SACCO DI ROMA: non solo hooligans – E’ proponibile UNA NUOVA CAPITALE PER L’ITALIA?… al posto della intasata Roma (di traffico, corruzione, danneggiamenti…)?…Un nuovo CENTRO POLITICO diffuso nella rete delle città dell’Italia centrale (PERUGIA, L’AQUILA…con la CAPITALE rappresentativa in ASSISI)?

La FONTANA DELLA BARCACCIA è una FONTANA DI ROMA, situata in PIAZZA DI SPAGNA, ai piedi della scalinata di TRINITÀ DEI MONTI. Nel 1627 papa URBANO VII incaricò PIETRO BERNINI, che già lavorava all’ampliamento dell’acquedotto stesso, di realizzare una fontana nella piazza sottostante la chiesa della Trinità dei Monti e il Bernini fu aiutato anche dal figlio GIAN LORENZO, che probabilmente la completò alla morte del padre. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come UN’OPERA SCULTOREA. Secondo una versione popolare molto accreditata, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il papa potrebbe aver commissionato l’opera), ma si è anche avanzata l’ipotesi che quel luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia (cioè uno spettacolo rappresentante una battaglia navale e il bacino in cui si tenevano queste rappresentazioni) (da Wikipedia)
La FONTANA DELLA BARCACCIA è una FONTANA DI ROMA, situata in PIAZZA DI SPAGNA, ai piedi della scalinata di TRINITÀ DEI MONTI. Nel 1627 papa URBANO VII incaricò PIETRO BERNINI, che già lavorava all’ampliamento dell’acquedotto stesso, di realizzare una fontana nella piazza sottostante la chiesa della Trinità dei Monti e il Bernini fu aiutato anche dal figlio GIAN LORENZO, che probabilmente la completò alla morte del padre. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come UN’OPERA SCULTOREA. Secondo una versione popolare molto accreditata, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il papa potrebbe aver commissionato l’opera), ma si è anche avanzata l’ipotesi che quel luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia (cioè uno spettacolo rappresentante una battaglia navale e il bacino in cui si tenevano queste rappresentazioni) (da Wikipedia)

   Se Roma è contemporaneamente città sede centrale della religiosità cattolica (con presenza di milioni di pellegrini-turisti ogni anno), se è sede politica di tutti i ministeri e parlamento come capitale d’Italia; se è una grandiosa storica città d’arte dove il vero museo è all’aperto, nel suo grande centro storico, e passeggiando si passa da un capolavoro all’altro (architettonico, scultoreo, archeologico….).

Dopo l’assalto degli hooligans olandesi della squadra di calcio del Feyenoord di Rotterdam che giovedì sera, 19 febbraio, a Roma hanno gravemente danneggiato la FONTANA DELLA BARCACCIA in Piazza di Spagna, Annamaria Cerioni, responsabile del servizio restauri della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali stigmatizza: «LA FONTANA NON TORNERÀ MAI PIÙ COME PRIMA. A parte che si è verificato un vero e proprio oltraggio a un'opera d'arte straordinaria, sono state individuate 110 SCALFITURE SUL BACINO DI MARMO». Per lo più scheggiature provocate da vetri, molti i frammenti ritrovati: il più lungo è di 10 centimetri. Questo pezzo si era staccato dal candelabro ed è stato rimesso a posto. «Tuttavia ci sono alcune scalfiture al travertino che non si possono riparare. Si tratta di almeno sessanta scheggiature «molto piccole, che con il tempo si levigheranno». (Grazia Longo, “la Stampa” del 21/2/2015)
Dopo l’assalto degli hooligans olandesi della squadra di calcio del Feyenoord di Rotterdam che giovedì sera, 19 febbraio, a Roma hanno gravemente danneggiato la FONTANA DELLA BARCACCIA in Piazza di Spagna, Annamaria Cerioni, responsabile del servizio restauri della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali stigmatizza: «LA FONTANA NON TORNERÀ MAI PIÙ COME PRIMA. A parte che si è verificato un vero e proprio oltraggio a un’opera d’arte straordinaria, sono state individuate 110 SCALFITURE SUL BACINO DI MARMO». Per lo più scheggiature provocate da vetri, molti i frammenti ritrovati: il più lungo è di 10 centimetri. Questo pezzo si era staccato dal candelabro ed è stato rimesso a posto. «Tuttavia ci sono alcune scalfiture al travertino che non si possono riparare. Si tratta di almeno sessanta scheggiature «molto piccole, che con il tempo si levigheranno». (Grazia Longo, “la Stampa” del 21/2/2015)

   Se Roma è anche metropoli dove ci vivono più di 3 milioni di persone che si muovono però a fatica nelle cose quotidiane per l’ingorgo continuo del traffico, e per questo è la città italiana che al mattino si sveglia per prima, molto presto (spesso ai romani per andare al lavoro ci vuole ben più di un’ora, due ore…), e ogni tentativo di aprire nuove linee metropolitane o altre forme di mobilità più rapida spesso (sempre) deve fare i conti con il sottosuolo che è un paradiso archeologico che non si può certo scardinare come niente fosse (ci sono tante città sotto quella attuale…).

   Se Roma non regge un turismo di massa tutto l’anno, manifestazioni politiche di protesta contro provvedimenti governativi, eventi religiosi di grande entità, ma anche devastazioni di tifoserie straniere: come gli hooligans olandesi della squadra di calcio del Feyenoord di Rotterdam che giovedì sera, 19 febbraio, hanno danneggiato gravemente la Fontana della Barcaccia, da poco restaurata, e fatto danni ai negozi nella zona (che ammonterebbero a 3 milioni di euro, mentre ancora da quantificare ma già ritenuti «gravi e permanenti» sono i deterioramenti della fontana barocca), e sparso immondizie per tutto il centro…

Roma, TOR SAPIENZA, le proteste contro campi rom e immigrati del dicembre scorso
Roma, TOR SAPIENZA, le proteste contro campi rom e immigrati del dicembre scorso

   Se Roma è attrazione per persone straniere disagiate (immigrati) e conta una presenza di campi nomadi come nessun’altra città in Italia, e le periferie sono quelle che risentono di più dei degradi e delle difficoltà di vita quotidiana: sono da ricordare, tra novembre e dicembre dello scorso anno gli accadimenti, gli scontri, le proteste, di alcuni quartieri (Tor Sapienza in particolare), per la presenza di “troppi” immigrati, e anche dei Campi Rom (la difficile convivenza del quartiere con gli zingari…) (a Roma nei campi nomadi ci sono 8mila persone).

