La crudele uccisione del PILOTA GIORDANO: il MONDO, ARABO E NON, sconvolto – La guerra all’ISIS non più delegabile a Curdi e Iraniani: la collera della GIORDANIA spinge i musulmani a ribellarsi agli integralisti assassini – Ma NON si dovrebbero USARE GLI STESSI METODI di rappresaglia e violenza gratuita

GIORDANIA, AMMAN, anche Rania di Giordania alla marcia contro l’Isis e in ricordo del pilota arso vivo: "SIAMO TUTTI MAAZ"
GIORDANIA, AMMAN, anche Rania di Giordania alla marcia contro l’Isis e in ricordo del pilota arso vivo: “SIAMO TUTTI MAAZ”

   Moaz al-Kasasba, pilota giordano precipitato col caccia e catturato dai militanti dell’Isis, è stato assassinato facendolo ardere vivo, chiuso in una gabbia, perché i sostenitori dello Stato islamico hanno deciso via web questo tipo di terribile esecuzione. Cioè è stato indetto un referendum online (usando il social televoto su Twitter) e “il fuoco” è stata la richiesta più votata.

il pilota giordano e il televoto
il pilota giordano e il televoto

   Quel che caratterizza la crudeltà senza limiti degli appartenenti a questa nuova realtà che è l’Isis, che fino al giugno scorso era di fatto stata ignorata dai media internazionali (ma ancor di più dalla politica mondiale), quel che caratterizza è proprio l’esibizione della crudeltà (perché non osiamo pensare a crudeltà nascoste terribili che caratterizzarono in particolare popoli che subiscono la guerra e la violenza quotidiana, e che non vengono esibite ma sono altrettanto orrende…).

   Ogni giorno l’Isis “ci propone” qualcosa di nuovo (si fa per dire), di orribile da vedere: gli sgozzamenti, le crocefissioni… e poco tempo fa (il 14 gennaio) pure il video in cui un ragazzino di 10 anni impugnava una pistola e uccideva due ostaggi russi, accusati di spionaggio.

   E nel rogo assassino del povero giovane pilota giordano, il fuoco che dà la morte a un essere umano, riporta alla memoria i roghi che erano una pratica ufficiale degli stati e delle chiese in Europa, per molti secoli. Ad essere bruciati, a cominciare per primi, gli eretici, cioè cristiani che vivevano la loro religiosità in modo nuovo, magari spontaneo e che non era ammesso rispetto a quella ufficiale, roghi iniziati attorno alla mille. E poi naturalmente l’Inquisizione con le sentenze che emetteva (dal duecento fino alla metà del settecento). Una stima approssimativa calcola che i roghi delle Inquisizioni cattoliche siano stati circa 20 mila: ed è a parte il computo delle streghe bruciate in Europa che gli storici contabilizzano a circa 60 mila.

   La “modernità” rappresentata dall’Isis è invece data (rispetto ai roghi e atrocità del passato, ma anche del presente) dal sapiente uso dato dalla straordinaria forza dei social network. È così che sono finora riusciti a imporsi agli Stati e ai loro apparati militari, a tenere il mondo in balìa della loro crescente espansione e degli adepti che sta facendo nel mondo occidentale.

   Qualcuno pensa, dopo il crudele rogo del pilota giordano, che questi adepti all’islamismo terrorista potrebbero calare: questo continuo rilancio verso la barbarie può rivelarsi pericoloso, se non fatale, per gli islamisti terroristi, anche con una popolazione di origine islamica più o meno ben integrata in Occidente dove i simpatizzanti alle loro cause sono numerosi.

LA GIORDANIA HA SEI MILIONI DI ABITANTI, con il 65 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DI ORIGINE PALESTINESE. E negli ultimi anni è stata costretta ad accogliere DUE MILIONI DI PROFUGHI, soprattutto SIRIANI SCAMPATI ALLA GUERRA CIVILE E POI ALL’ISIS, profughi che hanno sconvolto il suo equilibrio sociale. Le avanguardie dello Stato islamico, l’Isis, hanno probabilmente già attraversato la frontiera giordana (Guido Olimpo, il Corriere della Sera, 5/2/2015)
LA GIORDANIA HA SEI MILIONI DI ABITANTI, con il 65 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DI ORIGINE PALESTINESE. E negli ultimi anni è stata costretta ad accogliere DUE MILIONI DI PROFUGHI, soprattutto SIRIANI SCAMPATI ALLA GUERRA CIVILE E POI ALL’ISIS, profughi che hanno sconvolto il suo equilibrio sociale. Le avanguardie dello Stato islamico, l’Isis, hanno probabilmente già attraversato la frontiera giordana (Guido Olimpo, il Corriere della Sera, 5/2/2015)

   Dall’altra parte c’è ora il coinvolgimento diretto della Giordania nella guerra all’Isis (la collera di un popolo e delle autorità dopo quanto è stato fatto a un loro figlio, il pilota assassinato…). E questo non fa stare più soli i curdi e gli iraniani che finora sono i soli ad aver combattuto sul campo questa espansione dello stato islamico del terrore. E anche il mondo occidentale, al di là dei droni usati dagli americani, potrebbe incominciare ad essere più attivo, a fare qualche azione concreta a un fenomeno che potrebbe sfociare definitivamente nel terrorismo nelle città europee e americane (come è accaduto a Parigi).

   Poi pare che si sia arrestata quell’avanzata dello Stato islamico che fino a pochi mesi fa sembrava inarrestabile. Si parla delle forze curde spalleggiate dall’Occidente che si preparano all’offensiva di primavera contro le periferie di Mosul. Kobane, città siriana ai confini con la Turchia sembra sia stata ripresa (ne parliamo in un articolo di questo post), così come una parte dei territori yazidi attorno a Sinjar. È forse in questa situazione di rallentamento che lo Stato islamico si sta organizzando sui territori conquistati e cerca di aumentare i suoi combattenti da reclutare in ogni parte del pianeta.

i confini del nuovo STATO ISLAMICO
i confini del nuovo STATO ISLAMICO

   Ma il tragico episodio del pilota bruciato vivo fa pensare anche a qualcos’altro nella lotta all’Isis fatta da ora dai paesi arabi (nello specifico la Giordania): invocare e applicare contro gli integralisti assassini la legge del taglione, come fa in sostanza la Giordania eseguendo senza troppi formalismi giuridici le condanne a morte dei terroristi iracheni Ziad al-Karbouli e Sajida al-Rishawi (quest’ultima una donna che doveva farsi esplodere, terrorista coinvolta negli attentati ad Amman nel 2005 che provocarono 60 vittime), ebbene questo metodo di rispondere a crudeltà “gratuite” con altre crudeltà fuori da ogni processo e rispetto del diritto internazionale, questa cosa non può andar bene: cioè non si può rispondere alle nefandezze del nemico sullo stesso terreno.

Nelle scuole del nuovo stato controllato dall’Isis negli ex territori di Iraq e Siria, LE CLASSI DEL CALIFFATO SONO RIGIDAMENTE DIVISE FRA MASCHILI E FEMMINILI e gli insegnati devono essere dello stesso sesso degli allievi. Le divise si ispirano ai precetti salafiti: i maschi devono indossare tuniche larghe che nascondono le forme del corpo, le ragazze il velo che copre i capelli e vestiti con le maniche lunghe per non mostrare le braccia (da “la Stampa”)
Nelle scuole del nuovo stato controllato dall’Isis negli ex territori di Iraq e Siria, LE CLASSI DEL CALIFFATO SONO RIGIDAMENTE DIVISE FRA MASCHILI E FEMMINILI e gli insegnati devono essere dello stesso sesso degli allievi. Le divise si ispirano ai precetti salafiti: i maschi devono indossare tuniche larghe che nascondono le forme del corpo, le ragazze il velo che copre i capelli e vestiti con le maniche lunghe per non mostrare le braccia (da “la Stampa”)

   Qui si vuole sottolineare la pericolosità (e la disumanità dell’applicazione della teoria dell’ “occhio per occhio”. Combattere l’Isis in guerra è abbastanza ovvio che non si può che adottare forme militari anche violente; ma questo non significa dover darsi a rappresaglie evitabili, fuori di ogni diritto internazionale. Esiste ad esempio la CORTE PENALE INTERNAZIONALE dell’Aja, un’istituzione internazionale, che questi crimini (e criminali) dell’Isis dovrà giudicare, proprio perché a questa istituzione è data l’autorità internazionale di giudicare e condannare se provati ogni efferatezza anche in un contesto di guerra.

   Per dire che la mobilitazione contro la barbarie del terrorismo dell’Isis dovrebbe essere sì più convinta, ma anche diversa dai metodi crudeli e “anti-giuridici” che lo stato islamico terroristico sta applicando. (s.m.)

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IL MONDO ARABO SCONVOLTO TENTA UNA TRINCEA COMUNE

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 5/2/2015

   Si può ardere vivo un prigioniero, chiuso in una gabbia, perché i depravati sostenitori dello Stato islamico hanno deciso via web questo tipo di orrenda esecuzione? No, anche alla ferocia c’è un limite.

   Non stupisce quindi che tutto il mondo arabo, a cominciare dai custodi religiosi regionali dell’Islam sunnita, sconvolto dalle modalità dell’esecuzione del pilota giordano, catturato dopo la caduta del suo aereo, abbia condiviso la decisione del re giordano Abdallah, in visita a Washington, di giustiziare immediatamente due jihadisti. Uno dei due è SAJIDA AL RISHAWI, la spietata terrorista coinvolta negli attentati ad Amman nel 2005 provocando 60 vittime.

   Il RE DI GIORDANIA, costretto a interrompere la visita negli Stati Uniti, ha detto che il suo popolo saprà reagire a tutti gli attacchi. È il segno che il mondo libero, che sicuramente non ritiene accettabile il ricorso alla vendetta, comprende la durissima risposta di Amman.

