LA SVIZZERA e LA FINE DEL SEGRETO BANCARIO – I tradizionali PARADISI FISCALI, in caduta libera nella crisi politica ed economica globale, cercano altri luoghi per proliferare (in nuove CITTÀ-STATO, GRANDI NAZIONI o MICRO-ATOLLI sperduti nel Pacifico) – La necessità di un GOVERNO MONDIALE dell’economia e della finanza

COME SUONA LA LISTA NERA SVIZZERA - LA BANCA SVIZZERA PRIVATA HSBC AIUTAVA TUTTI, DAI PRESUNTI TRAFFICANTI DI ARMI ALLE POP STAR (Qartz). Il principio del sistema bancario svizzero, in fondo, è sempre stato più o meno questo: noi non vi conosciamo, siete solo dei numeri, ma milionari. Una banca per amica, sembrerebbe, perché quando uno è ricco nessuno lo conosce. Ancor meno quando poi, improvvisamente, uno diventa povero. Lo scriveva Jimmy Cox nel 1923, in pieno periodo proibizionista americano, in un classico del blues divenuto famoso nella versione di Eric Clapton. "Un tempo facevo la bella vita del milionario, spendevo tutto quel che avevo, non ci badavo affatto, portavo fuori tutti i miei amici a divertirci, poi ho cominciato a cadere così in basso. Ho perso tutti i miei buoni amici, non avevo un posto dove andare". (di Giulia Pompili, 9/2/2015, da IL FOGLIO) (immagine da www.ciaocomo.it)
COME SUONA LA LISTA NERA SVIZZERA – LA BANCA SVIZZERA PRIVATA HSBC AIUTAVA TUTTI, DAI PRESUNTI TRAFFICANTI DI ARMI ALLE POP STAR (Qartz). Il principio del sistema bancario svizzero, in fondo, è sempre stato più o meno questo: noi non vi conosciamo, siete solo dei numeri, ma milionari. Una banca per amica, sembrerebbe, perché quando uno è ricco nessuno lo conosce. Ancor meno quando poi, improvvisamente, uno diventa povero. Lo scriveva Jimmy Cox nel 1923, in pieno periodo proibizionista americano, in un classico del blues divenuto famoso nella versione di Eric Clapton. “Un tempo facevo la bella vita del milionario, spendevo tutto quel che avevo, non ci badavo affatto, portavo fuori tutti i miei amici a divertirci, poi ho cominciato a cadere così in basso. Ho perso tutti i miei buoni amici, non avevo un posto dove andare”. (di Giulia Pompili, 9/2/2015, da IL FOGLIO) (immagine da http://www.ciaocomo.it)

   Vogliamo dedicare questo post alla decisione di questi giorni della Svizzera di non essere più un “paradiso fiscale”. Questo perché è sicuramente notizia storica rilevante questo fatto, cioè che la Svizzera si allontana da quei paesi dove non si pagano tasse per i capitali finanziari stranieri che arrivano, paesi dove si “nascondono” i soldi sottratti alla dichiarazione al fisco del proprio paese di origine e a volte i guadagni sono pure denari percepiti con operazioni illegali, criminali, e il deposito è al fine del riciclaggio di denaro “sporco”. La Svizzera allora si chiama fuori dai paradisi fiscali (e quasi contemporaneamente lo fa il Lichtenstein, piccolo stato-principato tra Austria e Svizzera).

La Svizzera  è uno Stato federale, composto da 26 cantoni indipendenti. Il territorio (prevalentemente alpino) è geograficamente suddiviso tra il massiccio del Giura, l'Altopiano e le Alpi svizzere, e occupa una superficie di 41.285 km². Due terzi degli 8 milioni di abitanti si concentrano sull'Altopiano, dove si trovano le maggiori città: Zurigo, Ginevra, Berna, Basilea, Winterthur, Lucerna, San Gallo e Losanna. Le prime due sono piazze finanziarie internazionali e vengono anche spesso considerate come le città aventi la qualità di vita più elevata al mondo, mentre Berna, come capitale (più propriamente "città federale"), è il centro burocratico e politico della nazione e sempre qui, nel Palazzo Federale, vi è la sede del Parlamento e del Governo. A Losanna e Lucerna vi sono le sedi della massima istanza giuridica della Confederazione: il Tribunale federale. Altri tribunali della Confederazione si trovano invece a San Gallo e Bellinzona. La Svizzera è uno dei Paesi economicamente più prosperi al mondo. Due terzi della forza lavoro sono attivi nel settore terziario e circa un terzo nel secondario. La Svizzera è suddivisa in tre regioni linguistiche e culturali: tedesca, francese, italiana, a cui vanno aggiunte le valli del Canton Grigioni in cui si parla il romancio. Il tedesco, il francese, l'italiano sono lingue ufficiali e nazionali. Il romancio è lingua nazionale dal 1938 ed è parzialmente lingua ufficiale dal 1996. Alla diversità linguistica si aggiunge quella religiosa con i cantoni protestanti e i cantoni cattolici. Gli svizzeri quindi non formano una nazione nel senso di una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa. Il forte senso di appartenenza al Paese si fonda sul percorso storico comune, sulla condivisione dei miti nazionali e dei fondamenti istituzionali (federalismo, democrazia diretta, neutralità), sulla geografia (Alpi) e in parte sull'orgoglio di rappresentare un caso particolare in Europa. La politica estera è contraddistinta dalla tradizionale neutralità, mantenuta sin dal 1674, anno della prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera. La Svizzera fa parte delle Nazioni Unite (dal 2002), del Consiglio d'Europa, dell'Organizzazione mondiale del commercio. La Svizzera ospita numerose organizzazioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove vi si trovano la sede della Croce Rossa e la sede europea dell'ONU. Non fa parte dell'Unione europea. (da WIKIPEDIA) (cartina tratta da www.quoteimg.com/)
La Svizzera è uno Stato federale, composto da 26 cantoni indipendenti. Il territorio (prevalentemente alpino) è geograficamente suddiviso tra il massiccio del Giura, l’Altopiano e le Alpi svizzere, e occupa una superficie di 41.285 km². Due terzi degli 8 milioni di abitanti si concentrano sull’Altopiano, dove si trovano le maggiori città: Zurigo, Ginevra, Berna, Basilea, Winterthur, Lucerna, San Gallo e Losanna. Le prime due sono piazze finanziarie internazionali e vengono anche spesso considerate come le città aventi la qualità di vita più elevata al mondo, mentre Berna, come capitale (più propriamente “città federale”), è il centro burocratico e politico della nazione e sempre qui, nel Palazzo Federale, vi è la sede del Parlamento e del Governo. A Losanna e Lucerna vi sono le sedi della massima istanza giuridica della Confederazione: il Tribunale federale. Altri tribunali della Confederazione si trovano invece a San Gallo e Bellinzona.
La Svizzera è uno dei Paesi economicamente più prosperi al mondo. Due terzi della forza lavoro sono attivi nel settore terziario e circa un terzo nel secondario.
La Svizzera è suddivisa in tre regioni linguistiche e culturali: tedesca, francese, italiana, a cui vanno aggiunte le valli del Canton Grigioni in cui si parla il romancio. Il tedesco, il francese, l’italiano sono lingue ufficiali e nazionali. Il romancio è lingua nazionale dal 1938 ed è parzialmente lingua ufficiale dal 1996. Alla diversità linguistica si aggiunge quella religiosa con i cantoni protestanti e i cantoni cattolici.
Gli svizzeri quindi non formano una nazione nel senso di una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa. Il forte senso di appartenenza al Paese si fonda sul percorso storico comune, sulla condivisione dei miti nazionali e dei fondamenti istituzionali (federalismo, democrazia diretta, neutralità), sulla geografia (Alpi) e in parte sull’orgoglio di rappresentare un caso particolare in Europa.
La politica estera è contraddistinta dalla tradizionale neutralità, mantenuta sin dal 1674, anno della prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera. La Svizzera fa parte delle Nazioni Unite (dal 2002), del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione mondiale del commercio. La Svizzera ospita numerose organizzazioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove vi si trovano la sede della Croce Rossa e la sede europea dell’ONU. Non fa parte dell’Unione europea. (da WIKIPEDIA) (cartina tratta da http://www.quoteimg.com/)

