BARCONI, MIGRANTI, PROFUGHI IN FUGA: L’EUROPA AFFONDA SUL MAR MEDITTERRANEO, incapace di azione politica, unità, solidarietà, prospettiva di futuro – QUALI SOLUZIONI alle tragedie in mare e all’accoglienza di persone in fuga dalla miseria e dalle guerre?

 

Migranti sbarcati ad Augusta _ Lapresse_Reuters da il Manifesto - IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI. I FLUSSI MIGRATORI NON SI FERMANO. AL MASSIMO SI DEVIANO. Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” (Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015)
Migranti sbarcati ad Augusta _ Lapresse_Reuters da il Manifesto – IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI. I FLUSSI MIGRATORI NON SI FERMANO. AL MASSIMO SI DEVIANO. Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” (Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015)

   Dopo la (ennesima, anche se stavolta ancor peggiore) tragedia del barcone con 800 morti nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile al largo delle coste libiche nel Canale di Sicilia (la costa libica a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160…), tutti si sono concentrati su quella che possiamo considerare “la dimen­sione finale della tra­ge­dia”, il naufragio nel mar Mediterraneo, per­ché è la più visi­bile e quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità per gli scafisti che approfittano di questi disperati. Ma sono disperati che partono da lontano, e poco cambia che possono morire di fame e sete nel deserto (molto prima del mare…), o per gli aguzzini dell’Isis, o per chiunque approfitta di loro.

«Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario» (da www.giornalettismo.com  del 20/4/2015)
«Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario» (da http://www.giornalettismo.com del 20/4/2015)

   Pertanto concentrarsi sulla “dimensione finale”, il Mediterraneo che si porta via la vita di queste persone, e così proporre il bombardamento preventivo dei barconi, la caccia agli scafisti, è qualcosa di assai semplificatorio sulla tragedia umana di popolazioni che vengono verso di noi (e che noi vorremmo tentare di “non vedere”).

Localizzazione del barcone con a bordo più di 800 migranti affondato nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile (mappa ripresa  da www.nanopress.it)
Localizzazione del barcone con a bordo più di 800 migranti affondato nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile (mappa ripresa da http://www.nanopress.it)

   E dopo la tragedia degli 800 morti, proprio su questa linea miope si è messo il piano dell’Unione Europea che, in sintesi, propone di “catturare e distruggere” le imbarcazioni usate dai trafficanti, come priorità assoluta; e poi: 1- è stata decisa la triplicazione dei fondi per la missione Triton, senza che la sua natura sia cambiata in una missione “anche” di assistenza ai migranti e di caccia agli scafisti, oltre che di sorveglianza delle acque dell’Unione (vedi lo schema qui sotto, che spiega com’è Triton, dopo l’abbandono della più efficace missione “Mare Nostrum”);

DA WWW.LETTERA43.IT  25/4/2015
DA WWW.LETTERA43.IT 25/4/2015

2- è stato dato un mandato a Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, per discutere in sede Onu di opzione militare (un negoziato destinato per opinione di tutti a fallire: la Russia, in fase di contrasto con l’occidente dirà di no); e 3- c’è stata l’offerta di fornire navi da parte di Gran Bretagna, Germania, Spagna e Croazia, ma nessuna disponibilità a farsi carico dei profughi salvati, che resteranno a carico di Italia, Grecia e Malta. Insomma, nessuna nuova visione globale del problema, e niente come soluzioni adeguate: l’Unione rinforza lo strumento, ovvero il mezzo, perché è incapace di cambiare l’obiettivo, cioè il fine, che dovrebbe perseguire.

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GIOVANNI GIANCARLO LO PORTO, UNA SCELTA DI VITA

GIOVANNI LO PORTO, il COOPERANTE rapito il 19 gennaio 2012 al confine tra Pakistan e Afghanistan, è morto all'inizio del gennaio scorso, durante un raid statunitense (con un drone, nel corso di un’operazione di antiterrorismo, contro Al Qaeda - nell'area in cui era stato sequestrato - insieme all'ostaggio americano Warren Weinstein. Giovane e brillante operatore umanitario, il palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, era stato rapito insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di MULTAN: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del PUNJAB, nel nord del PAKISTAN a cavallo del confine con l'AFGHANISTAN. Entrambi lavoravano per la ong TEDESCA WEL HUNGER HILFE, nell'ambito di un progetto finanziato dall'Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un'alluvione. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.
GIOVANNI LO PORTO, il COOPERANTE rapito il 19 gennaio 2012 al confine tra Pakistan e Afghanistan, è morto all’inizio del gennaio scorso, durante un raid statunitense (con un drone, nel corso di un’operazione di antiterrorismo, contro Al Qaeda – nell’area in cui era stato sequestrato – insieme all’ostaggio americano Warren Weinstein. Giovane e brillante operatore umanitario, il palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, era stato rapito insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di MULTAN: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del PUNJAB, nel nord del PAKISTAN a cavallo del confine con l’AFGHANISTAN. Entrambi lavoravano per la ong TEDESCA WEL HUNGER HILFE, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un’alluvione. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.

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   Riprendendo la questione dei migranti, e dei barconi assassini, ammesso che i barconi vengano fermati (ma non sarà così, come si spiega in alcuni articoli che in questo post vi proponiamo), morire nel deserto invece che nel Medi­ter­ra­neo non rap­pre­senta un passo avanti, né sotto il pro­filo uma­ni­ta­rio, né sotto quello del con­trollo dei movi­menti migra­tori e nemmeno sotto quello della nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti con paesi così vicini alle nostre coste.

   Dovremmo partire da un fatto ineludibile: l’emigrazione di popolazioni dai paesi poveri verso quelli ricchi è inarrestabile; avremo a che fare per moltissimo tempo con masse di donne, uomini e bambini verso di “noi”, alla ricerca di speranza e migliori condizioni di vita.

   In un appello congiunto molte organizzazione non governative, tra cui OXFAM ITALIA, SAVE THE CHILDREN, ARCI e FOCSIV, hanno ribadito la richiesta di UNA NUOVA MISSIONE DI SALVATAGGIO “MARE NOSTRUM” EUROPEA. La federazione delle Chiese evangeliche e la Comunità di Sant’Egidio hanno proposto di autofinanziare, attraverso l’8 per mille, un corridoio umanitario tra Marocco e Italia.

   Pensare di distruggere i barconi prima che vi si imbarchino i migranti è cosa impossibile, tutti dicono: in nessun porto libico di imbarco di profughi verso l’Italia, esistono ovviamente attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… Su questa linea una proposta che ritroverete nel primo articolo di questo post, di uno studioso dell’area mediterranea (Federico Varese), è quella che le autorità italiane ed europee, piuttosto che pensare a distruggere barconi, dovrebbero rapportarsi con i gruppi locali, etnici, che vivono lì e che controllano quei porti, quei territori: stabilire una trattativa, uno scambio economico al fine che siano loro (che conoscono e gestiscono il territorio) a farsi carico del far cessare le partenze pericolose e selvagge, dei profughi in balìa degli scafisti.

La mappa delle rotte clandestine da LETTERA43.IT - ….Nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell'Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH….. GLI AMAZIGH vivono di traffici e di commercio. Essi HANNO LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO e possono far cessare da un giorno all'altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani (Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015)
La mappa delle rotte clandestine da LETTERA43.IT – ….Nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell’Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH….. GLI AMAZIGH vivono di traffici e di commercio. Essi HANNO LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO e possono far cessare da un giorno all’altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani (Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015)

   Romano Prodi, che è per l’ONU commissario sui problemi dell’Africa, ribadisce, come proposta, tre priorità: ricostruire un interlocutore credibile in Libia, sostenere la crescita economica sub-sahariana, dare all’Ue una seria politica per il Mediterraneo. In particolare lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anche con la Cina, che lì è molto più presente di qualsiasi altro paese (certo più dell’Europa)(ritroverete qui una sua intervista).

   Poi molti, tanti, dicono di ristabilire l’operazione MARE NOSTRUM, che era efficace nel salvataggio.

E c’è chi, come associazioni umanitarie, parlano esplicitamente di liberalizzare di più le entrate di immigrati, AVERE QUESTO CORAGGIO: anche allo scopo di rilanciare l’economia, dare una svolta al declino economico, umano, politico europeo; creare lavoro sul mantenimento di questa nuova popolazione: aprire le frontiere, ma organizzando dei visti a pagamento, che coprirebbero i costi dell’operazione. Ad esempio in Italia i visti potrebbe essere pagati in parte dai migranti (con il denaro risparmiato e che ora danno agli scafisti), ma avere un contributo fattivo di chi approva e sostiene questa possibilità: in Italia, ad esempio, potrebbe in buona parte essere finanziato con l’8 per mille dato alle associazioni che decidessero di gestire questa operazione di solidarietà.

   Sta di fatto che il “non decidere” su niente (di fatto) come sta accadendo, porta a far sì che noi tutti siamo qui, impotenti (o forse solo in una condizione di ignavia) su tragedie grandissime che stanno accadendo in queste ore e minuti, non solo nel Mediterraneo, ma nel deserto sub sahariano, nelle coste della Libia….

   E’ pertanto da capire come le singole persone, le associazioni cui ognuno può riconoscersi, la “parte individualista” e dominante di ciascuno, può dare effettivamente un contributo di solidarietà, aiutare a far sì che si arrivi a soluzioni a queste tragedie in corso. (s.m.)

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L’UNICA VIA PER FERMARE GLI SCAFISTI

di Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015

   La riunione straordinaria dei leader europei dedicata alla tragedia dei migranti morti nel mediterraneo non ha svegliato l’Unione Europea dal suo torpore.

   Si deve dare atto a Renzi di aver posto con forza il problema dell’immigrazione clandestina, ma gli altri Paesi, REGNO UNITO in testa, non sono disposti a prendersi responsabilità concrete, mentre nessuno si rende conto che gli scafisti sono solo un anello di una catena ben più complessa.

   II Primo Ministro inglese è uscito dalla riunione di Bruxelles promettendo di affiancare alla flotta italiana l’ammiraglia HMS Bulwark. Si è però subito affrettato a dichiarare che i migranti salvati dalle unità inglesi non avranno diritto di chiedere asilo al Regno Unito. Questa posizione contraddice le convenzioni europee, le quali permettono di chiedere asilo una volta saliti a bordo. L’egoismo britannico, in gran parte responsabile della fine della missione umanitaria MARE NOSTRUM, è sconcertante.

   QUALI SONO LE SOLUZIONI DI LUNGO PERIODO? Il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha confermato il PIANO DELLA UNIONE EUROPEA DI «CATTURARE E DISTRUGGERE» LE IMBARCAZIONI usate dai trafficanti.

   Stupisce che tale ipotesi venga presa seriamente in considerazione. Distruggere le navi equivale a confiscare in massa i computer nella capitale romena degli hacker, oppure le automobili usate negli Anni Venti negli Stati Uniti.

   Come è possibile sapere come verrà utilizzata un’auto, un computer oppure un’imbarcazione? Gli osservatori presenti nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell’Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani. Solo quando essa è in mare possiamo essere certi che viene usata per fini criminali. Ma a quel punto è troppo tardi.

   LA PROPOSTA EUROPEA AVRÀ L’EFFETTO DI METTERE IN GINOCCHIO L’ECONOMIA COSTIERA, spingendo i pescatori locali nelle braccia del crimine organizzato. Le voci più sensate – come quella di Romano Prodi su La Stampa – hanno sottolineato che UNA SOLUZIONE DI LUNGO PERIODO VA TROVATA SULLA TERRAFERMA.

   Eppure molti osservatori non distinguono DUE TIPI DI ATTORI in questo business disgustoso: GLI SCAFISTI che forniscono il «servizio», e COLORO CHE PERMETTONO A QUESTI INDIVIDUI DI UTILIZZARE INDISTURBATI LE COSTE.