   La guerra al terrorismo, alla quale la Giordania coraggiosamente partecipa, ha regole ferree. Il regno, assediato dai nemici e dai problemi, ha il diritto di difendersi. Ha sei milioni di abitanti, con il 65 per cento della popolazione di origine palestinese. Non solo. Negli ultimi anni è stato costretto ad accogliere due milioni di profughi, soprattutto siriani, che hanno sconvolto il suo equilibrio sociale.

   Lo Stato islamico dei tagliagole di AL BAGHDADI non è lontano, le sue avanguardie hanno probabilmente già attraversato la frontiera giordana. Ora la decisione dei criminali di ardere vivo il pilota, contro qualsiasi interpretazione, persino la più perversa, della legge islamica, ha superato ogni misura.    Ad Amman i tagliagole avevano proposto un baratto: la liberazione di Sajida in cambio della vita del pilota. Il governo era pronto a trattare, ma l’offerta era solo una volgare e vergognosa bugia, perché l’ostaggio era già stato ingabbiato e arso vivo il 3 gennaio.

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QUANDO IL PERDONO È PIÙ FORTE DELLA VENDETTA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 5/2/2015

– Diciamo di voler debellare il male dell’Isis senza tradire i nostri valori. Rischiamo di mancare all’una cosa e all’altra. L’impiccagione obbedisce all’automatismo della ritorsione –

   Noi siamo quelli che dicono di voler debellare il male senza tradire i propri valori. “Noi” rischiamo di mancare all’una cosa e all’altra. Stiamo centellinando in modo grottesco il nostro impegno per fronteggiare e sconfiggere l’infamia del cosiddetto califfato. Stiamo cedendo alla vendetta.

   Il JORDAN TIMES, al cui Paese deve andare la più forte solidarietà, per il costo umano che paga – il supplizio del suo giovane ufficiale pilota, i suoi milioni di profughi – e per il ruolo strategico ai confini del delirio jihadista, affiancava alla notizia sull’esecuzione di Sajida al Rishawi e di un altro terrorista condannato, il resoconto di una conferenza internazionale tenuta ad Amman sul tema de “L’amore e il perdono, sola cura delle radici profonde del terrorismo”, promossa dall’Istituto Reale per i rapporti fra le fedi abramitiche, con la partecipazione del principe Hassan.

   La Giordania aveva deciso di tornare alle esecuzioni capitali, dopo anni di moratoria, prima della cattura di Moaz al Kaseasbeh. Tuttavia l’impiccagione della donna protagonista di una finta trattativa obbedisce all’automatismo della ritorsione. È provato oltretutto che l’lsis, di cui ci si era chiesti perché mirasse alla sua liberazione, non ha mai tenuto alla sua vita ma alla sua morte.

   Si può accostare al proposito di una efficace inflessibilità contro i boia dell’Is una compassione per una terrorista mancata? Sajida doveva a sua volta, dieci anni fa, vendicare i suoi lutti prendendosi una parte nella strage di gente inerme che stava festeggiando un matrimonio in un albergo. Sbagliò, o volle sbagliare, chissà: poi è restata per tutti questi anni in una cella, finché l’ufficio propaganda dell’Is l’ha estratta per consegnarla al boia.

   Nel convegno citato, gli oratori hanno ripetuto che il perdono è un segno di forza, non di debolezza. Il governo giordano non ha creduto di potersi permettere una simile forza. Lo scorso 29 gennaio era successo un episodio significativo a KIRKUK, a ridosso del sanguinoso attacco dell’Is, respinto con gravissime perdite. Nelle strade della città qualcuno aveva legato i cadaveri degli assalitori alle auto e li aveva trascinati in giro.

Le fotografie avevano presto invaso la rete. In una un cadavere veniva preso a sassate da una anziana donna che aveva perduto un famigliare nell’assalto. Si è detto, senza conferma, che altre foto mostrassero cadaveri decapitati. Alcuni commenti giustificavano la barbarie con la necessità di rincuorare una popolazione terrorizzata dall’attacco di artiglieria, cecchini, autobombe e terroristi suicidi nelle strade di casa.

Le autorità militari e civili curde hanno deplorato l’accaduto e aperto un’indagine per appurare se un’auto della polizia cittadina vi avesse preso parte. La presidenza curda ha condannato «il trattamento inumano dei corpi, di chiunque siano e qualunque cosa abbiano potuto commettere. È insopportabile che si copi così la crudeltà dell’Is». (Adriano Sofri)

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ANCHE ALL’ISIAM SERVE UN’ALTRA LOGICA VINCERE CON LE IDEE

di Khaled Fouad Allam, da AVVENIRE del 5/2/2015

   II vocabolario pare completamente impotente per descrivere le immagini della condanna a morte per mano dell’Is del pilota giordano: chiuso come un animale in gabbia e dato alle fiamme come un qualunque oggetto. Va ben oltre a ciò che noi chiamiamo barbarie, e il linguaggio non riesce a descrivere tale orrore.

   Le immagini hanno girato il mondo via internet – che non conosce le frontiere della morale – e mostrano ciò che all’inizio di questo secolo l’essere umano è ancora capace di commettere. Sembra un brutto corto circuito della storia, qualcosa che non si trova nemmeno fra la preistoria e le pagine più buie del Medioevo.

   Le immagini hanno suscitato il profondo disgusto anche da parte della comunità musulmana e delle autorità musulmane e l’IMAM DELL’UNIVERSITÀ DI AL-AZHAR (università che forma il personale di culto del mondo musulmano) ha denunciato questo orribile atto.

   Analizzando il suo discorso di condanna, si rimane sorpresi da un certo tipo di logica e di atteggiamento dinnanzi all’argomentazione della condanna stessa. Appare così evidente che questo tipo di atteggiamento è significativo di un fatto: una parte dell’islam o della visione di ciò che è il diritto musulmano, in particolar modo il diritto penale, non governa assolutamente i meccanismi di produzione della violenza.

   Così la seconda sequenza del discorso di condanna pronunciata dall’imam di al-Azhar lascia un certo sgomento perché, utilizzando una specie di logica legata alla cultura dell’Antico Testamento, si pone verbalmente in modo simmetrico alla violenza perpetrata dall’Is. Ovviamente sono solo parole, ma le parole e il lessico possono nascondere mali oscuri, come dimostrò l’antropologo delle religioni e psichiatra RENÉ GIRARD nel suo suggestivo saggio “Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”.

   Questa violenza che lui definì come rivalità mimetica è presente purtroppo nella seconda parte del testo dell’imam. La rivalità mimetica in relazione alla violenza si autoalimenta dalla violenza stessa perché incapace di trovare un’alternativa alla violenza. È un errore fondamentale perché, provenendo da un’autorità religiosa, si sarebbe dovuto adottare tutt’altro tipo di discorso, se pensiamo che ci sono stati gesti comuni alle diverse religioni come la preghiera per la pace del 1986 ad Assisi.

   E prima ancora l’esempio venuto dal Concilio Vaticano II della Chiesa cattolica. E, poi, numerosi incontri di pace dove accanto a uomini e donne di fedi diverse furono presenti delegazioni di musulmani. Cadere nell’immagine e nelle metafore dell’universo dell’« occhio per occhio» non ci aiuta per nulla.

   Egli avrebbe dovuto fare una cosa completamente diversa: aprire il discorso non sulla logica della punizione o della vendetta, bensì su idee che possano liberare l’uomo dalla sua malvagità, come ad esempio ribadire il fatto che esiste da tempo un’istituzione internazionale, la CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA, e che questi criminali dell’Is possono essere deferiti dinnanzi a questo tribunale che giudica i crimini di guerra più efferati, che siano individuali o collettivi.

   Questo sarebbe stato molto importante e innovativo, come pensiero e come azione, perché quel Tribunale non è soltanto il luogo della condanna, ma il luogo dove le idee più assurde sono smantellate in nome della ricerca della giustizia e della pace.

   Idee contro idee: è così che l’umanità potrà fare progressi, quando sarà capace di guardare in faccia se stessa, e ascoltare dinnanzi al mondo i fatti e le idee più terribili. Giudicarli. E intimare non la «ripetizione», ma il «mai più». Certo, un tribunale non cambierà da solo il mondo, ma almeno ci mette in guardia, ci da un luogo a cui guardare con fiducia e ci aiuta a progredire lentamente, anche se solo di un millimetro alla volta. (Khaled Fouad Allam)

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IL COLTELLO, LE PIETRE E IL FUOCO DELL’IS: MILLE VOLTE MORTE

di Ferdinando Camon, da AVVENIRE del 5/2/2015

   Spero che non abbiate visto il pilota giordano bruciato vivo dall’Is. È una visione che fa soltanto del male. Ma allora, perché la mettono in internet? Proprio per questo: per farvi, per farci del male. Lo ha dichiarato il cosiddetto jihadista londinese: «Siamo assetati del vostro sangue».

   Se per l’esecuzione dei prigionieri cercano modalità sempre più dolorose, è perché vogliono il “nostro” dolore, di noi che vediamo: infatti mettono in internet le esecuzioni, che proprio a questo scopo sono compiute, cioè per essere viste da tutti. Da tutti significa, per loro, fedeli e infedeli.

   Ma gli effetti a cui mirano sono distinti: nei fedeli vogliono rafforzare la baldanza, lo spirito di guerra, l’attesa della vittoria; negli infedeli, cioè in noi, vogliono calare l’angoscia, la depressione, la sfiducia.

   Nei fedeli il messaggio è: “Stiamo vincendo, siamo invincibili”. Negli infedeli: ” Sono troppo forti, non possiamo vincerli”. Se potessero, mostrerebbero l’esecuzione di mille nostri prigionieri. Ma non possono, perché non ne hanno mille. Ne hanno uno. Allora uccidono quell’uno mille volte, cioè gl’infliggono una morte pari a mille volte la morte. È questa, la gabbia di fuoco, con dentro il prigioniero vestito di una tunica intrisa di benzina.

