Il MULTICULTURALISMO FALLITO, in Francia e in tutt’Europa – I tragici FATTI DI PARIGI mostrano la mancata integrazione della TERZA GENERAZIONE di immigrati – La società europea (che, nazionalista, non si identifica nemmeno lei nell’EUROPA) non riconosce, condivide e valorizza DIVERSITA’ CULTURALI, RELIGIOSE e nuove possibili intelligenze creative

In Francia vige la cosiddetta “legge sul velo”, cioè che vieta di coprire il viso, legge che ha proibito tutti i segni esterni di appartenenza religiosa (il velo come la kippah e come la croce “ostentata”…) (foto tratta dal quotidiano “Il Foglio”)
In Francia vige la cosiddetta “legge sul velo”, cioè che vieta di coprire il viso (il divieto del burqa, del velo integrale), legge che ha proibito tutti i segni esterni di appartenenza religiosa (il velo come la kippah e come la croce “ostentata”…) (foto tratta dal quotidiano “Il Foglio”)

   I disordini che ci sono in varie parti del mondo, e anche in Francia, sulle nuove vignette di Charlie che raffigurano Maometto; ma anche le prese di distanza dopo la doverosa drammatica vicenda dei vignettisti, giornalisti e poliziotti morti uccisi il 7 gennaio scorso alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo… ebbene tutto questo porta a una riflessione sull’atteggiamento da avere, da tenere, di fronte al credo religioso (qualunque esso sia) che molte persone vivono intensamente e genuinamente (ed altre forse sanno utilizzarlo per altri fini). Abbiamo anche capito, dopo l’emozione dei primi giorni della strage, che non tutti in Francia sono “Charlie”. Soprattutto non lo sono molti giovani e giovanissimi musulmani, immigrati di terza generazione

   Da più parti è sorta la domanda se è proprio il caso di rappresentare figure di religiosità in senso satirico, se questo può effettivamente urtare la sensibilità di chi professa fede e credo religioso per quella figure, quel personaggio caro alla propria religiosità. Dall’altra (secondo noi un po’ ipocritamente) le autorità francesi affermano che il loro Paese, prima di tutti gli altri, ha dato vita, con la rivoluzione del 1789, ai principi di libertà, e quello di espressione assume anch’esso un valore “sacro”. Pertanto il diritto a rappresentare satiricamente Maometto non si discute (ma poi arrestano il comico antisemita Dieudonné, dopo che ha scritto su facebook “Je suis Charlie Coulibaly” che quest’ultimo è l’assassino del supermercato ebraico: cioè per le autorità francesi la legalità libertaria di espressione è cosa assai soggettiva).jihadisti-europa

   E’ una questione non facile. Ma il senso di questo post, dalla tragica vicenda francese vorrebbe ricavarne un altro tema: cioè capire perché in Francia (ma nelle altre parti d’Europa va anche peggio) il “MULTICULTURALISMO” sia di fatto fallito. Che persone, in nome del proprio credo religioso, ma anche nel contempo cittadine francesi a tutti gli effetti (dove solo i propri nonni possono o potevano vantare di essere nati fuori di Francia), persone della cosiddetta “terza generazione” diano più senso al credo religioso abbracciando il terrorismo (strumento più fatale di tutti per distruggere un paese) sopra ogni appartenenza di fatto alla Francia, alla cultura occidentale con la lingua imparata fin dalla nascita (uno dei fratelli attentatori si dice che parlava molto poco l’arabo, solo qualche parola…); ebbene tutto questo starebbe appunto a significare che ogni società multiculturale propugnata anche dai principi della rivoluzione francese, ha trovato degli intoppi assai seri, cioè non funziona, è fallita.

   Su questo tema (il multiculturalismo) forse la Francia deve affrontare in questo momento problemi molto più grandi di ogni altro paese europeo, perché è loro la più grossa comunità islamica europea (a parte quella russa). Per dire: in Italia si continua a dare la cittadinanza con il contagocce, in Francia non è così (e non parliamo solo dello jus soli, cioè il diritto ad essere considerato francese per chi nasce “nel suolo” dei nostri cugini d’Oltralpe).

Fiori sul luogo della strage del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo
Fiori sul luogo della strage del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo

   Tanti possono essere gli elementi che sono all’origine del fallito multiculturalismo (da anni ad esempio Parigi vive una condizione di difficoltà di integrazione con i giovani, quasi tutti di origine araba, che vivono nelle banlieus, nelle periferie. E forse adesso incide anche un altro fattore che ha cambiato il quadro, cioè la recessione economica, la disoccupazione.

Ma negli articoli che seguono (e nel post precedente a questo) si dimostra che non è solo questo, e che il “multiculturalismo mancato” forse è un “difetto” della società europea: in palese declino sia culturale che economico, ma anche il posto dove (ancora…) si vive meglio al mondo, dove la qualità della vita (nella media) è migliore di ogni altro luogo della Terra. Ma la società europea (o meglio, delle singole nazioni, pur molto chiuse, ma che bene o male vi appartengono) non ha saputo assimilare e confrontarsi positivamente con chi proveniva, chi proviene, dai paesi arabi, o da qualsiasi altra parte del pianeta.

   E se ora e da sempre la caratteristica dei giovani e dei meno giovani musulmani presenti in Europa è quella di fare quasi sempre lavori “più bassi” nella gerarchia sociale (con tutte le distinzioni e distinguo…), è anche vero che la cultura occidentale europea non ha saputo offrire ad essi (giovani ex stranieri) le opportunità per sviluppare le loro capacità ed intelligenze, integrandoli in un unico progetto di sviluppo aperto al futuro, e nuovo rispetto alla tradizione del passato.

GLI ISLAM NEL MONDO (da Wikipedia) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
GLI ISLAM NEL MONDO (da Wikipedia) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Così quel che si vede è una società frantumata da entrambe le parti: società della vecchia Europa che si dibattono con la minaccia della destra razzista, che ben sa cogliere l’attimo di disorientamento e porre la vecchia questione dell’identità originaria e delle barriere da erigere contro gli altri mondi. Dall’altra la società “musulmana” che vive in Europa, che sicuramente non desidera altro che integrarsi e vivere serenamente, e deve fare i conti con altrettante frange estremiste al loro interno, dovendole condannare (così a loro viene chiesto), prendere da loro le distanze, e capendo che la frattura “multiculturale” in ogni caso non cessa ma aumenta.

   La soluzione a questa frattura multiculturale che qualcuno sempre più spesso propone e ripropone può avvenire solo se ci sarà un “ricollocarsi” della società europea; che non può essa essere uguale a quella di venti, trent’anni fa. Potrebbe anche essere un’opportunità, quella del cambiamento della coscienza collettiva europea verso un processo sinceramente multiculturale, di venirne fuori dal declino lento e inesorabile che sembra essa sia condannata nel mutare veloce del mondo. (s.m.)

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IL MAL FRANCESE

di Nicoletta Tiliacos, da “IL FOGLIO” del 16/1/2015

– La patria della libertà alle prese con la sottomissione. Il disastro delle politiche di integrazione multiculturale, cattivi umori di un popolo pieno di non-Charlie –

   Dopo la grande marcia repubblicana contro il terrorismo, dopo la “Marsigliese” cantata in piedi da tutti i deputati dell’Assemblea nazionale, dopo le dichiarazioni solenni del premier Manuel Valls (“La Francia è in guerra contro il terrorismo, il jihadismo e l’islamismo radicale… ma non contro una religione”), dopo la corsa alle edicole per testimoniare sostegno a Charlie Hebdo, la Francia si sveglia ogni giorno un po’ meno Charlie di quanto tutti quei segnali non autorizzerebbero a credere.

   Le docce fredde arrivano soprattutto dalle scuole – sì, proprio le scuole oggetto delle solerti attenzioni egalitariste e genderiste degli ultimi ministri dell’Education nationale – dove sono centinaia i casi di dissenso e di disturbo, spesso diventati veri e propri incidenti, in occasione del minuto di silenzio per le vittime degli attentati parigini del 7 e dell’8 gennaio. Per trentasette episodi (stima molto provvisoria) si parla di apologia di terrorismo – lo stesso reato che ha portato al fermo del comico antisemita Dieudonné, dopo che ha scritto “Je suis Charlie Coulibaly” su Facebook e si è dimostrato che per lui la liberté deve avere qualche limite – e, in un’altra ventina di casi, di semplici minacce verbali di azioni terroristiche”.

   Non tutti in Francia, dunque, sono Charlie. Soprattutto non lo sono molti giovani e giovanissimi musulmani, immigrati di terza generazione e cittadini francesi come i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly.

   Ma che cos’è, oggi, la Francia? E’ davvero il “malato d’Europa”, come da qualche anno si va argomentando, dentro e fuori il paese? E’ davvero diventata un guscio di grandeur velleitaria che copre sempre più precariamente le fragilità economiche crescenti, le divisioni profondissime nella società, l’incapacità di tenere insieme tradizione e futuro, banlieue incubatrici di islamismo jihadista e Front national che minaccia l’uscita dall’euro? Come è successo che il paese dei diritti dell’uomo si sia svegliato un giorno trasformato nella prima nazione europea dalla quale gli ebrei emigrano verso Israele? E perché nella patria dei Lumi ha trovato tanto spazio ed è diventata cupissima realtà quella “tentazione antisemita” di cui parlava il sociologo e storico Michel Wieviorka dopo un’inchiesta condotta all’inizio degli anni Duemila nelle prigioni, nelle università e nelle scuole di Roubaix, di Sarcelles, di Marsiglia?

   A queste domande, c’è chi sta dando risposte molto nette e piuttosto impressionanti, considerate oggi. C’è stato il filosofo Alain Finkielkraut, che con  “L’identité malheureuse” (Stock), cioè “l’identità infelice”, ha raccontato la sonora sconfitta del multiculturalismo alla francese. Uno scacco al quale il paese si è condannato per aver voluto abbandonare la sua originale via assimilazionista: “Ora è in corso una rivoluzione imposta dall’islam e dalla sinistra benpensante – aveva spiegato Finkielkraut all’uscita del suo pamphlet, intervistato per il Foglio da Giulio Meotti –  quella parte della sinistra che ho chiamato ‘gauche divine’, sinistra divina.

   E’ il paradosso della gauche che, in nome della laïcité, decostruisce il repubblicanesimo e abbraccia il multiculturalismo. E’ una ‘dis-identificazione’… e per la prima volta nella storia dell’immigrazione, l’ospite rifiuta di essere accettato… Sotto il principio della ‘non discriminazione’, la Francia sprofonda voluttuosamente nell’indifferenziato”. Il peggior peccato, in questa nuova Francia, è diventato l’“islamofobia”, parola che, aggiungeva Finkielkraut, “sottomette la Repubblica alle leggi islamiche, a un’idea di coesistenza dei sessi basata sulla separazione”. Per quel suo libro, Finkielkraut è stato accusato di essere un fiancheggiatore della demonizzata Marine Le Pen, la leader del Front national che dal governo Valls è stata bollata come indesiderabile alla “marche républicaine” di domenica scorsa (un autogol per Valls, secondo la quasi totalità degli osservatori, anche quelli che non simpatizzano affatto per il Fn).

   Ancora più urticante di quella di Finkielkraut è la versione di Eric Zemmour, scrittore e giornalista considerato il vero campione del politicamente scorretto, anche per le sue prese di posizione contro la “femminilizzazione” della società francese. Con “Le suicide français” (Albin Michel), uscito nello scorso ottobre, Zemmour ha venduto più di mezzo milione di copie, a dispetto del fatto che il primo ministro Valls lo aveva bollato in modo sprezzante come “il libro che non leggerò mai”. Zemmour, congedato senza molti complimenti dalla catena televisiva di cui da dieci anni era opinionista, perché accusato di aver sollecitato la “deportazione” dei musulmani francesi (accusa da lui respinta), è ora sotto protezione per le minacce degli islamisti. E’ stato costretto a rinunciare a tutte le iniziative pubbliche, esattamente come sta accadendo al romanziere Michel Houellebecq dopo l’uscita di “Sottomissione” (da ieri anche nelle librerie italiane, edito da Bompiani), nel quale si racconta un’ipotetica Francia del 2022 totalmente islamizzata, a partire dal titolare dell’Eliseo, un ex professore universitario convertito alla fede maomettana.

   Se quella di Houellebecq è fiction (pericolosa quanto la realtà, visto che il giorno dell’uscita del romanzo è lo stesso scelto per la strage nella redazione di Charlie Hebdo, che aveva proprio Houellebecq in copertina), per Zemmour l’Esagono è già da tempo diventato una “République-Potëmkin”, grazie a quarant’anni di instancabile “decostruzione gioiosa, sapiente e ostinata dei più piccoli ingranaggi che avevano edificato la Francia”.

   Dal 1970 in poi ha vinto nei fatti, e soprattutto nella loro interpretazione, il maggio Sessantotto, e con esso ha vinto “la Società a detrimento del Popolo”. Scrive Zemmour nel “Suicide français”: “Coniughiamo un maggio 1940 economico (nel maggio del ’40 la Germania nazista cominciò l’invasione della Francia, ndr) e una guerra di religione in gestazione. Abbiamo abolito le frontiere, rinunciato alla nostra sovranità e le nostre élite politiche hanno proibito all’Europa di riferirsi alle sue radici cristiane. Una triplice apostasia che ha distrutto il patto millenario della Francia con la propria storia”. Questa diagnosi estrema è costata al suo autore il violento ostracismo della gauche, la cui punta estrema è oggi rappresentata soprattutto dal sito Mediapart, creato nel 2008 da quella sorta di Marco Travaglio in salsa francese, ma colto, che si chiama  Edwy Plenel, ex giornalista del Monde rocciosamente schierato sul versante che vede nel passato coloniale della Francia qualcosa di cui non si dovrà mai smettere di fare ammenda (al contrario di Zemmour, figlio di ebrei algerini emigrati in Francia allo scoppio della guerra d’indipendenza e dichiaratamente “fiero di essere stato colonizzato”).

