RIPRENDIAMO IL CONTROLLO DEL CIBO – Origine, conoscenza, sprechi, monopoli mondiali, richiedono NUOVI APPROCCI E SENSIBILITÀ AL CIBO che mangiamo, che ci procuriamo – (AUTO)PRODUZIONE URBANA, QUALITÀ dei prodotti, REDISTRIBUZIONE a tutti senza sprechi è un impegno concreto da realizzare

Orto del ristorante Riverpark, tra i grattacieli di New York foto da  www.viaggiverdi.it - AGRICOLTURA URBANA - Fornire alle città una parte del fabbisogno alimentare utilizzando cibo locale, e al contempo consentire anche alle popolazioni urbane di prendere parte al processo produttivo del proprio cibo, è possibile se l’agricoltura urbana smette di essere considerata un passatempo economicamente insignificante e inizia ad essere incentivata come UN’ATTIVITÀ DI TIPO ECONOMICO, AMBIENTALE E SOCIALE. TETTI, DAVANZALI, BALCONI E GIARDINI, OLTRE A TERRENI MUNICIPALI DIVENTANO I LUOGHI DELLA NUOVA AGRICOLTURA (http://www.slowfood.it/ )
Orto del ristorante Riverpark, tra i grattacieli di New York foto da http://www.viaggiverdi.it – AGRICOLTURA URBANA – Fornire alle città una parte del fabbisogno alimentare utilizzando cibo locale, e al contempo consentire anche alle popolazioni urbane di prendere parte al processo produttivo del proprio cibo, è possibile se l’agricoltura urbana smette di essere considerata un passatempo economicamente insignificante e inizia ad essere incentivata come UN’ATTIVITÀ DI TIPO ECONOMICO, AMBIENTALE E SOCIALE. TETTI, DAVANZALI, BALCONI E GIARDINI, OLTRE A TERRENI MUNICIPALI DIVENTANO I LUOGHI DELLA NUOVA AGRICOLTURA (http://www.slowfood.it/ )

   Le città sono nate quando l’uomo ha deciso di fermarsi: non essere più un nomade cacciatore, ma incominciare a coltivare ed allevare gli animali. Dove ci si poteva fermare, stabilire la propria virtuosa sedentarietà? Ovviamente nei luoghi più adatti a vivere il meglio possibile, in terre fertili e vicine all’acqua (i fiumi in particolare). Ciò significa che l’urbanizzazione è avvenuta nei luoghi migliori, e la crescita urbana abnorme delle città che si è avuta in questi ultimi cent’anni, non può che aver messo in crisi il suolo, le coltivazioni che in quei luoghi ora urbanisticamente espansi, cementificati, sono stati abbandonati all’utilizzo agricolo.

   Il concetto di “consumo del suolo”, la sempre maggiore mancanza di terre fertili per coltivare, parte proprio dall’espansione del cemento e la fine di ogni coltivazione. Espansione edilizia all’inizio sicuramente necessaria per dare una casa a tutti; ora tendenzialmente allargatosi per motivi speculativi: cioè rende di più, finanziariamente, avere terreni in città o in prossimità di esse previsti nella pianificazione urbana ad espansione abitativa, o di servizi (centri commerciali, opere viarie ect.) che a coltivazione. Questo nonostante la crisi economica ed edilizia che da 7 anni viviamo e che pare darci un segnale concreto che la rendita speculativa sui terreni è oramai una cosa del passato, che non funziona più.

URBANIZZAZIONE (da www.zonageografica.scuola.com/) - Più di 3 miliardi e cinquecento milioni di persone, OLTRE LA METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE NEI CENTRI URBANI. Una tendenza in crescita, tanto che gli esperti prevedono che VERSO IL 2030 IL 70% DELLA POPOLAZIONE ABITERÀ IN CITTÀ. Mentre le aree urbane sono affollate, MOLTE ZONE RURALI SI SPOPOLANO: stiamo assistendo da tempo a UNA DIMINUZIONE DEL NUMERO DI CONTADINI, IN PARTICOLARE TRA I GIOVANI (http://www.slowfood.it/ )
URBANIZZAZIONE (da http://www.zonageografica.scuola.com/) – Più di 3 miliardi e cinquecento milioni di persone, OLTRE LA METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE NEI CENTRI URBANI. Una tendenza in crescita, tanto che gli esperti prevedono che VERSO IL 2030 IL 70% DELLA POPOLAZIONE ABITERÀ IN CITTÀ. Mentre le aree urbane sono affollate, MOLTE ZONE RURALI SI SPOPOLANO: stiamo assistendo da tempo a UNA DIMINUZIONE DEL NUMERO DI CONTADINI, IN PARTICOLARE TRA I GIOVANI (http://www.slowfood.it/ )

   Nel sistema mondiale dell’economia il cibo rischia di diventare appannaggio di produttori sempre più grandi, che concentrano su di loro la maggior parte dei prodotti alimentari. Già oggi ci sono 10 gruppi multinazionali che controllano più del 70% del cibo del pianeta… Una concentrazione in pochissime mani di tutto il cibo, come sta avvenendo, è uno scenario da incubo.

   Per questo è necessario creare degli “anticorpi”; e questo può essere dato da fenomeni che si stanno allargando positivamente: come il SORGERE DEI PRODOTTI A CHILOMETRO ZERO, I PRESIDI TERRITORIALI, I SISTEMI DI PRODUZIONE ARTIGIANALE. Se nella politica (europea, ma non solo) stanno venendo minacciosamente a galla gruppi autonomistici e localisti che propongono chiusure verso il mondo in chiave di purezza etnica, in piccoli stati, il fenomeno localista in agricoltura è invece veramente positivo: un sanissimo ritorno a un legame con il proprio territorio. E’ su questa idea di produrre il cibo vicino a casa che è assai interessante il fenomeno di un ritorno (o un inizio) della coltivazione DENTRO LE CITTA’ del cibo necessario ai suoi abitanti; modi pratici, convenienti, di coltivare prodotti locali e a km0.

Il grafico di Oxfam International sulle 'Big 10' riportato dal Business Insider (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - NESTLÉ, COCA-COLA, UNLIVER, DANONE, MARS, MONDELĒZ, ASSOCIATED BRITISH FOODS, KELLOGG'S, GENERAL MILLS e PEPSICO - Sono DIECI I SIGNORI DELL’INDUSTRIA ALIMENTARE CHE CONTROLLANO DA SOLI PIÙ DEL 70 PER CENTO DEI PIATTI DEL PIANETA. Queste multinazionali gestiscono 500 MARCHI che entrano nelle nostre case quotidianamente - Così PASTA, BISCOTTI E CAFFÈ DIVENTANO GLOBALI, anche in Italia. E le grandi questioni, come L’USO DI OLI E GRASSI NEI PRODOTTI, vengono DECISE A TAVOLINO. OXFAM INTERNATIONAL, confederazione di organizzazioni non governative che lavorano in oltre 100 Paesi per trovare una soluzione definitiva alla povertà, ha realizzato IL GRAFICO RIPORTATO QUI SOPRA
Il grafico di Oxfam International sulle ‘Big 10’ riportato dal Business Insider (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – NESTLÉ, COCA-COLA, UNLIVER, DANONE, MARS, MONDELĒZ, ASSOCIATED BRITISH FOODS, KELLOGG’S, GENERAL MILLS e PEPSICO – Sono DIECI I SIGNORI DELL’INDUSTRIA ALIMENTARE CHE CONTROLLANO DA SOLI PIÙ DEL 70 PER CENTO DEI PIATTI DEL PIANETA. Queste multinazionali gestiscono 500 MARCHI che entrano nelle nostre case quotidianamente – Così PASTA, BISCOTTI E CAFFÈ DIVENTANO GLOBALI, anche in Italia. E le grandi questioni, come L’USO DI OLI E GRASSI NEI PRODOTTI, vengono DECISE A TAVOLINO. OXFAM INTERNATIONAL, confederazione di organizzazioni non governative che lavorano in oltre 100 Paesi per trovare una soluzione definitiva alla povertà, ha realizzato IL GRAFICO RIPORTATO QUI SOPRA

   Oltre la metà della popolazione mondiale oggi vive in aree urbane: più di 3 miliardi e cinquecento milioni di persone che vive nei centri urbani… una tendenza tra l’altro in crescita, tanto che gli esperti prevedono che verso il 2030 il 70% della popolazione abiterà in città. Non è più rimandabile la riflessione su come le città si alimentano oggi e come si alimenteranno in futuro.

   ORTI URBANI e altre proposte che se si vuole appaiono più stravaganti (i tetti dei supermercati adibiti a orto, le terrazze dei condomini coltivate, i balconi ect.) o veri e propri fenomeni anche architettonici sorti in famose metropoli (gli orti sui tetti di New York, i giardini verticali di Singapore, gli orti urbani di Parigi e San Francisco, gli orti comunitari di Boston….) paiono cose minori e che poco incidono sulla realtà distributiva alimentare; ma così forse in futuro (in un futuro virtuoso) non sarà: essi potrebbero incidere in una buona parte delle necessità della città, dei suoi abitanti… Sia chiaro: questo non vuol dire guardare come “nemico” assoluto la provenienza di prodotti agro-alimentari, di cibo, da lontano…. Però forse si è esagerato, e un certo controllo e autoproduzione è fenomeno salutare, oltreché può diventare economicamente interessante.

Cos’è l’ITALIAN SOUNDING? PECORINO cinese di mucca, ASIAGO del Wiscounsin, CHIANTI del Maryland, PARMESAO brasiliano, PARMESAN, PAMESELLO, WURSTEL Bologna, PARMA Ham, AMARETTO Venezia, la PASTA Verdi e la SALSA Gattuso (da Rino, il calciatore), il DANIELE PROSCIUTTO, la MOZZARELLA di Dallas, il GRANA PADANO danese. Un po’ come dire: prodotti che storpiano parole, colori, immagini e marchi del redditizio Made in Italy alimentare per sfuggire alle (poco restrittive) leggi internazionali. Basta una cifra: NEGLI STATI UNITI SOLO UN PRODOTTO SU 8 DI QUELLI VENDUTI CON UN NOME ITALIANO PROVIENE DAL NOSTRO PAESE. (da http://www.dissapore.com/ )
Cos’è l’ITALIAN SOUNDING? PECORINO cinese di mucca, ASIAGO del Wiscounsin, CHIANTI del Maryland, PARMESAO brasiliano, PARMESAN, PAMESELLO, WURSTEL Bologna, PARMA Ham, AMARETTO Venezia, la PASTA Verdi e la SALSA Gattuso (da Rino, il calciatore), il DANIELE PROSCIUTTO, la MOZZARELLA di Dallas, il GRANA PADANO danese. Un po’ come dire: prodotti che storpiano parole, colori, immagini e marchi del redditizio Made in Italy alimentare per sfuggire alle (poco restrittive) leggi internazionali. Basta una cifra: NEGLI STATI UNITI SOLO UN PRODOTTO SU 8 DI QUELLI VENDUTI CON UN NOME ITALIANO PROVIENE DAL NOSTRO PAESE. (da http://www.dissapore.com/ )

   Nelle città e nei comuni medio-piccoli le coltivazioni degli orti urbani non hanno scopo di lucro, sono assegnati dai comuni in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà (e forse avere anche un valore di conoscenza agricola oramai quasi perduta…), concorrono a preservare spesso aree verdi a volte che ci sono tra un edificio e l’altro, spazi pubblici quasi sempre destinati all’abbandono e al degrado. Quello della “produzione agricola cittadina” è un fenomeno per ora diffuso ma certamente marginalissimo rispetto ai numeri delle produzioni e dei consumi agro-alimentari, ma destinato ad avere sicuramente un picco di crescita importante.

   Questa (del CIBO PRODOTTO IN CITTÀ) è una prima questione che poniamo negli articoli di questo post riguardo alla problematica dell’alimentazione (…CIBO, ENERGIA e smaltimento dei RIFIUTI saranno temi imprescindibili e dominanti nell’economia futura del nostro pianeta).

   E, in questo post, poi vengono argomentate altre due cose, sul cibo, che Vi poniamo in riflessione:

1- la questione degli SPRECHI ALIMENTARI e di una redistribuzione sociale del cibo a chi è in difficoltà;

2 – e l’altro tema è la QUALITA’ DEL CIBO: nella tendenza, nonostante tutto, a privilegiare nei fatti il FAST FOOD, cioè mangiare velocemente, prevale la scelta di un “cibo da strada” (nelle pause pranzo del lavoro; nelle stazioni mentre si aspetta il treno; nelle feste, sagre, incontri conviviali pubblici; nel fare turismo; in qualsiasi altro modo di utilizzo del tempo libero fuori casa, ma anche in casa nella quotidianità…). Anche il fast food può però essere di buona qualità (l’acquisto di prodotti tipici locali controllati e ben cucinati…) (vi proponiamo una statistica sull’argomento in un articolo di questo post che parla dei “cibi di strada”). Ma molto spesso il fast food propone “cibo-spazzatura”, di scarsa qualità, indigesto, poco nutriente.

