SAVE THE CHILDREN: opportunità e bambini – LA MOBILITA’ SOCIALE delle persone (tema del Festival dell’Economia 2015 di Trento) – La possibilità (fin da bambini) di vivere in LUOGHI RICCHI DI OPPORTUNITA’ – La necessaria RIFORMA DEI CONFINI dei Comuni, delle Regioni; le Aree Metropolitane

la decima edizione del FESTIVAL 2015 DELL’ECONOMIA, (dal 29 maggio al 2 giugno) di TRENTO ha avuto come tema scelto quest’anno la “MOBILITÀ SOCIALE”
la decima edizione del FESTIVAL 2015 DELL’ECONOMIA, (dal 29 maggio al 2 giugno) di TRENTO ha avuto come tema scelto quest’anno la “MOBILITÀ SOCIALE”

   La decima edizione del festival dell’Economia di Trento, tenutosi dal 29 maggio al 2 giugno, ha avuto come tema scelto quest’anno la “MOBILITÀ SOCIALE”. Un argomento, potremmo dire, più che mai azzeccato, visti i tempi di scarse possibilità che un individuo “salga” da una certa condizione sociale a una migliore. E che riguarda in parte anche una delle tematiche principali trattate in questo blog geografico: cioè la necessità che i LUOGHI “cambino”, si trasformino, a partire dalla loro struttura odierna istituzionale “micro” e “macro” (comuni, province, regioni…) attraverso processi nuovi che ora troppo debolmente vengono messi in atto (le FUSIONI tra comuni, ad esempio, che si verificano assai poco…), o che per niente ci si pensa (le MACROREGIONI al posto delle attuali regioni, obsolete da un punto di vista organizzativo e assai dispendiose… e le recenti elezioni regionali hanno dimostrato il venir sempre meno dell’attaccamento dei cittadini a questa istituzione).

fusione dei Comuni
fusione dei Comuni

   Ma, prima di parlare dei luoghi e della loro possibile trasformazione (e perché farlo: il tema ha come parola chiave “OPPORTUNITÀ”), torniamo al senso dell’approfondimento della tematica della mobilità sociale proposta al Festival di Trento.

   Cosa innanzitutto vuol dire “MOBILITÀ SOCIALE”?   E’ possibile rappresentare la mobilità sociale COME IL PROCESSO CHE, in una data società, CONSENTE AGLI INDIVIDUI DI MUOVERSI TRA POSIZIONI SOCIALI DIVERSE.

A ridurre gli spazi di azione di migliaia di minori e famiglie ci sono anche la POVERTÀ e DEPRIVAZIONE. La POVERTÀ ASSOLUTA delle famiglie in Italia è cresciuta ulteriormente nel 2013 e riguarda ormai il 13,8% dei minori - OLTRE UN MILIONE E 400 MILA TRA BAMBINI E RAGAZZI (con un incremento del 37% di minori interessati dal fenomeno rispetto al 2012) - mentre più del 68% delle famiglie sono costrette a tagliare sugli alimenti o a comprare cibo di qualità inferiore. (dati “SAVE THE CHILDREN”, dicembre 2014)
A ridurre gli spazi di azione di migliaia di minori e famiglie ci sono anche la POVERTÀ e DEPRIVAZIONE. La POVERTÀ ASSOLUTA delle famiglie in Italia è cresciuta ulteriormente nel 2013 e riguarda ormai il 13,8% dei minori – OLTRE UN MILIONE E 400 MILA TRA BAMBINI E RAGAZZI (con un incremento del 37% di minori interessati dal fenomeno rispetto al 2012) – mentre più del 68% delle famiglie sono costrette a tagliare sugli alimenti o a comprare cibo di qualità inferiore. (dati “SAVE THE CHILDREN”, dicembre 2014)

   Rifacendoci alle “Indagini Multiscopo” condotte dall’ISTAT (dati sulle relazioni familiari, condizioni abitative e della zona in cui si vive, condizioni di salute e stili di vita, comportamenti legati al tempo libero e alla cultura, rapporto con vecchie e nuove tecnologie, rapporto dei cittadini con i servizi di pubblica utilità, utilizzo del pc e di Internet….), fa dire che:“…[la mobilità sociale] è influenzata da una serie di meccanismi che tendono a riprodurre sui destini individuali lo squilibrio delle posizioni di partenza. In misura più o meno marcata, infatti, i figli ereditano i vantaggi e gli svantaggi associati alle posizioni occupazionali dei loro padri”.

   Pertanto il soggetto cui si guarda nella mobilità sociale secondo i PARAMETRI ISTAT appena qui sopra accennati (cui noi in questo post aggiungiamo il rapporto con i LUOGHI DI VITA), IL SOGGETTO A CUI SI GUARDA è sicuramente dato dalle giovani generazioni, cioè il BAMBINO. E, come detto, la parola chiave è OPPORTUNITA’ (di vita, di conoscenze del mondo che circonda un bambino, dell’educazione e formazione a disposizione, della possibilità di rapportarsi con il mondo globale…).

foto di Nathaniel Hendren - "LA MOBILITÀ SOCIALE? DIPENDE DALLA CITTÀ IN CUI VIVI" – Dal Festival dell’Economia 2015 di TRENTO - NATHANIEL HENDREN:  DOVE E PERCHÉ C’È MOBILITÀ SOCIALE: LA MAPPA AMERICANA “Le chance di uscire dalla povertà negli Stati Uniti dipendono da dove si cresce: alcune aree favoriscono la mobilità verso l’alto, altre generano una disuguaglianza persistente. Quali sono le caratteristiche dei luoghi che favoriscono la mobilità? E quali le implicazioni di questa geografia sul piano delle politiche economiche?” (NATHANIEL HENDREN, giovane economista ad Harvard, impegnato a studiare, con occhi da scienziato, i fattori che influenzano la mobilità intergenerazionale)
foto di Nathaniel Hendren – “LA MOBILITÀ SOCIALE? DIPENDE DALLA CITTÀ IN CUI VIVI” – Dal Festival dell’Economia 2015 di TRENTO – NATHANIEL HENDREN: DOVE E PERCHÉ C’È MOBILITÀ SOCIALE: LA MAPPA AMERICANA “Le chance di uscire dalla povertà negli Stati Uniti dipendono da dove si cresce: alcune aree favoriscono la mobilità verso l’alto, altre generano una disuguaglianza persistente. Quali sono le caratteristiche dei luoghi che favoriscono la mobilità? E quali le implicazioni di questa geografia sul piano delle politiche economiche?” (NATHANIEL HENDREN, giovane economista ad Harvard, impegnato a studiare, con occhi da scienziato, i fattori che influenzano la mobilità intergenerazionale)

   Pertanto la mobilità sociale è generalmente associata a quella di UGUAGLIANZA DELLE OPPORTUNITÀ.

   Se qui quel che ci interessa sviluppare è la “mobilità sociale” in rapporto con i luoghi in cui un soggetto, una comunità, vivono, allora la nostra proposta che ribadiamo da tempo è l’urgente necessità di una RIFORMA DEI CONFINI delle Istituzioni locali: non è più possibile organizzare virtuosamente il presente e il futuro nostro e in particolare delle giovani generazioni, nel nostro Paese, con alcuni luoghi che offrono molte opportunità, altri meno (partendo dall’esempio delle giovani generazioni, dei bambini in particolare).

   In questo blog geografico da tempo sosteniamo la necessità di una riforma dei CONFINI dei comuni, delle regioni, e dell’istituzione di AREE METROPOLITANE in qualsivoglia luogo. Non è certo possibile organizzare i servizi al meglio in 8.047 comuni di fatto con gestione separata ciascuno dagli altri, con 20 regioni che sono piccoli stati autonomi al di fuori di ogni omogeneità geografica, degli scambi economici, delle comunicazioni.