   Una Francia più grande e ambiziosa di coloro che la governano, plasmata da De Gaulle a sua immagine e somiglianza e destinata a essere miseramente interpretata da chi non ha né la statura né la determinazione per farlo: è un’altra delle versioni correnti della natura della crisi di identità francese. L’economista Jean Pisani-Ferry scriveva sul Sole 24 Ore, a luglio, di un paese “incerto sulle scelte di fondo. La società è divisa sulla propria identità, sul modello sociale, sull’atteggiamento verso la globalizzazione, sulla posizione in Europa e sulla crescita economica in sé. I cittadini non si fidano delle istituzioni e dei leader”. Può sembrare superfluo o ingeneroso, a questo punto, ricordare certe recenti disavventure di sostanza e di immagine, viranti alla pochade, di personaggi come Dominique Strauss-Kahn e dello stesso François Hollande: il presidente francese con il più basso indice di gradimento di sempre, risalito di poco o nulla anche dopo il grande abbraccio repubblicano “après Charlie Hebdo”. Ingeneroso ma necessario, per capire meglio il disagio di un paese i cui cittadini si rivelano i più pessimisti d’Europa (visti i fatti, forse hanno ragione).

   Marcel Gauchet, storico liberale delle religioni, allievo di François Furet e fondatore del Centre Raymond Aron, ha riassunto la questione scrivendo che “la nostra eredità ci rende inadatti a un mondo che svaluta quello a cui siamo naturalmente portati a dare valore, e che porta in primo piano quello che noi guardiamo dall’alto in basso”.  Detta così, non sembra ci sia speranza.

   Ma un competente osservatore italiano dei fatti francesi, lo storico ed ex ambasciatore Sergio Romano (autore agli inizi degli anni Ottanta del saggio “La Francia dal 1870 ai nostri giorni”, Mondadori), dice che il tiro al bersaglio sulla Francia non gli piace nemmeno un po’: “Dobbiamo renderci conto che la Francia deve affrontare in questo momento problemi molto più grandi di ogni altro paese europeo, perché è loro la più grossa comunità islamica europea, a parte quella russa. E hanno voluto trattarla in piena coerenza con i loro princìpi, con quella  che ritenevano fosse l’identità civile e culturale del paese, accordando con generosità e prontezza una cittadinanza che altrove – in Germania ma soprattutto in Gran Bretagna – è stata gestita in modo assai più avaro e tormentato. In Italia si continua a dare la cittadinanza con il contagocce, in Francia non è così. Anche quelli che oggi si condannano come ‘ghetti’, nelle intenzioni originali erano il risultato di un atteggiamento previdente, che doveva evitare problemi come quelli che, in Italia, si sono manifestati nel quartiere torinese di San Salvario”. Per capire che cosa è andato storto, aggiunge Sergio Romano, “dobbiamo guardare piuttosto alle ambizioni francesi, alla loro volontà di non rinunciare a una presenza in Africa. Le loro ricorrenti operazioni africane che spesso hanno avuto il significato di andare a caccia di guai. Ma faccio fatica a parlar male dei francesi, anche se ora prestano il fianco alle critiche. A partire dal loro attuale leader, così grigio ma pur sempre meglio del predecessore Sarkozy: Hollande non avrebbe mai fatto l’errore commesso in Libia”.

   La Francia ha puntato sull’égalité assoluta, sull’azzeramento di ogni differenza, sulla sterilizzazione di qualsiasi identità, facendo piazza pulita di ogni segno esteriore della religione. Nell’ordinamento francese non esiste il reato di vilipendio dei luoghi di culto, per esempio, motivo per cui la Femen mezza nuda che ha mimato un aborto nella chiesa della Madeleine, buttando fegatelli sanguinolenti sull’altare di fronte ai fedeli, urlando che si trattava di “Gesù Cristo abortito”, se l’è cavata con una modesta multa, contro cui ha fatto ricorso.

   Una versione della laïcité che oggi si è scoperta fragilissima rispetto all’islam: “I francesi hanno continuato a operare in questo campo con strumenti che in passato si erano dimostrati efficaci, in un contesto che stava cambiando, ma non necessariamente per colpa loro. Erano stati bravissimi ad assimilare le comunità straniere nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale e nell’immediato Dopoguerra: polacchi, italiani, spagnoli, portoghesi. E anche dopo la Seconda guerra mondiale quelle regole avevano funzionato. Si raccontava, e non è una barzelletta, di ragazzi neri arrivati dall’Africa che parlavano del loro ‘antenato Vercingetorige’.

   I francesi erano orgogliosi di quella ricetta, che hanno cercato di applicare poi alla comunità araba. La quale stava però cambiando le regole del gioco, e non necessariamente per colpa dei francesi. Se gli americani vanno in Iraq e in Afghanistan e fanno di quei paesi un luogo dove si addestra personale militare per la guerriglia, e se falliscono gli stati islamici, compresi quelli che cercavano di copiare l’occidente, non deve sorprendere che diventi più difficilmente trattabile con la precedente ricetta la comunità arabo-musulmana di Francia (la più grande d’Europa, lo ripeto)”.

   Sergio Romano ricorda la genesi, quindici anni fa, della famosa “legge sul velo”, che in Francia ha vietato tutti i segni esterni di appartenenza religiosa (il velo come la kippah e come la croce “ostentata”): “Giusto? Sbagliato? Sta di fatto che le scuole sono palestre di identità dove si vanno a saldare i conti, e quello è stato una tentativo di pacificazione”. Un altro fattore che ha cambiato il quadro “è che siamo in recessione. Una situazione che colpisce le fasce più umili di popolazione e nella quale  circola veleno, crescono rancori sociali e invidie. Tutto diventa più complicato, e vale anche per la Francia. Ma mettiamoci nei panni di un paese orgoglioso e ideologico come quello, che ha scelto il principio di laicità come vera religione dello stato. Stiamo certo assistendo a un progressivo declino della Francia, ma dobbiamo almeno constatare che, visto che se ne parla da almeno trent’anni, è piuttosto lento e non privo di una certa nobiltà”.

   Ma in Francia in questi ultimi anni è successo anche altro. Uno degli esiti della versione postmoderna dell’égalité è stato il “mariage pour tous”, la legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso che porta la firma della Guardasigilli Christiane Taubira. Un provvedimento che ha spaccato il paese e che andava a perfezionare in modo squisitamente ideologico – nell’assoluta indifferenziazione imposta a ciò che è differente – di quello che i patti civili di solidarietà (invenzione francese, peraltro) già da tempo garantivano. La risposta è stata la Manif pour tous e il movimento dei Veilleurs. I quali, per dirla con le parole di Tugdual Derville (uno dei portavoce della Mpt, intervistato dal mensile online italiano RossoPorpora) sono nati in Francia proprio perché si tratta di un paese “particolarmente provato dalla rivoluzione liberal-libertaria del 1968”. La legge sulle nozze gay ha scatenato un così vasto movimento di protesta “perché toccava qualcosa di molto intimo: il riferimento all’alterità sessuale nella generazione. In altre parole, il fondamento antropologico più radicato nella storia dell’umanità… La ‘maggioranza silenziosa’ ci è sempre stata vicina: regolarmente, nei sondaggi, più del cinquanta per cento dei francesi è risultato ostile all’adozione da parte di coppie omosessuali, anche dopo l’approvazione parlamentare della legge Taubira”.

   Ecco un altro tema degno di essere affrontato, nell’anamnesi del “mal francese”. Qualcuno, con un paradosso, parla della Francia come di un paese di destra che vota a sinistra (sempre meno, a dire la verità). Lo spiega nel suo modo colorito il solito Zemmour nel “Suicide français”, quando nota che “il popolo… va alle mostre sugli impressionisti e rimane indifferente alle bellezze nascoste di un’arte contemporanea che seduce lo snobismo dei miliardari. Non ascolta che riedizioni delle canzoni degli anni Sessanta e Settanta. Fa di ‘Les Tontons flinguers’ un film di culto, canta le lodi di Louis de Funès… disdegna la maggior parte dei film francesi, appesantiti da un politicamente corretto di piombo, ma accorda il trionfo ai rari audaci che esaltano i valori aristocratici di ieri (‘Les Visiteurs’), la Parigi di ieri (‘Amélie Poulain’), la scuola di ieri (‘Les Choristes’), la classe operaria di ieri (‘Les Ch’tis’), la solidarietà di ieri (‘Intouchables’) e l’integrazione di ieri (‘Qu’est-ce qu’on a fait au bon Dieu?’). Ogni volta, la stampa di sinistra grida allo scandalo, alla mediocrità, al passatismo, alla xenofobia, al razzismo:  ma predica nel deserto”. (Nicoletta Tiliacos)

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Manifestanti davanti alla grande moschea di Niamey in Niger
Manifestanti davanti alla grande moschea di Niamey in Niger

LA RABBIA ANTI-CHARLIE CONTAGIA IL MONDO ARABO. SETTE CHIESE DATE ALLE FIAMME E 4 MORTI IN NIGER (la Stampa.it del 17/1/2015)Caos in NIGERIA nella capitale NIAMEY. Manifestazioni anche in SOMALIA, PAKISTAN, ALGERIA, SUDAN e nel CAUCASO. – SETTE CHIESE sono state incendiate oggi e la capitale NIAMEY è teatro di violenti disordini. Le PROTESTE sono cominciate FUORI DALLA GRANDE MOSCHEA DI NIAMEY e la polizia è intervenuta con i gas lacrimogeni per disperdere la folla. Ieri a ZINDER, LA SECONDA CITTÀ DEL PAESE, gli scontri avevano causato quattro morti e decine di feriti mentre finivano nel mirino anche la sede di un centro culturale francese e negozi frequentati e gestiti soprattutto da cristiani. L’ambasciata francese a Niamey ha chiesto ai propri cittadini di restare in casa, visto che la situazione nella capitale oggi è particolarmente grave. Proteste anti-Charlie sono avvenute oggi anche in SOMALIA.

NIGER
NIGER

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IL JIHADISMO E LA RAGIONE

di Anna Maria Cossiga, da LIMES.IT (rivista italiana di geopolitica), 15/1/2015

– Dopo la strage di Parigi occorre ripensare a come l’Occidente vede l’Islam – e se stesso. Le vecchie narrazioni non funzionano: bisogna essere coerenti. –

   Dolore straziante, dopo i fatti di Parigi. Orrore, paura, rabbia, frustrazione, ma anche strumentalizzazioni, retorica, ipocrisia e, soprattutto, totale confusione.

   Poi la marcia, milioni di persone nelle piazze e per le strade, rappresentanti di 50 paesi al fianco di François Hollande; avversari, come Netanyahu e Abu Mazen, uno a destra, uno a sinistra del presidente francese. Vicini, ma non troppo. Una dimostrazione di solidarietà e di unità in nome di un nemico comune. Anche se, come fa notare l’organizzazione non governativa Reporter Senza Frontiere, tra i paesi rappresentati c’erano anche la Turchia, gli Emirati Arabi, l’Egitto, la Russia e l’Algeria, non certo famosi per libertà di stampa e di espressione. L’integralismo islamista è un nemico anche loro e i nemici dei miei nemici, si sa, sono miei amici.

   È comprensibile che subito dopo l’orrore la reazione sia emotiva e speriamo che l’unità globale continui, anche se sembra difficile. Adesso, però, è il momento di riflettere e di usare quella Ragione del cui utilizzo l’Occidente si gloria e che farebbe difetto a quelli che, con allarmante superficialità, chiamiamo “i musulmani”. Adesso, sembra proprio necessario spogliarsi davvero dei propri pregiudizi culturali per cogliere “il punto di vista dell’altro”, come invitava a fare l’antropologo Bronislaw Malinovsky.

   Per parafrasare un altro antropologo, l’italiano Ernesto De Martino, è ora di sottoporre a critica costruttiva la nostra cultura per capire meglio noi stessi e gli altri. Dobbiamo riflettere su questo doppio binario e deve farlo anche il mondo musulmano moderato, quel mondo che il filosofo franco-musulmano Abdennour Bidar – che si autodefinisce “istmo tra i due mari dell’Oriente e dell’Occidente” – vede “mettere al mondo un mostro” e limitarsi a dire “Non è l’islam! Smettete, voi occidentali, […] di associarci a quel mostro! Il terrorismo non è […] il buon islam che non vuol dire guerra, ma pace!“. Ma, continua Bidar, “la grande domanda è: perché quel mostro ignobile ha rubato il tuo volto? Perché le radici di quel male sono dentro di te. È giunto il momento che tu lo ammetta e che, finalmente, attacchi le radici di questo male”.