   Ma restano lo stesso molti i Paesi dei cinque continenti che accettano ben volentieri denari “in nero”, paesi questi che fanno parte di una cosiddetta “BLACK LIST” redatta dagli stati danneggiati dalle ricchezze che se ne vanno senza pagare tasse. Stati in “black list” che sono o grandi nazioni o micro-atolli sperduti nel Pacifico. Dal Medio Oriente (Paesi del Golfo in primis), alle famose isole Cayman, passando per colonie e protettorati come Gibilterra o ex tali, come Hong Kong, Panama, Macao, Singapore. Per arrivare a dorati luoghi di residenza di vip, come il Principato di Monaco, o altri Principati e Ducati del Vecchio continente, come Andorra. Per quanto riguarda Singapore e il Principato di Monaco sembra che anche loro tra poco tempo apriranno la visibilità dei conti esteri come hanno ora deciso di fare la Svizzera e il Lichtenstein.

ADDIO AL SEGRETO BANCARIO TRA ITALIA E SVIZZERA: i due governi hanno firmato il 24 febbraio scorso l'accordo che pone definitivamente fine al segreto bancario nel paese transalpino. La storica intesa, siglata a Milano dopo tre anni di trattative, dal ministro del Tesoro PIER CARLO PADOAN e dalla sua omologa svizzera, EVELINE WIDMER-SCHLUMPF, prevede LO SCAMBIO DI INFORMAZIONI TRA I DUE PAESI, automatico a partire dal 2017 e CONSENTE ALLA SVIZZERA DI USCIRE DALLA "BLACK LIST" dei paesi considerati paradisi fiscali
ADDIO AL SEGRETO BANCARIO TRA ITALIA E SVIZZERA: i due governi hanno firmato il 24 febbraio scorso l’accordo che pone definitivamente fine al segreto bancario nel paese transalpino. La storica intesa, siglata a Milano dopo tre anni di trattative, dal ministro del Tesoro PIER CARLO PADOAN e dalla sua omologa svizzera, EVELINE WIDMER-SCHLUMPF, prevede LO SCAMBIO DI INFORMAZIONI TRA I DUE PAESI, automatico a partire dal 2017 e CONSENTE ALLA SVIZZERA DI USCIRE DALLA “BLACK LIST” dei paesi considerati paradisi fiscali

   Pertanto Svizzera, Lichtenstein, ma anche Austria, Lussemburgo, Montecarlo, Singapore sono oramai da considerarsi ex paradisi fiscali. E’ sicuro che a loro si sostituiranno altri paesi o città-stato, come Dubai, Londra, le Mauritius, la Serbia, le Seychelles, la Slovacchia, la Slovenia, la Tunisia… anche se alcune di queste mète fiscali sono politicamente meno sicure della solida neutrale Svizzera, e qualche titubanza a portare lì dei soldi ci potrebbe essere per quei ricchi del mondo che non vogliono pagare tasse.

   Un rimescolamento del pianeta, che ha fatto ripensare di cambiare logica alla ambigua neutralità finanziaria di paesi come la Svizzera, e dall’altra altri paesi che diventeranno paradisi fiscali. E in ogni caso le ricchezze sono sempre più difficili da controllare da Stati nazionali che vogliono garantire la loro sovranità (e anche i servizi, il welfare che le tasse sulla ricchezza e sui profitti attinge per potersi concretizzare).

   I nuovi accordi dello stato italiano con la Svizzera in ogni caso, adesso, sono un vero avvenimento storico: si è arrivati alla fine del mito svizzero del “segreto bancario”. La Svizzera, infatti, potrà consegnare dati di correntisti stranieri alle autorità italiane anche in caso di semplice sospetto di evasione fiscale (fino ad oggi, invece, per ottenere dati bancari dalla Svizzera erano necessarie prove di una concreta frode fiscale con falsificazione di documenti, e non era detto che, dopo lungo tempo e peripezie, si ottenessero le informazioni).

da www.forextradingpratico.com/ (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
da http://www.forextradingpratico.com/

   Come spesso accade in Svizzera, è stato proposto un referendum, contro questa abolizione del segreto bancario. Sono state raccolte già più di centomila firme da un comitato di partiti di destra, sostenendo un’iniziativa che vuole una maggiore protezione della propria sfera economica privata. Ma è significativo che la stessa associazione svizzera dei banchieri abbia detto che non sosterrà quest’iniziativa di referendum: cioè non si torna indietro.blacklist

   Insomma la Svizzera sembra fare sul serio di voler cambiare rotta. Un paese (da molti istituti di ricerca considerato il migliore al mondo per viverci) dalle moltissime contraddizioni, tra picchi di positività e negatività. Terra di rifugiati politici all’epoca delle dittature fasciste e naziste in Europa, diventato poi cassaforte di capitali finanziari spesso di lobbies mafiose e criminali di tutto il mondo. E anche quando dava asilo a rifugiati e perseguitati nazisti (anche se è vero che per questo è stata criticata per la sua poca apertura e timidezza nei confronti dei perseguitati dal nazismo stesso), non sono mancate operazioni di sottrazione e incameramento delle ricchezze, dell’oro, degli ebrei perseguitati dai nazisti (solo nel 1998 la Svizzera riconoscerà queste sottrazioni di denaro e valori, e ci vorrà una decina d’anni, nel 2008, per indennizzare gli eredi delle vittime dei nazisti). La Svizzera è stata anche terra di forte immigrazione, dei frontalieri italiano che attraverso Chiasso per decine d’anni hanno attraversato quotidianamente il confine. Lo era: crisi economica e allargamento dei partiti di destra e xenofobi hanno ristretto e stanno restringendo sempre più le maglie della disponibilità di accoglienza all’immigrazione in questo paese.

   Paese che comunque, per l’Italia e il Nord in particolare, al di là della vetusta fama di tesoriere di illeciti capitali finanziari, rappresenta una Terra a noi assai vicina, e cara: non solo per attraversala verso mete del nord Europa, ma per apprezzarla nei suoi splendidi paesaggi montani, lacustri, per l’alto grado di civiltà e accoglienza.

   E’ pure da notare come nel tempo gli svizzeri hanno creato un’economia ricca pur non avendo risorse naturali importanti (in Svizzera non c’è petrolio…) e con un ambiente montano e un cima aspro. Paese che con le micro-tecnologie (a suo tempo gli orologi…) nel tempo hanno saputo dimostrare ingegno e versatilità. A questo proposito, delle Svizzera, della pace secolare che ha vissuto e dell’inventiva tecnologica dei suoi artigiani, ci permettiamo di citare, una volta tanto una frase-battura un po’ triviale ma celebre di Orson Welles che diceva: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”

   Fino alla finanza d’assalto e cruda degli ultimi decenni, che ora si è deciso di rimuovere.

mappa paradisi fiscali (da www.dirittiglobali.it/) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
mappa paradisi fiscali (da http://www.dirittiglobali.it/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Nel contesto dei nuovi paradisi fiscali che di sicuro sostituiranno la Svizzera e il Lichtenstein, è anche pensabile che altri modi ci saranno per nascondere capitali in nero e illeciti finanziari: non più pertanto chi oltrepassa la frontiera con denaro nascosto in una valigetta, ma con una maggiore mobilità della propria residenza (sia di vita che fiscale). Se i paradisi fiscali spariscono a poco a poco, è probabile che ricchi e mediamente ricchi vadano a vivere in posti che saranno i nuovi paradisi.

