CENSURA GLOBALE, dell’INFORMAZIONE e della SATIRA POLITICA – L’emblematico caso della proposta al “SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2016” di invitare come “Paese Ospite d’Onore” l’ARABIA SAUDITA: si rifiuta o si dialoga con un Paese despota contrario a ogni libertà individuale? – LA CENSURA NEL MONDO

il SALONE DEL LIBRO DI TORINO: invitare o meno, come OSPITE D'ONORE della prossima edizione 2016 l'ARABIA SAUDITA?
il SALONE DEL LIBRO DI TORINO: invitare o meno, come OSPITE D’ONORE della prossima edizione 2016 l’ARABIA SAUDITA?

   Difficile trovare un luogo dove non regni in alcun modo la menzogna. Nessun paese è immune da sistemi di censura, ma qualcuno lo è “di più”: qui ci concentriamo sulla geografia di paesi che mettono in atto in modo chiaro provvedimenti di oscuramento dell’informazione (a volte anche violenti e repressivi) per evitare che si vengano a sapere malefatte e situazioni sociali che possono creare problemi al “potere”, al governo o a chi in vari modi detiene il controllo del paese, della nazione.

   Ovvio che in questa fase storica la “censura di internet” è la cosa principale che viene in mente: lo strumento dell’informazione globale è quello più pericoloso per i governi repressivi. Anche se, dev’essere chiaro, essendo uno strumento (internet) dove tutti possono accedere anche con false notizie atte a fomentare violenze (anche i governi repressivi vi possono accedere) la questione spesso si fa complessa, complicata, non semplice. Tutti possono strumentalizzare “l’informazione” e a volte non è per niente facile distinguere “il vero dal falso”, oppure interpretare nel giusto modo avvenimenti raccontati.

CENSURA DI INTERNET (da Wikipedia) - Con l'espressione "censura di Internet" si intende IL CONTROLLO O IL BLOCCO DELLA PUBBLICAZIONE DI CONTENUTI — O DELL'ACCESSO AD ESSI — NELLA RETE INTERNET. Tale censura può essere EFFETTUATA DAL GOVERNO o da società private su richiesta del governo, DA UN'AUTORITÀ DI CONTROLLO, o DI PROPRIA INIZIATIVA. Individui e organizzazioni possono attuare L'AUTO-CENSURA PER MOTIVI MORALI, RELIGIOSI O PER AFFARI, per conformarsi a norme sociali, a causa di intimidazioni, per evitare conseguenze legali o altro.   Le opinioni sul tema della censura di Internet sono variegate, essendoci ARGOMENTI SIA A FAVORE CHE CONTRO DI ESSA. Inoltre, IL LIVELLO DI CENSURA DI INTERNET VARIA DA PAESE A PAESE: mentre IN ALCUNI ESSA È PRATICAMENTE ASSENTE, IN ALTRI PUÒ ARRIVARE PERFINO A LIMITARE L'ACCESSO ALLE NOTIZIE E REPRIMERE LA DISCUSSIONE TRA I CITTADINI SUL WEB. La censura di Internet si verifica anche in risposta o in previsione di eventi come elezioni, proteste e rivolte. Ad esempio, in Tunisia ed Egitto la cyber-censura "è viva e sta bene" in seguito alla primavera araba
CENSURA DI INTERNET (da Wikipedia) – Con l’espressione “censura di Internet” si intende IL CONTROLLO O IL BLOCCO DELLA PUBBLICAZIONE DI CONTENUTI — O DELL’ACCESSO AD ESSI — NELLA RETE INTERNET. Tale censura può essere EFFETTUATA DAL GOVERNO o da società private su richiesta del governo, DA UN’AUTORITÀ DI CONTROLLO, o DI PROPRIA INIZIATIVA. Individui e organizzazioni possono attuare L’AUTO-CENSURA PER MOTIVI MORALI, RELIGIOSI O PER AFFARI, per conformarsi a norme sociali, a causa di intimidazioni, per evitare conseguenze legali o altro. Le opinioni sul tema della censura di Internet sono variegate, essendoci ARGOMENTI SIA A FAVORE CHE CONTRO DI ESSA. Inoltre, IL LIVELLO DI CENSURA DI INTERNET VARIA DA PAESE A PAESE: mentre IN ALCUNI ESSA È PRATICAMENTE ASSENTE, IN ALTRI PUÒ ARRIVARE PERFINO A LIMITARE L’ACCESSO ALLE NOTIZIE E REPRIMERE LA DISCUSSIONE TRA I CITTADINI SUL WEB. La censura di Internet si verifica anche in risposta o in previsione di eventi come elezioni, proteste e rivolte. Ad esempio, in Tunisia ed Egitto la cyber-censura “è viva e sta bene” in seguito alla primavera araba

Censura di Internet nel mondo[1][2] in ROSA: Censura pervasiva; in ROSA CHIARO: Censura sostanziale; in BIANCO: Censura selettiva; in GIALLO: Sorvegliati da RSF ; in VERDE: Nessuna evidenza di filtri; (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

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   Ma poi non è solo un problema di internet, la censura: nei contesti quotidiani di ogni sistema informativo (radio, TV, giornali…) ci può essere del “detto” e di qualcosa che non viene detto (o viene detto in modo non corretto). Però sta di fatto che la “paura” maggiore dei governi illiberali è sicuramente in questa fase storica “la rete”, perché è “di massa”, è difficile il controllo (che invece si esercita facilmente su giornali e televisioni).

