BAMBINI CHIUSI IN VALIGE e giovani che scavalcano le barriere: CHE FARE? – MIGRANTI, L’EUROPA PROVA A FARE SUL SERIO: per i profughi e poveri del Sud del mondo in cerca di una vita migliore il sogno europeo si fa ancora sentire, e l’UE prova per la prima volta a dare risposte concrete e solidali (ci riuscirà?)

ABOU NELLA VALIGIA - Viaggiava chiuso in un trolley, con le gambe piegate strette al petto, ed è stato trovato dai funzionari dell'immigrazione durante i controlli a CEUTA, enclave spagnola nel territorio marocchino. A 'trasportare' il piccolo di otto anni di nome Abou nella valigia, una 19enne marocchin a, arrestata con l'accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina. ''Pensavamo che trasportasse droga'' hanno spiegato i poliziotti che hanno fermato la giovane. Secondo le prime ricostruzioni la donna stava cercando di riportare il piccolo a sua madre, legalmente residente in Spagna. La città autonoma spagnola di Ceuta è un luogo chiave -  insieme a Melilla - nel panorama delle migrazioni transnazionali ed è diventata una porta d'ingresso all'Europa per i migranti provenienti dall'Africa sub sahariana (da reuters, 9/5/2015)
ABOU NELLA VALIGIA – Viaggiava chiuso in un trolley, con le gambe piegate strette al petto, ed è stato trovato dai funzionari dell’immigrazione durante i controlli a CEUTA, enclave spagnola nel territorio marocchino. A ‘trasportare’ il piccolo di otto anni di nome Abou nella valigia, una 19enne marocchin a, arrestata con l’accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina. ”Pensavamo che trasportasse droga” hanno spiegato i poliziotti che hanno fermato la giovane. Secondo le prime ricostruzioni la donna stava cercando di riportare il piccolo a sua madre, legalmente residente in Spagna. La città autonoma spagnola di Ceuta è un luogo chiave – insieme a Melilla – nel panorama delle migrazioni transnazionali ed è diventata una porta d’ingresso all’Europa per i migranti provenienti dall’Africa sub sahariana (da reuters, 9/5/2015)

   La Commissione europea ha approvato il 13 maggio scorso le prime concrete (speriamo…) linee guida per meglio gestire un’immigrazione che appare sempre più fuori controllo e in mano a sfruttatori e criminalità. La Commissione proporrà entro la fine del mese di maggio un sistema di reinsediamento di 20MILA RIFUGIATI CHE NON SONO ANCORA SUL TERRITORIO EUROPEO (ma che bussano alle frontiere d’Europa), secondo quote specifiche per ciascun paese dell’UE.

   E inoltre Bruxelles proporrà UN SISTEMA OBBLIGATORIO DI RICOLLOCAZIONE IN TUTTI I PAESI EUROPEI DEI “RICHIEDENTI ASILO “ (non “immigrati”, come qualcuno dice) GIÀ PRESENTI in Europa. La quota di questi spettante all’Italia sarà del 12% del totale (attualmente, le regole europee prevedono che la responsabilità dell’accoglienza del migrante spetti al paese di primo sbarco, in base al Regolamento di Dublino approvato nel 2003).

CEUTA e MELILLA sono città autonome spagnole situate nel Nord Africa, nel Marocco. Hanno uno status a metà strada tra quello di un comune e quello di una comunità autonoma. Il loro territorio fa parte del sistema doganale dell'Unione Europea, e del sistema politico ed economico dell'Unione. Sono città porto franco  (da Wikipedia)
CEUTA e MELILLA sono città autonome spagnole situate nel Nord Africa, nel Marocco. Hanno uno status a metà strada tra quello di un comune e quello di una comunità autonoma. Il loro territorio fa parte del sistema doganale dell’Unione Europea, e del sistema politico ed economico dell’Unione. Sono città porto franco (da Wikipedia)

   Secondo i parametri comunitari, basati tra le altre cose su Pil e popolazione, la Germania sarebbe chiamata ad accogliere il 18% degli immigrati da ricollocare (nel 2014, il paese ha ricevuto il 35% di tutte le richieste d’asilo registrate nell’Unione). Alla Francia andrebbe il 14% degli immigrati (rispetto all’11% delle richieste dell’anno scorso), alla Spagna il 9%… come prima detto il 12% all’Italia, e via a seguire gli altri Stati membri (che sono 24).

CEUTA e MELILLA (Enclavi spagnole in terra marocchina), così come il Canale di Sicilia per l'Italia, sono ideologici ponti di congiunzione tra il Contiente africano e quello europeo. Due realtà che si confrontano: l'una flagellata da povertà, guerre e tensioni sociali, l'altra guardata dai migranti come terra promessa, come luogo in cui poter realizzare un futuro che nei loro Paesi non c'è. Ma OLTRE AL MARE, TRA L'AFRICA E L'EUROPA C'È ANCHE UN MURO. SIA A CEUTA CHE A MELILLA, infatti, IL GOVERNO DI MADRID HA FATTO COSTRUIRE ormai molti anni fa UNA TRIPLA BARRIERA LUNGO I CONFINI delle due città con il Marocco, RECINZIONI ALTE 6 METRI E SORMONTATE DA RETICOLATI DI FILO SPINATO. Inoltre, AGENTI DELLA GUARDIA CIVIL CONTROLLANO NOTTE E GIORNO tanto i passaggi via terra quanto quelli via mare, macchiandosi spesso di violenze brutali contro i migranti (….) (Luca Lampugnani, http://it.ibtimes.com/ )
CEUTA e MELILLA (Enclavi spagnole in terra marocchina), così come il Canale di Sicilia per l’Italia, sono ideologici ponti di congiunzione tra il Contiente africano e quello europeo. Due realtà che si confrontano: l’una flagellata da povertà, guerre e tensioni sociali, l’altra guardata dai migranti come terra promessa, come luogo in cui poter realizzare un futuro che nei loro Paesi non c’è. Ma OLTRE AL MARE, TRA L’AFRICA E L’EUROPA C’È ANCHE UN MURO. SIA A CEUTA CHE A MELILLA, infatti, IL GOVERNO DI MADRID HA FATTO COSTRUIRE ormai molti anni fa UNA TRIPLA BARRIERA LUNGO I CONFINI delle due città con il Marocco, RECINZIONI ALTE 6 METRI E SORMONTATE DA RETICOLATI DI FILO SPINATO. Inoltre, AGENTI DELLA GUARDIA CIVIL CONTROLLANO NOTTE E GIORNO tanto i passaggi via terra quanto quelli via mare, macchiandosi spesso di violenze brutali contro i migranti (….) (Luca Lampugnani, http://it.ibtimes.com/ )

   Contrari e “al di fuori”, esentati da queste quote di accoglienza restano Londra e alcuni paesi dell’Est Europa, come Polonia e Ungheria (ma questi ultimi si dice che alla fine ci staranno al piano di ripartizione). Per quel che riguarda invece gli esentati effettivi, va detto che esiste un precedente trattato – denominato ‘opt out’, inteso come “opzione fuori” cioè “rinuncia” a partecipare all’accordo europeo – che garantisce alla Gran Bretagna, all’Irlanda e alla Danimarca la possibilità di non partecipare al meccanismo di redistribuzione dei migranti.

   Un tentativo (questo approvato il 13 maggio) di affrontare il problema profughi, tentativo che tanti considerano destinato a fallire (come convincere persone ad andare e restare in questo o quel Paese, senza peraltro troppe garanzie di un effettivo inserimento?…magari senza appoggio di amici e parenti che lì non ci sono?…) (oppure, come considerare le persone come pacchi postali, indirizzandole qua e là?…); ma è anche la prima volta che l’Unione europea “ragiona” in modo concreto sui tanti profughi che stanno arrivando (ma anche in questo, si sta enfatizzando il problema, in altri luoghi geografici le dimensioni dell’esodo son di dimensioni neanche paragonabili al “piccolo-medio” fenomeno europeo…), prospettando soluzioni, cercando di governare il fenomeno.

DA DOVE VENGONO I MIGRANTI (MAPPA DA “LIMES”, CLICCARE SULL’IMMAGINE E INGRANDIRE PER VEDERE I PARTICOLARI) - Il numero di gennaio della rivista LIMES contiene una MAPPA molto utile per capire quali sono i cosiddetti “FLUSSI MIGRATORI” percorsi dai MIGRANTI CHE ARRIVANO IN ITALIA e il numero e la provenienza degli stranieri regolarmente residenti in Italia. La mappa è stata realizzata da Laura Canali, che è un’esperta in cartografia geopolitica ed è la responsabile della cartografia e della copertina di Limes. I dati si riferiscono al 2013 e sono stati elaborati dal CENTRO STUDI E RICERCHE IDOS SULLA BASE DI DATI ISTAT. La mappa di Limes mostra bene che BUONA PARTE DEI FLUSSI MIGRATORI verso l’Italia PASSA DA TERRA, soprattutto da paesi dell’EST EUROPA come la ROMANIA (il paese da cui arrivano più migranti in assoluto, in Italia) e l’UCRAINA, oppure dell’ASIA come la CINA. Per quanto riguarda gli arrivi VIA MARE nel canale di Sicilia, sono interessati perlopiù paesi come EGITTO e TUNISIA: quest’ultimo paese, assieme alla LIBIA, è ormai diventato un paese da dove partono o transitano migranti provenienti anche da paesi dell’AFRICA CENTRALE come NIGERIA e SENEGAL. Nella mappa sono anche indicati i PUNTI DI INGRESSO DEI MIGRANTI, dei quali ben OTTO SI TROVANO NEL NORD ITALIA (e c’è anche l’aeroporto di Malpensa). (da www.ilpost.it )
DA DOVE VENGONO I MIGRANTI (MAPPA DA “LIMES”, CLICCARE SULL’IMMAGINE E INGRANDIRE PER VEDERE I PARTICOLARI) – Il numero di gennaio della rivista LIMES contiene una MAPPA molto utile per capire quali sono i cosiddetti “FLUSSI MIGRATORI” percorsi dai MIGRANTI CHE ARRIVANO IN ITALIA e il numero e la provenienza degli stranieri regolarmente residenti in Italia. La mappa è stata realizzata da Laura Canali, che è un’esperta in cartografia geopolitica ed è la responsabile della cartografia e della copertina di Limes. I dati si riferiscono al 2013 e sono stati elaborati dal CENTRO STUDI E RICERCHE IDOS SULLA BASE DI DATI ISTAT. La mappa di Limes mostra bene che BUONA PARTE DEI FLUSSI MIGRATORI verso l’Italia PASSA DA TERRA, soprattutto da paesi dell’EST EUROPA come la ROMANIA (il paese da cui arrivano più migranti in assoluto, in Italia) e l’UCRAINA, oppure dell’ASIA come la CINA. Per quanto riguarda gli arrivi VIA MARE nel canale di Sicilia, sono interessati perlopiù paesi come EGITTO e TUNISIA: quest’ultimo paese, assieme alla LIBIA, è ormai diventato un paese da dove partono o transitano migranti provenienti anche da paesi dell’AFRICA CENTRALE come NIGERIA e SENEGAL. Nella mappa sono anche indicati i PUNTI DI INGRESSO DEI MIGRANTI, dei quali ben OTTO SI TROVANO NEL NORD ITALIA (e c’è anche l’aeroporto di Malpensa). (da http://www.ilpost.it )

