I CURDI (moderati) nuovi protagonisti della geopolitica tra ORIENTE e OCCIDENTE: nelle ELEZIONI IN TURCHIA frenano il radicalismo religioso di Erdogan, e sono concreti OPPOSITORI all’ISIS – La TURCHIA nell’UNIONE EUROPEA: ponte di pacificazione tra religioni e civiltà, sfida a un mondo che è cambiato

Turchia, l'affermazione del partito curdo alle elezioni del 7 giugno scorso (Ankara, foto da "il Manifesto"
Turchia, l’affermazione del partito curdo alle elezioni del 7 giugno scorso (Ankara, foto da “il Manifesto”)

   Le elezioni in TURCHIA di domenica 7 giugno dovevano essere un ple­bi­scito per l’Akp – il par­tito della Giu­sti­zia e del Pro­gresso – che da tre­dici anni detiene il potere in que­sto grande paese (oltre set­tan­ta­cin­que milioni di abi­tanti, un tasso di cre­scita eco­no­mica tri­plo di quello della Ue negli ultimi dieci anni, e, soprat­tutto, un ruolo fon­da­men­tale nel rap­porto tra mondo cri­stiano ed isla­mico, tra oriente ed occidente), doveva essere un momento di glo­ria per il presidente in carica RECEP TAYYIP ERDOĞAN, che pun­tava alla mag­gio­ranza asso­luta dei seggi par­la­men­tari per cam­biare la Costi­tu­zione ed impri­mere una svolta autoritaria defi­ni­tiva all’interno di un pro­cesso di isla­miz­za­zione del PIÙ ANTICO STATO LAICO DEL MONDO MUSULMANO. Ed invece il popolo turco, i giovani sopratutto, hanno votato in altro modo. E il partito di Erdogan ha perso la maggioranza assoluta in parlamento: ha avuto circa tre milioni di voti in meno rispetto al 2011, franando dal 49,8% al 40,8%.

SELAHATTIN DEMIRTAS, leader di Hdp - TURCHIA: HDP PRONTO AL GOVERNO CON TUTTA L’OPPOSIZIONE - 'Podemos curdo' pensa a una coalizione – ANKARA. Il partito pro-curdo turco HDP, che ha registrato un importante successo alle politiche di domenica 7 giugno, è pronto a una coalizione di governo con altre forze di opposizione che escluda il partito islamico AKP del presidente RECEP TAYYIP ERDOGAN e del premier uscente AHMET DAVUTOGLU. Questo ha affermato il leader del partito SELAHATTIN DEMIRTAS. Secondo il capo del 'Podemos curdo', Erdogan dovrà rimanere entro i limiti del ruolo rappresentativo che la costituzione turca assegna al capo dello stato. (11/6/2015 www.ansa.it)
SELAHATTIN DEMIRTAS, leader di Hdp – TURCHIA: HDP PRONTO AL GOVERNO CON TUTTA L’OPPOSIZIONE – ‘Podemos curdo’ pensa a una coalizione – ANKARA. Il partito pro-curdo turco HDP, che ha registrato un importante successo alle politiche di domenica 7 giugno, è pronto a una coalizione di governo con altre forze di opposizione che escluda il partito islamico AKP del presidente RECEP TAYYIP ERDOGAN e del premier uscente AHMET DAVUTOGLU. Questo ha affermato il leader del partito SELAHATTIN DEMIRTAS. Secondo il capo del ‘Podemos curdo’, Erdogan dovrà rimanere entro i limiti del ruolo rappresentativo che la costituzione turca assegna al capo dello stato. (11/6/2015 http://www.ansa.it)

   La vera sorpresa dalle elezioni è il “partito democratico dei popoli”, l’Hdp (e del suo leader, SELAHATTIN DEMIRTAS), il partito dei curdi votato anche da turchi non di etnia curda, che ha avuto un risultato inaspettato, sfiorando il 13% e conquistando 80 seggi alla Tbmm, la Grande Assemblea Nazionale Turca.

   L’Hdp va oltre la sua origine curda: vuole mantenere la più alta trasversalità possibile, e la parola d’ordine è «diritti», cioè superare la visione puramente di politica in difesa di un gruppo etnico, assumendo invece un carattere nazionale onnicomprensivo della politica turca interna ed estera al paese. Non si capisce se è una stella di passaggio (ad esempio fin dall’inizio potrebbe avere qualche difficoltà ad affermarsi nelle sue idee in parlamento…), se è un fenomeno estemporaneo, o se questa apertura a una nuova politica turca inciderà nel modo di essere della Turchia, paese cardine dell’equilibrio multietnico mondiale: cosa essenziale anche per le nostre vite e il nostro futuro di europei occidentali a cui piacerebbe vivere in pace, prosperità e creatività in un mondo multiculturale rispettoso di tutte le vite delle persone e di ciascun ambiente naturale.