   Se il problema delle opportunità dei bambini ora si fa sentire particolarmente nelle grandi città e nelle sempre più allargate periferie della “città diffusa” (anche in questo caso, al contrario, un ridimensionamento dei confini della gestione dei servizi, si renderebbe necessaria…), se si è più in difficoltà nelle aree metropolitane, ciò sta sempre più accadendo anche in (una volta) “felici” piccole realtà comunali, che adesso non riescono più finanziariamente, organizzativamente e culturalmente a offrire servizi. E dove le OPPORTUNITA’ (di studio, culturali, del tempo libero, del rapportarsi con il mondo…) per le giovani generazioni, si fanno sempre più difficili e insufficienti al mutare del mondo (in questo senso le CITTA’ ora offre opportunità ben maggiori).

   La ristrettezza di vedute della “provincia” (intesa come aree periferiche rispetto ai centri) può essere letale alle giovani generazioni. Ciò non significa riprendere i modelli negativi e gli stili di vita delle (medie e grandi) città. Ma si può ben costituire tra comunità limitrofe, che in fondo condividono uno stesso territorio, uno stesso “progetto” di vita quotidiana, ma che ora sono più che mai frammentate, “non si parlano” (nelle decisioni, nell’organizzazione comunale…), convincerle a “mettersi assieme”. Costituire città e aree metropolitane pur conservando gli aspetti positivi, i pregi del territorio (lo spirito di borgata, di quartiere, i migliori servizi sanitari territoriali quando è vero che sono migliori, l’ambiente di valore, quando c’è…): un modo di vivere che coniughi la modernità (la contemporaneità, l’uomo “cittadino del mondo”) con la tradizione del luogo. Oseremo dire, inventare la “postmodernità”.

   Per questo trasformare il territorio, i luoghi, in Comuni che si fondono tra loro e diventano CITTA’; in Regioni che si sciolgono virtuosamente in MACROREGIONI; in un territorio fatto tutto di AREE METROPOLITANE (geograficamente, anche nella vetta della montagna più alta, conservando l’inalterato ambiente magnifico), tutto questo significa rimettere in moto per le giovani generazione la MOBILITA’ SOCIALE in senso positivo. (s.m.)

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“LA MOBILITÀ SOCIALE? DIPENDE DALLA CITTÀ IN CUI VIVI”

La mappa americana delle opportunità disegnata da NATHANIEL HENDREN a Trento il 31 maggio scorso (con la presentazione e il dialogo con STEFANO LEPRI, giornalista de “la Stampa”)

logo del Festival dell'Economia di Trento
logo del Festival dell’Economia di Trento

Conferenza dal Festival dell’Economia 2015 di Trento

– Le chance di uscire dalla povertà negli Stati Uniti dipendono da dove si cresce: alcune aree favoriscono la mobilità verso l’alto, altre generano una disuguaglianza persistente. Quali sono le caratteristiche dei luoghi che favoriscono la mobilità? E quali le implicazioni di questa geografia sul piano delle politiche economiche?

   L’America si è svegliata dal suo “sogno”: oggi negli Usa la possibilità di crescere nella scala sociale non è più un dato di partenza, una possibilità data a tutti indipendentemente dalla propria condizione di reddito, appartenenza etnica o cultura. No, dipende da dove si è nati, dal luogo dove si vive, e da altri fattori quali la struttura familiare, il livello di segregazione razziale, la qualità del sistema di istruzione, il capitale sociale.

   A disegnare la nuova mappa americana è NATHANIEL HENDREN, giovane economista ad Harvard impegnato a studiare, con occhi da scienziato, i fattori che influenzano la mobilità intergenerazionale. La sua tesi è che tale mobilità è legata al contesto fisico, ai luoghi. Tesi ripresa dal NYT che ha pubblicato una mappa interattiva degli Usa basata sugli studi di Hendren.

   L’analisi di Hendren parte dalla constatazione, suffragata da dati riguardanti ben 40 MILIONI DI BAMBINI AMERICANI, che negli USA ci sono variazioni molto mancate nella percentuale dei bambini che possono salire alle fasce alte. La media è 7,5 per cento di probabilità, ma la percentuale varia dal 4 al 16 per cento. La parte occidentale ha una media del 10 per cento, viceversa alcune città del sud hanno una probabilità assai più bassa. Un bambino nato ad ATLANTA ha metà possibilità di salire nella scala sociale di uno nato a BOSTON. Da cosa dipende? Non solo dal reddito della famiglia, spiega Hendren, ma soprattutto dalla città in cui si vive, le cui caratteristiche finiscono per avere un impatto sulle famiglie.

   La prova è fornita dallo studio sugli effetti, in termini di crescita del reddito e di “scalata” sociale, prodotti dal trasferimento delle famiglie in altre città diverse da quelle d’origine.

Con una importante differenziazione tra i bambini che si trasferiscono giovanissimi (9 anni) e quelli adolescenti, laddove le maggiori possibilità di mobilità sociale sono riservate ai primi.

   Ma quali sono le CARATTERISTICHE CHE FANNO DI UNA CITTÀ UN LUOGO A MAGGIORE O MINORE POSSIBILITÀ DI MOBILITÀ SOCIALE? Hendren individua alcune caratteristiche principali: la SEGREGAZIONE IN TERMINI REDDITUALI E RAZZIALI, ad esempio: “Le zone a maggiore mobilità sono quelle dove ricchi e poveri vivono accanto. Il problema non è però essere ricco o povero, in tutti gli USA dove ci sono disuguaglianze più marcate persiste una mobilità bassa. Sono le disuguaglianze nella fascia media che svolgono un ruolo importante. È questo che fa sì che le caratteristiche legate al posto siano importanti.

   Altra caratteristica è la QUALITÀ DEL SISTEMA DI ISTRUZIONE (“Dove è migliore c’è più mobilità”), ed ancora la SOLIDITÀ DELLA STRUTTURA FAMILIARE (“Dove ci sono più famiglie monoparentali la mobilità è più bassa, anche se va specificato che nelle famiglie con due genitori la mobilità è superiore solo là dove c’è una maggiore presenza di famiglie biparentali”), infine il CAPITALE SOCIALE, inteso come impegno civile, tasso di criminalità, partecipazione alla vita sociale, ect…    Potrà sorprendere, ma la cosa spiega l’approccio pragmatico di Hendren, sapere che anche la presenza di sale da bowling è un indicatore del grado di mobilitá intergenerazionale.

   La domanda allora è: quali politiche possono essere messe in atto per favorire la mobilità verso l’alto? migliorare i quartieri? “Non c’è una correlazione chiara, ma nelle aree di grande povertà – spiega Hendren – la cosa può funzionare. Anche i sussidi per la residenza popolare possono migliorare la mobilità verso l’alto ma questo vale solo nel breve periodo e per un numero limitato di persone. Nel lungo periodo conta l’emancipazione delle aree più povere, la loro uscita dalla povertà.

   L’ANALISI DI HENDREN PUÒ IN PARTE ESSERE APPLICATA ANCHE AL “CASO ITALIA”, dove si riscontra un maggiore tasso di mobilità sociale al nord che non al sud. Ma CHE DIRE DEL TRENTINO, DOVE – ANNOTA LEPRI – C’È UNA BASSA MOBILITÀ PUR ESSENDOCI QUI REDDITI PIÙ ALTI? Una domanda aperta.

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GEOGRAFIA DELLA MOBILITÀ SOCIALE IN ITALIA

di Giovanni Pica, da LA VOCE.INFO del 5/5/2015 (www.lavoce.info/)

– Una società con più mobilità sociale è anche una società più prospera? A giudicare dalle province italiane sembra di sì perché dove la mobilità è più bassa sono più bassi anche il reddito e il grado di scolarizzazione, mentre è più alta la disoccupazione. Le correlazioni da approfondire –

Mobilità sociale e andamento dell’economia

L’idea di mobilità sociale è generalmente associata a quella di UGUAGLIANZA DELLE OPPORTUNITÀ. Una società più mobile è una società nella quale anche chi parte da una condizione relativamente svantaggiata ha la possibilità di emergere; quindi, è considerata una società più giusta.