   Tale distinzione è evidente nel caso della SOMALIA. In quel Paese i PIRATI vengono protetti dai clan locali e dal gruppo terroristico AL SHABAAB, come dimostrato dall’economista ANJA SHORTLAND e da me in diversi saggi sul tema.

   LO STESSO AVVIENE IN LIBIA: gli scafisti pagano il «pizzo» al protettore che controlla la costa, oppure alla guardia costiera corrotta che finge di non vedere. Ad esempio, IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH. Come i clan somali, anche gli Amazigh vivono di traffici e di commercio. Essi hanno la governance del territorio e possono far cessare da un giorno all’altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani.

   Il business degli scafisti viene descritto dai giornali come un «sistema criminale perfetto» e gli investigatori sono alla disperata ricerca di un Boss dei Boss da arrestare. L’ultima illusione europea consiste nell’ingigantire il ruolo dei trafficanti, come Hajj, un laureato in legge di etnia Amazigh che organizza le partenze dal porto di Zuwara, intervistato ieri dal Guardian. Hajj e altri come lui sono dei criminali e degli opportunisti che non potrebbero esistere senza la protezione armata di chi non è direttamente coinvolto nel business.

   Nel caso della Somalia, diversi clan hanno smesso di proteggere i pirati quando le opportunità di guadagno nei mercati legali erano maggiori del pizzo offerto dai pirati. Nulla vieta di tentare la stessa strategia anche in Libia, un primo passo verso la stabilizzazione del Paese.

   Le vittime della storia ottengono, per qualche giorno, la simpatia del mondo civile, ma si meritano ben altro. (Federico Varese)

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IL PIANO UE IN 10 PUNTI

LUSSEMBURGO. Un piano in dieci punti per affrontare l’emergenza immigrazione è stato presentato al vertice congiunto di ministri degli Esteri e dell’Interno dell’Unione europea a tenutosi a Lussemburgo il 21 aprile scorso, dal commissario per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos. “Il piano – si legge in una nota – ha ottenuto il pieno sostegno dei ministri di Esteri e Interni”.

1) L’Unione Europea dovrà “rafforzare” le operazioni Triton e Poseidon nel Mediterraneo “aumentando le sue risorse finanziarie” ed estendendo la loro area d’intervento. 2) Al secondo posto c’è “uno sforzo sistematico per catturare e distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti”. 3) Si prevedono incontri regolari fra Europol (l’ufficio di polizia europeo), Frontex (l’agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne), Easo (l’ufficio europeo di sostegno per l’asilo) ed Eurojust (l’Unità di cooperazione giuridica europea) per raccogliere informazioni sul modus operandi e i fondi di cui dispongono i trafficanti di esseri umani. 4) Viene disposto che Easo dispieghi delle squadre operative in Italia e Grecia, per processare congiuntamente le richieste di asilo. 5) Gli Stati Membri prenderanno le impronte di tutti i migranti. 6) Verranno considerate opzioni per “un meccanismo di ricollocazione d’emergenza“. 7) Vi sarà un ampio programma volontario europeo pilota sul reinsediamento per le persone bisognose di protezione. 8) Verrà istituito un programma per mandare rapidamente indietro i migranti irregolari, coordinato da Frontex. 9) La Commissione e il Servizio di Azione Esterna dell’Ue si impegneranno assieme ai paesi confinanti con la Libia, in particolare verranno rafforzate le iniziative in Niger. 10) Verranno dispiegati funzionari di collegamento dell’immigrazione (Ilo) in paesi terzi chiave per raccogliere informazioni d’intelligence su flussi migratori e rafforzare il ruolo delle delegazioni europee.

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PRODI: “CONTRO GLI SBARCHI AGIRE IN AFRICA. SERVE UN’INTESA IN LIBIA E AIUTI PIÙ A SUD”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 24/4/2015

– “Non c’è una visione comune sul Mediterraneo per l’opposizione dei Paesi del Nord L’Europa deve convincerli a cambiare posizione” – “L’ex presidente Ue: l’Europa lavori con la Cina. Anche i telefonini servono allo sviluppo”

«Se l’Africa ci preoccupa è perché da troppo tempo non ce ne occupiamo». Parlando dalla sede della Fondazione dei Popoli a Bologna, l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi suggerisce a Italia e Ue di rimediare alla «grave carenza di impegno» incominciando da TRE PRIORITÀ: RICOSTRUIRE UN INTERLOCUTORE CREDIBILE IN LIBIA, SOSTENERE LA CRESCITA ECONOMICA SUB-SAHARIANA, DARE ALL’UE UNA SERIA POLITICA PER IL MEDITERRANEO.

Partiamo dalla Libia, come ricostruire un interlocutore credibile per gestire l’emergenza degli immigrati clandestini?

«L’estrema frammentazione della Libia si deve anche alle ingerenze dei Paesi influenti. Il governo di Tobruk è sostenuto anzitutto dall’Egitto, con la Francia, e poi dai Paesi del Golfo e Arabia Saudita. Le milizie islamiche di Tripoli sono sostenute da Turchia e Qatar. Le grandi potenze, tutte intimorite dal terrorismo, dovrebbero esercitare attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu una forte pressione su questi “Paesi influenti” affinché spingano i libici a trovare le necessarie intese. Gli strumenti non mancano: basti pensare che la Turchia è membro della Nato e l’Egitto dipende fortemente dagli aiuti americani»

La grande maggioranza degli immigrati che si riversa sul Mediterraneo viene da Sud del Maghreb. Quale risposta è possibile?

«La risposta è sostenere la crescita dell’Africa nel medio e lungo termine. Con investimenti e politiche di intervento per rafforzare un Pil che è cresciuto più del 5% negli ultimi anni. Il problema è che nonostante questa crescita un terzo del miliardo di africani vive ancora sotto il livello di povertà, meno di 1,25 dollari al giorno, e ciò fa dell’Africa il continente più povero del Pianeta. Senza contare che, a causa del calo di greggio e alcune materie prime, il tasso di crescita si sta riducendo. È questa povertà che spinge i più disperati a fuggire verso l’Europa. Anche perché gli aiuti esterni contano sempre meno. Basti pensare che il totale delle rimesse degli emigrati africani ha superato gli aiuti ricevuti dal resto del mondo».

Quali sono i Paesi che generano l’onda immigratoria?

«I Paesi a cui dobbiamo guardare con maggior preoccupazione sono nella fascia sub-sahariana: MALI, BURKINA FASO, CIAD, MAURITANIA, CAMERUM, REPUBBLICA CENTROAFRICANA. La somma fra crescita demografica elevata e calo di mortalità infantile fa prevedere il raddoppio di popolazione in 18-19 anni. Sono Paesi con tassi di povertà alti: la pressione crescerà»

Quali tipi di investimenti possono garantire più risultati?

«L’Africa ha bisogno di tutto: infrastrutture, sviluppo agricolo e industriale. Se guardiamo alla più recente esperienza la Cina è il Paese che più ha lavorato in queste direzioni. La Cina è l’unico operatore in Africa. Su 54 Paesi, 50 registrano una forte presenza economica cinese che fa crescere il Pil. Può far sorridere, ma il secondo elemento di crescita negli ultimi anni è stato il cellulare: l’unica infrastruttura che funziona in tutta l’Africa»

Ciò significa che l’Europa dovrebbe cooperare con la Cina?

«Data la pervasività della presenza cinese questo è inevitabile, anche se la Cina ha interessi particolari. È molto presente perché ha bisogno di cibo, materie prime ed energia. Ha quindi esigenze diverse dall’Europa e soprattutto dagli Usa. Quanto alla presenza Ue è molto minore di quella che dovrebbe essere».

Da dove si origina tale debolezza dell’Unione Europea?

«Dalla carenza di una politica africana a Bruxelles. Quando ero alla Commissione tentai di guardare oltre le politiche di apertura all’Est, proponendo di darci un approccio comune almeno per il Mediterraneo. Con proposte come la Banca del Mediterraneo. Ma ogni volta che sollevavo l’argomento trovavo il silenzio. L’ostacolo era soprattutto dovuto all’opposizione dei Paesi del Nord. Spero che l’Ue possa adesso convincerli a cambiare posizione».

Ci sono leader africani possibili interlocutori dell’Europa?

«Non vi sono oggi personalità di spicco. La Nigeria, grande Paese, è lacerata da anni. Dopo le ultime elezioni abbiamo segni di speranza ma restano segni. La Costa d’Avorio, il Paese su cui scommettevamo, è stata travolta dalla guerra civile. I Mandela non ci sono più».

Come legge preoccupazioni e paure italiane sull’Africa?

«Abbiamo ancora scarsa conoscenza e impreparazione riguardo all’Africa. L’Italia ha lì tanti volontari, molti missionari ma non ha reti economiche e culturali come francesi, britannici e tedeschi. La nostra presenza è fatta di persone di buona volontà. Non siamo preparati, conosciamo poco cosa vi avviene e abbiamo un impegno per lo sviluppo scarso: i nostri aiuti sono scesi allo 0,13-0,17% del Pil, un quarto di quello che dovrebbero essere. La nostra paura nasce dal terrorismo, dallo sfascio della Libia che moltiplica gli immigrati. Ma le paure non aiutano a occuparsi dell’Africa: serve lavorare a una cooperazione nel reciproco interesse». (Maurizio Molinari)

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E I PROFUGHI CHE FINE FANNO?

di Luigi Manconi, da IL MANIFESTO del 22.4.2015

– Stragi a mare. Con «blocchi navali» e sola «caccia» agli scafisti si cancellano i diritti dei migranti –

   Rara­mente era capi­tato di assi­stere a un così sfron­tato ribal­ta­mento della realtà, quale quello rea­liz­zato a par­tire dalle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive al nau­fra­gio di dome­nica scorsa.    Da giorni, l’intera que­stione dell’immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce.

   Ovvero alla respon­sa­bi­lità cri­mi­nale di quelli che, in un cre­scendo melo­dram­ma­tico di reto­rica, sono chiamati: schia­vi­sti, negrieri, traf­fi­canti di carne umana.

   E così, tutti si affan­nano intorno alla dimen­sione finale della tra­ge­dia, per­ché è la più visi­bile: quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità.

   E que­sto con­sente, infine, di iden­ti­fi­care e trac­ciare il pro­filo del nuovo nemico asso­luto: lo Sca­fi­sta. Nes­suno sem­bra porsi la domanda cru­ciale: se pure riu­scis­simo, d’un colpo solo, a eli­mi­nare tutti quei «mer­canti di morte», avremo ridotto anche solo di qual­che unità il flusso dei migranti? Avremo limi­tato il numero delle vit­time? Avremo garan­tito una mag­giore sicu­rezza a quelle disgra­ziate aree del mondo?

   La mia rispo­sta a que­sti inter­ro­ga­tivi è un no secco. Respin­gere i movi­menti di esseri umani al di là del Medi­ter­ra­neo, «bom­bar­dando i bar­coni» o «spa­rando sugli sca­fi­sti» o attuando un «blocco navale» avrebbe il solo effetto di allon­ta­nare le vit­time dal nostro sguardo. E di rimuo­verle dalla nostra espe­rienza indi­vi­duale e collettiva.

   Pro­ba­bil­mente un sol­lievo per il nostro senso este­tico, non più offeso da tanto orrore, e per la nostra buona coscienza, non più tur­bata da uno spet­ta­colo così cru­dele: ma nes­sun van­tag­gio per la sta­bi­lità dell’Africa e del Medio Oriente e nem­meno per il livello di civiltà giu­ri­dica delle nostre demo­cra­zie e per la dignità della nostra iden­tità euro­pea. Direi, infatti, che morire nel deserto invece che nel Medi­ter­ra­neo non rap­pre­senta un passo avanti né sotto il pro­filo uma­ni­ta­rio né sotto quello del con­trollo dei movi­menti migra­tori e nem­meno sotto quello della nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti con paesi così vicini alle nostre coste.