   In ogni caso la possibilità che tutti paghino le tasse e che si riesca a capire e individuare quali sono i denari illeciti, tutto questo richiederà un maggior coordinamento mondiale al di là degli egoismi degli stati nazionali, e ancora una volta la soluzione può venire dal pensare di creare un autorevole governo mondiale (dell’economia che faccia star bene tutti, ma anche dei diritti di uguaglianza e libertà da garantire a ciascuna persona). (s.m.)

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SE IL MITO FONDATORE NASCE DA UN INGANNO

– Violenza e verità: da Guglielmo Tell a Che Guevara –

di Claudia Magris, dal Corriere.it

– Claudio Magris incontra il germanista che ha pubblicato un «ritratto» della svizzera attraverso i suoi scrittori –

   Nel 1802 Napoleone diceva ai delegati svizzeri che il loro Paese poteva scegliere fra un destino di grandezza, legandosi alla Francia e alla sua politica mondiale, e un destino—a suo avviso ad esso più consono — di «sicurezza e tranquillità», di neutralità, che avrebbe permesso di coltivare «le vostre leggi, i vostri costumi e i vostri commerci», al riparo delle montagne create dalla natura per separarli dagli altri Stati.

È PETER VON MATT a ricordarlo in uno stupendo libro (LA SVIZZERA DEGLI SCRITTORI, a cura di Mattia Mantovani, ottimo traduttore, edito da Armando Dadò) che, attraverso un’analisi saggistica degli autori svizzero- tedeschi, traccia un equanime, appassionato e duro ritratto di un Paese che rappresenta insieme un’eccezione volutamente isolata in Europa e un concentrato di quelle contraddizioni identitarie, di quelle tensioni tra particolarismi e cosmopolitismo che contrassegnano il mondo intero.

   Germanista tra i maggiori d’Europa, Peter von Matt ha scritto un saggio che si legge come un racconto sulle lacerazioni, cicatrici, messinscene, automistificazioni della storia di tutti. È LA SVIZZERA BUONA E CATTIVA, celebrata con le fanfare ma anche amata dai suoi scrittori più grandi (FRISCH e DÜRRENMATT, ma pure, un secolo prima, GOTTHELF, KELLER o MEYER) con un patriottismo critico che smonta i suoi miti fondatori, a cominciare da quello di Guglielmo Tell, e demolisce il cliché del piccolo Paese fiero, libero e democratico, rischiando di creare un altro cliché negativo, opposto e complementare.

   È la Svizzera amata da Cattaneo e Mazzini, come ricorda Giuseppe Galasso sul Corriere, lodata più tardi per la sua avversione al nazismo, ma criticata per la sua chiusura nei confronti dei perseguitati dal nazismo stesso, come più tardi nei confronti dei lavoratori stranieri. La Svizzera democratica, con tutte le contraddizioni della democrazia, idillio alpestre di puri sentimenti, Paese dilaniato da lotte violente e banca del mondo.

   Nel libro di von Matt tutto questo viene filtrato attraverso l’opera degli scrittori, e diviene ritratto della vita e specchio della storia d’Europa. L’immagine che la Svizzera traccia di sé, nell’opera di tanti suoi grandi autori, è piuttosto negativa. Peter von Matt, avverso a ogni andante patriottismo celebrativo, dimostra tuttavia che anche le grandi demistificazioni di grandi autori possono contribuire a una mitizzazione alla rovescia.

   Ogni mito fondatore (di uno Stato, di un ideale politico e religioso) scaturisce sì da inganno e da violenza e li perpetua, ma esprime anche una verità e un’esigenza di quel momento storico in cui nasce un eros per la vita e per il mondo cui si appartiene, con tutte le contraddizioni, la grandezza e la miseria di ogni eros.

   Anche il mito di Che Guevara, scrive von Matt, potrebbe—e in parte deve—essere smontato, ma facendo risaltare, in questa decostruzione, la verità e l’esigenza umana che esso esprime e ciò vale per ogni mito fondatore.

   «Lei ha analizzato — dico a von Matt — tante opere che, attraverso la Svizzera, hanno messo a fuoco contraddizioni che riguardano il mondo intero e alcuni fra i più scottanti problemi di oggi. Dopo tale lavoro letterario di mitizzazione, demistificazione, denuncia, non crede, che — proprio grazie a questo lavoro—tale grande capitolo possa o debba considerarsi concluso e che ora gli autori svizzeri possano voltare pagina, liberi dal complesso di celebrazione/rifiuto?».

Von Matt — «Dopo il 1989 si credeva che tutte le dispute sulla Svizzera, il suo patriottismo e la sua politica all’epoca del nazismo fossero finite. Poi sono venute le accuse internazionali alle banche svizzere in merito ai beni degli ebrei e la critica, esercitata sino a quel momento dagli scrittori e pressoché ignorata dai politici, si è dilatata sino a una condanna universalmente diffusa della Svizzera. Gli scrittori si sono visti confermati nelle loro tesi, non avevano bisogno di dire più nulla, e la letteratura si è concentrata sul privato, rivolgendosi semmai ai problemi della globalizzazione culturale e alla crisi dei valori tradizionali. Del nuovo movimento nazionalconservatore raccoltosi intorno a Christoph Blocher la letteratura non si occupa».

Magris — «La Svizzera ha quattro letterature — tedesca, francese, italiana, ladina. Nel Suo libro tutto passa attraverso l’interpretazione di autori svizzero-tedeschi. Se avesse preso in considerazione scrittori delle altre tre lingue, il quadro sarebbe stato diverso? ».

Von Matt — «Le quattro letterature della Svizzera non costituiscono alcuna unità. Si voltano reciprocamente la schiena. Chi scrive in francese guarda a Parigi, i ticinesi a Milano, gli svizzeri tedeschi alla Germania. Tutti sanno di essere svizzeri e lo vogliono, ma si interessano poco alle letterature delle altre lingue. Ciò dipende pure dal mercato librario. La letteratura svizzero-tedesca è strettamente legata all’editoria della Germania e gli scrittori vogliono essere riconosciuti in Germania. E per tutte le tre lingue importanti vale la regola: chi, come svizzero, non è famoso a Berlino o a Parigi o a Milano, sarà presto dimenticato anche in Svizzera».

Magris—«Il mito fondatore elvetico per eccellenza è quello di Guglielmo Tell, cui è dedicata una vastissima letteratura, apologetica e polemica, il cui culmine è il dramma omonimo di Schiller. Ma esso non esalta tanto la fedeltà agli antichi diritti, alla consuetudine dei padri, bensì celebra i diritti universali- umani, il diritto naturale che non si piega a quella consuetudine, quand’essa viola l’universalità. Il Tell di Schiller affronta un tema estremamente moderno, anzi contemporaneo: il diritto alla resistenza, alla rivoluzione, l’eventuale diritto morale all’assassinio politico…».

