LA CINA E’ VICINA (e ci sta comprando) – UN PAESE TRA DISPOTISMO E CONQUISTA ECONOMICA DEL MONDO (ma l’enorme Paese, nonostante la dittatura, imploderà?) – STRATEGIE GEOPOLITICHE DI UN MONDO CHE CAMBIA: forse i cinesi sono gli amici che ci salveranno dal declino?

La CINA, ufficialmente REPUBBLICA POPOLARE CINESE (RPC), anche nota come CINA POPOLARE, è il paese più popoloso al mondo, con UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 1,35 MILIARDI. La RPC è uno Stato a partito unico governato dal PARTITO COMUNISTA. Coprendo POCO MENO DI 9,6 MILIONI DI CHILOMETRI QUADRATI, la Cina è il TERZO PAESE PIÙ GRANDE DEL MONDO PER SUPERFICIE (dopo Russia e Canada). IL PAESAGGIO DELLA CINA È VASTO E DIVERSIFICATO, e va dalle steppe della foresta e i deserti dei GOBI e del TAKLAMAKAN nell'arido nord alle foreste subtropicali e umide del sud. L'HIMALAYA, il KARAKORAM, il PAMIR e il TIAN SHAN sono le catene montuose che separano la Cina meridionale dall'Asia centrale. Il FIUME AZZURRO e il FIUME GIALLO, rispettivamente il terzo e il sesto più lunghi del mondo, scorrono dall'ALTOPIANO DEL TIBET verso la costa orientale densamente popolata. La costa della Cina lungo l'oceano Pacifico è lunga 14.500 chilometri, ed è delimitata dal MARE DI BOHAI, dal MAR GIALLO, dal MAR CINESE ORIENTALE e dal MAR CINESE MERIDIONALE. (da Wikipedia) (la carta è ripresa da www.meteoweb.eu/
(nella carta fisica le entità politiche della CINA e della MONGOLIA) – La CINA, ufficialmente REPUBBLICA POPOLARE CINESE (RPC), anche nota come CINA POPOLARE, è il paese più popoloso al mondo, con UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 1,35 MILIARDI. La RPC è uno Stato a partito unico governato dal PARTITO COMUNISTA. Coprendo POCO MENO DI 9,6 MILIONI DI CHILOMETRI QUADRATI, la Cina è il TERZO PAESE PIÙ GRANDE DEL MONDO PER SUPERFICIE (dopo Russia e Canada). IL PAESAGGIO DELLA CINA È VASTO E DIVERSIFICATO, e va dalle steppe della foresta e i deserti dei GOBI e del TAKLAMAKAN nell’arido nord alle foreste subtropicali e umide del sud. L’HIMALAYA, il KARAKORAM, il PAMIR e il TIAN SHAN sono le catene montuose che separano la Cina meridionale dall’Asia centrale. Il FIUME AZZURRO e il FIUME GIALLO, rispettivamente il terzo e il sesto più lunghi del mondo, scorrono dall’ALTOPIANO DEL TIBET verso la costa orientale densamente popolata. La costa della Cina lungo l’oceano Pacifico è lunga 14.500 chilometri, ed è delimitata dal MARE DI BOHAI, dal MAR GIALLO, dal MAR CINESE ORIENTALE e dal MAR CINESE MERIDIONALE. (da Wikipedia) (la carta è ripresa da http://www.meteoweb.eu/)

   La Cina si è comprata la più antica e grande multinazionale italiana, la Pirelli. Ma messa così può ingenerare delle semplificazioni: la situazione (dell’acquisto) è più complessa in effetti. ChemChina, grande gruppo industrial-finanziario cinese, è il nuovo socio forte di Pirelli: avrà il controllo del 65% del gruppo (anche attraverso un’’Opa -offerta di pubblico acquisto- che lancerà a settembre), e il restante 35% sarà diviso tra i russi (già presenti in Pirelli con la multinazionale Rosneft) e gli originari soci italiani (Tronchetti Provera e alleati).pirelli

   Ci sarà nello statuto della multinazionale l’obbligo del 90% di voti favorevoli in assemblea per trasferire la sede dall’Italia o vendere la tecnologia. Insomma i cinesi diventano di fatto padroni della grande multinazionale italiana ma non dovrebbero poter portarsela via. Anche perché l’azienda non è stata frammentata, “spacchettata” nelle sue attività (come succede spesso per eccellenze italiane vendute all’estero), ma resta integra (non di soli pneumatici si occupa Pirelli, ma anche di trasporti, tecnologie ottiche, telecomunicazioni, chimica, meccanica; e poi c’è un importante settore nello sviluppo della ricerca e dei brevetti…).

La SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLA CINA sin dall’antichità si è sempre basata su più livelli di potere per governare al meglio il vasto territorio e l’elevata popolazione. La costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce tre livelli di suddivisione,ma in realtà ci sono CINQUE LIVELLI DI GOVERNO LOCALE: la PROVINCIA, la PREFETTURA, la CONTEA, il COMUNE e il VILLAGGIO. Le province da sempre rivestono un importante ruolo culturale in Cina. Oltre alle 22 PROVINCE, la Cina amministra 5 REGIONI AUTONOME, 4 MUNICIPALITÀ e 2 REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI. (da https://zitofra29.wordpress.com/ )
La SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLA CINA sin dall’antichità si è sempre basata su più livelli di potere per governare al meglio il vasto territorio e l’elevata popolazione. La costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce tre livelli di suddivisione,ma in realtà ci sono CINQUE LIVELLI DI GOVERNO LOCALE: la PROVINCIA, la PREFETTURA, la CONTEA, il COMUNE e il VILLAGGIO. Le province da sempre rivestono un importante ruolo culturale in Cina. Oltre alle 22 PROVINCE, la Cina amministra 5 REGIONI AUTONOME, 4 MUNICIPALITÀ e 2 REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI. (da https://zitofra29.wordpress.com/ )

Negli acquisizioni cinesi l’acquisto della Pirelli è però solo un tassello. L’acquisto cinese nel mondo è generalizzato, diffuso… grandi e piccole imprese, in ogni luogo, d’Italia, d’Europa, del mondo.

   Questo sembra cambiare un po’ tutto, le stesse regole sindacali: una vignetta in prima pagina sul Corriere della Sera del 25 marzo scorso, mostrava degli operai un po’ sbigottiti (della fabbrica Pirelli supponiamo) che si dicono che prima erano loro i comunisti; e adesso i comunisti sono i loro padroni, appunto i cinesi che ancora hanno come massimo organo politico e istituzionale il Partito Comunista.

   PERCHE’ PARLIAMO DI QUESTO NEL NOSTRO BLOG GEOGRAFICO?

   Perché l’episodio della Cina che diventa padrona della Pirelli, e dell’espansione geoeconomica cinese da noi e in tutto il mondo, è un fenomeno che dimostra il superamento di fatto di ogni confine geografico tradizionale, nazionale, come abbiamo fin qui inteso, e spesso supinamente ancora crediamo che possa esserci, possa (r)esistere. Il vecchio mondo come ancora lo pensiamo e la sua economia non è più lo stesso. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. C’è una ricerca tecnologica sempre più avanzata e che facciamo fatica solo a immaginare, e questo accade in macroregioni, macrostati, in vasti aggregati territoriali che ormai non si identificano più nelle realtà nazionali, ma fanno parte di regioni nuove in una scala globale. Cina, Europa, Nord America, Africa, Asia…mai come adesso i continenti assumono connotati identitari più comprensibili nello sviluppo dell’economia globale. Piaccia o non piaccia. E confrontarsi su questo, è anche un modo per parlare di quel che ci interessa salvaguardare, come le microeconomie locali, le differenze culturali, linguistiche, nel rispetto di modi di essere e di vita di ciascuna piccola o grande comunità, e delle singole persone.

“GLI EQUILIBRI ECONOMICI INTERNAZIONALI SI STANNO RIMODELLANDO. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. L'INNOVAZIONE RADICALE E LA MANIFATTURA AVANZATA compongono vasti aggregati territoriali che ormai TRASCENDONO LE SINGOLE REALTÀ NAZIONALI. LA SCALA È GLOBALE” (Paolo Bricco, “il Sole 24ore” del 24/3/2915)
“GLI EQUILIBRI ECONOMICI INTERNAZIONALI SI STANNO RIMODELLANDO. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. L’INNOVAZIONE RADICALE E LA MANIFATTURA AVANZATA compongono vasti aggregati territoriali che ormai TRASCENDONO LE SINGOLE REALTÀ NAZIONALI. LA SCALA È GLOBALE” (Paolo Bricco, “il Sole 24ore” del 24/3/2915)

   Sino al 2012 gli investimenti esteri cinesi sono stati diretti soprattutto verso i paesi in via di sviluppo (come l’Africa) per accaparrarsi terre, riserve agro-alimentari. Mentre per i settori delle manifatture e dell’high-tech erano le multinazionali estere a investire in Cina. Poi la continuazione della crisi ha messo in dubbio queste esportazioni di lavoro in Cina; e le autorità di Pechino hanno riconosciuto che la Cina ha ancora bisogno di “imparare”dalla tecnologia occidentale (per le innovazioni tecnologiche ancora da recepire; per tecnologie a sviluppo ecosostenibile, nella Cina così inquinata e poco attenta all’uso razionale delle risorse naturali). E’ così che con le aziende del Vecchio Continente, in affanno e oberate dalla crisi economica, la Cina ha “dovuto” uscire, andarle a trovare, e cercare esperienze di tecnologia avanzata nelle varie parti del mondo.

   E pure le riserve energetiche interessano ai cinesi: ora ci sono anche gli accordi con la Russia per le forniture energetiche. E, dulcis in fundo, le SPESE MILITARI, la tecnologia militare: la Cina è divenuto il secondo paese al mondo per entità della spesa militare (dopo gli Stati Uniti).

“La CINA, un paese i cui LIVELLI DI INQUINAMENTO sono TERRIFICANTI e tali da coinvolgere anche e pesantemente le campagne. Cioè l’AGRICOLTURA. L’ABBANDONO DEI CAMPI PER LE CITTÀ DA PARTE DEI CONTADINI, problema enorme e sempre più impossibile da fronteggiare, rappresenta solo un aspetto di una tragedia che amplia ogni giorno le sue proporzioni e trova spietato riscontro nelle cifre.” (Luciano Del Sette, da “Il Manifesto” del 25/3/2014)(nella foto: HARBIN, la città cinese nel 2013 chiusa per smog, con livelli di inquinamento 40 volte più alti del normale- FOTO da www.huffingtonpost.it/ )
“La CINA, un paese i cui LIVELLI DI INQUINAMENTO sono TERRIFICANTI e tali da coinvolgere anche e pesantemente le campagne. Cioè l’AGRICOLTURA. L’ABBANDONO DEI CAMPI PER LE CITTÀ DA PARTE DEI CONTADINI, problema enorme e sempre più impossibile da fronteggiare, rappresenta solo un aspetto di una tragedia che amplia ogni giorno le sue proporzioni e trova spietato riscontro nelle cifre.” (Luciano Del Sette, da “Il Manifesto” del 25/3/2014)(nella foto: HARBIN, la città cinese nel 2013 chiusa per smog, con livelli di inquinamento 40 volte più alti del normale- FOTO da http://www.huffingtonpost.it/ )

   E mentre gli USA sono sempre più freddi nei confronti della Cina per il suo dispotismo interno, in Europa le porte economiche si aprono, i governi democratici dimenticano diritti umani e libertà d’espressione, per cercare di ravvivare un’economia in declino, pur rischiando di perdere aziende di grande valore, “nazionali”.

   E la Cina ha in questo momento una sua mission, una sua politica di acquisizioni: nel 2014 i suoi investimenti all’estero hanno superato quelli stranieri in Cina. Nel 2015 la Cina diventerà il primo investitore estero del pianeta. Da economia socialista assistita e chiusa, essa diventa un business senza confini e di mercato.

   E’ sintomatico che dopo essere andati in Africa, America latina, Australia, ora interessa l’Europa, che è in crisi, in declino. Sono partiti con il conquistare pezzi di Inghilterra (i nuovi miliardari cinesi si sono impossessati di castelli e dei quartieri chic di Londra), ma gli obbiettivi sono però il controllo del Mediterraneo (il porto del Pireo da anni in mano cinese ne è l’emblema) e la conquista del mercato continentale. Negli ultimi dieci anni la Cina si è assicurata le materie prime dell’Africa e dell’America latina, l’energia della Russia, i prodotti agricoli dell’Australia e le commesse hi-tech degli Stati Uniti. Ora in Europa cerca prodotti di manifattura di lusso (come la moda in Italia, ma anche tecnologici, come è appena accaduto con la Pirelli). Il nuovo scenario la vedrà padrona di tecnologia, marchi hi-tech, credito e finanza. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine.

Il presidente XI JINPING - “Le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono a una necessità interna e ad un’opportunità esterna. IL PRESIDENTE XI JINPING, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine…” (Giampaolo Visetti, “la Repubblica” del 24/3/2015)ente Xi Jinping -
Il presidente XI JINPING – “Le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono a una necessità interna e ad un’opportunità esterna. IL PRESIDENTE XI JINPING, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine…” (Giampaolo Visetti, “la Repubblica” del 24/3/2015)ente Xi Jinping –

   E’ anche vero che le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono pure a una necessità interna. Il presidente Xi Jinping, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Perché è difficile tenere unito un Paese così grande (ne parliamo in particolare in due articoli in questo post).

   Qualcuno ribadisce che l’acquisto di marchi e industrie tecnologiche estere, è anche legato al superamento del gap interno: acquisire conoscenze che ancora non si hanno. La necessità di “imparare” la tecnologia, il “mestiere” che può servire a un grande paese per progredire, uscire definitivamente nella sua interezza dalla miseria… forse è questa una delle motivazioni principali degli acquisti cinesi.

   Circa trentacinque anni fa (nei primi anni ’80), quando la Cina era per noi un Paese ancora lontano (lontanissimo) un famoso e bravo regista italiano, GIULIANO MONTALDO, andò lì per girare un film sceneggiato (a puntate, poi trasmesso in tutto il mondo) su MARCO POLO. Tra le cose che lo colpirono della Cina furono i bambini. Disse che nei luoghi del mondo sottosviluppati o in via di sviluppo dove era andato a girare film o documentari, i bambini chiedevano alla troupe cinematografica caramelle, dolci…. Nell’esperienza di quel lavoro filmico in Cina i bambini che osservavano il lavoro dei cineasti, chiedevano come funzionava la cinepresa, le telecamere…. Dal che Montaldo ne dedusse che con bambini simili la Cina avrebbe avuto un grande futuro. Ora quei bambini sono cresciuti. (s.m.)