   E sempre le periferie hanno una forte presenza dell’industria dello spaccio, della prostituzione di ogni sesso in ulteriore espansione che fa chiedere quartieri a luci rosse, e il tutto con mafie, camorre, ’ndranghete che la fanno da padrone. E ci sono poi, è stato denunciato nel dicembre scorso, cooperative sociali che gestiscono molti di questi “servizi al disagio” con appalti milionari e in continuità con metodi, affari e personaggi della tristemente nota banda della Magliana di qualche decennio fa…

Sandro Veronesi, scrittore, sostiene la proposta di spostare la capitale da Roma
Sandro Veronesi, scrittore, sostiene la proposta di spostare la capitale da Roma

   Se, infine, Roma è ricettacolo di nuove mafie politiche, con corruzione e spreco di denaro pubblico, e amministrarla diventa un compito assai arduo; se Roma vive da anni questo stato confusionale per essere allo stesso tempo sede e capitale di così tante funzioni (politica, religiosa, culturale…), e quotidianamente implode mettendo in rilievo i suoi problemi (e se tra poco scoppiasse anche la drammatica situazione dello smaltimento dei rifiuti urbani?), ebbene, forse vien da chiedersi se non sarebbe meglio per la gestione e la vita di questa meravigliosa città che si provvedesse a pensare a un altro luogo come sede “capitale d’Italia”.

   Uno scrittore assai noto, Sandro Veronesi, in un’intervista pubblicata su “il Corriere della Sera” l’8 dicembre scorso, ha proposto di spostare la capitale a L’AQUILA o a PERUGIA. Veronesi dice: «Roma è l’unica città al mondo che svolge quattro funzioni: capitale, metropoli, città sacra, città d’arte. Occasioni per delinquere legate a tutte e quattro. Politici accanto a camorristi e mafiosi, nello stesso ristorante, chiuso, poi riaperto, a mangiare pesce freschissimo. Diventerebbe marcia anche Oslo, così. E l’unica funzione spostabile è quella di capitale».

ASSISI NUOVA CAPITALE D'ITALIA (perché no?)
ASSISI NUOVA CAPITALE D’ITALIA (perché no?)

   Noi troviamo questa proposta un po’ provocazione, ma interessante e da pensarci. A noi piacerebbe che la capitale d’Italia fosse ASSISI: luogo di pulizia morale, di profonda partecipazione etica per credenti e non, di bellezza ambientale, naturale inestimabile (nel cuore della verde Umbria), e di rara emozionante intensità nelle architetture, nell’arte trecentesca pittorica che qui esprime cose incredibili (Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti…).

Giotto, Assisi, Basilica Inferiore, Cappella della Maddalena, La resurrezione di Lazzaro
Giotto, Assisi, Basilica Inferiore, Cappella della Maddalena, La resurrezione di Lazzaro

   Ovvio che la struttura logistica di Assisi, che deve avere una capitale, non ha niente a che vedere con la capacità di Roma, e che necessariamente dovremmo pensare a una CAPITALE DIFFUSA, cioè altre città dell’Italia centrale (dove ogni luogo urbano si percepisce, pur diviso dal verde, natura, è così vicino all’altro), e potremmo avere mezzi pubblici di comunicazione (ad esempio un sistema ferroviaria metropolitano di superficie, utilizzando le attuali ferrovie, senz’alcun impatto ambientale, anzi creando utili collegamenti per tutta la popolazione) ben più facili da realizzarsi di una nuova linea metropolitana nella splendida ma difficile Roma archeologica… e così da coinvolgere nelle strutture logistiche di “capitale d’Italia” città come Assisi, Perugia, l’Aquila…

   Ma è Assisi che potrebbe diventare prioritariamente luogo prediletto per riconoscersi in una nuova capitale “amata da tutti”, e spinta a un rinnovamento verso il futuro, tecnologico, innovativo ma francescano, conservando umiltà, onestà, desiderio di ricominciare da capo, ricrearsi…. Metterebbe d’accordo Nord e Sud del nostro Paese, molto di più di quel che ora appare la “Roma politica” Ovvio che non basta questo per migliorare la politica, ma il “luogo” aiuterebbe sicuramente.

   Pertanto l’idea di spostare almeno la capitale politica d’Italia dalla “implosiva Roma” è un’idea che può divenire concreta, esprimersi oltre ogni provocazione e protesta contro i vari degradi che quasi mensilmente la metropoli romana va incontro. (s.m.)

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FURIA A ROMA: GLI HOOLIGANS NELLA TERRA DEI CACHI. QUEL CHE RESTA DEL SACCO DI ROMA

di Antonio Padellaro, da “il Fatto Quotidiano” del 21/2/2015

   Giovedì sera, a Roma, il posto più sicuro era lo Stadio Olimpico con migliaia di lanzichenecchi che asserragliati nella Curva Nord, sbronzi e placati inneggiavano a chissà quali nuove razzìe mentre sul campo due squadre celebravano svogliatamente le esequie del gioco del calcio.

   Da luoghi di boati e sfrenate passioni, ormai completamente devitalizzati dal politicamente corretto e dalle combine, gli stadi somigliano sempre di più a certi cimiteri domenicali frequentati da vedovi devoti che si confortano sottovoce con un fiore in mano.

   Un mondo a parte governato da un occhiuto ministero della virtù, implacabile nel mettere alla gogna dei mille replay televisivi un calcetto negli stinchi o una parolina fuori posto. Senza contare lo zelo con cui alcuni farabutti matricolati, indecenti macchiette occupate a strapparsi di mano gli ultimi brandelli di un ex glorioso gioco, sanzionano qualunque muggito dalle tribune che possa anche lontanamente evocare la discriminazione razzista: la coda di paglia di chi è razzista dentro.

   Assicurata dunque la desertificazione degli stadi, il problema è come arrivarci. Per non ripetere quanto già ampiamente letto sulla “Capitale indifesa in balia dei barbari” aggiungeremo sommessamente che, in fondo, i nazisti olandesi danno il loro fattivo contributo alla dissoluzione dell’Urbe ridotta, come confermato ieri dal sindaco Marino, a una Tripoli teverina militarmente spartita dal crimine organizzato.

   Le periferie saldamente controllate dalle milizie dello spaccio, i quartieri bene lottizzati dalla prostituzione di ogni sesso e forma mentre all’industria e al commercio sovrintendono mafia, camorra e ’ndrangheta, senza contare le lodevoli attività cooperative della banda della Magliana.

   ORA, che le orde del Feyenoord abbiano provocato giganteschi ingorghi nel traffico capitolino, nulla può togliere o aggiungere al quotidiano calvario che vessa da sempre i disgraziati automobilisti. Certo, la fontana della Barcaccia in Piazza di Spagna, capolavoro di Pietro Bernini prima danneggiata dalle lattine Made in Nederland e poi trasformata in orinatoio a cielo aperto è un sovrappiù che genera giustamente generale sdegno. Anche se per Vittorio Sgarbi esiste la questione più ampia di un mondo sempre più invasivo “incapace di distinguere tra archeologia e spazzatura”.

   In fondo, una certa ferocia bestiale sembra assimilabile alla stessa logica del Califfato che arruola in Europa tagliagole e stupratori, anche se a differenza della brutalità gratuita della Het Legioen venuta da Rotterdam, gli hooligans del deserto sono lautamente retribuiti.