Von Matt — «La storia di Guglielmo Tell è un racconto di uno straordinario effetto, che si adatta facilmente a diverse situazioni politiche. Per Schiller era il modello di una rivoluzione vittoriosa sulla base dei diritti umani, senza Terrore né ghigliottina. Nella Svizzera il dramma è stato sempre interpretato in chiave nazionale, non universale. Nei primi anni del nazismo, in Germania si è portato Tell sulla scena in veste di eroe fascista, sino a quando Hitler ha personalmente vietato le rappresentazioni del dramma, perché temeva potessero incitare un attentatore. Oggi si potrebbe rappresentare Guglielmo Tell in ogni zona di guerra del mondo, da Gaza alla Georgia, ed esso assumerebbe ogni volta un significato diverso. Certo, un attentatore nascosto dietro a un cespuglio rischia di non far più sensazione nell’epoca degli attentatori kamikaze».

Magris — «Nel Suo libro c’è una grande definizione di letteratura, di arte: “(essa) nasce ai margini della civilizzazione, sia sociale che morale. Il suo luogo è il confine, là dove comincia l’Altro: ciò che è inquietante, desertico, ma anche ciò che è radicalmente buono, il quale è esattamente inquietante come ciò che è radicalmente malvagio”».

Von Matt—«L’uomo non può vivere senza raccontare e senza ascoltare storie. La domanda fondamentale della mia vita è: quali storie continuano a raccontarsi sempre gli uomini dai tempi di Gilgamesh e Omero? Come si trasformano queste storie nella Storia? Quale volto ha Medea nel XVIII o nel XX secolo? Come si chiamano oggi Paolo e Francesca? La letteratura è sempre radicalmente attuale e insieme antichissima. Non è espressione di una fede, di un’idea, di un programma politico, ma è un sogno di tutta l’umanità, che cerca continuamente un nuovo linguaggio. Per questo la letteratura la sa più lunga dell’autore. La mano che scrive ne sa di più della testa. Questa consapevolezza può essere pericolosa, ma può essere anche una grande liberazione».

dialogo tra Claudio Magris e Peter Von Matt (13/9/2008)

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le altre mete

RESTANO ALTRI PARADISI FISCALI. MA EVASORI MENO SICURI

di Gianni Santamaria, da AVVENIRE del 24/2/2015

   Non c’è più la Svizzera nel grande mosaico mondiale dei cosiddetti paradisi fiscali. Ma restano molti i Paesi dei cinque continenti (da grandi nazioni a micro-atolli sperduti nel Pacifico) compresi nella speciale “black list” del ministero dell’Economia. Si va dal Medio Oriente (Paesi del Golfo in testa), alle ormai paradigmatiche Cayman, passando per colonie e protettorati come Gibilterra o ex tali come Hong Kong, Panama, Macao, Singapore. Per arrivare a dorati luoghi di residenza di vip, come il Principato di Monaco. O altri Principati e Ducati del Vecchio continente, come Andorra e Lichtenstein.

   Quest’ultimo – oltre alla Confederazione elvetica, SINGAPORE e MONTECARLO – fa parte dei Paesi che «hanno ormai definitivamente imboccato la strada della conformità fiscale, spiega l’avvocato e notaio elvetico Paolo Bernasconi, autore della legge svizzera antiriclaggio. E gli “irriducibili” si starebbero orientando verso altre destinazioni: «DUBAI, LONDRA, MAURITIUS, SERBIA, SEYCHELLES, SLOVACCHIA, SLOVENIA, TUNISIA e simili. Ma si tratta di rifugi poco sicuri da altri punti di vista», spiega l’esperto. (…..)

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L’ACCORDO

ADDIO AL “PARADISO” SVIZZERO

24/2/2015, da IL TEMPO.IT (www.iltempo.it/)

   Addio al segreto bancario tra Italia e Svizzera: i due governi hanno firmato oggi l’accordo che pone definitivamente fine al segreto bancario nel paese transalpino.

   La storica intesa, siglata a Milano dopo tre anni di trattative dal ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e dalla sua omologa svizzera, Eveline Widmer-Schlumpf, prevede lo scambio di informazioni tra i due paesi, automatico a partire dal 2017 e consente alla Svizzera di uscire dalla “black list” dei paesi considerati paradisi fiscali.

Le novità davvero importanti sono due. Prima, per sapere qualcosa sui conti di qualche nostro compatriota, bisognava che ci fosse un’ipotesi di reato sottostante. Allora la magistratura italiana faceva una rogatoria e al termine di una procedura che poteva durare mesi o addirittura anni se i difensori erano bravi, si arrivava a capo di qualcosa. Adesso, senza rogatorie e senza magistrati, l’Agenzia delle Entrate potrà chiedere direttamente agli svizzeri informazioni su tutti i nostri contribuenti. A partire dal 2017 lo scambio dei dati sarà addirittura automatico, senza bisogno di richieste.

In concreto, le autorità fiscali italiane potranno da oggi richiedere informazioni alla Svizzera, provocando la regolarizzazione spontanea dei capitali detenuti illegalmente. I contribuenti potranno sanare le irregolarità pagando integralmente le imposte dovute, come prevede la legge sulla “voluntary disclosure”, usufruendo di un regime sanzionatorio più conveniente. È stata firmata anche una road map sulla tassazione dei lavoratori transfrontalieri e sulla questione di Campione d’Italia. Padoan ha definito l’accordo «un passo avanti molto importante, frutto di un lavoro durato molto tempo, complesso e difficile. Abbiamo firmato due testi, uno giuridico soggetto alla ratifica del Parlamento, sullo scambio di informazioni e un documento politico, una ‘road map’ sul trattamento dei lavoratori frontalieri e sulla questione di Campione d’Italia. L’accordo dunque, secondo Padoan “va nella direzione dell’eliminazione dei paradisi fiscali: ci sono altri paradisi fiscali ma questo accordo va nella direzione della loro eliminazione. Per loro sara’ sempre meno conveniente e piu’ difficile resistere allo scambio di informazioni e sarà meno conveniente rivolgersi a questi Paesi”. (…..)

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PARADISI DAL FISCO FACILE

di Lorenza Clementoni, da http://www.viviconsapevole.it

Dicesi “paradiso fiscale” una meravigliosa località (microterritori o Stati, comunque esteri) che ti consenta di circolare con il denaro in tasca e senza preoccupazioni… ovvero, si tratta di luoghi in cui la legislazione fiscale è praticamente inesistente, in cui si pratica l’accettazione illimitata e anonima di capitali e dove vige un forte segreto bancario.

   E’ stato negli anni Trenta del secolo scorso che si è dato l’avvio al sistema offshore, quando gli svizzeri aprirono numerosi conti bancari al solo scopo di nascondere il denaro delle vittime dei Nazisti. Tutti coloro che temevano di vedersi confiscare i propri beni, li depositavano in conti identificati da cifre anziché dal nome. In tal modo i tedeschi non avevano alcuna possibilità di rintracciare i beni e di impossessarsene. Il denaro poteva essere richiesto, infatti, esclusivamente da coloro che conoscevano il numero di identificazione del conto.

   Lo stesso sistema fu però sfruttato anche da personaggi loschi come copertura e dalle élite francesi per evadere le tasse. Le banche più importanti capirono ben presto i vantaggi di ricorrere alla costituzione di uffici di “private banking” in giurisdizioni protette dal segreto bancario, come ad esempio le Isole Cayman e la Svizzera…

   L’effetto di tali valutazioni ad opera delle banche del passato è oggi evidente: con una popolazione pari all’1,2% del totale, I 60 PAESI CHE GODONO DEL SEGRETO BANCARIO DISPONGONO DEL 26% DEL PATRIMONIO FINANZIARIO MONDIALE.

