ALLARME ACQUA: L’ORO BLU che manca e con un consumo pro-capite sempre più alto (diretto e indiretto) – SOLUZIONI POSSIBILI ALLE RISORSE IDRICHE LIMITATE e al SUPERAMENTO DI OGNI CONFLITTO IDRICO nella geopolitica mondiale: il ruolo degli SCIENZIATI-MEDIATORI

UN MONDO A SECCO - SU 7 MILIARDI DI ESSERI UMANI, 768 MILIONI NON HANNO ACCESSO A ACQUA SALUBRE E BEN 2,5 MILIARDI DEVE CONVIVERE CON LA COSTANTE SCARSITÀ DI RISORSE IDRICHE. Per questo secondo Save the Children 1.400 bambini sotto i 5 anni muoiono ogni giorni di diarrea (16% delle cause di morte infantile). In totale per la mancanza d’acqua muoiono 2000 bambini al giorno, 700 mila all’anno. IL 60% DI COLORO CHE NON HA ACCESSO ALL’ACQUA POTABILE È CONCENTRATO IN 10 PAESI: al primo posto la CINA (108 milioni di persone), seguita da INDIA, NIGERIA, ETIOPIA e BANGLADESH. Ma la mancanza d’acqua ha anche conseguenze indirette. Ad esempio NELL’AFRICA SUBSAHARIANA IL COMPITO DI ANDARE A PRENDERE L’ACQUA RICADE SULL’81% DELLE DONNE E DELLE BAMBINE che per questo non riescono ad istruirsi. Secondo le stime dell’Onu ENTRO IL 2035 I CONSUMI SALIRANNO DELL’85% in tutto il mondo e NEL 2050 SARANNO 2 MILIARDI LE PERSONE RIMASTE A SECCO. Senza contare i cambiamenti climatici che portano sempre maggiore siccità. Solo nell’Europa del sud i livelli dei bacini fluviali potrebbero scendere dell’80%. (da www.dirittiglobali.it )
UN MONDO A SECCO – SU 7 MILIARDI DI ESSERI UMANI, 768 MILIONI NON HANNO ACCESSO A ACQUA SALUBRE E BEN 2,5 MILIARDI DEVE CONVIVERE CON LA COSTANTE SCARSITÀ DI RISORSE IDRICHE. Per questo secondo Save the Children 1.400 bambini sotto i 5 anni muoiono ogni giorni di diarrea (16% delle cause di morte infantile). In totale per la mancanza d’acqua muoiono 2000 bambini al giorno, 700 mila all’anno. IL 60% DI COLORO CHE NON HA ACCESSO ALL’ACQUA POTABILE È CONCENTRATO IN 10 PAESI: al primo posto la CINA (108 milioni di persone), seguita da INDIA, NIGERIA, ETIOPIA e BANGLADESH. Ma la mancanza d’acqua ha anche conseguenze indirette. Ad esempio NELL’AFRICA SUBSAHARIANA IL COMPITO DI ANDARE A PRENDERE L’ACQUA RICADE SULL’81% DELLE DONNE E DELLE BAMBINE che per questo non riescono ad istruirsi. Secondo le stime dell’Onu ENTRO IL 2035 I CONSUMI SALIRANNO DELL’85% in tutto il mondo e NEL 2050 SARANNO 2 MILIARDI LE PERSONE RIMASTE A SECCO. Senza contare i cambiamenti climatici che portano sempre maggiore siccità. Solo nell’Europa del sud i livelli dei bacini fluviali potrebbero scendere dell’80%. (da http://www.dirittiglobali.it )

   Cerchiamo qui di porre l’attenzione sulla questione delle risorse idriche mondiali (e nazionali, nostre) che sono limitate, complesse, riguardo al fatto che contrastano (le risorse idriche, l’acqua) con necessità di utilizzo diversificato fra più soggetti (economici, stati-nazione, personali di ciascuno…). Ad esempio, nella geopolitica globale, ovunque ci siano fiumi “condivisi” nascono focolai di tensione.

   Di sicuro è che la risorsa idrica è risorsa sempre più “stressata” in tutto il pianeta: se ne parla, un po’ a sproposito un po’ in senso veritiero che essa è “il petrolio del futuro”. E’ sicuro però che l’acqua assume sempre più il ruolo di variabile strategica in grado di alterare gli equilibri geopolitici, soprattutto, come detto prima, in quelle aree in cui le fonti idriche sono condivise tra più Paesi.

L'accesso all'acqua potabile è ancora un privilegio: notevole appare il divario tra Europa, Nord-America, Giappone, Australia e il resto del mondo (mappa ripresa da www.aig.it)
L’accesso all’acqua potabile è ancora un privilegio: notevole appare il divario tra Europa, Nord-America, Giappone, Australia e il resto del mondo (mappa ripresa da http://www.aig.it)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Nel 1995 Ismail Serageldin, allora vice presidente della Banca mondiale, disse che “nel prossimo secolo le guerre scoppieranno per l’acqua”, e dopo vent’anni questa premonizione ancora non è direttamente accaduta, ma incomincia a farsi sentire, molti altri esperti mondiali la percepiscono come problema geopolitico in fase di gestazione. Nella conflittualità tra comunità, tra Paesi che condividono lo stesso corso d’acqua, è interessante la possibilità di mettere in atto strumenti nuovi, innovativi, per evitare il conflitto, la guerra: nel primo articolo di questo post che vi proponiamo, Sara Gandolfi del Corriere della Sera parla del crescente esercito di SCIENZIATI-MEDIATORI, cioè esperti del territorio, dei fiumi, dei bacini idrografici, che si mettono a disposizione di governi e istituzioni sovranazionali per evitare che le crisi si trasformino in qualcosa di più profondo e sanguinoso; che si possa trovare una soluzione, anche tecnica, condivisa per l’utilizzo dell’acqua.

   Oggi nel mondo il 70% dell’acqua è usato per l’agricoltura, il 22% per l’industria e l’8% per uso domestico. Sfruttata, sprecata, inquinata: lo stress della risorsa idrica del nostro pianeta è pertanto visibile. E viene detto da più parti (studi internazionali) che già dal 2025, metà della popolazione mondiale potrebbe sperimentare gravi carenze idriche (ma già sta accadendo in molte aree del pianeta da sempre, ne parliamo in alcuni articoli ripresi e pubblicati in questo post). E con la crescita demografica e in un mondo che al 2050 dovrà sfamare circa 10 miliardi di persone (rispetto alle sette attuali) il problema non può che aggravarsi.

Il fiume GIORDANO (da Wikipedia) -  I MEDIATORI D’ACQUA. L’acqua, ad esempio, continua ad essere UNO DEI TEMI PIÙ CONTROVERSI NEI NEGOZIATI DI PACE TRA ISRAELIANI E PALESTINESI, ma nella regione non mancano i casi di cooperazione. «Israele e Giordania avevano un accordo implicito dagli anni Cinquanta che è diventato la base dell’accordo formale del 1994», spiega Wolf. «Ogni anno, l’acqua arriva dalla Giordania in Israele d’inverno, è immagazzinata nel lago di Tiberiade (nella cartina vedi SEA OF GALILEE) e viene pompata indietro durante l’estate». Di professione, quando non insegna, Wolf è un IDRO-DIPLOMATICO. Mestiere complesso e ancora poco conosciuto: sotto la generica etichetta di «consulente» cresce l’esercito di questi SCIENZIATI-MEDIATORI che si mettono a disposizione di governi e istituzioni sovranazionali per evitare che le crisi si trasformino in qualcosa di più profondo e sanguinoso (Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 10/3/2015)
Il fiume GIORDANO (da Wikipedia) – I MEDIATORI D’ACQUA. L’acqua, ad esempio, continua ad essere UNO DEI TEMI PIÙ CONTROVERSI NEI NEGOZIATI DI PACE TRA ISRAELIANI E PALESTINESI, ma nella regione non mancano i casi di cooperazione. «Israele e Giordania avevano un accordo implicito dagli anni Cinquanta che è diventato la base dell’accordo formale del 1994», spiega Wolf. «Ogni anno, l’acqua arriva dalla Giordania in Israele d’inverno, è immagazzinata nel lago di Tiberiade (nella cartina vedi SEA OF GALILEE) e viene pompata indietro durante l’estate». Di professione, quando non insegna, Wolf è un IDRO-DIPLOMATICO. Mestiere complesso e ancora poco conosciuto: sotto la generica etichetta di «consulente» cresce l’esercito di questi SCIENZIATI-MEDIATORI che si mettono a disposizione di governi e istituzioni sovranazionali per evitare che le crisi si trasformino in qualcosa di più profondo e sanguinoso (Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 10/3/2015)

   Nell’annuale forum di Davos in Svizzera dei potenti della terra (statisti, economisti, finanzieri…) che si tiene ogni fine gennaio, si è parlato chiaramente (in quest’ultimo del 2015) che la vera emergenza che di qui a poco il mondo dovrà affrontare è la crisi delle risorse idriche (emergenze ben superiore anche della crisi economica globale cui ancora il mondo non riesce a superare).

L’AZERBAIJAN è famoso per il suo clima mite e per la ricchezza di risorse naturali, ma è anche UNA VERA E PROPRIA MINIERA D’ACQUA. Tra le sue zone montuose, infatti, sono dislocate oltre 1.000 sorgenti. Gran parte di queste fonti sorgono nella REPUBBLICA AUTONOMA DI NAKHCHIVAN, che gli scienziati hanno ribattezzato il “museo di sorgenti naturali”
L’AZERBAIJAN è famoso per il suo clima mite e per la ricchezza di risorse naturali, ma è anche UNA VERA E PROPRIA MINIERA D’ACQUA. Tra le sue zone montuose, infatti, sono dislocate oltre 1.000 sorgenti. Gran parte di queste fonti sorgono nella REPUBBLICA AUTONOMA DI NAKHCHIVAN, che gli scienziati hanno ribattezzato il “museo di sorgenti naturali”

   I problemi della scarsità idrica sono molteplici: le prime crisi che ci sono si vedono: perfino la CALIFORNIA sta conoscendo una fortissima siccità; ma in particolare il BRASILE, dove San Paolo ha quasi prosciugato le risorse idriche. Non considerando ovviamente la siccità atavica (climatica ma non solo, cioè di spreco delle ridotte risorse idriche…) dell’AFRICA. E il problema lo si ritrova anche in CINA, paese in cui la metà delle acque di falda sono inquinate e la rete idrica è largamente inefficiente.

   Appunto, SCARSITÀ D’ACQUA, ma anche INQUINAMENTO DI FIUMI E FALDE.

ITALIA AVVELENATA. Il sistema idrico italiano fa letteralmente acqua da tutte le parti. Secondo LEGAMBIENTE in Italia non si conosce lo stato ecologico del 56% e lo stato chimico del 78% delle acque superficiali, solo il 25% ha uno stato ecologico di buon livello e il 18% passa l’esame dello stato chimico. Nel 2011 sono stati sversati nei bacini idrici 140 tonnellate di metalli pesanti, 2,8 milioni di tonnellate di sostanze inorganiche e milioni di tonnellate di sostanze organiche pericolose. In totale IN EUROPA SOLO IL 42% DEI CORSI IDRICI SUPERFICIALI GODE DI BUONA SALUTE. - COSA E QUANTO BEVIAMO. Siamo ancora il primo paese al mondo per consumo di acqua in bottiglia (191 litri per famiglia all’anno) anche se cresce il numero di persone che beve acqua del rubinetto, il 66,7% lo fa qualche volta, il 46% quasi sempre, con punte maggiori al nord (dati Aqua Italia). Ma la novità più preoccupante la fornisce il Wwf. L’ITALIA È IL TERZO PAESE IMPORTATORE DI ACQUA NASCOSTA NEI CIBI: 66 miliardi di metri cubi l’anno. SI CHIAMA IMPRONTA IDRICA DI CONSUMO E PER IL 50% È DOVUTA ALLE CARNI. Nel complesso OGNI ITALIANO CONSUMA 6 MILA LITRI OGNI GIORNO DI ACQUA CHE È SERVITA ALLA PRODUZIONE DI BENI CONFEZIONATI (132 miliardi di metri cubi l’anno). Mentre la produzione italiana succhia 70 miliardi di metri cubi di acqua all’anno. L’AGRICOLTURA È IL SETTORE PIÙ ASSETATO (85% di cui tre quarti per il bestiame), segue l’industria (15%) mentre l’uso domestico è al 7%. CARO COME L’ACQUA. L’Italia poi deve fare i conti con UN SISTEMA IDRICO DISASTRATO. Secondo Cittadinanza Attiva la DISPERSIONE IDRICA nel 2011 è stata del 33% e l’acqua sprecata è costata ben 3,7 miliardi. Parallelamente crescono costantemente le bollette, anche se con grosse differenze territoriali. In generale in Italia dal 2007 si è registrato un aumento dei costi per famiglia del 43%, +7,4% solo nel 2013. Le bollette arrivano a circa 333 euro l’anno. La regione più cara è la Toscana e la città dove l’acqua è più salata è Firenze (542 euro per famiglia ogni anno). (da www.dirittiglobali.it )
ITALIA AVVELENATA. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) Il sistema idrico italiano fa letteralmente acqua da tutte le parti. Secondo LEGAMBIENTE in Italia non si conosce lo stato ecologico del 56% e lo stato chimico del 78% delle acque superficiali, solo il 25% ha uno stato ecologico di buon livello e il 18% passa l’esame dello stato chimico. Nel 2011 sono stati sversati nei bacini idrici 140 tonnellate di metalli pesanti, 2,8 milioni di tonnellate di sostanze inorganiche e milioni di tonnellate di sostanze organiche pericolose. In totale IN EUROPA SOLO IL 42% DEI CORSI IDRICI SUPERFICIALI GODE DI BUONA SALUTE. – COSA E QUANTO BEVIAMO. Siamo ancora il primo paese al mondo per consumo di acqua in bottiglia (191 litri per famiglia all’anno) anche se cresce il numero di persone che beve acqua del rubinetto, il 66,7% lo fa qualche volta, il 46% quasi sempre, con punte maggiori al nord (dati Aqua Italia). Ma la novità più preoccupante la fornisce il Wwf. L’ITALIA È IL TERZO PAESE IMPORTATORE DI ACQUA NASCOSTA NEI CIBI: 66 miliardi di metri cubi l’anno. SI CHIAMA IMPRONTA IDRICA DI CONSUMO E PER IL 50% È DOVUTA ALLE CARNI. Nel complesso OGNI ITALIANO CONSUMA 6 MILA LITRI OGNI GIORNO DI ACQUA CHE È SERVITA ALLA PRODUZIONE DI BENI CONFEZIONATI (132 miliardi di metri cubi l’anno). Mentre la produzione italiana succhia 70 miliardi di metri cubi di acqua all’anno. L’AGRICOLTURA È IL SETTORE PIÙ ASSETATO (85% di cui tre quarti per il bestiame), segue l’industria (15%) mentre l’uso domestico è al 7%.
CARO COME L’ACQUA. L’Italia poi deve fare i conti con UN SISTEMA IDRICO DISASTRATO. Secondo Cittadinanza Attiva la DISPERSIONE IDRICA nel 2011 è stata del 33% e l’acqua sprecata è costata ben 3,7 miliardi. Parallelamente crescono costantemente le bollette, anche se con grosse differenze territoriali. In generale in Italia dal 2007 si è registrato un aumento dei costi per famiglia del 43%, +7,4% solo nel 2013. Le bollette arrivano a circa 333 euro l’anno. La regione più cara è la Toscana e la città dove l’acqua è più salata è Firenze (542 euro per famiglia ogni anno). (da http://www.dirittiglobali.it )

