Il TERRORISMO degli integralisti islamici tra gli ATTENTATI DI PARIGI, i massacri in NIGERIA e la possibile costituzione di un STATO ISLAMICO AFRICANO – L’ATTACCO AL MODUS VIVENDI della stragrande popolazione islamica pacifica e pacifista – CHE FARE per trovare la soluzione giusta?

Corteo senza precedenti a Parigi domenica 11 gennaio. Presidiate scuole ebraiche. Si cercano complici
Corteo senza precedenti a Parigi domenica 11 gennaio. Presidiate scuole ebraiche. Si cercano complici

   Difficile non parlare in quel che è accaduto in questi giorni a Parigi, ma anche a eventi molto meno all’attenzione generale ma altrettanto (e di più) dolorosi: ci riferiamo ai fatti di Nigeria, a un’intera città fatta di 10 villaggi con non più di 10.000 persone dove un quinto della popolazione (duemila, si presume, si ipotizza, perché da lì non arrivano foto, giornalisti…) sono stati uccisi dai massacratori di Boko Haram (nome del gruppo integralista che opera nel nordest di quel Paese che, Boko Haram, vuol dire: “l’educazione occidentale è peccato”; cioè nel nome contiene il programma del gruppo integralista, del ritrovarsi “contro l’Occidente”).

   E questo del rifiuto dell’occidente è un punto. Ma altrettanto significativo è il fatto dei 3 attentatori di Parigi (due nel massacro al giornale “Charlie Hebdo” e uno al supermercato ebraico “kosher”) siano dei musulmani che hanno fatto una scelta di violenza integrati com’erano nella società francese, con carta di identità, nascita, cultura,…tutto, della Francia.

11-1-2015: ALTRE DUE BIMBE KAMIKAZE IN NIGERIA, dopo l’orrore di sabato, quando una bambina di circa 10 anni si è fatta saltare in aria in un affollato mercato di Maiduguri, nel nord-est della Nigeria, uccidendo 19 persone. Domenica è successo di nuovo, dall’altra parte del paese: a Potiksum, nello stato nord-orientale di Yobe, considerato roccaforte del gruppo sunnita di Boko Haram.
11-1-2015: ALTRE DUE BIMBE KAMIKAZE IN NIGERIA, dopo l’orrore di sabato, quando una bambina di circa 10 anni si è fatta saltare in aria in un affollato mercato di Maiduguri, nel nord-est della Nigeria, uccidendo 19 persone. Domenica è successo di nuovo, dall’altra parte del paese: a Potiksum, nello stato nord-orientale di Yobe, considerato roccaforte del gruppo sunnita di Boko Haram.

   Il problema di queste persone (in Nigeria o a Parigi, e in molti altri luoghi del mondo… pensiamo all’Isis mediorientale) che imbracciano la religione islamista come clava contro l’Occidente prescinde da vecchi schemi e spiegazioni ideologiche che fin qui si erano adottate (lo sfruttamento del capitalismo occidentale sui paesi poveri, o il disagio delle periferie come le banlieu parigine…).

   In questo post proviamo a dare alcuni spunti che vengono da analisti e conoscitori del mondo mussulmano riguardo alle sue frange integraliste (peraltro limitatissime ma efficaci nel portare dolore e scompiglio a città di 10 milioni di abitanti com’è Parigi con tutto il suo circondario…), senza alcuna intenzione di fare delle sintesi per ora troppo difficili.

NIGERIA, a NORDE-EST la zona di controllo del Paese di BOKO HARAM (mappa tratta da  www.ergamopost.t)
NIGERIA, a NORDE-EST la zona di controllo del Paese di BOKO HARAM (mappa tratta da http://www.ergamopost.t)

   C’è chi dice (e in questo post ne diamo conto), che servono “MEDIATORI”, in particolare nelle moschee (“Servono mediatori che sappiano parlare, per esempio a quei giovani che nelle banlieues hanno rifiutato di rispettare il minuto di silenzio per i vignettisti uccisi”: questo lo dice Hassen Chalghoumi, guida spirituale della moschea Al Nour di Drancy, nel nord-est di Parigi, e presidente della Conferenza degli Imam di Francia).

   Poi molti fanno presente che la vera guerra, oggi, è quella che si combatte all’interno del mondo musulmano, tra sciiti e sunniti, e tra chi (la stragrande maggioranza) ha accettato di integrarsi serenamente nel mondo e nei modi di sviluppo, di essere (ad esempio nel rapporto paritario uomo-donna) occidentali, e chi invece non ne vuole sapere. Pensiamo solo ad Hammed, il poliziotto musulmano spietatamente ucciso fuori la sede del giornale satirico parigino…

   Un “orgoglio della propria origine” (lo possiamo chiamare islamico?…non sappiamo..) può essere la base di rivolta violenta contro lo stesso occidente cui giovani come i tre massacratori di Parigi sono nati, vissuti, più o meno bene integrati nella quotidianità…

   Gli attentati dei giorni scorsi, tra le altre cose, pongono al centro della politica europea il problema di un rapporto onesto ed esigente con l’islam europeo: la richiesta che da esso venga un esplicito e proclamato ostracismo civile e religioso contro il fanatismo che arma milizie e lupi solitari. È questo un nodo ineludibile, che interroga la responsabilità e l’impegno delle comunità islamiche europee e delle loro leadership politiche e religiose.

PARIGI - MAPPA SULL'ATTENTATO OMICIDA A CHARLIE HBEDO
PARIGI – MAPPA SULL’ATTENTATO OMICIDA A CHARLIE HBEDO

   E poi c’è la supposizione (almeno per ora è solo una supposizione) che non c’è nessuno che da Mosul o da Raqqa (le capitali dell’Isis) abbia inviato un messaggio in codice, via internet, ai killer di Parigi o abbia ordinato al capo dei Boko Haram in Nigeria di dar fuoco a una città.

   E’ poi vero che alcuni accadimenti sempre ritornano, si perpetuano: uno dei bersagli è stato il supermercato ebraico (gli ebrei) (e pare che il vero obiettivo del singolo attentatore fosse ancora più atroce: un asilo di bambini ebraici).

   Prevenzione, repressione, coinvolgimento e mediazione delle moschee e del mondo islamico che non può stare a guardare, controllo alle frontiere e revisione di Schenghen come alcuni propongono, controllo e blocco su internet dei siti degli integralisti islamici…. Tutte cose all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica in questi giorni…

la condanna degli attentati della Comunità Islamica francese
la condanna degli attentati della Comunità Islamica francese

   L’unica cosa che si può pensare di affermare con certezza è che, nella politica mondiale del nostro pianeta (a livello macro), come in quella europea e delle singole nazioni che vi sono, non si può più fare a meno di non tener conto della necessità del coinvolgimento partecipativo (che finora c’è stato assai poco) di queste nuove realtà positive date dalle comunità di immigrati (che lo sono, molto spesso, immigrate da molti anni….. e proprio per questo abbiamo il fenomeno anche da noi di quella che si chiama SECONDA GENERAZIONE, cioè giovani cresciuti nella cultura europea, ma anche NATI qui).

   Difficile trovare e pensare ad esempio a politici (amministratori locali o ancor meno consiglieri regionali e deputati nazionali) che siano originari (almeno nei loro padri) da altri paesi diversi da quello in cui ora hanno una responsabilità politica e/o amministrativa: ce ne sono pochi, e quei pochi ragionano e agiscono in modi molto simili e “subordinati” alla classe politica o amministrativa tradizionale e dominante. Per dire che l’Europa forse ha bisogno di un progetto di società di integrazione che ancora non è ben chiaro, riprendendo tutta la sua storia culturale e praticando un nuovo modo di agire (nel segno della pace e dello sviluppo) nel villaggio globale mondo. (s.m.)

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LA GLOBALITÀ DEL NUOVO ISLAMISMO

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 10/1/2015

   Nei jihadisti che ho conosciuto, platealmente feroci o ipocritamente machiavellici, c’era un elemento comune: ciascuno di loro si sentiva la piccola parte di un tutto, e il tutto era visibilmente una parte di loro. E se fosse questa globalità, psicologica ma anche pratica, operativa, militare, il segreto della loro pestifera potenza, e quello che ci impedisce di capire?

   Il totalitarismo islamico è, nella sua essenza, senza confini. Li vuole distruggere i confini, le frontiere, le nazioni: un’unica ecumene, quella di Dio. Mentre noi occidentali, laudatori della globalizzazione, in realtà, penosamente, continuiamo a ragionare nei limiti dei vecchi confini nazionali: soprattutto quando sono i nostri.

   In fondo cosa può legare il cuore di Parigi con una città di lamiera e capanne nel Nord della Nigeria e il deserto della Libia? Apparentemente nulla, se non qualche slogan «non c’è altro dio fuori che dio» che noi, autoproclamati sudditi della modernità ascoltiamo distrattamente e archiviamo come medioevali ed esotiche sopravvivenze.