   Circa un terzo dei conti offshore si trova oggi in Svizzera e si stima che più del 30% dei profitti delle multinazionali americane confluisca nei vari paradisi fiscali. In particolare, per le multinazionali – clienti abituali offshore – il tutto si traduce nella possibilità di tenere nascosti i profitti ai dipendenti, di non dover redistribuire il denaro nel territorio di appartenenza, nonché, a volte, di poter nascondere qualsiasi tipo di reddito illecito frutto di fornitura di armi, mercenari, droga, prostituzione, racket, ricatti, furti ecc.

   Le multinazionali coltivano ovviamente ogni interesse a sottrarre i loro profitti dai paesi a tassazione elevata e a trasferirli laddove le imposte sono minime. Nella pratica, la mega-società riduce artificialmente gli introiti a bilancio del paese di residenza e aumenta oltre il reale le spese delle sedi offshore (acquistando merci a prezzi maggiorati, remunerando brevetti, pagando canoni eccessivi ecc). (…..)

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ACCORDO ITALIA-LIECHTENSTEIN, DOPO LA SVIZZERA CADE IL SEGRETO BANCARIO ANCHE NEL PRINCIPATO

Ansa 26/2/2015, da http://www.huffingtonpost.it/

   Dopo la Svizzera, cade un altro paradiso fiscale. Il Ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, e il Primo Ministro e Ministro delle finanze del Liechtenstein, Adrian Hasler, hanno firmato l’accordo in materia di scambio di informazioni ai fini fiscali. Analogamente a quanto avvenuto con la Svizzera, l’accordo pone fine al segreto bancario nel Principato, che entra nelle WHITE LIST. Lo comunica il Ministero dell’Economia.

   I due ministri, specifica il ministero dell’Economia, hanno firmato anche un Protocollo aggiuntivo in materia di ‘richieste di gruppo’. L’accordo “consentirà di sviluppare ulteriormente la cooperazione amministrativa tra i due Paesi e quindi rafforzare il contrasto all’evasione fiscale”.

   L’intesa è basata sul modello OCSE di Tax Information Exchange Agreement (TIEA) e consente lo scambio di informazioni su richiesta relativamente a tutte le imposte. Lo Stato a cui sono richieste le informazioni non può rifiutarsi di fornire allo Stato richiedente la collaborazione amministrativa per mancanza di interesse ai propri fini fiscali, né opporre il segreto bancario.    Il Protocollo aggiuntivo, che disciplina le richieste di gruppo, consentirà di presentare richieste in relazione a categorie di comportamenti che fanno presumere l’intenzione dei contribuenti di nascondere al fisco italiano patrimoni/attività detenute irregolarmente nel Liechtenstein.

   L’accordo sullo scambio di informazioni e il protocollo aggiuntivo si applicano dopo la ratifica da parte dei Parlamenti dei rispettivi Paesi, a decorrere della firma. Di conseguenza, esattamente come con la Svizzera, lo scambio di informazioni potrà riguardare elementi in essere alla data di oggi.

   Con la firma il Principato viene considerato ai fini della voluntary disclosure un Paese ‘non black list’, consentendo così ai cittadini italiani che detengono in maniera illegale patrimoni/attività nel Liechtenstein di accedere alla procedura di regolarizzazione alle condizioni più favorevoli previste dalla legge (pagamento per intero delle imposte e sanzioni ridotte).

   Insieme all’accordo e al protocollo aggiuntivo i ministri hanno firmato anche una dichiarazione congiunta di carattere politico con la quale i due Paesi confermano il reciproco impegno ad applicare lo scambio automatico di informazioni sulla base dello standard globale Ocse dal 2017.

   L’Italia, subito dopo l’entrata in vigore dell’accordo e del protocollo includerà formalmente il Liechtenstein nelle white list. Con la dichiarazione congiunta, infine, Italia e Liechtenstein si impegnano ad avviare i negoziati per una convenzione contro le doppie imposizioni, una volta entrati in vigore l’accordo e il protocollo.

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ANCHE MONTECARLO DICE ADDIO AL SEGRETO BANCARIO

da “il Gazzettino” del 3/3/2015

   Prima la Svizzera, poi il Liechtenstein, adesso il principato di Monaco. L’offensiva italiana contro il segreto bancario e i paradisi fiscali fa una nuova ‘vittima’: il minuscolo Stato sulla Costa Azzurra dove si concentra un’altissima percentuale di miliardari.

   L’accordo firmato ieri a Montecarlo dall’ambasciatore d’Italia Antonio Morabito e dal ministro per gli Affari esteri e della Cooperazione monegasco Gilles Tonelli, riguarda lo scambio di informazioni ai fini fiscali e, analogamente a quanto già avvenuto per le altre due recenti intese, pone fine al segreto bancario nello Stato estero. Nell’occasione, è stato firmato anche un protocollo in materia di «richieste di gruppo»: consentirà di sviluppare la cooperazione amministrativa tra i due Paesi e quindi di rafforzare il contrasto all’evasione fiscale transnazionale.    L’accordo è basato sul modello Ocse di Tax Information Exchange Agreement e consente lo scambio di informazioni su richiesta. Lo Stato a cui sono richieste le informazioni non può rifiutarsi di fornire allo Stato richiedente la collaborazione amministrativa per mancanza di interesse ai propri fini fiscali, né opporre il segreto bancario.    Il protocollo che disciplina le richieste di gruppo consentirà di presentare richieste in relazione a categorie di comportamenti che fanno presumere l’intenzione dei contribuenti di nascondere al fisco italiano patrimoni o attività detenuti irregolarmente nel Principato di Monaco. Con la firma, il Principato viene considerato ai fini della Voluntary Disclosure un Paese ‘non black list’, circostanza che consentirà ai cittadini italiani che detengono in maniera illegale patrimoni o attività a Monaco di accedere alla procedura di regolarizzazione alle condizioni più favorevoli previste dalla legge (pagamento per intero delle imposte dovute e sanzioni ridotte).

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IL VATICANO RINUNCIA AL SEGRETO BANCARIO. ACCORDO ENTRO MARZO, SOLDI TASSATI IN ITALIA

– Rush finale per la svolta, che sarà recepita da un trattato internazionale. “Trasparenza, scambio di informazioni e doppia imposizione fiscale” –

di ROBERTO PETRINI, da “la Repubblica” del 7/3/2015

   L’ultimo muro del segreto bancario e della opacità fiscale sta per cadere. Dopo l’annuncio di Matteo Renzi, nell’intervista all'”Espresso”, sulle trattative in corso con il Vaticano per la firma di un protocollo d’intesa, ieri sono giunte conferme. Il direttore della Sala stampa della Santa Sede Federico Lombardi ha dichiarato che sono in corso “interlocuzioni” con l’Italia per andare verso il traguardo di “una più ampia e completa trasparenza e dello scambio di informazioni ai fini fiscali”.