   Ha ragione: la distinzione fra islam moderato e integralismo non è sufficiente né da parte dei musulmani, né da parte di quella che, con molta approssimazione, chiameremo la “sinistra”. Non basta distinguere, non basta costruire moschee, non basta accogliere gli immigrati. Ci vuole vera conoscenza e vero rispetto. Sino a un certo punto della storia del pensiero, si consideravano le culture come universi in sé compiuti e immutabili, quasi che lo svolgimento storico non li toccasse e i contatti con altri popoli e idee non potessero influenzarli. Non è così, naturalmente, ma lo è per quelli che con più o meno precisione chiamiamo fondamentalisti. Per loro tutto rimane immutato o, se muta, va riportato alla forma iniziale, quella “giusta”.

   Lo dicono gli integralisti islamici, ma anche quelli cristiani ed ebrei. Lo dicevano i creazionisti e i degenerazionisti del passato (ma anche del presente), secondo cui Dio ha creato il mondo e la vita così come li vediamo e, se qualche cambiamento c’è stato, è dovuto solo alla degenerazione del peccato originale – o dell’allontanamento dalla via indicata da Allah attraverso il suo profeta Maometto, se preferite.

   Tali concezioni dovrebbero essere superate, ma evidentemente non lo sono. Né per gli integralisti islamici né per chi tra noi occidentali ancora grida a gran voce che ci troviamo di fronte a uno “scontro di civiltà“. Come se la civiltà occidentale e quella islamica fossero rimaste immutate nei secoli. Come se l’Occidente che adesso chiamiamo giudeo-cristiano non avesse perseguitato i giudei per gran parte della storia.

   Spesso ciò che conta non è la realtà oggettiva ma le varie narrazioni create da ciascuna cultura. Attraverso di esse ogni gruppo umano esprime la propria visione del mondo, fonda i propri valori e così ordina, o cerca di ordinare, il vivere sociale. La narrazione è di solito creata e divulgata da élites che la tramandano alle masse. Nel mondo delle società complesse la narrazione non è mai una sola. Non lo è per l’Occidente democratico, multipartitico e pluralista, ma non lo è nemmeno, e non lo è mai stato, per l’islam. È su alcune di queste narrazioni occidentali che vorremmo riflettere. Su quelle islamiche, lasciamo la parola ai musulmani.

   Iniziamo dalla narrazione di quella che, con approssimazione, chiameremo “la destra”. Ne fanno parte persone molto diverse, che hanno in comune una visione che spesso guarda più al passato e alla “tradizione”, che al futuro. O meglio: considera il futuro impossibile se non ancorato fermamente alla tradizione. A quella narrazione aderiscono i partiti che chiamiamo di estrema destra, ultranazionalisti e xenofobi. Tali partiti esaltano popoli autoctoni spesso completamente inventati, vogliono rendere il suolo patrio disponibile soltanto al proprio popolo-nazione, con forti restrizioni all’ingresso e al culto degli altri. Vi aderiscono anche, anzi ne sono i paladini e i profeti, gli strenui difensori della civiltà giudeo-cristiana, parte aggredita della guerra santa in corso.

   Per rimanere a casa nostra, Giuliano Ferrara definisce l’attacco una “crociata all’assalto della croce”, per poi cadere in una sorta di estasi e gridare “Questo non è terrorismo è una guerra santa contro l’Occidente cristiano e giudaico. Quando ca… lo capirete?”. Maurizio Belpietro ricorda invece quanto Oriana Fallaci scriveva una decina di anni fa, e cioè che l’islam “è un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza”. La scrittrice “sosteneva che il mondo occidentale era in guerra, attaccava il multiculturalismo, la teoria dell’accoglienza indiscriminata, la dottrina cattolica che insegna ad amare il nemico tuo come te stesso. […] fu considerata pazza dall’intellighenzia progressista […]. È morta da anni, ma le sue nere profezie si stanno realizzando puntuali come erano state previste”. Nemmeno noi, come i troiani, avremmo dato ascolto alla nostra Cassandra, come la Fallaci stessa si definì. Brandelli di cultura greca tra quella giudaica e cristiana.

   Oltreoceano, George W. Bush e i suoi propagandavano la medesima narrazione, come lo fanno i fondamentalisti cristiani, quelli che vogliono aiutare tutti gli ebrei a far ritorno in Israele, così, con il ritorno di Gesù, saranno tutti convertiti al cristianesimo. I giudei del binomio giudeo-cristiano ne saranno felici. Nella narrazione della “destra”, però, sembra esserci qualche contraddizione: difendere la Croce o lottare contro il buonismo di papa Francesco e del cattolicesimo? O davvero, sempre Ferrara docet, anziché pregare e digiunare per la pace nel mondo si deve andare in Siria e impiccare Assad, come Bush ha fatto con Saddam Hussein? Ma i profeti, si sa, possono essere violenti e sono mossi da certezze mistiche che vanno al di là della ragione. I partiti più estremisti, anche se velatamente, non hanno in gran simpatia la prima parte del suddetto binomio.

   Insomma, questa “destra” è per il cristianesimo, ma è contraria alla linea del pontefice; difende una civiltà che come ampiamente dimostra, tra gli altri, Sergio Quinzio nel suo Radici ebraiche del moderno, deve molto all’ebraismo ma è in parte anti-ebraica (sebbene ammetterlo ad alta voce non sarebbe politically correct). Tutte le narrazioni, comunque, hanno dicotomie: quella coranica, quella biblica e persino quella evangelica. Gesù predica l’amore e la fratellanza, ma dice anche di essere venuto non a portare la pace, ma la spada (Mt.10,34).

   Quella della destra è una narrazione forte, che può essere particolarmente convincente per “masse” terrorizzate dalla violenza islamista e che hanno pochissima o nessuna conoscenza dell’islam: la violenza contro la violenza è l’unica soluzione possibile, anche se si è dimostrata in passato del tutto inadeguata e controproducente.

   Saremo criticati aspramente e forse insultati per ciò che segue, ma lo diciamo comunque: la narrazione di destra è portatrice di una forma di integralismo, non religioso, ma culturale, e fa il gioco del nemico che si vuole vincere. Anche se sappiamo bene che i fautori dell’intervento armato o del ripristino della pena di morte non ricorrerebbero mai alla violenza assassina contro altri esseri umani inermi che esprimono opinioni diverse dalle loro o hanno la sola colpa di essere ebrei. Tuttavia dovremmo tutti riflettere sul fatto che alcuni fondamentalisti americani non hanno esitato, in anni passati, a uccidere medici o ad attaccare cliniche che praticavano l’aborto.

   La narrazione della “sinistra progressista” sembra invece tanto debole da sembrare inesistente. Pur proponendo principi altamente condivisibili e di matrice occidentale e illuminista – i diritti umani, il diritto alla diversità, l’accoglienza dell’altro, il dialogo tra culture e religioni e la piena libertà di culto – non sembra offrire alternative convincenti alla reazione militare propugnata dalla destra; anzi, la propone essa stessa. Se non troverà una narrativa più incisiva e una soluzione più ragionevole, si meriterà tutte le accuse che le vengono mosse: “buonismo”, “amicizia con il terrorismo islamico” ,”complicità con l’immigrazione di massa” “miopia”, quando non cecità.

   C’è poi la narrazione cattolica, quella del pontefice, che la destra sposa e allo stesso tempo critica e che molto ha in comune con quella della sinistra. Cos’altro può fare un papa se non pregare e richiamarsi alla tradizione? Anche se questo papa ha avuto il coraggio e la determinazione di dire e fare cose che raramente i suoi predecessori hanno fatto.

   I musulmani, cui lasciamo il compito di riflettere sulle proprie narrazioni, sembrano alle prese con un dilemma simile al nostro: una destra integralista e violenta e una sinistra moderata ma fino a oggi del tutto impotente. Tale dilemma deriva, forse, dal contatto culturale che – spesso con la forza – l’islam ha avuto con l’Occidente, ma crediamo che sia anche il frutto di un cambiamento interno, di una riflessione che li ha portati a riconoscere nell’islamismo il “mostro” di cui parla Bidar. La condanna dei fatti di Parigi da parte di Hamas, di Hezbollah e dell’Iran, mai avvenuta prima in occasioni simili, ci sembra addirittura rivoluzionaria. Nasrallah ha addirittura affermato che l’estremismo nuoce all’islam più delle vignette. Ipocrisia strumentale? Può darsi.

   Un’ultima riflessione sulle colpe dell’Occidente. Non sono “piagnistei del noi siamo colpevoli di tutto”, né “abbondanza di misericordia e di accoglienza che è diventata una pappa senza intimo rigore logico […] e senza verità che non sia sentimentale”, per citare Tzvetan Todorov. Si tratta semplicemente di una realtà che non possiamo negare. Il colonialismo del passato e quello attuale sono tra le cause dell’odierna violenza islamista ed è necessario ribadirlo. Ugualmente lo sono i regimi dispotici di alcuni paesi musulmani, appoggiati dall’Occidente e dai nostri alleati e le condizioni di degrado e umiliazione in cui, accoglienza o no, vivono i milioni di musulmani nei paesi europei.

   Per essere credibile, l’Occidente deve essere più coerente con se stesso e con i propri valori. Quei valori che spesso, purtroppo, sembrano valere solo per “noi” e non per gli “altri”. Ancora Todorov scrive che “la paura dei barbari può renderci barbari” e ci ricorda che “la guerra contro il terrorismo è responsabile, tra l’altro, di detenzioni illegali e di atti di tortura, dei quali sono oggi simbolo i nomi di Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram”. Uno dei fratelli Kouachi ha affermato di essersi avvicinato all’islam integralista proprio dopo aver visto le immagini del carcere iracheno.

   Il mondo è cambiato e anche le sue narrazioni devono cambiare. Le “tradizioni” che si rifanno al cristianesimo, all’islam, al conservatorismo o all’illuminismo non sembrano più adatte a descrivere in modo esauriente le visioni di questo nuovo mondo. Recentemente, il sottosegretario agli Affari Esteri Mario Giro consigliava di proporre al mondo sunnita una narrazione alternativa e più convincente di quella del califfo al Baghdadi. Siamo d’accordo, e lo stesso proponiamo di fare al mondo occidentale.

   L’idea di ricostruire il califfato al di là dei confini imposti dall’Occidente richiamandosi all’età d’oro dell’islam conquistatore sembra trovare un riscontro nel reclutamento di giovani europei musulmani, oltre qualsiasi frontiera. Quei giovani non rappresentano ancora una percentuale rilevante, ma potrebbero diventarlo. Offriamo loro un’altra scelta. Nonostante le nostre “colpe”, qualcosa di buono deve esserci anche in Occidente se Ahmed Merabet, il poliziotto di origine algerina rimasto ucciso nell’attacco al settimanale Charlie Hebdo, quella scelta diversa l’aveva compiuta. Gli integralisti uccidono anche i musulmani che sbagliano.

   Quanto alle soluzioni, non è facile proporne, ma quella militare si è dimostrata inutile e controproducente. Forse, l’unica risposta è servirsi delle nuove tecnologie, come hanno imparato a fare magistralmente i jihadisti. Anch’essi si contraddicono nella loro narrativa, perché le armi e la tecnologia di quell’Occidente che odiano e disprezzano sono diventate la loro tecnologia e le loro armi. La soluzione potrebbe, dunque, essere quella suggerita da Anonymous e già messa in atto: entrare nei siti jihadisti per ottenere informazioni utili e oscurarne quanti più possibile, evitando di hackerare i siti legati all’islam ma non all’islamismo radicale.

    Vincere questa battaglia potrebbe farci vincere la guerra, senza eserciti, senza armi e senza spargimento di sangue. Anche questa sarebbe una vera rivoluzione. (Anna Maria Cossiga)

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SCHEDA

COSA SIGNIFICA JIHAD?

Jihad, che deriva dalla radice araba J-H-D, può essere tradotto come “sforzo”. Tuttavia, tanto per avere un’idea della polisemia del termine, basti pensare che questo presenta già differenze tra la sua definizione letterale e quella coranica. Nel primo caso, per Jihad si intende appunto lo sforzo necessario a raggiungere un obiettivo, mentre nel secondo si fa specifico riferimento alla fatica e all’impegno, interiore e materiale (riferimento al denaro), per la causa di Dio.

All’interno di quest’ultima interpretazione, inoltre, si possono ulteriormente distinguere tre diversi significati:

Jihad come lotta spirituale al fine di vivere nel migliore dei modi la fede islamica;

Jihad come lotta per costruire una buona società musulmana;

Jihad come atto ‘militare’, concesso però dalle sacre scritture islamiche del Corano solo come difesa del popolo musulmano.

Come è facile intuire, in nessuna di queste definizioni rientra il concetto di ‘Guerra Santa’ come in Occidente il Jihad è stato dipinto per anni, simil crociata al contrario, conflitto volto a convertire tutto il mondo (gli infedeli) all’Islam attraverso la spada. Al contrario, come già specificato, il Corano pone la difesa del popolo, della comunità e di ogni musulmano come base fondamentale di ogni azione militare. In questo senso, infatti, l’uso della forza è consentito per autodifesa, per proteggere la libertà dei musulmani a praticare la loro fede, dall’oppressione e da eventuali tiranni, per punire un nemico che rompe un giuramento e come risposta ad un torto subito.