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Il padrone rosso

LA CINA STA ACQUISTANDO IL MONDO

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 24/3/2015

– Nel 2015 diventerà il primo investitore estero del pianeta – L’Italia è la seconda destinazione nella Ue: qui lo shopping di Pechino va dalle aziende statali ai marchi storici come Pirelli –

PECHINO – NON solo Pirelli: la Cina sta acquistando il mondo. Per la prima volta, lo scorso anno, gli investimenti cinesi all’estero hanno superato quelli stranieri in Cina.

   «Pechino padrona», più del rallentamento della crescita e della corsa al riarmo, è la tendenza che segna la globalizzazione contemporanea. Lo tsunami degli yuan comunisti che sommergono il capitalismo occidentale sconvolge la geografia economica, ma ridisegna anche gli equilibri politici.

   NEL 2015 LA CINA DIVENTERÀ IL PRIMO INVESTITORE ESTERO DEL PIANETA: dai 11,1 miliardi di euro esportati dieci anni fa, arriverà a reinvestire in Paesi stranieri 110 miliardi. Il “go global” cinese è cresciuto nella discrezione. All’improvviso, per legittimare la supremazia della nuova superpotenza del secolo, impone la sua onnipresente immagine.

   A fine gennaio, quando Alexis Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia, sono scattati due allarmi: quello noto sull’euro e quello sconosciuto sulla PROPRIETÀ CINESE DEL PIREO, terminal container più grande del mondo. Gli europei hanno appreso che LA DISTRIBUZIONE DELLE MERCI NEL VECCHIO CONTINENTE È GESTITA DA PECHINO.    Il nuovo azionista di maggioranza globale affascina e spaventa. Non si limita più a scambiare infrastrutture lowcost con materie prime nelle nazioni in via di sviluppo. IRROMPE NEL SALOTTO BUONO DEL BUSINESS, tra gli Stati Uniti e l’Europa. I trofei servono a impressionare, ad annunciare all’Occidente che il motore millenario dell’Asia «is back», è tornato.

   Un nipote di Deng Xiaoping, per 1,7 miliardi di euro, ha acquistato l’Hotel Waldorf Astoria, icona del lusso a New York. Pechino controlla energia elettrica e acqua potabile di Londra. Un’immobiliare di Shanghai si è assicurata lo Sheraton di Sidney per 365 milioni di euro. Il fondo sovrano cinese si è aggiudicato l’appalto per la ferrovia ad alta velocità che collegherà Belgrado a Budapest e Rotterdam, attraversando il cuore dell’Europa.

   L’AFRICA È GIÀ CINESIZZATA, ma gli ultimi progetti segnano un salto di qualità: POZZI DI PETROLIO IN SUDAN, una CENTRALE IDROELETTRICA IN NIGERIA, le MINIERE DEL CARBONE NELLO ZAMBIA, la RETE FERROVIARIA IN LIBIA, i PORTI DEL MOZAMBICO. L’opera- simbolo è IL CANALE “ANTI-PANAMA” IN NICARAGUA, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico.

L’OPERA- SIMBOLO dell’espansione (economica, politica…) della CINA è IL CANALE “ANTI-PANAMA” IN NICARAGUA, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico
L’OPERA- SIMBOLO dell’espansione (economica, politica…) della CINA è IL CANALE “ANTI-PANAMA” IN NICARAGUA, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico

   Le luci della ribalta si accendono anche sui nuovi affari. Wang Jianlin, fondatore del gruppo Wanda e primo gestore mondiale di SALE CINEMATOGRAFICHE, scala Hollywood, acquista il 20% dell’ATLETICO MADRID e la SOCIETÀ INFRONT, deus ex machina dei diritti del calcio in tivù. Jack Ma, visionario inventore del colosso dell’e-commerce ALIBABA, ha battuto ogni record delle quotazioni a Wall Street: 230 miliardi in un giorno.

   Da economia socialista assistita chiusa, quello cinese diventa UN BUSINESS SENZA CONFINI E DI MERCATO. Nulla a che vedere col Giappone anni Ottanta. La Cina investe in 179 Paesi: nel 2012 le nuove imprese all’estero sono state 22mila, nel 2014 si è passati a 34mila, quest’anno il governo prevede che a investire saranno non meno di 50mila.

   Prima meta gli USA, ma lo scontro crescente Pechino-Washington rivoluziona i piani cinesi. Dopo AFRICA, AMERICA LATINA e AUSTRALIA, scatta l’ora del grande ammalato: l’EUROPA IN SALDO causa crisi. La leadership rossa resta affezionata alla cassaforte inglese. I nuovi miliardari acquistano CASTELLI E I QUARTIERI CHIC DI LONDRA. Gli obbiettivi sono però il CONTROLLO DEL MEDITERRANEO e la CONQUISTA DEL MERCATO CONTINENTALE. Priorità: ITALIA, SPAGNA, PORTOGALLO e GRECIA, alla ricerca di capitali per ricostruire produzione e lavoro.

   Nel 2014 il nostro Paese è stato la seconda destinazione degli investimenti cinesi nella Ue: poco meno di 6 i miliardi di euro arrivati, rispetto ai 147 milioni del 2012. Lo shopping di Pechino non si è limitato ai gioielli di famiglia: ENI, ENEL, GENERALI, TELECOM, FIAT-CHRYSLER, MEDIOBANCA, SAIPEM, PRYSMIAN, TERNA, tutti partecipati al 2% dalla Banca centrale. STATE GRID CORPORATION CHINA con 2,1 miliardi di euro si è assicurata il 35% di Cassa depositi e prestiti. Reti: il gas e l’elettricità del Belpaese. E il cinese l’hanno imparato anche marchi storici dell’Italian style: KRIZIA ha venduto al suo ex fornitore Shenzhen Marisfrolg, seguendo le orme degli yacht Ferretti e (qui solo partecipazioni di minoranza), di Ferragamo, o dell’olio Sagra e Borio, di Ansaldo energia e di Cifa. I rumors dei mercati, dopo l’opa di ChemChina sulla PIRELLI di Tronchetti Provera, annunciano nuovi colpi ad effetto: il MILAN CALCIO di Berlusconi, i CAPPELLI BORSALINO, il MOLINO STUCKY di Caltagirone a Venezia.

   Le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono a una necessità interna e ad un’opportunità esterna. IL PRESIDENTE XI JINPING, PER SALVARE L’EGEMONIA DEL PARTITO, DEVE RIFORMARE IL MODELLO DI SVILUPPO NAZIONALE. PERSI I CONSUMATORI OCCIDENTALI VA ALLA CONQUISTA DEI LORO MARCHI, PER ASSORBIRE KNOW HOW, BREVETTI, CONOSCENZA, TECNOLOGIA E IMMAGINE.

   Prezzi bassi, fine della diffidenza anti-cinese e yuan forte. Da materie prime e agricoltura, mercato primario, si passa a credito, industria e immobiliare, mercato secondario. NEGLI ULTIMI DIECI ANNI LA CINA SI È ASSICURATA LE MATERIE PRIME DELL’AFRICA E DELL’AMERICA LATINA, L’ENERGIA DELLA RUSSIA, I PRODOTTI AGRICOLI DELL’AUSTRALIA E LE COMMESSE HI-TECH DEGLI STATI UNITI.

   Dall’Europa ha solo importato aziende delocalizzate e brand del lusso. Ad aprire l’era del “go Europe”, con la zona euro che nel 2014 ha assorbito il 62% degli investimenti esteri, è ora il RAFFREDDAMENTO DELLE RELAZIONI CON GLI USA. Le barriere si alzano, fino ad escludere la Cina dai sempre più allargati “settori strategici”.

   IN EUROPA il percorso è inverso: LE PORTE ECONOMICHE SI APRONO, I GOVERNI DEMOCRATICI DIMENTICANO DIRITTI UMANI E LIBERTÀ D’ESPRESSIONE. Il “caso autoritarismo” non pesa più sull’azione dei tre strumenti privilegiati dell’espansione cinese: il fondo sovrano (Cic), la società degli investimenti di Stato (Safe) e la Banca del popolo, attuali cavalieri bianchi mondiali con una liquidità superiore ai mille miliardi di dollari.

   Fino ad oggi la Cina è stata la culla dell’export di copie low cost. IL NUOVO SCENARIO LA VEDE PADRONA DI TECNOLOGIA, MARCHI HI-TECH, CREDITO E FINANZA, del meglio di quello che si definisce «il futuro dello sviluppo ». Alto valore aggiunto, ma la sfida decisiva adesso è la governance: nessuno controlla, né può scegliere, i proprietari del mondo. (Giampaolo Visetti)

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PIRELLI, I SEGRETI DI UNA SVOLTA

di Federico De Rosa, da “il Corriere della Sera” del 23/3/2015

– L’incontro al dipartimento di Stato Usa e quel colloquio con Matteo Renzi – L’alleanza inedita tra Cina e Russia. Opa a settembre per ritirare il titolo. Tronchetti assicurato lo sviluppo Pirelli – Prima visita di Ren Jianxin nel 2012. Le garanzie sulla guida italiana –

   ChemChina è il nuovo socio forte di Pirelli: avrà il 65% della newco che lancerà un’Opa a settembre, il 35% sarà dei russi di Rosneft e di Coinv (Tronchetti Provera e alleati). «Garantiti sviluppo e stabilità», assicura Tronchetti, che resterà al comando operativo. Si conclude così una trattativa iniziata tre anni fa con la visita in Italia di Ren Jianxin, il capo del colosso cinese.

   Bisogna riannodare i fili di una storia iniziata tre anni fa per trovare il punto di partenza del lungo cammino che ha portato alla svolta. Tutto comincia con una telefonata. Dall’altro capo c’è REN JIANXIN, il potente capo di China National Chemical Corporation. Chiede a Marco Tronchetti Provera un incontro a Milano. Vuole conoscere da vicino il mondo della Pirelli. L’imprenditore cinese ha un obiettivo, ma non lo rivela subito. Lo farà dopo aver visitato la Bicocca e Settimo Torinese, dove c’è il cuore tecnologico dell’industria degli pneumatici. Vuole comprare. Tutto.

   E’ molto determinato. Jianxin è un self made man, originario della zona rurale dello Dunhuang, che ha iniziato lavando teiere per diventare un big nelle pulizie industriali e, successivamente, per conto del governo centrale ha iniziato ad aggregare piccole aziende chimiche dando vita a CHEMCHINA. A Tronchetti racconta la sua storia, da dove è venuto, le difficoltà che ha dovuto superare, mostrando un lato umano che i cinesi non hanno l’abitudine di rivelare.

Lo stop a Yokohama

Tronchetti stava già lavorando al futuro del gruppo per renderlo più solido, garantire la continuità e metterlo al riparo dalle mire dei concorrenti e da uno smembramento che avrebbe finito per cancellare il marchio e la storia della Pirelli.

   La strategia aveva un approdo finale in Asia, mercato dalle enormi potenzialità in cui il gruppo milanese è già presente, ed erano in corso colloqui con YOKOHAMA E LA COREANA HANKOOK. Dopo aver visitato le loro fabbriche il presidente decide però che È QUELLA CON CHEMCHINA L’ALLEANZA DA FARE. Per una ragione semplice: non è un concorrente, ha le spalle larghe, un mercato potenzialmente smisurato e dal punto di vista industriale è il partner giusto per estrarre valore dalle attività del segmento «industrial» di Pirelli, che rappresentano un terzo dei volumi e un quarto del fatturato, ma che per restare competitive devono aumentare di taglia.

   II colosso cinese ha una divisione, AEOLUS TYRE, che produce gomme per autocarri e mezzi pesanti, a cui il gruppo della Bicocca può offrire nuovi prodotti, tecnologia e una vera strategia. Per ChemChina significherebbe proiettare Aoelus ai vertici del mercato mondiale, affidando alla Pirelli il percorso di crescita. E’ lo snodo attorno a cui Tronchetti e Jianxin hanno costruito l’alleanza. Aeolus da 28 player mondiale del segmento si ritroverà 4 o 5 . E Pirelli ne sarà il primo azionista.

Scontro con Malacalza

C’è anche un’altra ragione per cui Tronchetti ha deciso di allearsi con ChemChina. Finora nessuna operazione di aggregazione tra competitor ha creato valore nel settore degli pneumatici. Goodyear, per fare un esempio, ha tentato di mettersi insieme a Sumitomo distruggendo valore e oggi è alle prese con le pratiche di divorzio. L’esatto contrario di ciò che vuole Tronchetti per la Pirelli, in cui nel frattempo è entrata come alleata la famiglia Malacalza, condividendo il progetto. I genovesi si metteranno però di traverso aprendo un contenzioso con i vertici del gruppo milanese. In quella fase turbolenta il gruppo di Pechino aspetterà fiducioso. Ai Malacalza succederanno Clessidra e la famiglia Rovati e questi assisteranno all’ingresso di ROSNEFT. È in questa fase che ChemChina rientra in partita.

Viaggio a Washington

I russi, così come Jianxin, conoscono il progetto a lungo termine e lo condividono. ANCHE LA PARTNERSHIP CON I RUSSI PERÒ FINIRÀ PER CREARE QUALCHE PROBLEMA. Che stavolta non si può risolvere con una trattativa. IL PROBLEMA SI CHIAMA UCRAINA. Rosneft e il suo presidente Igor Sechin, che è anche consigliere della Pirelli, vengono colpiti dalle sanzioni internazionali contro la Russia. Raccontano che fu Tronchetti a gestire la situazione volando a Washington per spiegare al Dipartimento di Stato che quella con Rosneft era un’alleanza industriale e che Pirelli fa pneumatici e basta. Nulla che abbia a che fare con la sicurezza o la difesa. Rosneft rimane a bordo come socio e alleato.

A ottobre la stretta

Rosneft resta anche nel riassetto con ChemChina, affiancando i soci italiani. Non è un dettaglio da poco. Un’alleanza Russia-Cina in un’azienda a guida italiana è un unicum. Tronchetti è riuscito a creare le condizioni, mantenendo invariato l’assetto e la guida operativa della Pirelli. A trovare la formula è stato l’avvocato Michele Carpinelli e i legali dello studio Chiomenti, che insieme a un ristretto team della Lazard coordinato da Marco Samaja, e agli uomini della Mtp spa, la cassaforte di Tronchetti, da ottobre hanno iniziato a lavorare nel massimo riserbo alla rifinitura del dossier.