il puzzle etnico della Turchia (carta di LAURA CANALI, da LIMES) - Buona parte del successo elettorale dell’Hdp è dovuto alle straordinarie performance nelle province della regione curda della Turchia (in marrone a est nella MAPPA) (80% sfiorato a DIYARBAKIR, risultati sopra l’85% ad Hakkari e Şırnak)
il puzzle etnico della Turchia (carta di LAURA CANALI, da LIMES) – Buona parte del successo elettorale dell’Hdp è dovuto alle straordinarie performance nelle province della regione curda della Turchia (in marrone a est nella MAPPA) (80% sfiorato a DIYARBAKIR, risultati sopra l’85% ad Hakkari e Şırnak) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Quel che è sicuro è che questo “partito curdo” è diventato un punto di riferimento di una parte consistente della classe media turca. Pur essendo un voto “di prova”, non consolidato: soprattutto nelle grandi città la motivazione sottostante alla decisione di dare il voto all’Hdp è stata il desiderio di arginare le ambizioni presidenzialiste autoritarie di Erdoğan.

il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan - Turchia, ERDOGAN rompe il silenzio: Formare un governo al più presto. La Presse 11/6/2015 - Ankara (Turchia), 11 giu. (LaPresse) - "Un governo di coalizione dovrebbe essere formato il più presto possibile" e per questo "gli ego dovrebbero essere messi da parte". Con queste parole il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha rotto il silenzio in cui era calato dopo le elezioni parlamentari del 7 giugno, in cui il suo partito AKP ha perso la maggioranza. Quando Erdogan ha parlato si è fermato l'orologio online che manteneva il conteggio al secondo del silenzio di Erdogan dopo lo shoccante (per lui) risultato elettorale. Lo stop del contatore è avvenuto a tre giorni, 22 ore, un minuto e 45 secondi
il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan – Turchia, ERDOGAN rompe il silenzio: Formare un governo al più presto. La Presse 11/6/2015 – Ankara (Turchia), 11 giu. (LaPresse) – “Un governo di coalizione dovrebbe essere formato il più presto possibile” e per questo “gli ego dovrebbero essere messi da parte”. Con queste parole il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha rotto il silenzio in cui era calato dopo le elezioni parlamentari del 7 giugno, in cui il suo partito AKP ha perso la maggioranza. Quando Erdogan ha parlato si è fermato l’orologio online che manteneva il conteggio al secondo del silenzio di Erdogan dopo lo shoccante (per lui) risultato elettorale. Lo stop del contatore è avvenuto a tre giorni, 22 ore, un minuto e 45 secondi

   Senza dubbio buona parte del successo elettorale dell’Hdp è dovuto alle straordinarie performance nelle province della regione curda della Turchia (80% sfiorato a DIYARBAKIR, risultati sopra l’85% ad Hakkari e Şırnak), in alcune delle quali l’Hdp si è assicurato tutti i deputati in palio o comunque ha lasciato all’Akp solo le briciole.

   L’Akp, il partito del presidente Erdogan, tuttavia rimane nettamente il partito di maggioranza relativa. E lo è per la quarta volta consecutiva, un record nella storia della democrazia turca: ma dovrà fare alleanze, mediare nella sua linea.

La TURCHIA è composta di 7 REGIONI geografiche: MARMARA, EGEO, MEDITERRANEO, ANATOLIA CENTRALE, MAR NERO, ANATOLIA D’ORIENTE e ANATOLIA DEL SUD-ORIENTE; suddivisa in 81 PROVINCE. Ogni provincia è diversa e ha il suo proprio governo locale
La TURCHIA è composta di 7 REGIONI geografiche: MARMARA, EGEO, MEDITERRANEO, ANATOLIA CENTRALE, MAR NERO, ANATOLIA D’ORIENTE e ANATOLIA DEL SUD-ORIENTE; suddivisa in 81 PROVINCE. Ogni provincia è diversa e ha il suo proprio governo locale

   Perché è interessante questo nuova condizione della Turchia?  Perché dimostra che è in atto un meccanismo in molti paesi dove nuove classi dirigenti si affacciano al potere: Shyriza in Grecia, Podemos in Spagna….che, non sempre ma molto spesso, l’apertura mentale e politica di queste nuove generazioni potrebbe sbloccare situazioni geopolitiche “ferme” che non vanno avanti da tempo. Ci riferiamo in particolare per la Turchia alla mancata adesione all’Unione Europea, Turchia non voluta in Europa da vari paesi dell’Ue (e varie forze politiche più nazionaliste) perché paese islamico. Mentre potrebbe proprio questo essere il “valore aggiunto” dell’adesione turca alla Ue: un ponte di pace e collaborazione tra Europa e Mondo islamico.