LA NUOVA ARMA DI CENSURA ONLINE DELLA CINA: IL ‘GRANDE CANNONE’ - Alcuni ricercatori sulla sicurezza informatica hanno scoperto un nuovo strumento d’attacco usato dalla Cina, che consente di ‘LANCIARE’ CYBER ASSALTI CONTRO I SITI WEB che riportano informazioni scomode o ‘diffamanti’ su Pechino e che INIETTA VIRUS LETALI NEI COMPUTER DI TUTTO IL MONDO, e BLOCCA TUTTE LE RICERCHE INTERNET che il governo giudica controverse. Il nuovo strumento, che gli studiosi hanno definito “IL GRANDE CANNONE” riesce a gestire il computer di una persona da lontano, senza che questa se ne accorga, collocandolo in un sistema di macchine progettato in modo da ‘invadere’ i siti web (da http://iljournal.today/)
LA NUOVA ARMA DI CENSURA ONLINE DELLA CINA: IL ‘GRANDE CANNONE’ – Alcuni ricercatori sulla sicurezza informatica hanno scoperto un nuovo strumento d’attacco usato dalla Cina, che consente di ‘LANCIARE’ CYBER ASSALTI CONTRO I SITI WEB che riportano informazioni scomode o ‘diffamanti’ su Pechino e che INIETTA VIRUS LETALI NEI COMPUTER DI TUTTO IL MONDO, e BLOCCA TUTTE LE RICERCHE INTERNET che il governo giudica controverse. Il nuovo strumento, che gli studiosi hanno definito “IL GRANDE CANNONE” riesce a gestire il computer di una persona da lontano, senza che questa se ne accorga, collocandolo in un sistema di macchine progettato in modo da ‘invadere’ i siti web (da http://iljournal.today/)

   Dovremmo parlare (in questo post solo ne accenniamo in tre articoli ripresi) della censura (dell’informazione, della satira politica…) in CINA, in INDIA, in RUSSIA… nei PAESI ISLAMICI. A proposito di quest’ultimi e della censura alla SATIRA POLITICA (la satira è la prima cosa che preoccupa uomini di potere), se si va a vedere com’essa è in EGITTO, SIRIA, TURCHIA, PAKISTAN, IRAN, LIBANO, IRAQ accade (da quanto raccontano gli inviati del quotidiano inglese The Guardian ripresi da “lettera43.it”) che si fa sempre più anonima, la satura politica, e che tende a spostarsi online… ma è ancora viva e forte, nonostante il terrore, nonostante i divieti.

BASSEM YOUSSEF, il più grande satirista moderno d’EGITTO. Tra il 2011 e il 2013 l’ex chirurgo è diventato il manifesto della PRIMAVERA ARABA EGIZIANA, grazie a uno show di satira politica trasmesso prima via YouTube e poi davanti a 30 milioni di spettatori in televisione. IL CONTO DA PAGARE DI YOUSSEF È STATA LA PRIGIONE SOTTO IL GOVERNO MORSI, con l’accusa di insultare sia il presidente sia l’Islam in generale. Youssef, in realtà, è un devoto islamico e non ha mai voluto apertamente criticare la propria religione: «Io attacco le persone che usano la religione dandole un brutto nome», ha dichiarato al Guardian. (da LETTERA43.IT)
BASSEM YOUSSEF, il più grande satirista moderno d’EGITTO. Tra il 2011 e il 2013 l’ex chirurgo è diventato il manifesto della PRIMAVERA ARABA EGIZIANA, grazie a uno show di satira politica trasmesso prima via YouTube e poi davanti a 30 milioni di spettatori in televisione. IL CONTO DA PAGARE DI YOUSSEF È STATA LA PRIGIONE SOTTO IL GOVERNO MORSI, con l’accusa di insultare sia il presidente sia l’Islam in generale. Youssef, in realtà, è un devoto islamico e non ha mai voluto apertamente criticare la propria religione: «Io attacco le persone che usano la religione dandole un brutto nome», ha dichiarato al Guardian. (da LETTERA43.IT)

   Ci limitiamo qui a un’analisi più semplice (e sicuramente non esaustiva) sul diritto alla “LIBERTA’ DI INFORMAZIONE” e di come la CENSURA, nonostante i mezzi informativi appunto ora “diffusi” (come internet, i social media, il sistema informatico globale…), la censura la faccia da padrona nel mondo, e questo è un problema serio.

   Intendendo specificatamente che la “censura di internet” è il controllo o il blocco della pubblicazione di contenuti — o dell’accesso ad essi — nella rete, effettuata dal governo o da società private su richiesta del governo, da un’autorità di controllo, o di propria iniziativa di gruppi economici, politici, che riescono a “togliere” o nascondere cose che possono danneggiarli.

Storia simbolo della satira turca è quella di MUSA KART, accusato di diffamazione contro il primo ministro TAYYP ERDOGAN: nel 2005 lo aveva ritratto come un gatto incastrato in un gomitolo di lana (da LETTERA43.IT)
Storia simbolo della satira turca è quella di MUSA KART, accusato di diffamazione contro il primo ministro TAYYP ERDOGAN: nel 2005 lo aveva ritratto come un gatto incastrato in un gomitolo di lana (da LETTERA43.IT)

   Qui lo spunto, sui Paesi che censurano, impediscono la libertà di stampa, di informazione e pubblicazione, ci viene dato da quel che sta accadendo al SALONE DEL LIBRO DI TORINO (manifestazione di tre giorni che si tiene annualmente nel mese di maggio). Ogni anno, tra agli spazi espositivi dei vari editori, viene invitato un paese straniero come PAESE OSPITE D’ONORE, che partecipa al calendario degli eventi con i suoi maggiori autori, è il “paese la cui editoria è all’attenzione” (quest’anno era la Germania il paese ospite d’onore). La polemica si è innestata quando è stato deciso che l’Ospite del prossimo anno (2016) sarà l’ARABIA SAUDITA: un Paese che non si pubblica neanche una riga di un libro senza che non sia passato al vaglio della censura… tant’è che la nuova presidente nominata dopo che la decisione era stata presa, ha voluto “bloccare” questa scelta, chiedendo una pausa di riflessione.

   Allora che si fa: si dialoga con questo mondo (questi paesi) dove la libertà di stampa manca del tutto? … oppure si rifiuta ogni contatto (solidarizzando con chi in quel Paese “non può esserci”, non può esprimere la sua libertà)? Ancora: i regimi antidemocratici vanno respinti o si può, si deve, cercare un dialogo, per farli cambiare rotta, un modo per innescare processi democratici, e per non creare un fenomeno di emarginazione che aiuta ancor di più i “censori” respinti dal mondo “libero”, evitando così la radicalizzazione dello scontro?