   In Italia, terra potenzialmente ricchissima di risorse idriche, lo spreco è irrazionale e irragionevole: acquedotti che perdono quasi la metà del loro “trasporto” d’acqua, nessuna politica di razionalizzazione. E ancor peggio va con l’inquinamento idrico. L’ISPRA (che è l’ “Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, emanazione del Ministero dell’Ambiente, e che si occupa di attività di formazione sui temi ambientali), l’Ispra dicevamo, nel suo rapporto reso noto all’inizio 2015 sulle indagini svolte sulle acque italiane superficiali e sotterranee del periodo 2011/ 2012 ha messo in evidenza la presenza di 175 sostanze attive. Questa rilevazione è stata predisposta dall’ISPRA sulla base delle informazioni trasmesse dalle Regioni che, attraverso le Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente (ARPA), ha effettuato indagini sul territorio e analisi di laboratorio. Tra le regioni che presentano acque maggiormente contaminate ci sono Lombardia (92 per cento), Sicilia (88 per cento) e Emilia Romagna (87,5 per cento) che quest’ultima è anche in classifica per la maggiore percentuale di acque sotterranee inquinate (72 per cento).

   Inoltre il DISBOSCAMENTO e i FENOMENI sempre più accelerati DI DESERTIFICAZIONE comportano una minore attività di ritenzione delle acque e di alimentazione degli acquiferi (gli “acquiferi” sono, per dirla semplicemente, i contenitori sotterranei dell’acqua, e la falda è l’acqua in essi contenuta).

   Infine. L’introduzione delle MODERNE TECNOLOGIE DI ESTRAZIONE ha accresciuto il ruolo dello stato di crisi e svuotamento degli acquiferi nella gestione mondiale dell’acqua. Man mano che le nuove tecnologie soppiantano i sistemi di autogestione, le strutture democratiche di controllo da parte delle popolazioni si deteriorano; e si va verso l’impoverimento, l’aridità. Tra gli innumerevoli casi di dissolvimento delle falde acquifere nel mondo causate da sistemi di prelievo moderni, si ricorda il tentativo in Egitto di creare, negli anni sessanta del secolo scorso, nelle oasi del deserto occidentale, una possibile nuova “Valle del Nilo” (un progetto appunto denominato “new valley”: tentativo abortito proprio dal fatto che il deserto nubiano è sì ricco d’acqua nel sottosuolo, ma non può reggere produzioni e prelievi industriali, urbani, come siamo abituati a fare. L’uso di tecnologie di grande asporto d’acqua in quei luoghi così in secolare equilibrio idrico tra villaggio-oasi-comunità, deserto e risorse sottostanti idriche, non ha fatto altro che rendere quelle aree ancor più prive d’acqua, svuotate di tutto, aree di degrado e di abbandono.

   E riprendiamo in questo post anche un articolo di Vandana Shiva, studiosa, economista, ecologista indiana, che parla, a proposito del “bene acqua”, della necessità di preservare i cosiddetti diritti “ripari”, cioè quel sistema consuetudinario basato sul fatto che l’acqua è il suo possesso, rientra in un diritto usufruttuario, della proprietà comune e del “ragionevole uso”, e che questa cosa ha guidato fin dall’origine gli insediamenti umani in tutto il mondo. La giurisdizione mondiale, la geopolitica globale e di ciascun territorio, richiede pertanto rispetto e attenzione al “bene acqua”, salvaguardando il suo utilizzo primario per se stessi e per chi condivide bacini idrografici, acquiferi e falde, fiumi, laghi, torrenti, e qualsiasi altra fonte d’acqua. (s.m.)

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Contese geopolitiche

PROVE DI FORZA E DIPLOMAZIA: IL MONDO IN GUERRA PER L’ORO BLU

di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 10/3/2015

– Dal Medio Oriente agli Stati Uniti, dal Sud America all’Europa dell’Est, in tutti i continenti si moltiplicano i rischi di scontro intorno a falde, fiumi e laghi condivisi –

   «Gli impiegati sono asserragliati all’interno della diga, pronti ad aprire i cancelli d’inondazione su ordine dei militari», riferiva il testimone. Poi, l’8 settembre scorso, il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’area intorno alla diga di Haditha, aiutato dai raid aerei statunitensi. I miliziani dell’Isis erano avanzati fino alle soglie del grande sbarramento sul fiume Eufrate, nella provincia di Anbar, a circa 200 chilometri dalla capitale. Se l’avessero conquistata, i jihadisti avrebbero avuto fra le mani una potentissima arma di guerra. L’acqua.

   E’ il caso 343 sulla mappa cronologica dei Water Conflict, aggiornata costantemente dai ricercatori del Pacific Institute, in California. L’ultima battaglia per l’«oro blu» in ordine di tempo. Il controllo dei fiumi è una delle più potenti tattiche belliche della storia. Lo sapevano gli americani quando nel 1972 bombardarono le dighe che controllavano le risaie nordvietnamite e lo sanno gli ucraini che hanno minacciato la costruzione di una diga al confine con la Crimea per bloccare l’erogazione dell’acqua potabile alla penisola annessa alla Russia. Succede fin dai tempi degli antichi Sumeri.

   La prima – e secondo alcuni unica – vera guerra per l’acqua risale al 2500 avanti Cristo. Eannatum, re della città Stato di Lagash, in Mesopotamia, costruì una serie di canali irrigui che deviarono il corso del fiume e privarono delle risorse idriche la vicina Umma, non lontano dall’attuale Bagdad. Seguirono tre giorni di aspri combattimenti che terminarono con la vittoria di Lagash, celebrata dalla bellissima Stele degli avvoltoi oggi conservata al museo del Louvre di Parigi.

   «In 4500 anni, intorno all’acqua si è combattuta un’unica guerra e si sono firmati oltre 500 trattati. In realtà, l’acqua è uno straordinario strumento per costringere i politici, anche nemici, ad entrare in una stanza e cominciare a parlare. Ed è spesso l’ultimo tavolo di negoziato aperto fra due nazioni in guerra. E’ successo tra India e Pakistan, tra arabi e israeliani, tra armeni e azeri», commenta Aaron Wolf, professore di geografia alla Oregon State University, uno dei massimi esperti in conflitti transfrontalieri.da peacelink_it

   L’acqua, ad esempio, continua ad essere UNO DEI TEMI PIÙ CONTROVERSI NEI NEGOZIATI DI PACE TRA ISRAELIANI E PALESTINESI, ma nella regione non mancano i casi di cooperazione. «Israele e Giordania avevano un accordo implicito dagli anni Cinquanta che è diventato la base dell’accordo formale del 1994», spiega Wolf. «Ogni anno, l’acqua arriva dalla Giordania in Israele d’inverno, è immagazzinata nel lago di Tiberiade e viene pompata indietro durante l’estate». Di professione, quando non insegna, Wolf è un IDRO-DIPLOMATICO. Mestiere complesso e ancora poco conosciuto: sotto la generica etichetta di «consulente» cresce l’esercito di questi SCIENZIATI-MEDIATORI che si mettono a disposizione di governi e istituzioni sovranazionali per evitare che le crisi si trasformino in qualcosa di più profondo e sanguinoso.

   I successi non mancano. «Il TRATTATO SULL’INDO firmato nel 1960 tra India e Pakistan è sopravvissuto a due guerre. New Delhi ha pagato quanto dovuto al nemico anche mentre al fronte si combatteva», spiega Wolf, che ora è in partenza per una missione top secret in Afghanistan. «Ma è vero che ovunque ci siano fiumi condivisi nascono focolai di tensione».

   Gli hot spot sono disseminati in tutto il pianeta. CINA, NEPAL, INDIA e BANGLADESH litigano intorno ai FIUMI che sgorgano dall’HIMALAYA. In ASIA CENTRALE, TAGIKISTAN e TURKMENISTAN stanno costruendo (o vorrebbero farlo) enormi infrastrutture sui corsi d’acqua che minacciano i Paesi a valle, come l’UZBEKISTAN. E nessuna cura è stata ancora trovata per l’AGONIA DEL MARE D’ARAL. Sul NILO si preannunciano forti tensioni ora che l’ETIOPIA sta innalzando la GRANDE DIGA DELLA RINASCITA, che potrebbe cambiare il destino economico del Paese ma anche la portata del fiume in Egitto. ARGENTINA e URUGUAY hanno portato alla Corte internazionale di giustizia la loro disputa sul RIO DE LA PLATA. MESSICO e STATI UNITI bisticciano per i diritti sul RIO GRANDE e il COLORADO. SIRIA e IRAQ sono ai ferri corti per le acque del TIGRI.

   E poi c’è la CINA, che va assumendo un ruolo di leadership anche nella gestione delle acque internazionali. Golia vs Davide. TUTTI I FIUMI DEL SUD-EST ASIATICO ORIGINANO IN CINA, «oro blu» da cui dipendono 1,5 miliardi di persone, fuori dalla Repubblica popolare. Ma Pechino è assai riluttante a condividere le informazioni, sui flussi e sulle infrastrutture che possono alterarli. Un caso esemplare è quello del fiume MEKONG che percorre ben sei Paesi: QUATTRO STATI A VALLE – THAILANDIA, CAMBOGIA, LAOS e VIETNAM – si riuniscono periodicamente nella «Mekong Commission», la BIRMANIA sta valutando l’ingresso. La Cina rimane fuori: fedele alla sua tradizionale segretezza, finora ha condotto solo negoziati bilaterali. «Alla fine aderirà», prevede un diplomatico, «ma solo dopo aver inaugurato la sua diga a monte e perché otteniamo comunque le informazioni grazie ai moderni satelliti della Nasa».

   A livello di diritto internazionale, esistono due strumenti dell’Onu: la CONVENZIONE SUGLI USI NON NAVIGABILI DEI FIUMI e la Convenzione Sulle Acque Transfrontaliere Dell’unece (nata a livello europeo ma ora aperta anche agli altri Stati, attualmente presieduta dall’Italia). Entrambe vincolanti, ma solo per i Paesi che le hanno ratificate. E ne mancano molti.

   COME SI COMPENSA, d’altra parte, IL DANNO PROVOCATO DA UNA DIGA SUL NATURALE CICLO IDROGEOLOGICO? «A volte è solo un danno economico, a volte ambientale. Spesso è solo un gioco di potere», spiega l’ungherese András Szöllösi-Nagy, governor del World water forum, che ad aprile riunirà in Corea del Sud scienziati e ministri dell’acqua provenienti da ogni angolo della Terra.

   Come ieri faceva il re del Lagash, oggi ad esempio LA TURCHIA PROGETTA DIGHE IMMENSE SULL’EUFRATE. «Rassicura i vicini, ma rifiuta negoziati. Siria e Iraq non si fidano», commenta Andrea Merla, ex manager del Global environment fund, nato in seno alla Banca mondiale e diventato poi un fondo autonomo per le Convenzioni sull’ambiente.

