Gli ULIVI DEL SALENTO IN PERICOLO, tra misure draconiane di sradicamento e pesticidi, per sconfiggere il batterio XYLELLA FASTIDIOSA, e invece misure mirate di buona pratica agricola (chi ha ragione?) – E LADRI DI PAESAGGIO che comprano piante secolari, estirpandole alla loro storia e identità geografica

Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla 'Xylella fastidiosa', il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE (DA ilpost.it
Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla ‘Xylella fastidiosa’, il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE (da ilpost.it)

   In Salento, cioè l’area meridionale della Puglia, un batterio patogeno – si chiama XYLELLA FASTIDIOSA – sta infettando le piante di ulivo. I batteri patogeni della xylella sono microgranismi che causano malattie nell’organismo che li ospita (che sono perlopiù gli ulivi, ma viene ad intaccare anche la vite, l’oleandro e alcune specie di agrumi) . Il batterio Xylella è stato individuato per la prima volta in Puglia nell’ottobre del 2013 e si tratta del primo caso nel territorio dell’Unione Europea.

Nel SALENTO, quegli alberi secolari sono sculture, non piante. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti (Gigi Di Fiore, il Mattino, 16/4/2015)
Nel SALENTO, quegli alberi secolari sono sculture, non piante. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti (Gigi Di Fiore, il Mattino, 16/4/2015)

   La xylella fastidiosa è un insidioso batterio importato dalla Costa Rica (almeno, così si pensa). In Puglia ci è arrivato (sempre come ipotesi…) dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali. Importazioni senza controlli, passate per il porto di Rotterdam. In Puglia, il batterio ha trovato nel caldo il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un insetto, che chiamano sputacchina anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS.

IL SALENTO
IL SALENTO

   Un problema serio, per un’area geografica di grande fascino, il Salento. E si entra in uno stato in po’ confusionale nel capire questa problematica degli ulivi che ingrigiscono nelle chiome, che li vien impedita ogni linfa vitale, e pian piano si seccano (deperiscono in pochi giorni, le foglie si seccano, la corteccia inizia a sfaldarsi, la pianta alla fine muore). Il fenomeno viene chiamato complesso del disseccamento rapido dell’olivo”.

un ulivo da abbattere (foto da www.huffingtonpost.it/) - La XYLELLA FASTIDIOSA è un insidioso batterio importato dalla COSTA RICA. In Puglia (forse) è arrivato dall'importazione di piante esotiche dei florovivai locali, e qui il batterio ha trovato, nel caldo della penisola salentina, il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un INSETTO, che chiamano SPUTACCHINA anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS
un ulivo da abbattere (foto da http://www.huffingtonpost.it/) – La XYLELLA FASTIDIOSA è un insidioso batterio importato dalla COSTA RICA. In Puglia (forse) è arrivato dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali, e qui il batterio ha trovato, nel caldo della penisola salentina, il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un INSETTO, che chiamano SPUTACCHINA anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS

   Dicevamo che le interpretazioni della problematica, del fenomeno negativo, sono viste in modo molto diverso, con approcci diversificati: c’è quella ufficiale, delle Autorità sanitarie, amministrative, politiche, che parlano di situazione gravissima, e che l’unica possibilità è isolare ogni pianta infetta, di fatto tagliandola, e poi bruciarla; e spargere antiparassitari chimici, e “bruciare” il suolo dove ci sono le piante. Altri, invece (ambientalisti, associazioni culturali locali…) che, pur riconoscendo la gravità del contesto dicono che la cosa non è nuova. Questa malattia degli ulivi si è già vista da due anni; e sono più possibilisti e positivi che anche questa volta il magnifico paesaggio di ulivi salentini ce la possa fare senza misure draconiane, di sradicamento e avvelenamento diffuso. Utilizzando invece mirati accorgimenti, ma più naturali, meno invasivi.

LA MAPPA DELLA CRISI DEGLI ULIVI E DEGLI INTERVENTI  (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
LA MAPPA DELLA CRISI DEGLI ULIVI E DEGLI INTERVENTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   In questo post tentiamo, con gli articoli che riportiamo, una sintesi del contesto, delle posizioni.

Nella Mappa qui sopra la produzione di olio di oliva in Italia (immagine da www.frantoionline.it/) - L' Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL' ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all'ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l'esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti, da "il Corriere della Sera)
Nella Mappa qui sopra la produzione di olio di oliva in Italia (immagine da http://www.frantoionline.it/) – L’ Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL’ ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all’ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l’esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti, da “il Corriere della Sera)

   Tutti riconoscono che sicuramente la situazione è peggiorata in questi primi mesi del 2015. E le autorità (anche con la nomina di un commissario straordinario ad hoc) stanno cercando di delimitare il territorio di infezione, con la costituzione (nell’area di Gallipoli) di una linea di confine con una zona cuscinetto, a ridosso della quale si deve provvedere (secondo loro) allo sradicamento, per evitare che l’epidemia si propaghi. Come dicevamo gli agricoltori vengono invitati a tagliare l’erba il più possibile nei campi dove ci sono gli ulivi (di modo che lì non si sviluppi l’insetto portatore di questa nuova peste).

   Una posizione meno cruenta è quella di realtà locali (associazioni culturali, economiche, i contadini stessi che lavorano con gli ulivi…) che tentano di rapportarsi all’economia particolare che l’ulivo da, alla loro vita quotidiana, alla storia del territorio… e poi ci sono gli ambientalisti che rifuggono da queste drastiche misure draconiane di sradicare, bruciare, infettare tutto con la chimica: e propongono rimedi fitosanitari di tipo naturale, e buone pratiche agricole, a partire dalla sarchiatura del terreno e dalle potature, anche drastiche quando necessario, oltre che da una corretta gestione del suolo e del suo equilibrio biologico.

LA PROTESTA CONTRO L'ABBATTIMENTO DEGLI ULIVI (foto da www.huffingtonpost.it/)
LA PROTESTA CONTRO L’ABBATTIMENTO DEGLI ULIVI (foto da http://www.huffingtonpost.it/)

   Ovviamente non è solo un problema economico del settore agroalimentare, degli agricoltori che con gli ulivi ci vivono e di tutto l’indotto oleario, dell’olio extravergine di oliva a rischio; c’è anche una storia di queste Terre; e c’è questo PAESAGGIO così unico: nel Salento quegli alberi secolari sono vere e proprie sculture, non piante: sradicarle, eliminarle, significa perdere ogni identità, ogni continuità tra passato, presente, futuro.

Oria in provincia di Brindisi: un ulivo secolare abbattuto
Oria in provincia di Brindisi: un ulivo secolare abbattuto

   Finora sono stati abbattuti solo 7 ulivi nell’area vicina alla provincia di Brindisi. Per altri 22 nel Salento, la protesta ha bloccato l’azione. Per ora l’infezione del batterio è circoscritta alla Puglia, principalmente nella provincia di Lecce: secondo la Commissione Europea di 11 milioni di ulivi circa il 10 per cento è stato infettato dal batterio. In tutta la Puglia ci sono circa 50 milioni di ulivi, tra cui molti esemplari secolari.

   Il PAESAGGIO DELL’ULIVO non è la prima volta che è in pericolo: viene ad esempio in mente la pratica in voga alcuni anni fa (ma che adesso non è per niente finita, pur se ora clandestina, illegale per legge regionale della Puglia…) cioè quella di estirpare piante secolari per venderle nel nord Italia (e non solo); le si ritrova nei giardini di villette veneto e lombarde, che perseguono (i loro proprietari) quest’ultima moda, tra un nanetto e l’altro (i prezzi di ulivi secolari sono a volte stracciati: con meno di cinquemila euro se ne può procurare uno, trasporto compreso nel prezzo). Ladri di paesaggio, potremmo dire in questo caso.

   La bellezza del Salento affascina per la sua originalità; ma vien da pensare che troppi, foresti e indigeni, non amano questa Terra, e la usano per possederla a un mero fine privato di consumo personale. E’ il solito problema di inestimabili ricchezze ereditate dal mondo attuale, da noi, e che non vengono conservate, magari ripristinate, restaurate al meglio se danneggiate. Il principio di fare il mondo più bello per le future generazioni, o perlomeno conservarlo con cura, sembra essere una delle cose più sagge che sono state dette, e che dovremmo però applicare concretamente.

   E la malattia attuale dell’ulivo ci fa sentire un po’ passivamente impotenti, spettatori, sperando solo che misure drastiche di estirpazione e pesticidi non facciano peggio. (s.m.)

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LA XYLELLA E GLI ULIVI DEL SALENTO, L’ALLARME TRA STORIA E TRADIZIONE

di Gigi Di Fiore, da IL MATTINO.IT del 16/4/2015

ULIVI, OPERE D'ARTE (foto da eunews.it/)
ULIVI, OPERE D’ARTE (foto da eunews.it/)

   Torno dal Salento, da una terra che amo, che mi ha spesso ospitato. Torno da Lecce, una delle più belle città barocche d’Italia. Torno dalla Puglia, terra del Sud ricca di storia e tradizioni. Torno da un tour di lavoro per Il Mattino, tra i secolari ulivi nell’area di Gallipoli. E porto dentro amarezza e speranza.

   L’olivicoltura venne definita nel 1808 “il più grande oggetto dell’economia della provincia d’Otranto”. Un’economia fiorente, da esportazione di un regno autonomo che, tra varie dinastie, visse sette secoli. Quell’anno – si era in pieno periodo murattiano – la relazione del Consiglio generale dell’agricoltura lanciò un allarme sulla flessione nell’export di olio.

   Scriveva il consigliere Balsamo: “Da alcuni anni non si fa che svellere gli alberi degli ulivi; alla devastazione che degli oliveti fanno i proprietari, si aggiunge quella dei legnaioli. Il contratto di colonia diffuso non spinge il contadino a far fruttare l’oliveto”.

   Era il tema dell’utilizzo della terra, in un’area dove l’ulivo aveva già storia antica. NEL SALENTO, QUEGLI ALBERI SECOLARI SONO SCULTURE, NON PIANTE. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti.

   Quelle piante piangono da due anni. Alcune sono diventate grigie. Scheletri senza più vita. E’ l’effetto xylella, un insidioso batterio importato dalla Costa Rica. In Puglia ci è arrivato dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali. Importazioni selvagge, senza controlli, passate per il porto di Rotterdam. In Puglia, il batterio ha trovato nel caldo il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un insetto, che chiamano sputacchina anche se il nome scientifico è Philenus spumarius.

   Un insetto innocuo in passato, che ora è diventato veicolo d’infezione. Gli ulivi in Salento sono secolari, hanno attraversato guerre, devastazioni, le difficoltà denunciate anche nel 1808. Sono cultura, tradizione, economia: le fiorenti cooperative e i consorzi pugliesi esportano olio Dop anche in 35 Paesi diversi nel mondo.

