L’IRAN (l’antica PERSIA) TORNERÀ A VIVERE NEL MONDO? (con l’accordo per la non proliferazione nucleare militare) – Le speranze che un Paese (amico dell’Italia) rinunci agli integralismi e alla repressione (specie contro le donne), e sia strumento di pace nel Medio Oriente e nel far cadere la minaccia dell’Isis

LA FESTA NELLE STRADE DI TEHERAN LA SERA DEL 2 APRILE SCORSO - L’ACCORDO CON L’IRAN - Dopo giorni di trattative tra le potenze mondiali il due di aprile c'è stata l'intesa: stop alle sanzioni e via libera al depotenziamento degli impianti. Il presidente Usa: "Il mondo è più sicuro". Rohani: "Soluzione sui punti chiave". Resta l'opposizione dura di Israele e di Benyamin Netanyahu, ma anche di numerosi Paesi arabi tra cui l'Arabia Saudita. Ma L’EVENTO RESTA STORICO, e l’IRAN ESCE DALL’ISOLAMENTO INTERNAZIONALE (foto da "quotidiano.net")
LA FESTA NELLE STRADE DI TEHERAN LA SERA DEL 2 APRILE SCORSO – L’ACCORDO CON L’IRAN – Dopo giorni di trattative tra le potenze mondiali il due di aprile c’è stata l’intesa: stop alle sanzioni e via libera al depotenziamento degli impianti. Il presidente Usa: “Il mondo è più sicuro”. Rohani: “Soluzione sui punti chiave”. Resta l’opposizione dura di Israele e di Benyamin Netanyahu, ma anche di numerosi Paesi arabi tra cui l’Arabia Saudita. Ma L’EVENTO RESTA STORICO, e l’IRAN ESCE DALL’ISOLAMENTO INTERNAZIONALE (foto da “quotidiano.net”)

   Dopo giorni di trattative, giovedì due aprile, a Losanna in Svizzera, c’è stata l’intesa tra Iran (rappresentato dal suo ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif), gli Stati Uniti (con il segretario di Stato John Kerry), e quelli che vengono chiamati (nelle trattative col Medio Oriente) i “5 + 1”, cioè Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea. L’accordo raggiunto con l’Iran è lo stop alle sanzioni e il via libera di quel Paese al depotenziamento degli impianti per la produzione di armi nucleari.

LE CONDIZIONI DELL’ACCORDO -  L’Iran ha accettato di ridurre le sue centrifughe nucleari di due terzi, dalle 19.000 attuali a 6.104, di cui 5.060 arricchiranno uranio per 10 anni. Saranno tutte centrifughe del tipo IR-1, cioè le meno avanzate, e per 15 anni non andranno sopra la soglia del 3,67% di arricchimento. Tutto il materiale in eccesso verrà messo sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). È l’ormai famoso «BREAKOUT TIME», su cui si è giocata gran parte del negoziato. 
L’UNICA CENTRALE dove continuerà l’arricchimento sarà NATANZ, mentre la struttura segreta di FORDOW verrà riconvertita per la ricerca pacifica, senza custodire materiali fissili. ARAK smetterà di produrre plutonio. L’AIEA potrà condurre ispezioni senza precedenti, visitando anche luoghi finora segreti come la base di PARCHIN, dove secondo l’intelligence aveva sede il vero programma per costruire l’atomica. TUTTE LE SANZIONI RELATIVE AL PROGRAMMA NUCLEARE VERRANNO ELIMINATE, ma quelle per gli altri temi di disaccordo con gli Usa, come la sponsorizzazione del terrorismo o le violazioni dei diritti umani, resteranno in vigore. (Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 3/4/2015)(mappa ripresa da www.termometropolitico.it/)

LE CONDIZIONI DELL’ACCORDO – L’Iran ha accettato di ridurre le sue centrifughe nucleari di due terzi, dalle 19.000 attuali a 6.104, di cui 5.060 arricchiranno uranio per 10 anni. Saranno tutte centrifughe del tipo IR-1, cioè le meno avanzate, e per 15 anni non andranno sopra la soglia del 3,67% di arricchimento. Tutto il materiale in eccesso verrà messo sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). È l’ormai famoso «BREAKOUT TIME», su cui si è giocata gran parte del negoziato. 
L’UNICA CENTRALE dove continuerà l’arricchimento sarà NATANZ, mentre la struttura segreta di FORDOW verrà riconvertita per la ricerca pacifica, senza custodire materiali fissili. ARAK smetterà di produrre plutonio. L’AIEA potrà condurre ispezioni senza precedenti, visitando anche luoghi finora segreti come la base di PARCHIN, dove secondo l’intelligence aveva sede il vero programma per costruire l’atomica. TUTTE LE SANZIONI RELATIVE AL PROGRAMMA NUCLEARE VERRANNO ELIMINATE, ma quelle per gli altri temi di disaccordo con gli Usa, come la sponsorizzazione del terrorismo o le violazioni dei diritti umani, resteranno in vigore. (Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 3/4/2015)(mappa ripresa da http://www.termometropolitico.it/)

   Il tema principale era convincere l’Iran alla limitazione della capacità di arricchire l’uranio (combustibile nucleare necessario alla costruzione di un’arma atomica), con la drastica riduzione del numero delle centrifughe, della loro potenza (le centrifughe sono impianti, attrezzature, che servono appunto all’arricchimento dell’uranio; tra gli articoli pubblicati in questo post, uno è dedicato a spiegare cosa sono le centrifughe nella costruzione della bomba atomica). Un risultato, quello del blocco dell’Iran nella creazione della bomba, che pare raggiunto; e in cambio l’Iran ottiene la fine delle sanzioni economiche nei suoi confronti che stava subendo.

   Di fatto, nella trattativa con l’Iran, il principale interlocutore, la controparte, era rappresentato dagli Stati Uniti, perché sono loro che nei 35 anni di contrapposizione allo stato islamico iraniano (dal 1979, inizio della cosiddetta rivoluzione degli ayatollah), erano i più coinvolti nel voler o dover controllare la difficile continua conflittualità in Medio Oriente (con la difesa di Israele in particolare), conflittualità che non sfociasse in guerra totale (coinvolgendo tutto i mondo). E trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran non sono pochi; e per questo l’accordo di pace con il quale il governo iraniano rinuncia alla costruzione di una sua arma nucleare, se effettivamente si realizza (gli ostacoli non sono del tutto finiti, li troviamo descritti in alcuni articoli di questo post), diventa un EVENTO STORICO fondamentale, forse il più significativo in questi primi quindici anni del nostro secolo.

   E’ da chiedersi se Israele e Arabia Saudita, entrambi in contrapposizione con lo stato integralista dell’Iran, se accetteranno questa scommessa di pace: cioè è da chiedersi se sauditi e israeliani sono disposti a riconoscere la buona fede iraniana di rinuncia a propositi bellici nucleari; e inoltre se accetteranno di includere la Repubblica Islamica in un accordo di fondo sulla divisione dei poteri nel Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif di ritorno da Losanna dopo l accordo  ha avuto un bagno di folla al suo arrivo all'aeroporto di Teheran
Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif di ritorno da Losanna dopo l accordo ha avuto un bagno di folla al suo arrivo all’aeroporto di Teheran

   Insomma, ci sono ancora tante paure che qualcosa faccia saltare l’accordo raggiunto a Losanna. Ma L’ENTUSIASMO PER LE STRADE DI TEHERAN SPECIE DEI GIOVANI (che non vogliono vivere sotto la pressione delle sanzioni occidentali, con uno stato confessionale che impedisce libertà basilari, in particolare alle donne), questo entusiasmo denota che c’è tanto desiderio da parte della popolazione iraniana di tornare a vivere nella comunità internazionale, pur con tutti i limiti, le contraddizioni, che le nostre società esprimono ogni giorno.

   La “liberazione” dell’Iran dall’isolamento internazionale può appunto significare forme nuove di democrazia e libertà all’interno di questo grande e antico Paese. Ancora adesso strutture e poteri egemonici legati al passato, rendono ad esempio la condizione femminile difficile da vivere rispetto alla modernità; e la pena di morte e condanne per reati inesistenti in occidente (dati da diversi stili di vita, da diversità sessuali…) si ritrovano ancora in Iran.

   La svolta moderata dell’attuale presidente Rohani sembra essersi espressa più nella politica internazionale di apertura al mondo, che all’interno del Paese, dove invece regna un dispotismo confessionale che persiste (l’applicazione della pena di morte in forma frequente ne è un esempio). Forse perché la nuova dirigenza più aperta iraniana deve ancora fare i conti e considerare la persistente forza degli integralisti… E’ possibile che sia questo il motivo principale (l’Iran è un paese dove persistono ad esempio diversità marcate tra il modo di pensare della gente di città rispetto a quella più tradizionalista delle campagne…). E se fosse così, è da sperare che in tempi brevi all’apertura internazionale corrisponda un’apertura nei diritti e nelle libertà. E’ di sicuro, la popolazione iraniana, che chi va a Teherane incontra, una popolazione che esprime molto più di qualsiasi paese mediorientale uno spirito di modernità nei pensieri e nei costumi di vita.

   Pertanto ci sono delle speranze positive che potrebbero realizzarsi: fattori di politica estera di riequilibrio e possibile pace del Medio Oriente; una ancora più efficacie lotta all’Isis e al terrorismo (finora l’Iran è stato l’unico paese, assieme ai curdi, a impegnarsi concretamente, cioè militarmente, nella guerra all’Isis); la fine dell’angoscia nucleare iraniana (ma i paesi che hanno firmato sono quasi tutti detentori dell’arma atomica… e questa è una contraddizione…)…a tutto questo per noi si aggiunge il profondo legame tra Iran (l’antica Persia) e l’Italia, un legame fatto di scambi e interessi economici; non per questo meno importante significherebbe poter riallacciare quello spirito di contatto e amicizia. Ci sono pure molti iraniani in Italia, che hanno studiato qui da noi, nelle nostre università, alcuni rimangono, e il profondo legame con questo Paese del Medio Oriente, se riprendesse, se si ravvivasse, non potrebbe che far bene alla condizione interna e internazionale italiana. Potremmo dire che potrebbe essere, questa particolare storica amicizia e scambio tra Iran e Italia, se riannodata, un nostro contributo alla pace e allo sviluppo dell’Europa e del mondo intero.

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   Ma prima di proporre analisi e interpretazioni sulla vicenda dell’accordo tra Iran e altre potenze mondiali, vogliamo in questo post dedicare l’attenzione al MASSACRO DI 148 STUDENTI UNIVERSITARI DI RELIGIONE CRISTIANA, AVVENUTO IN KENIA il 2 aprile scorso. L’impotenza degli Stati e delle organizzazioni intergovernative su questi accadimenti tragici di assassinio di comunità cristiane, è un contesto che mostra la necessità di dare più priorità nei nostri interessi quotidiani ad aspetti internazionali (rispetto alle problematiche pur importanti interne di casa nostra), trovando soluzioni e pressioni verso chi decide, per combattere tutto quell’integralismo violento che, di giorno in giorno, diventa sempre più forte ed espansivo. (s.m.)