   Eppure, que­sta ele­men­tare e incon­fu­ta­bile verità sem­bra sfug­gire a tanti, a par­tire dal pre­si­dente del Con­si­glio e dal Mini­stro dell’Interno. E così, que­gli oltre 800 morti hanno pro­dotto il para­dos­sale effetto di can­cel­lare tutte le cause, lon­tane e vicine, le moti­va­zioni anti­che così come quelle con­giun­tu­rali, che indu­cono milioni di per­sone a fug­gire dal pro­prio paese d’origine. Tutto ciò sem­bra rimosso e l’intero discorso pub­blico si foca­lizza sulle stra­te­gie di con­trollo e repres­sione della mac­china cri­mi­nale che tra­sforma una gigan­te­sca tra­ge­dia umana in un affare economico.

   Ora, repri­mere il traf­fico di esseri umani è un’azione neces­sa­ria e indif­fe­ri­bile, da attuare con la mas­sima seve­rità, ma che rischia di rive­larsi cla­mo­ro­sa­mente insuf­fi­ciente. Che ne sarebbe, infatti, di quelle cen­ti­naia di migliaia di per­sone che si rivol­gono ai traf­fi­canti per tro­vare una via di fuga e un’opportunità di vita, se non adot­tas­simo stra­te­gie legali e sicure per garan­tire loro una via di sal­vezza? Quelle stra­te­gie legali e sicure sono alla nostra por­tata. Dif­fi­cili, dif­fi­ci­lis­sime, osta­co­late da mas­sicce resi­stenze poli­ti­che, e tut­ta­via le uni­che ragio­ne­voli, con­crete e pra­ti­ca­bili.

   Innan­zi­tutto VA RIPRI­STI­NATA, E NEL PIÙ BREVE TEMPO POS­SI­BILE, LA MIS­SIONE MARE NOSTRUM, con quelle stesse respon­sa­bi­lità e con quelle stesse com­pe­tenze, come ini­zia­tiva di dimen­sione euro­pea; e, dun­que, con il coin­vol­gi­mento — in risorse eco­no­mi­che, uomini e mezzi — di tutti i paesi mem­bri. Un’operazione che, come quella svolta in pre­ce­denza dalla Marina ita­liana, dovrebbe per­se­guire tre com­piti essen­ziali: inter­venti di soc­corso e sal­va­tag­gio; azioni di fil­tro sani­ta­rio e di sicu­rezza, rea­liz­zate già a bordo; misure di con­tra­sto del traf­fico di esseri umani, a par­tire dal seque­stro delle navi madre, dalla distru­zione dei bar­coni intercettati.

   È neces­sa­rio, inol­tre, RIMUO­VERE TUTTI GLI OSTA­COLI DI NATURA ESCLU­SI­VA­MENTE POLI­TICA CHE IMPE­DI­SCONO ALL’EUROPA DI GARAN­TIRE PRO­TE­ZIONE AI PRO­FU­GHI, senza che que­sti siano costretti a rischiare la vita nel Medi­ter­ra­neo e a ricor­rere ai traf­fi­canti di morte. In altre parole si deve rea­liz­zare, in tempi rapidi, UN PIANO DI «AMMIS­SIONE UMA­NI­TA­RIA», che pre­veda l’anticipazione della richie­sta di asilo già nei paesi in cui si adden­sano e tran­si­tano i flussi migratori.

   Si tratta di ISTI­TUIRE IN QUEI PAESI — lad­dove è pos­si­bile e dove già qual­cosa in que­sto senso è in atto come in GIOR­DA­NIA, LIBANO, EGITTO e nel MAGH­REB — UN SISTEMA DI PRE­SIDI REA­LIZ­ZATO DALLA RETE DIPLO­MA­TICO CON­SO­LARE dei paesi dell’Unione e del Ser­vi­zio euro­peo per l’azione esterna, insieme a UNHCR e alle altre orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie internazionali.

   QUI I PRO­FU­GHI POTREB­BERO ESSERE ACCOLTI TEM­PO­RA­NEA­MENTE per poi essere tra­sfe­riti con mezzi legali e sicuri nel paese euro­peo in cui chie­dono asilo, secondo quote di acco­glienza con­cor­date tra gli stati mem­bri. Un piano da affian­care e com­bi­nare ad altre pro­po­ste allo stesso modo con­crete e praticabili, quali il REIN­SE­DIA­MENTO, l’INGRESSO PRO­TETTO e i COR­RI­DOI UMA­NI­TARI.

   Tutto ciò è ter­ri­bil­mente arduo e richiede una vera e pro­pria lotta poli­tica a livello euro­peo. Ma è la sola alter­na­tiva a un’ecatombe senza fine. (Luigi Manconi)

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MIGRANTI, IL TRAFFICO VALE 10 MILIARDI ALL’ANNO

– La traversata costa 3 mila euro. Il doppio rispetto a quando c’era Mare Nostrum. Dall’Isis alla mafia: gli interessi in gioco –

di Francesco Pacifico, 20/4/2015, da LETTERA43.it www.lettera43.it

   C’è anche – se non soprattutto – una brutta storia di soldi dietro la morte degli almeno 700 profughi al largo di Lampedusa.    Un giro d’affari monstre che vede coinvolti nel traffico dei clandestini tra le coste del Maghreb e l’Europa le fazioni in lotta in quella parte del mondo, gli islamisti e le mafie nostrane.    Che sono riuscite, come dimostrano le inchieste di Roma Capitale, a mettere le mani anche sulla gestione e sull’assistenza degli immigrati una volta arrivati a terra.

BUSINESS IN MANO A CORPORATION CRIMINALI. Un business gestito da corporation criminali che – per quanto riguarda disponibilità finanziarie, controllo del territorio e capacità logistiche e mezzi – non hanno nulla da invidiare a una multinazionale.

  1. Il giro d’affari: 10 miliardi all’anno, un ‘biglietto’ a 3 mila euro

L’organizzazione mondiale dei migranti ha calcolato che ogni anno il trasporto dei clandestini attraverso il Mediterraneo, dai Paesi in guerra dell’Africa e del Medioriente all’Europa, vale qualcosa come 10 miliardi all’anno. Ormai è la seconda industria – dopo il commercio delle droghe e prima della vendita delle armi – per la criminalità. Anche perché un “biglietto” per i viaggi della speranza costa tra i 3 mila e i 4 mila euro. Quando era in vigore Mare Nostrum, con le navi italiane che potevano intervenire liberamente in acque internazionali, si pagava la metà.

DALLA MAURITANIA A MADRID VIA CANARIE. C’è chi ha stimato che il giro d’affari complessivo sfiori i 34 miliardi di euro, anche perché l’organizzazione offre per il triplo viaggi più comodi: in aereo da Spagna e Grecia fino al Sudamerica, dove ci sono meno controlli e da dove è più facile in futuro ritornare in Europa e con documenti falsi. Oppure i profughi vengono trasferiti in Mauritania dove, con documenti falsi, raggiungono le isole Canarie e il Marocco per poi imbarcarsi sui voli diretti a Madrid e Berlino.

  1. Il ruolo dell’Isis: dal traffico soldi freschi per la causa del Califfato

Di fronte a questi numeri è facile capire che ognuno vuole la sua parte. L’Ucrif, l’Unità centrale per la prevenzione dell’immigrazione clandestina della polizia spagnola, ha svelato in un dettagliato rapporto che l’Isis è sempre più attivo nel traffico dei clandestini. Pare che abbia riconvertito alla bisogna la sua rete di complicità per fare rientrare o uscire dall’Europa i jihadisti. Con un duplice risultato: finanziare la guerra contro l’Occidente, mescolare disperati e terroristi rendendo più difficile alle forze dell’ordine di individuare i soggetti più pericolosi. In quest’ottica va ricordato che i magistrati iberici hanno smantellato nello scorso novembre una cellula di rappresentanti dell’esercito islamico che da Madrid – era composta da sei persone, iracheni e libanesi con appoggi in Turchia e America Latina – coordinava tutto il traffico dei clandestini. Pare che in un mese avesse incassato oltre 100 mila euro, tutti girati alla causa del Califfato.

CORRIDOI ATTRAVERSO IL DESERTO. “Concorrenti” in quest’attività sono le fazioni tribali che dal centro Africa in su si fanno la guerra dopo che le primavere arabe hanno spazzato i regimi dei grandi raìs come Gheddafi e Mubarak. Esponenti poi del partito di governo Al Fatah hanno accusato quelli di Hamas di partecipare a questi traffici. Vero o falso che sia, sono stati creati corridoi attraverso il deserto per trasportare migranti provenienti dall’Asia o dal Continente nero verso il Maghreb. In questa fase molto “gettonata” la costa della Libia controllata dai miliziani.

  1. Il ruolo della mafia: sostegno agli scafisti in cambio di una percentuale

Non da meno è la mafia siciliana. La prima inchiesta che collega Cosa nostra al traffico dei clandestini è del 2011, quando vengono arrestati due pescatori siciliani, secondo gli inquirenti appartenenti al clan Brunetto e affiliati alla famiglia dei Santapaola, che avrebbero scortato alcune imbarcazioni nel Canale di Sicilia e curato lo sbarco dei clandestini nell’isola. Inchieste successive delle procure di Siracusa e Catania dimostreranno che i clan danno agli scafisti assistenza a terra e di sostegno logistico, in cambio di una percentuale sulla tratta dei disperati.

SUPPORTO SUBAPPALTATO ALLE BANDE. Negli anni la partecipazione mafiosa al fenomeno è rimasta sottotraccia, anche perché le cosche sono sempre state interessate a gestire le attività di caporalato. Ma ultimamente avrebbero subappaltato la filiera a bande di supporto in mare e sulla terraferma stranieri che operano in Sicilia. Come dimostra l’ultima inchiesta della procura di Palermo.

  1. La rete criminale: la pianificazione dei viaggi avviene a Palermo

Non è un caso se l’ultima inchiesta della Dda di Palermo sia per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. I magistrati di Catania e Agrigento negli ultimi mesi hanno raccolto testimonianze tra i sopravvissuti delle traversate che confermano la medesima pista: in Libia, Sudan, Egitto e Siria la rete criminale fa capo sempre alle stesse persone. Che operano senza scrupoli pur di intascare, per ciascun viaggio, sui 3-4 mila euro. I magistrati della Dda siciliana hanno evidenziato che i trafficanti di esseri umani non erano in Africa ma a Palermo.

«HO RACCOLTO 1 MILIONE CON L’ULTIMO BARCONE». A guidare la banda un 40enne etiope che, intercettato, si vantava con uno scafista: «Ho raccolto 1 milione di dollari con l’ultimo barcone». Era lui a pianificare e controllare che tutto andasse a buon fine nei viaggi tra i porti di Garabulli, Zawia e Zuwara fino alla Sicilia. Suo socio un sudanese che si sposta tra Khartoum e la Libia. Nella gang un 32enne egiziano, forse uno dei capi, capace di organizzare anche l’assistenza legale per gli scafisti fermati a Catania: «L’avvocato ti sta arrivando direttamente, gli sto mandando dei soldi».

