MEDIO ORIENTE NEL CAOS: 1) la GUERRA CIVILE IN YEMEN vede lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, 2) l’ISIS attacca il campo profughi di YARMUK in SIRIA massacrando palestinesi inermi – Il Medio Oriente cambia i propri equilibri geopolitici: quale pace e sviluppo per le popolazioni di un’area così sofferente?

 

AYHAM AL-AHMAD E IL SUO PIANOFORTE NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE DI YARMUK - SIRIA – “Se vi capita di andare in quel girone infernale che è il CAMPO DI YARMUK (18MILA ANIME ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di BEETHOVEN. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è AEHAM che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo IL LEGGENDARIO PIANISTA DI YARMUK, ALLE PORTE DI DAMASCO. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio…” (Alix Van Buren, “la Repubblica” del 9-4-2015)
AYHAM AL-AHMAD E IL SUO PIANOFORTE NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE DI YARMUK – SIRIA – “Se vi capita di andare in quel girone infernale che è il CAMPO DI YARMUK (18MILA ANIME ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di BEETHOVEN. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è AEHAM che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo IL LEGGENDARIO PIANISTA DI YARMUK, ALLE PORTE DI DAMASCO. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio…” (Alix Van Buren, “la Repubblica” del 9-4-2015)

…..

QUELLA VOLTA A SARAJEVO NELLA BIBLIOTECA INCENDIATA….

AEHAM AHMAD che suona BEETHOVEN nel campo profughi palestinese di YARMUK sotto i missili e le bombe nell’assedio dell’Isis, fa venire in mente l’immagine-simbolo della distruzione di SARAJEVO, la notte del 25 agosto 1992, di “VIJEĆNICA” (la BIBLIOTECA DI SARAJEVO): il violoncellista VEDRAN SAMJLOVIĆ che il 2 settembre successivo (otto giorni dopo l’incendio) suona l’ADAGIO di TOMMASO ALBINONI, sfidando i cannoni serbi che dalle colline colpivano la città suonando nella biblioteca distrutta

   Mai come adesso possiamo parlare di “caos Medio Oriente”. A segnali positivi di pacificazione internazionale (come indubbiamente è stato l’accordo sulla rinuncia all’arma atomica da parte dell’Iran, accordo comunque non del tutto completatosi….), dall’altra si vedono segnali alquanto gravi: l’espansione quotidiana dei terroristi dell’Isis (che si richiamano a valori islamici, ma che hanno di fatto come primo obiettivo la guerra alla parte maggioritaria dell’Islam), con le loro atrocità, che in queste settimane sono entrati nel campo palestinese di Yarmuk, alle porte di Bagdad (il più grande campo profughi della diaspora palestinese,18.000 le persone che ora qui ci vivono) e ha iniziato un’opera di violenze e massacri (finora si riferisce di mille palestinesi uccisi, venticinque trovati decapitati).

"Per sapere cosa sta succedendo a YARMOUK, interrompete l'elettricità, l'acqua, il riscaldamento, mangiate una volta al giorno, vivete nell'oscurità e riscaldatavi al fuoco di un falò", così uno dei residenti del campo profughi palestinesi di Yarmouk in Siria alle porte di Damasco. Una situazione che un funzionario dell'Onu descrive come "al di là del disumano". Centinaia di profughi palestinesi sono in fuga dal campo occupato dai miliziani dell'Is, dove sono in corso scontri tra jihadisti e militanti palestinesi e bombardamenti da parte del governo di Damasco
“Per sapere cosa sta succedendo a YARMOUK, interrompete l’elettricità, l’acqua, il riscaldamento, mangiate una volta al giorno, vivete nell’oscurità e riscaldatavi al fuoco di un falò”, così uno dei residenti del campo profughi palestinesi di Yarmouk in Siria alle porte di Damasco. Una situazione che un funzionario dell’Onu descrive come “al di là del disumano”. Centinaia di profughi palestinesi sono in fuga dal campo occupato dai miliziani dell’Is, dove sono in corso scontri tra jihadisti e militanti palestinesi e bombardamenti da parte del governo di Damasco

………

   Dall’altra un nuovo fronte si è aperto con la guerra civile che imperversa nello Yemen: nel febbraio scorso i ribelli Houti (sciiti) hanno destituito e costretto alla fuga il presidente Abdel Rabbo Mansour Hadi. Questo colpo di stato ha dato inizio allo scontro del tutti contro tutti all’interno del Paese. Ma la guerra civile sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in un conflitto dai confini ben più vasti: l’Araba Saudita e l’Egitto sono intervenuti in favore del destituito presidente sciita; dall’altra l’Iran è intervenuto in sostegno dei ribelli.

YEMEN, da la Stampa.it - LA GUERRA CIVILE IN YEMEN - La GUERRA CIVILE che sta devastando lo YEMEN rischia di trasformarsi a breve in UN CONFLITTO SU BASE REGIONALE in grado di determinare conseguenze devastanti per l’equilibrio del MEDIO ORIENTE. L’offensiva che, nel febbraio scorso, ha portato i ribelli HOUTI (sciiti) a destituire e costringere alla fuga il presidente ABDEL RABBO MANSOUR HADI ha fatto precipitare il Paese in una spirale di violenza, dalla quale è sempre più difficile uscire. Ma ora lo scontro sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in UN CONFLITTO DAI CONFINI BEN PIÙ VASTI. Vi è una PROVA DI FORZA FRA IRAN E ARABIA SAUDITA nelle acque yemenite. Teheran ha inviato almeno due unità da guerra nel GOLFO DI ADEN, dove già si trovano le NAVI DI ARABIA SAUDITA ED EGITTO. Nel conflitto in Yemen, I SAUDITI SOSTENGONO LE FAZIONI SUNNITE FAVOREVOLI A MANSOUR HADI mentre L’IRAN FA ALTRETTANTO CON GLI HOUTHI, DI ORIGINE SCIITA.  Le avversità vissute giornalmente in Yemen fanno emergere una realtà spaventosa: soltanto nelle ultime due settimane, OLTRE 540 PERSONE SONO STATE UCCISE, delle quali 311 erano CIVILI e circa 77 erano BAMBINI, mentre 513 sono i civili rimasti feriti e più di 100 mila persone sono stati evacuate
YEMEN, da la Stampa.it – LA GUERRA CIVILE IN YEMEN – La GUERRA CIVILE che sta devastando lo YEMEN rischia di trasformarsi a breve in UN CONFLITTO SU BASE REGIONALE in grado di determinare conseguenze devastanti per l’equilibrio del MEDIO ORIENTE. L’offensiva che, nel febbraio scorso, ha portato i ribelli HOUTI (sciiti) a destituire e costringere alla fuga il presidente ABDEL RABBO MANSOUR HADI ha fatto precipitare il Paese in una spirale di violenza, dalla quale è sempre più difficile uscire. Ma ora lo scontro sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in UN CONFLITTO DAI CONFINI BEN PIÙ VASTI. Vi è una PROVA DI FORZA FRA IRAN E ARABIA SAUDITA nelle acque yemenite. Teheran ha inviato almeno due unità da guerra nel GOLFO DI ADEN, dove già si trovano le NAVI DI ARABIA SAUDITA ED EGITTO. Nel conflitto in Yemen, I SAUDITI SOSTENGONO LE FAZIONI SUNNITE FAVOREVOLI A MANSOUR HADI mentre L’IRAN FA ALTRETTANTO CON GLI HOUTHI, DI ORIGINE SCIITA. Le avversità vissute giornalmente in Yemen fanno emergere una realtà spaventosa: soltanto nelle ultime due settimane, OLTRE 540 PERSONE SONO STATE UCCISE, delle quali 311 erano CIVILI e circa 77 erano BAMBINI, mentre 513 sono i civili rimasti feriti e più di 100 mila persone sono stati evacuate

   ……

   E’ un durissimo scontro quel che sta avvenendo nel mondo mediorientale, arabo, tendente a mantenere o rovesciare gli attuali precari equilibri di potere. Su tutti la paura che un nemico “storico” (ad esempio per l’Arabia Saudita l’Iran, e viceversa) si impossessi di aree strategiche, di paesi satelliti, e minacci il potere, il controllo dell’area geopolitica, e diventi una minaccia alla propria presenza (peraltro dispotica in entrambe le parti). Nessuno si fida di nessuno, tutti contro tutti. A guadagnarci pare poi essere l’affermarsi dei terroristi dell’Isis che consolidano la loro presenza, il loro “Stato”.

   E’ lo stesso contesto di Israele, unico Paese non arabo, che non crede e non appoggia alcun minimo progetto di pace (come può essere considerato l’accordo per la non proliferazione nucleare firmata dall’Iran con gli Usa, la Russia, la Cina, l’Europa), ritenendo, Israele, qualsiasi avvenimento politico pacifico strumentale e falso, e pericoloso alla propria incolumità di Stato (Israele, a ragione o a torto, forse può esistere solo in una condizione di guerra continua, di “necessità di difesa” dagli altri paesi mediorientali, una condizione di avere sempre un nemico…).

Medio Oriente
Medio Oriente

   Se in Yemen imperversa la guerra civile e troviamo ora in quell’area geografica l’affrontarsi minaccioso di Iran e Arabia Saudita, dall’altra l’Isis continua la sua azione di massacri in Siria, Iraq, e in tutti quei paesi che, strumentalmente o meno, i gruppi terroristici si riconoscono nel cosiddetto “Stato Islamico” e colpiscono territori (come è accaduto ed è in Libia, in Nigeria, nella democratica Tunisia, l’assassinio degli studenti cristiani nella scuola universitaria in Kenia…): e appunto è di questi giorni il massacro di palestinesi nel campo di Yarmuk vicino a Damasco (ne parliamo di quel che è accaduto, e sta accadendo, in alcuni articoli di questo post).

   Da questo contesto di instabilità totale, pare evidente che in disparte appare l’ “antico nemico” del terrorismo islamista: cioè il mondo occidentale. Pur che le minacce dell’Isis all’Europa, agli Usa, al mondo occidentale, minacce quotidiane (e attentati ci son stati e potranno esserci…), par di intendere che prioritariamente sia in questo momento in in atto un conflitto a volte aspro e dichiarato a volte più sotterraneo tra nazioni arabe musulmane.