Al contrario, invece, un’azione militare volta alla costrizione della conversione – “non vi sia costrizione nella religione”, recita il Corano nella seconda Sura, al versetto 256 -, alla conquista di altre nazioni per colonizzarle, alla conquista di uno o più territori per avere un guadagno economico o alla prova di forza di un leader, non può essere considerato, e non deve essere definito, Jihad(da  http://it.ibtimes.com/)

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http://video.repubblica.it/dossier/fischia-il-vento/bernardo-valli-lo-jihadismo-lo-abbiamo-creato-noi/188897/187815?ref=vd-auto

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L’ISLAM HOLLYWOODIANO

di Giacomo Papi, da “IL POST.IT”, 14/1/2015

   Il bambino non ha niente di islamico. Sembra uscito da un catalogo della Carhartt. Indossa un maglioncino nero con la zip e pantaloni mimetici con i tasconi laterali. Il taglio di capelli è perfetto. Il piccolo boia punta la pistola contro la nuca di due disgraziati in ginocchio. Potrebbe essere un compagno di scuola (ricco) di tuo figlio uscito dalla Playstation per entrare nella realtà.

   Se autentico, sarebbe l’ennesimo spot dell’Is costruito imitando l’immaginario occidentale. Un altro trailer di Homeland in cui gli ostaggi, vestiti in arancione, come i prigionieri di Guantanamo, vengono decapitati.

L’influsso della cultura occidentale sul terrorismo islamico non è una novità. Senza L’Inferno di cristallo l’11 settembre non sarebbe stato neppure concepibile. Il modello culturale che l’ha ispirato sono i kolossal catastrofisti hollywoodiani. Non è questione di colpe, o di colpevolizzarsi, è questione di egemonia culturale.

   Gli attentati di Parigi non fanno eccezione. Adottano soltanto modelli più semplici. Sono meno ambiziosi. La strage del Charlie Hebdo riproduce, in modo militarmente più rozzo e approssimato, le stragi nelle scuole americane. Il sequestro del supermarket kosher ricorda Quel pomeriggio di un giorno da cani. Si è scritto di terrorismo molecolare. Di un modello estemporaneo e replicabile da chiunque all’infinito, su cui poi un’organizzazione piuttosto che un’altra apporrà il proprio logo. Ma anche questo è un modello occidentale. È terrorismo in franchising, come Starbucks.

   Nelle azioni dei terroristi islamici c’è poco di originale. C’è il martirio che nella pratica islamica fondamentalista è farsi uccidere, mentre nella cultura cristiana è essere uccisi per quello in cui si crede. E c’è l’uso dei bambini, le bombe umane di 10 anni di Boko Haram e il piccolo boia dell’Is. Ma è difficile pensare di fare proselitismo utilizzando bambini come carne da macello. Arruolare o colpire bambini, come è accaduto poche settimane fa nella scuola di Peshawar, non è mai un segno di forza.

   Nel lanciare la sfida all’Occidente, il fondamentalismo islamico rimane incapace di produrre un immaginario alternativo a quello del nemico che vuole distruggere. Si limita a riprodurlo.

   All’origine dell’odio potrebbe esserci anche la frustrazione per questa sudditanza culturale.

   Dopo Charlie Hebdo, l’Europa sarà meno sicura. Chiunque, in qualunque momento potrà essere colpito e colpire. Ma quando si parla di islamizzazione dell’Occidente, ci si dimentica che è in corso anche l’occidentalizzazione dell’islam. Nella medina Marrakesh c’è l’happy hour e a Dubai ci sono discoteche e piste artificiali da sci.    Quando si racconta del fanatismo di ritorno di giovani nati e cresciuti in Europa, bisogna ricordarsi anche che per ogni ragazza europea che decide di indossare il velo, migliaia scelgono di toglierselo. Che per ogni studentessa uccisa dal padre pakistano per gli abiti troppo occidentali, centinaia di padri pakistani si rassegnano. Che a ogni ragazzo esaltato che parte per la Siria corrispondono milioni che vanno a scuola, leggono libri, ascoltano musica, guardano tv, pensano e vivono in Europa.

   Nonostante l’orrore e la paura, nonostante il sangue che è stato e sarà versato, il fanatismo islamico appare culturalmente sconfitto perché ad armarlo, più che i valori tradizionali dell’islam, è un desiderio secolarizzato.    Gli attentatori assomigliano a Mark Chapman, l’assassino di John Lennon e a Taxi Driver, alle decine di poveretti che per essere notati fanno stragi nei college.

   Cherif Kouachi era un rapper fallito.    Anche John l’inglese è un rapper.    Hanno deciso di compiere azioni eclatanti perché il loro paradiso era anche diventare famosi. (Giacomo Papi)

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LE PROTESTE IN GIRO PER IL MONDO CONTRO CHARLIE HEBDO

16/1/2015, da www.internazionale.it

   Manifestazioni, divieti, condanne e inchieste aperte contro giornali che hanno ripubblicato le vignette del settimanale francese Charlie Hebdo. ALGERIA, SUDAN, TUNISIA, GIORDANIA, GERUSALEMME EST, PAKISTAN, AFGHANISTAN, TURCHIA, IRAN, SENEGAL ed EGITTO: le diverse reazioni alle vignette dell’ultimo numero del giornale satirico.

– Algeria. In diverse città i manifestanti si sono riuniti con lo slogan “Io sono Mohammed”, diffuso sui social network, in risposta a “Je suis Charlie”. Ad Algeri migliaia di persone sono scese in strada oggi dopo la preghiera del venerdì, in risposta all’appello lanciato dai partiti e dalle organizzazioni islamiche.

– Sudan. A Khartoum oggi centinaia di fedeli hanno manifestato dopo la preghiera. “Il governo francese deve presentare le sue scuse”, si leggeva su un cartello.

– Tunisia. A Tunisi oggi alcuni fedeli hanno abbandonato la moschea El Fath in polemica contro l’imam Noureddine Khadmi, che durante la preghiera ha sostenuto che le offese al profeta non possono giustificare l’attentato di Parigi. L’attacco, ha detto Khadmi, è contrario a principi dell’islam e ha messo in pericolo tutti i musulmani che vivono all’estero. Alcuni fedeli hanno interrotto l’imam, affermando che i giornalisti di Charlie Hebdo “meritavano di essere uccisi per avere insultato diverse volte il profeta”.

– Giordania. Ad Amman, 2.500 manifestanti, esponenti dei Fratelli musulmani o di organizzazioni per i giovani musulmani, hanno protestato oggi sorvegliati dalle forze dell’ordine, con cartelli con la scritta “l’offesa al grande profeta favorisce il terrorismo mondiale”. Il re Abdullah II di Giordania ha definito la copertina di Charlie Hebdo “irresponsabile e incosciente”.

– Gerusalemme Est. Centinaia di palestinesi si sono incontrati oggi sulla Spianata delle moschee, con cartelli con la scritta: “L’islam è una religione pacifica” e “Maometto sarà sempre la nostra guida”. Il 14 gennaio il muftì, la più alta autorità religiosa nei Territori palestinesi, aveva definito “un insulto” la copertina di Charlie Hebdo.

– Pakistan. I manifestanti hanno protestato il 16 gennaio davanti al consolato francese a Karachi. Erano armati, secondo quanto riportato da un giornalista della Reuters. Gli agenti hanno lanciato gas lacrimogeni e usato idranti per disperdere la folla. Tre persone sono state ferite e sono ricoverate in ospedale. Tra i feriti c’è Asif Hasan, fotografo dell’Afp.

– Afghanistan. I taliban afgani hanno condannato le vignette su Maometto pubblicate nell’ultimo numero di Charlie Hebdo perché “offendono la sensibilità di un miliardo e mezzo di musulmani”. “Condanniamo questo atto ripugnante e inumano, e consideriamo coloro che l’hanno commesso come nemici dell’umanità”, hanno scritto in un comunicato.

– Turchia. A Istanbul, il 15 gennaio un tribunale ha aperto un’inchiesta sul giornale turco Cumhuriyet per aver pubblicato alcune vignette del nuovo numero del giornale satirico francese Charlie Hebdo. Il giornale non aveva pubblicato la copertina con Maometto. Secondo l’agenzia stampa Anadolu, un tribunale locale della provincia di Diyarbakır, nel sudest del paese, ha ordinato di bloccare l’accesso ai siti internet che diffondono la copertina dell’ultimo numero Charlie Hebdo. “Coloro che non rispettano i sacri valori dei musulmani pubblicando immagini che si riferiscono al profeta Maometto stanno chiaramente commettendo una provocazione”, ha scritto il viceministro turco Yalçın Akdoğan su Twitter.

– Iran. Il 14 gennaio il paese ha condannato il “gesto offensivo” dell’ultimo numero della rivista Charlie Hebdo. Secondo il portavoce della diplomazia iraniana, Marzieh Afkham, la vignetta ferisce “i sentimenti dei musulmani” e “può rilanciare un circolo vizioso del terrorismo”. “Condanniamo il terrorismo in tutto il mondo, ma allo stesso tempo condanniamo il gesto offensivo della rivista”, ha detto Afkham. Una manifestazione di protesta, prevista per domenica 18 gennaio, è stata annullata senza spiegazioni. Secondo l’agenzia di stampa Fars, gli organizzatori hanno annunciato che la protesta si terrà comunque il 19 gennaio davanti all’ambasciata francese a Teheran.

– Senegal. Il 14 gennaio è stata vietata la diffusione dell’ultimo numero del settimanale satirico Charlie Hebdo e del quotidiano francese Libération per la pubblicazione delle vignette con Maometto. Il divieto di distribuzione e diffusione ha riguardato tutto il territorio nazionale.

– Egitto. Il 13 gennaio, giorno precedente all’uscita del nuovo numero, Dar al Ifta, un’importante istituzione religiosa egiziana, ha messo in guardia dalla pubblicazione di nuove vignette che rappresentino Maometto sul giornale satirico Charlie Hebdo. “È una provocazione ingiustificata nei confronti di un miliardo e mezzo di musulmani in tutto il mondo”, era scritto in un comunicato dell’organizzazione specializzata in pareri legali. “Questa pubblicazione causerà una nuova ondata di odio nella società francese e in quella occidentale, e questo non aiuta la coesistenza e il dialogo culturale, al quale aspirano i musulmani”, concludeva il comunicato. (Reuters, Afp)

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PERCHÉ LA NIGERIA È INDIFESA DI FRONTE A BOKO HARAM

di Emeka Onyabo, 15/1/2015, da www.internazionale.it/

   “Ogni giorno che passa la situazione diventa più spaventosa”, dichiara Ife Afolabi, un’insegnante nigeriana, mentre guarda la prima pagina del quotidiano The Guardian di Lagos, il suo preferito. Il giornale parla dell’attentato del 10 gennaio al mercato di Maiduguri, il capoluogo dello stato di Borno, nel nordest della Nigeria.

   A portare l’esplosivo sarebbe stata una bambina di dieci anni. Bilancio: una ventina di morti. Qualche giorno prima Boko haram aveva massacrato in modo sistematico la popolazione di Baga, sempre nel nordest del paese. Secondo le stime di Amnesty international, i morti sarebbero duemila.

   Manca un mese alle elezioni presidenziali del 14 febbraio e il gruppo estremista islamico sta dando prova di una violenza senza precedenti. L’esercito nigeriano non sembra all’altezza di Boko haram e capita sempre più spesso che i soldati fuggano di fronte ai miliziani. Le forze nigeriane non sono armate bene quanto i ribelli islamici perché negli ultimi vent’anni i leader nigeriani hanno cercato in tutti i modi di indebolire l’esercito per allontanare la minaccia di un colpo di stato. Allo stesso tempo, i politici hanno permesso agli alti vertici militari di sottrarre fondi al bilancio pubblico. Consentirgli di arricchirsi impunemente era un modo per comprare la loro “lealtà”.

Nella lotta contro Boko haram l’esercito ha dimostrato di essere efficace solo contro i civili. Le popolazioni del nord ormai temono i raid delle forze armate quasi quanto quelli di Boko haram. Questo significa che i soldati difficilmente riescono a ottenere informazioni dalla popolazione. Del resto, è evidente che i miliziani hanno complici nell’esercito. Inoltre, i civili che collaborano con i militari rischiano di essere denunciati a Boko haram e, di conseguenza, di essere uccisi.

   Per ribaltare la situazione l’esercito contava sul sostegno degli Stati Uniti. Washington, però, non vuole più aiutare il governo di Goodluck Jonathan. Gli scandali di corruzione che hanno coinvolto il paese africano sono così ampi da spingere l’amministrazione Obama a fare orecchie da mercante di fronte alle richieste di aiuto nigeriane. E il presidente statunitense può mostrarsi ancora più intransigente perché, da qualche mese, gli Stati Uniti non hanno più bisogno del petrolio nigeriano.

   Perciò siamo arrivati a un punto in cui Boko haram ha la possibilità di estendere la sua influenza nel nord del paese, creare il suo “califfato” e cominciare ad amministrarlo. Nei video pubblicati su internet, il leader del gruppo, Abubakar Shekau, non si presenta più come un esaltato signore della guerra ma usa toni più pacati.

   Intanto il presidente Jonathan riceve sempre più critiche. Com’è possibile che non riesca a riprendere il controllo di quei territori? Gli attacchi aumentano man mano che si avvicinano le elezioni. Tuttavia il rafforzamento di Boko haram al nord non è necessariamente una cattiva notizia per il capo dello stato. Le zone attualmente controllate da Boko haram sono roccaforti dell’opposizione, dell’All progressives congress (Apc).

