Il RACCONTO DI NATALE per i nostri affezionati (venticinque) lettori: IL GUIDATORE NOTTURNO (o L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA) di ITALO CALVINO: in auto nella notte, nello spazio del cono di luce di un’autostrada, soli con i propri pensieri e l’elaborazione di SCENARI PERSONALI sulla propria condizione di vita

L’IMMAGINE qui sopra è tratta dal film LOCKE del regista Steven Knight. Thriller del 2013, USA e Gran Bretagna – E’ un piccolo grande film inglese girato in pochi giorni, che rappresenta IL VIAGGIO NOTTURNO IN AUTOSTRADA di un uomo che sta cambiando la propria vita, e in quel viaggio senza mai fermarsi, tutto accade (la TRAMA e la CRITICA la potete leggere nell’ultimo articolo di questo post)
L’IMMAGINE qui sopra è tratta dal film LOCKE del regista Steven Knight. Thriller del 2013, USA e Gran Bretagna – E’ un piccolo grande film inglese girato in pochi giorni, che rappresenta IL VIAGGIO NOTTURNO IN AUTOSTRADA di un uomo che sta cambiando la propria vita, e in quel viaggio senza mai fermarsi, tutto accade (la TRAMA e la CRITICA la potete leggere nell’ultimo articolo di questo post)

   Il GUIDATORE NOTTURNO è un racconto del 1967di ITALO CALVINO: pubblicato dapprima sul quotidiano IL GIORNO, venne poi incluso in TI CON ZERO e nel volume GLI AMORI DIFFICILI col titolo L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA. Nel 1984 entrò infine a far parte delle COSMICOMICHE VECCHIE E NUOVE.

   Un uomo guida nell’autostrada mentre piove, di notte, “nella scatola d’ombra che i fari si portano dietro e nascondono”. Corre verso la città della donna che ama e che con essa ha avuto un alterco che potrebbe portare alla fine della loro storia d’amore. Ma pensa che anche lei, la donna che ama, vada incontro a lui, immaginandola nelle indistinte auto nell’altra direzione dell’autostrada. E c’è pure un rivale in amore che potrebbe interferire, esserci anche lui in quell’autostrada fatta di coni di luce di auto indistinguibili nel buio della sera, della notte, puri segnali luminosi, fari di luce accesi nel buio.

   Vi proponiamo pertanto, come piccolo omaggio di Natale di riconoscenza per aver visitato una volta, due volte…questo blog geografico…Vi proponiamo la lettura di questo racconto di Italo Calvino, assai famoso, ma che a nostro avviso merita di essere ripreso, riletto, anche per chi lo conosce già.

ITALO CALVINO nacque a CUBA nel 1923, ma poco dopo i suoi genitori (una naturalista e un agronomo), si trasferirono a S. REMO, dove egli compì i suoi studi fino alla fine del liceo. Era iscritto ad Agraria nel 1944, quando raggiunse la Brigata Garibaldi, per evitare l'arruolamento nella Repubblica Sociale. Fu un periodo breve, ma intenso di esperienze profondamente formative. ALLA FINE DELLA GUERRA, SI STABILÌ A TORINO e cominciò a lavorare presso la CASA EDITRICE EINAUDI, dove conobbe CESARE PAVESE e altri scrittori. Si laureò in Lettere, iniziando contemporaneamente la sua attività di narratore, preso dal generale fervore creativo. E’ morto a SIENA nel 1985 (l’immagine riprodotta qui sopra è tratta da http://teoden1976.blogspot.it/ )
ITALO CALVINO nacque a CUBA nel 1923, ma poco dopo i suoi genitori (una naturalista e un agronomo), si trasferirono a S. REMO, dove egli compì i suoi studi fino alla fine del liceo. Era iscritto ad Agraria nel 1944, quando raggiunse la Brigata Garibaldi, per evitare l’arruolamento nella Repubblica Sociale. Fu un periodo breve, ma intenso di esperienze profondamente formative. ALLA FINE DELLA GUERRA, SI STABILÌ A TORINO e cominciò a lavorare presso la CASA EDITRICE EINAUDI, dove conobbe CESARE PAVESE e altri scrittori. Si laureò in Lettere, iniziando contemporaneamente la sua attività di narratore, preso dal generale fervore creativo. E’ morto a SIENA nel 1985 (l’immagine riprodotta qui sopra è tratta da http://teoden1976.blogspot.it/ )

   “…più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell’arrivo non è il vero fine della mia corsa: la meta, il viaggio, non è lo strumento per arrivarci, ma molto stesso il fine….”. Il viaggio, uno stato mentale che spesso diventa più importante della mèta da raggiungere.

   Per questo, allontanandoci un solo momento dal racconto di Calvino, forse viaggiare troppo veloce inibisce il percorso e la meditazione su se stessi… Per non parlare del paesaggio che fugge, che non si “impara”, non si valorizza, che si evita di vedere, conoscere…. guidare di notte

   Penso a gallerie di 50 e più chilometri fatte per oltrepassare, “bucare”, evitare le montagne, come quella che si sta costruendo sotto il Passo del Brennero, per superare le Alpi (una galleria traforo ferroviario di 55 chilometri…)…Viene in mente i mercanti, viandanti, pellegrini che, oltrepassando le Alpi, i Pirenei…di notte pernottavano in monasteri, o stazioni di posta, o taverne sporche e magari pericolose… per superare (loro) in tre giorni, una settimana, quello che adesso si supera in venti minuti o meno… O i 17 chilometri con l’automobile in Svizzera nel traforo del San Gottardo (e lì c’è pure il traforo ferroviario che tra due anni sarà ultimato ed è di ben 57 chilometri..), o tante altre gallerie che servono ad attraversare veloci, ad “evitare”, spazi e luoghi, territori che reclamerebbero il loro valore, la necessità di un attraversamento lento, magari faticoso ma ricco di vita, natura, storia, artificio umano, conoscenze (perché ogni luogo contiene in sé storia, bellezza, originalità).

   Tornando all’auto in autostrada, al buio della sera come nel nostro caso (nel racconto di Calvino che stiamo per proporvi), è ovvio che nel buio ogni luogo che si sorpassa non conta più; ma qui vengono a contare i pensieri del viaggiatore, delle angosce che sta vivendo (nel caso del racconto di Calvino un amore in crisi, in pericolo…).

IL GUIDATORE NOTTURNO, un racconto del 1967, pubblicato dapprima sul quotidiano IL GIORNO, venne poi incluso in TI CON ZERO e nel volume AMORI DIFFICILI col titolo L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA. Nel 1984 entrò infine a far parte delle COSMICOMICHE VECCHIE E NUOVE
IL GUIDATORE NOTTURNO, un racconto del 1967, pubblicato dapprima sul quotidiano IL GIORNO, venne poi incluso in TI CON ZERO e nel volume AMORI DIFFICILI col titolo L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA. Nel 1984 entrò infine a far parte delle COSMICOMICHE VECCHIE E NUOVE

   In Calvino l’inesplicabile paesaggio notturno che si forma è “un cono di luce lanciato a centoquaranta all’ora…” che pare quasi immobile; è solo il tempo che passa che scandisce il ridursi della distanza (un ridursi assai lento, pur andando sopra i cento all’ora…)….

   Nella scena quasi immobile che fittiziamente si crea, nell’abitacolo dell’automobile, una persona può concentrarsi bene sui suoi pensieri (a volte sui suoi drammi, come la fine di un amore…): e solo un elemento incombe a dimostrare la “storicità” del racconto, che cioè nel nostro presente qualcosa potrebbe esserci di diverso nel contesto del racconto. Ci riferiamo alla presenza dei telefonini mobili, dei cellullari, estremo pratico tentativo che si può concretamente attuare per superare la barriera invalicabile della più alta velocità possibile dell’auto, e approcciarsi alla persona (o al luogo) che si vorrebbe raggiungere….

   Nel 1967, anno della scrittura del racconto di Calvino sul guidatore notturno, impensabile era che in pochi decenni un telefono mobile avrebbe rivoluzionato il modo di comunicare…. (a parte che tenere appresso a sè un cellulare in macchina a cento all’ora è un’autentica follia alla propria salute: ogni 2 secondi il telefono deve ricercare, entrare, in una nuova cella banda di comunicazione, e le radiazioni elettromagnetiche che emette sono un bombardamento sul corpo del viaggiatore che il cellulare lo ha appresso…)….

   Ma pensare che i rapporti umani funzionino meglio da quando si può contattare in tempo reale il nostro prossimo che ci interessa, è un’autentica irrealtà: e le cose son tali e quali di come quando si doveva tenere in tasca pesanti gettoni telefonici (come il protagonista del racconto di Calvino che si ferma al bar dell’autostrada –“stazione di servizio”, non ancora autogrill- e compra una manciata di gettoni); e forse niente è cambiato, nei rapporti umani, quando ancor prima c’era il telegrafo ad alfabeto Morse….

   Ma ci fermiamo qui, e Vi auguriamo buona lettura (e buon Natale) (s.m.)

………………………

L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA

(1967) ITALO CALVINO

   Appena uscito dalla città m’accorgo che è buio. Accendo i fari. Sto andando in macchina da A a B, per un’autostrada a tre corsie, di quelle con la corsia di mezzo che serve per i sorpassi nelle due direzioni.

   A guidare di notte anche gli occhi devono come staccare un dispositivo che hanno dentro e accenderne un altro, perché non hanno più da sforzarsi a distinguere tra le ombre e i colori attenuati del paesaggio serale la macchiolina delle auto lontane che vengono incontro o che precedono, ma hanno da controllare una specie di lavagna nera che richiede una lettura diversa, più precisa ma semplificata, dato che il buio cancella tutti i particolari del quadro che potrebbero distrarre e mette in evidenza solo gli elementi indispensabili, strisce bianche sull’asfalto, luci gialle dei fari e puntini rossi.

   È un processo che avviene automaticamente, e se io stasera sono portato a rifletterci sopra è perché ora che le possibilità esterne di distrazione diminuiscono quelle interne prendono in me il sopravvento, i miei pensieri corrono per conto loro in un circuito d’alternative e di dubbi che non riesco a disinnestare, insomma devo fare uno sforzo particolare per concentrarmi sulla guida.

   Sono salito in macchina all’improvviso dopo un litigio telefonico con Y. Io abito ad A, Y abita a B. Non prevedevo d’andarla a trovare, stasera. Ma nella nostra telefonata quotidiana ci siamo detti cose molto gravi; alla fine, portato dal risentimento, ho detto a Y che volevo rompere la nostra relazione; Y ha risposto che non le importava, e che avrebbe subito telefonato a Z, mio rivale. A questo punto uno di noi due – non ricordo se lei o io stesso – ha interrotto la comunicazione.