   A proposito di quattrini, cosa dire delle autorità olandesi (a cui stiamo storicamente sulle palle a causa soprattutto del nostro esorbitante debito nazionale) che nega qualsiasi risarcimento al Campidoglio sprofondando nella barcaccia del ridicolo le tonitruanti minacce di Renzi & Marino del tipo: “Non finisce qui” e “Chi rompe paga”?

   POCO di nuovo, insomma, sotto il sole di Roma, mentre come da copione il sindaco attacca il prefetto e il questore sulla sicurezza che non c’è, prontamente ricambiato. Con la scusa dei barbari, si regolano vecchi conti in sospeso, ma niente paura, tutto finirà come nella Terra dei Cachi di Elio e le Storie Tese, geniale inno patrio: “Il commando non ci sta e allo stadio se ne va, sventolando il bandierone. Italiasì, Italiano, Italia gnamme, se famo du spaghi”. Ma anche come dice l’anziano sceriffo nel romanzo di Cormac McCarthy in Non è un paese per vecchi: “Quando non si dice più grazie e per favore, la fine è vicina”. (Antonio Padellaro)

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LA MERAVIGLIA DIETRO L’ANGOLO

di Vito Bruno, da “il Corriere della Sera” ed. Roma del 21/2/2015

   Ogni volta che il fantomatico esperto d’arte di turno mette a confronto le statistiche strabilianti dei maggiori musei del mondo – il Louvre, il British Museum, la National Gallery, il Met di New York, il National Palace Museum di Taipei e via elencando – con quelli nazionali, facciamo la solita magra figura: nessun italiano figura nella top ten in quanto a visitatori.

   Per consolarci tiriamo in ballo le ottime performance dei Musei vaticani, che a torto o a ragione consideriamo nostri.

   Ma sbagliamo. Quello che dovremmo fare è regalare al fastidioso esperto in servizio permanente un bignamino di storia dell’arte, dove si apprende una cosa semplice che può entrare anche nelle zucche più vuote e dure: le nostre città d’arte sono musei viventi, organismi dove la storia e la cultura non sono chiuse in una sala ma sono le quinte delle nostre giornate.

   Basta farsi un giro in centro per Roma per rendersene conto: qua una fontana del Bernini, là una chiesa del Borromini, in una stradina un pie di marmo di qualche secolo a.c., nell’altra un capitello d’età imperiale, in una chiesa un quadro di Caravaggio, nell’altra un Guido Reni, un Lorenzo Lotto, un Domenichino, una statua di Michelangelo, e via, di meraviglia in meraviglia, tutta arte che non può essere sradicata dal posto per cui è stata concepita e messa sotto chiave.

   Per questo l’Italia è unica. Per questo Roma è la grande bellezza offerta a tutti gratuitamente, e come tale, più di ogni altra città al mondo, è esposta all’educazione e alla sensibilità di chi la vive e la gode. Basta un’orda di imbecilli ubriachi di alcol e violenza per distruggere ciò che non ha eguali al mondo.

   È la vergogna di quanto accaduto nei giorni scorsi per mano dei cosiddetti tifosi olandesi. Forse si è sottovalutato il pericolo. Forse si sarebbe dovuto agire prima e meglio. E tuttavia l’episodio non può essere derubricato a una questione di mero ordine pubblico.

   Atteso che non si può schierare l’esercito in via permanente in ogni vicoletto di Roma, la questione una volta di più è squisitamente culturale. Bisogna far capire a tutti, in Italia e fuori, anche alla normalmente civile Olanda, anche ai tifosi di calcio che non possono essere rappresentati solo da bruti e gaglioffi, la natura particolare di Roma, che non vive solo nei suoi magnifici musei, ma soprattutto fuori, in ogni scorcio della sua millenaria storia.

   Non è un’impresa semplice, certo, ma bisogna tentarla, iniziando magari con lo smettere di baloccarci con classifiche e top ten. In palio non c’è alcuno scudetto, ma l’integrità di Roma. (Vito Bruno)

La fontana DELLA BARCACCIA e piazza di Spagna, osservando verso via del Babuino (da WIKIPEDIA)
La fontana DELLA BARCACCIA e piazza di Spagna, osservando verso via del Babuino (da WIKIPEDIA)

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SANDRO VERONESI VORREBBE SPOSTARE LA CAPITALE A L’AQUILA O A PERUGIA

di Andrea Garibaldi, da http://cinquantamila.corriere.it/, (Corriere della Sera, lunedì 8 dicembre 2014)

   «Roma è l’unica città al mondo che svolge quattro funzioni: capitale, metropoli, città sacra, città d’arte. Occasioni per delinquere legate a tutte e quattro. Politici accanto a camorristi e mafiosi, nello stesso ristorante, chiuso, poi riaperto, a mangiare pesce freschissimo. Diventerebbe marcia anche Oslo, così. E l’unica funzione spostabile è quella di capitale»

   «Un mio amico aveva chiesto al Comune di abbattere un pino pericolante nella sua strada. Dal Servizio giardini un funzionario gli aveva detto: “Non ci sono soldi”. Non gli ha chiesto tangenti, sembrava un funzionario ottuso. È uno di quelli arrestati martedì (2 dicembre 2014, ndr), gli hanno trovato 500 mila euro murati in casa. I soldi c’erano, ma per lui».

   Sandro Veronese, scrittore (Venite, venite B52, La forza del passato, Caos calmo, fino all’ultimo Terre rare). Toscano, 55 anni, conoscitore di Roma per lunga frequentazione.

Roma, dove il malaffare attraversa tutti i settori della società, come rivela «Mafia Capitale»…

«L’unica soluzione sarebbe spostare la capitale a L’Aquila o a Perugia».

L’Aquila o Perugia?

«Roma è l’unica città al mondo che svolge quattro funzioni: capitale, metropoli, città sacra, città d’arte. Occasioni per delinquere legate a tutte e quattro. Politici accanto a camorristi e mafiosi, nello stesso ristorante, chiuso, poi riaperto, a mangiare pesce freschissimo. Diventerebbe marcia anche Oslo, così. E l’unica funzione spostabile è quella di capitale».

Dai tempi di Savonarola Roma è considerata centro di corruzione morale.

«Un mio prozio, Gerolamo Maria Moretti, fondatore della grafologia e frate minore conventuale, mi ripeteva questa frase: “Più vicino sei a Roma, più lontano sei dal cielo”. Giacomo Casanova, uomo abbastanza disinvolto, scrisse che i romani sono come i dipendenti della Manifattura tabacchi, possono portarsi a casa tutto il tabacco che vogliono. I romani usavano dichiararsi “immuni dal giudizio di Dio”».

Nulla è cambiato?

«Roma è anche la città di cui parla papa Francesco, un concentrato di sofferenze e disagi. Fino a dieci giorni fa si parlava di periferie che esplodono. Ma a sobillare c’erano figure coinvolte nell’inchiesta di oggi».

Colpisce nell’inchiesta «Mafia Capitale», nata nell’estrema destra, il coinvolgimento di esponenti del Partito democratico.

«Non cado dalle nuvole. La diversità ormai è negli atti che si compiono, non nelle sigle: esistono persone per bene e persone non per bene. Nei partiti troppo spesso succede questo: mi tappo il naso e prendo persone che portano voti».