   Un altro limite evidente è che il provvedimento si applica ai soli richiedenti asilo. Non alle altre categorie d’immigrati, che sono il maggior numero: loro continueranno ad essere, a restare, un problema. Pertanto abbandoniamo ogni speranza di aver risolto il problema degli immigrati che passano il Mediterraneo con barconi assassini…. ma a noi adesso fa specie che per la prima volta si tenta di uscire da un’inerzia pressoché assoluta…

   E a proposito della traversata del “mare nostrum”, è’ tra l’altro stato stabilito (nel provvedimento dell’Ue) di “voler fermare i barconi”, con una missione militare in Libia; con l’obiettivo di intercettare ed eventualmente distruggere le imbarcazioni nelle quali vengono caricati poi i migranti (questo intervento militare è possibile anche grazie a una autorizzazione delle Nazioni Unite). Anche su questo tema esistono evidenti perplessità, ma qualcosa (ripetiamo) pare si stia muovendo positivamente in una politica europea decisamente ferma su temi così decisivi per la nostra epoca. Fin da pensare, eliminati i barconi assassini, se la provocazione di chi propone di trasformare i viaggi della disperazione in spostamenti organizzati e sicuri sia davvero così estrema e impossibile…

La barca con a bordo circa 350 migranti rohingya, al largo delle coste tailandesi, nel mare delle Andamane. Almeno dieci persone sono morte durante il viaggio DA INTERNAZIONALE 14 maggio 2015 - “…basta aprire la televisione e vedere il tragico spettacolo di gente alla deriva su imbarcazioni di fortuna. No, non vengono dal Nord Africa, e non si dirigono verso le nostre coste. Appartengono a una MINORANZA MUSULMANA DI MYANMAR, che cerca di sottrarsi a discriminazioni e persecuzioni che rendono la loro vita impossibile, e si dirigono verso THAILANDIA, INDONESIA, MALAYSIA. Paesi che…li respingono mettendone al rischio la sopravvivenza, dato che spesso quando si avvicinano alle coste hanno terminato sia viveri che acqua. (Roberto Toscano, da “la Stampa”” del 16/5/2015)
La barca con a bordo circa 350 migranti rohingya, al largo delle coste tailandesi, nel mare delle Andamane. Almeno dieci persone sono morte durante il viaggio DA INTERNAZIONALE 14 maggio 2015 – “…basta aprire la televisione e vedere il tragico spettacolo di gente alla deriva su imbarcazioni di fortuna. No, non vengono dal Nord Africa, e non si dirigono verso le nostre coste. Appartengono a una MINORANZA MUSULMANA DI MYANMAR, che cerca di sottrarsi a discriminazioni e persecuzioni che rendono la loro vita impossibile, e si dirigono verso THAILANDIA, INDONESIA, MALAYSIA. Paesi che…li respingono mettendone al rischio la sopravvivenza, dato che spesso quando si avvicinano alle coste hanno terminato sia viveri che acqua. (Roberto Toscano, da “la Stampa”” del 16/5/2015)
MYAMMAR, più comunemente chiamata BIRMANIA
MYAMMAR, più comunemente chiamata BIRMANIA

   Dal macro al micro. Vogliamo poi dire qualcosa in quel che accade in realtà territoriali locali circa l’atteggiamento sull’arrivo dei profughi, illustrando brevemente in questo post il “caso Padova”, dove pare che la città sia divisa (almeno nell’agire pubblico…. poi forse l’indifferenza e il fastidio per i nuovi arrivati regna tra la maggior parte dei cittadini…) su che risposta dare all’arrivo in città di tanti profughi. Una differenziazione di atteggiamento che è emblematica. Venerdì sera 15 maggio doveva tenersi una fiaccolata per manifestare contro l’ospitalità, e addirittura qualche giorno prima il sindaco (leghista) di Padova, Bitonci, ha firmato un’ordinanza che prevede multe ai privati che aprano le loro porte ai profughi (un divieto comunale a un’ospitalità spontanea, privata!!…). La risposta delle associazioni favorevoli alla solidarietà è venuta nella stessa serata con una contromanifestazione, e il sindaco ha molto responsabilmente evitato un confronto-scontro cittadino convincendo i promotori della manifestazione contro l’ospitalità a desistere, a rinviare la loro protesta.

Un migliaio di persone hanno partecipato la sera di venerdì 15 maggi alla manifestazione PADOVA ACCOGLIE in piazza Garibaldi da IL MATTINO DI PD
Un migliaio di persone hanno partecipato la sera di venerdì 15 maggi alla manifestazione PADOVA ACCOGLIE in piazza Garibaldi da IL MATTINO DI PD

   Cose, fenomeni, assai pericolosi di tensione sociale, quasi di scontro etnico: la città è solo dei “padovani doc” e di chi viene magari per studiare, per turismo che porta soldi… oppure può essere anche la città di chi viene da lontano fuggendo conflitti o fame e ha bisogno di aiuto, ospitalità, magari integrazione?

   E’ una questione non da poco che, piaccia o no, dobbiamo proporci. Saremo in grado di “farci carico” materialmente, concretamente, nelle nostre abitudini, di vivere in città mutate nella loro composizione di cittadini? …stabilendo regole che valgono per tutti ma rispettose anche di possibili differenze culturali che possono benissimo essere accettate e condivise (come la libertà di culto). Noi pensiamo che sta già accadendo (dai primi anni ’90 del secolo scorso) inesorabilmente di vivere in un contesto multietnico, e magari non solo con problemi di difficoltà di integrazione, ma arricchiti di nuove vitalità positive, di modi di vita che non conoscevamo, e dobbiamo solo far rispettare regole e diritti di tutela per tutti (aggiungendo quella solidarietà, personale e pubblica) per chi sta peggio.

(in fondo questo blog e le sue iniziative si rivolge a tutti, la geografia è per sua natura multietnica). (s.m.)

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IL VIAGGIO DI ABU NEL TROLLEY FUCSIA PER CONQUISTARE UNA NUOVA VITA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 9/5/2015

   NON è una vera valigia, è più piccola, è un trolley, col manico e le ruote, ed è anche color fucsia. METTIAMO CHE. Per cominciare, mettiamo che siate un agente della Guardia civil, addetto al controllo degli ingressi alla frontiera del TARAJAL, fra il Marocco e l’enclave spagnola di CEUTA.

Abu nel trolley
Abu nel trolley

   Ne avete viste tante. Pur di passare di qua, i migranti si fanno acrobati e contorsionisti. Nei bagagliai delle auto, è il meno, o sotto il fondale dei camion, nei pacchi di cartone da riciclare, sotto la cenere degli inceneritori. È successo che si siano sistemati dentro il cofano del motore: come hanno fatto? Va’ a capire: l’hanno fatto. Però questa non vi era mai successa.

   Uno che non vuol dare nell’occhio sceglie un trolley color fucsia? Magari proprio per quello… Fatto sta che Fatima, la ragazza, dava nell’occhio, era nervosa, come chi ha qualcosa da nascondere. Da nascondere c’è “la roba”, naturalmente. Allora voi avete passato il trolley allo scanner, e avete visto qualcosa di impensabile. E però era anche qualcosa di già visto, tante volte, tanto più se allo scanner ci fosse una Guardia civil donna.

   Più che una radiografia, era un’ecografia, l’ecografia di un nascituro, le ginocchia rannicchiate contro il corpo, la testa grossa piegata in avanti, quel colore scorticato rossastro e quasi trasparente. Il ricettacolo no, niente a che vedere con un grembo materno: un traliccio rettangolare, con due manici che sporgono in cima. A riguardarlo sui doppi schermi, così inclinato, sembra il fotogramma di un extraterrestre che fa l’altalena, fra poco scenderà e chiederà di telefonare a casa.

   Mettiamo che siate quello dentro il trolley, 8 anni ancora da compiere, venite dalla COSTA D’AVORIO — COSTA DE MARFIL, si dice in spagnolo: un marfileño. Già: ma come sei arrivato fin qui dalla Costa d’Avorio? Ti ha portato tuo padre, forse, dal Mali, dalla Mauritania, dal Sahara… O per mare? Hai anche un paio di escoriazioni sul ginocchio.

   La ragazza con la valigia, quella nervosa, marocchina, 19 anni, contrabbandiera di un solo bambino, ha preso dei soldi, e chissà se l’ha fatto solo per soldi. Ti ha messo attorno due o tre stracci colorati, rosso, azzurro: male che andasse, ha pensato, se aprivano il trolley, avresti trattenuto il respiro e l’avresti fatta franca. Potevi restarci soffocato, hanno detto poi. Però la Croce Rossa ha dichiarato di averti trovato in forma, spavento a parte.

   L’hanno aperta davvero la valigia, e tu sei rimasto davvero immobile per un po’, e loro forse hanno avuto paura che fossi morto — che fossi nato morto, per così dire. Poi però bisognava muoversi, e sei sbucato dal tuo grembo, cauto, allarmato, come uno che viene alla luce ma non sa che cosa l’aspetta. È il modo in cui tutti nascono, ma a otto anni fa più paura.

Ti hanno trattato bene: le polizie sono piene di tenerezza quando si trovano in braccio cuccioli venuti allo sbaraglio, lasciati in un cassonetto, partoriti su un barcone — Francesca Marina, la chiamano, e le fanno più feste che a Charlotte d’Inghilterra — o ripiegati come un pigiama dentro un trolley color fucsia.

   Le polizie hanno questo di bello, che possono pensare qualunque cosa della cosiddetta Questione dell’Immigrazione, ma poi si trovano davanti un bambino o una bambina e fanno tutti la stessa cosa, senza pensarci su un momento, perché quella bambina, quel bambino, non è la Questione, è il prossimo loro. (Le persone che si lasciano sequestrare dalla Questione sono sfortunate, e per lo più farebbero la stessa cosa, se fossero marinai o pescatori o sindache di Lampedusa — o papi, i papi la sanno a memoria quella del prossimo).

   Ora il film della tua rinascita, in Europa! per un pelo!, ti seguirà per tutta la vita, con quella premura doverosa e insieme grottesca, di coprirti gli occhi con una fascia nera, perché in Europa si protegge la privatezza di un bambino. Ti chiami Abu, o Adu — a seconda delle cronache. Una specie di beniamino della fortuna, da ora in poi: un trolley non è esattamente come il canestro di Mosé salvato dalle acque, ma le signore della Guardia civil e della Croce rossa valgono la figlia del faraone. «Españolito que vienes al mundo, te guarde Dios», come augura il poeta (e aggiunge che ci sono due Spagne, e una ti gelerà il corazon).

   «Un’emigrazione così grottesca ancora non l’avevamo immaginata», ha detto il portavoce della Guardia civil. Mettiamo che siate Alfonso Cruzado, il portavoce della Guardia civil. «Era morto di paura. Era stupefatto, più che altro. Abbiamo cercato di calmarlo, di togliergli di dosso la paura, che si sentisse al sicuro».

   Dunque deplorate il padre — 42 anni, ivoriano — deplorate la ragazza marocchina, ma poi vi dite che chissà come sarebbe finita con quel marmocchio, e chissà come andrà d’ora in poi, e forse c’è una ragione misteriosa in quell’ingresso nella buia altalena, ci sono delle creature che vanno lì lì per finir male, o sembrano disgraziate e inadeguate, e un giorno o l’altro giocano una partita come Messi l’altroieri.