   Non era passato un minuto e mi ero già reso conto che l’occasione del nostro litigio era poca cosa in confronto alle conseguenze che stava provocando. Richiamare Y al telefono sarebbe stato un errore; l’unico modo di risolvere la questione era di fare una corsa a B e avere una spiegazione con Y a faccia a faccia. Eccomi dunque su quest’autostrada che ho percorso centinaia di volte a tutte le ore e in tutte le stagioni ma che non mi era sembrata mai così lunga.

   Per meglio dire, mi sembra d’aver perduto il senso dello spazio e quello del tempo: i coni di luce proiettati dai fari fanno sprofondare nell’indistinto il profilo dei luoghi; le cifre dei chilometri sui cartelloni e quelle che scattano nel cruscotto sono dati che non mi dicono niente, che non rispondono all’urgenza delle mie domande su cosa Y sta facendo in questo momento, su cosa sta pensando.

   Intendeva davvero chiamare Z o era solo una minaccia buttata lì, per ripicca? E se diceva sul serio, l’avrà fatto immediatamente dopo la nostra telefonata, o avrà voluto pensarci sopra un momento, lasciar sbollire l’arrabbiatura prima di decidere? Z abita come me ad A; ama da anni Y senza fortuna; se lei gli ha telefonato invitandolo, lui certo si è precipitato in macchina a B; quindi anche lui sta correndo su quest’autostrada; ogni macchina che mi sorpassa potrebbe essere la sua, e così ogni macchina che sorpasso io. Assicurarmene è difficile: le macchine che vanno nella mia stessa direzione sono due luci rosse quando mi precedono e due occhi gialli quando le vedo seguirmi nello specchietto retrovisore.

   Nel momento del sorpasso posso distinguere tutt’al più che tipo di macchina è, e quante persone ci sono a bordo, ma le auto col solo guidatore sono la grande maggioranza, e quanto al modello non mi risulta che la vettura di Z sia particolarmente riconoscibile.

   Come se non bastasse, si mette a piovere. Il campo visuale si riduce al semicerchio del vetro spazzolato dal tergicristallo, tutto il resto è oscurità striata o opaca, le notizie che mi vengono da fuori sono solo bagliori gialli e rossi deformati da un vortice di gocce.

Tutto quello che posso fare con Z è cercare di sorpassarlo e non lasciare che mi sorpassi, in qualsiasi macchina egli sia, ma non riuscirò a sapere se c’è e qual è. Sento ugualmente nemiche tutte le macchine che vanno in direzione di A: ogni auto più veloce della mia che bussa affannosamente con l’indicatore di direzione nello specchietto per chiedermi strada provoca in me una fitta di gelosia; e ogni volta che davanti a me vedo diminuire la distanza che mi separa dalle luci posteriori d’un rivale, è con un balzo di trionfo che mi getto nella corsia centrale per arrivare da Y prima di lui.

   Mi basterebbero pochi minuti di vantaggio: vedendo con che prontezza sono corso da lei Y dimenticherà subito i motivi del litigio; tutto tra noi tornerà come prima; Z arrivando comprenderà d’esser stato chiamato in causa solo per una specie di gioco tra noi due; si sentirà un intruso. Anzi, forse già in questo momento Y si è pentita di tutto quel che mi aveva detto, ha cercato di richiamarmi al telefono, oppure anche lei ha pensato come me che la cosa migliore era venire di persona, s’è messa al volante, ecco che ora sta correndo in senso opposto al mio su questa autostrada.

   Adesso ho smesso di stare attento alle macchine che vanno nella mia stessa direzione e guardo quelle che mi vengono incontro e che per me consistono soltanto nella doppia stella dei fari che si dilata fino a spazzare il buio dal mio campo visuale per poi sparire di colpo alle mie spalle trascinandosi dietro una specie di luminescenza sottomarina.

   Y ha una macchina di modello molto comune; come la mia, del resto. Ognuna di queste apparizioni luminose potrebbe essere lei che corre verso di me, a ognuna sento qualcosa che mi si muove nel sangue come per un’intimità destinata a rimanere segreta, il messaggio amoroso diretto esclusivamente a me si confonde con tutti gli altri messaggi che corrono sul filo dell’autostrada, eppure non saprei desiderare da lei un messaggio diverso da questo.

   M’accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me.

L’unico pensiero che mi conforta è pure quello che mi tormenta di più: il pensiero che se in questo momento Y sta correndo in direzione di A, anche lei ogni volta che vedrà i fari di un’auto in corsa verso B si domanderà se sono io che corro verso di lei, e desidererà che sia io, e non potrà mai esserne sicura.

   Ora due macchine che vanno in direzioni opposte si sono trovate per un secondo affiancate, una vampata ha illuminato le gocce della pioggia e il rumore dei motori s’è fuso come in un brusco soffio di vento: forse eravamo noi, ossia è certo che io ero io, se ciò significa qualcosa, e l’altra poteva essere lei, cioè quella che io voglio sia lei, il segno di lei in cui voglio riconoscerla, sebbene sia proprio il segno stesso che me la rende irriconoscibile. Correre sull’autostrada è l’unico modo che ci resta, a me e a lei, per esprimere quello che abbiamo da dirci, ma non possiamo comunicarlo né riceverne comunicazione finché stiamo correndo.

   Certo mi sono messo al volante per arrivare da lei al più presto; ma più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell’arrivo non è il vero fine della mia corsa. Il nostro incontro, con tutti i particolari inessenziali che la scena d’un incontro comporta, la minuta rete di sensazioni e significati e ricordi che mi si dispiegherebbe davanti – la stanza con il philodendron, la lampada d’opaline, gli orecchini -, e le cose che direi, alcune delle quali di sicuro sbagliate o equivocabili, e le cose che lei direbbe, in qualche misura certamente stonate o non quelle comunque che io m’aspetto, e tutto il rotolio di conseguenze imprevedibili che ogni gesto e ogni parola comporta, solleverebbero attorno alle cose che abbiamo da dirci, o meglio che vogliamo sentirci dire, una nuvola di brusio tale che la comunicazione già difficile al telefono risulterebbe ancora più disturbata, soffocata, sepolta come sotto una valanga di sabbia.

   È per questo che ho sentito il bisogno, anziché continuare a parlare, di trasformare le cose da dire in un cono di luce lanciato a centoquaranta all’ora, di trasformare me stesso in questo cono di luce che si muove sull’autostrada, perché è certo che un segnale così può essere ricevuto e compreso da lei senza perdersi nel disordine equivoco delle vibrazioni secondarie, così come io per ricevere e comprendere le cose che lei ha da dirmi vorrei che non fossero altro (anzi, vorrei che lei non fosse altro) che questo cono di luce che vedo avanzare sull’autostrada a una velocità (dico così, a occhio) di centodieci centoventi.

   Ciò che conta è comunicare l’indispensabile lasciando perdere tutto il superfluo, ridurre noi stessi a comunicazione essenziale, a segnale luminoso che si muove in una data direzione, abolendo la complessità delle nostre persone e situazioni ed espressioni facciali, lasciandole nella scatola d’ombra che i fari si portano dietro e nascondono. La Y che io amo in realtà è quel fascio di raggi luminosi in movimento, e tutto il resto di lei può rimanere implicito; e il me stesso che lei può amare, il me stesso che ha il potere d’entrare in quel circuito d’esaltazione che è la sua vita affettiva, è il lampeggio di questo sorpasso che sto, per amor suo e non senza qualche rischio, tentando.

   E pure con Z (non mi sono affatto dimenticato di Z) il rapporto giusto posso stabilirlo soltanto se lui è per me solo lampeggio e abbaglio che m’insegue, o luci di posizione che io inseguo: perché se comincio a prendere in considerazione la sua persona, con quel tanto – diciamo – di patetico ma anche d’innegabilmente sgradevole, però pure – devo ammettere – di giustificabile, con tutta questa sua storia noiosa dell’innamoramento infelice, e il suo modo di comportarsi sempre un po’”equivoco… bè, non si sa più dove si va a finire.

   Invece, finché tutto continua così va benissimo: Z che cerca di sorpassarmi o si lascia sorpassare da me (ma io non so se è lui), Y che accelera verso di me (ma non so se sia lei) pentita e di nuovo innamorata, io che accorro da lei geloso e ansioso (ma non posso farglielo sapere, né a lei né a nessuno).

   Certo, se sull’autostrada fossi assolutamente solo, se non vedessi correre altre macchine né in un senso né nell’altro, allora tutto sarebbe molto più chiaro, avrei la certezza che né Z si è mosso per soppiantarmi, né Y si è mossa per rappacificarsi con me, dati che potrei segnare all’attivo o al passivo nel mio bilancio, ma che comunque non lascerebbero adito a dubbi. Eppure se mi fosse dato di sostituire al mio presente stato d’incertezza una tale certezza negativa, rifiuterei senz’altro il cambio.

   La condizione ideale per escludere ogni dubbio sarebbe che in tutta questa parte del mondo esistessero solo tre automobili: la mia, quella di Y e quella di Z: allora nessun’altra macchina potrebbe procedere nel mio senso se non quella di Z, e la sola macchina diretta in senso opposto sarebbe certamente Y. Invece, tra le centinaia di macchine che la notte e la pioggia riducono ad anonimi bagliori, solo un osservatore immobile e situato in una posizione favorevole potrebbe distinguere una macchina dall’altra e magari riconoscere chi è a bordo.

   Questa è la contraddizione in cui mi trovo: se voglio ricevere un messaggio dovrei rinunciare ad essere messaggio io stesso, ma il messaggio che vorrei ricevere da Y – cioè che Y si è fatta lei stessa messaggio – ha un valore solo se io sono messaggio a mia volta, e d’altra parte il messaggio che io sono diventato ha un senso solo se Y non si limita a riceverlo come una qualsiasi ricevitrice di messaggi ma se è lei quel messaggio che io aspetto di ricevere da lei.

   Ormai arrivare a B, salire alla casa di Y, trovare che lei è rimasta lì col suo mal di testa a rimuginare i motivi del litigio, non mi darebbe più nessuna soddisfazione; se poi sopraggiungesse anche Z ne nascerebbe una scena da teatro, detestabile; e se invece venissi a sapere che Z si è guardato bene dal venire o che Y non ha messo in atto la sua minaccia di telefonargli, sentirei d’aver fatto la parte del cretino.

