconfitti di ieri, in questa partita. Allora da qualche parte in questa storia ci dev’essere la leggendaria sagacia politica del “Caballo” che morirà nel suo letto di “Punto Cero” dopo aver fatto per decenni di quest’isola quello che ha voluto. (Omero Ciai)

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CUBA-STATI UNITI, ORA LA SFIDA È TOGLIERE L’EMBARGO

di Valentina Pasquali, 18/12/2014, da http://www.pagina99.it/

– La Casa Bianca riapre a sorpresa le relazioni diplomatiche dopo anni di lavoro poco visibile. Rimane l’embargo, per il quale il presidente ha bisogno del voto del Congresso repubblicano. “Entrambe le parti hanno soppesato questa decisione a lungo, la conclusione è che un nuovo corso sia l’opzione più ragionevole” dice l’ex ambasciatore britannico a l’Avana –

WASHINGTON – È stato accolto con quel misto di stupore ed entusiasmo riservato ai grandi eventi storici l’annuncio fatto ieri (il 17/12) dal presidente americano Barack Obama a proposito della normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e Cuba.

   E di svolta epocale si tratta, se si considera che la rottura ufficiale tra Washington e Havana risale al gennaio del 1961. “Questi cinquant’anni hanno dimostrato che l’isolamento [di Cuba] non funziona — ha dichiarato enfaticamente Obama dalla Casa Bianca — E venuta l’ora per un nuovo approccio”.

   La notizia è arrivata in coincidenza con quella della liberazione di Alan Gross, un contractor dell’agenzia americana per lo sviluppo (USAID) incarcerato a Cuba dal 2009, e parallelamente al rilascio di tre spie cubane in cambio di una americana, detenuta dall’Havana da quasi vent’anni.

   Sono stati questi gli ultimi delicatissimi fili di una trama che la Casa Bianca tesseva in realtà già dall’inizio della prima amministrazione Obama nel 2009, un processo di distensione tra Washington e il governo di Raul Castro che era stato messo in pericolo proprio dall’imprigionamento di Gross e frenato dalle differenze che ancora dividono le due parti, su questioni dall’economia alle libertà civili.

   I negoziati segreti che hanno portato al risultato finale sono stati patrocinati, negli ultimi diciotto mesi, dal governo canadese e dal Vaticano, con l’impegno diretto e personale di Papa Francesco. “Si tratta indubbiamente di un momento storico, anche se lo si aspettava da tempo – dice a “pagina99” Paul Hare, visiting professor di Relazioni internazionali a Boston University ed ex-ambasciatore inglese all’Havana — Né il Presidente Obama né il segretario di Stato John Kerry sono più convinti che lo status-quo sia negli interessi degli Stati Uniti”.

   Con il Partito Democratico sconfitto nelle elezioni di medio-termine di novembre, e la nuova maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato che si installerà a Washington a gennaio, Obama ha deciso in questo modo di attuare ancora una volta delle misure unilaterali senza attendere l’approvazione del Congresso, così come ha fatto di recente sulla questione dell’immigrazione.

   Per ora, la nuova politica americana verso Cuba consiste innanzitutto della riapertura dei canali diplomatici ufficiali. Questo significa che, nei prossimi mesi, quella che si chiama oggi la “sezione di interesse” americana all’Havana si trasformerà in una vera e propria ambasciata, dotata di un proprio ambasciatore in carne ossa (e viceversa per la “sezione di interesse” cubana a Washington) e che ripartiranno le visite reciproche di funzionari governativi di ogni grado e rango. “Se emergesse l’opportunità per il presidente di recarsi [a Cuba], sono certo che non rifiuterebbe”, ha dichiarato in conferenza stampa, mercoledì, il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest.

   L’amministrazione ha inoltre deciso di allentare alcune delle restrizioni economiche, finanziarie e logistiche imposte dall’embargo. Sarà ad esempio possibile per quelle categorie di americani che già possono visitare Cuba, ad esempio i familiari di cittadini cubani, gli studenti, gli artisti, i gruppi religiosi e umanitari, farlo senza prima dover chiedere, come è d’obbligo oggi, l’autorizzazione speciale dell’ufficio del dipartimento del Tesoro che gestisce il relativo programma di sanzioni.