   I Boko Haram annichiliscono intere città come nelle guerre assire? Ma quella è I’Africa… La Libia è in pezzi, un emiro buccina fatwa omicide a Bengasi?

   Periferie desertiche, alla fine il dio petrolio riunirà tutti attorno a un assegno pagato da noi…

Un commando colpisce a Parigi? Una scaglia sciaguratamente immigrata della follia siriana. Il «nostro» Islam resta acquattato sotto la giacobina uniformità francese, largamente maggioritario, tollerante e tollerato. Bin Laden era una provvidenziale semplificazione. Comandava già il terrore diffuso, non più localistico. Un Serpente terribile e velenoso, macchinante continue vendette. Ma bastava tagliare una testa e il resto del corpo dopo una serie di frenetiche convulsioni, sarebbe morto. Un assolutismo criminale che poteva avere mediocri epigoni, non eredi. Oggi l’Internazionale islamista non ha testa, al Baghdadi è soltanto un nome, la pedina di una globalità. La Bestia non è più il serpente che esiste in natura, è il Leviatano, l’idra che rinasce ad ogni testa mozzata, si ricostruisce per partenogenesi.

   Il commando francese è annientato? Un altro colpirà, senza ricevere ordini, come in una catena di montaggio. Qualche forza militare al servizio dell’Occidente, curdi, sciiti, nigeriani, kenioti, riconquista zone di territorio piegate alla Sharia? La ribellione globale in nome del califfo si reinfiamma in un’altra parte del mondo, non hanno fine le terre del jihad.

   E’ il fochismo guevarista convertito al teologico, un ingranaggio che si autoalimenta, inghiotte come un combustibile soldati martiri vittime… Non ci sono gerarchie, parole d’ordine, tutti sanno per cosa si battono: allargare la terra della sharia, riconquistare terreno alla vera fede, disarticolare il mondo di apostati e empi. Non c’è nessuno che da Mosul o da Raqqa ha inviato un messaggio in codice, via internet, ai killer di Parigi o ha ordinato al capo dei Boko Haram di dar fuoco a una città.

   La intuizione «politica» della ricostruzione del Califfato ha trasformato, con la predica di uno sconosciuto ribelle iracheno nella moschea di Mosul, i fanatismi di migliaia di singoli e una manciata di insurrezioni tribali in un Tutto: le ferite che ciascuno riesce a infliggere allargano lo squarcio, la smagliatura, un colpo dopo l’altro arriveremo ad essere assediati nelle nostre città.

   E’ come se negli Anni Trenta il Comintern della rivoluzione permanente si fosse affrancato dalla dispotica centrale moscovita, muovendosi come un corpo autonomo. Solo se riusciamo a leggere il nuovo islamismo nella globalità riusciremo a capire la minaccia.

   Il califfato è un libro di ferro, squadrato, atroce, un libro che nessuno leggerebbe volentieri, ma i cui capitoli sono collegati. Per noi invece la terribile strage di Parigi è un attacco alla civiltà universale, il massacro nigeriano un episodio di una remota guerra locale, l’assassinio di due giornalisti tunisini cronaca nera sahariana…

   I governi occidentali sono certi di controllare tutto: con i satelliti i servizi di sicurezza, la tecnologia. Invece il califfato muove migliaia di uomini da un continente all’altro con armi piani informazioni senza che nessuno riesca a fermarli: forma reggimenti in Siria Iraq Libia e commandos sulle rive della Senna.

   Ammettiamolo: non conosciamo chi ci sta di fronte, le nostre onnipotenze sono fittizie. Se prendete la metropolitana in boulevard Saint-Germain arrivate direttamente nel califfato: sì, ci sono città intere attorno alla capitale francese che vivono in un altro universo, dove si possono comprare armi da guerra, avere più mogli, ascoltare, non su internet, dal vivo, le prediche di ossessi, come nelle madrase afghane o della Arabia salafìta.

   I ragazzi di banlieue hanno cominciato a partire per la guerra santa quando si combatteva contro Bush, in Iraq. Allora la prospettiva era il martirio, oggi si battono per il califfato «che sarà più grande della Francia». Sanno che un giorno i bravi musulmani moderati e pazienti a cui noi chiediamo di isolare il fanatismo accetteranno le loro regole, per paura o per comodo, con la stessa obbedienza con cui hanno accettato le regole dei tiranni « laicisti», dei bizzosi sultani e dei pascià della loro storia immemorabile.

«Al sabr gamil» la pazienza è bella, un proverbio arabo. «L’Isiam è una grazia, cristiano – mi ha detto un capo jihadista di cui ero prigioniero – vi illudete che abbiamo bisogno delle vostre porcherie per vivere, che siamo ormai deboli e obbedienti… ti racconto una storia: c’era nel deserto un cucciolo di leone che era cresciuto tra le pecore e il cucciolo pensava di essere una pecora anche lui, e belava e scappava di fronte ai cani. Poi un giorno un leone passò di lì e gli mostrò il riflesso in una pozza d’acqua e scoprì ciò che era davvero. Cominciò a ruggire. I cani fuggirono. Ecco: noi siamo musulmani non pecore, non dimenticarlo più, ci avete umiliato e sfruttato per secoli. E’ finita». (Domenico Quirico)

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L’INTERVISTA A ZYGMUNT BAUMAN

“VENDETTA CONTRO LA LIBERTA’ DI OPINIONE: COSI’ LE CITTA’ DIVENTANO POLVERIERE”

di Maria Serena Natale, da “il Corriere della Sera” del 12/1/2015

– La prossimità dello straniero è destabilizzante ma non si rimuovono le differenze con un click – Il nostro è un multicultarilismo superficiale, una forma di consumismo stile Facebook –

Superficialità del multiculturalismo, sottomissione alle leggi di mercato che riducono gli ultimi a «scarti» del progresso socio-tecnologico, prossimità e umiliazione dell’altro da sé sono i meccanismi fondamentali colti nei fatti di Parigi dallo sguardo verticale di Zygmunt Bauman, il filosofo e sociologo polacco di origini ebraiche grande interprete della modernità che disarticola le costruzioni complesse del nostro vivere in un continuum «liquido» e sfuggente.

«L’assassinio politico è una forma di violenza legata a doppio filo agli antagonismi umani, difficile da sradicare — dice Bauman al Corriere —. Negli ultimi due secoli ha preso di mira personaggi quali Jean Jaurès, Aristide Briand, Abraham Lincoln, l’arciduca Francesco Ferdinando… molto distanti tra loro per ruolo e ideologia ma sempre percepiti come fonti di potere, da eliminare per rendere possibili svolte epocali».

In cosa si distingue la violenza politica rivolta contro «Charlie Hebdo»?

«Va registrata una prima differenza con gli attentati dell’11 settembre 2001, diretti non contro personaggi noti o ritenuti responsabili di crimini da punire, ma contro simboli del potere economico e militare, il World Trade Center e il Pentagono americano. Puntando su obiettivi ad alto valore mediatico, l’assalto del 7 gennaio 2015 riflette invece la coscienza pubblica di un progressivo scivolamento del potere effettivo dalle sedi tradizionali verso i centri che creano opinioni. Inoltre l’assalto al giornale è nato come atto di vendetta “personale”, secondo il trend inaugurato dall’Ayatollah Khomeini con la fatwa emanata nel 1989 contro Salman Rushdie per i suoi Versi Satanici . Se l’11 settembre “spersonalizzava” la violenza politica, mirando a fare il maggior numero possibile di vittime e a ottenere il massimo dell’attenzione, il 7 gennaio risponde alla de-istituzionalizzazione e individualizzazione della condizione umana nelle nostre società. In questo contesto i soggetti che costruiscono e distribuiscono informazione diventano i protagonisti del dramma della convivenza».

Convivenza resa problematica dal senso di alienazione che in società così frammentate spesso vivono le minoranze etnico-religiose. Come s’inserisce il rapporto con l’Islam in questo meccanismo? La ferita al cuore di Parigi, città-paradigma dei valori occidentali, è un capitolo della secolare guerra tra civiltà e religioni?

«Le letture di questi giorni incentrate sull’antagonismo tra Cristianesimo e Islam contengono una parte di verità, non possono abbracciare la totalità di un fenomeno articolato. L’elemento decisivo per comprendere le nuove dinamiche va cercato a mio parere in un mondo segnato dalle diaspore, dove lo straniero un tempo distante è diventato il vicino con il quale condividiamo strade, strutture pubbliche, scuole, luoghi di lavoro. Una prossimità destabilizzante, poiché dall’altro non sappiamo cosa aspettarci e, diversamente da quanto accade nella dimensione virtuale e “social”, non ci è possibile rimuovere o aggirare con un click differenze fin troppo reali, incompatibili con il nostro punto di vista. Le risposte che abbiamo elaborato finora si sono rivelate fallimentari. Nelle nostre vite ha messo radici un multiculturalismo superficiale, una fascinazione per la diversità che si esprime nel gusto per i cibi etnici o per i festival del weekend, semplici flirt con ciò che appare esotico. Declinazione del consumismo globale al tempo di Facebook. Un sistema che riconosce la legittimità di culture diverse dalla nostra, ma ignora o rifiuta quanto vi è di sacro e non negoziabile in tali culture. Questa mancanza di autentico rispetto risulta profondamente umiliante».