   Nei prossimi trent’anni, il FIUME GIALLO e lo YANGTZE, il GANGE e l’INDO, l’EUFRATE e il GIORDANO, il NILO e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata del 25-30%, a causa dei CAMBIAMENTI CLIMATICI.

   E intanto CRESCERÀ LA DOMANDA DI ACQUA PER ENERGIA, AGRICOLTURA E USI DOMESTICI. Le tensioni potranno presto spostarsi dalla superficie al SOTTOSUOLO. Circa il 99% dell’acqua dolce presente sul pianeta è infatti immagazzinata negli ACQUIFERI. E il 40% dell’umanità attinge proprio a queste riserve sotterranee per procurarsi l’acqua per vivere. In alcune zone i pozzi sono poco profondi, in altre si utilizzano le tecniche di estrazione del petrolio per arrivare all’«oro blu» fino a centinaia di metri sotto il suolo.

   Spesso sono acquiferi condivisi. E nessuna norma sovranazionale regola il loro uso. Il problema è che l’acqua nel sottosuolo si muove, in modo diffuso, tentacolare, non lungo un unico canale, e non conosce confini. Se pompi nel punto A, presto o tardi, a volte anche dopo decine di anni, ci sarà una ripercussione nel punto B, magari a centinaia di chilometri di distanza. E in genere è troppo tardi per porvi rimedio.

   Per colmare questo gap l’Associazione idrogeologica internazionale, assieme all’Unesco e alla Commissione del diritto internazionale dell’Onu, ha proposto una bozza di normativa, in parte già accolta dalla Convenzione dell’Unece. Ma pochi Stati sembrano propensi ad accettare una legislazione vincolante. «Il problema fondamentale è l’acquisizione dei dati», spiega l’indiano Shammy Puri, segretario generale dell’Associazione. «Noi produciamo analisi del rischio, modelli matematici di previsione, non certezze. Ma almeno diamo la possibilità ai governi di iniziare a discutere e a valutare i possibili danni».

   Anche in questo caso, gli hot spot sono noti. In SUD AMERICA c’è l’acquifero del GUARANI, condiviso fra ARGENTINA, BRASILE, URUGUAY e PARAGUAY. Con l’aiuto di un finanziamento del Gef, gli scienziati hanno preparato un accordo per l’utilizzo congiunto delle sue acque.

   Piuttosto tesa la situazione in EUROPA DELL’EST, dove esistono, in particolare tra UNGHERIA e ROMANIA, acquiferi molto estesi e profondi. L’ingresso di entrambi i Paesi nell’Unione Europea oggi li obbliga a cooperare.

   Più conflittuale, la condivisione dell’ACQUIFERO MESOZOICO fra UCRAINA e POLONIA, che nutre le grandi foreste dell’Europa orientale. Non va meglio in MEDIO ORIENTE o in AFRICA. Sotto il deserto, in realtà, si nascondono enormi acquiferi. Quello sotto EGITTO, SUDAN, CIAD e Libia – l’ACQUIFERO NUBIANO – vanta un quantitativo d’acqua 500.000 volte superiore al flusso annuale del Nilo. «Avrebbero acqua sufficiente per un’agricoltura rigogliosa», conclude Puri. «Ma se non si creano modelli di gestione, visto che ora non piove più su quell’area, nel giro di 200 anni non resterebbe nulla se iniziassero a sfruttare sistematicamente le acque sotterranee». (Sara Gandolfi)

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IN GUERRA PER L’ORO BLU, QUANDO L’ACQUA GENERA CONFLITTI

– Risorsa contesa soprattutto nelle aree in cui le fonti idriche sono condivise tra più Paesi: attualmente nel mondo si contano 261 bacini idrici internazionali suddivisi tra 145 nazioni. L’area geografica più critica, quella mediorientale –

da “Libero” del 27/2/2015 – Roma, 27 feb. – (AdnKronos) – L’acqua è vita, ma a volte anche guerra. Un paradosso contemporaneo che vede protagonista la risorsa idrica, sempre più stressata in tutto il pianeta tanto da essere considerata il PETROLIO DEL FUTURO. L’acqua assume sempre più il ruolo di variabile strategica in grado di alterare gli equilibri geopolitici soprattutto in quelle aree in cui le fonti idriche sono condivise tra più Paesi.

   Si è parlato anche di “guerre dell’acqua” con Desirée Quagliarotti, economista dell’Istituto di Studi sulle società del mediterraneo del Cnr, in occasione del convegno “AQUITALY” dedicato all’acqua e alle problematiche ad essa collegate. SFRUTTATA, SPRECATA, INQUINATA: la risorsa idrica del nostro pianeta è sotto stress e senza un’inversione di tendenza, già dal 2025, metà della popolazione mondiale potrebbe sperimentare gravi carenze idriche.

   Un allarme che va di pari passo con la CRESCITA DEMOGRAFICA e in un mondo che al 2050 dovrà sfamare circa 10 miliardi di persone, l’acqua diventa un bene paragonabile all’oro: oro blu, o petrolio del futuro.

   Risorsa fin troppo preziosa, quindi, al punto da scatenare vere e proprie guerre, soprattutto in quelle aree in cui le fonti idriche sono condivise tra più Paesi. Attualmente nel mondo si contano 261 bacini idrici internazionali suddivisi tra 145 nazioni nelle quali risiede più del 40% della popolazione mondiale.

   L’AREA GEOGRAFICA PIÙ CRITICA APPARE OGGI QUELLA MEDIORIENTALE, all’interno della quale la storica disputa per la gestione delle scarse risorse idriche è acuita dall’ingresso di nuovi attori nel controllo della risorsa e dall’effetto del cambiamento climatico.

   Questi fattori rischiano di trasformare l’acqua da “amplificatore di conflitti”, nel senso di variabile capace di accentuare le cause di conflitti preesistenti, a “catalizzatore di conflitti”, assumendo il ruolo di forza attiva nel provocare conflitti. La crisi della risorsa idrica è un problema anche per molte zone dell’Europa meridionale e dell’America tanti rubinetti restano a secco.

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Un sondaggio rivela le paure dell’élite mondiale

ACQUA: PER IL WORLD ECONOMIC FORUM SARÀ IL PROBLEMA DEL 2015

da www.rinnovabili.it/ del 20/1/2015

– Sarà l’elemento in grado di ripercuotersi con maggior forza sulle sorti del pianeta. La scarsità d’acqua è il rischio numero uno per i potenti di Davos –

(Rinnovabili.it) – È l’acqua l’elemento in grado di provocare il maggiore impatto sul mondo nel 2015. La crisi idrica appare per la prima volta nel Global Risk report, un sondaggio condotto dal World Economic Forum su circa 900 esperti. Era dal 2007 che l’economia non veniva indicata come il rischio principale per il pianeta.

Ogni anno, i principali leader del mondo si riuniscono nella città svizzera di Davos per discutere delle principali questioni globali. Prima dell’incontro gli organizzatori hanno condotto una ricerca sui problemi che preoccupano maggiormente l’élite economica, politica e sociale del pianeta.

   Negli ultimi anni, l’economia è stata la preoccupazione principale: il crollo del prezzo dei beni tra il 2007 e il 2010, la crisi fiscale nel 2011, il problema sistemico di una finanza globale fuori controllo nel 2012 e 2013 e la crisi fiscale nel 2014. Quest’anno, però, la ricerca ha rilevato che la crisi idrica è, per gli intervistati, l’elemento che avrà maggior impatto sul pianeta.da www_rinnovabili_it_

   Tuttavia, sembra che il cambio delle priorità non sia dovuto al resuscitare di una coscienza ambientalista dell’élite politico-economica, ma soprattutto a causa di un momento di lieve tregua nel panorama dell’economia. L’uscita delle questioni economiche dalla lista delle preoccupazioni avviene in uno scenario ben preciso, in cui gli Stati Uniti sembrano lasciarsi alle spalle il peggio della crisi e si preparano a riavviare il motore della crescita. La recessione, tuttavia, è ancora viva nella zona euro e dà segni sempre più allarmanti nei Paesi emergenti.

   I problemi della scarsità idrica sono molteplici: le prime crisi sono alle porte in California – che sta conoscendo una siccità senza precedenti – e in Brasile, dove San Paolo ha quasi prosciugato le sue risorse idriche ed è in piena emergenza. Oltre ai problemi strutturali dell’Africa, i problemi toccano anche la Cina, Paese in cui la metà delle acque di falda sono inquinate e la rete idrica è largamente inefficiente.

Dopo l’acqua, gli intervistati hanno indicato, come altre questioni di interesse, la rapida diffusione delle malattie infettive e delle armi di distruzione di massa.

   Il sondaggio chiede anche quale sarà il problema che più probabilmente graverà sul mondo nei prossimi dieci anni. Le risposte degli intervistati non sono incoraggianti, in quanto hanno risposto, in ordine: un conflitto internazionale con impatto regionale, eventi meteorologici estremi, crisi o crollo di alcuni Stati. Non resta che stare a vedere, sperando che tutte le previsioni si rivelino sbagliate.

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GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA 22 MARZO 2015 PER CELEBRARE LA RISORSA PIÙ PREZIOSA

da http://iljournal.today/

   Il prossimo 22 marzo si celebra la 22 esima Giornata Mondiale dell’acqua voluta dalle nazioni Unite. E’ un giorno per porre l’attenzione su quanti nel mondo soffrono problemi legati all’acqua, ma anche un giorno per capire come prepararsi alla gestione di questa preziosa risorsa in futuro. In Italia sono stati organizzati alcuni eventi in merito.

   Nel 1993, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 22 marzo come la prima Giornata Mondiale dell’Acqua. Dopo 22 anni dopo la Giornata mondiale dell’acqua si celebra in tutto il mondo proponendo un tema diverso ogni anno: nel 2015, il tema è Acqua e sviluppo sostenibile.

   Nelle nazioni in via di sviluppo la responsabilità per la raccolta dell’acqua ogni giorno ricade sulle donne e le ragazze. In media, le donne di queste regioni spendere il 25 per cento della loro giornata nella raccolta di acqua per le loro famiglie sottraendo questo tempo al lavoro per generare reddito, per la cura della famiglia o per frequentare la scuola. Ogni dollaro investito per l’acqua e servizi igienico-sanitari rende tra i 5 dollari e i 28 dollari.

   I cambiamenti climatici però influiscono negativamente fonti di acqua dolce. Le proiezioni attuali indicano che i rischi connessi all’approvvigionamento di acqua dolce aumentano significativamente con l’aumento delle emissioni di gas a effetto serra, aggravando la concorrenza per l’acqua tra tutti gli usi e gli utenti in combinazione con la crescente domanda di acqua e questo creerà enormi sfide per la gestione delle risorse idriche.

   I rischi naturali sono inevitabili, ma molto si può fare per ridurre l’elevato numero di morti connessi alla mancanza d’acqua e le attività umane errate creano o accelerano l’impatto dei disastri legati all’acqua. Queste minacce riguardano il Nord e il Sud del nostro pianeta, da est a ovest. Ma, con la preparazione e la pianificazione, morti e distruzione possono essere diminuiti. Ora servono cambiamenti concreti e significativi per far si che gli impegni siano rispettati.

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E L’ONU STUDIA LO SVILUPPO SOSTENIBILE DELLE RISORSE IDRICHE

di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 10/3/2015

   Si inaugurerà il 3 maggio, due giorni dopo Expo Milano 2015 da cui è patrocinata e di cui è evento collaterale, AQUAE VENEZIA 2015, l’evento espositivo internazionale dedicato all’acqua, in programma a MESTRE fino ad ottobre.

   In uno spazio di 50.000 mq affacciato sulla laguna, ospiterà un articolato programma di esposizioni, conferenze e seminari (per info: www.aquae2015.org ). Tra i principali momenti, il ciclo di convegni medico-scientifici «Acqua e vita», a cura della Fondazione Umberto Veronesi, e «Pianeta acqua», organizzato da eAmbiente, che farà il punto su desertificazione, water footprint, irrigazione, bonifiche.

   A Venezia sarà presente anche il World Water Assessment Programme (Wwap), il PROGRAMMA PER LA VALUTAZIONE DELLE RISORSE IDRICHE MONDIALI dell’Onu, ospitato e gestito dall’Unesco e finanziato dal governo italiano e la regione Umbria, che il 20 marzo, due giorni prima della Giornata mondiale dell’acqua, presenterà a New Delhi il RAPPORTO MONDIALE SULLO SVILUPPO DELLE RISORSE IDRICHE, voce unica dell’Onu sul tema delle acque dolci, dedicato quest’anno allo sviluppo sostenibile.