   Le banche americane potranno stabilire relazioni con le controparti cubane e sarà permesso l’uso delle carte di credito e bancomat USA nell’isola. Verranno anche alzati i limiti in vigore ora sull’invio di dollari dagli Stati Uniti a Cuba (le cosiddette remittance che provengono per lo più dai parenti emigrati in America). E saranno incoraggiati gli scambi nel settore delle telecomunicazioni e della tecnologia.

   Ai cittadini americani che andranno a Cuba sarà poi consentito di importare merci per un valore complessivo di 400 dollari, inclusi fino a 100 dollari di prodotti dell’industria locale del tabacco, per la gioia degli appassionati di sigari, cui è proibito da oltre cinquant’anni fumare i ‘cubani’. Infine, il dipartimento di Stato è stato incaricato di riesaminare la classificazione di Cuba tra i paesi “sponsor del terrorismo internazionale”.

   Naturalmente, le divergenze tra i due governi rimangono. “Non mi faccio illusione quanto alle barriere che continuano a limitare la libertà dei cittadini cubani”, ha detto Obama mercoledì. Se gli Stati Uniti guardano ancora a Cuba con un certo sospetto, anche l’inverso è vero. “È improbabile che assisteremo a un abbandono totale della retorica anti-americana – dice Hare – almeno fino a quando esisteranno delle restrizioni sul commercio e sugli investimenti e fino a quando gli Stati Uniti faranno pressione su Cuba sulla questione dei diritti umani”.

   Rimane in gran parte intatto l’embargo, giacché, per smantellarlo, la Casa Bianca ha bisogno dell’approvazione del Congresso. Ed è qui che la nuova politica americana nei confronti di Cuba potrebbe incontrare le resistenze maggiori. Nonostante, infatti, meno della metà degli elettori americani di origine cubana (tradizionali sostenitori del Partito Repubblicano) si dicano oggi favorevoli all’embargo, due figure di primissimo piano del Grand Old Party, entrambi probabili candidati alla Casa Bianca nel 2016, hanno subito criticato duramente la mossa di Obama.

   L’ex governatore della Florida Jeb Bush, che ha ufficializzato proprio questa settimana le proprie aspirazioni presidenziali, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La decisione dell’Amministrazione Obama di ristabilire le relazioni diplomatiche con Cuba è l’ultimo di una serie di passi falsi in politica estera di questo presidente…e mina la credibilità dell’America e la lotta per una Cuba libera e democratica”. Il Senatore della Florida Marco Rubio ha invece affermato in conferenza stampa: “Il presidente ha dimostrato oggi che la sua politica estera non è solo naive, ma consapevolmente ignorante di come funziona il mondo”.

   Naturalmente, gli oltre cinquant’anni di ostilità tra Washington e Havana non sono stati improvvisamente spazzati via solo perché i due paesi stanno ora considerando un graduale riavvicinamento. E ci saranno senz’altro degli intoppi sulla strada verso una rappacificazione completa.

   Ma sembra ormai certo che il processo messo in moto dalla Casa Bianca sia pressoché irreversibile. “Non è impossibile immaginare un evento che possa deragliare le cose, ad esempio se Cuba dovesse dare un giro di vite all’opposizione politica, ai blogger indipendenti, o se chiudere le piccole aziende private – conclude l’ambasciatore Hare -. Ma entrambe le parti hanno soppesato questa decisione a lungo, valutando tutte le alternative, e sono arrivate alla conclusione che un nuovo corso per la relazione bilaterale sia l’opzione più ragionevole”. (Valentina Pasquali)