Incontro con il premier

Un’altra persona era al corrente della stretta con ChemChina: il premier Matteo Renzi, che era stato informato dell’operazione negli ultimi giorni. La politica non ha interferito. Le polemiche sull’italianità, sull’arrivo dei cinesi, sulle garanzie occupazionali, che hanno fatto da cornice al rush finale fanno parte del gioco. Un po’, forse, Tronchetti se le aspettava, anche se in Pirelli non cambierà nulla.

   Rispetto ai vecchi accordi con Rosneft, quelli firmati ieri (il 22 marzo scorso, ndr) saranno addirittura più stringenti, oltre a definire un nuovo equilibrio in cui i soci italiani peseranno più dei russi. Per la prima volta i patti di sindacato diventeranno parte dello Statuto della Pirelli, che verrà modificato introducendo l’obbligo del 90% di voti favorevoli in assemblea per trasferire la sede o vendere la tecnologia. Un’innovazione che è una garanzia di lungo termine per la stabilità, l’integrità e l’italianità del gruppo, di cui l’attuale management manterrà la guida operativa, con a capo Tronchetti a cui è stata affidata anche la gestione dell’intero riassetto e la facoltà di decidere quando riportare Pirelli in Borsa.

   A settembre partirà l’Opa per ritirare Pirelli dal listino. A lanciarla sarà un veicolo societario di cui ChemChina avrà il 65% e Tronchetti con Rosneft e i soci italiani il 35%. Ma i pesi potrebbero cambiare. Dipende dal livello di adesione all’Opa, a cui i soci italiani parteciperanno apportando capitali, dopo aver venduto però alla stessa società il 26% di Pirelli detenuto da Camfin. Ci vorranno tre anni per completare la manovra di cui Tronchetti sarà il grande regista. II percorso è tutto definito. Anche il punto di caduta. Al termine del riassetto Pirelli potrà tornare in Borsa, con in pancia la parte pregiata dei pneumatici premium, valutati dal mercato a multipli più alti, e la quota di maggioranza della nuova realtà «industrial» che nascerà dall’aggregazione con Aeolus. (Federico De Rosa)

La curiosità: TRATTATIVE IN QUATTRO LINGUE

Almeno tre lingue, anzi quattro. INGLESE, di ordinanza. RUSSO, per la presenza del socio Rosneft (il numero uno Igor Sechin fin qui vicepresidente del gruppo della Bicocca). ITALIANO, perché la Pirelli parla ancora tricolore. Infine, MANDARINO. Perché il socio entrante è ChemChina, China National Chemical Corporation, protagonista di un corteggiamento durato tre anni. Grande lavoro per i traduttori: i documenti di un’operazione che prevede il lancio di un’offerta pubblica di acquisto e la creazione di una nuova società sono tanti. Il diavolo sta nel dettaglio e nel lessico.

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Geopolitica. La strategia di trattati commerciali, acquisizioni e rafforzamento militare

LA SFIDA CINESE PER LA LEADERSHIP GLOBALE

di Adriana Castagnoli, da “il Sole 24ore”

   La Cina sta seguendo una precisa strategia espansiva basata su acquisizioni, nuove strutture finanziarie, trattati di commercio, graduale ma robusto rafforzamento militare. È la GEOSTRATEGIA DI UNA SUPERPOTENZA CHE STA CAMBIANDO IL MONDO con effetti non prevedibili sul rapporto di Pechino con l’Europa e della Ue con Washington.

   La crescente competizione fra Stati Uniti e Cina per stabilire chi scriverà le regole economiche del XXI secolo è emersa nella vicenda dell’Asian Infrastructure Investment Bank disegnata per proiettare il potere cinese nella regione asiatica. Il che consente a Pechino di eludere le istituzioni finanziarie esistenti come l’Asian Development Bank nella quale è preminente l’influenza di Tokyo. L’AIIB è funzionale all’ambizioso disegno di Pechino di CREARE UNA NUOVA GENERAZIONE DI ISTITUZIONI FINANZIARIE ED ECONOMICHE PER AFFERMARE LA PROPRIA INFLUENZA IN ASIA E IN ALTRE PARTI DEL MONDO.

    Come la banca per lo sviluppo dei BRICS di cui la Cina è leader insieme alla Russia. In questo scenario geostrategico globale si capisce pertanto l’irritazione di Washington nei confronti di Londra che, a dispetto della special relationship, ha aderito rapidamente al disegno di Pechino, seguita da Germania, Francia e Italia .

BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica)
BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica)

   Ma questo non è che uno degli effetti della NUOVA SFIDA PER LA LEADERSHIP GLOBALE.

   La Cina ha aderito alla World Trade Organization nel 2001, ma le sue grandi imprese di stato mostravano già che la sfida in settori strategici come aerospaziale, energia, acciaio, farmaceutica, automobili e minerali sarebbe stata di portata assai più ampia di quanto ritenevano certi policy makers occidentali.

   Sino al 2012 gli investimenti esteri cinesi sono stati diretti soprattutto verso i paesi in via di sviluppo e per accaparrarsi riserve di commodities. Fino ad allora, l’impatto sui mercati più ricchi è stato trascurabile anche perché nei settori high-tech erano le multinazionali estere a investire in Cina. Le autorità di Pechino hanno riconosciuto che LA CINA HA ANCORA BISOGNO DELLA TECNOLOGIA OCCIDENTALE INNANZITUTTO PER UNO SVILUPPO ECOSOSTENIBILE.

   Tuttavia la grande recessione ha avuto pesanti effetti negativi sull’industria in Europa. Con le aziende del Vecchio Continente in affanno una più aggressiva politica estera d’investimenti cinesi era prevista sin dal 2012 con le decisioni del 18° congresso del partito comunista cinese. In questa strategia di superpotenza in competizione con gli Usa rientrano anche gli accordi con la Russia per le forniture energetiche e l’adattamento della tecnologia occidentale nella costruzione di numerosi reattori nucleari.

   Con investimenti nel settore della difesa che crescono a un ritmo di oltre il 10% all’anno, LA CINA È DIVENUTO IL SECONDO PAESE AL MONDO PER ENTITÀ DELLA SPESA MILITARE nel 2008. Il budget della difesa è PIÙ DI TRE VOLTE QUELLO DI ALTRI BIG SPENDER COME FRANCIA E GIAPPONE, E QUATTRO VOLTE QUELLO DELL’INDIA.

   Per quanto ancora lontana dall’entità delle spese militari americane, è ormai l’unico paese in grado di competere con Washington su questo piano. Tanto più se si considera che Pechino nasconde parte dei suoi investimenti per l’esercito in ricerca, sviluppo, sussidi alle industrie per la difesa, importazione di armi. Che sono stimati dagli esperti in un altro 35-50% del totale delle spese per la difesa. Oggi LA CINA È DIVENUTA IL 3° ESPORTATORE MONDIALE DI ARMI, anche se la sua quota è al momento minuscola rispetto a Russia e Usa che insieme controllano oltre 58% del mercato. Un esercito moderno è centrale nella campagna di riscatto nazionalistico in cui è impegnata la Cina dagli anni ’90.

   Gli Stati Uniti, per parte loro, stanno cercando di forgiare l’architettura economica dell’Asia con il TTP, e Washington discute separatamente il TTIP con la UE. L’obiettivo per gli USA è stabilire regole per il commercio globale, alti livelli di protezione dei diritti di proprietà intellettuale, normative di tutela ambientale. Tutti campi nei quali Cina e Usa hanno sensibilità, interessi e approcci diversi.

   Il punto è che vi è un’importante INTERDIPENDENZA ECONOMICA FRA WASHINGTON E PECHINO CHE DELIMITA, almeno sulla carta, I CONFINI DELLA COMPETIZIONE FRA LE DUE SUPERPOTENZE. La Cina costituisce un modello di sviluppo e di modernizzazione che, ad oggi, può indebolire gli sforzi americani per promuovere la democrazia, i diritti umani e il libero commercio innanzitutto nelle regioni in via di sviluppo come l’Africa e l’America Latina. Tuttavia UN’EUROPA ECONOMICAMENTE E POLITICAMENTE DEBOLE, senza un suo sistema di difesa e alla ricerca di capitali e d’investimenti PUÒ ESSERE VULNERABILE in molti modi. E indebolire anche il suo alleato americano. (Adriana Castagnoli)

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COMPETIZIONE TRA CONTINENTI

di Paolo Bricco, da “il Sole 24ore” del 24/3/2915

– La scala dimensionale è cambiata. La competizione è fra piattaforme tecno-produttive continentali: l’Ue, gli Usa e l’Asia, che ha nella Cina la potenza egemone. Tra finanza e industria, innovazione e politiche industriali di ampio o di corto respiro, il caso Pirelli assume un valore di scuola che mostra bene le nuove logiche. E pone la questione dell’inserimento, in un contesto comunitario dalle policy non sempre coese e solide, delle eccellenze industriali italiane –

   Chi gioca in difesa. E chi in attacco. Ci sono i predatori. E ci sono le prede. GLI EQUILIBRI ECONOMICI INTERNAZIONALI SI STANNO RIMODELLANDO. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. L’INNOVAZIONE RADICALE E LA MANIFATTURA AVANZATA compongono vasti aggregati territoriali che ormai TRASCENDONO LE SINGOLE REALTÀ NAZIONALI. LA SCALA È GLOBALE.

   Pirelli ha un corpo tecnologico tutt’altro che irrilevante. La base su cui poggia l’edificio produttivo acquisito da CHEM CHINA è costituita da un investimento costante in R&S, che secondo la riclassificazione dei bilanci effettuata dall’ufficio studi di Mediobanca è stato compreso, fra il 2004 e il 2013, in una quota fra il 3% e il 4,3% del fatturato netto: in dieci anni, oltre 1,7 miliardi di euro.

   «Il portafoglio brevetti di Pirelli – nota Massimiliano Granieri, ex University of California at Berkeley che oggi insegna all’Università di Brescia – conta su 6.698 brevetti, 1.500 dei quali attivi. Si tratta di uno dei patrimoni conoscitivi e tecnologici più importanti del sistema europeo. Soprattutto perché costituisce il risultato della sedimentazione storica di tecnologie assolutamente trasversali».

   Il 20% di questo portafoglio riguarda i TRASPORTI. Il 9% le TECNOLOGIE OTTICHE. Il 5% le TELECOMUNICAZIONI. Il 5% i polimeri e la CHIMICA. Il 5% la MECCANICA. E, poi, c’è un 15% di BREVETTI che si possono inscrivere alla categoria della MECCATRONICA, quella particolare tecnologia media nata dalla convergenza fra più tecnologie – il cuore del medium tech – oggi lievito della competizione industriale europea.

   Nel nuovo capitalismo internazionale, che ha assunto le fattezze di un confronto serrato e all’ultimo sangue fra grandi Regioni più o meno coese preconizzate fin dal 1991 in “GEOGRAPHY AND TRADE” da PAUL KRUGMAN e ha incorporato la velocità che toglie il respiro delle global value chains decrittate negli ultimi dieci anni da Tim Sturgeon e dalla scuola del Mit di Boston, L’EUROPA HA appunto QUESTA SPECIALIZZAZIONE TRASVERSALE CHE RENDE OMOGENEO IL TESSUTO PRODUTTIVO FRA LA GERMANIA, L’ITALIA E LA FRANCIA.

   Per dire, quella meccatronica che rappresenta il lievito sottostante dei settori tradizionali e dai confini più netti, come l’automotive, in cui nonostante la competizione dei carmakers asiatici e la rinascita di quelli statunitensi ancora il 60% delle domande di brevetto depositati allo European Patent Office è di origine europea. «In realtà – osserva Paolo Massardi, partner di Roland Berger – la leadership tecno-produttiva europea è costituita anche dalla robotica, dall’automazione nello spostamento e nella movimentazione e dagli Rfid (i sistemi di riconoscimento del dettaglio)».

   Rimanendo all’Italia, la COMAU del GRUPPO FIAT, che sta avendo un ruolo fondamentale nel processo di reindustrializzazione degli stabilimenti di Chrysler in tutto il Nord America, e la DATALOGIC DI BOLOGNA, leader mondiale nei sensori e nei lettori a codici a barre.

   In un capitalismo che tende a frammentare i processi produttivi e a de-territorializzare le attività dei grandi gruppi, connettendoli alle catene internazionali del valore e ai global production networks, le primazie non riguardano soltanto i settori dai confini precisi e nitidi, quanto appunto le attività trasversali. «Gli Stati Uniti – continua Massardi – hanno la primazia tecno-produttiva nelle reti specializzate nel B2B, nel clowd computing e nei big data. Infrastrutture immateriali, che permeano tutti i comparti, e che stanno modificano la fisiologia profonda della manifattura e dei servizi».

   Infrastrutture su cui gli STATI UNITI – impegnati in una rivisitazione di politiche industriali che non si vedeva da quando con gli investimenti militari e pubblici salvarono l’informatica fra fine anni Ottanta e i primi anni Novanta cambiando il mondo con l’invenzione di internet – stanno investendo energie e risorse. Peraltro, dopo avere salvato l’industria automobilistica.

   Da questo punto di vista, l’ASIA – CON L’ECCEZIONE DELL’INDIA NEL SOFTWARE – STA RINCORRENDO. «Una rincorsa – nota Giorgio Prodi, economista dell’Università di Ferrara e membro del comitato scientifico dell’Osservatorio Cina – a cui è la politica cinese a imprimere il ritmo».

   Dietro a una operazione come quella di Chem China su Pirelli c’è evidentemente l’input istituzionale di Pechino. Giorgio Prodi sta compiendo una ricerca sui brevetti cinesi nell’automotive: «Sono pochi. I brevetti costituiscono una buona proxy dell’innovazione formalizzata. La politica industriale cinese basata sulla costituzione di joint venture fra grandi gruppi occidentali e case automobilistiche nazionali, che sta funzionando bene sotto il profilo manifatturiero, non sta producendo in Cina vera contaminazione e autentici follow-up tecnologici. Dunque, ADESSO I CINESI HANNO DECISO DI COMPRARE FUORI».