   «L’obiettivo principale del Wwap è fornire assistenza ai Paesi per rafforzare la loro capacità nella valutazione dello stato, l’uso e la gestione delle risorse idriche», spiega la dottoressa Michela Miletto, coordinatrice del Programma. «Tale valutazione è uno strumento cruciale per la prevenzione di potenziali conflitti».    In occasione di Expo 2015, Wwap ha messo a punto anche un originale progetto teatrale, «LE STANZE DELL’ACQUA», che alternerà cinque corti d’animazione e cinque monologhi recitati dal vivo. (Sara Gandolfi)

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LA GUERRA PERSONALE DI MATT DAMON CONTRO LA CRISI IDRICA

dal World Economic Forum al risparmio delle risorse, l’attore hollywoodiano si impegna come attivista

da “la Stampa”del 23/2/2015

   Ogni minuto un bambino muore per una malattia legata all’acqua. Alla sua scarsità, alla sua potabilità e quant’altro. Questo uno dei motivi che ha spinto Matt Damon ad impegnarsi in prima persona nella causa sostenuta da Water.org e Clinton Global Initiative.

   “Viviamo in un mondo complesso e interconnesso – ha dichiarato l’attore – nel quale, per mettere fine ad alcune delle più grandi sfide che ci si offrono, come l’eliminazione della povertà più estrema, sappiamo di dover risolvere la crisi legata all’acqua che milioni di persone vivono in tutto il mondo”.

   Questo l’obiettivo delle due istituzioni nominate che, a partire dalla definizione del World Economic Forum del problema ‘Acqua’ come più impellente del Pianeta in termini di impatto sociale, si son poste l’obiettivo di permettere a un miliardo di persone di accedere ad acqua pulita.

mat damon
mat damon

   “Abbiamo avuto un eccezionale momento in termini di nuove e coraggiose partecipazioni alla causa nell’ultimo anno”, ha sottolineato soddisfatto Damon, “The Clinton Global Initiative ha annunciato che raggiungere l’accesso sicuro all’acqua su scala planetaria sarebbe stata una priorità assoluta per la fondazione per il 2015”. E per far forza alla battaglia ha voluto presenziare all’incontro dello scorso inverno nel quale l’organizzazione ha discusso l’argomento con risultati positivi.

   “L’Agenda Globale del World Economic Forum sull’Acqua ha annunciato che si sarebbe concentrato sul raccogliere adesioni tra i leader del commercio globale che assicurassero l’accesso al prezioso elemento nei mercati emergenti. E proprio prima della fine del 2014 il Congresso degli Stati Uniti ha votato la legge del senatore Paul Simon dimostrando l’impegno del Governo a metter fine alla crisi”, sono state le parole del protagonista di The Bourne Ultimatum ed Elysium, che per dare il buon esempio – quanto a risparmio delle risorse – ha utilizzato l’acqua del suo stesso water in occasione della partecipazione alla ALS Ice Bucket Challenge dell’anno scorso.

   Stando alle dichiarazioni di Gary White (cofondatore con Damon di Water.org), la fondazione avrebbe persino superato il proprio obiettivo, raggiungendo ben due miliardi di gente con acqua pulita e/o strumenti che salvaguardino la salute e l’educazione dei bambini e aiutino le donne a divenire più produttive economicamente. Ma il 2015 dovrebbe essere un anno ancor più fondamentale, per un cambiamento totale, grazie anche alle Nazioni Unite, che – stando a quanto dichiarato da White stesso – “a settembre sveleranno gli obiettivi del post 2015 di Sviluppo Sostenibile, un accordo generale che consenta al mondo di sradicare la povertà più estrema e la diseguaglianza. Obiettivi da raggiungere solo risolvendo la ‘Global water and sanitation crisis’ entro il 2030“.

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La crisi planetaria dell’acqua

“LE GUERRE DELL’ACQUA”

VANDANA SHIVA – 21/3/2004 – Fonte: www.nuovimondimedia.it

   A chi appartiene l’acqua? E’ una proprietà privata o un bene pubblico? Quali diritti hanno, o dovrebbero avere, le persone? Quali sono i diritti dello Stato? Quali quelle delle imprese e degli interessi commerciali? Nel corso della storia tutte le società’ si sono poste questi interrogativi fondamentali.

   Oggi ci troviamo di fronte a una crisi planetaria dell’acqua, che minaccia di aggravarsi nei prossimi decenni. Il peggioramento della crisi e’ accompagnato da nuove iniziative per ridefinire i diritti sull’acqua. L’economia globalizzata sta cambiando la definizione di acqua da bene pubblico a proprietà privata, una merce che si può’ estrarre e commerciare liberamente.

   L’ordine economico globale chiede la rimozione di tutti i vincoli e le normative sull’uso dell’acqua e l’istituzione di un mercato di questo bene. I sostenitori del libero commercio dell’acqua vedono i diritti di proprietà privata come unica alternativa alla libertà statale e i liberi mercati come il solo sostituto alla regolamentazione burocratica delle risorse idriche.

   PIÙ DI QUALSIASI ALTRA RISORSA, L’ACQUA DEVE RIMANERE UN BENE PUBBLICO e necessita di una gestione comune. In effetti, in gran parte delle società’, ne e’ esclusa la proprietà’ privata. Testi antichi come le Institutiones di Giustiniano indicano che l’acqua e altre fonti naturali sono beni pubblici: “Per legge di natura questi elementi sono comuni a tutta l’umanità: l’aria, l’acqua dolce, il mare, e quindi le sponde del mare”.

   In paesi come l’India, lo spazio, l’aria, l’acqua e l’energia sono tradizionalmente considerati esterni ai rapporti di proprietà. Nelle tradizioni islamiche, la Sharia, che originariamente connotava il “cammino verso l’acqua”, fornisce la base fondamentale per il diritto all’acqua. Gli stessi Stati Uniti hanno avuto molti sostenitori dell’acqua come bene comune. “L’acqua e’ un elemento mobile, itinerante, e deve pertanto continuare a essere un bene comune per legge di natura”, scriveva William Blackstone, “così che io posso averne solo una proprietà di carattere temporaneo, transitorio, usufruttuario”.

   L’INTRODUZIONE DELLE MODERNE TECNOLOGIE DI ESTRAZIONE HA ACCRESCIUTO IL RUOLO DELLO STATO NELLA GESTIONE DELL’ACQUA. Man mano che le nuove tecnologie soppiantano i sistemi di autogestione, le strutture democratiche di controllo da parte delle popolazioni si deteriorano e il loro ruolo nella conservazione si riduce. Con la globalizzazione e la privatizzazione delle risorse idriche, si rafforza il tentativo di erodere completamente i diritti dei popoli e rimpiazzare la proprietà’ collettiva con il controllo delle grandi aziende. II fatto che al di la’ dello stato e del mercato esistano comminuta’ di persone in carne e ossa con bisogni concreti e’ qualcosa che nella corsa alla privatizzazione è spesso dimenticata. DIRITTI IDRICI E DIRITTI NATURALI In tutto il mondo, nel corso della storia, i diritti idrici hanno assunto la loro forma prendendo in considerazione contemporaneamente i limiti degli ecosistemi e le necessità della popolazione. Il fatto che la radice del termine urdu abadi, insediamento umano sia ab, acqua, riflette lo sviluppo di insediamenti umani e civiltà’ lungo i corsi d’acqua.

   La dottrina del diritto ripario – il diritto naturale all’uso dell’acqua da parte degli abitanti che fanno capo per il sostentamento a un determinato sistema idrico, soprattutto un sistema fluviale – nasce anch’essa da questo concetto di ab. Storicamente, quello relativo all’acqua e’ sempre stato trattato come un diritto naturale – un diritto che deriva dalla natura umana, dalle condizioni storiche, dalle esigenze elementari e dalle idee di giustizia. I diritti all’acqua come i diritti naturali non nascono con lo stato: scaturiscono da un dato consenso ecologico all’esistenza umana.

   In quanto diritti naturali, quelli dell’acqua sono diritti di usufrutto; l’acqua può essere utilizzata ma non posseduta. Gli esseri umani hanno il diritto alla vita e alle risorse che la sostengono, e tra queste c’e’ l’acqua. Il suo essere indispensabile alla vita e’ il motivo per cui, secondo le leggi consuetudinarie, il diritto ad accedervi e’ stato accettato come un fatto naturale, sociale: “Il fatto che il diritto all’acqua sia presente in tutte le legislazioni antiche, comprese le nostre dharmasastra e le leggi islamiche, e il fatto che tali norme continuino a sussistere come leggi consuetudinarie nell’epoca moderna, contraddicono l’idea che quelli sull’acqua siano diritti puramente giuridici, ossia garantiti dallo stato o dalla legge”. (Chattarpati Singh, Water and law).

DIRITTI RIPARI

I diritti ripari, basati su concetti come IL DIRITTO USUFRUTTUARIO, LA PROPRIETÀ COMUNE E IL RAGIONEVOLE USO, hanno guidato gli insediamenti umani in tutto il mondo. In India, i sistemi ripari, esistono da tempo immemorabile lungo l’Himalaya. Il famoso Grand Anicut (canale) sul Kaveri presso il fiume Ullar risale a mille anni fa ed e’ ritenuta la più’ grande struttura idraulica di controllo del flusso di un fiume esistente in India.

   E’ ancora in funzione. Nel nord-est, vecchi sistemi ripari noti come dong governano l’uso dell’acqua. Nel Maharashtra, le strutture di conservazione erano note con il nome di bandhara. Anche i sistemi ahar e pyne di Bihar, in cui un canale di inondazione non arginato (pyne) trasferisce l’acqua da un corso a un bacino di raccolta (ahar), rappresentano l’evoluzione di un concetto ripario. A differenza dei canali Sone costruiti dai britannici, che non hanno saputo andare incontro alle esigenze della popolazione, gli ahar e i pyne continuano a fornire acqua ai contadini. Negli Stati Uniti i sistemi ripari sono stati introdotti dagli spagnoli, che li avevano portati con sé dalla penisola iberica. Questi sistemi sono stati adottati in Colorado, New Mexico e Arizona, oltre che negli insediamenti orientali.

I PRINCIPI DELLA DEMOCRAZIA DELL’ACQUA

Quelli che seguono sono nove principi che stanno alla base della democrazia dell’acqua:

1. L’ACQUA È UN DONO DELLA NATURA

Noi riceviamo l’acqua gratuitamente dalla natura. E’ nostro dovere nei confronti della natura usare questo dono secondo le nostre esigenze di sostentamento, mantenerlo pulito e in quantità’ adeguata. Le deviazioni che creano regioni aride o allagate violano il principio della democrazia ecologica.

2. L’ACQUA È ESSENZIALE ALLA VITA

L’acqua è la fonte della vita per tutte le specie. Tutte le specie e tutti gli ecosistemi hanno il diritto alla loro quota di acqua sul pianeta.

3. LA VITA È INTERCONNESSA MEDIANTE L’ACQUA

L’acqua connette tutti gli esseri umani e ogni parte del pianeta attraverso il suo ciclo. Noi tutti abbiamo il dovere di assicurare che le nostre azioni non provochino danni ad altre specie e ad altre persone.

4. L’ACQUA DEV’ESSERE GRATUITA PER LE ESIGENZE DI SOSTENTAMENTO

Poiché’ la natura ci concede l’uso gratuito dell’acqua, comprarla e venderla per ricavarne profitto viola il nostro insito diritto al dono della natura e sottrae ai poveri i loro diritti umani.

5. L’ACQUA È LIMITATA ED È SOGGETTA A ESAURIMENTO

L’acqua è limitata e può esaurirsi se usata in maniera non sostenibile. Nell’uso non sostenibile rientra il prelevarne dall’ecosistema più’ di quanto la natura possa rifonderne (non – sostenibilità ecologica) e il consumarne più della propria legittima quota ai danni del diritto degli altri a una giusta parte (non – sostenibilità sociale).

6. L’ACQUA DEV’ESSERE CONSERVATA

Ognuno ha il dovere di conservare l’acqua e usarla in maniera sostenibile, entro limiti ecologici ed equi.

7. L’ACQUA È UN BENE COMUNE

L’acqua non e’ un’invenzione umana. Non può essere confinata e non ha confini. E’ per natura un bene comune. Non può essere posseduta come proprietà’ privata e venduta come merce.

8. NESSUNO HA IL DIRITTO DI DISTRUGGERLA

Nessuno ha il diritto di impiegare in eccesso, abusare, sprecare o inquinare i sistemi di circolazione dell’acqua. I permessi di inquinamento commerciabili violano il principio dell’uso equo e sostenibile.

9. L’ACQUA NON E’ SOSTITUIBILE

L’acqua è intrinsecamente diversa da altre risorse e prodotti. Non può’ essere trattata come una merce.

(VANDANA SHIVA)

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L’ORO BLU: LA BATTAGLIA PER L’ACQUA

di Giorgio Cancelliere, XXI Secolo (2010)

   Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU, ha previsto che l’accesso alle risorse idriche e il loro controllo potranno essere una tra le cause delle guerre del 21° secolo. La definizione di oro blu, in riferimento all’acqua, evidenzia come una risorsa basilare e prioritaria, bene comune dell’umanità, stia rappresentando un interesse economico tale da essere paragonato a un bene di consumo e di mercato (Barlow, Clarke 2002). Oggi, alla crisi idrica che coinvolge molte popolazioni che vivono nei Paesi a basso reddito si affianca una scarsità di risorse in quelli più sviluppati che – a causa di politiche ambientali discutibili e della crescita demografica – si stanno trasformando in aree a stress idrico o con scarsità idrica.