   Dal Tesoro gli uomini di Pier Carlo Padoan parlano di colloqui e contatti diplomatici e aggiungono che il dossier-Vaticano è nelle mani della direttrice del Dipartimento per le politiche fiscali, Fabrizia Lapecorella. L’intesa, assicurano fonti del governo, è ad un buon stato di definizione e potrebbe essere firmata entro il mese di marzo.    Una vera rivoluzione spinta dalla voglia di trasparenza impressa da Papa Bergoglio all’assetto economico e finanziario della Santa Sede e promette di lasciare alle spalle anni oscuri della Prima Repubblica, quando lo Ior veniva utilizzato per il transito di denaro nero e come sponda per il parcheggio di tangenti. Si completa il processo di riforma già iniziato da Ratzinger, che per sorvegliare lo Ior aveva creato una sorta di “banca centrale”, l’Aif, l’Autorità di vigilanza finanziaria. Se, come pare, l’intesa andrà in porto, per il governo italiano si tratterebbe del quarto accordo messo a segno nelle ultime settimane sullo scambio di informazioni bancarie ai fini fiscali. In rapida successione sono state firmate intese con Svizzera, Principato di Monaco e Liechtenstein.    A costringere questi paesi, considerati a tutti gli effetti “paradisi fiscali”, a giungere a patti con l’Italia è stato soprattutto il protocollo europeo del G5, firmato a Berlino nell’autunno dello scorso anno, cui hanno aderito ad oggi 91 paesi, comprese Svizzera ed altre nazioni “opache” sul piano fiscale, che scatterà nel 2017 e costringerà tutti i partecipanti a mettere in pratica lo scambio delle informazioni bancarie su richiesta dell’amministrazione fiscale del paese a caccia di evasori.    L’Italia, con il ministro dell’Economia Padoan, ci ha messo del suo. A gennaio ha varato una norma, la cosiddetta voluntary disclosure, che facilita il rientro dei capitali dai “paradisi fiscali” garantendo il dimezzamento delle sanzioni e uno scudo sui reati fiscali.

   La norma prevede che i paesi, pronti a firmare un’intesa bilaterale con l’Italia per lo scambio di informazioni prima del 2017, possono essere cancellati dalla black list, l’elenco dei “cattivi” fiscali, e possono passare nella “white list”. L’occasione è stata colta al volo e, poco prima del 2 marzo, data ultima per la firma, paesi tradizionalmente riottosi come Svizzera, Monaco e Liechtenstein, si sono affrettati a firmare. Per l’Italia si tratterà di un incasso che viene valutato come gettito netto in 5 miliardi.    La strada che si è convenuta con il Vaticano nasce del clima di riforma voluto da Bergoglio e avrà caratteristiche tecniche diverse. Il risultato sarà lo stesso: un trattato internazionale che porterà all’introduzione del sistema della doppia imposizione su standard Ocse e lo scambio di informazioni bancarie.    L’idea sarebbe quella di “trasportare” il Vaticano all’interno dello schema delle intese internazionali. Il primo obiettivo, che trova conferma negli ambienti italiani, è quello di siglare un protocollo sulla doppia imposizione fiscale, come avviene con quasi tutti i paesi, in modo che chi investe o deposita i propri denari nella Città del Vaticano debba pagare le tasse anche nel paese di residenza, cioè in Italia.

   Linea che sembrerebbe già accettata dal Vaticano: “Tutti i clienti in futuro dovranno pagare le tasse nei propri paesi d’origine”, aveva dichiarato nel luglio scorso l’allora presidente dello Ior Ernst von Freyberg. L’altro passo, che deriverebbe dall’adesione allo schema dei protocolli europei del G5, sarebbe quello di garantire lo scambio automatico di informazioni bancarie su semplice richiesta dell’Agenzia delle entrate, in pratica la fine del segreto, e non più affidandosi alle difficili rogatorie a caccia di capitali italiani nascosti al fisco attraverso lo Ior.    “Spero di recuperare un po’ di denari anche dal Vaticano”, ha detto Renzi. Naturalmente nessuno è in grado di fare stime: chi osserva le vicende al di là del Tevere ricorda che dopo l’intervento della società di revisione Promontory sono stati cancellati circa 3.000 conti correnti sospetti. Ma sul totale dei restanti 16 mila, che oggi possono essere intestati solo a dipendenti, ecclesiastici, enti religiosi e alle Case generalizie degli ordini religiosi che gestiscono grandi flussi di denaro dal e verso molte aree del mondo, ci possono essere posizioni a rischio.    Non è escluso dunque che qualche sorpresa potrebbe esserci già nel corso di quest’anno, almeno fino a settembre, quando sarà possibile regolare il rientro dei capitali con la voluntary, con sanzioni dimezzate e scudo per i reati fiscali. Potrebbe esserci chi vorrà mettersi a posto con la coscienza, sapendo che il ciclone-Bergoglio ormai sembra deciso ad abbattere il segreto in accordo con la Repubblica italiana.

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DAL LIBANO A SAMOA, I NUOVI PARADISI FISCALI. MA FUORI DALL’EUROPA EVADERE È UN RISCHIO

di Roberto Mania, da “la Repubblica” del 3/3/2015

   Gli esperti del settore lo chiamano “rischio ambientale”. Rischio crescente per gli evasori impenitenti. Perché i paradisi fiscali nel mondo ci sono ancora ma depositare lì (lontanissimo ormai dall’Europa) i soldi per non pagare le tasse può diventare davvero pericoloso. Non perché ti becchino, ma perché l’instabilità politica, o geopolitica, può repentinamente mutare gli scenari e farti perdere tutti i soldi, come forse meriteresti pure.

   Perché un conto era depositare il proprio gruzzolo esentasse, non si sa come racimolato, in una banca ticinese o nel ridente Principato monegasco a due passi da casa; un conto è farlo in Libano in un Medio Oriente ritornato esplosivo, o in un altro paese di qualche isola caraibica rimasto, per ovvi motivi, nella black list internazionale. Qui si corre il rischio ambientale appunto. L’epoca dell’evasione oltre confine, con tutti i comfort, a pochi chilometri dalla propria residenza e anche per questo un po’ autoassolutoria per gli evasori medesimi, sembra finita. Chi evade deve mettere in conto un rischio maggiore, superiore forse a quello di dovere pagare le tasse: perdere tutto.

   L’offensiva del G20 e dell’Ocse che ha portato alla diffusione degli accordi bilaterali e multilaterali tra i governi contro i paradisi fiscali, sembra aver cambiato in profondità lo scenario e così le traiettorie dell’evasione globale non sono più le stesse. Miliardi di risorse finanziarie (c’è chi ha calcolato di un flusso complessivo superiore ai 30 mila miliardi di cui circa 200 quelli italiani) o emergeranno oppure dovranno cambiare residenza in un percorso ad ostacoli del tutto inedito, di fronte a quello che comincia a raffigurarsi come un vero accerchiamento nei confronti degli evasori. Strade bloccate in Svizzera, nel Liechtenstein e ora pure a Montecarlo, per gli evasori italiani ai quali non resta che l’evasione extracomunitaria tendenzialmente esotica. Strade tortuose, poi, quelle che conducono a Singapore oppure nelle Filippine, tra intese e impegni internazionali a scadenze diversificate.

   Il Sole 2-4 Ore nei giorni scorsi ha provato a raffigurare i vari tragitti da un paese all’altro alla ricerca, nei prossimi anni, di condizioni favorevoli. Dunque bisogna abbandonare la Svizzera perché Berna ha cancellato il segreto bancario. Si può arrivare a Singapore, con un rischio ambientale piuttosto basso, ma sapendo che si può stare tranquilli solo fino alla fine di quest’anno. Dal 2016 infatti scattano anche a Singapore gli scambi di informazioni previsti dal Crs (Common reporting standard) e un evasore sarebbe facilmente individuato. Bene, si può andare negli Emirati Arabi Uniti, allora, paese a basso rischio ambientale.

   Ma anche questo è un paradiso fiscale in scadenza: gli Emirati hanno sottoscritto un accordo con gli Stati Uniti e dal 2018, con i dati relativi al 2017, consentiranno gli scambi informativi. Insomma la meta va cambiata dopo il 2016. Per gli italiani le Filippine possono essere una soluzione, hanno un basso rischio ambientale e poi hanno sottoscritto un accordo di cooperazione solo con gli Stati Uniti.

