L’UCRAINA (di fatto) smembrata tra Russia e piccola nazione filo-europea – il NUOVO ORDINE MONDIALE, tra crudeltà ed espansione (in LIBIA?) dell’ISIS, IMMIGRAZIONE e atroce morte in mare DI DISPERATI, e la nuova GUERRA FREDDA che ad USA e CINA ripropone il ruolo della RUSSIA

 

Con la proclamazione del CESSATE IL FUOCO, Vladimir Putin ha detto che si aspetta che gli ottomila soldati ucraini impegnati nella BATTAGLIA DI DEBALTSEVO si arrendano e cedano le armi, prima che sia concesso loro di sfuggire all'accerchiamento delle forze filo Mosca. DEBALTSEVO è una piccola città sull'autostrada strategica che COLLEGA LE DUE CAPITALI SEPARATISTE, DONETSK E LUGANSK (le due capitali delle autoproclamate repubbliche separatiste), e la capitolazione creerebbe di fatto una nuova linea di confine (da “Il Foglio”, Daniele Raineri, 13/2/2015)
Con la proclamazione del CESSATE IL FUOCO, Vladimir Putin ha detto che si aspetta che gli ottomila soldati ucraini impegnati nella BATTAGLIA DI DEBALTSEVO si arrendano e cedano le armi, prima che sia concesso loro di sfuggire all’accerchiamento delle forze filo Mosca. DEBALTSEVO è una piccola città sull’autostrada strategica che COLLEGA LE DUE CAPITALI SEPARATISTE, DONETSK E LUGANSK (le due capitali delle autoproclamate repubbliche separatiste), e la capitolazione creerebbe di fatto una nuova linea di confine (da “Il Foglio”, Daniele Raineri, 13/2/2015)

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Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 i leader delle potenze alleate contro il nazifascismo si incontrarono a Yalta, in Crimea, per discutere cosa sarebbe successo dopo la capitolazione della Germania, ormai prossima (8 maggio 1945). conferenza di yalta

Ospiti nel palazzo di Livadia, ultima residenza estiva degli zar, IOSIF STALIN, FRANKLIN D. ROOSEVELT e WINSTON CHURCHILL misero le basi per l’ordine mondiale che sarebbe uscito dopo al fine della Seconda guerra mondiale: dalla divisione della GERMANIA in diverse zone di occupazione alle rispettive sfere di influenza sul continente e non solo. Se la questione della POLONIA rimase inizialmente contrastata e irrisolta – sarebbe stata poi l’Unione Sovietica a forzare la mano per la costituzione di un primo governo satellite comunista – ci fu maggiore unità per gettare le fondamenta per la creazione delle NAZIONI UNITE e del CONSIGLIO DI SICUREZZA, che avrebbe visto la luce nella prima assemblea generale a Londra nel gennaio del 1946.

Putin, Merkel, Hollande e Poroshenko al vertice di Minsk
Putin, Merkel, Hollande e Poroshenko al vertice di Minsk

ESATTAMENTE 70 ANNI DOPO LA CONFERENZA DI YALTA, GLI EQUILIBRI CONTINENTALI E INTERNAZIONALI SONO MESSI ALLA PROVA PROPRIO SU QUEL TEATRO: LA CRIMEA E L’UCRAINA. Gli attori sono diversi e gli schieramenti differenti, ma IN DISCUSSIONE C’È IN SOSTANZA L’ORDINE STABILITO ALLORA SULLE SPONDE DEL MAR NERO, che per 25 anni dopo la caduta del comunismo aveva continuato a reggere senza troppi scossoni. (Stefano Grazioli, LETTERA43.IT, 10/2/2015)

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   Pietas e dolore di “morti per guerra” (in Ucraina più di 5mila), di migranti affogati (più di trecento in quest’ultimo ennesimo episodio…nel mare “nostrum” Mediterraneo…morti atroci, per affogamento o ipotermia, cioè di freddo… in un articolo in questo post se ne descrivono le fasi di agonia del morire di freddo…)… un contesto di sofferenza individuale e dolore cui siamo (un po’ cinicamente) tutti spettatori abbastanza disattenti….

   L’accavallarsi di una situazione (di rivolgimento umano e di stati) geopolitica, con le sue tragedie che ci corrono via dalla nostra attenzione quotidiana (gli attentati di Copenaghen mentre scriviamo… ma su tutte l’INSEDIAMENTO DELLO STATO ISLAMICO IN LIBIA), fa sì che, oltre alla pietas prioritaria che dovremmo avere, si possa e debba fare una sintesi di questo nostro mondo così in sommovimento (non positivo) e si veda se, nel proprio piccolo, si può fare qualcosa (oltre a seguirne con autentica partecipazione gli eventi)

   La GUERRA IN UCRAINA (che pare risolta con una trattativa “Putin, Merkel, Hollande, Poroshenko” di “cessate il fuoco” che almeno momentaneamente i separatisti russi dicono di accettare… ma è da scommettere che durerà pochissimo, e tuttora truppe ucraina sono sotto assedio dei separatisti nella città dell’est ucraino DEBALTSEVO …), è GUERRA SUL SUOLO EUROPEO: evoca quella dei Balcani della prima metà degli anni ‘90, pur forse (forse…) con crudezze minori rispetto alla “pulizia” etnica e sterminio di massa che ha caratterizzato la guerra civile balcanica. Qui si tratta dello smembramento di uno stato sicuramente di antica memoria (come regione europea) ma (ri)nato da pochi decenni dal disfacimento dell’ex Unione Sovietica.

   E l’Ucraina e quel che accade (un paese che nella politica dominante vorrebbe appoggiarsi all’Unione Europea, e dall’altra una forte presenza, specie nella parte orientale, di filorussi peraltro fomentata dalla politica espansionistica di Putin di “riconquista” degli ex territori sovietici), l’Ucraina è forse la (ri)apertura della GUERRA FREDDA che c’è stata dal 1945 al 1989: e dopo, cioè adesso, quando il mondo sembrava andare verso un dualismo tra STATI UNITI e CINA, ecco riapparire la RUSSIA, che si sta riprendendo la sfera di influenza sui paesi della ex Unione Sovietica, non solo come controllo geopolitico dell’area, ma anche fisicamente, territorialmente, come sta accadendo in questi mesi in Ucraina (e, per dire, nessun ormai più mette in discussione la Crimea già inglobata nell’ “impero” di Putin).

(mappa da candidonews.wordpress.com) - LA LIBIA è sempre più terra di conquista dell’IS. Le milizie che hanno giurato fedeltà a al Baghdadi conquistano anche SIRTE. Dopo DERNA, dove dallo scorso autunno le milizie del Consiglio della Shura hanno proclamato la loro adesione al Califfato, Sirte è la seconda città libica a finire sotto i vessilli nerocerchiati. Ma l’influenza dell’Is si estende ormai a BENGASI, sino a poco tempo fa incontrastato regno della qaedista Ansar al-Sharia. Ora, sotto la possente spinta simbolica del Califfato, molti dei seguaci di Ansar cominciano a affluire tra i ranghi dell’Is.(Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 14/2/2015)
(mappa da candidonews.wordpress.com) – LA LIBIA è sempre più terra di conquista dell’IS. Le milizie che hanno giurato fedeltà a al Baghdadi conquistano anche SIRTE. Dopo DERNA, dove dallo scorso autunno le milizie del Consiglio della Shura hanno proclamato la loro adesione al Califfato, Sirte è la seconda città libica a finire sotto i vessilli nerocerchiati. Ma l’influenza dell’Is si estende ormai a BENGASI, sino a poco tempo fa incontrastato regno della qaedista Ansar al-Sharia. Ora, sotto la possente spinta simbolica del Califfato, molti dei seguaci di Ansar cominciano a affluire tra i ranghi dell’Is.(Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 14/2/2015)

   E, fuori dell’Ucraina, in Europa, ovviamente non c’è nessuno disposto a “morire per Kiev”. L’unica preoccupazione è che la guerra non si estenda oltre quell’area geografica, e questo invece potrebbe accadere. Al di là dell’attuale cessate il fuoco (che non possiamo chiamare “pace”) a nostro avviso l’unica possibilità civile per l’Ucraina è quella che diventi una federazione, uno stato federale, fatto di due regioni ben distinte che però si sentono unite con regole ben precise, ma con larghe autonomie ciascuna; e queste due anime dello Stato siano libere di guardare e riconoscersi nella Unione Europea da una parte e nella Russia dall’altra (quest’ultima riguarderebbero le zone delle regioni di DONETSK e di LUGANSK, vale a dire in quelle ora controllate dalle milizie separatiste). Niente a che vedere con il sogno auspicato da tanti (compresi noi), e la possibilità, che l’Ucraina, TERRA DI CONFINE, possa (potesse) essere UN PONTE di scambio, comunicazione, TRA DUE MONDI, tra Occidente ed Oriente (anche se la Russia europea è ben difficile considerarla “oriente”).

   L’ipotesi della Confederazione tra due regioni, di stato federale, per l’Ucraina potrebbe essere la via di uscita dallo scontro interno tra filo-russi e filo-europei. Sennò sembra evidente che Putin, con le buone o le cattive, ora che la situazione è consolidata di presenza di filo-russi nell’est del Paese, e temporaneamente congelata, Il leader russo prende in modo definitivo l’Est dell’Ucraina. Con risvolti internazionali di scontro con il mondo intero e (perché no?) un possibile coinvolgimento degli Usa, dell’Europa, in una guerra mondiale.

(mappa dal quotidiano LE FIGARO, France) - Dal 1° novembre 2014 sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia
(mappa dal quotidiano LE FIGARO, France) – Dal 1° novembre 2014 sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

   I tanti conflitti globali attuali sembrano dati da un contesto di frammentazione dove tanti soggetti, stati, governi, pseudo sette religiose… vogliono dire la loro nella confusione che esiste, senza più riferimenti, e tutti si fanno promotori di conflittualità. La sintesi di questo contesto geopolitico globale e l’urgenza di “fare qualcosa” oltre il singolo conflitto, potrebbe essere l’impegno di tutti per la costituzione di un GOVERNO MONDIALE che risolva confini obsoleti e conflitti di altri tempi, che tuteli le diversità e difenda da ogni violenza verso popoli e individui indifesi, che crei pace e uno sviluppo rivolto a tutto il pianeta, superando fame e povertà. (s.m.)

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SENZA FRONTIERE: UCRAINA VERSO LA DIVISIONE

di Gigi Riva, da “L’ESPRESSO” del 19/2/2015

– Federazione con vaste autonomie. Oppure secessione dell’Est. Il destino del Paese è scritto. Ma ci vorranno ancora molti morti per sancire l’inevitabile –

   E’ la più seria crisi in Europa dopo la seconda guerra mondiale e, contemporaneamente, un’opera buffa quella che sta andando in scena nell’Est dell’Ucraina. Dove la parte comica è riservata a un balletto tra le diplomazie che recitano un copione già scritto in cui non credono affatto In attesa di un finale (quando sarà) anch’esso già scritto.

   Una recita che potrebbe strappare un sorriso, almeno di compatimento, se non ci fossero già 5.300 morti e un milione e mezzo di sfollati (cifre arrotondate per difetto): tributo niente affatto necessario ma obbligato da un rituale a cui ci si deve sottoporre per giustificare la propria esistenza.

   Come in ogni performance, ecco a voi i protagonisti divisi per ruolo.

IL REGISTA

E’ il presidente russo Vladimir Putin. Lui comanda e muove i fili, fa ballare i burattini. Perché è l’unico ad avere una strategia. Del resto lo chiamano zar. Era stato preso in contropiede, un anno fa mentre celebrava le sue Putiniadi (le Olimpiadi invernali di Sochi), dal rovesciamento del regime filo-Mosca a Kiev, ma ha recuperato subito grazie a un lucido piano. Si è ripreso la Crimea senza sparare un colpo di fucile e mandando soldati senza mostrine per l’ipocrisia della non ingerenza negli affari interni di un altro Stato. Poi si è messo buono in attesa che si calmassero le acque e che gli eventi avessero la loro inerzia. Avendo come avversario un esercito ucraino ridicolo gli è bastato armare i ribelli filorussi (corposa minoranza nelle regioni dell’est Ucraina), inviare qualche migliaia di “soldati russi in vacanza” desiderosi di “aiutare i fratelli separati” per decidere a suo favore le sorti della guerra. Risultato: dalla firma della finta tregua di Minsk (settembre scorso) I SEPARATISTI HANNO CONQUISTATO CIRCA 500 CHILOMETRI QUADRATI DI TERRITORIO ed eletto due propri governatori nelle Repubbliche popolari autoproclamate di Donetsk e Luhansk (voto non riconosciuto da nessuno salvo da Mosca), antipasto della secessione e della conseguente richiesta che arriverà, c’è da giurarci, di essere annessi dalla madrepatria. Allo stato, non si vede chi possa essere in grado di rovesciare questa prospettiva.

IL GUERRIERO RILUTTANTE

Ruolo non inedito e recitato con efficacia dal solito presidente americano Barack Obama, peraltro Premio Nobel per la Pace. In patria, dal suo vice Joe Biden in giù, compresi autorevoli esponenti democratici e naturalmente i repubblicani (John McCain in testa), gli tirano la giacca perché mostri la faccia truce con Mosca. I generali del Pentagono completano il quadro a causa dell’inveterata postura antisovietica dei tempi andati e dei riflessi neoconservatori per cui l’America è Marte mentre l’effemminata Europa della vagheggiata pace perpetua kantiana è Venere. Obama, più attirato dalla dea che dal dio della guerra, resiste all’idea di fornire un arsenale agli ucraini, non si sa fino a

quando. I bellicosi tra i suoi muoiono dal desiderio di infliggere il colpo fatale all’Orso russo, già ferito dal crollo del prezzo del petrolio, vena aorta delle asfittiche casse dello Stato. Così si impara a vagheggiare la costruzione di un impero di stampo postsovietico o postzarista, fate voi. L’Ucraina c’entra poco, è solo UN CONFLITTO DA GUERRA FREDDA fuori tempo massimo o da nuova Guerra fredda PER L’EGEMONIA SU UN PIANETA CHE ANDAVA VERSO UN ALTRO DUALISMO, IL G2 STATI UNITI-CINA, finché è arrivato il terzo incomodo Vladimir a riavvolgere il nastro della storia. La minaccia brandita è la Nato ai confini di Mosca, quanto di più osceno nell’immaginario russo, tanto da scatenare l’orgoglio ortodosso.

I DUE COMPARI

Sono la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande. Cercano di ammansire l’Orso con un piano che salvi api e miele. Vogliono RIDARE FIATO A UN ASSE FRANCO-TEDESCO ASSAI INCRINATO E SUPPLIRE ALLE CARENZE DI UN’EUROPA MAI NATA. Che diamine, di guerra sul suolo europeo in fondo si tratta. Bistrattato in patria a causa di inefficaci ricette anti-crisi, ridicolizzato dal casco e dal motorino dell’affaire Julie Gayer, risorto per la statura mostrata nel dopo Charlie-Hebdo, l’inquilino dell’Eliseo cerca un rilancio anche sul terreno del decisionismo in politica estera come già in Mali e contro lo Stato Islamico (aerei di Parigi in prima linea). In più deve salvare le commesse, bloccate causa embargo, per la costruzione di navi d’assalto classe Mistral a Putin, gli affari di Total e delle sue case automobilistiche in casa dello zar. Grossi affari.

   Sempre meno tuttavia di quelli di una Germania che conta oltre 500 aziende sul suolo russo, è il primo partner commerciale del gigante e ci abita vicino. Motivo in più per non irritarlo oltre il consentito. La Merkel aveva avviato una sorta di moderna Ostpolitik tanto da far ipotizzare alla rivista americana “Foreign affairs” una sorta di nuovo dominio russo-tedesco sul Vecchio Continente. Miliardi di euro di buoni motivi per diventare “mediatori”.

SPETTATORI

Più o meno tutti gli altri. A cominciare dall’Europa intesa come Ue (Mogherini dove sei? ). E non potrebbe essere altrimenti vista la divergenza di interessi. CAMERON deve difendere la City che campa di rubli, RENZI i solidi rapporti commerciali. Sull’altro versante, i vogliosi di dare una lezione allo zar perché suoi prossimi troppo più piccoli e timorosi: la POLONIA che esprime il presidente del Consiglio europeo Donalt Tusk, i BALTICI, gli SCANDINAVI.