   Il caso Pirelli è il risultato di questo cambio di rotta. Nella complessa (e rischiosa) dinamica che si instaura quando un grande gruppo viene acquisito e si ritrova la testa strategica in un altro continente, bene ha fatto la proprietà in uscita a porre una clausola formale per il mantenimento della ricerca in Italia.

   Interessante constatare come gli attuali vertici si siano rivolti, nei giorni scorsi, alla presidenza del Consiglio italiana, informata data la centralità di una impresa che quasi coincide con un settore produttivo nazionale. Invece, sul fronte di Bruxelles sarà aperto un confronto sul profilo regolatorio di antitrust. Qualcosa di puramente formale: Chem China non ha stabilimenti produttivi nel Vecchio Continente e possiede una minima quota del suo mercato. Con Bruxelles nulla, però, di strategico-sostanziale.

   Il che mostra come l’Unione europea – in quanto istituzione in grado di appaiarsi all’istituzione del mercato nella prospettiva strategica dei grandi affari e dei grandi rivolgimenti della nuova globalizzazione – semplicemente non esista. Una questione di non poco conto. L’assenza di un piano europeo rischia di diventare una debolezza strutturale per un capitalismo come quello italiano, vitale sotto il profilo industriale e dell’innovazione ma gracile nella sua componente finanziaria e patrimoniale, impegnato a muoversi in uno scenario internazionale in cui i suoi concorrenti hanno alle spalle policy di ampio respiro e di forte determinazione. (Paolo Bricco)

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LE PIRELLI DEL VENETO COMPRATE DAI CINESI

di Daniele Ferrazza, da “il Mattino di Padova” del 25/3/2015

– I capitali della Repubblica popolare controllano 25 industrie del Veneto. Quasi 900 le attività produttive partecipate da stranieri con 70 mila dipendenti –

VENEZIA. L’ultimo ad approdare nel Veneto è stato il WANBAO GROUP, sede a Guangzhou, nel sud del paese, che ha comprato dopo un anno e mezzo di trattativa la ACC di MEL, nel Bellunese, leader nel settore dei compressori per frigoriferi.

   Ma prima del signor Zhou Qianding, patron di un gruppo da diecimila dipendenti, sono stati altri ad arrivare in Veneto. Tutti industriali le cui dimensioni non sono paragonabili alla scala di media impresa del Nordest.

da "il Mattino di Padova"
da “il Mattino di Padova”

Tra i primi ad arrivare il gruppo HAIER di Qingdao, uno dei colossi mondiali dell’elettrodomestico, quotato a Hong Kong, e da 17,8 miliardi di dollari: ha comprato nel 2003 la EX MENEGHETTI di CAMPODORO, nel Padovano, e poco dopo anche un’azienda di condizionatori domestici a REVINE LAGO, nel Trevigiano.

   Ma QUANTI SONO I CAPITALI INDUSTRIALI CINESI NEL VENETO? E, soprattutto, per quale ragione sono approdati nella nostra regione: con quali premesse, con quali risultati, secondo quale prospettiva.

   Generalmente si tratta di acquisizioni di aziende italiane molto radicate e leader nel proprio settore. Nel caso di ACC si è trattato di un salvataggio industriale «pilotato» funzionale al gruppo cinese a gettare le proprie basi sul mercato europeo. Ma in tutti i casi si tratta di AZIENDE FORTEMENTE CARATTERIZZATE DAL PUNTO DI VISTA DELLA QUALITÀ del prodotto e ben posizionate sul mercato che, per ragioni diverse, hanno fatto gola agli investitori cinesi del settore.

   Secondo un’elaborazione dell’ufficio studi Unioncamere (su dati Invitalia-R&P) per il nostro giornale, al primo gennaio 2014 LE IMPRESE INDUSTRIALI CONTROLLATE DA CAPITALI CINESI NEL VENETO SONO 25, con un balzo significativo rispetto al 2009, quando erano diciassette. Complessivamente, l’occupazione diretta di queste aziende è pari a 757 unità, per un fatturato complessivo pari a 191 milioni di euro.

   La Cina non è naturalmente il primo paese investitore nelle aziende industriali del Veneto: prima del gigante asiatico, altri nove paesi hanno maggiori interessi finanziari nelle aziende venete. I CAPITALI TEDESCHI, ad esempio, sono presenti in 253 imprese venete, INVESTITORI AMERICANI in 110, FRANCESI in 96. I capitalisti cinesi precedono tuttavia i colleghi GIAPPONESI, che sono presenti nel capitale di 22 imprese nel Veneto.

   Il Veneto è inoltre la QUARTA REGIONE ITALIANA PER DESTINAZIONE DEGLI INVESTIMENTI ESTERI con 858 imprese a partecipazione estera (7,8% sul totale in Italia) e 69.512 dipendenti (6,8% sul totale in Italia). Verona (245 imprese), Padova (207) e Vicenza (165) sono le principali province destinatarie degli investimenti esteri (72% del totale).

   Quali sono le IMPRESE A CONTROLLO CINESE, dunque? Nel Padovano la HAIER APPLIANCES ITALIA produce frigoriferi combinati per la grande distribuzione (40 mila pezzi l’anno) nello stabilimento di Campodoro, 110 addetti e ricavi per 20 milioni di euro. Alla stessa multinazionale fa riferimento a Revine Lago, nel Trevigiano, la divisione condizionatori domestici, con una quarantina di addetti.

   Sempre nel Trevigiano esistono altre due realtà controllate dai cinesi: la DUALPLAST di San Vendemiano, venti addetti per circa nove milioni di euro di ricavi, attiva nel settore dello stampaggio etichettatura dei grandi gruppi del tessile (Benetton, Diesel, Ovs); e la YUANDA ITALIA, aperta nel settembre 2011, che progetta e sviluppa grandi commesse per vetrofacciate (sta realizzando la Torre Hadid a Milano destinata a diventare la nuova sede di Generali). Nel Veneziano c’è, a Santa Maria di Sala, il quartier generale italiano della STAR AUTOMATION EUROPE, che fa riferimento alla multinazionale Star Seiki Co. Ltd, la più grande azienda mondiale nella produzione di robot e automazioni per il processo di stampaggio.

Complessivamente, dunque, gli investimenti industriali cinesi nel Veneto ci sono e crescono anno dopo anno. Ci sono soprattutto nel settore della MECCANICA SPECIALIZZATA. I veneti che stabilmente lavorano per i capitali cinesi sono quasi ottocento, senza contare l’indotto di queste imprese, calcolando il quale si superano certamente le mille unità. (Daniele Ferrazza)

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CINA, LA NUOVA TERRA PROMESSA DEGLI ITALIANI

di Sandro Orlando, da “l’Espresso” del 21/2/2015

– Negli ultimi anni migliaia di connazionali si sono trasferiti nel Paese asiatico. Inseguendo il sogno che l’Europa non è più in grado di offrire. Ecco le loro storie, tra successo e disincanto –

   Sono andati a Pechino come fosse New York; a Shanghai e Hong Kong pensando di trovare Miami o Los Angeles. Gli italiani della nuova emigrazione, i figli della Grande crisi che nell’ultimo lustro hanno abbandonato il Belpaese per sfuggire all’onda lunga della recessione, hanno creduto che bastasse declinare il sogno americano in chiave cinese per trovare quelle opportunità che la loro terra d’origine non gli aveva offerto.aire cina

   E così a migliaia si sono trasferiti in Cina: soprattutto trenta-quarantenni, single e senza famiglia, ma anche giovani neolaureati, artisti e creativi provenienti per lo più dalle regioni del Nord Italia, Lombardia e Veneto in testa. E si sono riversati nelle metropoli più dinamiche e in fermento: oltre 2.500 nella sola Hong Kong, altri 2.300 a Shanghai, più di un migliaio ancora a Pechino e un numero più o meno analogo a Guangzhou, l’antica Canton di Matteo Ricci, nella provincia del Guangdong, a sud, la “fabbrica del mondo”.

   Gli italiani che vivevano e lavoravano stabilmente in Cina alla fine del 2012 erano all’incirca 7 mila: ma verosimilmente dovrebbero essere almeno il doppio, comunque più di 10 mila, perché solo una minoranza è solita registrarsi presso le nostre autorità consolari. Un numero che si è più che triplicato in cinque anni, e che sfugge completamente a qualsiasi censimento: dati al riguardo i cinesi non ne rilasciano.

   Ora, però, un’indagine elaborata per la Fondazione Migrantes da tre giovani ricercatori – Giovanna Di Vincenzo, Fabio Marcelli e Maria Francesca Staiano – getta finalmente una luce sulla comunità italiana in Cina: “SULLE ORME DI MARCO POLO” si intitola la loro ricerca, appena pubblicata dalla Tau Editrice di Todi, nell’ambito del progetto A.m.i.c.o., analisi della migrazione degli italiani in Cina oggi. Un’analisi condotta su un campione di nostri connazionali stabilitisi in anni recenti tra Hong Kong e Pechino, con interviste e questionari dai risultati sorprendenti.

   Innanzitutto perché quasi la metà degli intervistati (il 42 per cento) dichiara redditi inferiori ai mille euro al mese, e nel 24 per cento dei casi addirittura ai 500 euro. Poi perché solo un terzo risulta lavorare per società italiane o straniere, e un altro 12 per cento per società cinesi: la maggioranza invece (34 per cento) è in Cina per motivi di studio, ricerca o insegnamento (ma solo il 3 per cento), oppure per uno stage o perché ha un’attività in proprio (11 per cento).

   Sono insomma per lo più precari, liberi professionisti e studenti. «La Cina non è più un paese dove andare a cercare fortuna», osserva Giovanna Di Vincenzo, una delle autrici della ricerca: «Ormai ci troviamo di fronte a due tipologie di migrazione: una altamente qualificata, inviata in Cina da società straniere con mansioni manageriali, e retribuzioni superiori ai 3 mila euro. L’altra invece costituita da risorse alla prima esperienza lavorativa o in fase di specializzazione».

   studio lavoro in cina   Eppure si tratta di giovani che in quasi l’80 per cento dei casi dichiarano di conoscere il cinese almeno ad un livello sufficiente, se non buono (30 per cento) o addirittura ottimo (22 per cento). E che a maggioranza vantano una laurea specialistica, se non anche un master (38 per cento) e un’altra esperienza all’estero (34 per cento), per lo più in Inghilterra. Ma evidentemente la conoscenza della lingua e il titolo di studio non bastano più.

   Innanzitutto perché i cinesi sono diventati più selettivi ed esigenti, al punto da introdurre un nuovo visto “per i talenti”: la competizione spinge ormai le autorità a rilasciare la “green card” solo a un ristretto numero di immigrati altamente qualificati. E di conseguenza anche le multinazionali straniere presenti in Cina tendono ad assumere «risorse locali che si sono formate in istituti internazionali anche prestigiosi», come spiega Michael Thorneman, direttore della filiale di Shanghai della Bain & Company; anche perché, aggiunge, «i candidati cinesi, in generale, non solo sono in maggior numero e facili da reperire, ma sono anche più economici rispetto ai corrispettivi stranieri».

   Dunque, pur restando nell’immaginario collettivo la terra delle infinite possibilità, la seconda economia del mondo non offre più le opportunità di una volta. Nel giro di soli cinque anni il mercato occupazionale cinese è completamente cambiato, e trovare un impiego oggi per uno straniero è più difficile, complice anche una nuova legge che dalla scorsa estate ha inasprito le sanzioni nei confronti di chi lavora senza permesso (con pene fino a 15 giorni di carcere, e multe salate per i datori di lavoro), consentendo contemporaneamente solo delle forme di part time a chi è provvisto di una formale autorizzazione da parte dell’istituto in cui studia.

   A 32 anni, Alice Rossetto anni è quasi una veterana della Cina. Abita a Shanghai dal 2006, dopo una laurea in cinese a Ca’ Foscari e un master in scienze del turismo, ha diretto il Padiglione di Venezia dell’Expo 2010, prima di avviare una propria società di consulenza. «Di opportunità per crescere professionalmente qui ce ne sono ancora, perché ci si trova continuamente in situazioni impreviste, e ci si può far valere», obietta: «Molti però pensano che la Cina sia un paese semplice e che accoglie velocemente: non è così».

   Le difficoltà d’inserimento in questi anni sono aumentate, per la volontà delle autorità cinesi di restringere i flussi migratori di arrivo, innalzando il livello di competenze richiesto. «In Cina oggi devi accettare di fare la gavetta, ed essere pronto a rimetterti in gioco con umiltà», continua la giovane imprenditrice: «Ma anche se può capitarti un lavoro inferiore alle aspettative, c’è ancora energia, speranza. Tutti i giorni ti imbatti in persone nuove: è rimasto lo spirito di avventura, anche se si cominciano a vedere tante porte chiuse». Come scrivono i tre ricercatori nella loro indagine sugli epigoni di Marco Polo, la Cina del nuovo millennio rappresenta oggi una meta ideale, dove nonostante la burocrazia, l’inquinamento, le difficoltà e la totale assenza di garanzie contrattuali e sanitarie, viene fornito alle nuove generazioni europee il sogno di una possibilità di sviluppo umano che la vecchia Europa forse non può più offrire.

   Questo il sogno. La realtà però è ben più dura. Intanto perché la conoscenza della lingua, se è «un efficace strumento per abbattere il muro comunicativo del primo impatto, non è sufficiente per stabilire una relazione più profonda con la popolazione», come fa notare Marco Tavino, un trevigiano trasferitosi a Shanghai da un paio d’anni dopo la laurea (in cinese, ovvio). E visto che il lavoro in Cina si trova attraverso la rete di relazioni, “guanxi”, come sottolinea l’architetto Francesco Sertoli, è qui che cominciano i problemi. Da quando si è trasferito a Shanghai, nel 2012, questo professionista romano di 50 anni si confronta con le difficoltà nelle relazioni interpersonali, sia lavorative che private. «La realtà cinese non è affatto semplice da decifrare. Ancora più difficile è collaborare con i cinesi», ammette.

   Difficile innanzitutto perché il rischio di vedersi soffiare un’idea è sempre dietro l’angolo. L’architetto Sertoli racconta ad esempio che il pericolo di una violazione della proprietà intellettuale ha complicato tutti i progetti in cui a fatica è riuscito a inserirsi. E neppure il continuo richiamo all’esclusività del made in Italy gli ha impedito di dover accettare qualsiasi lavoro, svendendo così la sua professionalità.