   Noi siamo per l’ipotesi della “presenza”, cioè quella del coinvolgimento e del dialogo: possibilità se si vuole rischiosa, magari dover stringere la mano, cioè “dare credito”, “sdoganare dall’isolamento”, a massacratori e fautori di repressioni…; però quasi sempre all’interno di un regime vi sono voci più moderate, più disponibili al cambiamento; e l’apertura verso di esse permette di instaurare un dialogo, una “trattativa” semmai casi di violazione dei diritti umani vengano a galla o si chiede clemenza per qualcuno (ad esempio l’Arabia Saudita, dall’inizio del 2015 ha già eseguito più di ottanta condanne a morte…).

….E poi, con “il nemico” a nostro avviso si deve trattare, dialogare (come insegna ogni trattativa di pace)…. Ciò non significa connivenza, e questo dialogo difficilmente sarà possibile con le “ali più dure”, violente, repressive, che ci sono in un paese antidemocratico… però dare spazio e credito a persone e movimenti più moderati all’interno di un regime, pur riconoscendosi essi nel regime (ne sono un’espressione), significa anche rafforzarli, dar loro un contributo di credibilità internazionale per una linea, un cambiamento verso forme democratiche, di riconoscimento dei diritti di donne e uomini.

   Pertanto noi saremmo favorevoli a che l’Arabia Saudita fosse invitata, come “Ospite d’Onore”, nel prossimo Salone del libro di Torino 2016. (s.m.)

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IL SALONE DEL LIBRO E L’ARABIA SAUDITA

– Si ripete una polemica frequente intorno a eventi culturali o sportivi: i regimi antidemocratici vanno respinti o si possono educare? –

da IL POST.IT del 28/5/2015

   Il Salone internazionale del Libro di Torino è la più importante tra le manifestazioni italiane di questo genere e si tiene ogni anno al centro congressi Lingotto Fiere di Torino con la partecipazione di moltissime case editrici e istituzioni culturali.

Ogni anno, tra agli spazi espositivi dei vari editori, viene invitato un paese straniero come Paese Ospite d’Onore che partecipa al calendario degli eventi con i suoi maggiori autori, intellettuali, filosofi e giornalisti. Nella 28esima edizione del Salone che si è conclusa lunedì 18 maggio il Paese Ospite d’Onore era per esempio la Germania.

   Per l’edizione del 2016 è stato annunciato – appena chiusa questa – che il paese ospite sarà l’Arabia Saudita: ma questo annuncio ha creato dissensi e proteste poiché l’Arabia Saudita è un paese governato in modo liberticida e antidemocratico, di cui le vittime principali ma non uniche sono le donne, legalmente sottomesse agli uomini (si ricorda spesso che non possono guidare l’automobile, e in generale non hanno quasi nessun diritto civile); e dove molti giornalisti e blogger sono arrestati e condannati, e infine dove la produzione letteraria è piuttosto censurata e limitata.

   La decisione di ospitare l’Arabia Saudita è stata presa da Rolando Picchioni ed Ernesto Ferrero, rispettivamente presidente e direttore uscenti per scadenza di mandato, che sono stati poi sostituiti negli ultimi giorni da Giovanna Milella e Giulia Cogoli.

   Subito dopo la nomina, la nuova presidente del Salone Giovanna Milella ha dichiarato di «voler ripensare» alla partecipazione dell’Arabia Saudita spiegando: «Non sono contraria tout-court al fatto che si possa dedicare allo Stato saudita l’evento del prossimo anno, però bisogna pensarci bene: di fronte a un Paese che non garantisce quelle libertà a cui molto teniamo in Occidente, possiamo scegliere tra due atteggiamenti. Uno è quello di chi ritiene l’accoglienza stimolante, per noi ma anche per loro: è un modo per innescare processi democratici. Altri preferiscono chiudere le porte e attendere che qualcosa si smuova laggiù. Io prima di scegliere voglio esaminare l’ipotesi Arabia Saudita con il direttore e con il CDA. Potremmo anche ospitarne due di Paesi, le formule si possono cambiare e arricchire».

   Il presidente uscente Picchioni – che nel frattempo è stato accusato di peculato – ha difeso la sua scelta dicendo che «il Salone ha una funzione maieutica» e che ha il compito di «garantire opportunità d’espressione e di dialogo a chi desideri far conoscere la propria cultura».

   Il comune di Torino (che fa parte dell’assemblea dei soci della Fondazione che dirige il Salone) si è diviso: l’assessore comunale alla Cultura Maurizio Braccialarghe ha detto che «negando all’Arabia Saudita il diritto di essere ospitata si nega pure alla cultura il suo compito lenitivo di evitare la radicalizzazione dello scontro», mentre i consiglieri di centrodestra hanno detto che si opporranno alla partecipazione dell’Arabia.

   Sul possibile ritiro è intervenuto anche l’ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid A. Krimly: «La partecipazione a un evento culturale non può essere viziata da un’interpretazione limitativa in senso eurocentrico, univoco e xenofobo. La promozione del dialogo e della cooperazione trova nella valorizzazione delle differenze il momento più nobile».

   Una polemica di questo genere al Salone del Libro c’era stata nel 2008, quando l’ospite scelto fu Israele, nei sessant’anni anni dello Stato ebraico: in quel caso la scelta portò a discussioni fra scrittori, intellettuali, politici e a inviti al boicottaggio in nome delle accuse a Israele da parte di alcuni sostenitori dello Stato palestinese e dei diritti violati dei palestinesi in Israele.

   Altri interventi nei giorni scorsi ci sono stati sui giornali, da parte di scrittori e commentatori, per la maggior parte critici dell’idea di accogliere come ospiti i rappresentanti di un regime dittatoriale con una rappresentazione della cultura del loro paese parziale e soggetta a censure. I difensori della scelta sostengono invece – come è avvenuto spesso in simili casi di polemiche sui rapporti culturali, o sportivi, con regimi antidemocratici – che la costruzione di rapporti e il favorire aperture sia una strategia con prospettive più promettenti che non l’esclusione.