   Sono appena stato a Roma, a mostrare il Colosseo a un amico, e stavolta ho imparato che anche i romani rivestivano i condannati di una tunica infiammabile, e la chiamavano «tunica molesta». Questa di bruciare il pilota giordano pare una fantasia malata del solito jihadista londinese sgozzatore, ma non è così: è stato indetto un referendum online, e quella, il fuoco, è stata la richiesta più votata. Non è dunque un singolo jihadista che reinventa il rogo.

   È appena passata la Giornata della Memoria, e quest’anno avevo sentito una definizione che m’è rimasta impressa: parlava un rappresentante dei perseguitati, e diceva: «L’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza». Capisco. Perché lui pensava alla pluriennale persecuzione, alla perdita di case, negozi, lavoro, libertà, di cui ai non-perseguitati non importava nulla.

   Però l’indifferenza permette all’odio di scatenarsi, ma il vero nemico dell’amore è l’odio. E l’odio esiste. I jihadisti che bruciano questo prigioniero, e tutti quelli che han votato online per bruciarlo, sono pieni di odio. E qui c’è un problema, che loro non hanno ancora capito: sono in una fase insurrezionale-rivoluzionaria, vogliono instaurare uno Stato nuovo e assoluto, ma è un’esperienza che l’umanità ha già visto altre volte nella sua storia, e ormai tanti hanno compreso che la violenza, le torture, le condanne sommarie, le esecuzioni a catena, non sono un’introduzione provvisoria e separata alla civiltà che si vuole instaurare, ma “sono” quella civiltà. È stato così col comunismo. Col fascismo. Col nazismo.

   È l’uso del terrore come ideologia. L’ls, lo stato islamico, sta facendo un uso terroristico del suo islam. Quel che ha fatto in questi giorni (ha mozzato la testa a degli ostaggi, ha scaraventato giù dal settimo piano un omosessuale, ha bruciato vivo un prigioniero, ha lapidato qualche adultera…) non è uno sgradevole incidente di percorso, una triste necessità per la conquista del potere, ma è lo statuto del suo potere: se vince, farà così.

   E questo rogo, queste decapitazioni, queste lapidazioni non sono un atto di guerra alla Siria, alla Giordania, all’America, ma all’umanità. I quattro soldati a cavallo che per primi arrivarono ad Auschwitz e aprirono i cancelli, racconta Levi, rimasero ammutoliti per la vergogna. Loro non c’entravano con quella barbarie, erano l’umanità innocente, ma vedendo Auschwitz l’umanità si vergognava. Noi abbiamo visto un prigioniero bruciato vivo. E la depressione che proviamo è vergogna. (Ferdinando Camon)

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ISIS, DALLE ORIGINI AL CALIFFATO

di Giordano Stabile, da “la Stampa” del 1/1/2015

   Nel mese di giugno dello scorso anno, con l’avanzata in IRAQ e la conquista di MOSUL da parte dei guerriglieri sunniti il mondo ha conosciuto la ferocia dell’ISIS. AL BAGHDADI, proclamatosi “Califfo”, è il nuovo volto dell’offensiva islamista. Ecco perché lo Stato islamico è, o sembra, così forte

Quali sono le radici storiche dell’Isis?

Lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), da giugno Stato islamico (IS), è un ibrido di organizzazione terroristica, unità di guerriglia, esercito strutturato e istituzioni parastatali. Le radici affondano a 25 anni fa. Nel 1989 un islamista giordano, ABU MUSAB AL ZARQAWI, arriva in Afghanistan. Troppo tardi per combattere i sovietici in ritirata ma in tempo per diventare discepolo di OSAMA BIN LADEN. Nel 2001, dopo la caduta dei taleban, Al Zarqawi fugge in Iraq.

È diverso da Al Qaeda?

Nel 2003 SADDAM HUSSEIN è abbattuto dagli americani. Un anno dopo Al Zarqawi fonda AL QAEDA IN IRAQ (AQI). Con una particolarità: non attacca le truppe Usa ma altri islamici, l’etnia sciita nemica dell’ortodossia sunnita. Il settarismo di Al Zarqawi viene sanzionato dalla leadership di Al Qaeda. Inutilmente. Finché Al Zarqawi è ucciso in un raid, nel 2006.

Come è riuscito Al Baghdadi a espandersi fino a controllare territori grandi come la Francia?

AL BAGHDADI assume la guida dell’Aqi nel 2011 e la ribattezza Stato islamico dell’Iraq (Isi). Gli americani si stanno ritirando, il premier iracheno, lo sciita NOURI AL MALIKI, discrimina i sunniti. A differenza di Al Zarqawi, Al Baghdadi è iracheno e usa la sua rete di relazioni tribali per allargare l’alleanza anti-sciita. Una coincidenza lo aiuta. Nella vicina Siria il presidente alawita (sciita) BASHAR AL ASSAD opprime la maggioranza sunnita ma non controlla i territori confinanti con l’Iraq. L’Isi penetra in Siria, nel maggio del 2013 occupa la città di RAQQA, e viene rinominato ISIS, Stato islamico dell’Iraq e della Siria.

Quanto ha contato la presa di Mosul?

Al Baghdadi ha finora mostrato capacità strategica. Il suo luogotenente ABU OMAR AL SHISHANI (il ceceno) coglie le opportunità tattiche. L’esercito iracheno non obbedisce ai nuovi comandanti sciiti. Sulla carta ha 270 mila uomini, ma solo un decimo combatte. L’Isis si è ingrossato in Siria con l’arrivo di jihadisti dal mondo islamico e dall’Europa e conta 50 mila combattenti. Con un blitz, nel giugno 2014 Al Shishani sposta una colonna motorizza dalla Siria all’Iraq e occupa Mosul, 2 milioni di abitanti. Al Baghdadi fonda allora lo Stato islamico su quasi mezza Siria e mezzo Iraq. Si autonomina CALIFFO, guida spirituale e politica di tutti i popoli islamici, e governa 10 milioni di sudditi. Ora ha 80mila uomini.

Perché l’Isis è così crudele?

Al Baghdadi fonda la sua ideologia sulla purezza dell’islam nella versione salafita: chi non si adegua va eliminato. Nel bersaglio finiscono SCIITI, CRISTIANI, YAZIDI, CURDI, LAICI. In due anni si stima che l’Isis abbia ucciso 10mila militari e altrettanti civili. Una lettura letterale del Corano porta a giustificare uccisioni, riduzione in schiavitù, stupri. La ferocia delle esecuzioni serve a intimidire i nemici, a galvanizzare gli estremisti, da monito ai timidi. È il cemento del suo potere.

Perché i raid americani non l’hanno distrutto?

Da agosto gli Usa hanno condotto 1400 raid e ucciso oltre mille miliziani. Ma Al Baghdadi ha resistito in passato all’occupazione americana ed è stato loro prigioniero. Sa come limitare i danni. Sul terreno manca un esercito vero in grado di contrastarlo. Solo i CURDI sono riusciti a condurre controffensive serie a Kobane e sul Monte Sinjar.

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NO ALLA MUSICA, SÌ ALLE SCIENZE: LA SCUOLA SECONDO IL CALIFFO

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 25/10/2014

– da Aleppo a Mosul “cancellati” Siria e Iraq, insegnamenti secondo la sharia più rigida –

   Abolite musica, arte e filosofia, cancellato ogni riferimento alle nazioni di Siria e Iraq, nessun contatto maschi-femmine e interruzione obbligatoria delle lezioni in coincidenza con le preghiere islamiche: è la scuola modello Jihad ovvero le direttive per il nuovo anno scolastico che il Califfo Abu Bakr Al-Baghdadi ha fatto distribuire a tutti gli istituti sui territori controllati dallo Stato Islamico (Isis), promettendo «pene severe» nei confronti di chiunque dovesse disobbedirgli.

Le scienze religiose

Le scuole di Raqqa e Mosul, le due maggiori città controllate da Isis, sono state le prime a ricevere l’editto emanato dal «Diwan della Conoscenza» ovvero il ministero dell’Educazione del Califfato che si propone con le nuove norme di «eliminare l’ignoranza, diffondere le scienze religiose e combattere i falsi curriculum».

Bandito il nazionalismo

Il fondamentale divieto riguarda ogni riferimento agli Stati di Iraq e Siria sotto qualsiasi forma: patriottismo e nazionalismo sono banditi, inni e canzoni scolastiche vengono modificate e ovunque vi siano riferimenti agli Stati post-coloniali sostituiti dal Califfato la disposizione «obbligatoria» è sostituirli con la dicitura «Stato Islamico». L’evidente intento è sfruttare le scuole per sedimentare nelle nuove generazioni la convinzione che il Califfato esiste ed è destinato a durare negli anni a venire.

Le materie proibite

Nelle scuole dell’area che si estende dalla periferia di Aleppo a quella di Baghdad non sarà più possibile studiare musica, arte, filosofia, sociologia, psicologia, storia nonché educazione religiosa di fedi diverse dall’Islam sunnita. Si tratta di materie considerate «diaboliche» e «devianti» che scompaiono del tutto mentre fisica, chimica, matematica e scienze restano nei curriculum seppur con alcune limitazioni. Anzitutto nei libri di testo devono essere strappate le pagine con immagini «contrarie all’Islam» e poi c’è il divieto assoluto di avvicinarsi alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin «perché la Terra è stata creata da Allah». Il Califfo tiene invece molto all’apprendimento delle lingue e l’editto promuove non solo la conoscenza dell’arabo, ma anche dell’inglese, lasciando intendere di voler allevare una generazione di jihadisti in grado di muoversi senza restrizioni in giro per il mondo.

Le soste per pregare

L’imposizione della legge islamica – la Sharia – è universale ed assoluta, con frequenti riferimenti a teorie salafite e il richiamo a libri di studio ampiamente diffusi in Arabia Saudita. Ciò significa totale segregazione fra maschi e femmine in classi separate e con insegnanti solo dello stesso sesso nonché l’obbligo di «abiti rispettosi della legge islamica» e delle «soste per pregare». In occasione delle cinque preghiere quotidiane che ogni musulmano è chiamato a pronunciare le classi saranno dunque «sospese», per consentire di rivolgersi in raccoglimento verso La Mecca.