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CUBA-USA, FINISCE LA GUERRA FREDDA: MOTIVI DELLA SVOLTA TRA L’AVANA E WASHINGTON

di Roberto Festa, da “il Fatto Quotidiano” del 18/1272014

– L’isolamento di Cuba non è servito. Non è servito a defenestrare Fidel Castro né il fratello Raul, al potere dal 2006. Negli ultimi anni si moltiplicavano i motivi che facevano propendere la Casa Bianca per il cambiamento. Inclusi quelli economici –

   Barack Obama non era ancora nato quando, nel 1960, gli Stati Uniti imposero il primo embargo a Cuba. Fidel Castro aveva preso il potere nell’isola un anno prima. Da allora, per più di cinquant’anni, lo scontro con l’Avana è diventato uno dei pilastri della politica estera americana e il simbolo, prima vigoroso, poi sempre più esangue, della Guerrra Fredda. Che si trattasse di embargo o dell’inserimento di Cuba, a partire dal 1982, tra gli Stati sponsor del terrorismo, il dogma della presa di posizione anti-cubana e anti-castristra è stato raramente messo in discussione nella politica americana.

   Questo schema viene meno con il discorso, che probabilmente passerà alla storia, con cui il presidente americano il 17 dicembre 2014 chiude lo scontro decennale con il vicino. “Mettiamo fine a un approccio datato che ha fallito e cominciamo a normalizzare la relazione tra i nostri due Paesi”, ha spiegato Obama, aggiungendo che “l’isolamento di Cuba” non ha funzionato e che è necessario “un nuovo capitolo nei rapporti tra le nazioni delle Americhe”. Fondato su uno scambio di prigionieri, in primo luogo il contractor Alan Gross, l’accordo prevede la ripresa di normali relazioni diplomatiche e l’apertura di un’ambasciata americana all’Avana; l’aumento delle rimesse dei cubano-americani verso il paese d’origine e maggiore possibilità di entrata negli Stati Uniti per i cubani che ci arrivano per ragioni professionali, giornalistiche, familiari e religiose.

   La svolta di Obama ha, da un lato, un elemento sicuramente generazionale. “La politica rigida verso Cuba si radica in fatti successi prima della nascita di molti di noi”, ha detto il presidente. Molti degli stessi giovani americani di origine cubana, concentrati soprattutto in Florida, hanno perso il feroce anticomunismo dei loro padri e nonni. Eventi come la Baia dei Porci e la crisi missilistica del 1962 si perdono in un passato di scontro ideologico e di potere che ha perso gran parte del proprio significato. Cuba non è più un simbolo di resistenza all’imperialismo americano; gli interessi geopolitici degli Stati Uniti sono rivolti altrove.

   Di più, come Obama ha messo in luce durante il suo discorso alla nazione, l’isolamento di Cuba non è servito. Non è servito a defenestrare Fidel Castro né il fratello Raul, al potere dal 2006. E’ costato profumatamente alle casse americane – 264 milioni di dollari soltanto in tentativi propagandistici di ribaltare il governo cubano – e ha anzi rafforzato la presa repressiva sulla società civile da parte del castrismo, che si è potuto presentare ai propri concittadini e al mondo come vittima del totalitarismo americano. Gli stessi alleati europei degli Stati Uniti, ormai apertamente, mettevano in discussione l’embargo. Tutto lo schema dell’isolamento dei Cuba, insomma, è diventato un guscio vuoto, privo della sostanza ideologica e politica che l’ha nutrito.

   Mentre, con il passare degli anni, si affievolivano sino a scomparire le ragioni del cordone sanitario intorno a Cuba, si moltiplicavano invece i motivi che facevano propendere la Casa Bianca per il cambiamento. Anzitutto, Cuba non rappresenta alcun tipo di minaccia alla sicurezza americana. La forza del messaggio castrista nel mondo si è appannata, travolta dall’autoritarismo che ha segnato gli ultimi decenni della guida del leader; al tempo stesso, il governo cubano ha mostrato buone capacità di equilibrio e mediazione internazionale, per esempio nelle trattative tra il governo colombiano e le Farc.

   Soltanto un gruppo di conservatori di ferro a Washington – che anche adesso, dopo l’accordo, protestano e prevedono tempi bui – poteva restare legato a un’immagine di Cuba legata indissolubilmente alla Guerra Fredda.