   L’ULIVO DIVIDE IL SALENTO. Movimenti raccolti attorno ad artisti come i Negramaro sminuiscono, chiedono più ricerca, rimedi certi, attribuiscono a degli imprecisati funghi gran parte dei problemi delle piante.

E contrastano gli abbattimenti previsti dal commissario straordinario nominato (in ritardo) dal governo Renzi poco più di due mesi fa.

   Poi c’è La voce dell’ulivo, un’associazione spontanea che raggruppa produttori di olio, consorzi, cooperative, sindaci, parroci. Non negano la xylella, promuovono intense attività sui terreni, azioni preventive e chiedono a chiunque di studiare rimedi. Per ora, sono stati abbattuti 7 ulivi nell’area vicina alla provincia di Brindisi. Per altri 22 nel Salento, la protesta ha bloccato l’azione.

   La Francia ha alzato la voce e ha bloccato l’importazione di ben 102 specie vegetali pugliesi. Una misura draconiana, drastica, nall’assenza di una voce chiara e certa dell’Europa. Il governatore Vendola denuncia boicottaggi, chiede tutela a Bruxelles, dati certi. La Procura di Lecce ha avviato un’inchiesta, per capirne di più sulla xylella.

   Per ora l’infezione del batterio è circoscritta in Puglia, principalmente nella provincia di Lecce: secondo la Commissione Europea di 11 milioni di ulivi circa il 10 per cento è stato infettato dal batterio. In tutta la Puglia ci sono circa 50 milioni di ulivi, tra cui molti esemplari secolari.

   Fanno tristezza quegli scheletri informi tra Gallipoli e Alliste. Piange il cuore alla violenza che la natura fa alla storia. Cosa ne sarà dei 15 chilometri di uliveti del Salento? Che si facciano avanti ricercatori seri. Che dall’Università (facoltà di Agraria di Portici, se ci sei batti un colpo) si attivino iniziative, studi per trovare rimedi. Il Salento, perla del Sud, non può vedere morire i suoi ulivi senza reagire. Sarebbe un’altra mazzata alla nostra storia. Un altro danno. (Gigi Di Fiore)

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LA XYLELLA E GLI ULIVI IN SALENTO

– Un batterio patogeno sta infettando milioni di piante di ulivo, provocando grossi danni: cosa si può fare (poco), e cosa c’entra Monsanto (niente) –

10 aprile 2015, da IL POST.IT www.ilpost.it/

   In Salento, l’area meridionale della Puglia, un batterio patogeno – si chiama Xylella Fastidiosa – sta infettando le piante di ulivo. I batteri patogeni sono microgranismi che causano malattie nell’organismo che li ospita. Secondo l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) il batterio Xylella è stato individuato per la prima volta in Puglia nell’ottobre del 2013 e si tratta del primo caso nel territorio dell’Unione Europea.

La situazione è peggiorata nel corso del 2014 e a gennaio l’EFSA ha pubblicato un nuovo rapporto scientifico in cui definisce l’epidemia un «grosso problema».

   In realtà gli ulivi del Salento sono attaccati anche da altri agenti parassitari, che insieme alla Xylella provocano danni al legno della pianta e ne occludono i vasi linfatici: ma la Xylella è indubbiamente il più importante e pericoloso perché si diffonde molto velocemente. Per ora l’infezione del batterio è circoscritta in Puglia, principalmente nella provincia di Lecce: secondo la Commissione Europea di 11 milioni di ulivi circa il 10 per cento è stato infettato dal batterio. In tutta la Puglia ci sono circa 50 milioni di ulivi, tra cui molti esemplari secolari.

COSA SUCCEDE AGLI ULIVI? La Xylella Fastidiosa provoca il disseccamento della pianta che la ospita. Fra le piante che il batterio è in grado di attaccare ci sono l’ulivo, la vite, l’oleandro e alcune specie di agrumi. Il batterio si diffonde quando vengono trasportate piante infette o, più velocemente, tramite gli insetti che si nutrono della loro linfa. Per la Xylella non esiste cura: una volta che una pianta viene infettata non può essere recuperata. Non tutti gli ulivi che ospitano il parassita però presentano i sintomi di disseccamento, motivo per cui non basta sradicare o bruciare solo questi per arrestare la diffusione dal batterio.

COSA SI STA FACENDO? La Francia, la Spagna e il Portogallo premono affinché vengano almeno rafforzate le misure preventive: per adesso il piano approvato dal Commissario Delegato, Giuseppe Silletti, ha stabilito la costituzione di una linea di confine con una zona cuscinetto, a ridosso della quale si deve provvedere allo sradicamento, per evitare che l’epidemia si propaghi fuori dalla Puglia. La Francia ha anche adottato delle misure interne: il 3 aprile Stephan Le Foll, il ministro francese per l’Agricoltura, ha deciso di bloccare l’importazione di piante provenienti dalla Puglia che possono essere ospiti del batterio, ricordando che la Francia aveva già chiesto a gennaio che venissero inasprite le misure preventive europee. Donato Boscia, del Cnr di Bari, ha detto che la decisione del Ministro francese è eccessiva, perchè ha inserito nel blocco anche piante che non possono ospitare il batterio. La movimentazione delle piante che possono essere attaccate dalla Xylella è gia stata bloccata dal Ministero dell’Agricoltura italiano.

COSA C’ENTRA LA MONSANTO? Niente. La Monsanto è un’azienda multinazionale che si occupa di biotecnologie agrarie e ogm (organismi geneticamente modificati). Qualche mese fa si era diffusa online una tesi complottista per cui la Monsanto avrebbe diffuso volontariamente il batterio in Puglia: una volta che gli ulivi fossero stati infettati, secondo questa tesi, Monsanto avrebbe promosso la loro sostituzione con degli ulivi ogm immuni al batterio. I sostenitori di questa teoria facevano notare come nel 2008 la Monsanto avesse acquisito una società, l’Allelyx, il cui nome è Xylella letto al contrario.

Gli ulivi ogm però non esistono, la Monsanto non sta cercando di crearli e la coltivazione di ogm non è comunque permessa dalla legge italiana. Anche nel nome Allelyx non c’è nulla di oscuro: l’Allelyx è stata fondata nel 2002 da un gruppo di ricercatori brasiliani che avevano studiato insieme il genoma del batterio Xylella. Monsanto ha scritto sul blog aziendale:

“L’ultima ridicola diceria che sta girando in Italia è che Monsanto stia diffondendo un orribile batterio (Xylella fastidiosa) che sta assillando gli olivicoltori italiani con il fine di vendere loro alberi di olivo geneticamente modificati (GM) resistenti al batterio.

Gente, ne sentiamo tanti di ridicoli miti su Monsanto ogni giorno, ma questa è davvero la cosa più assurda cha abbiamo sentito da anni. E’ pura propaganda per demonizzare tutti gli agrofarmaci. Vergogna a chi sta diffondendo simili bugie e propaganda!

I fatti:

– Monsanto non sta sviluppando olivi GM. – In effetti Monsanto non fa affari né con piante né con semi di olivo in nessun paese. Il nostro business in Europa è focalizzato su sementi non GM di mais, colza, piante orticole e prodotti fitosanitari e non abbiamo nessuna intenzione di chiedere l’autorizzazione per la vendita di piante GM in Europa nel futuro prossimo. – Di più, non abbiamo alcun prodotto fitosanitario nel nostro catalogo che ha come target il batterio Xylella fastidiosa”.

QUANTO È GROSSO IL PROBLEMA PER L’ITALIA? Molto grosso, anche se è difficile quantificarlo. Innanzitutto gli uliveti sono il paesaggio tipico del Salento: uno sradicamento di massa degli ulivi potrebbe avere conseguenze anche sul turismo. Il Ministro Martina ha detto che sta cercando di fare in modo che gli agricoltori danneggiati ricevano un indenizzo.

Per quanto riguarda il commercio, poi, l’Italia è il secondo maggiore produttore di olio d’oliva europeo (il primo è la Spagna). Tra il 2013 e il 2014 sono state prodotte 461mila tonnellate di olio d’oliva, circa un terzo di tutto l’olio prodotto in Europa, e l’anno scorso il 40 per cento della produzione proveniva dalla Puglia.

  L’epidemia rischia di far crescere ulteriormente il prezzo dell’olio, dopo che l’anno scorso, a causa di una produzione estremamente scarsa legata al brutto tempo, a una mosca e a problemi agronomici, alcuni produttori hanno venduto al prezzo più alto degli ultimi sessant’anni. Il blocco delle importazioni deciso dalla Francia sta già avendo delle conseguenze: secondo la Confederazione Italiana Agricoltori la produzione di olio in Puglia incide per il 14 per cento sulle esportazioni italiane verso la Francia dei prodotti da culture permanenti.

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COMMISSARIO STRAORDINARIO XYLELLA: USO PESTICIDI SU LARGA SCALA CONTRO IL BATTERIO DEGLI ULIVI

di Lorenzo Consoli, da ASK-NEWS del 14/4/2015 www.askanews.it/

– Lo ha riconosciuto lo stesso autore del Piano contro l’emergenza in una lettera confidenziale del mese scorso all’EFSA, l’Autorità europea di Sicurezza alimentare di Parma. “Da popolazione – riconosce – opposizione fortissima” –

Bruxelles – Il CONTROVERSO PIANO per combattere la “Xylella fastidiosa”, il batterio accusato di essere la causa della malattia del disseccamento rapido che ha colpito molti uliveti nel Salento, prevede, oltre all’ESTIRPAZIONE DI MIGLIAIA DI ULIVI, spesso plurisecolari, l’USO “SU LARGA SCALA” DI PESTICIDI.

   Una misura che però trova “una FORTISSIMA OPPOSIZIONE” DA PARTE DELLA POPOLAZIONE LOCALE. Lo ha riconosciuto lo stesso autore del Piano, GIUSEPPE SILLETTI, il commissario straordinario per l’emergenza Xylella, in una lettera confidenziale del mese scorso all’EFSA, l’Autorità europea di Sicurezza alimentare di Parma, che è stata resa nota oggi a Bruxelles dall’europarlamentare pugliese del M5s Rosa D’Amato.

   Nel carteggio, Silletti chiede praticamente all’Efsa di aiutarlo a “motivare l’implementazione delle misure di controllo chimico dei vettori” dell’infezione, ovvero la cicalina “Homalodisca vitripennis”, detta “sputacchina”, che introduce la Xylella nei canali linfatici delle piante, e che nasce e vive nelle erbe del suolo prima di spiccare il volo e poter arrivare nelle cime degli alberi.

le foglie che si seccano (da www.italiaxlascienzait/)
le foglie che si seccano (da http://www.italiaxlascienzait/)

   “Il piano – spiega Silletti – prevede azioni di controllo dei vettori che comprendono anche l’impiego su larga scala di insetticidi. Si tratta di un aspetto molto delicato per il quale incontro una fortissima opposizione da parte di diverse componenti della popolazione”.