   E il sistema commerciale mondiale lancia messaggi dove anche le produzioni italiche di eccellenza vengono danneggiate gravemente dal cibo globale: prodotti della tradizione agro-alimentale italiana che vengono spacciati per tali nel mercato mondiale e provenienti da altri luoghi che nulla hanno a che vedere con il nome del prodotto con il quale si propongono (il famoso “PARMISAN” formaggio grana di produzione tedesca che coopta il nome del famosissimo “nostro” Parmigiano Reggiano. Fenomeno che viene chiamato ITALIAN SOUNDING, cioè c’è l’attribuzione di un’immagine italiana a prodotti che invece sono realizzati all’estero (per un giro d’affari che secondo la Coldiretti ammonta a oltre 60 miliardi di euro l’anno).

   E’ anche vero che esiste un fenomeno contrario (e sempre ne parliamo in questo post), cioè alimenti etnici (di origine araba come il cous cous, o cinese come una certa qualità di riso, le patate olandesi…) che vengono prodotti in Italia (peraltro con qualità).

   Invitandovi a leggere gli articoli qui raccolti, una riflessione basilare che qui riprendiamo dall’associazione Slowfood nell’articolo di Michela Marchi che troverete, è che la virtuosa produzione del cibo porta a una politica non solo individuale (di mangiar meglio, spendere bene quel che abbiamo…), ma a una politica “contro la fame” che nel mondo c’è, perché una doppia finalità si realizza: cioè che LA FAME ZERO SI RAGGIUNGE AUMENTANDO L’ACCESSO AL CIBO, NON AUMENTANDO LE RESE…e che è necessario garantire ad ogni comunità l’ACCESSO AL CIBO e una propria SOVRANITÀ ALIMENTARE (s.m.)

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COLTIVARE LE CITTÀ: AGRICOLTURA SOSTENIBILE IN AMBITO URBANO

da http://www.salonedelgusto.com/ , 23/9/2014

– Esperienze internazionali al Salone del Gusto e Terra Madre (tenutosi a Torino dal 23 al 27 ottobre 2014) –

   Alcuni pionieri dell’agricoltura hanno escogitato nuovi e creativi modi per introdurre l’agricoltura anche in città, promuovendo progetti di coltivazioni verticali e orti sui tetti, per sfruttare nel modo più efficace il poco spazio disponibile. Che questo significhi coltivare prodotti sul balcone o in una parte del quartiere, gli abitanti delle città hanno finalmente trovato modi pratici di coltivare prodotti locali e a km0.

   E parlando di città, facciamo riferimento ad alcune delle più grandi metropoli del mondo: si tratta, per esempio, degli orti sui tetti di New York, dei giardini verticali di Singapore, degli orti urbani di Parigi e San Francisco o degli orti comunitari di Boston.

Il Salone del Gusto e Terra Madre 2014 ha riunisce numerosi delegati di Terra Madre, coinvolti in modo interessante nei progetti di agricoltura urbana:

– Anthony Fassio (USA): fiduciario di Slow Food New York, gestisce diversi progetti e attività di agricoltura urbana.

– Kathryn Lynch Underwood (USA): co-fondatrice di Slow Food Detroit; collabora con gli agricoltori urbani e attivisti di Detroit per promuovere politiche alimentari e di agricoltura urbana.

– Faruk Ali Taptik e Muzaffer Suna Kafadar (TURCHIA): sono rappresentanti degli ORTICOLTORI DI INSTANBUL, comunità del Cibo di Terra Madre, un gruppo di attivisti che comprende architetti, urbanisti e studiosi e che si è radunato con lo scopo di occupare il sito storico degli ORTI ANTICHI DI FATIH, e salvarlo dalla trasformazione in parco pubblico, proponendo una nuova visione di progettazione che mira a proteggere e a utilizzare le terre fertili degli orti.

– Janneke Van der Heyden (OLANDA): rappresentante della comunità del cibo Terra Madre degli APICOLTORI SOSTENIBILI URBANI DI THE HAGUE, un’associazione di apicoltori e artisti impegnata in attività di sensibilizzazione e di educazione sul ruolo fondamentale svolto dalle api negli equilibri del pianeta.

– Julie Rouan (FRANCIA): Julie possiede alcuni ALVEARI A PARIGI ed è una rappresentante degli APICOLTORI URBANI DI VILLE MAINS JARDINS, un’associazione che ha sviluppato una serie di PRATICHE AGRICOLE SOSTENIBILI IN AMBITO URBANO. Tra le loro attività, lo sviluppo di UN APIARIO DIDATTICO presso l’ospedale Saint Louis, in cui ogni settimana alcuni volontari, accompagnati dai giardinieri che lavorano presso la struttura ospedaliera, curano cinque arnie raccogliendo il miele che viene poi distribuito tra l’associazione e gli ospiti dell’ospedale.

– Pravanjan Mohapatra (INDIA): Pravanjan è coinvolto nella distribuzione di prodotti biologici nelle città ed è particolarmente attivo nell’ambito dell’agricoltura urbana. Ha partecipato al Salone del Gusto e Terra Madre 2014 come delegato di Terra Madre per la comunità del cibo degli AGRICOLTORI BIOLOGICI DI ORISSA, e in particolare per la SABUJIA MITRA, un’ORGANIZZAZIONE CHE DIFFONDE L’AGRICOLTURA BIOLOGICA PER RAFFORZARE LA PRODUZIONE DI CIBO NELLE ZONE URBANE E FAR CONOSCERE AI BAMBINI LE FASI DI PRODUZIONE DEL CIBO. La principale attività dell’organizzazione è la CREAZIONE DI ORTI BIOLOGICI IN CONTESTI URBANI, dai CORTILI interni alle TERRAZZE.

Una delle iniziative internazionali che cerca di sensibilizzare gli abitanti della città ad un’alimentazione maggiormente consapevole è l’Eating City. Progetti come questo giocano un ruolo importante in questa nuova visione, aiutando i cittadini e coloro che sono chiamati a prendere decisioni per tutta la comunità ad avere maggiore consapevolezza e conoscenza riguardo all’agricoltura. (…..)

AGRICOLTURA URBANA

Fornire alle città una parte del fabbisogno alimentare utilizzando cibo locale, e al contempo consentire anche alle popolazioni urbane di prendere parte al processo produttivo del proprio cibo, è possibile se l’agricoltura urbana smette di essere considerata un passatempo economicamente insignificante e inizia ad essere incentivata come UN’ATTIVITÀ DI TIPO ECONOMICO, AMBIENTALE E SOCIALE. TETTI, DAVANZALI, BALCONI E GIARDINI, OLTRE A TERRENI MUNICIPALI DIVENTANO I LUOGHI DELLA NUOVA AGRICOLTURA.

Perché l’agricoltura urbana è importante?

Più di 3 miliardi e cinquecento milioni di persone, oltre la metà della popolazione mondiale vive nei centri urbani. Una tendenza in crescita, tanto che gli esperti prevedono che verso il 2030 il 70% della popolazione abiterà in città. Mentre le aree urbane sono affollate, molte zone rurali si spopolano: stiamo assistendo da tempo a una diminuzione del numero di contadini, in particolare tra i giovani. Non si possono ignorare questi cambiamenti demografici che influenzano l’offerta e la qualità del cibo nelle città e, soprattutto, definiscono il futuro dell’intero pianeta.

   Un’altra implicazione chiave di questi cambiamenti demografici è la crescente distanza tra consumatori e produttori. La popolazione urbana consuma cibo senza avere consapevolezza della sua provenienza e di come questo abbia raggiunto la tavola. Dal momento che il rapporto con il cibo diventa sempre più labile, è spesso difficile valutare la qualità e la sostenibilità del cibo stesso.

   La nascita di numerosi progetti, che mirano a riconnettere i cittadini con l’agricoltura e la produzione di cibo in tutto il mondo è quindi un fatto molto positivo. Sempre più persone cominciano a capire la portata del cambiamento sociale e le implicazioni ambientali dei cambiamenti demografici, specialmente in relazione all’approvvigionamento sostenibile di cibo in città. Consumatori responsabili stanno prendendo in mano la situazione, con iniziative individuali o collettive di agricoltura urbana. (v. http://www.slowfood.it/ )

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DIMMI CHE BIO SCEGLI E TI DIRÒ CHI SEI

16/12/2014, di Michela Marchi, da http://www.slowfood.it/

   Immaginiamo che gran parte di voi abbia visto la puntata di Report sul bio (sì, dai, ci torniamo anche noi) e allo stesso modo immaginiamo che la maggior parte di coloro che hanno impiegato così la propria domenica sera non abbiano visto soddisfatte le proprie aspettative.

   Per chi è più che interessato a quello che mangia, a come viene prodotto, a trovare un cibo buono per sé, per l’ambiente e per chi lo produce, non serve forse un servizio giornalistico che, se ha avuto il merito di insinuare il dubbio e sollecitare più controlli, non offre rifugio al consumatore finale.

   La regola per noi è sempre la stessa: cerchiamo di conoscere chi ci offre il cibo che portiamo in tavola, siamo curiosi, non temiamo di tediare il nostro spacciatore di verdurine di fiducia con mille domande e oltre al naso e alla bocca usiamo la testa. Presuntuosi? Direi piuttosto prudenti e interessati.

E non mi venite a dire che non avete tempo perché conosco mamme con prole frignante al seguito che, nonostante il lavoro full time, riescono a organizzare incursioni al mercato, a scovare gruppi d’acquisto di ogni specie e a non impazzire.

LE RESE DEL BIO RAGGIUNGONO QUELLE DEL CONVENZIONALE Tornando a Report, forse un po’ più di approfondimento da una trasmissione di quel livello (che pur ha avuto il merito di svegliare il can che dorme soprattutto in Piemonte), sarebbe stato gradito. Certo, vale mettere in guardia dalle truffe (ma sul marketing del packaging dei cosmetici, nessuna novità, ci pare, no?), ma possibile che siano tutti imbroglioni? L’aspetto su cui ci piacerebbe invece soffermarci è un altro.

   Possibile che si debba dimostrare a suon di certificati – con costi indecenti e processi burocratici svilenti – di essere completamente naturali? Questo onere non dovrebbe invece ricadere su chi produce inquinando, proponendo un prodotto arricchito da tossine e veleni?

   Perché lo sforzo debbono farlo i virtuosi? Domanda retorica, va bene, ma sarebbe bello che i consumatori pretendessero altro, considerato che siamo noi a tenere su il Mercato. Già che stiamo parlando di bio, volevamo segnalare ancora altri due notiziole. O meglio, studi che sostengono come le coltivazioni biologiche potrebbero nutrire il mondo.

   Quello pubblicato dalla Royal Society il 10 dicembre mostra come le rese dell’agricoltura bio possano raggiungere quelle dell’agricoltura convenzionale. Senza utilizzare quantità smisurate di pesticidi e fertilizzanti sintetici che soffocano gli ecosistemi marini con fioriture di alghe pestifere.

Questa ricerca, opera della prestigiosa Università di Berkeley in California, dimostra come la differenza di rese tra colture biologiche e convenzionali, se si rispetta la rotazione stagionale, può raggiungere la soglia dell’8%, percentuale decisamente inferiore rispetto al 25% stimato in precedenza. Se quanto affermano gli studiosi californiani fosse vero, significherebbe che le coltivazioni bio possono sfamare il pianeta. Prima degli applausi, però, vorrei invitarvi a una riflessione.

   Le maggiori rese non aiuteranno a combattere fame e obesità (l’assurdo paradosso che viviamo con sfacciata indifferenza), soprattutto perché in realtà la maggior parte delle colture finiscono con alimentare allevamenti e auto, non le persone. Negli Stati Uniti infatti, più di tre quarti delle calorie prodotte dalle aziende agricole è destinato all’allevamento e ai combustibili biologici.

   Insomma il punto è sempre lo stesso: la fame zero si raggiunge aumentando l’accesso al cibo, non aumentando le rese… Dati alla mano, allora, quanto ci serve l’agricoltura industriale a sfamarci? Il problema non è quindi coltivare di più, ma garantire alle comunità accesso al cibo e sovranità alimentare. La strada, non ci stanchiamo di ribadirlo, è quella dell’agricoltura familiare.

PUNTIAMO SULL’AGRICOLTURA FAMILIARE E ancora una volta non siamo i soli a sostenerlo: un recente sondaggio a cura di Grain che, grazie a una corposa base dati raccolti in tutto il mondo, mette in luce come sono i produttori di piccola scala a sfamare il mondo e lo fanno utilizzando solo il 24% della superficie coltivabile, o il 17% se si escludono Cina e India.