Insegnanti precettati

Assieme alle dettagliate disposizioni su materie, abbigliamento e classi, l’editto del Califfo dello Stato islamico si rivolge anche a «insegnanti, bidelli e personale amministrativo di tutte le scuole» affermando che «sono tenuti a rimanere sul posto di lavoro ed a svolgere le loro mansioni» perché se dovessero andare via, dimostrando dunque dissenso verso Isis, andrebbero «incontro a sanzioni personali e contro i loro famigliari». Ovvero, Abu Bakr al Baghdadi impone al personale scolastico di applicare le sue direttive, minacciando aspre sanzioni in caso di opposizione. «Il dovere degli insegnanti è di servire i musulmani – si legge in una comunicazione diramata a Mosul – per consentire ai residenti dello Stato Islamico di migliorare in tutti i campi della fede e delle scienze».

Il monito agli studenti

L’editto si conclude con un esplicita minaccia, formulata in maniera da investire anche gli studenti di qualsiasi età: «Gli annunci fatti sono vincolanti, chiunque agirà in contrasto con quanto stabilito andrà incontro a dure punizioni». Ciò significa che essere trovati in possesso di uno spartito musicale, di un libro di filosofia o di un’immagine «oscena» comporterà sanzioni severe.

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CHE FINE HA FATTO KOBANE? L’ENCLAVE CURDA IN SIRIA TRA JIHADISTI E TURCHIA

di Ennio Remondino, 5/1/2015, dal sito http://www.remocontro.it/

– La ‘Stalingrado’ dei curdi contro lo Stato Islamico dopo 3 mesi di battaglia. Chi sta vincendo a Kobane? –

   Labile memoria della cronaca: prima fu overdose di notizie senza novità sulla città assediata di Kobane. L’attacco jihadista, l’eroica resistenza curda, le bombe americane, l’indifferenza turca. Poi la dimenticanza del giornalismo da asporto: quando la notizia annoia la tolgo dal ‘banco vendita’

   L’overdose di un racconto anche quando non c’erano notizie, poi la dimenticanza del giornalismo opportunista che distribuisce la sua attenzione sulla base del gradimento e non dell’importanza del fatto stesso. Noi e pochi altri -in questo caso Analisi Difesa– insistiamo a curiosare su tutti i fronti.

KOBANE (dal sito www.remocontro.it)
KOBANE (dal sito http://www.remocontro.it)

   E a Kobane, dopo tre mesi di battaglia è ancora difficile capire chi stia vincendo. La resistenza curda ha respinto l’attacco dei miliziani Isis che sembrava incontenibile, ma ancora si combatte e gli esiti restano incerti. Ecco la definizione di ‘Stalingrado’ dei curdi: chi vince la battaglia vincerà la guerra.

   Nelle contrapposte propagande, siamo passati dello Stato Islamico incontenibile e con la vittoria in pugno, alla resistenza curda che non solo tiene ma sta per rompere l’assedio. Salvo la certezza del gioco sporco della Turchia e il sostegno Usa e della Coalizione solo da ‘alta quota’, ben distante, su cosa sta ora accadendo a Kobane sappiamo troppo poco. Adesso sembra che a resistere siano gli jihadisti. Nonostante i rinforzi curdi dall’Iraq e i raid aerei alleati sulla Siria concentrati su settori occupati da Isis, le milizie jihadiste tengono duro e controllerebbero ancora parte del centro urbano.

   Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una ong legata ai ribelli che combattono il regime di Bashar Assad che conta su una rete di attivisti in tutta la Siria, il 70% di Kobane ‘È nelle mani delle forze curde’. L’avanzata nella parte orientale del quartiere di Sofyan, a sud di Kobane. Solo tre giorni prima le stime erano un po’ più prudenti. Il 60% della città in mano curda, diceva il direttore dell’Osservatorio. Altre aree dove i miliziani sono stati costretti a ritirarsi sono state minate. L’Isis si sarebbe anche ritirato dal quartier generale curdo nel nord della città e dal centro di Kobane.

   L’offensiva curda sta cacciando i jihadisti e Kobane sarà presto liberata? Meglio essere prudenti. Il 22 dicembre il comandante delle forze curde Shirwan Sabindari, aveva annunciato che l’85% della città era liberata. Discrepanze troppo rilevanti. Dall’85 al 60% di territorio vuol dire che a Natale i jihadisti hanno lanciato un contrattacco che ha permesso di riguadagnare terreno e di cui nessuno ha parlato. Utile ricordare che quando gli jihadisti a settembre diedero il via all’offensiva su Kobane riuscirono ad occupare circa il 60% del centro urbano prima di venire arginate dai curdi e dai jet alleati. (Ennio Remondino)

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LA CORSA ALL’ORRORE DEGLI SPOT DELL’IS GUARDA ALL’EUROPA MA SPAVENTA L’ISLAM

di Gilles Kepel, da “la Repubblica” del 5/2/2015

– I video delle esecuzioni hanno l’obiettivo di captare l’attenzione della Rete e attrarre simpatizzanti. Ma la morte del pilota potrebbe fermare il reclutamento –

   IL TERRORISMO islamista è costretto a rinnovarsi nell’orrore, con un’inventiva permanente dell’abominio. Le crocifissioni, le decapitazioni e, adesso, la cremazione di un essere vivente servono anzitutto a captare l’attenzione della Rete.

   Ma la guerra di propaganda può rivelarsi un’arma a doppio taglio, e quest’orrore spinto all’estremo, verso limiti che sembrano avanzare a ogni video, può diventare una trappola. I jihadisti corrono sempre il rischio di oltrepassare l’accettabile, com’è accaduto il 3 gennaio scorso quanto hanno bruciato vivo in una gabbia d’acciaio un pilota giordano, eseguendo una sentenza che non ha nessun precedente conosciuto nella storia delle civiltà musulmane e che non riposa su nessun testo sacro, contrariamente allo sgozzamento, su cui invece abbondano gli esempi e le citazioni.

   L’ultimo video dello Stato islamico è stato diffuso il giorno in cui il re della Giordania era in visita a Washington per celebrare l’alleanza tra i due Paesi. Ancora una volta, il senso dell’opportunismo politico del sedicente Califfato s’è dimostrato vincente, poiché il sovrano hashemita è stato costretto a interrompere la sua visita in America e a rientrare in Giordania in fretta e furia. I jihadisti hanno nuovamente raggiunto il loro obiettivo con un sapiente uso della straordinaria forza dei social network. È così che sono finora riusciti a imporsi agli Stati e ai loro apparati militari.

   La tradizione islamica vieta la cremazione di esseri viventi, eppure, nella loro mente gli islamisti hanno voluto comminare al pilota giordano una morte così infamante che hanno giustificato con la ricerca di una vendetta esemplare. La pena che gli è stata inflitta ricorda lo sgozzamento teatralizzato dei piloti dell’aviazione di Damasco che due mesi fa sconvolse il mondo intero. Lo Stato islamico pensò che per chi è bombardato con barili carichi di tritolo, quelle morti dovevano apparire come un castigo meritato perché nulla è più atroce che vedere i propri figli bruciare tra le fiamme e la propria casa distrutta dall’esplosivo. È lo stesso ragionamento usato stavolta: il fuoco che brucia il pilota è la risposta al fuoco degli incendi che scatenano i bombardamenti aerei.

   Ma al di là dell’opportunismo politico e della legge del taglione che passano attraverso la Rete, ci si può chiedere se lo Stato islamico non abbia commesso un grave errore nella sua continua ricerca di attrarre bande di simpatizzanti sempre più numerosi. Quest’ultimo crimine è come se avesse innescato l’effetto contrario a quello sperato, e invertito la tendenza che era dell’arruolamento volontario e massiccio tra le sua fila.

   Le fiamme che lambiscono il pilota prima di carbonizzarlo hanno suscitato nelle masse del mondo musulmano un sentimento di orrore. Nel suo insieme la comunità islamica ha rigettato in blocco una setta che ai suoi occhi è ormai vittima di quello che gli arabi chiamano gholu, ossia esagerazione. E in questo caso l’esagerazione è un crimine perché tanto orrore provoca disgusto e rabbia e pone la comunità dei credenti musulmani in situazione di debolezza nei confronti dei suoi potenziali nemici. Le manifestazioni nella città natale del pilota bruciato sono state violentissime, e il rifiuto dello Stato islamico ha raggiunto un livello mai registrato prima.

   Tuttavia, a fianco di queste manifestazioni popolari di sdegno c’è la paura innescata nei Paesi arabi che partecipano ai raid della coalizione internazionale, al punto che almeno uno di loro, gli Emirati arabi uniti, ha deciso di non inviare più i suoi piloti a bombardare i territori conquistati dallo Stato islamico per scongiurare eventuali conseguenze alla loro cattura.

   Come hanno dimostrato le reazioni di condanna in Giordania, questo rilancio verso la barbarie può rivelarsi pericoloso, se non fatale, per gli islamisti, anche con una popolazione dove i simpatizzanti alle loro cause sono numerosi.

   Ora, è verosimile che anche le banlieues di Parigi o di Marsiglia vivano la stessa ripulsa nei confronti dell’ultima efferatezza jihadista, e che nelle prossime settimane meno giovani partiranno a combattere in Siria e in Iraq. Adesso i musulmani invece di solidarizzare con i jihadisti potrebbero prendere le distanze dal loro operato e dai loro crimini.

   Accade anche tra gli islamici più moderati di Francia e d’Europa. Un mese dopo gli attentati di Parigi, sono molti i musulmani che si fanno un esame di coscienza, compresi coloro per i quali i disegnatori di Charlie Hebdo, colpevoli di blasfemia con le caricature del Profeta, se l’erano “cercata” la fine che hanno fatto.

   Tutti si chiedono per prima cosa in quale modo la coabitazione è ancora possibile con il resto della società francese, e se non è meglio condannare molto più radicalmente di una volta quei jihadisti che “esagerano”.