Il poliziotto che spruzzò spray al pepe sul volto della "donna in rosso" nelle proteste di GEZI PARK a ISTANBUL nel 2013, è stato condannato a 20 mesi di prigione con pena sospesa e a piantare 600 alberi. La foto della donna con un vestito rosso colpita mentre si trovava nel parco è diventata una delle immagini-simbolo della rivolta degli alberi a Gezi. Il processo a carico del poliziotto, Fatih Zengin, si è concluso con la condanna per "violenze fisiche" e "cattiva condotta professionale" (10/6/2015, da “la Repubblica”)
Il poliziotto che spruzzò spray al pepe sul volto della “donna in rosso” nelle proteste di GEZI PARK a ISTANBUL nel 2013, è stato condannato a 20 mesi di prigione con pena sospesa e a piantare 600 alberi. La foto della donna con un vestito rosso colpita mentre si trovava nel parco è diventata una delle immagini-simbolo della rivolta degli alberi a Gezi. Il processo a carico del poliziotto, Fatih Zengin, si è concluso con la condanna per “violenze fisiche” e “cattiva condotta professionale” (10/6/2015, da “la Repubblica”)

   Su tutto questo emerge qual è il soggetto protagonista di questa fase storica: IL POPOLO CURDO. E’ grazie alla resistenza e vittoria (nel gennaio scorso) sull’Isis dei curdi (aiutati dall’Iran e dagli americani) a KOBANE (città curda in Siria agli estremi confini turchi), che i curdi si sono posti al centro dell’attenzione internazionale nel ruolo di oppositori concreti, fattivi, alla barbarie dell’Isis. E la battaglia decisiva di KOBANE contro le milizie dell’Isis ha ridato speranza e visibilità a un popolo dimenticato dalla storia.

carta TURCHIA (da www.2duerighe.com/)
carta TURCHIA (da http://www.2duerighe.com/)

   Ma non sono solo i curdi ad avere un ruolo sempre più partecipativo nello stato turco. In questo 2015, anno del CENTENARIO DEL GENOCIDIO ARMENO, stiamo assistendo a un altro importante fatto all’interno della Turchia: il risveglio politico degli ARMENI DI TURCHIA.

HRANT DINK, giornalista armeno ucciso nel 2007 - IL RISVEGLIO ARMENO. La presa di coscienza da parte di questa minoranza si è avuta a partire dai funerali del giornalista HRANT DINK, ucciso da un ultra-nazionalista nel 2007. A quei funerali di Hrant Dink, non solo gli armeni, ma anche molti turchi e curdi hanno voluto partecipare in segno di solidarietà, e a testimonianza che – grazie anche al sacrificio del giornalista, assassinato di fronte agli uffici del giornale bilingue da lui diretto, Agos – la società civile turca stava (e sta) cambiando profondamente
HRANT DINK, giornalista armeno ucciso nel 2007 – IL RISVEGLIO ARMENO. La presa di coscienza da parte di questa minoranza si è avuta a partire dai funerali del giornalista HRANT DINK, ucciso da un ultra-nazionalista nel 2007. A quei funerali di Hrant Dink, non solo gli armeni, ma anche molti turchi e curdi hanno voluto partecipare in segno di solidarietà, e a testimonianza che – grazie anche al sacrificio del giornalista, assassinato di fronte agli uffici del giornale bilingue da lui diretto, Agos – la società civile turca stava (e sta) cambiando profondamente

   Una riscoperta recente di un’identità volutamente nascosta: per molti anni dal 1915 (anno più tragico del genocidio armeno in Turchia), gli armeni si sono come “nascosti” nella loro identità etnica, arrivando in molti casi a una conversione all’Islam (almeno apparente, alle regole quotidiane di religione), pur di poter vivere nella società turca. Man mano negli ultimi decenni sono riemersi nella propria identità etnica e religiosa: uomini e donne che hanno riscoperto i loro antenati armeni, ora ne parlano senza più patemi.

   Specie ad Istanbul gli armeni hanno dato prova di una notevole vitalità negli ultimi mesi. Un esempio si è avuto quest’anno, ad aprile, con la commemorazione del genocidio, dove la comunità armena ha messo in campo varie iniziative in ricordo, fino ad arrivare alla cosiddetta “marcia del ricordo” che ha attraversato il quartiere di SULTANAHMET, in pieno centro storico di Istanbul. E, quel che è interessante, con la partecipazione non solo di armeni, ma anche molti turchi e curdi solidali al popolo armeno.

   Il multiculturalismo che si esprime nella società turca, fino ad arrivare al voto fondamentale espresso per il partito curdo di SELAHATTIN DEMIRTAS del 7 giugno scorso che, per superare la soglia imposta del 10%, si è avvalso di “non curdi”, di cittadini turchi che incominciano a rapportarsi in modo libero, multiculturale.