D’altro canto, se io fossi rimasto ad A, e Y fosse venuta fin lì a chiedermi scusa, mi sarei trovato in una situazione imbarazzante: avrei visto Y con altri occhi, come una donna debole, che mi si aggrappa, qualcosa tra noi sarebbe cambiato. Non riesco più ad accettare altra situazione se non questa trasformazione di noi stessi nel messaggio di noi stessi. E Z? Anche Z non deve sfuggire alla nostra sorte, deve trasformarsi anche lui nel messaggio di se stesso, guai se io corro da Y geloso di Z e se Y corre da me pentita per sfuggire a Z mentre intanto Z non s’è sognato di muoversi da casa…

   A metà dell’autostrada c’è una stazione di servizio. Mi fermo, corro al bar, compro una manciata di gettoni, formo il prefisso di B, il numero di Y. Nessuno risponde. Faccio cadere la pioggia di gettoni con gioia: è chiaro che Y non ha retto l’impazienza, è salita in macchina, è corsa verso A. Ora sono tornato sull’autostrada dall’altro lato, corro verso A anch’io. Tutte le macchine che sorpasso potrebbero essere Y, oppure tutte le macchine che mi sorpassano. Sulla corsia opposta tutte le macchine che avanzano in senso contrario potrebbero essere Z, l’illuso. Oppure: anche Y si è fermata a una stazione di servizio, ha telefonato a casa mia ad A, non trovandomi ha capito che io stavo venendo a B, ha invertito la direzione di marcia. Ora stiamo correndo in direzioni opposte, allontanandoci, e la macchina che sorpasso o che mi sorpassa è quella di Z che anche lui a metà strada ha provato a telefonare a Y…

   Tutto è ancora più incerto ma sento d’avere ormai raggiunto uno stato di tranquillità interiore: finché potremo controllare i nostri numeri telefonici e non ci sarà nessuno a rispondere continueremo tutti e tre a scorrere avanti e indietro lungo queste linee bianche, senza luoghi di partenza o di arrivo che incombano gremiti di sensazioni e significati sulla univocità della nostra corsa, liberati finalmente dallo spessore ingombrante delle nostre persone e voci e stati d’animo, ridotti a segnali luminosi, solo modo d’essere appropriato a chi vuole identificarsi a ciò che dice senza il ronzio deformante che la presenza nostra o altrui trasmette a ciò che diciamo.

   Certo il costo da pagare è alto ma dobbiamo accettarlo: non poterci distinguere dai tanti segnali che passano per questa via, ognuno con un suo significato che resta nascosto e indecifrabile perché fuori di qui non c’è più nessuno capace di riceverci e d’intenderci. (Italo Calvino)

……………..

Una rappresentazione audio-video del racconto:

https://www.youtube.com/watch?v=X_WV0-SoReQ

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OLTRE IL RONZIO DEFORMANTE DELLE PAROLE DENTRO LE CITTÀ DI ITALO CALVINO

di Tina Borgogni Incoccia, da “la Repubblica Letteraria”

   Le storie di Calvino non sono dei veri romanzi, ma racconti lirico-filosofici che procedono con grazia soffusa di lieve ironia e in cui, talvolta, la tensione emotiva si innalza, fino a divenire pura poesia. Nelle sue pagine c’è la malinconia di chi guarda la realtà con occhi disincantati ed è consapevole della solitudine dell’uomo, vagante in un labirinto di percorsi aggrovigliati, senza possedere il filo di Arianna per trovare la via di uscita. E’ vero, la creatura umana si sente sempre più sola e sperduta, ma per Calvino ciò non elimina il dovere morale di sfidare il labirinto senza arrendersi. Anche se, talvolta, ci sembra di vagare in un inferno, occorre cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino Le città invisibili, Mondadori, 1993, p. 164)

   La letteratura esprime proprio la ricerca di una spiegazione esistenziale da parte dell’uomo. La letteratura ci fa riflettere sul significato perduto delle parole, diventate puri stereotipi nelle comunicazioni di massa e usando i suoi strumenti evocativi, ci fa reagire al linguaggio omologato dei mass-media, creando una pausa di silenzio nel frastuono di informazioni che ci confonde, senza darci più nessuna vera informazione.

Adempie in tal modo ad una funzione conservatrice e progressista al tempo stesso, perché indica i valori da salvare: bellezza, bontà, giustizia, libertà; ma è pronta a rinnovare il modo di vedere e dire le cose, scardinando gli pseudo valori e tenendo conto del patrimonio di nuove conoscenze acquisite che ci spingono fuori dai confini per noi rassicuranti, verso nuove realtà extrafamiliari, extraconfessionali, extraterrestri, insomma cosmiche.

   Calvino è ben consapevole della difficoltà di comunicazione tra le creature umane e la rappresenta poeticamente, con immagini suggestive e metaforiche. Nel racconto IL GUIDATORE NOTTURNO due innamorati non riescono a incontrarsi, per una serie di malintesi e corrono nella notte sulle due corsie opposte di un’autostrada, ridotti a puri segnali luminosi, fari di luce che si accendono nel buio e con cui manifestano il loro desiderio di amore e di incontro.

   E’ vero: la creatura umana si sente sempre più sola e sperduta, in un labirinto di percorsi aggrovigliati, senza il filo di Arianna per trovarne la via di uscita; ma per Calvino ciò non elimina il dovere morale di sfidare il labirinto senza arrendersi. La letteratura, usando i suoi strumenti evocativi, riesce a risvegliare il significato perduto di certe parole, a farci reagire al linguaggio omologato dei mass-media, insomma a creare una pausa di silenzio nel frastuono di informazioni che ci confonde, senza darci più nessuna vera informazione.

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   Italo Calvino nacque a Cuba, ma poco dopo i suoi genitori (una naturalista e un agronomo), si trasferirono a S. Remo, dove egli compì i suoi studi fino alla fine del liceo. Era iscritto ad Agraria nel 1944, quando raggiunse la Brigata comunista Garibaldi, per evitare l’arruolamento nella Repubblica Sociale. Fu un periodo breve, ma intenso di esperienze profondamente formative.

   Alla fine della guerra, si stabilì a Torino e cominciò a lavorare presso la casa editrice Einaudi, dove conobbe Cesare Pavese e altri scrittori. Si laureò in Lettere, iniziando contemporaneamente la sua attività di narratore, preso dal generale fervore creativo. Nel primo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e nei racconti dal titolo Ultimo viene il corvo(1949) parla della guerra partigiana.

   Egli cerca un nuovo stile, che renda immediata la comunicazione con il lettore, ma il suo tono narrativo caratteristico implica, insieme al realismo della descrizione analitica, una nota fantastica, quasi fiabesca, intessuta al tempo stesso di lirismo e di ironia. Calvino, come Beppe Fenoglio, pur nella diversità stilistica, non idealizza la guerra partigiana.

   Nel suo racconto i partigiani sono rappresentati come una compagnia di soldati che si sia smarrita dopo una guerra di tanti anni fa, e sia rimasta a vagare per le foreste, senza più trovare le vie del ritorno, con le divise a brandelli, le scarpe a pezzi, i capelli e le barbe incolti, con le armi che ormai servono solo ad uccidere gli animali selvatici.

   Abbandonò il Partito Comunista dopo la delusione provocata dai fatti di Ungheria, cioè la dura repressione delle agitazioni ungheresi da parte delle truppe russe. Il suo stile si distaccò sempre più dal neorealismo, adottando un linguaggio surreale, pur sempre carico allegoricamente di riferimenti critici alla realtà contemporanea (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, La nuvola di smog, La formica argentina).

   Collaborò a varie riviste, scrisse numerosi saggi critici e la sua notorietà andò sempre più consolidandosi, mentre spostava la sua residenza tra Roma, Parigi, Torino e S. Remo. Nel 1964 sposò una signora argentina: Esther Judith Singer, detta Chiquita, da cui ebbe una figlia. Raccolse fiabe italiane delle varie regioni e scrisse anche un libro per ragazzi Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, illustrato da Sergio Tofano.

   La sua attività di narratore proseguì con Le cosmicomiche, Ti con zero, Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Negli ultimi tre, sperimentò la forma del romanzo a cornice. Dopo il racconto Palomar (1983), l’ultima sua fatica letteraria consisté nella preparazione delle Lezioni americane, che avrebbe dovuto svolgere in una Università degli Stati Uniti, dove era stato invitato. Non poté farlo, perché morì nel settembre del 1985.

   L’attività letteraria di Italo Calvino è dunque lunga e varia e comincia a vent’anni, quando raggiunge la Brigata Garibaldi, con desiderio di partecipare attivamente alla vita sociale e politica e scrive i suoi primi racconti. Nelle parole di una canzone egli rievoca quel tempo, con la nostalgia dolce-amara dell’ingenuo manicheismo tipico dei giovani:

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

oltre il ponte ch’è in mano nemica

vedevam l’altra riva, la vita.

Tutto il bene del mondo oltre il ponte

tutto il male avevamo di fronte.

Tutto il bene avevamo nel cuor.

A vent’anni la vita è oltre il ponte

oltre il fuoco comincia l’amor.

   Calvino aveva bisogno di vedere le cose da lontano e dall’alto del castello della letteratura, ma i suoi racconti si ispiravano alla realtà, anche se presentavano situazioni fantastiche, essendo intrisi di tematiche civili e sociali sempre attualissime. La gravità dei problemi nulla toglie alla intensità lirica dei suoi racconti, venati di un’ironia malinconica che non esclude mai del tutto la speranza, cioè l’amore, perché un atto d’amore – dice Calvino – è forse l’unica forma di rapporto positivo che possiamo avere con gli altri.

   Nelle sue narrazioni fantascientifiche l’ironia sorridente non nasconde la commozione, allorché descrive il dividersi della prima cellula e la successiva formazione degli organismi pluricellulari, immaginando che l’amore non sia altro che nostalgia della perduta unità originaria, impossibile a ritrovarsi.

   Nelle Lezioni americane Calvino delineava il suo modello letterario ideale, le cui qualità dovevano consistere in leggerezza, velocità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza. Un modello strutturale che avrebbe dovuto riunire qualità opposte: levità elegante e solida consistenza, unità e molteplicità, fiamma e cristallo, cioè purezza di forma e calore.

   Sono i suoi simboli narrativi, insieme a quello della città in cui esiste la tensione tra la razionalità fredda delle linee dritte e curve che si intersecano e il groviglio delle esistenze umane che vi si agitano con le loro passioni, le città segrete che sfuggono alla omologazione, perché in ognuna di esse c’è una zona felice della memoria valida solo per noi, un segno di qualcosa che è stato o che forse non è mai stato, ma che si pensa che ci sia stato e questo ci aiuta a vivere.

   Perché non mi parli mai della tua città? _ domanda il sovrano a Marco Polo che, seduto, al tramonto, sulla terrazza con l’imperatore Kublai Kan, descrive con grande ricchezza di particolari tutte le lontane città dell’Impero che egli ha visitato. Ma io ti ho parlato sempre di Venezia _ risponde Marco, perché ogni descrizione non è stata altro che l’elegia della sua città perduta. Calvino sente intensamente la difficoltà della comunicazione umana e nel racconto Il guidatore notturno ci immagina come creature che corrono, cercandosi nella notte, chiuse nelle loro macchie, superandosi o incrociandosi nelle corsie opposte di una autostrada, ridotte a puri segnali luminosi: Meglio così. Se si incontrassero, forse il ronzio deformante delle parole impedirebbe una vera comunicazione.

