UN GRIDO DA KATHMANDU: il TERREMOTO in NEPAL e una popolazione povera e ora ancor più in difficoltà – IL MONDO potrà accorgersi delle condizioni di miseria e sottosviluppo di bambini, uomini, donne che in quest’AREA DEL MONDO sono dimenticati, avvolti solo dalla BELLEZZA DI QUEI PAESAGGI?

Terremoto in Nepal: la MAPPA dell' epicentro - 28MILIONI E 875MILA sono gli ABITANTI DEL NEPAL (secondo un censimento del 2013), in una superficie di 147mila km² (una densità di 203 ab./km²). La capitale KATHMANDU ha, in tutta la sua AREA METROPOLITANA (cioè allargata ad altri comuni contermini), più di 2MILIONI DI ABITANTI . Secondo l'Onu PIÙ DI UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE È RIMASTA COINVOLTA DAL TERREMOTO, e AL 3 MAGGIO SONO 7.200 LE VITTIME ufficialmente calcolate, E PIU’ DI 15.000 I FERITI. II Governo del Nepal teme che il bilancio dei morti superi le 10mila persone. Un terremoto peggiore di quello che nel 1934 uccise 8.500 nepalesi. Le persone a rischio di rimanere senza cibo né acqua sono 1milione e mezzo. MOLTI VILLAGGI PERÒ SONO ANCORA ISOLATI E NON È ANCORA STATO POSSIBILE RAGGIUNGERLI. Il governo di Kathmandu, intanto, ha rinnovato UN APPELLO PER CIRCA 400 MILA TENDE PER I SENZA TETTO CHE SONO QUASI MEZZO MILIONE e per GENERI DI PRIMA NECESSITÀ COME FARINA, ZUCCHERO E SALE. TRA POCHE SETTIMANE INIZIERÀ LA STAGIONE MONSONICA e bisogna fare in fretta per offrire un riparo agli sfollati
Terremoto in Nepal: la MAPPA dell’ epicentro – 28MILIONI E 875MILA sono gli ABITANTI DEL NEPAL (secondo un censimento del 2013), in una superficie di 147mila km² (una densità di 203 ab./km²). La capitale KATHMANDU ha, in tutta la sua AREA METROPOLITANA (cioè allargata ad altri comuni contermini), più di 2MILIONI DI ABITANTI . Secondo l’Onu PIÙ DI UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE È RIMASTA COINVOLTA DAL TERREMOTO, e AL 3 MAGGIO SONO 7.200 LE VITTIME ufficialmente calcolate, E PIU’ DI 15.000 I FERITI. II Governo del Nepal teme che il bilancio dei morti superi le 10mila persone. Un terremoto peggiore di quello che nel 1934 uccise 8.500 nepalesi. Le persone a rischio di rimanere senza cibo né acqua sono 1milione e mezzo. MOLTI VILLAGGI PERÒ SONO ANCORA ISOLATI E NON È ANCORA STATO POSSIBILE RAGGIUNGERLI. Il governo di Kathmandu, intanto, ha rinnovato UN APPELLO PER CIRCA 400 MILA TENDE PER I SENZA TETTO CHE SONO QUASI MEZZO MILIONE e per GENERI DI PRIMA NECESSITÀ COME FARINA, ZUCCHERO E SALE. TRA POCHE SETTIMANE INIZIERÀ LA STAGIONE MONSONICA e bisogna fare in fretta per offrire un riparo agli sfollati

In Nepal, dove il terremoto del 25 aprile scorso ha fatto migliaia di morti, c’è necessità di ogni genere di aiuto. Il Paese è ormai allo stremo, e le continue scosse di assestamento peggiorano ulteriormente una situazione già critica.

Alcune organizzazioni internazionali sono presenti nelle zone più colpite per portare aiuti, ma chiunque lo desideri può offrire il proprio contributo attraverso di loro.

SAVE  THE CHILDREN. Con 15 dollari si può provvedere a un kit d’igiene per un’intera famiglia, con poco più di 30 dollari si fornisce un kit per cucinare cibo in condizioni igieniche sufficienti ad evitare il diffondersi di epidemie come il colera. www.savethechildren.it

UNICEF. Sono quasi un milione, secondo i dati dell’Unicef, i bambini che necessitano di assistenza umanitaria nelle zone colpite dal sisma. Il personale presente in Nepal lancia l’allarme per il progressivo esaurimento delle scorte di acqua e cibo. Viene segnalato inoltre che manca la corrente elettrica ed è interrotta la rete mobile. In questo momento l’Ong  è impegnata ad inviare cisterne d’acqua e forniture di sali per la reidratazione orale, ma anche alla distribuzione di tende per allestire strutture mediche da campo. Inoltre due voli cargo hanno già trasportato nelle zone colpite dal terremoto 120 tonnellate di aiuti umanitari, tra cui forniture mediche e ospedaliere, tende e coperte. www.unicef.it

MEDICI SENZA FRONTIERE. L’Organizzazione è impegnata soprattutto  nell’ affrontare le emergenze mediche. Quattro equipe sono già arrivate nelle zone più colpite dal sisma partendo dallo Stato di Bihar in India, mentre un gruppo di chirurghi costituito da personale estremamente qualificato è partito da Bruxelles per allestire una sala operatoria a Kathmandu e cliniche mobili destinate  a soccorrere le persone nelle zone più remote. Altre due equipe sono invece  in partenza dal Giappone e da Delhi, mentre una è già in viaggio da Amsterdam per fornire supporto medico e igienico-sanitario. www.medicisenzafrontiere.it

AGIRE E ALTRE ONG. Quattro Ong (Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, Actionaid e CESVI) aderenti al network AGIRE  si sono già mobilitate per portare aiuti destinati a soddisfare i bisogni più immediati: acqua, cibo, ripari ai senzatetto e interventi di Primo soccorso, con soccorsi già operativi a Kathmandu e Pokhara, le zone maggiormente colpite dal sisma. http://agire.it

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Il terremoto nel centro monumentale di Kathmandu devastato dal sisma (da www.lastampa.it/)
Il terremoto nel centro monumentale di Kathmandu devastato dal sisma (da http://www.lastampa.it/)

   Quello accaduto con la prima scossa sabato 25 aprile in Nepal era un terremoto “prevedibile” e “aspettato” da tempo dicono gli studiosi. L’area in cui si è scatenato il terribile sisma (7.8 di magnitudo, l’epicentro è stato localizzato 80 chilometri a est della città di Pokhara a una profondità di appena 2mila metri), era considerata infatti da tempo ad altissimo rischio: da varie centinaia di anni la terra era immobile in un’area dove invece è in atto uno scontro geologico titanico. Qui la placca indiana viaggiando verso nord alla velocità di cinque centimetri all’anno scivola sotto la placca euroasiatica sollevandola. Si è creata una faglia lunga circa 140 chilometri che si è lacerata in ottanta terribili secondi.