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VIGNETTE

ISLAM, LO STATO DELLA SATIRA NEL MONDO MUSULMANO

– L’egiziano Sabry sfida la censura sulla Rete. In Turchia Kart ha battuto Erdogan. La Siria spaccò le mani ad Ali Farzat. Così gli arabi prendono in giro il potere –

di Sara Pinotti, da LETTERA43 (quotidiano online indipendente) www.lettera43.it/ 13/1/2015

   La satira non si è fermata in Francia, dove mercoledì 14 gennaio è uscito il nuovo numero della rivista Charlie Hebdo, nonostante l’attacco terroristico che ha tolto la vita a 12 tra giornalisti e fumettisti, le cui vignette sono state tacciate di mancato rispetto verso la religione islamica.

   L’Occidente non ha abbassato la testa. Ma che aspetto ha la satira in EGITTO, SIRIA, TURCHIA, PAKISTAN, IRAN, LIBANO e IRAQ?

   Lo hanno raccontato gli inviati del quotidiano inglese The Guardian: si fa sempre più anonima, si sposta online ma è ancora viva e forte, nonostante il terrore, nonostante i divieti.

NO WOMAN, NO DRIVE. Se vignette che ritraggono il profeta Maometto sono da considerarsi impensabili, questi Paesi non mancano affatto di figure satiriche che prendono in giro autocrati e jihadisti: si va dal video satirico ‘No Woman, No drive’, dove la popolare canzone di Bob Marley è diventata mezzo di presa in giro del divieto per le donne di guidare l’automobile in Arabia Saudita, fino all’umorismo dell’Iraq nientemeno che contro lo Stato Islamico (Isis).

BAGHDADI SFOTTUTO. Se l’Iraq, a sorpresa, è forse uno dei Paesi musulmani in cui la satira è più forte, è proprio l’auto proclamato califfo dell’Isis, Abu Bakr-al-Baghdadi, a essere il personaggio più preso di mira dell’odierna satira a targa islamica. Basta pensare al fumetto di KARL SHARRO, satirista libanese oggi a Londra, che ritrae Baghdadi in una sua improbabile seduta dallo psichiatra: il califfo non sa quale altro atto di terrore inventarsi, né dove trovare ispirazione, perché non c’è nessun manuale su come fare terrorismo, dice. Lo psichiatra gli suggerisce allora di provare a cercare su Google.

LINEA ROSSA DELLA CENSURA. Il trucco, in questi Paesi più che in altri, è stare dentro alla linea rossa disegnata dalla censura governativa; limitazioni che hanno incoraggiato i satiristi alla creatività, all’inventarsi nuovi modi per fare satira nonostante l’Isis, l’estremismo e il terrore delle punizioni.

Egitto: Sabry lavora in rete sulle orme di Youssef

«Se andassi in televisione mi obbligherebbero a fermarmi. Per questo mi sposto su internet». Sono le parole di WAGEEH SABRY, satirista egiziano. Sabry, come gli altri suoi colleghi, deve tutto a Bassem Youssef, il più grande satirista moderno d’Egitto. Tra il 2011 e il 2013 l’ex chirurgo è diventato il manifesto della primavera araba egiziana, grazie a uno show di satira politica trasmesso prima via YouTube e poi davanti a 30 milioni di spettatori in televisione.

IN GALERA SOTTO MORSI. Il conto da pagare di Youssef è stata la prigione sotto il governo Morsi, con l’accusa di insultare sia il presidente sia l’Islam in generale. Youssef, in realtà, è un devoto islamico e non ha mai voluto apertamente criticare la propria religione: «Io attacco le persone che usano la religione dandole un brutto nome», ha dichiarato al Guardian.

IL RIFUGIO? SUI SOCIAL. Con il presidente ad interim Adly Mansour e poi il presidente al-Sisi, Youssef è stato costretto a chiudere il proprio programma televisivo, lasciando spazio a una nuova e giovane generazione di vignettisti e scrittori che hanno trovato rifugio sui social media. Tra cui Sabry, che diffonde via internet le sue scenette surreali di vita egiziana.

Turchia: Erdogan il gattino battuto dalla satira

Storia simbolo della satira turca è quella di MUSA KART, accusato di diffamazione contro il primo ministro TAYYP ERDOGAN: nel 2005 lo aveva ritratto come un gatto incastrato in un gomitolo di lana. Sebbene Kart sia stato poi scagionato dalle accuse, non si può dire che la satira abbia avuto la meglio in Turchia, Paese che si è classificato 154esimo su 175 nella classifica sulla liberta di stampa.

IL SIMBOLO È PENGUEN. Se la rivista turca satirica per antonomasia è stata Gırgır, magazine aperto negli Anni 70 dal satirista Oğuz Aral, oggi è il giornale Penguen a essere al top: fondato nel 2002 dai vignettisti Metin Üstündag, Selçuk Erdem, Bahadır Baruter e Erdil Yaşaroğlu, è diventato uno dei simboli delle proteste di Gezi park nel 2013. Non senza problemi di sopravvivenza. Nel 2011 Penguen è finito nei pasticci a causa della comparsa di un murales su una moschea turca col messaggio “Dio non esiste, la religione è una bugia”.

MINACCE SU TWITTER. Nonostante l’autore – Bahadır Baruter, uno dei collaboratori della rivista – abbia poi definito il murales un atto individuale, distaccato dal giornale, e si sia scusato, il problema della libertà di espressione resta. Tanto che proprio dopo l’attentato a Charlie Hebdo lo scrittore estremista Abrahim Yörük ha twittato una minaccia alla rivista Penguen: «Guardate, è meglio non divertirsi alle spalle del credo delle persone, @penguendergi presta attenzione».

Siria: Ali Farzat, vignettista a cui ruppero le mani

Nonostante la popolarità della satira in Siria, esporsi troppo porta inevitabilmente a essere puniti “dall’alto”.

La situazione è peggiorata dopo gli ultimi tre anni, in cui il Paese è diventato campo aperto di guerra interna.

ASSAD GALOPPINO. Lo sa bene Ali Farzat, vignettista di fama internazionale che in passato era solito prendere in giro il presidente siriano Bashar al-Assad: nel 2011, dopo avere ritratto Assad sudato e affaticato mentre trasportava la valigia del dittatore libico Muammar Gaddafi, Farzat è stato attaccato alla guida della sua macchina. Tirato fuori di peso dal veicolo, si è ritrovato con entrambe le mani rotte.