   Certo _dice lo scrittore _ il costo da pagare è alto, ma dobbiamo accettarlo: non poterci distinguere dai tanti segnali che passano per questa via, ognuno con un suo significato che resta nascosto e indecifrabile perché fuori di qui non c’è più nessuno capace di riceverci e di intenderci. (Italo Calvino Ti con zero, Garzanti, 1988, p. 138)

Tina Borgogni Incoccia – La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online

www.repubblicaletteraria.it

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Gli amori difficili è una raccolta di quindici novelle scritte da Italo Calvino fra il 1949 e il 1967, pubblicate per la prima volta nel 1958 nel volume antologico I racconti e successivamente raggruppate in un’edizione Einaudi nel giugno 1970.

Il volume è diviso in due parti: la prima, intitolata anch’essa Gli amori difficili, contiene tredici novelle; la seconda, dal titolo La vita difficile, comprende due novelle più lunghe: La formica argentina e La nuvola di smog.

Nella prima parte del volume i titoli delle novelle ripetono sempre la dicitura: “L’avventura di” seguita dall’identità del protagonista, come ad esempio: “L’avventura di un impiegato”, “L’avventura di un fotografo”, “L’avventura di un automobilista” e così via; inoltre i racconti erano stati pubblicati nel 1964, tradotti in francese, in un volume chiamato Aventures.

Tuttavia, il termine “avventura” è ironico: quasi sempre Calvino infatti narra di movimenti interiori e di viaggi verso il silenzio: silenzio inteso come difficoltà di comunicazione sempre presente al fondo dei rapporti umani, ma anche silenzio come valore preziosissimo e strumento di vera comprensione.

Allo stesso modo, seppure Gli amori difficili siano storie di come una coppia non si incontra, questo non incontrarsi è sì causa di angoscia e disorientamento, ma al medesimo tempo è elemento fondante di una relazione amorosa, se non coincide addirittura con lo stesso amore.

(da Wikipedia)

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ITALO GIOVANNI CALVINO MAMELI (SANTIAGO DE LAS VEGAS, 15 OTTOBRE 1923 – SIENA, 19 SETTEMBRE 1985) è stato uno scrittore italiano. Intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, è stato forse il narratore italiano più importante del secondo novecento. Ne ha frequentato tutte le principali tendenze letterarie, dal Neorealismo al Postmoderno ma restando sempre ad una certa distanza da esse e svolgendo un proprio coerente percorso di ricerca.

   Di qui l’impressione contraddittoria che offrono la sua opera e la sua personalità: da un lato una grande varietà di atteggiamenti che riflette il vario succedersi delle poetiche e  degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985; dall’altro, invece, una sostanziale unità determinata da un atteggiamento ispirato a un razionalismo più metodologico che ideologico, dal gusto dell’ironia, dall’interesse per le scienze e per i tentativi di spiegazione del mondo, nonché, sul piano stilistico da una scrittura sempre cristallina e a volte, si direbbe, classica. I numerosi campi d’interesse toccati dal suo percorso letterario, sono meditati e raccontati attraverso capolavori quali la trilogia de I NOSTRI ANTENATI, il MARCOVALDO, LE COSMICOMICHE, SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE, uniti dal filo conduttore della riflessione sulla storia e la società contemporanea.

   GLI AMORI DIFFICILI è il titolo con cui Calvino ha raggruppato nel 1958 una serie di racconti, scritti negli anni. Ogni brano è una piccola avventura, attraverso la quale l’autore ripercorre le vicende di uomini e donne, diversi tra loro, ma tutti legati da un’impossibilità comunicativa.

“Certo il costo da pagare è alto ma dobbiamo accettarlo: non poterci distinguere dai tanti segnali che passano per questa via, ognuno con un suo significato che resta nascosto e indecifrabile perché fuori di qui non c’è più nessuno capace di riceverci e d’intenderci.”

   L’AVVENTURA DI UN’AUTOMOBILISTA chiude la raccolta ed è l’emblema degli amori difficili, fatti di non incontri, di inseguimenti pensosi, personali, destinati a sfociare in un silenzio, che nemmeno l’amore per un’altra persona può rompere. Così è per l’automobilista che intraprende un viaggio verso la casa dell’amata dopo un litigio, accorgendosi lungo la strada che le parole sfumano, evaporano, trasformandosi in pioggia battente.

   Così è per i coniugi che pur vivendo sotto lo stesso tetto non riescono a ritagliarsi una mezza giornata per stare insieme a causa degli orari di lavoro inconciliabili, così per il ragazzo che viaggia una notte intera per raggiungere la sua ragazza dall’altra parte dell’Italia, accorgendosi alla fine della tratta, che non le racconterà niente di quella notte di dolci attese e false speranze.

   QUELLI CHE CALVINO ATTRAVERSA SONO I NON LUOGHI DELL’AMORE, le stanze buie dell’animo umano, tra ironia e amaro realismo. Agro silenzio, condicio sine qua non dell’essere umano. “È per questo che ho sentito il bisogno, anziché continuare a parlare, di trasformare le cose da dire in un cono di luce lanciato a centoquaranta all’ora, di trasformare me stesso in questo cono di luce che si muove sull’autostrada, perché è certo che un segnale così può essere ricevuto e compreso da lei senza perdersi nel disordine equivoco delle vibrazioni secondarie, così come io per ricevere e comprendere le cose che lei ha da dirmi vorrei che non fossero altro (anzi, vorrei che lei non fosse altro) che questo cono di luce che vedo avanzare sull’autostrada a una velocità di centodieci-centoventi. Ciò che conta è comunicare l’indispensabile lasciando perdere tutto il superfluo, ridurre noi stessi a comunicazione essenziale, a segnale luminoso che si muove in una data direzione, abolendo la complessità delle nostre persone e situazioni, ed espressioni facciali, lasciandole nella scatola d’ombra che i fari si portano dietro e nascondono.”    Non mancano descrizioni esilaranti, ma pur sempre precise, avide di particolari. Salti tra l’esterno e l’interno dei suoi personaggi, vicende di ogni giorno che diventano teatro e metafora di vita. Parole sinuose, selezionate sapientemente, che talvolta abbracciano la poesia. È la grandezza di Calvino, del suo genio letterario, che saggia i sentieri del non detto e li ripropone al lettore, mostrandogli la vita, come pesci in un acquario.

(da http://forum.tntvillage.scambioetico.org/?showtopic=249660)

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CHE COSA RACCONTANO LE NOSTRE AUTOSTRADE

di Giorgio Falco, da “la Repubblica”, 27/3/2012

   Tutto ciò che prima era una ferrovia, un’autostrada, un ponte, è diventato grande opera. Stavo scrivendo Grande Opera in maiuscolo, come se fosse un marchio consolidato, un logo stampato nel cielo o inciso nella terra, a traccia. Dal 2001 la Legge Obiettivo – forse sarebbe stato più eloquente chiamarla Obiettivo Legge – stabilisce gli interventi prioritari, la semplificazione delle procedure, la modalità di progettazione e finanziamento per le grandi opere considerate sempre strategiche.

   La grande opera, nell’intento di chi ne detta il respiro, è l’autorità, il ritorno all’evidente, al monumentale che difende dalla tendenza inesorabile al frammento, alla scomparsa, voluta, peraltro, proprio da chi coltiva la dismissione e, contemporaneamente, la grande opera.

AUTOSTRADA DEL SOLE NEI PRESSI DI REGGIO EMILIA
AUTOSTRADA DEL SOLE NEI PRESSI DI REGGIO EMILIA

   Ogni marchio, nonostante sia invasivo e subito riconoscibile nella sua rappresentazione, esercita un potere anche neutro, e ha bisogno della lingua: che sia slogan o sermone, oggi come nel 1964 domina il timbro politico travestito da equidistanza tecnica, ciò che Pasolini criticava dopo il discorso di Aldo Moro all’inaugurazione dell’Autostrada del Sole. “Un sistema integrato su scala nazionale” potrebbe essere una frase della Legge Obiettivo, e invece è di Moro.

   Pasolini paragonava quella lingua tecnica all’autostrada, e l’autostrada alla televisione, “principio omologatore e unificatore”. Una televisione ancora divulgativa, oscillante tra il documentario educativo e la tribuna politica. Di lì a poco televisione e autostrada si sarebbero fuse davvero, nell’imbrunire dei ‘70, grazie agli autobus in gita scolastica o di ritorno dallo stadio, i televisori accesi come fuochi in marcia dentro i pullman. Quell’esperienza è da decenni declinata a televendita: la lingua è simile, ma ha tratti più confidenziali, a volte anglofoni, e le occorre anche la carta geografica della nazione, e tante bandierine colorate.

   Ho affrontato la lettura di un volume su ciò che è ormai comunemente considerata una grande opera, un volume in cui tuttavia non compare mai – se non nei riferimenti bibliografici – la locuzione grande operaIl paesaggio dell’autostrada italiana è un libro commissionato da Autostrade per l’Italia. Curato da Giacomo Polin, ripercorre la storia delle autostrade nazionali evitando ogni tentazione agiografica.

   Tullia Iori, Antonio Rapaggi, Alberto Saibene e lo stesso Polin sono gli autori dei testi che analizzano l’autostrada da vari punti di vista: le tecniche di costruzione, le riflessioni su identità nazionale e costume attraverso il paesaggio, le suggestioni e i riferimenti all’arte, al cinema, alla letteratura, alla memoria condivisa tramite immagini d’archivio e fotografie d’autore, come quelle di Gabriele Basilico e Olivo Barbieri.

Il libro è quindi la riflessione richiesta da un’azienda sul proprio operato. E tuttavia non riesco a considerare l’autostrada il simbolo dell’unificazione e non perché io sia nato con l’autostrada già fatta, tre anni dopo le parole di Moro. La ferrovia sensata – come quella che, sebbene sempre più umiliata serve l’Italia maggioritaria e paziente, dei treni a lunga percorrenza e regionali – ha unito e accompagnato la mescolanza di esperienze.

   L’autostrada è semmai l’inizio dei soliloqui al parabrezza, del potere provvisorio dei passanti più veloci. L’avventura di un’automobilista (1958), è un racconto di Italo Calvino, contenuto nella raccolta Gli amori difficili. Un uomo guida mentre piove, di notte, “nella scatola d’ombra che i fari si portano dietro e nascondono.” Il paesaggio modificato e il mondo dei segni incontrano la psiche e, con essa, “fanno sprofondare nell’indistinto il profilo dei luoghi.” Perfetto “il profilo dei luoghi” e non semplicemente “i luoghi”.