Interessate ai soldi.

«Ho un ricordo degli anni 70. Il padre di un mio amico faceva il maestro elementare. Diventò consigliere regionale e guadagnava lo stesso stipendio. Nicole Minetti, molti anni più tardi, invece prendeva 10-15-20 mila euro».

Quando è cambiato tutto?

«Non lo so. Certo, con l’abolizione del Titolo V, fatta dal Pd, le Regioni hanno potuto decidere da sole i livelli retributivi. Una volta chi si arricchiva con la plitica era considerato disonesto, e ci sono storici sindaci ricordati con affetto e gratitudine. Persone modeste, nel senso che sapevano vivere con ciò che ora sarebbero 2.000 euro al mese. Chi non si accontenta è corruttibile».

A Roma scorrevano fiumi di denaro pubblico e i servizi sono tutti a pezzi.

«New York, dieci volte gli abitanti di Roma, non ha problemi di smaltimento rifiuti. O di trasporti. Se i politici vengono scelti perché portano voti, poi non si occupano di far funzionare le cose. Altra questione: un tempo passare dalla Dc al Pci era come passare dalla Roma alla Lazio. Oggi trasferirsi da destra a sinistra è quasi una regola, nessuno eccepisce».

C’è stato il caso della Panda rossa del sindaco Marino.

«Un po’ assurdo. A Roma quella multa che ti arriva ogni tanto è clamorosa: non c’è un solo articolo del codice della strada che venga rispettato».

A Roma ci sono sportivi, attori e divi tv a braccetto con la malavita.

«I casi di De Rossi, di Gigi D’Alessio non riguardano uno spirito romano. Ci sono persone del malaffare attirate dal mondo dello spettacolo e dello sprt, e viceversa. Perché De Rossi chiama De Carlo e non va alla polizia? Forse non vuole far trapelare che era al night alle due di notte».

Che fare, adesso?

«Confiscare tutti i beni a corrotti e corruttori. Altrimenti, cosa vuoi che sia per gente così un po’ di galera? Poi, selezionare solo persone oneste per la plitica. Abbassare gli emolumenti. Leggi severe. Il Movimento 5 Stelle era partito bene, dicendo: non più di due mandati, nessun candidato indagato. Fare tutto questo spetta a chi è oggi al governo, altrimenti a cosa serve comandare?». (Andrea Garibaldi)

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TRE MILIONI DI DANNI PER IL “SACCO DI ROMA”. LA BARCACCIA NON TORNERÀ PIÙ COME PRIMA

di Grazia Longo, da “la Stampa” del 21/2/2015

– Tre milioni di danni per il “sacco di Roma”. La Barcaccia non tornerà più come prima: individuate 110 scalfiture nel marmo, trovato un frammento di 10 centimetri – Il Feyenoord chiede scusa ma si difende: trasferta organizzata alla perfezione –

   La conta dei danni – economici, d’immagine e politici – del giorno dopo è ancora più devastante del disastro in piazza di Spagna e del danneggiamelo della fontana della Barcaccia, gioiello del Bernini. Per non parlare, poi, del gioco allo scaricabarile tra sindaco, questore, prefetto e club del Feyenoord, per spiegare il perché del «sacco di Roma».

   Sei hooligan sono attualmente nel carcere di Regina Coeli con l’accusa di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale (interrogatorio di garanzia in programma per lunedì), mentre sono già 19 gli hooligans processati per direttissima (sui 23 arrestati) dopo la rissa a Campo dei fiori e che hanno patteggiato la conversione di 6 mesi di carcere con una multa di 45 mila euro ciascuno.

   Secondo la Confcommercio i danni ai negozi nella zona ammonterebbero a 3 milioni di euro, mentre ancora da quantificare ma già ritenuti «gravi e permanenti» sono i deterioramenti della fontana barocca.

   Il bilancio, per le forze dell’ordine, è di 31 poliziotti e 9 carabinieri feriti. Una serie di accertamenti è stata avviata dai pm Antiterrorismo e delitti contro la personalità dello Stato della Procura di Roma, in relazione ai disordini e alle devastazioni avvenuti a piazza di Spagna. Il sostituto procuratore Eugenio Albamente e l’aggiunto Giancarlo Capaldo hanno inoltre disposto l’esame di centinaia di video, non solo quelli della polizia, ma anche di negozi e banche per verificare la possibilità di risalire agli autori materiali dei danni alla Barcaccia.

   Intanto Annamaria Cerioni, responsabile del servizio restauri della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali stigmatizza: «Non tornerà mai più come prima. A parte che si è verificato un vero e proprio oltraggio a un’opera d’arte straordinaria, sono state individuate 110 scalfiture sul bacino di marmo». Per lo più scheggiature provocate da vetri, molti i frammenti ritrovati: il più lungo è di 10 centimetri. Questo pezzo si era staccato dal candelabro ed è stato rimesso a posto. «Tuttavia ci sono alcune scalfiture al travertino che non si possono riparare. Si tratta di almeno sessanta scheggiature «molto piccole, che con il tempo si levigheranno».

   Nel frattempo la palla delle responsabilità rimbalza da un’istituzione all’altra. Il sindaco Ignazio Marino polemizza con gli ordini impartiti male dalla questura. Eppure l’ordinanza del prefetto sul divieto degli alcolici era arrivata anche in Comune. La polizia municipale non poteva monitorare la vendita da parte degli ambulanti abusivi. Grillini e Lega nord chiedono le dimissioni di Marino, del ministro dell’Interno Angelino Alfano. C’è chi ipotizza che, a cascata, la responsabilità potrebbe cadere sul prefetto. Ma Giuseppe Pecoraro dovrebbe andare in pensione il 15 marzo. Difficile, quindi, immaginare per lui la partita dimissioni. Il questore Nicolò D’Angelo respinge al mittente le critiche del sindaco e rivendica la l’effìcienza della sua macchina organizzativa.

   Ambivalente la reazione del club Feyenoord che chiede sì scusa, ma senza sentirsi in alcun modo responsabile per quanto accaduto a Roma. «Abbiamo sentimenti contrastanti. C’è disgusto per un gruppo di rivoltosi, tuttavia, questo non è un problema che i club possono risolvere. Per l’organizzazione dell’Olimpico abbiamo lavorato duramente per settimane e tutto è stato eseguito alla perfezione». La paura per le sanzioni Uefa è evidente, ma definire «perfezione» l’organizzazione della trasferta italiana è distante anni luce dallo scempio in piazza di Spagna».

   Intanto il ministro Alfano annunciala la destinazione di 500 militari in più a Roma grazie all’applicazione del decreto «Strade sicure».

IL PUNTO RIMBORSIdi Pierangelo Sapegno

Un precedente c’è già, fresco fresco. Pochi giorni fa il governo delle Filippine ha annunciato di aver ricevuto dagli Stati Uniti 87 milioni di pesos (quasi due milioni di dollari) come indennizzo per i danni causati due anni prima da un dragamine della Marina americana alla barriera corallina di Tubbataha, parco marino e patrimonio mondiale dell’Unesco, nei cui fondali si era incagliato l’USS Guardian, il 20 gennaio del 2013.