UN CANTANTE TROVATO MORTO. Non se l’è vista meglio nello stesso periodo Ibrahim Qashoush, noto per le sue canzoni anti-regime, ritrovato morto e senza corde vocali.

Pakistan: vietato parlare di religione o esercito

La tradizione satirica pakistana è lunga ed elaborata, a partire dalla letteratura Urdu e i suoi capi satiristi, Akbar Allah Abadi, Ibne Insha, Mushtaq Yusufi; per non parlare dei Bhaands, performer tradizionali che intrattengono le folle con monologhi dal tagliente commento politico, o dei mimi che sono tutt’oggi delle star televisive.

TRE DIVERSI PROGRAMMI. In Pakistan ci sono tre diversi programmi tivù satirici, rispettivamente nei tre canali più popolari del Paese. Anche qui però l’unica satira permessa è quella che non tocca temi religiosi o l’esercito. Solo in internet i satiristi pakistani osano schierarsi contro questi due temi tabù, ma lo fanno spesso anonimamente, come nel caso del noto account Twitter Majorly Profound.

Iran: Neyestani rifugiato a Parigi dopo le aggressioni

Una delle riviste satiriche più celebrate in Iran è stata per anni Gol Agha, battezzata dal nome d’arte del famoso satirista Kioumars Saberi Foumani, che ha fondato il giornale nel 1990. Dopo anni di splendore e di efficaci prese in giro della classe politica, Gol Agha è ora sul viale del tramonto, in particolare per l’inasprirsi delle linee rosse da non superare in tema di satira.

MEGLIO ONLINE E ANONIMI. Anche qui ridicolizzare religioni o il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei è strettamente proibito, e così la satira si è spostata sempre più su internet rifugiandosi dietro l’anonimato; in particolare dopo il caso del vignettista Mana Neyestani, vittima di un’aggressione di Stato nel 2006 per avere disegnato vignette che sfottevano la minoranza etnica Azeri. Neyestani si trova ora a Parigi e ha anche pubblicato sulle pagine di Charlie Hebdo.

Libano: più tolleranza qui che nel resto del mondo arabo

Anche se in Libano c’è più spazio per la satira (ogni canale televisivo ha il suo programma di satira politica) le critiche dirette all’Islam sono proibite.

Iraq: la satira è tornata in forze nella sfida all’Isis

La satira è sempre più forte in Stati e periodi storici in cui l’oppressione dei regimi si fa insostenibile. Dall’avvento dell’Isis, la satira in Iraq ha raggiunto un nuovo fulgore.  Tanto che, ha scritto il Guardian, la televisione di Stato ha speso 750 mila dollari per girare una serie che prende di mira apertamente il gruppo terroristico.

  L’umorismo irriverente è presente anche sui social media, così come aperte critiche al governo.

PROMESSI NUOVI CONTROLLI. Nonostante il nuovo primo ministro Haidar al-Habadi abbia promesso a mezza voce di intensificare i controlli, l’Iraq, Paese in cui le parole distruzione e ricostruzione hanno un significato diverso da qualsiasi altro Stato del mondo, può forse considerarsi l’esempio odierno più forte del potere della satira: non importa quanto un popolo possa sentirsi impaurito o oppresso, allargando e modellando i propri limiti, la satira riesce a sopravvivere. Sempre. (Sara Pinotti)

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LA CENSURA WEB NEL MONDO

(dal sito www.add-communication.com/ )

   Sentirsi liberi di utilizzare internet alla ricerca di informazioni, eventi o più semplicemente  per contattare amici è una condizione alla quale siamo ormai abituati e che diamo quasi per scontato. Purtroppo però non tutti hanno questa fortuna. In diversi paesi, infatti, persistono numerose forme di censura o limitazioni del web.

   Più precisamente, secondo l’analisi  condotta dalla società Golden Frog e dall’associazione OpenNet Initiative,  per il 33% degli abitanti del Pianeta l’accesso ad Internet è in qualche modo limitato. Ciò avviene in BRASILE, MESSICO, INDIA, NORD AFRICA, RUSSIA e TURCHIA. Per quanto riguarda quest’ultimo paese è noto ormai a tutto il mondo il blocco di Twitter imposto dal governo Erdogan.

   Molte meno persone, invece, sanno che in Russia il social network Vkontakte è monitorato dai servizi segreti (FSB) che lo utilizzano per raccogliere informazioni sugli oppositori di Putin. Il reato contestato ai dissidenti è quasi sempre quello di “diffondere contenuti non adatti ai giovani”.censura-internet dal sito www_add-communication_com_

   L’accesso alla Rete è ancora più limitato al 47% dell’umanità. In alcuni paesi, infatti, internet è sottoposto a censura del governo e la libertà di opinione può costare la galera. Stiamo parlando di  CINA, VIETNAM, IRAN, PAKISTAN, INDONESIA, ARABIA SAUDITA, QATAR, EMIRATI ARABI, SUDAN, SUD SUDAN, ETIOPIA, BIELORUSSIA e CUBA.  Proprio a Cuba, poco più di 10 anni fa, il regime ha concesso l’accesso a Internet  solo a chi può pagarne il collegamento in dollari americani e sia espressamente autorizzato.  Ad oggi la connessione nell’isola risulta tuttavia lentissima.

   Al restante 17% della popolazione globale, che vive in OCCIDENTE, SUD AFRICA, ARGENTINA, GIAPPONE E FILIPPINE la libertà di accesso alla rete ha subito una forte erosione negli ultimi 3 anni, a tal punto che tale libertà non è mai stata bassa quanto oggi. La storia ci ha insegnato che uno dei principali strumenti utilizzati dai governi repressivi e dittatoriali è la censura. Per accentrare il potere è necessario tappare la bocca ai colti e bendare gli occhi al popolo.

   Il web negli ultimi anni è diventato un vero e proprio canale per portare alla luce misfatti, corruzione e soprusi. Lo sanno bene i governi ed è per questo che in CINA sono stati reclutati 40.000 operatori che eliminano, minuto per minuto, uno ad uno, ogni riferimento a situazioni di instabilità politica.

   untitledNe ha preso coscienza anche il governo tunisino che il 12 novembre 2013 ha annunciato la creazione dell’ATT, agenzia che monitora le comunicazione e assiste la magistratura nella raccolta di prove collegate a “crimini informativi e delle comunicazioni” , il tutto avvenuto senza alcuna consultazione del Parlamento o della società civile.