  1. L’accoglienza: è il vero business, vale più del traffico

Attività borderline, che la criminalità locale preferisce dare in appalto, visto che il vero e più sicuro business è l’assistenza degli immigrati. Questo almeno provano a dimostrare i magistrati di Roma che hanno aperto l’inchiesta di Mafia Capitale e che vedrebbe coinvolti Cosa nostra, neofascisti e coop rosse. Dal brogliaccio delle intercettazioni si legge che Salvatore Buzzi, il numero uno della cooperativa 29 giugno e all’avanguardia nel reinserimento dei carcerati, dice al telefono a un amico: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati?». Per poi “rispondere”: «Il traffico di droga rende di meno».

COI MINORENNI SI FANNO PIÙ SOLDI. Buzzi si dice innocente, fatto sta che soltanto nel 2013 lo Stato italiano ha speso quasi 2 milioni di euro al giorno per garantire la prima accoglienza ai 40.244 ai migranti. Soldi che vengono girati a operatori privati, che gestiscono i 27 centri di prima accoglienza e si prendono in carico l’obbligo di fornire loro un letto, i pasti, il vestiario, i farmaci necessari e la concessione del cosiddetto pocket money (45 euro al giorno). Racconta un funzionario del ministero dell’Interno: «Pur di aumentare i livelli del loro business, si stipano quanti più migranti si può nella stessa camerata. e più ne arrivano, più restano a lungo e se sono minorenni, fanno ancora più soldi». (Francesco Pacifico)

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LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO

– Si aumentano i mezzi ma non cambiano gli obiettivi –

di Vittorio Emanuele Parsi, da “il Sole 24ore” del 24/4/2015

   La montagna ha partorito il topolino. La triplicazione dei fondi per la missione Triton, senza che la sua natura sia cambiata in una missione “anche” di assistenza ai migranti e di caccia agli scafisti, oltre che di sorveglianza delle acque dell’Unione, significa fingere di avere cambiato politica.

   Offerta di fornire navi da parte di Gran Bretagna, Germania, Spagna e Croazia, tra gli altri, ma nessuna disponibilità a farsi carico dei profughi salvati, che resteranno sul gobbo di Italia, Grecia e Malta. Un «mandato esplorativo per iniziare subito la preparazione di un’eventuale operazione Pesd» affidato al Commissario Federica Mogherini per coprire – perché questa è la sostanza – la mancanza di unità di vedute da parte dei governi dell’Unione.

   In tempi in cui le “narrative” e lo “story telling” prendono il posto dei provvedimenti concreti, dovremmo forse dirci soddisfatti, e qualcuno lo fa. Eppure erano story telling e narrativa anche la girandola di sciocchezze circolate in questi giorni, i giorni tragici che hanno seguito l’ecatombe di migranti, in cui il mare si è richiuso su quasi un migliaio di loro come le acque del Nilo si chiusero sulle schiere del faraone all’inseguimento di Mosè e del suo popolo…Ma questi disgraziati inseguivano al più un sogno, quello di un avvenire migliore: erano loro il popolo in fuga verso una terra promessa ma evidentemente la realtà è diversa dai racconti, compresi quelli dei testi sacri.

   Si è parlato, nei giorni scorsi, di bombardamento dei barconi da parte di droni, di blocchi navali, di corridoi umanitari, di enclave protette. Parole in libertà. Nessuna di queste iniziative era ed è praticabile in assenza di un commitment politico forte e concreto da parte dei governi nazionali. E di per sé, erano sostanzialmente rimedi persino peggiori dei mali che intendevano curare.

   L’Unione rinforza lo strumento, ovvero il mezzo, perché è incapace di cambiare l’obiettivo, cioè il fine, che dovrebbe perseguire. Se il vertice voleva fornire una risposta forte e immediata ai nuovi schiavisti, questa è stata: andate avanti indisturbati. Come sia possibile passare dall’idea (naif) di bombardare i barconi e togliere dalle mani degli schiavisti il loro turpe mercato alla preparazione di un documento da sottoporre alla Commissione entro giugno (sic) e pretendere di parlare di successo va, francamente, al di là dell’immaginabile.

   Un piano simile venne presentato nel 2013 e portò al varo di Triton, tanto per intenderci. Mentre nel Mediterraneo le persone affogano, a Bruxelles le misure rischiano di finire insabbiate nel pantano delle burocrazie e dello scaricabarile politico. Ancora una volta i “mai più” si sono sprecati, così come le affermazioni indignate.

   Ma per una volta l’errore maggiore non è stato quello dell’inconcludenza del Vertice di Bruxelles, ma l’aver lasciato intendere che esistessero misure efficaci e politicamente adottabili per far fronte alla situazione emergenziale. Questo era semplicemente non vero. Era solo una risposta per “trattare” la reazione emotiva dell’opinione pubblica di fronte all’orrore della strage.

   E nel farlo sono state avanzate ipotesi semplicistiche, tutte impraticabili perché violavano il diritto internazionale (blocchi navali, bombardamenti, enclave), perché erano impraticabili in assenza di una richiesta da parte delle autorità libiche (quali?), perché non consideravano le circostanze e gli equilibri politici internazionali di questa fase storica (la tensione tra Russia e Occidente), perché, infine, avrebbero esposto a rischi enormi il personale militare impiegato.

   La lezione che portiamo a casa, quindi, non è tanto e solo quella della divisione e dell’ignavia europea ma, purtroppo, quella del pressappochismo e della difficoltà dell’Italia a tessere coalizioni intorno ai propri legittimi interessi nazionali: persino quando questi sono assistiti da ottime ragioni di carattere umanitario. Sul dossier libico, né il semestre di presidenza europeo né il tributo di sangue di queste settimane sono riusciti a consentirci di spostare dalla nostra parte un numero sufficiente di consensi tale da riuscire per davvero ad europeizzarlo. (Vittorio Emanuele Parsi)

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LA MESSA IN SICUREZZA DEL NORD AFRICA PASSA PER ALGERI

– sul «fronte» libico è necessaria la collaborazione dei paesi limitrofi –

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 24/4/2015

   L’Europa e l’Africa se vogliono risolvere questa crisi umanitaria e politica legata ai migranti devono parlarsi. La Libia è un Paese di transito non di arrivo, i problemi arrivano da molto lontano sia geograficamente che nel tempo.

   Se il tuo vicino di casa ha un problema prima o poi si presenterà anche da te: i nostri confini sono affondati nella sabbia e qui si sta riversando tutto il continente alle nostre spalle», diceva quache tempo fa il ministro della Cultura Mohammed Al-Amin parlando delle infiltrazioni dei jihadisti, del caos e dell’anarchia in Libia. I migranti già da tempo salivano sui barconi impigliati come sardine nella rete degli scafisti e Al Amin, archeologo, attivista politico, con alcuni anni di carcere alle spalle nelle prigioni di Gheddafi, guardava dritto negli occhi i suoi interlocutori europei nella speranza che capissero in tempo.

   Nel suo ministero di Tripoli assediato dai miliziani mandò un ultimo messaggio: «Spero che i giovani figli della patria abbandonino i mitra e si armino di penna». Fu quasi un epitaffio sulla nazione libica ma anche sui raid aerei occidentali che avevano abbattuto Gheddafi e poi abbandonato la Libia al suo destino, insieme a un pezzo di Africa.

   Quali sono le motivazioni che spingono centinaia di persone a rischiare la vita su barconi carichi fino all’inverosimile? Dimentichiamo il concetto che l’Europa sia un Eldorado. La situazione reale è che queste persone non hanno scelta. Il concetto che si tratti soltanto di “migranti economici” non regge, sono in molti ovviamente spinti da questa motivazione ma da sola non spiega tutta la gravità della situazione.

   Le cifre del 2014, confermate anche dalle tendenze del 2015, dicono che per il 25% si tratta di cittadini siriani che fuggono da guerra e persecuzioni e che potrebbero richiedere lo statuto di rifugiati in Europa; per il 20% sono eritrei, anch’essi in fuga da persecuzioni e guerre, poi ci sono, in grande percentuale, somali e sudanesi che provengono da zone di conflitto e fortemente instabili, non da oggi ma da circa vent’anni. Nei quattro anni di guerra in Siria ci sono stati 4 milioni di profughi all’estero e soltanto 120mila sono arrivati in Europa, altri 3,8 milioni sono in Turchia, Libano, Giordania. Queste sono le cifre e la dimensione del problema.

   L’Europa, come l’Italia, è in prima linea non soltanto contro gli scafisti ma è di fronte al crollo di interi stati. Con impercettibile ma fatale ritardo riconosciamo adesso che alle nostre porte di casa ci sono guerre e conflitti civili in atto da decenni. La guerra in Somalia risale alla caduta di Siad Barre nel ’91 e da allora ci sono stati decine di tentativi di stabilizzazione ma a tutt’oggi non si è affermato nessun leader nazionale capace di creare una qualsiasi forma di governo. In Eritrea Isaias Afewerki, un tempo eroe dell’indipendenza tigrigna, si è trasformato in un dittatore che sta angariando il suo popolo e ha chiuso ogni progetto di collaborazione con l’Unione europea.

   Le stragi in Sudan e nella parte meridionale del Paese, quelle dei Boko Haram in Nigeria, il dissesto statuale del Mali, l’insostenibile povertà del Niger, non sono fattori sconosciuti ma le scosse telluriche che muovono lo tsunami dei profughi. Miseria politica e miseria economica vanno insieme, a braccetto.

   Senza la collaborazione degli stati africani, almeno di quelli ancora in piedi, non si va da nessuna parte. L’Algeria è uno di questi: la messa in sicurezza del Nordafrica e del Sahel passa per Algeri. Forse qui si sono dimenticati degli oltre 150mila morti della guerra tra regime militare e islamisti che seguì il colpo di stato del ’92 ma è proprio questa storia complessa e la posizione strategica che fanno dell’Algeria, come di Tunisia, Marocco ed Egitto, un partner fondamentale. Questi Paesi non sono dei vicini distanti ma, come diceva il ministro libico Al Amin, i loro problemi adesso sono diventati i nostri. (Alberto Negri)

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SULL’INTERVENTO DECIDERÀ L’ONU. MA C’È L’OSTACOLO DELLA RUSSIA

di Marcello Sorgi, da “la Stampa” del 24/4/2015

   Dal vertice di Bruxelles dei capi di Stato e di governo, convocato d’urgenza dopo la strage degli immigrati, per Renzi non era lecito aspettarsi molto di più del rafforzamento delle operazioni di pattugliamento dei confini Triton e Poseidon, sia in termini di fondi messi a disposizione, sia di mezzi.

   Ma a frenare qualsiasi velleità di intervento militare, o di accordi sull’eventuale ripartizione dei profughi – un milione in attesa in Libia – che stanno arrivando sulle nostre coste a ritmo mai visto prima, ci hanno pensato, nell’ordine: il governo di Tripoli, uno dei due presenti nella confusa situazione creatasi nel paese dopo la fine della dittatura di Gheddafi, che ha avvertito l’Unione che avrebbe reagito, come se si trattasse di un atto di guerra, ai ventilati tentativi di affondare i barconi destinati al traffico di immigrati; e il primo ministro inglese Cameron, che (come la Merkel) ha offerto mezzi della marina del Regno Unito per l’irrobustimento delle missioni navali, ma a patto di non trattare, né dover ricevere, alcuna quota dei migranti sbarcati.

   Inoltre, il giorno in cui Obama ha ammesso la responsabilità Usa nell’uccisione per sbaglio in Pakistan, in un attacco con droni, del cooperante italiano Giovanni Lo Porto, non era certo il più adatto per approfondire l’ipotesi di un’azione militare contro la Libia o della creazione di una forza multinazionale da inviare sul posto per cercare di fermare il traffico dei migranti. Il ritardo nella comunicazione da parte dell’amministrazione Usa della sfortunata azione con droni, avvenuta a gennaio, quando le trattative dell’intelligence italiana per la liberazione del cooperante erano a buon punto, ha subito creato polemiche in Parlamento, e il Copasir, comitato parlamentare di controllo sui servizi, ha chiesto di poter subito visionare i documenti, che Obama s’è impegnato a liberare dal segreto di Stato.