DISPONIBILITÀ E CONSUMI

Il 71% della superficie terrestre è coperto da acqua, di cui il 97% è salata, il rimanente 3% è acqua dolce proveniente da ghiacciai e nevi perenni (68,9%), falde sotterranee (29,9%) e acque superficiali (1,2%); solo l’1% è acqua accessibile per uso umano.

   Secondo il Pacific institute (The world’s water 2008-2009, 2009), le risorse idriche di acqua dolce rinnovabili nel 2006 erano di 55.096,9 km3, distribuite nei vari continenti come segue: 5723,5 km3 in Africa, 7620,8 km3 nell’America Settentrionale e Centrale, 17.139,7 km3 in America Meridionale, 15.378,2 km3 in Asia, 7565,4 km3 in Europa e 1669,3 km3 in Oceania. Da questi dati generali si può notare che la distribuzione delle risorse idriche rinnovabili non è omogenea, in particolare se ci si riferisce alle aree più densamente popolate. Tredici Paesi (7%) su 177 detengono ben il 64,5% delle risorse idriche mondiali rinnovabili: Brasile (14,9%), Russia (8,2%), Canada (6%), Stati Uniti (5,6%), Indonesia (5,2%), Cina (5,1%), Colombia (3,9%), India (3,5%), Perù (3,5%), Congo (2,3%), Venezuela (2,2%), Bangla Desh (2,2%), Myanmar (1,9%).

   Il prelievo medio europeo si attesta su 600 m3/anno per abitante, con punte fino a 1334 m3/anno, come nel caso della Lombardia, dove incide pesantemente l’acqua utilizzata per far fronte alla produzione energetica (Regione Lombardia 2005).

   Il 70% del prelievo mondiale di acqua dolce è destinato all’agricoltura, il 18% all’industria e il 12% all’uso domestico. Secondo la Regione Lombardia (2006), nell’utilizzo medio italiano il 18% è destinato all’uso domestico, il 19% a quello industriale, il 50% a quello agricolo e il 13% alla produzione energetica. I prelievi si riferiscono alla sorgente e non sono correlabili all’acqua effettivamente consumata. Il settore domestico riguarda gli usi familiari e municipali, inclusi quelli commerciali e statali; il settore industriale include l’uso dell’acqua per il raffreddamento degli impianti e per la produzione; l’uso agricolo comprende irrigazione e allevamento. Nel 21° sec. saranno Africa e Asia i maggiori utilizzatori di acqua per l’agricoltura, in quanto dovranno soddisfare la grande richiesta di cibo causata dalla crescita demografica.

   Pur prelevando solo il 6,7% delle risorse idriche rinnovabili, la popolazione mondiale si trova di fronte a un allarme idrico. Il motivo principale è da imputarsi alla difficoltà di accedere alle risorse disponibili, difficoltà condizionata sia dalla loro distribuzione non uniforme sia da alcuni fattori fra loro concatenati: la crescita demografica; la povertà e gli alti investimenti necessari ad accedere a risorse idriche sicure; l’ambiente (clima e inquinamento); i conflitti per il controllo dell’accesso alle risorse; le scelte politiche e tecnologiche. Infine, non si devono dimenticare gli interessi privati che si sono indirizzati sulle risorse accessibili.

   Attualmente 1,2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile, mentre 2 miliardi di persone soffrono di carenze sanitarie a causa della scarsità e della cattiva qualità dell’acqua. Secondo stime, più di 13.000 persone muoiono ogni giorno per l’insorgere di malattie legate alla mancanza d’acqua oppure all’utilizzo di acque inquinate.

   Nel novembre 2002 il Committee on economic, social and cultural rights (CESCR) delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’accesso ad adeguate quantità di acqua potabile per uso personale e domestico è un diritto fondamentale per tutta la popolazione mondiale. Si considera adeguata una quantità di acqua in grado di prevenire la disidratazione, ridurre il rischio di malattie e provvedere al consumo quotidiano, destinato sia a scopi alimentari, sia all’igiene personale e domestica. L’accesso all’acqua è un diritto umano indispensabile per condurre una vita dignitosa ed è un prerequisito per la realizzazione di altri diritti, inclusi quelli per la salute, la casa e il cibo (CESCR, Substantive issues arising in the implementation of the International covenant on economic, social and cultural rights. General comment n. 15, 2002).

   Tali contenuti sono stati ribaditi all’Earth summit sullo sviluppo sostenibile, tenutosi a Johannesburg nel 2002, e al Fifth world water forum, tenutosi a Istanbul nel 2009. Nel programma delle Nazioni Unite, Agenda 21, dedicato allo sviluppo sostenibile nel 21° sec., i governi concordano che, nell’estrazione e nell’uso delle risorse idriche, la priorità deve essere diretta a rispondere ai bisogni primari e alla salvaguardia dell’ecosistema.

CRESCITA DEMOGRAFICA E DOMANDA IDRICA

(…..) Il 2015 è l’anno di riferimento dei Millennium development goals, otto obiettivi adottati da tutti gli Stati membri dell’ONU al Millennium summit del settembre 2000, tra i quali la necessità di dimezzare il numero di persone nel mondo prive di accesso all’acqua potabile. La crescita demografica svolge un ruolo importante sull’incidenza dello stress idrico di un Paese, basato sulle risorse idriche rinnovabili disponibili per ogni persona in un anno (m3). La situazione è considerata accettabile se la disponibilità annua per abitante è maggiore di 1700 m3, mentre non lo è se la disponibilità è compresa tra 1000 e 1700 m3. Le risorse sono definite scarse se comprese tra 500 e 1000 m3, e assolutamente scarse se inferiori a 500 m3 .

   Allo stato attuale 700 milioni di persone in 43 Paesi vivono sotto la soglia di scarsità idrica (UNDP 2006). Nel rapporto dell’UNESCO del 2003, Water for people, water for life, si trovano, tra i Paesi (o territori) più poveri d’acqua: Kuwait (10 m3/anno per abitante), Striscia di Gaza (52 m3), Emirati Arabi Uniti (58 m3), Bahama (66 m3), Qaṭar (94 m3), Maldive (103 m3), Libia (113 m3), Arabia Saudita (118 m3), Malta (129 m3) e Singapore (149 m3). I più ricchi d’acqua, invece, sono: Guiana francese (812.121 m3/anno per abitante), Islanda (609.319 m3), Guiana (316.689 m3), Suriname (292.566 m3), Congo (275.679 m3), Papua Nuova Guinea (166.563 m3), Gabon (133.333 m3), Isole Salomone (100.000 m3), Canada (94.353 m3) e Nuova Zelanda (86.554 m3). L’Italia si classifica al 107° posto, con 3325 m3/anno per abitante.

   Riguardo ai consumi domestici, per poter parlare di condizioni accettabili di vita occorrono non meno di 40 l d’acqua al giorno per ogni essere umano (secondo il parametro della World health organization, WHO, ossia l’Organizzazione mondiale della sanità). Nel mondo si passa da una disponibilità media di 425 l al giorno di un abitante degli Stati Uniti ai 10 l al giorno di un abitante del Madagascar, dai 237 dell’Italia ai 150 della Francia. In Italia a fronte di 10 l pro capite per bere, cucinare, lavare mani e denti, si consumano quotidianamente fra 10 e 16 l di acqua per lo scarico dei servizi igienici, fra 120 e 160 l per un bagno in vasca, 30 l per una doccia di tre minuti, fra 80 e 120 l per un carico di lavatrice, 20 l per lavare i piatti a mano.

   Sotto la spinta della crescita demografica e per effetto dei cambiamenti climatici, le risorse idriche disponibili pro capite negli ultimi cinquantaquattro anni si sono dimezzate, da 16.800 m3 a 8470 m3, e si prevede che nel 2025 si arriverà a 4800 m3.

   Per il consumo domestico, le aree più a rischio saranno quelle urbane, in quanto la forte crescita demografica sarà difficilmente bilanciata dall’estensione dei servizi di distribuzione di acqua potabile. Dal 1990 al 2004 la popolazione urbana in Cina è aumentata di circa il 12%, mentre la percentuale di cittadini serviti da acqua potabile è passata dal 99% al 92%. La stessa situazione si è verificata nelle Filippine con un aumento del 13% della popolazione urbana rispetto a una perdita del 7% del servizio di distribuzione idrica. Data la tendenza all’urbanizzazione, che si pensa porterà il 60% della popolazione mondiale a vivere nelle città nel 2015, le reti di distribuzione delle grandi città, dimensionate per un numero di abitanti più contenuto, dovranno essere potenziate con alti costi di investimento e i prelievi acuiranno il pericolo di un eccessivo sfruttamento delle risorse idriche.

   Il settore più a rischio rimane l’agricoltura, soprattutto nei Paesi a basso reddito, che dipendono in massima parte dalla produzione agricola per il proprio sostentamento. L’International food policy research institute (IFPRI) prevede che, agli attuali tassi di crescita demografica e di consumo idrico, entro il 2025 il fabbisogno di acqua aumenterà di oltre il 50% e gli agricoltori saranno i più colpiti, in particolare nei Paesi a basso reddito, dove i raccolti dipendono molto più direttamente da sistemi di irrigazione ad alto consumo d’acqua rispetto all’America Settentrionale o all’Europa.

   La rapida crescita demografica sta condizionando la disponibilità di risorse idriche soprattutto nei Paesi sotto la soglia di criticità (<1000 m3/abitante). Si stima che nel 2025 saranno circa 3 miliardi le persone a rischio, principalmente nelle aree subsahariane (dove dall’attuale 30% di popolazione senza accesso all’acqua si passerà all’80%), nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale (con una riduzione del 25% di persone che avranno acceso all’acqua), in Cina e India (in particolare nelle aree urbane).

   È evidente la correlazione tra domanda di acqua e produzione di cibo, e quindi crescita demografica, in quanto, mediamente, la produzione di cibo per una famiglia richiede 70 volte la quantità di acqua utilizzata per uso domestico. Si è stimato che per produrre 1 kg di riso occorrano fra 2000 e 5000l, per un hamburger 11.000 l e per 1 kg di pane 1000 l.

POVERTÀ E MANCANZA DI ACCESSO ALL’ACQUA

Vi è uno stretto legame tra povertà e accesso alle risorse idriche, in quanto il loro sfruttamento e la loro distribuzione richiedono un ingente investimento; e contemporaneamente la mancanza di acqua limita lo sviluppo economico. Si ipotizza che attualmente l’investimento medio per dare l’accesso ad acqua potabile sia di 100 euro a persona, variando secondo l’economia di scala.

   In ambienti urbani dove gli utenti finali sono concentrati, i costi si abbassano rispetto a zone rurali dove le distanze tra utenti sono molto grandi. Nella distribuzione dell’acqua bisogna anche tener conto dei costi per il suo trattamento e smaltimento, in particolare laddove i consumi superano i 50l per persona al giorno. Infatti, l’acqua distribuita necessita di essere poi smaltita e trattata per non rappresentare un possibile vettore di malattia.

   Le popolazioni con minore percentuale di accesso all’acqua sono principalmente quelle dei Paesi a basso reddito, inferiore a 855 dollari a parità di potere di acquisto nel 2004. Nella maggioranza di questi, gli investimenti più consistenti nella distribuzione di acqua potabile dipendono dagli aiuti internazionali o da fondi governativi che spesso concentrano i finanziamenti nelle capitali, a discapito dei centri urbani più periferici e delle zone rurali.

   Le zone di maggiore criticità, per percentuale di accesso all’acqua e di popolazione, rimangono quelle dell’Africa subsahariana e dell’Asia orientale e meridionale. Tra i Paesi più popolati con minor accesso alle risorse idriche (dati 2004) si segnalano l’Etiopia (22% dei 77,4 milioni di persone), il Mozambico (43% dei 19,8 milioni di persone), il Niger (46% dei 14 milioni di persone), la Nigeria (48% dei 131,5 milioni di persone). In Congo, che è uno dei 13 Paesi più ricchi di risorse idriche rinnovabili, solo il 46% dei 57 milioni di abitanti ha accesso all’acqua.

ACQUA E AMBIENTE

Bacini e falde sono contenitori che devono essere sfruttati rispettando il bilancio idrico tra alimentazione e prelievo. L’inquinamento delle risorse idriche superficiali e sotterranee diminuisce la disponibilità di acqua potabile e ne aumenta i costi di gestione, poiché l’utente si fa carico dell’intervento curativo, per quanto precedentemente non preventivato come misura di salvaguardia ambientale.

   Un eccessivo prelievo delle risorse idriche è comune nelle aree che dipendono fortemente dall’agricoltura, come avviene nel bacino dell’Indo-Gange, nelle piane settentrionali della Cina e negli altopiani dell’America Meridionale. Si stima che un quarto delle acque del Fiume Giallo nel Nord della Cina sia necessario per mantenere l’equilibrio ambientale, mentre l’attuale prelievo umano lascia solo il 10% delle risorse al fiume, riducendo pericolosamente la sua capacità di far fronte a periodi di minore alimentazione, come avvenne durante la siccità del 1997 quando rimase asciutto per 600 km, causando una perdita di produzione agricola stimata intorno a 1,7 miliardi di dollari (UNDP 2006).