   Ma è anche una società più prospera, cioè una società nella quale, per esempio, il reddito pro capite e le possibilità di occupazione sono più elevate? La risposta non è scontata e dipende da quanta parte delle competenze e abilità individuali vengono trasmesse all’interno della famiglia.

   Se il canale familiare è importante anche una società relativamente poco mobile può essere prospera. In caso contrario, la più alta capacità di allocare nel modo migliore i talenti individuali rende più prospera la società più mobile.

   Esiste, dunque, una contraddizione tra mobilità sociale e successo economico? Dove è (relativamente) più facile farsi spazio grazie alle proprie forze è anche più facile, per esempio, trovare lavoro? Con Maia Güell, Michele Pellizzari e José Vicente Rodríguez Mora abbiamo cercato di offrire una risposta a queste domande, calcolando un INDICE DI MOBILITÀ SOCIALE PER CIASCUNA PROVINCIA ITALIANA allo scopo di correlarlo con il grado di prosperità economica.

L’indice per provincia

L’indice basa la stima della mobilità sociale sul confronto tra la variabilità dei redditi all’interno delle famiglie, identificate attraverso il cognome, con la variabilità complessiva dei redditi. Quanto più bassa è la mobilità sociale in una determinata provincia, tanto più omogenei sono i redditi all’interno di ciascuna famiglia rispetto alla loro variabilità complessiva nella provincia in questione, e viceversa.

   È un po’ come dire che dove la mobilità è bassa, per conoscere il reddito di un individuo è sufficiente sapere a quale famiglia appartiene.    Il vantaggio di questo approccio, rispetto a quello classico che guarda alla correlazione tra il reddito dei padri e quello dei figli, risiede nella minor mole di dati richiesti (sono sufficienti i redditi di un solo anno associati a un codice alfanumerico che identifica i diversi cognomi) e quindi nella possibilità di produrre indici comparabili anche a un livello geografico molto disaggregato.

   I risultati dell’analisi sono riassunti nelle cartine geografiche presentate di seguito. La figura 1 rappresenta una mappa delle province italiane e riporta il grado di mobilità sociale di ciascuna. Più è scuro il colore della provincia, minore è il livello di mobilità sociale.

figura 1 - geografia, mobilita sociale

   Lo schema è chiaro. La mobilità sociale decresce muovendosi da Nord verso Sud (con piccole eccezioni), così come il livello dell’attività economica, misurato dal valore aggiunto pro capite (figura 2).

figura 2 - geografia, mobilita sociale

   Questo porta non solo a concludere che LA MOBILITÀ SOCIALE VARIA IN MANIERA SIGNIFICATIVA TRA LE PROVINCIE ITALIANA, ma anche che è correlata positivamente con il livello dell’attività economica. Ed è correlata positivamente non solo con il valore aggiunto pro capite, ma anche con l’OCCUPAZIONE, il grado di SCOLARIZZAZIONE e il grado di APERTURA INTERNAZIONALE; e negativamente con il tasso di disoccupazione.

   La mobilità sociale sembra dunque essere associata positivamente a una serie di esiti economici “desiderabili” e negativamente ad altri non desiderabili. Inoltre, una maggiore mobilità è pure associata a una minore disuguaglianza dei redditi, una regolarità empirica riscontrata anche tra paesi e chiamata Great Gatsby curve (“curva del Grande Gatsby”).

   I motivi per i quali emergono questi andamenti possono essere molteplici e la loro individuazione richiede un ulteriore sforzo di analisi, sia teorica che empirica. In prima approssimazione, si può pensare che una maggiore mobilità sociale favorisca una migliore allocazione dei talenti individuali e quindi generare un più elevato livello dell’attività economica.

   Tuttavia, è anche possibile che il nesso causale vada in direzione opposta e che un maggiore sviluppo economico porti a un’espansione della classe media e a una riduzione della polarizzazione dei redditi che favorisce la mobilità. L’individuazione del meccanismo che genera la correlazione è chiaramente di primaria importanza per poter mettere in atto misure che migliorino sia il grado di mobilità sociale che quello di prosperità economica. (Giovanni Pica)

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SEMPRE MENO SPAZI E OPPORTUNITÀ PER I BAMBINI, STRETTI FRA INDIGENZA, CITTÀ SENZA SERVIZI E UNA SCUOLA DIMEZZATA

da http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/

del 10/12/2014

– L’Atlante dell’infanzia di Save the Children. Oltre 1,4 milioni di minori in povertà assoluta, la vita in aree metropolitane spesso prive del necessario, un’istruzione insufficiente (tempo pieno per non più del 50% degli istituti). Appartamenti inadeguati e più di 65 mila nuclei familiari sotto sfratto; 3 milioni di piccoli non hanno letto un libro nell’ultimo anno; solo il 6% gioca libero in strada –

   Le città e le metropoli sono l’habitat prevalente dei bambini e adolescenti in Italia: il 37% di essi – 3 milioni e 700 mila – si concentra nel 16,6% del territorio nazionale, cioè nei grandi centri urbani o nelle aree circostanti. Città più matrigne che materne, invase di macchine e pericolose – tanto che solo il 6,4% di bambini gioca libero per strada – e spesso prive di spazi per garantire lo svago dei più piccoli: solo 1 bambino su 4 gioca in media nei cortili e meno di 4 su 10 nei giardini, con significative differenze territoriali.

Ma per un certo numero di bambini, la disponibilità di luoghi di vita e gioco accettabili non c’è neanche in casa: quasi un minore su 4 vive in famiglie che dichiarano di abitare in appartamenti umidi o con tracce di muffa alle pareti e sono un milione e 300 mila i minorenni le cui famiglie denunciano situazioni di sovraffollamento, in un paese nel quale anno dopo anno cresce l’emergenza abitativa: nel 2013 sono ben 65 mila i nuclei familiari (molti dei quali con bambini) ad aver ricevuto un’ingiunzione di  sfratto per morosità incolpevole (+8,3% rispetto all’anno precedente).

VIAGGIO INTERATTIVO NELL’ATLANTE DELL’INFANZIA(foto di Riccardo Venturi)

Non solo povertà materiale. D’altra parte, come indicano i dati sui consumi, la povertà assoluta delle famiglie è cresciuta ulteriormente nel 2013 e riguarda ormai il 13,8% dei minori – oltre un milione e 400 mila tra bambini e ragazzi (con un incremento del 37% di minori interessati dal fenomeno rispetto al 2012) – mentre più del 68% delle famiglie sono costrette a tagliare sugli alimenti o a comprare cibo di qualità inferiore.

   MA LA POVERTÀ DEI MINORI IN ITALIA NON È SOLO MATERIALE. Tre milioni 200 mila bambini e ragazzi tra 6 e 17 anni (il 47,9% del gruppo di età) non hanno letto un libro nel 2013 e circa 4 milioni (il 60,8%) non hanno visitato una mostra o un museo. NON VIAGGIA NÉ SI APRE A NUOVI MONDI E PERSONE IL 51,6% DI UNDER 18 che vive in famiglie che non possono permettersi nemmeno una settimana di ferie l’anno lontano da casa. Lo sport grande assente nei pomeriggi del 53,7% degli adolescenti (15-18 anni), che non fanno alcuna attività motoria continuativa nel tempo libero. Pomeriggi non occupati neanche da attività scolastiche dato che, nella migliore delle ipotesi, il tempo pieno c’è solo nel 50% delle scuole elementari e medie di alcune regioni, con picchi in negativo in regioni quali Campania (con il 6,5% delle scuole primarie a tempo pieno) o Calabria.

Orizzonti sempre più angusti. Questi alcuni dati diffusi da SAVE THE CHILDREN e tratti da “GLI ORIZZONTI DEL POSSIBILE”. Il 5° Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia, la pubblicazione che – con l’aiuto quest’anno di circa 40 mappe e delle suggestive foto di Riccardo Venturi – analizza la condizione dell’infanzia nel nostro paese, nell’ambito della campagna “ILLUMINIAMO IL FUTURO” per il contrasto della povertà educativa.