Giovanni Giancarlo Lo Porto, il cooperante ucciso in Pakistan
Giovanni Giancarlo Lo Porto, il cooperante ucciso in Pakistan

   Renzi quindi a Bruxelles ha incassato la solidarietà dei partner europei e l’impegno a moltiplicare gli sforzi per fronteggiare l’eccezionale ondata di immigrazione, ma sull’Italia continua a pesare il rischio di dover far fronte alla prima sistemazione di migliaia di immigrati, in arrivo o pronti a partire. Toccherà invece a Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, discutere in sede Onu di opzione militare. Un negoziato, è inutile nasconderlo, che parte in salita: basti pensare che nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite c’è la Russia, attualmente sottoposta a sanzioni da parte dell’Europa, e per questo non certo invogliata a dare una mano. (Marcello Sorgi)

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GRAZIE GIANCARLO

di Marco Tarquinio, da AVVENIRE del 24/4/2015

– la morte sbagliata di un uomo giusto –

   Grazie, Giancarlo, grazie, grazie. Mentre, poco a poco, raccoglievamo brandelli di notizie sulla morte nascosta, violenta e atroce di Giovanni Lo Porto – Giancarlo, per quelli che lo conoscevano e gli volevano bene -, mentre dagli Usa e dall’Italia fioccavano dichiarazioni pensose o veementi sulla tragica, fallimentare conclusione “dronica” del rapimento qaedista di questo cooperante italiano per nascita, pakistano per scelta, cittadino del mondo per vocazione, non siamo riusciti a pensare che questo – un grazie pieno di dolore, di convinzione e di luce.

Giancarlo era uno di quelli, senza grande potere, ma generosi e colti, capaci e buoni, che ogni giorno in pezzi difficili di mondo fanno tenacemente la cosa giusta per costruire un altro mondo. Era uno di quelli che fanno “dal basso”, senza tante storie, con senso della storia e della giustizia, ciò che troppi politici dei Paesi più ricchi e in pace (ma non con la propria coscienza) e troppi governanti dei Paesi più poveri e in guerra (anche con la propria gente) sanno benissimo di dover fare eppure mai si decidono a fare.

E ieri sera, a Bruxelles, tra i Ventotto, abbiamo avuto l’ennesima prova che si sono incrinati appena dure miopie e grevi egoismi. Giancarlo, invece, era uno di quelli che lavorano sul serio per smontare le fabbriche della disperazione, per fermare le catene di montaggio degli sradicamenti e delle fughe di milioni di uomini e di donne dalle proprie patrie, per interrompere i “rifornimenti umani” alle fabbriche della morte (e della xenofobia) che i malpensanti e malcomiziantì di mezzo mondo chiamano, con disgusto, i «flussi migratori clandestini».

Ecco. In questo giorno di lutto e di domande inquietanti che reclamano risposta (perché l’« errore»? perché tre mesi di silenzio Usa?), in queste ore di tardive scuse, di emozionate condoglianze, di indignazioni impazienti, di inevitabili angosce e di trattenute grida, sarebbe importante riuscire a sentire e capire tutti insieme, da Barack Obama e Matteo Renzi a ogni cittadino semplice di qualunque Paese e soprattutto del nostro, che il mondo reale e giusto è quello di Giancarlo e non quello dei jihadistì sanguinai! e ciechi e dei droni letali e, spesso, altrettanto ciechi.

Serve capirlo, dirlo e ripeterlo proprio oggi, in cui il trionfo della logica della guerra appare totale. Proprio oggi che rivela la sua potenza ammazzagiusti l’ultima versione di una tenaglia antica e feroce – la lama elementare e spietata del fondamentalismo religioso e politico islamico e la spada tecnologica e inflessibile della reazione occidentale.

Proprio così- bisogna saper vedere e riconoscere – e, con questa consapevolezza, decidere di essere conseguenti – che il mondo reale e giusto è quello di Giancarlo, e dei suoi fratelli, e delle sue sorelle. E il mondo di “quelli che cooperano” alla dignità degli uomini e delle donne, ovunque siano nati, e soprattutto se sono nati nella parte sbagliata di una Terra che è diseguale solo perché gli esseri umani la rendono tale.

   È il mondo di “quelli che cooperano” allo sviluppo integrale dell’umanità, e che non è reso meno reale e meno giusto neppure dai vermi che – come nella Roma di “mafia capitale” – provano a divorarne il cuore. È il mondo dei giusti, che i fanatici di ogni risma (e gli sciocchi che s’intruppano nel campo d’odio che quei fanatici a tutti vogliono riuscire a imporre), non intendono veder crescere e che combattono, intimidendo, sequestrando, uccidendo.

   E il mondo dei giusti non è il mondo dei droni, di questi droni. Perché non basterà mai «bombardare» per «fermare» davvero il male, e per sanarlo. Chi non avesse ancora capito questa parola di papa Francesco, ora può forse comprenderne meglio la verità e la profondità.

   Grazie. Grazie a Giancarlo-Giovanni Lo Porto. Per la vita che ha accompagnato e reso migliore, e per la vita che ha dato. Grazie, persino per la sua morte sbagliata. Grazie, perché, comunque la pensasse, è stato un uomo che “respirava cristiano” e che ha insegnato a uomini come lui a respirare liberamente e degnamente. C’è da sperare che nella sua Palermo, e non solo, gli intestino presto una scuola, non solo una via. Meglio un luogo dove s’impara il domani. (Marco Tarquinio)

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IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015

– Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” –

   I flussi migratori non si fermano. Al massimo si deviano.

   A meno di non ricorrere alla forza, per esempio costruendo il Muro di Berlino. Fortificando la frontiera fra Stati Uniti e Messico con tecnologie d’ultima generazione. Salvo scoprire che prima o poi anche i muri crollano e i confini impenetrabili si svelano porosi.

   Quando affrontiamo l’emergenza Libia dobbiamo partire dall’esperienza storica. Da cui deduciamo che in attesa di ristabilizzare quel paese e spegnere i focolai di guerra accesi attorno ad esso, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Levante al Golfo Persico, avremo a che fare per il tempo prevedibile con masse di donne, uomini e bambini (molti non accompagnati) in caccia di speranza. Sinonimo, per loro, di Europa.

   Questo dramma occuperà il resto delle nostre vite. Va dunque gestito, con speciale urgenza e cura. Ma senza illudersi di risolverlo con la forza. Se provassimo a farlo, lo renderemmo ingestibile. Otterremmo di moltiplicare le vittime, non di ridurle. Non ci sono scorciatoie militari – blocchi navali, aerei o terrestri – a meno di rioccupare la Libia.

   Si possono e si debbono impiegare alcuni vettori di forza, come già facciamo in alto mare, per salvare vite umane e bloccare qualche scafista. Si possono concepire operazioni coperte affidate a forze speciali, come facemmo vent’anni fa in Albania, quando gli incursori del Comsubin affondarono nottetempo decine di gommoni della morte nei porti di partenza, con il consenso del governo locale e senza che il nostro si affrettasse a comunicarlo. Si può financo pensare di bombardare i barconi prima che si riempiano di potenziali vittime. Ma sono cose che prima si fanno, poi eventualmente si annunciano.

    Ormai è tardi. Operazioni di questo genere comporterebbero più rischi che opportunità, visto che sono state evocate in pubblico dai nostri stessi governanti, così permettendo ai mercanti di carne umana di prendere le contromisure. O vogliamo rischiare che una delle nostre (poche) bombe “intelligenti” faccia una strage pensando di affondare un peschereccio dal ponte sgombro ma dalla stiva piena di migranti?

   Diversi anni fa, alcuni analisti della nostra intelligence militare, alla ricerca della “soluzione finale” di un problema che allora cominciava ad affacciarsi sui media, ne proposero una davvero finale: l’Italia e l’Occidente dovevano impegnarsi perché l’Africa subsahariana restasse in povertà assoluta – Quarto Mondo, non Terzo – perché solo la mancanza del denaro necessario ad affrontare il viaggio della speranza attraverso deserti e mari ci garantiva del fatto che nessuno ci avrebbe provato. Per fortuna il documento filtrò oltre le maglie del segreto e fu opportunamente cestinato. Ma è bene non dimenticarsene, per capire a quali nequizie può giungere la nostra ossessione securitaria, rivelatrice d’una radicata insicurezza.

   Certo, il governo è sotto pressione. È scattata la sindrome del “bisogna fare qualcosa”, contro la quale lo stesso Obama – teorico (non sempre pratico) del don’t do stupid things – ha messo in guardia Renzi. In chiaro: intervenire stivali su terra nella guerra di mafie che sta infestando l’ex Libia, spazio di nessuno conteso dai clan indigeni e dai loro sponsor esterni (Egitto ed Emirati Arabi Uniti in testa, sul fronte cirenaico, Qatar e Turchia in secondo piano, su quello tripolitano), è follia che ci viene sconsigliata dall’alleato di riferimento. Anche perché, stanti le risorse a disposizione delle nostre Forze armate e di quelle degli eventuali “volenterosi” associati, europei e arabi, presto dovremmo rivolgerci agli americani per carenza di mezzi, benzine e munizioni.

   Ma la situazione in Libia è talmente degenerata, e i nervi dei decisori, su entrambe le sponde del Mediterraneo, sono così sollecitati da rendere possibile un intervento “accidentale”, per esempio in risposta a un attentato terroristico in Europa. Magari firmato Stato Islamico, anche se chiunque frequenti la Libia sa che il “califfo” non ne controlla che qualche caseggiato a Derna e dintorni. Decapitandovi quanti più cristiani possibile, nella speranza di attrarci sul suo terreno.

   Sotto il capitolo “gestione della crisi” si possono invece promuovere azioni utili ad alleviare la pressione migratoria. E soprattutto a proteggere la vita di chi fugge dalle guerre. Per esempio: convincere, mettendo mano al portafoglio, i pochi Stati più o meno agibili che ancora esistono lungo la frontiera Sud del Mediterraneo ad accogliere in centri umanamente decenti alcune decine di migliaia di migranti, dei quali una buona parte saranno rifugiati ai quali dovremo garantire il diritto di venire ordinatamente da noi. Anche andando a prenderli, usando mezzi e modi civili. Con la Tunisia lo stiamo provando, con l’Egitto l’abbiamo tentato, per ora senza successo. Naturalmente i costi saranno da condividere con gli altri europei, se vorranno cessare i ciechi esercizi di taccagneria in cui si sono finora esibiti.

   Alla fine, non potremo però sfuggire al dovere di accogliere.

   Se esistono ancora dei valori europei, se l’Unione Europea non è solo una parola vuota o il nome contemporaneo dell’ignavia, e se questa Europa vuole avere un posto nel mondo, noi i profughi li ospiteremo. E li tratteremo come si deve a chi soffre anche per causa delle nostre incursioni armate in terre che non ci appartengono più, ma verso le quali esibiamo talvolta patetici riflessi neocoloniali, ribattezzati “guerra al terrorismo”.Un continente di mezzo miliardo di anime può attrezzarsi per riceverne nel tempo un milione e anche più, distribuendo concordemente lo sforzo sulle spalle di ciascun paese in proporzione alle sue risorse.