   Oltre all’elemento più squisitamente storico e ideologico, c’è poi quello economico. Le recenti, sia pur limitate, riforme economiche a Cuba – soprattutto nel settore degli investimenti stranieri – non potevano lasciare insensibili molti a Washington. Mentre si affievoliscono gli storici rapporti commerciali ed economici col Venezuela in crisi, Cuba diventa sempre di più un mercato allettante e una meta possibile di investimenti, anche americani.

   Molte delle rimesse che dalla Florida prendono la strada di Cuba, e che non a caso verranno nei prossimi mesi maggiorate (con la possibilità di trasferire sino a duemila dollari contro gli attuali cinquecento nell’arco di tre mesi) portano diritto a un maggiore controllo di uomini e compagnie americane sull’economia dell’isola.

   Restano gli aspetti politici, che sicuramente hanno contato nella decisione di Obama. Anzitutto, il presidente sa molto bene che, con un Congresso controllato completamente dai repubblicani, non ci sono riforme possibili in vista. E quindi sceglie la strada degli ordini esecutivi, come nel caso dell’immigrazione e ora di Cuba; agisce da solo, nei limiti che sono stati concessi dalla Costituzione, cercando di consegnare alla Storia un’immagine di sé più vicina alle attese riformatrici dei suoi esordi.

   Normalizzare i rapporti con Cuba, sollevare l’embargo, significa però anche un’altra cosa: conquistare per i democratici il voto dei giovani cubani – più pragmatici e meno ideologizzati – in vista del 2016 e soprattutto in Florida, da sempre uno degli Stati ago della bilancia nelle presidenziali. (Roberto Festa)

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IL CAMBIAMENTO COVATO NEL TEMPO LENTO DI UN’ISOLA PRIGIONIERA DELL’ORGOGLIO

di Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 18/12/2014

   «Todos somos americanos». E da oggi Cuba e gli Stati Uniti si guarderanno finalmente in faccia. Il bloqueo (embargo, ndr) verrà rimosso, riapriranno le ambasciate, già si scambiano prigionieri e spie, i turisti americani potranno andare all’Avana, le carte di credito Usa funzioneranno anche nella Cuba dei fratelli Castro, Internet diventerà più maneggevole e libero, le rimesse degli esuli di Miami verso i confratelli dell’isola quadruplicheranno, e soprattutto Cuba verrà depennata dalla lista degli Stati canaglia che sponsorizzano il terrorismo internazionale.

   Questa data, il 17 dicembre, diventerà un simbolo. Ma insieme alla gioia scalpitano nel cuore molte domande, una soprattutto: quando un muro cade, quando si spegne un conflitto che teneva separati due popoli, quando dalla reciproca diffidenza e dalla sordità umanitaria si sceglie finalmente il dialogo vien da chiedersi perché ci sia voluto mezzo secolo per imboccare l’unica strada davvero percorribile.

   A sorpresa, Barack Obama – con un guizzo di intelligente strategia politica che farà dimenticare ben presto la fioca presidenza degli ultimi anni riconosce che cinquant’anni di isolazionismo non hanno portato a nulla e che l’embargo è sostanzialmente fallito.

   Ma se Obama ha colto il mondo di sorpresa, anche Cuba – mercé una paziente ma tenace opera di persuasione e di mediazione da parte della Santa Sede – lo ha fatto. E lo ha fatto alla sua maniera, con quel tempo lento, esasperato, quasi impercettibile nel suo scorrere che ha segnato l’intera parabola del Lider Mâximo.

   Lente, lentissime le piccole trasformazioni dell’isola prigioniera dell’embargo americano e insieme del proprio irriducibile orgoglio, da venticinque anni orfana dell’abbraccio generoso dell’Unione Sovietica e quindi gemellata per necessità più economiche che ideologiche con il Venezuela di Hugo Chavez, amica dei cinesi ma con un occhio semiaperto verso l’America, separata da un braccio di mare dove centinaia di balseros sono periti nel sogno impossibile di raggiungerla, mentre altre centinaia stavano serrati nelle carceri speciali di Fidel, e molti di loro vi hanno perduto la vita.