   All’inizio, l’America non sembrava molto convinta di dover sborsare quei soldi, limitandosi a condannare aspramente le chiassose e qualche volta violente manifestazioni di protesta che si svolgevano sotto le sue ambasciate. Alla fine, però, hanno ritenuto giusto pagare.

   Perché il caso è simile? Perché il calcio è uno Stato nello Stato, con tanto di apparati e vertici amministrativi, con i suoi presidenti, i suoi giudici, i suoi avvocati, i suoi medici, e soprattutto i suoi cittadini, che sarebbero i tifosi.

   E a un potere rappresentato non si può continuare a permettere di agire così impunemente, fuori da ogni regola del consesso civile. E chi vive dentro deve sottomettersi alla prima norma della comune convivenza: chi rompe paga. Al posto degli Stati Uniti qui c’è semplicemente una società di calcio, il Feyenoord. E responsabilità oggettiva o no, tocca a loro tirare fuori i soldi.

DUE BERNINI AL LAVORO di Vincenzo Uvieri (la Presse)

La fontana rinascimentale del Bernini e stata ripulita dalle bottiglie e dai rifiuti lasciati dagli ultra olandesi.

La Barcaccia e la fontana che si trova ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti in piazza di Spagna fa parte dei capolavori del barocco romano. Ad essere precisi la firma del progetto e della realizzazione è di Pietro Bernini, padre del più famoso e dotato Gian Lorenzo. Ma il figlio lo aiutò e molto probabilmente completò l’opera alla morte del padre nel 1629.

LA LEGGENDA. Secondo un racconto popolare, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il Papa potrebbe aver commissionato l’opera). Di qui il nome che ricorda una vecchia barca sul punto di affondare.

LE BARCACCE PER IL VINO. Secondo un’altra ipotesi che viene giudicata più verosimile, erano chiamate barcacce le imbarcazioni usate nell’antica Roma per il trasporto fluviale di botti di vino. Come per la fontana di Bernini, avevano le fiancate particolarmente basse per facilitare imbarco e sbarco delle botti.

I RESTAURI. Nel corso del tempo la fontana ha avuto bisogno di numerosi interventi di restauro. I più recenti risalgono al 1986,1993 e 1994-1999, e sono stati resi soprattutto necessari a causa della collocazione della fontana in una delle piazze con maggior afflusso turistico della città. L’ultimo intervento è stato finanziato con 200mila euro dalla Urban Vision con un impianto pubblicitario molto diverso da altri. I lavori sono durati un anno durante il quale i lavori e la prospettiva sono rimasti visibili grazie a finestre in plexiglass. E’ stata restituita al pubblico lo scorso settembre.

I DANNI. «Sono state rilevate circa 110 scalfitture», spiega l’assessore alla Cultura di Roma Giovanna Marinelli. La più grave è la scheggiatura ad un frammento di travertino di 10 centimetri del candelabro della vasca. Ma sono danni anche gli adesivi incollati su ringhiera e colannine intorno alla fontana.

IL RIPRISTINO. E’ stata restituita in tempi record a romani e turisti. Nel pomeriggio l’acqua è tornata nella vasca e sono state tolte le transenne. L’opera è stata ripulita e riportata alla bellezza originaria ma alcuni danni – come quello al candelabro – sono permanenti, non potranno essere riparati.

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DA EMPOLI: NOI, CASCHI BLU DELL’ARTE PER SALVARE LA CAPITALE

di Giuliano da Empoli, da “il Messaggero” del 21/2/2015

   A volte si ha la sensazione che i caschi blu servirebbero anche da noi, oltre che in Libia. A Piazza di Spagna, a Campo de’ Fiori e negli altri luoghi che le nostre forze dell’ordine non sono riuscite a preservare dall’assalto degli hooligans olandesi. Indignarsi per gli eventi di questi giorni non basta.

   È naturale che il sindaco Marino se la prenda con le mancanze della polizia, ma la verità e che a Roma il degrado è la norma, non l’eccezione. Lo sa bene chiunque, attraversando ogni giorno alcuni tra gli spazi pubblici più belli del mondo, e costretto a farsi largo tra teloni e bancarelle abusive, sperando di sfuggire all’assalto di venditori improvvisati e gladiatori di plastica.

   Se la soglia di tolleranza nei confronti dell’illegalità e già così alta in circostanze normali, non c’è da stupirsi che la situazione sfugga completamente di mano nelle occasioni eccezionali. E che addirittura dei barbari olandesi si rifiutino di pagare il conto.

   Negli Stati Uniti parlano di “broken windows theory” (la teoria delle finestre rotte). La teoria è che il degrado, nelle città, inizi da una finestra rotta. Se non viene subito riparata, dopo un po’ se ne rompe un’altra, poi un’altra e nel giro di qualche tempo un intero quartiere è in preda alla violenza. A Roma la situazione è aggravata dal fatto che a rischio c’è il lascito inestimabile di oltre due millenni di storia.

   Si parla tanto di innovazione, di start-up e compagnia bella. Ma si dimentica che l’Italia è, prima di tutto, il luogo che ha inventato la conservazione. E, per una volta, non si tratta di un primato negativo. Al contrario, siamo stati noi i primi al mondo a tutelare il patrimonio storico-artistico con apposite leggi e decreti che risalgono agli anni del Rinascimento.

   Dovremmo essere un po’ più coraggiosi nel difenderlo, questo primato. Per esempio, attraverso una gestione più rigorosa dei nostri spazi pubblici, che dovrebbero essere il luogo della bellezza, non quello dell’abuso e della violenza. Per esempio, dando un po’ più di spazio alle manutenzioni, a scapito delle inaugurazioni, antico flagello italico che già lamentava Leo Longanesi.

   Per esempio, andando un po’ più fieri del nostro modello e proponendolo al mondo con il giusto orgoglio, anziché cadere nel provincialismo dei Very bello e dei RoMe&You. Dicevo in apertura che ci vorrebbero i caschi blu dell’Onu. Ma la verità è un’altra. I caschi blu della cultura, in patria e nel resto del mondo, dovremmo essere noi italiani. (Giuliano da Empoli)

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“MAFIA CAPITALE, QUEL MONDO DI MEZZO CHE RIVELA LO STATO DI UN PAESE”

di Nando Dalla Chiesa, da “la Stampa” del 19/2/2015

– Uno spirito pubblico intriso di corruzione e crimine –

   «Ci sono vicende giudiziarie che hanno il potere di illuminare lo stato di un Paese. È stato così per il maxiprocesso di Palermo, per Tangentopoli, o per l’operazione Crimine-Infinito, che nel 2010 ha scoperchiato il potere della ’ndrangheta su pezzi interi della Lombardia. Mafia Capitale è sicuramente una di queste. E arriva dopo di queste, quasi a denunciare uno spirito pubblico intriso di corruzione e crimine come costante della nostra storia nazionale. Mostra un’illegalità resistente alle leggi, alle indignazioni, al discredito internazionale, perfino alle sanzioni penali.