   Il terremoto in Nepal, per quel che si vede e si capisce, È UN TERREMOTO COME QUELLI DI CENTO ANNI FA, in Occidente, quando i soccorsi arrivavano in tempo solo per seppellire i morti. II sisma ha colpito un Paese molto povero, dove metà della popolazione vive con un dollaro al giorno. E un paese molto giovane, giovanissimo, cioè ci sono tantissimi bambini. Sono bambini il 40% dei nepalesi, e secondo l’Unicef almeno un milione di loro vive nella zona devastata.

Una strada distrutta dal sisma del 25 aprile scorso di magnitudo 7.8 (DA FOCUS.IT)
Una strada distrutta dal sisma del 25 aprile scorso di magnitudo 7.8 (DA FOCUS.IT)

   Lo stesso primo ministro nepalese Sushil Koirala ha ammesso che l’apparato pubblico poco può fare per questa emergenza e tragedia, e ha chiesto l’aiuto della comunità internazionale. E dove manca lo Stato, sono state le comunità di quartiere e villaggio, le associazioni volontarie di ogni tipo, ma soprattutto le famiglie, ad essere mobilitate in prima fila per affrontare l’emergenza. Fino ad accollarsi il compito di creamare, di bruciare i corpi dei loro cari, per evitare epidemie. Con le cifre dei morti che salgono a più di 7mila e a quasi 15mila i feriti.

   Pertanto, il lato geografico della tragedia nepalese (e della necessità di dare ciascuno un aiuto in questo momento) è dato dal rilevare proprio, per una volta (ma speriamo che sia ancora in continuità) non tanto la bellezza delle sue asperità paesaggistiche, delle sue bellissime montagne, ma il fatto che il Nepal è un paese giovanissimo (età media vent’anni) ma in primis e ancor più che è un paese poverissimo: una nazione che nell’Indice globale dei Paesi colpiti dalla sottoalimentazione, dalla fame, occupa la 54esima posizione su 81.

Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati…….E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del BAGMATI (fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH) è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua (Lorenzo Cremonesi, il “Corriere della Sera” del 30/4/2015)
Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati…….E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del BAGMATI (fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH) è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua (Lorenzo Cremonesi, il “Corriere della Sera” del 30/4/2015)

   E quando un paese è povero, in miseria, tutto si ritorce contro di lui contro la popolazione poco alfabetizzata, e in balìa di sfruttatori e a volte della propria più che giustificata (dalle condizioni di vita assai difficili) ignoranza. E’ così che oltre a rifornire i bordelli dell’India e di altre regioni del Sud-Est asiatico, il Nepal è anche una “fabbrica di bambini”: si parla di madri surrogate per coppie di paesi ricchi. Si vive di poverissima agricoltura, pastorizia (un rapporto col mondo animale non buono, a volte crudele), e di quel turismo delle montagne che vede così tanta gente dei paesi ricchi arrivare, ma che alla fin fine arricchisce agenzie preposte, forse un po’ di tasse governative e pochissimo la popolazione.

Nell’immagine LA FASCIA DI DEFORMAZIONE LUNGO IL MARGINE MERIDIONALE DELLA CATENA HIMALAYANA (fonte Ingv) - Secondo Franco Pettenati,  ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014,  “IL MOVIMENTO DI SCORRIMENTO DELLA FAGLIA CHE HA GENERATO IL TERREMOTO IN NEPAL, È AVVENUTO SU UN PIANO SUB ORIZZONTALE, CON LEGGERA PENDENZA VERSO NORD, SOLLEVANDO IL BLOCCO TIBETANO VERSO SUD. PRESUMIBILMENTE SULLA GRANDE LINEA TETTONICA CHIAMATA MHT (MAIN HIMALAYAN THRUST)” (da www.wired.it , 27/4/215)
Nell’immagine LA FASCIA DI DEFORMAZIONE LUNGO IL MARGINE MERIDIONALE DELLA CATENA HIMALAYANA (fonte Ingv) – Secondo Franco Pettenati, ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014, “IL MOVIMENTO DI SCORRIMENTO DELLA FAGLIA CHE HA GENERATO IL TERREMOTO IN NEPAL, È AVVENUTO SU UN PIANO SUB ORIZZONTALE, CON LEGGERA PENDENZA VERSO NORD, SOLLEVANDO IL BLOCCO TIBETANO VERSO SUD. PRESUMIBILMENTE SULLA GRANDE LINEA TETTONICA CHIAMATA MHT (MAIN HIMALAYAN THRUST)” (da http://www.wired.it , 27/4/215)

   Un contesto di povertà estrema, nei costumi a volte ancora a volte tribali, in piaghe di sfruttamento di popolazione semplice e appunto ribadiamo poverissima. Il tutto in un paesaggio sì aspro, ma questo splendido inimitabile specie nelle sue montagne e nelle sue valli (e per questo ricercato dagli occidentali).