   Dopo aver notato che “la motivazione più forte a sostegno della contestazione” dell’uso di pesticidi viene proprio da un’affermazione dell’Efsa, il commissario straordinario chiede all’Autorità di Sicurezza alimentare “una nota a chiarimento dell’interpretazione di questo aspetto”.

   L’affermazione dell’Efsa in questione si trova al punto 3.5.2 della sua opinione scientifica sulla Xylella pubblicata nel gennaio scorso. “L’uso intensivo di trattamenti insetticidi per limitare la trasmissione della malattia e controllare l’insetto vettore può avere conseguenze dirette e indirette sull’ambiente modificando intere reti alimentari con effetti a cascata”, si legge nel documento. “Per esempio – prosegue l’Efsa – l’impatto indiretto dei pesticidi sull’impollinazione è attualmente motivo di grave preoccupazione”.

   Diversi pesticidi neonicotinoidi sono stati in effetti proibiti recentemente dall’Ue perché considerati responsabili del fenomeno della MORÌA DELLE API. E uno di questi pesticidi è tra la sostanze che potrebbero essere usate per attuare IL PIANO SILLETTI. Inoltre, sottolinea sempre l’Efsa, “i trattamenti insetticidi su larga scala rappresentano UN RISCHIO ANCHE PER LA SALUTE UMANA E ANIMALE”.

Puglia fascia 15 km
Puglia fascia 15 km, da http://www.arpa-oria.com/ 

   Duro il commento della D’Amato: “Altro che bisturi. Siamo davanti a una pratica che la stessa Efsa ha più volte espressamente sconsigliata per la sua pericolosità e per la sua dubbia utilità”, ha detto l’esponente del M5s, che è membro della commissione Agricoltura del Parlamento europeo.

   “Se varata, questa misura potrebbe comportare rischi gravissimi per la salute dei pugliesi e per l’ambiente. DOPO LE ERADICAZIONI DEGLI ULIVI, insomma, il Piano Silletti potrebbe arrecare nuovi gravissimi danni alla Puglia. Anche per questa ragione va fermato subito”, ha avvertito Rosa D’Amato.

Le conseguenze del batterio evidente nella sezione di un ramo
Le conseguenze del batterio evidente nella sezione di un ramo

   Secondo l’europarlamentare tarantina, “sia l’abbattimento di ulivi, sia l’uso di insetticidi, entrambi su larga scala, rappresentano misure gravissime, che non hanno ancora alcun fondamento scientifico. Mancano, infatti – ha ricordato D’Amato -, i TEST DI PATOGENITÀ, gli unici che possano darci la prova certa dell’origine della morìa degli ulivi pugliesi. Come hanno ribadito diversi esperti in questi mesi, il batterio Xylella potrebbe essere solo una delle cause. Ma il governo Renzi – ha concluso l’europarlamentare del M5s -, attraverso la Protezione civile, continua a concentrarsi solo su questa, senza prove scientifiche in mano e senza alcun ritegno per la sorte degli agricoltori e dei cittadini pugliesi”. (Lorenzo Consoli)

La mappa delle zone interessate dal contagio del batterio killer
La mappa delle zone interessate dal contagio del batterio killer

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XYLELLA, LEGAMBIENTE: ‘INTERVENTI URGENTI CONTRO LA DISTRUZIONE DEGLI ULIVI’

da www.valleditrianotizie.it/ 1/4/2015

– Le proposte dell’associazione ambientalista: buone pratiche agricole ed interventi mirati al contenimento del batterio –

   «Bloccare l’espansione di questa pandemia che sta distruggendo gli olivi del Salento è una priorità assoluta che non riguarda solo la Puglia, ma il territorio e l’economia nazionale e anche l’area Mediterranea. Legambiente chiede al Ministero delle Politiche Agricole e a tutte le regioni olivicole italiane di adottare misure urgenti per prevenire il rischio di propagazione sui loro territori del batterio killer, Xylella fastidiosa, ormai comprovato dal gruppi di ricerca di Bari come principale causa della morìa degli olivi. La sua ulteriore diffusione, che potrebbe anche compromettere il territorio barese, con una superficie a uliveto maggiore di quella delle altre province, rappresenterebbe un danno incalcolabile non solo per l’olivicoltura pugliese e italiana, ma anche per la biodiversità, per il paesaggio e per l’attività turistica di vasti territori» commentano Vittorio Cogliati Dezza e Francesco Tarantini, rispettivamente presidente nazionale di Legambiente e presidente di Legambiente Puglia.

   Le drastiche prescrizioni della Commissione Europea, recepite a livello ministeriale e regionale, basate su vasti interventi di abbattimento degli ulivi e su massicci interventi fitosanitari, comportano il rischio di desertificare o di deprivare fortemente zone di grande bellezza, senza peraltro fornire garanzie di pieno successo nella lotta ai patogeni presenti nel Salento.

   In una situazione così critica, le reazioni emotive o ideologiche, senza adeguate basi scientifiche di conoscenza, rischiano solo di favorire confusione e paralisi degli interventi. L’IMPROVVISAZIONE E LA DEMAGOGIA SUL BATTERIO KILLER SONO, PER CERTI VERSI, PEGGIO DELLO STESSO BATTERIO.

   Per questo Legambiente ha istituito un gruppo di lavoro nazionale per sviluppare proposte di interventi in grado di minimizzare l’impatto ambientale delle misure adottate o da adottare e, tendenzialmente, di offrire un contributo per contemperare le contrastanti esigenze tra eradicazione dei patogeni e tutela dell’ambiente e del paesaggio.

   In particolare, Legambiente ritiene che le buone pratiche agricole (a partire dalla sarchiatura del terreno e dalle potature, anche drastiche quando necessario, oltre che da una corretta gestione del suolo e del suo equilibrio biologico) rappresentino il primo passaggio per la prevenzione e per il controllo dei vettori del patogeno, come del resto ampiamente sottolineato anche nelle Linee Guida emanate dalla Regione Puglia.

I trattamenti fitosanitari dovrebbero essere attuati solo se assolutamente necessari, preferibilmente ricorrendo a prodotti di origine naturale onde evitare di arrecare danni irreversibili all’agricoltura biologica e all’apicoltura. L’abbattimento degli alberi infetti, da intendersi come misura estrema, dovrebbe essere successivo ad una verifica scientifica del loro stato (test di laboratorio, DTBIA o ELISA) e non semplicemente basato su una valutazione visiva.

   Di particolare importanza sono gli interventi, anche a partire da una adeguata campagna di informazione, per impedire il trasferimento degli insetti vettori – tra cui le cicaline pronte a spiccare il volo vista la precocità di maturazione – in altre zone attraverso mezzi indiretti (mezzi di trasporto, indumenti, movimentazione di piante o parti di piante).

   Più in generale, e in prospettiva, dovrebbe essere stimolato il ricorso a pratiche agricole biologiche, allo scopo di rivitalizzare i suoli attraverso la concimazione organica e di potenziare le difese naturali delle piante; ed alla sperimentazione di azioni di lotta biologica e integrata contro i principali vettori del batterio, a partire dalla cosiddetta Sputacchina media.

   «La Xylella – continuano Cogliati Dezza e Tarantini – sta depauperando un patrimonio identitario, affettivo, paesaggistico ed economico inestimabile. A tal proposito chiediamo al Ministero delle Politiche Agricole di stanziare adeguate risorse economiche per la prevenzione, ricerca e sperimentazione sulle misure di contrasto del Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo, oltre che sostenere e supportare il comparto agricolo, a partire dall’abbattimento dell’Imu sui fondi agricoli».

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XYLELLA, ABBATTUTI I PRIMI ULIVI IN PUGLIA. PROTESTE DEGLI AMBIENTALISTI

– Gli ambientalisti, circa una cinquantina, sono stati identificati dai carabinieri. Attesa per le operazioni di bruciatura e ripulitura dell’area-

da www.ansa.it/ del 13/4/2015

   Sono stati abbattuti i primi sette alberi di ulivo contaminati dalla XYLELLA nelle campagne di ORIA. Gli operatori hanno tagliato gli alberi con una motosega e l’operazione è avvenuta in un altro angolo di contrada FRASCATA, lontano dagli ambientalisti che presidiano le ruspe e che finora avevano impedito l’inizio dell’abbattimento.

   Appena gli ambientalisti, che presidiavano le ruspe, si sono accorti dell’abbattimento hanno cominciato ad inveire contro gli operai e le Forze dell’ordine che presidiano la zona, ed hanno sbattuto le mani contro la recinzione che li separa dal fondo. Qualche manifestante è stato colto da malore ed è stato soccorso. Gli ambientalisti hanno urlato “Bastardi, assassini”, ma non vi è stato alcun contatto fisico.

   Due ambientalisti sono saliti su un albero per bloccare l’abbattimento degli ultimi tre dei sette ulivi di cui è prevista oggi l’eradicazione ad ORIA, nel BRINDISINO. Uno di loro, all’improvviso, è sceso dall’albero e, con un forcone, ha tentato di togliere le ramaglie dal fuoco. Subito bloccato dai carabinieri, è risalito sull’albero. Sul posto vi sono una settantina di ambientalisti che protestano animatamente.

Domani sarà completata la bruciatura delle ramaglie e la pulizia dei terreni.

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SALVIAMO GLI ULIVI DELLA PUGLIA!

di Antonia Battaglia, da MicroMega, 22/3/2015

   Non ci sono prove che sia il batterio della Xylella la causa della malattia degli ulivi in Salento. Anzi, studi scientifici suggeriscono altre cause. Ma la politica, dalla Regione Puglia all’Ue, ha già decretato l’abbattimento di migliaia di piante. Le associazioni e gli agricoltori salentini si mobilitano per scongiurare la fine di un intero ecosistema.

   La Xylella fastidiosa è un patogeno da quarantena ritenuto responsabile del disseccamento di numerose piante d’ulivo nel Salento. È stata la Regione Puglia a decretare che il batterio è la causa della malattia degli ulivi, che ingrigiscono, si raggomitolano su loro stessi in un processo che dura ormai da quasi due anni.

   Ma la Xylella, a oggi, non è il solo agente patogeno riscontrato sugli ulivi malati, poiché studi realizzati dall’Università di Foggia hanno dimostrato che in questi alberi vi è la presenza di almeno sei tipi di funghi, tra i quali i funghi tracheomicotici, cioè funghi che bloccano il passaggio dei nutrienti ai rami degli alberi.

Tali funghi, conferma la relazione dell’audit condotta dalla Commissione Europea nel febbraio 2014, possono causare da soli il disseccamento delle piante ed essi sono stati ritrovati praticamente in ognuno degli alberi analizzati. La Commissione Europea ha inviato i suoi tecnici sul posto più di un anno fa ed ha effettuato altre missioni nei mesi successivi.