   E può l’Europa stare a guardare ignorando le aperture di questo grande Paese, che può divenire ponte tra occidente e oriente nel dialogo interreligioso, interetnico, tra cristiani, musulmani, buddisti…?   Può l’Europa continuare ad ignorare la richiesta turca di entrare nell’Unione Europea?

UNIONE EUROPEA - “TUR¬CHIA ED UE HANNO INSTAU¬RATO DELLE RELA¬ZIONI PAR¬TI¬CO¬LARI DAL 1963 quando la Comu¬nità Eco¬no¬mica Europea (Cee) firmò il Trat¬tato di asso¬cia¬zione con lo stato turco chia¬mato “ACCORDO DI ANKARA”, seguito dal pro¬to¬collo addi¬zio¬nale del 1970. POI TUTTO È STATO CON¬GE¬LATO. Con la caduta del muro di Ber¬lino e l’unificazione delle due Ger¬ma¬nie, lo sguardo e le stra¬te¬gie di Bru¬xel¬les hanno virato verso l’est euro¬peo, abban¬do¬nando il sud ed i paesi che si affac¬ciano nel bacino del Medi¬ter¬ra¬neo. In par¬ti-co¬lare, NEL 2005 SI È GIUNTI IN UN VICOLO CIECO: si riman¬dano sine die i nego¬ziati per la piena ade¬sione della Tur¬chia al con¬sesso europeo. QUE¬STO DINIEGO DI BRU¬XEL¬LES HA SPINTO IL GOVERNO TURCO VERSO POSI¬ZIONI RELI¬GIOSE PIÙ RADI¬CALI e allon¬ta¬nato la pro¬spet¬tiva cul¬tu¬rale che da oltre un secolo pro¬ietta la Tur¬chia verso l’Europa”. (Tonino Perna, da “il Manifesto” del 9/6/2015)
UNIONE EUROPEA – “TURCHIA ED UE HANNO INSTAURATO DELLE RELAZIONI PARTICOLARI DAL 1963 quando la Comunità Economica Europea (Cee) firmò il Trattato di associazione con lo stato turco chiamato “ACCORDO DI ANKARA”, seguito dal protocollo addizionale del 1970. POI TUTTO È STATO CONGELATO. Con la caduta del muro di Berlino e l’unificazione delle due Germanie, lo sguardo e le strategie di Bruxelles hanno virato verso l’est europeo, abbandonando il sud ed i paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo. In particolare, NEL 2005 SI È GIUNTI IN UN VICOLO CIECO: si rimandano sine die i negoziati per la piena adesione della Turchia al consesso europeo. QUESTO DINIEGO DI BRUXELLES HA SPINTO IL GOVERNO TURCO VERSO POSIZIONI RELIGIOSE PIÙ RADICALI e allontanato la prospettiva culturale che da oltre un secolo proietta la Turchia verso l’Europa”. (Tonino Perna, da “il Manifesto” del 9/6/2015)

   Fa specie che la società turca, in ambiti che possono apparire secondari ma che non lo sono per niente (anzi) com’è quello dello sport, delle varie discipline sportive (calcio, basket…), la Turchia è a pieno titolo partecipante ai tornei europei, e le sue squadre sono altrettanto blasonate quanto quelle europee… (dove non poté l’azione geopolitica dei fautori come noi di un’Europa allargata multietnica, ci arriva lo sport, gli usi e costumi, i rapporti tra persone, perfino i viaggi e il turismo). (s.m.)

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E ADESSO LA TURCHIA NELL’UNIONE EUROPEA

di Tonino Perna, da “Il Manifesto” del 9/6/2015

   Lo straor­di­na­rio risul­tato elet­to­rale in Tur­chia rap­pre­senta un’occasione sto­rica. Mal­grado la repres­sione dei movi­menti sociali ed ambien­ta­li­sti, l’eliminazione di sco­modi gior­na­li­sti, una stra­te­gia della ten­sione– fatta di bombe messe nelle piazze e di ter­rore media­tico– mal­grado tutto ciò il par­tito curdo è riu­scito ad entrare, per la prima volta, nel par­la­mento turco (con oltre il 13%) e il par­tito di Erdo­gan ha perso quasi il 10% dei voti.

   Doveva essere un ple­bi­scito per l’Akp – il par­tito della Giu­sti­zia e del Pro­gresso – che da tre­dici anni detiene il potere in que­sto grande paese, doveva essere un momento di glo­ria per Erdo­gan che pun­tava alla mag­gio­ranza asso­luta dei seggi par­la­men­tari per cam­biare la Costi­tu­zione ed impri­mere una svolta autoritaria defi­ni­tiva all’interno di un pro­cesso di isla­miz­za­zione del più antico Stato laico del mondo musulmano.