   Ancora più recentemente, in Venezuela, il Presidente Maduro ha ordinato di mettere offline 50 siti web che contenevano informazioni  sull’inflazione economica e i tassi di cambio della moneta. Il 24 febbraio, inoltre,  in occasione delle proteste studentesche, il governo ha intimato agli ISP (Internet Service Provider) di bloccare tutte le immagini su Twitter.

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L’ARABIA AL SALONE, SCOMMESSA SUL FASCINO DELLA DEMOCRAZIA

di Francesca Paci, da “la Stampa” del 29/5/2015

– Alcuni intellettuali del regno sperano che la cultura diventi il tramite per un’apertura, altri non credono che il regime oscurantista si possa riformare –

   Giova più ai diritti umani isolare i regimi liberticidi o giocare la carta dell’inclusione, scommettendo sull’effetto emulativo della democrazia?

   La querelle sull’opportunità d’invitare in pompa magna l’Arabia Saudita al prossimo Salone del Libro di Torino 2016 ha una peso politico assai maggiore di quello letterario, trattandosi del paese che martedì ha eseguito la sua 88esima condanna a morte dall’inizio del 2015, concorrendo con Cina e Iran alla maglia nera di Amnesty International; ma che è anche il nostro principale fornitore di energia nonché è il paese d’una potente pentola a pressione sociale alla cui apertura lavorano da tempo da dentro i giovani e le donne.salone del libro

«Boicottare la partecipazione di Riad al Salone del Libro non aiuterà i diritti umani perché il dialogo negato è un boomerang contro intellettuali e artisti che, come dovunque, spingono il cambiamento» nota il saudita Mohammed Hasan Alwan, classe 1979, uno dei 39 migliori autori arabi selezionato nel 2010 dal progetto Beirut39 e voce d’una generazione votata al riformismo della cultura come le coetanee Raja e Shadia, che con l’opera dedicata alla natia Mecca firmarono fiere il debutto della retriva petrol-monarchia alla Biennale di Venezia 2011.

   Mai invitato a rappresentare il suo governo, Mohammed non lo sarebbe verosimilmente neppure al Lingotto. Tuttavia, come nel 2011 si schierò per la presenza dell’Arabia Saudita alla Book World Prague, oggi sostiene la candidatura di Torino pur senza essere invitato: «II ministero ha una rosa di nomi a cui ricorre sempre e io per ora non ci sono. Ma tra i giovani sauditi la cultura pulsa e sono certo che le riforme arriveranno gradualmente a patto che non siano “imposte” dall’occidente. Negli ultimi 10 anni sono comparsi volumi con temi sessuali o politici finora banditi, voglio dire che si è aperta una breccia nella letteratura perché la censura si è concentrata sui più pervasivi social media, per cui per esempio Turki Al-Hamad è stato condannato per i tweet laddove era stato lasciato in pace scrivendo le stesse cose nei libri».

   La materia scotta. Se come urlava il ’68 il privato è politico, la cultura, condensato di privato sociale, lo è ancor di più. L’Arabia Saudita compila regolarmente una lista di testi proibiti dove può capitare un romanzo come A Wahhabi Tale di Abdullah Mofleh, bandito un paio d’anni fa presumibilmente per il riferimento del titolo al wahabismo, la più oltranzista dottrina sunnita e quella a cui fa riferimento il governo di Riad, prodotta dal Golfo ma non rivendicata ad alta voce da quando seduce i tagliagole del Califfato.

   «Invitare un paese come l’Arabia Saudita significa dare legittimità a un regime che perseguita la libertà di opinione e sta rendendo la vita impossibile ai suoi blogger» dice MADAWI AL-RASHEED, esperta di studi di genere alla London School of Economics. Cita per tutti il caso di RAIF BADAWI, fondatore del forum «Free Saudi Liberals» e condannato a mille frustate e 10 anni di prigione per essersi interrogato sul ruolo della religione nel suo paese.

   A 52 anni suonati la AL-RASHEED è meno ottimista dei giovani autori suoi connazionali e teme per il futuro che dice essersi fatto ancora più cupo sotto il nuovo re Salman: «La situazione del Medioriente, mai così nera, ha accentuato settarismo e violenza “autorizzando” Riad a una repressione ancor più dura di gente come il professore di letteratura Abdullah al-Hamed, reo di battersi per quella società civile la cui fiaccola è tenuta pubblicamente accesa solo dalla battaglia delle donne per il diritto alla guida».

   Agli attivisti che da dentro l’Arabia Saudita citano il caso dei Mondiali 2022 in Qatar come esempio positivo di come la ribalta internazionale abbia messo in luce il finora celato schiavismo di Stato, la al-Rasheed obietta con il Bahrein: «Lì la Formula1 non ha ridotto la violazione dei diritti, funzionò invece meglio il boicottaggio sportivo del Sud Africa dell’apartheid».

   Difficile scelta quella tra isolare e includere nel nome dei diritti i cui paladini parlano spesso a un mondo sordo. Perché sia pur discordi sulla migliore via al riformismo (Torino sì o no?), gli intellettuali sauditi concordano: c’è vita culturale a Riad. Passa soprattutto per le vie traverse della fiction o della commedia e passa per l’arguzia di umoristi come HISHAM FAGEEH e FAHAD ALBUTAIRI che affidano a YouTube video politici e difficilmente censurabili tipo la rilettura di Bob Marley nella variante locale No Woman No Drive. (Francesca Paci)

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NO ALL’ARABIA SAUDITA AL SALONE DEL LIBRO, UNA RIPARTENZA CON IL PIEDE GIUSTO

di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 27/5/2015

Primo provvedimento: ottimo. La neopresidente del Salone del libro di Torino Giovanna Milella ha infatti deciso come primo atto dei suo nuovo incarico di cancellare l’indicazione dell’Arabia Saudita come Paese ospite della prossima edizione. Meno male.