PUNTO LUCE
PUNTO LUCE

   “Gli orizzonti a disposizione dei nostri bambini sono sempre più chiusi: si riducono gli spazi di autonomia, socialità, svago, e si riducono gli spazi mentali, le opportunità di formazione e crescita intellettuale e relazionale, sospingendo sempre più bambini ai margini. E’ sotto gli occhi di tutti il disagio di tante “periferie”: luoghi deprivati di verde, spazi comuni, trasporti efficienti, scuole a tempo pieno e sempre più popolati da giovani coppie con bambini. Le periferie dei nostri giorni sono le nuove città dei bambini.

GUARDA LE FOTO

Ma un cambiamento reale è possibile. Da qui dobbiamo cominciare se vogliamo riaprire spazi di futuro e opportunità per l’infanzia nel nostro paese”, è il commento di Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. “Inoltre in questa quinta edizione dell’Atlante dell’Infanzia abbiamo voluto dare voce a una molteplicità di interventi e pratiche coraggiose e innovative che dimostrano che riaprire gli orizzonti dei minori e delle loro famiglie non solo è possibile ma è già a portata di mano. Esperienze come quelle delle scuole che hanno deciso di condividere i propri cortili con il quartiere, a Torino, o dei ragazzi che sfidano gli spazi cittadini facendo parkour a Roma o in altre città.

   Un cambiamento reale è possibile ad esempio umanizzando i percorsi nascita, realizzando più servizi per la prima infanzia, aprendo e rinnovando le scuole, intervenendo nelle periferie con nuove opportunità sociali e culturali, ripensando l’utilizzo degli spazi pubblici. Sono esempi positivi ma che per produrre cambiamenti tangibili debbono essere replicati su vasta scala e andare di pari passo con un’azione determinata da parte del Governo per aggredire le gravi povertà sociali ed educative che affliggono milioni di minori”, continua Neri.

Aperti 11 punti luce. “Per rispondere concretamente all’avanzare della povertà educativa, soprattutto nelle periferie urbane, con il lancio della campagna ILLUMINIAMO IL FUTURO, Save the Children ha aperto 11 Punti Luce in 8 regioni e un altro sarà inaugurato con il nuovo anno, in collaborazione con associazioni partner.

bambini e opportunita
bambini e opportunità

   Si tratta di spazi ad alta densità educativa in zone prive di servizi e opportunità, dove bambini e adolescenti possono studiare, giocare, avere accesso ad attività sportive, culturali e creative. Inoltre i minori in condizioni accertate di povertà, vengono sostenuti da una dote educativa, un piano formativo personalizzato che consente ad esempio l’acquisto di libri e materiale scolastico, l’iscrizione a un corso di musica o sportivo, la partecipazione ad un campo estivo o altre attività educative individuate sulla base anche delle inclinazioni del singolo bambino.

   Sono circa 1.800 i bambini che nel 2014 hanno frequentano i Punti Luce aperti da Save the Children in Italia. La previsione è di supportarne 4000 entro il 2015, assegnando 1.000 doti educative e di aprire ulteriori Punti Luce. Ma soprattutto, ciò che vogliamo, è che vi sia una assunzione di responsabilità collettiva contro questa piaga che pregiudica il presente e il futuro di moltissimi bambini”, spiega Raffaela Milano Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e difendere i loro diritti.

Aree ad alta intensità educativa. “E’ necessario e urgente varare un piano nazionale di contrasto della povertà minorile, che preveda, tra l’altro, l’estensione della cosiddetta nuova social card, ora sperimentata solo in poche città, a tutte le famiglie in povertà assoluta con minori, semplificando i criteri di accesso e rafforzando le misure di accompagnamento e valutazione. Allo stesso tempo vanno previsti interventi mirati per le aree più deprivate sul piano dei servizi per l’infanzia e l’adolescenza e delle opportunità educative. Per le periferie urbane più carenti, dove vivono moltissimi bambini, proponiamo di attivare “aree ad alta densità educativa”, sul modello francese delle ZONES D’EDUCATION PRIORITAIRES, all’interno delle quali garantire un forte rafforzamento delle offerte educative, scolastiche ed extrascolastiche,  valorizzando le risorse locali e mobilitando fondi europei”, conclude Raffaela Milano.

Bambini metropolitani. Una popolazione complessiva di poco più di un milione e mezzo di bambini, pari al 16,1% dei minori italiani, vive sparpagliata nel 70,3% dei comuni italiani, mentre il rimanente 84% risiede in 2400 centri di taglia superiore. Guardando meglio si scopre poi che il 37% di tutti i minori italiani (3 milioni e 700 mila bambini e adolescenti) vive concentrata nel 16,6% del territorio nazionale – la superficie delle istituende città metropolitane -, e che 1 milione e mezzo di bambini crescono all’interno degli 11 grandi centri urbani con una popolazioni superiore ai 250 mila abitanti: metropoli come Roma, in testa alla classifica per numerosità totale con quasi mezzo milione di minori, o come Napoli, Milano e Torino, dove si incontrano più di mille bambini per chilometro quadrato.

10 milioni di minori, 37 milioni di macchine. L’esplosione automobilistica degli ultimi decenni – con oggi 37 milioni di macchine per 10 milioni di minori – ha cambiato radicalmente le abitudini delle famiglie e il rapporto con gli spazi e i tempi della vita quotidiana. La strada si è fatta luogo di transito delle preoccupazioni dei genitori e ha perso la sua vocazione naturale di luogo di incontro, apprendimento e gioco, avventura e conoscenza. In media, tra i bambini 3 – 10 anni, solo 6 su 100 la utilizzano per giocare (6,4%), con picchi in Umbria (14%) e Trentino, e deserti ludici nel Lazio (2,5%), in Liguria, Piemonte e Campania. Ma anche i cortili condominiali sono uno spazio di gioco solo per il 25,5% dei bambini (3-10 anni) con maggiore fortuna per i bambini dell’Emilia Romagna (39,2%) e il picco in negativo della Basilicata (11,2%).

   Per non parlare dei prati o campi, spazi ludici solo per un 14,2% di fortunati, che diventano ben il 41,2% nella provincia di Bolzano per assottigliarsi a uno sparuto 3,9% in Sicilia. I parchi pubblici restano lo spazio di gioco più frequentato (dal 38,4%) dai minori nella fascia di età 3-10 anni, con, tuttavia, grandi differenze territoriali: mentre al Nord e al Centro vi fanno ricorso in media più di 2 bambini su 3 (e in quasi tutte le regioni del Nord più di 1 bambino su 2), al Sud, dove l’offerta di spazi attrezzati è sensibilmente ridotta, la fruizione dei giardini scende al 16% e sale al 12% la percentuale di bambini che gioca nei vicoli.

Stanze poco accoglienti e precarie. Circa 700 mila bambini e ragazzi vivono in famiglie che dichiarano il loro appartamento poco luminoso , 1 milione e 300 mila in famiglie che denunciano situazioni di sovraffollamento, carenza di servizi e problemi strutturali , 2 milioni e 200 mila minori – quasi uno su quattro – in nuclei familiari che dichiarano di abitare appartamenti umidi, con tracce di muffa alle pareti e soffitti che gocciolano . Nel 2013, 65.302 famiglie (+8,3% rispetto al 2012) hanno ricevuto l’ingiunzione di sfratto per morosità e 31.000 sono stati gli sfratti effettivamente eseguiti.

I disconnessi culturali. I dati sulla partecipazione dei bambini e dei ragazzi italiani ad alcune attività culturali sono poco incoraggianti: quasi 5 minori 6-17 anni su 10 non hanno mai letto un libro durante l’anno (47,9%), 6 su 10 non sono stati in un museo (60,8%), 7 su 10 non hanno visitato un’area archeologica (73,7%) e non sono andati a teatro (72,1%), più di 8 su 10 non hanno ascoltato un concerto (84,9%). Grandi sono anche in questo caso i divari territoriali: ad esempio, la percentuale dei minori che non leggono oscilla dal 69,5 della Calabria al 25,7% del Trentino.