   Ed invece il popolo turco e curdo, soprat­tutto le fasce gio­va­nili, hanno vol­tato le spalle, sia pure parzialmente, al pre­si­dente con forti aspi­ra­zioni auto­ri­ta­rie, con­tri­buendo a sal­vare una imma­gine democratica del paese che conta oltre set­tan­ta­cin­que milioni di abi­tanti, un tasso di cre­scita eco­no­mica tri­plo di quello della Ue negli ultimi dieci anni, e, soprat­tutto, un ruolo fon­da­men­tale nel rap­porto tra mondo cri­stiano ed isla­mico, tra oriente ed occidente.

   Tur­chia ed Ue hanno instau­rato delle rela­zioni par­ti­co­lari dal 1963 quando la Comu­nità Eco­no­mica Europea (Cee) firmò il Trat­tato di asso­cia­zione con lo stato turco chia­mato “Accordo di Ankara”, seguito dal pro­to­collo addi­zio­nale del 1970. Poi tutto è stato con­ge­lato. Con la caduta del muro di Ber­lino e l’unificazione delle due Ger­ma­nie, lo sguardo e le stra­te­gie di Bru­xel­les hanno virato verso l’est euro­peo, abban­do­nando il sud ed i paesi che si affac­ciano nel bacino del Medi­ter­ra­neo. In par­ti­co­lare, nel 2005 si è giunti in un vicolo cieco: si riman­dano sine die i nego­ziati per la piena ade­sione della Tur­chia al con­sesso europeo.

   Que­sto diniego di Bru­xel­les ha spinto il governo turco verso posi­zioni reli­giose più radi­cali e allon­ta­nato la pro­spet­tiva cul­tu­rale che da oltre un secolo pro­ietta la Tur­chia verso l’Europa. Un errore poli­tico gra­vis­simo, che ha tro­vato varie giu­sti­fi­ca­zioni (dal man­cato rispetto dei diritti del popolo curdo al non rico­no­sci­mento del geno­ci­dio degli Armeni com­piuto durante la prima guerra mon­diale), ma che non ci porta da nes­suna parte.

Certo che il negare il geno­ci­dio del popolo armeno, come ha fatto il pre­si­dente Erdo­gan non è accet­ta­bile, così come fin­ché non si risolve la «que­stione cipriota» non è facile con­vin­cere due part­ner della Ue come Gre­cia e Cipro all’ingresso della Tur­chia nella Ue. Eppure, non c’è altra strada che quella dell’inclusione, la sola che possa farci uscire da una situa­zione di stallo diven­tata insostenibile.

   L’UNIONE EURO­PEA HA BISO­GNO DI INCLU­DERE LA TUR­CHIA PER DARE UNA SVOLTA AL SUO RAP­PORTO COL MONDO ISLAMICO, per costruire una Europa mul­ti­cul­tu­rale, per offrire ai gio­vani ed alle donne che lot­tano corag­gio­sa­mente da anni per i diritti fon­da­men­tali della per­sona e la tutela dell’ambiente (vedi il caso emble­ma­tico delle lotte a PIAZZA TAK­SIM per difen­dere il GEZY PARK) di avere un punto di rife­ri­mento forte su cui contare.

   D’altra parte, la Tur­chia ha ancor più biso­gno dell’Ue per soste­nere il suo modello di svi­luppo (il 44% dell’export va verso i paesi Ue ed è in cre­scita), al riparo dalla con­cor­renza cinese che ne ha eroso gli spazi di mer­cato nel Medio Oriente, nei Bal­cani e nel Nord-Africa. Ma, soprat­tutto ne hanno biso­gno quella massa di gio­vani (il 73% della popo­la­zione ha meno di 35 anni!) che senza rinun­ciare alle loro tra­di­zioni ed iden­tità vogliono vivere liberi dai dik­tat impo­sti dalle teo­cra­zie e da tutte le forme di dit­ta­tura più o meno illuminate.

   Sono que­sti gio­vani i sog­getti sociali con cui costruire la strada che porta l’Unione euro­pea ad aprirsi ai popoli del Medi­ter­ra­neo, a ritor­nare alle pro­prie radici cul­tu­rali che in que­sto bacino hanno il fon­da­mento. Rilan­ciare l’Unione euro­pea facendo entrare que­sto grande paese, la cui sto­ria si è sem­pre intrec­ciata con la nostra, è oggi un obiet­tivo irrinunciabile. (Tonino Perna)

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citta della Turchia (da Wikipedia)
citta della Turchia (da Wikipedia)

DONNE, DIRITTI E LAICITÀ: COSÌ IN TURCHIA I CURDI HANNO SCONFITTO ERDOGAN

di Marta Ottaviani, da “la Stampa” del 9/6/2015 – L’Hdp di Demirtas ha portato 80 deputati in Parlamento e tolto la maggioranza all’Akp –    Sono 80 fra volti nuovi, promesse da mantenere e anche qualche storia drammatica alle spalle. Di certo, i curdi dell’Hdp sono stati la più grande sorpresa di queste elezioni e rappresentano al momento la realtà più dinamica della politica turca. Certo la più complessa, ancora da decifrare.