   Test di patogenicità della Xylella sono ancora in corso, quindi non esiste una risposta scientifica alla domanda se la Xylella sia responsabile o meno del disseccamento rapido degli ulivi. Mentre vi è la certezza per i funghi! Sembrerebbe a questo punto che la malattia degli ulivi sia da attribuire alla proliferazione di questo tipo di funghi. Cosa tra l’altro verificata da centinaia di agricoltori ed esperti in loco.

   Infatti, la terapia di cura dei funghi messa in atto dagli agricoltori, secondo le indicazioni di Ivano Gioffreda – attivista agro-ambientale portavoce del comitato “Spazi Popolari – I Colori della Terra“ di Sannicola – ha avuto un successo eclatante e gli alberi sono rinati. Già dalla scorsa estate queste piante hanno ripreso a verdeggiare e non hanno più presentato alcun segno di malattia. Si parla di più di 500 ulivi. Mentre più di 200 agricoltori, da diverse regioni d’Italia, hanno iniziato a seguire l’esempio del Salento riscuotendo grande successo.

   Perché sembrerebbe che la Xylella, secondo molti ricercatori, sia endofita, viva cioè negli ulivi innocuamente e muti il suo stato di equilibrio allorché la pianta è esposta a forti stress chimici, idrici o fisici. Se gli ulivi vengono attaccati da funghi, il loro stato di salute muta e la Xylella si manifesta. Ma, curati i funghi, la malattia arretra, sparisce e la pianta rinasce. Curati i patogeni fungini, il batterio Xylella torna a riposo e non c’è assolutamente bisogno di distruggere gli alberi eradicando centinaia di chilometri quadrati di meraviglie.

   Una terapia che ha trovato e continua a trovare un grande riscontro nella realtà, come abbiamo detto, negli uliveti di LI SAULI, LA CASTELLANA, ALEZIO, TAVIANO, GALLIPOLI, nel cuore del focolaio, l’epicentro di quella che è stata definita in modo troppo affrettato e spicciolo epidemia da Xylella.

   Le piante curate già nel 2014 hanno passato la prima fase critica dell’estate e sono tuttora rigogliose. A maggior evidenza dell’efficacia di questa cura e della validità di questa tesi, vi è un’ampia documentazione di fotografie, video, materiale scientifico che Peacelink ha portato qualche giorno fa in Commissione Europea nel tentativo di sventare il pericolo, annunciato dal Commissario alla Salute e Sicurezza Alimentare Andriukaitis, di eradicazione di tutti gli alberi infetti oltre che di quelli appartenenti ad una fascia cuscinetto di diversi chilometri.

   Una misura, quest’ultima, che distruggerebbe non soltanto l’economia agricola pugliese ma che muterebbe per sempre il paesaggio e la natura stessa di una regione che ha nei suoi ulivi l’elemento più caratteristico e identitario.

    Una misura nata soltanto sulla base di documenti e raccomandazioni ufficialmente fornite dalle autorità italiane.

   Vi sono molti aspetti in ombra su cui la magistratura, Procura della Repubblica di Lecce, ha iniziato a indagare. Nel 2010, l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari ospitò un workshop internazionale sulla Xylella, batterio che si disse non presente sul territorio europeo. Tuttavia, in quel convegno, per consentire ai ricercatori presenti di studiare il batterio, lo stesso fu importato ad hoc dalla California.

   Nel corso del tempo, la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati chiedeva alla Regione Puglia spiegazioni sul perché ci si era avvalsi di un solo esperto per l’accertamento della patogenicità della Xylella e come si fosse arrivati all’accertamento della patogenicità della Xylella, considerando il fatto che i test non erano (e non sono ancora) stati realizzati.

    La Camera invitava la Regione a una più ampia collaborazione con altri istituti ed università per una migliore comprensione del fenomeno.

   Intanto nasceva sul territorio un movimento spontaneo di opposizione all’indirizzo preso dalla Regione, dal Governo e di conseguenza dalla Commissione Europea. Movimento nato dagli agricoltori raccolti intorno alle diverse associazioni salentine, rappresentate e guidate dal Comitato Spazi Popolari, che, con l’aiuto della band pugliese Sud Sound System, ha fatto e continua a fare un lavoro incredibile di sensibilizzazione, diffusione delle informazioni, educazione scientifica, tam-tam mediatico.

   Le loro voci, il loro materiale, la loro passione sono state portate a Bruxelles da Peacelink, associazione che difende in Commissione Europea altre questioni come Taranto/Ilva, e problematiche della città di Brindisi.

   Un bellissimo esempio di cooperazione e solidarietà tra cittadini, che supera ogni immaginazione e ogni limite spazio temporale e va dritta alle severe stanze di Bruxelles dalla campagna, dalle piazze dei paesi. Senza la politica. Oltrepassando quel gradino fastidioso rappresentato ancora una volta dalla politica. Una solidarietà naturale che nasce in una terra tra le più belle del mondo, il cui patrimonio culturale, naturale, turistico, sembra esser stato tradito da una politica sciatta e approssimativa che decide di far abbattere centinaia di migliaia di alberi sulla base di studi che non hanno ancora fornito alcuna certezza scientifica sulla responsabilità della Xylella. Una politica che cerca adesso di scrollarsi di dosso le responsabilità, addossando le colpe a Bruxelles.

   La Commissione Europea, ricevendo Peacelink, ha chiesto indicazioni sul perché non fossero fino al momento state fornite informazioni sulla non patogenicità della Xylella, sui funghi, sul successo della terapia applicata a centinaia di alberi. Visto che la Commissione, sulla base di quanto deciso e comunicato dalla Regione e dal Ministero per le Politiche Agricole, prima che ci fosse alcuna certezza sul batterio, si era orientata ad accettare la soluzione dell’eradicazione e dell’incenerimento di migliaia di alberi decretando cioè la fine di un ecosistema e di un polmone produttivo della Puglia.

   La stessa politica che si è rifiutata di ricevere Peacelink a Bruxelles e non ha permesso alle associazioni di avvicinare gli ispettori in visita nel Salento, che ha mancato di convogliare alle Istituzioni Europee i rapporti scientifici, gli studi, i video e le foto ben disponibili in Salento.

   Si parla di somme d’indennizzo che la EU potrebbe corrispondere nel caso di eradicazione di alberi. La Procura di Lecce indaga su ipotesi di reato e Gian Carlo Caselli, Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Criminalità in Agricoltura e nel Sistema Agroalimentare, dice che la questione presenterebbe aspetti che vanno oltre la fatalità.

   La Puglia ha diritto a una classe dirigente diversa, che nulla abbia a che fare con l’approssimazione e la sciatteria. Una regione con una tale ricchezza merita ben altra gestione politica. (Antonia Battaglia)

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PESTE DEGLI ULIVI: NON SOLO ALBERI, SCOMPARE L’IDENTITÀ DELLA PUGLIA

– Non si sa come reagire all’epidemia del batterio che distrugge gli ulivi salentini –

di Francesco Ditaranto, 24/3/2015 http://www.radiocittafujiko.it/

   E’ ormai esplosa l’epidemia di peste degli ulivi che sta distruggendo gli alberi di mezzo Salento. Sarebbero 1 milione le piante attaccate dal batterio “Xylella Fastidiosa” che fa seccare le piante secolari che caratterizzano il tacco dello stivale. Il presidente di Coldiretti Lecce attacca direttamente l’Unione Europea, per non aver controllato adeguatamente le piante provenienti dall’estero.

   Almeno un milione di piante d’ulivo attaccate. Ottomila posti di lavoro a rischio. Un tessuto produttivo, già devastato dal disastro industriale, a rischio di definitiva scomparsa. L’identità stessa di una regione che potrebbe perdersi per sempre. Sono questi i numeri e le drammatiche prospettive dell’epidemia di Xylella Fastidiosa che sta colpendo gli ulivi del Salento. Si tratta di un batterio proveniente dal Costa Rica, probabilmente arrivato con delle piante ornamentali, che attacca la linfa delle piante di ulivo provocandone la morte in breve tempo.

   Della malattia si sa da tempo, ma è in questi mesi che la cosiddetta “peste verde” è esplosa, portando il commissario straordinario del governo a decretare l’istituzione di una sorta di cordone sanitario, che possa circoscrivere la malattia e salvare l’economia di una regione. Eppure, ad oggi, non si sa come arginarne la diffusione.

   La vicenda ha assunto i caratteri del giallo in seguito ad un esposto alla Procura di Lecce circa la possibilità che il batterio sia “sfuggito di mano” ai ricercatori dell’Istituto Agronomico Mediterraneo di Valenzano (BA), dove nel 2010 si tenne un workshop sulle malattie delle piante, tra le quali una molto simile, anche se c’è chi smentisce, a quella provocata dal batterio Xylella fastidiosa. Sulle indagini della procura del capoluogo salentino però, e qui il giallo si fa più intenso, si sarebbe abbattuta la mannaia dell’immunità totale della quale gode l’istituto di Valenzano.

   C’è chi, però, come Pantaleo Piccinno, presidente di Coldiretti Lecce, attacca direttamente l’Unione Europea, per i mancati controlli al porto di Rotterdam. Sarebbe da lì, secondo Piccinno, che è arrivato il batterio che sta distruggendo economia, territorio e identità del Salento e minaccia di estendersi a tutto il sud e non solo.

   Succede così che, mentre da Bruxelles si chiede di procedere all’eradicazione delle piante e al divieto di reimpianto, gli agricoltori salentini si preparino ad una class action proprio contro l’Ue.

La posta in gioco è altissima. La produzione di olio è vitale per l’economia pugliese. Non resta, secondo Piccinno, che affidarsi alla ricerca scientifica. Per sostenerla è pronta la campagna di crowfounding. (Francesco Ditaranto)

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IL CASO DEGLI ULIVI PUGLIESI E DEL “FASTIDIOSO” BATTERIO

di Alessandro Mattedi, 23/3/2015, da www.italiaxlascienza.it

(L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale)

   Nel 2013 in Salento, nel sud della Puglia, viene notato qualcosa di strano negli uliveti (Olea europea) del luogo. Alcuni alberi iniziano a deperire misteriosamente. Le foglie si seccano, la corteccia inizia a sfaldarsi, la pianta alla fine muore.

   Il fenomeno viene chiamato complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO). Di esso non si sa nulla e la malattia, per quanto avesse colpito ancora solo pochi esemplari, si diffonde pian piano senza poter essere trattata.    L’impatto sui coltivatori locali è psicologico ancor più che economico. Alcuni di questi ulivi erano centenari e le loro coltivazioni sono più che una fonte alimentare ed economica: sono oltre 2000 anni di storia e cultura, simbolo dell’identità italiana e pugliese.

   La European Plant Protection Organization (EPPO) avvia immediatamente un’indagine per scoprire cosa ci sia dietro. Il servizio dell’Ufficio Fitosanitario Regionale viene mobilitato assieme a numerosi ricercatori dell’Università di Bari e dell’Istituto di Virologia Generale del Consiglio Nazionale delle Ricerche per scoprire la causa di questa malattia. Un po’ in silenzio rispetto alla cronaca nazionale, gli ulivi colpiti vengono analizzati scrupolosamente da agronomi, botanici, fisiopatologi vegetali, genetisti e molte altre figure e per ottobre inoltrato si hanno i risultati.