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GARISSA

LA STRAGE DI GARISSA (KENIA)

STRAGE DI STUDENTI CRISTIANI (147 I MORTI) AL CAMPUS UNIVERSITARIO DI GARISSA (nell'est del KENYA) giovedì 2 aprile, da parte dei MILITANTI SOMALI DI AL-SHABAB.  Alcune vittime sono state decapitate in stile Isis. I terroristi, dopo avere fatto irruzione nel campus, hanno separato gli studenti cristiani da quelli musulmani e poi hanno liberato questi ultimi. Uno dei tre portavoce del gruppo terroristico che ha rivendicato l'attacco Sheikh Ali Mohamud Rage ha dichiarato: "Il Kenya è in guerra con la Somalia, la loro missione è uccidere quelli che sono contro gli Shebaab". - GARISSA SI TROVA A CIRCA 150 CHILOMETRI DALLA FRONTIERA SOMALA. Le regioni del nord e dell'est del Kenya, proprio ai confini con la Somalia, sono state spesso vittime di attacchi rivendicati da AL-SHABAAB. LEGATI AD AL QAEDA e SOSTENITORI DI UNA VARIANTE DELLA SHARIA MOLTO INTRANSIGENTE, GLI ISLAMISTI SOMALI hanno moltiplicato gli attentati sul territorio kenyano negli ultimi anni, attaccando CHIESE, LOCALITÀ TURISTICHE, SCUOLE, causando 200 morti solo nel 2014. GLI ATTACCHI SI SONO INTENSIFICATI DOPO L'OFFENSIVA MILITARE LANCIATA DA NAIROBI IN TERRITORIO SOMALO NELL'OTTOBRE 2011, mirata proprio contro gli al-Shabaab. LE ZONE PIÙ COLPITE SONO QUELLA ATTORNO ALLA FRONTIERA CON LA SOMALIA, 700KM, le aree di Mandera, WAJIR ed anche GARISSA. L'attacco più cruento nel settembre 2013, quando gli Shebaab misero a ferro e fuoco uno shopping center Westgate nel cuore di Nairobi, uccidendo 67 persone. (da Rainews.it)(mappa tratta da www.urbanpost.it/)
STRAGE DI STUDENTI CRISTIANI (148 I MORTI) AL CAMPUS UNIVERSITARIO DI GARISSA (nell’est del KENYA) giovedì 2 aprile, da parte dei MILITANTI SOMALI DI AL-SHABAB. Alcune vittime sono state decapitate in stile Isis. I terroristi, dopo avere fatto irruzione nel campus, hanno separato gli studenti cristiani da quelli musulmani e poi hanno liberato questi ultimi. Uno dei tre portavoce del gruppo terroristico che ha rivendicato l’attacco Sheikh Ali Mohamud Rage ha dichiarato: “Il Kenya è in guerra con la Somalia, la loro missione è uccidere quelli che sono contro gli Shebaab”. – GARISSA SI TROVA A CIRCA 150 CHILOMETRI DALLA FRONTIERA SOMALA. Le regioni del nord e dell’est del Kenya, proprio ai confini con la Somalia, sono state spesso vittime di attacchi rivendicati da AL-SHABAAB. LEGATI AD AL QAEDA e SOSTENITORI DI UNA VARIANTE DELLA SHARIA MOLTO INTRANSIGENTE, GLI ISLAMISTI SOMALI hanno moltiplicato gli attentati sul territorio kenyano negli ultimi anni, attaccando CHIESE, LOCALITÀ TURISTICHE, SCUOLE, causando 200 morti solo nel 2014. GLI ATTACCHI SI SONO INTENSIFICATI DOPO L’OFFENSIVA MILITARE LANCIATA DA NAIROBI IN TERRITORIO SOMALO NELL’OTTOBRE 2011, mirata proprio contro gli al-Shabaab. LE ZONE PIÙ COLPITE SONO QUELLA ATTORNO ALLA FRONTIERA CON LA SOMALIA, 700KM, le aree di Mandera, WAJIR ed anche GARISSA. L’attacco più cruento nel settembre 2013, quando gli Shebaab misero a ferro e fuoco uno shopping center Westgate nel cuore di Nairobi, uccidendo 67 persone. (da Rainews.it)(mappa tratta da http://www.urbanpost.it/)

DOPO LA STRAGE IN KENYA – CONTRO I CRISTIANI È ORMAI VERA GUERRA

– LA STRAGE CONTEMPORANEA DEI CRISTIANI È UN MARTIRIO CHE ANCORA NON È ENTRATO NELLA GALLERIA DELLA STORIA. LA STRAGE DEL CAMPUS DI GARISSA –

   148 studenti uccisi dai terroristi non è giunto inaspettato, e Papa Francesco condanna «la brutalità senza senso» ma va oltre e lancia un appello alle autorità per porre fine alle violenze. Nessuno invoca – tantomeno il Papa – una guerra giusta, ma le vittime devono essere difese dalle violenze, che ormai non hanno più patria, in buona parte dell’AFRICA e del MEDIO ORIENTE, fino all’INDIA.

   È vero quello che ha denunciato il predicatore di Casa Pontificia, il francescano padre Cantalamessa: IL MONDO IGNORA LO STERMINIO DEI CRISTIANI, «che non muoiono con i pugni chiusi ma con le mani giunte».

   Le nuove frontiere della brutalità, ora consumate dagli SHABBAB SOMALI ma che ricalcano LE ORME DELL’ISIS e di altri gruppi di assassini senza volto ma sotto bandiere ben riconoscibili, non conoscono limiti e affondano dentro una simbologia che non casuale, a partire dalla “selezione”, che evoca tragicamente i campi di sterminio nazisti. Non solo: la strage si è consumata alla vigilia del venerdì santo, che per i cristiani, anche non necessariamente praticanti, è il simbolo della Passione e del martirio. (di Carlo Marroni, da “il Sole 24ore del 4/4/2015)

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A PROPOSITO DI IRAN E DELL’ACCORDO RAGGIUNTO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE

da www.gds.it/
da http://www.gds.it/

IRAN, LA RAGIONE ZOPPA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 3/4/2015

– La diplomazia ha ottenuto quel che un tempo imponevano le armi. Ha gettato le basi per un’intesa preliminare che altrimenti sarebbe stata raggiunta con la forza –

   È STATO deciso un esame d’ammissione, in altri termini è stato raggiunto un accordo politico. Una prova. Ne sono state per ora annunciate sommariamente le regole. L’Iran degli ayatollah, dopo trentacinque anni di guerra fredda con la superpotenza, e in varia misura con l’Europa, dovrà rispettarle per un decennio.

   Ben inteso sotto lo stretto controllo degli esperti dell’Agenzia atomica dell’Onu, per ritornare a pieno titolo nella società internazionale. La condizione principale, essenziale, è la rinuncia tecnica all’arma nucleare.

   ERA e resta ovvio, ma la volontà politica e ideologica sarà determinante. La diplomazia ha ottenuto quel che un tempo imponevano le armi. Ha gettato le basi di un’intesa preliminare che altrimenti, un giorno, sarebbe stata forse ottenuta con la forza. I favorevoli a questa soluzione non mancano mai. Ha in fondo prevalso la ragione.

   Forse una ragione zoppa; ma pur sempre la parola rispetto al fucile. È stato conseguito un successo di grande portata non solo per il Medio Oriente in preda al caos e alla violenza, ma per il resto del mondo, poiché riguarda una questione chiave della nostra epoca: ha infatti avuto la meglio il principio della non proliferazione nucleare.

   Tanti Paesi in quella regione erano pronti a seguire l’esempio di Teheran. L’Arabia Saudita trattava già col Pakistan, comprensivo e fedele amico musulmano.

   A Losanna fu preparato il dopo Prima guerra mondiale. Nello stesso luogo, come se fosse predestinato alle pagine di storia, negli ultimi giorni è avvenuto il più rilevante avvenimento diplomatico dell’ultimo quarto di secolo. Purché duri.

   Non tutto è stato detto dopo 37 ore di negoziati, 12 anni di tentativi falliti, e 35 di sanzioni, rese più severe nell’ultimo decennio. Dopo tanti sospetti, inganni, bugie, minacce non era possibile svelare tutti gli aspetti tecnici da risolvere e da precisare sulla carta entro il 30 giugno. Conta che le due parti a confronto, gli Stati Uniti da un lato (accompagnati da Francia, Gran Bretagna e Germania) e l’Iran dall’altro (spalleggiato da Russia e Cina) siano riusciti a stabilire un’intesa di principio sulle loro esigenze. Un ponte disegnato ma non ancora costruito.

   La questione principale per gli occidentali riguardava la limitazione della capacità iraniana di arricchire l’uranio, combustibile nucleare necessario alla costruzione di un’arma atomica. Quindi la drastica riduzione del numero delle centrifughe, della loro potenza, ed altresì quella dell’uranio già arricchito. L’obiettivo era di allungare almeno fino a un anno il break out, il tempo necessario per acquisire abbastanza uranio ed elaborare la bomba. La quale richiede poi un’ulteriore lavorazione.

   Gli occidentali avrebbero ottenuto di ridurre a 6mila le 19mila centrifughe iraniane capaci di arricchire l’uranio. E di trasferire in parte il carburante nucleare iraniano in Russia, o di poterlo diluire. In che misura queste misure, alle quali si opponevano tenacemente gli iraniani, saranno attuate lo si vedrà nei prossimi mesi.

   Gli iraniani chiedevano in cambio la sospensione totale e immediata delle sanzioni che hanno penalizzato severamente la società iraniana. Hassan Rohani è stato eletto presidente nel 2013 anche sulla promessa di porre fine al più presto a quelle sanzioni e di risolvere di conseguenza il problema nucleare. Dalla prime indicazioni risulta che le sanzioni saranno ridotte via via, tappa per tappa, seguendo i progressi fatti dagli iraniani nel rispettare i termini dell’accordo. Oppure ripristinate in caso di mancanza.

   I dettagli tecnici sono stati tenuti segreti. Possono infatti avere effetti esplosivi. Dall’una e dall’altra parte esistono forti opposizioni all’intesa politica raggiunta a Losanna. Negli Stati Uniti i repubblicani, maggioritari nei due rami, erano e forse lo sono ancora decisi a sabotare l’accordo e ad appesantire le sanzioni. Loro tenace alleato non è soltanto la destra israeliana, con in testa il primo ministro Benjamin Netanyahu appena rieletto, che vede l’Iran come la principale minaccia per lo Stato ebraico.

   I grandi Paesi arabi sunniti, in particolare l’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi dell’Islam, osserva con preoccupazione il ruolo sempre più importante dell’Iran sciita. Per questo attacca gli sciiti nello Yemen e prepara una coalizione sunnita con l’Egitto. L’angoscia e la possibilità che l’accordo di Losanna renda più stabile la complicità ufficiosa tra gli Stati Uniti, ormai autosufficienti per l’energia, e quindi sempre meno dipendenti dal petrolio arabo, compreso quello saudita, e gli sciiti iraniani e iracheni impegnati contro lo “stato islamico”.

   Uno dei responsabili militari del nucleare iraniano, il generale Qassim Suleimani, comandante delle forze d’élite delle Guardie della Rivoluzione (iscritto sulle liste dell’Onu per attività terroristiche), è presente sul fronte iracheno di Tikrit, dove le milizie sciite cercano di cacciare dalla città i jihadisti sunniti del califfato. E le milizie del generale Suleimani hanno l’appoggio dell’aviazione americana. L’accordo di Losanna, nel clima passionale e caotico mediorientale, può essere interpretato come una svolta strategica della superpotenza.    Nella stessa Teheran non sono pochi a dubitare dell’opportunità di venire a patti con gli Stati Uniti. Allentate le sanzioni saranno disponibili i miliardi di dollari bloccati nelle banche straniere e provenienti dal petrolio non più limitato nelle vendite. Settantotto milioni di iraniani potranno infine usufruire di quella ricchezza, dopo decenni difficili.