   Il padre è stato arrestato, la ragazza marocchina pure: traffico di essere umano, una vita a repentaglio… Mettiamo che siate il padre, avete 42 anni, siete regolarmente residente alle Canarie, avevate fatto una regolare richiesta per il ricongiungimento famigliare, vi era stata respinta. Avete affidato il piccolo a una ragazz: lei avrebbe dato meno nell’occhio, e poi quale controllore si insospettirebbe di un trolley fucsia? Avete detto alla polizia che non sapevate come la ragazza l’avrebbe contrabbandato: a occhio e croce, questo non è affatto bello. E sarebbe anche meno bello se fosse vero. Chi noleggia una portatrice per suo figlio senza chiedere, o chiedersi, come farà? Infatti la giudice non vi ha creduto. E c’è una madre del bambino? Le cronache non sono ancora chiare, qualcuna dice che lo stava aspettando. Se è così, lo starà aspettando ancora. Mettiamo che siate sua madre, allora.

   Mettiamo che voi siate Abu, o Adu: è gentile, questa gente della Croce Rossa. Ora sei “a disposizione della Fiscalía de Menores”. Però speriamo che ti ridiano a tuo padre, e vi lascino andare insieme a Las Palmas, Gran Canaria, di cui ti ha raccontato tanto. Forse non è vero che avresti potuto soffocare, dentro quella valigia: forse non se ne sono accorti, ma c’era una fessura. Avevate fatto le prove. Era un gioco: si giocava a nascondersi e a passare la frontiera, in un bel giorno di primavera. (Adriano Sofri)

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SUDDIVISI IN EUROPA 40 MILA MIGRANTI

di Ivo Caizzi, da “il Corriere della Sera” del 28/5/2015

– Saranno trasferiti i richiedenti asilo siriani ed eritrei sbarcati dal 15 aprile sulle coste italiane e greche – Il grosso delle quote fra Germania, Francia e Spagna. Londra e Copenaghen si chiamano fuori – Le proposte della Commissione passano ora alla trattativa tra 25 governi: il voto a giugno –

BRUXELLES – La Commissione europea propone una prima iniziativa di condivisione e solidarietà tra i Paesi membri per aiutare ITALIA e GRECIA ad affrontare l’emergenza degli arrivi di richiedenti asilo dalla SIRIA e dall’ERITREA.

   In due anni, pur senza imporre quote obbligatorie, 40 mila siriani ed eritrei sbarcati sulle coste italiane e greche «dovrebbero essere ricollocati» in GERMANIA (5.258), FRANCIA (4.051), SPAGNA (2.573) e in altri Stati Ue in base a una ripartizione predefinita. L’Italia trasferirebbe 24 mila rifugiati arrivati «dopo il 15 aprile 2015 o dopo il lancio di questo meccanismo».

   In due anni altri 20 mila richiedenti asilo saranno accolti dall’estero nei Paesi membri (in Italia 1.989) aiutati con fondi Ue. Il rafforzamento della missione comunitaria Triton nel Mediterraneo dovrebbe estendere l’area di intervento a quella precedentemente dell’operazione italiana Mare Nostrum in modo da cercare di salvare più vite di migranti.

   La Germania ha ottenuto un potenziamento dei controlli sui richiedenti asilo (soprattutto sulle impronte digitali) per evitare che Italia e Grecia trasferiscano come rifugiati degli immigrati clandestini, invece di rimpatriarli.

   Le proposte della Commissione passano ora alla trattativa tra 25 governi (REGNO UNITO e DANIMARCA si sono già chiamati fuori appellandosi a una clausola dei Trattati Ue utilizzabile anche dall’IRLANDA). Nel Consiglio dei ministri degli Interni del 15 giugno e nel summit dei capi di governo del 25 giugno ci sarà da superare l’opposizione annunciata da una decina di Paesi, guidati da UNGHERIA e POLONIA.

   La delicatezza del tema immigrazione nella politica interna di molti Stati ha portato a escludere ogni intervento di condivisione sugli immigrati illegali e sui rifugiati accolti da Italia e Grecia prima del 15 aprile scorso.

   Restano molte incertezze sull’esito della trattativa. «Quelli che non possono avanzare giustificate richieste di asilo dovrebbero essere rapidamente identificati e rimpatriati — ha precisato il vicepresidente olandese della Commissione europea Frans Timmermans —. Questo è fondamentale affinché le politiche sull’immigrazione siano accettate dai cittadini».

   La responsabile della politica estera della Commissione e dei governi Ue, Federica Mogherini, ha auspicato interventi nei Paesi d’origine «per contrastare le cause che spingono a scappare e migrare: povertà, guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani e disastri naturali». Il segretario generale dell’Onu Ban ki-moon, a Bruxelles per incontrare il presidente lussemburghese della Commissione Jean-Claude Juncker, ha esortato ad «allargare ogni strada legale» per evitare che i migranti ricorrano ai trafficanti di esseri umani e che azioni di tipo militare contro queste organizzazioni criminali possano provocare effetti negativi.

   Italia e Grecia avevano ben altre aspettative per la condivisione dell’emergenza migranti nel Mediterraneo. Il partito europopolare Ppe ha espresso le riserve anche di GERMANIA e SVEZIA, che accolgono il maggior numero di rifugiati e vorrebbero allentare maggiormente la pressione degli arrivi. (Ivo Caizzi)

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intervista a MICHAEL ROTH

«LE REGOLE SULL’ASILO VANNO RIVISTE» BERLINO SI SCHIERA AL FIANCO DI ROMA

di Alessandro Farruggia, da “Giorno – Carlino – Nazione” di giovedì 28 maggio 2015

– «Le regole sull’asilo vanno riviste» Berlino si schiera al fianco di Roma Intervista al ministro tedesco Roth –

«IL MECCANISMO europeo di asilo, meglio noto come Dublino 2, semplicemente non funziona. Va riformato. Il dibattito è partito, non so se riusciremo a finirlo nel 2015, ma lo spero. Perché il problema è comune e anche sull’asilo serve un impegno di tutti e ventotto, non solo di pochi Paesi». MICHAEL ROTH è il ministro degli Affari europei del governo tedesco. A Roma per incontrare l’omologo Sandro Gozi, con il quale ha un’intesa speciale, che nasce dalla comune militanza — Roth è un esponente dell’Spd —, ma è rafforzata dalla crescente sintonia tra il governo Merkel e quello Renzi.

   «Sia sul tema del rafforzamento dell’Ue che su quello delle migrazione — dice — è fondamentale una forte cooperazione tra Germania e Italia. E io sono molto felice che l’Italia sia di nuovo sul palcoscenico dell’Europa e condivida i nostri obiettivi».

Ministro, lei parla della necessità che tutti i 28 si impegnino, ma i segnali che vengono dalla Gran Bretagna e da molti altri Paesi del’Est e del Nord Europa e persino dalla Francia non sono incoraggianti. Crede che un accordo sia possibile?

«Non vi è dubbio che serva un meccanismo di solidarietà dentro l’Europa. Oggi quattro Paesi, Germania, Italia, Svezia e Francia accolgono il 75% dei richiedenti asilo. La Germania da sola nel 2014 ne ha ricevuti 200mila e quest’anno ci aspettiamo cifre doppie: da 400 a 500mila. Non è sostenibile che il peso ricaschi solo su alcuni Paesi, perché questo, ripeto, è un problema di tutti. Il dibattito è in corso e penso che entro la fine dell’anno troveremo un accordo».

Anche con francesi, inglesi, spagnoli, danesi, ungheresi, slovacchi, lettoni?

«I francesi non sono contro un meccanismo di solidarietà ma sono contro quote rigide in quanto tali. Gli spagnoli, che hanno fatto molto in questi anni, sono perplessi sui criteri sulla base dei quali le quote vengono stabilite e chiedono che venga tenuto conto dell’accoglienza che hanno dato. Mi pare che la Commissione stia venendo incontro alle loro preoccupazioni. Con la Gran Bretagna spero si possa trovare un accordo».

C’è anche buona parte dell’Est Europa a non volere una redistribuzione. Convinciamo anche loro?

«Si, spero che si possano convincere anche loro. Sia chiaro, io li capisco, non hanno esperienza come Paesi ricettori di flussi di immigrazione. Ricordo bene come era difficile in Germania 10 o 15 anni fa. Ma in questi anni abbiamo messo a punto buone pratiche, ci sono esempi positivi di integrazione. Noi, gli svedesi, gli italiani, possiamo aiutarli con la nostra esperienza, se lo vorranno».

Che ne pensa della missione di polizia contro i trafficanti di esseri umani?

«Che è assolutamente necessaria. La priorità dell’azione europea sul tema migrazioni è salvare vite umane, la seconda è combattere contro i trafficanti di esseri umani, la terza aumentare la solidarietà tra Stati membri e poi dobbiamo anche agire sui Paesi di provenienza, cercando di creare le condizioni per bloccare il flusso. Per salvare vite umane abbiamo potenziato fortemente Triton. Ora la precondizione di una missione efficace contro gli scafisti è avere un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che purtroppo ancora non vedo. Ma ci arriveremo. Naturalmente, abbiamo anche bisogno del supporto delle istituzioni libiche. Senza, è difficile…».

E questo è il punto. Per adesso in Libia ci sono due governi e nessuna prospettiva di accordo. Se non si trova che facciamo, ci accordiamo separatamente con le due autorità?

«La comunità internazionale sta lavorando intensamente, grazie al lavoro dell’inviato speciale Leon e non solo, per un governo di solidarietà nazionale. Ci vuole tempo, ma un accordo tra le parti è essenziale. Purtroppo, senza una intesa e un supporto costruttivo delle autorità libiche, la missione europea contro i trafficanti di esseri umani non funzionerà. E quindi non ci resta che insistere perché l’accordo si trovi». (Alessandro Farruggia)

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IL PIANO UE: VIA ALLE QUOTE E NAVI CONTRO GLI SCAFISTI

– No a interventi di terra in Libia – Quote di migranti nel piano europeo – Il «no» di Londra – All’Italia il 10% dei rifugiati in arrivo e il 12% di quelli già nella Ue –

di Romano Beda, da “il Sole 24ore” del 14/5/2015

BRUXELLES – Dopo lunghe trattazioni, la Commissione europea ha approvato il 13 maggio le attese linee guida per meglio gestire l’immigrazione illegale. Forte dell’ emergenza di questi mesi, l’esecutivo comunitario ha presentato un pacchetto che pone le basi per una nuova politica comune in questo delicato campo.

   Le proposte, che andranno approvate dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo, hanno già suscitato le reazioni negative di alcuni paesi membri, a iniziare dal Regno Unito.

   «Dobbiamo mostrare maggiore solidarietà», ha detto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. «Creeremo un sistema di quote che faciliterà, in modo equo e solidale, l’allocazione di rifugiati che chiedono e sono eligibili all’asilo”. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Federica Mogherini ha parlato della necessità «di condividere le responsabilità», in un contesto nel quale i paesi del Mediterraneo da anni ormai sono in prima linea nel gestire l’arrivo di migranti.

   Nel dettaglio, la Commissione proporrà entro fine mese un sistema di reinsediamento attraverso l’Unione di 20mila rifugiati non ancora sul territorio europeo, secondo quote specifiche per paese. Il commissario all’immigrazione Dimitris Avramopoulos ha spiegato in una conferenza stampa che lo schema sarà volontario.

   Nel contempo, Bruxelles proporrà un sistema obbligatorio di ricollocazione in tutti i paesi europei di immigrati già presenti sul territorio europeo. Bruxelles precisa che la quota spettante all’Italia sarà del 12% del totale.