   I tessuti interni responsabili del trasporto dei liquidi (il sistema vascolare) sono imbruniti e marcescenti. Alcuni campioni mostrano la presenza di funghi, appartenenti ai generi Phaeoacremonium (P. parasiticum, P. rubrigenum, P. aleophilum e P. alvesii) Phaeomoniella. Si tratta della prima volta che vengono identificati in Italia sugli ulivi.

   Larve di falena leopardo (Zeuzera pyrina) sono rinvenute mentre scavano delle gallerie nel tronco e nei rami degli ulivi, permettendo ai funghi sopracitati di depositarsi.

   Ma sono alcune analisi microbiologiche a stupire di più. Alcuni ricercatori, infatti, riconoscendo determinati sintomi nel sistema vascolare, hanno un forte sospetto e conducono analisi specifiche (risultate positive) per un batterio il cui nome è tutto un programma: Xylella fastidiosa.

COSA C’È DI COSÌ PREOCCUPANTE IN QUESTO BATTERIO?

Vi abbiamo già parlato in precedenza del morbo di Pierce [1], malattia dei vigneti californiani causata proprio dalla Xylella, che attacca l’organo della pianta responsabile del trasporto di acqua dalle radici alle foglie (lo xilema) causando la formazione di una massa gelatinosa ostruente. La pianta deperisce e si essicca alle estremità, le foglie marciscono e il fusto si sfalda fino alla morte del vegetale. Il batterio è trasportato da un insetto particolare che funge da vettore. In California, ma anche in altri stati americani e in altri paesi come il Brasile, la Xylella è un problema rilevante, responsabile di numerosi danni agronomici. Non esistono cure.

Lasciamo ora queste vicende agli statunitensi e veniamo nella nostra Europa. Noi non ospitiamo la Xylella – anche se ci fu una segnalazione non confermata in Kosovo nel 1998.

   Non si sa come sia sbucata in Italia. Con i traffici commerciali è possibile che un microrganismo possa essere trasportato oltremare mentre tutti sono ignari. La pista investigativa ha poi negli anni successivi portato al Costa Rica, perché la Xylella analizzata ha un profilo genetico che appartiene a quello della sottospecie pauca ceppo codiro, proveniente proprio da lì, a quanto pare arrivata tramite una pianta da caffè [2].

   La magistratura ha anche aperto un’indagine sul fatto che a fini sperimentali sia stato importato un ceppo a Bari, che non si sa come non si sa quando sarebbe stato rilasciato per sbaglio nel Salento [3]. Vedremo cosa concluderà.

   Non è sicuro che il batterio sia da solo causa della malattia degli ulivi, motivo per cui la malattia è stata chiamata complesso. Inoltre come concausa viene segnalato l’eccessivo sfruttamento agronomico del suolo, il cui humus si è impoverito.

   Ma la Xylella è fortemente dannosa e, essendo anche non nativa dell’Europa, i protocolli la classificano come un patogeno da quarantena. Immediatamente le autorità scientifiche si sono concentrate su di essa e hanno disposto l’allarme per la contaminazione, che si potrebbe estendere rapidamente, e per la ricerca del vettore. L’esportazione delle barbatelle da vigna è stata proibita in via precauzionale, per esempio. La Regione inizia a emettere comunicati, forse poco cauti dato che nella popolazione si diffondono agitazione e allarmismo.

   Per ora, in Italia, il focolaio è concentrato in Salento, per lo più nella zona di Gallipoli-Nardò. La rilevazione di Xylella fastidiosa nei tessuti vegetali viene effettuata presso il laboratorio Basile Caramia di Locorotondo, con un protocollo dell’Istituto di virologia vegetale, dal Cnr e dall’Università di Bari. Ogni risultato positivo viene messo poi a conferma presso il laboratorio di riferimento a Bari. In media vengono analizzati 150 campioni al giorno, ciascuno pagato 10 € dal Servizio Fitosanitario Regionale. I test per la presenza di Xylella sono stati confermati non solo per gli ulivi, ma anche per i generi Aloysia, Nerium e alcune varietà particolari di Myrtus, nonché per Rhamnus e Rosmarinus. Si contano numerosi focolai sparsi a macchia di leopardo. Anche per questo le reazioni degli agricoltori del luogo sono contrastanti: alcuni lamentano morie impressionanti, altri praticamente cascano dalle nuvole.

   Il vettore invece è stato scoperto dopo pochi mesi: è un emittero, Philaenus spumarius.

   Il fatto che la zona sia limitata è una piccola “fortuna” nella sfortuna: si sa a malapena come contenere la diffusione della malattia e le zone colpite sono solo una parte della produzione olivicola regionale. Il timore è che l’infestazione giunga ai centri di Andria-Cerignola-Bitonto, e da lì in poi continui a propagarsi nella penisola (il che sarebbe una catastrofe).

   Per questo il piano proposto fin da subito è totalmente drastico: estirpare le piante in una zona di quarantena con fascia-cuscinetto di sicurezza circostante [4].

   Quanto deve essere un colpo al cuore per un coltivatore salentino sapere che deve espiantare i suoi alberi!

   Il fatto è che possibilmente, finché la malattia è agli stadi iniziali di diffusione e concentrata in determinate zone, risulterebbe una vittoria.    Vengono inoltre stabilite varie “misure agronomiche da attuare negli uliveti” (arature, potature regolari, falciature) e un “piano di controllo degli insetti vettori e potenziali vettori” mediante l’applicazione di insetticidi sistemici sull’intero ecosistema agrario.

   Anche l’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, ha rilasciato un parere tecnico-scientifico che porta a cercare di impedire ogni possibilità di contaminazione al di fuori delle zone colpite, temendo che il vettore non sia contenuto e che le misure agronomiche abbiano effetti deleteri sull’ambiente; mentre l’Unione Europea vuole mettere in quarantena buona parte del Salento. Il caso mediatico cresce.

   A opporsi, oltre ad alcuni gruppi di agricoltori, sono i responsabili dei parchi naturali, poiché i trattamenti generali sono eccessivi per le aree protette secondo la legislazione [5]. Alcuni consorzi locali iniziano a contestare: ma se la malattia è causata da un complesso di fattori, perché focalizzarsi tanto sulla Xylella? Se su National Geographic i ricercatori intervistati [6] parlano di 1% degli ulivi, perché tanto allarmismo? E il territorio? E la fauna? Chi ci guadagna? Chi ci rimette?

Sono domande che rappresentano una situazione di preoccupazione, confusione, timore e sensazione di essere presi in giro, diffusa fra gli abitanti. I produttori locali sono piuttosto sconfortati per varie ragioni:

– la gestione del problema ha una cattiva tempistica ed emergono notizie confuse di primi focolai di disseccamento rinvenuti già nel 2010 se non nel 2008 (molto prima dell’outbreak ufficiale);

– la prevalenza della Xylella negli alberi affetti dalla malattia manca di dati chiari con pubblicazione esclusiva di quelli sui primi campionamenti totali, i quali erano stati fraintesi nei rilevamenti a campione (che confermavano circa 400 campioni positivi su 16.000 campioni casuali totali riguardanti piante sia sane che malate);

– c’è impazienza sull’esito dei test di patogenicità;

– mancano risposte su una possibile cura e sui stanziamenti per la ricerca i cui fondi languono;

– l’ingente utilizzo di insetticidi e l’inquinamento della falde suscitano preoccupazione per la salute pubblica, nonché per il danneggiamento della fauna;

– attualmente non ci siano indennizzi per i proprietari di oliveto che stanno andando incontro a espianto forzato;

– infine, la presenza di “santoni” che probabilmente in buona fede e per mancanza di metodo scientifico sono convinti di aver trovato empiricamente la cura al disseccamento.

   A fronte di ciò si sono determinate sacche di complottismo irrazionale. Come spesso accade, i meccanismi di rifiuto di un problema portano ad addebitare a “qualcuno” la colpa dell’avvenuto contagio, un ipotetico untore. L’ultimo caso ha coinvolto una nota attrice: è tutto un malefico piano di Sauron dalla Monsanto per estirpare gli ulivi secolari e rivendere i propri ulivi OGM (peccato che non esistano ulivi OGM). Trovate fra gli approfondimenti in fondo all’articolo un bel debunking di Bufale un tanto al chilo a riguardo.

   Difficile analizzare eventuali interessi economici a spingere per una soluzione o l’altra. Ci sono finanziamenti comunitari sia per il miglioramento della condizione di uliveti mal curati (e che facilmente vengono contagiati e quindi destinati all’espianto) sia per il piano di contenimento regionale (“bonifica” delle zone demaniali ed estirpazione, demaniale e privata). Per le estirpazioni non ci sono risarcimenti, mentre i fondi per i ricercatori a Bari languono.

   Raccogliendo testimonianze, emerge che in realtà buona parte dei contadini è però semplicemente amareggiata e rassegnata a fronte di quella che pare una condanna a morte del tessuto agricolo locale.

Intanto il tempo passa e la situazione si fa sempre più caotica nei comunicati: ora eradicare, ora solo trattare, ora estirpare di nuovo, ora lasciar stare. Giustamente i coltivatori locali si spazientiscono dopo tanti allarmismi. Ma arrivati al 2015, il Corpo Forestale purtroppo arriva a definire la situazione come fuori controllo.

NON ESISTONO ANCORA CURE. NON SI PUÒ FARE QUALCOSA?

Forse sì.

La Xylella è un problema in molte altre parti del globo e sono varie le tattiche che la ricerca sta cercando di impiegare per sconfiggerla. Qui il nostro elenco in continuo aggiornamento degli studi a riguardo.

Prossimamente, pubblicheremo altri approfondimenti su casi specifici della questione. Intanto, l’intervista a Donato Boscia del CNR.

aggiornamento 27/03/2015 la Commissione Europea si è riunita, c’è divisione sulle misure da adottare. Let’s wait and see (cit.)

Bibliografia di riferimento:

Bollettino ufficiale della regione Puglia n.39 del 19-03-2015

Disseccamento rapido dell’ulivo, cause e misure di contenimento

EPPO – Xylella fastidiosa in Italy 

EFSA -Scientific Opinion on the risks to plant health posed by Xylella fastidiosa in the EU territory, with the identification and evaluation of risk reduction options

Statement of EFSA on host plants, entry and spread pathways and risk reduction options for Xylella fastidiosa Wells et al.