Un’umiliazione che può diventare dinamite sociale?

«Appartiene alla natura dell’offesa cercare una forma di assoluzione o risarcimento. Quando ciò accade scopriamo che i confini tra chi umilia e chi è umiliato si sovrappongono a quelli tra privilegiati e sottomessi. Viviamo su un terreno minato, dov’è impossibile prevedere le deflagrazioni».

In tal senso il discusso romanzo di Michel Houellebecq uscito in Francia nel giorno dell’attentato, «Soumission» (Sottomissione), coglie nel segno?

«Soumission è la seconda grande distopia di Houellebecq dopo La possibilità di un’isola . In questo libro l’islamico Mohammed Ben Abbes vince le elezioni francesi del 2022 testa a testa con Marine Le Pen, una coppia per nulla casuale, profetica se non riusciremo a invertire il corso di una storia che ha tradito le speranze di libertà e uguaglianza riposte nella democrazia. In tutta Europa assistiamo all’ascesa del sentimento antidemocratico, a una secessione di massa dei nuovi plebei che confluiscono verso gli opposti estremi dello spettro politico, attratti dalle promesse dell’autocrazia. La parola del Profeta diventa così un vessillo dispiegato per chiamare a raccolta gli umiliati, gli emarginati, gli esclusi, affamati di vendetta».

Come rispondere? Lei sostiene che la forza della morale risiede nella consapevole libertà dell’«io», non nel potere coercitivo di un «noi» impersonale. Parte da qui il no al fondamentalismo?

«Nella sua prima Esortazione Apostolica (la Evangelii Gaudium del 2013, ndr ) papa Francesco ha messo a fuoco la grande sottomissione, la nostra resa a un capitalismo licenzioso, sfrenato, cieco all’umana miseria. Non troverà risposta più profonda ed esaustiva a questa domanda. Il Pontefice ha richiamato quella cultura dello “scarto” che va oltre lo sfruttamento e bandisce intere popolazioni dai progressi del welfare e della tecnica, masse che non sono più semplicemente oppresse o marginalizzate, bensì rimosse dalla comunità, “fuori” dal corpo sociale. Questo non può essere accettato, a questo dobbiamo opporci». (Maria Serena Natale)

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NIGERIA, BOKO HARAM FA STRAGE NEI VILLAGGI

da “la Stampa” del 9/1/2015

– Carneficina nella città nordorientale di BAQA, almeno 2000 morti. Amnesty International: «Il peggior massacro messo in atto dagli integralisti islamici» –Nigeria

   Ammazzati a uno a uno a colpi d’arma da fuoco o con i machete, uomini anziani, donne e bambini inseguiti nelle strade e nella foresta, finiti dopo essere stati atrocemente mutilati.

   Non si riescono a contare le vittime della carneficina nella città di Baqa, nel nord-est della Nigeria, dove dei circa diecimila abitanti almeno 2.000 sarebbero stati uccisi dagli integralisti islamici Boko Haram in meno di una settimana.

   Non si riescono a contare anche perché si spera che tra coloro che mancano all’appello qualcuno sia riuscito a salvarsi attraversando le frontiere con il Ciad e con il Camerun. E perché decine di cadaveri restano abbandonati nelle strade senza che nessuno abbia il coraggio o la forza di seppellirli.

   Amnesty International, che ha operatori nella zona, ha confermato oggi «il peggior massacro nella storia dei Boko Haram». E tragiche testimonianze arrivano da qualche sopravvissuto: abitanti della città devastata sono fuggiti a bordo di piccole imbarcazioni affrontando le acque del lago Ciad, hanno raggiunto isolotti prima che le barche affondassero e da giorni sono privi di qualunque mezzo di sussistenza. «Stanno morendo di fame e di stenti», ha raccontato un ragazzo aggiungendo che la stessa sorte sta colpendo nella foresta feriti e anziani.

   In Nigeria, il più popoloso Paese d’Africa, l’avvicinarsi delle elezioni legislative e presidenziali fissate per il 14 febbraio è ormai quasi quotidianamente segnato dagli assalti dei fondamentalisti islamici nel nord-est. Ma la conquista di Baqa e di una quindicina di villaggi nella stessa area (che non è lontana neanche dal confine con il Niger) rischia di non essere solo una tragedia per la popolazione. Pesanti saranno, secondo numerosi osservatori, anche le ripercussioni sull’economia dell’intera area, crocevia commerciale e agricolo vitale per il Camerun, il Ciad e il Niger.

   Non a caso nelle ultime settimane questi Paesi sono scesi in campo militarmente contro i miliziani, l’aeronautica del Camerun ha addirittura bombardato alcune basi dei Boko Haram per bloccare infiltrazioni e scorrerie. Ora a rischiare di più è comunque un’altra importante città della Nigeria, MAIDUGURI, capoluogo dello STATO DI BORNO, quasi completamente circondata dai jihadisti.

   Anche da qui la popolazione ha cominciato ad andarsene e va ad ingrossare la già enorme massa degli sfollati, sia all’interno che all’esterno della Nigeria: più di un milione e 600mila persone, secondo i calcoli delle organizzazioni umanitarie.

   In questo contesto mancano ormai solo cinque settimane alle elezioni legislative e presidenziali. Il capo di stato uscente Goodluck Jonathan, cristiano del sud, si è ricandidato e potrebbe facilmente vincere anche (e forse soprattutto) se in molte località del nord a maggioranza musulmana non sarà possibile allestire seggi elettorali proprio a causa del caos scatenato dai Boko Haram.

   Ma in questo caso la sua sarebbe una vittoria a rischio, con l’opposizione che appoggia il musulmano del nord Muhammadu Buhari (già al potere in Nigeria negli anni ’80 durante la dittatura dei militari) legittimata a sostenere l’irregolarità del voto.

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L’INFERNO NIGERIANO TRA ISIS E AL QAEDA: COSÌ BOKO HARAM ALIMENTA IL TERRORE

di Fabio Franchini, da “Il Giornale” del 25/12/2014

– I terroristi jihadisti nigeriani macchiano di sangue il Paese di cui controllano la parte nord-orientale. Dal Califfato islamico al sogno di un Califfato africano –

   Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e la Jihad. O, più semplicemente, Boko Haram. Due parole che significano “l’educazione occidentale è peccato”. Gli integralisti salafiti sono l’orrore in Nigeria.

   La FETTA NORD-ORIENTALE DEL PAESE – che corrisponde alle regioni di YOBE, BORNO e di ADAMAWA – è in loro possesso. Terreno conquistato bombardando, sgozzando, mutilando. Non è certo quante siano le vittime di questo esercito di terroristi vicini ad al Qaeda e seguaci dell’Isis, ma le stime parlano di oltre sette mila morti negli ultimi cinque anni. Per non parlare dei feriti e della devastazione provocati dai loro attentati in luoghi affollatissimi, come mercati e stazioni degli autobus.

   Il quotidiano nigeriano Thisday, citando i dati del governo, riferisce che nel 2014 il gruppo ha ucciso più di 3000 persone. Ogni volta una carneficina. (…..)

   Le cifre sono sempre imprecise: i morti e i sequestrati potrebbero essere anche di più. Quel che è certo è che fra loro ci sono donne, bambini e ragazzi. Ma il raggio d’azione di questi guerriglieri senza scrupoli va al di là dei confini nazionali: CIAD, NIGER e soprattutto CAMERUN sono nel mirino.mappa-nigeria da www_popoffquotidiano_it

   E proprio qui, al confine con la Nigeria, la forze militari camerunensi da mesi si battono per respingere le infiltrazioni: sempre Thisday fa sapere che – praticamente in concomitanza con l’assalto a Gumsuri – l’esercito del Camerun ha ucciso 116 soldati jihadisti che cercavano di conquistare un loro avamposto. La controffensiva camerunense alla violenza dei terroristi funziona, a differenza degli insuccessi dell’esercito federale.

   E a proposito, la corte marziale nigeriana ha condannato a morte 54 soldati che si erano rifiutati di partecipare, in estate, a un’operazione per riconquistare tre città cadute nelle mani dei sovversivi. I disertori, colpevoli di ammutinamento, protestavano per la mancanza di armi e mezzi sufficienti per una risposta adeguata. Ma negli ultimi giorni le forze militari nigeriane riferiscono di un’imboscata contro i nemici nel nord-est del Paese. Non c’è però alcuna chiarezza sulla dimensione della vittoria, ovvero del numero di tagliagole morti in questo nuovo round dell’operazione “Nessuna pietà”.