   Nel frattempo, sul terreno s’è arrestata quell’avanzata dello Stato islamico che fino a pochi mesi fa sembrava inarrestabile: mentre le forze curde spalleggiate dall’Occidente si preparano all’offensiva di primavera contro le periferie di Mosul, Kobane è stata ripresa, così come una parte dei territori yazidi attorno a Sinjar. È anche per questo che lo Stato islamico vuole ad ogni costo aumentare i suoi effettivi. Ma quanto ha compiuto all’inizio dell’anno sembra aver provocato l’effetto opposto. (Gilles Kepel)

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Faida nell’Islam

L’IMAM CONTRO L’ISIS: “È SATANA, SIA CROCIFISSO”

di Giampiero Gramaglia, da “il Fatto Quotidiano” del 5/2/2015 – La guida spirituale sunnita egiziana scaglia la fatwa contro i jihadisti – Rappresaglia della Giordania: uccisa la kamikaze detenuta –

   Su una piazza di una località non identificata, dove si proietta su un grande schermo l’esecuzione del pilota giordano Muath al-Kasassbeh, bruciato vivo dai miliziani jihadisti, un bambino parla: “Se fosse qui, mi piacerebbe bruciarlo con le mie mani. Voglio catturare i piloti e bruciarli”.

   Al Cairo, il Grande Sceicco dell’Università al-Azhar, Ahmed al-Tayeb, alta autorità sunnita, riverita nel mondo intero, esprime, in un comunicato, rabbia profonda per l’uccisione del pilota e definisce gli integralisti “un gruppo satanico, terrorista”: gli assassini meritano di essere “uccisi, crocifissi e di avere gli arti amputati”. È un verso del Corano che indica la pena per chi “uccide sfrenatamente gli innocenti senza peccato”: per l’Islam “solo Allah può punire con le fiamme”.

   SONO DUE FACCE delle reazioni islamiche alla barbara esecuzione del pilota giordano e al video che ne documenta l’atrocità: due facce opposte, entrambe da commentare con prudenza. L’attendibilità del filmato col bambino, intitolato “La gioia dei musulmani per il rogo del pilota giordano” e intercettato dal Site, che monitora le attività integraliste online, è da dimostrare: viene da Raqqa, città siriana, oggi nel Califfato, ed è una produzione dell’ufficio stampa delle milizie integraliste.

   Come il video del 14 gennaio in cui un ragazzino di 10 anni impugnava una pistola e uccideva due ostaggi russi, accusati di spionaggio. Il ‘mini-killer’ aveva accanto un terrorista, barba lunga e kalashnikov. Nel nuovo video, il protagonista ha una tuta mimetica e un cappellino blu.

   Propaganda e proselitismo. Tutti i presenti approvano l’esecuzione. “Bambini e donne innocenti – dice uno – sono arsi vivi e sepolti sotto le macerie dai raid” della coalizione internazionale: in un contrappasso, al-Kasassbeh è stato prima bruciato e poi sepolto sotto le macerie da un bulldozer. Anche la fatwa emanata dal Grande Sceicco non è oro colato. L’autorità culturale e religiosa sunnita di al-Azhar è allineata al regime del generale al Sisi, che imprigiona i Fratelli Musulmani e li equipara a terroristi. Al-Tayeb invita la comunità internazionale a combattere contro “chi offende l’Islam e il profeta Maometto”.

   Certo, non soddisfa un sentimento di giustizia invocare e applicare contro gli integralisti assassini la legge del taglione, come fa in sostanza la Giordania del re ‘americano’ Abdallah II, eseguendo senza troppi formalismi giuridici le condanne a morte dei terroristi iracheni Ziad al-Karbouli e Sajida al-Rishawi – una donna.

   In un crescendo di istigazione all’odio, i jihadisti pubblicano le generalità di 60 “piloti giordani della coalizione crociata” internazionale a guida Usa impegnata nelle operazioni in Siria e in Iraq, mettendo una taglia su di essi: “100 dinari d’oro a chiunque uccida un pilota crociato”.

   IN GIORDANIA, la voglia di vendetta è alimentata dalla famiglia al Kassasbeh: Safi, il padre del pilota, la chiede espressamente, invitando le tribù giordane a fare fronte comune contro lo Stato islamico e chiedendo che la coalizione, cui Amman partecipa, “distrugga” gli jihadisti. A Karak, la città natale di Muath, manifestanti marciano chiedendo “vendetta” e gridando slogan di sostegno al re.

manifestazioni in Giordania dopo l'uccisione di Moaz al Kaseasbeh
manifestazioni in Giordania dopo l’uccisione di Moaz al Kaseasbeh

   Anche l’organizzazione dei Fratelli Musulmani giordani, in contrasto con le autorità di Amman, condanna l’uccisione del pilota, ma chiede di uscire dalla coalizione, come avrebbero già fatto – scrive il Nytimes – gli Emirati Arabi Uniti, proprio dopo la cattura del pilota giordano.

   Le reazioni ufficiali nel Mondo arabo sono spesso allineate. Quelle occidentali sono unanimi: sdegno e condanna. Il presidente egiziano al Sisi rinnova l’appoggio ad Amman nella lotta al terrorismo. Il Qatar, spesso accusato di avere contribuito al rafforzamento dell’Isis, s’unisce al coro. Gli Emirati definiscono lo Stato islamico “un male da eradicare senza ulteriori indugi”. L’Unione degli ulema, vicina ai Fratelli musulmani, parla di un “crimine vile, che contrasta con la sharia”. La Siria, nel denunciare “l’efferata uccisione”, chiede alla Giordania una maggiore collaborazione contro lo Stato islamico e il Fronte al Nusra, ramo siriano di al Qaeda. In Iraq, il predicatore sciita Moqtada al Sadr, le cui Brigate della Pace combattono sul terreno gli jihadisti, depreca il crimine, ma invita i paesi arabi a interrompere la collaborazione con gli occidentali. Fonti iraniane bollano l’uccisione del pilota come “disumana e anti islamica” ed esprimono vicinanza alla Giordania. (Giampiero Gramaglia)

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IL CORPO NEGATO NEL GIORNO DEL GIUDIZIO

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 5/2/2015

   ANCHE Al AZHAR, storico centro teologico del mondo sunnita, condanna l’orribile fine di Moaz al Kaseasbeh, arso vivo dagli aguzzini dell’Is che poi hanno coperto i suoi poveri, e anneriti, resti sotto un cumulo di macerie.

   Distruzione totale del corpo e negata sepoltura del cadavere integro destinate a impedire, nel giorno del Giudizio, la comparsa davanti ad Allah che, nella sua onnipotenza, deciderà chi salvare o meno, a chi consentire l’accesso al Paradiso o infliggere il tormento eterno.

   Nella credenza religiosa si ritiene che in quel decisivo momento ogni uomo avrà appeso al collo il suo destino, ovvero un rotolo che funge da sorta di registro delle sue azioni buone o cattive. E che il peso di queste azioni deciderà della sua sorte.

   Decapitare qualcuno o distruggerne il corpo impedisce alla vittima di comparire davanti a Dio. Da qui la condanna da parte dell’imam di Al Azhar Ahmed el Tayeb che ha invocato l’uccisione, la crocifissione, l’amputazione, per quanti hanno violato la vita e il corpo di Moaz.    La crocifissione rappresenta, coranicamente, una delle pene più atroci da infliggere ai trasgressori della Legge divina. Secondo Al Azhar, dunque, gli uomini dell’Is non sono autentici credenti, ma devianti religiosi.

Tayeb non si spinge sino a considerarli non musulmani, il che aprirebbe la questione potenzialmente esplosiva del takfir, l’accusa di empietà che, in assenza di una gerarchia religiosa riconosciuta, tutti, come già fanno i radicali, potrebbero invocare contro tutti. Li condanna, però, come contrari alla lettera del messaggio divino.

   Una pronuncia che può contribuire a isolare i seguaci di Al Baghdadi. Anche se la crisi del monopolio dell’interpretazione attutisce la portata della pronuncia di Al Azhar.

   Dal momento che, per avere successo, il contrasto alla deriva jihadista deve passare anche per la delegittimazione delle posizioni di chi usa simboli religiosi per dare forma a un’ideologia politica, le pur tardive parole dell’imam azharita costituiscono comunque un fatto rilevante. (Renzo Guolo)

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IL PILOTA GIORDANO UCCISO: NON CEDIAMO AL RICATTO E RICORDIAMOLO COSÌ

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 4/2/2015

   Un uomo, il pilota giordano prigioniero, che muore bruciato vivo, mugolando mordendo ululando: la sua morte che ansa geme biascica, il muggito della bestia al macello, davanti all’occhio osceno della telecamera che ne garantisce una illusionistica moltiplicazione senza fine.

Moaz al Kaseasbeh, il pilota giordano catturato  nei giorni scorsi dai miliziani dello Stato islamico (Isis) a nord della Siria e bruciato vivo
Moaz al Kaseasbeh, il pilota giordano catturato nei giorni scorsi dai miliziani dello Stato islamico (Isis) a nord della Siria e bruciato vivo

   E’ il binario inflessibile dei suoi aguzzini, i boia del califfato, questa mediorientale sagra della morte la cui stazione finale è il delitto… Qualche tempo fa davanti ad altre immagini altrettanto funeste, un giornalista sgozzato, lo stesso raccapriccio, il senso di disfatta sanguinosa, gli irriferibili orrori, ho pensato, in questo dibattito il cui vetriolo ci porterà lontano, che era giusto mostrare. Per capire l’immensità della sfida che ci sta di fronte; con la curiosità del soldato che si arrischi fuori dalla trincea per vedere finalmente il nemico allo scoperto. Ora altro tempo è passato: in cui ho cercato di compiere tutto il lavoro esistenziale che l’essere sopravvissuto a un fanatismo assassino mi ha assegnato come obbligo. So che ho avuto un privilegio, ho visto il vero volto di questo secolo che nasce, ho guardato negli occhi della Gorgone e ho potuto proseguire vivo. Ma ho scoperto, in questo tempo purtroppo non vuoto, che in realtà non potevo liberarmi di quella visione, che quel volto mi avrebbe tenuto legato a sé per sempre, che continuerà a mordermi le viscere.