   Questo significa che meno persone andranno a votare per l’avversario di Jonathan, Muhammadu Buhari, un musulmano del nord. Del resto è difficile che i nigeriani delle zone colpite dalle violenze votino per un cristiano del sud, che cita continuamente la Bibbia. Jonathan, per esempio, va regolarmente in Israele, dove visita i luoghi santi cristiani ed ebraici, ma non quelli musulmani.

L’ipotesi di una separazione Un altro vantaggio per il presidente è che l’insurrezione nel nord gli permette di serrare i ranghi dei cristiani intorno a lui. “Il governo è molto corrotto, ma è formato da cristiani, come me. Quindi voterò per Jonathan. Non posso sostenere Buhari, temo che voglia imporre la sharia in tutto il paese”, spiega una famosa attrice di Nollywood, la Hollywood nigeriana. Invece di puntare sulla corruzione della classe dirigente, la campagna elettorale si concentra sulle questioni legate alla sicurezza e il governo può evitare di rispondere a domande imbarazzanti sulla gestione dei fondi pubblici.

   L’anno scorso l’ex direttore della banca centrale, Lamido Sanusi, ha accusato pubblicamente il regime di aver sottratto “decine di miliardi di dollari”. “Si stima che ogni giorno sia scomparso l’equivalente di almeno 200mila barili di greggio. È il 10 per cento della produzione nigeriana”, precisa un potente imprenditore, scandalizzato dalle dimensioni del furto.boko_haram_750

   Inoltre l’insurrezione nel nord divide soprattutto i musulmani. I principali nemici di Boko haram sono i musulmani moderati. Gli estremisti islamici hanno cercato di assassinare Buhari poco prima che fosse scelto come candidato dell’opposizione. Per farlo vincere le popolazioni del nord dovrebbero restare unite, ma Boko haram ha diviso le élite locali. In questo periodo di instabilità, il presidente uscente riesce a imporsi come un valore sicuro, una garanzia di relativa pace, quantomeno per il sud.

   Nelle regioni meridionali il dramma vissuto dal resto del paese è spesso accolto con indifferenza. “Per noi è un altro paese, quello che succede là non ci riguarda. Finché non ci rovinano gli affari e non ci sono attentati a Lagos, per noi va tutto bene”, commenta un imprenditore. “I politici del nord hanno governato con il pugno di ferro per decenni. Hanno nutrito e finanziato l’islam radicale. Hanno giocato con il fuoco. Se ora c’è caos nella loro regione, verrebbe da dire che se lo sono meritato”, sottolinea un intellettuale del sud. Molti pensano che l’instaurazione di un “califfato” di Boko haram potrebbe favorire nel lungo periodo quello che molti sognano: la divisione del paese.

   Il calo del prezzo del petrolio contribuisce ad alimentare le tensioni. Quando il prezzo del barile di greggio era di 120 dollari, gli abitanti del sud accettavano di dividere la ricchezza, ma ora che è calato a 50 dollari, la torta da dividere si è ridotta. Troppo piccola per un paese di 170 milioni di abitanti? L’idea della separazione diventerà presto accettabile? È questa la domanda che tormenta i “benestanti” del sud.

   Le presidenziali del 2011 hanno causato la morte di 800 persone, prima e dopo il voto. Di nuovo il nord musulmano si contrappone al sud cristiano, com’era già accaduto quattro anni fa. Le élite del nord vogliono a tutti i costi recuperare il potere politico e controllare le ricchezze economiche. Si rincorrono già le voci di possibili frodi elettorali.

   Se i risultati del voto saranno contestati, cosa piuttosto prevedibile, si possono immaginare nuove violenze. Troppo impegnata a dividersi il “bottino di guerra”, la classe politica farà della lotta contro Boko haram una priorità? Sembra davvero poco probabile. (Emeka Onyabo, traduzione di Giusy Muzzopappa)

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PADRE PIZZABALLA, IL CUSTODE DI TERRASANTA: «NON ESISTE LO SCONTRO DI CIVILTÀ QUESTA È UNA GUERRA INTERNA ALL’ISLAM»

intervista di Marco Garzonio, da “il Corriere della sera” del 15/1/2015

«Gli atti di terrorismo che insanguinano il Medio Oriente e l’Europa non sono frutto di uno scontro di civiltà. Questa è innanzitutto una guerra interna all’Islam. È inoltre la risposta sbagliata e drammatica di una parte dell’Islam alla modernità, ai problemi economici, morali, culturali che lo sviluppo pone. Nel mondo musulmano questa riflessione non è ancora stata fatta».

Parla padre Pierbattista Pizzaballa, 50 anni ad aprile, il francescano Custode di Terra Santa da undici, cioè l’erede della capacità di incontro instaurata dal Santo di Assisi con il Saladino: l’altra faccia rispetto alle Crociate.

Netanyahu e Abu Mazen in prima fila nella marcia di Parigi. Una circostanza dettata da un evento particolare o l’indizio di un cambiamento nei rapporti tra Israele e i Palestinesi?

«Non mi sembra che spirino venti di cambiamento. La forza degli eventi li ha obbligati ad essere a Parigi. Ma le relazioni tra Israele e palestinesi non sono cambiate, purtroppo. Le elezioni che ci saranno tra un paio di mesi impongono un’attesa. Si capirà dopo».

Hamas ha condannato gli attacchi terroristici in Francia: una presa di distanza dopo il plauso all’assassinio di 4 rabbini in sinagoga?

«È una presa di posizione curiosa. Solo il tempo dirà se è mutata la strategia o se è stato un episodio. Resto un po’ freddo. Spesso in Medio Oriente ci sono due facce: una politica interna e la necessità di guadagnarsi credito internazionale».

Gli attacchi di Parigi cambieranno il modo di pensare occidentale verso i conflitti che insanguinano il Medio Oriente?

«Non sono i primi attacchi terroristici di matrice islamica in Europa. Si pensi a Madrid, a Londra, nella stessa Francia. La novità è l’impatto sull’opinione pubblica. Si stanno determinando le condizioni perché l’Europa compia un’opera di chiarimento su alcune parole lasciate nell’ambiguità. La parola integrazione. Cosa significa? Ci sono valori al centro della convivenza. I diritti fondamentali della persona: libertà di coscienza, uguaglianza uomo-donna, dignità e ruolo della donna, libertà di cultura, di espressione, legislazione sul lavoro, distinzione tra politica e religione e così via. Chi viene in Europa non può metterli in discussione. L’Europa deve chiarire la propria identità, sapendo che per poter integrare devi definire con chiarezza i punti fermi irrinunciabili».

Diceva Martini che ci sarà pace nel mondo quando ci sarà pace a Gerusalemme. Solo un paradosso?

«Gerusalemme ha un valore simbolico altissimo e, insieme, una rete di relazioni e interdipendenze molto strette col mondo. Le tensioni qui sono espressione di quelle mondiali. E viceversa. Se qui si dialoga si può riverberare sul pianeta una capacità di incontro».

Nella mobilitazione di Parigi c’è solo l’Europa dei Lumi che difende la libertà di manifestare le proprie idee, o anche l’Europa che si ispira al solidarismo cristiano dei grandi leader nel dopoguerra?

«L’Europa di oggi è diversa dai momenti che l’han vista nascere. Non so quanto il solidarismo di ispirazione cristiana animi oggi il Vecchio Continente. Basta guardare a come si è affrontato il tema dell’immigrazione, i salvataggi in mare e le politiche collegate. Certo, ciò che è accaduto a Parigi ha mosso nuove dinamiche, a partire dalla necessità di coordinarsi per rispondere al terrorismo».

Quindi si è messo in moto solo un meccanismo che garantisca l’ordine pubblico?

«Questa è una parte. C’è un’Europa che non fa notizia e lavora per l’integrazione, una rete di movimenti, volontari, iniziative. Guardiamo a tale Europa, che conta più di quanto non si creda».

Lei è a contatto con i cristiani di tutte le confessioni in Israele, Egitto, Siria, Giordania, Iraq, Libano. Che situazioni incontra?

«Sono Paesi diversissimi tra loro. Israele non è come la Siria e l’Iraq. L’Egitto, oggi più tranquillo, offre aspetti e dinamiche interessanti e vivaci. Penso all’importante discorso del presidente Sisi dell’università Al Azhar. In generale vedo una debolezza istituzionale diffusa. Certo, incontro situazioni umane drammatiche, ma scopro anche tanta solidarietà, oltre a un’umanità negativa. Sono stato ad Aleppo. È una città da due anni sotto assedio. C’è rimasto chi non sa dove andare. Non c’è acqua e la concessione di un po’ di elettricità dipende dai ribelli. Eppure, imam e parroco si aiutano. I gesuiti distribuiscono 10 mila pasti al giorno e giovani volontari, cristiani e musulmani, li portano a chi ha bisogno. Ci sono tante realtà di cui i media non parlano. Sono il contraltare al fanatismo e alle decapitazioni».

Molti cristiani affermano che stavano meglio sotto Saddam e Mubarak, che godevano di maggior libertà e protezione: ha fondamento tale giudizio?

«Si trattava di regimi dittatoriali, che non sarò io certo a difendere. Ma ad essi sono subentrate dittature peggiori, a cominciare dal fondamentalismo».

Che cosa dell’Isis attrae i giovani europei?

«Non so spiegarmi come il fanatismo possa attrarre. Molti parlano di giovani disperati che vengono dalle periferie dove non c’è nulla. Ma poi vedi che accorrono anche persone istruite e ti chiedi se non vi sia un problema di formazione, l’incapacità di abituare fin dalla scuola i giovani a pensare, confrontarsi, problematizzare. L’Europa e soprattutto il Medio Oriente devono affrontare il tema dell’educazione».

In Medio Oriente, tra la gente, non si avvertono reazioni di tipo umano a torture ed esecuzioni?

«Sì, una reazione c’è, ma negli incontri personali. Mi aspettavo più fermezza da parte dei media in Medio Oriente. Forse qualcosa si muove. Penso alla reazione agli attentati di Parigi e al mondo che li esprime da parte di Al Azhar, l’università religiosa del Cairo, riferimento importante per l’Islam».

Il Papa è stato il primo ad evocare l’immagine di «terza guerra mondiale». Quali elementi hanno suggerito al Pontefice quell’intuizione?

«Il Papa ha uno sguardo d’assieme sulla realtà mondiale che pochi altri possono avere. Ha colto il cambiamento epocale e, in esso, la violenza che lo abita come nocciolo. Il fanatismo, il dire io sono nel giusto; o diventi come noi, o devi sparire. Poi, a seconda delle situazioni, si avrà in Medio Oriente l’Isis e in Africa Boko Haram. È un ritorno al punto più buio di secoli passati».

Il Papa ha invitato alla preghiera comune in Vaticano ebrei, cristiani, musulmani. Dicono che lei sia stato regista. Possono fare qualcosa per la pace le tre religioni del Libro?

«Possono fare tantissimo. Ma parliamo di religiosi, non di religioni, parola astratta. I religiosi all’interno dei loro mondi devono aver chiaro il ruolo dell’esperienza religiosa, le relazioni con Dio e tra questi e l’uomo e tra gli uomini, evitando assolutizzazioni che portano ai fanatismi. In questo contesto è soprattutto l’Islam che ha un grosso lavoro da fare in proposito. L’immagine di religiosi che dialogano tra loro è essenziale oggi. Non possiamo restare solo con l’immagine che ci trasmettono i fondamentalismi».

L’Europa deve ora a fare i conti con la deriva antisemita. La comunità ebraica francese si è dimezzata, le comunità cristiane del Medio Oriente emigrano. In alcuni Paesi d’Europa i musulmani raggiungono la metà della popolazione. Che cosa sta accadendo?

«Occorre guardare al mondo in trasformazione e a questi spostamenti senza spaventarsi. Finisce un’epoca, non il mondo. Le discriminazioni contro le minoranze sono la cartina di tornasole della nostra cecità e delle nostre paure. Credevamo che l’antisemitismo fosse finito dopo le efferatezze del nazismo e abbiamo allentato l’attenzione. Purtroppo c’è ancora il pregiudizio antiebraico e va combattuto. Bisogna distinguere aspetto politico e religioso. Si può non condividere la politica dello Stato di Israele, ma tale valutazione non può assumere connotazioni antiebraiche o diventare il pretesto per alimentare forme di antisemitismo».

C’è un Islam moderato o parlarne esorcizza la paura?

«Islam moderato è un’espressione molto europea. Risponde ai nostri bisogni di semplificazione. Dobbiamo imparare a conoscere meglio l’Islam, che è una realtà molto complessa. In quella galassia non tutto è fanatismo, non tutto è Isis: per carità. Certo, ci vuole un grande sforzo da parte dell’Occidente».

Cosa non ha capito l’Occidente delle Primavere Arabe?

«L’Occidente non ha compreso molto la complessità del Medio Oriente. Prima l’ha visto sotto il profilo dell’occupazione coloniale. Poi per soddisfare i propri bisogni economici ed energetici. Risultato? In Iraq e Libia si son fatti errori. Si volevano fermare dei dittatori, con i quali s’erano avuti rapporti di convenienza? Ci poteva stare, ma le iniziative si prendono se si ha in mente cosa può accadere. Le primavere arabe hanno espresso un cambiamento, ma quando s’è trattato di definire il dopo movimenti spontanei sono stati sequestrati dai fanatismi. I cambiamenti non sono finiti, ci aspetta un periodo di trasformazioni. Per esempio l’Isis non proseguirà nel tempo. Dobbiamo sapere che non si può puntare alla situazione precedente, che non ci saranno un Iraq o una Siria stati nazionali come in passato».