   Uccidono, rapiscono, stuprano, saccheggiano, bruciano negozi e attaccano i luoghi sacri: i cristiani sono tra i loro obbiettivi preferiti. Quella di Boko Haram è una furia perenne e medioevale. L’attentato del 14 dicembre è solo l’ultimo di una tragica lista poco nota. L’opinione pubblica mondiale scopre la loro esistenza AD APRILE quando LA SETTA FA IRRUZIONE, DI NOTTE, NEL COLLEGIO DI CHIBOK, FACENDO PRIGIONIERE 273 RAGAZZE. Una parte di loro riuscirà a scappare, ma AD OGGI SONO PIÙ DI 200 LE ADOLESCENTI RAPITE. E la campagna globale “Bring back our girls” rischia di compiere fra poco un anno di vita senza risultati, senza che queste ragazze possano tornare a casa. D’altronde l’esercito di fanatici di Boko Haram non si sconfigge con gli hashtag. Le radici del movimento terrorista sono ancorate all’inizio del Millennio.

   L’ORGANIZZAZIONE NACQUE NEL 2002 A MAIDUGURI (CAPITALE DEL BORNO) su volontà di Ustaz Mohammed Yusuf per contrapporsi alla corruzione dell’Occidente. Nel 2009 il cambio di pelle: Boko Haram si vuole legittimare creando uno Stato Islamico. Il movimento cerca di legittimarsi nel luglio del 2014, quando la Nigeria fu teatro di un tentato colpo di stato: il Paese dell’Africa centro-occidentale visse una guerra civile tra le forze di sicurezza federali e gli estremisti, che volevano imporre la stretta osservanza della legge islamica della Sharia.

   Dal 26 al 29 luglio 2014 la Nigeria fu un campo di battaglia: il bollettino di guerra parla di oltre mille vittime, tra cui Yusuf. Ma l’esercito dell’aspirante califfato africano non ne è uscito vinto, anzi. Le stragi di questi 5 anni ne sono la drammatica prova. Il nuovo leader, Abubakar Shekau, sfida la popolazione e il governo e tende una mano al Califfato islamico. E qui veniamo a quel filo rosso sangue che lega Boko Haram ad al-Qaeda e all’Isis e che rende la sua minaccia meno ancorata ai confini della Nigeria.

   Dal Califfato islamico al sogno di un Califfato africano. Abu Bakr Al Baghdadi è fonte di ispirazione per Abubakar Shekau, che nei suoi video – oltre a rivendicare gli attentati, smentire la propria morte e minacciare di aver venduto al mercato, per pochi dollari, le studentesse rapite – manda messaggi d’amore ad Al Baghdadi, Ayman al-Zawahiri (numero uno di al-Qaeda) e al mullah Omar, leader dei talebani: “I miei fratelli, che Dio vi protegga”.

   Se l’esercito nigeriano è in carenza di armi e mezzi per contrapporsi al meglio alla furia di Boko Haram, i fanatici possono contare su un arsenale di primo livello. Come fanno a possedere tale dotazione? La risposta all’interrogativo è al-Qaeda. I finanziamenti ci sono e la continua escalation di orrori ne è la prova.

Un’approfondita analisi di Al-Jazeera di qualche mese fa denunciava che l’operato degli integralisti è legato a doppio filo al movimento islamista sunnita paramilitare e alla sua allargata rete di cellule in Africa: il Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento attivo (Aqim), al-Shabaab, Ansar al-Din e il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (Mujao).

   La cooperazione tra Boko Haram e al-Qaeda è continua e il dialogo nato a inizio 2000 prosegue fino a oggi. Nulla è ufficiale, ma tutto si muove sotto traccia. Al Jazeera racconta dunque che nel gennaio 2012 un portavoce di Boko Haram si è incontrato con i piani alti di al-Qaeda in Arabia Saudita. Ma la cosa più interessante è datata 2002, quando Osama bin Laden inviò uno dei suoi più fidati collaboratori in Nigeria per distribuire 3 milioni di dollari ai gruppi salafiti. Si ritiene che il fondatore di Boko Haram, Mohammed Yusuf, sia stato un destinatario di questo denaro. (Fabio Franchini)

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ORRORE IN NIGERIA, L’ULTIMA STRAGE DI BOKO HARAM CON LA BAMBINA IMBOTTITA DI ESPLOSIVO AL MERCATO

da “la Stampa.it” del 11/1/2015 (http://www.lastampa.it/ )

– La piccola di 10 anni si è fatta saltare in aria a Maiduguri, nel nordest del Paese: 20 morti –

   Una bambina di 10 anni imbottita di esplosivo salta in aria uccidendo una ventina di persone in un mercato di MAIDUGURI, capoluogo dello stato nigeriano di BORNO. L’ultimo orrore di Boko Haram scuote il mondo mentre miliziani fondamentalisti islamici danno l’assalto a DAMATURU, capitale del confinante stato di YOBE. A poco meno di cinque settimane dalle elezioni presidenziali e legislative in Nigeria, i jihadisti stanno accentuando la loro ondata di terrore sulle città e sugli abitanti del nord-est del Paese, costringendo all’ESODO VERSO I CONFINI DI CAMERUN, CIAD e NIGER altre migliaia di persone.

LA PICCOLA KAMIKAZE

Il mercato preso di mira oggi a Maiduguri è lo stesso dove lo scorso primo dicembre due donne si fecero esplodere causando una decine di morti e una cinquantina di feriti. La bambina saltata in aria non aveva, secondo fonti di polizia e della Croce Rossa, più di dieci anni. La deflagrazione è stata terrificante, dopo un paio d’ore i soccorritori contavano almeno 20 morti e 18 feriti, alcuni in gravissime condizioni. Secondo Gideon Jibrin, portavoce della polizia di Borno, «il corpo della ragazzina è stato fatto a pezzi … Come fosse stato tagliato in due, la parte superiore è stata trovata a 500 metri di distanza».

IL BAGNO DI SANGUE

Per compiere l’attentato è stata scelta un’ora di punta, poco dopo delle 12:30. Tra i banchi e i negozietti si aggiravano decine di persone, in gran parte donne con i loro bambini. Secondo la polizia, benché non vi sia stata rivendicazione è più che probabile che l’attentato sia stato organizzato dai Boko Haram che sempre più spesso usano le ragazze per i loro sanguinosi attentati. L’ipotesi è suffragata da un’altra «coincidenza»: anche il primo dicembre, mentre il mercato di Maiduguri veniva colpito per la prima volta, miliziani pesantemente armati avevano attaccato Damaturu, incendiando edifici pubblici, devastando abitazioni e negozi, uccidendo a caso.

IGNARA DEL SUO DESTINO

Allora nessuno aveva avanzato dubbi sulla volontarietà delle due donne di farsi saltare in aria. Oggi invece il portavoce della polizia racconta che la bambina era stata fermata e che due agenti la stavano perquisendo quando c’è stata la deflagrazione. «Forse neppure sapeva cosa le era stato messo addosso … forse la bomba è stata fatta detonare con un telecomando – ha detto il portavoce della polizia – I due agenti sono morti all’istante dilaniati dall’esplosione». I Boko Haram hanno fatto compiere per la prima volta a una donna un attacco suicida l’anno scorso, in giugno, nella città di Gombe, nell’omonimo Stato situato sempre nel nord a maggioranza musulmana ma nel cuore del Paese, lontano dalle frontiere. Un mese dopo una bambina di 10 anni era stata bloccata a Katsina con addosso un giubbotto esplosivo: si era salvata e tra le lacrime aveva raccontato di essere stata costretta a indossarlo dai familiari.

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NIGERIA, ALTRE 2 BIMBE KAMIKAZE AL MERCATO. NUOVO ORRORE BOKO HARAM: 3 MORTI

11/1/2015, da http://www.blitzquotidiano.it/

Altre due bimbe kamikaze in Nigeria, dopo l’orrore di sabato, quando una bambina di circa 10 anni si è fatta saltare in aria in un affollato mercato di Maiduguri, nel nord-est della Nigeria, uccidendo 19 persone. Domenica è successo di nuovo, dall’altra parte del paese: a Potiksum, nello stato nord-orientale di Yobe, considerato roccaforte del gruppo sunnita di Boko Haram. 

Protagoniste due bimbe, anche loro di 10 anni, forse vittime involontarie della ferocia dei jihadisti. Un primo bilancio, apparentemente meno grave del precedente, conta almeno 3 morti e 26 feriti.

Intanto, l’esercito nigeriano chiede la cooperazione internazionale contro Boko Haram, dopo il sanguinoso attacco nella città di Baqa e in altri 16 villaggi limitrofi, nel nord-est del paese, che avrebbe causato centinaia di morti. Il bilancio delle vittime non è ancora stato accertato, ma secondo alcune fonti i morti potrebbero essere 2.000.

Sterminati come insetti”: è il racconto di uno dei sopravvissuti alla strage ai media nigeriani.