L’autostrada dà l’idea di stare sul bordo, di correre lungo i margini, nonostante il tracciato dell’autostrada sia sempre al centro di qualcosa. Questa finta teorica marginalità, per quanto mi riguarda, è l’aspetto più convincente dell’autostrada. Dislivelli, svincoli, viadotti, gallerie formano un paesaggio in cui “si è passati dal film intimista ai grandi orizzonti del western”, secondo Augé. Ma lo scenario western dei vasti spazi da attraversare con un senso di conquista era applicabile all’esordio e in altre nazioni.

   In Italia siamo sempre più stretti, e la lunga sequenza di case, uffici, industrie, cascine abbandonate, capannoni spesso dismessi o mai utilizzati – il cui unico scopo si risolve nell’essere, semplicemente, capannoni – testimonia che un ripensamento di questo modello economico è imprescindibile. È antieconomico per lo stesso capitale non riuscire a calcolare il tempo impiegato da uomini e merci, per percorrere alcuni tratti autostradali, alle sette di mattina; e nemmeno può convincere chi spiega la risoluzione dei problemi di viabilità con nuove autostrade o con l’aumento di corsie: possiamo costruire anche cento corsie, ma prima o poi le corsie – e le auto e i camion – finiscono in una lunga strozzatura, che vanifica l’effetto precedente.

   Per questo mi sembra perfetta la narrazione autostradale di chi, straniero, manca in questa rassegna italiana. Bruce Stevens, l’agente di commercio che attraversa da sconfitto autostrade e superstrade del romanzo In terra ostile, di Philip K. Dick. Oppure Robert Maitland, l’uomo ricco e di successo, che esce di strada con la sua Jaguar e resta intrappolato oltre il guardrail, nel romanzo L’isola di cemento, di James Ballard.

   Qui la sensazione di claustrofobia è totale, il paesaggio e le finzioni agresti cadono – come ha scritto Andrea Zanzotto – “falsificate e ridotte all’ingannevole replica del presepe che era”. Ballard dice che ci possiamo perfino abituare a questa claustrofobia. Dentro e lungo l’autostrada c’è tutto: noi, i resti dei nostri piccoli vettori, la vegetazione spontanea o decorativa, e gli animali quasi invisibili, che annusano i margini, in attesa della sacralità, dell’attraversamento. (Giorgio Falco)

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al Salinafilmfestival 2008 – Sit tibi terra levis

RACCONTARE LE STRADE

di Paola Fertitta, dallo Workshop docenti  Salinadocfest , 25 settembre 2008

   I testi selezionati per questo percorso, tutti di narrativa, racconti e romanzi, sono accomunati dalla medesima angolatura tematica e dal fatto che sono compresi in un arco temporale di un sessantennio circa, dal dopoguerra ad oggi. Sono invece diversi per come ognuno di essi si accosta al tema e lo racconta e per gli ambiti geografici e culturali cui appartengono, gli Stati Uniti e l’Italia.

   Dal momento che nessun percorso a tema può mai essere esaustivo, qualunque proposta presuppone una selezione forte in base agli obiettivi didattici che il docente si propone e ai criteri di valore che vuole seguire. Il tema diviene da un lato grimaldello per entrare all’interno di ogni singolo testo ed interpretarne il senso, dall’altro strumento per cogliere il nesso tra testo e contesto e fare dell’esperienza della lettura l’occasione per riflettere sul senso della realtà, la vicenda collettiva in cui tutti siamo coinvolti, autori e lettori, docenti e studenti.

   In letteratura, come nel cinema, la strada è un cronotopo. Il termine cronotopo, coniato nell’ambito della fisica, venne usato in campo letterario da Bachtin  per indicare l’inscindibilità dello spazio e del tempo in una narrazione. I cronotopi hanno funzione d’intreccio; sono cioè i centri organizzativi dove si allacciano e si sciolgono i nodi della trama narrativa. Danno inoltre evidenza concreta, figurativa, agli elementi astratti di un testo (considerazioni, riflessioni, idee) e hanno quella che Bachtin definisce una coloritura valutativo-emozionale.

   Ai cronotopi si intrecciano motivi e temi in complessi rapporti reciproci. Al cronotopo della strada ad esempio si lega spesso il motivo cronotopico dell’incontro. La strada è per eccellenza luogo di incontri. Sulla strada si intersecano in un punto temporale e spaziale, per casualità o per destino, le vie spaziali e temporali di personaggi diversi. Nella tradizione letteraria la strada ha valenza allegorica di cammino della vita; a livello simbolico è immagine del viaggio e contiene in sé il senso del fluire del tempo.

   L’immagine della strada del testo scelto in apertura del percorso sembra appartenere a un passato lontano, mitico, e non avere legami col presente.

Il testo è La strada, uno dei Dialoghi con Leucò di Pavese.

Quando uscì il libro nel 1947 era un momento di dominante realismo, in cui la cultura del dopoguerra imponeva la trattazione pressoché esclusiva di argomenti legati alla guerra, alla resistenza, o alle difficoltà dell’uomo a vivere ‘il giorno dopo’. I Dialoghi sembrarono a molti un tradimento all’etica neorealista; ma nella rivisitazione dei miti, pur trascendendo il contingente del momento storico, Pavese riporta le angosce e le perplessità dell’uomo novecentesco che, uscito da una drammatica guerra, si interroga sulle proprie possibilità di scelta e di intervento. La volontà di capire il presente porta lo scrittore neorealista a interrogare i grandi miti del passato, trasferendo in essi passioni e idee del proprio tempo.

   Il mito – scriveva Pavese ne Il mestiere di vivere in data 20 febbraio 1946 – è un linguaggio, un mezzo espressivo, un vivaio di simboli […]. Quando riportiamo un episodio mitico, che ci è familiare dall’infanzia, dalla scuola, ci bastano poche righe per rendere un midollo di realtà che vivifica e nutre tutto un organismo di passione, di stato umano, tutto un complesso concettuale.

   La strada nel dialogo è quella percorsa da Edipo dopo aver lasciato Tebe, dopo che la tragedia si è compiuta, dopo che si è compiuto il suo destino.

   E’ il decimo dialogo della raccolta che comprende in tutto ventisette dialoghi che hanno come protagonisti personaggi della mitologia greca e latina. Edipo era stato protagonista anche del terzo, I ciechi, che lo vede a colloquio col cieco indovino Tiresia. Ne I ciechi Edipo è giovane e inconsapevole e Tiresia, che sa, non gli vuole svelare la durezza del destino, di cui è metafora la roccia.

 Anche ne I ciechi Edipo parla di strade.

EDIPO:  Anch’io, Tiresia,  ho fatto incontri sulla strada di Tebe. E in uno di questi si è parlato dell’uomo – dall’infanzia alla morte – si è toccata la roccia anche noi. Da quel giorno fui marito e fui padre, e re di Tebe. Non c’è nulla d’ambiguo o di vano, per me, nei miei giorni.

TIRESIA: Non sei il solo, Edipo, a creder questo. Ma la roccia non si tocca a parole….

La strada dunque aveva già segnato le tappe del destino di Edipo: a un crocicchio di strade, Edipo aveva incontrato Laio, che non sa essere suo padre e che uccide per un diverbio di precedenza; a un crocicchio di strade avrebbe poi incontrato la sfinge, il cui enigma parla dell’uomo, dall’infanzia alla morte. Quando Tiresia gli risponde la roccia non si tocca a parole rivendica il valore dell’esperienza sulla parola, lezione che Edipo conosce ormai bene nel dialogo successivo quando, cieco, vagabondo e disperato, rivolgendosi a un mendicante con cui parla di strade e di destino, dirà: Altro è parlare, altro soffrire, amico. Ma certo parlando, qualcosa si placa nel cuore. Parlare è un poco andare per le strade giorno e notte a modo nostro senza meta…

   La parola metabolizza il dolore, dà corpo e valore all’esperienza, ma è il cammino sulla strada

ad assumere nel testo un forte valore simbolico.

–         non saprai mai se ciò che hai fatto lo hai voluto…ma certo la libera strada ha qualcosa di umano, di unicamente umano. Nella sua solitudine tortuosa è come l’immagine di quel dolore che ci scava. […]

   L’uomo non conosce il suo destino e si illude sulla libertà o sul potere della volontà, ma il camminare, simbolo dell’umana ricerca di senso, su una strada tracciata e definita, porterà al convincimento doloroso che il cammino sia stato già tracciato dal destino e che non esista percorso alternativo, per cui ogni uomo è vittima delle stesse proprie azioni e il destino unico arbitro.

–         Il mio destino non è stato di aver perso qualcosa. […] avrei potuto essere un uomo come gli altri. E invece no, c’era il destino. Dovevo andare a capitare proprio a Tebe. Dovevo uccidere quel vecchio. Generare quei figli. Val la pena di fare qualcosa ch’era già fatta quando ancora non c’eri?

   La strada in Pavese è dunque immagine del destino, e il tema si inserisce nella riflessione dello scrittore sul destino, su cui spesso ritorna nel Mestiere di vivere.

   E’ destino ciò che si fa senza saperlo, abbandonandosi./In un dato senso, tutto è destino, annoterà il 2 gennaio 1950, all’alba dell’anno che ne avrebbe visto la morte: libera scelta o destino?

   Nelle parole del mendicante invece la strada è il luogo del viaggio e della conoscenza: “hai goduto delle cose, il risveglio e il riposo, e hai battuto le strade”. Ma in fondo il dialogo è un confronto con le contraddizioni del proprio essere.

   Il 25 aprile 1945 Pavese annotava nel suo diario: Far la strada e incontrare meraviglie, ecco il grande motivo. Il giorno che decretava la fine della guerra era infatti il giorno in cui tutte le meraviglie erano ancora possibili, in cui tutte le strade sembravano percorribili.

Sul tema storia e destino è stato pubblicato nel 2007 da Einaudi un interessante saggio di Aldo Schiavone, storico e giornalista. Le domande esistenziali che l’intellettuale Pavese si poneva sessant’anni fa sono le stesse che gli intellettuali di oggi si pongono, ma, in uno scenario completamente stravolto, le risposte non potranno essere ovviamente le stesse.

   Schiavone afferma che l’ultimo tratto del percorso della nostra civiltà ci ha condotto a un punto in cui è necessario ridefinire il senso della presenza dell’uomo nello spazio e nel tempo, il significato e il valore delle nostre esistenze e delle nostre scelte. L’accelerazione senza uguali con cui l’innovazione tecnologica sta sovvertendo le nostre pratiche quotidiane, influisce nell’economia, nella politica, nella storia, nella costruzione stessa delle nostre personalità. Tanta velocità la stiamo pagando a caro prezzo. Stiamo perdendo il senso dello spazio e del tempo nel nuovo cronotopo della globalità e della contemporaneità.