   Reinhold Messner ha denunciato che i soccorsi all’inizio si son rivolti in primis ai turisti occidentali “delle montagne”: non sappiamo se sia andata così, ma è probabile che sia accaduto. E’ chiaro che la tragedia più grande non è sull’Everest e sulla valanga sicuramente devastante accaduta con il sisma, ma nei paesi delle valli, da cui ancora adesso tutto tace (al 3 maggio ci sono villaggi non ancora raggiunti da elicotteri e altri mezzi, perché il Nepal ha grandi difficoltà di comunicazione viaria, di strade). E nessuno nemmeno chiede aiuto, forse fatalisticamente e forse realisticamente perché cerca di arrangiarsi.

bambini nepalesi e terremoto (da www.bolohna2000com/)
bambini nepalesi e terremoto (da http://www.bolohna2000com/)

   Però c’è anche da dire, a proposito del turismo di montagna assai opinabile che c’è in Nepal, che iI fatto però che decine e decine di alpinisti occidentali siano rimasti coinvolti nella tragedia ha avuto il risultato che se ne parli, da noi, che ce ne sia ampia eco sui giornali. Altrimenti, avesse lo stesso sisma colpito un Paese dell’Africa profonda, così tante migliaia di morti africani non sarebbero bastati per fare accendere l’interesse mediatico occidentale.

   Secondo l’Onu, quando accadono tragedie simili, il 40% delle necessità umanitarie rimane senza una risposta. Ma tutti dicono che è comunque “meglio di una volta”. Ad esempio in Italia esiste un coordinamento di soccorso di rilievo, grandi organizzazioni non governative (ong) come Medici senza Frontiere, oppure un efficiente coordinamento di tante medio-piccole ong che si riconoscono in AGIRE (AGenzia Italiana Risposta Emergenze) nata nel 2009 e diventata uno strumento organizzativo efficiente italiano nella solidarietà internazionale nei disastri che accadono.

   Le difficoltà ora del Nepal, il disastro accaduto che si ripercuoterà ancor di più nella povertà nepalese del futuro… fa pensare che accadimenti come questi dovrebbero “liberarci” dai nostri egoismi personali e nazionali di rifiuto di ogni pur minimo impegno alla cooperazione internazione; destinando così più risorse allo sviluppo di ciascun paese; pensando concretamente a modi e stili di vita in occidente che siano più attinenti a quelli dei paesi poveri; che si dia spazio a gemellaggi e interscambi tra persone e istituzioni dei nostri Paesi ricchi e quelli di Paesi poveri: cioè guardando alla possibilità di un riequilibrio tra un mondo che in fondo sta bene (nonostante la crisi che sta vivendo) e chi ha diritto di pari dignità sociale di vita. Cioè dovremmo “immergerci” con più convinzione nelle realtà di questi paesi poveri, com’è il Nepal, stabilendo interscambio di conoscenze e amicizia tra “noi” e “loro”. (s.m.)

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nepal_terremoto_sfollati _ da www__tg24_sky_it_tg24_

NEPAL, SOTTO LE TENDE DI KATHMANDU

– con le famiglie senza cibo e luce – Il premier nepalese ha ammesso che lo Stato da solo non ce la fa ad affrontare l’emergenza –

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/4/2015

KATHMANDU – Le vedi subito, anche dall’aria, ancora prima di atterrare: le tende di ogni tipo e fattura. Sono per lo più teloni di plastica piantati in qualsiasi area aperta e distante dagli edifici, che possono tornare a tremare in ogni momento.

   In qualche caso, sono tendine da trekking recuperate dai negozi per gli stranieri che vanno a camminare sulle montagne. Ma la grande maggioranza sono teli di plastica, caldissimi al primo sole e gelidi con il freddo, buoni solo a fermare la pioggia. I loro colori sgargianti – blu intenso, arancione brillante, giallo e viola – sono l’unica macchia di paradossale allegria nel Nepal di lutti e paure, devastato dal terremoto: dal mostro che a suo piacere sconvolge le esistenze di milioni di persone, stravolgendo addirittura i fianchi degli Ottomila, salvo poi ricadere nel suo letargo che oggi qui leggono come la calma ingannevole prima della tempesta.

   «Nelle ore seguenti la prima scossa, sabato scorso, ci siamo tutti riversati nei negozi e tra le bancarelle in strada a comprare i teli. Nessuno voleva tornare a dormire in casa. I teli sarebbero stati il nuovo rifugio», raccontano alcuni sopravvissuti accampati nelle centinaia di tende piantate nel PARCO TUNDIKHEL, schiacciato tra lo stadio e i palazzi del governo nel centro.

   «Il fatto è che all’inizio un telo gommato di quattro metri quadrati, buono per riparare una famiglia di cinque o sei persone, costava sui venti dollari. Ma in poche ore è salito a oltre sessanta e adesso comunque non se ne trovano praticamente più. Occorre fare attenzione a lasciare incustodito il tuo campo, rischi di restare senza riparo», raccontano i figli, tanti adolescenti, della famiglia Shalma. Sono una quindicina di persone assiepate su semplici espansi che la notte vengono aperti a diventare materassi. «Siamo di origine indiana. Nostro padre era venuto a Kathmandu come commerciante tanti anni fa. Ed è rimasto. Ma la nostra abitazione nel quartiere di HANUMAN DHOKA è semicrollata, ormai inabitabile. Stiamo valutando di tornare a New Delhi. Ma come? Le strade sono interrotte, la nostra auto è danneggiata dai calcinacci e l’aereo neanche a parlarne», dicono le due sorelle più adulte, Monika di trent’anni e Sonu di 27.

   Per colazione, pranzo e cena più o meno sempre lo stesso cibo: noodles di pasta cruda, biscotti secchi e qualche raro frutto. L’acqua viene distribuita dai camion cisterna militari. L’energia elettrica arriva invece a singhiozzo, come del resto la linea telefonica cellulare.

   Ma un fatto emerge evidente: dove manca lo Stato, sono le comunità di quartiere e villaggio, le associazioni volontarie di ogni tipo, ma soprattutto le famiglie, ad essere mobilitate in prima fila per affrontare l’emergenza, nella vita e nella morte.

   È stato ieri lo stesso primo ministro SUSHIL KOIRALA ad ammettere le inefficienze dell’apparato pubblico e chiedere aiuti alla comunità internazionale.

   Mentre i portavoce della polizia rialzavano la cifra dei morti accertati a ormai oltre 5 mila (e secondo lo stesso premier il numero potrebbe raddoppiare), dei feriti a quasi 11 mila, dei senza casa a mezzo milione, degli sfollati interni a otto milioni (almeno un quarto di tutta la popolazione), Koirala sosteneva che «gli organi statali addetti all’emergenza fanno del loro meglio, ma potrebbero essere soverchiati». Un modo edulcorato per dire che lo Stato da solo non ce la fa.