   Alla testa c’è lui, Selahattin Demirtas, avvocato, 42 anni, proveniente da una povera famiglia dell’Anatolia Centrale. Intervistato da la Stampa lo scorso anno, quando a sorpresa si era candidato alle elezioni presidenziali, conquistando un lusinghiero 10%, aveva detto che stava lavorando a un progetto politico nuovo, capace di attirare i voti anche dei turchi, non solo dei curdi. Partita vinta Ha vinto la sua scommessa, sfiorando il 13% e conquistando 80 seggi alla Tbmm, la Grande Assemblea Nazionale Turca. Una campagna elettorale, la sua, giocata con un’intelligenza e un tatticismo senza pari. Sempre con una candidata donna a fianco, impermeabile alle provocazioni, anche a quelle che hanno toccato direttamente la vita privata.

   Durante un talk-show gli è stato ricordato come il fratello, Nurettin, sia accusato di essere un guerrigliero del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il leader curdo non ha fatto una piega, ha spiegato di avere fatto una scelta diversa ed è andato avanti a parlare del suo programma, ricordando a margine che l’organizzazione separatista da mesi contribuisce alla protezione del confine con la Siria, ormai luogo di passaggio prediletto di terroristi jihadisti di ogni specie e nazionalità.    Il «metodo Demirtas» ha funzionato, anche dove alla vigilia si pensava che fosse impossibile. Fra le due province dove i curdi hanno rubato consensi all’Akp di Erdogan ci sono GAZIANTEP e SANLI URFA, località dove fino a due giorni fa l’autorità di Recep Tayyip Erdogan era indiscussa. A giocare sullo scivolone degli islamici sempre meno moderati, c’è lo SPETTRO DELL’ASSEDIO DI KOBANE, la cittadina curda in territorio siriano, che Isis aveva occupato. La battaglia di Kobane La Turchia in quell’occasione aveva deciso di rimanerne fuori, nonostante le pressioni interne sfociate poi in una guerriglia urbana costata 40 morti in quattro giorni. Il presidente Erdogan aveva dichiarato che era inutile intervenire perché tanto non sarebbe stata liberata. «Doveva perdere Kobane, a queste elezioni ha perso lui» hanno dichiarato a la Stampa, con una evidente punta di sarcasmo, uomini vicini a Demirtas. Il ruolo delle donne La prima parte della scommessa è stata vinta. Il resto della storia è ancora tutto da scrivere. Di certo, nelle candidature, il coraggio non gli è mancato, soprattutto in quelle femminili. C’è LEYLA ZANA, ormai inossidabile passionaria della causa curda per eccellenza e ben nota agli ambienti europei, che Demirtas sembrerebbe avere intenzione di corteggiare con particolare assiduità. Ma nelle liste dell’Hdp, ci è finito veramente di tutto, a partire dalle figlie d’arte, come DILEK OCALAN, nipote del più celebre Apo, ancora oggi guida spirituale indiscussa (per alcuni purtroppo) dei curdi in Turchia, per continuare con DEPUTATI YAZIDI, e anche uomini vicini agli ambienti religiosi islamici.    Segno che questo partito curdo vuole mantenere la più alta trasversalità possibile, dove la parola d’ordine è «diritti», che però potrebbero avere qualche difficoltà ad affermare in parlamento. (Marta Ottaviani)

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SELAHATTIN DEMIRTAS, UN ALTRO 40ENNE IN CAMICIA BIANCA CONQUISTA LA SCENA. UE E TURCHIA PIÙ VICINE GRAZIE AI CURDI

di Giulia Belardelli, da L’Huffington Post del 8/6/2015 (www.huffingtonpost.it/) 

   Quarantadue anni, camicia bianca, eloquio carismatico, visione progressista e liberale. Per Selahattin Demirtas, il leader del partito curdo Hdp, da oggi inizia una fase politica nuova. Il successo del suo partito alle elezioni turche di domenica – 13% dei voti, un’ottantina di seggi in Parlamento – rappresenta una svolta storica per il Paese della Mezzaluna. Demirtas è stato già ribattezzato in vari modi – lo “Tspiras turco” o, più propriamente, l’ “Obama turco” – ma al di là delle similitudini che lo legano agli altri più o meno giovani leader mondiali, è il suo legame con l’Occidente a rappresentare l’aspetto potenzialmente più dirompente dal punto di vista degli scenari internazionali.