“Abbiamo corso per giorni e visto cadaveri, specialmente sulle isole del lago Ciad: sono stati sterminati come insetti. Il massacro (di domenica scorsa, ndr) è andato avanti per giorni, i miliziani sono in agguato lungo le acque e, quando vedono passare una barca di quelli che fuggono, aprono il fuoco”.

Secondo altre testimonianze, alcuni residenti inquadrati nelle file dei “vigilantes” hanno tentato di respingere l’attacco a Baqa:

“All’inizio siamo riusciti anche a catturare alcuni miliziani. Poi i soldati della forza multinazionale ci hanno ordinato di ritirarci perché dicevano che stava per arrivare un cacciabombardiere. Ma non è arrivato. I Boko Haram sono arrivati in massa, uccidendo chiunque incontravano.

Siamo fuggiti tra i cadaveri, anche di donne e bambini. Una donna incinta aveva lo stomaco squarciato. Lungo la strada abbiamo visto una barca con 25 morti, molti uccisi con un colpo di arma da fuoco, altri annegati”.

Altri ancora raccontano di aver passato giorni nascosti tra la boscaglia, mentre è iniziata la ricerca dei parenti delle famiglie costrette a dividersi nella fuga.

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IN BOKO AL LUPO

di Massimo Gramellini, da “la Stampa” del 10/1/2015

   Nord della Nigeria invece del Nord della Francia. E, al posto di vignettisti e ostaggi, bambini affettati a colpi di machete. L’ultima nefandezza di Boko Haram gronda del sangue di almeno duemila innocenti, eppure ci coinvolge meno della strage di Parigi. Come se la distanza da casa la trasformasse in un altro film.

Purtroppo il film è lo stesso, è solo la scena che cambia. E se non cambiamo quella scena, la prossima si girerà di nuovo qui.

   Boko Haram è la setta islamica che vuole farsi Stato bruciando chiese, meglio se con i fedeli dentro, e rapendo ragazzine col vizio di andare a scuola per darle in sposa ai propri trogloditi e farne delle serve o delle kamikaze. Poiché finora i Boko hanno devastato un territorio sprovvisto di materie prime, l’indignazione occidentale si è limitata a qualche fiero scatto fotografico (ricordate la campagna: «Bring back our girls», restituiteci le nostre ragazze?).

   Ma c’è da scommettere che non appena mettessero le loro zampacce sui giacimenti petroliferi della Nigeria del Sud, le ragioni della democrazia tornerebbero a interrogarci con urgenza.

   Nessuno pretende e nemmeno desidera una nuova crociata. Ma un po’ di politica sì. E non la politica economica che in questi anni ha portato l’Europa a schierarsi pro e contro l’Iraq, la Libia o la Siria, oscillando tra sussulti guerrafondai e menefreghismo da pusillanimi in base alle convenienze del momento. Serve la politica vera, quella che isola il nemico, finanziando e addestrando le sue vittime, perché ha una visione strategica e sa che estirpare il virus del terrorismo islamista nei suoi focolai è l’unico modo di fermare il contagio. (Massimo Gramellini)

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PARIGI

IL CAPO DEGLI IMAM DI FRANCIA “NOI IN PRIMA FILA CONTRO I BARBARI”

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 11/1/2014

   «Noi musulmani di Francia siamo ostaggi di due mostri: dell’integralismo che arruola i nostri figli e del razzismo anti-arabo», dice il franco-tunisino HASSEN CHALGHOUMI, guida spirituale della moschea Al Nour di Drancy, nel nord-est di Parigi, e presidente della Conferenza degli Imam di Francia.

   «Dopo l’orrendo attacco contro Charlie Hebdo c’è chi ha sparato contro le moschee, chi vi ha depositato teste di maiale, chi le ha distrutte con il fuoco», aggiunge Chalghouni, da anni fervente promotore del dialogo inter-religioso, e per questo più volte minacciato di morte.

Imam, quanto teme la reazione islamofobica?

«Oggi più che mai, noi musulmani di Francia ci sentiamo in pericolo. Spero che la maggioranza dei nostri concittadini non confonda Islam e terrorismo, ma vedo ovunque segnali preoccupanti».

Qual è il messaggio per i suoi fedeli?

«Quello di partecipare in massa alla manifestazione repubblicana. Di uscire di casa per onorare le vittime e dimostrare, da cittadini francesi, che si e pronti a combattere l’integralismo che sporca l’Islam. Ma non dobbiamo esprimerci in quanto musulmani, perche siamo innocenti come i cristiani o gli ebrei di Francia. Non dobbiamo chiedere perdono a nessuno, dobbiamo però dire no alla barbarie. Si può essere in disaccordo con Charlie Hebdo o con chiunque altro, ma è vietato farlo con la violenza».

Non crede che la comunità musulmana avrebbe dovuto urlare con più forza il suo orrore contro il terrorismo islamista?

«Il problema è che il mondo musulmano è terrorizzato da quanto accade e che non fa parte della nostra cultura esprimere i propri sentimenti come in Occidente. Poi, però, ci sono state le rivoluzioni del mondo arabo che hanno detto basta alla dittatura e all’ineguaglianza sociale. Credo perciò che per la maggioranza silenziosa musulmana, così come per i vertici dell’Islam, sia giunto il momento di insorgere contro chi abusa della nostra religione. Altrimenti il mondo sarà insanguinato da nuove guerre».

Quali sono le colpe delle autorità per i 1200 francesi partiti a combattere con l’Is?

«I politici hanno sempre sottovaluto la gravità della situazione. Da noi non esiste un Islam “francese” né esiste una formazione degli Imam francesi. La nostra religione è purtroppo gestita dall’estero, da Paesi nordafricani o dalle monarchie del Golfo».

C’è il rischio che i macellai di Charlie Hebdo e del supermercato kosher facciano emuli?

«Sì, anche perché in Francia è facilissimo procurarsi armi. E perché molti ragazzi reduci dalla Siria non hanno subìto nessuna sanzione. Senza contare le troppe moschee salafite che predicano solo l’odio». Quali soluzioni per “recuperare” questa gioventù bruciata dall’islamismo?

«Servono mediatori che sappiano parlare, per esempio a quei giovani che nelle banlieues hanno rifiutato di rispettare il minuto di silenzio per i vignettisti uccisi. Inoltre, lo Stato dovrebbe bloccare i siti che fanno propaganda per la jihad».

Ma esistono soluzioni fintanto che si sarà una Siria e un Iraq in fiamme?

«Finché il Medio Oriente sarà in guerra, l’Europa ne subirà le conseguenze. Viviamo un periodo storico speciale, dobbiamo perciò creare nuove leggi speciali».

È vero che aprirete il corteo della manifestazione a Parigi?

«Sì, vorremmo essere i primi. È nell’interesse di questa marcia storica. Noi imam, uomini di pace, urleremo che siamo noi stessi vittime dell’islamismo». (Pietro Del Re)

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ALLEARSI CON IL DIAVOLO PER BATTERE IL TERRORE: UNA GUERRA CHE NON VA PERDUTA

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 11/1/2014

Dopo avere pianto i morti e condannato il crimine, questo è il tempo delle decisioni. Se le strategie adottate sinora non hanno impedito l’aggressione di Parigi occorre rifare i conti con la realtà. A una minaccia così evidente e diffusa è necessario rispondere con altri mezzi e programmi.

   Dobbiamo sapere anzitutto che cosa vogliono i nostri nemici. Distruggere le democrazie occidentali? Uccidere o convertire tutti i fedeli di altre religioni? Strappare Roma al Papa, come sembra essere nelle intenzioni del «califfo» Al Baghdadi?

   Commetteremmo un errore, a mio avviso, se pensassimo di essere il principale bersaglio dell’Islam jihadista. LA VERA GUERRA, OGGI, È QUELLA CHE SI COMBATTE ALL’INTERNO DEL MONDO MUSULMANO.

   E’ la guerra tra una setta fanatica e regimi politici spesso incerti, titubanti, ma tutti più o meno collegati, per ragioni di affinità o convenienza, con l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia. È una guerra civile senza quartiere dove le vittime musulmane sono incomparabilmente più numerose di quelle provocate dagli attentati terroristici nelle nostre città.

   Ed è ulteriormente complicata dall’ANTICO ODIO FRA LE DUE FAMIGLIE RELIGIOSE DELL’ISIAM: SUNNITI E SCIITI. Si combatte sulle frontiere meridionali della Tunisia, in Cirenaica, nel Sinai, in Siria, nelle province che separano la regione di Baghdad dal Kurdistan iracheno, nello Yemen, nel Caucaso, in Afghanistan, in Pakistan, Somalia, Kenya e Nigeria, con improvvisi focolai che si accendono anche negli Stati musulmani dell’Asia sudorientale.