   È la stessa velocità dei cambiamenti a mettere in difficoltà i nostri expat: resistere a livello professionale da soli diventa difficile, nota ancora Sertoli. In assenza di un sostegno da parte istituzionale, racconta l’architetto romano, «le uniche realtà professionali straniere che hanno successo in Cina sono quelle che hanno alle spalle una grande struttura societaria. Oppure quelle in cui i titolari si leghino ad un coniuge cinese».

   Il bilancio di tanti creativi italiani, architetti, designer, fotografi, pubblicitari che la crisi degli ultimi anni ha spinto dall’altra parte del mondo, è altrettanto ambivalente. Le recenti restrizioni nel rilascio dei visti, le crescenti difficoltà nel trovare lavoro, il graduale aumento del costo della vita, l’inquinamento e la scarsa sicurezza alimentare, ma anche un certo atteggiamento discriminatorio nei confronti degli stranieri e le minori opportunità di business, hanno cambiato la percezione che molti dei nostri connazionali hanno oggi della Cina. Per cui i più la ritengono un’esperienza transitoria, prevedendo il rientro entro massimo cinque anni.

   C’è anche chi di questo si pente, e riparte. Chiara Bacaloni, a Pechino dal 2008 dopo una laurea all’Orientale di Venezia e un periodo di perfezionamento alla Capital Normal University, ha trovato ben poco ad attenderla a casa, così ha deciso così di tornarsene in Cina. «Qui posso vivere in un contesto internazionale. Ho la percezione di poter sperare in qualcosa di migliore perché le occasioni, sia casuali che basate su merito e capacità, ci sono ancora. Il provincialismo italiano mi mortifica», dice. Per il momento, a 26 anni, fa la cameriera in un ristorante italiano di Pechino: a dispetto di una specializzazione in tibetano, ma in nome di quel sano pragmatismo così diffuso tra i suoi coetanei cinesi, che anche lei ha fatto suo.

   «Continuano ad arrivare molti italiani, ma diventa sempre più difficile restare e far fruttare in termini economici l’investimento del progetto di trasferimento», scrivono gli autori della ricerca. Eppure il 51 per cento degli intervistati definisce la sua esperienza “positiva” e un altro 36 per cento addirittura “molto positiva”. Un po’ perché la vita costa ancora decisamente meno che in Italia, e poi perché l’offerta di servizi e attrazioni culturali, le occasioni di incontri e relazioni sociali, oltre alla consapevolezza di vivere in una meritocrazia, contribuiscono a creare un diffuso livello di soddisfazione tra i nostri connazionali in Cina, a dispetto delle minori opportunità di lavoro.

   La crisi, però, ha spinto a rimpatriare anche i cinesi delle nostre Chinatown. Questa “diaspora di ritorno” ha reso ulteriormente complicato il mercato del lavoro, anche perché gli immigrati si sono rivelati abilissimi nello sfruttare le loro conoscenze dell’Italia e del gusto italiano, in una competizione senza esclusione di colpi.«I ragazzi cinesi vogliono tutto e subito», osserva la brand manager della Ferrero a Shanghai, Daniela Buzzacci: «Sono abituati ad una velocità artificiale che li sospende dalla realtà dei rapporti umani, facendo venire meno la lealtà verso l’azienda in cui lavorano». Una velocità che -se affascina ancora molti nostri connazionali- si accompagna a un sistema di valori molto diverso dal nostro, fatto di spregiudicatezza e pragmatismo, culto del denaro e consumismo. Valori soltanto apparentemente in conflitto con l’ideologia di Stato perché, come disse una volta il presidente della Banca di sviluppo cinese, Chen Yuan: «Noi siamo il partito comunista, e noi decidiamo che cos’è il comunismo».

   Chi si è adeguato a questo tipo di mentalità ha avuto meno difficoltà. Daniele Mattioli per esempio, fotografo umbro trasferitosi nel 2005 dall’Australia a Shanghai, ha lasciato il giornalismo per darsi alla fotografia aziendale. Un cambiamento che ha richiesto una certa capacità di compromesso, perché in Cina, osserva Mattioli, «il fotografo è colui che ti rende bello» e si è portati a «privilegiare l’armonia» con l’abbondante ricorso a Photoshop. Dalla propaganda al digitale, la fotografia in Cina ha in definitiva mantenuto come sua caratteristica intrinseca la manipolazione dell’immagine, come spiega il fotografo, che però sa anche che in Italia non gli sarebbe mai stato possibile esercitare questo mestiere con gli stessi risultati economici.    «Con la crisi è venuta qui moltissima gente non qualificata e un po’ all’avventura, a volte senza sapere neanche l’inglese», commenta Giacomo Gardumi, milanese in Cina da oltre vent’anni, sinologo con una lunga esperienza nel marketing e nella consulenza aziendale, che oggi a Shanghai guida un’agenzia di design specializzata nella progettazione di spazi commerciali ed eventi, la Sina Retail & Image. «Per riuscire in Cina devi conoscere il cinese», continua Gardumi, che è anche autore di due romanzi pubblicati da Marsilio, «oppure avere una competenza forte o un’idea imprenditoriale. Certo è più facile sbarcare il lunario qui che non a Milano, perché il costo della vita può essere molto basso, ma nelle grandi metropoli ormai non si guadagnano più soldi, la competizione è troppo forte. Il mercato si è spostato semmai verso le città di seconda e terza fascia, come Chongqing e Wuhan».

   È soprattutto nelle realtà urbane da non oltre quattro milioni di abitanti della Cina più interna che si stanno aprendo nuove opportunità. Con la piccola imprenditoria, ad esempio, fino a poco tempo fa inaccessibile agli stranieri. «Si cominciano a vedere ristoranti italiani anche in provincia, ma visti i limiti dei cinesi nei processi creativi ci sono sicuramente opportunità anche per bravi designer e architetti. L’importante è non venire qui allo sbaraglio, ma con le idee chiare e un’expertise», osserva ancora Gardumi. «I cinesi ammirano la creatività e la competenza italiana, vogliono apprenderla e applicarla in settori che necessitano ancora di sviluppo», gli fa eco il console italiano di Canton, Benedetto Latteri. In un mercato in continua effervescenza come quello cinese si iniziano insomma ad intravedere nuovi spazi in settori di nicchia ad elevata specializzazione: moda, design, architettura, ma anche la conservazione del patrimonio artistico e la sicurezza alimentare.

   «La Cina ci ammira per il nostro gusto, per il nostro mangiar sano e per il nostro saper vivere», conclude il console, «non è attratta solo dai prodotti made in Italy, ma da uno stile di vita tutto italiano, che vuole comprendere e mettere in pratica». La Cina non sarà più l’Eldorado di un tempo, ma i cinesi hanno ancora bisogno di noi. (Sandro Orlando)

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PARTECIPAZIONI STATALI E LA DISCESA DI PECHINO

di Rita Fatiguso, da “il Sole 24ore” del 25/3/2015

– CHEM CHINA ha in atto una trasformazione necessaria insieme alle altre aziende pubbliche cinesi: ridurre il peso dello Stato e massimizzare il valore di attività e acquisizioni –

PECHINO – Non c’è soltanto l’internazionalizzazione (GO GLOBAL) a ispirare le mosse dei colossi statali cinesi come China chemical che attraverso Camfin si è lanciata nel controllo di Pirelli. Un caso davvero esemplare, quello di Chem China, è ormai da un decennio uno dei big cinesi a controllo statale, intorno al ventesimo posto nella lista dei produttori mondiali di chimica, è attiva in 140 Paesi nella produzione di materie plastiche, tecnopolimeri, poliuretani, gomme e pneumatici. Vale, in euro, 36 miliardi, e dà lavoro a 140mila persone, negli ultimi anni in mezzo mondo ha fatto shopping ovunque e in Europa dalla Francia, alla Svezia e ora in Italia, ma non ha smesso i panni della Soe, State owned enterprises, Società a controllo statale.

   Perfino una realtà come quella guidata da un manager illuminato come Ren Jianxin è controllata dallo Stato al 70% e, quindi, anche China Chem ha di fronte una serie di sfide durissime. È in atto, nei prossimi anni, una trasformazione necessaria per le aziende pubbliche cinesi, con l’obiettivo di ridurre la componente della mano statale e, soprattutto, di aumentare la produttività per gli azionisti e massimizzare il valore delle attività e delle acquisizioni. A metà 2014 il ministero delle Finanze ha dettato le regole per gli assetti finanziari delle Soe, dando il la a questa rivoluzione che non risparmierà nessuno, Soe quotate e non quotate. Che siano quotate come nel caso di China Chem oppure no, il solo passaggio dal 70 al 50% del controllo potrà liberare risorse a partire da 18 trilioni di yuan e se la quota scendesse a 30 fino a 36 trilioni. Se solo lo Stato riducesse la sua parte si arriverebbe a 20-40 trilioni di yuan.

   IN CINA QUESTI DINOSAURI AZIENDALI SONO CIRCA 156MILA (DATI 2013), DI CUI 52MILA A LIVELLO CENTRALE, 104mila locali. Gli asset di tutte le Soe sono pari 104.1 trilioni di yuan, in crescita rispetto all’anno precedente del 16.3, mentre quelle locali sono pari a 55.5 trilioni in aumento del 20.4 nel 2013 rispetto all’anno precedente.

   I profitti totali hanno raggiunto 1.7 trilioni (più 4.6 quelli totali), 886.87 miliardi di yuan a livello locale (sopra del 6.7 dall’anno precedente).

   Oggi lo Stato cinese ha ancora una presenza esorbitante oltre il 70 per cento rispetto al limite di altri Paesi. Perché UTILIZZA GLI UTILI DELLE SOE PER GARANTIRE UN MINIMO DI WELFARE E OPERAZIONI DI FINANZIAMENTO. Probabilmente il controllo in China national petroleum corporation, Cnpc, è anche superiore rispetto a quelle società che non sono listate. Il meccanismo è tale, però, che così un mare di risorse resta inutilizzato e non va a beneficio di nessuno. Spesso queste società non riescono a gestire le acquisizioni fatte all’estero in maniera efficiente.

   Il volto di queste società dunque è destinato a cambiare e anche quello delle società acquisite in questi anni, evidentemente.

   I dettagli finanziari dell’operazione Pirelli diffusi dalla stessa China Chem dicono che la newco pagherà la partecipazione in Pirelli al prezzo di 15 euro per azione, per un valore di quasi 1,9 miliardi di euro; quindi lancerà l’Opa sul 100% del gruppo, allo stesso prezzo, per un controvalore di 7,13 miliardi di euro. Se l’offerta avrà successo, Chem China potrebbe ottenere fino al 69% di Pirelli. Il riassetto delle attività prevede che Pirelli Truck, la divisione pneumatici per veicoli industriali, si fonda con Aeolus Tyre di ChemChina, dando vita al quarto produttore mondiale di coperture per veicoli pesanti. Pirelli Tyre (pneus per auto e moto) potrebbe invece essere quotata in Borsa in un prossimo futuro. Ma cosa succederà quando China Chem & co. dovranno mollare gli ormeggi abbassando il livello di partecipazione dello Stato? Lo scenario non è affatto chiaro. (Rita Fatiguso)

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La campagna cinese

SE PECHINO PUNTA 100 MILIARDI SULL’ITALIA

di Rita Fatiguso, da “il Sole 24ore” del 22/3/2015

PECHINO – Quindici anni fa le grandi società cinesi in Italia si contavano sulle dita di una mano. Conglomerate statali con sedi commerciali, nulla di più. Siti produttivi, zero. Le attività cinesi erano quelle degli immigrati dal Fujien e dallo Zheijiag: ristoranti, società di import-export, small commodities, abbigliamento e affini. Se qualcuno avesse detto che la Banca centrale cinese stava rastrellando sul mercato azioni blue chip si sarebbe pensato a uno scherzo.

   E, invece, in pochi mesi, di recente, Zhou Xiaochuan, il Governatore che sostiene di aver immobilizzato in Italia almeno 100 miliardi in asset tra partecipazioni e investimenti finanziari, ha superato il 2% in Eni, Enel, Prysmian, Mediobanca, Generali, Fiat, Telecom, più facile dimostrare chi non c’è, in ossequio a una strategia precisa: privilegiare la diversificazione dell’investimento valutario, spostando qualche granello delle riserve – 3mila miliardi di dollari – dai certificati di deposito americani ad altri asset.

   Colpi come Ansaldo energia-Shanghai electric e State Grid- Cassa depositi e prestiti-Reti hanno dato una scossa imprimendo un’accelerazione che ha portato l’Italia al primo posto nel 2014 per gli investimenti cinesi: è stata il primo mercato dell’Eurozona, con ben 2,490 miliardi nell’energia, 598 milioni nei macchinari industriali, a seguire nel settore alimentare e agrobusiness 50 milioni e nei prodotti di consumo 32.

   Gli investimenti diretti cinesi erano quasi inesistenti fino al 2004, poi la media è stata di poco meno di 1 miliardo all’anno. A partire dal 2009 i flussi d’investimento sono triplicati a quasi 3 miliardi, prima di triplicare ancora nel 2010 oltre i 10 miliardi. Tanto per fare un paragone, in totale dal 2009 i flussi d’investimenti cinesi in Europa sono stati di 55 miliardi.

   Oggi questa cinese è una realtà consolidata e l’arrivo in massa di altre banche cinesi oltra alla storica Bank of China che ha due filiali, Icbc in fase di raddoppio, China construction bank, Agricoltural bank sta a testimoniare il cambio di passo. Ieri durante il China Development Forum Tian Guoli il numero uno di Bank of China ha detto che il QE sarà un grande vantaggio per queste realtà cinesi. In contemporanea, aggiungiamo noi, un euro che in un anno ha perso un quarto del valore sul renminbi incentiverà ulteriori mosse da parte di Pechino.

   Per non parlare del gran numero di aziende a contenuto tecnologico acquistate da cinesi con M&A di aziende ad alto valore aggiunto, trattori per l’agroindustria, pompe idrauliche. Oggi Snam entra nel mercato cinese con PetroChina ma anche per operare su mercati terzi.