   Ecco allora intervenire le famiglie, compatte e generose nelle società rurali e contadine, quale è ancora in gran parte il Nepal. Negli ospedali non è difficile incontrare pazienti sdraiati a letto, curati, magari ingessati e con la flebo al braccio, ma poi trascinati da figli, genitori e cugini nei giardini vicini nel timore che possano venire investiti da nuovi crolli.

   «L’Ospedale Civile», dove sino a ieri mattina erano ricoverati anche i due speleologi italiani sopravvissuti alle frane, è tutto un via vai di parenti che portano cibo ai loro cari e addirittura si occupano delle medicazioni se gli infermieri ritardano. Lo stesso vale per la cremazione dei defunti in purissimo stile indù, come avviene ora lungo tanti corsi d’acqua del Nepal.

   Nella capitale scorre il BAGMATI, il fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH, dove decine e decine di pire ieri ardevano in continuazione. Non ci sono ministri del culto e neppure addetti al luogo. L’unico è SAMBU PAUDEL, un impiegato statale 35enne che da 16 anni si occupa di censire le pire e vendere la legna da ardere, assieme alla paglia secca del riso per attizzare il fuoco e l’incenso a profumare gli odori. «In genere abbiamo una ventina di cremazioni quotidiane, ma da domenica la media si è alzata a oltre cento».

   «Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati», spiega. Il governo gli ha ordinato nell’emergenza di donare gratis la legna, che sarebbe costata altrimenti 25 dollari per pira. Decine di camioncini e pick-up sono allineati lungo la strada con i loro carichi di cadaveri avvolti in sudari di tele colorate, ma anche sacchi di plastica insanguinati. Tanti non nascondono affatto le forme minute dei bambini. E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del Bagmati è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua. (Lorenzo Cremonesi)

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Nepal: Dharahara Torre Bhimsen prima e dopo (da www.artsblog.it) - Faceva parte della storia culturale dell'architettura cittadina (riconosciuta come patrimonio dell'umanità da parte dell'UNESCO) e di tutto il paese. Fu costruita nel 1832 dal primo ministro del Nepal Bhimsen Thapa sotto gli ordini della regina Lalit Tripura Sundari. La torre aveva una scala a chiocciola, mentre l'ottavo piano vantava un balcone circolare con una panoramica della valle di Kathmandu. La torre è stata aperta ai visitatori dal 2005 al 2015. Il 25 aprile 2015 un TERREMOTO DI MAGNITUDO 7,9 ha colpito KATHMANDU, causando il collasso della storica torre (da Wikipedia)
Nepal: Dharahara Torre Bhimsen prima e dopo (da http://www.artsblog.it) – Faceva parte della storia culturale dell’architettura cittadina (riconosciuta come patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO) e di tutto il paese. Fu costruita nel 1832 dal primo ministro del Nepal Bhimsen Thapa sotto gli ordini della regina Lalit Tripura Sundari. La torre aveva una scala a chiocciola, mentre l’ottavo piano vantava un balcone circolare con una panoramica della valle di Kathmandu. La torre è stata aperta ai visitatori dal 2005 al 2015. Il 25 aprile 2015 un TERREMOTO DI MAGNITUDO 7,9 ha colpito KATHMANDU, causando il collasso della storica torre (da Wikipedia)

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TERREMOTO NEPAL: QUEI 5 CENTIMETRI E LA FAGLIA DI 140 KM. SCONTRO TITANICO

– L’energia in quella zona si accumulava da centinaia di anni, dove la placca indiana viaggia verso nord alla velocità di cinque centimetri all’anno sotto la placca euroasiatica –

di Giovanni Caprara, dal Corriere.it, 26/4/2015, http://www.corriere.it/

   L’area in cui si è scatenato il terribile sisma (7.8 di magnitudo) era considerata da tempo ad altissimo rischio. «Si aspettava che potesse succedere» commenta Alberto Michelini, direttore del Centro nazionale terremoti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Il motivo era che da varie centinaia di anni la terra era immobile in un’area dove invece è in atto uno scontro geologico titanico. Qui la placca indiana viaggiando verso nord alla velocità di cinque centimetri all’anno scivola sotto la placca euroasiatica sollevandola. Così è nata anche la catena dell’Himalaya.

   Una faglia lunga circa 140 chilometri che si è lacerata in ottanta secondi

   Per fare un confronto la nostra linea degli Appennini si muove verso le Alpi di circa due millimetri l’anno con forze in gioco per fortuna ben inferiori pur scuotendo periodicamente la Penisola anche in modo grave.    Poco più a sud, nella zona indiana, numerosi terremoti nell’Ottocento e nel Novecento hanno testimoniato la poderosa azione in atto e qui nel 1934 un sisma ha superato l’ottavo grado della scala Richter. Ma c’è una linea, poco sopra, lungo la quale si concentrava da tempo e si accumulava l’energia dello scontro che prima o poi doveva liberarsi. Ed è quello che è accaduto lungo una faglia lunga circa 140 chilometri che si è lacerata in ottanta secondi, mentre tutto si è originato in un punto ad una decina di chilometri di profondità.

«La sequenza sismica è ancora in atto e le scosse dureranno per mesi. Quindi potranno esserci anche repliche forti» nota Michelini. Già dopo il picco massimo si sono manifestati livelli superiori al quinto grado della scala Richter.    Intanto rimane l’enigma dell’energia che potrebbe essersi accumulata anche nelle faglie adiacenti, per questo capaci di far tremare di nuovo violentemente la terra. Per comprendere la potenza entrata in gioco in Nepal bisogna ricordare che la magnitudo raggiunta si avvicina al record storico mai registrato sulla Terra e legato al terremoto in Cile del 1960 dove i sismografi hanno segnato 9.8. (Giovanni Caprara)

da focus.it - Nepal: immagini della distruzione provocata dal sisma
da focus.it – Nepal: immagini della distruzione provocata dal sisma

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NEPAL: LA PLACCA INDIANA ALL’ORIGINE DEL DISASTRO

da http://www.tgcom24.mediaset.it/, 26/4/2015

– Le cause della tragedia di Kathmandu e dell’Himalaya: da sempre una zona ad altissimo rischio –

   Un forte terremoto, devastante, era atteso, ma quando sarebbe arrivato non era possibile prevederlo. Il Nepal è una delle regioni a più alto rischio sismico del mondo e “la zona subito a est di quella colpita era stata interessata da un terremoto di magnitudo superiore a 8 nel 1934”, ricorda Alessandro Amato, dirigente di ricerca del Centro nazionale terremoti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Cnt-Ingv).