Il libro: IL GRANDE CALIFFATO di DOMENICO QUIRICO (Neri Pozza, 16 euro) - Ne “Il Grande Califfato” Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni
Il libro: IL GRANDE CALIFFATO di DOMENICO QUIRICO (Neri Pozza, 16 euro) – Ne “Il Grande Califfato” Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni

   Quali le cause di tutto questo? …la fine dell’egemonia del petrolio mediorientale come “quasi” unica fonte energetica del mondo?… Lo scontro di potere nazionalista tra i vari Paesi arabi? (…sulle tracce e imitazione del nazionalismo occidentale che procurò guerre e crudeltà nel ventesimo secolo in Europa e nei paesi dominati, come quelli coloniali africani…)? … L’antica diversità culturale e storica (con vendette e conti da regolare rispetto al passato antico e recente) di predominio sulla religione islamica tra sciiti e sunniti?…

   Noi non sappiamo quale sia il vero motivo di tanto contrasto e dello scompaginamento terroristico dell’Isis (sicuramento involontariamente assecondato dall’Occidente che ha lasciato fare…). Quel che però appare in primis, a nostro avviso, è uno scontro egemonico che vede la difficoltà interna di ogni stato arabo ad affrontare e gestire la modernità che “invade” ciascuno di questi paesi (i giovani che vogliono vivere una vita diversa, viaggiare, le donne che vogliono essere riconosciute nei loro pari diritti, internet e la comunicazione globale, la voglia di muoversi e conoscere il mondo…).

   Un processo inarrestabile di modernità globale (nel bene quasi sempre, e nel male a volte) che mette in crisi classi dirigenti, apparati religioso-confessionali che temono per la loro sopravvivenza, gente che vive in zone rurali con tradizioni arcaiche che rifiutano la modernità e i pari diritti uomo-donna…. Insomma noi pensiamo che lo sconvolgimento del Medio Oriente è prima di tutto dato dalla crisi profonda delle forme di gestione interne di ciascuno di essi paesi del proprio potere, rapportato al mondo che cambia e alle libertà individuali che vengono conosciute (attraverso i mezzi di informazione globali) e desiderate dalla maggior parte della popolazione.

   Per questo poco può fare l’Occidente, se non aprire ogni porta a qualsiasi entità (persona, associazione, autorità politica…) che vuole il dialogo, che necessita di appoggio e sostegno sulla strada di un cambiamento (democratico? …forse… ma del riconoscimento dei diritti fondamentali di ciascuna persona sicuramente) che i popoli mediorientali richiedono. (s.m.)

………………..

LA LEGGENDA DI AEHAM IL PIANISTA DI YARMOUK: “SUONO LA MIA MUSICA PER REGALARE SPERANZA”

di Alix Van Buren, da “la Repubblica” del 9-4-2015

– Siria. Nel campo ostaggio dell’Is un giovane palestinese prova a dare conforto ai sopravvissuti con le note: “Qui c’è solo desolazione, dovevo nutrire il mio spirito” –

   SE VI capita di andare in quel girone infernale che è il campo di Yarmuk (18mila anime ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di Beethoven. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è Aeham che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte.

   Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo il Leggendario Pianista di Yarmuk, alle porte di Damasco. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio.

AEHAM AHMAD nel campo profughi palestinese di YARMUK
AEHAM AHMAD nel campo profughi palestinese di YARMUK

   A osservarlo da vicino, Aeham sembra un fumetto: 27 anni, se ne sta seduto alla tastiera, le brache troppo larghe di chi è sciupato dalla fame, il maglioncino appeso a due spalle magre come stampelle, il sorriso serio sotto lo sguardo arrabbiato. Somiglia all’altrettanto mitico Handala, il Charlie Brown palestinese disegnato da Naji Al-Ali, ritratto sempre di schiena, le toppe al sedere, simbolo potente della lotta palestinese per la giustizia e l’autodeterminazione. AEHAM È PALESTINESE, al pari dei 18 mila sequestrati in questa città dolente: MUKHAYYAM AL-YARMUK, IL CAMPO DI YARMUK, come segnalano i cartelli stradali ora contorti in grottesche lamiere astratte.

   La musica Aeham l’ha nel cuore, da sempre. Tempo fa raccontava d’essersi seduto al piano a cinque anni d’età; poi, ancora bambino s’era iscritto al Conservatorio arabo di Damasco per un decennio di musica classica. Insegnava ai piccoli del campo. Finché la guerra, due anni fa, per un po’ lo ha azzittito. «All’inizio dell’assedio volevo rinunciare alla musica, restare neutrale nel conflitto siriano. Vendevo falafel, e tenevo la musica chiusa nel cuore.

  Ma dopo sei mesi, non riuscivo più a contenerla: era più forte di me. Perciò ho ripreso il mio piano, l’ho fissato sul carretto dello zio ortolano, e ho cominciato a trasportarlo fra i quartieri più deprimenti per ridare speranza».

   «C’era solo desolazione», dice attraverso il traduttore e giornalista Moe Ali Nayel. «Tutte le persone care che riempivano le vie col loro gioioso frastuono se n’erano andate». Il dolore di Aeham prende corpo la notte del 16 dicembre, la caduta di Yarmuk, una domenica di due anni fa. Il campo, all’inizio neutrale per volontà degli abitanti e dei comitati civili, solo in parte solidali con le manifestazioni contro il regime, quella notte si arrese all’assalto di gruppi armati: una teoria di diverse brigate e battaglioni, dai qaedisti del Fronte Al Nusra ai jihadisti di Al Furqan accodati all’Esercito libero siriano.

   Al loro ingresso, il campo si svuotò: il 17 dicembre oltre 140 mila civili erano già fuggiti. Rimasero i più poveri, gli anziani, i malati, i 18 mila ora ostaggio di Al Qaeda e dell’Is. L’esodo coincise con l’arrivo di altri combattenti. YARMUK DIVENNE LA TESTA DI PONTE PER L’ATTACCO A DAMASCO: un parallelepipedo di due chilometri quadri, cinto d’assedio lungo tre lati dall’esercito siriano che fa da muro fra il campo e Damasco, col quarto lato aperto verso il quartiere di Hajar al Haswad e la Ghouta, terra di ribelli e jihadisti. All’interno del campo, 14 FAZIONI PALESTINESI SI DIVIDONO FRA LEALISTI E ANTI-ASSAD.    «Dovevo nutrire il mio spirito», s’inalbera Aeham. «Perciò, nonostante la fame e l’assedio ho continuato a suonare il mio piano. Prima solo musica classica; ora compongo pezzi che parlano della crisi». Con le sue dita lunghe, magre, intirizzite dal freddo, il pianista di Yarmuk suona per i bambinelli e i ragazzi che gli stanno intorno, i corpi di stracci, denutriti, di chi per lungo tempo ha resistito nutrendosi di lenticchie, ravanelli, mangime per bestiame, erba, finché, esauriti anche quelli, s’è cibato di cani, ha spellato gatti, ha stanato topi per ricavare anche da questi un immondo pasto. ANEMIA, RACHITISMO E FAME HANNO FATTO CIRCA 200 MORTI. «Promesse, promesse, promesse! Mentre la nostra gente muore», cantano, anzi gridano i giovani attorno al piano mentre la sirena di un’ambulanza li assorda.

   Aeham non molla, nemmeno ora che Yarmuk è preda dei barbari dell’Is e di Al Qaeda in Siria (Fronte Al Nusra). Ancora pochi giorni fa, mentre già rotolavano teste mozzate per le vie del campo, e mani tagliate a bambini di 12 e 14 anni, lui scriveva: «Non andatevene, tornate, siamo fuggiti troppo a lungo». E si riferiva ai palestinesi profughi del 1948, il popolo perduto di Yarmuk, già scappati o espulsi nella guerra precedente alla nascita di Israele.

   Ieri sera è riuscito a scrivere una riga rassicurante: «Stiamo bene. La notte ci ha portato sollievo». Martedì ha sfidato l’Is, postando una foto di sé sorridente in mezzo alle vie deserte. Mentre la voce di Aeham s’allontana, Zeina Hashem Beck, la poetessa libanese, gli dedica i suoi versi: «Suonaci una musica che parli di briciole di pane, uomo triste, suonaci una nota per il sonno, un’altra per gli uccellini degli alberi mangiati dai bambini per fame… Qui non ci sono sale da concerti, solo dita intirizzite, cani scheletrici. Perciò inventa un’allegra canzone araba, affinché possiamo morire, come gli uccellini che abbiamo mangiato, cantando, cantando». (Alix Van Buren)

……

http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/yarmouk-il-pianista-tra-le-macerie-la-melodia-di-ahmad/197154/196182?ref=nrct-13

http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/siria-ahmad-trasporta-il-piano-tra-le-strade-di-yarmouk/197156/196184?ref=nrct-12

CAMPO PROFUGHI PALESTINESI DI YARMUK
CAMPO PROFUGHI PALESTINESI DI YARMUK

– Il 1 aprile il campo profughi di YARMUK, alle porte di DAMASCO (otto chilometri a sud del centro), è stato invaso dagli uomini del gruppo Stato islamico che, con l’appoggio dei qaedisti del Fronte al Nusra, ne controllano ormai il 90 per cento. A loro si contrappongono principalmente i militanti palestinesi del gruppo Aknaf Bait al Maqdis e i ribelli dell’Esercito siriano libero.

– L’aviazione militare di Damasco avrebbe bombardato il campo per fermare l’avanzata dei jihadisti.

Yarmuk, nato nel 1957 per ospitare i palestinesi profughi dalla Cisgiordania (è considerato la capitale della diaspora palestinese), è arrivato ad accogliere 150mila persone. Ora ne sono rimaste 18mila, intrappolate nei combattimenti.

– Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha chiesto l’accesso all’interno dell’area per poter consegnare aiuti umanitari e garantire la protezione dei civili.

– Secondo Save the children, a Yarmuk ci sono ancora almeno 3.500 minori e l’Unicef denuncia che rischia di ripetersi “una nuova Srebrenica”.

– Una delegazione palestinese sta cercando di mediare con Damasco l’invio di soccorsi agli abitanti del campo, ma prima è necessario fermare i bombardamenti. (DA WWW.INTERNAZIONALE.IT )

…………………..

L’ASSEDIO DEL CAMPO PROFUGHI «UCCISI DALL’ISIS MILLE PALESTINESI»

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 8/4/2015

– A Yarmouk, alle porte di Damasco, bloccati anche 3.500 bambini senza cibo –

   Spari sui civili nei campi profughi e inevitabilmente colpisci i bambini. Non fa eccezione il grande campo profughi palestinese di Yarmouk, a otto chilometri dal centro di Damasco, dove dal primo aprile si combatte una furibonda battaglia contro i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) e del gruppo radicale Al-Nusra.