   «Il sistema basato sul Principio di Dublino non funziona come dovrebbe», ha spiegato il vice presidente dell’esecutivo comunitario Frans Timmermans. Attualmente, le regole europee prevedono che la responsabilità dell’accoglienza del migrante spetti al paese di primo sbarco.

   L’obiettivo della Commissione è quindi di mettere mano a uno schema che oggi costringe cinque paesi a gestire il 72% delle domande d’asilo. Per anni, molti governi hanno respinto l’ipotesi di modificare il Principio di Dublino.

   La Germania ha cambiato idea, e si è detta ormai favorevole a un sistema di quote dopo che negli ultimi mesi è stata oggetto di un forte aumento delle richieste di asilo. Agli occhi della classe politica tedesca la ridistribuzione è un modo per alleviare le pressioni sul proprio paese. L’adozione di quote obbligatorie poggia sull’articolo 78/3 dei Trattati che permette misure eccezionali in casi di emergenza.

   Secondo i parametri comunitari, basati tra le altre cose su Pil e popolazione, la Germania sarebbe chiamata ad accogliere il 18% degli immigrati da ricollocare (nel 2014, il paese ha ricevuto il 35% di tutte le richieste d’asilo registrate nell’Unione). Alla Francia andrebbe il 14% degli immigrati (rispetto all’11% delle richieste dell’anno scorso), mentre per l’Italia la quota del 12% è in linea con quanto è avvenuto nel 2014.

L’anno scorso il paese ha registrato 35.180 richieste e concesso l’asilo a 20.580 persone. Le linee-guida andranno tradotte nelle prossime settimane in progetti legislativi concreti che dovranno essere approvati dal Parlamento e dal Consiglio.

   Il negoziato non sarà facile. Mentre Berlino si è detta favorevole, così come Parigi, contrari sono Londra e molti paesi dell’Est Europa. È da ricordare che i Trattati danno alla Gran Bretagna, all’Irlanda e alla Danimarca la possibilità di non partecipare al nuovo meccanismo di redistribuzione dei migranti per meglio gestire l’immigrazione illegale.

   Il nuovo ministro degli Interni inglese, Theresa May, ha criticato le linee-guida comunitarie: «Non sono d’accordo con Federica Mogherini secondo la quale nessun migrante o rifugiato intercettato in mare verrà rimandato contro la sua volontà (…) Un tale approccio non farà che incoraggiare la gente a rischiare la vita».

Critiche a un pacchetto che dovrà essere approvato alla maggioranza qualificata sono giunte ieri anche da Repubblica ceca e Slovacchia. Intanto, lunedì prossimo i ministri degli Affari esteri dell’Unione discuteranno di una missione militare in Libia, con l’obiettivo di intercettare ed eventualmente distruggere le imbarcazioni usate dai migranti, grazie a una autorizzazione delle Nazioni Unite. Secondo The Guardian, il piano strategico attualmente in preparazione non esclude l’invio di uomini sul territorio libico. La Mogherini ha assicurato che la missione non includerà «militari sul terreno». (Romano Beda)

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Per l’immigrazione Ue: la realtà dietro la retorica

AGENDA PER L’IMMIGRAZIONE UE: LA REALTA’ DIETRO LA RETORICA

di Maurizio Ambrosini, da LAVOCE.INFO del 14/5/2015

– Arrivi dal mare come una questione comunitaria e stanziamento di 60 milioni sono tra i pochi passi avanti dell’agenda europea per una nuova politica dell’immigrazione. Il primo superamento del “muro di Dublino” rischia di bloccare i rifugiati in un paese, indipendentemente dalle loro preferenze. –

I PASSI AVANTI

L’agenda dell’Unione Europea per una nuova politica dell’immigrazione approvata dalla Commissione di Bruxelles contiene alcuni interessanti progressi: anzitutto, sul piano politico, per la prima volta tratta gli arrivi dal mare come una questione comunitaria, e non solo come un problema dei singoli paesi interessati dagli sbarchi. Ossia, sostanzialmente, in questa fase, dell’Italia. Comporta poi un primo allentamento delle rigidità delle convenzioni di Dublino, introducendo un sistema di ricollocamento dei RICHIEDENTI ASILO già entrati nel territorio europeo (NON DEGLI IMMIGRATI, COME ERRONEAMENTE SI DICE) a carico di ciascun paese, fino a un numero complessivo di 20mila persone.

Formalizza un impegno al reinsediamento di altri 20mila profughi accolti nei campi delle zone adiacenti alle aree di crisi. Ultimo punto, ma non per importanza, METTE SUL PIATTO 60 MILIONI DI EURO. L’AGENDA è stata sbandierata con molta enfasi dai politici italiani e da qualche voce raccolta a Bruxelles, ma RESTA IN REALTÀ TIMIDA, non condivisa da tutti i partner e soprattutto fuorviante su aspetti qualificanti.

Cominciamo dalla condivisione: REGNO UNITO, DANIMARCA E IRLANDA HANNO GIÀ FATTO SAPERE CHE NON PARTECIPERANNO. Alcuni paesi dell’Europa orientale, come POLONIA E UNGHERIA, HANNO ESPRESSO CONTRARIETÀ, ma le loro posizioni non vengono prese troppo sul serio. Probabilmente, si confida nelle capacità di persuasione di Angela Merkel. L’ASSENSO DI GERMANIA E FRANCIA NON DEVE ILLUDERE TROPPO: anche questi paesi sono in credito sul numero dei rifugiati. La Germania ha ricevuto nel 2014 circa un terzo delle domande di asilo presentate in Europa.

ACCOGLIENZA SOLO PER 40MILA

Ma i problemi maggiori sono altri e li abbiamo già segnalati. PERSISTE, anzitutto, LA RETORICA DELL’INVASIONE E DEI NUMERI INGESTIBILI. NELLA UE ARRIVANO MENO DEL 10 PER CENTO DEI RIFUGIATI DEL MONDO. Ma anche rispetto ai 191mila nuovi richiedenti registrati nell’Unione Europea nel 2014, e ai 170mila sbarcati in Italia, la proposta di accoglienza e redistribuzione di 40mila profughi tra 25 paesi dell’UE appare molto lontana dalle necessità.

Nella più ottimistica delle valutazioni, può forse essere considerata un riluttante avvio di una nuova fase. Non è affatto vero, come si sta lasciando credere in questi giorni, che la quota dell’11,84 per cento assegnata all’Italia (9,94 per cento per i reinsediamenti) valga per il complesso dei richiedenti asilo che cercheranno rifugio sulle nostre coste nei prossimi mesi: riguarda persone già arrivate o persone oggi accolte in campi profughi prossimi alle zone di guerra. I nuovi sbarcati rimarranno sotto il regime precedente, cioè almeno in teoria a carico nostro.

Con un’aggravante: arriveranno funzionari di Bruxelles a vigilare sull’identificazione e sulla corretta registrazione degli sbarcati. Se così sarà, IL TRANSITO VERSO ALTRE DESTINAZIONI DESIDERATO DALLA MAGGIOR PARTE DEI PROFUGHI e benignamente tollerato dalle nostre autorità DIVENTERÀ PIÙ DIFFICILE e aumenteranno le probabilità che rimangano in Italia.

UN NUOVO MURO

L’idea delle quote poi, pur segnando un primo superamento del “muro di Dublino”, per come è stata presentata rischia di istituire un secondo muro: BLOCCA I RIFUGIATI NEL PAESE A CUI SONO STATI RICOLLOCATI IN QUOTA. Ciò significa disconoscere i legami, le aspirazioni, le capacità progettuali dei rifugiati: se hanno parenti o compaesani in un altro paese, ne conoscono la lingua o semplicemente pensano che vi si troveranno meglio, non è giusto né ragionevole impedire loro di raggiungerlo.

I RIFUGIATI CONTINUANO A ESSERE VISTI COME SOGGETTI PASSIVI, che devono soltanto sottomettersi alle decisioni delle autorità che li accolgono. Non è un’impostazione rispettosa dei diritti umani. Sarebbe più sensato semmai prevedere di addossare i costi dell’accoglienza al bilancio comunitario, anziché a quello dei singoli Stati. La proposta europea insiste poi, non senza successo, sulla CRIMINALIZZAZIONE DEI TRASPORTATORI. I fondi serviranno soprattutto a finanziare la vigilanza nell’ambito del programma Frontex, fino a immaginare l’uso della forza militare.

I richiedenti asilo in realtà oggi non hanno alternative e gli scafisti vendono un servizio che le linee aeree e marittime ufficiali non svolgono. Posti sotto pressione, peggiorano le condizioni di viaggio dei clienti trasportati: impiegano barche più vecchie, le affollano ancora di più, la fanno guidare dai profughi stessi. SE L’UE VOLESSE DAVVERO SGOMINARE IL TRAFFICO ILLEGALE, DOVREBBE PREVEDERE CANALI D’INGRESSO SICURI, o misure di rapido reinsediamento di chi trova provvisoriamente scampo nei paesi vicini: non 20mila persone, ma molte di più. Ricordo che LIBANO, TURCHIA E GIORDANIA ACCOLGONO CIASCUNO PIÙ RIFUGIATI DI TUTTI I 28 PAESI DELL’UNIONE EUROPEA MESSI INSIEME. Infine, l’UE ha riesumato la retorica dell’aiuto ai paesi di origine.

In realtà, I PROFUGHI ARRIVANO SOPRATTUTTO DA ZONE DI GUERRA E REPRESSIONE, SIRIA ED ERITREA IN TESTA. COLORO CHE SCAPPANO NON SONO I PIÙ POVERI DEL LORO PAESE: nel caso siriano, quelli che riescono a raggiungere l’Europa sono perlopiù professionisti o commercianti con buona disponibilità di mezzi. Qualche aiuto al Niger o ad altri paesi africani non risolverà il problema. Più in generale, I MIGRANTI NON ARRIVANO DAI PAESI PIÙ POVERI DEL MONDO. Proprio per questo, se anche si favorisse davvero lo sviluppo, obiettivo in sé più che auspicabile, il risultato almeno in una prima, non breve, fase sarebbe un incremento delle partenze: crescerebbe infatti il numero delle persone in grado di emigrare, mentre sul posto non aumenterebbero ancora le opportunità di una vita migliore per tutti. La retorica è un aspetto non secondario dell’azione politica, e lo stesso vale per i simbolismi.

Può darsi che l’agenda inauguri davvero una nuova fase delle politiche dell’asilo in Europa. Ma per ora rimane lontana nei risultati dall’enfatica propaganda che l’accompagna. Paesi che si dichiarano campioni della tutela dei diritti umani devono ancora dimostrare di saperli difendere per davvero. (Maurizio Ambrosini)

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IL NORDEST (PADOVA) E L’EMERGENZA PROFUGHI 

BITONCI RIMANDA LA FIACCOLATA CONTRO I PROFUGHI A PADOVA

da PADOVAOGGI, 15/5/2015 (www.padovaoggi.it/ ) – “Pericolo violenze infiltrati”, Bitonci rimanda la fiaccolata anti profughi – Il sindaco di Padova ha proposto agli organizzatori della manifestazione indetta per venerdì di rinviare l’evento. Il motivo: evitare scontri con i partecipanti alla contro-iniziativa contemporanea “Padova accoglie” –

   Dopo un incontro con il prefetto Patrizia Impresa e il questore Gianfranco Bernabei, il sindaco di Padova, Massimo Bitonci, ha chiesto agli organizzatori di rinviare la fiaccolata organizzata per venerdì 15 maggio, contro l’accoglienza di profughi in città. La proposta, accolta da commercianti e residenti che hanno indetto la manifestazione, è arrivata lo stesso venerdì, in mattinata, “per evitare che infiltrati nella contro manifestazione compiano violenze”.