L’avanzata delle povertà. La deprivazione culturale va di pari passo con quella economica: 1 milione 434.000 (pari al 13,8% del totale dei minori) sono gli under 18 in povertà assoluta, quindi addirittura privi del necessario per vivere un vita quotidiana dignitosa. Di essi 376 mila minori  (67 mila bambini fino a sei anni e 309 mila bambini e adolescenti tra i 7 e i 17 anni) si sono aggiunti nel solo 2013, in particolare nel Mezzogiorno dove la percentuale di minori in povertà assoluta sale in media al 19%, con punte in Calabria (29%), Sicilia (24,7%), Sardegna (22,2%), Puglia (18,2%).

   2 milioni 400 mila sono invece i minori (quasi 1 su 4, per l’esattezza il 23%)  in povertà relativa, cioè in famiglie con un reddito molto basso e quindi costrette a tagliare dove possibile, diminuendo la qualità e quantità di cibo, per esempio (il 68,9% di nuclei con bambini è in questa situazione), o rinunciando a viaggi, cultura, sport, svaghi. Non si permettono mai un viaggio e una vacanza lontano da casa il 51,6% di famiglie con almeno 1 minore, a fronte del 40% nel 2010. Fanno sport  solo  il 46,3% di adolescenti, in particolare le ragazze praticano sport molto meno dei maschi (40,1% contro 50,7%), con picchi di inattività soprattutto nel Mezzogiorno (dove la percentuale di teen ager inattivi schizza in avanti di 22 punti percentuali).

L’arretramento dei servizi per la prima infanzia. Nell’anno scolastico 2012/2013 soltanto 13,5 bambini tra 0 e 2 anni su 100 frequentavano i nidi pubblici e convenzionati. Nonostante il varo di un Piano Straordinario nel 2007, interrotto poi bruscamente nel 2010, negli ultimi 10 anni in Italia l’indicatore di presa in carico è aumentato di appena 2 punti percentuali, rimane lontano dall’obiettivo europeo del 33%, e continua a presentare fortissime disparità territoriali tra Nord e Sud del paese. Non solo. Negli ultimi due anni si osserva una leggera flessione dei bambini che frequentano i nidi comunali e gli altri servizi integrativi, imputabile in parte alle difficoltà dei comuni a garantire i servizi in tempi di tagli ai bilanci, in parte alle difficili condizioni economiche delle famiglie durante la crisi.

Scuole a “tempo limitato” e open spaces. Anche la scuola fa acqua da molte parti, documenta il 5°Atlante dell’Infanzia. Il 70% degli edifici ha più di 30 anni e il 43% bisognoso di interventi di natura edilizia ; ai problemi strutturali si aggiungono fattori come l’invecchiamento , la precarizzazione e i bassi livelli di formazione e di valutazione del corpo docente, i cui standard di perfezionamento e di formazione continua sono inferiori di oltre 10 punti ai loro colleghi europei. Altro fattore determinante è la limitazione del tempo scuola: in nessuna delle regioni italiane le scuole primarie e medie a tempo pieno superano il 50%; per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, l’unica regione a superare la soglia del 40% è la Basilicata, mentre in ben 6 regioni la percentuale di copertura scende sotto il 15%.

Un sistema scolastico inadeguato. Un insieme di cose che spiega, almeno in parte, le basse competenze di tanti studenti italiani nei programmi di valutazione internazionali e gli alti livelli di dispersione scolastica: ben il 17% degli studenti interrompe il percorso scolastico fermandosi al diploma della scuola media. Una delle percentuali più alte d’Europa, con indici superiori solo per la Grecia (23%), Malta (21%), Portogallo (19%) e Romania (18%). “L’inadeguatezza del nostro sistema scolastico è il frutto di anni di disattenzione e briciole di investimenti che ci hanno posizionato in coda all’Europa in quanto a spesa pubblica per l’istruzione”, commenta ancora Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.

I segnali al governo. “Negli ultimi mesi sono giunti dal governo segnali  positivi in questo ambito cruciale, ma tutti quanti dobbiamo aumentare gli sforzi affinché la più importante infrastruttura sociale del nostro paese torni ad essere un punto di riferimento solido anche per i bambini e le famiglie in condizione di particolare disagio”, prosegue. “Save the Children chiede inoltre al governo e alle istituzioni di varare interventi e politiche in grado di aumentare l’offerta dei consumi educativi, rendendo accessibili a tutti spazi e opportunità sportive, culturali e di svago. Una potente iniezione di stimoli culturali in aree che ne sono sprovviste, può aprire prospettive nuove nella vita dei ragazzi, come ci raccontano loro stessi nell’Atlante. Seguiamo l’esempio della “generazione parkour” che non si arrende allo squallore metropolitano “, conclude il Direttore Generale di Save the Children Italia.

vedi:

www.savethechildren.it/informati/comunicati/atlante_dell_infanzia_italia

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LA MOBILITA’ SOCIALE PER GLI IMMIGRATI DI SECONDA GENERAZIONE

3/6/2015 da “la Nuvola del Lavoro”, blog del Corriere.it (http://nuvola.corriere.it/ )

   Al festival dell’Economia di Trento si è parlato in questi giorni di un tema spesso sottovalutato: la mobilità sociale delle seconde generazioni di immigrati.

   Secondo Lucinda Platt, docente della London School of Economics, in Gran Bretagna il sistema d’istruzione rimane ancora una delle leve fondamentali per la mobilità sociale verso l’alto delle seconde generazioni. Anche se la docente ha ammesso che “da solo non basta”.

   Analizzando alcuni dati ha poi dimostrato come effettivamente ci sia una mobilità verso l’alto dei gruppi di migranti rispetto alle origini svantaggiate, ma ha segnalato come non esistano elementi di protezione per la seconda generazione rispetto alla mobilità verso il basso.

   Ha preso quindi ad esempio i pachistani arrivati in Inghilterra verso la fine degli anni ’60. Una minoranza considerata svantaggiata, ma i cui membri riescono a raggiungere in alcuni casi un livello di istruzione addirittura migliore degli stessi giovani britannici. Spesso però quest’istruzione non si traduce in un posto di lavoro adeguato al livello raggiunto.

   “I migranti si stanno allontanando dallo svantaggio, ma ci sono grosse diversità fra i gruppi. La classe sociale, inoltre, conta ancora più dell’etnia“, ha detto Platt in chiusura del suo intervento.

   Sarebbe stato interessante confrontare la situazione inglese con quella francese che appare meno rosea come testimoniato dalle rivolte nelle banlieu e anche da una ricca produzione cinematografica.

   In Italia è ancora troppo presto per poter avere riscontri e dati di questa ampiezza perché il fenomeno migratorio ha interessato il nostro paese solo a partire dalla fine degli anni ’80.

   Sarebbe tuttavia interessante uno studio per capire quanto nel nostro paese la scuola stia affrontando il tema delle classi miste italiani-stranieri e in prospettiva di che ruolo potrà giocare nella mobilità sociale delle seconde generazioni.

   È legittimo temere che la situazione italiana sia più vicina a quella francese (senza le rivolte ovviamente) che a quella inglese.

   Risale ad un anno fa l’allarme del Censis che dipingeva il sistema educativo italiano sempre meno capace di garantire opportunità occupazionali e di funzionare come strumento di ascensione sociale anche tra gli italiani: al primo ingresso nel mondo del lavoro solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine.