   In Australia il bacino del Murray-Darling fornisce acqua all’agricoltura per circa l’80% della sua capacità. Di fronte a una richiesta dell’ecosistema di circa il 30% delle sue risorse idriche, l’eccessivo sfruttamento del fiume ha innalzato la salinità delle acque, diminuito l’apporto nutritivo ai terreni e ridotto le terre alluvionate. Negli ultimi anni, in superficie, le acque del Murray-Darling non raggiungono più il mare (Pearce 2006). Gli agricoltori vicino a Ṣan῾ā᾿, nello Yemen, hanno approfondito i pozzi di 50 m in 12 anni per far fronte all’abbassamento delle falde acquifere, riducendo la loro produttività di due terzi (Shetty 2006).

   La difficoltà di utilizzare acque superficiali spinge allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, con costi decisamente maggiori e con alto rischio di squilibrio ecologico. In Messico l’80% dei consumi di acqua è destinato all’agricoltura e oggi, a causa della continua richiesta, il 40% delle risorse proviene da pozzi profondi. Tuttavia 100 dei 653 acquiferi sono sovrasfruttati, a rischio quindi di prosciugarsi nel corso degli anni con gravissimo danno economico per i contadini (UNDP 2006).

   L’eccessivo prelievo produce anche parte dell’inquinamento che ha ridotto in questi anni la disponibilità di acqua dolce. Nella Striscia di Gaza, area che fa già parte di una delle regioni di maggiore criticità per le risorse idriche rinnovabili, il continuo sovrasfruttamento della falda ha causato l’ingresso delle acque salate marine nell’acquifero dolce sovrastante, rendendo salmastra la maggioranza delle acque. La difficile situazione politica dell’area non ha permesso scelte più rispettose dell’ambiente e la necessità di acqua, in particolare per la produzione agricola, ha superato di gran lunga la capacità di ricarica della falda, comportando così un inquinamento di cloruri e nitrati, abbondantemente sopra i limiti di potabilità fissati dalla WHO. Lo stato delle cose continua a peggiorare in quanto alla domanda crescente si somma il mancato trattamento delle acque utilizzate che vengono rimesse in falda, aumentandone così l’inquinamento sia chimico sia batteriologico.

   Ogni anno 450 km3 di acqua di scarico (pari al 12,1% dei prelievi) vengono riversati nelle falde, nei fiumi e nei mari, aumentando il carico inquinante. Circa il 90% dei liquami e il 70% dei rifiuti industriali vengono smaltiti senza subire alcun trattamento: ne pagano le conseguenze soprattutto le acque superficiali, incanalate nei principali corsi fluviali, e le falde superficiali, con la conseguente necessità di approfondire i pozzi per trovare acque non inquinate, facendo crescere i costi di estrazione e minacciando sensibilmente l’equilibrio ecologico delle falde profonde, la cui ricarica è più fragile rispetto a quelle superficiali.

   Il massiccio utilizzo di prodotti chimici in agricoltura e lo scarico di minerali pesanti da parte dell’industria aumentano sempre più la necessità di impianti di trattamento, incidendo sul costo dell’acqua, che rappresenta uno degli ostacoli al suo accesso per le popolazioni più povere.

   Il disboscamento e i fenomeni sempre più accelerati di desertificazione comportano una minore attività di ritenzione delle acque e di alimentazione degli acquiferi, in quanto l’evapotraspirazione e il forte dilavamento superficiale non permettono all’acqua di penetrare nei terreni e di ricaricare le falde. L’acqua, rimanendo in superficie, tende anche a scaricarsi prepotentemente a valle, aumentando l’erosione e provocando più frequenti piene e inondazioni. Il regime idrico viene pertanto sconvolto, l’accesso alle risorse si rende più difficile, comportando investimenti per riparare danni ecologici talora irreversibili ed esponendo le popolazioni più povere sempre più al rischio idrico. In particolare, il continuo allargamento della frontiera agricola nelle regioni boschive andine comporta un accrescimento della velocità delle acque verso valle, con la conseguente perdita di materiale nutriente per le coltivazioni, aumento dei regimi torrentizi e diminuzione delle inondazioni naturali delle aree pedemontane e vallive.

CAMBIAMENTO CLIMATICO

Si stima che, nel 21° sec., il 20% della scarsità di acqua sarà dovuto ai cambiamenti climatici, che produrranno grandi variazioni nell’evaporazione e nelle precipitazioni, insieme a mutamenti non prevedibili del ciclo idrogeologico. L’innalzamento delle temperature comporterà una maggiore evaporazione negli oceani, intensificando il ciclo dell’acqua e la formazione di nuvole ma, nello stesso tempo, il sovrariscaldamento delle terre farà sì che una minore quantità di acqua piovana possa raggiungere i fiumi in quanto vaporizzerà più velocemente.

   Le zone umide saranno probabilmente interessate da maggiori precipitazioni, più intense e concentrate nel tempo, causando quindi fenomeni alluvionali, mentre nelle zone più aride, nonché in alcune zone tropicali e subtropicali, vi sarà presumibilmente una diminuzione e una maggiore irregolarità delle piogge.

   I cambiamenti climatici potranno incidere negativamente sulle risorse idriche rinnovabili in alcune aree del mondo particolarmente legate alla produzione agricola, come Angola, Malawi, Zambia, Zimbabwe, Senegal, Mauritania, Medio Oriente, parte del Brasile, del Venezuela e della Colombia. L’influenza del cambiamento climatico è una combinazione di fattori che condizionano la quantità di precipitazione, l’evapotraspirazione e la durata delle precipitazioni.

   Nell’area subsahariana, inclusi il Sahel e l’Africa orientale, si potranno avere maggiori precipitazioni distribuite su tempi più brevi e, contemporaneamente, la forte evapotraspirazione, dovuta all’innalzamento del clima, potrà causare periodi di siccità. In Asia meridionale si potrà avere un aumento della piovosità con frequenti rischi di alluvione, in quanto i monsoni potranno diventare più intensi per l’innalzamento della temperatura che aumenta la quantità di acqua estratta dall’oceano per evapotraspirazione.

   Si continuerà ad assistere, in linea generale, a una maggiore imprevedibilità di fenomeni alluvionali e di siccità. L’evoluzione e la frequenza degli eventi alluvionali sono strettamente legate sia alla capacità di scarico dei corsi d’acqua sia alle variazioni delle forme di precipitazione e, pertanto, a cambiamenti climatici a lungo termine, determinando quindi un elemento di criticità per il 21° sec., in quanto il regime dei principali fiumi sarà in parte condizionato dagli eventi meteorologici dipendenti dai cambiamenti climatici.

   I ghiacciai si stanno sciogliendo: negli ultimi 35 anni lo spessore è calato del 35%. In gran parte del mondo i ghiacciai agiscono come riserve di acqua, immagazzinando ghiaccio e neve in inverno e rilasciando acqua lentamente con l’aumento della temperatura, che viene in seguito distribuita ai produttori agricoli nelle pianure. Le riserve d’acqua dei ghiacciai sono diminuite e i cambiamenti climatici determinano rilasci in tempi più brevi, causando eventi alluvionali in primavera e mancanza d’acqua in estate. I ghiacciai del Tibet e dell’Himalaya forniscono acqua potabile a più di 2 miliardi di persone. Piccoli e medi ghiacciai sono in via di esaurimento nelle zone andine, che rappresentano il serbatoio naturale d’acqua per molti Paesi dell’America Meridionale durante la stagione estiva (UNDP 2006).

   Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il livello del mare potrebbe innalzarsi tra 9 e 88 cm entro i prossimi 100 anni, con conseguenze significative sulla sicurezza all’accesso di risorse di acqua potabile. Oltre all’aumento della salinità degli acquiferi costieri, si assisterebbe a fenomeni di accelerazione dell’erosione delle coste e le inondazioni minaccerebbero milioni di persone. Le aree più a rischio sono quelle dei grandi delta, in particolare in Bangla Desh, Egitto, Nigeria e Thailandia, dove vivono attualmente circa 110 milioni di persone.

   La World bank (ossia la Banca mondiale) stima che in Bangla Desh, alla fine del 21° sec., si perderà circa il 16% delle terre a causa dell’avanzamento delle acque marine, coinvolgendo un’area che supporta il 13% della popolazione e produce, attraverso l’agricoltura, il 12% del prodotto nazionale lordo (PNL). L’unico intervento possibile da parte della comunità internazionale per mitigare questo fenomeno è minimizzare il cambiamento climatico, indebolendo il legame tra sviluppo economico ed emissione di anidride carbonica. Il passo principale fatto negli ultimi anni nella direzione della mitigazione dei cambiamenti climatici è rappresentato dal Protocollo di Kyoto, sottoscritto da più di 160 Paesi l’11 dicembre 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005 con la firma di 130 Paesi: nell’ottobre 2009 le nazioni firmatarie erano 184. Il trattato prevede l’obbligo per i Paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio e altri cinque gas serra) nel periodo 2008-2012, in una misura non inferiore al 5,2% rispetto alle emissioni registrate nel 1990, considerato come anno base.

ACCESSO E CONTROLLO DELLE RISORSE IDRICHE

È convincimento diffuso che l’acqua rappresenterà una delle maggiori cause dei conflitti nel 21° sec., dal momento che la sua accessibilità sarà sempre più difficile e il controllo delle risorse rinnovabili rappresenterà uno strumento politico estremamente importante nell’equilibrio mondiale.

   Le tensioni relative all’accesso e controllo delle risorse idriche hanno diverse scale geografiche. A livello locale, esistono scontri tra gruppi di persone per l’accesso a un punto di distribuzione, tra allevatori e agricoltori per il controllo delle zone di pascolo e di coltivazione, o tra popolazione e Stato per la costruzione di una diga.

   A livello nazionale, differenti gruppi di interessi (agricoltura, industria, turismo, ambiente) si scontrano sulle politiche relative alla gestione delle acque, come, per es., alla locazione di risorse per il settore produttivo o per un centro urbano a discapito della campagna.

   A livello internazionale, è materia di conflitto tra Stati confinanti il controllo della distribuzione delle acque di fiumi condivisi. Oltre al controllo delle quantità di risorse, è in gioco anche l’impatto sulla qualità, in quanto l’uso a monte del corso d’acqua può condizionarne la qualità a valle, in termini di contaminazione industriale e sottrazione da parte di dighe e sbarramenti delle componenti limose utili alla fertilità dei suoli. La captazione di acque per la produzione di energia elettrica può influire sui tempi di rilascio del fiume, danneggiando la produzione dei sistemi irrigui a valle.

   Il 40% della popolazione mondiale dipende da risorse fluviali transfrontaliere, e Paesi con irrigazione intensiva, quali Egitto, ῾Irāq, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan, dipendono per i 2/3 da acque provenienti da altri Paesi. Attualmente esistono 263 bacini idrici condivisi tra Stati e sono ancora latenti 37 casi di conflitti per il controllo dell’acqua, di cui 7 in Medio Oriente. Nel 21° sec. la gestione di bacini transfrontalieri acquisterà sempre più importanza a causa della grande domanda di acqua per l’agricoltura accompagnata dalla progressiva diminuzione delle risorse idriche superficiali. Sarà l’attenta applicazione di trattati internazionali e accordi locali a garantire l’accesso all’acqua per più di 3 miliardi di persone interessate a bacini idrici transfrontalieri.

   I governi esercitano diversi tipi di controllo sulle risorse idriche, a seconda politiche perseguite, protezionistiche oppure espansionistiche. Questi controlli possono rappresentare le radici delle tensioni tra i vari Paesi, laddove si difendano scelte di sviluppo economico o sociale, o anche interessi derivati da espansioni produttive private; possono suscitare iniziative militari, divenendo motivo per invasioni territoriali, strumento di controllo politico su una regione, di consolidamento o accentuazione dell’asimmetria politica tra Paesi che condividono importanti bacini idrografici.

   Verranno brevemente presi in esame alcuni bacini idrografici che forniscono acqua a più Paesi, tra quelli maggiormente abitati del mondo, con una descrizione dei principali motivi di tensione che rappresentano potenziali argomenti di conflitto.

ASIA E MEDIO ORIENTE

BACINO IDROGRAFICO DEL GANGE, BRAHMAPUTRA, MEGNA (PAESI INTERESSATI: BANGLA DESH, BHUTAN, CINA, INDIA, MYANMAR, NEPAL). L’India controlla, attraverso un sistema di dighe costruite dal 1960 al 1970, gran parte delle acque che defluiscono in Bangla Desh il quale, pur avendo il 30% del territorio interessato dalle acque del bacino, ne utilizza solo il 6% per la propria produzione agricola. Questa situazione ha portato a venti anni di ostilità tra i due Paesi a causa della diminuzione delle risorse irrigue in Bangla Desh durante la stagione secca, con conseguente aumento del flusso migratorio verso l’India (UNDP 2006).