   L’alternativa è essere inghiottiti dalla marea che si vuole respingere. (Lucio Caracciolo)

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PROFUGHI NEL MEDITERRANEO, CHI SONO, QUANTI SONO, DA DOVE VENGONO E QUANTI NE MUOIONO

21/04/2015 – dalla Redazione di www.giornalettismo.com/

– I dati di Frontex e Onu sulla crisi umanitaria del Mar Mediterraneo –

   Un’emergenza umanitaria dai numeri drammatici. A causa delle guerre in Siria e Libia, così come dai conflitti presenti in numerosi altri Paesi africani e mediorientali, la pressione migratoria si è moltiplicata. Ecco alcuni numeri e dati sulla crisi umanitaria che da ormai diversi anni ha reso drammatico il conto dei morti nel Mar Mediterraneo.

I NUMERI DEI PROFUGHI – Nel 2010 in Europa erano arrivati solo 10 mila persone attraverso il Mar Mediterraneo, diventate circa 70 mila nel 2011, durante la Primavera araba. Nel 2012 i rifugiati che scappano sui barconi sono cresciuti a 22 mila, poi aumentati a 60 mila nel 2013 secondo i dati di Frontex. La crisi umanitaria è esplosa nel 2014, con l’acuirsi delle tensioni in Africa e Medio Oriente. Nel 2014 sono arrivati più di 218 mila profughi dal Mar Mediterraneo, più del triplo rispetto all’anno precedente, un numero destinato a crescere quest’anno. Al momento si possono fare solo stime, ma pare possibile che si superino le 500 mila persone in arrivo dalla Libia.

LE 5 VIE DEI PROFUGHI – Secondo Unhcr più della metà dei profughi arrivati

in Europa dal Mar Mediterraneo proviene da Siria e Eritrea. I Paesi di origine si differenziano dalle vie seguite da chi scappa dall’Africa e dal Medio Oriente. Frontex raggruppa in 5 le vie seguite dai viaggi dei profughi. Il Mediterraneo centrale: la maggior parte dei profughi è arrivata dal Mediterraneo centrale. La via seguita dalle imbarcazioni parte dall’Africa settentrionale, di solito dalla Libia, e conclude il suo percorso in Italia o a Malta. Nel nostro Paese nel 2014 sono arrivati più di 170 mila profughi,di cui 40 mila siriani, e più di 33 mila eritrei secondo i dati di Frontex. Numeri triplicati rispetto all’anno scorso. A marzo del 2015 invece i siriani non erano più tra i primi tre gruppi di provenienza dei profughi. Al primo posto ci sono migranti dal Gambia, poi da Somalia e Senegal. I flussi migratori cambiano spesso, di anno in anno. Nel 2011 erano arrivati quasi 30 mila tunisini in Italia dopo lo scoppio della rivoluzione che travolse il regime di Ben Alì. La stabilizzazione successiva ridusse drasticamente il numero degli arrivi. La maggior parte dei profughi sono uomini, e in Italia nel 2014 sono stati contati più bambini che donne. La metà dei piccoli è scappata da solo, senza l’accompagnamento dei genitori. Dal Mediterraneo alla Puglia e alla Calabria: un’altra via seguita dai profughi è seguita dai profughi che arrivano in Puglia e Calabria attraverso imbarcazioni partite da Turchia e Grecia. Nel 2013 Frontex ne aveva conteggiati poco più di 5 mila, ma ora questi profughi sono raggruppati all’interno degli arrivi totali in Italia e Malta, ovvero attraverso la via del Mediterraneo centrale. Questa rotta è giudicata più sicura da Frontex rispetto a quella che parte dalla Libia. La maggior parte dei profughi arrivati in Puglia e Calabria provenivano dalla Siria, ma tra di loro c’erano anche molti pakistani e migranti provenienti dal Pakistan.

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Strage Migranti, il piano dell’Unione Europea Il Mediterraneo orientale: la via del Mediterraneo orientale è la seconda più solcata dai barconi che trasportano i profughi. Nel 2014 più di 50 mila persone sono arrivate da Turchia e altri Paesi dell’area in Grecia, e in misura molto inferiore in Bulgaria e a Cipro. Nel 2014 c’è stato un aumento della presenza dei richiedenti asilo pari al 280%. L’aumento dei viaggi in barca verso la Grecia è stato favorito dalla costruzione di numerose recinzioni ai confini con la Turchia. La maggior parte dei profughi che percorre la via del Mediterraneo orientale proviene dalla Siria, circa 31 mila nel 2014, e dall’Afghanistan, quasi 12 mila. Il Mediterraneo occidentale: un’altra importante via solcata dai profughi è la rotta che porta dall’Africa settentrionale alla Spagna. Nel 2014 la via del Mediterraneo occidentale è stata percorsa da 7842 persone secondo Frontex. I camerunensi sono il primo gruppo per Paese d’origine su questa tratta, seguiti da algerini e profughi dal Mali. Frontex computa in questo dato anche coloro i quali entrano nell’UE attraverso le enclavi spagnole di Melilla e Ceuta. Dal 2014 però arrivano molte più persone via mare, come riscontrato anche sulle altre vie del Mediterraneo. Dall’Africa occidentale alle Canarie: la via del mare meno solcata dai profughi è l’unica che non appartiene al Mediterraneo. Nel 2014 solo 276 persone sono arrivate nell’UE partendo dalle coste dell’Africa occidentale per sbarcare alle Canarie. La maggior parte di questi profughi proveniva da Marocco, Guinea e Senegal.

IL CONTO DEI MORTI –  Secondo i dati di Frontex e Onu i profughi arrivati in Europa dal Mediterraneo sono stati 218 mila. Le persone annegate sono state 3500, quindi più di un centesimo. Nel 2015 sono già sbarcati 35 mila profughi dall’Africa settentrionale, e la stima dei morti annegati è di circa 1600, quindi quasi un cinquantesimo. Quest’anno il numero dei morti sembra essersi triplicato, e questo computo è stato ancora prima della tragedia dei giorni scorsi dove dovrebbero essere morte 700 o 800 persone.

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LO SCRITTORE CERCAS: “BASTA UMILIAZIONI, SIAMO TUTTI MIGRANTI”

intervista di Omero Ciai, da “la Repubblica” del 24/4/2015

È SEMPLICE capire: dovremmo provare a metterci dall’altra parte — dice lo scrittore spagnolo JAVIER CERCAS — , immaginare di essere noi quei ragazzi, quei padri, quelle donne incinte che attraversano il mare. Perché TUTTI SIAMO EMIGRANTI. Siamo stati migranti o lo sono stati i nostri avi, i nostri genitori, i nostri nonni. Migranti dalla povertà, dalle guerre, alla ricerca di una esistenza migliore. L’ho fatto una volta a Tijuana, l’ultima città messicana di fronte a San Diego, ho immaginato di attraversare la frontiera fra il Messico e gli Stati Uniti. Quella è la più grande linea di confine fra il primo e il terzo mondo. La nostra, quella europea è la seconda. A Tijuana all’improvviso tutto ti diventa chiaro. Il senso di umiliazione per chi si avvicina al Muro che hanno eretto è tremendo, sconvolgente. Ma è anche dove comprendi che la disperazione non si ferma di fronte a nessuna barriera. Che il desiderio di una vita migliore per sé, e soprattutto per i propri figli, è nella nostra natura, lo portiamo nel Dna».

Che impressione le fanno i barconi che solcano il Canale di Sicilia?

«Quello che è accaduto è spaventoso e di fronte ad un fatto orribile come la morte di 900 persone inghiottite dal mare è necessario trovare delle soluzioni. Altrimenti siamo complici. E questo non vuol dire porre la questione in termini sentimentali o emotivi ma in termini reali. Ogni giorno c’è gente che muore cercando di entrare in Europa. Ogni giorno. Nei mezzi di comunicazione, com’è inevitabile, se ne parla soltanto quanto il numero delle vittime diventa mostruoso, inaccettabile. Quando muoiono 5 o 10 non succede nulla».

Cosa dovrebbero fare le istituzioni europee?

«L’Europa non può permetterlo. Non può essere soltanto un mercato, deve essere anche un’idea, un concetto politico, sociale, umano. È un’idea di inclusione, un’idea di dignità. Se non siamo capaci di costruire uno spazio di dignità in questo mondo, non vale neppure la pena perseguire l’idea dell’Europa unita. Non si può solo rattoppare, pensare soluzioni provvisorie e precarie, servono soluzioni definitive».

Aprire le frontiere sarebbe una soluzione?

«Aprire le porte a tutti in modo disordinato è impossibile e ci getterebbe in un caos. Ma è anche falso credere che con politiche di controllo più severe si possa fermare l’onda. C’è un refrain spagnolo che dice: ‘Non si possono mettere le porte a un campo aperto’. E chi non ha nulla non ha nulla da perdere, cantava Bob Dylan. Non puoi fermarlo. Devi accoglierlo. Per quanto dure possano essere le tue misure contro di lui non potrai impedire che arrivi qui. L’unica cosa che puoi fare è regolare questa migrazione, governarla. Vengono e verranno se noi lo vogliamo ma anche se non lo vogliamo ».

Come si fa?

«L’emergenza migranti non è un affare aneddotico, è una grande crisi da affrontare e continuerà ad esserlo per molto tempo. Ma come nel caso della Grecia, l’Europa non si prende sul serio: non esiste una politica economica e neppure una politica estera comune. Non può essere un problema dell’Italia oggi, della Spagna domani o di Malta dopodomani. Quante persone devono ancora morire per la nostra incapacità di un agire comune? Nulla può fermare le migrazioni, si possono solo affrontare e gestire con dignità e razionalità». (Omero Ciai)

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“CI SIAMO ILLUSI DI ESSERE UNA FORTEZZA. ORA L’EUROPA AGISCA PER AIUTARE CHI FUGGE”

Intervista ad Olivier Roy – di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 22/4/2015

PARIGI – «L’EUROPA ha fallito due volte: si è illusa di poter rendere ermetiche le proprie frontiere e ha abbandonato una politica estera comune nei confronti del sud del Mediterraneo». E’ severo il giudizio dell’orientalista Olivier Roy. Lo studioso dell’Islam, professore all’Istituto universitario europeo di Firenze, non critica solo il naufragio morale ed etico di un’Unione che rinnega i suoi valori, ma denuncia anche la perdita di una visione di quella culla della civiltà che è il Mare nostrum, ora trasformato in un immenso cimitero.

   La crisi del controllo dei flussi migratori, spiega Roy, mostra tutti i limiti della governance dell’Europa.

   «La soluzione per evitare nuovi drammi è soprattutto politica. Bisogna agire per stabilizzare la Libia e costruire accordi bilaterali con tutti gli altri paesi della regione».

L’Europa avrà finalmente il coraggio di fare qualcosa?

«Di sicuro l’Italia non deve essere lasciata da sola anche perché solo con un coordinamento europeo potranno essere evitati nuovi drammi. Inoltre dobbiamo evitare inutili confusioni. Le immigrazioni massicce non vengono dai paesi della riva sud del Mediterraneo, dal Marocco all’ Egitto. Pochi migranti provengono da questi paesi. C’è un flusso di rifugiati che transita da queste coste ma arriva da altri paesi in guerra, come la Siria, e che si candida all’asilo politico. E poi ci sono i migranti di altre nazioni africane, in fuga dalla povertà. Per loro, nel breve periodo c’è poco da fare».

Alla fine tutti però cercano di passare dalla Libia?

«L’anarchia politica a Tripoli favorisce l’immigrazione verso l’Europa. Piaccia o non piaccia è così. Guardiamo ai fatti. Se l’obiettivo è ripristinare la frontiera libica occorre ricreare un governo stabile a Tripoli. E quindi non è una faccenda che si risolve in poche settimane. Purtroppo ci potranno essere altre tragedie in mare nel breve periodo».

E’ quello che propone il piano dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini?