   Prossima, però, potrebbe essere l’adesione a un’intesa multilaterale nel 2017 e allora bisognerà ricambiare. C’è Portorico, poco collaborativo sul fronte dell’evasione, ma soprattutto c’è l’Ecuador che non ha vincoli perché non ha sottoscritto alcun accordo. Il paese latino americano però è considerato ad altissimo rischio ambientale. Liberi (gli evasori) dagli accordi internazionali ma costretti a fare i conti con l’incertezza ambientale interna.

   Certo ci può anche essere un percorso alternativo. Provare ad andare a Panama (dalla Svizzera o da Monaco) sempre che da quelle parti non si arrivi in tempi rapidi all’adesione ad un accordo di cooperazione fiscale. E allora non resterebbe che l’Oman, con rischio politico basso ma con alta probabilità che aderisca ad un’intesa di collaborazione.

   Alla fine si può arrivare in Libano. Oppure, sì, in Liberia o ad Anguilla fino a Samoa. Ma questa non è più la vita tranquilla dell’evasore “della porta accanto”. Anche tra gli evasori è scattata una sorta di selezione darwiniana. E non tutti sopravviveranno.

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«PARADISO O NO, I CAPITALI RIMARRANNO IN SVIZZERA»

di Francesco Cancellato, da http://www.linkiesta.it/, 25/2/2015

– Parla l’avvocato Bernasconi, esperto di segreto bancario elvetico: «Grande sfiducia nell’Italia» –

   Se c’è un esperto di criminalità economica, riciclaggio e, soprattutto, di segreto bancario svizzero, questo è l’avvocato di Lugano Paolo Bernasconi, socio del prestigioso studio Bernasconi-Martinelli-Alippi & Partners, una carriera costellata di incarichi professionali e istituzionali legati alla sua profonda conoscenza del sistema bancario elvetico e dei suoi clienti. Non c’è persona migliore, insomma, con cui parlare dell’accordo raggiunto lunedì 23 febbraio tra Italia e Svizzera, che sancisce la fine del segreto bancario per gli istituti d’oltralpe.

Avvocato Bernasconi, secondo Padoan, se da questo accordo tornerà in Italia più di un euro sarà un successo, mentre secondo Renzi arriveranno miliardi nelle casse del fisco. Chi ha ragione, il ministro dell’economia o il premier?

Ha ragione Renzi. In Italia, per l’Agenzia delle Entrate, è in arrivo una pioggia di miliardi. Soprattutto, saranno le imposte arretrate e le sanzioni pecuniarie.

Ne è sicuro? C’è di dice che dalla Svizzera di capitali italiani ne sono già usciti parecchi, nei mesi scorsi…

In molti si aspettavano la firma del protocollo italo-svizzero, da queste parti. E in molti hanno trasferito il loro capitale. Non quanti ci si potrebbe aspettare, tuttavia. Molti di meno.

Come mai?

Perché non sapevano dove mandarli. A parte il rifugio di LONDRA, sono rimaste loro solo le “scartine”: ISRAELE, MONTENEGRO, SERBIA, SEYCHELLES, SLOVENIA. Per i disperati, c’è anche la TUNISIA.

Dove sono finiti tutti gli altri paradisi fiscali, mi scusi?

Si sono arresi tutti, non solo la Svizzera: Austria, Lichtenstein, Lussemburgo, Montecarlo, Singapore. Rimane solo Londra, oramai l’unico vero paradiso fiscale.

Come mai si sono arresi? Voglio dire, che interesse aveva la Svizzera a consegnare le armi?

È MERITO – o colpa, dipende dai punti di vista – degli STATI UNITI D’AMERICA. È dall’inizio della crisi che gli Usa stanno mitragliando banche e banchieri svizzeri. Il Belgio, la Francia, la Germania ne hanno semplicemente copiato la strategia. La Svizzera è all’angolo, braccata, sfiancata dalle liste nere, dalle inchieste penali, dall’ondata di rogatorie fiscali affollate alla finestra. Questa è l’unica via di fuga.

Una via di fuga che porta dove? 

La Svizzera si sta preparando ad accogliere i capitali delle grandi istituzioni private, dai fondi pensione ai fondi sovrani che fuggono da paesi instabili. Non è una mossa estemporanea, questa, ma una exit strategy pensata anni orsono.

Torniamo all’Italia. Che ne pensa della voluntary disclosure, lo smascheramento volontario che il governo offre per far rientrare i capitali, senza incorrere in procedimenti penali? Aiuterà a far tornare i capitali in Italia?

Come le dicevo, il fisco riuscirà a far pagare le imposte arretrate e le sanzioni pecuniarie. Tuttavia, io credo che al netto dell’azione del fisco, molti dei capitali italiani finiranno per rimanere comunque nelle banche svizzere.

Come mai?

Per diversificare il rischio e perché tornare in Italia non è un’opzione: c’è grande sfiducia nel vostro sistema. Sento parlare di questo tutti i giorni.

Cosa dovrebbe fare il governo per riportare e trattenere i capitali in Italia, quindi?

Cambiare tutto.

In particolare?

Il sistema giudiziario civile e amministrativo: troppo lento. Talvolta leggo sentenze splendide, ma sono rare. La vostra è un’amministrazione farraginosa, inaffidabile, autoreferenziale. Amo l’Italia, ma ogni giorno é il muro del pianto: gli imprenditori che vi operano sognano tutte le notti di riaprire altrove. E dall’estero, tutti temono l’incertezza del diritto. Date queste certezze e vedrete che i capitali arriveranno, con o senza accordi o smascheramenti.

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PARADISO FISCALE

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

   Paradiso fiscale o rifugio fiscale viene comunemente detto uno Stato che garantisce un prelievo in termini di tasse basso o addirittura nullo sui depositi bancari. La ragione di una scelta del genere è più che altro politica: attirare molto capitale proveniente dai paesi esteri, fornendo in cambio una tassazione estremamente ridotta. Dal punto di vista del contribuente, per riportarci all’originaria definizione statunitense di tax haven[1], il cosiddetto paradiso fiscale è in effetti un rifugio dalla tassazione sui redditi, annoverabile quindi come tecnica di elusione fiscale.

Nella teoria del saccheggio legale di Frédéric Bastiat è uno dei meccanismi per trasferire la ricchezza ad una elìte transnazionale.

   Nei paradisi fiscali si riscontra un tipico regime di imposizione fiscale molto basso o assente, che rende conveniente stabilire in questi Paesi la sede di un’impresa (come ad esempio le società offshore), oppure regole particolarmente rigide sul segreto bancario, che consentono di compiere transazioni coperte. Inoltre, le regole societarie consentono l’emissione di azioni al portatore, un insieme ridottissimo di formalità societarie e contabili e regole favorevoli per l’impiantazione di servizi finanziari, (come per esempio regole minime per ottenere licenze che consentano di operare fondi di investimento).

Una classificazione dei paradisi fiscali può farsi distinguendo le seguenti categorie:

– PURE TAX HAVEN: non impone tasse oppure solo una o più di valore nominale e garantisce l’assoluto segreto bancario, non scambiando informazioni con altri stati;

– NO TAXATION ON FOREIGN INCOME: è tassato solo il reddito prodotto internamente;

– LOW TAXATION: modesta tassazione fiscale sul reddito ovunque generato;

– SPECIAL TAXATION: Paesi dal regime fiscale impositivo paragonabile a quello dei Paesi considerati a tassazione normale, ma che permettono la costituzione di società particolarmente flessibili.