   La guerra contro l’Occidente, in questo quadro, è un conflitto parallelo diretto contro Paesi che i jihadisti considerano protettori o padroni dei loro odiati fratelli. È utile alla loro causa perché serve anzitutto a dimostrare la vulnerabilità dell’Occidente e la micidiale forza del movimento islamista.

   Ma il principale obiettivo strategico è il reclutamento di nuovi adepti in comunità musulmane dell’Occidente che vorrebbero trasformare in altrettante quinte colonne. Ogni attentato è un appello alle armi, un bando di concorso. Il vero nemico è altrove. Se questa è la situazione in cui occorre combattere non abbiamo molte scelte.

   I nostri amici e alleati sono tutti i Paesi musulmani o cristiani che si battono sullo stesso fronte, sono minacciati dagli stessi nemici e rischiano di soccombere di fronte all’ondata islamista. Winston Churchill disse un giorno che se Adolf Hitler avesse invaso l’inferno, lui non avrebbe mancato di parlare gentilmente del diavolo alla Camera dei Comuni.

   Il presidente egiziano Al Sisi, il presidente siriano Al Assad, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Rouhani non sono diavoli. Sono alla testa di regimi che noi consideriamo carenti di democrazia, polizieschi e repressivi. Ma conoscono l’Islam meglio di noi, hanno già fatto in passato dolorose esperienze (abbiamo dimenticato ciò che accadde nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord?) e hanno buone ragioni per battersi affinché il loro Paese non venga continuamente insidiato dall’estremismo sunnita o sia destinato a divenire una provincia del Califfato.

   Se qualche Paese occidentale fosse disposto a mettere truppe sul terreno potremmo forse fare a meno della loro collaborazione. Ma da quando gli Stati Uniti hanno eliminato questa opzione non abbiamo altra scelta fuor che quella di sostenere con tutti i mezzi di cui disponiamo quelli che sul terreno già ci sono. (Sergio Romano)

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SE CHI CI ODIA È CRESCIUTO IN MEZZO A NOI

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 11/1/2015

   In un’altra Parigi. Una metropoli stravolta, ferita, da tre giorni sotto assedio. È lo scenario della nuova dimensione del terrorismo, l’attacco militare al cuore della metropoli, per certi aspetti diverso dalle orrende stragi che hanno insanguinato in questi anni tante altre città del mondo, non solo — è bene ricordarlo — dell’Occidente, ma anche dei Paesi musulmani.

   I terroristi, dopo il massacro di Charlie Hebdo, hanno ucciso ancora, si sono barricati con ostaggi, hanno affrontato la polizia a colpi di kalashnikov, come brutali banditi di strada. La spettacolare operazione delle forze speciali francesi ha messo fine a un incubo durato 55 lunghissime ore.

   Un incubo che ha stretto come un groppo alla gola impiegati, turisti, studenti, i milioni di parigini che ogni giorno vivono la città e che si sono sentiti in balia di posti di blocco, sirene della polizia e esplosioni. Parigi ha tirato un sospiro di sollievo, ma tutto quanto è stato collettivamente vissuto resta sotto la pelle, negli sguardi d’angoscia e sospetto che cambiano l’indulgenza di una metropoli abituata a confondere il giorno con la notte.

   Resta, soprattutto, la sensazione di una minaccia permanente, forse non abbastanza prevista, né prevenuta. Resta la percezione che dietro i singoli terroristi esista un nemico invisibile e diffuso pronto a colpire di nuovo. E una cappa di psicosi, alimentata da situazioni molto concrete: le periferie polveriera, il proselitismo fanatico, il «pendolarismo» dalle zone di guerra mediorientali.

   Resta infine l’inquietante sproporzione fra l’azione di un piccolo gruppo di fuoco e le conseguenze umane, politiche, morali per Parigi, per la Francia, per l’Europa, soprattutto se la fermezza si mescolasse all’odio interreligioso e alla frattura fra comunità, assecondando così il piano terroristico.

   Non è ancora il momento dei bilanci, almeno fino a quando gli avvenimenti siano stati ricostruiti. Ma alcune cose risultano con evidenza, a partire dal martirio di Charlie Hebdo, non sufficientemente protetta rispetto alle ricorrenti minacce. Le forze speciali hanno messo fine alla fuga dei terroristi con un assalto in contemporanea che forse non presentava soluzioni alternative.

   Sta di fatto che il bilancio di vittime innocenti è altissimo e che l’uccisione dei terroristi riduce i margini d’indagine sulla rete di complici e fiancheggiatori. Sarà più complicato capire se si sia trattato di «lupi» solitari, sbucati dalla foresta urbana, o di un piano preordinato, magari coordinato dall’esterno. Comunque sia, la spietata lucidità dei terroristi ha riunito le vittime in una sorta di orrore perfetto: giornalisti, inermi cittadini, un poliziotto musulmano, un supermercato kosher, abitualmente frequentato da ebrei. (Massimo Nava)

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COLPIRANNO ANCORA, E TUTTI. CHI TACE E PERDUTO

di Anna Foa, da “AVVENIRE” del 10/1/2015

   Lo scioglimento dei due assedi di Dammartin e di Parigi, con l’assassinio di quattro ostaggi nel negozio kasher, e con l’attacco delle forze dell’ordine seguito dal ferimento degli altri ostaggi, non rappresenta davvero la fine di un incubo. Questi due giorni hanno dimostrato che l’incubo può ricominciare da un momento all’altro.

   È successo sotto i nostri occhi, nel cuore dell’Europa: tre terroristi hanno potuto tenere in scacco migliaia di uomini, creare il panico in un’ intera nazione, catalizzare l’attenzione del mondo, assassinare tante persone innocenti.

   Al momento in cui scriviamo queste parole, non sappiamo ancora se la tipografia di Dammartin e il supermercato kasher di Porte de Vincennes siano stati scelti appositamente dai terroristi in fuga, o siano un caso. Nella seconda ipotesi, si è trattato davvero di uno strano caso: degli ebrei intenti a fare la spesa, una tipografia, il luogo dove si stampa la libera parola scritta.

   Il fatto che siano ancora una volta, dopo tanti altri episodi più o meno gravi, presi di mira gli ebrei, il fatto che in questi episodi di presa di ostaggi siano ancora una volta degli ebrei a morire, non ci stupisce. E come potrebbe, quando si vede montare l’antisemitismo in tanta parte d’Europa, quando a Toulouse gli assassini hanno ucciso i bambini di una scuola ebraica, a Bruxelles i visitatori del Museo ebraico, quando tante sinagoghe sono state attaccate?

   Ricordo un’immagine di quest’estate, durante la guerra di Gaza e durante uno di questi attacchi contro una sinagoga parigina (evento i cui legami con il terrorismo ci appaiono ora ben chiari), dove si vedevano degli ebrei francesi schierati inermi di fronte alla sinagoga che cantano la Marsigliese. Da una parte le matite e l’inno nazionale, dall’altra l’odio e poi i kalashnikov. Chi avrà la meglio, alla fine? La forza delle idee o quella dell’odio?

   Per i terroristi, gli ebrei sono la punta di diamante dell’Occidente, il simbolo stesso del mondo da loro odiato, il concentrato, potremmo dire, di tutto ciò che vogliono distruggere. Negli ebrei, come nei giornalisti, i terroristi vogliono colpire la democrazia, la libertà, l’uguaglianza fra uomini e donne, la satira, il sorriso. La vita, insomma.

   Quella stessa vita che gli ispiratori e i mandanti dei terroristi stanno rendendo impossibile ai diversi per fede – ebrei, yazidi, cristiani… – in sempre più terre d’Asia e d’Africa. Sempre più chiaro ci appare che questa guerra è la guerra tra la morte, portata da un’ideologia assassina che è quella del fondamentalismo islamico, che nulla ha da invidiare a quella nazista, e la vita con tutti i suoi valori.

   Non possiamo più far finta di niente. Dobbiamo alzare alta la guardia e colpire i responsabili, individuandoli, decifrandoli, smascherandoli. Ma dal momento che questa ideologia assassina si nasconde dietro il nome di Dio, dobbiamo chiedere a tutti coloro che nell’islam parlano a nome di Dio, religiosi o laici che siano, di cessare di mescolare il nome di Dio al sangue di vittime innocenti.

   Condannate questi omicidi, dite a questi assassini che è l’inferno che li attende, non il paradiso. Perché dopo di noi, non illudetevi, colpiranno voi. Colpiranno pure qui in Europa, come già fanno altrove, anche tutti quei musulmani che giudicheranno troppo tiepidi, come già uccidono le ragazze musulmane che vogliono andare a scuola. Colpiranno voi dopo di noi, sempre in nome di Dio perché al fanatismo non c’è mai limite. Questa non è solo la nostra battaglia, è anche la vostra, o lo diventerà presto. Isolate gli assassini, prima che sia troppo tardi. (Anna Foa)

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DAI NUOVI JIHADISTI GUERRA ALLA CIVILTÀ

di Luigi Geninazzi, da “AVVENIRE” del 11/1/2015

   «E’ il nostro 11 settembre», ha titolato Le Monde. Ma la definizione, comprensibilmente dettata dallo choc e dallo sdegno del primo momento, risulta del tutto inadeguata per spiegare quel che è successo a Parigi con la strage nella redazione di Charlie Hebdo ed è proseguito venerdì con l’attacco a un negozio ebraico.