   Con la sua camicia bianca e i suoi modi gentili, infatti, Demirtas incarna il volto di un curdo senza legami con la guerriglia, alla guida di un partito aperto anche ad altre minoranze (alauita, turcomanna e altre) e attento ai diritti delle donne e degli omosessuali. Avvocato per i diritti umani con già due legislature alle spalle, è riuscito a conquistare gli elettori sposando buona parte delle idee libertarie espresse dai ragazzi di Gezi Park, che non hanno dimenticato la dura repressione messa in atto da Recep Tayyip Erdogan. I giovani hanno apprezzato l’attenzione di Demirtas alle loro richieste, e in molti hanno deciso di consegnargli il primo voto della loro vita. Anagraficamente, d’altronde, il quarantenne curdo appartiene alla stessa generazione dei leader “in camicia bianca” – dal premier francese Manuel Valls al greco Alexis Tsipras, all’italiano Matteo Renzi – che, al di là delle diversissime posizioni politiche, condividono uno stile informale e un approccio comunicativo meno verticale.

   Il 42enne Demirtas rappresenta un modello politico molto diverso da quello del “sultano”, cui Erdogan si è avvicinato sempre di più nel corso degli anni. Abile oratore e negoziatore instancabile, Demirtas è portatore di una visione della “nuova Turchia” che va ben al di là della difesa degli interessi e degli spazi – politici, culturali e identitari – della minoranza curda. Per l’Europa, il suo successo elettorale dimostra che c’è una buona parte di Turchia che tende a Occidente, un asse che oggi è retto in primo luogo dalla minoranza curda. Come curdo è il fronte anti-Isis che ha dimostrato di saper contrastare i fanatici del Califfato in maniera più efficace della coalizione internazionale.

   Nelle passate elezioni, il partito di Erdogan Akp era riuscito a intercettare il voto delle tribù curde, le stesse che questa volta l’hanno abbandonato. E la ragione non sta solo nell’indubbia capacità di attrazione del carismatico Demirtas, ma anche nell’atteggiamento tenuto da Erdogan durante i tragici giorni dell’assedio di Kobane da parte delle milizie dello Stato islamico. Allora, pur di non portare acqua al mulino del suo nemico siriano, il presidente Bashar al-Assad, Erdogan ordinò alle Forze armate di non entrare in azione a sostegno dei peshmerga curdi. I carri armati turchi, posizionati alla frontiera fra Turchia e Siria, non entrarono in azione nonostante che a pochi chilometri di distanza, a Kobane, si consumava una mattanza. Nell’urna i curdi se ne sono ricordati.

   Il contrasto all’Isis, la tutela delle minoranze, i diritti delle donne e della comunità lgbt. Ora tutti questi elementi saldano il partito curdo alle forze progressiste e liberali dell’Occidente, che dopo il voto di ieri non hanno scuse per non vedere in Turchia un interlocutore ragionevole e aperto.

   “Mi sono sempre occupato di politica, fin da quando ero ragazzo. La politica fa parte della mia vita. Mi sono sempre battuto per la democrazia. E come molti giovani curdi ho fatto diverse battaglie contro i diritti negati ai curdi, in nome dell’identità etnica, e contro l’oppressione. Sono in politica da quasi 25 anni”, ha spiegato Demirtas in una recente intervista a Euronews. “Negli ultimi otto anni sono stato parlamentare e co-presidente di un partito. Ho anche fatto l’avvocato nel campo dei diritti umani, ma come volontario. Insomma, in tutti questi anni ho sempre lottato, senza un attimo di sosta, per i principi e i valori in cui credo. E non ho mai smesso”. Da ragazzo, al bivio della vita di tanti curdi tra la lotta armata e quella politica, ha scelto la seconda. Entrato ventenne nei movimenti per i diritti civili, si è affermato presto come un politico coraggioso e sempre pacato.

   Alla faccia di Erdogan – che in campagna elettorale lo ha dipinto come un “intrattenitore da bar” – Demirtas ha dimostrato che si può vincere anche senza urlare e insultare l’avversario. L’Obama curdo – “come i neri americani, noi abbiamo dovuto combattere il razzismo”, spiegava qualche tempo fa – Demirtas è il primo a frenare davvero i sogni di gloria di Erdogan. Il presidente, oggi, è costretto ad aprire gli occhi sulla realtà: nei suoi piani doveva essere il primo giorno del “nuovo Impero ottomano”; nei fatti, è il primo giorno di una nuova Turchia. (Giulia Belardelli)

Ankara, i sostenitori del partito curdo in festa (da "corriere.it")
Ankara, i sostenitori del partito curdo in festa (da “corriere.it”)

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LA MODERNITÀ DELLA TURCHIA

di Bernard Guetta, 8/6/2015, da INTERNAZIONALE

   Non possiamo che accogliere con entusiasmo la maturità di questo paese. Domenica i turchi sono stati chiamati a rinnovare il loro parlamento, in uno scrutinio che non è stato esclusivamente parlamentare perché il presidente Recep Tayyip Erdoğan, eletto dieci mesi fa a suffragio universale, dopo essere stato negli ultimi 12 anni l’onnipotente primo ministro del paese, ha trasformato il voto in un referendum sul passaggio a un regime presidenziale.