   La mia disgrazia non ha nulla di strano, centinaia, migliaia di uomini in varie parti del mondo totalitario, sentono pronunciare dentro di sé una condanna simile. Guardare negli occhi la Gorgone. Conoscono come me la loro debolezza. Muoiono ogni giorno lentamente nello spavento della tenebra intravista. Guardare, aver visto, è il nascere dentro di sé di una sorta di tolleranza, quasi irresistibile a lungo andare: perché non tenta di misurarsi con il dolore ma gli scivola dentro, ne fa a poco a poco una abitudine.

   Sì, il veleno è entrato in me e non mi lascerà più, cola nell’anima come attraverso un crivello. E quando la nostra sofferenza è passata di pietà in pietà come di bocca in bocca mi sembra che non possiamo più rispettarla né amarla… Rischiamo tutti di diventare prigionieri, avvelenati da questa stessa infezione nascosta, contaminati dall’aver guardato con loro: gli assassini.

   Per questo dico che bisogna chiudere gli occhi. Ma non per la considerazione utilitaristica, strumentale che il guardare aumenta l’impressione del potere degli aguzzini del Califfo, facilita i loro piani di destabilizzare e intimidire. Bisogna chiudere gli occhi perché loro hanno guardato. Hanno provato quell’impeto silenzioso, irresistibile, quel grande slancio di tutto l’essere verso il Male, verso la preda, questa libertà, naturalezza nel male, odio vergogna…

   Di fronte alla infamia arrogante di questi striduli profeti la nostra salvezza è stare lì umiliati e spogliati, con gli occhi chiusi, rifiutando che ci impregni, come chi rivendica il diritto al proprio dolore e alla purezza del morire.

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SONDAGGIO ONLINE SULLA SUA SORTE: IL CALIFFATO VOTA LA MESSA AL ROGO

di Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera” del 4/2/2015

– Così i sostenitori hanno deliberato la pena da infliggere al prigioniero –

   La strategia dell’orrore è evidente. L’Isis vuole stupire in modo negativo il nemico, usa le nefandezze per aumentare la sua immagine nera. Poco conta se il video è autentico o meno: vale l’intenzione. Anche perché prima di uccidere il pilota giordano i seguaci del Califfo hanno compiuto altre crudeltà.

   Gli strateghi dello Stato Islamico hanno seguito un sentiero alzando sempre di più il livello della violenza, consapevoli di come in una realtà sulla quale si muovono cento conflitti c’è la necessità di «offrire» qualcosa di inedito. Sono partiti con le esecuzioni degli ostaggi occidentali, spazzati via a colpi di mannaia. Tattica per nulla nuova, ma impiegata in modo sistematico insieme ai massacri nei territori da loro controllati. Nel mezzo, sempre per attirare l’attenzione, si sono inventati la formula del prigioniero che diventa — a forza — collaboratore della campagna di informazione. Ecco il reporter britannico John Cantlie mandato a raccontare gli attacchi a Kobane e Mosul, la capitale del Califfato.

   Ormai è evidente che quando riescono a prendere un prigioniero di valore, quelli dell’Isis pensano: studiamo delle sorprese, inventiamoci un nuovo «numero» nell’horror show. Lo fanno avendo in mente due destinatari: il loro pubblico e i Paesi avversari. Sicuri di raccogliere la gioia di altri tagliagole, decisi a innescare la rabbia dell’avversario, convinti di mettere a segno dei colpi propagandistici.

   Il predecessore di Al Baghdadi, Abu Musab al Zarkawi, aveva adottato la stessa linea ed è finito male, ucciso dagli americani con l’aiuto dei servizi di Amman. Le condizioni per questo tipo di manovra si sono riproposte alla fine di dicembre con la cattura del pilota giordano nella zona di Raqqa, in Siria. Invece che cercare di barattarlo, l’Isis ha mobilitato la piazza promuovendo un sondaggio su come doveva giustiziarlo.

  Le risposte sono arrivate in fretta: eliminiamolo con centinaia di coltellate, «l’ascia è la cosa migliore», «seppelliamolo con una scavatrice», «bruciamolo vivo». I terroristi hanno p reso in parola i suggerimenti dei sostenitori cercando di soddisfare i loro desideri. Dunque l’atroce morte tra le fiamme, seguite dall’azione del bulldozer.

   Come abbiamo scritto nei giorni scorsi c’è il fondato sospetto, rilanciato dai giordani, che il militare sia stato in realtà assassinato il 3 gennaio. Una versione che può fare il gioco di Amman, criticata per non averlo salvato, ma che può avere una sua logica. E simpatizzanti del movimento avevano celebrato l’8 su Twitter l’esecuzione del pilota «bruciato a morte». L’Isis lo ha poi resuscitato inserendolo nel finto negoziato sugli ostaggi giapponesi, entrambi assassinati nonostante i governi avessero accettato uno scambio con la terrorista Sajida al Rishawi. Di nuovo: solo un trucco perché gli islamisti non erano in grado di offrire nulla. Tanto è vero che, durante il negoziato, non hanno mai detto di volere liberare il pilota ma soltanto che «non morirà».

   Quindi, guardando sempre ai «tempi», l’Isis ha diffuso le immagini della gabbia di fuoco con al centro Muath. Significativa la coincidenza con un inatteso viaggio del re giordano Abdallah a Washington. Adesso tocca al sovrano rispondere e non saranno parole ma la spada.

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L’ORRORE CHE RITORNA: IL FUOCO TERRIBILE DEI PROCESSI MEDIEVALI

di Andrea del Col, da “il Corriere della Sera” del 4/2/2015

Il terribile fuoco che ha ucciso il giovane tenente colonnello pilota Muath al-Kasasbeh ha suscitato un incontenibile senso di orrore nel mondo occidentale, dove la vita individuale è sacra. Quello che ha colpito di più è la barbarie dell’omicidio, che non è stato un’esecuzione capitale in seguito a un regolare processo. Il fuoco che dà la morte a un essere umano riporta alla memoria i roghi, che sono stati una pratica ufficiale degli Stati e delle Chiese in Europa per molti secoli.

Furono bruciati per primi gli eretici, cristiani che avevano idee un po’ diverse, in modo spontaneo fin dal 1022 e poi con sentenze dell’Inquisizione dal Duecento fino alla metà del Settecento. Una stima approssimativa calcola che i roghi delle Inquisizioni cattoliche fossero circa 20 mila, mentre le condanne capitali per eresia in Svizzera e in Inghilterra furono molto minori.

Fu famoso il rogo su cui venne bruciato vivo a Ginevra l’antitrinitario Michele Serveto per volontà dello stesso Giovanni Calvino. Il computo delle streghe bruciate in Europa è molto più alto, circa 60 mila, non 9 milioni come fu divulgato dai nazisti.

Questi processi, condotti sulla base di manuali cattolici e protestanti, avvennero in numero più alto in Germania, Inghilterra e nei Regni scandinavi, tutti di fede protestante, in minima parte nei Paesi cattolici come Francia, Polonia, Spagna e Italia. La quantità maggiore fu condotta dai tribunali statali o feudali, mentre le Inquisizioni furono più caute e scettiche.

Quello che colpisce oggi in questa storia è che le sentenze di morte venivano emesse dai giudici ecclesiastici in nome di Gesù Cristo. Venivano poi eseguite dalle autorità statali con il rogo, ma talvolta i condannati venivano strangolati, impiccati, annegati, decapitati.

Il fuoco portava con sé un grande senso di purificazione dal male e veniva utilizzato anche per distruggere i libri proibiti. I nostri roghi tuttavia sono finiti due secoli e mezzo fa e fanno parte di una storia che non si ripeterà mai più. (Andrea del Col)

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GIORDANIA: IL RUOLO DELLE GRANDI TRIBÙ E L’INEDITA ALLEANZA CON IL RE FILO-OCCIDENTALE

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 4/2/2015

   Poteva essere una buona idea quella dell’Isis: fare pressione sulle tradizionali tribù giordane per indebolire Re Abdallah, giocare con i loro antichi sentimenti antioccidentali, e addirittura spingerle alla ribellione aperta. Ma, alla prova dei fatti, il primitivismo brutale dei jihadisti sembra avere causato il classico effetto boomerang e convinto proprio le tribù giordane a sostenere con maggior determinazione la guerra contro di loro.

   Per comprendere questo occorre fare un passo indietro e ricordare le fondamenta del sistema di potere giordano, così come cresciuto dopo la Prima guerra mondiale. Da allora infatti la monarchia Hashemita si basa sulla lealtà delle cosiddette «tribù della sponda orientale», che sono le antiche popolazioni beduine residenti a est del Giordano. I loro legami con il regime si fecero progressivamente più importanti con lo sviluppo della questione palestinese dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948.

   Allora infatti l’anziano re Abdallah, e poi re Hussein (rispettivamente nonno e padre dell’attuale monarca), furono spinti dalle dinamiche della regione a fondare il loro potere sulla parte non-palestinese del Paese. Dopo la guerra del 1967 e il «Settembre nero» di tre anni dopo, quando l’Olp di Yasser Arafat tentò addirittura di defenestrare la monarchia, re Hussein prese misure drastiche. Da quel periodo nessun palestinese può aver alcun ruolo nei posti chiave del potere. In particolare, tutti gli ufficiali dell’esercito vengono dai giovani delle tribù della sponda orientale, che non devono avere alcun legame con i palestinesi della Cisgiordania. Tra loro un ruolo chiave hanno appunto i piloti dell’aviazione militare.