J Econ Entomol. 2014 Aug;107(4):1316-9. Infectivity and transmission of Xylellua fastidiosa by Philaenus spumarius (Hemiptera: Aphrophoridae) in Apulia, Italy

Genome Announc. 2015 Jan-Feb; 3(1): e01538-14. Published online 2015 Feb 12. doi: 10.1128/genomeA.01538-14 PMCID: PMC4333659 Draft Genome Sequence of the Xylella fastidiosa CoDiRO Strain 

Journal of Plant Pathology – NEW HOSTS OF XYLELLA FASTIDIOSA STRAIN CoDiRO IN APULIA 

Approfondimenti:

La nostra intervista a Donato Boscia

Berkeley, University of California – Xylella fastidiosa

Bufale un tanto al chilo – Qualche info sulla Xylella e gli ulivi

CSVSalento – Agromafie 2015 (non aggiornato)

Note:

[1] http://italiaxlascienza.it/main/2015/03/xylella-fastidiosa-e-i-vigneti-californiani/

[2] http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/03/14/news/emergenza_xylella_

scatta_l_inchiesta_caccia_ai_colpevoli_-109508933/

[3] http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/05/21/news/xylella-86763258/

[4] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/10/14/14A07903/sg;jsessionid=lRiGq36fAD7Wu6+5l6S56Q

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[5] http://www.trnews.it/2015/03/05/i-responsabili-dei-parchi-regionali-provvedimento-su-xylella-inapplicabile-in-contrasto-con-le-leggi/123109159/

[6] http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2013/11/17/news/la_

moria_degli_ulivi_pugliesi_mito_mediatico_o_realt_-1893041/

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STRAGE ULIVI IN PUGLIA, IL DIKTAT UE: “ABBATTERE TUTTI GLI ALBERI INFETTI”

di Tiziana Colluto, 17/3/2015 http://www.ilfattoquotidiano.it/

– Nel Consiglio dei 28 ministri dell’agricoltura Ue del 16/3, la sentenza per la Puglia: “Abbattere tutti gli alberi infettati dal batterio Xylella fastidiosa”. Migliaia di ulivi saranno tagliati nell’arco di un mese. Il Salento si mobilita. Gli esperti: “Qui eradicare non serve a nulla, bisogna convivere con la malattia” –

   L’Europa ce lo chiede: “Prima di tutto dobbiamo essere molto chiari, tutti gli alberi colpiti dal batterio Xylella fastidiosa devono essere rimossi e questa è la prima cosa”. Accetta, dunque, su migliaia di ulivi e non solo. Anche su lecci, mandorli, ciliegi, albicocchi e tutte le altre piante, appartenenti ad almeno 150 specie, che risulteranno attaccate dal patogeno da quarantena arrivato dalle Americhe.

   Una raccomandazione che avrà come contraltare, in caso di mancato adempimento, l’avvio di una procedura di infrazione comunitaria. Non ha usato mezze misure, ieri, il commissario europeo alla Salute e sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, al termine del Consiglio dei 28 ministri dell’agricoltura. Per Bruxelles, il contagio va contenuto dentro i confini della Puglia meridionale, a costo di applicare la soluzione più “dolorosa”. Un incubo per il territorio, che si prepara alla resistenza passiva in questa che ha tutto il sapore di essere una guerra tra Davide e Golia.

   Le operazioni di espianto partiranno subito, per essere completate entro fine aprile. Questo ha deciso il commissario straordinario nominato dal governo, Giuseppe Silletti, comandante regionale del Corpo Forestale dello Stato. Il suo piano sarà esecutivo dai prossimi giorni, già sottoposto all’approvazione del Dipartimento della protezione civile. Il diktat europeo, però, scavalca anche le sue previsioni da lacrime e sangue e non concede sconti.

   Come dire: gli abbattimenti dovranno essere ovunque, pure nei diecimila ettari intorno a Gallipoli, epicentro del contagio originario, e non solo mirati nei dodici focolai individuati e nella “fascia di eradicazione”. È questa striscia la prima sorvegliata speciale, lunga 50 chilometri e profonda 15, una sorta di fossato immaginario a cavallo tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto.

   Le ruspe entreranno in azione innanzitutto lì, a tutela di una “fascia cuscinetto” al momento indenne. Tutta la penisola salentina, invece, è dichiarata “zona infetta”, sebbene sia interessata dal fenomeno solo in parte, in quaranta comuni. Spetterà agli stessi proprietari l’obbligo di tagliare le piante colpite, concetto al limite della discrezionalità, visto che sono ritenute tali quelle identificate “sia con analisi di laboratorio che con riscontro dei sintomi ascrivibili all’infezione di Xylella fastidiosa”, ma anche quelle “individuate come probabilmente contagiate”.

   Per chi si opporrà? Sanzioni amministrative e interventi in sostituzione da parte dell’agenzia regionale Arif. Così anche per chi non effettuerà le arature entro aprile e per chi si rifiuterà da maggio di usare insetticidi chimici. L’Ue chiama. La Commissione si è detta “profondamente preoccupata”, Andriukaitis ha annunciato che si recherà nel Leccese a visitare la zona colpita, ha espresso la necessità di “misure decisive che devono essere prese con urgenza immediata”.

   L’Italia non sta sottovalutando l’emergenza”, ha ribadito ieri il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina. Oggi, di questo si discuterà nell’apposita commissione in Senato. A rovesciare, però, il punto di vista, tutto ha un’altra dimensione. Il Salento aspetta a valle questa valanga, nell’incertezza dei numeri e di una ricerca che, ancora agli albori e con zero mezzi, non conferma che a far morire gli alberi sia solo Xylella.

   Un dettaglio che a Bruxelles importa poco: la sua sola presenza basta a far scattare le misure da quarantena.

   Si mobilitano gli artisti, da Al Bano a Nando Popu; si sperticano le associazioni ambientaliste; si danno da fare le organizzazioni di produttori. Lo dicono e ridicono gli esperti: “Eradicare è rispondere alle norme, contenere il contagio altrove, non risolvere il problema in casa”. Lo hanno ripetuto ieri Antonia Carlucci e Francesco Lops, ricercatrice e docente di patologia vegetale all’Università di Foggia: “Si può espiantare solo nei casi limite, ma qui la malattia ormai è radicata, bisogna gestirla”.

   Lo ha ripetuto Kristos Xiloyannis, ordinario dell’ateneo lucano e nome di punta nel campo dell’agricoltura sostenibile: “L’esperienza in tutte le altre parti del mondo ci insegna che, di fronte a batteri come questo, l’abbattimento delle piante è inutile. Nel Lazio, dopo aver distrutto mille ettari di kiwi, ci si è fermati perché si è capito che era tutto superfluo”. (Tiziana Colluto)

Ulivi malati (zona li Sauli Taviano) (foto LUIGI REHO, da www.masman.com/)
Ulivi malati (zona li Sauli Taviano) (foto LUIGI REHO, da http://www.masman.com/)

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DILAGA LA TRATTA DEGLI ULIVI SECOLARI: SUD DEPREDATO PER I GIARDINI DEL NORD

Gli ambientalisti: si distruggono panorami storici. E la pianta non sopravvive

Vecchio articolo (24/8/2003), ma molto attuale, di Paolo Conti su “il Corriere della Sera”

   Il messaggio online parte dalla provincia di Treviso e raggiunge il “gruppopugliagrotte”, sito di speleologi e naturalisti pugliesi che ha attivato una finestra («aiuto ci rubano gli ulivi!») sulla tratta di alberi centenari, talvolta millenari, estirpati dalla loro terra.

   Avverte Cris: «Non so cosa ci facciano centinaia di ulivi a Castelfranco Veneto grossi 1-2 metri, mozzati e riposti in sacconi di nylon… Mi fa schifo pensare che qualcuno ci guadagni sopra questo mercato di capolavori vegetali. Per finire dove? In qualche giardino di un riccone pien de schei e ignorante? Non ho le prove che quegli ulivi siano tutti pugliesi, che depredino la vostra terra. Non voglio accusare nessuno. Dico solo: attenti a quello che succede nelle vostre campagne, perché ogni albero che viene sradicato e portato al Nord è l’ equivalente per Venezia di una picconata sul pavimento di San Marco».

foto tratta da www.ulivisecolari.com/
foto tratta da http://www.ulivisecolari.com/

   Nord chiama Sud nel nome dell’ ecologia. E non è un caso isolato. Anche su sitibellunesi.it c’è chi racconta (in dialetto locale) e documenta con tanto di foto il fenomeno delle piante «esportate» dal Sud al Nord. I prezzi? Una media di 5 mila euro a pianta che possono diventare 10 o 12 mila, se non di più, quando i fusti sfiorano il mezzo millennio: più sono nodosi, contorti e simili a straordinarie sculture e più il prezzo lievita.

   Merce rara al Nord, che ovviamente fa gola. Sulla prima pagina del sito brianzaweb.it/guida alla voce «agricoltura e giardinaggio» c’ è un operatore, con tanto di recapito telefonico, che assicura orgoglioso: «Vendita di ulivi secolari e millenari provenienti dal Salento, inzollati da tre anni». Il Sud sa benissimo di cosa si tratta.

   Le associazioni ambientaliste pugliesi e calabresi (soprattutto Italia Nostra e Wwf) da anni si battono contro lo sradicamento di ulivi persino millenari che vengono drasticamente potati e deportati nei vivai lombardi e veneti in una zolla di terra protetta da un telone di plastica. Ma pure nel Lazio, sulla via Pontina nel tratto tra Roma e le spiagge alla moda (Sabaudia, Circeo, Sperlonga), molti vivai vendono ulivi secolari ridotti nelle stesse condizioni.

   L’ operazione (ed è questo il cruccio di molti ambientalisti) può essere legale. Un vecchio decreto luogotenenziale del 27 luglio 1945 vieta l’ abbattimento degli ulivi ma lo permette nei casi di «permanente improduttività» a patto che il proprietario del fondo collochi una pianta nuova: basta una domanda (un tempo alla locale Camera di commercio, oggi all’ ispettorato provinciale dell’ Agricoltura) e il gioco è fatto perché un ulivo secolare può essere considerato tecnicamente «improduttivo» rispetto a uno giovane.

   Molte regioni hanno varato leggi regionali per vietare tassativamente il massacro: il Piemonte nel 1995, la Toscana nel 1998 e lo stesso Veneto nel 2002. Ma le due regioni più ricche di ulivi antichi, cioè la Puglia e la Calabria, ne sono completamente sprovviste.

   E così le campagne si sfigurano. Con compravendite «regolari»: due o tre centinaia di euro al vecchio contadino che non coltiva più il suo fondo e ha i figli ormai trasferiti in città. Nelle tenute più vaste e isolate (è successo in Puglia a Fasano) si arriva addirittura ai furti notturni con tanto di pala meccanica. Panorami secolari cambiano volto per sempre.

   In Puglia, intorno ai laghi di Conversano, le chiazze cominciano a diventare visibili e lasciano il posto a coltivazioni più redditizie (l’ uva da vino): e così capita a Rutigliano. In Calabria la zona di Reggio conosce lo stesso fenomeno. Si segnalano «sparizioni» a Cirò Marina dove gli ambientalisti si sono da poco (inutilmente) battuti contro l’ abbattimento di 280 ulivi secolari per far posto a un piano di ampliamento industriale. Il Wwf di Amantea ha documentato un anno fa il continuo viavai di Tir carichi di ulivi secolari sulla Statale 18 Tirrenica inferiore.