   C’è di più: la tanto vagheggiata mossa del Cic, il fondo sovrano cinese potrebbe verificarsi quest’anno, con l’ingresso come azionista in Cassa, il nostro fondo sovrano, sempre per le infrastrutture, quindi dentro F2i. La sleeping beauty europea si è svegliata, dal 2000 In Italia nel periodo 2000 – 2014 gli investimenti cinesi italiani si sono concentrati principalmente nei seguenti tre settori: nell’energy con 2,660 miliardi di dollari, nel settore dei macchinari industriali con 835 milioni e nel settore automotive con 600 milioni. Seguono i prodotti e servizi di consumo con 191 milioni, l’IT con 101 milioni, il real estate con 68 milioni e il settore alimentare e agricoltura con 51 milioni.

   La tipologia di operazioni di M&A è cambiata negli ultimi cinque anni, una delle più rilevanti tendenze è la crescita delle piccole e medie operazioni di M&A realizzate spesso da investitori finanziari che però si affianca ai megadeal, come quello in corso tra Pirelli e China Chem.

   La flessione del mercato interno cinese nel 2013 e 2014, e il boom dei viaggi dei cinesi all’estero nello stesso periodo – per ragioni di turismo, studio ed emigrazione – stanno spingendo, adesso, sull’immobiliare. Se i cinesi di Insigma sono rimasti a bocca asciutta con i treni di Ansaldo breda di Finmeccanica finiti ai giapponesi, in Italia ci sono grandi societa come Huawei Hisense Haier. E la moda? Fosun è entrata in Caruso, e domani, a Pechino, sfila Marisfrolg che, per chi non lo sapesse, è il marchio di ZhuChongYun, l’imprenditrice di Shenzhen che ha comprato KRIZIA. Anche nella moda, è solo l’inizio. (Rita Fatiguso)

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L’ALLARME DEGLI STATI UNITI: “PECHINO FA SHOPPING E L’EUROPA NON HA STRATEGIE”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 23/3/2015

– Obama ha fermato investimenti che minavano sicurezza e superiorità tecnologica ma teme che i Paesi di oltreoceano non abbiano la stessa determinazione –

NEW YORK – La notizia della scalata cinese alla Pirelli arriva pochi giorni dopo un’altra, che ha messo in allarme gli Stati Uniti: l’adesione di quattro paesi europei alla nuova Banca Asiatica d’Investimenti in Infrastrutture, voluta da Pechino per “sfidare” l’egemonia Usa sulla Banca mondiale e il Fondo monetario.

   Da Washington si moltiplicano le accuse agli europei: «ingenui, incoerenti», sono le espressioni più cortesi usate dalla Casa Bianca. L’Amministrazione Obama non è contraria per principio agli investimenti cinesi in Occidente. Anzi, li considera benefici per “riciclare” in parte l’attivo commerciale che la Cina accumula con le sue esportazioni. Il riciclaggio del surplus di bilancia dei pagamenti tradizionalmente avveniva acquistando Buoni del Tesoro americani, creando una simbiosi fin troppo soffocante tra il massimo debitore sovrano (Usa) e il massimo creditore sovrano (la Repubblica Popolare).

   E’ meglio – sottolineano i consiglieri economici di Obama come Michael Froman – se la Cina diversifica i suoi investimenti, aumentando il portafoglio azionario. Ma l’Occidente – proseguono – deve avere una visione strategica dei propri interessi. Quando la sicurezza nazionale o la salvaguardia della propria superiorità tecnologica lo richiedono, deve saper dire di no ai capitali cinesi. L’ingresso della Cina in infrastrutture nevralgiche come il porto di Atene; o l’elenco di partecipazioni nei “campioni nazionali” dell’economia italiana (da Ansaldo a Reti, più le partecipazioni di minoranza in Eni, Enel, Telecom, Saipem), visti da Washington sono altrettanti punti interrogativi.

   A casa sua, il governo degli Stati Uniti ha deciso da tempo quali sono i settori strategici, quali le regole di politica industriale che giustificano le barriere. Un episodio chiave avvenne nel 2005, quando Washington sbarrò la strada all’acquisizione di una compagnia petrolifera californiana, Unocal, da parte dell’ente di Stato China National Offshore Oil Corp.

   L’energia è uno di “quei” settori. Altra pietra miliare, anno 2012, è l’inchiesta del Congresso su due colossi delle telecom cinesi, Huawei e Zte, accusati di spionaggio industriale, anche a fini militari. Da allora la penetrazione di Huawei e Zte attraverso investimenti in aziende Usa è bloccata. L’ultima parola spetta al Committee on Foreign Investment in the United States (Cfius), un’agenzia governativa che è la cabina di regìa, dove si elabora e si gestisce la strategia sugli investimenti esteri. Per Washington non va sottovalutato il fatto che tuttora il 90% degli investimenti esteri diretti compiuti dalla Cina fanno capo ad aziendi de di Stato, che quindi rispondono a un disegno politico.

   Non per questo l’America è refrattaria ad ogni sorta d’investimenti. Anche quando passano in mani cinesi dei “trofei”, dei simboli, dei pezzi di storia. Come l’hotel Waldorf Astoria di recente acquistato per quasi due miliardi dalla compagnia assicurativa Anbang, diretta dal nipote di Deng Xiaoping. Un risvolto “politico- strategico” esiste anche lì: il Waldorf è da un secolo la residenza newyorchese dei presidenti americani, nonché di tanti leader stranieri quando vengono all’assemblea annua Onu; ora l’intelligence Usa medita di ricorrere ad altri alberghi per evitare intercettazioni e simili sorprese…

   Due importanti think tank americani, l’American Enterprise Institute e la Heritage Foundation, hanno una mappatura degli investimenti esteri cinesi, che rivela un cambiamento profondo in soli quattro anni. Mentre il totale cresceva del 30% e oggi sfiora i 90 miliardi, la composizione ha subito una metamorfosi. Ancora nel 2010 la strategia mirava all’accaparramento di energia, miniere, e materie prime agricole: questi tre settori assorbivano 70% del totale. Oggi è cresciuto il peso dell’immobiliare, e si è decuplicato l’investimento in tecnologie da 0,9% a 9,7%.

   Per l’Amministrazione Obama un obiettivo comune dell’Occidente dovrebbe essere quello consolidare il ruolo della Cina come “responsible stakeholder” (azionista e partner responsabile); anche per contrastare le spinte nazionaliste e protezioniste che risorgono sotto Xi Jinping, e rendono il mercato interno cinese più chiuso alle nostre imprese (l’accusa è nel Libro Rosso della Camera di Commercio europea a Pechino).

   Il massimo allarme è scattato per l’operazione della Banca asiatica Aiib. Concorrente locale della Banca mondiale, l’Aiib finanzierà opere pubbliche, grandi infrastrutture. «Con quale trasparenza finanziaria? Con che garanzie per la sostenibilità ambientale, i diritti dei lavoratori?» si è chiesto Obama criticando David Cameron, Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi per essere entrati in quella banca. «Da decenni lavoriamo per migliorare la qualità dei progetti finanziati dalla Banca mondiale – aggiunge la Casa Bianca – e nulla garantisce che quei progressi siano imitati dalla nuova istituzione progettata a Pechino».

L’inquietudine di Obama ha anche una motivazione più profonda. E’ la prima volta che la Cina fa un passo concreto verso la costruzione di un sistema alternativo alla Pax Economica Americana, quella fondata a Bretton Woods nel 1944 con Fmi, Banca mondiale e Gatt (poi Wto). La Casa Bianca si chiede se gli europei abbiano capito in quale disegno sono entrati. (Federico Rampini)

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CINA: ONG CIVIL RIGHTS; SITUAZIONE DEI DIRITTI UMANI PEGGIORE DA 25 ANNI

da NOTIZIE RADICALI del 19/2/2015 http://notizie.radicali.it/

   La situazione dei diritti umani e civili in Cina è la peggiore da 25 anni: è questa la conclusione di un rapporto sui diritti umani in Cina nel 2014, realizzato dalla Ong cinese “Civil Rights and Livelihood Watch”. Come già reso noto a gennaio in un analogo rapporto dell’americana “Human Right Watch”, il nuovo dossier documenta come il governo centrale abbia aumentato il controllo sul paese con il pretesto del “mantenimento della stabilità”. “Civil Rights and Liveihood Watch” ha documentato oltre 2.200 arresti, sia domiciliari che in carcere, detenzioni da parte della polizia, “vacanze” forzate ed altri mezzi coercitivi, il numero più alto dal 1989. Sempre con il pretesto del mantenimento della stabilità, sono stati rinforzati anche i controlli rispetto alle opinioni sull’operato del governo.

   A marzo scorso, il premier cinese Li Keqiang ha annunciato un aumento del budget della sicurezza interna, portandolo a 33 miliardi di dollari. Tra gli obiettivi delle autorità, scrittori, avvocati, giornalisti, accademici, attivisti, dissidenti politici. Aumentato anche il controllo sui media e su internet (da dove sono stati rimossi migliaia di siti e di commenti), con maggiore limitazione della libertà di espressione. Sono aumentati anche i controlli in occasione delle ricorrenze, come quella di Tiananmen, prolungando il periodo di controllo per alcuni mesi. Secondo il rapporto migliorano invece, le condizioni per coloro che manifestano per strada, con un sensibile abbassamento del numero di arresti.

China_da wikipedia
China_da wikipedia

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A CHE ORA È LA FINE DELLA CINA

di Simone Pieranni, da IL MANIFESTO del 24.3.2015 (http://ilmanifesto.info/ )

– Il sinologo David Shambaugh ha scritto che Pechino è vicina al collasso, con il Partito stretto tra guerre interne e paranoie securitarie. Ma si tratta di «allarmi» lanciati di frequente: i punti deboli evidenziati dai «catastrofisti», per altri, sono gli aspetti vincenti –

   Nel mondo della sino­lo­gia con­tem­po­ra­nea, c’è una spe­cie di disci­plina a parte, nella quale si sono cimen­tati e si cimen­tano tut­tora, illu­stri stu­diosi. Si tratta della branca di stu­dio che nasce dalla domanda: «La Cina col­las­serà? E se sì, quando?».

   Ci sono innu­me­re­voli esempi e ricordi sto­rici che pos­sono legit­ti­mare una domanda affer­ma­tiva, cui di solito segue una spe­cie di monito: «i cam­bia­menti in Cina sono sem­pre vio­lenti». Vero, ma allo stesso tempo si potrebbe obiet­tare che negli ultimi ses­santa anni, tutte le teo­rie che annun­cia­vano il crollo di Pechino, non si sono avve­rate. Nel suo ultimo libro (Il Regno, Adel­phi), lo scrit­tore fran­cese Emma­nuele Car­rère ricorda come in realtà, nelle reli­gioni, il man­cato avve­rarsi di un evento che era stato «anti­ci­pato» (ad esem­pio la fine del mondo) anzi­ché inde­bo­lire la fede degli adepti, fini­sce per rafforzarla.

   Nel campo della sino­lo­gia, dun­que, nono­stante la Cina non dia segnali «evi­denti» di un crollo immi­nente, con­ti­nuano a fio­rire teo­rie che pre­ve­dono una sua débâ­cle, con l’attenzione su ele­menti, eco­no­mici, poli­tici e sociali, che ven­gono uti­liz­zati per dimo­strare anche il con­tra­rio. Di sicuro ci sono alcuni punti di par­tenza che pos­sono essere con­si­de­rati «rischiosi», per il man­te­ni­mento del potere da parte del Par­tito comunista.

Per­ché è bene ricor­dare una cosa: la domanda, «La Cina col­las­serà», signi­fica né più né meno: «Il Par­tito comu­ni­sta, collasserà?».

CHINA CRACK

David Sham­baugh, pro­fes­sore alla George Washing­ton Uni­ver­sity, è uno dei sino­logi più noti a livello mon­diale, con­si­de­rato un esperto per tutto quanto riguarda il Par­tito comu­ni­sta cinese e l’esercito popo­lare di libe­ra­zione. Ha pub­bli­cato libri che costi­tui­scono impor­tanti rifles­sioni sulla Cina (su tutti China’s Com­mu­nist Party: Atro­phy and Adap­ta­tion). Nelle set­ti­mane scorse, l’autorevole pro­fes­sore ha scritto un arti­colo sul Wall Street Jour­nal, nel quale spie­gava di essere con­vinto dell’immi­nente crollo del sistema cinese.

   Nel suo libro sul Par­tito comu­ni­sta, in realtà, Sham­baugh dimo­strava con esempi sto­rici e la spie­ga­zione dei gan­gli più interni dell’intricato mec­ca­ni­smo deci­sio­nale del Par­tito comu­ni­sta, pro­prio la sua capa­cità di adat­tarsi ad ogni cir­co­stanza, uscendo da ogni «crisi» in una posi­zione ancora più cen­trale e deter­mi­nante del sistema cinese.

   Come ha spe­ci­fi­cato in un’intervista al New York Times, Sham­baugh ha scritto quel libro nel 2007. E sem­brerà strano, ma sette anni in Cina costi­tui­scono parec­chio tempo. Infatti Sham­baugh ha cam­biato idea. La sua rifles­sione ha dato adito a pole­mi­che e rispo­ste, con­fer­mando l’attrazione nei con­fronti dello stu­dio del modello di svi­luppo cinese, sem­pre in bilico e in equilibrio.

   Nel suo arti­colo sul Wall Street Jour­nal, Sham­baugh, dopo aver ricor­dato pro­prio il suo pas­sato da «scet­tico» rispetto a ipo­tesi cata­stro­fi­che, spiega i cin­que motivi dai quali ha dedotto il rischio di un «china crack». Uno degli ele­menti riguarda la repres­sione e mette in evi­denza la ten­denza auto­ri­ta­ria di Xi Jin­ping. Quello che più ha sor­preso è stato l’accostamento di Sham­baugh tra l’attuale pre­si­dente cinese Xi Jin­ping e il russo Gorbaciov.

   Una vici­nanza che col­pi­sce, spe­cie dopo l’accusa che Sham­baugh rivolge a Xi Jin­ping, quella di essere un despota. Ma come spiega lo stu­dioso, «per­cor­rendo strade diverse, potreb­bero arri­vare allo stesso risul­tato. Gor­ba­ciov lo ha fatto facendo le riforme, Xi Jin­ping potrebbe farlo impedendolo».

   È bene spe­ci­fi­care che sulla figura di Xi Jin­ping c’è un dibat­tito aperto, anche in Cina, con­dito dai con­sueti rumors. Xi avrebbe poten­ziato la pro­pria scorta, un segnale letto in una deter­mi­nata dire­zione. Insieme a que­sto, gira insi­sten­te­mente la voce che vor­rebbe Xi con l’intenzione di supe­rare i dieci anni di regno.