BACINO IDROGRAFICO DEL MEKONG (PAESI INTERESSATI: CAMBOGIA, CINA, LAOS, THAILANDIA, MYANMAR, VIETNAM). Un quinto delle acque di questo fiume viene utilizzato in Cina anche se solo il 2% del Paese è coperto dalle sue acque. Il 47% della popolazione del Laos e il 90% di quella della Cambogia vive a valle del bacino. La costruzione della diga di Yunnan, nella Cina meridionale, ha causato una riduzione delle attività di pesca in Cambogia e ha rappresentato una minaccia alla produzione di riso per 17 milioni di vietnamiti che vivono sul delta. Anche la nascente industria turistica del Laos è colpita dal calo delle acque del Mekong, in quanto le imbarcazioni turistiche devono spesso aspettare che il fiume ridiventi navigabile.

BACINO IDROGRAFICO DEL LAGO ARAL (PAESI INTERESSATI: KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, PAKISTAN, TURKMENI;STAN, UZBEKISTAN, AFGHĀNISTĀN, CINA). Oltre che per cau;se climatiche, le acque del Lago Aral si sono ridotte di 1/4 dal 1960 a causa della deviazione per usi industriali (cotone) dei suoi immissari, il Sīr Daryā e l’Āmu Daryā. Nel 1990 il lago riceveva già 1/10 delle acque originali. La scarsa collaborazione degli Stati dell’Asia centrale e la caduta del prezzo del cotone hanno causato una grave crisi economica. Il sovrasfruttamento continua e, a causa dell’inquinamento dovuto a fertilizzanti e prodotti chimici, 4/5 delle specie ittiche sono scomparse. Vi sono però segnali positivi, come il progetto della diga del Kok-Aral in Kazakistan per ristabilire il livello delle acque nella parte settentrionale del lago (UNDP 2006).

Bacino idrografico del Tigri e dell’Eufrate (Paesi interessati: Irān, ῾Irāq, Giordania, Arabia Saudita, Siria e Turchia). La diga di Atatürk nell’Anatolia sud-orientale, la più grande in Turchia e la sesta nel mondo, insieme ad altre 21 dighe del Turkey’s southeast Anatolia project, rischia di ridurre di 1/3 il flusso delle acque in Siria che sta sviluppando progetti sull’Eufrate per la protezione dalle catastrofiche inondazioni, la produzione di elettricità, l’irrigazione, la disponibilità di acqua potabile e per uso industriale. Le dinamiche in atto potrebbero danneggiare gli interessi iracheni, salvaguardati dall’accordo del 1987 con la Turchia, in cui quest’ultima si impegna a garantire un afflusso medio di 500 m3/sec alla Siria che, a sua volta, deve trasferirne il 58% all’Irāq.

BACINO IDRICO DEL GIORDANO, AL-LĪṭĀNĪ E YARMŪK (PAESI INTERESSATI: EGITTO, ISRAELE, GIORDANIA, TERRITORI OCCUPATI, SIRIA E LIBANO). La guerra dei Sei giorni (giugno 1967) prese spunto dal tentativo di deviazione delle acque del Giordano da parte degli Stati arabi in risposta alla costruzione israeliana della ‘via d’acqua nazionale’. La successiva deviazione del Giordano, a nord del Lago Tiberiade, per convogliare le acque in Israele, ha lasciato solo il 10% delle sue acque a valle del lago, influendo sulle terre agricole e sulla ricarica del Mar Morto che fra 40 anni potrebbe prosciugarsi, in quanto l’alta evapotraspirazione non sarà più compensata dall’apporto di acque del Giordano. Dal 1967, la quota di terreni che gli agricoltori palestinesi sono in grado di irrigare è scesa dal 27% a circa il 5%. La distribuzione delle risorse idriche, superficiali e sotterranee, che interessano bacini comuni tra i Paesi è fortemente sbilanciata. Solo il 10-15% delle risorse è destinato alla popolazione palestinese, pari a metà di quella israeliana. I coloni israeliani che vivono in Cisgiordania consumano circa 620 l al giorno pro capite contro i 70 dei palestinesi.

AFRICA

BACINO IDROGRAFICO DEL NILO (PAESI INTERESSATI: BURUNDI, REPUBBLICA CENTRAFRICANA, REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, EGITTO, ERITREA, ETIOPIA, KENYA, RUANDA, SUDAN, TANZANIA E UGANDA). In tale bacino, che mette in contatto il 97% della popolazione egiziana e gli abitanti di Etiopia e Uganda, vivono 150 milioni di persone. Nel 1929 gli accordi tra Egitto e Regno Unito stabilirono che ogni Paese che avesse voluto utilizzare le acque del Nilo avrebbe dovuto preventivamente chiedere l’autorizzazione all’Egitto; nel 1959 un ulteriore accordo fu firmato tra Egitto e Sudan. Il 14 maggio 2010 Etiopia, Kenya, Uganda, Ruanda e Tanzania hanno siglato un’intesa ‘separata’ per la spartizione delle acque del fiume, senza il consenso di Egitto e Sudan, che da parte loro rivendicano diritti storici sulle acque del Nilo. La posizione dell’Egitto, inizialmente di rifiuto netto dell’intesa, da alcune fonti è sembrata in un secondo momento più possibilista nei confronti di una nuova negoziazione dell’accordo. Nel 2050 si prevede che la popolazione nell’area raggiungerà i 340 milioni, comportando un aumento della domanda di approvvigionamento dal bacino del Nilo, in particolare da parte dell’Etiopia, dal cui territorio proviene l’85% delle risorse del Nilo e che è al contempo uno dei Paesi più poveri al mondo e con minor accesso all’acqua (UNDP 2006).

BACINO IDROGRAFICO DEL LAGO CIAD (PAESI INTERESSATI: CIAD, CAMERUN, NIGER, NIGERIA, SUDAN, ALGERIA, REPUBBLICA CENTRAFRICANA, LIBIA). Il lago ha oggi 1/10 della superficie di 40 anni fa. Oltre a un calo della piovosità e lunghi periodi di siccità, la causa è da ricercarsi anche nel fattore umano. Tra il 1983 e il 1994 la domanda di acqua per irrigazione quadruplicò senza un’appropriata gestione. La diga di Hadejia in Nigeria ha danneggiato le attività ittiche a valle, come altri sbarramenti in Niger, Nigeria e Camerun hanno diminuito l’afflusso delle acque nel lago.

BACINO IDROGRAFICO DELL’OKAVANGO (PAESI INTERESSATI: NAMIBIA, ANGOLA, BOTSWANA E ZIMBABWE). Il vasto delta del fiume, nel Botswana settentrionale, attraversa una delle zone più ricche di flora e fauna del mondo, il Kalahari. Nel 1996 la Namibia deviò le sue acque per approvvigionare la capitale Windhoek. Angola e Botswana obiettarono a questa decisione unilaterale, dal momento che avrebbe danneggiato l’ecosistema del fiume e, insieme alla Repubblica Sudafricana, si formò una commissione per risolvere la disputa, che è tuttora aperta.

   Anche nelle regioni a più alto reddito, la gestione dei bacini transfrontalieri rappresenta motivo di continui dibattiti e accordi. NELL’AMERICA SETTENTRIONALE, COLORADO, ARIZONA E NEVADA PER ANNI SONO STATI CONTRAPPOSTI ALLA CALIFORNIA per i suoi eccessivi prelievi dal Lago Owen e dal fiume Colorado, coinvolgendo anche il Messico (che ora non riceve più acqua dalle precedenti risorse) e alimentando continui motivi di tensione tra i due Paesi. IN EUROPA SI RICORDA LA FORTE INDUSTRIALIZZAZIONE CHE HA PESANTEMENTE SFRUTTATO LE ACQUE DEL BACINO IDROGRAFICO DEL DNEPR (UCRAINA, BIELORUSSIA, RUSSIA), riducendo a 1/5 le acque che oggi raggiungono il mare. Nell’Unione Europea, la protezione degli ecosistemi acquatici viene regolata attraverso la gestione dell’acqua a scala di bacino, sulla base della direttiva comunitaria n. 60 del 23 ottobre 2000, nota anche come WATER FRAMEWORK DIRECTIVE. La dimensione sovrannazionale dei grandi bacini fluviali europei impone agli Stati membri di avere una strategia comune sull’approccio combinato per il controllo dell’inquinamento.

NUOVA FONTE DI GUADAGNO?

Negli ultimi anni una nuova causa di tensione per il controllo dell’acqua è rappresentata dal passaggio della gestione delle risorse idriche da parte di autorità pubbliche a società private multinazionali: nel 1980 soltanto 12 milioni di persone erano fornite da imprese private, nel 2000 si era già arrivati a 300 milioni e si prevede che tale cifra crescerà fino a 1,6 miliardi entro il 2025. Tale processo di privatizzazione è favorito da due fattori: da un lato, gli alti costi di investimento e le ridotte capacità finanziarie delle istituzioni per far fronte alla sempre più alta richiesta di acqua, dall’altro, il crescente interesse di società private verso i profitti derivanti dalla vendita di acqua e servizi associati (Clarke, Barlow 2003). La World bank valuta il potenziale mercato dell’acqua intorno ai 1000 miliardi di dollari l’anno. Secondo gli analisti economici l’industria idrica, le cui entrate già oggi sono pari al 40% di quella petrolifera, è destinata a diventare un settore produttivo di grande rilievo.

   Lo slancio verso la privatizzazione nasce con la dominante filosofia del Washington consensus, una dottrina economica suggerita dalla Trilateral commission, costituita nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller, che liberalizza commerci e investimenti senza alcun impedimento da parte dei governi, consegnando al settore privato la responsabilità di programmi sociali e di gestione dei servizi. La stessa World trade organization (WTO) e altre grandi agenzie come la North Amer;ican free trade agreement (NAFTA) e il General agreement on tariffs and trade (GATT) considerano l’acqua come un bene merceologico che segue le stesse regole di mercato, per es., del petrolio e del gas. Ciò significa che se un governo volesse vietare l’esportazione di acqua oppure la concessione dei servizi idrici a una compagnia straniera verrebbe accusato di violazione degli accordi sul libero scambio.

   A capo della cordata di privatizzazioni si inseriscono grandi multinazionali europee (Vivendi, Suez e RWE), determinate, nel lungo periodo, a gestire i sistemi idrici dei Paesi a basso reddito e a risolvere la crisi idrica mondiale. Tuttavia, i fallimenti avvenuti a Buenos Aires, Johannesburg, Nuova Delhi, Manila e Cochabamba hanno fatto cambiare loro obiettivo (Clarke, Barlow 2003), spostando l’interesse verso America Settentrionale ed Europa. L’85% dei servizi idrici negli Stati Uniti è ancora in mano pubblica, ma entro il 2015 le tre grandi multinazionali, acquisendo le maggiori agenzie statunitensi del settore, potranno gestirne il 70%. In Europa diversi Paesi hanno escluso però la possibilità di privatizzazione dei servizi idrici, tra questi Belgio, Paesi Bassi e Portogallo; anche la Svizzera ha tra le norme federali l’esclusiva per la gestione pubblica dell’acqua.

   La reazione verso la privatizzazione dell’acqua, da parte principalmente delle popolazioni più povere, ha portato a conflitti anche violenti, come nel caso di Cochabamba in Bolivia. La terza città del Paese andino è passata sotto la gestione di una compagnia privata che ha innalzato le tariffe tanto da rappresentare per alcuni utenti fino a un quarto del reddito. Dopo un duro e prolungato scontro (culminato nell’aprile 2000), che ha visto 30.000 cittadini manifestare nelle piazze, il conflitto si è risolto con il ritorno della gestione dell’acqua in mani pubbliche (Postel, Wolf 2001).

   Contro la privatizzazione dell’acqua si è diffuso un movimento internazionale, fondato su tre principi: LA CONSERVAZIONE DELLE RISORSE IDRICHE; L’ACQUA COME DIRITTO UMANO; LA DEMOCRAZIA DELL’ACQUA. Oggetto di maggiore contestazione da parte del movimento è il fatto che il fragile equilibrio tra domanda e sfruttamento delle risorse, accompagnato dalla distribuzione ineguale e da condizionamenti ambientali, non può essere lasciato alla gestione delle multinazionali, spinte da interessi economici. Le società private non hanno alcun vantaggio ad applicare politiche di sostenibilità a lungo termine e puntano alla maggior crescita dei consumi nell’immediato, non favorendo un’educazione al risparmio.

   Il contenimento dei costi di gestione avviene spesso a spese dell’ambiente, con il mancato rispetto della normativa in materia di scarichi, depuratori, bonifiche. Allo stesso modo, le privatizzazioni tendono per lo più a trascurare le esigenze sociali, ad anteporre, nelle forniture, le aree residenziali abitate dai ceti abbienti piuttosto che quelle più popolari o degradate, e inoltre comportano sempre un rischio di rincaro delle tariffe: ciò acuisce i problemi di accesso, soprattutto nei Paesi a più basso reddito.

   Il Manifesto mondiale dell’acqua, che fu redatto a Lisbona nel settembre 1998 da un Comitato internazionale per il contratto mondiale sull’acqua, presieduto da Mario Soares e coordinato da Riccardo Petrella, è il documento finale di una serie di incontri a livello mondiale tenutisi per studiare, approfondire e diffondere il tema dell’acqua, che dev’essere riconosciuta dal punto di vista legislativo come un bene comune pubblico e non può essere oggetto di scambio commerciale di tipo lucrativo.