   Ma per molti è in gioco l’orgoglio del regime e l’ostilità per il “grande Satana”. Gli interlocutori di John Kerry, il segretario di Stato di Barack Obama, erano due iraniani di educazione americana: il gioviale ministro degli Esteri, Muhammad Javad Zarif, e il capo dell’agenzia atomica iraniana, Ali Akbar Salehi. Non deve essere stato sgradevole trattare con loro, ma alle loro spalle c’erano e restano i depositari dell’ideologia del regime, che hanno reso ardue, difficili le trattative di Losanna, come quelle degli anni scorsi. E che restano i guardiani nella stagione tecnica, durante la quale si dovranno stendere sulla carte entro giugno i dettagli dell’accordo quadro, essenzialmente politico, appena raggiunto. (Bernardo Valli)

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IRAN-ITALIA, UNA STORIA D’AMORE E D’INTERESSE

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 4/4/2015

   Quella tra l’Italia e l’Iran è una lunga storia d’amore e di interesse. Dai tempi di Marco Polo che sedusse una principessa iraniana per portarla in sposa all’imperatore della Cina, fino alla grande foto di Enrico Mattei dai riverberi color seppia che ancora sorride negli uffici di Teheran della NIOC, la compagnia petrolifera di Stato.

   Come raccontano i libri di storia iraniani il presidente dell’Eni, considerato un eroe da affiancare al primo ministro Mossadeq, voleva fare concorrenza alle Sette Sorelle. Mossadeq nazionalizzò il petrolio e fu sbalzato dal potere nel ’53 da un colpo di stato anglo-americano, Mattei morì in un misterioso incidente aereo qualche anno dopo. Il patron dell’Eni favorì persino il fidanzamento tra lo Shah Mohammed Reza Pahlevi e Maria Gabriella di Savoia ma questo grandioso lasciapassare ai pozzi petroliferi sfumò quando l’Osservatore Romano condannò le possibili nozze tra una cattolica e un divorziato, per di più musulmano.

Sull’amore non si possono fare previsioni, sugli interessi è più facile: se dopo l’accordo sul nucleare, da perfezionare entro il 30 giugno, cominceranno a togliere le sanzioni le aziende italiane saranno in prima fila, come lo sono già adesso anche se vivono un po’ da sorvegliate speciali dei servizi americani e britannici che poco gradiscono questa relazione privilegiata.

   Ma anche gli italiani, che pure qui hanno tenuto calde le relazioni con la visita in marzo del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, dovranno temere la concorrenza. I francesi, riluttanti nel dare fiducia gli accordi di Losanna per compiacere i clienti sauditi, hanno inviato a Teheran una missione con 100 imprese per aggiudicarsi i futuri contratti nel campo dell’energia e in ogni altro settore appetibile.

   Lo stesso discorso vale per gli Usa che pure non hanno relazioni diplomatiche dal 1979. Alla NIOC mostrano le parcelle assegnate alle compagnie occidentali nel giacimento offshore di gas di South Pars, la cui produzione, a regime, vale un anno di consumi europei, oltre 500 miliardi metri cubi. Sulla mappa c’è un largo spazio bianco, il più grande: «È l’area riservata alle compagnie americane quando torneranno qui», dicono gli iraniani. C’è un precedente significativo: nel ’94 fu assegnato alla Conoco il primo contratto petrolifero accordato a una compagnia straniera dopo la rivoluzione islamica, un anno dopo cancellato da Clinton sotto pressione del Congresso che impose nuove sanzioni.

   L’ITALIA QUI HA UN CREDITO ENORME. «Siete il Paese europeo per noi più importante», ripete a ogni incontro il presidente HASSAN ROHANI. Da 50 anni le relazioni non hanno mai avuto battute d’arresto, neppure nei momenti peggiori: negli anni ’80, quando un milione di giovani iraniani moriva nelle paludi dello Shaft el Arab contro l’Iraq, le imprese italiane furono le uniche che non abbandonarono mai la piazza. Aiutavamo l’economia ma anche lo sforzo bellico dell’Iran: questa è una delle ragioni fondamentali che ha consentito importanti intese per l’Eni e le altre imprese italiane.

   L’Italia, alla fine degli anni 90, fu anche il primo paese europeo, dopo la “crisi degli ambasciatori”, a ristabilire contatti con gli ayatollah e a sostenere il tentativo riformista dell’ex presidente Mohamed Khatami. Furono gli stessi iraniani a spingere perché Roma, nel 2004, accettasse di entrare nel gruppo Cinque più Uno del negoziato nucleare. L’Italia declinò perché intendeva mantenere una posizione di “equidistanza” tra le parti: non voleva entrare in rotta di collisione con un partner commerciale importante e allo stesso tempo rischiare frizioni con Washington.

   L’Italia in Iran ha anche colto qualche significativo successo diplomatico, come Giandomenico Picco dell’Onu che ebbe un ruolo importante nel cessate il fuoco tra Iran e Iraq nell’88. Il personaggio più noto però è Andreotti: «Per noi è sempre stato un grande amico», ha detto qualche settimana fa a Teheran Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema Khamenei, e Mohammed Larijani, fratello del presidente del Parlamento, ha dedicato in un libro otto pagine a un ritratto dell’ex presidente del Consiglio che Rafsanjani accoglieva con onori da capo di stato anche quando non era più al governo.

   È per questi antichi legami che l’Italia scambia informazioni con l’Iran e gli Hezbollah libanesi vitali per la nostra presenza militare in Afghanistan e nel Sud del Libano. TEHERAN È UNA DELLE PORTE DEL MEDIO ORIENTE dove entriamo accolti da protagonisti: non accade per la verità troppo spesso. (Alberto Negri)

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NUCLEARE, C’È L’ACCORDO CON L’IRAN. OBAMA: IL MONDO È PIÙ SICURO

– Via le sanzioni in cambio della riduzione dell’arricchimento di uranio. La ratifica a giugno –

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 3/4/2015

   Dopo otto giorni, e diverse notti di negoziato a Losanna, l’Iran e la comunità internazionale hanno raggiunto l’accordo che il presidente americano Obama ha definito come «la migliore occasione per risolvere in maniera pacifica la questione del programma nucleare».

   L’intesa, se diventerà un trattato vincolante entro fine giugno, fermerà la corsa della Repubblica islamica verso la bomba atomica, e cambierà gli equilibri del Medio Oriente, nella speranza che nel frattempo il paese si dia una leadership più moderata e responsabile.

   Mercoledì (1 aprile) le trattative sono durate fino alle 6 del mattino, ma alle 11 di ieri i diplomatici di Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania, Unione Europea e Iran sono tornati al tavolo, per definire i punti dell’accordo da completare entro l’inizio dell’estate. Poco prima delle otto di sera, l’Alto rappresentante della Ue per la politica estera Federica Mogherini e il ministro iraniano Javad Zarif sono andati al podio, per leggere in inglese e in farsi una dichiarazione congiunta. «Oggi – ha detto la Mogherini – abbiamo compiuto un passo decisivo, raggiungendo i parametri dell’intesa. La determinazione politica e la buona volontà di tutte le parti l’ha reso possibile».

LE CONDIZIONI

La Casa Bianca poco dopo è scesa nei dettagli, chiarendo quali sono i punti che dovranno essere scritti e firmati entro il 30 giugno.

   L’Iran ha accettato di ridurre le sue centrifughe di due terzi, dalle 19.000 attuali a 6.104, di cui 5.060 arricchiranno uranio per 10 anni. Saranno tutte centrifughe del tipo IR-1, cioè le meno avanzate, e per 15 anni non andranno sopra la soglia del 3,67% di arricchimento. Tutto il materiale in eccesso verrà messo sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Questo, secondo Washington, significa che il tempo necessario a Teheran per costruire una bomba sale dai 2 o 3 mesi attuali, a un anno, dando quindi alla comunità internazionale lo spazio necessario per intervenire se violasse le intese. È l’ormai famoso «breakout time», su cui si è giocata gran parte del negoziato.

   L’unica centrale dove continuerà l’arricchimento sarà Natanz, mentre la struttura segreta di Fordow verrà riconvertita per la ricerca pacifica, senza custodire materiali fissili. Arak smetterà di produrre plutonio a livello compatibile con la costruzione di un’arma, diventerà un reattore ad acqua pesante per la ricerca, e il fuel usato verrà trasportato all’estero.

   L’Aiea potrà condurre ispezioni senza precedenti, visitando anche luoghi finora segreti come la base di Parchin, dove secondo l’intelligence aveva sede il vero programma per costruire l’atomica. Molto importanti sono i tempi. L’Iran aderirà a questi limiti per la produzione di uranio arricchito per 10 anni, non costruirà altre strutture per 15 anni, e sarà sottoposto ai controlli dell’Aiea per 25 anni.

   In cambio, dopo la firma del trattato e la verifica della sua applicazione, tutte le sanzioni relative al programma nucleare verranno eliminate, ma quelle per gli altri temi di disaccordo con gli Usa, come la sponsorizzazione del terrorismo o le violazioni dei diritti umani, resteranno in vigore.

LA SCOMMESSA AMERICANA

La scommessa della Casa Bianca è che in questo arco di tempo Khamenei e i conservatori perderanno la presa sul paese, e le nuove generazioni iraniane si daranno una leadership disposta a comportarsi in maniera responsabile, magari dialogando con l’Arabia Saudita e aiutando a fermare tanto il terrorismo sunnita dell’Isis o di al Qaeda, quanto quello sciita di Hezbollah. Non a caso, già ieri Obama ha chiamato il re saudita e il premier israeliano, per rassicurarli. Netanyahu ha bocciato l’intesa, ma Obama ha risposto che «l’alternativa era fare un’altra guerra in Medio Oriente, con cui avremmo ritardato il programma nucleare iraniano di meno anni». Su questa scommessa, su questo primo segnale incoraggiante in un mondo che sembra sempre più fuori controllo, si giocheranno la sicurezza e il futuro di tutti. (Paolo Mastrolilli)

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URANIO, CENTRIFUGHE E NUCLEARE IRANIANO

di Luigi Bignami, 2/4/2015, da Focus.it (www.focus.it/ )

– Uno degli elementi della discordia nel negoziato sul nucleare iraniano è il numero di centrifughe: che cosa sono, a che cosa servono, perché sono oggetto di contrattazione –

L'esplosione di una bomba atomica: la reazione a catena richiede uranio-235 o plutonio(http://www.focus.it/ )
L’esplosione di una bomba atomica: la reazione a catena richiede uranio-235 o plutonio(http://www.focus.it/ )

   Per costruire una bomba atomica bisogna innanzi tutto avere uranio altamente arricchito, oppure plutonio: sono questi i due elementi che, innescati, generano la famigerata reazione a catena nucleare. Tolti questi due elementi, la “bomba” in sé è la parte meno complessa del lavoro: gli uomini sono bravissimi a costruire bombe, lo fanno da sempre.

# Come si ottengono l’uranio arricchito e il plutonio? Sono due percorsi connessi ma distinti. Per avere uranio arricchito occorre estrarre dall’uranio naturale una certa quantità di minerale più instabile rispetto alla massa del minerale (a questo servono per l’appunto le centrifughe). Per il plutonio (che sulla Terra è quasi esclusivamente sintetico) si costruiscono centrali nucleari, le quali, come sottoprodotto del processo che produce calore ed energia elettrica, generano plutonio. Questo secondo percorso è più lungo del primo (sia per i tempi sia per le quantità prodotte), perciò chi desidera una bomba atomica presto e subito persegue soprattutto la strada dell’arricchimento.