   Chissà cosa avrebbero presentato, visto che in Arabia Saudita non esiste un libro libero che sia uno, visto che in quei Paese il regime della censura agisce in modo ferreo, visto che l’integralismo è così feroce da non immaginare neanche che uno scrittore, un artista, un filosofo possano pubblicare le loro opere. Il libro e l’Arabia Saudita sono due entità antitetiche. Il loro padiglione a Torino sarebbe stato una parodia. Libri finti, inesistenti, irreggimentati. Come quando negli stand rumeni delle Feste dell’Unità si esibiva l’opera omnia di Elena Ceausescu.

   II Salone del libro è la festa della cultura, delle idee, delle opinioni diverse. In Arabia Saudita i libri non esistono, le idee sono soffocate, le opinioni dissidenti messe a tacere e cancellate. Se proprio si scegliesse qualcosa dell’Arabia Saudita, a Torino dovrebbero chiamare un blogger coraggioso come Raif Badawi, condannato a mille frustate, di cui una parte già somministrate con appositi riti in pubblico, per aver sostenuto opinioni libere e dunque considerate blasfeme.

   Il grottesco di un Paese oscurantista e tirannico come l’Arabia Saudita accolto e ossequiato in una festa del libro è comunque stato evitato e questo va a merito della nuova dirigenza del Salone. Dove, il prossimo anno, si potrebbe organizzare una discussione sulla totale mancanza di libertà d’espressione nei Paesi intolleranti come l’Arabia Saudita. Dove i libri sono messi al rogo. E dove il fondamentalismo religioso considera blasfemia meritevole di condanna a morte il semplice possesso di un crocefisso. A Torino, no. (Pierluigi Battista)

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L’ARABIA AL SALONE DEL LIBRO, OGNI GIORNO UN INCIDENTE

di Emanuela Minucci, da “la Stampa” del 28/5/2015

– Dopo la disputa sull’invito come Paese ospite, sul sito del Consiglio comunale è comparsa per errore una falsa bandiera saudita con insulti al Corano in arabo – Scuse della Città, ma l’ambasciatore denuncia rischi di intolleranza e xenofobia –

   Non bastava l’esclusione dal Salone del libro del prossimo anno, ventilata dalla neo presidente Giovanna Milella «perché in Arabia Saudita non si difendono i diritti civili cari all’Occidente». Ieri il caso diplomatico si è arricchito di un nuovo, imbarazzante capitolo. Una falsa bandiera saudita con insulti a Maometto e al Corano è apparsa sul portale del Consiglio comunale di Torino.

   Le pubbliche scuse del Comune («Solo un errore, non è mai stata nostra intenzione recare offesa o mancare di rispetto al popolo dell’Arabia Saudita, alla comunità o alla religione islamica») e la rimozione dell’immagine dal sito ufficiale non hanno evitato una lettera indignata da parte dell’ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid A. Krimly. In realtà si tratta della bandiera realizzata da Geert Wilders, politico olandese fondatore del Partito per la libertà, noto per le sue idee anti islamiche.

   L’ambasciatore scrive che «è totalmente sconvolgente e inaccettabile che nel portale web della Città di Torino venga mostrata e indicata come autentica una bandiera contraffatta del Regno che contiene attacchi e insulti diretti all’Islam, al Sacro Corano e al Profeta Maometto contribuendo a fomentare l’odio, l’intolleranza e l’estremismo piuttosto che propugnare primari valori che sottendono l’idea ispiratrice del Salone del Libro di Torino».

   Poi ne approfitta per esprimersi ufficialmente, dopo l’iniziale prudenza, anche sul possibile ritiro dell’invito al prossimo Salone come Paese ospite: «La partecipazione a un evento culturale non può essere viziata da un’interpretazione limitativa in senso eurocentrico, univoco e xenofobo. La promozione del dialogo e della cooperazione trova nella valorizzazione delle differenze il momento più nobile».

   L’ultimo tagliente passaggio è destinato ad alimentare la polemica culturale: «Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale». (Emanuela Minucci)

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LA NUOVA ARMA DI CENSURA ONLINE DELLA CINA: IL ‘GRANDE CANNONE’

pubblicato il 11/4/2015 da red & archiviato in Cronache (da http://iljournal.today/)

da www.iljournal.today
da http://www.iljournal.today

   La notizia è preoccupante perché segna il passaggio da un tipo di censura passiva ad un’azione più concreta, al fine di cancellare contenuti ‘diffamanti’ sul web.

   Alcuni ricercatori sulla sicurezza informatica hanno scoperto un nuovo strumento d’attacco usato dalla Cina, che consente di ‘lanciare’ cyber assalti contro i siti web che riportano informazioni scomode o ‘diffamanti’ su Pechino e che inietta virus letali nei computer di tutto il mondo.

   Questo dispositivo è associato al Grande Firewall della Cina, che blocca tutte le ricerche internet che il governo giudica controverse. Il nuovo strumento, che gli studiosi hanno definito “il Grande Cannone” riesce a gestire il computer di una persona da lontano, senza che questa se ne accorga, collocandolo in un sistema di macchine progettato in modo da ‘invadere’ i siti web, costringendoli così a chiudere.

   La Cina è infatti la sospettata n°1 per il recente attacco a Github, un sito che sviluppa software con sede a San Francisco, che avrebbe pubblicato in un paio di pagine dei contenuti proibiti nel paese asiatico. Sembra che i responsabili della violazione informatica abbiano utilizzato il Cannone per reindirizzare il traffico internet dal motore di ricerca cinese Baidu per paralizzare così il sito web.

   Normalmente infatti questo strumento funziona prima intercettando i dati che vengono inviati tra due ‘poli’, successivamente questi vengono inviati ad un terzo.

   Anche l’America possiede un’arma molto simile nel suo programma QUANTUM, ma non è mai stata utilizzata contro dispositivi pubblici.

   Il Grande Cannone della Cina fa invece temere un cambiamento netto nella sua politica di censura, che da passiva adesso diviene una vera guerra a colpi di ‘cannoni’.