   Il Servizio di sorveglianza geologica degli Usa ha stimato subito migliaia di morti “perché la faglia si estende verso Kathmandu e le scosse successive sono più vicine” alla capitale nepalese, che ha circa 2 milioni di abitanti, “che si trova su una valle vicino a un fiume che amplifica le onde sismiche”.

   Nell’area colpita “non ci sono stati forti terremoti per diversi secoli e per questo la zona intorno alla capitale Kathmandu era considerata un ‘gap sismico’, in cui c’era evidenza di una deformazione secolare accumulata”, spiega ancora Amato, precisando che “la causa del terremoto “è la spinta della placca indiana, che si trova a sud, verso quella euro-asiatica a nord”, un movimento cominciato circa 70 milioni di anni fa e che ha creato la catena dell’Himalaya, consumando l’oceano che era sotto la catena montuosa.

   La valanga che, invece, si è formata sull’Everest è stata provocata dallo scuotimento, la velocità relativa tra le due placche è di 4-5 centimetri per anno (di cui si stima che 2 centimetri all’anno vengano accumulati lungo il margine meridionale della catena montuosa).

“Questo significa che ogni 100 anni si accumula una deformazione pari a 2 metri di spostamento relativo tra le due placche. La zona di contatto, quella della faglia, non si è mossa per secoli, tra un terremoto e l’altro, per muoversi improvvisamente quando è stata superata la capacità di resistenza della faglia: è in quel momento che avviene un terremoto che, momentaneamente, ristabilisce l’equilibrio geologico”.

   Cosa potrà accadere ora è un’incognita e bisognerà solo aspettare. Generalmente ci sono “forti scosse ma più piccole della prima mentre qualche volta ci sono scosse della stessa intensità, perché si potrebbe attivare un’altra faglia” in un tempo che “può essere qualche ora o anche qualche mese, come accadde in Friuli nel maggio del 1976, dove ci furono repliche per 2-3 mesi e poi a settembre ci fu una scossa forte come quella del maggio precedente”.

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NEPAL, PERCHÉ UN TERREMOTO COSÌ VIOLENTO?

– La “colpa” è nel meccanismo della tettonica delle zolle, che spinge l’India verso nord – 

da focus.it http://www.focus.it/

   Il violento terremoto che ha interessato il Nepal il 25 aprile si è verificato in una delle aree a più alto rischio sismico della Terra, che interessa anche il nord dell’India, l’Afghanistan, la Mongolia e una vasta zona della Cina.

   La deformazione della superficie di quella zona del pianeta ha una spiegazione geologica relativamente semplice. La causa di tutto ciò è da ricercare nello scontro in atto tra l’India e il resto dell’Asia, una collisione iniziata circa 45 milioni di anni fa. Il fenomeno è stato causa di sismi particolarmente violenti e disastrosi fin dai tempi più antichi e recentemente ricordiamo quello avvenuto nel 1976 in Cina, che provocò oltre 650 mila vittime e, ancora prima, quello che colpì Shian nel 1556 e fece oltre 830 mila morti.

   Gli studi geologici hanno dimostrato che l’India, prima di cozzare contro l’Asia, ha compiuto un percorso di circa 5.000 chilometri da Sud verso Nord nell’ Oceano Indiano.

TUTTO SI SPIEGA CON LA TETTONICA DELLE ZOLLE. Dopo l’inizio della collisione, lo spostamento dell’India verso nord non è terminato, ma è continuato per altri 2.000 chilometri. Lo scontro ha provocato l’accartocciamento della parte più superficiale della crosta terrestre con il conseguente innalzamento delle catene del Karakorum, dell’Himalaya, dell’Hindukush.

   Come ciò possa essere avvenuto è spiegato dalla teoria della tettonica delle placche, secondo la quale i fondi oceanici si spostano come fossero dei tappeti mobili, trascinando lateralmente le terre continentali collegate.

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DA CHE COSA È PROVOCATA LA DERIVA DEI CONTINENTI?

da focus.it http://www.focus.it/

   Per deriva dei continenti si intende lo spostamento delle zolle, o placche, che costituiscono la crosta terrestre. Secondo la teoria della “tettonica a zolle”, queste porzioni di crosta (che non sempre coincidono con i continenti geografici) si spostano l’una rispetto all’altra, come se galleggiassero sulle rocce sottostanti. MOVIMENTI “CALDI”. A provocare lo spostamento delle zolle sarebbero le cosiddette “cellule di convezione”, cioè colonne di calore provenienti dalle parti più profonde del mantello. Sotto la loro spinta, la massa delle rocce al di sotto delle placche si comporterebbe più o meno come un liquido riscaldato: con moto divergente in alto, convergente in basso. INCONTRI E SEPARAZIONI. Dove il moto è divergente, le due placche soprastanti si allontanano l’una dall’altra; dove è convergente, si avvicinano l’una all’altra. Un esempio del primo tipo è costituito dall’allontanamento reciproco della placca euroasiatica rispetto a quella nordamericana, mentre un esempio del secondo tipo è costituito dalla placca del Pacifico orientale, che si sposta verso est, cioè verso la placca nord americana.

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da wired.it 27/4/2015

IL TERREMOTO IN NEPAL

   Un sisma di sconvolgente impatto con una doppia scossa di magnitudo 7.9 che ha colpito il paese e la capitale, Katmandu, lo scorso 25 aprile interessando la popolazione, i siti archeologici e storici, inclusa l’iconica torre Dharahara e quelli Unesco, gli alpinisti stranieri travolti dalle frane sulla montagna più alta del mondo, l’Everest: tra oltre 18 vittime figura anche il manager di Google, Dan Fredinburg, responsabile della privacy di Google X e co-fondatore di Google Adventure, come confermato dall’azienda.