«Il piano di Mogherini per la Libia tenta di promuovere la riconciliazione nazionale. E’ una strada percorribile solo se c’è accordo tra le parti. Al momento non c’è. Gli egiziani appoggiano il governo di Tobruk che non vuole fare accordi. Anche le frange dell’Is presenti in Libia non hanno nessuna intenzione di sedersi a un tavolo dei negoziati. Parlare di riconciliazione nazionale in Libia è solo una belle speranza. Al momento non ci sono neppure le premesse».

L’alternativa è l’intervento militare?

«L’Egitto e l’Arabia Saudita spingono sui nostri governi affinché ci sia un sostegno militare al governo di Tobruk contro Tripoli per riconquistare la Libia. Sarebbe un’operazione molto rischiosa e il pericolo di ritrovarsi impantanati in una guerra civile è alto. Nel contesto attuale è difficile scegliere un campo contro l’altro, anche perché ci sono varie sfumature all’interno dei vari gruppi e non si può fare una distinzione netta tra “buoni” e “cattivi”».

II dramma di domenica scorsa sta provocando una presa di coscienza?

«La pressione dell’opinione pubblica sui governi è costringere i leader ad agire. Ma non è certo un’agenzia come Frontex, con pochi mezzi, che può assicurare un controllo della riva sud del Mediterraneo. Nell’immediato l’unico sistema per fermare nuovi naufragi sarebbe creare un blocco marittimo intorno ad alcuni porti libici».

Come dovrebbe essere fatto questo blocco?

«Intanto, cercando accordi con gruppi locali. E poi creando una task-force europea in mare. Una flotta che possa impedire ai barconi di salpare in mare, pattugliando le acque territoriali libiche. Equivale ad avanzare la frontiera dell’Ue, con problemi tecnici e di diritto internazionale. E’ un atto di guerra, ma meno rischioso per l’Europa dal punto di vista militare».

Per i migranti non sarebbe lo stesso pericoloso?

«E’ solo un modo di allontanare il problema, senza risolverlo davvero. L’alternativa sarebbe aprire le frontiere, ma è una soluzione che nessun governo vorrà mai fare, a causa delle forze populiste e xenofobe presenti in molti paesi. La verità è che l’Europa non potrà mai diventare una fortezza. Può cercare di controllare, limitare l’arrivo di nuovi migranti. Ci può essere una migliore distribuzione tra i paesi dell’Ue. Ma non si possono erigere dei muri in mezzo al mare».

Perché questa incapacità di creare una politica europea per il Mediterraneo?

«Si era parlato qualche anno fa dell’Unione del Mediterraneo. Erano solo parole, non significava niente. L’unica cosa che vale è avere un approccio geopolitico rispetto a quello che sta accadendo nella regione, lanciando una cooperazione concreta con i vari paesi. I paesi arabi non possono essere trattati come un gruppo omogeneo. Bisogna trattare in modo bilaterale con ogni governo. Non ci sarà mai un unico interlocutore». (Anais Ginori)

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APPELLO DI ONG E INTELLETTUALI :”APRIAMO LE FRONTIERE PER RILANCIARE L’ECONOMIA”

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 23/4/2015

– Dalla Francia all’Italia c’è un fronte pro-liberalizzazione “Nessun blocco fermerà chi è pronto anche a morire” – AMNESTY chiede il lancio di un’operazione per salvare vite umane in mare con navi, aerei e altre risorse che vengano impiegate dove le vite sono in pericolo –

PARIGI – Tra le tante soluzioni per evitare nuovi naufragi di migranti ce n’è una di cui si parla poco: APRIRE LE FRONTIERE.

   Secondo alcuni ricercatori universitari è il rimedio più ovvio (ma anche impopolare ) per rendere meno caotico e drammatico l’afflusso dei migranti. «Liberalizzare gli ingressi in Europa permetterebbe di eliminare altre tragedie in mare» spiega François Gemenne, ricercatore che partecipa al progetto MobGlob che da anni lavora sulla gestione dei flussi migratori.

   La «guerra contro i trafficanti di uomini», come ha detto ieri Matteo Renzi, sarebbe così vinta senza troppi sforzi. II collettivo francese ha studiato vari casi, dalla frontiera tra Stati Uniti e Marocco a quella tra Cina e Giappone, arrivando a una conclusione: NIENTE E NESSUNO PUÒ DAVVERO FERMARE CHI È DETERMINATO A PARTIRE.

   «Le migrazioni hanno cause strutturali. Inoltre, i migranti sono persone pronte a rischiare la vita, come abbiamo visto negli ultimi anni» continua Gemenne che con altri colleghi ha stilato un rapporto denso di cifre ed esempi, tra cui l’apertura del confine tra India e Nepal.

   «Contrariamente a quel che si pensa — spiega — l’esperienza insegna che non c’è un aumento dei flussi, ma solo una migliore circolazione dei migranti tra paesi. L’ipotesi di MobGlob non è stata neppure evocata nel vertice europeo di oggi a Bruxelles.

VALDESI E S.EGIDIO. Un canale dedicato per OTTENERE VISTI PER MOTIVI UMANITARI. La proposta sarebbe finanziata con l’8×1000 della Chiesa valdese e di Sant’Egidio. EMERGENCY propone nuove misure per accoglierei migranti che attraversano il Mediterraneo e l’apertura di un corridoio umanitario.

   Eppure c’è ormai un vasto dibattito, tra università e ong, che promuove l’idea di abbandonare la difesa di una “fortezza” che si rivela inefficace (solo nel 2014 l’afflusso di migranti è aumentato del 153%) oltre che fatale per migliaia di migranti.

   L’urgenza è fare qualcosa. In un appello congiunto molte ong, tra cui OXFAM ITALIA, SAVE THE CHILDREN, ARCI e FOCSIV, hanno ribadito la richiesta di UNA NUOVA MISSIONE DI SALVATAGGIO “MARE NOSTRUM” EUROPEA, la sospensione del regolamento di Dublino ( che prevede la domanda d’asilo nel paese d’ingresso) e il reinsediamento dei migranti beneficiari di protezione internazionale. La federazione delle Chiese evangeliche e la Comunità di Sant’Egidio propongo invece di autofinanziare, attraverso l’8 per mille, un corridoio umanitario tra Marocco e Italia.

   Ma secondo alcuni specialisti è inutile inseguire aggiustamenti di un sistema che ha dimostrato di non funzionare. L’apertura dei confini dell’Ue può sembrare una provocazione o una bella utopia. «Sarebbe invece il discorso economicamente e tecnicamente più saggio e lungimirante», dice Gemenne. II Vecchio Continente ha una demografia in declino, molte imprese sono alla ricerca di lavoratori che non trovano e gli Stati non sanno come sarà finanziato tra qualche decennio l’equilibrio previdenziale.

   OXFAM ITALIA Long chiede all’Ue di avviare una operazione di ricerca e salvataggio con il mandato del soccorso e della protezione dei migranti in mare. Tra gli studiosi dell’immigrazione c’è anche chi propone di aprire le frontiere ma organizzando dei visti a pagamento. E’ quello che hanno concluso in un rapporto Emmanuelle Auriol dell’Ecole d’économie di Tolosa e Alice Mesnard della City University di Londra. I visti pagati dai migranti (e in Italia che potrebbero essere finanziati con l’8 per mille alle associazioni che lo gestirebbero, sarebbe una nuova fonte di entrata nelle ra’ se degli Stati europei, da reinvestire in sussidi e aiuti ai cittadini europei. Un modo di rendere, forse, più accettabile il progetto di liberalizzazione.

   “Purtroppo l’agenda politica dei nostri governi è ostaggio delle forze xenofobe e populiste, senza un minimo ragionamento concreto e fattuale”conclude il responsabile del collettivo MobGlob. A Bruxelles oggi si parlerà invece di blocchi navali, aumento di pattugliamenti in mare, droni per neutralizzare i barconi prima che possano salpare. Una “guerra” che nessuno sa quando e se sarà mai vinta. (Anais Ginori)

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LA ZONA GRIGIA CHE L’EUROPA NON VUOL VEDERE

di Gianni Riotta, da “la Stampa” del 27/4/2015

   Migliaia di studenti tedeschi marciano a Berlino chiedendo solidarietà e giustizia per immigranti e rifugiati. Lo striscione del pacifico corteo annuncia «Oggi Lezione di Diritto Politico» e, figli dell’era globale e social, i ragazzi intonano in inglese «Canta forte e sostenuto, il rifugiato è benvenuto».

   A 70 anni dalla fine della guerra mondiale, grazie a loro, la Germania torna leader spirituale d’Europa, un giorno di Romanticismo. Gli studenti di Berlino ripropongono la domanda del Santo Padre: «Che fare?», davanti alla biblica ondata di migrazione, due-tre milioni di esseri umani, che guerre, carestie, clima, sogno di vita migliore, spingono da Africa e Medio Oriente al largo nel Mediterraneo.

   Se accendete un talk show o un sito web, gli slogan, fast food del pensiero, sono serviti: Bombardare, Blocco navale, Tolleranza zero per gli illegali, Accogliere tutti, Schiudere le frontiere, Compassione contro profitti.

   Nella realtà, invece, non esiste soluzione unica, diretta, solo piani complessi e difficili. Il «blocco navale militare», per esempio, sarebbe illegale, impossibile da attuare e innescherebbe ammutinamenti nella Marina davanti all’ordine di sparare contro la legge del mare.

   La dimensione tragica deve restare punto di partenza, nel 2014 3000 annegati, nel 2015 almeno 1500, in 16 mesi tre Titanic naufragati sulle nostre coste.

   L’Europa insiste «il controllo delle frontiere è responsabilità nazionale» e bissa la squallida performance degli Anni Novanta con la guerra nei Balcani. Ogni Paese fece i propri interessi, lasciando marcire le deportazioni, finché gli Usa non intervennero.

   Le carte, gli appelli, la retorica dell’Unione, grondano compassione, solidarietà, benevolenza. Gli intellettuali, a destra e sinistra, sono lesti a condannare gli americani per il muro nel deserto messicano e i milioni di clandestini, ma dimenticano la realtà. 41,3 milioni di emigranti vivono in America, record storico; un emigrante su cinque al mondo, il 20% del totale, sbarca negli Usa che hanno solo il 5% degli abitanti della Terra; gli emigranti sono 13% dei 316 milioni di cittadini Usa, con i figli arrivano a 80 milioni, 25% della popolazione.

   Gli Usa si dilaniano sul tema, la riforma dell’emigrazione è campo di battaglia nella corsa alla Casa Bianca 2016, l’Europa è inerte Ponzio Pilato. Spera, come davanti a Milosevic, al fondamentalismo islamico, a ogni emergenza, che anche la tragedia emigrazione venga infine assorbita da una pubblica opinione estenuata da anni di crisi economica.

   Contro quest’inerzia, politica e morale, protestano i ragazzi di Berlino, avanguardia della generazione Erasmus, pur consapevoli che la Germania accoglie più rifugiati di tutti nell’Unione. Una strategia geopolitica è indispensabile contro la calamità geopolitica che mette in marcia quelli che un tempo Frantz Fanon chiamava «Dannati della Terra».

   Per disegnarla servono lo sforzo congiunto, la fantasia, di politici, urbanisti, economisti, diplomatici, Difesa, uomini di fede. Servono sì azioni militari, sul modello della campagna che ha ridimensionato i pirati del Corno d’Africa, raid contro il racket, contro le milizie che li proteggono, contro i banditi-guerriglieri-terroristi che li scortano nel deserto, contro i porti del traffico, anche con droni, per dare il senso che l’Ue fa serio.

   Ma in parallelo serve un Piano Marshall, dal respiro decennale, in cui coinvolgere altre potenze – per esempio la Abii, Banca di sviluppo asiatico promossa dalla Cina che può intervenire nel Medio Oriente – dando alternative alla rotta disperata dei gommoni.