   Pare abbiano il controllo sull’80 per cento dell’area. Sui social network di Isis sono già stati postati video delle decapitazioni di almeno due combattenti palestinesi. Altri sette sarebbero stati fucilati.

   Alcune fonti riportano una settantina di morti nell’ultima settimana. Ieri in serata il deputato arabo israeliano Ahmed Tibi ha dichiarato al quotidiano Ha’aretz che «il movimento fascista di Isis» avrebbe ucciso «mille palestinesi» tra cui l’imam della moschea di Hamas e accusava i Paesi arabi di «vergognosa passività». Testimoni parlano di 25 decapitati. Ma per ora sono cifre difficili da verificare.

   «Almeno 18.000 profughi intrappolati sotto i bombardamenti e tra questi 3.500 bambini. Le loro condizioni sono gravissime, oltre l’inumano. In ogni momento rischiano di essere feriti o uccisi. Nel campo mancano cibo, acqua, elettricità. Si vive con meno di 400 calorie al giorno. Scarseggiano le medicine, gli ultimi medici sono scappati qualche giorno fa», avvertono le agenzie dell’Onu e le ong.

   Le Nazioni Unite rilanciano gli appelli al cessate il fuoco e per la costituzione di corridoi umanitari. Ma per ora cadono nel vuoto, solo 2.000 persone sarebbero riuscite fortunosamente a scappare. C’è chi fa già il paragone con Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove nel luglio 1995 circa 8.000 musulmani bosniaci vennero massacrati dalle milizie serbe sotto lo sguardo passivo del contingente dell’Onu .    Non è la prima volta che si combatte in questo che è il più grande campo profughi della diaspora palestinese. Prima dello scoppio delle rivolte contro il regime di Bashar Assad, nel 2011, era abitato da circa 150.000 persone. Al suo interno c’era una pletora di gruppi in lotta tra loro, sostanzialmente facenti capo al fronte laico dell’Olp, più legato al regime, e ai radicali islamici di Hamas, che rapidamente si schierarono con la miriade di formazioni siriane decise a defenestrare Assad.

   Ma queste divisioni sono venute a scemare negli ultimi mesi, con l’avanzata di Isis verso la capitale. E oggi sono uniti per fermare il nemico comune. Pare che Isis in questa fase abbia stretto alleanza con Al Nusra, riuscendo così a penetrare Yarmouk. Il regime ha risposto con furia devastatrice. Ormai da due o tre giorni i suoi mortai sparano nel mezzo dei quartieri abitati e gli elicotteri sganciano i famigerati «barili bomba», ordigni primitivi e brutali che distruggono palazzi interi.

   L’organizzazione internazionale non governativa «Save the Children» riporta: «Le testimonianze degli operatori umanitari ancora sul posto raccontano di civili feriti per le strade da giorni, senza che nessuno possa andare a soccorrerli a causa dei combattimenti continui». L’inviato locale della Bbc in lingua araba spiega della presenza letale di cecchini che impediscono ogni movimento, specie verso le vie di fuga . (Lorenzo Cremonesi)

MAPPA - Dove si trova YARMUK, a sud-est della capitale DAMASCO
MAPPA – Dove si trova YARMUK, a sud-est della capitale DAMASCO

…………………..

SIRIA, DAMASCO, CAMPO PROFUDHI PALESTINESE DI YARMUK

1 apr 2015: da “www.internazionale.it

COS’È YARMUK, IL CAMPO PROFUGHI CONQUISTATO DAL GRUPPO STATO ISLAMICO IN SIRIA

   Funzionari e attivisti palestinesi hanno annunciato che i jihadisti del gruppo Stato islamico sono entrati nel campo profughi di Yarmuk, in Siria. Sono in corso scontri tra i combattenti del gruppo e le milizie presenti nel campo. Ecco una breve storia di uno dei campi profughi più importanti del Medio Oriente.

   Il campo profughi di Yarmuk si trova otto chilometri a sud del centro di Damasco. È considerato la capitale della diaspora palestinese.

   Fu fondato dalle autorità siriane nel 1957 come campo non ufficiale per ospitare i palestinesi che erano stati costretti ad abbandonare le loro case in seguito alla creazione dello stato di Israele nel 1948. In pochi anni divenne uno dei campi più grandi del Medio Oriente, e uno dei distretti più popolosi e importanti della capitale siriana. Prima dell’inizio del conflitto in Siria, nel marzo del 2011, ospitava 150mila persone, tra cui molti siriani.

   È gestito dal ministero siriano degli affari sociali e del lavoro, ma è l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) a occuparsi dei servizi legati alla sanità e all’istruzione. Una legge approvata dal governo di Damasco nel 1956 garantisce ai rifugiati palestinesi gli stessi diritti dei cittadini siriani, favorendo la loro occupazione e lasciandogli piena libertà di movimento.

   Negli anni sessanta e settanta, molti palestinesi di Yarmuk parteciparono alla resistenza contro l’occupazione israeliana in Palestina, unendosi a gruppi come Al Fatah e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. In centinaia morirono negli scontri con le forze israeliane.

   Negli anni ottanta il presidente siriano Hafez al Assad cominciò ad inasprire la repressione su Yarmuk, considerata una roccaforte dell’opposizione. Dopo aver bandito dal paese il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Yasser Arafat, arrestò migliaia di suoi sostenitori.

   Man mano che s’inasprivano i rapporti tra l’Olp e il governo siriano, i gruppi militanti Hamas e Jihad islamica hanno cominciato a riempire il vuoto politico all’interno del campo e a fare proseliti tra i giovani.

Il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, ha vissuto a Yarmuk fino al febbraio del 2012, quando si è trasferito in Qatar dopo essersi rifiutato di sostenere Bashar al Assad. A quel punto le leadership dei movimenti islamici hanno dichiarato il loro sostegno all’opposizione siriana.

   Il campo profughi è stato trascinato nella guerra in Siria nel dicembre del 2012 quando l’Esercito siriano libero (Esl) e il Fronte al nusra, il gruppo affiliato ad Al Qaeda, hanno deciso di lanciare un attacco per conquistare Damasco facendo base a Yarmuk, considerato una porta d’accesso alla capitale. Il 16 dicembre l’aviazione siriana ha bombardato il campo, uccidendo decine di civili. I combattenti dell’Esl e di Al nusra ne hanno approfittato per entrare nel campo, innescando la risposta armata dell’esercito governativo. Centinaia di persone sono fuggite a Damasco, o hanno raggiunto il Libano e la Giordania. A Yarmuk sono rimaste circa 18mila persone.

   Anche se il tentativo dei ribelli di conquistare Damasco è fallito, finora Yarmuk è rimasto in gran parte sotto il loro controllo. Il governo di Assad ha reagito mettendo sotto assedio l’intera zona. Nel luglio del 2013 l’assedio è diventato quasi totale e gli abitanti si sono ritrovati senza cibo, acqua e beni di prima necessità. All’interno del campo sono scoppiati gli scontri tra l’Esl e Al nusra, che aveva cercato di imporre la sharia, la legge islamica.

   Nel corso del 2014 le parti hanno concesso dei permessi temporanei alle agenzie umanitarie per distribuire aiuti, ma l’Unrwa non è stata ancora in grado di fare una valutazione complessiva della situazione dentro il campo. Oggi le 28 scuole che si trovavano a Yarmuk sono tutte chiuse. Elettricità e acqua corrente mancano da mesi.

   L’ultimo tentativo di raggiungere un cessate il fuoco per mettere fine all’assedio è stato nel giugno del 2014, quando i rappresentati dei gruppi armati e della società civile hanno firmato un accordo con il governo di Assad, che prevedeva l’allontanamento delle fazioni armate dal campo in seguito alla creazione di una nuova forza di sicurezza. L’accordo non è mai stato applicato.

   Da quando il gruppo Stato islamico ha proclamato la nascita del califfato nel giugno del 2014, l’influenza dei jihadisti è diventata sempre più forte anche all’interno di Yarmuk. Il gruppo ha preso il controllo di diverse aree attorno al campo. Negli ultimi mesi un numero crescente di combattenti di Al nusra ha giurato fedeltà allo Stato islamico, minacciando di uccidere chiunque si fosse schierato a favore di un accordo per il cessate il fuoco. (da Guardian, Bbc)

SIRIA

…………………..

IMPORRE LA JIHAD AI PALESTINESI: LO SFREGIO DEL CALIFFO AL POPOLO MARTIRE

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 8/4/2015

   LA DECAPITAZIONE dell’imam Yahya Hourani, considerato la principale autorità religiosa del campo palestinese di Yarmuk, e la sua testa conficcata per spregio su un palo da parte dei miliziani jihadisti dell’Is e di Al Nusra, infrange l’ennesimo tabù. I seguaci del sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi, nella loro offensiva terroristica per la leadership sull’islam sunnita, sono disposti a calpestare anche la causa palestinese.

   Tabula rasa. I tagliagole conoscono perfettamente il valore simbolico di Yarmuk, trasformatosi lungo oltre mezzo secolo in una vera e propria città: di fatto la capitale della diaspora palestinese, suo centro culturale e terminale di una rete d’assistenza sociale egemonizzata da Hamas.    Dunque uno schiaffo in faccia ai Fratelli Musulmani, la galassia integralista che non si è lasciata annettere dal progetto dello Stato Islamico, evitando che l’onda nera dilagasse anche nella Striscia di Gaza. Così come l’Autorità Nazionale Palestinese è riuscita finora a reprimerne la diffusione in Cisgiordania.

   La brutalità omicida è l’unico linguaggio riconosciuto come efficace dai jihadisti: se i palestinesi non aderiscono spontaneamente al loro progetto di conquista del potere, viene demolita anche la loro funzione di popolo-simbolo dei soprusi perpetrati in terra musulmana dagli occidentali.

   Più precisamente, l’ideologia premoderna del ritorno all’Età dei Califfi, salta a piè pari la vicenda novecentesca. Il popolo-martire non serve più a unire i musulmani, essendo ormai giunto IL TEMPO APOCALITTICO DI UNA ISLAMIZZAZIONE GLOBALE, LA CUI PRIMA TAPPA È ESPUGNARE LE GRANDI CITTÀ DELLA TRADIZIONE POST-CORANICA: OGGI DAMASCO, ALEPPO, BAGDAD; DOMANI LA MECCA, ISTANBUL E IL CAIRO. Alle quali si aggiungono come bottino necessario, BEIRUT E DAMASCO.