   Insieme al futuro stiamo perdendo il passato e, con lui, il senso della storia. E un presente indecifrato, incapace di dare una misura al tempo e a se stesso […] è portato a mescolare in modo azzardato irresponsabilità e paura della propria potenza, e ciò a sua volta non può  condurre che al terrore di se stessi, dei propri mezzi e delle proprie possibilità.

Seguire le modificazione del tema nei testi letterari ci aiuta a seguire e a cogliere i profondi cambiamenti del Novecento, contrassegnati appunto dalla velocità.

   Emblema della velocità è divenuta l’automobile, che ha modificato, come ben sappiamo, volto, numero e funzione delle strade reali e, nell’immaginario, la determinazione spazio-temporale del cronotopo strada. E’ significativo a tale proposito uno dei racconti de L’uomo invaso (1986) di Gesualdo Bufalino, ‘La morte di Giufà’. Bufalino fa morire il personaggio di Giufà sulla strada, ucciso da un’auto nella prima corsa automobilistica italiana, all’alba del Novecento. Il personaggio di Giufà è un personaggio che ha origine antiche, arabe, legate al mondo contadino e al ciclo delle stagioni. Ecco perché Gesualdo Bufalino ne decreta la morte: il personaggio tragicomico di Giufà non può sopravvivere in un’era che dimostra di non aver pietà per i più deboli.

Storie di Giufà, ne so tante. […] Vi racconterò la sua morte…[…]

   Da quanto tempo gli pesa questa vita pellegrina di salire e scendere e strisciare, e mangiare polvere di trazzera, e bere acqua di truogolo come i maiali; con sonni di ventura, che non sai quando cominciano e quando li romperà sul più bello un forcone di contadino. Da quanti anni? S’imbroglia con le dita, Giufà, nel contare. […] Eppure, alla fine dei conti, non è stata una brutta vita, per come gli è capitato di viverla, di stagione in stagione con piogge e soli, caldi e geli, per aie di campi e vanedde di paese, con tante voci d’uomo che gli tornano ora a sussurrare familiarmente dentro le orecchie. Che suono amoroso ha la voce umana, che concerto amoroso è la vita, eseguito da una banda di mille e mille strumenti, frulli d’ali, gorgoglìo di torrenti, vento notturno fra le case… un concerto di crepiti, bramiti, aneliti, uggiolii, un concerto ch’è di uomini e bestie, di terra, aria e mare, ma che finalmente è la musica stessa, ineffabile, del vivere […]

   E’ un canto di lode alla vita qual era ancora possibile prima dell’avvento della modernità.

   Ma ora lo stradale…pare abitato, scosso da zoccoli strani. Chissà che cosa, una cosa pesante, di tanto in tanto lo squassa. Giufà ne ha sentito parlare, di questi carri di ferro che corrono soli su quattro ruote, senza un mulo o cavallo che li tiri; e fanno rumore, e mandano lampi. […]  ecco, gli pare, a Giufà, che tutta la terra stia male e urli di doglia senza potere sgravarsi.

   Peggio del terremoto d’altr’anno, che fu cosa della natura. Mentre oggi sono gli uomini a farsi male da sé… […] Scavalca la siepe, posa le piante scalze sul sodo della massicciata. Per istupidirsi e fermarsi di botto, accecato da due fari che gli si gettano addosso, sbucati dalla svolta vicina, all’impensata. Capisce che deve scappare e per un istante lo vuole, ma si sente da quegli occhi cercato, voluto.

   Allora corre incontro al nemico e non sa perché, corre incontro al diavolo a braccia aperte (Giufà, fermati, dove vai? quell’ingegno di ferro non t’appartiene, l’hanno inventato gli altri contro di te, contro la tua felicità rusticana…). Corre incontro al diavolo senza segnarsi, sente con ira e stupore le quattro zampe impennarglisi sopra e ricadergli sul petto, schiantargli le ossa, sbriciolargli insieme alle costole, nascosto fra pelle e camicia, il bottino d’una gallina…

   Era il 6 maggio 1906, giorno della prima Targa Florio, ma Giufà che ne sapeva?

   E’ una data storica. La gara, si  svolse in Sicilia lungo le strade delle Madonie: un  percorso misto di salite e di discese, di curve e di rettilinei, di attraversamenti di paesi. Fu un fatto mondano oltre che sportivo. Sulle tribune di Cerda l’alta borghesia e l’aristocrazia siciliana dell’epoca applaudivano all’ingresso della modernità, mentre il personaggio di Giufà, che incarna tutti i vinti, tutti i deboli, tutti i diversi, è destinato a soccombere perché fuori dai ritmi della vita moderna.

Nella narrativa statunitense, il connubio tra il cronotopo della strada e il tema dell’automobile aveva avuto la sua consacrazione col romanzo/manifesto di un’intera generazione: On the road – Sulla strada di Kerouac (1957). La generazione è la beat generation, quella dei giovani che negli anni ’50 rifiutarono i valori tradizionali dell’etica americana. La strada nel romanzo diviene immagine concreta di una scelta di vita fuori dal chiuso del sistema borghese e il viaggio in auto espressione della volontà di tagliare i ponti con le tradizioni per una ricerca che non ammette lunghe soste né arrivi definitivi.

   La novità del romanzo non era solo nei temi ma anche nello stile, improntato sulla spontaneità. L’anticonformismo dei contenuti e dello stile spiega la riluttanza degli editori e dei critici e l’immediato successo di pubblico. L’edizione integrale di On the road è stata pubblicata solo al cinquantenario dalla prima pubblicazione, nel 2007. Nuovi lettori si sono aggiunti così ai vecchi fan di un romanzo-culto. Dal romanzo, un’immagine emblematica:

la macchina filava dritta come una freccia, senza deviare mai dalla riga bianca al centro della strada, che scorreva baciando la ruota anteriore sinistra.

Alla strada come luogo di incontri e formazione, si contrappone, nell’immaginario degli ultimi decenni, l’autostrada come non luogo, termine coniato nel 1999 dall’antropologo francese Marc Augè. I non luoghi sono rappresentativi dell’epoca postmoderna, caratterizzata dalla provvisorietà e dall’individualismo estremo, e sono quegli spazi in cui un gran numero di individui si incrocia senza entrare in relazione (autostrade, aeroporti, grandi centri commerciali).

   Il non luogo dell’autostrada come immagine concreta della perdita di relazione autentica è il perno su cui ruota l’esile trama di un racconto del 1967 di ITALO CALVINO, IL GUIDATORE NOTTURNO, in cui l’incontro tra due innamorati viene sostituito da una corsa notturna in una corsia dell’autostrada dove solo i fari dell’auto dell’uomo, forse, incrociano i fari dell’auto della donna nella corsia opposta. Anche luoghi e persone non hanno più nome e vengono semplicemente indicati con le lettere dell’alfabeto.

   L’io narrante dice di stare andando dalla città A, dove abita, alla città B, dove abita la sua fidanzata, dopo un litigio telefonico con lei, indicata con la lettera Y, che lo aveva minacciato di telefonare a Z, l’eterno incomodo rivale. La prima intenzione dell’uomo è quella di un ‘faccia a faccia’ chiarificatore con la donna, da qui la scelta di recarsi subito da lei, ma la corsa in auto nell’autostrada lo porterà via via a perdere il concetto di tempo mentre il profilo dei luoghi che si annulla nell’indistinto della notte denuncia a livello narrativo la perdita di senso tipica della postmodernità.

   Certo mi sono messo al volante per arrivare da lei al più presto; ma più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell’arrivo non è il vero fine della mia corsa. […] finché potremo controllare i nostri numeri telefonici e non ci sarà nessuno a rispondere continueremo tutti e tre a scorrere avanti e indietro lungo queste linee bianche, senza luoghi di partenza o di arrivo che incombano gremiti di sensazioni e di significati sulla univocità della nostra corsa, liberati finalmente dallo spessore ingombrante delle nostre persone e voci e stati d’animo, ridotti a segnali luminosi, solo modo d’essere appropriato a chi vuole identificarsi a ciò che dice senza il ronzio deformante che la presenza nostra o altrui trasmette a ciò che diciamo. Certo il costo da pagare è alto ma dobbiamo accettarlo: non potersi distinguere dai tanti segnali che passano per questa via, ognuno con un suo significato che resta nascosto e indecifrabile perché fuori di qui non c’è più nessuno capace di riceverci e d’ intenderci.

   Anche quando sembra abbandonarsi alla leggerezza postmoderna, in realtà la mancanza di punti di riferimento da parte dell’individuo, perso in un labirinto e senza volontà di uscirne, resta al centro della narrativa calviniana; l’ironia della narrazione ne nasconde l’amarezza.

(Il guidatore notturno, pubblicato dapprima sul quotidiano Il giorno, venne poi incluso in Ti con zero e nel volume Amori difficili col titolo L’avventura di un automobilista. Nel 1984 entrò infine a far parte delle Cosmicomiche vecchie e nuove.)

Una corsa in autostrada sarà lo scenario anche di un racconto di Sebastiano Vassalli, tratto dalla raccolta La morte di Marx e altri racconti (Einaudi 2006), ma l’obiettivo della narrazione è assai diverso. L’obiettivo è infatti quello di dichiarare come conclusa e ormai improponibile la letteratura della postmodernità. Lo sottolinea la dicitura in exergo alla prima parte della raccolta formata da otto racconti tutti incentrati sul tema dell’automobile:

   Ciao Kafka. Ciao Letteratura del Novecento. Siete così lontani.

   Riferendosi al famoso romanzo kafkiano Vassalli vuol dire che la metamorfosi antropologica oggi si è compiuta. Gregor Samsa, il protagonista del romanzo di Kafka, che una mattina al risveglio si accorge di essersi trasformato in mostruoso insetto, conserva un animo umano. L’uomo automobilista di oggi, scrive Vassalli, strombetta, lampeggia e sorpassa anche in luoghi destinati ad altre funzioni, come in ufficio o nella propria casa. E’ come se l’uomo, trasformatosi in macchina, avesse perso le coordinate del vivere civile.

   La scrittura diviene cronaca del quotidiano, senza alcuna funzione consolatoria, tipica della mediazione letteraria. La serie di racconti è preceduta e seguita da pagine in corsivo riportanti la voce narrante dello stesso scrittore che denuncia la ‘mutazione antropologica’ e termina con una visione apocalittica sull’uomo del futuro.

   Il titolo Una famiglia va al mare mostra una situazione di normalità: una famigliola si reca in vacanza, come tante altre nel mese di agosto. Ciò che Vassalli descrive potrebbe essere il retroscena di tanti eventi che accadono nelle nostre strade, resi ancor più tragici dalla banalità delle cause che li hanno provocati. Nei mesi di luglio e di agosto strade e autostrade si ingorgano; gli autogrill si affollano; i telegiornali della sera stendono drammatici bilanci di vittime nei numerosi incidenti: voluti dal destino o dall’irresponsabilità umana?