# Perché si arricchisce l’uranio? In natura si trova in genere una miscela di due tipi di uranio: uranio 235 (92 protoni e 143 neutroni) e uranio 238 (92 protoni e 146 neutroni). Nelle rocce ricche di uranio generalmente le percentuali sono dello 0,7% per l’isotopo 235 e del 93,3% per l’isotopo 238. Isotopi sono atomi dello stesso elemento con differente numero di neutroni. Per ottenere energia dall’uranio bisogna spezzarne gli atomi.

Se si riesce nell’impresa, che in termini tecnici si chiama fissione, il risultato è l’immediata, istantanea liberazione di una enorme quantità di energia. Per fissionare gli atomi, si spara loro contro dei neutroni: quando viene colpito da un neutrone, l’uranio 235 si spacca emettendo energia.

L’uranio 238, invece, assorbe il neutrone e, dopo una coppia di trasformazioni, può diventare plutonio 239 (239Pu), adatto alla fissione controllata (ma potrebbe casualmente anche diventare plutonio 240, estremamente fissile, molto pericoloso perché capace di fissione spontanea).

Perciò, per costruire un’atomica è “ideale” una miscela di uranio dove il 235 sia almeno l’80-90% rispetto al 238: in caso contrario, volendo proprio farne una atomica sporca si combina un pasticcio radioattivo, ma non si riesce a innescare la reazione a catena idealmente rappresentata dalla nuvola a fungo. Per la fissione nucleare che tipicamente avviene nel reattore di una centrale atomica basta invece una concentrazione di uranio 235 del 2-3%, perché certo lì non si vogliono l’intensità e la quantità di energia di una bomba.

La fissione nucleare: un neutrone colpisce un atomo di uranio 235, che si spacca emettendo istantaneamente grandi quantità di energia. (http://www.focus.it/ )
La fissione nucleare: un neutrone colpisce un atomo di uranio 235, che si spacca emettendo istantaneamente grandi quantità di energia. (http://www.focus.it/ )

# Che cosa sono le centrifughe? Per ottenere la quantità e il tenore di uranio necessari, si deve perciò arricchire la materia di base. Anche per questo ci sono più soluzioni. Le centrifughe sono una: è una tecnologia molto ben collaudata, che possiedono in pochi (tra questi pochi, anche Israele, Pakistan e Iran). Il nome “centrifuga” descrive molto bene il meccanismo: la macchina viene caricata di esafluoruro di uranio (uranio naturale trasformato in gas), fatto vorticosamente ruotare a migliaia di giri al minuto. Per effetto della forza centrifuga i due tipi di uranio si separano ed è poi facile isolare uranio 235, molto concentrato.

In passato le centrifughe richiedevano molta energia per ottenere buoni risultati, mentre quelle dell’attuale generazione producono ottimo uranio arricchito con un uso di energia contenuto. Senza entrare in questioni di geopolitica o di sicurezza globale, la relativa facilità con cui oggi si può produrre materiale altamente fissile spiega perché Nato e Stati Uniti vogliono che l’Iran abbia un numero limitato di centrifughe: in tal modo si limita la quantità di uranio 235 che il Paese può produrre.

Una serie di centrifughe per l'arricchimento di materiale fissile (http://www.focus.it/ )
Una serie di centrifughe per l’arricchimento di materiale fissile (http://www.focus.it/ )

# C’è solo la centrifuga? Ci sono anche altri sistemi per arricchire l’uranio. Si va dalla diffusione gassosa, dove il gas d’uranio viene fatto passare attraverso membrane porose (l’uranio per le centrali nucleari ad uso civile si produce soprattutto in questo modo, ma richiede grandi quantità di energia) alla separazione aerodinamica, sistema abbastanza simile alla centrifuga. C’è poi la separazione elettromagnetica: si ionizzano gli atomi di uranio (togliendo loro degli elettroni), poi, attraverso un campo elettrico si “attirano” gli atomi, che si separano in base alla loro massa. Infine, la ionizzazione selettiva laser: che attraverso un raggio laser ionizza solo gli atomi desiderati, che per mezzo di un campo elettrico vengono separati dagli altri. Rispetto a tutti questi, la centrifuga è l’unico metodo industriale ben collaudato e (relativamente) economico e facile da gestire. (Luigi Bignami, Focus.it www.focus.it/ )

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LA SFIDA NON È L’ATOMICA MA IL CONTROLLO DELLO SCACCHIERE PERSIANO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 4/4/2015

   L’annunciata intesa sul nucleare iraniano non è un’intesa sul nucleare iraniano. È molto di più o molto di meno. GRANDE STORIA O CRONACA EFFIMERA. NEL PRIMO CASO, sarà ricordata come la breccia che avrà consentito la graduale reintegrazione della Persia – chiamiamo le cose con il loro nome – quale potenza portante di un nuovo equilibrio nella sua area d’influenza imperiale, DAL MEDITERRANEO ALL’OCEANO INDIANO, DAL LEVANTE ALL’ASIA CENTRALE.

   NEL SECONDO, sarà registrata negli annali con una nota a pie di pagina. Per ricordare l’abortito tentativo di un debole presidente americano di dare senso alla sua eredità in politica estera, parallelo al fallito sforzo del regime di Teheran di recuperare parte della sua legittimità minata dall’esclusione, via sanzioni, da fondamentali circuiti finanziari, energetici e culturali: peso ormai insopportabile per il Paese più moderno e meno antioccidentale della regione.

   La prima ipotesi è la meno probabile e la più auspicabile per noi italiani ed europei. La seconda confermerebbe l’antica regola per cui da qualche secolo quella parte di mondo produce molti più problemi di quanti ne sappia.

L’ACCORDO HA MOLTI PUNTI DEBOLI: non è stato firmato ufficialmente e conta su nemici potenti da entrambe le parti risolvere. Il verdetto sarà emesso dagli storici. Ma già alla fine di questa primavera, quando i negoziatori si ritroveranno in Svizzera per firmare o non firmare il trattato internazionale di cui hanno gettato le basi, ne sapremo di più.

   Anzitutto, l’ASPETTO TECNICO. A Losanna si è deciso che l’accordo basato sullo scambio fra rinuncia iraniana all’arma atomica e abolizione delle sanzioni (americane, europee, onusiane) si farà, ma i dettagli dovranno essere definiti entro il 30 giugno. NESSUNO HA FIRMATO NULLA. Si è solo stabilito che lo si intende fare entro il quadro tracciato insieme, dopo un primo defatigante negoziato fra l’Iran e le sue controparti Usa, Russia, Cina, Germania, Francia e Gran Bretagna.

   C’È LA CORNICE. CI SONO ALCUNI PRINCÌPI CHIAVE (tra cui spicca la rinuncia della Repubblica Islamica, ma solo per i prossimi quindici anni, ad arricchire uranio oltre il 3,67%, ben al di sotto del grado necessario a produrre la Bomba). C’è la necessità per i contraenti del patto non scritto di salvare la faccia: SE A FINE GIUGNO SALTASSE TUTTO, TUTTI PERDEREBBERO.

   Poi però si scopre che i parametri dell’accordo resi noti dal Dipartimento di Stato, calibrati per renderli appetibili alla propria opinione pubblica e soprattutto al Congresso che dovrà approvare l’accordo, non sono identici alla versione iraniana. Non è questione di traduzione dall’inglese in farsi, è sostanza.

   Infatti, era passata appena un’ora dalla pubblicazione del documento Usa che già il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif twittava il suo disappunto per le rivelazioni del collega John Kerry. Ma siamo ottimisti, e consideriamo questa divergenza come parte del negoziato in corso.

   IL PUNTO È CHE L’INTESA NON È STATA RAGGIUNTA DA EFFETTIVI PLENIPOTENZIARI, come si usava un tempo fra cancellerie. Kerry ha alle spalle Obama, certo. Ma il presidente potrà essere smentito dal Congresso a maggioranza repubblicana, cui spetterà l’ultima parola sulla revoca delle sanzioni — certo non tutte. E se pure il presidente dovesse provvisoriamente scavalcare il suo parlamento a colpi di ordini esecutivi, fra due anni il suo successore potrebbe riportare le lancette dell’orologio all’ora zero.

   Quanto a Zarif, può contare sull’appoggio del presidente Hassan Rouhani, che pure ha conservato un margine di distanza rispetto al suo capo negoziatore, e persino sul cauto benestare della Guida Suprema, Ali Khamenei. Oltre che sull’entusiasmo con cui tanta gente a Teheran e altrove è scesa in piazza a festeggiare l’annuncio di Losanna, quasi la fine delle sanzioni fosse fatto compiuto.

   Ma se a giugno Zarif si trovasse di fronte a “dettagli” indigeribili impostigli dai negoziatori europei e americani a causa delle pressioni arabo-saudite e israeliane, o desse l’impressione di aver stipulato un’intesa politica a tutto tondo con l’America, nei palazzi del regime i nemici dell’accordo potrebbero rovesciare il tavolo.

   E qui torniamo al punto di fondo: nella forma e nella tecnica si tratta sul nucleare, NELLA SOSTANZA IL NEGOZIATO È GEOPOLITICO. La trattativa non sarebbe nemmeno cominciata se, al fondo, occidentali, russi e cinesi non fossero convinti del fatto che la Persia è attore abbastanza razionale da non volersi dotare di testate atomiche, ben sapendo che appena scoperta verrebbe vetrificata da un primo colpo americano e/o israeliano.

Trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata dagli stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si possono però cancellare d’un colpo. Serve passare dalla cruna dell’ago nucleare per ricostruire un equilibrio geopolitico regionale oggi inesistente.

   Ma sauditi e israeliani non sono disposti a includere la Repubblica Islamica in un accordo di fondo sulla divisione dei poteri nel Grande Medio Oriente.

   Per i petromonarchi arabi sunniti di Riyad e i loro satelliti del Golfo, i persiani sciiti sono inguaribili sovversivi. Teheran è la centrale della rivoluzione nel mondo islamico, che in ultima analisi nega la legittimità del potere politico religioso di Casa Saud.

   Per gli israeliani, o almeno per Netanyahu e la quasi totalità dell’establishment politico (ma l’intelligence spesso non concorda), la Repubblica Islamica è una minaccia esistenziale permanente. E’ ciò che l’Unione Sovietica fu per gli Stati Uniti durante la guerra fredda. Un fattore di coesione sociale e geopolitica assolutamente strategico. E si sa che cosa succede QUANDO SI PERDE IL NEMICO.

   QUANTO A NOI. Non c’è dubbio che per l’Italia la via verso il compromesso fra le tre potenze regionali determinanti nel nostro Sud-Est — cui potremmo aggiungere la Turchia – sia di gran lunga preferibile al caos attuale, dove prosperano i “califfi”, scorrono i veleni dei conflitti settari e si rafforzano le rotte dei traffici clandestini che minacciano la nostra sicurezza, inquinano la nostra economia, infragiliscono la nostra coesione sociale, financo istituzionale.