   E come fanno questi contadini a sfamarci tutti coltivando una superficie così irrisoria? Il paradosso è che le piccole aziende agricole spesso sono molto più produttive di quelle grandi. The Ecologist ci informa che se i rendimenti delle piccole aziende keniote fossero messe nelle stesse condizioni delle produzioni su larga scala, la produzione raddoppierebbe. In America Centrale triplicherebbe. Se le rendita delle mega aziende in Russia raggiungesse i risultati di quelle piccole, la produzione aumenterebbe di sei punti.

   Insomma, crediamoci. Con un po’ più di impegno e interesse possiamo davvero migliorare il mondo con la forchetta. Il bio costa troppo e non ci fidiamo per via dei “biofurbetti”? Chiediamo, informiamoci e valutiamo le nostre priorità d’acquisto. (Michela Marchi)

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ECCO L’ALTRO MIRACOLO DEL BEL PAESE: IL CIBO ETNICO È MADE IN ITALY

di Virginia Della Sala, da “il Fatto Quotidiani” del 17/12/2014

– Il riso giapponese di Pavia conquista l’Europa. A Ferrara c’è un grande produttore di Cous Cous. Latte halal per Granarolo. L’ultima moda sono le patatine fritte olandesi: sembrano prodotte da una società di Amsterdam, ma in realtà sono napoletane. – L’etnico è di moda, anche quando lo è solo a metà. –

   C’è qualcosa di poetico nel Comune di ALBONESE, 574 abitanti in provincia di Pavia: è circondato dalle RISAIE DELLA LOMELLINA che in primavera si colorano di verde quando le piante sbucano a pelo d’acqua. LA LOMELLINA È LA PIÙ VASTA AREA ITALIANA PER LA COLTIVAZIONE DEL RISO, esportato in tutto il mondo con un incremento che, quest’anno, Italirisi ha stimato doppio rispetto al 2013.

   Ad Albonese c’è la ITALPO ENTERPRISE SRL, fatturato pari di circa 3 milioni di euro e che appartiene a CHIKAKO, suo marito HAJIME e SARI MORIMOTO. LAVORANO IL RISO ITALIANO CON PROCEDIMENTI GIAPPONESI e lo distribuiscono in tutta Europa. “Mio padre arrivò in Italia 40 anni fa e si innamorò del Bel Paese” racconta la figlia Sari, che a dicembre inaugurerà in centro a Milano il suo ristorante di cucina nipponica.

   Dalla scoperta di UN CEPPO COMUNE TRA IL RISO ITALIANO E QUELLO TIPICO GIAPPONESE, quindici anni fa è nata l’azienda dei Morimoto. “Ogni anno aumentano le esportazioni verso Russia, Germania, Austria – spiega Sari – e la carta vincente della distribuzione all’ingrosso del RISO OKOMESAN’ è che permette ai ristoratori di evitare il costo d’importazione, pur avendo un prodotto equivalente a quello originario”.

   Mentre l’Italia prosegue la sua battaglia contro l’ITALIAN SOUNDING, contro cioè l’attribuzione di un’immagine italiana a prodotti che invece sono realizzati all’estero (per un giro d’affari che secondo la Coldiretti ammonta a OLTRE 60 MILIARDI DI EURO L’ANNO), e i genitori respingono l’iniziativa del Comune di Roma di introdurre piatti europei nel menu delle mense scolastiche, si sta diffondendo una sorta di FOREIGN SOUNDING che muove e interessa buona parte dell’economia gastronomica.

SEMBRA STRANIERO, MA È ITALIANO.

Ad ARGENTA, provincia di Ferrara, c’è la BIA SPA, nata nel 2004 dalla conversione di un pastificio. Oggi è UNO DEI MAGGIORI PRODUTTORI E DISTRIBUTORI DI COUS COUS NEL MONDO, con un mercato che si espande fino al Nordafrica e un fatturato di circa 15 milioni di euro.

   La GRANAROLO produce un LATTE FERMENTATO SECONDO LA TRADIZIONE ARABA. Il nome e l’etichetta sono in arabo, ha la certificazione HALAL (conformità alle regole dell’islam) ma “il latte – assicurano – proviene solo da allevamenti italiani”.

   In PUGLIA Ci sono COLTIVATORI CREATIVI, come il foggiano Andrea Suriano, 30 anni, presidente del Coordinamento dei Giovani Imprenditori della Camera di Commercio di Foggia, che da anni producono ZENZERO, CORIANDOLO, CURCUMA e CANNELLA da rivendere ai migranti del territorio.

   Ma non solo. Secondo il rapporto Coop 2014, LA VENDITA DI CIBI ETNICI È CRESCIUTA DEL 63% DAL 2007, del 10% nell’ultimo anno, e chi acquista sa di consumare un prodotto straniero, ma realizzato con materie prime italiane. II KEBAB MILANESE A CHILOMETRO ZERO A MILANO, in via Spallanzani, c’è un ristorante gestito da OTTO ITALIANI TRA I 28 E I 31 ANNI, laureati in ingegneria, chimica, giurisprudenza e architettura. Le vetrine hanno il logo rosso “NUN”, ambiente moderno, lampade industriali e piastrelle bianche. Una lungo tavolo in legno occupa la parte centrale del locale e le sedie multicolor contrastano con il candore degli arredi. E’ una “KEBABBERIA” che emette circa 200 scontrini al giorno, con una media di 2 MILA CLIENTI SETTIMANALI.

   È nata grazie alla partecipazione ai bandi per le nuove imprese: 20 mila euro a fondo perduto con il primo bando, ancora 6 mila euro per le assunzioni, poi un prestito a tasso zero (pari a un corrispondente aumento di capitale) per le imprese che vogliono crescere e infine, quest’anno, ulteriori 20 mila euro da un altro bando riservato alle start up e destinati alla ristrutturazione del ristorante.

   “Abbiamo aperto Nun a marzo del 2013. E’ andata bene da subito”, racconta Damiano Briguglio, 28 anni, a capo di questa start up gastronomica da 250mila euro di investimento. Qui si cucina UN KEBAB TUTTO ITALIANO: la carne proviene da un allevatore dell’Emilia Romagna, le verdure sono quasi a km zero e le spezie sono dosate secondo il gusto italiano.

   “Mi sono laureato in economia alla Bocconi, ho lavorato in un’azienda sud coreana e poi ho deciso di aprire un’impresa. Ho intuito che la soluzione vincente per la ristorazione italiana fosse DARE AL CIBO ETNICO UN GUSTO NOSTRANO, pur seguendo tecniche e ricette tradizionali”. Il primo bilancio, dopo meno di un anno di attività, si è chiuso in passivo. “Ma ora – assicura Damiano – chiuderemo con un attivo soddisfacente. E per quattro anni reinvestiremo tutto l’utile nel locale”. L’AVANZATA MULTILINGUE Gli italiani, intanto, assaggiano piatti stranieri in modo consapevole e il settore non conosce crisi. Secondo uno studio pubblicato sul sito del governo http://www.integrazionemigranti.gov.it/ , metà di loro ha sperimentato almeno una volta la cucina etnica e il 19% mangia etnico una volta al mese. Dai dati di Unioncamere-InfoCamere si evince che DAL 2011 AL 2014 il comparto ristorazione è cresciuto dell’1,6% e che DEI NUOVI RISTORANTI APERTI, QUASI UNO SU TRE È ETNICO.

   Dal 2011 nel PANIERE DELL’ISTAT, assieme ai tablet, è stato inserito anche il FAST FOOD ETNICO, due anni prima del formaggio grattugiato e del caffè in cialde. I dati della Camera di commercio di Milano aiutano a capire il fenomeno: nel 2013, dei circa tremila ristoranti aperti in città (7% dal 2011), uno su tre è gestito da stranieri. In Lombardia, il 22% delle imprese di ristorazione è straniero.

   Le cucine regionali, invece, hanno registrato un calo del fatturato pari al 25% e, secondo Fipe-Confcommercio, negli ultimi tre anni è aumentato del 39% il numero di ristoranti e pizzerie gestiti da imprenditori stranieri. “Il dato – spiega il presidente Fipe Lino Enrico Stoppani – segnala la capacità d’integrazione sociale che offre la ristorazione, ma indica anche la difficoltà del settore. E una manna per il migrante che con maggiore disponibilità al sacrificio guadagna più di quanto guadagnerebbe se fosse un lavoratore dipendente”. L’ORO GIALLO D’OLANDA Sabato sera. Per ordinare un cartoccio di patate fritte olandesi in corso Vittorio Emanuele, nel centro di Avellino, sono necessari 30 minuti di fila. Decidiamo di cambiare. Cinquanta passi e c’è un’altra friggitoria olandese e un’altra fila. Duecento passi, sulla stessa strada, e ancora patatine fritte, vendute attraverso una porticina tra due palazzi, con una grande insegna luminosa.

   A Napoli, la situazione è la stessa. Partendo dal sito web della catena CHIPSTAR AMSTERDAM, che reca il dominio dei Paesi Bassi “.nl”, scopriamo che appartiene a una società napoletana con sede a GRUMO NEVANO, provincia di Napoli.

   “Diamo lavoro a più di 100 giovani, abbiamo fondato un franchising vincente con 5 mila richieste di affiliazione. Soprattutto da imprenditori edili che a causa della crisi hanno bisogno di trovare un’altra fonte di guadagno”, spiega Nicola Tammaro. E uno dei soci della Chip-star Amsterdam srl, apripista della MODA DELLA PATATINA FRITTA D’OLANDA, nata da un punto vendita nel quartiere napoletano del Vomero a dicembre 2013, con un capitale sociale di 10mila euro, in un anno ha aperto 30 punti vendita in Campania.

Da dicembre, è anche a Roma, Bari, Ancona e Milano. “Le patate sono olandesi, i macchinari sono olandesi, le salse di un’azienda belga, il marchio registrato cita Amsterdam. Per aprire una sede serve una media di 100mila euro”, specifica Nicola.

   Nell’elenco del Registro Imprese, più della metà dei risultati alla ricerca “chips” fa riferimento a punti vendita e friggitorie campane. Masterchips, Chips King, Chips Planet, Chips Point, Chips World, Ciao Chips, Cuoppo Chips, Fry Chips, Crisp and Chips: risultati che, nel caso dei franchising, devono essere moltiplicati almeno per dieci e spalmati sul territorio nazionale.

   L’idea di Nicola è che tutti abbiano copiato il modello di Chip-star, impressionati dal successo e dalle sue “benedette file”. Secondo quanto raccontato dai titolari, Chipstar Amsterdam acquista in Olanda, per tutti i negozi, 40 tonnellate di patate a settimana, a 50 centesimi al chilo, per un totale di 20mila euro. Ogni punto vendita distribuisce circa 450 porzioni al giorno, con una media di 3 euro a porzione. Il marchio muoverebbe, in Italia, un volume d’affari di più di un milione di euro al mese, nutrito dai clienti che continuano a affollare i punti vendita.    “Il problema – commenta Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti – è che agli italiani possono anche non considerare importante la provenienza di ciò che mangiano, ma a furia di non prestare attenzione si perdono posti di lavoro nell’indotto”. L’ECCELLENZA VIENE DAL GIAPPONE Anche la cucina d’eccellenza riconosce il peso del cibo etnico. A Milano, nei pressi di piazza Firenze, c’è il RISTORANTE GIAPPONESE IYO. Quest’anno ha ricevuto UNA STELLA MICHELIN, la prima a un ristorante etnico in Italia. Per prenotare bisogna telefonare cinque giorni prima e per parlare con Claudio Liu, 32 anni, proprietario e socio unico, bisogna aspettare che sia disponibile dalle 15 alle 17.

   “La stella ci ha portato molte grane – scherza – i clienti sono sempre più esigenti”. Aperto nel 2007 da un ragazzo di 23 anni che voleva emanciparsi dai genitori, con un investimento iniziale di circa 350 mila euro, il ristorante ha sempre servito una CUCINA MOLTO LEGATA ALL’AUTENTICA TRADIZIONE GIAPPONESE.