Il leader della Lega afferma che milioni di musulmani son pronti a ucciderci e fa breccia in molte periferie…

«Non dobbiamo rispondere a chiusure con altre chiusure. Il fanatismo si ferma con la prevenzione, combattendo l’ignoranza. I fanatici ci vogliono contro per giustificare i loro attacchi».

Padre Pizzaballa, lei è ottimista?

«Nel breve no. Sul lungo periodo sì. C’è una guerra in corso, ma le guerre finiscono. E allora c’è solo da ricostruire. Oggi magari non si intravvede una soluzione politica, ma non è finita la missione del Cristianesimo in Medio Oriente. Molto è distrutto, il seme è rimasto. Quello di Gesù, figlio dell’uomo». (Marco Garzonio)

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TRA ISLAMISMO E POPULISMO

di Giovanni Orsina, da “la Stampa” del 15/1/2015

   La grande nuvola di polvere emotiva sollevata dall’attentato del 7 gennaio scorso si sta via via posando, com’è naturale che sia, e sempre di più emergono le divisioni politiche e culturali non soltanto su come si debba reagire, ma – prima ancora – su quale interpretazione debba darsi agli eventi. Già la manifestazione parigina di domenica da un lato ha chiamato i francesi all’unità nazionale, dall’altro ha tagliato fuori il Front National, oggi primo partito dell’Esagono. Ma anche Renzi, nel discorso che ha pronunciato l’altroieri a Strasburgo per chiudere il semestre italiano, non ha mancato di prendere le distanze dalle forze politiche che, a suo dire, sfruttano la paura a fini elettorali.

   La strage di Charlie Hebdo sta insomma contribuendo a far emergere uno schema che con ogni probabilità è destinato a durare: la minaccia islamista da un lato, i partiti della destra populista dall’altro, tutti gli altri nel mezzo. Un assetto «tripolare» al quale non siamo più abituati, ma che in realtà richiama molto da vicino – per la disposizione degli attori sul palcoscenico, certamente non per la loro personalità – le circostanze della Guerra Fredda. Fino a che punto, ci si chiedeva negli Anni Cinquanta, è possibile affidarsi ai neofascisti per arginare i comunisti? Fino a che punto è opportuno agitare la minaccia comunista, se poi ad avvantaggiarsene sarà la destra estrema? È uno schema, questo «tripolare», sul quale vale la pena soffermarsi. Con una riflessione anch’essa tripartita.

   La «tripolarità», innanzitutto, è un frutto inevitabile di quello che potremmo chiamare l’«ossimoro dell’Occidente». Ovvero la natura contraddittoria di un’identità occidentale strutturalmente ambigua. Chiusa per un verso, poiché scaturisce da un gruppo ben preciso di popoli, che abitano determinate terre e condividono una determinata storia – genti bianche e cristiane, esposte ai venti delle grandi rivoluzioni seicentesche e settecentesche. Aperta per un altro, visto che nutre ambizioni universalistiche e non soltanto tollera, ma sollecita la diversità. Non è un caso allora se, come si diceva prima accennando alla Guerra Fredda, l’Occidente sta ripercorrendo sentieri che ha battuto già così tante volte in passato. Perché questi sono i sentieri di chi è destinato a stare nel mezzo fra i fondamentalismi altrui e i propri – di chi sta ancorato a radici che continuamente mettono in discussione se stesse.

   Poiché l’ossimoro occidentale è fragile – questa la seconda riflessione –, è non soltanto opportuno ma indispensabile, tanto più di fronte a eventi come quelli francesi, pretendere dai partiti della destra più radicale che chiariscano le proprie posizioni. Fino a che punto intendono «chiudere» l’identità dell’Occidente? E ci danno garanzie di non volerla chiudere fino a soffocarla, visto che quell’identità non può vivere altro che aperta? Il Front National di Marine Le Pen sembra aver capito quanto sia importante dare risposte chiare a queste domande: è da qualche tempo ormai che si è posto il problema di ripensare la propria posizione rispetto alla tradizione repubblicana francese – e sta cercando di farlo anche ricostruendosi un rapporto con la memoria del Generale De Gaulle. Al di qua delle Alpi, invece, la Lega per il momento pare ferma all’iperattivismo televisivo di Matteo Salvini. A meno che non si voglia prendere come indicazione d’una scelta ideologica l’intervista che lo stesso Salvini ha rilasciato qualche tempo fa sulla Corea del Nord – non proprio un bastione dell’identità occidentale – lodando a gran voce il paese felice dove i bambini giocano in strada e non coi videogames. E ignorando o fingendo di ignorare che vent’anni fa i genitori di quei bambini, di fronte a un’agghiacciante carestia «politica», strappavano le cortecce dagli alberi per farci il brodo – oppure, peggio ancora, pativano in campi di lavoro nei quali, se si sopravviveva, era perché nella propria baracca ci si era ingegnati ad allevare ratti.

   C’è infine una terza riflessione da fare. L’attacco islamista all’ossimoro occidentale non interroga soltanto le destre più radicali, ma anche le forze politiche e culturali più moderate. Pone loro due problemi, in particolare. Il primo: prendere voti alimentando paure è operazione pericolosa e meschina; ma lo è anche prenderli alimentando la paura di chi alimenta paure. Detto più chiaramente: costruire la destra populista come nemico assoluto, anche al di là di quel che essa è, può essere elettoralmente utile, tanto più in un momento in cui scarseggiano i sogni da vendere; ma nel lungo periodo potrebbe dimostrarsi una scelta poco saggia – avvantaggiare da un lato, paradossalmente, proprio la destra; e dall’altro aprire spazi al fondamentalismo islamico.

   Il secondo problema è che, per sopravvivere restando tale, l’identità aperta dell’Occidente deve «chiudersi» almeno in una certa misura – sui principi di fondo, sulla dignità, sui diritti. Il fragile ossimoro occidentale non potrà sopravvivere se su quei valori le culture politiche di governo saranno timide e reticenti, e non saranno ferme con chi li aggredisce nei fatti o rifiuta di accettarli a parole. Dall’interno, ma anche dal di fuori dell’Occidente. (Giovanni Orsina)

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“QUELL’INVITO DEL PAPA A NON DERIDERE LA FEDE DEGLI ALTRI”

di Luigi Accatolli, da “il Corriere della sera” del 16/1/2015

   Volando dallo Sri Lanka alle Filippine, Francesco ieri ha pronunciato uno dei suoi detti veraci destinato alla massima risonanza: se offendi la fede altrui, ha detto in sostanza, è normale che ti arrivi un pugno. Stava rispondendo a una domanda sulla libertà di stampa e la libertà religiosa e ha detto con il suo stile diretto: “Andiamo a Parigi, parliamo chiaro”.

   Ha affermato che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, ha difeso il diritto alla libertà d’espressione ma ha aggiunto che esso non contempla il diritto all’offesa e ha illustrato quella massima – già formulata dalla Santa Sede sotto Benedetto XVI in riferimento alle vignette danesi del 2005 – con il suo linguaggio pittoresco: “E vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri [è l’organizzatore dei viaggi papali, e gli stava accanto], che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno! Ma è normale! Non si può provocare. Non si può insultare la fede degli altri. Non si può prendere in giro la fede”.

   Prima di buttarsi a polemizzare su questo detto bergogliano conviene richiamare due antefatti: la posizione vaticana consolidata sulle vignette contro Maometto, che Francesco ha richiamato quasi alla lettera; la libertà di linguaggio del Papa argentino, anzi il gusto creativo per quella libertà, che spesso determina la fortuna delle sue omelie o delle sue interviste.

   La posizione vaticana sulle vignette danesi fu così affermata dal portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls il 4 febbraio 2006, cioè nei giorni in cui la loro pubblicazione – che risaliva al settembre precedente – stava provocando violente reazioni nei paesi musulmani: “Il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, sancito dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, non può implicare il diritto di offendere il sentimento religioso dei credenti. Tale principio vale ovviamente in riferimento a qualsiasi religione (…) talune forme di critica esasperata o di derisione degli altri denotano una mancanza di sensibilità umana e possono costituire in alcuni casi un’inammissibile provocazione. Va però subito detto che le offese arrecate da una singola persona o da un organo di stampa non possono essere imputate alle istituzioni pubbliche del relativo paese (…) Azioni violente di protesta sono, pertanto, parimenti deplorabili”.

   E’ proprio questo e tutto questo che ieri ha detto Francesco. Nella fedeltà a quanto già affermato sotto il predecessore è da vedere una riprova della tenuta del Papa argentino sulle questioni più dibattute: viene accusato di non nominare la matrice islamista degli attentati, o di mostrarsi in generale troppo rispettoso nei confronti della fede musulmana, ma non si tiene conto che in questo egli segue i predecessori.

   Altrettanto istruttivo, per intendere il motto del “pugno” a chi gli offenda la mamma, è il richiamo alla passione bergogliana per le trovate linguistiche. Sempre nella parlata di ieri ha usato un neologismo, “giocattolizzare” [prendersi gioco], come ne butta là in continuità, che attiene proprio all’irrisione delle fedi: “Tanta gente che sparla di altre religioni o delle religioni, che prende in giro, diciamo ‘giocattolizza’ la religione degli altri, questi provocano. E può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro la mia mamma! C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetta la vita e la persona umana, e io non posso prenderla in giro. Questo è un limite. Ho preso questo esempio per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti. Come quello della mia mamma”.

   Dunque il Papa argentino non giustifica in nessun modo gli attentati di Parigi, che aveva già condannato e fatto condannare a più riprese – e per i quali ieri ha detto: “E’ vero che non si può reagire violentemente”, “Non è lecito uccidere in nome di Dio” – ma non giustifica neanche le vignette che irridono a un’intera religione. La sua linea è quella del “limite” nell’uso della libertà di espressione.

   Lo scorso Giovedì Santo, parlando degli “oli santi” che quel giorno vengono benedetti, disse che essi non mirano a produrre prelati “untuosi, sontuosi e presuntuosi”: e aveva davanti i cardinali e l’intera Curia. Sempre alla Curia il 22 dicembre ha lanciato il monito dell’Alzheimer spirituale e altra volta aveva bollato come “cristiani pipistrelli” i fedeli che vedono sempre nero.

   Dunque il Bergoglio che si lascia sedurre dalle invenzioni linguistiche e dal motto tranciante già lo conoscevamo. Ora siamo arrivati al “pugno” indirizzato a chi provoca, ma è certo che il Papa amico dei preti di strada non si fermerà qui. (Luigi Accattoli)

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IL PAPA: “NON SI DERIDE LA FEDE ALTRUI” MA LA FRANCIA RISPONDE: “NIENTE TABÙ”

di Anais Ginori, da “la repubblica” del 16/1/2015

– Alle parole del pontefice sul volo verso Manila replica il ministro alla Giustizia Christiane Taubira: “Siamo il paese dell’irriverenza. Giusto anche disegnare il Profeta” –

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PARIGI – «La religione non può mai uccidere» dice Papa Francesco che però poi aggiunge: «Non si può provocare, non si può prendere in giro la religione di un altro. Non va bene». Durante il viaggio verso le Filippine, il Pontefice ha risposto ieri alle domande dei giornalisti.

   Dopo aver premesso che «non si uccide in nome di Dio» e che «i kamikaze danno la propria vita ma non la danno bene», il pontefice argentino ha ribadito: «Ognuno ha il diritto di praticare la propria religione, senza offendere, liberamente».

   Alle parole di Jorge Mario Bergoglio ha risposto quasi in diretta il ministro francese della Giustizia, Christiane Taubira. «La Francia è il paese di Voltaire e dell’irriverenza, abbiamo il diritto di ironizzare su tutte le religioni», ha rivendicato il Guardasigilli mentre partecipava alla cerimonia di addio a Tignous, uno dei vignettisti di Charlie Hebdo uccisi il 7 gennaio. «Possiamo disegnare tutto, incluso il Profeta », ha detto ancora Taubira che ha fatto approvare l’anno scorso la legge per il matrimonio gay al centro di un duro scontro con il Vaticano. Fra l’omaggio commosso a Tignous da parte della superstite Coco e un Bella ciao da brividi cantato dall’umorista Christophe Aleveque, la Taubira ha ricordato i principi del paese dei Lumi: «Non ci sono tabù», ha sottolineato, i disegnatori uccisi «vegliavano sulla democrazia, per evitare che sonnecchiasse».

   La Francia — dove la laicità è sancita da una legge approvata nel lontano 1905 — si trova in prima linea nella difesa di una libertà di espressione che prevede anche di irridere le religioni. Il reato di blasfemia non esiste nel paese e i tribunali possono condannare eventuali attacchi religiosi sono in nome della “libertà di coscienza”.

   Ma al di là dello scambio a distanza con il Pontefice, è con alcuni paesi arabi che la polemica è più dura nelle ultime ore. «Condanniamo gli attacchi terroristici ma anche le offese contro la religione musulmana, i suoi simboli e il suo profeta», ha detto il ministro per la Comunicazione del Marocco, Mustapha Khalil. Il Marocco ha vietato la pubblicazione delle vignette su Maometto, così come altri paesi del Maghreb e la Turchia.