   Lo shock per l’occupazione jihadista di Yarmuk sarà grande anche nelle moschee dell’islam europeo, dove finora si è predicata la solidarietà attiva con il popolo palestinese come primo dovere di ogni buon fedele. Perfino riconoscendo legittimità religiosa agli attentati suicidi, purché insanguinassero la terra “occupata dall’entità sionista”.

   Impossessandosi del campo profughi di Yarmuk – con totale indifferenza per le sofferenze inflitte ai suoi abitanti, liquidati anch’essi come infedeli che non meritano di vivere – I JIHADISTI NON ESITANO A RIBALTARE LE PRIORITÀ DELLA GUERRA MEDIORIENTALE. Lo stesso Israele diviene per loro un dettaglio secondario. Il mondo arabo che da oltre un secolo cerca la sua faticosa unità –dapprima col panarabismo di stampo nasseriano, poi con l’integralismo religioso – nella riconquista di Gerusalemme empiamente occupata, viene chiamato per prima cosa all’obbligo di assoggettarsi al Califfato. La distruzione di Israele e la causa dei palestinesi, vengono dopo.

   Con un salto all’indietro di nove secoli, il nemico da sopprimere ovunque tornano ad essere “i crociati e gli ebrei”. Cui si aggiungono gli eretici, primi fra tutti i musulmani sciiti, senza nessuna pietà per gli stessi sunniti che osano frapporsi al disegno oscurantista del Califfo. C’è, naturalmente, una buona dose di disinvoltura storica in questo salto all’indietro della storia.

   Poco importa ai seguaci di Al Baghdadi (Is) e Al Zawahiri (Al Qaeda) che gli ebrei, insieme ai cristiani bizantini, fossero anch’essi tra le vittime dei cavalieri crociati, nell’Undicesimo secolo: oggi viene comodo confonderli nella nozione indistinta di Occidente pagano, arrogandosi la missione di unico monoteismo legittimato a dare la morte per abbattere l’idolatria.

   Diviene così assai significativo che la conquista del campo profughi palestinese di Yarmuk sia un’altra azione congiunta sul campo dell’Is e di Al Nusra, finora organizzazioni jihadiste spesso concorrenti fra loro. Ciò che rende purtroppo credibile la loro prossima unificazione sotto il comando militare di Al Baghdadi, trapelata nei giorni scorsi.

   I due eserciti, forse prossimi a riunirsi sotto la bandiera nera, hanno già dimostrato in Siria di considerare almeno tatticamente prioritario il braccio di ferro con il regime di Assad, rispetto a un confronto diretto con l’esercito d’Israele. Lo conferma la prudenza con cui si sono mossi finora sull’altopiano del Golan, cioè al confine con lo Stato ebraico, nonostante quella regione sia da tempo sottoposta al loro controllo.

   I tagliagole avranno di certo calcolato di non essere attrezzati, per il momento, a uno scontro diretto con Tshaal. Circostanza che ha alimentato fantasiose teorie del complotto sul sostegno di cui i jihadisti avrebbero goduto da parte degli israeliani, come se questi ultimi fossero masochisti. Additare l’ombra del Mossad dietro l’Is resta così l’ultima formula autoassolutoria di un islam che non riesce a capacitarsi della proliferazione di un tale mostro crudele dal suo utero.

   Come è noto, IL DILAGARE DELLA GUERRA DALLA SIRIA ALLA MESOPOTAMIA HA GIÀ PRODOTTO PIÙ DI QUATTRO MILIONI DI PROFUGHI, venuti a sommarsi ai palestinesi che dal 1948 vivono senza diritti di cittadinanza riconosciuti in Libano, Siria, Giordania e a Gaza.    I campi di raccolta dei nuovi profughi non riescono a soccorrere adeguatamente una popolazione vittima di una vera e propria catastrofe umanitaria. LA DISTRUZIONE DI YARMUK, IL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE TRASFORMATOSI NEI DECENNI IN UNA VERA E PROPRIA NUOVA CITTÀ ALLE PORTE DI DAMASCO, CI RAMMENTA CHE LE FERITE DEL PASSATO, MAI CURATE, sono fonte di nuove infezioni devastanti.

   Per affrontare l’esodo palestinese, disseminato in ben 59 CAMPI RICONOSCIUTI, le Nazioni Unite istituirono fin dal 1949 una apposita agenzia: l’UNRWA. Ma da almeno un decennio all’interno dei campi palestinesi si sono organizzate, grazie ai petrodollari del Golfo e alla propaganda salafita, pericolose fazioni qaediste come Fatah al Islam, che ne contendono con le armi la leadership all’Anp e a Hamas.

   È LA PESTE JIHADISTA CHE SI PROPAGA NELLA MISERIA DELLA DIASPORA PALESTINESE, dal campo di Nahr al Bared limitrofo a Tripoli di Libano, fino alla polveriera di Ain al Helwe nei pressi di Sidone. Campi che ospitano ciascuno più di centomila disperati, di fatto reclusi in balia delle fazioni in guerra tra loro.

   Anche Yarmuk, che si proponeva come capitale della diaspora palestinese, è stata oggetto di una contesa che vi ha visto dapprima prevalere il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, fuggito nel 2012 in Qatar essendo venuta meno, a causa della guerra civile siriana, la sua intesa con Assad. Ma non basta. L’altro leader del campo di Yarmuk, rimasto fedele a Assad, è Ahmed Jibril, fondatore del Fplp Comando Generale, organizzazione nemica dell’Is che di fatto ha circondato Yarmuk nel mentre veniva ridotta in macerie. Così adesso I DICIOTTOMILA SOPRAVVISSUTI IN QUELL’INFERNO SI TROVANO IMPRIGIONATI FRA DUE FUOCHI. E i palestinesi che volevano mantenersi neutrali dentro la guerra civile siriana, vengono trattati da traditori da entrambe le fazioni.

   La memoria inevitabilmente corre ad altri momenti storici in cui i campi palestinesi furono oggetto di violenze atroci, di cui spesso si resero colpevoli i confratelli arabi. Come nel 1970 in Giordania, dove il tristemente celebre Settembre Nero provocò fra i tre e i cinquemila morti ad opera delle truppe beduine di re Hussein di Giordania. E poi Tell Al Zaatar, nell’agosto 1976 in Libano, dove furono i siriani a uccidere circa duemila palestinesi. Fino a Sabra e Chatila, nel settembre 1982, dove i falangisti maroniti protetti dall’esercito israeliano sterminarono più di ottocento innocenti.

   LE CIFRE DELL’ODIERNA ECATOMBE SIRIANA FANNO IMPALLIDIRE LE STRAGI DEL PASSATO. E forse, più ancora delle crudeltà commesse a Yarmuk, il mondo è spaventato dalle bandiere nere giunte alla periferia di Damasco. Ma ancora una volta sono i palestinesi le vittime sacrificali di un passaggio storico che annuncia guerra totale. (Gad Lerner)

http://video.repubblica.it/rubriche/reptv-news/reptv-news-lerner-a-yarmouk-l-is-uccide-anche-la-causa-palestinese/197093/196121?ref=vd-auto

…………………………….

“I TERRORISTI SONO DEGLI ESEMPI DI PERFETTA INTEGRAZIONE”

di Giulio Meotti, 7-4-2015, da IL FOGLIO

   “C’è uno stereotipo secondo cui i giovani europei che partono per la Siria siano vittime di una società che non li accetta e che non ha offerto loro opportunità. Questo non è supportato da prove empiriche”. L’integrazione non come antidoto, ma come fermento che facilita il terrorismo. E’ la tesi di un gruppo di accademici olandesi che fanno capo a Marion van San e affiliati all’Università Erasmo di Rotterdam. “Un altro stereotipo è che la radicalizzazione derivi dall’integrazione fallita. La ricerca suggerisce invece il cosiddetto paradosso dell’integrazione come terreno fertile per la radicalizzazione”.

   Si abbattono così molti dei miti che dominano oggi il dibattito su terrorismo e democrazia. “Oserei dire che più i giovani sono integrati, maggiore è la probabilità è che si radicalizzino”, prosegue la studiosa olandese. “Spesso i giovani radicalizzati erano molto occidentali prima della loro conversione; bevevano alcol e usavano droghe leggere. In molti casi hanno finito gli studi, avevano un lavoro e amici provenienti da contesti etnici misti”. Dunque erano perfetti modelli di integrazione. Come Mohammed Bouyeri, l’assassino nel 2004 di Theo van Gogh. Un secchione. Beveva birra, andava in discoteca e fumava spinelli come tanti altri giovani. Nelle ore libere, “Mo” lavorava come volontario nel centro sociale del quartiere.

   La ricerca olandese non è l’unica del genere. Uno studio della Queen Mary University dimostra che i soggetti a maggior rischio radicalizzazione sono i giovani delle famiglie abbienti che parlano inglese anche a casa. Dounia Bouzar, direttrice di un centro francese che si occupa di radicalismo religioso, ha studiato i casi di 160 famiglie i cui figli sono partiti per il jihad. Due terzi facevano parte della middle class francese. Il 23 per cento del totale dei combattenti francesi sono addirittura convertiti all’islam.

   E’ il mistero che spinge i giovani di Lunel, una pittoresca cittadina francese che ha la più alta percentuale procapite di jihadisti in Europa, ad abbracciare un credo di morte come quello dello Stato islamico. Un fenomeno che vale per i giovani di Fredrikstad, l’ordinata e pulita cittadina norvegese dalle case basse e di legno da cui sono partiti molti volontari della guerra santa, quanto per Abdirahim Abdullahi, la mente della strage di 148 studenti cristiani all’università di Garissa in Kenya. Laureato, Abdullahi lavorava in una banca, indossava abiti costosi e amava leggere (il suo libro preferito era “Il mercante di Venezia”). Un figlio dell’alta borghesia kenyota.

   Il 2 settembre 1977, il poeta Jean Genet distinse sul Monde fra la “brutalità” della Repubblica Federale tedesca e la “violenza positiva” della Rote Armee Fraktion, tessenso l’elogio di quella piccola borghesia europea che voleva, come disse il bardo francese, piantare una lancia “nella carne troppo grassa della Germania”. Olivier Roy ha paragonato l’islamismo e il terrorismo di estrema sinistra, ma con un’avvertenza: “Il radicalismo islamico dispone di una base sociale che mancava ai marxisti: la popolazione musulmana sradicata”. La nostra famosa zona grigia è molto più estesa. E’ l’immenso Londonistan. (Giulio Meotti)

…………………….