   Oggi formalmente è Raul a comandare. Raul che già all’alba del 2007 – quando il fratello lasciava le redini del potere – lanciava timidi segnali al resto del mondo. Cuba – faceva capire – non poteva più essere una fortezza di poveri orgogliosi, voleva essere una nazione come le altre.

   Si pensava ciò avvenisse di lì a breve, con il Lider Mâximo ammalato, infermo, forse moribondo, gli si contavano i giorni, le ore che mancavano alla fine: e invece eccolo ancora lì, padrone di quel tempo lento che solo in quello spicchio di mondo caraibico ha un suo senso e una sua ragione.

   E a suo modo sembra quasi giusto che Fidel sia ancora fra noi, a rimirare la fine di una parabola durata 55 anni e divenuta da almeno venti un monumento all’irragionevole caparbietà di un vecchio patriarca incapace di uscire dal proprio mito.

   Non facciamoci troppe illusioni. Il percorso verso la normalizzazione dei rapporti fra Stati Uniti e Cuba sarà più tortuoso e meno semplice di come lo raffigurano le parole. Parole stringate, per ora, come quelle di “Granma”, l’organo ufficiale del partito comunista cubano, che si limita ad annunciare la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.

   Ma ci sono altre parole, più dense di significato, più promettenti, più incoraggianti. «Siamo tutti americani», ha detto Obama, con lo stesso spirito con cui Kennedy pronunciò il famoso wich bin Berliner». Ma la risposta di Raul non è stata da meno: «Debemos aprender el arte de convivir, de forma civilizada, con nuestras diferencias». Sono frasi, entrambe, che frantumano i muri e aprono i cuori. (Giorgio Ferrari)

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LA SVOLTA BUONA: OBAMA, CASTRO E IL DISGELO TRA CUBA E STATI UNITI

di Maurizio Stefanini, 18/12/2014, da LIMES rivista italiana di geopoli

– I segnali di una mossa preparata da tempo. Cronaca di una giornata storica –

   Il disgelo tra Cuba e Stati Uniti è iniziato con l’annuncio della liberazione di Alan Gross. Il 64enne ingaggiato dall’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale Usaid era stato arrestato a Cuba il 3 dicembre 2009 e condannato a 15 anni di carcere per “azioni contro l’integrità territoriale dello Stato”. Secondo il governo di Washington stava cercando semplicemente di fornire alla comunità ebraica cubana il know-how per aggirare la censura imposta dal regime a Internet. Ma questa dal punto di vista di L’Avana suonava più come conferma che come smentita.

   Si è parlato di una decisione del governo di Raúl Castro per “ragioni umanitarie”, date le pessime condizioni di salute di Gross. Quasi subito è invece emerso lo scenario di uno scambio, con la liberazione degli ultimi tre agenti dei servizi cubani che, per essersi infiltrati tra i gruppi anti-castristi di Miami fingendosi esuli, erano stati arrestati nel 1998 e condannati nel 2001 (gli altri due erano già stati scarcerati). Si è parlato addirittura della facilitazione dei viaggi e dell’invio di denaro.

   Infine, la notizia che ci sarebbero stati in simultanea discorsi di Barack Obama e Raúl Castro ha fatto intuire che si era di fronte a una svolta epocale. Si è poi saputo che i due si erano parlati per telefono il giorno prima e che l’evoluzione era stata propiziata dalla mediazione dell’argentino papa Francesco.