   Ieri François Hollande è andato a tendere la mano ai musulmani in un incontro all’Istituto del mondo arabo, diretto ora dall’ex ministro della Cultura, Jack Lang. «Le prime vittime del fanatismo, del fondamentalismo e dell’intolleranza sono i musulmani », ha spiegato il presidente francese, che si è rivolto al mondo arabo perché reagisca con fermezza a qualsiasi atto che colpisca l’Islam così come le altre religioni. «L’islamismo radicale — ha continuato — si nutre di tutte le contraddizioni, di tutte le influenze, le miserie, le diseguaglianze, di tutti i conflitti non risolti da ormai troppo tempo». Per il capo dell’Eliseo, «l’Islam è compatibile con la democrazia». (Anais Ginori)

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CHARLIE HEBDO, VENDUTE IN POCHE ORE 3 MILIONI DI COPIE

da “IL MESSAGGERO” del 15/1/2015

PARIGI – «Pas de Charlie Hebdo», niente Charlie, finito. Già alle otto e mezzo di ieri mattina gli edicolanti di Parigi sono stati costretti a mettere fuori i cartelli: tutto esaurito, le 700mila prime copie sono andate via in un’ora. Ma il numero 1178 tornerà in edicola, la tiratura prevista è stata prima di tre, poi quattro, infine 5 milioni di copie, una cosa mai vista nella storia della République: alla morte di de Gaulle, France Soir arrivò a 2 milioni e 200mila copie.

   Una settimana dopo la strage che ha decimato la redazione, e l’« abbiamo ammazzato Charlie» gridato dai fratelli Kouachi, Charlie vive. Il ritorno in edicola, con Maometto che piange, è diventato una sorta di evento planetario, distante anni luce dal mondo di «prima», quando Charlie vendeva al massimo 30 mila copie, ed era costretto a lanciare una sottoscrizione ai lettori per sopravvivere.

   Ieri la solidarietà con la redazione colpita al cuore, la voglia di gridare in difesa della libertà di espressione, per quanto insolente, scomoda, anche brutta possa essere, si è trasformata in lunghe code all’alba davanti ai 27 mila punti vendita, chioschi, edicole, supermercati. Se ne compravano cinque, sei, sette copie, per gli amici, i parenti lontani.

   Giovani, vecchi, ragazzini, hanno stretto sotto il braccio il piccolo e avvilito Maometto col nasone e turbante su sfondo verde, come fosse un trofeo, un oggetto da collezione, uno slogan. E non basta. L’euforia ha contagiato anche gli altri giornali. Il disegnatore Luz, autore della copertina, lo aveva detto: «Se questo servirà a far comprare di più Charlie, di più la carta, gli altri giornali, i libri, allora avremo vinto».

LA VITTORIA. Ieri la vittoria c’è stata. Oltre a Charlie Hebdo, sono subito esauriti anche Libération, che è andata in ristampa a fine mattina, e il settimanale satirico Canard Enchainé – altra redazione nel mirino degli integralisti – tirato a due milioni di copie, due volte più normale. La corsa alle edicole ha provocato anche qualche deriva: ieri a metà giornata su e-bay hanno cominciato a circolare copie del giornale messe all’asta a 100mila euro, addirittura 500mila euro per il penultimo numero: «indecente» ha commentato il direttore di Reporters sans frontières Christophe.

L’abbraccio della Francia a Charlie è vigoroso, oltre ai 945 mila euro di doni già raccolti, esplodono anche gli abbonamenti: erano 10mila in tutto una settimana fa, adesso sono 10 mila al giorno. Oltre alle 5 milioni di copie, la prima pagina di Charlie ha fatto il giro del mondo sule pagine dei quotidiani di tutti i continenti.

   Tra i media che hanno preferito evitare la pubblicazione, il New York Times, il Financial Times o la Cnn, che ha scelto di sfocare la vignetta.

L’ISLAM. «Offensiva», «odiosa frivolezza», «provocatrice», sono alcune recensioni arrivate dal mondo musulmano. Se l’Iran ha definito la caricatura «un insulto» ha anche espresso condanna per il terrorismo. Al Azhar, principale autorità dell’islam sunnita in Egitto ha invece invitato i musulmani a «ignorarla», mentre l’organizzazione dell’Isis ha giudicato la pubblicazione «molto stupida». In controtendenza la rivista dei gesuiti francesi Etudes e il sito culturale ebraico Jewpop, che hanno pubblicato vecchi disegni di Charlie Hebdo che ironizzano su Gesù e sul Papa, nel primo caso, sulla Shoah e sugli ebrei nei secondo. «Ridere di sè ha scritto Etudes – è un segno di forza».

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JIHAD: L’EUROPA IN ALLARME

di Anna Maria Merlo, da IL MANIFESTO del 16/1/2015

– Attentati di Parigi. Quindici arresti tra Francia, Belgio e Germania. Ma per il momento nessun legame stabilito con il massacro di Parigi. Valls: “minacce di altissimo livello”. Il “big hug” di Kerry a Parigi, per far perdonare l’assenza di personalità Usa di primo piano alla marcia di domenica. 8 francesi su 10 vorrebbero un governo di unità nazionale. Ma la destra soffia sul fuoco e fa proposte surreali, a cominciare dall’ “indegnità nazionale” per i terroristi –

PARIGI – Ondata di arre­sti in Fran­cia, Bel­gio e in Ger­ma­nia, anche se non ci sono ele­menti, ha pre­ci­sato in mat­ti­nata il primo mini­stro Manuel Valls, per sta­bi­lire che ci siano legami con i mas­sa­cri di Parigi. Valls ha pero’ ricor­dato che per­si­stono “minacce di altis­simo livello” e Fra­nçois Hol­lande, in occa­sione degli auguri al corpo diplo­ma­tico, ha auspi­cato una rispo­sta “decisa” ma “col­let­tiva” in Europa.

   In Fran­cia ci sono state per­qui­si­zioni in cin­que cit­ta­dine della ban­lieue pari­gina e 12 fermi, tra cui 4 donne, gra­zie a impronte rile­vate nell’inchiesta che ha fatto seguito ai mas­sa­cri e a inter­cet­ta­zioni tele­fo­ni­che. Tra i fer­mati, potrebbe esserci anche uno stretto col­la­bo­ra­tore di Amedy Cou­li­baly, che ha aiu­tato il cri­mi­nale per l’assalto all’HyperCacher.

   La vigi­lia, ci sono stati due morti in Bel­gio, a Ver­viers, in seguito a un’operazione anti-terrorista. Sem­bra che in Bel­gio e anche in Ger­ma­nia siano stati sta­bi­liti legami con il ter­ro­ri­smo di ori­gine cecena. In Bel­gio, dove sono state arre­state 15 per­sone, per la prima volta da più di trent’anni l’esercito potrebbe essere chia­mato come in Fran­cia in soc­corso della poli­zia. L’inchiesta in corso ha sta­bi­lito che Amedy Cou­li­baly aveva dei legami in Bel­gio: vi aveva acqui­stato delle armi, Kala­sh­ni­kov e la pistola Toka­rev che ha uti­liz­zato per l’attacco all’HyperCacher, dando in cam­bio, pare, la Mini Coo­per di Hayat Bou­me­dienne, la com­pa­gna fug­gita in Siria.

   Due cit­ta­dini belgi, arre­stati in Fran­cia, sono stati estra­dati. A Ber­lino, ci sono stati due arre­sti tra i sala­fi­sti ed è stata sman­tel­lata una filiera che reclu­tava per la Siria e pare pre­ve­desse, in que­sto paese, “un atto grave”.

   Il clima resta teso in Fran­cia, a una set­ti­mana dall’ultimo giorno di fuoco. 19mila siti web di isti­tu­zioni fran­cesi (comuni, società ecc.) sono stati pira­tati, nella pagina di aper­tura appa­iono inni alla jihad. Un’allerta alla bomba, ieri mat­tina, ha bloc­cato per un momento la Gare de l’Est, a causa di un baga­glio abban­do­nato. Uno squi­li­brato ha preso in ostag­gio due per­sone, ieri mat­tina in un uffi­cio postale di Colom­bes (peri­fe­ria pari­gina), ma l’episodio si è con­cluso senza vit­time. I tri­bu­nali con­ti­nuano a giu­di­care per­sone accu­sate di apo­lo­gia di ter­ro­ri­smo e le con­danne sono pesanti.

   All’estero, le cari­ca­ture di Char­lie Hebdo susci­tano ancora rea­zioni vio­lente. Il peg­gio è suc­cesso a Kara­chi, dove è stato gra­ve­mente ferito un foto­grafo dell’Afp. Ma mani­fe­sta­zioni ostili hanno avuto luogo anche a Amman (il re e la regina erano venuti alla mar­cia di dome­nica a Parigi), a Istam­bul, dove un gruppo estre­mi­sta ha issato il car­tello “siamo tutti Koua­chi”, e anche a Geru­sa­lemme est.

   A Mosca, una per­sona è stata con­dan­nata per aver mostrato la scritta “Io sono Char­lie”. In Tur­chia sono stati incri­mi­nati due gior­na­li­sti del quo­ti­diano Cum­hu­riyet, che aveva pub­bli­cato le cari­ca­ture per soli­da­rietà con Char­lie Hebdo. Negli Usa, l’ambasciatore fran­cese, Gérard Araud, ha cri­ti­cato aper­ta­mente la coper­tura media­tica fatta dalle tv ame­ri­cane, domi­nata dai “cli­ché” sulla Fran­cia.

   A Parigi, per farsi per­do­nare di non essere stato pre­sente alla mar­cia repub­bli­cana di dome­nica, il segre­ta­rio di stato John Kerry è venuto a dare “un grande abbrac­cio” a Hol­lande e alla città di Parigi, con un discorso com­mosso, in parte in fran­cese: “rap­pre­sento una nazione che ogni giorno rin­gra­zia di avere la Fran­cia come alleato”, ha affer­mato, e ricor­dando “fino a che punto siamo indi­gnati negli Usa con­tro que­sto atti vigliacco” ha assi­cu­rato “non cadremo nella dispe­ra­zione, accet­te­remo con umiltà di difen­dere i valori”.

   Grande emo­zione a Pon­toise ai fune­rali di Charb, il diret­tore di Char­lie Hebdo. Note dell’Internazionale, ma anche di Ginette o di Dirty Old Town, hanno accom­pa­gnato la ceri­mo­nia, alla pre­senza di tre mini­stri, oltre a Jean-Luc Mélen­chon e Pierre Lau­rent, segre­ta­rio del Pcf. Ieri, sono stati inu­mati anche il dise­gna­tore Honoré e, in Alge­ria, il cor­ret­tore di bozze Mou­sta­pha Ourad.

   Secondo un son­dag­gio dell’istituto Csa, 8 fran­cesi su 10 sareb­bero favo­re­voli a un governo di unità nazio­nale. Ma l’union sacrée sta ormai tra­mon­tando. Alla sini­stra della sini­stra ha susci­tato per­ples­sità già per la mar­cia di dome­nica. Ma è la destra ad averla rotta, chie­dendo al governo misure estreme.

   Nico­las Sar­kozy ha pro­po­sto l’assurdità giu­ri­dica di punire con l’”indegnità nazio­nale” i fran­cesi accu­sati di ter­ro­ri­smo (è un’infrazione penale intro­dotta nel ’44 e uti­liz­zata nel corso dell’epurazione con­tro i col­labo, che pre­vede la per­dita dei diritti civili e poli­tici). Per chi ha la dop­pia nazio­na­lità, Sar­kozy pro­pone il ritiro della nazio­na­lità fran­cese.

   Cata­logo sur­reale delle pro­po­ste della destra: un depu­tato Ump ha pre­sen­tato una pro­po­sta di legge per sop­pri­mere gli asse­gni fami­gliari ai geni­tori dei ragaz­zini che hanno con­te­stato il minuto di silen­zio per il mas­sa­cro a Char­lie Hebdo, gio­vedi’ scorso; Ber­nard Debré pro­pone l’imposizione della divisa a scuola; Valé­rie Pécresse i corsi obbli­ga­tori di “morale repub­bli­cana”, un altro depu­tato Ump pensa a un “nuovo con­cor­dato” con l’islam (in Fran­cia c’è dal 1905 la sepa­ra­zione dello stato dalla chiesa e il con­cor­dato esi­ste solo in Alsa­zia, ere­dità dei tedeschi).

   C’è chi vuole ria­prire la Cayenna per rin­chiu­dervi gli jiha­di­sti e chi vuole imporre la con­sul­ta­zione obbli­ga­to­ria dei files penali per affit­tare un allog­gio. Un’organizzazione stile Pegida orga­nizza per dome­nica una mani­fe­sta­zione a Parigi: “Dise­qui­li­brati, sgoz­za­tori, pirati della strada: isla­mi­sti fuori dalla Francia”.

Jean-Marie Le Pen, che afferma “Io sono Carlo Mar­tello”, con­di­vide la “teo­ria del com­plotto”: die­tro, sento la pre­senza dei ser­vizi segreti, ha affer­mato. E Marine Le Pen pro­mette “un refe­ren­dum sulla pena di morte” se vin­cerà le elezioni. (Anna Maria Merlo)

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KENAN MALIK: «I GIOVANI ISLAMICI SONO IN CRISI. E LA JIHAD DÀ LORO UN SENSO D’IDENTITÀ»

intervista di Massimo Gaggi, da “Il Corriere della Sera” del 15/12015

NEW YORK – «Quello che sta accadendo ci disorienta, ma bisogna stare attenti a non sbagliare analisi: l’islamismo radicale non è un movimento religioso ma è il modo in cui alcuni gruppi esprimono la loro barbarica rabbia politica utilizzando a questo fine una certa interpretazione della religione. I giovani jihadisti crescono estraniati dalla società nelle nazioni europee nei quali sono emigrati i loro genitori. Ma la stessa cosa avviene anche nelle comunità dei Paesi musulmani. Molti detestano costumi e tradizioni delle loro famiglie: il motivo per cui si sentono disconnessi tanto dalle società occidentali quanto dalle comunità musulmane e abbracciano l’islamismo radicale non è religioso. Ha più a che fare con la loro crisi di identità. La jihad dà loro un senso di appartenenza, una nuova identità: si riconoscono in obiettivi comuni spaventosamente chiari».