Forse mai come oggi rimpiangiamo l’occasione persa oltre dieci anni fa dal governo Berlusconi, quando rifiutò l’invito iraniano a partecipare ai negoziati per timore di irritare gli americani (sic). Dobbiamo quindi affidarci ai nostri partner. Nella speranza che nelle loro agende ci sia un piccolo spazio per i nostri interessi. Ne saremmo lietamente sorpresi. (Lucio Caracciolo)

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PRIGIONIERI DELLA PAURA

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 4/4/2015

– Quella svolta di Obama che spaventa lo Stato ebraico – Per molti israeliani l’Iran rappresenta la versione contemporanea dell’antisemitismo. Nel 2012, dopo la guerra informatica e gli omicidi mirati, il Mossad bloccò in extremis un attacco –

   Il mondo esulta, Israele trema. Nella cena pasquale che ha riunito milioni di famiglie ebraiche, quando è venuto il momento di mangiare l’erba amara della schiavitù insieme al pane azzimo dell’Esodo, è parso come se l’accordo di Losanna rinnovasse il più antico dei sapori: l’incomprensione fra gli ebrei e le altre nazioni.

   Per la verità sui giornali israeliani le valutazioni erano più articolate, taluni riconoscevano che i 5+1 hanno fatto un buon lavoro. Ma l’Iran degli ayatollah rappresenta nel senso comune d’Israele un pericolo di natura esistenziale: la versione contemporanea dell’antisemitismo, scaturita da quel misterioso sommovimento rivoluzionario del 1979 come una pulsione insopprimibile, quasi un evento tellurico ininterrotto da trentacinque anni.

   TALE VISIONE HA ASSUNTO CONNOTATI APOCALITTICI. La trasformazione dell’impero persiano nell’ossimoro di una repubblica al tempo stesso islamica e rivoluzionaria, con l’effetto contagioso di sospingere tutti i popoli musulmani alla contrapposizione antioccidentale, ha sbigottito Israele. La promessa di distruggere il “piccolo Satana” e il rilancio delle tesi negazioniste sulla Shoah, vengono interpretati dai religiosi messianici come segnali dell’approssimarsi di una catastrofe necessarla in vista della redenzione ormai prossima.

   Le “doglie del Messia”, appunto. La lotta fra Gog e Magog. Accadimenti dolorosi, come la stessa dissoluzione della Siria, eppure inequivocabili: cioè necessaria preparazione all’avvento del Mondo a Venire.

   Non sto esagerando. Ho appena trascorso un mese nella citta mistica di Zfat, in Galilea, e di continuo mi sentivo ribadire argomenti simili. Veterani di tre guerre, che ancora oggi vivono a pochi chilometri dalla polveriera siriana e libanese, anziché soffermarsi sui pericoli che attanagliano la loro stessa esistenza, compiangevano me, ebreo di un’Europa che considerano già perduta, prossima all’islamizzazione.

   Davvero in tanti mi hanno ripetuto come un’ovvietà che lo stesso presidente americano Obama – come non accorgersene?- è un musulmano mascherato. Il 17 marzo scorso, davanti ai seggi in cui si votava per il rinnovo della Knesset, c’erano ragazzi che innalzavano festanti le bandiere gialle con la parola Messia sormontata da una corona, per annunciare l’irrilevanza della scelta politica quando siamo ormai giunti alla Fine dei Tempi.

   Anche su presagi di questa natura si è fondata la strategia fallimentare del laico Netanyahu, che lo avrebbe già portato nel 2012, dopo la guerra informatica e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani, a lanciare un attacco militare contro i reattori nucleari di Teheran; se non lo avesse bloccato all’ultimo momento la ferma opposizione dichiarata dai capi del Mossad e delle forze armate.

   Quelle azioni unilaterali di Netanyahu non sono valse a bloccare la trattativa del quintetto con l’Iran. Ma – anche a prescindere dalle tesi apocalittiche del sionismo religioso — l’elevazione dell’Iran a nemico principale non viene contestata neanche dall’opposizione laburista. Herzog ha criticato il maldestro tentativo di Netanyahu di paralizzare Obama confidando sulla maggioranza repubblicana del Congresso americano.

   Lascia perplessi anche l’alleanza di fatto che collega, in chiave anti-sciita, Israele alle petromonarchie reazionarie sunnite del Golfo, prima fra tutte l’Arabia Saudita.

   Eppure, se perfino un intellettuale critico come David Grossman continua a vedere nell’Iran un nemico mortale, ciò significa che è pressoché tutto Israele ad escludere la possibilità che la rivoluzione degli ayatollah possa essere contenuta e rinunci a sprigionare la sua vocazione destabilizzatrice.

   Questo è il nodo, o, meglio l’azzardo implicito nella svolta voluta da Obama. Possibile che la repubblica islamica di Teheran, contraddistinta da regole elettorali democratiche a differenza dei vicini sunniti che anche per questo la temono, ma assoggettata alla supervisione teocratica della Guida Suprema religiosa, possa infine esaurire quella temibile spinta rivoluzionaria? Bastano i trentacinque anni trascorsi dal 1979 o sono ancora troppo pochi?

L’esultanza commovente con cui la società civile iraniana accoglie l’accordo di Losanna, una società non paragonabile alle nazioni tribali circostanti, evoluta nella modernità delle aspirazioni che la avvicinano alla cultura occidentale, non basta agli israeliani per sperare e fidarsi.

   Per quanto risulti impossibile paragonare la struttura complessa dell’Iran contemporaneo alla fanatica compattezza della Germania nazista, prevale il timore che l’Islam sciita produca ulteriori spinte di esportazione di un integralismo avulso dalle logiche razionali delle relazioni internazionali fra Stati.

   La storia suggerisce il contrario, induce alla fiducia: è ragionevole pensare che un paese il quale si concepisce come impero da oltre quattromila anni, dotato di una scuola diplomatica raffinata, aperto alla sperimentazione di un pluralismo interno sconosciuto ai suoi vicini (cui tuttora l’accomuna, purtroppo, il ricorso sistematico alla pena di morte), tenda certo a riacquistare una sfera d’influenza. Ma che proprio per questo sia destinato a normalizzarsi.

   Tale prospettiva, agli occhi d’Israele, non trova credito. Neanche basta la distanza di migliaia di chilometri fra Gerusalemme e Teheran, l’assenza di un contenzioso geopolitico diretto: la minaccia nucleare annulla lo spazio, l’ispirazione religiosa della Guida Suprema rende plausibile l’azione dissennata. Né aiuta a rassicurare Israele il dispiegamento sui suoi confini settentrionali dell’armata sciita degli Hezbollah sciiti, per quanto il loro leader Nasrallah si dichiari contrario all’instaurazione della Sharia, la legge islamica, in un Libano per sua natura mosaico di confessioni religiose diverse.

   Trova spazio così la visione apocalittica che delega al governo israeliano solo il compito di boicottare l’accordo di Losanna. Addirittura evocando il diritto a ricorrere se necessario a un’azione militare autonoma, come ha fatto di nuovo ieri il ministro Yuval Steinitz. Mentre il premier Netanyahu inutilmente si limita a porre la condizione che Teheran non accetterà: nessun accordo definitivo senza il preventivo riconoscimento del diritto all’esistenza dello Stato d’Israele.

   Ora tutto dipende dalle incognite che minacciano il percorso di normalizzazione avviato con l’Iran degli ayatollah. Se la guerra al Califfato e Al Qaeda riuscirà in tempi ragionevoli a debellare il nuovo totalitarismo in espansione, usufruendo dell’aiuto decisivo dell’Iran sciita. Se l’alleanza di fatto fra le nazioni sunnite e Israele non riaccenderà una guerra frontale con Teheran, proprio quando gli Usa aspirano a recuperare l’Iran come architrave di un nuovo equilibrio regionale, come ai tempi dello Scià di Persia. Se a vincere sarà la pulsione religiosa, l’istinto genocida alla distruzione del nemico, il tanto peggio tanto meglio che dal Medio Oriente sta contagiando regioni sempre più vaste del pianeta, allora l’amarezza e l’isolamento d’Israele troveranno la più cupa delle conferme.

   Verrebbe da dire che abbiamo il dovere di sperare il contrario e di esperire ogni possibile trattativa. Altrimenti – se davvero fosse impossibile un ritorno dell’Iran rivoluzionario alla normalità delle relazioni internazionali – Israele non troverebbe alcuna consolazione nell’avere ottenuto conferma del suo pessimismo. (Gad Lerner)

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Ottobre 2014: Iran, impiccata Reyhaneh Jabbari, la ragazza che uccise il suo stupratore

IRAN: I DIRITTI GIUSTIZIATI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 26 ottobre 2014

   Quando l’hanno impiccata, Reyhaneh Jabbari era una donna di 26 anni. Ne aveva 19 quando colpì con un coltello da cucina il quarantasettenne Morteza Abdolali Sarbandi, medico e già impiegato dei servizi segreti iraniani. L’uomo, disse, l’aveva invitata a casa sua col pretesto di incaricarla dell’arredamento, e aveva cercato di usarle violenza. La condannarono a morte.

Reyhaneh Jabbari
Reyhaneh Jabbari

   Crebbe una campagna in sua difesa, in Iran e fuori: si denunciò che fosse stata isolata per mesi e torturata dopo l’arresto, per estorcerle la confessione; che non si fosse indagato sulla sua asserzione che un altro uomo era intervenuto sulla scena del delitto mentre lei fuggiva; che i giudici avessero rigettato la legittima difesa per un inveterato partito preso misogino –conosciamo la cosa. Si chiese un nuovo processo, finalmente rispettoso dei diritti dell’imputata.

   La mobilitazione ottenne solo una sequela di rinvii: Reyhaneh ha aspettato in cella per sette anni e mezzo, fino all’alba di ieri (25 ottobre, ndr), quando il disgraziato figlio dell’ucciso ha dato un calcio allo sgabello sotto i piedi della ragazza. Intanto il suo volto, incorniciato dal velo d’obbligo, era diventato famigliare, come quello di Shahla Jahed e Sakineh e altre sventurate donne iraniane. Non solo il volto: nella fotografia ripubblicata dovunque ieri, Reyhaneh si difende al microfono in tribunale alzando le mani aperte, così che se ne intravvedono, e stringono il cuore, le unghie lunghe e curate.    Dunque l’orrore e il raccapriccio hanno percorso il mondo. Le autorità giudiziarie hanno ribadito la loro versione. E’ difficile crederle. E’ difficile trovare un altro movente all’atto di una ragazza che racconta di essere stata oggetto di un’aggressione sessuale, e per di più, una volta fuggita, chiamò un’ambulanza e stette ad aspettare. C’è un dettaglio che moltiplica il raccapriccio per questo omicidio che si vuole legale: la famiglia dell’uomo, e di conseguenza le autorità, in quel regime in cui vige la legge del taglione e la giustizia delle autorità pubbliche non si distingue dalla vendetta privata, avrebbero graziato Reyhaneh, alla condizione che ritrattasse la versione sul tentativo di violenza subito. La giovane ha rifiutato di farlo: dettaglio impressionante e risolutivo. Agli occhi dell’umanità, l’impiccagione di Reyhaneh dovrebbe costare al regime iraniano più di una battaglia perduta.    Ma appunto: l’Iran e le battaglie e la “guerra” in corso. C’è la questione nucleare, c’è il contributo ufficioso di Teheran all’intervento della coalizione contro il sedicente Califfato, c’è la svolta “moderata” del presidente Rohani nei rapporti internazionali.

   La ragion politica –per non chiamarla più solo ragion di Stato, perché ormai sta al di qua e al di là delle dimensioni statali- suggerisce una morbidezza di modi nei confronti dell’Iran. La furbizia politica è pronta a offrirne anche la giustificazione: tutte le violazioni dei diritti umani che si moltiplicano dentro l’Iran, tutte le imprese terroristiche che l’Iran fomenta fuori, in favore di Bashar Assad in Siria o attraverso le milizie sciite in Iraq, vanno interpretate come manovre dei “duri” per mettere in difficoltà Rohani e il suo nuovo corso, e prepararne la liquidazione.