   Non stupiscono dunque le mosse estremamente caute intraprese da re Abdallah dopo che il giovane pilota Muath al-Kasasbeh venne catturato da Isis a Raqqa lo scorso 24 dicembre. Ha ricevuto il padre Safi a corte, è stato più volte tra i notabili della tribù nella loro casa natale a Karak, nel meridione del Paese. Il suo atteggiamento è stato più volte giudicato come troppo filo-occidentale tra i notabili locali.

   Suo padre, re Hussein, nel 1991 si fece crescere la barba, si circondò di imam e ulema, e rifiutò di partecipare alla coalizione internazionale guidata dagli americani per scacciare le truppe di Saddam Hussein dal Kuwait. Sapeva bene che il cuore sunnita della Giordania profonda nutre forti simpatie per i «fratelli» sunniti in Iraq e Siria. Re Abdallah, educato e cresciuto tra le migliori università anglosassoni e il cui inglese parlato sino a pochi anni fa era meglio dell’arabo, non ha le stesse sensibilità. Però capisce che in questo caso i desideri delle tribù vanno soddisfatti.

   Si spiega così la sua aperta disponibilità a scambiare la terrorista kamikaze irachena per la vita del pilota. Ma se ora dovesse venire provato che questi era già morto il 3 gennaio, oppure, ancora peggio, che ora è stato bruciato vivo, le caute simpatie tribali giordane per i «fratelli» sunniti potrebbero facilmente trasformarsi in desiderio di vendetta a fianco del loro monarca e degli americani. (Lorenzo Cremonesi)

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«MISSILI E TRUPPE, COSÌ PRENDEREMO ROMA»

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 3/2/2015

– I timori per il dossier dell’Isis su Internet – Video, mappe, armi da impiegare. La propaganda per eccitare le «cellule dormienti» in Europa –

   Un documento di cento pagine per rilanciare la «chiamata alle armi» incitando i jihadisti a entrare in azione. L’ultima minaccia dell’Isis viaggia via internet e prende di mira l’Italia, annuncia la «conquista di Roma». Si intitola «THE ISLAMIC STATE 2015», contiene piantine con la capitale cerchiata in rosso, fotografie di combattenti, un lungo elenco di account twitter, forse l’indicazione dei «referenti» europei dei fondamentalisti.

   Mentre il ministro dell’Interno si accinge a firmare nuovi decreti di espulsione nei confronti di stranieri ritenuti «pericolosi per la sicurezza nazionale», una nuova iniziativa di propaganda mette in allerta gli apparati di prevenzione e intelligence . Perché nessuno può certificare l’autenticità del dossier, ma la sua circolazione sul web può rappresentare comunque un segnale per tutti quei fondamentalisti che già si trovano in Europa e potrebbero pianificare un attentato.

ISTRUZIONI AI «SOLDATI» La prima parte è una sorta di vademecum che illustra gli obiettivi dell’Isis, le zone sotto controllo, la strategia di attacco. A scovare il documento sono stati i giornalisti del sito internet Wikilao, specializzato in temi legati alla sicurezza, che ieri l’hanno rilanciato e analizzato. Le fotografie mostrano numerose azioni, compresa l’intera sequenza del bambino di dieci anni che spara in testa a un prigioniero. Poi ci sono le regole che i «membri dell’Isis» — compresi numerosi bimbi che vengono fotografati mentre maneggiano le armi — devono seguire con la scansione della giornata, dalla sveglia alle 4,45 al silenzio delle 22, compresi gli addestramenti per essere perfetti tiratori. Si cerca di dimostrare come i leader si occupino anche del mantenimento dei combattenti e delle loro famiglie con la lista dei soldi destinati a chi aderisce alla jihad .

ATTACCO ALL’EUROPA L’Europa è nel mirino, Roma è certamente nella lista dei bersagli. La strategia di attacco prefigura un’alleanza anche con Al Qaeda in una sorta di tenaglia che possa portare alla conquista dell’Occidente, propaganda pura, che però intimorisce gli analisti. «Ansar al Sharia in Libia e Al Qaeda nel Maghreb Islamico cominceranno a sparare missili verso il cuore dell’Europa, come vendetta per quanto patito dai loro fratelli in Siria», è scritto nel documento che ipotizza un attacco da tre fronti «da ovest (Spagna), dal centro (Italia, Roma) e da est (Turchia, Costantinopoli/Istanbul)». Il proclama finale spiega la strategia: «Il messaggero di Allah ha promesso che i musulmani vinceranno la battaglia. In questo caso l’Isis sarà in grado di passare attraverso la Turchia ed entrare in Europa da est. Entreremo a Roma dal mar mediterraneo (Tunisia e Libia) e in Spagna dal Marocco. Allora saranno in grado di entrare le truppe di terra in Italia per supportare i musulmani oppressi. E questa è la conquista di Roma».

GLI ACCOUNT TWITTER Gli investigatori della polizia di prevenzione e dei carabinieri del Ros stanno analizzando lo scritto ed effettuando verifiche, così come gli esperti dei servizi segreti. In particolare ci si concentra sulla lista di account twitter contenuta nel dossier per accertare se si tratti di possibili referenti europei, indirizzi riconducibili a persone che potrebbero rappresentare una minaccia, anche solo per l’attività di proselitismo svolta. Secondo i primi controlli il documento sarebbe stato veicolato inizialmente senza passare per i siti internet ufficiali dell’Isis e questo fa dubitare che a prepararlo siano stati i leader fondamentalisti. I riferimenti agli arsenali e all’utilizzo dei missili per colpire l’Italia appaiono poco precisi per quanto riguarda la potenza militare, dunque potrebbe essere stato scritto da mani diverse, anche poco esperte. L’effetto che può avere desta comunque allarme proprio perché mira a eccitare quelle «cellule dormienti» già presenti in Europa e chi ha l’intenzione di partire per il Medio Oriente.

LE NUOVE ESPULSIONI In questo clima di preoccupazione, alimentato anche dalla decapitazione dei due ostaggi giapponesi, l’Antiterrorismo ha aggiornato la lista delle persone che possono rappresentare una minaccia e nei prossimi giorni il ministro Angelino Alfano firmerà nuovi decreti di espulsione. Provvedimenti saranno presi, proprio come accaduto nei primi quindici giorni dell’anno, su una decina di stranieri da anni residenti in Italia con un regolare permesso di soggiorno che hanno mostrato l’intenzione di unirsi ai jihadisti oppure che stanno cercando di reclutare combattenti nel nostro Paese. In attesa delle nuove norme che dovrebbero identificare questi comportamenti come reati. (Fiorenza Sarzanini)

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L’EGITTO CANCELLA LA PRIMAVERA ARABA: ERGASTOLO AL BLOGGER DI PIAZZA TAHRIR

di Francesca Caferri, da “la Repubblica” del 5/2/2015

– Pugno duro del governo Al Sisi contro le menti della rivolta – Ahmed Douma condannato insieme ad altri 229 attivisti –

   L’IRONIA che lo ha accompagnato durante tutte le fasi della primavera egiziana non l’ha persa neanche ieri AHMED DOUMA: quando il giudice Mohammed Nagi Shehata ha letto il verdetto che lo condanna all’ergastolo per aver manifestato contro la giunta militare nel dicembre 2011, si è messo a ridere e ha battuto le mani, tanto da provocare la rabbia del magistrato che lo ha minacciato di un’ulteriore pena di tre anni. Ahmed ha continuato a sorridere e si è girato per uscire dall’aula: «Va bene così, va bene così», ha sussurrato a chi gli stava intorno secondo il racconto dei testimoni. Ma non era che una pietosa bugia. Il ragazzo di 26 anni condannato a passare i prossimi 25 anni (tanto prevede la legge egiziana per l’ergastolo) in una prigione, non è un pericoloso criminale, né un assassino o uno stupratore: AHMED DOUMA È UN BLOGGER, UN ATTIVISTA POLITICO, UN LAICO, fatte salve tutte le ambiguità che questo termine porta con sé nel mondo arabo.

   Nel 2011, quando il profumo dei gelsomini della Tunisia arrivò anche in Egitto e un gruppo di ragazzi iniziarono la protesta che avrebbe rovesciato Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere, Ahmed era lì. Insieme a AHMED MAHER, MOHAMED ADEL e ALAA ABDEL FATAH – amici e compagni di lotta anche loro oggi in carcere – e moltissimi altri si accampò in piazza Tahrir, incitando il paese alla rivolta: quando dopo 18 giorni il presidente si dimise, il mondo pensò che quei giovani testardi e idealisti riuniti intorno al Movimento 6 aprile, da anni spina del fianco del regime egiziano, avevano vinto.

   Valutazione errata: dopo quei giorni vennero quelli della controrivoluzione, dei militari al potere. Poi quelli del timore della dittatura religiosa dei Fratelli musulmani e infine quelli della restaurazione definitiva targata generale Mohamed Al Sisi.

   In tutte queste fasi, scandite da un pesante tributo di sangue, Ahmed Douma era lì: con il suo sorriso e il suo pugno alzato al cielo, a giurare ai giornalisti occidentali che la rivoluzione non era finita, che «il popolo voleva ancora la fine del regime», come recita uno degli slogan più famosi della rivoluzione, che il tempo avrebbe dato giustizia a lui e agli altri egiziani che chiedevano giustizia e libertà.

   O meglio: c’era e non c’era. Perché come ALAA ABDEL FATAH, noto al mondo come @Alaa su Twitter, un’altra delle voci chiave dell’Egitto di oggi, Ahmed ad ogni cambio di potere è finito in carcere: arrestato dalla polizia di Mubarak prima, dai militari poi, dagli uomini dei Fratelli musulmani in seguito e adesso dai poliziotti del governo di Al Sisi.

   Difficile però pensare questa volta che in piazza Tahrir tornerà presto, come i suoi amici: insieme a Maher e Adel stava già scontando una pena di tre anni per aver organizzato una manifestazione lo scorso anno, in violazione di una legge contestata da tutte le più grandi organizzazioni internazionali. Alaa, arrestato per lo stesso motivo a inizio 2014, è stato rilasciato dopo qualche mese, solo per essere di nuovo imprigionato a ottobre. Nei giorni scorsi, al secondo mese di sciopero della fame, è stato ricoverato in un ospedale militare in condizioni serie.