   Per rispondere alle cattive gestioni pubbliche che hanno caratterizzato molti sistemi idrici di questi ultimi anni, la gestione dell’acqua va messa nuovamente in mano ai cittadini e alle comunità locali, che possono essere garanti della sua conservazione, per trasmetterla alle generazioni future e per farla rimanere alla Terra e a tutte le specie, cui in realtà appartiene, seguendo una frase di Vandana Shiva «la soluzione alle disuguaglianze è la democrazia. La soluzione alla crisi dell’acqua è la democrazia ecologica» (2002; trad. it. 2003, p. 32).

RIDURRE LA PRESSIONE IDRICA

Per far fronte all’aumento del numero di Paesi che si troveranno in situazione di stress o scarsità idrica e per limitare potenziali motivi di conflitto per la gestione delle risorse idriche, nel 21° sec. si dovranno concentrare gli sforzi atti a migliorare la produttività dell’uso dell’acqua in tutti i suoi settori (agricolo, industriale e domestico), ottimizzando il rapporto tra domanda e prelievo. In questo modo non solo si proteggeranno le risorse disponibili, ma si potranno salvaguardare quelle economiche per destinarle all’esigenza delle popolazioni che ancora non hanno accesso all’acqua.

   Questo obiettivo rappresenterà un primo momento di verifica degli impegni della comunità internazionale verso gli investimenti promessi per una politica di lotta alla povertà, di servizi per i più poveri e per una protezione dell’ambiente in conformità al Protocollo di Kyoto.

   Se fino alla metà degli anni Novanta la spinta dei governi e degli aiuti internazionali era proiettata a finanziare infrastrutture dimensionate più sulle risorse estraibili, una revisione strategica, portata avanti in quegli anni dalla World bank, ha spostato l’indirizzo sulla fornitura di servizi adeguati e rispettosi di pratiche ambientali. Si presta oggi più attenzione alla gestione sostenibile delle risorse in termini di capacità dei beneficiari di farsi carico della loro manutenzione e operatività, di relazione con l’ambiente circostante e di tecnologie appropriate alle condizioni in cui si opera, coinvolgendo nella scelta gli stessi beneficiari.

   La risposta per l’ottimizzazione dell’uso delle risorse idriche è nella gestione integrata dell’acqua (dall’estrazione al recupero), che rappresenta una metodologia per prendere decisioni e tramutarle in azioni, considerando aspetti diversi del processo produttivo.

   I passi per realizzare una gestione integrata prevedono la pianificazione del bacino idrografico, l’organizzazione di gruppi di lavoro, l’identificazione dei finanziamenti, la verifica dell’impatto ambientale dalle sorgenti alle piane di inondazione, lo sviluppo di leggi e regolamenti, e il coinvolgimento di tutti gli attori interessati, dalle istituzioni agli utilizzatori finali.

   La maggioranza dell’acqua ritorna nel ciclo idrogeologico, sotto forma di vapore acqueo, infiltrata nel sottosuolo e convogliata nell’acqua marina. Il mantenimento della qualità di queste acque è fondamentale per non sbilanciare continuamente il rapporto tra risorse rinnovabili e domanda mondiale. Quindi l’impegno in tutti i settori di utilizzo è di non pensare solo all’acqua nel momento dell’estrazione, ma di incidere maggiormente nella gestione, nel trattamento e nel recupero.

   Se nel mondo si utilizzassero il 60% delle acque che spreca l’agricoltura, il 50% perso nelle reti di distribuzioni vecchie o mal gestite – le stime delle perdite degli acquedotti in Italia sono del 40,1% (Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche 2005) – e il 20% delle acque usate nell’industria, in base ai dati di prelievo del 2004 del Pacific institute (2007), si potrebbero recuperare 1805 km3 di acqua all’anno, pari al 48,6% dei prelievi e a 278 m3 all’anno pro capite. Si stima che ogni euro non speso per la manutenzione comporti 3-4 euro da spendere poi per riparazioni.

   Il grande spreco di acqua in agricoltura può essere combattuto con sistemi di irrigazione a basso consumo, come quelli a goccia che portano acqua direttamente alle radici evitando l’azione di evapotraspirazione e dispersione superficiale. Questa pratica deve essere diffusa principalmente nei Paesi a basso reddito dove l’agricoltura rappresenta l’80-90% dei consumi idrici. Città come Los Angeles e Pechino, che soffrono di carenza idrica, hanno investito nelle aree agricole circostanti in forme di minore consumo e recupero delle acque, ottenendo maggiore quantità di acqua per la popolazione urbana e mantenendo i livelli di produttività dei campi. Laddove il minore consumo di acqua per l’agricoltura e la maggiore produttività dei raccolti aumentano, si possono limitare le costruzioni di grandi dighe o di sistemi di sbarramento, evitando l’insorgere di conflitti e di cambiamenti all’ecosistema.

   La gestione integrata delle risorse idriche prevede forme complementari di raccolta, come quella dell’acqua piovana, combinate a sistemi di pompaggio solari o eolici, diversificazione dell’uso delle acque potabili da quelle per uso domestico, recupero delle acque provenienti da impianti di trattamento, campagne di divulgazione sul corretto uso dell’acqua, inclusi il risparmio e il suo smaltimento, coinvolgimento degli utilizzatori sulla definizione delle tariffe, sull’uso di servizi privati e sugli investimenti.

   L’economista Marianne Fay, nel suo lavoro del 2001, Financing the future: infrastructure needs in Latin America 2000-2005 (World bank, policy research working paper, 2545), stima che le perdite annuali dovute a un’inadeguata politica dei prezzi e dei sussidi e a connessioni illegali ammontavano a 18 miliardi di dollari e quelle derivate dalle perdite nelle tubazioni a 4 miliardi, cifre che potevano rappresentare l’accesso all’acqua potabile per 147 milioni di persone.

   Per centrare l’obiettivo del Millennium summit occorrerebbero 60 miliardi di euro entro il 2015; tale calcolo però non prende in considerazione la crescita demografica e la riabilitazione/ricostruzione di impianti obsoleti fino a quella data. Il trend tra il 1997 e il 2004 degli aiuti internazionali per lo sviluppo delle risorse idriche e dell’igiene ambientale (Global humanitarian assistance 2006, 2006) stagnava intorno a 3,3 miliardi di dollari, con un’impennata a 4,5 miliardi di dollari nel 2004, corrispondenti a 3,6 miliardi di euro. La scarsità di risorse in gioco per raggiungere gli obiettivi del Millennium deve essere superata da uno sforzo congiunto sia dei Paesi più ricchi, nel mettere a disposizione più risorse, sia di quelli più poveri a dedicare maggiore percentuale del proprio prodotto interno lordo (PIL) al settore idrico.

   Molti Paesi a basso reddito hanno infatti destinato bassissime percentuali del proprio PIL a spese per acqua e igiene ambientale, soprattutto a confronto delle spesi militari, come nel caso dell’Etiopia che, nel 2000, dedicava lo 0,6% del PIL a investimenti nel settore idrico contro il 9,6% per spese militari, o del Pakistan, in cui nel 2003 solo lo 0,2% del PIL era indirizzato a investimenti per l’acqua contro il 3,8% destinato agli armamenti.

   Per proteggere le acque sotterranee potrebbe venire applicata un’attenta diversificazione delle tariffe a seconda dell’uso, in modo da incoraggiare il risparmio invece dello spreco. Per combattere il degrado ambientale e il sovrasfruttamento di fiumi e laghi, la World commission on dams (2000) suggeriva un processo aperto, decisionale, su futuri interventi, coinvolgendo tutti gli interessati e valutando attentamente costi e benefici di tali investimenti, incluse compensazioni per le popolazioni coinvolte negativamente. In caso di bacini transfrontalieri, essa auspicava collaborazione e cooperazione regionale, che potrebbero rappresentare una forte spinta a risolvere controversie che ormai si trascinano da decenni.

   La strategia dovrà oltrepassare gli interessi unilaterali dei singoli Paesi e favorire un’azione congiunta, mettendo al centro del dibattito lo sviluppo umano nel suo complesso. La collaborazione delle istituzioni nazionali è fondamentale per mantenere i trattati già in atto, come quello relativo al bacino dell’Indo che fu firmato nel 1960 ed è ancora attivo nonostante sia passato attraverso due guerre tra India e Pakistan.

   Nei Paesi sviluppati per far fronte alla relazione tra governo della domanda e sviluppo dell’offerta bisogna trovare al più presto un giusto equilibrio tra sviluppi di nuove fonti e misure di risparmio dei consumi, sostenendo un approccio integrato del ciclo dell’acqua con investimenti mirati alla ricarica degli acquiferi, al trattamento e recupero delle acque reflue, alla riduzione della salinità e alla raccolta di acque piovane.

La gestione dell’acqua è stata per secoli proiettata a fornire il maggior numero di risorse alla gente, all’industria e all’agricoltura, migliorando le tecnologie che assoggettassero la natura ai nostri bisogni. Questo successo non ha però creato un mondo sicuro dal punto di vista idrico. «I popoli antichi e quelli che oggigiorno vivono più vicini alle forze della Natura – ricordano Barlow e Clarke – sapevano che distruggere l’acqua equivaleva a distruggere sé stessi. Solo le moderne culture avanzate, spinte dalla logica dell’acquisto e convinte della propria supremazia sulla Natura, hanno mancato di onorare l’acqua» (2002; trad. it. 2004, p. 16). (GIORGIO CANCELLIERE)

Bibliografia

World commission on dams, Dams and development. A new framework for decision-making. The report of the World commission on dams, London 2000.

S.L. Postel, A.T. Wolf, Dehydrating conflict, «Foreign policy», 2001, 18, pp. 60-7.

  1. Barlow, T. Clarke, Blue gold. The battle against corporate theft of the world’s water, London 2002 (trad. it. Casalecchio 2004).
  2. Shiva, Water wars. Privatization, pollution and profit, New Delhi-London 2002 (trad. it. Milano 2003).
  3. Clarke, M. Barlow, Water wars, December 4, 2003, http:// http://www.globalpolicy.org/component/content/article/215/46048. htlm (7 luglio 2010).

N.W. Arnell, Climate change and global water resources: SRES emissions and socio-economic scenarios, «Global environmental change», 2004, 14, pp. 31-52.

World bank, World development report 2004. Making service work for poor people, Washington D.C. 2004.

WHO (World Health Organization), UNICEF (United Nations International Children’s Emergency Fund), Meeting the MDG drinking water and sanitation target. A mid-term assessment of progress, Washington D.C. 2004.

Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche, Relazione annuale al Parlamento sullo stato dei servizi idrici 2004, Roma 2005.

Regione Lombardia, Acqua agricoltura ambiente. Un progetto per la scuola. Percorsi di ricerca: schede didattiche per la conoscenza dell’acqua, Milano 2005.

Global humanitarian assistance 2006, London 2006.

  1. Pearce, When the rivers run dry, London 2006.

Regione Lombardia, Programma di tutela e uso delle acque in Lombardia. Elaborati generali e allegati tecnici alla relazione, «Bollettino ufficiale della Regione Lombardia», 2006, 2° suppl. straord., n. 15.

  1. Shetty, Water, food security and agricultural policy in the Middle East and North Africa region, MNA working paper series, 47, Washington D.C. 2006.

UNDP (United Nations Development programme), Human development report. Beyond scarcity: power, poverty and the global water crisis, Washington D.C. 2006.

The world’s water 2008-2009. The biennial report on freshwater resources, ed. P. Gleick, Washington D.C. 2009.

…………….

Paesi in cui ci sono stati scontri per il controllo dell'acqua dal 2010 al 2013 (DA LETTERA43.IT)
Paesi in cui ci sono stati scontri per il controllo dell’acqua dal 2010 al 2013 (DA LETTERA43.IT)

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2 thoughts on “ALLARME ACQUA: L’ORO BLU che manca e con un consumo pro-capite sempre più alto (diretto e indiretto) – SOLUZIONI POSSIBILI ALLE RISORSE IDRICHE LIMITATE e al SUPERAMENTO DI OGNI CONFLITTO IDRICO nella geopolitica mondiale: il ruolo degli SCIENZIATI-MEDIATORI

  1. laura stoppa sabato 14 marzo 2015 / 21:14

    continuo a leggere e a commentare con i miei alunni i vostri ottimi dossier; per questo ultimo argomento, mi permetto di segnalarvi Fiumi, di Ettore Mo, raccolta di reportage dai fiumi si tutto il mondo

  2. Francesco Masi lunedì 16 marzo 2015 / 11:12

    Ormai sono circa una ventina di anni che, attraverso collaborazioni varie, nel campo della cooperazione ed aiuti allo sviluppo nei paesi del terzo mondo, ho realizzato vari interventi con azioni di risanamento di acque allo stato di liquami, e di contrasto al paludismo. Queste azioni possono implicare un costo irrisorio di intervento, tipo qualche € al m3 di acqua da risanare.+ costi di trasporto, viaggio e permanenza nei luoghi di intervento, che se condotto con organizzazioni non lucrative e partner locali seri, potranno essere modestissimi. Da qualche anno ho costituito una mia associazione, con partner locale serissimo, della quale vi do le coordinate del sito: http://www.amicidiKongolo.com . Se qualcuno ritiene di poterci contattare può farlo in tutta tranquillità,
    Saluti, Francesco Masi

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