   “Abbiamo concordato il ristabilimento delle relazioni diplomatiche”, ha detto Raúl. “Proponiamo al governo degli Stati Uniti di adottare misure reciproche per migliorare il clima e avanzare verso la normalizzazione dei vincoli tra i nostri paesi basati sui principi del Diritto Internazionale e la Carta delle Nazioni Unite”. “Questa decisione del presidente Obama merita il rispetto e il riconoscimento del nostro popolo”, ha riconosciuto il presidente cubano, pur sottolineando che “ciò non vuol dire che la questione principale sia stata risolta. Il blocco economico, commerciale e finanziario che causa enormi danni umani e economici al nostro paese deve cessare”. Ha infatti ricordato che Obama ha i “poteri esecutivi” per porre fine uno dei maggiori ostacoli alla relazione bilaterali.

GEO-AREE ECONOMICHE DI CUBA (cliccare sull'immagine per ingrandirla)
GEO-AREE ECONOMICHE DI CUBA (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Nel frattempo, dalla Casa Bianca Obama annunciava: “Oggi rinnoviamo la nostra leadership nelle Americhe. Leviamo le zavorre del passato, perché è necessario realizzare un futuro migliore: per i nostri interessi nazionali, per le persone che vivono negli Stati Uniti e per il popolo cubano”. Pur ammettendo che cinquant’anni di embargo non hanno funzionato, nel promettere che “il Congresso esaminerà la possibilità di porre fine al blocco contro Cuba” ha fatto capire che non imporrà i suoi poteri esecutivi sul legislativo, come gli ha chiesto Raúl.

   Obama ha ordinato al Segretario di Stato John Kerry di avviare subito colloqui con Cuba per ristabilire le relazioni diplomatiche. Nei prossimi mesi si riaprirà dunque un’ambasciata all’Avana e si realizzeranno gli scambi di visite a alto livello per arrivare alla normalizzazione. Gli Usa continueranno a sostenere la lotta per i diritti umani e per riforme democratiche a Cuba, ma collaboreranno col governo di L’Avana su tutte le questioni di comune interesse: dall’emigrazione alla lotta contro i narcotrafficanti e la tratta di esseri umani, fino alla tutela dell’ambiente.

   Verrà cambiato il quadro giuridico per favorire il rafforzamento della società civile e dell’imprenditoria privata a Cuba, facilitare i viaggi e alzare il livello di rimesse consentito. Aumentano i permessi di export e import e vengono facilitate le operazioni di paesi terzi finora a rischio di subire anch’essi le conseguenze dell’embargo. In agenda anche un possibile accordo per i confini marittimi nel Golfo del Messico. Entro 6 mesi Cuba dovrebbe essere tolta dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Infine, è confermato che per la prima volta dopo l’espulsione di Cuba dall’Osa nel 1962, l’11 e 12 aprile a Panama il governo dell’Avana sarà presente a un Vertice delle Americhe. Proprio l’annuncio da parte del governo di Panama di questa presenza, il 12 dicembre, può ora essere considerato il chiaro anticipo della svolta.

   I segnali erano stati molti. Dalla partecipazione di Usa e Cuba assieme il 29 e 30 ottobre a un vertice sulla lotta contro l’epidemia di Ebola convocato dall’Organizzazione Panamericana della Sanità, alle lodi di Kerry all’impegno di Cuba contro la malattia, passando per i ripetuti editoriali del New York Times contro l’embargo, uno dei quali era stato poi pubblicato da Granma, organo ufficiale del Partito comunista cubano. Probabilmente è importante anche che il 7 dicembre il Festival Internacional del Nuevo Cine Latinoamericano di L’Avana abbia concesso un accredito a 14ymedio.com, quotidiano digitale della dissidente Yoani Sánchez. La prima volta in assoluto di un media di opposizione a un evento ufficiale.

   A quanto si è saputo, i negoziati andavano avanti da un anno. A gennaio Kerry aveva parlato di Gross con il suo collega in Vaticano Pietro Parolin; a maggio c’era stato un colloquio direttamente tra Obama e Francesco; a giugno Francesco aveva mandato due lettere a Obama e Raúl e il 15 dicembre c’era stato un altro colloquio sul tema tra Kerry e Parolin. Il 13 ottobre era stato pubblicato inoltre Back Channel to Cuba: The Hidden History of Negotiations between Washington and Havana, libro di 536 pagine a cura di William M. LeoGrande e Peter Kornbluh che hanno raccolto una gran quantità di documenti ufficiali Usa ormai desecratati e relativi appunto ai rapporti tra Washington e L’Avana.