   L’elenco dei paradisi fiscali, o Paesi con regime fiscale privilegiato, è lungo. In particolari condizioni, possono creare quello che la OCSE, nel rapporto “Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue“, definisce concorrenza fiscale dannosa. Secondo lo schema indicato dall’OCSE, questi sono i punti chiave che permettono di individuare un regime fiscale dannoso:

– imposizione fiscale bassa o prossima allo zero;

– sistema “ring fenced“, cioè tassazione con ampia disparità tra i redditi generati all’interno o all’esterno;

– assenza di trasparenza delle transazioni effettuate;

– mancanza di scambio d’informazioni con altri paesi;

– elevata capacità di attrarre società aventi come unico scopo quello di occultare movimenti di capitale, in – assenza di effettiva attività economica ivi svolta.

   Il paradiso fiscale fa gola sia alle aziende multinazionali e di più modeste dimensioni con lo scopo di pagare il minor numero d’imposte, sia a organizzazioni criminali.

   Gli Stati si trovano di fronte al costante dilemma della repressione dei paradisi fiscali. Come è facilmente intuibile, le cifre in gioco sono enormi. La loro totale eliminazione porterebbe non soltanto un danno alle organizzazioni criminali, scopo che è sicuramente da perseguire con ogni mezzo, ma anche alle imprese che svolgono attività formalmente legali.

   Numerose imprese dovrebbero pagare più tasse e la minore disponibilità di capitali sicuramente inciderebbe sullo sviluppo economico dell’impresa stessa. Ma al minor sviluppo economico delle imprese corrisponderebbe una maggior quantità di denaro a disposizione degli stati.

   La questione, per concludere, è a livello geopolitico ed è quella di trovare una maggiore regolamentazione ed un’armonizzazione del sistema impositivo, che permetta una svolta nella concorrenza fiscale tra imprese.

   Lista di Stati e territori aventi status di paradiso fiscale: Il decreto ministeriale 4 maggio 1999 individua una lista di Stati e territori aventi un regime fiscale privilegiato:

Alderney (Aurigny); Andorra; Anguilla; Antigua e Barbuda; Antille Olandesi[2]; Curaçao; Sint Maarten; Municipalità Speciali dei Paesi Bassi; Aruba; Bahamas; Bahrein; Barbados; Belize; Bermuda; Brunei; Cipro[3]; Costa Rica; Dominica; Emirati Arabi Uniti; Ecuador; Filippine; Gibilterra; Gibuti; Grenada; Guernsey; Hong Kong; Isola di Man; Isole Cayman; Isole Cook; Isole Marshall; Isole VerginiBritanniche; Jersey; Libano; Liberia; Macao; Malaysia; Maldive; Malta[3]; Maurizio; Montserrat; Nauru; Niue; Oman; Panama; Polinesia Francese; Monaco; San Marino; Sark (Sercq); Seicelle; Singapore; Saint Kitts e Nevis; Saint Lucia; Saint Vincent e Grenadine; Taiwan; Tonga; Turks e Caicos; Tuvalu; Uruguay; Vanuatu; Samoa.

^ si noti che haven significa “porto sicuro”, “rifugio” e che quindi la traduzione come “paradiso” è errata, probabilmente dovuta a confusione con il termine heaven

^ Dalla dissoluzione delle Antille Olandesi avvenuta il 10 ottobre 2010 ne sono derivati Curaçao, Sint Maarten e le Municipalità Speciali dei Paesi Bassi (Bonaire, Saba e Sint Eustatius)

^ a b Stato eliminato dall’art. 2, comma 1, D.M. 27 luglio 2010

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L’INCHIESTA SUI CONTI IN SVIZZERA, SPIEGATA

http://www.ilpost.it/ del 9/2/2015

Posted by luna_rossa on 9,feb,2015

Per chi vuole capire una volta per tutte la storia riguardo HSBC e la “lista Falciani” di cui si parla da anni e che domenica sera è tornata sui giornali di mezzo mondo

   Dalla sera di domenica 8 febbraio i principali giornali internazionali hanno cominciato a pubblicare parte di una grande inchiesta sull’evasione fiscale legata alla cosiddetta “lista Falciani”, di cui si parla da diversi anni, e alla filiale di Ginevra della HSBC, una banca inglese tra le più grandi del mondo. L’inchiesta – che è stata chiamata “SwissLeaks“, che è durata otto mesi e che riguarda anche l’Italia – è stata condotta, tra gli altri, dai britannici Guardian e BBC, dal francese Le Monde (che ha fornito gli elenchi), dal tedesco Suddeutsche Zeitung e dall’Espresso, ed è stata coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), rete di 185 giornalisti di 65 paesi diversi con sede a Washington che ha lavorato di recente all’inchiesta sul Lussemburgo (“LuxLeaks”). “SwissLeaks” racconta tre cose principali: i numeri di questo vasto sistema di elusione ed evasione fiscale a livello mondiale, i nomi delle persone coinvolte e il fatto che il meccanismo fosse accettato e in qualche modo incoraggiato da HSBC.

I numeri e la lista La storia comincia quando un tecnico informatico della filiale di Ginevra di HSBC, Hervé Falciani, sottrae alla banca una serie di dati – che per questo vengono chiamati anche “lista Falciani” – riguardo il periodo tra il novembre del 2006 e il marzo del 2007. Secondo i dati, circa 180,6 miliardi di euro sarebbero transitati a Ginevra sui conti di circa 100 mila clienti della banca svizzera e di 20 mila società offshore. Circa 7 mila di questi nomi sono di cittadini italiani con quasi sei miliardi e mezzo di euro affidati alla filiale svizzera di HSBC: per numero di clienti l’Italia è al quinto posto dopo la Svizzera, la Francia, il Regno Unito e il Brasile mentre è al settimo per quanto riguarda le somme depositate. Oltre 5,7 miliardi sarebbero stati distribuiti da HSBC in paradisi fiscali soltanto per conto di clienti francesi, scrive Le Monde.

La storia è piuttosto complicata, coinvolge anche una collega di Falciani – che alcuni giornalisti hanno ritenuto essere la sua ex amante – e non è chiarissima almeno per quanto riguarda le intenzioni iniziali: Falciani ha sostenuto di aver contattato polizie e servizi segreti di vari paesi d’Europa per consegnare la lista e far condannare gli evasori. La sua collega, invece, ha detto che Falciani si è rivolto alla polizia soltanto dopo che i tentativi di vendere la lista a varie banche concorrenti di HSBC erano falliti.

(Da dove arriva la “lista Falciani”)

Comunque sia andata, alla fine del 2008 Falciani ha cominciato a collaborare con la polizia francese (oggi vive in Francia sotto protezione) e la lista è finita nelle mani dell’allora ministro delle Finanze Christine Lagarde che dal 2010 ha cominciato a preparare una serie di elenchi riservati con i nomi contenuti nei file e ad inviarli a ciascun paese coinvolto (oggi Lagarde è capo del Fondo Monetario Internazionale). La cosiddetta “lista Lagarde” ha portato a vari arresti in Grecia, Spagna, Stati Uniti, Belgio e Argentina e in alcuni paesi anche parte del denaro sottratto al fisco è stato restituito. Il caso è finito sui giornali italiani nel gennaio del 2011 quando si è cominciato a pubblicare le prime indiscrezioni sulla parte italiana della lista Falciani. Dopo anni dal suo ricevimento, però, la lista Falciani non ha prodotto nessun risultato. Varie Commissioni tributarie e altri tribunali hanno stabilito che la lista è inutilizzabile: i dati sono stati rubati e quindi non possono essere utilizzati come prova in tribunale. (…..)

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