IRAN E TURCHIA FRONTE COMUNE CONTRO L’ISIS

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 8/4/2015

   L’Iran sciita e la Turchia sunnita non sono d’accordo su quasi nulla di quanto accade in Medio Oriente. Anzi sono su fronti opposti in Yemen, in Iraq e in Siria combattono una guerra per procura.

   L’Iran sostiene Bashar Assad mentre la Turchia ha aperto in questi anni a guerriglieri e terroristi “l’autostrada della Jihad” per abbattere il regime di Damasco e ora confina per 400 chilometri con il Califfato. L’Iran è stato invece il primo governo della regione a scendere in campo apertamente contro lo Stato Islamico.

   I due vicini di casa, eredi di antichi Imperi, non sono mai stati in apparenza così rivali negli ultimi tempi. «L’ascesa della mezzaluna sciita iraniana che con curdi ed Hezbollah ha fatto indietreggiare il Califfato in Iraq infastidisce non poco Erdogan», aveva confidato qualche giorno fa ad Ankara l’editorialista di Hurriyet Mura Yetkin e non è un caso che prima di volare a Teheran Erdogan abbia ricevuto la visita improvvisa del principe Nayef Al Saud, uno degli eredi al trono in Arabia Saudita, l’acerrimo avversario di Teheran nel Golfo e in Yemen dove Riad bombarda i ribelli sciiti Houthi.

   Eppure Tayyep Erdogan, preceduto dalle aspre polemiche della vigilia in cui aveva dichiarato che «l’Iran cominciava a dare fastidio», è stato ieri il primo leader mediorientale e della Nato a volare a Teheran dopo l’accordo di Losanna sul nucleare perché come ripeteva Henry Kissinger «le nazioni non hanno amici o nemici permanenti ma soltanto interessi». E con l’arte della retorica gli avversari riescono persino a superare i massacri sul campo di battaglia: «Ci impegneremo insieme a fermare il bagno di sangue in Medio Oriente e la guerra in Yemen», hanno dichiarato in una conferenza stampa congiunta Erdogan e il presidente iraniano Hassan Rohani, prima che il leader turco incontrasse anche la Guida Suprema Ali Khamenei.

   Le divergenze restano, sono forti, ma attutite dagli interessi reciproci. La diplomazia iraniana voleva a tutti i costi far sedere al tavolo Erdogan e lo stesso presidente turco, che aveva per altro incoraggiato l’accordo sul nucleare, non intendeva rinunciare a un asset strategico della Turchia: il rapporto diretto e senza mediazioni con Teheran che si concretizza in un giro d’affari di 14 miliardi di dollari, da portare, secondo il comitato bilaterale riunito ieri, a 30 entro fine dell’anno prossimo.

   Un traguardo ambizioso ma a portata di mano più di quanto non si creda. Le sanzioni hanno danneggiato anche la Turchia che spera in un accordo definitivo tra l’Iran e il Cinque più Uno entro la fine di giugno per superare ogni embargo e penetrare il mercato iraniano: 80 milioni di consumatori che possono essere facilmente raggiunti dalla merci turche (ed europee).

   Ma perché Erdogan è andato a Teheran vincendo le sue personali resistenze e quelle dei sauditi? L’Iran rientra nei piani strategici della Turchia di diventare un hub dell’energia diretta verso l’Europa. L’Iran già oggi esporta il 90% del suo gas in Turchia dove copre il 20% dei consumi interni, oltre al 16% di quelli petroliferi. Teheran, maggiore fornitore della Turchia dopo Mosca, ha le seconde riserve di gas al mondo ed è facilmente intuibile il piano di Ankara: mettere in concorrenza i suoi venditori principali, in primo luogo la Russia, con cui deve realizzare il gasdotto Turkish Stream fortemente osteggiato dagli americani, e poi anche l’Azerbaijan, al quale sarà collegata dal gasdotto Tanap.

   Erdogan ha subito scoperto le carte. «Se l’Iran riduce i prezzi siamo pronti ad aumentare le nostre importazioni di gas. Due Paesi amici e fratelli hanno il dovere di mostrarsi solidali», ha detto il presidente turco. Parole un po’ diverse da quelle pronuciate qualche giorno fa dallo stesso Erdogan quando aveva attaccato Teheran affermando che «l’Iran sta provando a dominare il Medio Oriente infastidendo noi, i sauditi e gli altri Paesi del Golfo». L’uscita di Erdogan a Teheran, nel palazzo di Saadabad, è miele per le orecchie degli iraniani che puntano su Ankara per il loro export energetico verso l’Europa.

   Ma ci sono altre ragioni, forse meno evidenti, che hanno spinto Erdogan a Teheran. Il presidente turco, che sul suo territorio schiera i missili Nato contro l’Iran, intende controbilanciare i suoi stessi alleati occidentali e regionali mostrando di avere mano libera di fare accordi con gli ayatollah. Il Medio Oriente è nel caos ma Teheran e Ankara sono sempre state d’accordo su un punto: non consentire la nascita di un’entità curda (o di uno stato curdo) fuori dal loro controllo. Ecco perché due vicini distanti e con interessi in apparenza inconciliabili trovano quasi sempre un accordo, come del resto suggeriscono le sperimentate ricette diplomatiche di Kissinger. (Alberto Negri)

……………………………………

SE LE STRADE DI USA E ISRAELE SI SEPARANO

di Vittorio Emanuele Parsi, da “il Sole 24ore” del 8/4/2015

   Come aveva pubblicamente annunciato il governo di Tel Aviv sta tentando di far naufragare “a qualsiasi costo” l’intesa tra la comunità internazionale e l’Iran sul programma nucleare. Bibi Netanyahu, forte di una insperata riconferma elettorale, ha individuato nella Casa Bianca l’anello fondamentale su cui esercitare la massima pressione affinché l’accordo politico preliminare non si trasformi in una intesa definitiva.    Com’è evidente, se gli Stati Uniti facessero marcia indietro, ovvero se avallassero un’interpretazione dell’intesa diversa da quella fin qui sostenuta e inaccettabile per l’Iran, tutto andrebbe a carte quarantotto e il faticoso processo di riavvicinamento tra Washington e Teheran si trasformerebbe nel suo opposto: la sanzione di un’inconciliabile opposizione, che darebbe libero sfogo alle posizioni degli intransigenti da una parte e dall’altra.

   Netanyahu non può non sapere che il presidente Obama si gioca tutto proprio sulla definitiva conclusione di un’intesa con l’Iran. In fondo, per lui, è giunto il momento di meritare sul campo quel Premio Nobel per la Pace incautamente assegnatogli all’inizio della sua presidenza. Ma il falco di Tel Aviv sa anche che nel Congresso dominato dai repubblicani molti rappresentanti e molti senatori sarebbero ben felici di assestare un colpo mortale al sogno di Obama di passare alla storia, oltretutto condividendo una totale diffidenza verso la Repubblica islamica ed essendo sempre pronti a offrire a Israele un sostegno incondizionato.    Così, tra il premier dello Stato ebraico e il presidente degli Stati Uniti è iniziato un vero e proprio gioco a rimpiattino sui media americani (dal New York Times ai grandi network televisivi), in cui il primo cerca di far passare il secondo per un ingenuo e pericoloso dilettante, mentre il secondo insinua il dubbio che l’altro stia sciupando l’opportunità storica di rendere il Medio Oriente più sicuro per tutti (Israele compreso) a causa delle sue paranoie.

   In realtà ciò che si sta consumando sono gli effetti di una parziale e progressiva divaricazione tra la politica mediorientale di Washington e Tel Aviv. Per l’America la priorità è diventata sconfiggere il fondamentalismo radicale sunnita, eliminare Daesh ed evitare che un solo Paese possa condizionare il flusso del petrolio estratto nella regione. A tale scopo è necessario impedire che l’Arabia Saudita possa ottenere l’egemonia sul Levante, rendersi autosufficiente in termini di difesa e quindi sempre più autonoma e meno controllabile nella sua politica estera ed energetica dagli Stati Uniti.

   In quest’ottica, il progressivo rientro in gioco dell’Iran – di un Iran non più estremista come ai tempi della presidenza di Ahmadinejad e pienamente affidabile sulla natura esclusivamente civile del proprio programma nucleare – è un elemento fondamentale. Israele viceversa ha scelto di giocare fino in fondo la carta saudita in funzione anti-iraniana, prendendo partito a fianco dei sunniti nella loro battaglia contro gli sciiti, e valutando che per la propria sicurezza i guerriglieri sciiti libanesi di Hezbollah siano più pericolosi delle milizie sunnite siriane di Jabat al-Nusra.

   Si tratta di valutazioni legittime, per gli uni e per gli altri evidentemente, ma che marcano il tramonto dell’automatica sovrapposizione tra gli interessi di sicurezza israeliani e quelli americani, sulla quale fino ad ora Israele ha sempre potuto contare. «L’accordo non dipende dal riconoscimento di Israele da parte dell’Iran», ha chiarito Obama a un Netanyahu che aveva provato anche questa carta per farlo saltare: ovvio, ma per nulla scontato fino a pochi anni fa.

   Parafrasando le parole di Netanyahu nel suo discorso al Congresso Usa, «i nemici dei miei amici non sono necessariamente e sempre i miei nemici» e, oggi, per combattere Daesh, l’apporto delle milizie sciite libanesi e irachene e dello stesso Iran è difficilmente sottovalutabile. Tanto più quando l’impegno sullo stesso fronte dei propri amici appare parecchio “distratto”.

   Nulla testimonia maggiormente la siderale lontananza odierna tra Washington e Tel Aviv delle parole con cui il premier israeliano ha descritto l’Iran: «Lo Stato più terrorista del mondo», quando, se si guarda ai fatti, l’Arabia Saudita e non l’Iran è la principale responsabile della progressiva islamizzazione della politica mediorientale, della moltiplicazione di movimenti politico-religiosi radicali e della crescita esponenziale della minaccia terroristica di matrice islamista (al-Qaeda, Daesh, Jabat al-Nusra, Shebab, Boku Aram).

   Ma anche le parole del presidente Obama, volte a rassicurare l’opinione pubblica americana e israeliana sull’impegno Usa a difesa di Israele, hanno sottolineato questa nuova distanza, nel voler rimarcare un concetto: «L’America sarà sempre a fianco di Israele in caso di attacco».