BITONCI RIMANDA LA FIACCOLATA: Guarda il video

FIACCOLATA RINVIATA. Bitonci fa riferimento all’iniziativa “Padova accoglie“, annunciata nei giorni scorsi da diverse associazioni padovane, che si sarebbe svolta in concomitanza con la fiaccolata, ma in segno opposto. “Ho esposto la mia preoccupazione perché sono state autorizzate due manifestazioni alla stessa ora e nello stesso luogo – ha detto Bitonci – ho chiesto ai commercianti di spostare la fiaccolata alla settimana prossima in modo che gli antagonisti dei centri sociali possano fare la loro. Ci ho pensato molto ma non posso pensare che ci possano essere situazioni di pericolo – ha continuato – in cui qualcuno si faccia male o venga messa a ferro e fuoco la città perché qualcuno cercherà sicuramente il contrasto”.

GLI ORGANIZZATORI DELLA FIACCOLATA. Sulla pagina dedicata all’evento contro i migranti, i promotori della manifestazione comunicano l’intenzione di accettare la proposta del primo cittadino: “Siamo gente pacifica che vuole manifestare per dei diritti e delle idee, ma non cerchiamo alcun tipo di scontro. Ci spiace molto che sia stata autorizzata una contromanifestazione, perciò, nonostante la grande fiducia che abbiamo nell’organizzazione delle forze dell’ordine, abbiamo deciso di accogliere l’appello del sindaco e sposteremo la manifestazione in una data da destinarsi della settimana prossima”.

LE DUE MANIFESTAZIONI. La fiaccolata sarebbe dovuta partire da palazzo Moroni alle 19.40. Mentre il corteo “Padova accoglie”, che trova l’appoggio anche di don Albino Bizzotto, dei Beati costruttori di Pace – il religioso in questi giorni ha dato avvio allo sciopero della fame per sostenere la causa dei migranti – si ritroverà alle 19 in piazza Garibaldi.

PROFUGHI, PADOVA SPACCATA. La questione dell’accoglienza dei profughi in case private è divenuta in queste settimane, tra favorevoli e contrari, sempre più pressante e scottante. Dopo che alcuni cittadini hanno deciso di mettere a disposizione dei migranti i propri alloggi – è il caso, ad esempio, della 90enne che, colpita dal dramma degli sbarchi, ha messo recentemente a disposizione la propria abitazione per ospitarli – Padova si è divisa nettamente in due: da una parte chi parla di un'”invasione”, tra questi il sindaco Bitonci che ha firmato un’ordinanza ad hoc, e avviato una raccolta firme; dall’altra parte la Padova solidale, e la manifestazione che si sarebbe dovuta svolgere parallelamente e in antitesi alla fiaccolata.

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LA PERICOLOSA PRETESA DI SCEGLIERE IL PROPRIO VICINO

di Donatella Di Cesare, da “il Corriere della Sera” del 15/5/2015

   L’arrivo dei profughi sembra ormai suscitare reazioni estreme su cui occorre riflettere. Il caso di Padova è emblematico. Stasera dovrebbe tenersi una fiaccolata per MANIFESTARE CONTRO L’OSPITALITÀ (la manifestazione è stata rinviata su proposta del sindaco per possibili scontri, vedi articolo sopra, ndr). Qualche giorno fa, d’altronde, il sindaco ha firmato l’ordinanza che prevede MULTE AI PRIVATI CHE APRANO LE LORO PORTE AI PROFUGHI. Ma è possibile negare l’ospitalità, senza che questo abbia conseguenze per la convivenza civile? Ed è lecita la pretesa di decidere con chi coabitare?

   Per capire quanto pericolosa e inquietante sia questa pretesa, basti pensare che emerge nel ‘900 e trova espressione nel nazismo, il primo progetto di rimodellamento del pianeta. Il successivo annientamento, che ha caratterizzato l’impresa totalitaria, non deve far perdere di vista la pericolosità insita nella scelta della coabitazione.

   Il punto è che coabitare non può essere una scelta né, tanto meno, libera. Il luogo che ciascuno di noi abita era, prima, di un altro che ci ha preceduto. Non si può reclamarlo come se fosse una proprietà esclusiva. La violenza nasce da questa rivendicazione che vorrebbe escludere l’altro.

   Nessun buonismo, ma il riconoscimento di una sfida per la politica che dovrà essere in grado, nel mondo globalizzato delle ondate migratorie e del concorrere di tanti esili, di farsi carico della coabitazione nel suo senso più profondo. Una nazione che vuole far corpo con il luogo che abita, che crede di costruire sul suolo la propria identità, guarda solo in basso, ed è incapace di rivolgere lo sguardo in alto, al futuro. Prossimità non voluta, coabitazione non scelta: sono queste le condizioni per pensare la convivenza nel nostro eterogeneo mondo, dove siamo tutti vincolati ai tanti altri, mai conosciuti, dai quali però dipende la nostra esistenza, dove siamo tutti accolti e chiamati ad accogliere. Negarlo è insensato e può avere esiti gravi. Accoglienza è quel gesto femminile in cui si condensa l’etica stessa. Non c’è etica senza accoglienza — e neppure umanità. (Donatella Di Cesare)

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“DALL’EUROPA UN PRIMO PASSO AVANTI MA IL SISTEMA DELLE QUOTE RISCHIA DI FALLIRE”

Intervista a CHRISTOPHER HEIN (direttore del Consiglio italiano per i rifugiati)

di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 14/5/2015

“Senza un piano di integrazione difficilmente chi andrà in Slovacchia e Lituania resterà lì”. – “Le quote tra i Paesi dell’Ue? I rifugiati non sono pacchi postali o container, non si possono mandare da uno Stato all’altro in base a un semplice calcolo matematico”-

   Cosi il direttore del Consiglio italiano per i rifugiati CHRISTOPHER HEIN commenta il piano sull’immigrazione dell’Unione Europea.

Perché ritiene che non funzionerà?

L’anno scorso sono sbarcati in Italia 170mila migranti, due terzi dei quali fuggiti poi in altri Paesi. Se non prevediamo dei sistemi di integrazione efficaci, sarà impossibile evitare gli spostamenti all’interno dell’Europa. Faccio un esempio: difficilmente chi sarà trasferito in Slovacchia o in Lituania, rimarrà Ii. A meno che i rifugiati siano integrati.

Dunque è un piano sbagliato?

No, alcuni importanti passi avanti sono stati fatti: è la prima volta che la Commissione europea riconosce apertamente il non funzionamento del Trattato di Dublino e una sua possibile revisione nel 2016.

È questo l’unico punto positivo?

Mi sembra buona anche l’idea di costruire dei punti di contatto nei paesi terzi, partendo dal Niger, dove le persone possono rivolgersi per chiedere la protezione internazionale. E, sebbene venga menzionato in modo vago, finalmente si parla della previsione dello status di rifugiato europeo.

La Commissione proporrà un programma di reinsediamento in tutti i Paesi Ue di 20.000 rifugiati.

Meglio di niente. Ma il numero è insufficiente rispetto, ad esempio, ai 3,5 milioni di siriani in fuga.

È possibile affondare i barconi prima che partano dalla Libia?

La domanda è un’altra: anche se fosse possibile, cosa succederebbe? I profughi non rimarrebbero certo in Libia dove non hanno diritti. Andrebbero in Egitto, Tunisia, Algeria per imbarcarsi. Si sposta il problema, ma non si risolve».

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IL GESTO DI UN’EUROPA AVARA

di Michele Ainis, da “il Corriere della Sera” del 16/5/2015

   L’Unione Europea ha aperto un ufficio postale. Ma in questo caso i pacchi da spedire contengono persone, non merci. È l’effetto della relocation decisa dalla Commissione: la folla dei migranti andrà divisa in quote diseguali tra 25 Paesi, tenendo conto delle loro popolazioni, del Pil, del tasso di disoccupazione.

   A prima vista, un gesto di solidarietà da quest’Europa ben poco solidale. Finalmente ci lasciamo alle spalle il regolamento di Dublino, che scarica i flussi migratori sugli Stati in cui avvengono gli sbarchi.

   A seconda vista, una misura secondaria. Senza un’assunzione di responsabilità davanti all’emergenza più drammatica del terzo millennio. Senza un calcolo realistico delle sue concrete conseguenze. E infine senza rispetto per la dignità degli individui.

   Per quali ragioni? Intanto perché IL PROVVEDIMENTO S’APPLICA AI RICHIEDENTI ASILO. Non alle altre categorie d’immigrati, che sono il maggior numero: loro continueranno ad essere un rompicapo nazionale. L’ANNO SCORSO NE SBARCARONO IN ITALIA 170 MILA, un record; NEI PRIMI QUATTRO MESI DI QUEST’ANNO il pallottoliere segna GIÀ 85 MILA migranti assistiti dalle nostre strutture, un ultrarecord.

   Per identificarli attraverso il fotosegnalamento dobbiamo acquistare macchinali, reclutare personale. Per ospitarli servono alloggi, quando ci mancano perfino le caserme.

   Sicché nel 2014 abbiamo speso 650 milioni nella gestione degli immigrati, nel 2015 la stima s’impenna a 800 milioni.

Tuttavia l’Europa ha stanziato la miseria di 60 milioni per tutti i 25 Stati coinvolti da questa nuova Agenda sulla migrazione. Nemmeno Arpagone, l’avaro di Molière, avrebbe fatto peggio.

   La via d’uscita? Costruire campi d’identificazione in Africa, nei cinque Paesi della fascia sub sahariana. E lì respingere o accettare le richieste d’asilo, dirottando da subito i migranti nei vari Stati europei, il governo italiano l’aveva già proposto l’anno scorso, ma l’Unione ha fatto orecchie da mercante. E il mercante ora progetta un esodo di massa, o meglio un trasferimento degli immigrati da una sponda all’altra del Vecchio continente, per rispettare quote e percentuali.

   Tu leggi il nuovo editto, e subito t’immagini aerei che rombano da Lubiana a Madrid, da Atene a Francoforte. T’immagini il loro carico dolente, e quasi sempre anche nolente. Quanti migranti vorranno separarsi dai luoghi, dagli affetti, dal lavoro che hanno trovato nel frattempo? E quanta forza militare servirà per addomesticare i più recalcitranti?

Eccola perciò la vittima di questa misura: la dignità, il rispetto che si deve a ogni individuo. E la dignità non ammette distinzioni fra stranieri e cittadini, né fra immigrati regolari e irregolari. Come ha stabilito la Corte costituzionale nella penultima sentenza firmata anche da Sergio Mattarella (n. 22 del 2015), annullando una norma che negava agli extracomunitari ciechi la pensione d’invalidità, ove quelle persone prive della vista fossero anche prive della carta di soggiorno. Una lezione per l’Europa, ma pure per l’Italia.

   Perché non possiamo pretendere dagli altri il rispetto di questo valore, se non sappiamo rispettarlo a casa nostra. Sta di fatto che il Testo unico sull’immigrazione è stato denunziato in 264 occasioni dinanzi alla Consulta, oltre una volta al mese. Ciò nonostante, le nostre leggi hanno più buchi d’un gruviera.