   Anche la CINA che si è comprata, zitta zitta, il 5 per cento del territorio ucraino, LAND GRABBING per i suoi fabbisogni alimentari, ma se ne sta ferma a guardare la partita. Infine, lo spettatore più interessato di tutti: l’UCRAINA col suo presidente Petro Poroshenko, vaso di coccio tra vasi di ferro. Il re del cioccolato (sua professione prima della politica) non sa se il Paese arriverà a fine 2015 senza dichiarare default: avrebbe bisogno di venti miliardi di euro di aiuti. Ha un esercito abborracciato, praticamente inutile. Può solo sperare nel soccorso occidentale per mantenere integro il Paese. Ma qualcuno dovrebbe pur smetterla di illuderlo perché NON C’È NESSUNO DISPOSTO A “MORIRE PER KIEV”. Né per lui né per la massa degli STUDENTI DI MAIDAN di cui tutti ci eravamo innamorati ma che erano armati solo della loro speranza. Troppo poco in questo mondo di giungla hobbesiana.

EPILOGO

DUE IPOTESI. L’UCRAINA, in pieno rispetto della radice del suo nome (TERRA DI CONFINE) si rassegna a restare tale. Un Paese con occhi strabici, uno che guarda a ovest e l’altro ad est: cioè forma una Federazione (o Confederazione) con larghe autonomie e le due anime dello Stato libere di finire sotto l’influenza della Ue da una parte e della Russia dall’altra.

   OPPURE: il braccio di ferro arriva sino al punto irreversibile della frattura. E allora Putin, col tempo che ci vorrà, rompe gli indugi e si prende l’Est del Paese acclamato dai suoi abitanti russi perché nel frattempo gli ucraini sono fuggiti in luoghi per loro più sicuri. In entrambi i casi lo zar raggiunge il suo scopo: niente Nato sull’uscio. QUANTI MORTI CI VOGLIONO ANCORA per sancire ciò che è già scritto? (Gigi Riva)

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QUEL FRAGILE PONTE TRA L’EUROPA E PUTIN

di Vittorio Emanuele Parsi, da “il Sole 24ore” del 13/2/2015

   I risultati dei colloqui di MINSK «sono una buona notizia perché alimentano la speranza, ma la speranza non è abbastanza. Il vero test sarà il rispetto del cessate il fuoco sul terreno», e su questo «dobbiamo essere cauti».

   Le parole del presidente della Ue, il polacco Donald Tusk, sintetizzano magistralmente il bilancio delle 16 ore di serrata trattativa al vertice bielorusso. Si apre la possibilità di un cessate il fuoco, che dovrebbe prendere il via domenica ed essere completato nei 14 giorni successivi, dando effettiva attuazione a quello già sottoscritto dalle parti in settembre e mai rispettato.

   Le parti concordano quindi su quella “tregua”, che appena pochi giorni fa era descritta dalle fonti franco-tedesche come un risultato inaccettabile del vertice, che avrebbe dovuto portare invece a un accordo politico complessivo. Ma tant’è, in questo momento già la speranza di far tacere le armi e procedere allo scambio dei prigionieri è un fatto da salutare positivamente: «Un segnale di speranza» e «un motivo di sollievo» sia per l’Ucraina che per l’Europa, nelle parole di François Hollande e Angela Merkel.

   L’escalation è probabilmente rinviata, forse evitata, lo capiremo nelle prossime ore. Quel che sembra chiaro è che su tutto quello che va oltre il protocollo per l’istituzione di una ZONA CUSCINETTO TRA LE LINEE UCRAINE e quelle dei ribelli, con l’impegno ad arretrare lo schieramento delle armi pesanti non si è andato.

   Basta confrontare le dichiarazioni del presidente russo (per il quale la riforma costituzionale in Ucraina è il prerequisito della soluzione della crisi) con quelle del presidente ucraino (secondo cui non esiste una simile precondizione, mentre c’è l’accordo per il ritiro delle truppe straniere dall’Ucraina orientale). Le due dichiarazioni non sono esplicitamente contraddittorie. La prima si riferisce alla ricerca della soluzione complessiva (politica) della crisi, la seconda invece alle condizioni per la tregua. Esse però FOTOGRAFANO UNA REALTÀ in cui le parti, semplicemente parlano di cose diverse.

   Putin fa dichiarazioni sul diritto all’autodeterminazione dei popoli e sulla tutela delle minoranze. E non fa nessuna fatica a concordare sul ritiro delle truppe russe dall’Ucraina, per il semplice motivo che sostiene di non averle mai inviate.

   Poroshenko afferma il principio della inviolabilità dei confini e del divieto di modificarli manu militari, come già accaduto ad opera della Russia in Crimea. Significativamente, mentre la trattativa era in corso, gli ucraini denunciavano l’attraversamento del confine russo-ucraino da parte di una colonna di 50 carri armati, 40 lanciarazzi e 40 blindati.

   In effetti, da ciò che sembra di capire, gli osservatori dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) sarebbero incaricati di vigilare solo sulla linea armistiziale interna all’Ucraina e sull’allontanamento dei mezzi pesanti dal fronte, ma non sui confini russo-ucraini e su ciò che li attraversa.

Detto con molta chiarezza, I RUSSI NON HANNO ACCETTATO IL PRINCIPIO DI NON INGERENZA e NEPPURE QUELLO DI SIGILLARE IL PROPRIO CONFINE CON L’UCRAINA sotto la supervisione internazionale.

   E gli ucraini, dal canto loro, non si sono smossi di un palmo nella direzione di concedere quell’ampia autonomia alle popolazioni russofone che sola può (forse, e sempre che Mosca abbandoni i suoi piani espansionisti) disinnescare la crisi.

   La prudenza è quindi d’obbligo. Nel frattempo, CHI VINCE E CHI PERDE? Premesso che, SE LA TREGUA DIVENTERÀ EFFETTIVA, essa rappresenta UN PREMIO PER TUTTI, A COMINCIARE DALLA POPOLAZIONE civile, resta il fatto che un primo bilancio può essere tentato.

   Nell’immediato, PUTIN OTTIENE LA SOSPENSIONE DELL’APPLICAZIONE DI NUOVE SANZIONI a una Russia già pesantemente provata da quelle fin qui in essere e dal crollo del prezzo del greggio. Ma non rompe il suo isolamento internazionale. Anzi, proprio nelle ore scorse anche Cameron, fin qui morbido nei confronti della Russia, ha rilasciato dichiarazioni molto più dure, in cui invita a non replicare nei confronti della Russia di Putin gli errori commessi dal premier Chamberlain nei confronti della Germania di Hitler.

Forse nella City i mesi trascorsi da settembre ad oggi sono stati ben impiegati per “riproteggersi” rispetto a una fuga di capitali russi, chissà. La Ue allontana o rinvia la prospettiva di un’escalation bellica alle sue porte. Ma vede rafforzarsi la leadership tedesca al suo interno, sul cui gradimento molti, domani o su altri dossier (euro), potrebbero avanzare riserve o manifestare insofferenza. In termini istituzionali, poi, il presidente Tusk occupa il campo lasciato deserto dalla commissaria Mogherini.

   Quello che si può concludere è che il compromesso raggiunto a Kiev, tra interlocutori che parlavano di cose diverse (inviolabilità dei confini vs tutela delle minoranze) fingendo di parlare delle stesse cose, rappresenta probabilmente l’ultima chance offerta a Putin affinché si cavi fuori dal pantano ucraino salvando la faccia: se quest’ultimo l’abbia capito o sia intenzionato a sfruttarla lo scopriremo nei giorni a venire. (Vittorio Emanuele Parsi)

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TREGUA DEBOLE: KIEV PIGOLA BISOGNOSA, E PARE KABUL

di Daniele Raineri, da “il Foglio” del 13/2/2015

– La tregua fragile con i russi a Minsk ha bisogno di assistenza e soldi –

   Nella notte tra mercoledì e giovedì Germania, Francia, Russia e Ucraina hanno fatto un accordo a voce, senza una firma su carta, per fermare i combattimenti nell’est dell’Ucraina a partire dal primo minuto di domenica 15 febbraio.

   E’ un patto a quattro che nelle fasi finali è stato negoziato direttamente da Angela Merkel, François Hollande, Vladimir Putin e Petro Poroshenko riuniti a MINSK, in BIELORUSSIA, dove un primo cessate il fuoco era stato negoziato a settembre 2014 – e si è visto come è finito.

   Il primo effetto di questo cessate il fuoco è che gli armamenti pesanti dovranno essere fatti arretrare dalla linea di contatto fra soldati ucraini e separatisti, a seconda della loro gittata: l’artiglieria dovrà allontanarsi di 50 chilometri, i lanciarazzi Grad di 75, i Tornado-S, gli Uragan e i Torch di 140 chilometri.

   Sono i sistemi d’arma con cui le due parti si martellano a vicenda dalla scorsa estate, prendendo in mezzo i civili – le vittime hanno superato quota 5.000 – e per questo si tratta di un punto importante che dovrebbe mettere fuori pericolo le aree vicine al fronte (per quanto non si sa), ma ci vorranno due settimane.

   Il secondo effetto della tregua è che ci dovranno essere elezioni locali secondo la legge ucraina sullo “statuto speciale” per l’autogoverno “in alcune zone delle regioni di Donetsk e di Lugansk”, vale a dire in quelle controllate dalle milizie separatiste.

   La legge citata consente UNA CERTA AUTONOMIA REGIONALE SENZA ARRIVARE AL FEDERALISMO, che il presidente ucraino Poroshenko considera “inaccettabile”, ma non è chiaro che conseguenze avrà la sua applicazione, considerato che già adesso gruppi armati amministrano quei territori.

La Rada, il Parlamento ucraino, dovrà approvare una risoluzione per le elezioni locali entro i prossimi ventinove giorni. L’accordo a quattro dovrebbe risolvere altre due questioni importanti: ci saranno scambi di prigionieri “tutti in cambio di tutti”, che quindi riguarderanno la totalità dei prigionieri nessuno escluso, e amnistie per chi combatte assieme con i separatisti; e Kiev revocherà le misure d’isolamento punitive contro le regioni ribelli, come il blocco dei sussidi pubblici e degli stipendi statali, e il divieto di circolazione.

   Ci dovrà essere un’intesa su come spartirsi le tasse. Se la questione delle elezioni locali sarà risolta, allora entro la fine del 2015 l’Ucraina dovrebbe riavere indietro il controllo del confine orientale con la Russia – da cui passano i rifornimenti, le armi e gli uomini che vanno a rafforzare i separatisti, donando loro capacità militari che non avrebbero altrimenti – ieri, mentre ancora si discuteva l’accordo, cinquanta carri armati russi hanno varcato il confine dalla Russia e sono entrati in Ucraina, secondo Associated Press che citava il governo di Kiev.

QUANTO PUÒ DURARE QUESTA TREGUA? Se il modello storico più citato in questo conflitto sono i Balcani degli anni Novanta, allora anche soltanto pochi giorni (anche se ovviamente si spera sarà definitiva). Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha detto che si aspetta che gli ottomila soldati ucraini impegnati nella battaglia di DEBALTSEVO si arrendano e cedano le armi, prima che sia concesso loro di sfuggire all’accerchiamento delle forze filo Mosca.

   Debaltsevo è una piccola città sull’autostrada strategica che collega le due capitali separatiste, Donetsk e Lugansk, e la capitolazione creerebbe di fatto una nuova linea di confine, meno di ventiquattr’ore dopo l’accordo internazionale su un cessate il fuoco che deve ancora entrare in vigore. Secondo Reuters, colonne di soldati russi con uniformi anonime stanno convergendo su quella zona, e due giorni fa diciannove soldati ucraini sono stati uccisi.

   A DEBALTSEVO LA SITUAZIONE È UGUALE SE NON PEGGIORE A QUELLA DELLA TREGUA EFFIMERA DI SETTEMBRE, quando i separatisti stringevano l’assedio all’aeroporto di Donetsk, considerato incedibile da Kiev, e da quel focolaio i combattimenti si riallargarono presto a tutto il fronte. Già da ieri i capi delle due autoproclamate repubbliche separatiste hanno detto di non accettare le condizioni del cessate il fuoco, contribuendo ad aumentare l’ambiguità sul campo.

   I capi di stato negoziano tregue laboriose, i gruppi locali non si sentono vincolati, le cose non promettono bene. Se non altro, questo secondo accordo di Minsk ha l’effetto di raffreddare e ritardare le discussioni sull’invio di armi americane sofisticate all’esercito ucraino, che la settimana scorsa hanno occupato molto spazio sui media. Sarebbe stato il segnale del via di una guerra per procura tra Washington e Mosca, combattuta in Ucraina.

   L’aiuto occidentale intanto prende altre forme, e sembra a tratti di rivedere altre operazioni di assistenza in altri scenari, come in Afghanistan. Il Fondo monetario internazionale ha appena concesso (o almeno: c’è un pre-accordo promettente) al governo di Kiev un prestito da diciassette miliardi e mezzo di dollari per salvare il paese dalla bancarotta – anche se c’è un problema endemico di corruzione statale, come a Kabul.

   Seicento paracadutisti americani sono partiti per una missione di addestramento dei soldati ucraini, e secondo alcune fonti di stampa lituane, stanno arrivando in Ucraina rifornimenti di armi da Polonia e Lituania, entrambi paesi molto preoccupati dalla “guerra di Putin contro l’occidente”, come titola l’Economist. (Daniele Raineri)

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LE MOLTE SPINE NASCOSTE DI UNA PACE ANCORA IN BILICO

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 13/2/2015

   A Minsk è stato raggiunto un accordo che sarebbe sbagliato sottovalutare, ma la speranza della pace deve ancora superare tali ambiguità e tali ostacoli da rendere obbligatoria una cautela che sfiora lo scetticismo. Merkel e Hollande, rappresentanti coraggiosi di una Ue che resta divisa anche quando ha la guerra sull’uscio di casa, hanno evitato un fallimento che molti ritenevano passibile se non probabile.

   Grazie alla cancelliera e al presidente l’Europa esce da Minsk più autorevole e più autonoma, e la Germania dimostra ancora una volta di avere lei quel numero di telefono europeo che Henry Kissinger non riusciva a trovare. Ma se la scelta di rischiare in proprio (con un appoggio Usa arrivato all’ultimo momento) ha premiato Merkel e Hollande e di riflesso l’Europa intera, se le nuove sanzioni anti Russia sono ora sospese, se diventa improbabile che nel breve termine Obama decida di fornire armi letali all’esercito di Kiev, una valutazione degli accordi di Minsk lascia spazio a molte perplessità.

   Era ed è evidente che il primo passo di un ritorno alla pace si chiama cessate il fuoco. Ma perché aspettare fino alla mezzanotte tra sabato e domenica? Una tregua decisa e sottoscritta può essere trasmessa ai combattenti nell’arco di poche ore, quando Io si ritiene opportuno.

   Si prende tempo, invece, se c’è da conquistare altro territorio prima dl allontanare il dito dal grilletto. Tanto più se è vero, come ha detto Poroshenko, che cinquanta carri armati russi hanno attraversato il confine proprio mentre a Minsk si negoziava.

   Quel che accadrà domenica a mezzanotte sarà la prima verifica degli accordi di Minsk. Ma non sarà l’unica. Se tutto andrà bene (e dovrà continuare ad andare bene nei giorni, nelle settimane, nei mesi seguenti) si passerà, dopo altre 48 ore, al ritiro delle armi pesanti. Un altro passo cruciale, ma nemmeno questo riuscirà a dirci perché la guerra è stata combattuta.

   Perché da marzo ci sono stati quasi seimila morti, molti dei quali civili? Perché sussiste il timore di un conflitto devastante nel centro dell’Europa, capace di coinvolgere le due potenze nucleari che per tutta la durata della Guerra fredda sono riuscite ad evitare simili scenari? I Quattro di Minsk conoscono la risposta, e infatti hanno lasciato per ultimo l’ostacolo maggiore.

   Entro la fine dell’anno Kiev dovrà procedere a una riforma costituzionale. Poroshenko dice che non ci sarà una particolare autonomia delle regioni filorusse dell’Est. Putin invece non solo la vuole con annessa polizia propria, ma probabilmente intende ottenere dalla revisione costituzionale anche la garanzia che l’Ucraina non entrerà nella Nato.

   Soltanto se Mosca sarà soddisfatta il controllo del confine russo-ucraino tornerà alle forze di Kiev in collaborazione con gli attuali separatisti filorussi. Per questo si è combattuto, perché Putin voleva difendere interessi strategici che ora dovrebbero essere riconosciuti in una nuova Costituzione ucraina. Per arrivare a tanto servirà una forte e comune volontà politica dei Quattro con l’aggiunta dell’America.