   Dunque, la comunità internazionale cosiddetta dovrebbe evitare di alzare troppo la voce contro le violazioni, per non favorire i cattivi contro il buono –o, almeno, il meno cattivo. Quando pretende di essere lungimirante, il cinismo diventa cretino. L’eventuale e plausibile dose di apertura nel governo di Rohani non può che essere liquidata, prima di fatto poi anche formalmente, dalla compiacenza nei confronti dei suoi rivali interni.

   Dall’elezione di Rohani, il numero di esecuzioni capitali è cresciuto rispetto a quello dei tempi di Ahmadinejad, che pure assicurava saldamente all’Iran il secondo posto nell’orrore, dopo l’inarrivabile Cina: con un dettaglio in più, che in Iran le esecuzioni sono uno spettacolo pubblico.

   Reyhaneh è la 967ma persona giustiziata dall’agosto dell’anno scorso (2013, ndr), quando Rohani entrò in carica. Il suo ministro della giustizia, Mostafa Pour-Mohammadi, è sospettato dalle organizzazioni per i diritti umani come corresponsabile, nel 1988, dell’esecuzione di migliaia di detenuti, motivata dall’opportunità di alleviare l’affollamento delle carceri.    Nel giorno in cui è stata ammazzata Reyhaneh, è morta anche una delle donne, pressoché tutte sue coetanee, assaltate da farabutti in moto che le sfregiano con l’acido, a Isfahan, dove un’altra giovane ha perso la vista, e a Teheran.

   “Questioni private”, secondo le autorità, nonostante il numero delle aggressioni. In un certo senso hanno ragione, dal momento che anche la giustizia pubblica, come con Reyhaneh, si comporta alla stregua di una rivalsa privata. Qualche commentatore ha mostrato ieri sorpresa per l’ostinazione con cui si è voluto mettere a morte la giovane donna, “benché non fosse un caso di opposizione politica”. Equivocando, perché la questione di genere e il controllo sessuale stanno al cuore della teocrazia iraniana.

   Lo scorso 28 settembre era stato impiccato Mohser Amir-Aslani, 37 anni, colpevole di “eresia e oltraggio al profeta Giona”. Nel tentativo di aggiustare la motivazione, le autorità (smentite dalla famiglia) hanno sostenuto che l’uomo, che conduceva una lettura domestica del Corano, avrebbe avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio con sue seguaci…    Una settimana fa (19 ottobre 2014, ndr) il Majlis, il parlamento iraniano, ha votato a gran maggioranza una legge che incita i cittadini a denunciare e correggere i comportamenti che appaiano loro non appropriati alla legge islamica, così da concorrere alla “promozione della virtù e alla prevenzione del vizio”. Piove sul bagnato, dal momento che promozione di virtù e punizione del vizio sono già pratica comune di pasdaran e maschi di zelo, concordi nello scovare il vizio nella lunghezza dei chador o nella fuoruscita delle ciocche femminili.

   L’Iran non è solo questo, e anzi è probabilmente la società musulmana in cui più vivacemente, sotto la coperta bigotta e patriarcale, vive un’aspirazione alla libertà femminile e alla cultura. La durezza apparentemente irresponsabile di istituzioni e apparati semiprivati di giustizieri è al suo modo infame una misura di quella voglia di libertà. (Adriano Sofri)

« Il testamento di Reyhaneh Jabbari in un messaggio vocale a sua madre

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MA NON CI SARANNO “CAMBI DI REGIME”

di Antonio Armellini, da “il Corriere della Sera” del 4/4/2015

   E’ sembrata liberatoria l’esplosione spontanea, a Teheran, dei festeggiamenti per l’accordo in extremis sul nucleare: finiva l’incubo che un fallimento potesse ricacciare l’Iran in un isolamento, cui la sola voce possibile sarebbe stata quella dell’integralismo oltranzista,

   Una prospettiva ostica ai giovani e alle nuove borghesie urbane cresciute negli anni dello sviluppo accelerato dell’economia, che hanno sofferto di più dalle sanzioni, che guardano con curiosità alla American way of life e hanno assunto modelli di consumo e comportamenti di stampo occidentale. Attenzione però a non confondere quelle manifestazioni di giubilo con una contestazione del regime.

   Il carattere identitario impresso dalla rivoluzione khomeinista rimane saldo e nella folla di ieri, oltre al sollievo per l’accordo raggiunto, c’era la soddisfazione per un successo che rilegittimava l’immagine e salvaguardava gli interessi del Paese.

   Quello che essa si attende ora è una evoluzione del regime, che consenta alla modernità di convivere all’interno della dimensione islamica.

   L’entusiasmo delle strade di Teheran sarà ben difficilmente replicato nell’Iran profondo, dove le attrazioni dell’Occidente non hanno fatto breccia. LA PROVINCIA RURALE HA TRADIZIONALMENTE MENO VOCE IN CAPITOLO DELLE ÉLITE URBANE, MA È QUI CHE SI TROVA LO ZOCCOLO DURO DEL CONSENSO per la fazione più tradizionalista, con cui il presidente Rouhani dovrà fare i conti e nei confronti della quale la Guida Suprema Khamenei mantiene una ambiguità non priva di simpatie.

   Chi coltivasse idee di regime change farebbe bene a ripensarci: l’accordo non sta per fare dell’Iran un alleato dell’Occidente, ma apre la possibilità che diventi un interlocutore con una sua agenda per più versi conflittuale ma con cui, a differenza del passato, sia possibile discutere anziché rifugiarsi nel reciproco rifiuto. Da qui a giugno molte cose potrebbero succedere e il diavolo sta nel dettaglio delle intese da finalizzare.

   Ciò detto, il Trattato di non Proliferazione, che sembrava avviato verso una progressiva irrilevanza, ha dimostrato di essere uno strumento valido per definire i margini del permissibile in materia nucleare. Lo scontro fra Iran sciita e la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita non scompare, ma si allontana la possibilità di una bomba nucleare saudita, a vantaggio del canale diplomatico che, per quanto al momento improbabile, rimane l’unico possibile.

   Washington può rilanciare il suo ruolo di mediatore necessario nel pastìccio mediorientale, uscendo dall’impasse del rapporto esclusivo con l’asse Riad – Il Cairo. La Russia vede confermato il suo diritto-dovere di contribuire ad assetti più stabili nella regione.

   Punti acquisiti? Dovrebbero, perché le possibilità di un fallimento a giugno rimangono, eccome: UNA PARADOSSALE COINCIDENZA DI INTERESSI FRA DESTRA REPUBBLICANA USA, FONDAMENTALISTI IRANIANI, SUNNITI DI VARIA ESTRAZIONE E NETANYAHU, potrebbe dar vita ad una combinazione esiziale.

   Sarebbe un errore dal quale anche chi pensasse di aver vinto una battaglia non tarderebbe ad accorgersi di avere, invece, perso drammaticamente una guerra. A Losanna si è rivista Federica Mogherini. Doveva «facilitare il negoziato» e ha parlato in nome dell’Europa. E’ servita a far sì che i francesi, che si erano messi di traverso, rinunciassero a farsi sentire: segno che a volte una sconfitta in elezioni provinciali può tornare utile alla politica mondiale… (Antonio Armellini)

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ELIE WIESEL: “UN ERRORE FARE PATTI CON CHI MINACCIA DI DISTRUGGERE ISRAELE”

intervista di Andrea Tarquini, da “la Repubblica” del 3/4/2015 BERLINO .

«La mia prima reazione è negativa. Non mi sembra bene che l’Iran abbia accesso al nucleare». Ecco il commento a caldo di Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz, Nobel per la Pace e grande voce della comunità ebraica mondiale.

Professore, che ne pensa?

«Vedo il pericolo che l’Iran abbia un giorno armi nucleari. E’ irresponsabile e minaccioso accettare una simile possibilità».

L’accordo secondo lei non fornisce garanzie contro un uso militare dell’atomo?

«Mi sembra un argomento molto forte. E mi chiedo perché l’Iran debba avere bisogno di armi atomiche: chi minaccia la sicurezza e l’esistenza dell’Iran?».

Che risponde a chi, come il premio Nobel Günter Grass, osserva che Israele ha già la bomba?

«Israele ha una sua Storia, l’Iran ha un’altra Storia. L’Iran non ha mai visto in faccia una volontà di distruggerlo».

Ma Usa e Israele non sono mai state così lontani, che ne dice?

«Non sono un esperto di tecnologia nucleare, ma penso fermamente che l’Iran non dovrebbe acquisirla. Perché la natura delle ambizioni nucleari iraniane non è chiara. I leader iraniani di oggi dicono di volere solo l’atomo civile, ma secondo i loro predecessori Israele “doveva sparire”. Chi parlerà come, alla guida dell’Iran?».

Accusa cioè i leader religiosi, le forze armate, i Pasdaran, i servizi segreti? Tutti quelli insomma più vicini alla linea più dura dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad che non a quella del moderato Hassan Rouhani?

«E’ il problema principale. Quei circoli non rispondono alla domanda-chiave: perché il sogno dell’atomica? Chi minaccia l’Iran?».

Insisto: molti nel mondo parlano di minaccia atomica israeliana…

«Chiunque conosca Israele e la sua Storia sa che Israele non userà mai l’arma atomica. Ne dispone solo come deterrente. Ma nessuno in Israele ha mai esposto dottrine di primo impiego, né detto che questo o quello Stato deve “sparire dal mondo” ».

Sta dicendo che dottrine difensive non sono credibili se sono iraniane?

«Le loro dichiarazioni sono sempre ispirate a principi offensivi».

E’ la crisi più grave tra Israele e l’alleato strategico americano: quanto pesa ciò?

«Un’alleanza strategica non significa avere sempre la stessa posizione, strategia o filosofia politica. Gli Usa restano il primo alleato ».

Mai così divisi su un tema cruciale, però: c’è il rischio di divorzio?

«Credo che continueranno a parlarsi. Ma vogliamo affermare che qualsiasi Paese capace di padroneggiare la tecnologia atomica possa farlo e restare credibile e non minaccioso? Non capisco perché l’America segua questa linea. Ad alcuni paesi si deve dire no».

Cioè concorda col discorso che ha fatto il premier israeliano Benjamin Netanyahu al Congresso americano prima delle elezioni?

«Non le dirò certo che quel discorso non mi sia piaciuto. Guardi: quando vado in Israele e nei Territori occupati critico spessissimo il governo, e ripeto che la soluzione dei due Stati è l’unica via per la pace. Ma uno stop ai piani atomici iraniani è irrinunciabile».

Teme correnti antisemite, e l’incubo della Shoah?

«Non voglio tirare in campo la Shoah. Un “sì” a capacità nucleari iraniane minaccia la sicurezza del mondo intero, non solo di Israele. L’Iran inoltre è divenuto un paese con forti, arroganti correnti antisemite. Se colleghi l’antisemitismo alla fierezza nazionale non te ne liberi più».

E le critiche mondiali alla linea dura israeliana?