Senza mai conoscere crisi. Ogni sera ha 150 coperti e la spesa media a persona è di 70 euro, escluse bibite. Ipotizzando un conto di 90 euro a persona, il volume d’affari mensile si aggirerebbe attorno ai 400mila euro. “Abbiamo più di 20 dipendenti, ottimi utili e tanti progetti per il futuro”, ci spiega Claudio. Gli chiediamo se crede che l’Italia si un paese aperto alla gastronomia etnica. Ci pensa un attimo: “Credo che CON L’EXPO 2015 alle porte e una sempre maggiore globalizzazione, sia QUASI INUTILE DISTINGUERE TRA COSA È ETNICO E COSA NON LO È – conclude – Alla fine, per raggiungere qualsiasi destinazione, basta prendere un aereo”. (Virginia Della Sala)

mappa gastronomia etnica e internazionale in italia (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
mappa gastronomia etnica e internazionale in italia (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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OSSERVATORIO SUGLI SPRECHI ALIMENTARI DELLE FAMIGLIE ITALIANE – RAPPORTO 2013

PREMESSA

(di Andrea Segré, Presidente di Last Minute Market)

   RIFIUTO, SCARTO, SPRECO, MA ANCHE DEVASTAZIONE E DISTRUZIONE: una polifonia di significati che l’inglese, lingua concreta e pragmatica, mediatore comune in campo scientifico, riassume in un unico termine essenziale: WASTE.

   Ma perché rifiutiamo, scartiamo, sprechiamo? Cosa ci spinge a un gesto che in ogni cultura è considerato negativo, non a caso diciamo “avere le mani bucate”, fino a considerarlo immorale? Lo spreco richiama nel linguaggio comune lo sperperare, il dissipare, lo scialacquare, il trattare male qualcosa che meriterebbe al contrario più attenzione e cura: a partire dal CIBO, BISOGNO PRIMARIO ESSENZIALE, che consumiamo nelle nostre economie, cioè, letteralmente, nelle nostre case.

   È proprio questo l’anello “debole” della filiera agroalimentare.

   Allora per capire cosa accade nelle nostre economie domestiche abbiamo costituito un “OSSERVATORIO” che fa da “sentinella” agli SPRECHI FRA LE QUATTRO MURA: WASTE WATCHER.

   L’osservatorio sullo spreco domestico è stato promosso da LAST MINUTE MARKET, spin off dell’Università di Bologna, in collaborazione con SWG, società di ricerche di mercato, e i Dipartimenti di Scienze Statistiche e Scienze e Tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna.

   Waste Watcher si propone di fornire alla collettività strumenti di comprensione delle dinamiche sociali, comportamentali e degli stili di vita che generano e determinano lo spreco delle famiglie, al fine di costituire una base di conoscenza comune e condivisa, in grado di orientare le politiche e le azioni di prevenzione dello spreco alimentare degli attori pubblici e privati. (…)

verdura da smaltire
verdura da smaltire

   L’idea di Waste Watcher nasce alla fine del 2012 come risultato di una ricerca sullo spreco domestico promossa da Last Minute Market in collaborazione con l’Istituto per la salute e la protezione dei consumatori della Commissione Europea (uno dei sette istituti del “Joint Research Center” della Commissione, con sede ad Ispra) e il Karlsruhe Institut für Technologie.

   Waste Watcher ci rivela che NEL 2013 lo spreco domestico è costato agli italiani 8,7 MILIARDI DI EURO: una cifra vertiginosa, che deriva dallo SPRECO SETTIMANALE MEDIO PER FAMIGLIA DI CIRCA 213 GRAMMI DI CIBO, gettato perché considerato non più edibile, al costo di 7,06 EURO SETTIMANALI.

   A finire nel bidone della spazzatura non sono soltanto gli euro ma anche le risorse naturali, suolo, acqua, energia, utilizzate per produrre, trasformare, distribuire e poi smaltire.

   IL BIDONE SCOPPIA e per intervenire è necessario conoscere e comprendere a fondo le cause: ecco perché è importante indagare il comportamento degli italiani, entrare nelle nostre economie domestiche.

   Waste Watcher si inserisce in un percorso avviato da Last Minute Market, oggi spin-off accademico dell’Università di Bologna, alla fine degli anni ‘90 con ricerche e progetti per la riduzione degli sprechi e la prevenzione di rifiuti, con particolare riferimento al comparto agro-alimentare.

   Negli ultimi anni, in particolare a partire dal 2010, Last Minute Market ha lanciato la campagna europea Un anno contro lo spreco, (www.unannocontrolospreco.org/it/ ) patrocinata dal Parlamento Europeo-Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica sul problema degli sprechi alimentari e, più in generale, dell’utilizzo insostenibile delle risorse naturali.

   Ogni anno, la campagna ha posto l’accento su un tema diverso: il 2010 è stato l’anno dello spreco di cibo, il 2011 quello dello spreco di acqua (e in particolare dell’acqua “virtuale” contenuta nel cibo che sprechiamo) il 2012 quello dello spreco di energia, per arrivare al 2013 con “spreco zero”, che ha posto l’accento sulla

necessità di ripensare un modello economico costruito intorno all’assioma della crescita infinita.

   Non è un caso che iL TARGET PRINCIPALE DELLA CAMPAGNA DEL 2014 SARANNO I “GIOVANI” E IL LORO RUOLO NELLA TRANSIZIONE VERSO UN MODELLO DI ”CRESCITA INTELLIGENTE, SOSTENIBILE E INCLUSIVA”.

   “Un anno contro lo spreco” non si limita tuttavia ad analizzare il problema e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle cause e le conseguenze dello spreco, ma si rivolge direttamente alle istituzioni italiane ed europee affinché adottino, ognuno per quanto di loro competenza, gli strumenti e le misure necessarie a tradurre in pratica gli obiettivi della campagna.

   Ne è un esempio la Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare promossa nell’ambito dell’edizione 2010 con l’adesione di associazioni, imprese, uomini di scienza e cultura, alla base nel gennaio 2012 della Risoluzione del Parlamento Europeo su “Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE”.

   IL DIMEZZAMENTO DEGLI SPRECHI ALIMENTARI ENTRO IL 2025 e l’istituzione dell’Anno europeo contro lo spreco alimentare sono due tra le principali proposte contenute nella Dichiarazione fatte proprie dalla Risoluzione.

   A livello nazionale, il lancio della “Carta per una rete di enti territoriali a Spreco Zero” (la cd. “Carta Spreco Zero”), nell’ambito dell’edizione 2012 della campagna, ha visto in pochi mesi l’adesione di centinaia di Sindaci in tutta Italia (fra gli altri Pisapia a Milano, Fassino a Torino, Marino a Roma, Renzi a Firenze, De Magistris a Napoli, Merola a Bologna, Zanonato a Padova, Cosolini a Trieste etc…).

   L’impegno è quello di rendere subito operative le indicazioni contenute nella Risoluzione del Parlamento europeo, sostenendo e promuovendo in primo luogo le INIZIATIVE DI REDISTRIBUZIONE DEI PRODOTTI INVENDUTI (O SCARTATI LUNGO LA FILIERA AGROALIMENTARE) ALLE CATEGORIE DI CITTADINI AL DI SOTTO DEL REDDITO MINIMO ma anche istituendo sul territorio corsi e programmi educativi per aumentare la consapevolezza, la conoscenza e l’attenzione dei cittadini sugli impatti sociali, economici e ambientali degli sprechi.

   Nel maggio 2013 la “Carta Spreco Zero” è stata al centro della Green Week delle Venezie con l’iniziativa di Padova “1000 Sindaci a Spreco Zero” volta ad estendere il coinvolgimento delle amministrazioni locali italiane ed europee verso gli obiettivi indicati nella Carta.

   Dalla “Carta Spreco Zero” è nata in seguito l’associazione di Comuni, denominata SPRECOZERO.NET, con l’obiettivo di sostenere e stimolare gli enti locali nella definizione e implementazione di misure concrete contro lo spreco nei territori amministrati.

   Nel corso del 2013 dalla “Carta Spreco Zero” è nato anche il Premio Vivere a Spreco, un riconoscimento promosso dalla campagna nell’ambito di “Trieste Next – salone europeo della ricerca scientifica” per individuare, incoraggiare e promuovere le buone pratiche attuate dai Comuni in materia di sprechi alimentari ed efficienza nell’uso delle risorse.

   Fra le iniziative della campagna Un anno contro lo spreco va ricordato anche il format di Last Minute Market “Primo non sprecare”, avviato in collaborazione con Radio2 Rai, Caterpillar.

   Si tratta di pranzi e cene realizzati, spesso da noti chef, con cibo di recupero dalla filiera agro-alimentare, e con prodotti stagionali e a “chilometri zero”.

   Degustazioni che sprigionano il fascino di un vero e proprio ‘convivio’, nel quale si condivide il cibo che altrimenti sarebbe diventato rifiuto, scarto, eccedenza, surplus, invenduto … roba da buttare insomma. Ma attenzione: quel cibo è ancora perfettamente edibile e commercializzabile, NON SI TRATTA DI CIBO “AVANZATO”.

   NON SPRECARE va interpretato come una sorta di PRIMO COMANDAMENTO LAICO DEL NOSTRO TEMPO DI CRISI: GETTARE IL CIBO ANCORA BUONO DA MANGIARE non solo è peccato in tutti i sensi, ma È anche UN COSTO ECONOMICO, ECOLOGICO E SOCIALE. Ridurre gli sprechi alimentari dev’essere dunque una priorità politica.

   Ulteriori iniziative scandiscono annualmente la campagna di comunicazione Un anno contro lo spreco: la predisposizione dei rapporti scientifici Libro nero dello spreco: il cibo (2011), Libro blu dello spreco: l’acqua (2012) e Libro verde dello spreco: l’energia (2013) pubblicati di anno in anno da EDIZIONI AMBIENTE sulla base dei monitoraggi condotti nel corso di ciascuna edizione.

   Gli incontri e i dialoghi capillarmente organizzati in occasione di festival, eventi e rassegne intorno ai temi della sostenibilità, così come gli interventi nelle scuole, le giornate nazionali ed europee a tema; le conferenze sceniche ideate e prodotte dalla campagna, ovvero “-Spr+Eco”, con Massimo Cirri e “Waterfront”, con Patrizio Roversi.

   Sul piano internazionale, la campagna prevede iniziative di lotta allo spreco in Italia e all’estero nell’ambito del progetto europeo FUSIONS di cui Last Minute Market è partner insieme ad altre 20 organizzazioni provenienti da 13 paesi.

   Il Progetto FUSIONS (2012-2016), finanziato nell’ambito del settimo programma quadro di ricerca e sviluppo della Commissione Europea, è il più importante progetto internazionale di ricerca sul tema, strumento indispensabile ai fini della definizione di una nuova politica comune europea per il contrasto agli sprechi di cibo.

   La campagna prevede inoltre iniziative in sinergia con la “SAVE FOOD Initiative” della FAO come già in occasione del Side Event organizzato da Last Minute Market a Roma, in occasione della 145a Sessione del Consiglio Generale della FAO del 4 dicembre 2012.

   In conclusione, ci tengo a sottolineare che lo scopo di questo volume, non si limita alla raccolta ponderata di una serie di numeri, è più ambizioso, il nostro intento è quello di rendere evidenti, comprensibili e se vogliamo “umanizzate”, le cause che stanno all’origine dello spreco familiare, per contribuire al formarsi di una coscienza collettiva, evento indispensabile se non vogliamo che il prossimo futuro si trasformi in un “bidone”, per noi e soprattutto, per le generazioni che seguiranno.

(ANDREA SEGRÈ, Presidente di Last Minute Market, spin off accademico dell’Università di Bologna)

Per leggere tutto lo studio:

http://www.lastminutemarket.it/media_news/wp-content/uploads/2014/05/WW-Executive-Summary-2013.pdf

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I PADRONI DEL CIBO

di Paolo Griseri, da “la Repubblica” del 19/12/2014

– Sono dieci i signori dell’industria alimentare che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente – Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l’uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino –

   STANNO seduti intorno alla tavola del mondo e controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Sono i 10 signori dell’industria alimentare: 450 miliardi di dollari di fatturato annuo e 7.000 miliardi di capitalizzazione, l’equivalente della somma del pil dei paesi più poveri della Terra. Non sempre sono nomi noti in Italia.

   Da un secolo la COCA COLA è il sinonimo della multinazionale ma solo gli addetti ai lavori conoscono la MONDELEZ. Un po’ più numerosi sono gli italiani che ricordano la KRAFT, vecchio nome proprio della Mondelez. Quasi tutti invece hanno incontrato al supermercato marchi come TOBLERONE, MILKA e PHILADELPHIA. «I 500 marchi riconducibili ai dieci signori della tavola — spiega Roberto Barbieri, direttore generale di OXFAM ITALIA — sono spesso vissuti dai consumatori come aziende a sè stanti. In realtà fanno parte di multinazionali in grado di condizionare non solo le politiche alimentari dell’Occidente ma anche le politiche sociali dei paesi più poveri».

   A rendere chiaro il quadro c’è il paradosso del ricco Epulone, il protagonista della parabola evangelica. Mentre sono 900 MILIONI LE PERSONE CHE SOFFRONO LA FAME (dati Onu settembre 2014) e che vivono sotto la tavola del banchetto sperando nelle briciole, sono 1,4 MILIARDI GLI UOMINI E LE DONNE CHE NEL MONDO HANNO IL PROBLEMA DEL SOVRAPPESO. «Sono due prodotti dello stesso sistema — osserva Barbieri — perché l’80 per cento di coloro che non riescono a sfamarsi vivono nelle campagne e lavorano per produrre cibo».