IL DISPO­TI­SMO DI XI

Nelle scorse set­ti­mane alcuni arti­coli di gior­nali cinesi, regi­stra­vano un fatto par­ti­co­lare. Come scritto dal South China Mor­ning Post, «il pre­si­dente Xi Jin­ping ha rior­ga­niz­zato l’Ufficio cen­trale per la sicu­rezza che si occupa della sua sicu­rezza personale».

   Al quo­ti­diano lo avreb­bero con­fer­mato almeno tre fonti. «Il Gene­rale Mag­giore Wang Shao­jun, vice coman­dante ese­cu­tivo dell’ufficio, è stato pro­mosso a con­durre sia l’ufficio sia il Reg­gi­mento di guar­dia cen­trale. Il coman­dante uscente dell’Ufficio, il tenente gene­rale Cao Qing, è stato tra­sfe­rito al Comando Mili­tare dell’area di Pechino come suo vice comandante».

   Come leg­gere que­sti fatti? Qual­cuno ha spie­gato che Xi potrebbe temere per la sua sicu­rezza, secondo altri, sta­rebbe sem­pli­ce­mente siste­mando la sua posi­zione (e a que­sto pro­po­sito ci sono voci che vor­reb­bero il pre­si­dente inten­zio­nato a cam­biare com­ple­ta­mente le regole del gioco, allun­gando il suo periodo di «regno»). Rimane il fatto che que­sta ten­denza di Xi ad accen­trare, può essere letto in entrambe le dire­zioni: come un segnale di debo­lezza, o come un esem­pio di forza.

   Al riguardo il Wall Street Jour­nal ha chie­sto un inter­vento a David M. Lamp­ton, autore di Fol­lo­wing the Lea­der: Ruling China, from Deng Xiao­ping to Xi Jin­ping e pro­fes­sore di studi cinesi presso la Johns Hopkins-Sais. È anche l’ex pre­si­dente del Comi­tato nazio­nale per le rela­zioni tra Usa e Cina. Secondo Lamp­ton, «gli oltre tre decenni di riforme pre­ce­denti all’ascesa di Xi Jin­ping al potere hanno cam­biato radi­cal­mente il governo e la società cinese. I lea­der sono diven­tati sem­pre meno in grado di con­trol­lare da soli le cose — è cre­sciuta un tipo di lea­der­ship basata sul consenso».

   E alla domanda se è pos­si­bile che Xi rimanga anche dopo la fine del man­dato, ha rispo­sto che «non è chiaro che cosa deci­derà, qua­lora il giorno di tale deci­sione dovesse arri­vare. Ma que­sta domanda sem­bra lecita. Prima di Xi, il con­senso gene­rale den­tro e fuori la Cina è che la norma del cam­bio di lea­der­ship dopo due man­dati aveva messo sostan­zial­mente le radici. Ora, il fatto che molti in Cina si inter­ro­ghino circa la volontà di Xi a cedere il potere dopo due man­dati, dice molto circa la dire­zione del pen­siero nella Cina di oggi. Molti cinesi a quanto pare non sono con­vinti che Xi diven­terà il George Washing­ton della Cina, riti­ran­dosi a vita pri­vata digni­tosa dopo due mandati».

L’ECONOMIA E LA CORRUZIONE

C’è infine un aspetto eco­no­mico: la Cina sta ral­len­tando la sua cre­scita, che sarà al 7% — come pre­vi­sione – per il 2015. Riu­scirà Xi a far ripar­tire l’economia nazio­nale, per quanto modi­fi­cata nel suo approc­cio più basato sul mer­cato interno, anzi­ché sulle espor­ta­zioni? È la grande sfida cinese, con­tor­nata da que­sta feroce cam­pa­gna anti corruzione.

   Quest’ultima viene vista sia come poten­ziale ele­mento di debo­lezza, sia come poten­ziale ele­mento di forza. Rimane il fatto che le migliaia di fun­zio­nari arre­stati, hanno creato un clima di paura e panico nei punti vitali dell’economia cinese. C’è il ter­rore di incap­pare nel passo falso, con il risul­tato di avere, al momento, una sorta di blocco eco­no­mico in più settori.

Cina - inquinamento
Cina – inquinamento

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NESSUN CROLLO ALL’ORIZZONTE IN CINA, MA UNA TRASFORMAZIONE STORICA

di Maurizio Scarpari, Università Ca’ Foscari Venezia, 24.3.2015, da IL MANIFESTO http://ilmanifesto.info/

– Il Pcc sta cercando di unire Confucio a Deng Xiaoping e Mao Zedong. L’ideologia dominante all’interno del Pcc si rifà sempre più a dottrine prima messe al bando, come il confucianesimo –

   Ci risiamo: alla ten­ta­zione di far pro­fe­zie è dif­fi­cile resi­stere. Un mec­ca­ni­smo com­plesso ha gene­rato una serie infi­nita di pre­vi­sioni cata­stro­fi­ste, come ha ben spie­gato Joseph Joffe nel suo Per­ché l’America non fal­lirà. Poli­tica, eco­no­mia e mezzo secolo di false pro­fe­zie (Novara 2014), che hanno di volta in volta allar­mato gli Stati uniti e, di con­se­guenza, il mondo occi­den­tale, per poi rive­larsi inconsistenti.

   Vale per gli Stati uniti così come per la Cina, da decenni sull’orlo di un col­lasso annun­ciato ma mai avve­nuto. David Sham­baugh era tra coloro che pro­ce­de­vano con pru­denza e sobrietà nel valu­tare la situa­zione cinese e nel deli­neare gli sce­nari futuri.

I CATA­STRO­FI­STI

Ora ha deciso di pas­sare tra le file dei cata­stro­fi­sti: a suo dire sarebbe immi­nente l’implosione del governo cinese, a motivo dei cam­bia­menti troppo radi­cali avve­nuti con l’ascesa al potere di Xi Jin­ping, che egli giu­dica troppo auto­ri­ta­rio, dispo­tico e repres­sivo. Il vero sogno cinese con­si­ste­rebbe, secondo l’autorevole docente della George Washing­ton Uni­ver­sity, nell’evitare il ripe­tersi dell’incubo sovie­tico (il dis­sol­versi del Par­tito comu­ni­sta e il con­se­guente crollo dell’Unione) e, per Xi Jin­ping, di tro­varsi nella posi­zione di Michail Gorbacëv.

   In altre parole, sarebbe il ruolo del Pcc e dei suoi lea­der a rap­pre­sen­tare il noc­ciolo del pro­blema, e su que­sto punto non si può che con­cor­dare con Sham­baugh. È infatti que­sto il nodo cru­ciale intorno al quale si sta gio­cando una par­tita molto dif­fi­cile in Cina: la soprav­vi­venza stessa del Partito-Stato è in peri­colo, e anche quella della classe poli­tica che ha nell’appartenenza al Par­tito la sua legittimazione.

   Per vin­cere la sfida è dun­que neces­sa­rio miglio­rare le con­di­zioni di vita dei cinesi, rea­liz­zando riforme strut­tu­rali corag­giose in grado di inci­dere pro­fon­da­mente sull’apparato pro­dut­tivo e sul tes­suto sociale, logo­rato da decenni di corsa fre­ne­tica alla ric­chezza, e raf­for­zare la posi­zione della Cina sullo scac­chiere inter­na­zio­nale, non solo dal punto di vista eco­no­mico, ma anche diplo­ma­tico, cul­tu­rale e militare.

   L’immagine che Xi Jin­ping intende tra­smet­tere è quella di una nazione forte e pro­spera, con­sa­pe­vole delle respon­sa­bi­lità che le com­pe­tono nella ride­fi­ni­zione dei nuovi assetti geo­po­li­tici e desi­de­rosa di ope­rare fat­ti­va­mente per la crea­zione di un mondo mul­ti­po­lare, non più con­di­zio­nato dalla lea­der­ship di un’unica super­po­tenza. È un’impresa non facile, visto il grande diva­rio che ancora separa la Cina dagli Stati Uniti.

IL DISPO­TI­SMO DEL LEADER

Per pro­muo­vere le riforme neces­sa­rie e garan­tire la loro appli­ca­zione Xi Jin­ping ha dovuto innanzi tutto raf­for­zare la pro­pria posi­zione per­so­nale all’interno del Par­tito e degli organi di governo e quella dei suoi più fedeli col­la­bo­ra­tori, accen­trando rapi­da­mente nelle pro­prie mani le cari­che di comando dei set­tori stra­te­gici essenziali.

   Ha avviato una poli­tica di mora­liz­za­zione a tutto campo per con­tra­stare il feno­meno della cor­ru­zione, dif­fusa ormai a ogni livello dell’apparato sta­tale e della società (occa­sione per eli­mi­nare dalla scena poli­tica alcuni suoi temi­bili avver­sari). In poli­tica estera ha cer­cato di tro­vare il giu­sto equi­li­brio tra una posi­zione più asser­tiva rispetto al pas­sato e una dispo­ni­bi­lità all’apertura e al dia­logo. Ha inol­tre favo­rito lo svi­luppo del set­tore cul­tu­rale e scien­ti­fico per ele­vare il livello qua­li­ta­tivo dell’istruzione e della ricerca, pro­muo­vendo i valori tra­di­zio­nali cinesi a disca­pito di quelli impor­tati dall’Occidente, rite­nuti inap­pli­ca­bili alla realtà cinese.

   L’esigenza è innanzi tutto quella di rico­struire un orgo­glio nazio­nale in grado di tenere unito il paese in attesa che le riforme si con­cre­tiz­zino e por­tino i risul­tati sperati.

   La ricerca del con­senso inter­na­zio­nale è diven­tata una prio­rità della poli­tica estera cinese e la cul­tura è rite­nuta lo stru­mento più effi­cace per conseguirla.

LA CUL­TURA TRADIZIONALE

La fun­zione che la cul­tura tra­di­zio­nale dovrebbe assu­mere per la for­ma­zione di una coscienza nazio­nale più con­sona alla morale socia­li­sta e più in linea con le diret­tive del PCC è andata deli­nean­dosi soprat­tutto nel corso dell’ultimo anno. L’ideologia domi­nante all’interno del PCC si rifà sem­pre più a dot­trine e ideali pro­pri di sistemi di pen­siero – primo fra tutti il con­fu­cia­ne­simo – fino a poco tempo fa messi al bando per­ché rite­nuti con­trari allo svi­luppo armo­nioso di un paese socialista.

   Si tratta di un’inversione di rotta rispetto al più recente pas­sato, che esprime la volontà di riap­pro­priarsi di un sistema etico, svi­lup­pa­tosi nel corso dei secoli, rite­nuto fun­zio­nale alla costru­zione di una nuova «mora­lità di stampo socia­li­sta», che sap­pia met­tere l’uomo al cen­tro dell’attività poli­tica e di governo, resti­tuen­do­gli una dimen­sione spi­ri­tuale troppo a lungo negata e con­di­zioni di vita migliori, soprat­tutto in quelle aree del paese meno bene­fi­ciate dal suc­cesso economico.

   L’ope­ra­zione in atto è ardita, poi­ché cerca di appro­dare a un nuovo sistema ideo­lo­gico fon­dato sull’innesto delle dot­trine pro­mosse da Con­fu­cio nel corpo del libe­ra­li­smo eco­no­mico intro­dotto da Deng Xiao­ping e del pen­siero di ispi­ra­zione marxista-leninista di Mao Zedong, a cui non s’intende in alcun modo rinun­ciare e di cui Xi Jin­ping si erge a mas­simo inter­prete e difen­sore.

   Vanno inqua­drate in quest’ottica le poli­ti­che espan­sio­ni­ste avviate da Xi Jin­ping, soste­nute da capi­tali immensi.

GLI ISTI­TUTI CONFUCIO

L’istituzione degli Isti­tuti Con­fu­cio ovun­que nel mondo per pro­muo­vere la lin­gua, la cul­tura e gli scambi va in que­sta dire­zione e pro­cede di pari passo con l’offensiva diplo­ma­tica che ha por­tato a una serie di suc­cessi e alla crea­zione di orga­ni­smi inter­na­zio­nali non dipen­denti dagli ame­ri­cani e dai loro alleati: la New Deve­lo­p­ment Bank, che fonde le fun­zioni della Banca mon­diale e del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale (con­trol­lati dagli Stati Uniti), e l’Asian Infra­struc­ture Invest­ment Bank (AIIB), isti­tuto finan­zia­rio glo­bale in grado di com­pe­tere con la Banca mon­diale e con l’Asian Deve­lo­p­ment Bank (con­trol­lata da Stati Uniti e Giappone).

   La loro mis­sione è incre­men­tare pro­getti d’integrazione eco­no­mica e infra­strut­tu­rale – strade, fer­ro­vie, porti e così via – per faci­li­tare i col­le­ga­menti tra i paesi dell’Asia cen­trale e meri­dio­nale e la Cina lungo le rista­bi­lite «Cin­tura eco­no­mica della Via della seta» e «Via marit­tima della seta».

   Il sogno di un’Asia non più domi­nata dall’Occidente e dalle sue isti­tu­zioni finan­zia­rie ma pro­ta­go­ni­sta del pro­prio destino rap­pre­senta la tra­spo­si­zione al di fuori dei con­fini nazio­nali del nuovo sogno cinese.

Il peso eco­no­mico e poli­tico che una regione Asia-Pacifico unita e forte potrebbe avere sullo scac­chiere inter­na­zio­nale e le riper­cus­sioni posi­tive che ne deri­ve­reb­bero sugli equi­li­bri mon­diali, tutti da ride­fi­nire, sareb­bero, secondo i cinesi, immensi. Per favo­rire il pro­cesso di svi­luppo comune e l’integrazione regio­nale il governo cinese sta met­tendo a dispo­si­zione di pro­getti fina­liz­zati a tali obiet­tivi gran parte delle sue impo­nenti riserve in valuta e la sua cre­scente influenza politica.

   Non deve quindi sor­pren­dere la rea­zione irri­tata degli Stati Uniti e di parte della comu­nità inter­na­zio­nale occi­den­tale, che per­ce­pi­scono come una minac­cia grave l’offensiva cinese, defi­nita da Mat­thew P. Good­man, tito­lare della cat­te­dra di Eco­no­mia poli­tica presso il pre­sti­gioso Cen­ter for Stra­te­gic and Inter­na­tio­nal Stu­dies di Washing­ton, «la prima sfida isti­tu­zio­nale seria per gli assetti eco­no­mici mon­diali sta­bi­liti a Bret­ton Woods 70 anni fa».