   Un lavoro facile, l’ Italia è una miniera di ulivi. Secondo alcune stime di massima l’ Italia dovrebbe ospitare 120-130 milioni di esemplari di Olea Europea contro i 50 della Spagna o i 30 della Grecia. La Puglia da sola ne avrebbe 15-20 milioni e sarebbero, dicono gli ambientalisti locali, i più antichi: le prime coltivazioni risalgono alla Magna Grecia. Quelli calabresi sono ugualmente tra i più vecchi dell’ intero bacino del Mediterraneo. Molti «commercianti» specializzati nel settore non si fermano alle piante ma in Calabria comprano (o depredano) campane di chiese abbandonate, fontanili, cancellate, interi pezzi di muri a secco.

   In Puglia spariscono le «chianche», le antiche pietre utilizzate per la pavimentazione tradizionale. Il tutto riappare al Nord debitamente ricostruito e venduto ovviamente a prezzi d’ amatore per nobilitare i nuovi giardini di gran lusso accanto agli ulivi. Commenta Fulco Pratesi, presidente del Wwf-Italia: «L’ ulivo nel giardino del Nord è diventata una stupida mania, una moda sciocca per ricchi come il pitone o il ghepardo in casa. Quella pianta non sopporta le temperature inferiori ai dieci gradi e quindi è frequentemente destinata a soccombere per le gelate dopo aver procurato un danno inestimabile alla natura e ai panorami più antichi d’ Italia.

   Chi vuole adornare un giardino al Nord comperi piuttosto gli alberi locali: tassi, aceri per esempio. Sono ugualmente bellissimi e sono legati al luogo». Sono in tanti a battersi da tempo contro il traffico di ulivi. Il presidente di Italia Nostra della Calabria, la professoressa Teresa Liguori, ha chiesto la rapida approvazione di una legge regionale ma per ora non ha ottenuto alcuna assicurazione. La Puglia si sta mobilitando. Il comune di Ostuni ha vietato il trasporto delle piante secolari oltre il confine della città. Francesco Selicato, docente di Progettazione urbanistica alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari, ha fondato da poco il Parco agrario degli ulivi coinvolgendo i comuni di Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno e San Vito dei Normanni proprio per coinvolgere culturalmente le popolazioni e divulgare nuove tecniche di coltura che possano attirare le nuove generazioni. L’ assessore regionale all’ ambiente, Michele Saccomanno, per ora ha deciso di inserire gli ulivi nell’ Albo dei monumenti vegetazionali: i più antichi, promette, saranno tutelati.

ulivi ultradecennali estirpati in vendita
ulivi ultradecennali estirpati in vendita

   In particolare c’è il naturalista e attivista Wwf Gianni Picella (picella@infinito.it) che ha allestito una mostra itinerante in Italia («Il giardino degli ulivi» vista a Firenze, Milano, Roma) ed ha fondato il «Comitato per la salvaguardia degli ulivi secolari in Puglia». Ha raccolto 5.000 firme per realizzare il suo sogno: convincere l’ Unesco a dichiarare quelle vetuste piante Patrimonio dell’ umanità. Hanno già aderito Ippolito Pizzetti, docente di architettura del paesaggio a Firenze, l’ architetto-paesaggista Paolo Pejrone, lo scrittore Fosco Maraini, l’ ex soprintendente ai Beni archeologici pugliesi Mario de Cunzo, l’ imprenditore e scrittore Gianfranco Dioguardi.

   Scrive Picella nel suo saggio dedicato alla mostra: «E’ un patrimonio comune dell’umanità, memoria storica di una civiltà che va scomparendo insieme a una classe sociale, i contadini… bisogna salvare l’ ulivo piantato dai Greci». E non solo gli ulivi, se continua così. Perché tra poco bisognerà occuparsi dei carrubi centenari. Anche quelli, in virtù della dilagante moda «mediterranea», cominciano ad essere richiestissimi nei vivai del Nord. (Paolo Conti)

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L’Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL’ ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all’ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l’esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti)

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LA TERRA, IL BRILLANTE COLORE, E …

IL PAESAGGIO AL MERCATO

dagli ulivi agli scogli l’ultimo business dei ladri di paesaggio

Una nota di Giuliano Foschini, con commento di Carlo Petrini

– Un pezzo di paesaggio pugliese in una villa in Brianza: l’ulivo secolare, il muretto a secco, il trullo. La scogliera sarda in una piscina sul litorale romano. Un casale umbro in Veneto, la terra rossa della Valle d’Itria all’Argentario – La merce va al nord: centomila euro per ricostruire un’intera zona –

di Giuliano Foschini (la Repubblica, 13 settembre 2013)

   Un pezzo di paesaggio pugliese in una villa in Brianza: l’ulivo secolare, il muretto a secco, il trullo. La scogliera sarda in una piscina sul litorale romano. Un casale umbro in Veneto, la terra rossa della Valle d’Itria all’Argentario. In Italia esiste un mercato assai particolare in grado di annullare la geografia, alterare l’ambiente e molto spesso consegnarsi al kitsch: è il mercato dei ladri di paesaggio. Sono contadini, vivaisti, architetti di esterni che si offrono di prendere un pezzo di un territorio e di riproporlo uguale e identico in qualsiasi parte d’Italia, anche a migliaia di chilometri di distanza.

   Non lo fanno per bellezza, ma per denaro. Tanto: un albero secolare può costare anche diecimila euro, compreso di espianto e reimpianto. Mentre per ricostruire una zona si arriva a centomila euro.
La regione che più delle altre viene saccheggiata è la Puglia, che ha nel suo territorio agricolo specificità chiare, a tratti uniche: gli ulivi secolari, per l’appunto.

   Ma anche la terra rossa nella quale crescono, i muretti a secco e addirittura i trulli. Ci sono vivai che vendono pacchetti interi mentre basta fare un giro su Internet per comprare un ulivo secolare. I prezzi variano dai mille ai cinquemila euro (compresi di trasporto e impianto), per realizzare un trullo non si va sotto i ventimila a cono mentre i muretti a secco, con pietre originali, non costano meno di 300 euro a metro quadrato.

   «Il mercato è florido, da quanto ci risulta le richieste sono molto alte» spiegano le forze di polizia che da anni hanno dichiarato guerra a questi predoni. Soltanto quest’anno ci sono stati un centinaio di sequestri: l’ultimo, effettuato dalla Finanza, è di sabato scorso quando su un camion sono stati trovati tre ulivi appena spiantati pronti a partire per un vivaio del Nord.

   «Il vero problema – spiega il vice presidente nazionale di Legambiente, Edoardo Zanchini – è che non esistono leggi che tutelano un
bene importante come il paesaggio. Proprio la Puglia ha, col governo Vendola, varato una legge importante per tutelare gli ulivi secolari. Ma evidentemente c’è qualcosa che non funziona, visto che il mercato non si è mai fermato: proprio l’altro giorno, con Goletta Verde, eravamo all’Argentario e ci siamo accorti che improvvisamente era spuntato un enorme ulivo secolare».

   Legambiente ha avviato una ricognizione per verificare i danni dei predoni del paesaggio. «È incredibile quello che è successo sulla costa dove è cambiata la morfologia: per creare spiagge laddove non ce n’erano, e creare accessi al mare dove esistono scogliere, sono state sbancate
dune, rubata spiaggia qui e là che ha cambiato proprio la linea della costa».

   «Effettivamente questo è un fenomeno 
nuovo però dal nostro punto di vista molto affascinante» commenta Mauro Agnoletti, professore della facoltà di Agraria dell’Università di Firenze e coordinatore della commissione di paesaggio
agrario al ministero dell’Agricoltura. «Si sta riscoprendo l’importanza del paesaggio e non della singola pianta, ma dell’intero ambiente.

   Però il paesaggio va curato, restaurato ma non stravolto come sta accadendo anche perché non esistono catalogazioni e normative specifiche».

   Il professore cita per esempio il caso di querce secolari «prenotate l’anno precedente e poi spiantate con i bulldozer e le gru per essere trasportate in ville private. Ma anche alberi di agrumi, magari caratteristici della Sicilia, che finiscono al Nord. Il problema è che deve esistere una differenza tra una pianta e un soprammobile (Giuliano Foschini

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SALVIAMO QUEI TESORI DAGLI SFREGI ESTETICI

di Carlo Petrini (la Repubblica, 13 settembre 2013)

   MENTRE attraversavo il Salento non riuscivo a credere che per anni gli ulivi secolari e i muretti a secco che stavano rendendo il mio viaggio più piacevole fossero stati regolarmente estirpati dal territorio per finire in qualche spazio privato. Dopo anni di sciacallaggio del paesaggio (scusate la rima, ma questo è) ora in Salento ci sono controlli ferrei e i recenti arresti lo provano.

   Godevo di quegli scorci, di alberi che sono meglio di un’opera d’arte, di muretti che esprimono la cultura contadina meglio di qualsiasi parola, al pari di tanti buoni prodotti. Provavo a immedesimarmi nel ladro di paesaggio, o nel “mandante”: complici in un’azione criminale e responsabili di un’aberrazione estetica doppia. Data dal depauperamento del paesaggio, ma anche dall’idea triste, da parvenu ignorante, di poter mettere quei tesori altrove, fuori dal proprio contesto territoriale come in un giardino di una villetta.

   Mi dicevano che durante il boom di questo nefasto commercio gli ulivi venivano venduti per un paio di centinaia di euro. Ora divieti e controlli avranno fatto lievitare i prezzi sui mercati clandestini, ma quelle cifre comunicano perfettamente la bassezza di ladri e acquirenti: vengono i brividi solo al pensiero di dover quantificare in denaro il valore inestimabile di un ulivo cresciuto poderoso e produttivo, avvoltosi su se stesso in infinite forme per cento anni, sotto il sole cocente, battuto dal vento.

   Quell’ulivo è del proprietario della terra, certo, ma la combinazione esatta di quell’ulivo su quella terra sono un bene comune per chi ci si può perdere con gli occhi e con l’immaginazione. Sradicarlo e venderlo significa privatizzare un bene di tutti.

   Ed è una zappa sui piedi clamorosa per chi abita questa terra magica, oggi meta turistica molto popolare, ma che senza ulivi secolari e muretti a secco perderebbe identità riempiendo così di deserto gli spazi tra spiagge iperaffollate e svuotando di contenuti quella cosa che ci pregiamo di chiamare territorio. Vale per il Salento ma vale per ogni angolo di questa Nazione ancora bellissima: una “grande bellezza” (per dirla come il regista) più di tutto e nonostante tutto, che non merita ulteriori scempi.