   Oxfam è un’organizzazione che si propone di aiutare le popolazioni povere del mondo cercando di rendere virtuosi, con campagne e raccolte di firme, i comportamenti delle multinazionali del cibo. Il sistema è quello di fare pressione sull’immagine dei gruppi alimentari in Occidente per spingerli a migliorare le politiche sociali nei paesi produttori.

   È accaduto con Nestlé, Mondelez e Mars per quel che riguarda i diritti delle donne che lavorano nelle piantagioni di cacao. Si chiede che accada con Coca Cola e Pepsi per evitare il fenomeno del LAND GRABBING, L’ESPROPRIO FORZOSO DELLE TERRE DOVE SI COLTIVA LA CANNA DA ZUCCHERO. «Già oggi — spiega Oxfam — sono coltivati a zucchero 31 milioni di ettari di terra, l’equivalente della superficie dell’Italia».

   LA TENDENZA ALLA CONCENTRAZIONE DEI MARCHI È IN ATTO DA TEMPO E RIGUARDA PRATICAMENTE TUTTI I SETTORI ALIMENTARI. Ci sono eccezioni quasi inevitabili come il latte e il vino. Stiamo naturalmente parlando di grandi multinazionali.

   Ma se nel SETTORE VINICOLO il blocco alla creazione di grandi gruppi è dovuto a un legame strettissimo con il territorio (ogni collina è una diversa cantina sociale), nella BIRRA non è più così da tempo: i tre principali marchi mondiali, i belgi in In Bev (Artois, Beck’s e la brasiliana Anctartica), i sudafricani di SAB Miller e gli olandesi di Heineken controllano da soli il 60 per cento del fatturato mondiale e raccolgono l’80 per cento degli utili.

   Analoga concentrazione sta per avvenire nel settore del CAFFÈ. «L’esempio della birra — spiega Antonio Baravalle, ad di Lavazza — dimostra che nei settori dell’alimentare la concentrazione delle proprietà fa aumentare i profitti». Dunque c’è da immaginare che nei prossimi anni i dieci signori che governano le tavole del mondo si ridurranno ancora? «Penso che ci sia un limite. Fondersi ancora di più non sarà facile. Mi sembra più probabile che ciascuno di quei dieci gruppi assorba nel tempo altri gruppi minori ».

   Anche se, a ben guardare la composizione della tavolata, non tutti i signori del cibo hanno la stessa consistenza. Provando a metterli in fila per fatturato, LA NESTLÉ È DI GRAN LUNGA PIÙ GRANDE (90,3 miliardi) della SECONDA classificata, LA PEPSICOLA (66,5 miliardi).

   Nonostante il suo valore iconico, come si dice oggi, LA COCA COLA è ben distaccata dalla storica rivale ed è ferma a 44 miliardi di fatturato, scavalcata da UNILEVER (60) e MONDELEZ (55). A fondo classifica la KELLOGG’S con 13 miliardi di dollari di ricavi annui. Con queste marcate differenze tra i dieci primi in classifica c’è, in teoria, ancora spazio, per i matrimoni.

   «Ma può anche accadere — spiega Baravalle — che uno dei grandi gruppi decida di liberarsi di un marchio perché non lo considera abbastanza globale». È quel che è successo, ad esempio, con la scelta di Mondelez di cedere i suoi marchi del caffè. Ed è quel che è accaduto negli anni scorsi a FINDUS, un tempo di Nestlé e Unilever e oggi in maggioranza detenuta da un fondo di investimento. Findus continua ad essere un ottimo marchio ma il suo difetto, secondo le valutazioni delle multinazionali, è quello di essere forte solo su alcuni mercati.

   Un’altra tendenza è quella di RILEVARE UN MARCHIO ALIMENTARE LOCALE PERCHÉ FACCIA DA VEICOLO ALLA PENETRAZIONE DI UN GRANDE GRUPPO IN UN MERCATO. Se Unilever, per esempio, deciderà un giorno di acquistare un marchio locale in un paese asiatico, lo farà soprattutto per mettere piede in quel mercato e poterlo affiancare dopo poco tempo con uno dei suoi brand globali.

   Dopo altri decenni di fusioni e concentrazioni, ci troveremo un giorno a consegnare ad un unico grande fratello le chiavi della dispensa del mondo? Quello di UN PIANETA IN CUI UNA SOLA GRANDE MULTINAZIONALE CONTROLLERÀ TUTTI I MARCHI ALIMENTARI È CERTAMENTE UNO SCENARIO DA INCUBO.

   Ma come tutti i processi di concentrazione, anche quello del cibo crea inevitabilmente i suoi anticorpi. Succede in politica, dove contemporaneamente alle unioni tra stati nascono i movimenti separatisti e territoriali; accade, in modo assai più virtuoso, nell’alimentare con IL SORGERE DEI PRODOTTI CHILOMETRO ZERO, i presidi territoriali, i sistemi di produzione artigianale. Chi decide di resistere alla tentazione di vendere l’azienda alle multinazionali è inevitabilmente portato a valorizzare il suo brand mettendo in evidenza il legame con il territorio.

   L’Italia è certamente uno dei Paesi del mondo dove il rischio della concentrazione dei produttori di alimenti è meno forte. Un po’ per il particolarismo che caratterizza la nostra economia asfittica. Un paese dominato dal modello per molti aspetti negativo della piccola e media impresa, che nel settore del cibo potrebbe trasformare il difetto in virtù.

   Lo dimostra UNO STUDIO CONDOTTO DALL’AGENZIA NEXT con un questionario rivolto alle aziende alimentari italiane. L’elenco di quelle principali dice che siamo ben al di sotto del livello dei colossi mondiali. L’unica che si avvicina per fatturato è la FERRERO, con 8,1 miliardi di euro di ricavi annui, circa 10 miliardi di dollari, poco meno dei 13 miliardi della Kellogg’s. Le altre sono molto più indietro. La BARILLA fattura 3,5 miliardi di euro ed è limitata dal fatto di avere come business un prodotto molto connotato localmente come la pasta. Si contano sulle dita di una mano le altre italiane sopra il miliardo di fatturato: il gruppo Cremonini (3,5) Parmalat (1,4), Amadori (1,3) Lavazza (1), Conserve Italia (1). Immediatamente sotto il livello del miliardo ci sono Acqua San Benedetto, Galbani e Granarolo.    È evidente che gli 11 signori del cibo italiano sono molto meno potenti dei commensali della tavolata mondiale. Ci si chiede se i re dell’alimentare, in Italia e nel mondo, hanno politiche comuni, accordi segreti, si mettono d’accordo per decidere che cosa mangeremo nei prossimi trent’anni.

   L’idea di una Trilateral del cibo, di un supergoverno occulto delle nostre cucine, è forse fantasiosa: «Credo anch’io che messa così possa essere un esercizio di fantasia premette Baravalle — ma sarei un ingenuo ad escludere che sulle grandi questioni di politica alimentare i grandi gruppi non esercitino, com’è legittimo, le loro pressioni sui politici ».

   Certo, la discussione delle normative comunitarie sulla etichettatura risente ed ha inevitabilmente risentito dei desiderata dei signori del cibo. Ogni particolare in più o in meno da aggiungere sul foglio informativo per i consumatori si porta dietro miliardi di investimenti.

   Il caso più clamoroso è scoppiato di recente e riguarda GLI OLI UTILIZZATI: finora è sufficiente scrivere che si tratta genericamente di “OLI VEGETALI”. Ma se domani i produttori fossero costretti a specificare quali sono quegli oli, quanti avrebbero il coraggio di scrivere che utilizzano l’OLIO DI PALMA, decisamente più scadente di quello di oliva? Ogni tanto sedersi intorno a un tavolo e decidere strategie comuni può essere utile. Anche per i signori del cibo. (Paolo Griseri)

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CRISI: BOOM CIBI DI STRADA PER 3 ITALIANI SU 4, DA ARANCINI A PIADINA

da http://www.coldiretti.it/ del 15/11/2014

– Specialità della tradizione made in Italy nettamente quelle importate da kebab e hot dog –

   Quasi TRE ITALIANI SU QUATTRO (73 per cento) HANNO ACQUISTATO NEL 2014 CIBO DI STRADA, facendo registrare un vero e proprio boom per questa nuova forma alternativa di ristorazione low cost, nel tempo della crisi. E’ quanto emerge da un sondaggio on line condotto dal sito www.coldiretti.it dal quale si evidenzia un incredibile successo dello “STREET FOOD”, costituito da quegli alimenti già pronti per il consumo, che sono preparati o venduti soprattutto in strada.

   Un fenomeno che – stima la Coldiretti – ha contagiato 35 milioni di italiani perché concilia l’ESIGENZA DEL RISPARMIO con la SCOPERTA DEL TERRITORIO e dei suoi PRODOTTI TIPICI da poter gustare proprio in strada passeggiando.

   Lo dimostra il fatto che il CIBO DI STRADA preferito da ben oltre la metà dei cittadini (60 per cento) è – sottolinea la Coldiretti – quello LOCALE che va dalla PIADINA agli ARROSTICINI fino agli ARANCINI, mentre il 10 per cento sceglie i CIBI ETNICI come il KEBAB, e appena il 3 per cento predilige quello INTERNAZIONALE come gli HOT DOG.

   Nel mito del cibo di strada infatti – continua la Coldiretti – l’Italia con le sue numerosissime golosità gastronomiche non è seconda a nessuno e può vantare una tradizione millenaria come dimostrano le diverse specialità locali apprezzate dagli amanti dello street food come gli arancini siciliani, la piadina romagnola, le olive ascolane, i filetti di baccalà romano, gli arrosticini abruzzesi, la polenta fritta veneta, le focacce liguri, il pesce fritto nelle diverse località marittime e gli immancabili panini ripieni con le tipiche farciture locali che vanno dai salumi ai formaggi senza dimenticare l’immancabile porchetta.

   Non mancano i dolci come i cannoli siciliani ma anche le crostate casalinghe che si trovano spesso nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica. Questi – afferma la Coldiretti – sono solo alcuni  esempi della grande tradizione del cibo di strada italiano che ha trovato la massima espressione in un 2014 segnato dalla crisi ma che ha però fatto moltiplicare le presenze nelle sagre e feste di paese organizzate in tutta Italia dove in molti hanno colto l’occasione per mangiare all’aria aperta a costi contenuti.

   Bisogna considerare che essendo il cibo di strada legato, nella maggior parte dei casi, alle tradizioni culinarie del territorio è l’unica forma di ristorazione meno soggetta all’influenza delle mode gastronomiche e alla distorsione delle ricette tipiche. Il fenomeno del cibo di strada – conclude la Coldiretti – ha però radici molto antiche che risalgono sino al tempo dei Romani dove gran parte della popolazione era solita gustare molto spesso i pasti in piedi e velocemente in locali aperti in prossimità della strada.

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IL BOOM DELLO STREET FOOD

Acquistano cibi di strada made in Italy 60 per cento
Acquistano kebab e cibi etnici 10 per cento
Acquistano hot dog e cibi internazionali 3 per cento
Totale 73 per cento

Fonte: Coldiretti

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IL LATO VERDE DELLA CRISI, TRIPLICATI GLI ORTI URBANI

21/8/2014, da «Agenzia Dire», www.dire.it

   Mai così tante aree verdi sono state destinate ad orti pubblici nelle città capoluogo dove si è raggiunto il record di 3,3 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione ad uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo.

   E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat dalla quale si evidenzia che nel 2013 gli orti urbani in Italia sono addirittura triplicati rispetto al 2011 quando erano appena 1,1 milioni di metri quadri. Si tratta di una risposta alla crescente domanda di verde anche nelle città che complice la crisi spinge un italiano su quattro alla coltivazione fai da te per uso domestico.

   Le coltivazioni degli orti urbani – sottolinea la Coldiretti – non hanno scopo di lucro, sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare UN AIUTO PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ e ad avere anche UN VALORE DIDATTICO, CONCORRONO A PRESERVARE SPESSO AREE VERDI INTERSTIZIALI TRA LE AREE EDIFICATE PER LO PIÙ INCOLTE E DESTINATE ALL’ABBANDONO E AL DEGRADO.

   Se a livello nazionale – precisa la Coldiretti – praticamente LA METÀ DELLE AMMINISTRAZIONI COMUNALI CAPOLUOGHI DI PROVINCIA NEL 2013 HANNO MESSO A DISPOSIZIONE ORTI URBANI PER LA CITTADINANZA, esiste una forte polarizzazione regionale con la percentuale che sale all’81 per cento nelle città del Nord (oltre che a Torino, superfici consistenti sono dedicate anche a Bologna e Parma, entrambe intorno ai 155 mila metri quadrati), meno di due città capoluogo su tre al Centro Italia hanno orti urbani, mentre nel Mezzogiorno sono presenti solo a Napoli, Andria, Barletta, Palermo e Nuoro, secondo l’Istat.