   Ciò nono­stante, alleati sto­rici degli Stati uniti hanno deciso di entrare nella AIIB come mem­bri fon­da­tori, non solo asia­tici ma anche euro­pei, come Gran Bre­ta­gna, Fran­cia, Ger­ma­nia e Italia.

   Nono­stante i nume­rosi pro­blemi da risol­vere e la pre­occu­pante “stretta” ideo­lo­gica degli ultimi mesi, la situa­zione attuale e le pro­spet­tive future non sem­brano pre­lu­dere a un crollo immi­nente. I pro­blemi ci sono, non sono pochi e di facile solu­zione, ma va rico­no­sciuto alla Cina il merito di essere, al momento, il più dina­mico labo­ra­to­rio intel­let­tuale e spe­ri­men­tale al mondo, in grado di ela­bo­rare stra­te­gie atte a con­tri­buire alla crea­zione di un ordine inter­na­zio­nale nuovo, basato su prin­cipi diversi da quelli attuali, che ogni giorno di più si stanno rive­lando ina­de­guati in un con­te­sto geo­po­li­tico in rapida evoluzione. (Maurizio Scarpari)

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L’OSSIMORO BIO DELLA CINA ALL’EXPÒ

di Luciano Del Sette, 25.3.2015 da IL MANIFESTO http://ilmanifesto.info/

– Il grande paese orientale sarà ospite a Milano nel secondo più grande spazio dopo quello della Germania –

   Ospite alcuni giorni fa del MAO, Il Museo di Arte Orien­tale di Torino, per una con­fe­renza, il pro­fes­sor Su Dan, diret­tore del Dipar­ti­mento di Archi­tet­tura del Pae­sag­gio presso la Tsin­ghua Uni­ver­sity di Pechino, aveva appena com­piuto un sopral­luogo nel padi­glione cinese di Expo 2105.

   Il pro­fes­sor Su Dan è, infatti, il respon­sa­bile del pro­getto: 4590 metri qua­dri, il secondo spa­zio più grande dopo quello della Ger­ma­nia, quat­tro sezioni (Cielo, Uomo, Terra, Armo­nia) uniti dal filo con­dut­tore Terra di spe­ranza, cibo per la vita. Nono­stante sia ormai dive­nuto un tor­men­tone, par­lando di Cina vale la pena ricor­dare il tema dell’Expo: NUTRIRE IL PIA­NETA, ENER­GIA PER LA VITA.

   Un ossi­moro, guar­dando a un paese i cui livelli di inqui­na­mento sono ter­ri­fi­canti e tali da coin­vol­gere anche e pesan­te­mente le cam­pa­gne. Cioè l’agricoltura. L’abbandono dei campi per le città da parte dei con­ta­dini, pro­blema enorme e sem­pre più impos­si­bile da fron­teg­giare, rap­pre­senta solo un aspetto di una tra­ge­dia che amplia ogni giorno le sue pro­por­zioni e trova spie­tato riscon­tro nelle cifre.

   Secondo l’agenzia di stampa Xin­hua, il 40% dell’agricoltura nazio­nale è minac­ciato dall’inquinamento. Il fun­zio­na­rio gover­na­tivo Wang Shiyuan, a fine 2013, ha ammesso che tre milioni e mezzo di ettari, il 2% dell’intera super­fi­cie col­ti­va­bile, sono inu­ti­liz­za­bili per la pre­senza di metalli pesanti e sostanze tos­si­che.

Secondo molti scien­ziati la per­cen­tuale rea­li­stica ammonta a un quinto. L’industria ha river­sato nei campi piombo, cad­mio, pesti­cidi e altro ancora. Prova recente, la sco­perta di riso con­ta­mi­nato dal cad­mio e ven­duto nella città di Guang­z­hou. Il Mini­stero per l’Ambiente ha dovuto ammet­tere l’esistenza dei cosid­detti Vil­laggi del can­cro, comu­nità che hanno subito gli effetti di sostanze chi­mi­che pro­dotte in Cina e vie­tate in Occi­dente. Tra di esse il nonil­fe­nolo, nell’acqua usata per lavare i panni, por­ta­tore di gra­vis­sime inter­fe­renze al sistema ormo­nale.

   A Milano con que­sto pesante baga­glio sulle spalle, la Cina dell’Expo intende par­lare di tra­di­zioni cul­tu­rali, uso razio­nale delle risorse, svi­luppo dell’agricoltura, fina­liz­zati a pro­durre buon cibo per tutti, in un con­te­sto di equi­li­brio tra uomo e ambiente.

   Della con­ver­sa­zione con il pro­fes­sor Su Dan abbiamo scelto un pas­sag­gio che se da un lato evi­den­zia le radici con­ta­dine del tes­suto sociale cinese, dall’altro mostra come la cosid­detta moder­niz­za­zione abbia reso tali radici prive di vita: «Sono nato in una cit­ta­dina satel­lite di una grande indu­stria modello sovie­tico. Ci lavo­ra­vano ope­rai, rima­sti però con­ta­dini den­tro. In tempo di semina e di rac­colto, l’industria si bloc­cava per­ché tutti tor­na­vano nei campi. Andò avanti così dagli anni ’50 agli anni ’80, fino a quando le riforme spin­sero la gente dei campi verso le metro­poli, nella spe­ranza di riu­scire a gua­da­gnarsi da vivere. Non c’era altra scelta. Anche se ha por­tato con sé forti squi­li­bri, che devono essere affron­tati. Dal 2013 è cre­sciuta l’attenzione verso la sicu­rezza ali­men­tare e quindi verso le terre col­ti­vate. Si sta lavo­rando alla trac­cia­bi­lità dei pro­dotti, che oggi non esi­ste. Gra­zie alla trac­cia­bi­lità, il prezzo dei pro­dotti salirà, facendo del lavoro agri­colo un’attività cui tor­nare. Da noi, comun­que, il rap­porto fra terra e agri­col­tura rimane un discorso com­plesso. Un pezzo di terra, se uti­liz­zato a scopi indu­striali, vale molto di più. Credo che ci saranno sem­pre meno con­ta­dini. Ma quelli che con­ti­nue­ranno a lavo­rare i campi vivranno meglio». Il pre­sente e il futuro pros­simo in Cina auto­riz­zano qual­che dubbio. (Luciano Del Sette)

Piazza Tien an Men a Pechino  da il Manifesto, 24 marzo
Piazza Tien an Men a Pechino da il Manifesto, 24 marzo

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ZHU CHONGYUN, LA NUOVA KRIZIA: “DAL CIBO ALLO STILE DI VITA SIAMO FAN DEL MADE IN ITALY”

di Laura Asnaghi, da “la Repubblica” del 24/3/2015

   «L’ITALIA è la mia passione ». La signora Zhu Chongyun, una tra le 30 donne più ricche della Cina, 50 anni, laurea in ingegneria, è famosa nella moda come la “Krizia cinese” dall’aria molto zen. Un anno fa ha comprato il marchio fondato da Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, e lo vuole rilanciare alla grande. Non parla inglese, ha al suo fianco un’interprete, e per dimostrare che l’amore per il nostro paese è vero ha voluto imparare la frase: «L’Italia è la mia passione».

Signora Zhu, perché la Cina vuole fare grandi investimenti in Italia, non solo nella moda ma nella Pirelli?

«Per gli italiani può essere strano che la Pirelli diventi cinese, per noi no. Questi investimenti fanno parte di un processo di internazionalizzazione della nostra economia. Normale che si punti su marchi di grande fama».

La Cina è una potenza, ha grandi capitali, ma da cosa nasce questo interesse per il Made in Italy?

«Anni fa era la Francia il nostro riferimento. Parigi esercitava un grande fascino e chi aveva mezzi faceva di tutto per approdare sulle rive della Senna. Poi si è imposto il Made in Italy: i suoi stilisti hanno fatto storia e reso desiderabili i loro prodotti. Oggi in Cina, vestire italiano, è orgoglio e privilegio».

Ma è solo la moda che ha creato questa fascinazione?

«No, tutto il lifestyle italiano ha messo in moto questa macchina dei desideri. I cinesi sono fanatici del Made in Italy, non solo abiti e accessori, ma anche cibo, stile di vita e città da sogno, come Venezia, dove molti vorrebbero celebrare un matrimonio indimenticabile ».

Ora nel lifestyle rientra anche Pirelli.

«Non conosco i termini di questa operazione e posso parlare solo di moda, settore che conosco bene perché in Cina guido la Marisfrolg Fashion Co., azienda con 500 negozi, 6mila dipendenti e un fatturato di 400 milioni di dollari. Per me aver acquisito Krizia è stata una grande opportunità, perché si tratta di un marchio noto a livello internazionale, affine ai miei gusti estetici. Krizia l’ho scoperta dieci anni fa e non l’ho più persa di vista. Quando ho saputo che il marchio era sul mercato non mi sono fatta sfuggire l’occasione».

Contenta dell’acquisto?

«Felicissima. Molti in Cina mi dicevano “chi te lo fa fare di lanciarti in questa sfida?”, ma sapevo che stavo facendo una cosa buona e sono andata avanti per la mia strada. Ora sto sviluppando un piano di rilancio di Krizia, che comprende anche il restyling della storica boutique di via della Spiga».

A 50 anni ha un patrimonio personale valutato intorno al miliardo e mezzo di dollari, all’inizio creato dal nulla grazie a prestiti degli amici. Qual è il segreto del suo successo?

«I cinesi, sul fronte imprenditoriale, assomigliano molto agli italiani. Se si mettono in testa una cosa non li ferma nessuno, per questo ora noi e voi facciamo business insieme. Io, figlia di insegnanti, mi sono laureata in ingegneria, ma dopo anni di cantiere ho capito che quel mestiere non era per me. Così coi prestiti degli amici ho iniziato la mia nuova attività nella moda. Anche Krizia è partita da zero e forse per questo a un certo punto della nostra vita ci siamo incontrate e io ho comprato il marchio per dargli un futuro».

Krizia è contenta del lavoro che lei sta facendo?

«Sì. Con me è molto tenera. “Sei la mia versione cinese”, mi dice».

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SINGAPORE, LA CRISI D’IDENTITÀ DEL MODELLO CHE ISPIRÒ LA CINA

di Alessandro Ursic, da “la Stampa” del 24/3/2015 – Il fondatore Lee, morto domenica, riteneva la democrazia inutile per lo sviluppo. Ha creato un paradiso del business ma oggi metà degli abitanti vorrebbe emigrare –    Quando la Cina era ancora un gigante che dormiva, l’appena scomparso, domenica sera a 91 anni, Lee Kuan Yew aveva già capito tutto: la strada dello sviluppo non deve passare necessariamente per la democrazia, anzi. E nella sua piccola città-Stato, governando un paio di milioni di abitanti a cui alternava premi e sculaccioni, questo discendente di cinesi Hakka trapiantati a Singapore diede inizio a una delle più straordinarie storie di successo economico del secolo scorso. CROCEVIA MONDIALE L’incredibile ascesa di Singapore dagli Anni Sessanta non è solo quella di un sonnolento avamposto coloniale diventato centro finanziario globale e crocevia marittimo tra Oriente e Occidente. È anche l’emergere di un’idea che è stata presa a modello da autocrati di mezzo mondo, la nave rompighiaccio che ha indicato il contratto sociale da seguire alla Cina del dopo Mao: arricchitevi gente, lavorate sodo e non disturbate il governo che lavora per il benessere di tutti.

   Ossia i presunti «valori asiatici», come amava dire l’ex premier Lee: una visione confuciana che combinava una pragmatica etica del lavoro, la parsimonia, una deferenza filiale estesa allo Stato, e libertà personali sacrificabili sull’altare della stabilità e della prosperità.    Il segreto di Singapore era tutto lì, in una regione dove regnava il caos. Mentre il Vietnam bruciava sotto le bombe americane, la Cambogia cadeva sotto la follia dei Khmer rossi e la Cina barcollava dopo la rivoluzione culturale, Singapore diventava una città ricca e moderna. Tasse basse per attirare gli investitori stranieri, poche domande sulla provenienza dei capitali, tanta pianificazione e media addomesticati: il leader cinese Deng Xiaoping la visitò nel 1978, e ne rimase impressionato.    La «città del leone» (il suo significato in sanscrito) oggi ruggisce ancora: è il Paese dal quarto più alto Pil pro-capite al mondo, un’oasi dello shopping ad aria condizionata dai grattacieli scintillanti. Resta un esempio di efficienza: una metropoli con un sistema di trasporto pubblico invidiabile, dalla criminalità quasi inesistente, con una popolazione multietnica di cinesi, indiani e malesi che parlano inglese e sono grati al «padre della patria» Lee. Disposizioni e bizzarri divieti di decenni sono ormai interiorizzati. Certo, c’è sempre quella sensazione di collegio a cielo aperto, «un’Asia senz’anima» come la definiscono in molti. Ma funziona. CRISI DI IDENTITÀ In un Occidente che ha perso slancio, mentre l’Europa è incerta su come ravvivare l’economia e l’America è spaccata politicamente, in Asia il «modello Lee» di sviluppo è diventato ormai il «modello cinese». Ed ha più fascino che mai.

   La democrazia rallenta il processo decisionale, si sente dire sempre più spesso; libertà e diritti sono concetti sopravvalutati, che fanno perdere di vista le priorità fondamentali. «La gente vuole case, medicine, un lavoro, scuole. Non il diritto di scrivere un editoriale», disse una volta Lee.    Ora però che quelle cose sono date per scontate, Singapore mostra una crisi di identità. È diventata una costosa Disneyland per i Gatsby d’Asia, dove la classe media fa fatica ed è sempre più xenofoba verso la massa di immigrati sottopagati indispensabili all’economia. Il tasso di natalità è più basso persino di quello italiano. Un sondaggio dice che metà degli abitanti vorrebbe emigrare, se ne avesse la possibilità. Alle ultime elezioni il «Partito di azione popolare», da sempre al governo, ha ottenuto il suo minimo storico; e il prossimo anno si torna alle urne. La via del successo seguita nell’ultimo mezzo secolo ha portato fin qui. Ma è ancora valida? Singapore dovrà trovare una risposta in fretta. E la Cina osserverà di nuovo con molto interesse. (Alessandro Ursic)

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