COME IN UN FILM

E ci parla della capitale d’Italia, della natura e dell’organizzazione degli interessi che la dominano, della qualità delle persone a cui lì, a Roma, nel Lazio, si piegano o conformano i titolari delle istituzioni. Racconta un potere occulto ai cittadini ma ben noto a chi dovrebbe contrastarlo in nome loro. Volendo usare un linguaggio cinematografico si potrebbe dire che mette in scena l’orgia della corruzione…

MATERIALE GIUDIZIARIO

Per l’uso che ne faranno i Tribunali si tratta di materiale giudiziario. Per l’opinione pubblica di un paese libero e civile, e non solo per gli studiosi, si tratta di una importantissima documentazione sociale, che spazza via ipocrisie e retoriche d’occasione e pone in una dimensione realistica vita pubblica e pubbliche carriere. Di nuovo. Al di là di ogni ricorrente rimozione.

   I cittadini che si accapigliano in nome delle loro ideologie e definiscono le loro diversità a partire dal proprio credo politico vengono a sapere che quasi tutto finisce invece per mescolarsi nel famigerato “mondo di mezzo”, stanza di compensazione e crocevia di appetiti e di ambizioni. Vengono a sapere che la “solidarietà”, proprio la solidarietà della Costituzione, può essere pretesto per profitti vergognosi; anzi, che le disgrazie degli ultimi sono manna per il cosiddetto “terzo settore”, per un no-profit che di profitti ne ingoia invece tanti e sulla pelle degli esseri umani più indifesi e sventurati.

I LUOGHI COMUNI

I cittadini che si misurano con queste pagine devono anche ricredersi sui luoghi comuni che vogliono poteri felpati e irraggiungibili (i celebri mafiosi in doppiopetto e che parlano in inglese) veri registi di affari e di trame. E devono scoprire che i registi, i veri capi di tanti ambiziosi e ambiziose esponenti del potere politico, sono personaggi che nella loro biografia mescolano la galera e il dialetto da suburra. Che a costoro si inchina in tanti momenti della giornata il Palazzo della capitale…». (Nando Dalla Chiesa)

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RIMPALLO DI RESPONSABILITÀ. MA ERA DAVVERO IMPOSSIBILE SALVARE ROMA DAI VANDALI?

da “la Stampa” del 21/2/2015

– Il sindaco accusa: “La gestione della sicurezza non ha funzionato”, il questore ribatte: “Ho evitato i morti”. E il patrimonio artistico? –

   Si accusano e controbattano a distanza. Da una parte il sindaco Ignazio Marino, dall’altra il questore Nicolò D’Angelo. Al centro la spinosa questione: Roma e le sue meraviglie artistiche possono essere difese? La capitale è candidata ad ospitare le Olimpiadi 2024: in caso di vittoria sarà in grado di proteggere il suo enorme patrimonio artistico?

   Marino è convinto che questa debba essere «una priorità alla pari della difesa delle vite umane», il questore replica che «prima di tutto c’è l’ordine pubblico e l’incolumità delle persone da difendere. «Io morti non ne faccio. Né io né i miei uomini». E snocciola i numeri della macchina organizzativa «Abbiamo impiegato in totale 1800 uomini. Seicento solo nel centro storico. Non abbiamo né sottovalutato né nascosto in malafede la nostra preoccupazione. Nella serata del 19 febbraio l’intervento a Campo de’ fiori, dove sono scoppiati dei disordini, è stato tempestivo, così come quello nei confronti di seicento romanisti pronti a scontrarsi con gli olandesi».

   Ma il sindaco la pensa diversamente: «Non ha funzionato la gestione della sicurezza della città, ho ascoltato le parole del questore che ha affermato che è meglio avere un danno ad oggetti che morti. Questo non può che essere condivisibile però penso che sarebbe preferibile per una capitale di un paese del G8 non avere né morti né feriti né disagio alla città. Non devo decidere le strategie di ordine pubblico, ci sono prefetti, questori, a loro è demandato questo delicato compiuto. Io a questo punto non ne posso più, ho partecipato ad un numero molto elevato di comitati di ordine e sicurezza convocati dal prefetto».

   Marino non accetta di assumersi responsabilità che non gli competono: «Non è possibile che il sindaco debba metterci la faccia su tutto questo e chi invece è responsabile di ordine e sicurezza rilasci interviste invece di controllare il territorio. Ora basta, siamo arrivati ad un punto in cui pretendo che la capitale d’Italia abbia le stesse capacità di proteggere la qualità della vita dei cittadini che hanno Parigi, Londra o Vienna. Un gruppo di vandali violenta le fontane del Bernini, con 110 colpi che non accadono in un secondo e aver dato l’ordine di stare schierati sulla scalinata di piazza di Spagna senza neanche un cordone protettivo intorno ad un monumento di 400 anni rimango davvero perplesso».

   Di più: «Credo che nella stragrande maggioranza dei casi sia possibile intervenire con la prevenzione. Probabilmente si doveva evitare che questo flusso di alcune centinaia di pericolosi vandali si incanalasse in una delle aree più delicate e anche architettonicamente più fragili della nostra città». Per il questore D’Angelo, «il problema è a monte, va risolto, per le partite internazionali con la Uefa. Quanto alle Olimpiadi, non hanno certo un tifo da hooligans». Difende, punto per punto la sua strategia: «Le persone che avevamo davanti, le immagini della polizia scientifica, presente in piazza di Spagna con sei postazioni, dimostrano che non si trattava di 100 o 200 persone. Le forze dell’ordine hanno lavorato bene e impedito una carneficina. Occorre ora lavorare affinché questi episodi non avvengano più». Infine la stoccata finale e uno scatto d’orgoglio: «Chi parla di sottovalutazione faccia un passo indietro. Capisco il sindaco di Roma da un punto di vista umano ma non condivido nella maniera più assoluta accuse di pressapochismo e sottovalutazione. Se il questore è ritenuto inadeguato, io sono qui».

   Decisamente più drastica la soluzione proposta dal presidente del Coni, Giovanni Malagò: «Qui serve la tolleranza zero: non ho potere di legiferare ma è necessario adottare gli stessi provvedimenti che vennero applicati in passato nei confronti degli hooligans inglesi».

ALL’ESTERO: IL CASO VARSAVIA

   Nel novembre 2013 a Varsavia, dove si sarebbe giocata la partita di Europa League tra Lazio e Legia, 150 laziali sono arrestati per scontri con la polizia. Condannati, vengono rimpatriati dopo alcuni giorni. A Lille Lo scorso ottobre a Lille, per l’Europa League, sfida con l’Everton. Prima della partita scontri tra hooligan. La polizia utilizzò lacrimogeni, proiettili di gomma e una granata stordente . “Ci vogliono le cancellate per proteggere i monumenti” Proposta bocciata dal sovrintendente «Non possiamo cintare una città»

LA PROPOSTA DELLE CANCELLATE (di Flavia Amabile)

   I romani hanno con i monumenti di Roma un rapporto quasi ancestrale. Li considerano comunque parte della loro vita, della famiglia. Chi li tocca li ferisce nel profondo. Ieri mattina erano in tanti a osservare i danni alla Barcaccia, a commentare.