La   comunità internazionale guarda al Paese per avviare gli aiuti ma anche per la ricognizione dei connazionali coinvolti: come comunicato ieri dalla Farnesina, un team dell’Unità di Crisi si sta recando a Kathmandu “per monitorare la situazione sul terreno e assicurare un’assistenza ai connazionali che si trovano attualmente in Nepal”. Come riporta Ansa, resta incerta la sorte di quattro italiani, tra cui speleologi del Soccorso alpino, che si trovavano a Langtang, uno dei villaggi distrutti dal sisma in Nepal. I contatti con Giuseppe Antonini,  Gigliola Mancinelli, Oskar Piazza, del Soccorso alpino del Trentino Alto Adige, e Giovanni ‘Nanni’ Pizzorni, 52 anni, “si sono interrotti da sabato”.

   Come spiegato da Franco Pettenati,  ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014,  “il movimento di scorrimento della faglia che ha generato il terremoto in Nepal, è avvenuto su un piano sub orizzontale, con leggera pendenza verso Nord, sollevando il blocco tibetano verso Sud. Presumibilmente sulla grande linea tettonica chiamata MHT (Main Himalayan Thrust)”. Un terremoto prevedibile, data la specificità dell’area, una delle più sismiche della Terra, e interessata annualmente dal movimento della placca tettonica indiana verso il continente asiatico.

   Un fenomeno quantificabile in uno spostamento di 4 cm. prevedibile? Secondo quanto scrive Nature, a grandi linee sì. Sismologi come Roger Bilham, di University of Colorado e Jean-Philippe Avouac, del California Institute of Technology di Pasadena, avevano posto l’allarme sulle sollecitazioni della crosta in Nepal. Malgrado il bilancio apocalittico, il terremoto del 25 aprile- scrive il magazine scientifico- è stato più piccolo di quello che ci si poteva aspettare. Si è verificato infatti poco lontano dal sito di un precedente evento sismico, che, di magnitudo 8.1, nel 1934 uccise più di 10.000 persone.

   Resta da capire anche come reagirà il paese: come scrive il New York Times, citando Kunda Dixit, editor del The Nepali Times, il Nepal lotta per trovare stabilità dopo anni di lotte e incertezza politica, e non è forse ancora pronto a gestire emergenze e disastri di tale portata. “Il governo non è capace di gestire un sacco di cose, non solo la prevenzione delle calamità”, secondo Dixit. Una tragedia che si innesta certamente anche su condizioni strutturali e logistiche non favorevoli; malgrado un’implementazione di norme e regolamenti sugli edifici, sono molte le costruzioni di lungo corso, private e pubbliche che, nella loro estrema vulnerabilità, non hanno retto quando la terra ha tremato.

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COSÌ SI METTE IN MARCIA LA GRANDE GALASSIA DEGLI AIUTI

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 29/4/2015

– Il coordinamento dei soccorsi: dai grandi organismi multilaterali alle piccole Ong – Così si mette in marcia la grande galassia degli aiuti – LA FILIERA UMANITARIA: come evitare errori e lo spreco dei soldi del 5×1000 o dei bilanci nazionali? – Nel tempo la macchina è divenuta più efficiente –

   Sabato mattina (25 aprile),quando all’unità di crisi hanno aperto il file “Terremoto”, erano solo otto gli italiani in Nepal. Nel senso che prima di partire solo in otto avevano cliccato su “Dove siamo nel mondo“, lasciando nel sito del ministero degli Esteri tutti i dati richiesti. Rintracciarli e verificarne la salute è stato un lavoro da una decina di minuti.

   Ma i funzionari alla Farnesina già sapevano che quello sarebbe stato solo un inizio. «È sempre così, raramente chi viaggia ascolta la nostra raccomandazione: aiutaci ad aiutarti – spiega Claudio Taffuri, il responsabile dell’Unità di crisi- Solo dopo il Bardo, a Tunisi, fu facile rintracciare i connazionali perché il 95% di chi è stato coinvolto nell’attentato terroristico era sceso da una nave da crociera».

   Inviato il primo sms agli otto in Nepal, il passo successivo è stato attivare il console onorario a Kathmandu (non avevamo ambasciata anche prima della spending review), contattare le principali agenzie di viaggio, inviare sul posto un “team avanzato” di diplomatici. E attendere le telefonate di parenti e amici di chi è andato sull’Himalaya senza passare dal sito della Farnesina. Gli otto sono diventati circa 36o, e non si smette di trovarne: ancora ieri mattina è stato scoperto un altro piccolo gruppo di escursionisti, mai segnalato prima. Tutti incolumi. Ma da riportare a casa.

   E i parenti che chiamano allarmati si aspettano di vederli tornare subito: umanamente inconsapevoli delle monumentali difficoltà logistiche di organizzare centinaia di rimpatri in mezzo a un terremoto, fra le montagne più alte del mondo.

   Cosa accade quando in una catastrofe si mette in marciala complessa macchina del soccorso? Come si evitano errori, sprechi, l’eccessivo invio di tende o l’insufficienza di medicinali, senza buttare i soldi donati col cuore, quelli del cinque per mille e le risorse più fredde ma ugualmente efficaci del bilancio nazionale?

   La vocazione dell’Unità di crisi è riportare a casa i connazionali coinvolti, e di coordinamento dell’aiuto nazionale gestito dall’Ufficio per le emergenze e la cooperazione. II quale fa riferimento alle indicazioni degli organismi multilaterali: l’Ocha, l’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, e l’Echo dell’Unione Europea.

   C’è sempre il rischio che fra emergenza e ricostruzione, il compito immane trasformi Ocha e Echo in un mostro burocratico da ministero della Pianificazione: di solito è una questione di abilità, trasparenza e fortuna. Un lato della monumentale macchina umanitaria, quello delle Organizzazioni non governative, è diventato molto più efficiente dal 2009, quando è nato Agire, acronimo di Agenzia italiana risposta alle emergenze. È la rete alla quale aderiscono dieci fra le più importanti ong del Paese: Actionaid, Amref, Cesvi, Coopi, Gvc, Intersos, Oxfam Italia, Sos villaggi dei bambini, Terre des hommes, Vis.