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IL PAESAGGIO APPARTIENE AL POPOLO

di Corrado Stajano (Corriere della Sera, 28 settembre 2013)

   Quando, nel 1947, l’Assemblea costituente stava discutendo sull’articolo 9 della somma Carta che riguarda la tutela del paesaggio, i giornali umoristici dell’epoca, non propriamente progressisti, andarono a nozze nell’ironizzare pesantemente, in malafede o incoscienti, su quel che significava quell’argomento focale per la vita di un Paese come il nostro. Il Travaso e poi Candido e L’uomo qualunque non lesinarono gli scherni, scrissero di ovvietà e di stupidità, come se la norma fosse una bizzarria degli uomini politici di allora.

   Basterebbero due film d’autore, Le mani sulla città di Francesco Rosi e Il ladro di bambini di Gianni Amelio, se non esistessero le ragioni della Storia, della Cultura e della Politica pulita a mostrare quel che è successo dopo e far capire com’era essenziale nell’Italia distrutta dalla guerra l’articolo 9 della Costituzione. Anche oggi non ha perso nulla della sua attualità.

   Quattro autori – Alice Leone, storica; Paolo Maddalena, giurista; Tomaso Montanari, storico dell’arte; Salvatore Settis, archeologo, già direttore della Normale di Pisa, presidente del consiglio scientifico del Louvre – hanno firmato insieme un libro polemico e documentato, Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente, pubblicato da Einaudi (pagine 185, 16,50) che mette intelligentemente il dito sulle piaghe tormentose che seguitano a dilaniare un Paese disastrato, moralmente e materialmente, com’è l’Italia di oggi.

   Un libro che riesce a fondere la memoria di quel che accadde nel passato, con il presente e il futuro da ricostruire dopo il ventennio berlusconiano segnato dallo slogan «ognuno è padrone in casa propria».

   Non era un’elegante astrazione intellettuale discutere quasi settant’anni fa del paesaggio e dell’arte come un fatto pubblico. Non fu, come scrive Alice Leone, né semplice né lineare, arrivare alla dizione dell’articolo 9. Rivolgimenti, mediazioni, scontri accesi, polemiche fuori e dentro gli schieramenti videro infatti contrapporsi interessi e scuole di pensiero. Non fu facile arrivare alla dizione definitiva: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

   Racconta Salvatore Settis, con amara nostalgia, che ci fu in Italia un tempo in cui la direzione generale delle Antichità e belle arti del ministero della pubblica istruzione poteva essere affidata a un uomo come Ranuccio Bianchi Bandinelli, «massimo archeologo italiano del Novecento e vigile coscienza della cultura europea»: la tutela delle bellezze naturali non può essere disgiunta da quella delle antichità e belle arti e deve essere sottoposta alla medesima regolamentazione legislativa, era il suo pensiero.

   Sembra inimmaginabile un’idea così netta nella società dei consumi di oggi dove anche i beni culturali devono essere strumenti di «valorizzazione economica», dove – come documenta Paolo Maddalena – quei beni, violando la legge, sono diventati soltanto merce; dove trionfa la religione del privato; dove si costruisce senza vergogna, contro la volontà popolare, con l’avallo della Soprintendenza, un immenso parcheggio sotto e tutt’intorno alla più importante basilica milanese, Sant’Ambrogio; dove i prestiti selvaggi di delicatissime opere d’arte sono la regola, esportate all’estero come gingilli, utili più che altro a funzionari per i loro traffici di potere. (Pazienti viaggiatori hanno tentato più volte, per esempio, di vedere a Mazara del Vallo il meraviglioso Satiro danzante, sempre in trasferta come tanti altri capolavori, e hanno potuto esaudire il loro desiderio soltanto a un’esposizione alla Royal Academy di Londra dove il bronzo era ospite d’onore).

   L’articolo 9 della Costituzione non nacque dal nulla. Il dopoguerra fu un momento fervido di riscatto e di comune visione del mondo di uomini e donne di diverse fedi e culture, dai liberali di gran nome come Benedetto Croce e Luigi Einaudi, al socialista Pietro Nenni, ai comunisti Togliatti e Concetto Marchesi al democristiano Aldo Moro all’azionista Piero Calamandrei che ebbero un ruolo essenziale nella stesura della Carta. La legge Croce del 1922 e la legge Bottai del 1939 furono il punto di partenza dei costituenti.

   Tomaso Montanari spiega con chiarezza la sostanza dell’articolo 9: se la sovranità appartiene al popolo, com’è scritto nell’articolo 1, «anche il patrimonio storico e artistico appartiene al popolo. E la Repubblica tutela il patrimonio innanzitutto per rappresentare e celebrare il nuovo sovrano cui il patrimonio ora appartiene: il popolo».

   Fu Concetto Marchesi, il grande latinista, a sostenere con energia la necessità di quell’articolo, voluto e difeso da costituenti di spicco. E fu Tristano Codignola a proporre con forza la parola «tutela», più completa della parola «protezione».

   Che cos’è il patrimonio storico e artistico secondo gli autori del libro? «Non è la somma amministrativa dei musei, delle singole opere, dei monumenti, ma è una guaina continua che aderisce al paesaggio – cioè al territorio “della Nazione” – come la pelle alla carne di un corpo vivo».

   Il libro (manca un indispensabile indice dei nomi) imposta un’infinità di problemi: la funzione delle Soprintendenze: Montanari propone una sorta di magistratura del patrimonio indipendente dalla politica; il perenne conflitto tra lo Stato e le Regioni competenti in materia urbanistica (un errore fatale dei costituenti); il consumo del suolo: l’8,1 per cento della superficie nazionale è coperta da costruzioni, la media europea è del 4,3 per cento. Dopo ogni terremoto, alluvione, disastro si piange (non per molto). Chi deve provvedere, chi deve controllare i controllori? Lo Stato siamo noi, amava dire Calamandrei. E Bianchi Bandinelli: «Noi siamo, davanti al mondo, i custodi del più grande patrimonio artistico, che appartiene, come fatto spirituale, alla civiltà del mondo». Ce ne siamo dimenticati. Spaesati tra Imu e Iva.

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LADRI DI ALBERI, LADRI DI PAESAGGIO (MA CHE FINE HA FATTO LA LEGGE SUL CATASTO DEGLI ALBERI MONUMENTALI?)

by redazione4 on set 27, 2013

http://www.salviamoilpaesaggio.it/

   A parecchi mesi dall’approvazione della Legge 10/2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, sono ancora molte le lacune sull’applicazione delle disposizioni per la salvaguardia degli alberi monumentali.

   E intanto, specialmente al sud, vengono depredati veri e propri “tesori” del paesaggio: ulivi secolari, querce, muretti a secco, trulli, scogli di granito, terra rossa. Le regioni più colpite sono Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia, Campania.

I LADRI DI PAESAGGIO

di Paolo Abbate,

http://www.salviamoilpaesaggio.it/

   L’art. 7  della Legge 10/2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, riguarda esplicitamente le “disposizioni per la tutela e la salvaguardia degli alberi monumentali, dei filari e delle alberate di particolare pregio paesaggistico, naturalistico, monumentale, storico e culturale”.

   Per «albero monumentale», si dichiara nella legge, s’intende “l’albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni boschive naturali o artificiali ovunque ubicate ovvero l’albero secolare tipico, che possono essere considerati come rari esempi di maestosità e longevità, per età o dimensioni, o di particolare pregio naturalistico, per rarità botanica e peculiarità della specie, ovvero che recano un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali”.

   Ebbene, nel Cilento esistono nei paesi e nei boschi numerosi alberi monumentali che aspettano, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, di essere censiti dai comuni e inseriti in un elenco.

   Dell’avvenuto inserimento di un albero nell’elenco è data pubblicità mediante l’albo pretorio, con la specificazione della località nella quale esso sorge, affinché chiunque vi abbia interesse possa ricorrere avverso l’inserimento. L’elenco degli alberi monumentali d’Italia è aggiornato periodicamente ed e’ messo a disposizione, tramite sito internet, delle amministrazioni pubbliche e della collettività.

   Alla gestione provvede naturalmente il Corpo forestale dello Stato. Per l’abbattimento o il danneggiamento di alberi monumentali si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 5.000 a euro 100.000.

   Ho fatto questa lunga premessa perché necessaria dopo aver letto un articolo allarmato di Carlo Petrini, fondatore del Slow Food, in cui si denunciava il furto sempre più accentuato di alberi secolari e addirittura di scogli di granito per abbellire un giardino di una villa per lo più di professionisti, ricchi ma “parvenu ignoranti”, mettendo così fuori del proprio contesto territoriale quei tesori naturali.

   E’ un business allarmante e in continuo aumento. Si pensi che i paesaggi depredati sono essenzialmente del sud: Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia, Campania, I tesori depredati sono ulivi secolari, querce, muretti a secco, trulli, scogli di granito, terra rossa.

   A Roccagloriosa ad esempio esistono ulivi che a detta dei paesani hanno più di 500 anni. Uno enorme è dedicato alla Madonna del Rosario, la cui congregazione fu eretta per celebrare la vittoria della cristianità sui Turchi con la battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571. Pochi anni prima i pirati saraceni avevano posto “tutta la Terra in lacrimevole soqquadro”. Anche Roccagloriosa fu saccheggiata e molti paesani o furono uccisi o portati via come schiavi. Non è un caso che la preparazione della raccolta delle olive viene effettuata la prima domenica di ottobre.

   Ma sempre a Rocca vi sono ulivi talmente grandi da avere sicuramente più di 1000 anni. Sono rimaste soltanto le circonferenze della base, perché le piante furono distrutte da incendi. Le piantine di ulivo , si dice, furono portate dai Greci. Siamo infatti in Magna Grecia, ma non furono certo i contemporanei di Archimede a portarli o innestarli sugli olivastri selvatici. Molto probabilmente invece furono portati e piantati dai monaci italo greci, venuti nel Basso Cilento a partire dall’ VIII secolo, terrorizzati dall’espansione araba che partiva dalla Sicilia. Questi santi monaci che abitavano nelle grotte e nei Cenobi furono molto probabilmente i responsabili dello sviluppo di quel reticolo di paesi arroccati sulle alture: cioè di quel paesaggio umano che ancora sussiste, fatto di paesini e di ulivi secolari.

   Intorno al paese di Celle di Bulgheria esistono molte querce più che centenarie mentre sulle colline del Golfo di Policastro esistono boschi vetusti di sughere dove la regione, per la loro bellezza, voleva realizzarvi un parco naturale. Mi è capitato di incrociare tempo fa un camion con rimorchio pieno di querce da sughero con tanto di radici e zolla che prendeva l’autostrada verso non ignote destinazioni.

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Leggi l’articolo di Carlo Petrini: Dagli ulivi agli scogli l’ultimo business dei ladri di paesaggio >

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Altri articoli sulla Legge 10/2013:

Finalmente anche in Italia una legge sulla tutela degli alberi monumentali!

Alberi monumentali, tesori di storia e natura da conoscere e proteggere

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