   Possibile, credibile? Nell’attesa Minsk è stata generosa con il capo del Cremlino, gli ha regalato un assordante silenzio sulla Crimea annessa. Ma sbaglieremmo di grosso a voler individuare oggi vincitori e vinti: di questa partita abbiamo udito solo il fischio d’inizio. (Franco Venturini)

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UCRAINA, CESSATE IL FUOCO DAL 15 FEBBRAIO: ECCO I 13 PUNTI DELL’ACCORDO DI MINSK

da il Fatto Quotidiano del 12/2/2015

Tredici passi per un abbozzo di pace in Ucraina. Sono infatti tredici i punti dell’accordo Minsk-2 (il primo fu concluso il 19 settembre 2014) raggiunto nel sontuoso Palazzo dell’Indipendenza che la BIELORUSSIA ha messo a disposizione per accogliere le nutrite delegazioni russe, ucraine, tedesche e francesi, nonché quelle dei rappresentanti Ocse e alcuni osservatori delle provincie ucraine secessioniste, ufficialmente non invitati al summit.

   Il documento chiarisce nei dettagli i negoziati faticosamente elaborati dopo sedici ore di discussioni e confronti anche piuttosto tesi fra il presidente russo Vladimir Putin, il collega ucraino Petro Poroshenko e i mediatori Angela Merkel e François Hollande. E’ stato sottoscritto dai “membri del Gruppo tripartito: l’ambasciatrice Heidi Tagliavini, l’ex presidente ucraino Kutchma, l’ambasciatore della Federazione russa in Ucraina, M.I. Zubarov, A. V. Zakhartchenko (leader dei separatisti di Donetsk) e I.V.Plotniskji, capo dei ribelli di Lugansk.

1) Immediato e completo cessate il fuoco nei rispettivi distretti delle regioni di Donetsk e Lugansk. La sua urgente attuazione inizia dalla mezzanotte del 15 febbraio, ora di Kiev.

2) Ritiro delle truppe da entrambe le parti per creare una zona di sicurezza (50 km nel caso di sistemi di artiglieria del calibro di 100 mm, e più di 140 km per i lanciarazzi). Il trasferimento delle truppe dovrebbe iniziare non più tardi del secondo giorno di cessate il fuoco e terminare entro 14 giorni. A questo processo devono partecipare gli osservatori dell’OSCE. Allo stesso modo deve sostenerlo il Gruppo di contatto.

3) Garantire da parte dell’OSCE un controllo effettivo sul cessate il fuoco, a partire dal primo giorno.

4) Dopo il primo giorno successivo al ritiro delle truppe, iniziare un dialogo sul tema dello svolgimento delle elezioni locali in conformità con la Legge ucraina e con la legge “sulla modalità temporanea dell’amministrazione locale nelle repubbliche regionali di Donetsk e Lugansk” (adottata l’anno scorso dopo la firma del primo accordo di Minsk prevedeva l’introduzione di uno status speciale per le autorità locali, della durata di tre anni, insieme all’esenzione dalle responsabilità penali per coloro che hanno partecipato agli eventi; in seguito Poroshenko aveva ritirato la Legge poiché i ribelli non avevano rispettato le condizioni del trattato di Minsk). Entro 30 giorni dalla data della firma del documento bisognerà recepire le risoluzioni del Consiglio Supremo del Territorio che includerà misure particolari in accordo alla Legge “sulla modalità temporanea dell’amministrazione locale nelle repubbliche regionali di Donetsk e Lugansk”.

5) Garantire un’amnistia tramite l’introduzione di una legge sul divieto di persecuzione delle persone in relazione agli eventi che si sono svolti nelle repubbliche di Donetsk e di Lugansk.

6) Provvedere alla liberazione e lo scambio di tutti i prigionieri e delle persone detenute illegalmente in base al principio di “Tutti per tutti”, entro cinque giorni dal cessate il fuoco.

7) Garantire l’accesso, la consegna, lo stoccaggio e la distribuzione degli aiuti umanitari sulla base dei meccanismi internazionali.

8) Determinazione del modello di ricostruzione delle relazioni sociali ed economiche, comprendendo i pagamenti del welfare come le pensioni e altri. Con questo obbiettivo l’Ucraina ricostruisce la gestione del sistema bancario nelle regioni colpite dal conflitto, ed è possibile che venga introdotta un’effettuazione facilitata dei versamenti sociali da parte di organi internazionali.

9) Ritorno del pieno controllo da parte dell’Ucraina del confine in tutta l’area del conflitto. Il processo dovrebbe iniziare il primo giorno dopo le elezioni locali e terminare entro il 2015.

10) Ritiro delle unità militari di altri Paesi, tecnologie e mercenari dal territorio dell’Ucraina, sotto la supervisione dell’OSCE. Tutti i gruppi di combattenti illegali dovrebbero essere disarmati.

11) Realizzazione della riforma costituzionale in Ucraina. I cambiamenti devono entrare in vigore entro la fine del 2015. Devono preparare la decentralizzazione (tenendo conto delle caratteristiche specifiche delle repubbliche di Donetsk e Lugansk), così come l’introduzione di una legge sullo status particolare delle diverse regioni di Lugansk e Doentsk entro la fine del 2015.

12) Sulla base della legge ucraina “sulla modalità temporanea dell’amministrazione locale nelle repubbliche regionali di Donetsk e Lugansk” le questioni relative alle elezioni locali saranno discusse e concordate con i rappresentanti delle diverse regioni di Donetsk e di Lugansk nei contesti di un gruppo di contatto trilaterale. Le elezioni si terranno nel rispetto degli standard OSCE e sotto il suo monitoraggio.

13) Intensificazione delle attività del gruppo di contatto trilaterale, nella realizzazione di gruppi di lavoro per l’attuazione dell’accordo di Minsk.

nota: le misure citate, in accordo alla legge “sulla modalità temporanea dell’amministrazione locale nelle repubbliche regionali di Donetsk e Lugansk”, includono: – abolizione dell’imposizione di sanzioni, prosecuzione e discriminazione alle persone coinvolte negli eventi accaduti nelle repubbliche di Donetsk e Lugansk. – diritto all’autodeterminazione linguistica. – partecipazione degli organi dell’amministrazione locale nella nomina dei capi delle procure e dei tribunali nelle regioni particolari delle repubbliche di donetsk e di lugansk. – possibilità per organi governativi centrali di stipulare accordi con gli organi competenti di autonomia locale per lo sviluppo economico, sociale e culturale delle particolari regioni delle repubbliche di donetsk e di lugansk. – lo stato assiste lo sviluppo socio-economico delle regioni di donetsk e lugansk. – le autorità centrali promuovono la collaborazione delle repubbliche di donetsk e lugansk con le regioni russe. – istituzione di una milizia nazionale in accordo con la decisione dei governi locali per garantire l’ordine nelle repubbliche di Donetsk e Lugansk.

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«IO, ITALIANO CHE COMBATTO COME “FOREIGN FIGHTER” PER L’UCRAINA»

di Ilaria Morani da http://www.corriere.it/ , 12/2/2015

   Francesco F. è tornato da poco in Italia, in Piemonte, dalla sua famiglia. Ma nell’ultimo anno è stato a combattere tra le fila ucraine dell’est del Paese. Rientra anche lui nel lungo elenco dei foreign fighters, ovvero chi, con passaporto italiano, parte per combattere in un paese straniero. Il decreto antiterrorismo presentato dal ministro Angelino Alfano è stato studiato dopo i fatti di Parigi proprio per arginare il fenomeno tipico dei gruppi terroristici, Isis in testa. Nel mirino ci sono dunque Siria e Iraq. Ma quelle non sono le uniche guerre che si combattono. C’è anche l’Ucraina.

   Francesco è continuamente al telefono per capire le mosse dei suoi compagni di battaglione, l’Azov: «Il 10 febbraio abbiamo allargato di 30 chilometri la zona da noi controllata intorno a Mariupol, spiega, conquistando tre piccole città senza nessuna copertura dell’esercito e un caccia russo è stato abbattuto». Se nel mirino del decreto ci sono gli appartenenti a gruppi terroristici «allora al momento posso stare tranquillo», racconta Francesco, militante nelle file dell’estrema destra, unitosi alla causa ucraina ai tempi di Maidan, all’inizio della rivoluzione. «Il nostro è un battaglione prima politico e poi militare, siamo contro il governo ucraino ma difendiamo la popolazione. Ma anche se la nostra ideologia è ferrea dipendiamo in qualche modo dal ministero della difesa ucraina e siamo uniti alla Guardia Nazionale: mi hanno messo “in regola” e sono al riparo anche dalle leggi internazionali, che però non difendono gli stranieri (almeno tre italiani) che combattono con i separatisti filorussi».

   Francesco, partito dall’Italia come volontario, non è mai stato mercenario e la possibilità di combattere sotto la bandiera di un battaglione gli permette uno stipendio «di 200 dollari al mese, sigarette e cibo. Ma non l’alcol che è severamente vietato dal nostro regolamento». «Non amo la guerra, sono al fronte solo per ideologia e perché ho iniziato una rivoluzione ed ora va portata a termine».

In che modo?

«Il nostro obiettivo non è il Donbas, ma Kiev. Anche i soldati ucraini non ne possono più di questa guerra, sono stati traditi dai loro superiori, continuano a morire, i russi ormai sono l’85% delle risorse tra i separatisti. Il Paese cerca una rivoluzione e per tutti è Kiev l’ultimo obiettivo».

Chi appoggia la causa insieme a te? Chi sono gli stranieri che combattono?

«Nel nostro battaglione ci sono 85 foreign fighters, tanti svedesi, tanti russi, ma anche francesi, slavi, sono 7 gli italiani. Noi siamo ufficiali, ma ce ne sono altri che non possono essere dichiarati».

Per quale motivo?

«Una parte dell’accordo di Minsk prevedeva di non accettare più uomini stranieri. Ogni settimana però arrivano almeno 100 nuove richieste di arruolamento e siamo già in 1.200. Le regole si possono aggirare. I filorussi non hanno di questi problemi, nulla per loro è dettato da leggi».

Conosci gli italiani che combattono sull’altro fronte?

«Alcuni di loro sì. E si muovono con lo stesso spirito che ha spinto me, quindi li rispetto e li aiuterei se fossero in difficoltà».

Come sei diventato un soldato?

«A Maidan lanciavamo pietre, sono partito come Black Man, ho cercato di entrare nel Pravy Sector (Settore Destro, ndr), ma in quel momento non volevano stranieri, nell’Azov invece hanno avuto l’intuizione di avere un corpo militare straniero. Ero un manager, ho una famiglia e hanno così deciso di usarmi anche per la loro propaganda. Prima con un microfono in mano, poi con fucile mi sono fatto strada. All’inizio ero l’unico italiano insieme a tre svedesi, poi sono arrivati anche altri stranieri».

Che significa propaganda?

«Vuol dire chiamare a raccolta la gente, fare capire che non spariamo perché amiamo la guerra ma perché serve una rivoluzione. Non uccidiamo civili, ma solo i nemici. E poi serve la mia faccia in televisione: ultimamente sono sempre invitato dalle televisioni russe, per loro sono il mostro e fanno a gara per intervistarmi».

Che rapporto avete con gli altri battaglioni?

«Dalla parte ucraina, al momento ce ne sono 38, solo tre però danno un reale contributo alla guerra. L’Azov non ama gli altri, non ci piace l’Aydar ad esempio, sono teppisti sanguinari e nemmeno il Dnipro 1, gestito da oligarchi. Siamo soldati politici, non amiamo i giochi di potere. L’ho già detto? Combattiamo per amore».

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NELLA TESTA DI PUTIN

di Cesare Martinetti, da “la Stampa” del 12/2/2015

– Le radici ideali e gli autori di riferimento dietro il nuovo volto imperiale del leader russo. Da uno studioso francese, un libro che fa discutere –

   C’era una volta un Putin che citava Kant e il suo Trattato per la pace perpetua; c’è ora un Putin che si annette la Crimea e combatte nel Donbass per affermare l’«unità spirituale con gli ucraini».

   Quel liberale che, pur combattendo una feroce guerra in Cecenia (sulla quale l’Occidente, Stati Uniti compresi, non ha mai detto una parola), si voleva modernizzatore del magmatico caos postosvietico, si è ora incarnato nella «guida» panslavista che celebra la Santa Russia e attizza il vecchio sentimento antiamericano, di nuovo vivo nell’80% dell’opinione pubblica.

   Giusto un anno fa i più alti funzionari dell’amministrazione presidenziale hanno ricevuto in omaggio i libri di tre filosofi: Ivan Ilin, Nikolaj Berdiaiev e Vladimir Soloviev. Più che un messaggio, un ordine: leggere e imparare. C’è da sorridere a immaginare la caricatura che ne avrebbe fatto una scrittore come Gogol: questi ormai ricchi e grassi funzionari, abituati alla vita feroce ma luccicante della nuova Mosca, costretti a curvarsi come studentelli su libri di filosofia per un ukaze dello zar.

IL FILOSOFO ANTISOVIETICO

Ma a leggere cosa c’è in quei libri si capiscono molte cose del «nuovo» Putin, e non c’è niente da ridere. Ivan Ilin, per esempio, diventato il filosofo di riferimento che Putin cita in quasi tutti i discorsi più importanti. È stato uno specialista di Hegel, antisovietico e anticomunista, espulso dalla Russia da Lenin nel 1922, esponente della tradizione di pensiero religioso influenzato dall’idealismo tedesco. Riparato in Germania, saluta l’arrivo al potere dei nazisti nel 1933 con queste parole: «Il patriottismo, la fede nell’identità del popolo tedesco, la forza del genio germanico, il sentimento dell’onore, il fatto di essere pronti al sacrificio di sé, la disciplina, la giustizia sociale… basta vedere la fede nei loro volti per chiedersi: c’è un popolo che rifiuterebbe di creare per sé un movimento di questa dimensione e di questo spirito?».

DA SYRIZA A SALVINI

Cosa c’è dunque nel cervello di Vladimir Vladimirovic Putin per andare a recuperare un filosofo morto nel 1954 e tutto sommato marginale nella stessa storia della filosofia russa in esilio? Michel Eltchaninoff, redattore capo di Philosophie Magazine, ha pubblicato in questi giorni una meticolosa ricognizione dentro i discorsi e i contesti del capo del Cremlino. Il suo libro, didascalicamente intitolato Dans la tête de Vladimir Poutine (ed. Actes Sud) sta facendo discutere in Francia per i riferimenti all’attualità ucraina e le letture che fornisce delle ultime mosse di Putin sulla politica europea, in particolare il finanziamento di Marine Le Pen, il ponte aperto con Syriza e Podemos, l’apertura fatta alla Lega di Matteo Salvini. Da notare che anche Nicolas Sarkozy ha portato domenica scorsa il suo sostegno al putinismo definendo legittima l’annessione della Crimea.

   Il giornale online francese Mediapart ha scovato e pubblicato il video di un incontro che si sarebbe detto inimmaginabile fino a non molto tempo fa. Philippe De Villiers, il politico monarchico-vandeano-ultrareazionario, a colloquio con Putin al quale si rivolge come al salvatore della cristianità: «Presidente, i popoli d’Europa confidano in lei…». Ora si capisce meglio perché due anni fa una delle manifestazioni francesi contro il matrimonio gay fece tappa davanti all’ambasciata russa di Parigi invocando la solidarietà del Cremlino contro la Francia «americanizzata». Commenta Eltchaninoff: «Putin conta sull’arrivo al potere dei partiti populisti o d’estrema destra per diventare il leader dell’Europa».

L’IDEA BASE DEL JUDO

Ma chi sono gli intellettuali del presidente? Si sapeva che la sua azione politica, sempre ispirata a un crudo pragmatismo, si fondava sull’idea base del judo: far forza sui punti deboli dell’avversario. Nessuno ha mai pensato che conoscesse i testi di Ilin o Berdjaiev. Secondo Eltchaninoff i pilastri della testa di Putin erano i seguenti: il patriottismo, nel senso della patria da difendere dallo straniero; il militarismo, la società sovietica era una società militarizzata (Svetlana Aleksievic, nel suo straordinario memoir Tempo di seconda mano edito da Bompiani, parla di «militarizzazione nella carne e negli spiriti»); il Kgb, non inteso come l’agente della repressione, ma la punta di lancia della patria sovietica. Infine un’alleanza solida con la Chiesa ortodossa.

   Putin è un «sovietico di base», dice Eltchaninoff, non comunista ma rispettoso dei valori cardinali della società sovietica. È un conservatore con un’idea del mondo che afferma una «Via russa» e che coltiva il tradizionale sogno imperiale ispirato dai pensatori euroasiatici. Ivan Ilin gliel’ha «presentato» Nikita Mikhalkov, il regista di Oci Ciornie e del Sole ingannatore, diventato da un po’ di anni il leader di una Russia bianca nostalgica e imperiale.