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TRENTO, il festival 2015 che c’è stato

FESTIVAL DELL’ECONOMIA: COME RECUPERARE LA MOBILITÀ SOCIALE, MOTORE DI PROGRESSO

di Luca Pagni, da “la Repubblica” del 28/5/2015

   Per la sua decima edizione, il festival dell’Economia di Trento si interroga sui cambiamenti in atto in Occidente dopo lo choc della crisi: previsti gli interventi degli economisti Joseph Stiglitz, Paul Krugman e Thomas Piketty. Attesi il premier Matteo Renzi e il ministro Piercarlo Padoan

festival di Trento
festival di Trento

   Perché si allarga sempre di più la forbice tra ricchi e poveri nel mondo? Perché i figli di genitori con reddito basso fanno sempre più fatica a laurearsi anche quando dimostrano indubbie capacità? Perché i compensi dei grandi manager sono sempre più elevati e il potere di acquisto della classe media è in calo? In sostanza, perché l’ascensore sociale, almeno nei paesi occidentali, in quelle che un tempo venivano identificate come economie avanzate non funzionano più? (….) la decima edizione del festival dell’Economia, dal 29 maggio al 2 giugno a Trento ha come tema scelto quest’anno LA “MOBILITÀ SOCIALE” (…) il welfare del Vecchio Continente si è sempre basato non soltanto sulla tutela (anche economica) dei più deboli ma anche sulla possibilità che i più meritevoli, indipendentemente dalle condizioni alla nascita, potessero raggiungere i livelli più alti della scala sociale.

   In realtà, questo è un tema al centro del dibattito paes (…) come gli Stati Uniti, per esempio. Soltanto che nella prima economia del mondo, lo hanno sempre chiamato “IL GRANDE SOGNO AMERICANO”, dove il self made man poteva farsi strada nella vita avendone le capacità. Ma anche negli Usa qualcosa, negli ultimi anni è cambiato. Come scrive Tito Boeri, direttore scientifico del Festival dell’Economia: “Per molto tempo il grande gap presente fra il 20 per cento più ricco e il 20 per cento più povero della popolazione negli Stati Uniti è stato ritenuto socialmente accettabile perché presente in una società con forte mobilità sociale, con molte self-made persons e con l’obiettivo dichiarato, se non praticato, di garantire un’uguaglianza delle opportunità”.

   Qualcosa è cambiato dalla caduta del Muro di Berlino in poi, da quando la cultura liberista, sempre meno mediata da istanze sociali, ha avuto la meglio sul blocco e l’ideologia economica comunista. Venticinque anni dopo, le magnifiche sorti e progressive promesse da chi spingeva tutti ad arricchirsi hanno provocato più di uno scompenso. Non per nulla in questa edizione del festival saranno presenti economisti molto critici nei confronti del pensiero unico liberale come Joseph Stiglitz e Paul Krugman per non parlare di Thomas Piketty, economista francese il cui libro-evento si richiama anche nel titolo al capitale marxiano.

   Il Festival di Trento si interrogherà su quanto accaduto per fornire indicazioni ed analisi più che soluzioni. Anche perché negli ultimi anni si sono inserite variabili come le politiche della Ue, legate sia alla crisi fiscale e dei debiti pubblici si alla gestione dei flussi migratori.

   Come sottolinea proprio Boeri nella sua presentazione: “Il sistema fiscale e le regole della tassazione hanno un ruolo decisivo nel condizionare il rapporto fra redditi da capitale e redditi da lavoro. La tassazione del capitale tende ad essere inferiore a quella del lavoro in virtù del fatto che il capitale è molto più mobile del lavoro: se lo tassi troppo, cambierà destinazione. Questo rende più difficile ridurre le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi da capitale che sono generalmente più forti che nella distribuzione dei redditi da lavoro. Per affrontare questo problema c’è bisogno di un coordinamento tra paesi nella tassazione dei capitali, che si stenta a raggiungere anche solo all’interno dell’Unione Europea. C’è una dimensione internazionale delle disuguaglianze delle opportunità che viene spesso trascurata. In genere più alte sono le barriere migratorie e più forti le restrizioni alla mobilità territoriale delle persone, soprattutto di quelle più qualificate, più difficili sono i movimenti all’interno della società. È uno dei problemi più seri che oggi ha di fronte il welfare state europeo, minacciato prima ancora che dalla crisi fiscale, dal tentativo di impedire la mobilità dei lavoratori all’interno dell’Unione”.

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MOBILITÀ SOCIALE E PROGRESSO TECNOLOGICO

di DOMENICO DE MASI 01/06/2015 – da http://www.inpiu.net/

   Il festival trentino dell’Economia, dedicato quest’anno alla mobilità sociale, ha riconosciuto che la mobilità è diminuita in paesi neo-liberisti come gli Stati Uniti ma non ha ricordato che essa è aumentata in paesi socialdemocratici come il Brasile o in Paesi di “economia socialista di mercato” come la Cina.

   Ha però ammesso che la mobilità sociale è più bassa là dove sono maggiori le disparità di reddito e, con Nathaniel Hendren dell’Università di Harvard, ha ricordato che, per un bambino nato ad Atlanta, le possibilità di salire nella scala sociale sono la metà di quelle di un bambino nato a Boston.

   Infatti la mobilità è maggiore nelle zone in cui ricchi e poveri vivono accanto, l’istruzione è migliore, la struttura familiare è più solida, il livello di segregazione razziale è minore, maggiore è il capitale sociale (impegno civile, basso tasso di criminalità, partecipazione alla vita collettiva, ecc.).

   Massimi onori sono stati poi riservati all’economista del Mit DAVID AUTOR. Se finora le operazioni impiegatizie di routine sono state progressivamente svolte dai computer determinando jobless growth,  sviluppo senza lavoro, da ora in poi – secondo Autor – i computer e i robot creeranno più occupazione di quanta ne sopprimeranno perché daranno vita a nuove professioni capaci di valorizzare quell’esperienza e quella flessibilità che solo l’essere umano può garantire. Ad esempio, i facilitatori di pratiche amministrative e i consulenti per robot. Contro la tesi di Autor cospira il fatto ineludibile che i 5.000 dipendenti della Instagram hanno gettato sul lastrico i 140.000 dipendenti della Kodak e che i posti di lavoro fecondati dalle nuove attività tecnologiche (ad esempio, Vodafone) sono molto meno numerosi dei posti di lavoro distrutti dai robot nelle aziende tradizionali che si sono automatizzate (ad esempio, Volkswagen).

   Per onestà scientifica sarebbe giusto ricordare che – contrariamente ad Autor – un numero crescente di economisti (si calcola che negli Stati Uniti siano già il 42%) ammette che il progresso tecnologico, introdotto senza una proporzionale riduzione dell’orario di lavoro, porti fatalmente a gonfiare la sacca dei disoccupati, con tutte le conseguenze economiche e sociali che possono derivarne. (Domenico De Masi)

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Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali, dal sito www.disuguaglianzesociali.it

MOBILITÀ SOCIALE

   Il termine mobilità sociale indica il processo mediante il quale un soggetto, individuale o collettivo, si muove da una posizione (chiamata, in genere, posizione di origine) ad un’altra (chiamata, usualmente, posizione di destinazione o di arrivo) all’interno del sistema della stratificazione sociale.

   Lo studio della mobilità sociale si pone, in genere, due obiettivi. Dar conto della consistenza dei flussi degli individui o dei gruppi che si spostano tra le varie posizioni sociali e stabilire in che misura questi flussi dipendono da un’effettiva apertura della società oppure dalla pura e semplice variazione nel tempo (conseguente, essenzialmente, da mutamenti di carattere economico-produttivo) delle dimensioni delle singole posizioni sociali.

   Le analisi sulla mobilità sociale devono preliminarmente affrontare due ordini di interrogativi. Uno riguarda la natura delle posizioni sociali tra le quali gli individui si muovono e la configurazione dello spazio sociale cui esse danno vita. L’altro attiene alle caratteristiche dei movimenti che avvengono entro questo spazio e ai meccanismi che li generano.

   La prima delle due domande è sostanzialmente riducibile al dibattito tra i sostenitori dell’esistenza, anche nelle società avanzate, di vere e proprie classi sociali, dai netti e non agevolmente permeabili confini, e i sostenitori della tesi della loro dissoluzione e sostituzione con un sistema di strati occupazionali che  sfumano, quasi insensibilmente, gli uni negli altri.