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LIBERTÀ DI STAMPA E CENSURA: L’INDIA INTENDE SEGUIRE LE ORME DELLA CINA

di Luca Lampugnani, 18.03.2015, da International Business Time (http://it.ibtimes.com/ )

   Quando si tratta di libertà di informazione e stampa, la Cina non è certo il primo Paese della lista tra i più virtuosi. Tuttavia, come rivela il Quartz, proprio al Dragone sembra volersi ispirare l’India per la realizzazione di una futura Università fortemente caratterizzata dall’insegnamento della comunicazione e del giornalismo, progetto in cui l’amministrazione del premier Narendra Modi ha intenzione di investire 32 milioni di dollari.

   “Gli istituti di comunicazione occidentali sono fondamentalmente scuole di giornalismo. Un’Università globale sul modello di quella cinese è più simile a ciò che cerchiamo“, ha spiegato all’Economic Times un funzionario governativo rimasto anonimo riferendosi alla Communication University of China, ateneo controllato dal governo di Pechino che conta all’incirca 15 mila studenti.

   E anche se tra i confini della Cina è considerata il meglio per quanto riguarda l’apprendimento delle tecniche della comunicazione dei media (gli insegnamenti spaziano dal giornalismo al marketing, dalla pubblicità, al design e all’arte), in molti casi fuori dal Paese i titoli di studio e i crediti qui ottenuti non vengono assolutamente riconosciuti.

   In tal senso, oltre ad essere nota come la principale Università cinese sul mondo dei media, la Communication University of China ha alle sue spalle una nomea non proprio edificante, ed è ritenuta a livello internazionale l’ennesimo strumento della propaganda interna di Pechino. Non a caso, scrive ancora il Quartz, molti degli studenti che qui si laureano in giornalismo finiscono tra le fila della CCTV – secondo l’accusa di un ex dipendente la stazione televisiva avrebbe ricevuto ogni anno almeno 1000 “ordini di propaganda” da parte del governo -, principale emittente del Paese e tra i numerosi portavoce acritici dei comunicati del Partito Comunista cinese.

   Insomma, l’intenzione indiana di ispirarsi ad un istituto che annualmente sforna giornalisti, anchorman, esperti di comunicazione e dei media bombardati di propaganda governativa e sfruttati dopo la laurea come ingranaggi della grande macchina dell’auto-censura di Pechino potrebbe non essere un risvolto particolarmente felice.

   Tuttavia, anche se il “modello” di cui parlava il già citato funzionario si riferiva probabilmente solo ed esclusivamente alla vastità degli insegnamenti previsti dall’Università cinese, non è da escludere che Nuova Delhi possa indurre in tentazione di lasciarsi ispirare anche dalla funzione propagandistica e di regime dell’ateneo – molti di questi istituti in Cina sono da anni controllati da funzionari del ministero che si occupa della propaganda.

   Allo stesso modo, secondo il Quartz recentemente i funzionari statali e locali indiani hanno spinto verso un maggior utilizzo della censura sui media e tra i vari social network sfruttando ampiamente il pretesto della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico. In tal senso, i detrattori di Modi accusano il premier di aver avallato tale atteggiamento, accusandolo di aver peggiorato la situazione della libertà degli organi di informazione indiani. E se davvero Nuova Delhi continuerà ad essere attratta dal modello di insegnamento della Communication University of China, è tutt’altro da escludere che i media indiani conoscano una futura nuova stretta alla loro autonomia. (Luca Lampugnani)

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LA RUSSIA CENSURA FACEBOOK, GOOGLE E TWITTER?

di Filippo Vendrame, da WEBNEWS (http://www.webnews.it/ ) del 25/5/2015

– La Russia minaccia sanzioni a Facebook, Google e Twitter se non rispetteranno le leggi locali del paese più volte bollate, però, come leggi censura –

   La Russia potrebbe bloccare Google, Facebook e Twitter. Le autorità russe hanno infatti inviato una missiva ai maggiori player della rete avvertendoli che stanno infrangendo le leggi russe e che se non si adegueranno potrebbero rischiare di essere oscurati all’interno del paese.

   L’ente russo Roskomnadzor ha infatti affermato di aver contattato Google, Facebook e Twitter chiedendo espressamente loro di rispettare quelle leggi promosse da Vladimir Putin che tutti però hanno bollato come leggi censura.

   Questo nuovo braccio di ferro tra la Russia e le grandi Internet Company sarebbe da ricercarsi nell’uso del sistema di crittografia utilizzato da Google, Facebook e Twitter che non permette alla Russia di andare a bloccare singolarmente tutti quei siti/contenuti giudicati fuori legge. Vista l’impossibilità tecnica, per il Governo russo non rimarrebbe alternativa che andare a bloccare l’intero servizio e non solo il sito/contenuto specifico. Ma per rispettare le leggi russe, le Internet Company dovrebbe consegnare alle autorità russe tutte le liste dei blogger con oltre 3000 lettori al giorno e chiudere tutti i siti segnalati dalle autorità.

   Putin non si è mai dimostrato particolarmente amico del web, anzi, lo ha spesso bollato come un progetto della CIA, sottolineando più volte la profonda sfiducia tra Mosca e Washington. In realtà, trattasi dell’ennesimo tentativo di controllare internet che è sempre stato fonte di grossi problemi per i regimi totalitari dove i governi tentano di manipolare l’informazione a loro vantaggio.

   Per esempio, proprio a questo scopo, una legge approvata nel 2014 attribuisce ai procuratori russi il diritto di bloccare, senza dove passare per alcun grado di giudizio, tutti quei siti di informazioni in cui si parla di proteste e contenuti scomodi.

   I blogger con un ampio seguito, devono passare attraverso una procedura di registrazione e devono confermare la loro identità per poter operare. Facebook è intervento affermando che i dati dei suoi utenti sono conformi alle politiche aziendali e soddisfano gli standard internazionale del processo legale.

   Facebook ma anche Twitter, nel corso del 2014, hanno più volte respinto le richieste delle autorità russe.

Google, invece, nella seconda metà del 2014, ha risposto solo al 5% delle 134 richieste effettuate dal Governo Russo. Le autorità russe, comunque, insistono e chiedono il rispetto delle legislazioni locali, altrimenti scatteranno sanzioni che potrebbero arrivare sino allo spegnimento dei siti incriminati all’interno del paese. (Filippo Vendrame)

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