UNA «GUIDA» PER IL PAESE

Dal 2005 le citazioni di Ilin sono un crescendo inarrestabile nei discorsi di Putin. «Alla caduta del comunismo – profetizzava Ilin – si dovrà costruire una nuova idea russa, religiosa e spirituale…». Bisognerà essere sempre pronti a una potenziale aggressione dall’esterno. Ilin sognava una «dittatura democratica» e/o una «dittatura nazionale» confidando nell’arrivo di una «Guida», capace di dirigere il paese e non di venderlo agli stranieri. Ecco il modello putiniano della «verticale del potere», la «democrazia sovrana» che dovrà lottare contro le potenze occidentali e la loro «ipocrita promozione di valori come la libertà» e in difesa dei «piccoli fratelli». Per esempio? Gli ucraini.

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PUTIN PIÙ PERICOLOSO DI MILOSEVIC

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 11/2/2015

   Putin è un Milosevic più pericoloso e potente mentre l’Ucraina è una sorta di super-Jugoslavia. Il parallelo tracciato da chi vuole armare l’Ucraina di Kiev contro i ribelli dell’Est appoggiati da Mosca può sembrare calzante.

   Simili persino gli echi della propaganda che portarono alla pulizia etnica dei Balcani. In Ucraina si riflettono nell’evocare le complicità delle milizie locali coi nazisti o i massacri dell’Armata Rossa (per non parlare dei 200mila ebrei uccisi in Volinia e delle stragi tra ucraini e polacchi), così come durante le ultime guerre balcaniche risorse tra i serbi la mitologia dei cetnici e tra i croati quella degli ustascia fascisti.

   Allora si trattava di liquidare l’eredità di Tito e di una Jugoslavia dove convivevano popoli e nazioni diverse. La storia, soprattutto quando si parla di stati semifalliti, anche finanziariamente, si presta a infinite distorsioni e diventa nemica della tolleranza come ricordava Milovan Gilas, il braccio destro di Tito che trattò con Stalin per evitare un’invasione societica, il quale poco prima di morire ricordava che nell’ex Jugoslavia «si stavano regolando i conti della seconda guerra mondiale».

   La balcanizzazione è evidente fin dall’inizio. Il secessionismo lo spettro che si aggira in Ucraina in barba a ogni soluzione federale: perché è questo che vogliono Putin e i ribelli dell’Est rendendo il Paese ingovernabile. Fu proprio Putin, all’indomani dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, ad affermare: «Questo è un precedente orribile che si ritorcerà contro gli occidentali».

   Mosca ha puntualmente applicato il diritto del Kosovo all’autodeterminazione per giustificare la protezione delle minoranze russe e l’intervento in Crimea dove il Kosovo è stato richiamato esplicitamente per aderire alla Federazione russa. Vale la pena ricordare che nel ’99 a Pristina, dopo i bombardamenti, prima delle truppe Nato arrivarono quelle russe, accolte dai serbi in festa, mentre lo sbarco anglo-americano era stato rallentato dall’ostruzionismo della Grecia.

   Tensioni mai sopite, anche adesso che la Serbia è candidata all’ingresso nell’Unione. Al punto che a novembre in Vojvodina si è svolta una manovra militare congiunta Serbia-Russia, la prima per Mosca in uno stato non appartenente alla sfera dell’ex Urss.

   Ma altri aspetti rendono più distante il parallelo Ucraina-Balcani. La disintegrazione jugoslava fu un conflitto devastante ma circoscritto e dopo l’intervento in Bosnia guidato dagli americani si andò avanti a trattare con Milosevic. La Russia allora fu spettatrice non protagonista.

   Quella in Ucraina è una guerra per procura tra Stati, viene percepito non soltanto come un conflitto da miliziani ma tra Mosca, gli americani, la Nato e una costellazione di ex membri dell’Urss o del Patto di Varsavia.

   Visti i precedenti i russi non credono all’Occidente: Bush senior promise a Gorbaciov nel ’91 che la riunificazione tedesca non avrebbe portato la Nato oltre la vecchia cortina di ferro. L’Occidente non crede che Putin, come Milosevic, rispetterà i patti. Ma se i Balcani per un decennio sono stati la guerra alla porta di casa, che per i suoi effetti economici e politici si poteva cinicamente ignorare, l’Ucraina è già la guerra dentro l’Europa. (Alberto Negri)

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LIBIA E STATO ISLAMICO

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I NOSTRI REGALI AL CALIFFO

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 14/2/2015

   La cartina nera del Califfato, pezzo dopo pezzo, si colma, gli spazi vuoti tra un emirato e un altro, tra un brigante sahariano infeudato al califfo di Mosul e gli altri zeloti dello stato islamico totale si restringono.

   I miopi profeti del «disordine controllato», i medagliati della guerra per «portare la democrazia in Libia», guardano ora, stupefatti, le bandiere nere a Sirte, a Derna, sulla costa del mare, ascoltano intontiti i proclami arroganti dei nuovi padroni della Libia purificata da una ideologia settaria e barbara.

   Dove sono finiti i mestatori a cui hanno prestato, frettolosamente, la patente di «democratici», di uomini del futuro? Che fine hanno fatto quelle elezioni, quei parlamenti, quelle costituzioni che abbiamo annusato come segno dei tempi ormai irrevocabilmente nuovi? Si urla ora all’allarme, si invocano alleati e ascari per fermare quelli che il presidente americano chiamava pochi mesi fa avversari di serie b, fantocci di un medioevo ridicolo e strampalato contrapposto alle meraviglie dl migliore dei mondi possibili, cioè il nostro.

   La Libia si infeuda, a brancate, a città, al califfato: ora migliaia di uomini la cui anima è una pagina bianca, migranti, fuggiaschi, disperati, superstiti di innumerevoli naufragi, rottami di tutte le tragedie di un continente, sono prigionieri del gulag islamista, sotto il controllo del sistema totalitario: migliaia di pagine bianche, uomini senza sogni senza speranze senza passato e senza futuro su cui scrivere un nuovo codice genetico: la guerra santa, la sharia, l’odio per l’impuro.

   Abbiamo regalato al califfo lunghe file di possibili reclute. A noi tutto questo servirà al massimo per la polemica di strapaese su quanto costava l’operazione Mare Nostrum.

   Invece la strategia globale del califfato galoppa: tiene ben saldi Mosul, la Siria, l’Iraq nonostante le scenografie degli sterilissimi bombardamenti, e le medaglie distribuite ai curdi. Ogni giorno che passa è per Abu Bakr una vittoria: migliaia di giovani interiorizzano la legge del sistema islamista, una legge non scritta che porta a identificarsi alla volontà di colui che ne è l’incarnazione. Il califfato è un mito: ma cosa se non i miti spinge gli uomini a combattere, morire, uccidere? Lungo le coste del Mediterraneo in Africa, nello Yemen infinite avanzate, colpi di spillo e raid devastatori, singoli delitti e stragi assire portano avanti le pedine con bandiere nere.

   Una città cade in Nigeria, una base militare è annientata nel Sahel, un convoglio di armi attraversa il Sahara, una imboscata uccide soldati keniani, una altra ambasciata occidentale chiude: notizie che ci scorrono tra le dite che non ricordiamo, che non scomodano i politici ma sono tutte vittorie del califfato. Il nostro spazio si restringe, i luoghi che possiamo attraversare, raccontare, vivere si riducono, davanti a noi, attorno a noi: è questa la guerra totalitaria.

   La verità è una cosa fragile: se intonata ad ogni angolo da mille giovani gole di acciaio, unte di moschee fanatiche immediatamente anche la verità più indiscutibile si trasforma in bugia, in violenza, in terrore, e prima o poi in pretesto per uccidere. (Domenico Quirico)

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PERCHÉ L’IS VUOLE LA LIBIA

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 14/2/2015

   LA LIBIA è sempre più terra di conquista dell’Is. Le milizie che hanno giurato fedeltà a al Baghdadi conquistano anche SIRTE. Dopo DERNA, dove dallo scorso autunno le milizie del Consiglio della Shura hanno proclamato la loro adesione al Califfato, Sirte è la seconda città libica a finire sotto i vessilli nerocerchiati. Ma l’influenza dell’Is si estende ormai a BENGASI, sino a poco tempo fa incontrastato regno della qaedista Ansar al-Sharia. Ora, sotto la possente spinta simbolica del Califfato, molti dei seguaci di Ansar cominciano a affluire tra i ranghi dell’Is.

LE AVANGUARDIE DELL'ISIS CONQUISTANO SIRTE IN LIBIA
LE AVANGUARDIE DELL’ISIS CONQUISTANO SIRTE IN LIBIA

   UN PROCESSO analogo a quanto accaduto in Siria, con il progressivo svuotamento di Al Nusra a favore dell’Is. A Sirte la radio trasmette già discorsi del Califfo Nero, sintomo del nuovo e cruento ordine che si annuncia. E, come ha mostrato anche l’attacco all’hotel Corinthia, gli jihadisti agiscono anche a Tripoli.

   Che la situazione sia precipitata lo dimostra non solo l’invito dell’ambasciata italiana ai nostri connazionali ad abbandonare il paese; ma anche la decisione dell’Egitto di far evacuare i propri cittadini. Le immagini da cronaca di una morte annunciata pubblicate sulla rivista Dabiq , con gli incapucciati in nero che fanno sfilare sulla spiaggia di Sirte i ventuno cristiani copti rapiti nei mesi scorsi, definiti come da copione “crociati”, fanno capire che ormai anche l’Egitto è un bersaglio dell’Is.

   Anzi, un doppio nemico, politico e religioso. Perché il Cairo appoggia e fornisce supporto logistico e aereo alla milizie di Al Hattar, il generale che vuole fare piazza pulita di ogni gruppo islamista in Libia; perché Al Sissi, nemico giurato degli jihadisti in riva al Nilo, vede nei copti un pilastro della sua diga antislamista.

   La cattura dei copti il Libia viene presentata dai nerocerchiati con la necessità di vendicare le donne musulmane, a loro avviso, vittime del «complotto della chiesa egiziana». Una vicenda annosa, quella delle donne cristiane convertite all’islam, che, secondo la propaganda islamista, sarebbero poi state costrette dalla Chiesa copto-ortodossa a rinnegare la loro conversione. Ma pur sempre una questione sensibile in Egitto, che viene non a caso agitata per rafforzare influenza e reclutamento dell’Is. In quel grande buco nero che è la Libia, Stato fallito ormai preda delle sue migliaia di milizie armate l’una contro l’altra, il Califfato guadagna terreno. A POCHE CENTINAIA DI MIGLIA DALL’ITALIA E DAI CONFINI DELL’EUROPA. UN PERICOLO ENORME PER L’OCCIDENTE.

   Non solo da quella sponda i traffici di migranti possono essere gestiti, sotto il controllo jihadista, come attiva forma di destabilizzazione dei paesi europei, Italia in testa. Con le tante katibe che controllano le coste della Tripolitania al servizio, in una logica di convenienza e sopravvivenza, degli obiettivi strategici del Califfo Nero.

   Ma il Califfato in riva al Mediterraneo può anche diventare il magnete per gli jihadisti del Magheb, dell’Africa subsahiarana, dell’area egiziana e sudanese. Oltre che un mito politico per la gioventù musulmana radicalizzata in Europa. Una sorta di Somalia davanti alla Sicilia. Gli uomini in nero sullo sfondo azzurro del mare non sarebbero, allora, solo un mero effetto cromatico ma una seria minaccia.

   CHE FARE, DUNQUE? INTERVENIRE? E COME? Una missione di peace-keeping sotto mandato Onu, come ipotizza il governo italiano, appare problematico in un contesto in cui gli schieramenti, le alleanze, gli interessi di fazioni e milizie locali sono assai mutevoli. Le forze inviate dal Palazzo di Vetro potrebbero diventare un bersaglio senza produrre effettivi risultati politici. Qui più che mantenere la pace, bisognerebbe imporla.

   Ma un’operazione di peace-enforcement, un intervento militare sotto forma dell’ennesima “coalizione dei volenterosi” di turno, sarebbe ancora più problematica senza avere un realistico progetto strategico per il dopo. Difficilmente Stati Uniti e Europa potrebbero assumersi un simile rischio. IL CALIFFATO, però, È ORMAI ALLE PORTE e urge una risposta a questo dilemma tragico. La vicenda riguarda innanzitutto l’Italia, se non altro per i risvolti storici e geopolitici che la legano all’antica Quarta sponda, ma non solo.

   Più che mai qui i confini sono i confini di tutti. In gioco c’è la sicurezza delle società europee e gli equilibri nel Mediterraneo. Tergiversare sarebbe catastrofico. La questione libica richiede un intervento, e una precisa strategia, da parte della comunità internazionale. Dopo, potrebbe essere tardi. (Renzo Guolo)

l'ISIS A DERNA (LIBIA)
l’ISIS A DERNA (LIBIA)

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CALIFFATO, LA BARBARIE INVISIBILE CHE VUOLE RENDERCI TUTTI SUDDITI

di Elisabetta Rosaspina, da “il Corriere della Sera” del 11/2/2015

– Un saggio di DOMENICO QUIRICO sulla misteriosa insurrezione jihadista –

   Sulla copertina del libro, una mappa mostra i confini del Grande Califfato . Per dimensioni, più che per disposizione geografica, ricorda l’insaziabile espansionismo transcontinentale di imperi scomparsi, come l’ottomano o, ancor prima, quello romano. Una chiazza nera dilaga compatta dalla Spagna all’Asia, inglobando i Balcani e il Medio Oriente e scendendo ben più a sud della penisola araba, come una mantella nera che copre la metà superiore dell’Africa. Ne fa parte tutto il Mediterraneo, con l’esclusione — magari soltanto provvisoria — delle coste francesi e italiane.

   Agli occhi di un medico potrebbe apparire forse come una radiografia, con le ombre scure di una diffusa metastasi. Agli occhi di un giornalista, come Domenico Quirico, quella è la fetta di mondo che il «califfo» sogna di rendere invisibile. Invisibile e impenetrabile agli «infedeli impuri», cioè più o meno al resto del pianeta.

   Un delirio? In parte, è un progetto già realizzato: «Ci sono Paesi come la Siria, la Libia, parte dell’Iraq, ma anche l’Afghanistan, il Nord della Nigeria o del Mali, dove non sappiamo più che cosa stia accadendo, semplicemente perché i giornalisti indipendenti non vi hanno accesso» osserva Quirico, l’inviato speciale de «La Stampa» per cinque mesi prigioniero di Jabhat al-Nusra e di altri gruppi armati in Siria, nel 2013.

   Fu in quel periodo che il reporter italiano sentì parlare, per la prima volta, di quell’ipotetico regno del tiranno islamico che allietava le menti dei suoi carcerieri e aguzzini: Il Grande Califfato . Che dà il titolo al suo nuovo libro, pubblicato in queste settimane da Neri Pozza. Quirico raccontò ciò che aveva udito appena rimise piede in Italia, dopo la sua liberazione, ma le sue informazioni furono accolte da increduli sorrisi: come si poteva prendere sul serio, negli anni Duemila, lo sproposito di restaurare un «Califfato»? Un territorio governato da una specie di sultano, magari come quello di Iznogoud (in italiano Gran Bailam), il gran visir da fumetto inventato da René Goscinny, con il sogno di «essere califfo al posto del califfo».

   Un anno e mezzo più tardi, però, riesce difficile ironizzare sulle metastasi della barbarie che apre e chiude, a suo piacimento, le finestre del terrore. «Da quelle aree ormai le uniche notizie che arrivano — commenta Quirico — sono voci incontrollate e incontrollabili oppure i video della pura propaganda autoprodotta. Mi piacerebbe poter andare a Mossul, nel Nord dell’Iraq, a vedere e raccontare come vive la gente ai tempi del Califfato. Come è cambiata la vita quotidiana dei suoi abitanti sotto il regime dell’Isis. Non se ne sa nulla».

   Non si sa nulla della società civile siriana, che in qualche modo sta cercando di sopravvivere allo scempio di ogni speranza di libertà: «Sì, forse, il poco che ne rimane. Non so se esistano ancora luoghi sociali in Siria e comunque non si può andare lì ad ascoltare. L’obiettivo del Califfato è abolire gli Stati. Il problema di uno Stato palestinese, che ha mobilitato l’Islam per più di mezzo secolo, scomparirà, perché lo scopo della jihad è di renderci tutti sudditi del sultano».

   Si sa poco anche dell’autoproclamato «emiro» e del suo stato maggiore: «Abu Bakr al-Baghdadi? Non sappiamo con sicurezza nemmeno quando è nato né come si sia sviluppata la sua biografia. I comandanti sono figure quasi completamente ignote. Sappiamo soltanto che, per loro, noi siamo animali da sgozzare».

   L’autore non lascia spiragli di speranza nelle 234 pagine in cui descrive quel che ha potuto vedere, intravedere o intuire, negli ultimi anni, dell’avanzata di queste truppe disumane, dove si mescolano etnie, lingue, culture diverse, dai somali ai ceceni, dai nigeriani di Boko Haram agli specialisti iracheni rodati da Saddam Hussein, dai salafiti tunisini fino agli europei, fuoriusciti dalla civiltà per vincere la loro jihad oppure morire.