   «Il nostro comitato direttivo prende le decisioni in base a criteri fissi per ogni emergenza – spiega la responsabile delle comunicazioni, Maddalena Grechi -. La gravità dell’emergenza in termini di vittime e sfollati; la presenza delle nostre organizzazioni sul campo perché non interveniamo se non ce ne sono, e in Nepal ne abbiamo quattro più altre tre pronte ad attivarsi; capacità del governo locale di operare ed evidentemente il Nepal non è il Giappone».

   È Agire che raccoglie i fondi poi assegnati alle ong in base alla loro capacità d’intervento in quel determinato territorio. Agire, infine, è in contatto con altre sette reti omologhe nel mondo. Ma non bisogna credere che tutto questo basti: secondo l’Onu il 40% delle necessità umanitarie mondiali rimane senza una risposta.

   Poi ci sono le corazzate capaci di navigare nei disastri da sole. «Siamo in contatto con l’Organizzazione mondiale per la sanità che coordina la parte medica dell’aiuto. Ma noi di solito agiamo in totale autonomia», spiega Sergio Cecchini, il direttore delle comunicazioni al centro operativo di Medici senza frontiere (Msf), a Bruxelles.

   Sul campo ci sono già almeno sei team e una quarantina di persone ed è in arrivo un ospedale gonfiabile sperimentato in Kashmir e Haiti. Tecnicamente Msf ha un modello operativo per i terremoti con team, materiali e strutture prestabilite, pronto a scattare anche oggi. II problema da risolvere è la penuria di elicotteri: mancano mezzi e piloti capaci di volare a quelle altezze pericolose.

   La filiera dell’aiuto non sarebbe completa senza le organizzazioni minori, che non si possono paragonare ad Agire e Msf, ma rispondono alle stesse motivazioni umanitarie. Asia Onlus è una di queste, medio-piccola ma con un’esperienza regionale mirata e un ufficio a Kathmandu aperto dal 1997. «Succede a volte che il ministero degli Esteri si dimentichi di coinvolgerci – dice Andrea Casini, il responsabile dei progetti -. Ma noi ci stiamo già organizzando sul posto con le altre ong italiane amiche, piccole come noi e come noi presenti da anni in Nepal. A volte il problema delle grandi cordate umanitarie è quello di non conoscere il Paese dove operano».

   Resta comunque il problema della dispersione dell’aiuto, accade spesso nel caos di una catastrofe umanitaria. «Dispersione? – risponde Andrea Casini -. Non userei una definizione così negativa, anche noi lavoriamo con le grandi agenzie. Preferisco dire particolarizzazione dell’intervento. Garantire il valore aggiunto è il ruolo delle piccole ong come la nostra». (Ugo Tramballi)

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CHI HA TRADITO LA MONTAGNA INCANTATA DEL NEPAL

di Anita Nair (scrittrice indiana), da “la Repubblica” del 2/4/2015

   CHISSÀ cos’è stato a far tremare la Terra sabato mattina. Da un punto del fondale marino, per motivi sconosciuti e cause impreviste, si è sprigionata dell’energia. Un’energia la cui potenza è stata tale da percorrere una faglia lungo il fondale e ripercuotersi sulla terra sino a raggiungere Dacca in Bangladesh, Nuova Delhi in India e Lahore in Pakistan. Ma è stato nel regno himalayano del Nepal che l’energia ha trovato il suo massimo sfogo. Un epicentro che ha trasformato per sempre la vita di quella terra e il suo paesaggio.

Anita Nair, scrittrice indiana
Anita Nair, scrittrice indiana

   In metafisica “bindu”, o “punto”, è il luogo dove ha inizio la creazione. Un accumulo di energia in grado di irradiare a sua volta energia. L’iconografia tantrica paragona il bindu a Shiva: tutta la creazione e la distruzione. Nel Buddismo, bindu è il cadere della goccia. Lo scorso 25 aprile è stato come se iconografia, filosofia e una malvagia forza distruttrice si fossero abbattute a circa 55 chilometri da Katmandu sotto forma di una goccia di magnitudo 7,9.

   Stavo finendo i miei preparativi per un lungo tempo sabbatico che mi allontanerà da tutto, e a casa, per iniziare ad abituarmi, avevo staccato tv e Internet. Quella mattina mi trovavo in ufficio per controllare alcune cose online, quando su Facebook e Twitter è apparsa la notizia del terremoto che aveva colpito Delhi. Non le ho dato peso, pensando si trattasse della solita propensione all’iperbole tanto diffusa nel lessico dei social media. Anziché sorridere scriviamo “lol” o “rolf”, e invece di piangere digitiamo “col”. Poi però mi sono accorta che la devastazione aveva colpito anche altri luoghi.

   La goccia, cadendo, ha fatto tremare la terra a Katmandu. Come una corsa sulle montagne russe che si conclude in maniera drammatica, una delle destinazioni più ricercate al mondo aveva smesso di esistere. Valanghe di neve sono precipitate lungo i pendii del monte Everest. Edifici crollati. Templi e torri ridotti a macerie. Persone seppellite dalle rovine, o spazzate via. E Katmandu e le zone circostanti, verso le quali tutto il mondo — scalatori, balordi, famiglie in vacanza, tipi solitari in cerca di salvezza, filosofi e depravati, religiosi e scalmanati, monaci e hippy — converge, hanno assistito a quel fatale cadere della goccia.

   Il mondo si affretta a prestare soccorsi. E nel mezzo di tutta quella sofferenza, lo squallore di una nazione che nell’Indice globale della fame occupa la 54esima posizione su 81 appare evidente. Pensate che il Nepal, oltre a rifornire i bordelli dell’India e di altre regioni del Sud-Est asiatico, è anche una fabbrica di bambini. Secondo alcuni resoconti, infatti, Israele avrebbe inviato delle incubatrici per trasferire in tutta sicurezza i circa 24 neonati che negli ultimi giorni sono nati in Nepal da madri surrogate per conto di coppie di genitori israeliani.