Qui non siamo di fronte all’esplosione di un terrore cieco scatenato da fanatici kamikaze, bensì a un’operazione di stampo militare condotta da killer professionisti contro obiettivi individuati con precisione come nemici dell’islam. Il jihad ha subìto un salto di qualità: i terroristi con la cintura imbottita di esplosivo in Europa si sono trasformati in assassini ben addestrati, soldati pronti a veri e propri atti di guerra.

   Per Ben Laden, il fondatore di al-Qaeda, noi occidentali eravamo un nemico lontano che doveva essere colpito per destabilizzare i suoi nemici vicini, i regimi musulmani alleati dell’America. Negli ultimi mesi il panorama è drasticamente mutato con la comparsa sulla scena medio-orientale dell’Is, lo Stato Islamico, e dell’esercito dell’auto-proclamato “califfato” che governa ormai su un terzo dei tenitori dell’Iraq e della Siria e aspira ad allargarsi alla Turchia e a Libano, fino a includere le antiche terre islamiche della Spagna e, vagheggia, di innalzare la bandiera nera su Roma.

   Tutta la galassia dell’estremismo islamico, compresa al Qaeda, ha cambiato strategia in seguito alle vittorie sul campo dell’Is. La cacciata dei cristiani iracheni da Mosul e dalla piana di Ninive, la tragedia dei profughi in Kurdistan hanno rappresentato l’apertura di un fronte di guerra, iniziata nell’estate dello scorso anno, che mira ad estendersi ben oltre il Medio Oriente.

   «Arriveranno anche da voi, in Europa», ci avevano ammonito rare e coraggiosi voci come quella del vescovo di Mosul, mosignor Nona. Ma l’Occidente, cieco e sordo, ha pensato che fosse la tipica esagerazione di chi è messo a dura prova dalle circostanze. E adesso siamo qui a gridare al jihad dentro casa nostra, attoniti e sconvolti da un massacro in stile iracheno e pachistano nella Parigi gauchiste, laica e libertaria.

   Non sono “lupi solitari”, si tratta di giovani islamici di nazionalità francese reduci dai fronti caldi di Sira e Yemen, combattenti volontari nelle file dell’Is o di altri gruppi radicali che intendono portare avanti la loro guerra in Europa. E vogliono vincerla, imponendo un’ideologia politica rozza e brutale, una religione che è l’antitesi della ragione, uno stile di vita arcaico e illiberale.

   È qualcosa di diverso dall’ 11 settembre, ma non per questo meno inquietante. È da quella tragica data che abbiamo iniziato a conoscere la paura, a preoccuparci per un possibile attentato che entri dirompente e omicida nella nostra vita quotidiana. Ma non per questo abbiamo smesso di prendere treni e aerei o di entrare in un affollato supermercato. Altra cosa è la guerra, quella che i nuovi jihadisti hanno dichiarato alla nostra civiltà.

   E diversa è la paura che vogliono incutere. Nell’emozione del giorno dopo migliaia di europei, non solo francesi, sono scesi in piazza innalzando delle matite in segno di solidarietà con i vignettisti di Charlie Hebdo barbaramente uccisi e a difesa della libertà d’espressione. Già, ma chi avrà il coraggio d’ora in poi di andare in giro per Parigi, nella banlieue dove i musulmani sono la stragrande maggioranza, leggendo tranquillamente un giornale dove appare una vignetta satirica su Maometto o un libro sospettato di antiislamismo?

   È di venerdì la notizia che lo scrittore più noto del momento, Michel Houellebecq, ha sospeso la promozione del suo romanzo Sottomissione, dove ipotizza una Francia islamizzata nel 2022, e ha lasciato Parigi, nascondendosi per motivi di sicurezza. È l’ammissione paradossale che la libertà è a rischio e che la patria della laicità rischia di scomparire, proprio come immagina nel suo romanzo.

   Una laicità diventata sinonimo d’ateismo, una laicità “triste”, e quindi destinata alla sconfitta. Per vincere la guerra in cui ci vuole trascinare l’islamismo abbiamo bisogno di una laicità positiva che ammetta il confronto fra diverse identità religiose e culturali anche nello spazio pubblico. Solo così saremo davvero liberi e ilari. (Luigi Geninazzi)

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AMBIGUITÀ E IPOCRISIA, LA DOPPIA RADICE DEL DRAMMA

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 11/1/2015

   Nel fiume di parole sul terrorismo, due potrebbero spiegare il dramma francese e suggerire contromisure, non solo nel Paese oggi più colpito. La prima è AMBIGUITÀ: di atteggiamenti in voga da anni nella percezione delle periferie. La seconda è IPOCRISIA: nelle relazioni con Paesi musulmani non esenti da responsabilità nei confronti dell’islamismo radicale.

   La Francia è il crocevia più esposto, ma il tema interessa tutt’Europa. Dalla ricostruzione del dramma, emergono la cittadinanza e la provenienza ambientale dei terroristi: noti e schedati per precedenti penali, come molti «pendolari» dai campi di battaglia mediorientali. Il percorso verso la jiihad conferma condizioni di degrado sociale in cui vivono decine di migliaia di giovani (stranieri d’origine, ma francesi): moschee finanziate non si sa come, indottrinamento, tv satellitari arabe, propaganda sul web, sono i punti di riferimento più forti, in contraddizione con la pretesa laicità e con le regole della Repubblica.

   I governi (di destra e sinistra) e l’opinione pubblica hanno oscillato fra rimozione e comprensione sociologica, tanto che uno dei terroristi ottenne un impiego al municipio. Con il risultato che il Fronte nazionale ha avuto buon gioco nell’alimentare razzismo e criminalizzazione di intere comunità, quando sarebbe servita una più incisiva azione d’intelligence per tagliare connessioni e togliere mele marce unita a un impegno per l’integrazione non limitato a enunciare ideali.

   È paradossale che un forte finanziamento a favore delle banlieue sia arrivato dal Qatar, l’emirato che in Francia ha investito in palazzi, alberghi, società, grandi magazzini, squadre di calcio, tv. Come il Qatar, le monarchie del Golfo hanno fatto analoghi investimenti in tutta Europa (l’ultimo acquisto è la sede di Scotland Yard!).

   Tutto ineccepibile, ma il mondo degli affari è accompagnato da cautele (il Real Madrid ha tolto il crocefisso dal proprio logo) e silenzi sui diritti umani; e le nostre alleanze politiche — oggi rinsaldate dalla lotta al califfato islamico e dal caos nel Maghreb — sembrano non vedere i doppi giochi del mondo arabo-musulmano e dimenticare quanti mostri siano stati creati dalle guerre sbagliate dopo I’11 settembre. La minaccia non viene né da Schengen né da Maometto, ma dalla coerenza a corrente alternata. (Massimo Nava)

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EUROPA BATTI UN COLPO

di Vittorio Emanuele Parsi, da “Il Sole 24ore” del 10/1/2015

   Il previsto vertice europeo del 12 febbraio sarà dunque, doverosamente, dedicato alla lotta al terrorismo. Come ha detto il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, «la UE non può fare tutto, ma può contribuire a rafforzare la nostra sicurezza». Le stesse parole, appena qualche settimana fa, avrebbero evocato la crisi ucraina, la minaccia russa, la politica di difesa comune, e non il pericolo rappresentato dal terrorismo islamista e dai suoi centri di irradiazione… Le cose cambiano velocemente, verrebbe da osservare.

   Le minacce alla sicurezza in realtà si cumulano e non si sostituiscono le une alle altre. Così l’agenda della politica europea conosce continui aggiustamenti, dettati dall’urgenza del pericolo ma anche dalla necessità di riuscire a fare quel che si può, avendo a disposizione risorse limitate e dovendo coniugare interessi, visioni, realtà molto diverse tra i Paesi che compongono l’Unione.

   Probabilmente è ancora presto per dare corpo a un’efficace difesa comune europea. Lo attestano, malinconicamente, i cosiddetti “battlegroups” europei, pensati ai tempi delle guerre nella ex Iugoslavia e poi mai impiegati in nessuna delle tante iniziative militari in cui i Paesi dell’Unione sono stati impegnati nell’ultimo quarto di secolo: strumenti inadeguati alle crisi post 11 settembre 2001, che richiedono un impiego della forza assai più massiccio di quanto sarebbe stato sufficiente negli anni ’90 nei Balcani occidentali.