   È un viaggio, con una macchina fotografica dentro la mente, per catturare e conservare ogni prezioso particolare dagli abissi del fanatismo. Così ricorrente, nella sua ottusa crudeltà, a qualunque latitudine dove prosperi chi crede davvero che Dio possa ordinare di uccidere. (Elisabetta Rosaspina)

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A SETTANT’ANNI DALLA CONFERENZA DI YALTA

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YALTA DALL’ORDINE MONDIALE AL NUOVO CAOS GLOBALE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 10/2/2015

– Settant’anni fa i leader dei paesi vincitori con un tratto di penna ridisegnarono l’Europa. Ora invece, con la Ue divisa e la crisi ucraina l’idea di una regia unica sembra tramontata –

   L’ORDINE mondiale è l’utopia di ieri. Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica. Fu la guerra fredda, a suo modo una pace fra i potenti pagata con l’oppressione all’Est e i conflitti alle periferie del pianeta, dalla Corea al Vietnam, dal Medio Oriente al Congo. Crollata l’Unione Sovietica, toccò a George Bush padre evocare l’alba di un “nuovo ordine mondiale” che si sarebbe retto sulla benigna egemonia di un solo paese, il suo. Lo chiamammo Washington consensus.

da lettera43.it
da lettera43.it

   Ci pensò Bush figlio a sabotarlo, con la “guerra al terrorismo”, seguita dalla crisi del 2007 scoppiata nella pancia della finanza privata americana. E ADESSO?

   Immaginiamo che i leader del pianeta si dessero di nuovo appuntamento a Palazzo Livadija, già residenza estiva degli zar presso Yalta, in Crimea, dove i Tre Grandi si internarono dal 4 all’11 febbraio 1945. Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica.

   La prima disputa scoppierebbe sulla proprietà del palazzo. Siamo in Ucraina oppure in Russia? In un concerto di nazioni ben temperato, la questione non si porrebbe, vigendo un catasto unico — ogni Stato con le sue proprietà riconosce i suoi omologhi con le loro. Oggi, come minimo, Kiev minaccerebbe di bloccare le vie di accesso alla Crimea (senza essere presa troppo sul serio) e Mosca di forzare il passaggio a mano armata, se necessario (venendo presa terribilmente sul serio).

   Ma ammettiamo che un impulso di retto pragmatismo induca tutti a “concordare di dissentire” sulla proprietà della monumentale villa con il suo vasto parco. E siccome il fatto prevale sul diritto, finché non diventa tale, la vigilanza sia affidata agli “uomini verdi”, cioè agli “specialisti” russi senza divisa che nel marzo scorso requisirono la Crimea formalmente ucraina. Potremmo a questo punto celebrare la nuova Yalta? C’è da dubitarne.

   Il contenzioso successivo riguarderebbe la verifica dei poteri. In parole povere: chi è abilitato a negoziare il nuovo ordine? Nessuno obietterebbe sui titoli del presidente degli Stati Uniti né sulle credenziali del collega cinese. Quanto al leader russo, la potrebbe essere chiusa dalla regola di ospitalità per cui in ogni competizione internazionale i padroni di casa sono ammessi di diritto.

   Buona educazione potrebbe consentire ai responsabili di Giappone, Canada, India, Brasile e Sudafrica di accedere ai marmi bianchi di Livadija, mentre all’Australia verrebbe proposto di accontentarsi di un consigliere nella delegazione britannica. È infatti scontato che il Regno Unito pretenderebbe il seggio che fu di Churchill.

   Eccoci al terzo, decisivo scontro: chi parla per l’Europa? La battaglia si disputerebbe in teatri paralleli. Pro forma a Bruxelles, dove presidente del Consiglio europeo e presidente della Commissione si adatterebbero infine a uno strapuntino per ciascuno. Pro substantia fra Berlino e Parigi, con Roma, Madrid e Varsavia a litigare sul numero dei rispettivi auditori.

   Economia, demografia e influenza internazionale inclinerebbero la bilancia verso la Merkel. Bomba atomica e residuo impero transcontinentale direbbero Francia. Eppoi Hollande non vorrebbe rinunciare alla soddisfazione di sedere lì dove non poté de Gaulle. Cinesi, americani e russi finirebbero per gentilmente imporci la formula due più due. Stringendosi un po’, Merkel e Hollande occuperebbero insieme un’ampia poltrona di prima fila, con Tusk e Juncker appollaiati sull’annesso divanetto di coda.

   Benvenuti alla seconda Yalta, in formato 9 (Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone, Canada, India, Brasile, Sudafrica, Regno Unito) più 4 (Germania/Francia con l’appendice Ue/Commissione). Tredici a tavola, alla faccia della superstizione. Consesso comunque pletorico, considerando che i protagonisti dei due massimi tentativi di ordinamento del mondo in età moderna e contemporanea — Vienna 1815 e Yalta 1945 — vertevano su schieramenti rispettivamente a 5 e a 3. Esubero rivelatore: troppi sono i pretendenti al protagonismo.

   L’ordine fra diseguali presuppone ordinanti e ordinati. Abbiamo oggi un’abbondanza di aspiranti al primo status e una carenza di comparse disponibili a farsi comandare. Con una zavorra aggiuntiva: gli Stati di oggi non sono altrettanto autorevoli di quelli di ieri. Anche — o specialmente — quando sono autoritari.    Senza illusioni, ma in uno slancio di volontarismo, noi europei potremmo quanto meno contribuire a snellire il formato della Livadija bis. Basterebbe dare seguito alla retorica comunitaria, che ci vuole vocati a parlare “con una voce sola”. Quale migliore occasione di provarla vera? Allo stato della fisiologia e delle scienze biologiche attuali, disporre di una voce sola implica una condizione: avere un solo corpo, dotato di sano apparato fonatorio.

   Si pone dunque il dilemma di come ridurre i Ventotto a Uno. Tre possibilità, in teoria. La prima è l’Europa tedesca. Sembrerebbe la più ovvia. Ma è miraggio: la Germania non può e non vuole assumersi la responsabilità di armonizzare la cacofonia continentale. Non può perché ha sempre dimostrato, e continua a rivelare nel suo modo di concepire l’unione monetaria, di non sapere esercitare alcuna forma di egemonia, integrando parte degli interessi altrui nei propri calcoli strategici.

   Altrimenti non avrebbe tentato, con un certo provvisorio successo, di trasformare l’euro — la moneta concepita da francesi e italiani per abolire il marco — in un nuovo marco, a spese dei soci dell’eurozona. Non vuole perché la grande maggioranza dei tedeschi mira al proprio benessere e ai propri affari. Punkt. C’è molta “Grande Svizzera” nella “Grande Germania” che ossessiona i germanofobi. Almeno finché la maionese europea non finisce di impazzire.

   La seconda soluzione è l’euronucleo, idea lanciata ventuno anni fa dall’attuale ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble. Una Confederazione Europea guidata da Berlino, con Parigi junior partner, più Benelux e qualche partner nordico o baltico, a cominciare dalla Polonia. Con noi italiani e altri periferici ridotti a satelliti, aggrappati alle Alpi per non affogare nel Mediterraneo. Oppure, nel caso più fortunato, con Roma riammessa in extremis nel club dell’Europa-Stato confederale, essendo finalmente riuscita a rimettere ordine in casa propria.

   Non riusciamo a concepire un’ipotesi più attraente per l’Italia e per il Vecchio Continente.    Infine, la guerra. L’ordinatore di ultima istanza, quando tutto il resto fallisce. Si obietterà che quasi nessun europeo (occidentale) ha voglia di farla, a differenza del 1914 e, in minor parte, del 1939. Eppure domenica scorsa, Hollande ha pronunciato la parola impronunciabile — “la guerre” — quale unica alternativa al fallimento dei negoziati sull’Ucraina.

   È bene che questo termine non sia più tabù. Perché fingendo che il pericolo, per quanto remoto, non esista, rischiamo di abbandonarci a una dolce deriva. Quasi che il disordine attuale possa prolungarsi impunemente all’infinito, senza suscitare gli spiriti animali che non cessano di abitare anche gli uomini di miglior volontà. (Lucio Caracciolo)

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CORSI E RICORSI

UCRAINA: DA YALTA A MINSK, IN GIOCO C’È IL FUTURO

Febbraio ’45: in Crimea gli alleati gettavano le basi per il nuovo ordine mondiale. Settant’anni dopo quegli equilibri traballano. La crisi ucraina è all’ultimo bivio.

di Stefano Grazioli, 10/2/2015, da http://www.lettera43.it/

   Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 i leader delle potenze alleate contro il nazifascismo si incontrarono a Yalta, in Crimea, per discutere cosa sarebbe successo dopo la capitolazione della Germania, ormai prossima (8 maggio 1945).    Ospiti nel palazzo di Livadia, ultima residenza estiva degli zar, Iosif Stalin, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill misero le basi per l’ordine mondiale che sarebbe uscito dopo al fine della Seconda guerra mondiale: dalla divisione della Germania in diverse zone di occupazione alle rispettive sfere di influenza sul continente e non solo.

   Se la questione della Polonia rimase inizialmente contrastata e irrisolta – sarebbe stata poi l’Unione Sovietica a forzare la mano per la costituzione di un primo governo satellite comunista – ci fu maggiore unità per gettare le fondamenta per la creazione delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, che avrebbe visto la luce nella prima assemblea generale a Londra nel gennaio del 1946.

SCRICCHIOLA L’ORDINE STABILITO A YALTA.

Esattamente 70 anni dopo la Conferenza di Yalta, gli equilibri continentali e internazionali sono messi alla prova proprio su quel teatro: LA CRIMEA E L’UCRAINA. Gli attori sono diversi e gli schieramenti differenti, ma in discussione c’è in sostanza l’ordine stabilito allora sulle sponde del Mar Nero, che per 25 anni dopo la caduta del comunismo aveva continuato a reggere senza troppi scossoni.

   L’Urss non c’è più, Yalta, dopo una parentesi di 60 anni all’interno dell’Ucraina prima sovietica poi indipendente, è tornata a far parte della Russia, la Germania non è una nazione sconfitta, ma ora da Berlino arrivano gli input per tutta la politica continentale. Gli Stati Uniti, oggi come ieri, esercitano una leadership sullo scacchiere mondiale che segue in primo luogo gli interessi nazionali.

Senza un compromesso, l’Ucraina sprofonderà nel baratro

   La crisi ucraina ha già lacerato i rapporti tra Europa e Russia e ha evidenziato anche le divergenze all’interno dell’Ue e tra Bruxelles e Washington. In questi giorni in cui l’offensiva diplomatica per la soluzione del conflitto ha raggiunto il suo apice, appare evidente che si è arrivati al punto di non ritorno: o sarà trovato un compromesso soddisfacente per tutti, oppure prima l’Ucraina sprofonderà nel baratro e poi Europa e Russia dovranno raccogliere i cocci non solo a Kiev, ma a casa propria.

IL BIVIO DI MINSK. 

In questo senso l’appuntamento a Minsk tra Vladimir Putin, Petro Poroshenko, Angela Merkel e François Hollande è decisivo: si tratta di evitare in primo luogo la definitiva escalation militare e in secondo luogo di trovare una soluzione sul medio e lungo periodo per il Donbass e l’Ucraina intera. Non c’è infatti solo da fermare una catastrofe umanitaria locale, ma da salvare quell’equilibrio senza il quale tutto il continente non può che crollare. Soprattutto la Germania ha spinto e sta spingendo perché sia raggiunta un’intesa duratura e non è un caso che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier abbiano ribadito alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco come l’architettura della grande casa comune europea non può essere affidabile se viene costruita senza o addirittura contro la Russia.

LE DIVISIONI BERLINO-WASHINGTON. 

Per Berlino, nonostante tutte le difficoltà nella gestione delle relazioni con il Cremlino, non si può fare a meno di Mosca per salvaguardare la stabilità continentale. Su questo punto, che deriva non solo dalla fase positiva di partnership russo-tedesca sbocciata dalla fine della Guerra fredda, ma anche dalla fase negativa delle dittature del XX secolo, non c’è piena concordanza con gli Stati Uniti e l’idea di fornire armi letali a Kiev da parte di Washington non è altro che il simbolo delle diverse strategie di fondo.

   Da una parte al Kanzleramt si sostiene che l’assistenza militare diretta nell’ex repubblica sovietica sarebbe controproducente, dall’altra alla Casa Bianca si ventila l’ipotesi come deterrente verso una nuova escalation.

USA ASSENTI, TOCCA ALL’EUROPA. 

La differenza è che mentre gli uni giocano con il fuoco a debita distanza, gli altri le grane le hanno nel giardino di casa: se nel 1945 a Yalta si trattava di dare un nuovo ordine sulle macerie dell’Europa devastata dalla guerra, mercoledì 11 febbraio a Minsk saranno i leader europei, senza la partecipazione diretta statunitense, a tentare di evitare che uno Stato in mezzo al continente sprofondi nel baratro con conseguenze imprevedibili per i vicini, a Est come a Ovest.

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IN QUEL FEBBRAIO DEL ’45 I VERI SCONFITTI FURONO I SOGNI DEMOCRATICI DELL’EST

di Massimo L. Salvadori, da “la Repubblica” del 10/2/2015

– Quando Stalin svelò il metodo “Contano solo i rapporti di forza” –

   NEL corso della seconda guerra mondiale, quando ormai si profilava, dopo quella dell’Italia, la sconfitta della Germania e del Giappone, le potenze alleate — Usa, Gran Bretagna e Urss — si trovarono nella necessità di affrontare e risolvere non soltanto le questioni militari, ma anche i problemi relativi alla futura sistemazione politico-territoriale del mondo. Gli accordi tra le potenze non potevano non riflettere i rapporti di forza che andavano a mano a mano stabilendosi tra di esse.

   La conferenza di Yalta era stata preceduta da quella di Teheran fra il 28 novembre e il primo dicembre 1943, dove era già emersa la relativa posizione di secondo piano della Gran Bretagna. Qui era stato deciso che l’apertura del “secondo fronte” sarebbe avvenuta in Francia e non nei Balcani come invece chiedeva insistentemente Churchill e si erano delineate, seppure in maniera non ben definita, le sorti della Germania e della Polonia. Ancora precedente a Yalta era stato l’incontro nell’ottobre 1944 di Churchill con Stalin, in cui i due leader avevano siglato su un foglio le percentuali della loro influenza in Romania, Bulgaria, Jugoslavia e Grecia, senza tener conto alcuno della volontà e degli orientamenti politici dei popoli coinvolti.

   La conferenza di Yalta, che si svolse dal 4 all’11 febbraio 1945 e che come quella di Teheran vide riuniti Roosevelt, Churchill e Stalin, fu fortemente condizionata dalla marcia inarrestabile delle truppe sovietiche verso Occidente. L’orientamento del primo era di cercare un’intesa con i sovietici atta a garantire in futuro la pace internazionale; quello del secondo di salvare l’integrità dell’impero britannico; quello del terzo di assicurare al suo paese la piena sicurezza mediante il controllo sull’Europa orientale. Le principali decisioni prese furono:

1) la divisione della Germania, dopo la fine della guerra, in quattro zone di occupazione, una delle quali, assegnata alla Francia, sarebbe stata ricavata da quelle affidate alla Gran Bretagna e agli Usa;

2) la totale smilitarizzazione del paese vinto;

3) la sua denazificazione;

4) il pagamento di ingenti riparazioni, richiesto ai vinti con vigore dall’Urss, che era stata letteralmente devastata dagli occupanti tedeschi;

5) la definizione delle frontiere della Polonia e un accordo, rimasto nel vago e del tutto ambiguo, riguardante il governo provvisorio polacco, da formarsi con esponenti sia filosovietici sia filo-occidentali;

6) la congiunta dichiarazione (già clamorosamente smentita dagli accordi Churchill- Stalin dell’agosto 1944) che i paesi liberati avrebbero dato vita a governi “responsabili di fronte alla volontà popolare” e fondati su “libere elezioni” (Stalin commentò: «Possiamo eseguirla alla nostra maniera. Ciò che importa è il rapporto di forze»);

7) la dichiarazione che l’Organizzazione delle Nazioni Unite sarebbe stata retta da un Consiglio di sicurezza, composto, oltre che da Usa, Urss e Gran Bretagna (i “veri grandi”), anche da Francia e Cina (“grandi” unicamente per concessione dei primi) e che soltanto il loro unanime accordo avrebbe consentito l’applicazione delle decisioni. Il che rappresentò un punto di forza per l’Urss, sola di fronte alle quattro potenze a ordinamento politico e sociale diverso dal suo;

8) l’impegno dell’Urss a entrare in guerra con il Giappone entro due-tre mesi dopo la capitolazione della Germania.    La conferenza di Yalta pose per aspetti decisivi le premesse di quella successiva di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945), nella quale, avvenuta la resa tedesca, le potenze vincitrici sancirono quanto stabilito a Yalta circa la divisione della Germania in zone di occupazione (senza però dar seguito all’ipotesi presa in considerazione a Teheran di procedere alla formazione di più Stati tedeschi).