   MANCA una disciplina organica sulla gestione degli stranieri che reclamano asilo o in generale protezione umanitaria; eppure le soluzioni sono già nero su bianco, come quella elaborata dall’Isle nel 2014. MANCA una differenziazione chiara fra i migranti economici e le altre categorie di sfollati. MANCA la legge sul diritto d’asilo, benché siano trascorsi settant’anni da quando i costituenti la previdero. MANCA altresì sui rifugiati, per estendere la tutela a chi venga perseguitato per ragioni etniche o sessuali, oltre che politiche. MANCA un supporto normativo che garantisca ai migranti informazioni e procedure certe. MANCA perfino il diritto ad avvalersi d’una lingua conosciuta.

   Risultato: se non annega nelle acque del Mediterraneo, chi sbarca sulle nostre coste finirà per annegare tra i flutti della burocrazia italiana. A Roma non meno che a Bruxelles, urge acquistare un salvagente. (Michele Ainis)

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LA SCOMMESSA EUROPEA, MA LA PARTITA È IN SALITA

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 14/5/2015

– L’ANALISI. La scommessa europea ma la partita è in salita. – LE REGOLE. Per essere credibile alla redistribuzione deve fare da contraltare una rigorosa politica dei ritorni. – Si fa presto a dire finalmente le quote, sognando le redistribuzione su scala europea della valanga di rifugiati che si riversano e continueranno a riversarsi dal bacino del Mediterraneo, soprattutto sulle coste italiane e greche. –

   L’Europa s’è desta, è vero, di fronte alle tragedie del mare e alle nostre pressanti e pluriennali richieste. Ora sembra disposta a rivedere la CONVENZIONE DI DUBLINO e i criteri di smistamento delle richieste di asilo, visto che l’anno scorso più di due terzi delle domande presentate si sono dirette in solo 4 paesi dei 28 dell’Unione: in Germania, seguita dalla Svezia e da Francia e Italia con numeri tra loro equivalenti.

   Ma se alla fine della partita negoziale si scoprisse che un paese come il nostro dovrà assumersi un dovere di accoglienza più pesante dell’attuale, mentre i paesi del nord avranno alleggerito il loro fardello? L’ipotesi non è peregrina. Al contrario. Potrebbe anche spiegare come mai la Germania, tradizionalmente l’arcinemica delle quote nel timore di veder ulteriormente accentuato il suo ruolo di grande casa europea dei rifugiati, ora mostri disponibilità.

   Certo, il mondo cambia e a spingere verso l’Europa una moltitudine di disperati non sono sole le guerre vicine e lontane e l’instabilità crescente in Medio Oriente e dintorni. Sono anche povertà e diseguaglianze globali che trasformano il nostro vecchio continente in una calamita irresistibile.

   E duratura. Anche perché, rifugiati a parte, l’Unione con un tasso di crescita demografica ai minimi termini ha e avrà sempre più bisogno di immigrati. Legali. Il fenomeno è ormai strutturale e se si dimostreranno attendibili le previsioni che da qui a cinquant’anni danno per scontato l’arrivo di 50 milioni di nuovi immigrati, la risposta non può e non potrà che essere europea.

   Come dire che tutti, senza eccezioni, dovranno fare la loro parte e prepararsi a governare una marea umana che altrimenti potrebbe travolgere cultura ed equilibri degli attuali modelli di società.

   Faticosamente questa consapevolezza si fa strada tra i Governi dell’Unione, anche se la crescita più o meno dovunque di partiti xenofobi e anti-Ue non aiuta l’adozione di scelte necessarie ma spesso impopolari.

La redistribuzione dei rifugiati a livello europeo è un primo passo, un segnale di solidarietà che però, ha insistito il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, per poter essere credibile e «accettato dalle opinioni pubbliche Ue» deve avere come indispensabile contraltare una rigorosa politica sui ritorni: chi non ha diritto all’asilo deve essere rimpatriato, come prevede la legislazione Ue, che invece troppo spesso non è stata applicata dando luogo ad abusi.

   L’anno scorso la Germania ha accettato, dati Eurostat, quasi il 30% del totale delle domande di asilo. La Svezia circa il18%. Francia e Italia poco più dell’11%. Se passeranno i criteri di ripartizione della Commissione Ue che formalizzerà la proposta solo a fine mese, i paesi più popolosi e al tempo stesso più ricchi (Pil totale) dovranno aprire le proprie porte più degli altri, sia pure tenendo in conto di fattori attenuanti come i livelli di disoccupazione e il numero di rifugiati già accolti.

   La riallocazione avverrà però solo tra 25 paesi, perché Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca possono chiamarsi fuori grazie alle rispettive clausole di opt-out. Secondo alcune proiezioni, la nuova chiave di riparto porterà a Berlino poco più del 18% del totale dei rifugiati, contro il 14 in Francia, quasi 12% in Italia e poco meno del 10% in Spagna. La Svezia precipiterebbe al 3%.

   Uno scenario, dunque, molto diverso da quello 2014. Resta da vedere se e come alla fine saranno accettate le regole disegnate a Bruxelles. Per approvarle ci vorrà la maggioranza qualificata della popolazione (che c’è) e di 14 paesi (che è incerta). Se Germania, Francia e Italia appoggiano la svolta, contro sono schierate Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Polonia, i tre baltici e in genere i paesi dell’Est con possibili eccezioni per Bulgaria e Ungheria.

   Insomma la partita è tutta in salita. Da come si chiuderà si saprà se finalmente l’Europa si farà carico in modo responsabile e lungimirante della gestione di una della maggiori sfide che occupano il suo futuro. (Adriana Cerretelli)

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INIZIATIVA

TU PUOI SALVARLI

   Ogni 4 secondi, una persona è costretta a fuggire dalla propria casa. Più di 20.000 al giorno. Se contiamo tutti insieme gli oltre 51,2 milioni di profughi nel mondo, il risultato è una nazione sterminata, la 26ª per popolazione, tra Sud Africa e Corea del Sud. Sono più di quanti ne abbia generati la Seconda guerra mondiale. Un dramma dimenticato.

   Per questo motivo l’Unione Europea –—che attraverso la Direzione per gli aiuti umanitari e la Protezione civile (Echo) soccorre ogni anno 120 milioni di vittime di conflitti e disastri naturali — e l’organizzazione internazionale per lo sviluppo OXFAM, attiva in molti punti caldi del pianeta, lanciano in Italia e in altri paesi europei la campagna YOU SAVE LIVES per fare il punto sulle tRE PRINCIPALI CRISI UMANITARIE DEL MOMENTO: IN SIRIA, SUD SUDAN E REPUBBLICA CENTRAFRICANA.

   La campagna si propone di informare i cittadini europei, aggiungendo ai numeri la vita vera di queste genti: ‘rendere visibili i bisogni di chi non ha più niente, la fragilità di un quotidiano privo di normalità e prospettive, la disperazione che spinge molti di loro ad attraversare il Mediterraneo in cerca di un futuro nel nostro continente. Informazioni su www.eusavelives.org

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I problemi della globalizzazione

PERCHÉ È ILLUSORIO PENSARE DI FERMARE I POPOLI CHE EMIGRANO

di Roberto Toscano, da “la Stampa” del 16/5/2015

   Si parla tanto di globalizzazione – o meglio, per usare la più calzante espressione francese di MONDIALIZZAZINE – ma poi finiscono sempre per prevalere le analisi limitate, autoreferenziali.

   Analisi che ci fanno perdere di vista la vera natura ed entità dei problemi, e anche il fatto che non solo è impossibile sottrarci a quelle sfide, ma che potremo affrontarle sono in chiave realmente e non retoricamente globale.

   E’ vero anche per le migrazioni, quegli spostamenti apparentemente incontrollabili di grandi e dolente masse umane che cercano di sottrarsi alla violenza e alla fame. Che sia così dovrebbero ricordarcelo le cifre: dei 45 MILIONI DI RIFUGIATI ATTUALMENTE REGISTRATI DAGLI ORGANISMI DELL’ONU soltanto una minima parte è ospitata in Paesi sviluppati, mentre LA MAGGIORANZA SI TROVA IN CAMPI – SPESSO VERE E PROPRIE CITTÀ – SITUATI IN AFRICA, ASIA, MEDIO ORIENTE.

   In altri termini, in Paesi che molto meno dei nostri possono permettersi di dedicare le loro scarse risorse a un impegno umanitario di tali dimensioni. E anche le migrazioni economiche avvengono in gran parte in DIREZIONE SUD-SUD PIUTTOSTO CHE SUD-NORD: dai bangladeshi in India ai congolesi in Sudafrica.

Ma se non vogliamo guardare alle cifre, in questi giorni dovrebbe bastare aprire la televisione e vedere il tragico spettacolo di gente alla deriva su imbarcazioni di fortuna. No, non vengono dal Nord Africa, e non si dirigono verso le nostre coste. Appartengono a una MINORANZA MUSULMANA DI MYANMAR, che cerca di sottrarsi a discriminazioni e persecuzioni che rendono la loro vita impossibile, e si dirigono verso THAILANDIA, INDONESIA, MALAYSIA. Paesi che non stanno certo gestendo operazioni come «Mare Nostrum» (un capitolo che, sarebbe bene non dimenticarlo, ci fa onore), ma anzi li respingono mettendone al rischio la sopravvivenza, dato che spesso quando si avvicinano alle coste hanno terminato sia viveri che acqua.

   Gli scettici, che non mancano anche su questo drammatico tema, dicono che la miseria è sempre esistita e che ogni Paese dovrebbe farsi carico dei propri problemi, delle proprie miserie.

   Che il nostro «buonismo» è disastrosamente autolesionista e ci espone a insostenibili danni economici e a rischi per la nostra stessa sicurezza.

   Dimenticano che in materia di rifugiati esistono norme internazionali, da applicare magari aggiornandole, come sta oggi cercando di fare l’Europa, alle esigenze del nostro tempo, ben diverse da quelle che avevano ispirato, nel 1951, la Convenzione sull’asilo politico, basata su casi individuali di persecuzione politica piuttosto che su spostamenti di grandi masse umane.

   Ma oltre le norme dovremmo anche considerare la realtà del mondo contemporaneo. Un mondo in cui è diventato illusorio applicare la libera circolazione ai capitali e impedirla per gli esseri umani, i cui spostamenti sono invece simili all’effetto del principio fisico dei vasi comunicanti.

   Ormai, per citare ZYGMUNT BAUMAN, anche le popolazioni sono «liquide» e difficili da fermare. Non ci riescono gli americani, difficilmente accusabili di essere «buonisti» ma incapaci di impedire il passaggio di migranti illegali dal Messico e dal Centro America.

   E, per quanto riguarda l’EUROPA, NON ESISTE SOLO IL TRANSITO MEDITERRANEO, ma i migranti ARRIVANO ANCHE VIA TERRA, spesso con lunghi percorsi che attraversano TURCHIA, GRECIA, ALBANIA, KOSOVO per puntare verso la Germania e la Scandinavia.

   E’ un flusso che va regolato, certo – come ormai sembra evidente che andrebbe fatto anche per quanto riguarda la finanza – ma in un modo che rispetti la legalità internazionale e l’umanità. E nello stesso tempo cercando di collaborare per affrontare alla radice gli squilibri politici ed economici che producono queste traumatiche e massicce migrazioni.

   Davvero siamo sorpresi che si cerchi disperatamente di fuggire dalla Siria, dall’Eritrea, dalla Somalia, da Myanmar?