   La seconda serie di interrogativi rinvia alla distinzione tra una pluralità di forme e percorsi di mobilità. La generalità degli studiosi accetta le seguenti dicotomie: a) mobilità orizzontale vs. verticale; b) mobilità ascendente vs. discendente; c) mobilità di breve raggio vs lungo raggio. Si è, poi, soliti esaminare

separatamente la mobilità intergenerazionale e quella intragenerazionale, o di carriera, e studiare entrambe sotto il profilo assoluto e sotto quello relativo.

   La mobilità orizzontale rinvia al passaggio tra due posizioni sociali collocate sullo stesso livello gerarchico (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso di un impiegato direttivo che decide di aprire un’agenzia immobiliare), mentre la mobilità verticale indica lo spostamento verso una posizione collocata  gerarchicamente più in alto (ad esempio: un operaio che si trasforma in artigiano) o più in basso (un  artigiano che diventa operaio).

   Qualora i passaggi verticali consistano nell’attraversamento dei confini di una pluralità di classi o di strati, si parlerà di mobilità di lungo raggio. Se, invece, si ha a che fare con movimenti tra strati o classi strettamente adiacenti, si dirà che si tratta di mobilità di breve raggio.

   I passaggi tra le diverse posizioni sociali possono essere studiati confrontando la classe sociale (o lo strato) della famiglia di origine di un individuo con quella (o quello) che egli ha raggiunto in un dato momento della sua vita. Si ha a che fare, in questo caso, con atti di mobilità sociale intergenerazionale. Se invece il confronto avviene tra le posizioni occupate da una persona durante la sua esistenza adulta, ossia dopo che essa è uscita dalla famiglia d’origine, si parlerà di mobilità sociale intragenerazionale o di carriera.

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MOBILITÀ SOCIALE

di TITO BOERI, 28/5/2015, dal sito

http://2015.festivaleconomia.eu/editoriale

   Una delle cose più tristi delle rimpatriate dei compagni di classe delle elementari è scoprire che le differenze nei livelli di reddito sono rimaste le stesse: chi era ricco è rimasto ricco e chi era povero è rimasto povero.

   Le disuguaglianze dinamiche sono non meno importanti di quelle statiche. Conta non solo la distanza fra chi ha redditi più alti e chi li ha più bassi, ma anche la probabilità che quest’ultimo ha di colmare il divario nel corso della propria vita.

   Per molto tempo il grande gap presente fra il 20 per cento più ricco e il 20 per cento più povero della popolazione negli Stati Uniti è stato ritenuto socialmente accettabile perché presente in una società con forte mobilità sociale, con molte self-made persons e con l’obiettivo dichiarato, se non praticato, di garantire un’uguaglianza delle opportunità.

   Mobilità sociale significa che, anche se le disuguaglianze sono forti, è possibile, per chi si trova nella parte più bassa della distribuzione, guadagnare molte posizioni nella scala dei redditi. In realtà, gli studi più recenti, come riconosciuto anche da un rapporto del 2012 per il Congresso degli Stati Uniti, mostrano che l’aumento delle disparità sociali è andato di pari passo a una contrazione della mobilità sociale.

   E anche raccogliendo dati su disuguaglianze statiche e dinamiche fra paesi diversi, ci si accorge che DOVE CI SONO MAGGIORI DISPARITÀ DI REDDITO C’È ANCHE MENO MOBILITÀ SOCIALE TRA GENERAZIONI, una correlazione che, ironicamente, passa sotto il nome di CURVA DEL GRANDE GATSBY.

   Quando le disuguaglianze statiche si allargano troppo, quando il 10 per cento più ricco della popolazione ottiene il 50 per cento del reddito nazionale e fino al 70 per cento della ricchezza accumulata, come oggi avviene negli Stati Uniti, è difficile che la mobilità sociale possa coprire distanze così grandi. Al tempo stesso se la società si cristallizza, eliminando le possibilità di dinamicità al suo interno, le disuguaglianze statiche tendono ad aumentare. Perché è proprio a questo che serve la mobilità sociale: evitare che le differenze nei redditi si e si amplifichino.

   Se non sono sempre le stesse famiglie ad essere al top, si eviterà di avere ricchezza concentrata sempre nelle stesse mani e tramandata tra una generazione e l’altra, come nelle dinastie dei secoli scorsi. Ma se ciò non avviene, le disparità nel patrimonio accumulato tenderanno a consolidarsi, rendendo più netto lo scarto tra chi può vivere solo del proprio lavoro e chi, oltre a mettere a frutto il proprio capitale umano, può investire anche uno stock di ricchezza, derivante da un ingente capitale ereditato.

   Valutare la natura e l’entità della mobilità è particolarmente importante in paesi, come l’Italia, oggi in stagnazione o comunque a bassa crescita economica, ma che provengono da un lungo periodo glorioso in cui il reddito nazionale aumentava ai tassi che adesso vediamo solo nei paesi emergenti. La ricchezza è il risultato di una progressiva accumulazione nel corso del tempo.

   Quando i redditi medi non crescono è molto più difficile che quanto guadagnato durante un’intera vita di lavoro possa permettere di colmare il divario con ricchi ereditieri che magari non hanno lavorato neanche un giorno.

   Nei paesi a bassa crescita la ricchezza, tramandata di generazione in generazione, può offrire a chi la possiede rendite più elevate rispetto ai redditi di chi lavora. E dal momento che, in genere, i patrimoni si tramandano di padre in figlio, a differenza del valore e dell’ingegno, i migliori talenti sono condannati a restare sempre indietro nella scala dei redditi. L’eredità materiale diventa così più importante delle capacità personali nel determinare la posizione sociale di un individuo. Ci si allontana sempre più dall’uguaglianza delle opportunità.

   Sono MOLTE LE ISTITUZIONI CHE POSSONO FAVORIRE LA MOBILITÀ SOCIALE. La più importante è, forse, IL SISTEMA EDUCATIVO, che dovrebbe permettere anche ai figli dei poveri di ricevere un’istruzione di qualità, svelando e dispiegando i propri talenti. Ma anche nel caso dell’accesso alla scuola e all’istruzione esiste una disparità di trattamento tra classi più e meno abbienti.

   Un altro ambito che ha particolare rilevanza nella promozione della mobilità sociale è quello dell’ACCESSO AL MERCATO DEL LAVORO E ALLE PROFESSIONI. Più difficile l’ingresso dalla porta principale, più irta di ostacoli ogni mobilità ascendente. I mercati finanziari e il sistema bancario giocano un ruolo molto importante perché chi ha grandi idee, ma non ha fondi propri per realizzarle, può trovare o meno, a seconda del funzionamento dei mercati finanziari, il credito che gli consente di mettere in pratica queste intuizioni. I prestiti servono anche per finanziare l’investimento in capitale umano da parte di chi non ha famiglie ricche alle spalle.

   Il MERCATO DELLE ABITAZIONI – forma preponderante di ricchezza delle famiglie e maggiormente oggetto di passaggi ereditari – è parimenti molto importante nella immobilità sociale. Generalmente si ottengono forti rendite dalle proprietà immobiliari in base a fattori che hanno poco a che vedere con il proprio talento. La concentrazione della ricchezza in paesi come l’Italia in proprietà immobiliari può avere giocato un ruolo molto importante nell’immobilità sociale del nostro Paese.

   Il sistema fiscale e le regole della tassazione hanno un ruolo decisivo nel condizionare il rapporto fra redditi da capitale e redditi da lavoro. La tassazione del capitale tende ad essere inferiore a quella del lavoro in virtù del fatto che il capitale è molto più mobile del lavoro: se lo tassi troppo, cambierà destinazione. Questo rende più difficile ridurre le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi da capitale che sono generalmente più forti che nella distribuzione dei redditi da lavoro. Per affrontare questo problema c’è bisogno di un coordinamento tra paesi nella tassazione dei capitali, che si stenta a raggiungere anche solo all’interno dell’Unione Europea.