   Yalta e Potsdam da un lato costituirono un grande successo in particolare per l’Urss, che, nonostante futuri acuti contrasti con le potenze occidentali, fu in condizione di imporre il suo dominio imperiale sull’Europa Orientale; dall’altro segnarono la divisione sia della Germania sia dell’Europa in due sfere di influenza poste sotto gli ombrelli delle “superpotenze” americana e sovietica. (Massimo L. Salvadori)

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ANCORA UNA STRAGE DI MIGRANTI

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LAMPEDUSA. TESTIMONI SU UNA STRAGE IMMANE

di Giuseppe Lo Bianco, da “il Fatto Quotidiano” del 12/2/2015

– “330 morti in mare” Triton ha fallito, il governo lo difende – “A LAMPEDUSA PIÙ DI 300 MORTI” L’AGENZIA ONU PER I RIFUGIATI: OLTRE AI 29 ASSIDERATI, C’ERANO ALTRI DUE GOMMONI PIENI, FORSE TRE I PM: “ANCORA NESSUN RISCONTRO”. I SUPERSTITI: “SIAMO PARTITI SOTTO LA MINACCIA DELLE ARMI” Palermo –

   Li hanno costretti a imbarcarsi sotto la minaccia di bastoni e di armi, li hanno imbrogliati spacciando che il mare sarebbe stato calmo, per la traversata gli hanno fatto pagare un “biglietto” di 650 euro e li hanno mandati a morire a poche decine di miglia dalla riva di partenza: in duecento, forse trecento.

   I racconti di due dei nove sopravvissuti nel centro di accoglienza trasformano l’ultima tragedia di Lampedusa in una vera e propria orribile ecatombe con circa 300 morti.

   Tra le lacrime nel centro di accoglienza i due hanno raccontato agli operatori umanitari di Oim e Save the Children che il primo gommone si è bucato e ha cominciato ad afflosciarsi, trascinando in acqua il suo carico umano. Il secondo si è sgonfiato a prua, e tre ragazzi di 13-14 anni “della Costa d’Avorio’’ Amhed li ha visti scomparire sott’acqua accanto a lui, inghiottiti dai flutti del mare in tempesta insieme ad un altro centinaio di connazionali: su quel gommone sono rimasti in due. Altri cento migranti circa sarebbero scomparsi da un terzo gommone, sul quale ne hanno ritrovati solo sette.

“CI SIAMO AGGRAPPATI, GLI ALTRI SCOMPARIVANO”

Erano tre, forse quattro, i gommoni messi in acqua nonostante il mare forza 8 dai trafficanti di esseri umani da una spiaggia della Libia con oltre cento uomini e donne a bordo e di questi nell’isola ne sono arrivati solo 75 vivi e 29 morti per assideramento: i dispersi, hanno raccontato ieri tra le lacrime nel centro di accoglienza due degli ultimi nove sopravvissuti, sono oltre 300.

   Per tutta la giornata le motovedette della Guardia Costiera, quattro mercantili e due aerei hanno pattugliato l’area di mare dov’è avvenuto il naufragio e dove sono stati avvistati tre dei quattro gommoni: sul primo c’erano i 29 morti e i 75 sopravvissuti salvati lunedi scorso, sul secondo, avvistato da un mercantile poco lontano, solo due migranti e sul terzo sette.

   Ma dei sopravvissuti nessuna traccia, nonostante l’allarme All Ships immediatamente lanciato dalla sala operativa della Guardia costiera di Roma. “Se qualcuno è caduto in acqua – dice il comandante Filippo Marini, della Guardia costiera – c’è ben poca speranza di trovarlo vivo. Mandare la gente su un gommone in queste condizioni meteo marine vuol dire commettere omicidi’’.

   “Ci hanno assicurato che le condizioni del mare erano buone, ma in ogni caso nessuno avrebbe potuto rifiutarsi o tornare indietro: siamo stati costretti a forza a imbarcarci sotto la minaccia delle armi – hanno raccontato i due superstiti –. Il primo gommone si è bucato e ha cominciato a imbarcare acqua prima di essere travolto dalle onde del mare, l’altro si è sgonfiato nella parte prodiera prima di affondare. Noi siamo finiti in acqua e ci siamo aggrappati alle cime mentre i nostri compagni annaspavano prima di scomparire tra le onde del mare in tempesta”.

   Capolinea orribile di un viaggio iniziato a Garbouli, a pochi chilometri da Tripoli: “Da alcune settimane eravamo in 460 ammassati in un campo vicino Tripoli in attesa di partire. Sabato scorso i miliziani ci hanno detto di prepararci e ci hanno trasferito a Garbouli, una spiaggia non lontano dalla capitale libica. Eravano circa 430, distribuiti su quattro gommoni con motori da 40 cavalli e con una decina di taniche di carburante”. “I migranti sono tutti giovani uomini, l’età media è di circa 25 anni, provenienti da paesi subsahariani, in particolare Mali, Costa d’Avorio, Senegal, Niger. Per alcuni di loro la Libia era un paese di transito, mentre altri vi lavoravano da tempo, infatti parlano anche un pò di arabo. Hanno raccontato di essere stati costretti a salire sui gommoni con la forza, minacciati da bastoni e pistole, e derubati dei loro averi da parte dei trafficanti”.

I VERBALI E LE PERPLESSITÀ DEL PROCURATORE

La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo, ma i magistrati sono scettici sul reale numero delle vittime: “Dalle testimonianze raccolte dalla Squadra mobile ci sarebbero stati su ogni barcone circa cento persone per ciascuno a bordo ed essendo giunti solo in nove ci sarebbero centinaia di vittime – dice il procuratore aggiunto di Agrigento Ignazio Fonzo – ma non abbiamo alcun riscontro. Non c’è traccia di cadaveri galleggianti e non esiste alcuna individuazione satellitare, resto molto perplesso sulla verosimiglianza di questo racconto’’. Secondo fonti dell’Unchr “nel mese di gennaio sono stati registrati 3.528 arrivi solamente in Italia, rispetto ai 2.171 rilevati nel gennaio del 2014’’. E lo scorso anno “almeno 218.000 persone hanno attraversato il Mediterraneo e in più di 3.500 hanno perso la vita’’. (Giuseppe Lo Bianco)

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LA STRAGE DEI MIGRANTI SVELA L’IPOCRISIA UE

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 12/2/2015

   La grande menzogna è durata lo spazio di una strage. O almeno: della prima strage di cui abbiamo notizia, perché nessuno può sapere quanti barconi e quanti morti si siano accumulati in fondo al Canale di Sicilia negli ultimi mesi.

   I dettagli del naufragio e del calvario dei 460 migranti partiti sabato scorso (7 febbraio, ndr) su quattro gommoni dalla Libia li conosciamo dai racconti dei pochi superstiti (le vittime, dicono, potrebbero essere più di 300 ma, ammonisce la Procura, «non ci sono riscontri»). Ove, come più spesso accade, non ci siano superstiti, non c’è racconto e, in definitiva, non c’è problema.

   Quale che sia il conto finale delle bare (29 son già sulla terraferma) pare svelarsi lo scopo non dichiarato dell’operazione Triton: risolvere la questione epocale delle migrazioni nel Mediterraneo semplicemente ignorandola. Pattugliare a trenta miglia dalla costa un braccio di mare largo quasi duecento miglia è infatti come non farlo per nulla.

   Quando, il 1° novembre, venne varata l’operazione Triton, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sorrise alle tv: «L’Europa per la prima volta scende in mare! A presidio della frontiera mediterranea!». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, gli diede sostegno pur rassicurando i più sensibili (è cresciuta nel Pd): «Il soccorso in mare non viene meno, l’Italia non si volterà indietro».

   Ora, contando di nuovo morti e dispersi, possiamo dire che non è andata così. Mare Nostrum, con le navi della Marina italiana spinte sino alle coste libiche, ha salvato oltre centomila vite dopo il doppio naufragio dell’ottobre 2013, quando a centinaia annegarono proprio davanti agli scogli di Lampedusa. Nacque dunque sull’onda dell’emotività e dell’emergenza: come tutto ciò che si riesce a decidere in un Paese altrimenti immobile.

   Quando emergenza ed emotività cominciarono a scemare, quando gli orrori della jihad islamica iniziarono a proiettare assurdi bagliori sinistri su quel fiume di poveretti che proprio dalla jihad e dalle guerre scappava, quando insomma la propaganda prese il posto della pietà, Mare Nostrum ebbe i giorni contati. Apre le porte ai terroristi, si farneticò. Aumenta gli afflussi (quest’ultima affermazione è smentita dall’Alto commissariato per i rifugiati: nel gennaio del 2015, senza Mare Nostrum, gli arrivi via mare sono stati il 60 per cento in più del gennaio 2014).

   I vertici della Marina italiana si sono battuti in solitudine per proseguire i salvataggi in alto mare fino a prendersi accuse di insubordinazione: perbacco, era tempo che Triton entrasse in scena e Mare Nostrum in archivio! L’Italia era riuscita a coinvolgere la riottosa Europa! Ora sappiamo che l’Europa sulle questioni extracontabili (quelle politiche, vere) non esiste ancora.

   Triton era una finzione. Siamo soli, più che mai, davanti al consueto dilemma: accettare da nazione adulta un ruolo nel Mediterraneo, che porti fino alle spiagge libiche un nostro avamposto di umanità e legalità, o continuare a versare lacrime di coccodrillo quando le correnti ci trascinano a riva qualche cadavere? Certo, Mare Nostrum costava 9 milioni al mese: tanti. Poi dipende sempre da come si spendono. Per dire: la banda di Franco Fiorito, Er Batman del Lazio, se ne fece fuori 21, di milioni, tra teste di maiale, ostriche e festini. Gli altri briganti di Rimborsopoli non sono stati da meno. Qualche risparmio, suvvia, possiamo pur farlo. (Goffredo Buccini)

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DAL CAOS DELLA LIBIA AI MANCATI SOCCORSI: TUTTE LE FALLE DI TRITON

di Fabio Tonacci e Francesco Viviano, da “la Repubblica” del 12/2/2015

– Mezzi ridotti, aree di sorveglianza ad appena 30 miglia dalle nostre coste. E i trafficanti di uomini che sfruttano la situazione “fuori controllo” di Tripoli costringendo i migranti a partire comunque. Ecco perché la missione europea che ha sostituito Mare Nostrum, due mesi dopo il suo inizio è già un fallimento –

   TRITON non funziona perché non poteva funzionare. Perché è nata come operazione di pattugliamento e non di soccorso, e tale è rimasta nonostante i morti. Perché i mezzi impiegati, inferiori per dimensioni e numero rispetto a quelli di Mare Nostrum, non bastano durante le emergenze nel Canale di Sicilia. E perché di quel “principio di deterrenza” su cui si basa, secondo il quale retrocedendo l’area sorvegliata a 30 miglia dalle coste italiane sarebbero diminuite le partenze dalla Libia, Eremias Ghermay, Abdel Raouf Qara e gli altri trafficanti se ne infischiano. LA SAR DI COMPETENZA Loro continuano a fare quello che hanno sempre fatto, Triton o non Triton: sulle spiagge libiche inzeppano un gommone di disperati a cui danno un satellitare e un numero di telefono da chiamare, quello della Guardia Costiera. Li costringono a partire anche se il mare è forza 8 e ci sono onde alte 9 metri, come è successo per i gommoni dell’ultima strage.

   Ora, in quel tratto di Mediterraneo, Frontex (agenzia europea che gestisce Triton), le convenzioni nautiche e gli accordi tracciano LINEE CHE DIVIDONO IL MARE IN ZONE DI SOCCORSO: LE SAR, aree SEARCH AND RESCUE in capo a ogni Stato.

   Ma si sono rivelate inutili. Tocca alla capitaneria o alle altre forze di polizia italiane a intervenire.

   Un esempio? 8 febbraio: il primo gommone con 104 migranti (di cui poi 29 morti di freddo) intercettato da due motovedette italiane a 58 miglia a nord di Tripoli, il secondo (quello semi-affondato con sole 2 persone a bordo delle 105 partite) avvistato dall’aereo “Manta 10-03” della Guardia Costiera a 71 miglia a nord est da Tripoli, il terzo (con 7 superstiti) soccorso, oltre che da un mercantile di passaggio, da due motovedette della capitaneria più o meno alla stessa distanza. Fuori dalla Sar di nostra competenza. I DISPOSITIVI NAVALI La verità è che, con Malta senza risorse economiche e la Libia in mano alle katibe, bande tra le quali alcune «a forte connotazione jihadista», come sostiene un report della nostra intelligence, chi si prende l’onere dei soccorsi è sempre e solo l’Italia. Col risultato che Triton, entrata a regime il 1 gennaio 2015, finisce per ribaltare l’effetto cui puntava il ministro dell’Interno Alfano, ovvero responsabilizzare gli altri paesi Ue nel controllo del confine meridionale dell’Europa.

   «Triton non è all’altezza, l’Europa ha bisogno di un sistema di ricerca e salvataggio efficace», dice il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muiznieks.    Triton, dunque, è un fallimento. Non disincentiva i migranti, non aumenta l’efficacia dei salvataggi. Lo dicono i fatti. Mare Nostrum costava al governo italiano 9 milioni di euro al mese, ma dispiegava, in una fascia che si allargava fino a poche miglia dalle coste libiche, una nave e due corvette della Marina militare, 2 pattugliatori, 6 elicotteri, 2 aerei droni e circa 700 militari.

   Triton la paga Frontex, però i finanziamenti sono di appena 2,9 milioni di euro al mese, divisi per i 17 paesi che offrono il loro sostegno. E il dispositivo navale varia a seconda dei soldi. Oggi dentro le trenta miglia attorno alla Sicilia, Lampedusa e Pantelleria ci sono 4 motovedette (2 della Guardia di Finanza e 2 della Guardia costiera), 2 pattugliatori (uno della Marina e l’altro islandese), 2 aerei (maltese e islandese), 1 elicottero della Finanza, 2 mini pattugliatori maltesi. «Nessuna carretta del mare può arrivare fino a lì», osserva una fonte del Viminale, «affondano tutte prima, a meno che non siano grossi barconi». Quindi il potenziale di soccorso di Triton è minimo, i suoi mezzi intervengono nei salvataggi fuori dalla zona di pattugliamento solo se chiamati nelle emergenze. “NON POTEVA FUNZIONARE” Gli sbarchi, poi, sono cresciuti dal primo gennaio a oggi del 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014. Le crisi in Siria e in Libia stanno alimentando i flussi di ETIOPI, SUDANESI, MALESI, ERITREI, SIRIANI, intercettati sulle coste a est di Tripoli, nella zona di Gharabulli, da gente tipo Abdel Raouf Qara, comandante di un gruppo di fondamentalisti islamici che col business dei barconi porta soldi alla Jihad.

   Oppure l’etiope Eremias Ghermay, che un’indagine dello Sco ha individuato come uno degli organizzatori del viaggio del peschereccio affondato nell’ottobre 2013 a Lampedusa con quasi 400 morti. «Le nostre unità — spiega l’ammiraglio Giovanni Pettorino, del comando generale della Guardia Costiera — sono adeguate per navigare anche fuori dalla Sar, ma attrezzate per prestare cure mediche durante i trasferimenti a non più di 10-12 persone. Se ci troviamo con centinaia di naufraghi, come nei giorni scorsi, diventa impossibile». Nemmeno i mezzi dispiegati da Frontex sono equipaggiati per questo. Triton non funziona, perché non poteva funzionare. (Fabio Tonacci)

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L’ITALIA E LA LINEA DELLA FERMEZZA: CI PENSI L’UE

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 12/2/2015

– Così il governo respinge gli attacchi interni – I dati diffusi dal Viminale su Mare Nostrum: le unità di soccorso agevolavano gli scafisti –

   Mantenere la linea dura per costringere l’Europa a intervenire, impedendo che sia l’Italia da sola a doversi fare carico dell’emergenza immigrazione provocata dalle crisi in Medio Oriente e in Nordafrica, in particolare in Libia. Ma soprattutto frenare subito gli attacchi politici, anche a costo di arrivare allo scontro istituzionale.

Ha un duplice obiettivo la scelta del presidente del Consiglio Matteo Renzi di intervenire in serata con un’intervista al telegiornale di Sky per ribadire che «indietro non si torna e dunque non ci sarà una nuova missione umanitaria come Mare Nostrum». E arriva alla fine di una giornata convulsa, con il governo compatto nel mantenere un atteggiamento di fermezza.