   Tornare a Tahir: per cosa poi? L’attivista e poetessa SHAIMAA EL-SABBAGH che nel quarto anniversario della rivoluzione aveva provato a mettere fiori sulla piazza in memoria dei ragazzi uccisi, è stata freddata da un colpo sparato da un militare a volto coperto. Le immagini della sua morte, riprese da un fotografo della Reuters, hanno fatto il giro del mondo.

   Più di un analista le ha usate per decretare la fine di ogni speranza sulla Primavera egiziana: difficile dargli torto, anche alla luce di quello che è successo a Ahmed Douma.    Di certo c’è da constatare che questa fine è avvenuta senza reali reazioni da parte dell’Occidente: ieri un portavoce del dipartimento di Stato Usa si è detto «molto turbato » dall’accaduto. Come dargli torto? Il risultato del processo di massa che ha avuto Ahmed Douma come principale protagonista ha visto altri 229 ragazzi condannati alla stessa pena per le medesime ragioni: 39, in quanto minorenni, dovranno scontare “solo” 10 anni di carcere.

   Ci saranno altre proteste, forse: ma la realtà è che nessun governo è pronto a mettere in discussione le relazioni con un alleato chiave come l’Egitto. (Francesca Caferri)

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QUEI RAGAZZI TERRORISTI IN FUGA DALLA LIBERTÀ

di Massimo Recalcati, da “la Repubblica” del 7/2/2015

   LA LIBERTÀ non è solo possibilità di espressione, alleggerimento della vita da vincoli oscurantisti, emancipazione dell’uomo dal suo stato di minorità, come Kant aveva classicamente definito l’illuminismo. La libertà è anche una esperienza di vertigine e di solitudine che comporta il rischio di vivere senza rifugi, senza garanzie ultime, senza certezze imperiture e fuori discussione.

   Lo stesso Nietzsche, che fu uno dei maggiori sostenitori della libertà del soggetto di fronte a ogni verità che pretende di porsi come assoluta, insisteva costantemente nel ricordare che la libertà suscita angoscia, spaesamento, che il navigare in mare aperto può generare una seduttiva nostalgia per la terra ferma.

   È in questa luce che la psicoanalisi ha interpretato la psicologia delle masse dei grandi sistemi totalitari del Novecento. Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) di Freud, Psicologia di massa del fascismo (1933) di Reich e Fuga dalla libertà ( 1941) di Fromm costituiscono una sorta di fondamentale trilogia sul fenomeno sociale del fanatismo di massa e dei suoi processi identificatori che hanno costituito il cemento psicologico di tutti i totalitarismi novecenteschi.

   UNA tesi generale ritorna in questi tre testi: non è vero che gli esseri umani amano senza ambivalenze la loro libertà; essi preferiscono anche rinunciarvi in cambio della tutela autoritaria della loro vita. Se la libertà comporta sempre la possibilità della crisi, dell’incertezza, del dubbio, del disorientamento, è meglio fuggire da essa per ricercare in un Altro assoluto una certezza granitica e inamovibile sul senso della nostra presenza al mondo e del nostro destino.

   Questo ritratto della psicologia delle masse sembra aver fatto — almeno in Occidente — il suo tempo. La nuova psicologia delle masse non si fonda più, infatti, sullo sguardo ipnotico del Padre-padrone, sul leader come incarnazione farneticante dell’Altro assoluto e sulla esaltazione acritica della Causa (la Natura, la lotta di classe, la Razza). La cultura patriarcale, di cui il totalitarismo fu l’apoteosi più aberrante e crudele, si è lentamente dissolta.

   Al centro dell’Occidente non è più la dimensione tirannica della Causa ideale che mobilita alla guerra le masse, ma quella dell’individualismo esasperato, della rincorsa alla propria affermazione personale, dell’ipertrofia narcisistica dell’Io. Al cemento armato dei regimi totalitari si è via via sostituita una atomizzazione dei legami sociali causata dalla decadenza fatale della dimensione dell’Ideale rispetto a quella cinica del godimento.

   Il culto pragmatico del denaro ha sostituito il culto fanatico dell’Ideale. Il nichilismo occidentale non sorge più dalle adunate delle masse disposte a sacrificare la vita per il trionfo della Causa, ma dal capitalismo finanziario e dalla sua ricerca spasmodica di un profitto che vorrebbe prescindere totalmente dalla dimensione del lavoro. Il nichilismo contemporaneo non si manifesta più nella lotta senza quartiere contro un nemico ontologico, ma come effetto di una caduta radicale di ogni fede nei confronti dell’Ideale. E’ il passaggio epocale dalla paranoia alla perversione.

   Gli ultimi drammatici fatti che hanno investito la Francia e l’Europa comportano però un ulteriore cambio di scena. La critica che la cultura islamica più integralista muove all’Occidente è una critica che tocca un nostro nervo scoperto: il nichilismo occidentale non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte.

   Il dominio del discorso del capitalista ha infatti demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza lasciando orami evasa la domanda più essenziale: la nostra forma di vita collettiva è davvero l’unica forma di vita possibile? L’idolatria nichilistica per il denaro ha davvero reso impossibile ogni altra fede? La nostra libertà è riuscita veramente a rendere la vita più umana? Il fatto che l’Occidente che non sia più in grado di ripensare consapevolmente le sue forme (alienate) di vita, ha spalancato la possibilità che la critica all’esistente abbia assunto le forme terribili di un ritorno regressivo all’ideologia totalitaria.

   È un insegnamento della psicoanalisi: quello che non viene elaborato simbolicamente ritorna nelle forme orribili e sanguinarie del reale. L’Islam radicale non è forse l’incarnazione feroce di questo ritorno? Il suo rifiuto dell’Occidente, fanatico e intollerante, non si iscrive proprio nello spazio lasciato aperto da una nostra profonda crisi dei valori condivisi? L’integralismo islamico costituisce il ritorno alla più feroce paranoia di fronte alla perversione montante che ha assunto il posto di comando in Occidente.

   Alla liquefazione dei valori si risponde con il loro irrigidimento manicheo. Mentre la perversione sfuma sino ad annullare i contrari, destituisce ogni senso della verità, confonde i buoni con i cattivi, mostra in modo disincantato che tutti gli esseri umani hanno un prezzo, la paranoia insiste nel mantenere rigidamente distinti il bene dal male, il buono dal cattivo, il giusto dall’ingiusto offrendo l’illusione di una protezione sicura dall’angoscia della libertà.

   In due importanti libri dedicati all’Islam radicale ( La psicoanalisi alla prova dell’Islam, Neri Pozza 2002, Dichiarazione di non sottomissione , Poiesis 2013) lo psicoanalista francotunisino FethiBeslam, professore di psicopatologia all’Università di Parigi-Diderot, ci ricorda come la sottomissione all’Altro salvi e distrugga nello stesso tempo. Essa offre l’illusione di un mondo senza incertezze, chiedendo però in cambio la rinuncia totale alla libertà. La potenza seduttiva dell’integralismo islamico consiste infatti nel proporsi come la sola interpretazione possibile dell’Origine, della voce di Dio, dell’unico Dio che esiste, del Dio “furioso” e giustiziere implacabile.

   Si tratta di una ideologia identitaria che comporta la sottomissione come unica possibilità di rapporto alla verità fondandosi sulla cancellazione dell’alterità di cui la rimozione della femminilità è l’espressione più forte ed emblematica. L’amore per la Legge sfocia così fanaticamente nell’auto-attribuzione del “diritto di vita e di morte su ogni cosa”.

   E’ la forma più terribile di blasfemia: uccidere, sterminare, terrorizzare nel nome di Dio. L’Occidente che ha dato prova di aver saputo superare la stagione delirante dei totalitarismi, non ha ora solo il compito di difendersi dal rischio del dilagare della violenza paranoica dell’Islam radicale, ma deve soprattutto provare a rifondare laicamente le ragioni della nostra cultura per evitare che il culto perverso di una libertà senza Legge sia solo l’altra faccia di quello paranoico di una Legge che annichilisce la libertà. (Massimo Recalcati)

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la ventiseienne americana ostaggio dell'Isis
la ventiseienne americana ostaggio dell’Isis

16/2/2015, da TGCOM24

SIRIA, MORTA IN UN RAID GIORDANO LA 26ENNE STATUNITENSE RAPITA DALL’ISIS?

– Lo riferisce lo Stato Islamico, secondo cui gli aerei di Amman avrebbero colpito l’edificio dove era tenuta prigioniera la giovane cooperante. Il Pentagono al momento non conferma la morte della donna –

18:49 – KAYLA JEAN MUELLER, cooperante statunitense rapita dall’Isis, sarebbe rimasta uccisa in un raid aereo giordano. Lo annunciano gli stessi jihadisti, secondo i quali la donna “è morta quando un velivolo giordano ha colpito l’edificio dove si trovava nel governatorato di Raqqa, in Siria”. Dopo l’uccisione del suo pilota, la Giordania ha condotto diversi attacchi aerei contro lo Stato islamico.

   La notizia, diffusa dall’Isis, è stata rilanciata su Twitter da Rita Katz, direttrice di Site, organizzazione che monitora le comunicazioni dei terroristi sul web. Per l’ostaggio americano gli jihadisti avevano chiesto un riscatto di 6,6 milioni di dollari. IL PENTAGONO NON CONFERMA LA MORTE – Secondo fonti del Pentagono, citate dalla Cnn, al momento però “non ci sono prove” che Kayla Jean Mueller sia rimasta uccisa in un bombardamento dei caccia giordani contro obiettivi jihadisti a Raqqa. GIORDANIA:”SOLO PROPAGANDA” – Dubbi sulla morte della 26enne arrivano anche dalla Giordania. “Una trovata che ha a che fare con le pubbliche relazioni”: così la notizia diffusa dallo Stato Islamico è stata bollata dai funzionari del governo giordano, citati dalla Cnn.

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