   LA CRISI ECONOMICA – rileva la Coldiretti – FA DUNQUE RICORDARE I TEMPI DI GUERRA quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli orti per garantire approvvigionamenti alimentari. Sono famosi i ‘VICTORY GARDENS’ degli Stati Uniti e del Regno Unito dove nel 1945 venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo. Ma sono celebri anche gli ORTI DI GUERRA ITALIANI nati al centro delle grandi città per far sì che, nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non (ci fosse) un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello, centro e cuore di Torino in ogni epoca.

   Ora i tempi sono cambiati ed ai motivi economici si sommano quelli di volersi garantire cibo sano da offrire a se stessi e agli altri od anche la voglia di voler trascorrere più tempo a contatto con la natura. Una tendenza che – continua la Coldiretti – si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato con i GIARDINI e i BALCONI delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio ad orti per la produzione fai da te di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.

   Con la crisi fare l’orto è diventato una tendenza assai diffusa che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante innovazioni presenti sul mercato anche a seconda dello spazio disponibile. Dall’ORTO PORTATILE a QUELLO VERTICALE, dall’ORTO ‘RICICLABILE’ a quello IN TERRAZZO, da quello RIALZATO a quello DIDATTICO, ma anche l’orto URBANO e le tecniche di guerrilla gardening che possono essere adottate da quanti non hanno spazi disponibili per piantare ortaggi e frutta nei terreni nei centri delle città.

   Gli ‘HOBBY FARMERS – spiega la Coldiretti – sono una fascia di popolazione composta da giovani e anziani, da esperti e nuovi appassionati, che coltivano piccoli appezzamenti familiari, strisce di terra lungo ferrovie, parchi e campi di calcio, balconi e terrazzi arredati con vasi di diverse dimensioni o piccole aree con acqua e sgabuzzino per gli attrezzi messe a disposizioni dai comuni in cambio di affitti simbolici.

   E proprio per aiutare i tanti neofiti è nata una rete di personal trainer dell’orto grazie alla FONDAZIONE CAMPAGNA AMICA promossa dalla COLDIRETTI che è composta soprattutto da aziende vivaistiche che offrono consigli pratici e danno indicazioni ai gestori degli orti aderenti alla rete su dove rifornirsi di mezzi tecnici di produzione (terra, vasi, concime, attrezzi, reti per delimitare le piantine, sostegni vari, sementi e piantine).

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CINA, SE MEZZO MILIARDO DI MAIALI CAMBIA L’AMAZZONIA (E IL MONDO)

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 21/12/2014

– Simbolo del benessere, consumi esplosi. E l’agricoltura globale ne è stravolta –

PECHINO – Per scrivere «famiglia», in mandarino si usa un carattere che mette un maiale sotto un tetto. Uno dei 12 segni dello zodiaco cinese è il maiale, associato a diligenza e generosità, prosperità, fertilità e virilità. Gli esempi aiutano a capire quanta importanza abbia questo animale nella civiltà dell’Impero di Mezzo.

   Piacevano anche a Mao Zedong i suini, li chiamava «la fabbrica di fertilizzante su quattro zampe», perché ancora ai suoi tempi non c’era casa di campagna che non ne allevasse almeno uno: venivano nutriti con gli avanzi e producevano letame organico, il migliore per concimare i campi. All’epoca di Mao il maiale era simbolo di una ricchezza sognata e i cinesi potevano permettersi di mangiare la sua carne solo in rare occasioni.

   Alla fine degli anni 70, con l’apertura all’economia di mercato, le cose sono cambiate. Oggi in Cina ci sono allevamenti giganteschi, da 100 mila suini l’uno, i cinesi producono e consumano 500 milioni di maiali l’anno, metà del mercato mondiale. E qui nasce il problema, tanto serio che l’Economist ha adottato il suino come protagonista di un lungo articolo sull’ascesa della Cina, sulla sua industrializzazione accelerata, sui pericoli che rappresenta per l’equilibrio del pianeta. Titolo: «The empire of the pig».

   Prima del boom economico i cinesi avevano una dieta a base di verdure, la carne di suino si usava con parsimonia, per insaporire i piatti. Oggi il consumo medio pro capite è di 39 chili all’anno. La tradizione del porco che riciclava gli avanzi e restituiva letame utile per coltivare i campi è stata schiacciata da un’industria enorme.

   Fino agli anni 80 il 95 per cento della produzione veniva da contadini che ne tenevano in media non più di cinque a testa; oggi imprese statali e multinazionali hanno allevamenti da 100 mila capi nei quali gli animali sono fatti ingrassare al chiuso, spesso non vedono mai la luce del sole.

   La carne di maiale è talmente importante per l’economia cinese che il suo prezzo è determinante nel calcolo dell’inflazione, quest’anno per esempio è sceso del 3,8% e lo Stato è intervenuto con sussidi agli allevatori. Il governo ha anche costituito una riserva strategica, come si fa con il petrolio: carne surgelata e animali vivi pronti per essere immessi sul mercato se il prezzo sale troppo.

   Con allevamenti così grandi e bestie ammassate per l’ingrasso, il pericolo di malattie è ricorrente, così si usano in modo massiccio antibiotici e ormoni. E questo cocktail di medicine non fa bene alla salute dei consumatori cinesi né all’ecosistema. Ogni maiale produce 5 chili di letame al giorno, che non è più il fertilizzante mitizzato da Mao, ma composto inquinante per la terra e le falde acquifere.

   Nonostante le cure spregiudicate, le morie sono frequenti: per disfarsi delle carcasse si usano spesso i fiumi. L’anno scorso i resti di 20 mila maiali sono discesi lungo il corso dello Huangpu, fino alle porte di Shanghai. Fu uno scandalo nazionale.

   MA IL MEZZO MILIARDO DI SUINI CINESI SONO UN PROBLEMA SERIO PER TUTTA L’AGRICOLTURA MONDIALE. Per ottenere un chilo di carne di porco servono sei chili di mangime. Non si possono più nutrire con i soli scarti alimentari, così PER APPROVVIGIONARSI DI SOIA E MAIS LE INDUSTRIE DELLA CINA SI RIVOLGONO AL MERCATO INTERNAZIONALE. Con esiti devastanti: il Brasile ha convertito alla soia 25 milioni di ettari di terra, spianando anche foresta amazzonica. Pechino ha anche acquistato 5 milioni di ettari di terreno in Paesi in via di Sviluppo. Forse l’Economist non esagera con il suo titolo «L’impero del maiale».(Guido Santevecchi)

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GIOVANI TRA RITORNO ALLA TERRA E FUGA DALLE CAMPAGNE

– Una ricerca Nomisma su un campione di 1.125 giovani rivela che in agricoltura solo 14 imprenditori su 100 sono under 40. Con l’Italia fanalino di coda nell’Unione europea per ricambio generazionale –

da L’ESPRESSO del 12/11/2014

   Lo ha già sottolineato Carlo Petrini al Salone del Gusto (nell’ottobre scorso, ndr) con parole nette: “Oggi i coltivatori sono solo il 3% della popolazione. E sono per lo più ultrasessantenni. Ma sappiamo bene che quando non ci saranno più non potremo mangiare comunicazione e business…”.

   Lo conferma una nuova indagine. L’agricoltura under 40 è frenata in Italia da un basso ricambio generazionale ma anche da una visione limitante sulle possibilità di sviluppo del settore.

   In Italia si assiste a una solo presunta “corsa all’agricoltura”. Ma in realtà il trend occupazionale infatti tra il 2008 e il 2013 è negativo: se coloro che hanno un impiego in questo comparto sono diminuiti del 6%, quelli con meno di 24 anni registrano un calo più che doppio, pari al 15%.

   A questo dato va aggiunto il singolare tasso di senilizzazione di cui soffre il nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee: se in Italia gli imprenditori agricoli con oltre 65 anni di età costituiscono il 37% del totale, contro il 5% di chi invece ha meno di 35 anni, in Francia gli over 65 sono pari al 12%, mentre in Germania sono solo il 5,3%.

   E’ quanto emerge da una ricerca effettuata quest’anno da Nomisma su un campione di 1.125 giovani di età inferiore ai 40 anni, di cui 607 agricoltori. L’indagine è promossa da L’Informatore Agrario e FederUnacoma con Cattolica Assicurazioni (…). Questa struttura demografica si riflette ovviamente sull’indice di ricambio generazionale (rapporto tra imprenditori con meno di 35 anni e imprenditori con oltre 65 anni) che vede l’Italia in una posizione di debolezza relativa rispetto ai principali Paesi europei.

   Se in Italia l’indice di ricambio generazionale è pari al 14% (nel 1990 era il 17,5%), vale a dire 14 giovani ogni 100 anziani, tale rapporto in Spagna è del 18%, del 73% in Francia e addirittura del 134% in Germania (mentre la media Ue è 25-27%).

   Per quanto riguarda invece la diffusione dell’innovazione, la stessa non tarda a farsi strada nelle aziende giovani: l’intensità del lavoro per ettaro di Sau è più bassa nelle aziende agricole giovani (9,7 giornate/ettaro rispetto alla media di 10,5), indice di una maggior innovazione/meccanizzazione; la media settoriale di chi possiede un computer è limitata al 3,8% delle aziende, un dato che nelle realtà condotte da giovani agricoltori raggiunge il 45,5%.

   Ben il 46,4% dei giovani propendono inoltre per diversificare le attività, rispetto al 37,4% degli over 40. Dalla ricerca Nomisma emerge che meno del 10% dei giovani agricoltori è soddisfatto della propria dotazione di macchine e attrezzature, e, infatti, 3 agricoltori su 4 dichiarano di essere intenzionati ad acquistare nuove macchine agricole nei prossimi 5 anni, anche se permane una sensazione di incertezza per il futuro. Influisce negativamente la percezione da parte del 67% degli intervistati di essere considerati dall’opinione pubblica – in qualità di agricoltori – di “rango sociale” inferiore.

   Questa sensazione negativa porta il 47% dei giovani agricoltori ad auspicare che i propri figli continuino l’attività agricola a patto di un miglioramento delle condizioni economiche del settore, mentre un 10% si augura che possano trovare occupazione in un altro comparto.

VENETO

I GIOVANI AGRICOLTORI: “DATECI TERRENI INCOLTI

da IL GAZZETTINO NORDEST del 1/5/2014

   Recuperare i terreni incolti, far fruttare quelli agricoli in disuso, creare occupazione. Attorno a questi tre temi un centinaio di giovani imprenditori di Coldiretti, provenienti da tutte le provincie, hanno raggiunto palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale, per proporre le osservazioni dei 3mila giovani colleghi under 35 al progetto di legge che istituisce la «banca della terra veneta».

   I giovani imprenditori sono stati ricevuti dal presidente del Consiglio, Clodovaldo Ruffato, e dai componenti della commissione regionale per l’Agricoltura. «In Veneto ci sono almeno 15mila ettari di terreni incolti, abbandonati o sottoutilizzati – ha spiegato Andrea Barbetta, 23 anni, imprenditore agricolo della bassa padovana, leader di «Giovani Impresa» – proponiamo un loro censimento e di ricevere in uso o in concessione questi terreni con priorità ai giovani agricoltori.

   Rendere coltivabili i terreni oggi incolti o abbandonati consentirebbe di sviluppare almeno un migliaio di nuove imprese». I giovani, però, vorrebbero che la mappatura e la seguente parcellizzazione fossero applicati direttamente dalla Regione e non da Veneto Agricoltura, istituzione ritenuta obsoleta e poco operativa.

   Proprio a Veneto Agricoltura, invece, il progetto di legge (primo firmatario: Nicola Finco, Lega Nord) vorrebbe affidare il censimento e la gestione dell’operazione. Una querelle ieri passata sotto traccia, considerato il clima di festa da primo maggio e l’accordo trasversale di merito fra le forze politiche.

   I giovani, però, non hanno mancato di invocare funzionalità, celerità e trasparenza, attraverso una banca online regionale, a libero accesso.

   In Veneto, circa il 2 per cento degli 811 mila ettari di superficie coltivabile non risulta messo a frutto: si tratta di proprietà di enti pubblici (135), di Regole e vicinanze, o di enti privati che non hanno una specifica vocazione agricola.  Ruffato ha osservato l’attuale ritorno ai campi e l’incremento delle iscrizioni presso gli istituti di Agraria.