   Gli Usa destinarono al Piano Marshall il 4% del loro Pil: noi quanta ricchezza siamo disposti a investire per la pace del Mediterraneo? Si mette in mare il ceto medio africano, depauperando la classe dirigente locale e rallentando la positiva crescita del continente che, non dimenticatelo, il Fondo monetario calcola nei Paesi del sub Sahara al 5% nel 2014 e 5,75% nel 2015.

   Blitz e piani di crescita non fermeranno però le ondate e lì l’Europa deve stimare gli ingressi, razionalmente, senza alzare i già rabbiosi umori populisti. Illudersi che siano l’Onu o gli americani a risolvere per noi il dilemma è ipocrita.

   Quando rileggiamo, nel 2015 le memorie 1945 di padri e nonni, vediamo amaro il ricordo «di chi restava a guardare», davanti ai treni piombati verso i lager, ai rastrellamenti, ai comizi dei dittatori, alla raccolta delle vittime. Indignarsi è facile per noi nel tinello del XXI secolo, opporsi a mani nude alla violenza richiede coraggio fuori dal comune. I libri che diamo in lettura agli scolari deprecano gli ignavi di allora: e noi?

   L’Europa decida quel che vuole, per calcolo elettorale, convenienza del momento, paura di agire, egoismi. Ma tutti saremo giudicati con la stessa severità con cui Primo Levi inchiodava «la zona grigia» dei lager tra vittime e oppressori. Il prossimo Titanic che scomparirà nelle acque delle vacanze, mentre ci commuoviamo cambiando canale senza far poi nulla, ci renderà «zona grigia». Non aspettiamoci dunque pietà da chi ci giudicherà. (Gianni Riotta)

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LA BUROCRAZIA UE PER GLI IMMIGRATI COSTA PIÙ DI TRITON – COSÌ FRONTEX PER I SUOI EUROBUROCRATI SPENDE 37 MILIONI: COME TRITON IN 1 ANNO

di Errante e Ventura, da “il Messaggero” del 27/4/2015

– Le 32 agenzie europee decentrate in 15 anni hanno quadruplicato i dipendenti: da 1.686 nel 2000 a 6.050 oggi – All’agenzia Ue incaricata di gestire l’emergenza migranti stanziati 20 milioni solo per il personale – Tra gli altri organismi, l’Easo mette a bilancio 12 mila euro per «contatti sociali tra lo staff» – La burocrazia della Ue brucia fra un terzo e metà delle risorse in rapporto alle spese operative – Eppure, sul fronte immigrazione, l’Italia ha dovuto faticare per avere uno stanziamento aggiuntivo per l’operazione Triton –

   L’Europa? Un dispendioso carrozzone burocratico. I numeri parlano da soli. Il personale delle agenzie europee decentrate, che 15 anni fa erano 12 e oggi sono 32 con sedi nei diversi Paesi, è passato da 1.486 unità nel 2000 a 6.050 nel 2013. Quadruplicato. La macchina amministrativo della Ue brucia fra un terzo e metà delle risorse in rapporto alle spese operative.

   Eppure, l’Italia ha dovuto faticare per ottenere uno stanziamento aggiuntivo ai “miseri” 2,9 milioni al mese destinati a Triton, l’operazione di pattugliamento delle frontiere marittime sotto l’ombrello di Frontex, l’agenzia che vigila sulle frontiere esterne.

   Questa e altre strutture si occupano di immigrazione, aiuti umanitari e sostegno all’asilo politico. Addirittura, il budget del Dipartimento “Echo” della Commissione, per l’assistenza umanitaria e la protezione civile, ammonta da solo a oltre 1 miliardo e 300 milioni di euro distribuiti a una miriade di Organizzazioni non governative e organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite.

   Nella previsione di bilancio di Frontex per il 2015 si sottolinea che il rapporto tra spese amministrative e operative sarà di 28 e 72 per cento. In un’interpretazione benevola arriverebbe a 84/16 per cento. Ma quanto c’è di «amministrativo» nelle spese che compaiono come operative? La realtà è che per uno staff di 317 persone, la spesa relativa al personale nel 2014 ammonta a 20 milioni e 472mila euro, a cui vanno aggiunte le «altre spese amministrative», 12 milioni e 590mila (comprensivi di oltre 5 milioni di affitto, sede in un grattacielo di Varsavia, 1 milione più che nel 2012). E fanno quasi 33 milioni.

   Se si sommano oltre 4 milioni e mezzo per non meglio precisate «relazioni esterne», si arriva a una cifra pari a quella di Triton prima dell’ultimo Consiglio europeo.

RIUNIONI «NON OPERATIVE»

Previste quest’anno alcune correzioni sul 2014, come il taglio di un milione di affitti e quello di un posto di lavoro su 317, e un accorpamento di voci che rende invisibili le «riunioni non operative» (615mila euro l’anno scorso) o l’investimento di 675mila in «informazione e trasparenza» (1 milione nel 2013). Il bilancio di Frontex nel 2015 supera oggi i 114 milioni. In attesa del consuntivo dopo gli ultimi impegni presi a Bruxelles, spicca la proporzione ufficiale tra spese operative e amministrative nel 2014, rispettivamente il 62 per cento e il 38, mentre queste ultime erano il 33 per cento nel 2013.

   MA FRONTEX NON È L’UNICA AGENZIA A OCCUPARSI DI FRONTIERE E IMMIGRAZIONE. C’è anche l’EASO, l’Ufficio di supporto all’asilo europeo con sede a La Valletta, Malta, che a regime dovrebbe impiegare 51 persone rispetto alle 45 del 2013. Le spese per lo staff ammontano a 6 milioni e 130mila euro, cui vanno aggiunti oltre 2 milioni e 500mila euro di spese infrastrutturali. Gli affitti sono raddoppiati, in un anno, da 385mila a 765mila. E 12mila euro risultano spesi per «contatti sociali tra lo staff». Totale: quasi 15 milioni di euro.

   MA I RIVOLI SONO TANTI. C’è pure il FONDO EUROPEO PER I RIMPATRI, che tra il 2008 e il 2012 ha bevuto oltre 60 milioni (26 dei quali messi a disposizione dall’Italia). Un esempio: 424mila euro per riportare 60 nigeriani a Lagos. «Il numero totale del personale e i contributi europei – si legge nella comunicazione per il 2014-2020 della Commissione Ue all’Europarlamento sulle agenzie, datata luglio 2013 – sono aumentati considerevolmente nel tempo, risultato della creazione di nuove agenzie e dell’estensione delle competenze di quelle esistenti».

   L’OBIETTIVO OGGI? Ridurre del 5% il personale. Ma CI SONO AGENZIE CHE CONTINUANO A ESPANDERSI e il conto della Commissione è una strana somma e sottrazione: i posti che servono in più, tolti quelli pari al 5 per cento di riduzione. Così alla fine il conto è pari.

   Si va dall’Agenzia europea di controllo della Pesca (EFCA) a Vigo, in Spagna, alla Sicurezza aerea a Colonia e marittima a Lisbona, dall’Ufficio europeo di polizia dell’Aia, in Olanda (EUROPOL), all’Accademia europea di polizia a Branshill House (Regno Unito), dalla Sicurezza alimentare a Parma ai Diritti fondamentali a Vienna e all’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere a Vilnius, Lituania, fino al centro di traduzione degli organismi dell’Unione a Lussemburgo. Una costosa euro-Babele. (Marco Ventura)

LE SPESE DI FRONTEX

– Istituita a ottobre del 2004 e operativa dal 2005 – SEDE: Varsavia – DIPENDENTI: 317 persone – DAL 2005 – A OGGI, SONO ENTRATI A FRONTEX IN MEDIA 64 milioni di euro all’anno (quasi totalmente finanziati dai Paesi Ue attraverso i sussidi della Commissione europea).

– Nel 2011 le entrate hanno toccato la cifra record di 115,5 milioni di euro.

– Il bilancio 2015 è di 114 milioni di euro.

– Nell’ultimo anno i tagli hanno ridotto gli stanziamenti a 89,2 milioni di euro.

– Spese operative 49,7 milioni di euro. Spese amministrative 32,9 milioni di euro. Spese per l ‘affitto della sede (7.275 metri quadrati di uffici e 223 di parcheggio) 5 milioni di euro (erano 120mila euro nel 2005), di cui spese per il personale 20,5 milioni di euro.

– 152 funzionari a tempo indeterminato, 87 agenti a contratto, 78 esperti nazionali distaccati.

– La burocrazia Ue per gli immigrati costa più di Triton Frontex, 37 milioni soltanto per personale e uffici 15 anni fa erano 12 e oggi sono 32, è passato da 1.486

……………………..

L’analisi

IL NODO RESTA L’ASILO EUROPEO, RIVEDERE LE REGOLE DI DUBLINO

di Guido Bolaffi, da “il Sole 24ore” del 28/4/2015

   Sull’immigrazione l’Europa, e con essa l’Italia, rischiano grosso. Se continuano a far finta di non vedere e capire che ad alimentare le spietate, insaziabili fauci del Mediterraneo più degli scafisti è la mancanza di una strategia di intervento e di contrasto adeguata alla novità della situazione. Capace di prendere atto che non funziona più il “doppio compromesso” , istituzionale ed informale, che ha consentito ad entrambe, fino ad oggi, di tirare a campare sperando che passasse a’ nuttata.

   Basato, quello istituzionale, sul regolamento di Dublino (2003) che impone al primo paese in cui i nuovi arrivati poggiano piede di stabilire se sono veri o finti rifugiati e, di conseguenza, se accettare o respingere la loro domanda d’asilo.

   Un principio in astratto ragionevole, se gli arrivi fossero omogeneamente distribuiti su tutte le frontiere continentali. Ma che oggi scarica solo sulle nazioni del fronte Sud, in primis la nostra, un compito che di comune ha ormai poco o niente. E poiché, come si dice, il bisogno aguzza l’ingegno si è pensato bene di fare fronte alle difficoltà con souplesse consentendo a molti, una volta arrivati, di prendere il treno lasciandosi le Alpi alle spalle. Una ipocrisia grande ma assai comoda.

   Visto che ciascun paese oltre a tener ben stretta la sua competenza nazionale sull’immigrazione poteva, agli occhi della propria opinione pubblica, additare il lassismo amministrativo altrui quale responsabile dell’arrivo sul suolo patrio di tanti nuovi stranieri. Una situazione di divisione e di scollamento che i trafficanti possono sfruttare alla grande avendo dalla loro un’immensa domanda di gente che vuole fuggire ma che non sa né può farlo legalmente.

   In politica, tanto più quando riguarda una materia esplosiva come l’immigrazione, si sa che l’ottimo spesso è nemico del bene. Poiché è difficile fare tutto e subito perché non pensare ad un nuovo vero grande compromesso che imponga agli stati, almeno per quanto riguarda l’asilo, di procedere ad una rapida comunitarizzazione delle strutture di accoglienza e di selezione delle domande di chi arriva.

   Che, sbarcando, non troverà più davanti a se il maresciallo dei carabinieri italiano e della Guardia Civil spagnola ma funzionari europei delegati dall’Ue di dire sì o no e dove andare. Fatto questo tutto il resto poi verrà. In fondo fu proprio con un atto simile che nel 1875 nacque la moderna politica dell’immigrazione americana che conferì a Washington le competenze sugli ingressi degli stranieri fino ad allora gelosamente, e disastrosamente amministrate dai singoli governi statali.

   Perché l’Italia non pensa di giocare d’anticipo e, anziché battere i pugni come qualcuno ha suggerito al nostro Primo Ministro, non dichiara pubblicamente ed ufficialmente di essere pronta a seguire questa strada confermando non a parole ma con i fatti che l’europeismo si difende osando ed innovando? (Guido Bolaffi)

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