Un duplice compito certamente difficile, ma ineludibile. Nel Mediterraneo, ma non solo. (Roberto Toscano)

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IL PIANO UE PER I MIGRANTI

di Dimitris Avramopoulos (Commissario europeo per migrazione, affari interni e cittadinanza), da “la Repubblica” del 14/5/2015

   Negli ultimi anni la migrazione è diventata una sfida per l’Europa. Di fronte alle 70mila domande di asilo presentate ogni mese neII’Unione e agli 80 mila migranti che dall’ inizio del 2015 hanno raggiunto le nostre coste, urge passare all’azione.

   La Commissione europea ha mosso un passo ambizioso adottando l’agenda europea sulla migrazione con cui propone misure audaci e realistiche che offrono una risposta rapida alla situazione di emergenza in cui versa il Mediterraneo e che colpisce anche altre frontiere sotto pressione.

   Sono misure strutturali che permettono al sistema attuale di realizzare il suo potenziale e aprire a un’integrazione più spinta delle politiche migratorie nell’Unione. L’agenda tende a integrare la migrazione nei settori d’intervento della Ue, in modo da fare della politica migratoria europea uno strumento più incisivo ed efficace per gestire meglio l’aumento dei flussi di migranti, soprattutto i bisognosi di protezione, rafforzare le frontiere, salvare vite e rispondere alle esigenze economiche di un’Europa in declino demografico.

   Per intensificare la ricerca e il salvataggio in mare abbiamo triplicato il bilancio per il 2015 delle operazioni Triton e Poseidon nel Mediterraneo. Mi auguro che gli Stati membri onorino l’impegno che hanno assunto nel Consiglio europeo del 23 aprile e rispondano alla richiesta di nuovi mezzi (navi, elicotteri) a sostegno delle operazioni congiunte.

   Per assolvere al dovere morale di offrire a chi fugge guerre e povertà l’opportunità di una vita migliore, dobbiamo trasformare i principi di solidarietà ed equa condivisione delle responsabilità in azioni effettive. L’Europa vanta una politica di asilo dagli standard elevatissimi che gli Stati membri sono tenuti ad attuare senza eccezioni.

   Ma non possiamo ignorare la realtà: il SISTEMA DUBLINO, che determina lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo, non è ideale. È nostra intenzione sottoporlo a valutazione e, se dovesse risultare necessario un riesame; ebbene sarò pronto a chiederne la riforma.

   Nell’immediato la nostra proposta è istituire un sistema in base al quale chi ha fatto domanda di protezione internazionale o l’ha ottenuta possa essere ricollocato da uno Stato membro il cui sistema di asilo è già al limite a un altro Stato della Ue. Il nuovo sistema funzionerà secondo un criterio di ripartizione e quote, e tutti dovranno parteciparvi.

   L’Unione europea potenzierà i partenariati con i Paesi d’origine e di transito strategici per affrontare le cause della migrazione. Per alleviare la pressione su Paesi vicini come LIBANO, GIORDANIA e TURCHIA che accolgono grossi numeri di rifugiati ed evitare che i migranti si imbarchino in viaggi pericolosi nel Mediterraneo, la Commissione propone di organizzare il trasferimento di 20mila rifugiati nei vari Stati, secondo un criterio di ripartizione.

   Pur dovendo offrire soluzioni sicure, non possiamo non prendere provvedimenti contro chi si arricchisce sfruttando la vulnerabilità dei migranti. L’agenda europea sulla migrazione prospetta un piano d’azione globale contro il traffico di migranti: intensificare la prevenzione delle attività criminali, smantellarle, consegnare i colpevoli alla giustizia e sequestrarne i beni.

   In una società che invecchia e con una popolazione attiva in declino, il contributo di talenti esteri sarà decisivo per sostenere lo sviluppo economico europeo. Il sistema Carta blu, che autorizza l’ingresso e il soggiorno nell’Ue dei cittadini di Paesi terzi qualificati, non funziona. Nel 2014 sono state rilasciate solo 16 mila Carte blu.

   La Commissione istituirà una piattaforma di dialogo con gli Stati membri, il settore privato e i sindacati. Con l’adozione dell’agenda europea sulla migrazione la Commissione ha esercitato il proprio potere di iniziativa e sta mobilitando le risorse di cui dispone per attuare queste azioni.

   Detto questo, non tutto dipende da noi. Conto sui governi di tutti gli Stati membri e sui parlamenti nazionali perché diano il sostegno politico e sblocchino le risorse necessarie per tramutare le nostre proposte in realtà. (Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per migrazione, affari interni e cittadinanza)

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GENTILONI: «INCURSIONI MIRATE E AZIONI NAVALI. COSÌ AGIRÀ LA MISSIONE UE IN LIBIA»

di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 16/5/2015

– II ministro Gentiloni: sequestri di barconi e intelligence dopo il via libera dell’Onu –

   «Lavoro di intelligence per individuare i trafficanti, operazioni navali di sequestro, confisca in mare dei mezzi una volta salvati i migranti, incursioni mirate sulle coste libiche. Niente bombardamenti o azioni militari sul terreno»: così al Corriere il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sulla strategia contro gli scafisti dopo il sì dell’Onu.

Onorevole ministro, come agirà concretamente la missione Ue contro gli scafisti?

«Il comunicato finale del Consiglio europeo indica chiaramente l’obiettivo: “Prendere misure sistematiche per individuare, fermare e distruggere le imbarcazioni prima che siano usate dai trafficanti”. Le modalità non le definisce il ministero degli Esteri. Non saranno operazioni di bombardamento da aerei o da navi in mare dei barconi e non sarà un intervento di occupazione con boots on the ground, forze militari sul terreno. Escluso ciò, restano un enorme lavoro di intelligence teso a individuare i trafficanti, le operazioni navali di sequestro e confisca in mare dei mezzi una volta salvati i migranti e incursioni mirate sulle coste. Per questo è essenziale avere una risoluzione Onu: lo richiedono anche solo il sequestro e la confisca al largo o l’eliminazione a riva dei mezzi».

   Paolo Gentiloni è attento nell’uso delle parole. Troppe cose sono state dette negli ultimi giorni a proposito della missione anti trafficanti, che i leader europei hanno chiesto a Federica Mogherini di preparare sul doppio fronte, quello operativo interno alla Ue e quello diplomatico internazionale al Palazzo di Vetro.

   «Entro il mese — spiega il ministro degli Esteri — capiremo se la risoluzione del Consiglio di sicurezza va a buon fine. I due snodi essenziali sono: rassicurare i membri permanenti che il riferimento al Capitolo 7, cioè il ricorso all’uso della forza, non prelude a interventi militari in Libia, motivo di forte preoccupazione per Mosca e Pechino. Noi sappiamo bene di non avere intenzioni del genere. Ma Lavrov a Mosca mi ha sottolineato la necessità che la risoluzione sia molto chiara su questo punto. Secondo snodo, l’ingaggio delle autorità libiche a questo tipo di intervento, a partire dal Parlamento di Tobruk. Sapendo che in Libia non c’è un solo governo e quindi nulla è semplice su questo piano».

Quali tempi invece prevede per il via definitivo della Ue alla missione?

«Il progetto verrà sottoposto ai ministri degli Esteri e della Difesa lunedì. L’Italia è tra i Paesi che si augurano la sua immediata approvazione. Ci siamo candidati a guidarla, offrendo anche Roma come sede del comando. Penso che il passo finale sarà quello del Consiglio europeo di fine giugno».

Siamo sulla buona strada per risolvere il problema immigrazione?

«Il naufragio di un mese fa avrebbe potuto essere un naufragio dell’Europa. Invece ha provocato un suo risveglio politico e il ruolo dell’Italia è stato decisivo. Nessuna singola misura può risolvere una volta per tutte il problema dei migranti. Sarà permanente nei prossimi decenni, basta guardare i divari di reddito e demografici tra Europa e Africa, le crisi e le guerre. Non illudiamoci di poterlo cancellare, possiamo solo lavorare per regolarlo. E su questo sono stati fatti passi in avanti: più impegno nei Paesi d’origine, più cooperazione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, responsabilità collettiva nell’accoglienza dei rifugiati. L’unica cosa che l’Italia non può fare, checché ne dicano alcuni nel dibattito interno, è pensare di affondare i migranti con tutti i barconi, o lasciarli al largo a morire, come avviene in questi giorni tra Myanmar e Thailandia. Questa roba in Europa non può esistere».

Ma i passi in avanti sono ancora solo una proposta della Commissione.

«Sono state fissate quote per Paese, quanto ai migranti in arrivo da Paesi terzi. C’è ancora da quantificare la quota di rifugiati che sono già in Europa, cioè in Italia e in Grecia, da redistribuire fra i partner. Comunque è la prima volta che si afferma il principio di condividere l’accoglienza dei migranti. Certo è ancora una proposta, ma nasce dalla decisione del Consiglio europeo straordinario chiesto da Renzi il 23 aprile».

La vìsita dì John Kerry e i colloqui con Putin, dopo quasi due anni di blackout nei rapporti di vertice tra Mosca e Washington, sono un cambio di passo spettacolare nella condotta americana. Danno ragione alla linea italiana, che non ha mai voluto interrompere il dialogo con Mosca?

«Ho detto a Kerry al vertice Nato in Turchia, dov’è arrivato subito dopo Sochi, che l’Italia ha molto apprezzato la sua iniziativa. Come il Segretario di Stato mi aveva spiegato, anticipandomi alcune settimane fa l’intenzione di incontrare Putin, non si tratta di un ritorno al “business as usual” pre Ucraina, ma del tentativo di riaprire un canale di comunicazione. Il suo messaggio è che la discussione sull’Ucraina è stata “costruttiva” anche se attesa alla prova dei fatti sul pieno rispetto degli accordi di Minsk da parte di Mosca. Oltre a questo, era fondamentale per gli Usa consolidare la disponibilità russa a collaborare sulla trattativa nucleare con l’Iran, dove Mosca svolge da mesi un ruolo rilevante e positivo, sulla Siria e sulla Libia». (Paolo Valentino)

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CEUTA, NEL QUARTIERE PIÙ PERICOLOSO DI SPAGNA TRA I CLANDESTINI DISPERATI COME IL PICCOLO ABU

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 11/5/2015

CEUTA (pianta)
CEUTA (pianta) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   CEUTA È una fiumana di dannati appesantiti da voluminosi fagotti che vedi trotterellare verso il Marocco. Dall’enclave spagnola di Ceuta, attraversano il confine anche due o tre volte al giorno per contrabbandare la loro merce a Tangeri o Tetuan.

   «Non siamo migranti ma commessi viaggiatori o, meglio, pendolari della fatica», dice Ahmed Kamal, musulmano di Ceuta, agile e piccolo di statura, che torna a casa dopo aver scaricato oltre confine 70 chili di cellulari, computer portatili, detersivi e videocassette.

   Di autentici migranti, giunti a questa porta dell’Europa da Paesi sub-sahariani, ne incrociamo soltanto un piccolo gruppo, parcheggiato sotto una tettoia di lamiera da chissà quante ore. Sono tutti uomini, ancora infreddoliti per aver trascorso la notte all’addiaccio: aspettano, ma l’attesa non li spazientisce. Anzi, alcuni sembrano perfino felici. «Sono a un passo dalla meta, dopo migliaia di chilometri e un’infinità d’insidie, non ultima quella della polizia marocchina che adesso quando li agguanta li rispedisce nei loro Paesi d’origine. Chi riesce ad arrivare fin qui è davvero molto scaltro, oppure abbastanza ricco da poter corrompere chiunque», sentenzia Ahmed.