   Appunto: in caso di attacco; ma non qualora Israele dovesse decidere un’azione militare unilaterale e preventiva contro gli impianti nucleari iraniani. Un punto fermo, quello espresso dal presidente Obama, destinato a restare tale almeno finché l’accordo di Losanna sarà ritenuto valido dagli Stati Uniti: un fatto che spiega piuttosto bene la foga con cui Netanyahu sta facendo “campagna” affinché il Congresso lo ripudi… (Vittorio Emanuele Parsi)

……………………………..

MONACO 1938 E LOSANNA 2015, CONFRONTO TRA DUE ACCORDI (risponde Sergio Romano)

(da “il Corriere della Sera” del 8/4/2015)

“Gli entusiasmi che gli accordi tra Iran e il gruppo dei 5+1 stanno suscitando tra gli iraniani, mi sembrano molto simili a quelli degli inglesi quando accolsero il ritorno di Chamberlain da Monaco. Spero di avere torto pieno, ma Israele molto difficilmente potrà digerire quello che, ai suoi occhi, sembra la realizzazione di un incubo. Speriamo di non essere di fronte a uno dei ciclici corsi e ricorsi della storia!”Pierluigi Ziliotto

Caro Ziliotto,

   Cercherò di rispondere alla sua lettera con un breve confronto tra gli accordi di Monaco del settembre 1938 e quello di Losanna degli scorsi giorni. A Monaco, dove ebbe luogo la conferenza quadripartita (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) proposta da Mussolini, la Germania ottenne di annettere al Terzo Reich il Sudetenland, una terra abitata da tre milioni di tedeschi che i trattati di Versailles avevano attribuito al nuovo Stato cecoslovacco.

   Ma quello non fu il solo regalo fatto alla Germania. Con il gesto conciliante di Monaco le grandi potenze europee le condonarono implicitamente tutte le trasgressioni degli anni precedenti: la denuncia nel 1935 delle clausole del Trattato di Versailles sul disarmo tedesco; la denuncia nel 1936 del Trattato di Locarno; la denuncia nello stesso anno delle clausole di Versailles sul controllo internazionale dei fiumi tedeschi; l’annessione dell’Austria nel marzo del 1938. Chi sperò che la Germania sarebbe stata appagata da queste concessioni commise un errore politico di cui altri, come Winston Churchill, erano consapevoli.    A Losanna l’Iran ha ottenuto il diritto (sinora contestato ma previsto dal Trattato sulla non proliferazione) di arricchire il proprio uranio. È una concessione, secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che permetterebbe a Teheran di costruire prima o dopo un ordigno nucleare.

   È possibile. Ma l’Iran ha preso altri impegni. Ha accettato di ridurre approssimativamente di due terzi le centrifughe già installate. Ha considerevolmente ridotto la percentuale dell’arricchimento (non più del 3,67% per almeno quindici anni). Ha accettato di ridurre da 10.000 a 300 kg, per i prossimi quindici anni, l’uranio a basso arricchimento di cui dispone. Si è impegnato a non costruire altri impianti per l’arricchimento nei prossimi quindici anni e non si servirà più, per questo scopo, dell’impianto di Fordow: una installazione che verrà usata soltanto per ricerca e sviluppo.

   L’arricchimento verrà fatto esclusivamente nell’impianto di Natanz e soltanto con vecchie centrifughe di prima generazione. Nell’accordo infine vi sono clausole molto particolareggiate sulle ispezioni dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ed è previsto che le sanzioni verranno progressivamente revocate soltanto quando gli ispettori avranno verificato che gli impegni presi sono stati rispettati. Lei pensa, caro Ziliotto, che Israele non accetterà mai questo accordo.

   È probabile che farà del suo meglio, nei prossimi tre mesi, per mobilitare contro il protocollo di Losanna il partito americano degli oppositori di Obama e dei neo-conservatori. Ed è probabile che riporrà molte speranze nella guerra parallela dei conservatori iraniani contro il presidente Rouhani.

   Ma l’ipotesi del ricorso a un’operazione militare, come è accaduto per il reattore iracheno Osiraq nel giugno 1981 e per quello siriano a 300 km da Damasco nel settembre 2007, mi sembra meno realistica. Una tale iniziativa, in questo momento, avrebbe disastrose conseguenze per i rapporti di Israele con gli Stati Uniti per la sua immagine nel mondo. (Sergio Romano)

…………………………..

IL NUCLEARE, L’IRAN E IL TEMPO DI SOGNARE

di Bernard Guetta, da “la Repubblica” del 8/4/2015

   È UN sogno, ma non necessariamente un sogno irrealizzabile. E allora sogniamo, per un istante, che questo accordo di Losanna sul nucleare iraniano possa rapidamente concretizzarsi fin nei più piccoli dettagli, che la Repubblica islamica rinunci a dotarsi della bomba, che le sanzioni economiche varate contro Teheran siano rimosse e che il peso della parte pragmatica e riformatrice all’interno della leadership iraniana ne esca rafforzato.

   Le conseguenze sarebbero due: la prima è che quel regime potrebbe avviare la liberalizzazione politica a cui la popolazione iraniana aspira con chiarezza da moltissimo tempo; la seconda è che l’Iran sciita si dedicherebbe, parallelamente, a consolidare la sua influenza regionale cercando un compromesso con i paesi sunniti e non più assicurandosi, in funzione antisunnita, il sostegno delle comunità sciite, minoritarie o maggioritarie, di tutto il Medio Oriente.

   È uno scenario roseo, roseo e altamente aleatorio, ma che non possiamo escludere per tre ragioni. La prima è che c’è voluta così tanta volontà di compromesso ai negoziatori di Losanna che non si capisce perché tutta questa volontà dovrebbe svanire ora che l’essenziale è stato fatto.

   Le difficoltà, naturalmente, sono considerevoli. Barack Obama dovrà fare i conti con la maggioranza repubblicana del Congresso e soprattutto con i suoi alleati israeliani e sauditi, con un fronte del no che non vuole questo compromesso perché farebbe dell’Iran uno “Stato soglia”, cioè un Paese che non dispone della bomba atomica ma ha gli strumenti per procurarsela.

   Hassan Rohani, il presidente iraniano eletto trionfalmente nel giugno del 2013 perché incarnava la speranza di una riconciliazione con il resto del mondo, dovrà superare, da parte sua, l’opposizione dei settori più intransigenti del regime, che vogliono evitare che Rohani riesca ad affermare la sua popolarità grazie alla rimozione delle sanzioni, cosa che lo renderebbe inamovibile.

   La battaglia sarà dura, tanto a Teheran quanto a Washington, ma le presidenziali non sono lontane e i Repubblicani difficilmente potranno accanirsi a contrastare un accordo che consente di evitare una guerra che gli americani non vogliono in alcun modo. Da parte loro, i settori più oltranzisti dello schieramento conservatore iraniano sembrano ormai essere stati sconfessati da Ali Khamenei, la Guida suprema del regime, senza il consenso del quale i negoziatori iraniani non avrebbero potuto acconsentire alle concessioni che hanno sottoscritto a Losanna.

   Hassan Rohani ha avuto l’appoggio della Guida suprema perché le casse dello Stato sono vuote e la teocrazia deve riuscire a rimpinguarle, prima che le difficoltà economiche correnti superino il livello di guardia. E visto che Barack Obama, a sua volta, può far leva sull’opinione pubblica, non è irragionevole aspettarsi che l’accordo di Losanna si concretizzerà.

   La seconda ragione per non rinunciare a sognare è che la rivoluzione iraniana non è più giovanissima. A trentacinque anni suonati, deve ormai fare i conti con una gioventù, enormemente maggioritaria, per la quale la dittatura imperiale ormai è preistoria e non capisce perché si debba vivere tanto male quando il sottosuolo iraniano è così ricco e il livello culturale del Paese potrebbe rapidamente consentirgli di diventare un Eldorado.

   Sono più di quindici anni che gli iraniani manifestano, in modo tanto sistematico quanto eclatante, la loro volontà di cambiamento: con la prima elezione del riformista Mohammad Khatami nel 1997, con la sua rielezione, con le manifestazioni di massa contro i brogli delle elezioni presidenziali del 2009 e infine con l’elezione di Hassan Rohani. La frattura fra Paese legale e Paese reale ormai è talmente profonda, senza neanche parlare dell’esplosione di rabbia popolare che minaccia di scatenarsi, che questo regime ormai ha soltanto un’opzione possibile.

   Può continuare nella sua deriva verso la dittatura militare che potrebbe essere instaurata dalle Guardie della rivoluzione, uno Stato nello Stato, una potenza militare e finanziaria, oppure scegliere un’apertura controllata, che l’ascesa di Hassan Rohani oggi rende possibile. Mentre Mohammad Khatami si era fatto eleggere e rieleggere come avversario dello status quo, l’attuale presidente agisce nelle vesti di amministratore dei vincoli contro cui questo potere si scontra, e non ha mai fatto nulla per mettere in discussione la subordinazione delle istituzioni repubblicane alle istanze religiose.

   Ha sempre avuto cura, al contrario, di rimarcare la sua deferenza verso la Guida suprema, un uomo malato e che potrebbe valutare l’idea di farne il suo successore, tanto più se si considera che la massa dell’apparato conservatore e Khamenei stesso non vogliono che la Rivoluzione islamica finisca per dare vita a un potere militare.

   Hassan Rohani può diventare l’artefice di una transizione consensuale e promuovere un compromesso storico tra sunniti e sciiti, fondato su regole di condotta e una paura comune dei rispettivi estremisti. È la terza ragione per non escludere uno scenario roseo, qualunque sia l’entità delle sfide da superare a Washington e a Teheran, a Damasco e a Bagdad, a Sana’a e a Beirut, prima che questo sogno possa veramente divenire realtà. (Traduzione di Fabio Galimberti)

………………………..

ACCORDARSI CON L’IRAN? BUONA IDEA, ANZI NO

di Angelo Panebianco, da “il Corriere della Sera – Sette” di venerdì 10 aprile 2015

   Questione complessa, quella sul nucleare, perché contribuisce quasi alla rottura tra Usa e Israele e destabilizza le potenze sunnite In Medio Oriente, spesso, ciò che un tempo appariva sensato si rivela assurdo.

   E per contro, ciò che sembrava assurdo si dimostra infine ragionevole. Colpa di una situazione talmente complessa e mutevole da rendere difficilissimo per chiunque orientarsi, individuare qualche punto fermo che possa servire per calcolare la rotta. Un tempo appariva sensata l’idea dell’Amministrazione Obama di arrivare a un accordo con l’Iran sulla questione del nucleare.