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10 MODI PER NON SPRECARE CIBO

da http://www.casa-naturale.com/, 29/4/2014

   Le statistiche sono impressionanti: quasi un terzo (che equivale a 1,3 miliardi di tonnellate) di tutto il cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Questo è ancora più preoccupante se si considera che la fame uccide ogni giorno più persone di AIDS, malaria e tubercolosi messe insieme. Inoltre, gli scarti alimentari sono i rifiuti che contribuiscono alla maggiormente produzione di gas serra.

Per evitare tutto questo, la soluzione è solo una ed è molto semplice: cercare ogni giorno di non sprecare cibo. Vediamo alcuni consigli da applicare tutti i giorni nella nostra vita quotidiana.

PIANIFICARE LA SPESA

Prima di fare la spesa, controllate attentamente il vostro frigo e la dispensa. Solo così avrete modo di capire di cosa avete realmente bisogno e di cosa avete già una scorta adeguata, evitando di sprecare poi cibo.

FARE LA SPESA DI FREQUENTE

Fare la spesa quotidiana piuttosto che la spesa settimanale aiuta a non fare una spesa abbondante, acquistando anche quello di cui non abbiamo realmente bisogno. Un’ottima idea è quella di fare spesa nei mercati agricoli locali, sostenendo anche l’agricoltura della comunità locale, acquistando spesso piccole quantità di prodotti sempre freschi e stagionali. Oltre a supportare la comunità locale, questo tipo di spesa è a chilometro zero.

ATTENZIONE AGLI ACQUISTI ALL’INGROSSO

Anche se acquistare grandi quantità di prodotti all’ingrosso consente un notevole un risparmio economico e di materiale per l’imballaggio, bisogna sempre fare attenzione a non comprare più del necessario, soprattutto per quanto riguarda i prodotti più velocemente deperibili. Alla fine, il risparmio economico non sarà reale se poi la maggior parte finisce nella spazzatura.

PORZIONI PIÙ PICCOLE

Se in famiglia c’è sempre qualcuno che avanza qualcosa nel piatto, prendiamo l’abitudine di fare porzioni più piccole. In questo modo, quello che viene cucinato in più può essere conservato, per poi essere mangiato in un secondo momento senza sprecare cibo.

CONSERVARE GLI ALIMENTI

Come suggerito nel punto precedente, il cibo rimanente può essere conservato. Mettete in frigorifero o in congelatore il prima possibile i cibi, prima che si rovinino e non possano più essere conservati. Inoltre ricordate che non tutti i cibi si mantegono meglio al freddo, come aglio, pesche e pomodori, che si rovinano più velocemente in frigorifero.

IL VERO SIGNIFICATO DELLA DATA DI SCADENZA

Prima di buttare via del cibo che riporta una data di scadenza, approfondisci il significato di quella data. Spesso la data indicata è una data indicativa, secondo la quale dovebbe essere preferibilmente consumata, ma non è detto che il prodotto non sia più sicuro, al di là della data indicata. Ricordare comunque che, una volta aperta una confezione, la data di scadenza di un prodotto si accorcia notevolmente, quindi non fa più fede la data di scadenza indicata.

IL COMPOST

Il 40 per cento dei rifiuti domestici medi di una famiglia è rappresentato dai rifiuti organici. Con il compostaggio, non solo si mantengono lontani dalle discariche i rifiuti, ma è utile anche per fornire nutrimento alle vostre piante.

CUCINA CREATIVA CON GLI AVANZI

Utilizzare il pane secco per fare degli ottimi crostini è solo una delle tante idee che potete mettere in pratica in cucina per fare meno sprechi possibile. Esistono molte ricette di recupero che sicuramente faranno al caso vostro.

AIUTI ALIMENTARI PER LA COMUNITÀ

Esistono molte organizzazioni che ogni giorno fanno raccolte alimentari per le persone più bisognose. Tutto ciò che per voi è in sovrappiù potrebbe essere fondamentale per qualcun’altro in difficoltà.

LA DOGGY BAG

In Italia non è un’operazione diffusa perché considerata spesso poco elegante. Ma la cosiddetta doggy bag, permette di non sprecare il cibo anche quando siete fuori casa. Non vergognatevi, dunque, nel chiedere di poter portare a casa i vostri avanzi, se questo significa aiutare il pianeta con un piccolo gesto.basta-sprecare-cibo da www_casa_naturale_com_

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ITALIAN SOUNDING

ITALIAN SOUNDING: ITALIANI, POPOLO DI SANTI, NAVIGATORI E PRODUTTORI DI FORMAGGIO UN PO’ IPOCRITI

da http://www.dissapore.com/

   Cos’è l’Italian Sounding? Pecorino cinese di mucca, Asiago del Wiscounsin, Chianti del Maryland, Parmesao brasiliano, Parmesan, Pamesello, wurstel Bologna, Parma Ham, Amaretto Venezia, la pasta Verdi e la salsa Gattuso (da Rino, il calciatore), il Daniele Prosciutto, la mozzarella di Dallas, il Grana Padano danese. Un po’ come dire: prodotti che storpiano parole, colori, immagini e marchi del redditizio Made in Italy alimentare per sfuggire alle (poco restrittive) leggi internazionali. Basta una cifra. Negli Stati Uniti solo un prodotto su 8 di quelli venduti con un nome italiano proviene dal nostro Paese.

   Perciò uno legge e pensa, come Corrado Guzzanti-Quelo, che causa Italian Sounding “c’è grossa crisi” (in effetti).Rapesan

Però, però.

   Ci scrive un puntiglioso lettore dal Libano (nientemeno).

Buongiorno da Beirut! Vi scrivo perché mi sono appena imbattuto in una confezione di “Rapesan”, una delle tante imitazioni di Parmigiano Reggiano e Grana Padano che s’incontrano in giro per il mondo, e delle quali, giustamente, diciamo peste e corna. La faccenda curiosa è che lo commercializza uno dei principali caseifici all’interno del Consorzio Grana Padano, nonché produttore di Parmigiano Reggiano, la Agriform di Sommacampagna (VR)… Cosa ne pensate? Posso mandarvi foto al riguardo.

Certo che sì. Didascalie incluse, possibilmente.

Eccomi, ci sono almeno un paio di spunti interessanti, ovvero: sulla confezione si parla di Rapesan, non un nome inedito perché usato da Fallini Formaggi di Gattatico (RE), che ne detiene il marchio per un suo formaggio grattuggiato. In pratica, Fallini produce il Rapesan per Agriform che lo commercializza con lo stesso nome.

   Ma il punto è che la confezione riporta il contenuto in varie lingue, e quella in arabo parla esplicitamente di “parmesan” (ho cerchiato la parola nella foto). Insomma, da qualsiasi parte la si voglia guardare, che un membro del consorzio del Grana Padano e produttore di Parmigiano Reggiano (che tanto sbraita per la difesa del suo marchio), e il leader italiano nella produzione di formaggio grattugiato con certificato di conformità del Parmigiano Reggiano, commercializzino all’estero un anonimo e discutibile formaggio di provenienza tutta da accertare trovo sia quanto meno ipocrita.

   Non sò, ditelo voi. Se da una parte lagnarsi che l’Italian Sounding sottrae all’industria alimentare italiana 70 miliardi di euro ogni anno, e dall’altra trarne benefici è “quanto meno ipocrita”.

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L’INVASIONE DEGLI ULTRACIBI

di Emanuele Coen, da L’ESPRESSO del 25/12/2014

– Bistecche sintetiche, maionese senza uova, spaghetti in 3D, latte iperproteico. Le biotecnologie rivoluzionano l’alimentazione. In un pianeta sempre più famelico –  

   Grande come una pallina da ping pong, la “ wikipearl ” si scioglie in bocca a contatto con la saliva. Il guscio è commestibile e racchiude yogurt, formaggio, oppure gelato. Zero packaging, impatto ambientale quasi nullo: sugli scaffali dei supermercati bio Whole Foods, negli Stati Uniti, una confezione da due “conchiglie” costa quattro dollari. È l’ultima invenzione di WikiFoods, la startup di Cambridge fondata da David Edwards, un biologo che insegna a Harvard. La pallina ecosostenibile non cambierà le sorti dell’umanità, ma per il newsmagazine americano “Time” è una delle 25 invenzioni più importanti del 2014: il segno che, d’ora in poi, il mondo del cibo non sarà più come lo abbiamo conosciuto finora.

   La biotecnologia, infatti, sta rivoluzionando lo scenario dei prodotti alimentari, nei Paesi avanzati e in quelli emergenti. Nel settore degli ogm, ma soprattutto in quello dei cibi naturali, accettati con maggior favore dall’opinione pubblica. Le industrie agroalimentari e i “food lab” delle startup sfornano novità a getto continuo: bistecche sintetiche ricavate da cellule staminali bovine, maionese senza uova, hamburger vegetali al gusto di carne per vegani e vegetariani, spaghetti stampati in 3D. E ancora, diavolerie come Fairlife, il “superlatte” che Coca Cola si prepara a lanciare nel 2015: contiene il 50 per cento di proteine in più, il trenta per cento degli zuccheri in meno, molto calcio e zero lattosio.    Con la diffusione di allergie, intolleranze alimentari e celiachia, inoltre, già da tempo è esploso – anche in Italia – il mercato degli integratori alimentari e dei cibi “gluten-free”. In un contesto del genere, in cui il marketing ha un ruolo preponderante, ha un sapore romantico il libro “In difesa del cibo” (Adelphi editore), in cui Michael Pollan spara a zero contro gli eccessi del nutrizionismo e invita tutti a «non mangiare nulla che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo».

A TAVOLA IN NOVE MILIARDI

Se l’invasione degli “ultracibi” è già cominciata, cosa mangeremo nel 2050? La domanda è d’obbligo, visto che in quella data la popolazione mondiale raggiungerà quota nove miliardi e cento milioni, un bel balzo rispetto ai sette miliardi di oggi. Ed è una questione di stretta attualità alla vigilia di Expo 2015, a Milano, il cui tema è “Nutrire il pianeta-energia per la vita”.

   Nei prossimi decenni la crescita demografica sarà concentrata nei Paesi emergenti e nelle grandi città. Risultato: secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), la produzione alimentare per nutrire tutti dovrà aumentare del 70 per cento, spinta soprattutto dai consumi delle cinque nazioni in cui la classe media diventerà più ricca: Cina, India, Indonesia, Nigeria, Pakistan. Da 2.800 calorie consumate al giorno, le stime dicono che nel 2050 si passerà a 3.500. Con le dovute differenze, lo scenario evoca il film di fantascienza “Interstellar” di Christopher Nolan, in cui un gruppo di astronauti abbandona la Terra, priva di cibo a causa dei cambiamenti climatici. E parte alla scoperta di nuove risorse.

QUINOA E AMARANTO NEL PIATTO

Da questi numeri parte “Food, il futuro del cibo”, la grande mostra di National Geographic (fino al primo marzo 2015 al Palazzo delle Esposizioni a Roma) che racconta l’alimentazione in tutti i suoi aspetti. Oltre 90 immagini dei fotografi di NatGeo per rispondere alla domanda: come sfamare in maniera sostenibile un pianeta sempre più affollato? Una cosa è certa: per produrre di più e a costi accessibili, occorre mettere in campo soluzioni inedite.

   Orti urbani, piccole serre domestiche per la coltivazione idroponica (in acqua) di frutta e verdura, integratori alimentari naturali creati in laboratorio. Uno studio Fao, che ha fatto molto discutere, suggerisce di guardare agli insetti che abitano nelle foreste, già oggi nella dieta di due miliardi di persone: coleotteri, bruchi, vespe, formiche, cavallette e grilli, ricchi di proteine e grassi buoni, calcio, ferro e zinco.

   «C’è bisogno di nuovi cibi, ma serve soprattutto incrementare la produttività delle terre coltivate, che nei prossimi anni tenderanno a diminuire per effetto della pressione demografica e dei cambiamenti climatici», sintetizza Francesco Bonomi, docente di Biochimica all’università di Milano, uno dei professori del team del professor Gian Vincenzo Zuccotti, che collabora con Expo 2015 su incarico del rettore dell’ateneo. Da esperto biochimico, il professor Bonomi ha ben presente il tema dell’innovazione tecnologica. Ma per affrontare il problema suggerisce di partire dagli sprechi. «È uno dei temi cruciali, ma non riguarda solo il cibo buttato nella spazzatura. Molte derrate alimentari, infatti, restano nei campi; altre vengono danneggiate da parassiti o altri agenti patogeni».