   C’è una dimensione internazionale delle disuguaglianze delle opportunità che viene spesso trascurata. In genere PIÙ ALTE SONO LE BARRIERE MIGRATORIE E PIÙ FORTI LE RESTRIZIONI ALLA MOBILITÀ TERRITORIALE DELLE PERSONE, soprattutto di quelle più qualificate, più difficili sono i movimenti all’interno della società. È uno dei problemi più seri che oggi ha di fronte il welfare state europeo, minacciato prima ancora che dalla crisi fiscale, dal tentativo di impedire la mobilità dei lavoratori all’interno dell’Unione. (Tito Boeri, Direttore scientifico Festival dell’Economia di Trento)

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TRASFORMARE I LUOGHI, TRASFORMARE I TERRITORI, PER CREARE NUOVE OPPORTUNITA’

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IL CORAGGIO DI ABBATTERE I VECCHI CONFINI

di ULDERICO BERNARDI, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

   «L’Italia offre gran varietà di paesaggio, di uomini, di ricordi, di costumi e di parlate. Dieci miglia in Italia permettono maggior diversità d’incontri che non cento miglia negli Stati Uniti». Così Giuseppe Prezzolini ottant’anni fa.

   E nel profondo, nonostante industrializzazione, omologazioni, mondializzazione e quant’altro, lo spirito nazionale resta segnato dalla sua storia. Questo significa riconoscere la persistenza e la forza del regionalismo nel nostro Paese. Che ancora fatica a districarsi dalla cappa di centralismo sabaudo e totalitario.

   TUTTI SANNO CHE LE PROVINCE SONO SOLO UN’INVENZIONE BUROCRATICA. Saranno cancellate, ma l’importante è CHE NON SI PRETENDA DI SOSTITUIRLE CON ALTRI IMBROGLI SIMILI. L’occasione potrebbe essere offerta dalla creazione delle città metropolitane, forse.

   Il dubbio resta, perché c’è il rischio che il nuovo assetto non consideri le VOCAZIONI NATIVE E SPONTANEE DELLE AREE INTERESSATE, e gli interessi politici o addirittura elettoralistici dei partiti, disegnino ripartizioni conformi a un rinnovato manuale Cencelli e non alle esigenze di dare respiro alla vitalità dei territori.

   PRENDIAMO LA MONTAGNA. Cariche di problemi, stremate per gran parte dalla monocoltura turistica, le terre alte hanno estremo bisogno di recuperare l’autostima, di frenare l’abbandono, di riconoscere che il loro futuro sta nel passato. Hanno bisogno di libertà per opporsi alla logica che tende a ridurle solo a parco giochi per il tempo libero della pianura. Nell’Altopiano dei Sette Comuni cimbri nacque, prima ancora della Svizzera, una Confederazione delle autonomie che rispondeva alla condizione specifica dei luoghi. Venezia Serenissima la riconobbe e sostenne, ricevendone fedeltà. TUTTA LA MONTAGNA VENETA E FRIULANA RIPETE LE STESSE NECESSITÀ ECONOMICHE, ANTROPOLOGICHE, SOCIALI. Perché i giovani non se ne vadano, le famiglie non si sentano abbandonate, i paesi recuperino servizi primari e civiltà identitaria. UN ABBOZZO DI CITTÀ METROPOLITANA AD ALTA QUOTA.

   Per LA PIANURA, stravolta dallo scialo di territorio, il riassetto spontaneo delle municipalità deve avvenire avendo in mente le particolarità di queste nostre regioni. Dove LO SPIRITO DI CAMPANILE (non già il campanilismo che ne è la degenerazione, come tutti gli ismi) diventa UN’OPPORTUNITÀ PER LA COESIONE SOCIALE. E qui torna utile citare il nostro grande Nicolò Tommaseo, che aveva idee chiarissime sul valore delle autonomie e sulle ossessioni del centralismo: «Pare che la regione sia tanto piccola, da star tutta rannicchiata all’ombra del campanile, – scriveva – altra parola faceta, di quelle che ripetendo a ogni tratto, il secolo beato si reputa originale (…) Io dico dunque, se la nazione volesse (dovrebbe volere), potrebbe in regioni distinguersi senza dividersi in sé medesima, anzi più fortemente costituirsi nel tutto, lasciando i suoi nervi e i suoi muscoli e i suoi umori ben distribuiti alle parti».

   Veneto e Friuli, ormai lanciate nel lungimirante progetto dell’Euregione Alpe-Adria, possono consentirsi UNA RICOMPOSIZIONE DEL MOSAICO TERRITORIALE SECONDO UNA LOGICA che ho altrove definito “AGROPOLITANA”, cioè rispettosa delle culture e delle colture, non subalterna alle esigenze di un tardo industrialesimo da capannoni sparsi a man salva, ma orgogliosa insieme delle potenzialità della sua tradizione rurale e dell’altrettanto incredibile emancipazione innovativa sperimentata nei decenni ultimi.

   NON SIAMO LOS ANGELES, l’uniforme città diffusa. SIAMO I MILLE PAESI TRA MINCIO E TIMAVO che custodiscono ciascuno tesori di urbanità, d’arte, di archeologia, di sapienza artigiana. La morte delle undici province nelle due regioni a Nordest può generare molto frutto, come il seme di grano evangelico. Sempre che siano rimossi limiti micragnosi e meschinerie partigiane. (Ulderico Bernardi)

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FUSIONE DEI COMUNI, CONFERMATI I CONTRIBUTI

dal sito www.politx.it/ del 15/1/2015

– Confermati gli incentivi finanziari con un tetto per ogni singola operazione; estesi i benefici anche alle incorporazioni –

fusione dei comuni
fusione dei comuni

   Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 29 gennaio il Decreto del Ministero dell’Interno che disciplina nel dettaglio la materia dei contributi spettanti a quei comuni nati, a partire dal 2014, in seguito di operazioni di fusione di più comuni diversi.

Sono stati innanzi tutto confermati importanti incentivi finanziari alle fusioni dei comuni, estendendoli anche alle incorporazioni, e vengono introdotte modifiche al tetto per ogni fusione.

   Il provvedimento stabilisce che, per 10 anni dalla fusione, i nuovi comuni avranno diritto ad un contributo straordinario corrispondente al 20% dei trasferimenti erariali attribuiti nel 2010 ai singoli comuni, con la previsione di un tetto massimo di 1,5 milioni di euro per ogni fusione. Nella normativa precedente (Decreto Ministero Interno 11 giugno 2014) si parlava soltanto di un tetto complessivo per questo tipo di benefici e non vi rientravano le fusioni di comuni realizzate attraverso il meccanismo dell’incorporazione.

   Se le richieste dovessero superare le risorse effettivamente stanziate, il decreto prevede una riduzione proporzionale dei compensi da erogare ad ogni singola fusione.

   Per dare effettivamente corso all’erogazione dei contributi è necessario che le Regioni di riferimento inoltrino al Ministero dell’Interno, in particolare al Dipartimento per gli affari interni e territoriali, copia della legge istitutiva della fusione o dell’ampliamento a seguito di incorporazione.

   Nel corso del 2014 sono stati istituiti 24 nuovi comuni a seguito di fusioni di territorio con la conseguente soppressione di un totale di 57 comuni.

Fonte: Decreto Ministero Interno 21 gennaio 2015

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MACROREGIONI

Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)
Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

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vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2013/12/30/il-declassamento-delle-province-a-enti-di-secondo-livello-ma-stavolta-si-fara-come-nuovo-disegno-istituzionale-territoriale-ma-serve-anche-lo-scioglimento-dei-comuni-in-citta-l/

…..

https://geograficamente.wordpress.com/2012/04/13/aree-metropolitane-non-solo-15-una-proposta-geografica-affinche-ogni-territorio-possa-dar-vita-a-una-propria-area-citta-metropolitana-assieme-alla-creazione-di-m/

…..

https://geograficamente.wordpress.com/2015/01/05/macroregioni-al-posto-delle-regioni-superare-al-piu-presto-le-obsolete-regioni-con-aree-territoriali-demograficamente-e-geomorfologicamente-omogene-e-il-progetto-macroregioni/

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