   La prima parte del racconto è tutta all’insegna della comicità: dai frenetici preparativi, ai discorsi in macchina tra genitori e bambini e tra madre e padre. Agli occhi degli adulti è facile trovare i colpevoli per ogni disagio: la società di massa, la globalizzazione,  il riscaldamento del pianeta. Gli altri non rispettano le regole; in realtà neanche loro, ma bisogna adeguarsi alle situazioni.

   Nella seconda parte del racconto cambiano tragicamente tono e scenario.

   Nella parte conclusiva il ritorno alla normalità sarà caratterizzato dal ‘grottesco’, che si realizza quando elementi tragici e comici si mescolano tra loro.

[…] La madre si annoiava e accese la radio. Mentre cercava di sintonizzarsi con un notiziario ci fu un rumore sopra l’automobile, una specie di schiocco che le fece accapponare la pelle. Chiese al marito: «Cos’è successo? Hai sentito anche tu ?» Lui però non le rispose, perché in quello stesso momento aveva visto un’ombra nello specchietto retrovisore esterno, di qualcosa che avrebbe potuto essere la carrozzina del loro figlio più piccolo, sospesa sopra un’ automobile alla loro sinistra. Si sentirono un rumore di freni e un colpo secco, seguito da un altro rumore, di vetri che andavano in frantumi; poi alle spalle della nostra famigliola si scatenò una musica infernale, fatta di colpi che si succedevano senza interruzioni, come se un gigante impazzito si fosse messo a battere con una mazza su una lastra di bronzo. I clacson intrappolati tra le lamiere incominciarono ad ululare; si videro le prime vampate di fuoco, le prime volute di fumo. […] Dentro a quel fumo dovevano esserci dei morti e dei feriti, e mica pochi! , rimasti incastrati tra le lamiere; fuori dal fumo c’erano degli uomini e delle donne che correvano lungo il guard-rail o cercavano la salvezza nei fossi o nei campi di fianco all’autostrada. E tutto ciò, pensò l’uomo, era successo per colpa sua, e per una carrozzina legata male! […] «Dobbiamo andarcene, -ribatté la donna. […]E’ inutile che continui a tormentarti. In un mondo globalizzato come il nostro, ogni giorno succedono dei disastri sulle strade, ma il traffico continua e la vita continua. Come si dice a teatro quando muore qualcuno? Lo spettacolo deve proseguire…» […]

   Quella famigliola descritta nell’incipit con simpatia e umanità, è doppiamente colpevole: prima la colpa dell’incoscienza e dell’incuria, per aver legato maldestramente la carrozzina, poi quella dell’incapacità di assumersi le proprie responsabilità. Leggerezza e irresponsabilità possono rendere il vivere più facile, ma l’umanità e il vivere civile hanno bisogno di basi totalmente opposte: consapevolezza e assunzione di responsabilità individuali.

   Con questa raccolta di racconti Vassalli dichiara apertamente la fine di una stagione letteraria che era stata anche la sua. L’immagine di strade e autostrade era anche nella premessa in corsivo al romanzo La chimera (1990).

   Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente. Nelle mattine d’estate, e nelle sere d’autunno, il nulla invece è una pianura vaporante, con qualche albero qua e là e un’autostrada che affiora dalla nebbia per scavalcare altre due strade, due volte: […] Capita anche di tanto in tanto -diciamo venti, trenta volte in un anno –che il nulla si trasformi in un paesaggio nitidissimo, […]Si vede allora un orizzonte molto vasto, di decine e di centinaia di chilometri; con le città e i villaggi e le opere dell’uomo inerpicate sui fianchi delle montagne, e i fiumi che incominciano là dove finiscono le nevi, e le strade, e lo scintillio di impercettibili automobili su quelle strade: un crocevia di vite, di storie, di destini, di sogni; un palcoscenico grande come un’intera regione, sopra cui si rappresentano, da sempre, le vicende e le gesta dei viventi in questa parte di mondo. Un’illusione…

   Un’illusione la vita; il nulla l’unica realtà del presente; nel passato solo fantasmi cancellati.

   Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti d’essere raccontato. Il presente è rumore: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercando di sopraffarsi l’una con l’altra, la parola “io” … Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla…

   Sembra dunque che lo scrittore di oggi abbia compreso che, per capire il presente, i tempi lunghi della metafora e della retorica non ci siano più concessi, che bisogna sì affacciarsi alla finestra, ma ascoltare il rumore e liberare l’orizzonte da maschere, veli e nebbie, affinché l’interpretazione della realtà diventi effettivamente una ricerca di senso.

   A conclusione del percorso ho voluto scegliere due romanzi molto diversi tra loro per stile, contenuti, obiettivi, provenienza culturale e generazionale, ma accomunati significativamente sin dal titolo, dal tema della strada,  per entrambi chiave di lettura e leit-motiv semantico.

   Il 2007, oltre alla ripubblicazione del testo di Kerouac, ha visto infatti la pubblicazione di due nuovi romanzi che ripropongono il tema on the road.  Si tratta di due autori lontani, per età e per luogo, e di scritture diverse: uno è il settantacinquenne americano Cormac McCarthy, l’altra è la trentottenne italiana Simona Vinci.

   Il primo racconta il cammino di un padre e del suo bambino verso una salvezza improbabile su una strada circondata da città e natura distrutte da una catastrofe apocalittica. La civiltà è defunta: rari resti del benessere perduto sono oggetto di ricerca e saccheggio da parte di superstiti cannibali e crudeli. Del mondo cancellato restano soltanto i tracciati delle strade che segnano il cammino da percorrere. Il termine la strada, titolo del romanzo, si ripete continuamente all’interno dei tanti brevi segmenti in cui si frammenta il continuum narrativo, a sottolineare anche a livello semantico il significato allegorico e il valore simbolico del tema. Anche nel secondo romanzo, Strada provinciale 3 di Simona Vinci, sin dal titolo, la strada in cui corre senza meta il personaggio protagonista, ci fornisce la chiave di senso.

   L’anno prima dell’uscita del romanzo, nella primavera del 2006, La Repubblica aveva pubblicato un articolo della Vinci, “Camminando lungo la strada che taglia la vita“, una lunga riflessione che si conclude con l’appello a riappropriarci di “ciò che dovrebbe essere nostro: le strade, lo spazio, i luoghi e il tempo.” La strada è un cammino, un itinerario, scrive la Vinci nell’articolo, serve a mettere in comunicazione luoghi distanti, serve perché le persone possano muoversi con meno difficoltà nello spazio. Ma chi si mette in viaggio su una strada, rischia inevitabilmente la vita.

   Sotto i miei occhi, oggi, c’è la strada. L’asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. Niente idea di progresso, collegamenti rapidi e sicuri, è una strada mortale, che attraversa piccoli centri – paesi grandi, medi, minuscoli, frazioni – e li deturpa, li soffoca, li ammutolisce. Con la lenta agonia dell’asfalto che si corrode sotto milioni di pneumatici, agonia di falene schiantate contro i parabrezza, di nùtrie spappolate, civette, incidenti mortali. E io sono di nuovo qui, parte di questo movimento incessante, questa concrezione di tempo e storie e movimenti su un nastro d’asfalto, a cercare di immaginare come era il mondo prima, prima dell’ottimismo degli asfaltatori.

   Tema, riflessione e ricerca che fanno da sfondo a un altro testo della Vinci, Rovina (ed. VerdeNero), sempre del 2007, in cui la scrittrice affronta il tema della speculazione edilizia, testo che prepara il romanzo Strada provinciale tre.

   Rovina è un romanzo corale di denuncia. Sette monologhi per sette interpreti, che confessano le loro microstorie di rovina che si intrecciano con la storia di una rovina collettiva. Tutti i personaggi sono coinvolti nella vicenda fallimentare di un cantiere che avrebbe dovuto costruire villette mai ultimate. Ognuno di essi espone la propria versione: l’insegnante che assiste a un omicidio; una coppia di acquirenti; la proprietaria del terreno; il geometra che ha ideato il progetto; un operaio e l’imprenditrice uccisa. Alla fine del libro il monologo della stessa autrice.

   Nel 2000, scrive la Vinci, aveva preso in affitto un appartamento ricavato da una villa settecentesca che si apriva su un parco, ma il complesso condominiale si affacciava sulla strada emiliana Provinciale Tre, detta anche Trasversale di pianura. In quella casa vi ha abitato per anni, abituandosi ai ‘ruggiti dei camion in corsa e al tremito leggero che scuoteva le pareti’. Spesso, di sera, si recava al limite del parco e guardava passare i camion sulla strada.

   E’ così che ho cominciato a immaginare una storia. Solo che questa storia non era come le altre che avevo scritto fino a quel momento, era una storia che non mi permetteva di restarmene chiusa in casa davanti al computer, come più o meno avevo sempre fatto, ma mi chiedeva di uscire, di raggiungere la strada e mettermi a camminare. E così ho cominciato a camminare per ore in mezzo ai camion, in preda ad una vera e propria ossessione, prendendo appunti, fotografando gli incroci, le case quasi per mappare il territorio, per appropriarsene; ma i luoghi cambiano continuamente, a velocità incredibile, soprattutto quando diventano territorio di saccheggio e colonizzazione.

   Sulla Trasversale di pianura, la linea bianca della carreggiata sotto gli occhi, gli spostamenti d’aria dei camion che la fanno barcollare, il suo cammino solitario. Così, penso, è nato il personaggio di Vera, protagonista di Strada provinciale tre.

   L’incipit del romanzo è all’insegna dell’accelerazione, della velocità, della corsa verso una imprecisata libertà:

   Ha cominciato camminando, poi ha accelerato, passi sempre più lunghi, rapidi e contratti. Uno di seguito all’altro. Una maratona e poi di colpo, lo scatto: i fianchi che spingono verso l’alto, i muscoli delle gambe che si rattrappiscono e si slanciano in avanti…

   Non ha mai corso così. Non ricorda di averlo mai fatto. Non ricorda niente.

   Nessun ricordo che possa dare al lettore una motivazione di quella corsa, di quella fuga. Nella sua testa non c’è che una parola, libera. Non c’è ricordo. Non c’è passato. Non c’è futuro. Solo presente. E un unico luogo: la strada. Non ha meta; le sue preoccupazioni sono le necessità materiali del momento: dove passare la notte, dove trovare da mangiare, da bere. Ha con sé soltanto uno zainetto pressoché vuoto: né denaro, né cibo, né biancheria, quel minimo che si porta con sé oggi, pensando che possa servirci domani.