   Molte risorse alimentari, tuttavia, sono più vicine di quanto sembri. «Innovare significa anzitutto attingere a materie prime finora sottoutilizzate. E aprire in Occidente nuovi mercati per i Paesi emergenti. Fino a dieci anni fa chi aveva mai sentito parlare di quinoa e amaranto?», continua Bonomi. La quinoa, alimento base delle antiche civiltà delle Ande in Sudamerica, è coltivata soprattutto in Perù e in Bolivia. Non è un cereale, ma è spesso definita uno pseudocereale per via del suo aspetto, simile a un chicco di grano. In Italia è nota a un pubblico più ampio e crescente: priva di glutine e ricca di proteine, viene spesso utilizzata da vegetariani e vegani. E appartiene alla stessa famiglia dell’amaranto, pianta color rosso utilizzata da migliaia di anni in Centro e in Sud America. È lungo l’elenco delle piante potenzialmente appetibili: la perilla, pianta aromatica della famiglia della menta; diverse specie di riso dell’Africa sudoccidentale; la stevia, originaria dell’Uruguay, uno dei più potenti dolcificanti al mondo; i semi di chia, coltivati già dagli Aztechi in epoca precolombiana, ricchi di acidi grassi omega 3.

   Alcuni spunti interessanti vengono dalla mostra “Food – La scienza dai semi al piatto” (Museo di Storia Naturale di Milano fino al 28 giugno 2015), a cura di Dario Bressanini e Beatrice Mattino: un percorso avvincente tra immagini al microscopio, video didattici e giochi interattivi, alla scoperta di semi che escono per la prima volta dalle più importanti banche dei semi italiane. «La biodiversità è un concetto da applicare su scala planetaria, non in chiave autoreferenziale», avverte Bonomi: «Non si tratta di tutelare il cardo gobbo e il lardo di colonnata, ma di aprire nuovi mercati a prodotti che provengono da altre aree del mondo. Sul piano dell’innovazione l’Italia sconta un ritardo culturale e industriale impressionante. Siamo bravi a difendere ciò che abbiamo, ma non sono convinto che questa sia una buona strategia in un pianeta sempre più globalizzato».

SILICON VALLEY 2.0

Nel frattempo, gli investitori privati hanno fiutato l’affare e puntano sulle startup “food tech”, le giovani fucine dove nascono i cibi del futuro. Nel primo semestre 2014, le società del settore “food and beverages” hanno raccolto nel mondo un miliardo e cento milioni di dollari, secondo l’istituto di ricerca Dow Jones VentureSource. L’anno scorso, il settore aveva attirato 1,59 miliardi di dollari, in crescita del 39 per cento rispetto al 2012.

   Se gli Stati Uniti – e la Silicon Valley – fanno la parte del leone con 678 milioni di dollari, gli altri non stanno a guardare. In Cina, ad esempio, nel 2013 gli investimenti privati nelle startup del settore ammontavano a oltre 484 milioni, a 129 in India, a 93 in Germania. E in Italia? Negli ultimi tempi, anche in vista dell’Expo, le iniziative si moltiplicano: Alimenta2Talent è un concorso per idee di impresa, promosso dal Comune di Milano e dal Parco Tecnologico Padano di Lodi, che premia e finanzia le migliori idee per cambiare il modo di fare agricoltura. Cinque i progetti premiati a novembre su 100 pervenuti: dalle colture acquaponiche agli aerogel, dal “pasto confezionato” per le intolleranze alimentari alla piattaforma di e-commerce per vendere i cibi in scadenza.

NASCE IL MASTER IN FOOD INNOVATION

Inoltre, il Future Food Institute di Bologna ha appena lanciato il primo master in Food Innovation, insieme all’università di Reggio Emilia e all’Institute for the future di Palo Alto, in California. Dedicato a studenti italiani e stranieri, durerà otto mesi (marzo-novembre 2015), tra lezioni teoriche e laboratori a cura di docenti provenienti da tutto il mondo, tra cui Caleb Harper, fondatore del progetto MITCityFarm dedicato all’alimentazione di domani.

La seconda fase del master, invece, consisterà in un “maker space” in cui verranno creati prototipi innovativi di prodotti e servizi. E durante l’Expo studenti, cittadini e imprese saranno coinvolti in “hackaton”: maratone di cervelli sulle sfide che attendono l’umanità. Nel consiglio scientifico del master c’è anche l’imprenditrice bolognese Sara Roversi, che nel 2008 fondò insieme a Andrea Magelli You Can Group, incubatore di imprese nel campo del cibo, da cui è nato il Future Food Institute. È lei l’anima delle “hackaton”. «Il mondo delle startup è in grande fermento, non solo negli Stati Uniti. C’è chi fa ricerca in laboratorio, producendo magari spirulina, una microalga che può integrare altri prodotti come pane e pasta. E chi studia sul campo, cercando materie prime alternative. Ma c’è un filo rosso che unisce tutti: l’attenzione alla sostenibilità nel modo di produrre, impacchettare, risparmiare energia, ridurre gli sprechi».

   Ogni volta che facciamo la spesa, dunque, compiamo una scelta etica. Del resto, come recita l’aforisma più famoso dello scrittore americano Wendell Berry, ampiamente citato da Slow Food: «Mangiare è un atto agricolo».

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UN PATTO PER IL CIBO (PER CHI NON NE HA, PER CHI NE HA TROPPO)

di Elisabetta Soglio, da “LA LETTURA”, supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 13/4/2014

– Il 1° maggio 2015 a Milano aprirà l’Esposizione Universale, un evento anche culturale con un grande obiettivo: «Nutrire il pianeta. Energia per la vita». Attesi 20 milioni di turisti –

   Il mondo a Milano. Sta per scattare il conto alla rovescia in vista dell’apertura di Expo: il primo maggio del 2015 i cancelli di questo immenso sito espositivo, oltre un milione di metri quadrati a Nord del capoluogo lombardo, si apriranno ai 20 milioni di turisti attesi da tutti i continenti. L’esposizione dedicata al tema dell’alimentazione («NUTRIRE IL PIANETA. ENERGIA PER LA VITA») segnerà un cambiamento epocale nell’impostazione delle esposizioni universali: meno fiera, meno effetti speciali e meno sfarzo rispetto a quanto visto nell’ultima edizione, quattro anni fa, a Shanghai.

   La forza dell’evento, come ripete il commissario unico Giuseppe Sala, «sarà piuttosto nel messaggio, nell’eredità culturale che vuole lasciare»: a partire dal protocollo alimentare (sul modello di quello di Kyoto, dedicato all’ambiente) che affronti le questioni dello spreco di cibo, degli stili di vita sana legati alla nutrizione e dell’agricoltura sostenibile. È la dimensione culturale di Expo che in queste pagine ci interessa approfondire, dunque. Anche perché la risposta arrivata dagli oltre 130 Paesi partecipanti dimostra che il tema scelto è all’ordine del giorno nelle agende internazionali. Sarà un’Expo da record: 60 padiglioni self built, realizzati dalle varie nazioni (rispetto ai 42 di Shanghai), e 9 cluster, i raggruppamenti nei quali per la prima volta gli Stati si riuniranno non più per vicinanza geografica, ma intorno a un prodotto: dal cacao al riso, dai cereali alla frutta, dal caffè alle spezie.

   Un tema che, oltretutto, offre molte suggestioni e spunti narrativi dal punto di vista storico e architettonico. Expo proporrà 5 SPAZI TEMATICI: il PADIGLIONE ZERO, che farà da apertura a tutto il sito; il CHILDREN PARK, uno spazio interattivo e di gioco dedicato ai bambini realizzato in collaborazione con Reggio Children, che con la sua fondazione pro- muove progetti educativi innovativi ormai apprezzati in tutto il mondo; il PARCO DELLA BIODIVERSITÀ, un percorso fra serre e giardini per svolgere il tema dell’agrobiodiversità sviluppato con la supervisione scientifica della facoltà di Agraria dell’Università Statale di Milano; il PADIGLIONE DEL CIBO NEL FUTURO, studiato per raccontare come sarà il supermercato di domani, come compreremo e come ci nutriremo; e poi ancora FOOD IN ART, che per questioni di spazio, e anche per dare l’idea che questa Expo non si ferma ai confini del sito ma coinvolge tutta Milano, è stato trasferito nella sede della Triennale.

   Expo ha coinvolto nella sua sfida grandi nomi. Da CARLIN PETRINI, padre di Slow Food, a ERMANNO OLMI, al lavoro per realizzare un grande documentario sul cibo; il premio Oscar DANTE FERRETTI è concentrato sulle scenografie di piazza Italia; GIORGIO ARMANI aveva coordinato la giuria che ha scelto il simbolo, fra le proposte di giovani designer; l’architetto CARLO RATTI sta preparando il padiglione del futuro, mentre GERMANO CELANT si è preso in carico Food in Art. Ancora: la DISNEY ha ideato la mascotte, che è una rivisitazione in chiave cartoon di una figura dell’ARCIMBOLDO. E molte grandi aziende, da Telecom ad Accenture, da Cisco a Ferrero, dalla Coop alla Fiat, hanno firmato partnership con Expo, che frutteranno alla società 350 milioni di euro fra servizi e cash.

   Ma non è solo profit: poiché nutrizione è anche solidarietà, Expo ha voluto destinare Cascina Triulza, opportunamente ristrutturata, a sede del volontariato e della società civile: qui, durante i sei mesi dell’esposizione, le onlus presenteranno le loro attività e la loro mission. Sarà anche un’Expo al femminile: fin dalle origini e in natura «ogni donna è depositaria di pratiche, regole, antiche eredità che le danno la capacità di nutrire gli altri». Sulla base di questa analisi, è stato lanciato il programma Women for Expo, cui hanno aderito artiste, scrittrici, intellettuali, politiche e donne comuni che raccolgono questo sapere profondo per riproporlo al mondo come strumento di progresso equo.

   E poi ci sono i progetti: altra novità di Milano 2015 sono infatti le «regole» dettate ai Paesi che stanno ideando i loro spazi espositivi richiamando, anche nelle architetture, il tema scelto. Avremo così il padiglione della Thailandia che riprende l’immagine del cappello di paglia usato dagli agricoltori; il percorso ondulato, quasi a camminare in mezzo alle dune, pensato da Norman Foster per gli Emirati Arabi Uniti; il ni- do che accoglie e nutre di Palazzo Italia; la mela della Moldavia e la grande quercia della Lettonia; le sfere a forma di seme della Malaysia e la terra del vento proposta dall’Azerbaigian; il «buon respiro» del polmone vegetale dell’Austria e il muro verde di Israele.

   Altra regola di Expo: il 45% dello spazio, è stato stabilito, dev’essere all’aperto e quindi vedremo più giardini e serre che porte e muri. La Thailandia farà attraversare il proprio spazio da un fiume d’acqua, lungo il quale si muoveranno le caratteristiche imbarcazioni piene di prodotti locali, come nei mercati fluviali del Sudest asiatico. Il Cile lascerà il piano terra aperto sui lati e realizzerà una tavola imbandita lunga quanto tutto l’asse principale del padiglione; nel patio del padiglione spagnolo si troveranno alberi d’arancio e un pergolato di fragole a costituire una zona d’ombra; ci saranno poi i silos di cereali della Svizzera e il giardino delle essenze mediterranee del Marocco. Allo stesso tempo, le strutture devono essere in materiale riciclabile, ecologico e sostenibile e, non a caso, vedremo predominare il legno (scelto fra gli altri anche da Romania, Francia, Estonia e Cile).

   Per questo, il Giappone rivestirà la propria struttura con lamelle di una specie di cipresso che cresce soltanto nell’arcipelago; il Nepal ha già messo al lavoro i propri artigiani più specializzati per intagliare i legni del padiglione con immagini della cultura locale legate al tema dell’alimentazione (e i pezzi più pregiati verranno messi in vendita a fine Expo). Nulla si dovrà sprecare e il Principato di Monaco ha predisposto che la struttura a container che proporrà a Milano poi verrà smontata e trasformata in alloggi di emergenza già destinati a Paesi bisognosi. All’Expo dedicata all’alimentazione si potrà percorrere un viaggio fra tutti i sapori del mondo. In quelli nazionali, anzitutto, che saranno valorizzati lungo il Padiglione Italia (dai 2 mila metri quadrati di Padiglione del Vino agli 8 mila del ristorante di Oscar Farinetti, che proporrà venti cucine regionali), nelle aree mercato e assaggio dei cluster e negli spazi di molti Paesi che allestiranno anche locali di ristoro.

   Una città aperta anche alla sera: il cartellone di Expo propone decine di eventi, a partire dagli spettacoli affidati al CIRQUE DU SOLEIL e allo straordinario programma della Scala (che sarà aperta ogni giorno nei sei mesi dell’esposizione e alzerà il sipario con la Turandot diretta dal maestro Riccardo Chailly). Una piazza aperta, ospitale, allegra. Una realtà che vuole offrire spunti di riflessione e soluzione a uno dei problemi del pianeta, quello dell’alimentazione sana e per tutti, e che aspira a dare un contributo allo sviluppo equo e sostenibile del pianeta. Questo vorrebbe essere Expo. (Elisabetta Soglio)

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