   Del resto già in mattinata era apparso chiaro che in tema di immigrazione l’esecutivo sarebbe stato determinato a difendere la necessità di continuare i pattugliamenti congiunti con gli altri Stati dell’Unione Europea nel tratto di mare a Sud della Sicilia, proprio come sta avvenendo con «Triton», nonostante la consapevolezza che l’operazione non ha dato i risultati che si sperava.

LA FESTA DELL’ARMA

L’appuntamento è fissato alle 10.30 per l’inaugurazione dell’anno accademico alla scuola ufficiali dei Carabinieri. Oltre a Renzi ci sono il ministro della Difesa Roberta Pinotti e quello dell’Interno Angelino Alfano.

La conferma che nel naufragio di due giorni fa al largo della Libia sono morti oltre 300 migranti c’è già. Ma nessuno ne parla nei discorsi ufficiali, nulla viene detto al termine della cerimonia. La parola d’ordine appare chiara: la tragedia è avvenuta in acque internazionali, non è un problema dell’Italia, dunque non spetta a noi intervenire per affrontare l’emergenza.

   La polemica però monta, intervengono politici di destra e di sinistra — molti anche del Partito democratico — per attaccare il governo e stigmatizzare il fallimento di Triton. Da più parti si chiede l’avvio di una nuova missione umanitaria. Durissime sono le prese di posizione internazionali e quelle delle organizzazioni umanitarie.

I NUMERI DEL VIMINALE

Dal ministero dell’Interno cominciano a filtrare i dati che mettono a confronto Mare Nostrum e Triton nel tentativo di dimostrare che il problema non riguarda la missione, ma la necessità di pianificare interventi strutturali che coinvolgano tutta l’Europa.

   Perché, sostengono al Viminale, «mettere in mare unità di soccorso serve soltanto ad agevolare gli scafisti. Se il problema è salvare i profughi allora l’Europa deve pensare a un corridoio umanitario, altrimenti bisogna tenere la posizione e proseguire nella lotta contro i trafficanti di esseri umani».

   E allora si fa sapere che «nel 2014, quando la Marina militare pattugliava sistematicamente il tratto di mare immediatamente antistante le acque territoriali libiche con cinque unità navali, ci sono stati 3.538 tra morti e dispersi in mare, a fronte di 170.100 migranti complessivamente giunti sulle coste nazionali mentre dal 1° novembre 2014 ad oggi, dopo la conclusione di Mare Nostrum e l’avvio dell’operazione Triton, i morti e i dispersi sono stati 206 su 19.688 sbarcati». Restano fuori da questo conteggio dell’orrore gli oltre 300 morti di due giorni fa, le vittime dell’ennesima tragedia in un’emergenza che appare ormai senza fine. Disperati che fuggono dalla miseria e dalla guerra. Uomini, donne e bambini che attendono anche settimane prima di riuscire a trovare un posto su pescherecci e gommoni. Partono dall’Africa, ma negli ultimi mesi si è aperta anche la nuova rotta dalla Turchia, dove salpano la maggior parte dei siriani in fuga dalla guerra.

LO SCONTRO ISTITUZIONALE

Di tutto questo parlano i vertici delle istituzioni, dai presidenti del Parlamento fino al capo dello Stato in dichiarazioni ufficiali che esprimono dolore per le centinaia di morti. La polemica continua a montare, le consultazioni tra i membri del governo convincono Renzi sull’opportunità di intervenire.

   La decisione di archiviare Mare Nostrum era stata presa nell’ottobre scorso proprio nella convinzione che non fosse risolutiva per affrontare il problema dei flussi migratori, ma anche perché l’Italia riteneva troppo oneroso — sia in termini economici, sia politici — accollarsi da sola la gestione dell’assistenza e dell’accoglienza dei profughi.

   E si era ottenuta la collaborazione della Ue nel varo di Triton che coinvolge 29 Stati. Anche perché, dicono adesso al Viminale, «su 63.041 richieste di protezione internazionale presentate nel 2014, ne sono state effettivamente esaminate 16.603 (pari al 26,34 per cento) dalle competenti Commissioni territoriali, di cui 7.553 con esito positivo (pari al 45 per cento) e questo significa che oltre ai profughi sono giunti nel nostro Paese anche migliaia di irregolari».

   Alle 19 il presidente del Consiglio parla in tv e spiega che non ci sarà alcuna marcia indietro. Il tono è duro, difficile che basti comunque a placare lo scontro. (Fiorenza Sarzanini)

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L’AMMIRAGLIO ANGRISANO: “NON È PIÙ SOLTANTO UN’EMERGENZA C’È UN INTERO POPOLO IN FUGA DALLE GUERRE”

intervista di F. V., da “la Repubblica” del 12/2/2015

   «QUESTA non è più una emergenza, è un popolo in fuga, una nuova Nazione di migranti e rifugiati che noi, tra mille difficoltà, metereologiche e politiche, cerchiamo di salvare». L’ammiraglio Felicio Angrisani, comandante generale delle Capitanerie di Porto, non usa mezzi termini per definire quel che è accaduto e sta accadendo nel Canale di Sicilia, dove centinaia di disperati continuano a morire annegati o di freddo, nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Come affrontate questa, che non è più solo un’emergenza? Con i gommoni d’altomare in mezzo a un mare a forza 8, diventato cimitero?

«Questa è una valutazione politica e non tecnica. Noi, uomini delle capitanerie di porto, dobbiamo agire subito. Il tempo, le onde alte quanto palazzine di tre piani, e distanze che in questa ultima tragedia era di circa 200 chilometri – lo dico in chilometri così la gente comprende – non ci fermano, perché dobbiamo salvare uomini, donne, bambini che vengono infilati dai trafficanti su imbarcazioni scassate anche se sanno che andranno incontro alla morte con il mare in tempesta».

Ma si poteva fare di più? Se ci fossero state navi militari o mercantili, si potevano salvare più persone?

«Con quel mare tutto sarebbe stato difficile: gli unici mezzi erano quelli che abbiamo inviato, costruiti e realizzati per affrontare onde altissime che hanno messo a rischio anche la vita dei miei uomini. Senza quei mezzi ci sarebbero stati moltissimi altri morti».

Lei e l’ammiraglio Pettorino, capo delle operazioni, dalla capitaneria di porto di Lampedusa avete seguito “in diretta” quest’ultima tragedia con centinaia di morti.

«Temevamo per la vita di quei disperati che stavano annegando e che morivano di freddo ma anche per la vita dei nostri uomini: abbiamo assistito ad autentici omicidi, di cui quei trafficanti sono responsabili. Hanno mandato al massacro quella gente. Per noi al centro di tutta questa situazione c’è l’uomo da salvare, ma questo va fatto anche con interventi strutturali, non si può più andare avanti con l’emergenza».

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I 29 RAGAZZI UCCISI DAL GELO SUL GOMMONE DELLA SALVEZZA

di Laura Anello, da “la Stampa” del 13/2/2015

– Recuperati vivi, sono morti uno dopo l’altro nel viaggio di 20 ore verso l’Italia -Erano all’aperto e zuppi d’acqua. I soccorritori: “Sembrava che dormissero” –

   Per loro, abituati a esaminare corpi mutilati, bruciati, gonfi d’acqua, il compito questa volta è stato perfino più straziante. «Intatti, senza un graffio, sembrava che dormissero. Ventinove ragazzi uccisi dal freddo». Loro sono gli uomini del Gabinetto regionale della polizia scientifica, appena rientrati a Palermo dopo avere esaminato i cadaveri dei migranti assiderati nel viaggio di ritorno sul gommone della Guardia costiera di Lampedusa che era andato a prenderli nel mare in tempesta. A oltre 120 miglia dall’isola e a un tiro di schioppo dalla costa libica.

IL MARE IN TEMPESTA

Tirati a bordo vivi, felici della morte scampata in mare, pronti a fare a pugni per salire prima degli altri sulla motovedetta della salvezza. Una barca di 27 metri, dove al coperto possono stare non più di dieci uomini, diventata la loro tomba. Temperatura di 3 gradi, mare forza 8, vento a 60 nodi, il mare che entrava dentro a ogni onda, nessun riparo se non la temporanea ospitalità a turno nel vano della tolda di comando, la coperta isotermica come un orpello inutile.

   «Solo tre di loro indossavano giubbotti – raccontano gli uomini della Scientifica – gli altri avevano addosso tutto il guardaroba che possedevano, come fanno sempre i migranti che non possono portare bagagli. Biancheria, magliette, golf, pantaloni, uno strato sopra l’altro. Ai piedi al massimo ciabatte. Tutto inzuppato d’acqua, abbiamo dovuto faticare per togliere i vestiti ed esaminare i corpi alla ricerca di qualche elemento utile per l’identificazione: una cicatrice, un segno particolare…».

LE TASCHE PIENE DI BIGLIETTI

Ma i 29 morti di freddo – tranne un ivoriano di 31 anni che aveva con sé la carta d’identità ed è riuscito a salvare almeno il nome – avevano addosso ben poco di particolare. Una sfilata di corpi intatti, qualcuno con una mazzetta di euro nascosta nelle mutande, qualcun altro con un biglietto con i numeri di telefono da chiamare all’arrivo.

   I soccorritori si sono resi conto solo all’arrivo che erano morti, credevano che dormissero. Soccorritori che hanno messo in gioco la loro stessa vita e hanno fatto rotta verso Lampedusa, con condizioni del mare proibitive, nonostante la Libia fosse a poche miglia. Avrebbero potuto chiedere al Comando generale l’autorizzazione a riparare nel porto più vicino e restare alla fonda, come vuole la legge del mare. In un paio di ore di navigazione si sarebbero messi tutti in salvo. E invece sono tornati indietro, affrontando un viaggio di oltre 20 ore contro le sei dell’andata. E con un motore mezzo in avaria.

LA TRAGICA SCOPERTA

Sono in tanti, sommessamente, con il rispetto dovuto a gente che ha rischiato di morire, a dire che è stato un errore, mentre altri sostengono che non ci fosse altra scelta: la Libia è un Paese nel caos, senza più interlocutori affidabili. Salvatore Caputo, 66 anni, infermiere volontario del Cisom, il corpo di soccorso dell’Ordine di Malta, era a bordo di quella motovedetta.

   «Siamo partiti verso le tre del pomeriggio di domenica – racconta – dopo avere ricevuto l’allerta dalla centrale operativa e siamo arrivati nei pressi del primo gommone verso le otto e mezza di sera, con il vento che soffiava a 75 chilometri orari e i naufraghi che si accalcavano e si calpestavano per salire a bordo per primi. Dopo qualche ora, verso le 4-5 di mattina, il primo di loro non ha retto al freddo e agli sforzi del viaggio ed è morto». Via via, è toccato agli altri 28, nelle ore interminabili del viaggio verso le coste italiane. «Solo una volta, arrivati a poche miglia dal porto di Lampedusa – aggiunge Caputo – è stato possibile iniziare la conta dei cadaveri. Siamo approdati lunedì pomeriggio, ho avuto una crisi di pianto. Sono crollato, come molti vicino a me».

LE BARE SENZA NOME

Le bare sono arrivate ieri a Porto Empedocle, accolte dal prefetto di Agrigento Nicola Diomede. Saranno tumulate nei cimiteri del comprensorio che hanno risposto all’appello della solidarietà. Dentro le bare i ragazzi sono nudi, i loro vestiti laceri e duri come il cartone messi in una busta al loro fianco: difficile perfino rivestirli dopo l’esame dei cadaveri. Gli uomini della Scientifica hanno scattato fotografie, hanno preso le impronte digitali, estratto il Dna, tolto e schedato i pochi oggetti che avevano con sé. Reperti che saranno portati nel laboratorio dell’antico palazzo in via San Lorenzo, periferia di Palermo, che ospita il Gabinetto regionale della polizia. Accanto a quelli dei 366 morti del 3 ottobre 2013, nel mare dell’Isola dei Conigli. Ancora in gran parte fantasmi, senza nome né storia. (Laura Anello)

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BUFERA SUL GOVERNO E SUL PROGRAMMA UE: “TORNIAMO A MARE NOSTRUM”. IL PREMIER: “IL PROBLEMA È IN LIBIA”

di Enrico Fierro, da “la Repubblica” del 12/2/2015

– Disastro Triton, ma Renzi lo difende: “Il problema è in Libia” –

   I 300 morti di Lampedusa, donne, bambini, uomini che fuggivano da guerre e fame, annegati nelle gelide acque del Canale di Sicilia, li portano sulla coscienza loro: politici arruffoni che hanno trasformato la tragedia dell’immigrazione in una disputa da bar dello sport, e governanti senza idee che hanno piegato la testa spaventati dalle varie ondate leghiste e neofascistoidi.

   Ha ragione GINO STRADA quando dice che si “vergogna di essere italiano e di far parte di questa Europa indifferente alle sofferenze e complice delle stragi”.

   Già, l’Europa. Matteo Renzi la invoca ancora in queste ore. “Il problema non è Mare Nostrum o Triton, si può chiedere all’Europa di fare di più e domani lo farò, ma il punto politico è risolvere il problema in Libia. Non è che con Mare Nostrum non si moriva e adesso si muore”.

   Lo ha detto in tv in risposta a Enrico Letta (“ripristinare Mare Nostrum, che faccia perdere voti oppure no”), dimostrando, ancora una volta, la totale ignoranza di una tragedia che nei prossimi mesi ci costringerà a contare altri morti. Perché il problema c’è, ha un nome anche suggestivo, e si chiama TRITON, l’operazione europea di controllo delle frontiere e dei mari che ha sostituito Mare Nostrum. Sigle diverse, “filosofie” opposte.

   TRITON DOVEVA rappresentare l’impegno dell’Europa nel Mediterraneo, la fine della solitudine dell’Italia nell’affrontare le grandi migrazioni, ma si è ridotta in un semplice controllo delle frontiere che non contempla affatto l’idea che le navi militari operino i primi soccorsi in mare.

   Klaus Rosler, direttore della divisione operativa di Frontex, lo ha scritto in modo chiaro in una lettera inviata al Viminale lo scorso dicembre. Le richieste di intervento delle navi fuori “dall’area di operazione” per eventuali soccorsi, “non sono coerenti con il piano operativo… non sono ritenute necessarie e convenienti sotto il profilo dei costi ” e “in futuro non saranno prese in considerazione”.

   Basterebbe questo per dire che la chiusura di Mare Nostrum, l’operazione iniziata il 18 ottobre del 2013 e conclusa il 31 ottobre 2014, si è rivelata un fallimento. Perché l’Europa non c’è, Frontex e Triton sono illusioni che possono affascinare solo un ministro dell’Interno debole e inconcludente come Angelino Alfano. “Grazie a Frontex plus si potrà ottenere il più grande risultato degli ultimi anni, il primo, concreto risultato del semestre di presidenza italiano”, dichiarò alla vigilia della partenza dell’operazione Triton. I grandi risultati li abbiamo visti, molti riposano nel Canale di Sicilia.

   Mare Nostrum doveva chiudere, lo voleva la Lega di Salvini (“Ci costa 300 mila euro al giorno, così si finanziano gli scafisti e l’invasione delle nostre case”), Maroni (“bisogna bloccarla subito”), Gasparri (“La Marina è stata trasformata in un traghetto per clandestini”). E il governo piegò la testa. Ora tutti si appellano all’Europa, ma nessuno ha imposto all’Italia di chiudere Mare Nostrum. I responsabili di Frontex avevano chiarito che Triton “risponde solo parzialmente alle reali e attuali esigenze di soccorso in mare per salvare vite umane”. Ieri la Commissione Ue ha invitato a “non puntare l’indice” ma Nils Muiznieks, commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, ha detto che “Triton non è all’altezza” e che serve “un sistema di ricerca e salvataggio efficace”.

   GOVERNO E PARTITI sono stati indifferenti ai richiami delle organizzazioni internazionali (da AMNESTY all’ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DELLE MIGRAZIONI) e alle sollecitazioni dell’ammiraglio Giuseppe Di Giorgi, capo di Stato maggiore della Marina Militare. Davanti ai senatori della Commissione diritti umani, l’ammiraglio disse che Triton era un’altra cosa, che il tratto di mare controllato si era ridotto del 65%, che i compiti della Marina erano stati depotenziati e questo non era un bene.