   La strada diverrà luogo di incontri. Alcuni saranno di solidarietà, di pietà, di amicizia, anche d’amore, ma ci saranno anche incontri di abuso e violenza, accettati passivamente. La sua è una fuga, ma non da un pericolo insormontabile, né da una situazione insostenibile, né per paura. Fugge da una vita troppo uguale, standardizzata, ma non c’è possibilità di fuggire da sé. La vera libertà è solo un nome che non corrisponde al senso, come il suo, Vera.

   Fra camion che la fanno barcollare, gas di scarico che rendono l’aria irrespirabile, incontri con persone in vario modo disagiate, si realizza la perdita d’identità del personaggio. Quello di Vera è un doloroso percorso di formazione alla rovescia.

   Vera corre a piedi; chi percorre le strade in macchina non vede gli scarti, i rifiuti, i residui che si accumulano sui bordi della strada, e che divengono simbolo di una umanità povera ed emarginata.    Paradossalmente la corsa ai margini della strada si trasforma in viaggio di conoscenza, perchè permette di accorgersi della povertà e della marginalità.

Il romanzo La strada, con cui Corman McCarthy ha vinto il premio Pulitzer nel 2007, rivela le ansie e le paure dell’America di oggi. Racconta un viaggio lungo e difficile, in uno scenario apocalittico, di un uomo e di un bambino che hanno una strada come unica guida verso il mare. Nell’orrore del cammino risulta più toccante e consolatorio il rapporto bellissimo tra padre e figlio, l’uomo e il bambino, senza nomi di riferimento, un rapporto basato su reciproci fiducia, difesa, amore, un rapporto che dimostra che la vita continua in un infinito passaggio di testimone, tra il mondo da non dimenticare e il nuovo orizzonte senza più colori.

   Compagni del cammino sulla strada sono il freddo, il disagio, la paura, la fame, la sete, la malattia. Non esiste più la storia, la civiltà; non esistono più le città, le fabbriche, le auto; non esiste più neanche il cielo, senza luce, cinereo. Esiste solo la strada, perché soltanto le strade, pur coperte di cenere, il disastro non ha cancellato. Cosa sia stata la causa non è detto, forse una guerra nucleare, o la caduta di un meteorite, o un irresponsabile esperimento della scienza e della tecnica. Il bambino non ha conoscenza di come fosse il mondo prima, poiché quando il disastro è avvenuto la madre era incinta di lui. La morte del mondo coincide con la sua nascita.

   La catastrofe ha rivelato il volto vero della società: una continua lotta di sopraffazione, che vede gli esseri umani manicheamente divisi, tra cattivi e buoni, carnefici e vittime.

   Queste le parole con cui il romanzo si chiude:

   Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta ambrata delle pinne che ondeggiavano piano nella corrente. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano le mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero.

   Una volta…E’ questo il vero e profondo messaggio del libro, il passaggio di testimone tra padri e figli (il fuoco che essi dicono di portare con sé), basato sul mantenimento della memoria, che può restituire un futuro anche quando sembra che ogni speranza sia perduta.

   Riflettiamo ora se nei due romanzi vi sia o meno un ritorno al realismo.

   Per quanto riguarda il romanzo della Vinci la risposta è sicuramente affermativa. Lo dimostra la genesi stessa del romanzo, nato dalla volontà di documentare, quasi di fotografare con lo zoom gli scarti che non si vedono, i rifiuti che vogliamo ignorare ma su cui letteralmente e metaforicamente stiamo costruendo le basi del futuro.

   Siamo di fronte – scrive Raffaele Donnarumma sul n. 57 di Allegoria – a un bisogno morale di ritorno alla realtà senza garanzie di successo. […] Non un realismo di scuola, ma una tensione realistica è forse oggi ciò che più di tutto può restituire alla narrativa il suo senso, in primo luogo contro la stanchezza che le autoassoluzioni postmoderne hanno generato in molti. […] Più che le ambizioni del grande affresco o della sintesi sulle sorti dell’occidente, ci servirebbe guardare con occhi ben aperti il mondo, e la miseria, in cui siamo.

   Ed è proprio questo che fa la Vinci in Rovina e in Strada provinciale.

   Per quanto riguarda il romanzo dello scrittore statunitense esso si riallaccia al filone apocalittico, iniziato negli ultimi decenni del Novecento, ben delineato nel saggio Crolli di Marco Belpoliti, edito da Einaudi nel 2005, che mette a confronto lo scenario letterario e artistico prima e dopo l’11 settembre. Prima dell’11 settembre l’America del benessere si compiaceva della propria invulnerabilità, temeva l’apocalisse ma la percepiva come evento futuro e eccezionale, da cui tutto sommato si sentiva immune.

   L’attesa della catastrofe, vissuta con incoscienza e quasi con euforia, ha recuperato, dopo il brusco risveglio di quel mattino dell’11 settembre 2001, il senso dell’orrore e del dolore. Sembra che si siano definitivamente dissolti quelli che erano stati i due assunti  fondamentali dell’etica postmoderna: la metabolizzazione dell’orrore e l’anestetizzazione delle emozioni (citazione da Giovanna Taviani, Allegoria n. 57).

   Orrore e emozione sono anzi gli elementi che accompagnano il cammino del padre e del suo bambino sulla strada. Proprio perché ciò che viene azzerata nel romanzo è la civiltà del nostro tempo e l’evento viene inserito all’interno di coordinate spazio-temporali ben conosciute da autore e lettore, pur stravolte, possiamo affermare che il romanzo nasce dall’esigenza di interrogare e capire il nostro tempo.

 Se del mondo senza colori delineato nel romanzo non abbiamo fortunatamente esperienza, teniamo presente che in letteratura è vero ciò che è verosimile: la letteratura è interpretazione del mondo e l’immaginario letterario ci aiuta a cogliere nella realtà una possibile verità.

Vorrei concludere con le parole con cui Federico Bertoni chiude il suo saggio Realismo e letteratura (Einaudi 2007).

   In una fase storica di travolgente invasione mediatica, ipertrofia informativa, strapotere dell’immagine, ambiguità ideologica e irrazionalismo trionfante, è ancora il momento – forse più che mai – di lanciare la sfida al labirinto, di rivendicare una nuova istanza realista e un’idea di letteratura fondata sul potere insostituibile della parola come strumento di costruzione e di interpretazione del mondo.

(da http://adisd.blogspot.it/2013/12/la-perdita-di-paola-fertitta.html )

………………………

…………………

L’IMMAGINE DELLA COPERTINA DI QUESTO POST E’ TRATTA DAL FILM “LOCKE”

LOCKE: Un uomo in un’auto, per un viaggio nella notte. Verso una decisione piena di conseguenze e un futuro incerto.

Recensione di Antonio Autieri, da da www.sentieridelcinema.itlocandina LOCKE

   Ivan Locke sta andando di corsa a Londra: esperto capocantiere, deve abbandonare il lavoro più importante che gli sia passato tra le mani, un’ingente colata di cemento (operazione record a livello europeo) per un palazzo in costruzione; operazione che, all’alba, richiederebbe la sua presenza e la sua responsabilità.

   E invece deve lasciare tutto nelle mani di un collaboratore (di cui nemmeno si fida troppo), perché è richiesta la sua presenza anche altrove. Da Bethan, una donna praticamente sconosciuta che per sventatezza ha reso madre: e quel figlio che sta per nascere, non voluto, lo costringe a fare i conti con se stesso e con tutta la sua vita. La sua scelta, di esserci comunque pur non provando nulla per quella donna, fa crollare durante il viaggio tutti i capisaldi della sua vita di uomo “normale”, onesto, affidabile: dal lavoro (viene licenziato dal suo capo per l’abbandono del cantiere; ma lui continua a dare istruzioni al suo sottoposto, perché ci tiene che il lavoro sia ben fatto) alla famiglia. Perché quando dovrà dire alla moglie Katrina dove sta andando e perché, non sarà certo una cosa indolore…E cosa capiranno i figli?

   Un solo attore in scena per 85’, per una storia che prende lo spettatore man mano e con il passare dei minuti si fa sempre più tesa e avvincente. È a suo modo un thriller questo piccolo grande film inglese girato in pochi giorni, in cui vediamo il protagonista parlare in continuazione al telefono: c’è da tranquillizzare la partoriente, il figlio maggiore che pian piano scopre che in serata il padre non verrà a vedere a casa la partita in tv e non capisce cosa succede, lo stesso collaboratore sempre più agitato per un lavoro per cui si sente inadeguato… Fino alla telefonata più difficile, quella che vorrebbe evitare.

   E intanto Ivan Locke riflette, sulla sua vita che rischia di finire a pezzi. Vicenda raccontata in tempo reale, capace di rendere l’angoscia della situazione che vive il protagonista e l’urgenza morale delle scelte da prendere, Locke lascia a bocca aperta per l’uso sapiente delle parole (lo script è dello stesso regista Steven Knight, già sceneggiatore per Stephen Frears e David Cronenberg), delle inquadrature, delle luci che rimbalzano sui finestrini, delle musiche di Dickon Hinchliffe; e una prova maiuscola dell’unico attore, Tom Hardy (era Bane, il nemico di Batman nell’episodio conclusivo della trilogia di Christopher Nolan, ma coperto da una maschera che ne nascondeva il volto), che cattura per l’ampia gamma di espressioni (sarebbe l’ideale, ovviamente, vederlo in lingua originale).

   È tutto fuorché un virtuosistico pezzo di bravura, di attore e di regia, questo film che era, insieme a Still Life di Uberto Pasolini, il miglior film della Mostra di Venezia 2013 (ma entrambi fuori dal concorso principale, purtroppo); bensì un’opera sorprendente, in grado di restituire il dramma di un uomo segnato dal mancato rapporto con il padre – indimenticabile il “dialogo” con lui – e chiamato a prendere su di sé le conseguenze delle sue azioni. Con un finale aperto che lascia aperta ogni possibilità, a Locke e alle persone attorno a lui.

(LOCKE – Un film di Steven Knight. Con Tom Hardy, Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels, Tom Holland, Bill Milner, Danny Webb, Alice Lowe, Silas Carson, Lee Ross, Kirsty Dillon Thriller, durata 85 min. – USA, Gran Bretagna 2013)

One thought on “Il RACCONTO DI NATALE per i nostri affezionati (venticinque) lettori: IL GUIDATORE NOTTURNO (o L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA) di ITALO CALVINO: in auto nella notte, nello spazio del cono di luce di un’autostrada, soli con i propri pensieri e l’elaborazione di SCENARI PERSONALI sulla propria condizione di vita

  1. STOPPA LAURA mercoledì 24 dicembre 2014 / 9:18

    forse io sono la…. 26^, ma ci tenevo a dirvelo: vi ho incontrato per caso, ma continuo a frequentarvi da allora! Carissimi auguri di Buon Natale e per un 2015 finalmente ricco di belle sorprese! Laura Stoppa

    Inviato tramite OWA per iPad ________________________________

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