   Quando a mezzogiorno è arrivato il sindaco di Roma Ignazio Marino dalla folla si è levato un urlo: «Le cancellate ci vogliono! Non si possono lasciare questi capolavori liberi di essere rovinati». In tanti hanno annuito, stanchi di veder deturpare tanta bellezza dai tanti folli, ignoranti o anche soltanto malati di protagonismo che incidono nomi e cuori nelle antiche pietre di Roma.

   L’appello per le cancellate rimarrà inascoltato. Lo boccia il sovrintendente ai Beni Culturali di Roma Claudio Parisi Presicce. «Roma è un museo all’aperto, dovremmo recintare l’intera città. Diventerebbe una città di recinti e non è questa la vocazione di questo centro urbano antichissimo, stratificatosi nei secoli. Dobbiamo far crescere la consapevolezza dei valori fondanti della nostra civiltà, il patrimonio monumentale è uno di questi valori e appartiene a tutti e, come tale, deve essere rispettato e conservato, un rapporto emozionale che si crea con i monumenti non può essere impedito da una barriera, deve essere diretto e avvenire senza alcuna preoccupazione».

   Parole che trovano d’accordo l’assessore alla Cultura di Roma Giovanna Marinelli e chiunque ami Roma per quella che è. E, quindi, i monumenti resteranno alla mercé di vandali di ogni tipo e dei loro simpatizzanti. Ieri un gruppo di hooligans è tornato in piazza di Spagna per ammirare lo scempio. Giovani, piumini scuri, capelli quasi rasati, occhiali da sole, quando arriva il sindaco Ignazio Marino iniziano a inveire contro di lui con slogan e canti. Vengono allontanati dai vigili e dalla scorta, si spostano all’angolo con via Condotti a commentare il risultato ottenuto. Provo a chiedergli di commentare in inglese, eventualmente di prendere le distanze da quello che è accaduto giovedì pomeriggio. Fingono di essere belgi e si allontanano.

   Un ambulante bengalese che ha una sua postazione all’angolo della piazza scuote la testa: «Sono gli stessi che erano qui ieri, e ora sono pure felici per quello che hanno combinato». Infatti il gruppetto esulta con altri canti e braccia sollevate. Li seguo con la videocamera accesa. Provo a estorcere un qualsiasi commento, mi dicono di andare via in tono sempre più seccato. Insisto. Quando siamo arrivati quasi alla fine di via Condotti quello che sembra il capo del gruppo si avvicina al mio obiettivo. Attacca sulla lente qualcosa di untuoso e appiccicaticcio. Qualcuno di loro applaude, qualcun altro riprende la scena per pubblicarla sui loro profili. Segue uno scambio di inevitabili insulti poi il capo ordina qualcosa agli altri, probabilmente di trovarsi in un luogo, si sparpagliano e vanno via. In qualche modo si dovrà preservare la bellezza di Roma dalla follia, ma quando nel pomeriggio termina il restauro e vengono tolte le transenne di sicurezza restituendo la Barcaccia a romani e turisti dalla folla si leva comunque un grande «Daje».

   «Polizia all’altezza, l’Olanda aiuterà l’Italia a identificare i teppisti» domande Aart Heering II giorno dopo la devastazione di piazza di Spagna. AART HEERING è a capo dell’ufficio stampa dell’ambasciata olandese in Italia, risponde al telefono costernato. «Vorrei dire subito che la polizia italiana è stata assolutamente all’altezza del compito. Qualche centinaio di teppisti ha cercato rovinare la gioia della partita. C’ero anch’io, ho visto scene di guerriglia urbana, mi dispiace per i feriti. Molto, davvero».

Il sindaco Marino dice che avete rifiutato di contribuire al pagamento dei danni alla Barcaccia?

«E’ un riassunto drastico di un colloquio cordiale che ha avuto con l’ambasciatore Den Hond. In realtà il sindaco e l’ambasciatore erano d’accordo sul fatto che questi fattacci non offuschino le buone relazioni tra Paesi Bassi e Roma».

E sul tema del risarcimento?

«Il sindaco ha posto la questione del pagamento dei danni, ha detto: “Chi rompe paga”. Bene, i Paesi Bassi aiuteranno le autorità italiane per individuare responsabili»

Non una scheggiatura ma danni irreversibili.

«Certo. Ma non è lo stato dei Paesi Bassi che ha causato il danno»

Non vede una questione di opportunità?

«Se un italiano rompe un’opera d’arte ad Amsterdam siete voi a pagare?»

Se un cittadino italiano danneggiasse un muro del Begijnhof di Amsterdam, a quale reazione andrebbe incontro?

«Verrebbe arrestato. Ci sarebbe un processo per direttissima e in caso di condanna potrebbe scontare la pena nel paese»

Che lei sappia si tratta di violenti abituali?

«Alcuni erano conosciuti, ma c’è un gruppo di teppisti che va in trasferta solo per provocare disordini».

Per sfogarsi

«Gli abitanti di Rotterdam sono gente abituata al lavoro. Non saprei fare un’analisi sociologica dei teppisti ma parliamo del più grande porto d’Europa, con un’economia che si poggia sull’industria e sul petrolio. E la crisi ha colpito anche lì»

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ROMA, CITTÀ SENZA DIFESE CONTRO I NUOVI BARBARI

di Massimo Tosti, da “ITALIA OGGI” del 21/2/2015

   Una volta tanto anche Beppe Grillo ha fatto una valutazione condivisibile. Commentando i danni prodotti dagli hooligans olandesi a Roma, e in particolare alla Barcaccia del Bernini in piazza di Spagna, il leader di 5 Stelle ha posto un quesito inquietante: «Se arrivasse l’Isis al posto di quattro bifolchi alcolizzati, quanto durerebbe Roma?».

   Siamo indifesi, nonostante l’impegno encomiabile delle forze dell’ordine, che si sono prodigate, con indiscutibile coraggio e grande professionalità, per arginare l’opera dei vandali ubriaconi. E’ chiaro che il paragone fra i tifosi del Feyenoord e i fondamentalisti del Califfato (che hanno promesso di arrivare presto a Roma) è improponibile, ma suggerisce uno scenario a dir poco inquietante. Provate a pensare se, invece di un gruppo di esaltati, si dovesse fare i conti con soldati armati di tutto punto, con il kalashnikov d’ordinanza, disposti persino a sacrificare la vita in nome di Allah.

   Pensate se decidessero di fare una strage in una strada qualsiasi della capitale, o se (ripetendo l’insulto all’arte compiuto dai talebani nel 2001, quando distrassero i Buddha di Bamiyan, in Afghanistan (due colossi alti uno 53 metri e l’altro 38 metri, costruiti 15 e 18 secoli fa) decidessero di sfregiare uno (o più) fra i tantissimi capolavori che la Città Eterna conserva.