«Israele ha problemi da quando esiste. Non conosco un’altra nazione la cui esistenza sia stata tanto, e costantemente, minacciata e messa in discussione. Ciò detto, non mi piace affatto come si comportano i soldati israeliani nei Territori, non mi piace mai un’occupazione. Un Israele in pace con uno Stato palestinese è il mio sogno. Ma al momento la sicurezza nazionale è priorità assoluta degli israeliani». (Andrea Tarquini)

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LE OMBRE SULL’ACCORDO CHE CAMBIERÀ IL MONDO

Il negoziato spinto dagli Usa ora alla prova

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 3/4/2015

   In tutti i grandi negoziati fermare l’orologio e continuare a trattare equivale a escludere la possibilità di un fallimento. Troppo gravi sarebbero le ricadute politiche per chi, volendo fare la storia, scopre invece di doversi arrendere alla sconfitta.

   Ma escludere il fallimento non significa garantire il successo, e il confronto nucleare di Losanna tra l’Iran e le potenze occidentali fiancheggiate da Russia e Cina ha sfiorato più volte il disastro prima di riuscire a produrre un accordo-quadro che nelle limitazioni al programma nucleare di Teheran va al di là delle attese e incoraggia le parti a negoziare ancora per giungere all’intesa definitiva entro la fine di giugno.

   Letta congiuntamente dal ministro degli Esteri iraniano Zarif e dalla responsabile europea per la Politica estera Mogherini (che nella circostanza rappresentava anche Usa, Russia e Cina), la dichiarazione messa a punto dopo otto giorni e sette notti di lavoro nasce da uno scambio di concessioni tra le due parti del tavolo: l’Iran accetta la volontà dei suoi interlocutori di impedirgli l’accesso all’armamento nucleare per un lungo periodo di tempo, in contropartita di una revoca sollecita e poco condizionata delle sanzioni economiche decise contro Teheran dagli Usa, dall’Europa e dall’Onu.

   Il numero delle centrifughe iraniane sarà ridotto di due terzi, le ispezioni con totale diritto di accesso dureranno dieci anni ma la «supervisione» resterà poi attiva per altri quindici, lo stock di uranio già arricchito sarà ampiamente neutralizzato e gli arricchimenti nuovi non andranno comunque oltre il 3,67 per cento (per l’atomica serve quota 90). In cambio, è stato previsto un sistema di ispezioni mirate per revocare man mano le sanzioni se i patti risulteranno rispettati da parte iraniana, il che consentirà sulla carta un sollecito ritorno dell’Iran nell’economia mondiale. Compresa l’esportazione di greggio, che potrebbe abbassarne ancora il prezzo.

   Quanto basta per consentire a Obama di esaltare la strategia da lui scelta nei confronti di Teheran sul doppio binario delle sanzioni e del dialogo negoziale, una strategia che a suo avviso anche il Congresso dovrebbe ora apprezzare. Quanto basta, forse, anche per mandare in archivio trentasei anni di aspra ostilità tra America e Iran, e per modificare di conseguenza gli equilibri mediorientali già scossi dagli estremismi sunniti e dal timore di un allargamento delle ambizioni sciite.    Ma se Obama e il suo negoziatore Kerry parlano di un «grande giorno», un segnale di necessaria cautela giunge dalle parole dei delegati iraniani che ridimensionano di molto il contenuto effettivo delle loro concessioni.

   Anche all’ora dei sorrisi sono i fronti interni dei due protagonisti del negoziato a tenere banco. Il capo della Casa Bianca aveva bisogno di fatti concreti, di concessioni precise da parte dell’Iran per convincere il Congresso (che riapre tra dodici giorni) ad aspettare il nuovo round negoziale prima di adottare eventuali nuove sanzioni contro Teheran. E dall’altra parte, poteva Zarif superare le linee rosse indicate più volte dalla «Guida suprema» Khamenei in tema di sovranità e di diritto al nucleare (pacifico, afferma Teheran)? E poteva il presidente Rohani inviare a Losanna istruzioni ancor più flessibili, senza sapere se l’ambiguo Khamenei e dietro di lui i militari, i nazionalisti, gli avversari personali ne avrebbero approfittato per accusarlo di tradimento?

   Questi condizionamenti non spariranno nei prossimi mesi. L’accordo preliminare di Losanna dovrà dimostrare davvero, davanti al Congresso e davanti a Khamenei, di essere stato l’annuncio di una svolta storica che cambierebbe il mondo. Dovrà dimostrare di poter garantire la sicurezza di Israele, dando torto alle preoccupazioni di Netanyahu che fino a prova contraria e definitiva conservano qualche fondamento.

   Dovrà dimostrare che l’opzione militare, evocata come possibilità in caso di rottura delle trattative, è destinata anch’essa all’archivio. E dovrà evitare, con una iniziativa politica dell’Occidente che deve partire subito, il diffondersi tra le monarchie del Golfo e oltre di una generica paura dell’Iran sciita foriera di nuove guerre e di nuovo terrore. Soltanto così Losanna oggi e l’accordo di fine giugno fra tre mesi risponderanno davvero all’entusiasmo del popolo iraniano, soprattutto a quello dei giovani che sperano in più benessere e più libertà. (Franco Venturini)

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LA VERA POSTA IN PALIO È PIÙ AMPIA

di Roberto Toscano, da “la Stampa” del 3/4/2015

   Non è la prima volta, nella storia dei negoziati internazionali, che una scadenza negoziale viene ignorata per permettere di raggiungere un’intesa anche fuori tempo massimo. Pensiamo in particolare alle volte in cui a Bruxelles si è ricorso all’accorgimento di «fermare gli orologi».    È successo anche a Losanna. Dopo un negoziato a oltranza che ha compreso nottate in bianco, nel tardo pomeriggio di ieri due tweet – del ministro degli Esteri iraniano Zarif e del Presidente Rohani – annunciavano: «Trovata una soluzione».

   Poco dopo, l’annuncio ufficiale dell’accordo raggiunto è stato dato con la lettura di un comunicato congiunto da parte dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini e del Ministro Zarif. Anche se il comunicato conferma che la stesura dei contenuti dell’intesa dovrà avvenire entro il 30 giugno, risulta evidente che, contrariamente a quanto si era ritenuto da parte di alcuni commentatori, non si è trattato soltanto di un rinvio dei problemi irrisolti, ma di un’effettiva intesa su alcuni punti politicamente qualificanti.

   Il breve testo comprende alcune significative concessioni sia da parte iraniana (limitazioni e controlli) sia da parte americana ed europea (rimozione delle sanzioni, anche se si tratterà di un processo graduale). Resta ancora della strada da fare per dire che possiamo considerare definitivamente risolta una questione che da oltre dieci anni occupa una posizione centrale fra le tematiche internazionali, e non mancheranno certo i tentativi di ostacolare il raggiungimento di questo obiettivo.

   Obama è subito intervenuto con una dichiarazione in cui ha tenuto a sottolineare che l’accordo «rende il mondo più sicuro», ma ha anche dimostrato di essere ben consapevole delle difficoltà che rimangono da superare quando ha annunciato che contatterà Netanyahu per «spiegare e difendere l’intesa preliminare (tentative)», e ha rivolto un appello al Congresso perché non cerchi di «uccidere l’accordo».

   Va ricordato infatti che a Washington John Bolton, che ha scritto un paio di giorni fa che l’unico modo di fermare una bomba iraniana è bombardare l’Iran, è tutt’altro che solo, e dobbiamo anzi aspettarci un inasprirsi dell’attacco a Obama, che ieri un’inserzione nel Washington Post rappresentava come novello Chamberlain. Senza parlare di chi, come Israele e Arabia Saudita, teme che se dovesse essere tolto di mezzo l’handicap della questione nucleare, Teheran potrebbe esercitare un forte ruolo regionale potenzialmente egemonico.

   Non sarà facile per Obama convincerli, o quanto meno evitare una loro reazione che potrebbe essere problematica. Ma il passo avanti registrato a Losanna è molto significativo, e si proietta nelle sue ripercussioni ben al di là del solo tema nucleare.

   E’ proprio per la vasta e sostanziale posta geopolitica in gioco che raggiungere l’intesa-quadro di Losanna è stato così difficile.

   Se il risultato è stato raggiunto è probabilmente perché né gli americani né gli iraniani potevano permettersi un fallimento. Obama ha puntato molto su un accordo senza il quale il suo doppio mandato si sarebbe concluso, sotto il profilo della politica estera, con soli fallimenti, mentre Rohani sapeva che un mancato accordo avrebbe segnato la fine del suo disegno centrista/riformista e un nuovo spostamento dell’asse politico interno su posizioni di chiusura conservatrice non solo nella politica estera.

   L’Europa ha svolto in questo negoziato, che nelle sue ultime battute ha pure rivelato la sua sostanza bilaterale irano-americana, un ruolo non primario ma importante, così come è stato importante il ruolo della Russia, soprattutto, a quanto si è saputo, sul punto della necessità di una risoluzione del Consiglio di sicurezza sulla rimozione delle sanzioni.

   E sempre a proposito di Europa, dobbiamo salutare il fatto che Federica Mogherini, che sulla questione nucleare non aveva potuto assumere il proprio ruolo (rimasto affidato a Lady Ashton), è giustamente ricomparsa nella fase conclusiva per marcare visibilmente, con la lettura del comunicato finale in parallelo con Zarif, il ruolo e l’interesse europeo. (Roberto Toscano)

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Anche i repubblicani hanno sospeso il giudizio di fronte a un passaggio da non sottovalutare

L’AMERICA PROVA AD ARCHIVIARE 36 ANNI DI ISOLAMENTO IRANIANO

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 3/4/2015

   Persino i repubblicani in Congresso hanno abbozzato. E hanno fatto bene perché, pur fra i dubbi, i dettagli irrisolti e le verifiche necessarie, la valenza storica della svolta avviata a Losanna non può essere sottovalutata, neppure in nome del solito muro contro muro politico americano.

   Questo perché se i nodi ancora aperti saranno risolti, se l’impianto “quadro” annunciato ieri terrà e se il 30 giugno vi sarà l’accordo finale, non avremo solo archiviato un pericolo di proliferazione nucleare in Medio Oriente, ma avremo archiviato 36 anni di isolamento dell’Iran dal mondo occidentale, riaperto canali economici che interessano sia l’America che l’Occidente intero, avviato un dialogo con un interlocutore che potrebbe contribuire a stabilizzare la situazione nell’area.

   E avremo dimostrato che le sanzioni economiche funzionano come arma diplomatica e politica per riportare a più miti consigli chi pensa di poter agire a suo piacimento sfidando accordi internazionali costituiti.    Per questo abbiamo visto Barack Obama raggiante nel Giardino delle Rose della Casa Bianca. Giustamente il suo ricordo, mentre parlava, risaliva agli anni bui della Guerra Fredda, quando Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov si trovarono a Reykjavik nell’ottobre del 1986 e avviarono proprio su un accordo nucleare il dialogo che portò tre anni dopo ad altre svolte storiche ben più importanti. E a un dividendo per la pace che segnò negli anni 90 un periodo irripetibile di rinascimento economico.

   Partendo da questo accordo Obama lascia un’eredità al suo successore, quella di allargare il quadro della distensione sugli armamenti ai diritti civili, a un linguaggio diverso da quello che promette solo distruzione nei confronti dello Stato di Israele e alla fine della sponsorizzazione del terrorismo da parte di Teheran, sia che si tratti di Hezbollah in Libano o degli Houti nello Yemen. Obiettivi questi che oggi sembrano impossibili. Ma del resto, non sembrava impossibile 18 mesi fa, quando il negoziato è partito, immaginare che si sarebbe arrivati all’esito che abbiamo visto ieri a Losanna?    I repubblicani alla Camera resteranno vigili.