   Altri migranti li incontriamo al barrio del Príncipe Alfonso, che tutti chiamano più semplicemente “Príncipe”, il ghetto arabo di Ceuta e primo rifugio per chi è riuscito a passare il confine. Da qui salperanno per Algeciras o Gibilterra, per poi dirigersi verso Marsiglia, Francoforte o Göteborg. Non tutti ci riescono, però. Non ce l’ha fatta il piccolo Abu, per esempio, inscatolato dal padre in un trolley ma scoperto dai doganieri grazie ai raggi X. Né ce la fa la maggioranza di chi, a rischio della vita o quantomeno di spaccarsi le gambe, tenta di scalare le recinzioni di filo spinato, alte come palazzi di quattro piani, che proteggono l’enclave. «Per loro, penetrare a Ceuta è sempre più difficile», aggiunge Ahmed, che per i migranti nutre una curiosa empatia, considerandosi lui stesso un migrante saltuario.

   L’Europa ha recentemente stretto un patto con il Marocco chiedendogli di tenersi questi reietti, magari regolarizzandoli, in cambio di maggiori aiuti allo sviluppo. E per arginare il flusso di africani verso le coste del Vecchio Continente, la settimana scorsa i ministri dell’Interno spagnolo e marocchino hanno deciso di intensificare la loro collaborazione. L’altra spinosissima questione su cui si sono intrattenuti i due è stato proprio il Príncipe, il più povero e più pericoloso quartiere di Spagna.ceuta

   Per arrivarci saliamo sull’8, perché nel malfamato barrio non osa avventurarsi nessun taxi dell’altra Ceuta, quella ricca e cattolica, dove abbondano boutique di lusso e oligarchi russi. Una volta al capolinea scopriamo un formicaio di casette fatiscenti, così malmesso da non sembrare neanche un quartiere occidentale, sia pure misero e di periferia, ma piuttosto la bidonville di una nazione del Terzo o Quarto mondo. Non ci sono commissariati nel barrio, e la polizia vi penetra solo in assetto anti-sommossa. E non vi trovi né ristoranti, né farmacie di guardia. «L’altra notte è entrato un blindato della Guardia Civil . S’è subito sparsa la voce e decine di giovani hanno scatenato una violenta sassaiola che ha costretto il mezzo a fare retro marcia», aggiunge Ahmed.

   Ma come spiegare un’intifada così spontanea? Lo chiediamo a uno dei pochissimi che accetta di rispondere alle nostre domande, l’attivista ventinovenne Mohamed Aziz. «Qui è morta la speranza, anzitutto per colpa dell’apartheid di cui siamo vittime. Nel nostro quartiere la povertà funesta l’80 per cento della popolazione, l’abbandono scolastico raggiunge il 90 per cento e il tasso di disoccupazione è il doppio della media nazionale. La gente non parla neanche lo spagnolo ma un locale dialetto arabo. La situazione è totalmente sfuggita di mano alle autorità, creando le condizioni ideali prima per il narcotraffico e adesso per il jihadismo. Ovviamente, l’arrivo dei migranti non facilita le cose », spiega l’attivista.

   Se disoccupazione e povertà sono l’humus più fertile per l’integralismo islamico, la solidarietà musulmana va spesso di pari passo con il proselitismo religioso o, peggio, con il reclutamento terrorista. E al Príncipe, dove per 12mila abitanti si contano 90 imam e una quindicina di moschee, negli ultimi anni sono state arrestate 54 persone per terrorismo.

   Dice ancora Mohamed Aziz: «La polizia non immagina a che punto i nostri giovani si stiano radicalizzando. I loro eroi sono quelli partiti a combattere in Siria o in Iraq». Uno di questi si chiamava Rachid Wahbi: faceva il tassinaro al Príncipe fino al giorno in cui scomparve per andare a irreggimentarsi nelle brigate Al Nusra. Nel luglio 2012, andò a schiantarsi con un camion pieno di esplosivo contro una caserma a Idlib. In quell’attentato morirono oltre 100 persone. (Pietro del Re)

CEUTA (panorama)
CEUTA (panorama)

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DONNE E MEDITERRANEO – SVANTAGGI DI GENERE DA UNA SPONDA ALL’ALTRA

di Fiorella Kostoris, da “il Sole 24ore” del 10/5/2015

– Dal Sud si emigra mentre i Paesi del Nord sarebbero chiamati all’accoglienza – In realtà le ingiustizie di genere sono simili, come dimostra l’indice dello sviluppo umano –

   Negli ultimi anni, si tende a parlare del Mediterraneo come di un bacino che separa nei comportamenti la sponda settentrionale da quella meridionale: dai Paesi del Sud si emigra, mentre quelli del Nord sono chiamati all’accoglienza; le diversità etniche, culturali e religiose tra i due lati del Mare Nostrum sono un ingrediente non secondario di incomprensioni, conflitti ideologici, antagonismi socio-economici, episodiche guerre fratricide, che del resto attraversano anche ciascuna delle due aree.

   L’attenzione focalizzata sulle donne del Mediterraneo permette invece di guardare a problemi, speranze, opportunità, condivise tra le due rive del Mediterraneo, ancorché siano forti anche le differenze fra i due universi di riferimento, come l’indicatore dello sviluppo umano (HDI), prodotto dalle Nazioni Unite (Human Development Report, 2015), chiaramente illustra: dei 6 Paesi mediterranei presenti nella sessione Donne e Economia di Valencia (Spagna, Italia, Grecia, Turchia, Tunisia, Egitto), i 3 europei evidenziano un indice HDI basato sulla lunghezza e qualità della aspettativa di vita, sullo standard economico e sul grado di istruzione pari a 0,86-0,87, poco distante dal massimo rinvenuto nel mondo (0,94 in Norvegia), mentre lo stesso indice HDI raggiunge, negli altri 3 Stati, livelli rispettivamente di 0,74, 0,71, 0,68, considerati perciò a sviluppo umano medio-alto.

   Pertanto anche nel Gender Inequality Index (GII), utilizzato coerentemente dalle Nazioni Unite con riguardo alle disparità fra uomo e donna, l’Italia è all’ 8° posto, la Spagna al 16°, la Grecia al 27°, mentre la Tunisia si trova nella 48ª posizione, la Turchia nella 69ª, l’Egitto nella 130ª, su un totale di 187 Paesi analizzati.

   Che le donne del Mediterraneo trovino, tuttavia, da molto tempo più aspetti di comune interesse che di divergenza è mostrato dal fatto che fin dal 1992 esiste una ONG chiamata Les Femmes de la Méditerranée, nata proprio a Valencia con lo scopo di evidenziarlo: io stessa ho rappresentato tale ONG, in sostituzione della Presidente Tullia Carettoni, al grande consesso di Pechino del 1995 per l’Anno Internazionale della Donna, proclamato dall’ONU.

   Sul piano economico, l’aspirazione di tutte le donne più consapevoli del Mediterraneo è di rendere la parità fra i generi operativa ed effettiva. L’eguaglianza di retribuzione per eguale lavoro, cui recentemente siamo stati richiamati dallo stesso Papa Francesco («Avvenire», 29 aprile 2015), anche laddove è garantita dalla Costituzione, come avviene in Italia, o è da quasi 60 anni imposta dalle norme dei Trattati, come è il caso nell’Unione Europea a 28, e a fortiori altrove nella sponda Sud del Mare Nostrum, è di fatto elusa, se non addirittura evasa per varie ragioni,dappertutto. Provo a elencarne le principali motivazioni.

   Le leggi sulla parità retributiva riguardano di fatto esclusivamente il compenso per ora lavorata dai dipendenti: così circoscritta, la differenza salariale fra uomo e donna, misurata in termini percentuali rispetto al salario maschile è per esempio in Italia solo del 5,2% mentre sale al 6,6% in Grecia, al 16,7% in Spagna e scende al 3,9% in Turchia, mantenendosi tipicamente più contenuta, quanto minore è il salario orario medio.

Ma il differenziale retributivo per genere dipende molto di più dalle disomogeneità nel numero di ore lavorate dai dipendenti maschi rispetto alle colleghe femmine (forti soprattutto in presenza di figli) e dalla assai inferiore quota di occupati sulla popolazione in età attiva femminile rispetto a quella maschile: così ricalcolato (Gender Statistics, Eurostat 2015), esso tocca, al lordo delle imposte, il 38,1% in Spagna, il 43,5% in Italia, il 44,7% in Grecia (percentuali tutte al di sopra della media riscontrata nell’Unione Europea, pari al 37,1%), e arriva al 63,1% in Turchia.

   L’eguaglianza dei guadagni per genere è altrettanto disattesa fra i lavoratori autonomi e fra i percettori di reddito da capitale, dove però il differenziale fra il tasso di occupazione maschile e femminile sta forse diminuendo, diversamente da quello concernente i dipendenti: l’indice Gender-GEDI (Gender Global Entrepreneurship and Development Index, 2015), volto a identificare e comparare gli elementi che favoriscono il potenziale imprenditoriale delle donne nei vari contesti sociali, vede per esempio la Spagna al 9° posto, la Turchia al 18°-19°, l’Egitto al 27-28° posto, su 30 Paesi esaminati.

   Più in generale, il Gender Gap, usato dal World Economic Forum (2014) nell’esame della differenza complessiva di partecipazione e di opportunità economiche offerte a uomini e donne nel mondo, registra la 84ª posizione della Spagna, la 87ª della Grecia, la 114ª dell’Italia, la 130ª,131ª e 132ª rispettivamente della Tunisia, dell’Egitto, della Turchia, su un totale di 142 Stati.

   Infine, bisogna notare che la parità retributiva per genere è stabilita dalle norme a parità di lavoro. Ma normalmente il lavoro non è affatto pari, a causa della segregazione orizzontale e verticale delle mansioni femminili rispetto alle maschili, come ben documentato dall’ ILO, 2012: quelle tipicamente assegnate alle donne comportano uno status sociale ed economico meno soddisfacente (sebbene siano egualmente e forse più importanti da vari punti di vista – si pensi per esempio all’insegnamento mal retribuito rispetto alle attività “maschili”, altamente redditizie, nel credito e nella finanza); a ciò si deve aggiungere il molto citato soffitto di cristallo, che impedisce eguali progressi di carriera perfino nei settori, come la PA, dove l’eguaglianza retributiva per eguale lavoro è più rispettata.

   È del tutto evidente, allora, che le due rive del Mediterraneo affrontano problemi qualitativamente simili, anche se quantitativamente diversificati nell’elusione e nell’evasione della parità retributiva per genere. E questo, da un lato, di per sé ci avvicina, dall’altro implica anche che è necessario lottare in modo coordinato non soltanto per una maggiore giustizia ed equità sociale a favore delle donne, bensì anche per favorire lo sviluppo e moltiplicare il benessere di tutti nei nostri Paesi, in quanto l’universo femminile oggi, scarsamente o mal occupato, costituisce un serbatoio a produttività media più elevata di quella maschile.

   Infatti, partendo dall’ipotesi che la distribuzione del talenti sia la stessa fra la popolazione maschile e femminile, ordinando tanto l’una che l’altra in termini decrescenti per livello di produttività, appare evidente che il 51° uomo è meno efficiente della 49ª donna, raggiungendosi il massimo potenziale solo con una divisione identica (fifty-fifty) dei posti di lavoro.

   I Paesi del Mediterraneo, favorendo finora gli uomini a danno di tutti, ne sono molto lontani. Le donne, con le loro battaglie, possono contribuire al futuro bene delle intere loro società civili. (Fiorella Kostoris)

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