   Frugo Internet per saperne di più. Il numero delle vittime aumenta con il passare dei minuti. I racconti sui morti e sui feriti stanno facendo il giro del mondo. La lista delle devastazioni si fa sempre più lunga. Tiro un respiro profondo e mi domando: «Perché?». Saccheggiando egoisticamente la Terra e ostentando una spietata noncuranza verso l’ambiente, noi umani abbiamo contribuito a tutti i disastri naturali. Questa volta, però, la nostra colpa è probabilmente pari a quella della goccia che è caduta.

   E mi viene da pensare che il popolo nepalese stia pagando il prezzo dell’avidità umana. Il sovrappopolamento ha compromesso la capacità portante della catena “delle colline di mezzo”, soprattutto nella valle di Katmandu.

La deforestazione, dovuta all’esigenza di raccolti, combustibile e mangimi, e l’erosione hanno causato alluvioni. La nostra ricerca del Nirvana, da conseguire attraverso la scalata di pareti di roccia, la marijuana o l’illusione, ci ha spinti a cercare destinazioni che non sono pronte a far fronte a un aumento della popolazione. Sfruttiamo un’economia povera affinché possa soddisfare le nostre futili esigenze. Abusiamo della natura perché pensiamo di averne il diritto. Il silenzio delle montagne riecheggia di un vocio incessante e del suono metallico dei registratori di cassa.

   Ci impossessiamo di un regno sulle montagne e lo riduciamo in macerie come se vi avessimo conficcato in lungo e in largo dei candelotti di dinamite a un metro e mezzo di distanza l’uno dall’altro. Per certi versi, con la nostra mancanza di rispetto verso la natura e gli ecosistemi, abbiamo fatto cadere la goccia. Si tratta di una colpa collettiva di cui dobbiamo farci carico e alla quale dobbiamo cercare di porre rimedio. Dal momento che quanto è accaduto non è che un monito di quel che ci attende. Faremmo bene a ricordare che la Terra non è nostra, e non possiamo farne ciò che vogliamo. Siamo solo di passaggio. (Anita Nair, traduzione di Marzia Porta)

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L’UMILTÀ DEI DISPERATI

di Marina Corradi, da AVVENIRE del 28/4/2015

   A oltre 48 ore dal terremoto le immagini dal Nepal raccontavano ancora di uomini seduti sulle rovine della loro casa, impotenti, disperati, il volto fra le mani. Sotto a quelle rovine, a Kathmandu e ancora più nei villaggi attorno, non raggiunti ancora e isolati, sta un numero non calcolabile di dispersi.

Almeno seimila, secondo la Caritas nepalese. Forse più. Morti, o intrappolati e senza possibilità di salvezza. Perché una cosa che si nota scorrendo le foto dal Nepal sul web, è la quasi totale assenza di ruspe e mezzi di soccorso: civili e soldati sollevano a braccia le travi delle case crollate, strisciano a fatica sotto ai soffitti schiantati dei palazzi rasi al suolo.

Sembra un terremoto come quelli di cento anni fa, in Occidente, quando i soccorsi arrivavano in tempo solo per seppellire i morti. II sisma ha colpito un Paese molto povero, dove metà della popolazione vive con un dollaro al giorno, e pieno di bambini. Sono bambini il 40% dei nepalesi, e secondo l’Unicef almeno un milione di loro vive nella zona devastata.

   Mancano elettricità e acqua potabile, le scosse si susseguono, piove, e di notte fa freddo: il rischio, per centinaia di migliaia di piccoli scampati, è di morire per strada, in attesa che arrivino gli aiuti. I media raccontano ampiamente il dramma degli alpinisti dispersi nel grappo dell’Everest, e l’affannato viavai degli elicotteri. Ma nella valle di Kathmandu ci sono interi paesi ancora senza soccorsi.

Migliaia di case crollate, e padri che sanno che i loro figli sono lì sotto, e, forse, vivi; ma non c’è nessuna Protezione civile, a tirarli fuori. Un terremoto, come quelli di cent’anni fa. Strade inagibili, comunicazioni interrotte, telefoni muti.

   E ha ragione Reinhold Messner a denunciare che non ci sono vittime di serie A e di serie B, e che la tragedia più grande non è sull’Everest, ma nei paesi delle valli, da cui tutto tace, e nessuno nemmeno chiede aiuto. II fatto però che decine e decine di alpinisti occidentali siano rimasti coinvolti nella tragedia del Nepal ha avuto il risultato che se ne parli, da noi, che ce ne sia ampia eco sui giornali.

   Altrimenti, avesse lo stesso sisma colpito un Paese dell’Africa profonda, quattromila o seimila morti africani non sarebbero bastati per fare accendere i nostri riflettori. Anche la macchina dei soccorsi internazionali sembra per il momento muoversi a fatica, fra difficoltà logistiche estreme.

   Le Ong internazionali e la Caritas rilanciano appelli su appelli per la popolazione nepalese, e per i suoi figli. Un Paese giovanissimo, età media vent’anni (cioè, per ogni quarantenne un neonato); e un terremoto che gli si è avventato contro dagli abissi, come se le vette del tetto del mondo si fossero scrollate di dosso, giganti infastiditi, gli uomini.

   Vertiginose quelle cime, e altrettanto enorme il boato dagli inferi, racconta sgomento chi c’era.

   Sui sismografi della regione sono rimasti i tracciati di quegli interminabili secondi: gli aghi impazziti hanno preso a disegnare il sussultare violento del suolo, come se la terra, sotto, si fosse rivoltata. Il gigante, la spaventevole forza della natura, si è abbattuto su un popolo povero e per quasi metà di bambini.

   Il grido che sale da Kathmandu chiede aiuto a noi, gente del mondo ricco e invecchiato, e chiede di fare in fretta: occorre salvare almeno chi non è rimasto sotto le macerie, occorre proteggere i figli dal freddo. «La sfida più grossa sono i soccorsi ha ammesso un alto funzionario nepalese: esortiamo i Paesi stranieri a fornirci materiali e team medici, siamo davvero disperati».

Siamo davvero disperati. Non è frequente che una richiesta di soccorso sia espressa in maniera così umile: come da un popolo in ginocchio, a mani nude contro un gigante. Il grido che si leva dal popolo di Kathmandu, sembra la voce stessa di un bambino. (Marina Corradi)

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