   KENAN MALIK è un intellettuale molto particolare. Neurobiologo e psicologo indiano trapiantato in Gran Bretagna, ha insegnato storia della scienza e filosofia della biologia a Cambridge e Oxford, ma anche in varie università europee, da Oslo a quella europea di Firenze.    I suoi studi su multiculturalismo, pluralismo e razza lo hanno portato a pubblicare diversi libri di successo come Uomini, bestie e zombie e Dalla Fatwa alla Jihad , un saggio sulle conseguenze del caso Salman Rushdie. E anche ad allontanarsi dalla sinistra europea marxista nella quale aveva militato per molti anni. Oggi lo si può definire un difensore dei valori dell’illuminismo che rifiuta il multiculturalismo ma è anche deciso a respingere ogni tentazione xenofoba.

Quali errori attribuisce alla sinistra europea?

«Da un lato una sua ampia parte ha abbracciato il multiculturalismo e il relativismo finendo per considerare razzista l’universalismo: lo ha accusato di imporre anche agli altri popoli le idee euro-americane della razionalità e della oggettività. In questo modo la sinistra ha rinunciato al suo impulso progressista nel nome del rispetto e della tolleranza. Poi c’è una sezione della sinistra, pensatori come Martin Amis o Bernard-Henry Lévy, che sono rimasti legati ai valori dell’illuminismo ma li hanno usati in modo tribale: non valori universali sui quali costruire una vera politica progressista, ma un mito che serve a definire l’Occidente. In questo modo l’illuminismo diventa un’arma nella battaglia tra le civiltà anziché essere lo strumento che definisce valori e attitudini necessarie per far avanzare diritti politici e progresso sociale».

Lei quindi crede che stiamo andando verso uno «scontro di civiltà», secondo il celebre monito di Samuel Huntington?

«No, quella nozione la consideravo falsa vent’anni fa, quando il saggio fu pubblicato, e la considero falsa oggi. Questo non è uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam ma un conflitto di valori sia all’interno dell’Occidente che nelle società islamiche. Valori chiave dell’Occidente come uguaglianza, democrazia e secolarismo sono contestati anche da molti non musulmani nelle nostre società, soprattutto in Europa. Basti pensare che in Francia rischia di arrivare al ballottaggio delle presidenziali una Marine Le Pen che di certo non incarna quei valori. I figli delle ex colonie nati in Francia vengono considerati tutti “africani” e “musulmani” anche se la maggioranza di quella comunità è più secolare, meno religiosa della vecchia Francia. Conosco gente venuta dal Bangladesh e dal Marocco più illuminista di chi ha genitori europei».

Dunque metterla in termini di scontro di civiltà è addirittura pericoloso?

«Esaspera l’aspetto religioso mentre il vero problema è quello dell’identità e il rifiuto della modernità. Se fossero nati 30 anni fa, i movimenti radicali islamici sarebbero stati certamente più secolari e si sarebbero espressi attraverso campagne e organizzazioni politiche, non con l’azione di cellule tribali, come vediamo oggi. Il problema è il cambiamento della natura delle rivolte: quelle anti-imperialiste della seconda metà del Novecento erano comunque basate sui valori dell’illuminismo europeo. I loro leader combattevano le potenze coloniali ma volevano modernizzare gli altri Paesi non occidentali, portare libertà, industrie, sviluppo economico. I vecchi movimenti rivoluzionari volevano godere dei frutti del progresso come gli europei, non contestavano il metodo scientifico né l’esistenza di valori universali. Quella dei radicali di oggi è, invece, una rivolta nichilista contro progresso e globalizzazione. Come ho scritto l’altro giorno sul New York Times , abbiamo vissuto l’orrore dei 148 bimbi massacrati dai talebani in una scuola pakistana come lo choc improvviso di un atto “disumano e medievale”. Ma quell’atto non è improvviso: negli ultimi cinque anni i talebani hanno attaccato nello stesso modo, anche se con bilanci non così tragici, ben mille scuole pakistane».

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LIBERTÀ D’ESPRESSIONE. SÌ, MA CON GIUDIZIO

risponde Sergio Romano (“Corriere della Sera” del 15/1/2015)

“Il massacro compiuto a Parigi — assurdo, inconcepibile, da condannare senza nessuna esitazione — ci tocca così profondamente da far sì che i sentimenti abbiano facilmente il sopravvento sulla ragione. È ovvio che non c’è nessuna scusa per chi all’offesa reagisce con terribile inaudita violenza, ma perché non si vuole prendere atto della realtà? Che oggi esistano persone disposte a uccidere in nome di Allah, come una volta i cristiani uccidevano in nome di Dio, è una certezza, un fatto. Ora, ammesso che la libertà di burlarsi di Gesù o di Dio, di Maometto o di Allah sia cosa giusta, buona e ragionevole, se non è necessario perché devo esercitare tale libertà, sapendo così di mettere a repentaglio non solo la mia vita, ma anche quella dei miei familiari, degli amici, dei concittadini? Ha senso se — ripeto — non è necessario? In questo caso l’esercizio della libertà deve tener conto della responsabilità e della razionalità. E dettati dal sentimento e non dalla ragione sono tanti titoli di giornali analoghi al seguente: «Questo è l’Islam». No: questo è il fanatismo di alcuni islamici. – Miriam Della Croce

CARA SIGNORA Della Croce, Le reazioni delle opinioni pubbliche e dei governi democratici all’attentato contro la redazione di un giornale satirico francese hanno dato l’impressione che l’Occidente consideri la libertà d’espressione alla stregua di un valore assoluto e intoccabile, da difendere sempre e comunque, indipendentemente da ogni altra considerazione. Non è vero, naturalmente. Non vi è Paese, fra quelli rappresentati in prima fila alla grande manifestazione di Parigi, che non abbia leggi in cui vengono fissati confini e paletti. Il Paese vittima dell’attentato, la Francia dei diritti dell’uomo e del cittadino, proibisce la pubblicazione delle opinioni di Adolf Hitler ( Mein Kampf ) e quelle del misterioso falsario che denunciò, in un libello dei primi del Novecento, l’«assalto ebraico al potere mondiale» ( I protocolli dei savi di Sion ).

Nel sistema legale francese la negazione del genocidio armeno e del genocidio ebraico non sono opinioni, ma reati. Un uomo politico francese di origine comunista, ma convertito all’Islam, Roger Garaudy, è stato condannato da un tribunale francese nel febbraio 1998 per avere scritto un libro ( I miti fondatori della politica israeliana ) in cui affermava che il genocidio ebraico è soltanto una fabbricazione sionista. Un altro tribunale francese, nel 1995, ha condannato, sia pure a una pena simbolica, Bernard Lewis, uno dei maggiori studiosi del Medio Oriente, per avere espresso qualche dubbio sull’opportunità di definire «genocidio» quello degli armeni durante la Prima guerra mondiale. Sempre in Francia ieri è stato rinviato a giudizio per «apologia di terrorismo» un comico francese originario del Camerun, Dieudonné M’bala M’bala, colpevole di avere accoppiato il nome del giornale satirico con quello di uno degli attentatori («Je suis Charlie Coulibaly»).

In altre parole, cara Signora, la libertà di espressione è totale per quelle idee e opinioni che riflettono il pensiero dominante di una società nazionale in un determinato momento storico, più limitata quando offende lo stesso pensiero dominante. Se le vignette di Charlie Hebdo avessero preso di mira gli ebrei, le reazioni sarebbero state alquanto diverse. È comprensibile. Noi non possiamo dimenticare quali orribili conseguenze l’antisemitismo abbia avuto per la sorte di 6 milioni di persone. Ma non dovremmo dimenticare che anche le società musulmane hanno le loro memorie. – Sergio Romano

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AGAMBEN: “NON SIAMO IN GUERRA CON UNA RELIGIONE”

da “la Repubblica” del 15/1/2015 (intervista di I.V.)

GIORGIO Agamben, filosofo, studioso del potere, docente a Parigi, cosa pensa dei fatti francesi? Siamo davvero in guerra come sostengono molti?

«Mantenere la lucidità davanti a un delitto così atroce è difficile, ma non per questo meno necessario. Dunque mi sembra irresponsabile che alcuni abbiano potuto parlare apertamente di guerra. “Guerra” significa un conflitto fra Stati o potenze che si possono identificare e chiamare per nome, il che in questo caso, come in ogni atto di terrorismo, è ovviamente impossibile. Proprio noi in Italia — dove dopo decenni non conosciamo ancora chi siano i mandanti dell’attentato di piazza Fontana — dovremmo essere i primi a saperlo. Ed è proprio questo equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra contro l’Iraq che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo».

Eppure molti pensano che per l’Occidente il conflitto con l’Islam sia inevitabile.

«Invece io penso che sia non meno irresponsabile e odioso identificare genericamente nell’Islam il mandante e il nemico da combattere. Quelli che lo hanno fatto sono senza accorgersene solidali con coloro che vorrebbero condannare. Mi sembra che la manifestazione di domenica mostri che è possibile una reazione ferma e politicamente consapevole, ma che non cade in questi errori. Tanto più che occorre non dimenticare che in un atto di terrorismo, in cui a volte servizi segreti e fanatismo lavorano insieme, è sempre difficile accertare con chiarezza i responsabili ultimi».

Sta dicendo che c’è qualcosa che è stato tenuto nascosto?

«Non sono tra quelli che vedono ovunque possibili complotti, ma la versione dei fatti che è stata riferita presenta delle oscurità e delle incongruenze. E temo che ora diventi sempre più difficile accertare le responsabilità ».

Ma ci sono le telefonate registrate dalla tv francese e i video di rivendicazione che sembrano spiegare tutto in maniera inequivocabile.

«Si parla molto di libertà di stampa ma dovremmo parlare anche delle conseguenze che questo crimine avrà sulla nostra vita quotidiana e sulle libertà politiche, su cui, col pretesto del tutto illusorio di difenderci dal terrorismo, pesa già una legislazione più restrittiva di quella che vigeva sotto il fascismo. Anche perché dopo l’11 settembre in molti paesi, fra cui la Francia, i delitti di terrorismo sono stati sottratti alla magistratura ordinaria. Inoltre come si è potuto vedere in Francia con l’affare Tarnac e in Italia col processo No-Tav, il rischio è che ogni dissenso politico radicale possa essere classificato come terrorismo. Non tutti sanno che il Tulps, il Testo unico sulla pubblica sicurezza emanato sotto il fascismo, è per l’essenziale ancora in vigore, ma che le leggi contro il terrorismo, dagli anni di piombo a oggi, hanno sensibilmente diminuito e diminuiranno sempre più le garanzie che ancora conteneva ».

Ma se la società civile è così vulnerabile, a maggior ragione abbiamo bisogno di leggi che governino la nostra sicurezza.

«La sorveglianza quasi senza limiti che, grazie anche ai dispositivi digitali, vengono esercitate in nome della sicurezza sui cittadini sono incompatibili con una vera democrazia. Da questo punto di vista oggi senza accorgersene stiamo scivolando in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno Stato in cui una vera esistenza politica è semplicemente impossibile. Di qui il progressivo declino della partecipazione alla vita politica che caratterizza le società postindustriali. Temo che, dopo quello che è successo a Parigi, questa situazione peggiorerà ulteriormente ». ( i. v.)

One thought on “Il MULTICULTURALISMO FALLITO, in Francia e in tutt’Europa – I tragici FATTI DI PARIGI mostrano la mancata integrazione della TERZA GENERAZIONE di immigrati – La società europea (che, nazionalista, non si identifica nemmeno lei nell’EUROPA) non riconosce, condivide e valorizza DIVERSITA’ CULTURALI, RELIGIOSE e nuove possibili intelligenze creative

  1. marcella venerdì 8 gennaio 2016 / 16:25

    son daccordo con quanto scrive AM Cossiga: per essere credibile, l’Occidente deve essere più coerente con se stesso e con i propri valori….ma di fatto non lo è!!
    la mia paura è che alcuni valori tipo parita di diritti fra uomo e donna che le donne italiane hanno conquistato negli anni 70, se ne stiano andando alla deriva… aumenta il numero di femminicidi e di abusi sulle donne commesso da uomini italiani , la donna vista come oggetto in noti programmi televisivi etc …forse è per questo che ci sembra normale sentire storie di donne islamiche picchiate e segregate in casa oppure “portate” fuori con il burka etc etc?? Stiamo vivendo in una società “occidentale” che a mio avviso è più maschilista di un tempo , anche se ci sono più donne al potere in varie parti del mondo, la filosofia imperante è quella “maschile” …siamo proprio sicure che aumentare il numero di uomini islamici in italia ( e in europa ) sia “positivo” per le future generazioni ?? una sessantottina …

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