   Diverso è il discorso della lotta al terrorismo islamista, fronte sul quale la comune appartenenza all’Unione può dare un ben più significativo contributo. In gran parte si tratta infatti di procedere a un maggior coordinamento tra le forze di intelligence e di polizia dei Paesi membri e di costituire una buona volta quel “Comitato di analisi strategica antiterrorismo” per cui l’Italia da anni si batte. Insieme all’introduzione di misure che modificano il bilancio “privacy/sicurezza” (nei trasporti aerei ma anche nella trasparenza della rete) sono decisioni per nulla tecniche, perché implicano lo sfondamento di quel tetto di cristallo politico che ha fin qui spesso limitato una più efficace collaborazione antiterrorismo.

   C’è poi la grande questione del maggiore coordinamento dei Paesi europei nei confronti delle regioni da cui si irradia il messaggio jiahdista. La Siria e l’Iraq, dove la partecipazione anche militare europea a un vero sforzo congiunto per abbattere il califfato di al Bagdadi è sempre più necessaria.

   Altrettanto importante è cambiare le politiche nei confronti dei Paesi della regione: sostenendo quelli che davvero lottano contro l’Isis, come l’Iran e il Libano, e prendendo le distanze da quelli che fino all’altro ieri lo hanno appoggiato e che hanno per decenni alimentato la radicalizzazione dell’islam, finanziandone la (propria) versione ultraconservatrice a scapito di quelle più modernizzanti, tolleranti, liberali, come l’Arabia Saudita. Cioè lavorando per l’egemonia di quella cultura totalitaria, intollerante e barbara all’interno del plurale mondo musulmano alla quale si sono abbeverati anche gli assassini di Parigi.

   Nei confronti del Libano in particolare è quanto mai urgente che i governi europei e l’Unione stessa si attivino per rimuovere quell’assurdo veto americano alla fornitura di attrezzature militari alle Forze armate libanesi (che da oltre un anno combattono per impedire che il contagio jahdista tracimi dalla vicina Siria) legato al presunto pericolo che questo rappresenterebbe per Israele.

   L’Italia, la Francia e la Spagna già collaborano alla sicurezza del Paese dei cedri attraverso la sorveglianza del suo confine meridionale, nell’ambito della missione Unifil, varata dopo la fine dell’invasione israeliana del 2006. Si tratta oggi di prestare un più deciso sostegno politico e addestrativo al fragile Stato libanese e al suo esercito, smettendo di leggere ogni cosa riguardi il Levante esclusivamente attraverso il prisma della pur cruciale questione arabo-israeliana.

   Un Libano più forte non rappresenterebbe affatto una minaccia per lo Stato ebraico, mentre consentirebbe di evitare il dilagare della minaccia posta da Jabat al Nusra o dall’Isis.

   Ma occorre anche saper dire dei difficili e delicati “no”. Proprio in queste ore, Netanyauh ha offerto la collaborazione israeliana per combattere contro il terrorismo. Non è questa la collaborazione di cui abbiamo bisogno, non è il mettere nello stesso calderone del terrorismo islamista gli Hezbollah libanesi o Hamas insieme all’Isis ciò che ci serve.

   L’aiuto di cui abbiamo bisogno per sconfiggere l’Isis è quello del deuxièmme bureau libanese, e dell’intelligence della Tunisia, dell’Egitto, del Marocco, che sarebbe semplicemente impossibile se, ancora una volta, lasciassimo ad altri di inserire i propri avversari tra i nostri nemici. (Vittorio Emanuele Parsi)

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I MUSULMANI D’EUROPA TROVINO VOCE DI LIBERTÀ

di Benedetto Della Vedova (sottosegretario agli Esteri), da “Avvenire” del 10/1/2015

– Una sfida storica per il Continente, da affrontare uniti –

Caro direttore, “ammazzarne dodici per educarne milioni al ‘rispetto’ (per l’islam)”. E farlo nel nome di una jihad europea che non si presenta neppure più come una minaccia esterna, ma come una delle paradossali espressioni del separatismo civile islamico all’interno della società europea.

   Dietro l’attentato di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo, c’è il senso di una vera e propria “pedagogia del terrore”, che va affrontata come un problema a sè, diverso da quello di sicurezza, e non può trovare soluzione o rimedio solo nel potenziamento delle attività di prevenzione e repressione.

   E’ evidente che il massacro di Parigi accrescerà nell’opinione pubblica europea un’indiscriminata diffidenza nei confronti dei cittadini e degli immigrati di religione islamica. Ma è altrettanto evidente che per reagire alla sfida del terrore – al dovere di avere paura imposto come comandamento morale – non è più sufficiente confidare nell’efficienza degli apparati di sicurezza e nella renitenza di un generico islam moderato alla guerra dichiarata dall’islam estremista.

   Con i milioni di islamici che vivono in Europa, spesso essendovi nati, non è più possibile tenere un rapporto di sorvegliata estraneità, destinata a oscillare perennemente tra la condiscendenza e il sospetto, come se si trattasse di rappresentanti di un altro mondo, che noi ci limiteremmo a ospitare provvisoriamente nel nostro, a seconda delle rispettive esigenze e con tutte le cautele del caso.

Tutti – dai milioni di islamici pacifici e rispettosi delle leggi, alle centinaia e forse migliaia di reclute del terrorismo islamista – sono invece “pezzi” di un continente, che i nuovi equilibri demografici rischiano di trascinare verso un conflitto a metà strada tra la guerra di religione calda e la guerra civile fredda. L’attentato dei giorni scorsi, tra le altre cose, pone al centro della politica europea il problema di un rapporto onesto ed esigente con l’islam europeo.

   I milioni di islamici che da Roma, Londra, Berlino o Parigi hanno assistito con raccapriccio e sgomento all’attentato di mercoledì non sono spettatori e vittime collaterali, ma protagonisti di questa sfida. E per non essere confusi con una parte del problema devono divenire parte della soluzione, cioè della lotta culturale e politica attiva contro la violenza che, in nome dell’islam, punta al cuore dei valori scolpiti nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

   La libertà religiosa di cui essi godono, e che sacrosantamente rivendicano, è l’altra faccia di quella libertà di pensiero che i vignettisti massacrati a Parigi hanno pagato al prezzo della loro vita. È il dono più prezioso e fraterno che l’Europa ha condiviso con loro e che essi ora sono chiamati a corrispondere e a ricambiare. I terroristi che ammazzano i vignettisti sono, da tutti i punti di vista, i loro peggiori nemici.

   Oggi la manifestazione più credibile dell’esistenza di un islam che voglia vivere e convivere in Europa, passa attraverso un’esplicita, appassionata e sincera denuncia non solo delle violenze, ma dell’intolleranza e del disprezzo della libertà altrui; attraverso un esplicito e proclamato ostracismo civile e religioso contro il fanatismo che arma milizie e lupi solitari. È questo un nodo ineludibile, che interroga la responsabilità e l’impegno delle comunità islamiche europee e delle loro leadership politiche e religiose.

   Non si tratta – sia chiaro – di arruolare nessuno in una “guerra di civiltà”. Ma di sgombrare il campo dal sospetto – mi piacerebbe dire: dall’equivoco – che i milioni di islamici che vivono nei Paesi europei non siano veramente alleati di quella libertà che li rende liberi di professare la propria fede. In questa sfida storica l’Europa deve essere sempre più unita, anche politicamente, e sempre più forte e proattiva nei suoi valori di diritto e libertà attaccati a Parigi: e deve esigere il sostegno morale di tutti coloro che vivono in Europa e godono delle sue libertà. (Benedetto della Vedova, sottosegretario agli Esteri)

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ANCHE ANONYMOUS SI SCHIERA «OSCUREREMO I SITI DEI JIHADISTI»

da “il Messaggero” del 11/1/2015

– Anche Anonymous si schiera «Oscureremo i siti dei jihadisti». La condanna degli hacker –

Anche Anonymous si schiera «Oscureremo i siti dei jihadisti». Il gruppo di hacker di Anonymous ha diffuso un video e un post su Twitter nei quali condanna la strage nella redazione di Charlie Hebdo. Il video, caricato su YouTube attraverso l’account belga di Anonymous, è definito «un messaggio per Al Qaeda, lo Stato Islamico e gli altri terroristi».

   Nel filmato, una persona con la maschera di Guy Fawkes e la voce travistata da un effetto elettronico è seduta ad un tavolo mentre in sovrimpressione compare l’hashtag #OpCharlieHebdo (Operazione Charlie Hebdo).

   E quindi annuncia, «terroristi, vi dichiariamo guerra» aggiungendo che Anonymous rintraccerà e chiuderà tutti gli account sui social network collegati ai gruppi terroristi per vendicare quanti sono stati uccisi nella strage.

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La mappa della penetrazione del terrorismo islamico in Africa e Medio Oriente (Inter University Center for Terrorism studies, Potomac Institute for Policy Studies). (da www.lettera43.it) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
La mappa della penetrazione del terrorismo islamico in Africa e Medio Oriente (Inter University Center for Terrorism studies, Potomac Institute for Policy Studies). (da http://www.lettera43.it) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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