   Nell’accordo di ieri mancano dettagli. Ad esempio, quando si dice che gli impianti sotterranei di Fordo saranno trasformati in un centro di ricerca e sviluppo che cosa si intende davvero: solo una conversione per la ricerca nucleare sugli isotopi con finalità mediche o lo studio di nuovi acceleratori più moderni e veloci che potrebbero tagliare del 50% i tempi per arricchire l’uranio? Non è specificato.

   E dovrà esserlo a giugno, per garantire che l’Iran rispetti non solo la lettera ma anche lo spirito dell’accordo annunciato ieri. E perché mai il reattore ad acqua pesante di Arak resterà aperto e opererà su livelli che non consentiranno di avere plutonio a sufficienza per produrre un bomba invece di essere chiuso del tutto? Il ministro degli esteri Javad Zarif, sorridente, aperto, con ottimo inglese, un volto tipico del nuovo Iran, ha spiegato che l’orgoglio iraniano non deve essere offeso.

   Non possiamo chiudere tutto ma vi diamo la promessa che non ne faremo nulla ha detto in sostanza. E la verifica verrà dagli ispettori dell’Agenzia atomica internazionale. Avranno accesso illimitato anche a impianti militari iraniani, cosa che fino a ieri non sembrava essere nelle carte, le scadenze temporali sono rassicuranti: 10 anni per i limiti all’utilizzo delle centrifughe, circa 6.000 contro le 19.000 attuali, un impegno di 15 anni per la produzione di uranio arricchito al di sotto del livello chiave del 3,67% e un accesso agli ispettori per 25 anni per le ispezioni rimandano tutto a un futuro lontano. Anche queste scadenze hanno sorpreso dopo la sapiente comunicazione che rimandava il negoziato oltre il 30 di marzo e che sembrava promettere meno del necessario.

   Se tutto andrà bene, se non ci saranno trucchi o rotture improvvise, se il leader supremo Khamenei non ci darà brutte sorprese, a partire dal 30 giugno avremo dunque tempi lunghi per ricostruire il dialogo con l’Iran. E a giudicare dalla rapidità con cui si sono evolute le cose nello scenario globale, chissà che in dieci anni le cose a Teheran non cambino davvero. (Mario Platero)

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UNA SVOLTA GEOPOLITICA PER IL MEDIO ORIENTE

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 3/4/2015

   Tra Iran e Stati Uniti è un nuovo inizio? Il popolo iraniano lo spera con tutta l’anima e probabilmente fatica a contenere l’entusiasmo per l’intesa di Losanna: troppe le speranze del passato sfiorite e deluse.

   La geopolitica mediorentale può cambiare radicalmente, a partire dalla battaglia contro il Califfato in Iraq, ma non è facile cancellare l’ostilità reciproca, le minacce, le tensioni continue, le pressioni, a volte strabordanti, esercitate dagli alleati degli americani, come Israele e Arabia Saudita, e allo stesso tempo il ruolo assai controverso dei protetti di Teheran, come il regime di Bashar Assad e gli Hezbollah libanesi.

   Eppure questo Iran l’estate scorsa è stato anche il primo Paese a entrare in guerra contro lo Stato Islamico e se non fossero intervenute subito le milizie sciite appoggiate da Teheran il Califfato avrebbe divorato, dopo Mosul, anche la capitale.

   Forse non è del tutto inutile ricordare che finora Israele non ha sparato neppure un colpo contro il Califfato. E i sauditi, pur partecipando alla coalizione e confinando anche loro con l’Isil, non hanno sprecato una cartuccia contro i jihadisti, preferendo bombardare gli Houthi sciiti in Yemen.

   Il problema del riavvicinamento tra Usa e Iran è questo: i due hanno un nemico in comune, il Califfato, ma alleati e interessi da proteggere sono diversi. La questione è ideologica e religiosa, con la contrapposizione tra mezzaluna sunnita e mezzaluna sciita. Certo non la democrazia. Il regno saudita, da oltre 60 anni pilastro insieme a Israele delle relazioni americane nella regione, è una monarchia assoluta, l’Iran è una repubblica islamica gestita dagli ayatollah ma dove si svolgono elezioni: non c’è una democrazia all’occidentale ma sicuramente è molto presente il pluralismo e un bilanciamento dei poteri.

   America e Iran sono separati da una diversa concezione dei rapporti internazionali e soltanto adesso sono tornati a parlarsi in un negoziato che costituisce un processo per costruire una fiducia reciproca che non c’è mai stata.

   A cominciare dal giorno fatale in cui Washington e Teheran finirono su fronti contrapposti, anche se le cose avrebbero potuto andare in maniera completamente diversa. «Dategli un calcione e mandateli a casa», fu così che reagì l’Imam Khomeini, secondo Ibrahim Yazdi, allora ministro degli Esteri, quando seppe che un gruppo di studenti aveva occupato l’ambasciata Usa.

   Tutto poteva finire lì ma l’ayatollah che aveva innescato la rivoluzione contro lo Shah vide in tv una folla enorme e si accorse che avrebbe potuto sfruttare questa mobilitazione per rafforzare il suo potere e monopolizzare gli eventi. Era iniziato, il 4 novembre del 1979, il sequestro degli ostaggi americani, che provocò una rottura insanabile.

   La crisi, durata 444 giorni prima che 66 ostaggi venissero rilasciati, assunse negli Stati Uniti la dimensione di un dramma nazionale che agevolò la vittoria di Ronald Reagan su Jimmy Carter alle presidenziali del novembre 1980.

   Il conflitto geopolitico tra la superpotenza e un Paese in via di sviluppo ebbe un unizio emotivo e drammatico ma si trasformò presto in un confronto a tutto campo: il regime di Khomeini, come lo Shah, aveva l’ambizione di fare dell’Iran un leader della regione puntando però sull’Islam politico e l’appoggio delle masse musulmane. Niente di più opposto alla visione dell’America e di Israele. Poi ci fu nell’80 la guerra Iran-Iraq, l’aiuto americano e delle monarchie del Golfo a Saddam Hussein ma anche il segreto sostegno Usa a Teheran, in una strategia di “doppio contenimento” che non voleva vedere nessuno dei due Paesi uscire vincitore dal conflitto.

   La strategia del contenimento non è molto cambiata: oggi gli Stati Uniti devono calmare Israele e accontentare gli alleati sunniti, senza che diventino troppo potenti, e allo stesso tempo hanno bisogno dell’Iran sciita per combattere il jihadismo e puntare alla stabilizzazione della Mesopotamia. La collaborazione non sarà facile e verrà contrassegnata comunque da un’ambiguità di fondo. Ma proprio questi precedenti storici ci dicono che il presidente Barack Obama e quello iraniano Hassan Rohani, sostenuto dall’ombra della Guida Suprema Alì Khamenei, hanno avuto il coraggio di guardare avanti, al futuro. (Alberto Negri)

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IL PARADOSSO: CINQUE DEI SEI PAESI NEGOZIATORI SONO POTENZE NUCLEARI E NON VOGLIONO FARE VERI PASSI INDIETRO

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 3/4/2015 – Niente bomba per gli ayatollah. Restano tutte quelle degli altri –

   Alla fine l’Iran non avrà forse la sua. Ma non rilassatevi: anche senza la bomba degli ayatollah, nel mondo restano 16.300 testate nucleari. Distribuendo la loro potenza, è come se ognuno di noi avesse fra le mani un ordigno da 680,3 chili di TNT. Circa 6mila bombe attendono di essere smantellate e sostituite; 10mila invece sono attive e 4mila operative, 1.800 delle quali tenute in massima allerta: cioè pronte all’uso in un paio di minuti.

   C’è qualcosa di moralmente opinabile se cinque dei sei Paesi negoziatori da anni impegnati a convincere gli iraniani a non fare la loro bomba, sono potenze nucleari, oltre che membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Non gli Stati Uniti né la Russia, la Gran Bretagna, la Francia e tantomeno la Cina prevedono nei prossimi due secoli di rinunciare a questo vantaggio strategico, militare e politico: avere la bomba fa ancora la differenza fra chi conta e chi no. Più che avere un’economia in salute.

   La logica del TNP, il Trattato del 1968 sulla non proliferazione, la tavola delle leggi che impedisce la moltiplicazione delle potenze nucleari è il realismo: a nessuno è concesso farsi la bomba atomica. Tuttavia, poiché la storia ha fatto in modo che alcune nazioni la possedessero, queste ultime s’impegnano a ridurre ed eliminare progressivamente i loro arsenali. Non c’è una data concordata: la riduzione sarà progressiva finché non avremo «un mondo libero dalla minaccia atomica». Così almeno promise Barack Obama dopo aver ricevuto prematuramente il Nobel per la pace.

   Nell’ambiguità etica di un sistema che affida a cinque potenze nucleari il compito di impedire che gli altri non lo diventino, quattro Paesi hanno deciso d’ignorare il Trattato e possiedono arsenali illegali: India, Pakistan, Israele, Nord Corea. Altri 40 Stati hanno materiale fissile sufficiente per costruire una bomba; e più della metà hanno anche le tecnologie per assemblarla e renderla operativa. Non lo fanno per non uscire dal Trattato. Probabilmente questo era l’obiettivo originale iraniano.

   Dei cinque Paesi autorizzati ad avere il nucleare militare, solo francesi e inglesi non hanno piani di ampliamento. La Cina ha stabilito che nel 2049, nel centenario della fondazione, la Repubblica Popolare diventerà la prima delle potenze. Oggi possiede 250 testate. Nella totale assenza della trasparenza invece richiesta agli iraniani, nessuno sa a quante bombe vogliano arrivare.

   Intanto sono loro, Stati Uniti e Russia, a possedere la chiave principale dell’armageddon nucleare: insieme controllano il 93% dell’inventario globale. Nessuno dei due sta aumentando gli arsenali come la Cina: dopo le riduzioni del trattato Start, gli Usa hanno circa 2.200 testate e i russi 2.700. Il New Start aveva deciso una mutua riduzione fino a 1.550. Secondo molti esperti, 900 a testa basterebbero e avanzerebbero.

   Ma gli americani rifiutano altre limitazioni sui missili balistici e i russi sulle loro armi nucleari non strategiche. George Kennan, il grande diplomatico americano della Guerra fredda, sosteneva che «nessuno è abbastanza saggio né abbastanza fermo da avere il controllo del volume di esplosivi che oggi abbiamo. Le armi nucleari non dovrebbero esistere affatto». Ma dopo la crisi ucraina è illusorio pensare che russi e americani riprendano il negoziato per arrivare a 1.550 testate.

   Tuttavia se non aumentano gli arsenali, i due avversari investono sempre più denaro per rendere le loro armi più moderne e letali. La crisi economica aggravata dalle sanzioni e dal calo del petrolio, sta costringendo la Russia a tagliare le spese: ma non quelle militari, cresciute invece del 33%. Il presidente Obama ha invece autorizzato un piano decennale da 355 miliardi di dollari: in un trentennio la spesa prevista è di oltre mille miliardi.

   Alla fine degli anni Quaranta, dopo aver creato la prima bomba atomica alla guida del Manhattan Project, Robert Oppenheimer scrisse che americani e russi erano come «scorpioni in una bottiglia, ognuno capace di uccidere l’altro ma solo a rischio della propria vita». Da allora il gioco nucleare non è cambiato molto: sono solo più numerosi i partecipanti. (Ugo Tramballi)

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La festa nelle strade di Teheran (da "la Stampa", 3 aprile 2015)
La festa nelle strade di Teheran (da “la Stampa”, 3 aprile 2015)

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