   De Giorgi smontò anche le tesi semplicistiche di chi accusava MARE NOSTRUM di essere responsabile di un aumento degli sbarchi, calcolando che nel novembre 2013 erano arrivati 1.883 migranti, un anno dopo, a operazione cancellata, ne erano sbarcati 9.134. In un anno di Mare Nostrum sono stati soccorsi 156 mila migranti, il 99% in alto mare; 366 gli scafisti individuati e arrestati, 9 navi madre sequestrate. Numeri che dicono poco a chi sull’immigrazione fa becera propaganda politica, molto a chi in balia della notte e del mare cerca una luce di salvezza. (Enrico Fierro)

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IL NODO-LIBIA C’È MA INTANTO SALVIAMO LE VITE

di Marco Ludovico, da “il Sole 24ore” del 12/2/2015

   La strage del 9-10 febbraio non è stata e non sarà l’ultima. Molte altre, del resto, sono avvenute silenziose e ignote: corpi inghiottiti dalle onde del canale di Sicilia senza testimoni, senza soccorsi, senza nessuna pietà.

Migliaia di morti, donne, uomini, bambini. Lo sanno tutti, a cominciare da Bruxelles. Da sempre. Ma quando si è trattato di rimboccarsi le maniche è stata soltanto l’Italia, per quanto possibile, a mettersi in prima linea nel Mediterraneo per salvare vite umane.

   Impegno straordinario di uomini e risorse finanziarie, a cominciare dalla Marina Militare, come non era mai accaduto in tempi recenti. Un’operazione finita, ormai, e triturata nel paradosso della critica spietata di essere, Mare Nostrum, fattore di incentivo ai viaggi dei migranti.

   Un attacco che – oltre ad alcune frange politiche nostrane – è partito ripetuto e poderoso dai consessi di altri Stati europei. Obiezione ingenerosa, risibile e smentita dai fatti: oggi, con la formazione Triton – unità interforze Ue di pattugliamento e non di missione umanitaria, come Mare Nostrum – i viaggi della disperazione sono ancora più intensi, gli sbarchi a gennaio sono il 60% di più dello stesso periodo del 2014.

Ennesima prova che l’essere umano in lotta per la sua vita e in fuga da un’esistenza indegna ignora o non considera alcun disincentivo: dalla carenza di soccorsi fino al rischio di morire. Figuriamoci se pensa ai divieti di legge come il famigerato reato di clandestinità, rivelatosi una banderuola politica priva di ogni deterrenza ed efficace soprattutto nell’ingrossare le fila già affollate all’inverosimile delle carceri italiane.

Adesso la lungimiranza e la sensibilità delle autorità politiche nazionali ed europee si misurerà dal senso di concretezza, di immediatezza, di disponibilità – compresa quella di rimettersi in discussione – e di efficacia delle misure da prendere. Subito, perché i viaggi della disperazione non attendono le riunioni dell’Ue. Certo, come dice il premier Matteo Renzi c’è il nodo della Libia.

   Non è affare soltanto dell’Italia, si tratta di un teatro esplosivo e incontrollato, l’Europa finora ha assistito impotente alle dinamiche laceranti di Tripoli e delle fazioni in lotta. È anche vero, però, che dietro ai dibattiti e agli inviti alla solidarietà collettiva, al sostegno e all’impegno comuni, che tra gli stati dell’Unione si lanciano e si rilanciano davanti alle stragi in mare, resta poco o nulla. Com’è sempre accaduto.

   Un valzer di ipocrisie che nasconde la sommatoria di imbarazzante impotenza e cinica indifferenza: non risparmia nessuno. Ecco perché nelle valutazioni all’esame del presidente del Consiglio, insieme al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, non può che consolidarsi, sopra ogni altro, un solo, unico obiettivo: salvare le vite umane.

   Forse non si può tornare a Mare Nostrum sic et simpliciter. Forse si può immaginare una missione umanitaria europea. Certo è che il sistema italiano dei soccorsi, di cui siamo e siamo stati sempre orgogliosi, oggi non ammette più alcuna esitazione di fronte a queste tragedie disumane. (Marco Ludovico)

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LA RISPOSTA SBAGLIATA DEL PREMIER

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 12/2/2015

– Il governo italiano non si è mostrato all’altezza del dramma in corso e delle scelte che esso impone. Non basta dire che il problema è la Libia –

   SOLO proteggendoci con una scorza di disumanità, accontentandoci di non vederli in faccia mentre annegano a centinaia e a migliaia nel nostro mare, possiamo soffocare il senso di vergogna suscitato dalla strage infinita del Canale di Sicilia. Ma resta la domanda: salvarne il più possibile rientra o non rientra fra i doveri della nostra civiltà europea?    I trafficanti che in Libia depredano e poi spediscono nel mare in tempesta i loro volontari ostaggi paganti, su gommoni sgangherati, compiono evidentemente un atto criminale. Ma noi abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per salvarli? L’altrui crimine non fornisce un alibi a chi si fosse macchiato di omissione di soccorso. Ieri, balbettando per l’imbarazzo, i funzionari del Consiglio d’Europa hanno riconosciuto l’insufficienza del dispositivo Frontex.

   LA finalità di Frontex è limitata al presidio delle frontiere di Schengen, entro un raggio di 30 miglia. Non a caso i suoi costi sono un terzo dell’operazione Mare Nostrum dispiegata dalla Marina Militare italiana al di là di quel limite, in acque internazionali. Grazie a Mare Nostrum, fino alla scadenza del 31 dicembre 2014, sono stati effettuati oltre cinquecento interventi e sono stati salvati più di centomila profughi, anche se purtroppo ne risultano ugualmente dispersi — dati del Viminale — più di tremilatrecento.

   Dunque non è una contesa ideologica, o peggio una strumentalizzazione politica, la contrapposizione del modello TRITON al modello MARE NOSTRUM.

   Cinque unità militari italiane dotate di attrezzature ospedaliere (ricordate l’elogio di Napolitano alla dottoressa Petricciuolo che ha fatto nascere a bordo della nave Etna una bimba nigeriana la notte di Natale?) hanno sconfinato per quattordici mesi nel Mediterraneo. Per la verità lo hanno fatto anche a dicembre, sebbene la loro missione fosse ufficialmente scaduta. Ma ora, da gennaio, non lo fanno più, a seguito di una revoca che l’Ue peraltro non ci imponeva.

   Certo, nessuno può sostenere con certezza che un tempestivo intervento della nostra Marina Militare nelle acque internazionali avrebbe salvato la vita degli oltre trecento naufraghi, la notte di domenica scorsa. Anche se è probabile che avrebbe impedito la morte per congelamento di ventinove ragazzi imbarcati vivi sulle motovedette della Guardia Costiera, sprovviste di medici e ambulatori.

   Per questo avvertiamo che il governo italiano e il premier non si sono mostrati all’altezza del dramma in corso, e delle scelte immediate che esso impone. Non basta dire che il problema è la Libia, divenuta preda di clan jihadisti. È mortificante, poi, che la richiesta avanzata dalle organizzazioni umanitarie, dalla Chiesa e da alcuni esponenti del Pd — cioè l’immediata riattivazione di squadre di soccorso in acque internazionali — venga liquidata da Renzi come se si trattasse di una manovra antigovernativa. Chi se ne frega, scusate. Davvero la lotta politica può scendere a livelli di insinuazione così meschini?

   Giusto pretendere un coinvolgimento logistico e finanziario dell’Unione Europea, mostratasi fin qui campionessa di cinismo. Ma nel frattempo? Fonti del ministero della Difesa ammettono che nel giro di due o tre giorni al massimo, se il governo prendesse una decisione in tal senso, la nostra flotta potrebbe riprendere il presidio di cui tutti siamo andati orgogliosi. Quale motivazione politica o di bilancio (stiamo parlando di una spesa di centomila euro al giorno) si oppone a una decisione di carattere umanitario, se non forse l’imbarazzo di dover ammettere che la revoca di Mare Nostrum è stata una scelta avventata, magari dettata da calcoli di consenso?

   Eppure dovrebbe essere ormai unanimemente riconosciuta l’infondatezza della tesi secondo cui le missioni umanitarie creano un fattore di attrazione involontaria, spingendo i migranti a tentare la pericolosa traversata (che per loro rappresenta comunque il rischio minore).

   Il ministro Alfano ieri sera si trincerava dietro l’argomento della fatalità ineluttabile: «Non esiste e non può esistere un’operazione che sconfigga la morte in mare». È forse questa la posizione del governo? Confermiamo la ritirata nelle nostre acque internazionali? È così che intendiamo il nostro ruolo di potenza mediterranea?    Certo, Mare Nostrum è solo un tampone, più di una volta i nostri marinai sono arrivati troppo tardi. Ma è, questo, un buon motivo per desistere?    Il flusso di profughi dalle zone di guerra, che secondo l’Unhcr nel 2014 ha portato almeno 218mila persone ad attraversare il mare Mediterraneo, non accenna a diminuire. Ciò impone scelte strategiche difficilissime per regolarlo, identificarlo, delimitarlo. Ostacoli insormontabili al momento impediscono la creazione di presidi internazionali per lo smistamento dei profughi sulla sponda sud del Mediterraneo. Ma ciò non deve impedirci di riconoscere l’assurdità della situazione venutasi a creare col monopolio instaurato dai trafficanti sulla terraferma e sul mare.

   Un biglietto aereo da Tunisi a Roma costa 100 euro. Il traghetto, se ci fosse, ancora meno. Per la traversata della morte risoltasi in ecatombe, i passeggeri dei gommoni hanno pagato 650 euro ciascuno ai criminali. Il proibizionismo dissennato della comunità internazionale finisce per versare centinaia di milioni nelle tasche delle mafie e dei jihadisti.

   Subiamo la condanna a morte di centinaia di giovani, la cui età media — riferisce l’Unicef — oscilla fra i 18 e i 25 anni. E intanto lasciamo che finanzino un nemico ogni giorno più pericoloso. Se anche non bastasse la vergogna, dovrebbe spingerci ad agire l’istinto di autodifesa. Nella tragedia di cui siamo spettatori, il governo e la classe dirigente europea stanno recitando la parte di comparse senza passione, impaurite e mediocri. (Gad Lerner) 

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LA POLITICA E I FRATELLI CHE MUOIONO

di Michele Brambilla, da “la Stampa” del 12/2/2015

   È abbastanza deprimente sentir dire al presidente del Consiglio che, di fronte alle stragi nel Mediterraneo, «L’Europa deve fare di più». Le stesse parole le aveva dette, o meglio dovute dire, il ministro degli Interni un anno e mezzo fa, il 3 ottobre del 2013, quando era atterrato a Lampedusa e si era trovato davanti agli occhi 366 morti.

   Adesso i morti di Lampedusa sono trecento, dicono che nella macabra contabilità del Mediterraneo questa sia la seconda strage dopo – appunto – quella del 3 ottobre 2013: e insomma quello che deprime, per una volta, non è la ripetitività dei nostri politici, ma il fatto che abbiano ragione. Perché l’Europa faceva poco o nulla allora e fa poco o nulla adesso.

   Questa Unione Europea, così attenta e puntuale quando si tratta di controllare i nostri conti, è così poco reattiva quando si tratta di controllare i nostri confini. Che poi sono anche i suoi, di confini. È del tutto evidente che la migrazione dei disperati sui barconi che partono dalle coste dell’Africa non è, e non può essere, un problema solo italiano. La maggior parte di chi chiede asilo politico non lo chiede all’Italia, e neppure alla Spagna, ma alla Germania, alla Svezia e alla Francia. Eppure, a intervenire in soccorso dei naufraghi del Mediterraneo finora ci siamo stati soprattutto noi italiani.

   Diciamo la verità: l’Italia la sua parte l’ha fatta. Dopo la strage del 3 ottobre 2013 il governo di Enrico Letta varò Mare Nostrum, un piano di soccorso certo non perfetto (3.400 migranti sono comunque morti, nel 2014 nel Mediterraneo) ma che ha permesso di salvare 156.139 vite umane. Era però un piano interamente sulle nostre spalle, che non sono fra le più robuste del continente, e a un certo punto lo abbiamo dovuto interrompere. L’Europa si è impegnata finalmente a collaborare e ha varato un piano alternativo, che si chiama Triton. Ma il risultato è qui da vedere: rispetto a Mare Nostrum, Triton è meno efficace. Meno risorse, meno uomini, meno mezzi, meno salvataggi.

   Per questo ieri Enrico Letta ha chiesto, con un tweet, di ripristinare Mare Nostrum «che faccia perdere voti oppure no». Renzi dice invece che la soluzione migliore sarebbe intervenire alla radice, cioè sulle coste della Libia, e può darsi che abbia ragione: è là che ci sono i criminali che gestiscono le partenze dei barconi, un business da 32 miliardi di dollari, secondo solo al traffico di droga. Ma anche per andare sulle coste della Libia avremmo bisogno dell’Europa.

   E se l’Europa non si decide ad occuparsi anche di vite umane, oltre che di debito pubblico, noi italiani abbiamo solo due opzioni davanti. Una è lasciar continuare le stragi, sostenendo – anche a ragione – che se in mare si muore non è solo colpa nostra. Un’altra è mettere davanti a tutto il cuore, che è poi la cosa che sappiamo fare meglio, e pensare che prima delle discussioni politiche ci sono nostri fratelli da non lasciar morire di disperazione. Mare Nostrum è stata un’operazione che probabilmente non ci potevamo permettere: ma, oltre a salvare vite umane, ha avuto il pregio di farci sentire, per una volta, un po’ meno peggio di come ci dipingono in Europa. Anzi, un po’ migliori degli altri. (Michele Brambilla)

…………….. 

PIETÀ L’È MORTA

di Antonio Padellaro, da “il Fatto” del 13/2/2015

   Da come si comportano e da ciò che dicono, abbiamo l’impressione che Matteo Renzi, Angelino Alfano, Matteo Salvini (e molti altri ancora) non abbiano ben chiaro cosa è accaduto e cosa purtroppo ancora accadrà sui gommoni alla deriva nel Canale di Sicilia. A parte i pochissimi sopravvissuti, i più fortunati sono morti per annegamento. Un’onda più alta li ha trascinati nell’acqua gelata: ma se hanno avuto la forza di lasciarsi andare, per loro è sopraggiunta quasi subito l’asfissia. È andata peggio a chi cercava di resistere.

   Aggrappato ai bordi dell’imbarcazione o rannicchiato sul fondo. L’ipotermia è un processo lungo che sale uno a uno tutti i gradini della sofferenza prima di concludersi con la liberazione finale. Sferzata dal vento gelido e senza adeguato riparo, la pelle comincia a ulcerarsi mentre il corpo è scosso dai brividi. I movimenti si fanno lenti e affannosi, il viso è sempre più pallido mentre labbra, orecchie, mani e piedi diventano blu. Chi tenta di parlare lo fa con crescente difficoltà, le dita s’irrigidiscono, la pelle si gonfia, la mente si annebbia, sopraggiunge l’affanno mentre aumenta la frequenza cardiaca.

   Infine, a causa della ridotta attività cellulare, il corpo richiederà più tempo per subire la morte cerebrale. I più giovani avranno il tempo di ricordare i momenti felici, i genitori, gli amori, tutto forse in quell’attimo racchiuso nel tasto del cellulare che non avranno più la forza di premere. Quanti, per non provare più quel rimpianto infinito, avranno implorato la fine?

   Ora, se Renzi, Alfano e Salvini fossero capaci di moltiplicare questa sofferenza per le 300 vittime di mercoledì e poi per le stragi infinite che hanno trasformato il Mediterraneo nella tomba gigantesca che sappiamo, si renderebbero conto di come le loro reazioni siano, oltreché politicamente inadeguate, “umanamente” insopportabili.

   Grida vendetta la fine di “Mare Nostrum” dettata da ragioni biecamente economiche come se le vite di migliaia di persone, salvate grazie al prodigarsi degli uomini della Marina Militare, avessero un prezzo (vero Alfano?). E che dire di chi ha trasformato una grande tragedia umanitaria in uno slogan da stampare sulle felpe (“Basta clandestini”) per fare il pieno dei voti nel becero qualunquismo imperante (vero Salvini?). Lascia infine basiti il tweet di Renzi: il solito cinico scaricabarile questa volta “sul caos in Libia”, un modo per lavarsene le mani indegno di un capo di governo.

   Di sceneggiate ne abbiamo viste abbastanza. Silvio Berlusconi che, nel 1997, a Brindisi piange sulla strage del barcone speronato dalla corvetta “Sibilla”, salvo poi – ritornato al governo – varare leggi ancora più disumane. Ed Enrico Letta che oggi s’indigna, ma che nell’ottobre 2013, a Lampedusa, s’inginocchiò davanti a centinaia di bare scusandosi per le “inadempienze” insieme all’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e all’immancabile Alfano.

   Verrebbe da chiedere cosa abbiano realmente cambiato quelle lacrime. Possibile che questa classe politica, eternamente inadempiente, non riesca a elaborare concetti che vadano oltre i 140 caratteri? Possibile che sulle lapidi di quei ragazzi morti di freddo non siano capaci di scrivere una parola di pietà, ma solo gli scarabocchi delle loro piccole, squallide beghe? (Antonio Padellaro)

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