   I vantaggi, a prima vista, erano tanti: bloccando la bomba iraniana si sarebbe disinnescata la corsa al nucleare in Medio Oriente; inoltre, r accordo avrebbe rafforzato le correnti iraniane più disponibili al dialogo con l’Occidente mentre i falchi, i duri, sarebbero stati messi nell’ angolo. Infine, ponendo fine a un isolamento del Paese che dura dal 1979 ossia dal momento della nascita del regime rivoluzionario khomeinista, si sarebbe permesso all’Iran di svolgere in modo aperto un ruolo politico-diplomatico in Medio Oriente coerente con il suo peso e la sua importanza.

   Ritornato membro legittimo della comunità internazionale — avevano pensato i fautori dell’accordo — l’Iran avrebbe potuto usare la sua potenza per bilanciare gli Stati sunniti consentendo così agli occidentali, Stati Uniti e Europa, di avere più margini di manovra nelle future trattative mediorientali. Ma quella che sembrava una buona idea sulla carta sembra ora un’altra cosa.

   Perché ha prodotto due risultati, entrambi negativi: ha contribuito a portare quasi al punto di rottura i rapporti fra gli Stati Uniti e Israele (per Israele, infatti, l’Iran resta il più insidioso e pericoloso dei nemici) e ha terrorizzato e antagonizzato le potenze sunnite. Nemmeno esisterebbe, forse, lo Stato islamico (ex Isis) se i sunniti, e in particolare i sauditi e i turchi che, a più riprese, lo hanno appoggiato sottobanco, non avessero vissuto come un tradimento da parte degli Stati Uniti la sua marcia di avvicinamento all’Iran. Con varie conseguenze, tutte osteggiate dai sunniti, a cominciare dalla rinuncia americana a sostenere la ribellione contro la dittatura siriana, alleata degli iraniani. Ne valeva la Negoziati II summit a Losanna sul nucleare iraniano.

   Valeva la pena mettere Stati Uniti e Europa nella scomoda posizione di antagonisti dei sunniti (che rappresentano la schiacciante maggioranza dei musulmani) e dei loro Stati? Senza nemmeno la certezza — va aggiunto — di riuscire a bloccare definitivamente le ambizioni nucleari dell’ Iran? Forse no. Forse, dal punto di vista occidentale, sarebbe stato più conveniente lavorare a nuovi accordi con le potenze sunnite, aiutandole contro la Siria e ottenendo in cambio sia un vero sostegno nella lotta contro lo Stato islamico sia la loro cooperazione per stabilizzare la Libia e, più in generale, per contrastare il terrorismo. Capita, nelle situazioni complesse, che i calcoli iniziali, apparentemente ineccepibili, si rivelino sbagliati. (Angelo Panebianco)

………………………………

GEOPOLITICA E MIGRAZIONI

L’AFRICA GIALLA CI SALVERÀ

– Siamo spaventati all’idea di un’invasione ancora più massiccia dalle coste meridionali del Mediterraneo Ma gli investimenti della Cina in quell’area e nei territori subsahariani in realtà produrranno stabilità, perché la stabilità (anche in Europa) è quello che serve all’organizzazione tecno-scientifica di Pechino –

di EMANUELE SEVERINO, da “il Corriere della Sera – La Lettura” 5.4.15

   Gli sbarchi di immigrati, si dice, non riguardano solo l’Italia ma l’Europa. Questa affermazione contribuisce certo ad allargare la visione di quanto sta accadendo, tuttavia la portata della pressione che dal Nord Africa viene esercitata sull’Europa richiede una prospettiva ben più ampia.

   Altre volte (e più recentemente anche sul «Correre della Sera» del 10 gennaio scorso) ho richiamato che, anche ammettendo una massiccia presenza di popolazioni islamiche e prevalentemente africane in Europa e in Occidente, questo fatto produrrebbe certamente gravi problemi nel breve termine, ma a lungo termine il carattere determinante della tecno-scienza nelle società occidentali finirebbe col dominare anche l’islam, come sta dominando la tradizione dell’Occidente; e anche l’islam, per essere potente e vincente, dovrebbe porsi come scopo primario non più il contenuto della propria fede, ma la potenza dell’apparato tecnico soltanto mediante il quale l’islam, come tutte le forze della tradizione occidentale, potrebbe imporsi sulle forze antagoniste. E se il suo scopo primario fosse questo, a imporsi non sarebbe più l’islam, ma la razionalità della tecnica — essendo a questo punto indifferente quale razza umana (bianca o no) verrebbe a trovarsi portatrice di tale razionalità .

   Questa volta vorrei invece mostrare l’estrema improbabilità che abbia a realizzarsi in Europa quella massiccia presenza di popolazioni non europee a cui ho accennato e che peraltro viene ritenuta possibile non soltanto dalla fantapolitica. In Africa sono in gioco, oltre a quelli europei, gli interessi degli Stati Uniti e della Cina, ma anche, sebbene in minor misura o in modo più indiretto, della Russia, che peraltro è più che mai presente nel contiguo scacchiere del Medio Oriente.

   Per quanto possa sembrare strano a chi non ha occhi che per i «problemi concreti e immediati», si può dire comunque che sarà la Cina a decidere l’esito dell’immigrazione africana in Europa. La crescita continua degli investimenti cinesi in Africa porta gli analisti ad affermare che la Cina sta diventando il maggior partner commerciale di quel continente. Non solo. Gli investimenti cinesi hanno di mira, oltre alle risorse naturali di cui l’Africa è ricca, e di cui la Cina ha grande bisogno, un imponente programma di interventi sanitari, educativi, culturali, edilizi.

   Due anni fa la stampa britannica ha riportato la notizia che in Africa la Cina sta costruendo, addirittura, un numero rilevante di città, che però rimangono disabitate per il prezzo delle abitazioni, inaccessibile agli africani (il che doveva peraltro esser noto agli imprenditori cinesi già prima dell’apertura dei cantieri).

   Si è cercato di interpretare il senso di questo atteggiamento e la risposta che sta accreditandosi è che la Cina cerca spazi per il miliardo e trecento milioni dei propri abitanti. Come del resto sta già facendo da tempo, sebbene in modi del tutto diversi, cioè con le infiltrazioni e immigrazioni dei propri abitanti nella Siberia orientale. Ma l’Africa è per la Cina lo spazio ideale. E più accessibile: non è la Siberia che appartiene alla Russia. Nei rapporti di forza planetari la Cina si trova infatti schierata con la Russia; e anche in Africa l’avversario della Cina sono gli Stati Uniti, leader dello schieramento antagonista a quello che fa capo alla Russia.

   Il modo in cui la Cina è presente in Africa porta a escludere che questa sua presenza sia guidata da un progetto destabilizzante. Se si vogliono il conflitto e la destabilizzazione, non si costruiscono città che, restando momentaneamente vuote, sembrano attendere abitanti diversi da quelli locali; né si dà vita a progetti sanitari ed educativi e persino culturali.

   Ma, soprattutto, conflitto e destabilizzazione ostacolano quello sfruttamento delle risorse di cui l’Africa è ricca e di cui la Cina non può fare a meno, anche perché esso è strettamente connesso alla soluzione del problema demografico. Certo, la Cina in Africa vende armi; ma è presumibile che le venda a chi sia favorevole o almeno non sia contrario al progetto che in quel continente essa sta realizzando.

   L’ingegneria sociale dello Stato cinese può manovrare masse di popolazione in misura molto superiore a quella praticabile dalle democrazie occidentali (pur non dimenticando lo spopolamento delle campagne determinato dal capitalismo occidentale). Ma sarebbe ingenuo pensare che la Cina si proponga di trasferire in Africa decine, se non centinaia, di milioni di cinesi mediante un cataclisma sociale, e cioè che faccia loro posto spingendo gli africani verso l’Europa.

   Ingenuo pensare che quindi riesca a ottenere questa gigantesca migrazione producendo un volume di conflitti e destabilizzazioni ancora superiore a quello che in Africa è già esistente. Nonostante la velocità del suo incremento, la densità della popolazione africana è ancora medio-bassa, cioè capace di sopportare l’incremento addizionale previsto dalla politica demografica della Repubblica popolare cinese, che da un lato è fornita di grande competenza nel contenimento della natalità e, dall’altro, non avrebbe alcun interesse a gestire una migrazione di quelle proporzioni (giacché per la Cina si tratterebbe, appunto, di gestirla, non di subirla). Lo Stato islamico, che non ha la capacità di gestirla e che d’altra parte se la augurerebbe e farebbe il possibile per avviarla, si trova pertanto, oggettivamente, a ostacolare gli interessi cinesi e cioè viene da essi arginato.

   L’Occidente accusa la Cina di riproporre il vecchio colonialismo europeo. E invece essa si muove su un piano diverso da quello politico-militare. Diverso e molto più efficace. È il piano dell’organizzazione tecno-scientifica della realtà sociale.

   In Cina, forse più che altrove, si stanno mettendo in questione due grandi forze della tradizione occidentale: capitalismo e comunismo. In qualche modo ci si sta liberando di esse. E questo atteggiamento si rispecchia nella configurazione della presenza cinese in Africa. Dove la Cina vuole equilibrio e stabilità perché richiesti dall’organizzazione tecno-scientifica della sua presenza. Ma anche perché una migrazione di questa entità destabilizzerebbe l’Europa intera e quindi a lungo andare pregiudicherebbe la sua capacità di essere partner affidabile delle esportazioni russe, e nella contrapposizione planetaria tra i due schieramenti, a cui qui sopra mi sono riferito, la Cina non ha alcun interesse a creare problemi alla Russia. Quindi anche la Russia ha interesse che in Africa la Cina abbia a portare equilibrio e stabilità.

   E una destabilizzazione dell’Europa non è nemmeno negli interessi degli Stati Uniti, che vogliono sì guidarla, ma non vogliono guidare un malato che non sappia reggersi sulle proprie gambe. Che nel Mediterraneo siano presenti, oltre a quelle europee e statunitensi, anche le navi da guerra russe e cinesi — e siano presenti in relazione ai problemi del mondo arabo — è un fatto così del tutto estraneo al tema, che stiamo considerando, della pressione dell’Africa sull’Europa? Anche nel Mediterraneo il rapporto tra Stati Uniti da una parte e Cina e Russia dall’altra è conflittuale, e tuttavia, per motivi diversi, è nell’interesse dei contendenti che la debolezza dell’Europa non superi una certa soglia.    Si può quindi dire che, se nel breve termine l’Europa e soprattutto l’Italia vanno incontro a tempi difficili, per quanto riguarda il medio e lungo termine esiste invece un insieme di fattori che rendono irrealizzabile quell’immigrazione di massa dall’Africa all’Europa che viene a volte presentata come una minaccia incombente.