   È chiaro che la responsabilità della difesa contro gli jihadisti è un compito dei Servizi, non dei poliziotti o dei carabinieri. Ma è evidente (dallo scempio compiuto l’altro ieri) che la sicurezza è tutt’altro che garantita per Roma e per i suoi abitanti. Che hanno il diritto di sentirsi garantiti: cosa che non avviene da parecchio tempo, senza alcuna distinzione fra le varie amministrazioni che si sono alternate in Campidoglio.

   Qualche mese fa la ribellione esplosa in alcune borgate è stata un sintomo del malessere diffuso, che riguardava però soltanto le zone più degradate della città. L’altro ieri gli olandesi ignoranti si sono esibiti soprattutto in Campo de’ fiori e in Piazza di Spagna, due luoghi simbolo al centro della Capitale. E se l’Isis dovesse colpire, non sceglierebbe certo i suoi obiettivi in periferia. Tutta Roma è a rischio. (Massimo Tosti)

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ASSISI E I RESTAURI

ALLARME GIOTTO “QUEL RESTAURO È UNA MINACCIA PER GLI AFFRESCHI”

di Tomaso Montanari, da “la Repubblica” del 19/2/2015

– Basilica di Assisi: “I lavori condotti sui capolavori trecenteschi rischiano di alterare gravemente i colori dell’originale” –

   GIOTTO, Simone Martini, Pietro Lorenzetti: gli affreschi trecenteschi della Basilica di San Francesco ad Assisi, forse i testi più sacri della storia dell’arte italiana, sono in pericolo. A minacciarli non è un terremoto o una guerra, ma — come avviene sempre più spesso — un restauro troppo sicuro di sé.

   La Direzione Generale per le Belle Arti del Ministero per i Beni Culturali — ora guidata dall’architetto Francesco Scoppola, già direttore proprio dell’Umbria — è «allarmatissima», ed ha disposto un sopralluogo i cui esiti non sono stati affatto rassicuranti.

   L’attenzione si è concentrata sulla manutenzione degli affreschi di Lorenzetti, attualmente in corso nel transetto sinistro della Basilica inferiore, e sulla pulitura del paramento di pietra del Subasio. Le parti di quest’ultimo già restituite alla vista sono scioccanti: un effetto “pizzeria” che contrasta violentemente con le zone sulle quali non si è ancora intervenuti.

   Ma a preoccupare è soprattutto ciò che si vede dall’altra parte del transetto, e nella cappella di San Nicola. Qui il restauro si è già concluso, ed è possibile valutarne gli effetti. Che — per chiunque conoscesse bene questi affreschi — sono impressionanti: non siamo più di fronte alle stesse opere. Qui è attiva la bottega di Giotto, intorno al 1315: e almeno nella Crocifissione è possibile ravvisare un suo stesso intervento.

   Ebbene, proprio il celebre gruppo della Madonna che sviene ai piedi della Croce ha ora una scalatura cromatica e un chiaroscuro completamente diversi da quelli noti. Accanto, le sublimi mezze figure di Santi affrescate poco dopo (1317-19) da Simone Martini sono ancora più cambiate: appiattite, e prive di alcuni dettagli della decorazione. E la Madonna al centro del trittico nella Cappella di San Nicola ha completamente (e irreversibilmente) perso il suo manto.

   Cos’è dunque successo? Il restauratore — Sergio Fusetti, che tutti ricordano nelle drammatiche immagini del 1997, quando si salvò per miracolo dal crollo della vela di Cimabue nella Basilica superiore — è un professionista preparato e stimato. Tuttavia, questi restauri sono stati circondati da una singolare aura mediatica. Nel luglio del 2012 fece scalpore l’invito a Patti Smith a “restaurare” una minuscola porzione degli affreschi giotteschi: cosa che la cantante prontamente fece, a favore di fotocamere. E poco dopo si sostenne di aver trovato nientemeno che la “firma” «GB»: cioè «Giotto Bondone », come fossero le iniziali su una camicia.    Bruno Zanardi — che ha restaurato, tra l’altro, gli affreschi della Basilica Superiore, e ora insegna Storia del restauro all’Università di Urbino — appare turbato: «Avevo visto il cantiere nel 2011, e l’impressione era stata d’un buon lavoro, eseguito da un restauratore che sapevo bravo e esperto. Invece quando sono tornato un paio di mesi fa in Basilica con i miei allievi ho avuto una sensazione molto diversa. Ho visto un diverso e innaturale emergere dei chiari di visi, manti, fasce decorative, unito a un forte compattamento dei cieli. Quasi l’intervento fosse stato un restauro, quindi una pulitura, un lavaggio, seguito da una reintegrazione con acquarelli. Non una semplice manutenzione, cioè una spolveratura con pennelli di martora. Ricordavo gli incarnati dei santi angioini affrescati da Simone Martini, come fusi nel vetro per la meravigliosa assenza di ogni sforzo tecnico nella loro esecuzione. Mentre oggi sono “solo rosa”».

   I dubbi sugli esiti del restauro si sommano a quelli sul modo in cui esso è stato gestito. Si può dire che nella Basilica di Assisi sia stato tenuto a battesimo il moderno restauro italiano: qui iniziò ad operare, nel 1942, il neonato Istituto Centrale del Restauro, che vi ha poi lavorato fino al 2006. Negli ultimi anni, invece, il legame tra Basilica e Istituto si è spezzato, anche a causa del definanziamento col quale gli ultimi ministri per i Beni culturali hanno progressivamente ucciso questa istituzione cruciale per la sopravvivenza del nostro patrimonio artistico.

   Una delle conseguenze è che i Frati hanno deciso di “fare da soli”, passando da uno dei collegi di ricercatori e restauratori più affidabili al mondo, alla ditta privata di un singolo restauratore. La direzione è stata assunta direttamente dal soprintendente dell’Umbria (che per un periodo sosteneva anche un interim in Calabria!), senza creare un comitato scientifico terzo rispetto a chi conduceva il restauro: un passo doveroso, nel caso di opere tanto importanti (recentemente lo ha fatto, per esempio, l’ambasciatore francese in Italia, prima di far toccare la Galleria di Annibale Carracci in Palazzo Farnese).

   Perché questo è il punto: il restauratore può benissimo sostenere di aver eliminato ridipinture, o reintegrazioni più tarde. Ma questa discussione andava fatta prima, e non dopo. Quel che non doveva succedere è che il restauratore fosse solo a decidere se, e quanto, intervenire: perché indietro non si torna, e quegli affreschi sono un inestimabile bene comune.

    Prima che i ponteggi passino alle Vele di Giotto, alla cappella di San Martino e poi magari alla Basilica Superiore e alle grandi storie di Francesco con le quali Giotto fondò l’arte italiana, è forse il caso che il lavoro si fermi, che il Mibact intervenga, che si apra una vera discussione. (Tomaso Montanari)

Assisi, alle pendici del Monte Subasio
Assisi, alle pendici del Monte Subasio
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