   Da questi documenti risulta che nel 1975 Kissinger pensava di bombardare Cuba; nel 1980 Jimmy Carter stava per ristabilire le relazioni diplomatiche con Fidel; nel 1994 Clinton ci provò di nuovo utilizzando i buoni uffici di García Márquez; nel 2009 Barack Obama era a sua volta ricorso a una mediazione di Zapatero per convincere Raúl Castro a fare un’apertura pluralista in cambio della revoca dell’embargo. “Dì a Raúl che se lui non fa passi neanch’io posso farli”, fu il messaggio del presidente statunitense, che pure riconosceva che “le cose non possono cambiare dalla notte alla mattina”.

   Raúl rispose semplicemente proponendo un canale di comunicazione segreto: iniziativa che Obama giudicò inutile. L’obiettivo dichiarato degli autori era che il libro favorisse nuovi approcci. Pare che sia stato raggiunto. (Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Limes, Longitude, Agi Energia. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche -)

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MARIELA CASTRO: “MIO ZIO È FELICE HA SICURAMENTE PRESO PARTE ALLE TRATTATIVE”

intervista di CHRITIANE AMANPOUR, da “la Repubblica” del 20/12/2014

   LA SVOLTA nelle elazioni tra Cuba e Usa sta avendo grande risonanza globale. Ne parla per la prima volta un membro della famiglia Castro: MARIELA CASTRO ESPÍN, membro del parlamento e figlia del presidente cubano Raúl.

Signora Castro, come vede questa svolta?

«È una cosa che abbiamo sempre voluto fin dall’inizio della rivoluzione così come era stato annunciato da Fidel».

Suo zio Fidel ne è a conoscenza? Cosa ne pensa?

«Non lo so, ma credo che molto presto scriverà le sue riflessioni, come sempre. Sono sicura, comunque, che sia contento; sicuramente ha preso parte a questo processo di negoziazione ».

Lei ne era al corrente?

«Non ne avevo la più pallida idea. Sono rimasta sorpresa come tutti i cubani, come tutto il mondo. Non lavoro insieme a mio padre, ognuno di noi fa il suo lavoro».

Che cosa era più importante per il governo di Cuba, il rilascio dei tre agenti o il ritiro delle sanzioni?

«Sono importanti entrambi. Se avessi dovuto scegliere, avrei scelto prima il rilascio dei Cinque e poi le negoziazioni. Questo è un passo molto importante e vorrei congratularmi con entrambe le parti per aver fatto le due cose insieme».

Quali sono i suoi commenti sul presidente Obama?

«Innanzi tutto, vorrei congratularmi con lui per il suo coraggio. Ciò che più desideravo è che il presidente Obama passasse alla storia come il presidente statunitense che aveva messo fine all’embargo e liberato i Cinque. Non ho mai pensato che fosse un’utopia».

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E KISSINGER ORDINÒ: BOMBE SU CUBA

di Ennio Caretto, da “il Corriere della Sera” del 22/12/2014

– Nei documenti appena svelati, il piano segreto contro Castro dopo i negoziati falliti del ’76 –

È il 24 marzo del 1976 e il Washington Special Action Group tiene la sua prima riunione alla Casa Bianca. Solo il presidente Gerald Ford e il nuovo direttore della Cia George Bush padre, che verrà eletto presidente nel 1988, sanno della sua esistenza.

Lo ha appena formato in assoluta segretezza il segretario di Stato Henry Kissinger. Partecipano ai lavori il ministro della difesa Donald Rumsfeld, che ricoprirà di nuovo la carica dal 2001 al 2006 sotto Bush figlio, e il capo di stato maggiore delle forze armate, il generale John Brown.