   D’altra parte l’Italia pratica da tempo, nei confronti della Russia, una politica alternativa rispetto a quella tedesca, britannica, francese. Tenuta in subordine dalle potenze europee, l’Italia, più o meno consapevolmente da parte di chi ha gestito e gestisce la sua politica estera, fa loro capire come i vantaggi che esse non le riconoscono potrebbe in qualche modo ottenerli appoggiandosi alla Russia: soprattutto oggi che verso la Russia l’Europa intende irrigidirsi per la questione ucraina. Potrebbe essere, questa dell’Italia, una buona mossa, da coltivare, per smuovere un poco, nell’immediato, il sostanziale disinteresse dell’Europa per gli sbarchi degli immigrati nel Sud del nostro Paese. (Emanuele Severino)

…………………….

IL VIAGGIO DI DOMENICO QUIRICO ALLE ORIGINI DEL GRANDE CALIFFATO

di Francesca Caferri, da “la Repubblica” del 7/4/2015

   IL GIORNO in cui il progetto del Grande Califfato si palesò per la prima volta agli occhi di Domenico Quirico, poco lontano infuriava la battaglia: «Cristiano, tu non sai niente, il vero cambiamento è nelle mani di Dio — gli disse Abu Omar, l’emiro che lo teneva prigioniero in Siria — con l’aiuto di Dio noi spazzeremo via Bashar e uccideremo tutti gli alawiti, anche le donne e i bambini. Costruiremo, grazie a Dio Grande Misericordioso, il califfato di Siria. Poi sarà la volta degli altri capi traditori, in Giordania in Egitto in Arabia. Alla fine il Grande Califfato rinascerà, da al-Andalus fino all’Asia».

   A quasi due anni da quelle giornate, parole che avrebbero potuto apparire visionarie paiono solidamente ancorate alla realtà: i compagni degli estremisti siriani che per cinque mesi tennero prigioniero Quirico hanno allargato il loro dominio, arrivando a conquistare mezzo Iraq e a minacciare la stessa capitale Bagdad.

   Alle loro gesta si richiamano lupi solitari come i fratelli Khouaci, autori della strage a Charlie Hebdo, e Man Haron Monis, che ha tenuto l’Australia con il fiato sospeso minacciando la strage in una cioccolateria di Sidney. Al loro capo, Abu Bakr al Baghdadi, giurano fedeltà i mujahiddin di mezzo mondo, dai Boko Haram in Nigeria ai guerriglieri che stanno frantumando la già fragile Libia alla Tunisia.

   Ne Il Grande Califfato Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni: come quelle di Ayyub, ex combattente idealista che voleva cacciare Bashar al Assad ed è morto da islamista nelle fila dell’Is.

   Lo fa tornando nei luoghi dove tutto ha avuto inizio molti anni fa, la Cecenia e l’Algeria, e raggiungendo i nuovi confini dove la nuova realtà si sta imponendo, come la Nigeria a nord del decimo parallelo. E lo fa dando un nome e un volto anche alle vittime: fra tutti, i bambini cristiani di Erbil, che nei loro pochi anni di vita hanno già imparato cosa è la morte. Ne esce un quadro completo, con un unico difetto: quello dell’ineluttabilità. Ci sono, nelle terre del Califfato, tante persone che a rischio di tutto a questo disegno si oppongono. Sarebbe stato bello ascoltare anche la loro voce.

IL LIBRO Il Grande Califfato di Domenico Quirico (Neri Pozza, 16 euro)

……………………

KENIA – GARISSA

“I MORTI NELLE SCUOLE SONO UN ORRORE IL MONDO HA BISOGNO DI UN NUOVO ISLAM”

– L’attivista AYAAN HIRSI ALI è entrata nel mirino del fanatismo dieci anni fa, quando partecipò al documentario “Submission” – “Nessun bambino nasce fanatico, tutto dipende dalle idee e da quale istruzione riceve. Ma c’è anche chi non si arrende come il blogger saudita condannato a mille frustate” – DOPO LA STRAGE DELL’UNIVERSITÀ IN KENYA, invita i musulmani a riformare il proprio credo: “Devono trovare il loro Illuminismo, in nome della libertà” –

di Enrico Franceschini, “la Repubblica” del 7/4/2015

LONDRA – «SONO inorridita dall’attacco degli estremisti islamici somali contro gli studenti universitari in Kenya. Ed è per me la conferma che il problema del riformare l’Islam riguarda non un paese o una regione, ma ormai tutto il mondo».

   AYAAN HIRSI ALI, la 46enne attivista politica e scrittrice somala naturalizzata americana, è nel mirino del fanatismo islamico da un decennio, quando partecipò al documentario “Submission” del regista e suo amico olandese Theo Van Gogh. Nel 2005 un estremista musulmano olandese assassinò lui; da quel momento fu emessa una fatwa anche contro di lei, che da allora vive sotto scorta 24 ore al giorno. Ma le minacce non l’hanno fatta retrocedere. In una serie di libri diventati best-seller internazionali ha denunciato l’Islamismo e poi l’Islam nel suo complesso come una religione che fomenta l’odio e la violenza.

   Nel saggio pubblicato ora, “ERETICA, CAMBIARE L’ISLAM SI PUÒ” (in Italia esce per Rizzoli), sostiene che la religione di Maometto necessita una grande riforma per ritrovare una vocazione moderata, tollerante e pacifica.

   Sposata con lo storico britannico Niall Ferguson, adesso Ali vive negli Stati Uniti con il marito e il loro figlio. «L’America e l’Europa rappresentano la libertà a cui tutti aspirano, nessun bambino nasce fanatico», dice al telefono dagli Usa.

Che effetto le ha fatto l’attacco degli estremisti islamici somali di Al Shabab contro l’università in Kenya, la strage di studenti che ne è risultata?

«Mi ha scioccato e inorridito. Il capo del gruppo somalo che ha condotto l’attacco è un classico esempio di quelli che nel mio libro definisco i “musulmani di Medina”: un giovane educato in Arabia Saudita, di buona famiglia, seguace di un’ideologia che riconosce una sola via di giustizia e purezza, quella di Maometto ».

Perché si ripetono sempre più spesso attacchi dell’Islam estremista contro musei, scuole, università?

«Perché è un tipo di Islam che riconosce una sola storia: la propria. Perciò vuole distruggere tutte le altre e, se potesse farlo, distruggerebbe ogni museo, ogni forma artistica, ogni università e centro di sapere sulla faccia della Terra».

Nel suo libro afferma che l’Islam si può, anzi si deve riformare: come?

«Propongo cinque emendamenti al credo islamico, in sostanza una separazione tra fede e politica, tra moschea e Stato e una rinuncia alla Sharia, poiché la peggiore legge laica è comunque migliore della legge islamica. Propongo di rispondere alla guerra santa con una guerra per la pace».

Questa è la teoria, ma chi dovrebbe combattere in pratica per una simile riforma?

«I dissidenti, che non mancano nel mondo islamico, come il ragazzo punito con 1.000 frustate in Arabia Saudita, o gli egiziani che marciavano contro i Fratelli Musulmani».

Ma il nuovo presidente egiziano Al Sisi è accusato di essere un dittatore.

«È un despota, ma va appoggiato in questa fase perché riconosce che bisogna cambiare l’Islam, e che questa è la priorità per vincere contro il fanatismo, altrimenti non ci sarà mai fine alla guerra».

Qualcuno obietta che anche l’Antico Testamento è un libro sacro che esorta alla violenza e alla guerra in nome di Dio.

«Sì, ma dopo l’Antico Testamento è venuto il Nuovo Testamento, che ha cambiato quel messaggio di violenza in un messaggio di pa- ce e amore. Ebbene io dico che il mio libro propone un Nuovo Testamento per l’Islam».

L’Islam è nato 700 anni dopo il cristianesimo e 700 anni fa anche i cristiani bruciavano gli eretici, le donne, gli scienziati, poi l’Europa ha avuto l’Illuminismo.

«Ma è proprio dell’Illuminismo che ha bisogno anche l’Islam, solo che io non penso servano 700 anni per colmare il ritardo, credo che basterebbero una o due generazioni. La Primavera Araba mi ha dato speranza. E poi chi pensava nel 1989 che l’Unione Sovietica sarebbe crollata? Chi credeva nel 1939 che il nazifascismo sarebbe stato sconfitto e sarebbe praticamente scomparso dal cuore dell’Europa? Quando un cambiamento si mette in moto può essere rapido e profondo».

Crede che la democrazia liberale sia la forma più evoluta del pensiero umano e potrà un giorno trionfare ovunque, dalla Cina alla Somalia?

«Credo che non ci sia niente di meglio della democrazia liberale. Credo che un bambino appena nato non sia già un fanatico musulmano, ma che tutto dipenda dalle idee e dall’istruzione che riceve. Non sono una utopista, so che l’uomo può scegliere il bene o il male e che entrambi vivono dentro di lui. Tuttavia non credo che i diritti umani e la libertà vadano bene solo per gli occidentali. Li chiamiamo diritti umani perché riguardano tutti gli esseri umani, di ogni colore, nazione, religione ».

Cosa ha provato dopo l’attacco a Charlie Hebdo?

«Orrore e anche rabbia, perché quel giornale e i suoi redattori erano già stati minacciati altre volte. Se fossero stati protetti meglio, forse non sarebbero morti».

Cosa risponde a coloro che accusano Charlie Hebdo di avere esagerato con le vignette, di avere sbagliato a insultare una religione?

«Non apro una discussione con chi ha tesi simili. Sarebbe fiato sprecato. Basta leggere i proclami degli islamisti per comprendere che il loro odio non è una riposta a quello che fa l’Occidente, ma un programma che nasce dalla visione di un Islam che vuole riportare indietro il mondo, verso oscurantismo e barbarie ».

E lei non ha paura?

«Io ho paura da più di dieci anni, ma non per questo chiudo la bocca. Il mio amico Theo Van Gogh è morto e io sono viva solo perché lui non aveva protezione e io ce l’ho 24 ore su 24. Tutto qui. Ma spero che un giorno non sarà più necessario proteggere qualcuno minacciato solo per le sue idee di libertà, pace e tolleranza». (Enrico Franceschini)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...