Kissinger ordina al Gruppo di preparare un piano di guerra limitata contro Cuba in caso di emergenza: il bombardamento e la disseminazione di mine nei porti cubani, la distruzione di obbiettivi militari e paramilitari, un blocco navale totale. Memore della disfatta dei fuorusciti cubani e degli agenti della Cia allo sbarco nella Baia dei porci nel 1961, il segretario di Stato ammonisce Brown: «Se decidiamo di usare la forza, dobbiamo vincere. Non vogliamo mezze misure».

Un mese dopo, il Washington Special Action Group presenta il piano di guerra a Kissinger. Ma lo ammonisce che un attacco americano a Cuba potrebbe provocare un conflitto con l’Urss, «a differenza di quanto avvenne nella crisi nucleare del 1962». Consiglia pertanto al segretario di Stato di «preparare un conflitto più ampio solo se le circostanze ci imporranno di intervenire con la forza a Cuba». Il Washington Special Action Group non fa cenno a eventuali ricorsi ad armi nucleari. Suggerisce invece l’invio di un massiccio contingente di marines a Guantanamo, il rafforzamento delle difese di Portorico e il presidio aereo navale dei Caraibi.

A svelare la storia del Gruppo, su cui Kissinger, oggi nonagenario, ha rifiutato qualsiasi commento, è stato un Istituto di ricerca di Washington, il National Security Archive, che lo scorso ottobre è riuscito a desecretare i documenti al riguardo della Biblioteca presidenziale Gerald Ford. William Leogrande e Peter Kornbluh ne hanno tratto un libro, «Back channel to Cuba», che ha scosso il mondo politico e diplomatico.

Quello della «distruzione» de l’Avana, un termine ripetutamente usato da Kissinger, era un capitolo sconosciuto della storia della Guerra fredda. Fortunatamente il piano d’emergenza dell’Action Group non fu attuato perché Kissinger e Ford decisero di congelarlo fino a dopo le elezioni presidenziali del novembre del 1976. Ford venne sconfitto dal democratico Jimmy Carter, che lo accantonò.

Ciò che più sorprende dei documenti desecretati è l’astio di Kissinger nei confronti di Castro, un «pipsqueak», una nullità o mezza calzetta, «che prima o poi bisogna schiacciare, bisogna umiliare». Il segretario di stato è furioso per l’intervento militare cubano in Angola nel dicembre 1975, non può accettare che Cuba sfidi così la Superpotenza americana. Solleva con Ford il problema della sua penetrazione in Africa in aiuto all’Urss a febbraio del 1976. La questione, dice, non è solo che Castro può entrare in Namibia o Rodesia, è anche che può scatenare una guerra razziale nel nostro emisfero: «Se le truppe cubane vincono, sarà la volta del Sud Africa».

E a quel punto, l’America Latina e i Caraibi si troveranno in pericolo. «Non dobbiamo permettere ai cubani di diventare la punta di lancia della rivoluzione africana né di appellarsi alle minoranze discriminate … perché lo farebbero anche nel nostro paese. Non dobbiamo apparire deboli».

Secondo Leogrande e Kornbluh, l’animosità del segretario di stato verso il «lìder maximo» è dovuta al fallimento dei negoziati segreti tra Washington e l’Avana del 1975. Kissinger, premio Nobel della pace nel 1973, è universalmente considerato il principe della diplomazia grazie alla distensione con l’Urss, all’apertura alla Cina e al disimpegno in Vietnam. Ha offerto a Cuba di trattare, puntando a un altro grande successo.

L’11 gennaio 1975 il suo braccio destro Larry Eagleburger ha discusso segretamente con una delegazione cubana all’aeroporto La Guardia di New York «in un’atmosfera molto amichevole». E il 9 luglio successivo, all’Hotel Pierre, sempre a New York, ha proposto un vertice tra il ministro degli Esteri cubano e Kissinger per una graduale normalizzazione. Il segretario di Stato si aspetta un «sì». Castro invece lo ha tradito, ha fatto da Cavallo di Troia sovietico in Angola. Uno schiaffo all’America e un insulto personale che Kissinger non gli perdonerà. (Ennio Caretto)

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