   Per raggiungere il suo scopo Erdoğan avrebbe dovuto ottenere due terzi dei seggi, ovvero la maggioranza richiesta per un cambiamento della costituzione. Gli elettori turchi, invece, gli hanno accordato appena il 41 per cento dei voti, insufficienti a garantire al suo partito (Akp) la possibilità di governare da solo. La Turchia ha detto no e ha inflitto a Erdoğan la sua prima sconfitta in 13 anni di storia perché non ha voluto accrescere i poteri di un uomo la cui deriva autoritaria e megalomane è diventata francamente inquietante.

   I turchi hanno deciso di votare in difesa della democrazia, ma non è tutto. Affinché il presidente fosse messo in minoranza c’era bisogno che il partito curdo Hdp superasse la soglia di sbarramento del 10 per cento. Il partito è storicamente legato al Pkk, l’organizzazione politico-militare che da tempo sostiene la causa dell’indipendentismo curdo a colpi di attentati e omicidi.

   Ciononostante l’Hdp, sotto la guida del giovane leader Selahattin Demirtaş, ha saputo riposizionarsi come partito della nuova sinistra ecologista, femminista e aperta alla causa degli omosessuali, affermandosi come rappresentante di quelle classi medie urbane che si sono imposte sullo scacchiere politico durante le grandi manifestazioni di due anni fa in piazza Taksim. Diventato il partito di tutte le minoranze (non solo di quella curda), l’Hdp ha conquistato quasi il 13 per cento dei voti, ha fatto eleggere 80 deputati e ha sparigliato le carte introducendo in Turchia un riformismo radicale e non violento e modificando il paese e la rappresentanza dei curdi.

   Tutto questo non garantisce il paradiso ai turchi, non alimenta una crescita che ha pericolosamente rallentato dopo un decennio di boom e soprattutto non produce una maggioranza politica in un paese che entra in un periodo di incertezza che sarà utilizzato da Erdoğan per cercare di rimettersi in sesto.

   Il futuro della Turchia non sarà tutto rose e fiori. Tuttavia, dopo aver scelto la laicità e il voto per le donne (tra le due guerre) e dopo aver prodotto il primo partito islamista convertito alla democrazia (quindici anni fa), la Turchia conferma che l’islam è pienamente compatibile con le urne e con la democrazia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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KOBANE, TRA I CURDI CHE HANNO RESPINTO ISIS: “JIHADISTI VOGLIONO DISTRUGGERE NOSTRA SOCIETÀ DEMOCRATICA E MULTIETNICA”

di Federico Maccagni e Pierpaolo Tassi, da “il Fatto Quotidiano” del 15/5/2015

– Dal Newroz di Diyarbakir, il capodanno curdo festeggiato da due milioni di persone, ai campi profughi di Kobane. Duecentoventi km di strade sterrate, percorse da un videomaker piacentino partito assieme ad altri centotrenta cittadini italiani con Uiki Onlus (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia), alla scoperta di un popolo stretto tra lo Stato turco da una parte e l’assedio dell’Isis, dall’altra. –

IL NEWROZ DI DIYARBAKIR Per 40 lire turche, un anziano signore in tuta seduto ai comandi di una gru, ci invita a salire. Il montacarichi è traballante, ma non c’è spazio per pensare alla sicurezza. A 15 metri di altezza, la meraviglia ruba il tempo all’inquietudine. Da qui, in un campo alla periferia di Amed, città ribattezzata DIYARBAKIR dallo stato turco, il fuoco che nella leggenda annunciava la vittoria sul tiranno, oggi si diffonde dai falò accesi dai manifestanti a simbolo della rinascita del popolo curdo.

   La battaglia decisiva di KOBANE, in Siria, contro le milizie dell’Isis ha ridato speranza e visibilità a un popolo dimenticato dalla storia. A 200 km dal confine siriano, due milioni di persone festeggiano il NEWROZ, il capodanno curdo, sventolando le bandiere del Pkk (Partito curdo dei lavoratori) e del Ypg, l’unità di protezione popolare di stanza in Siria.

   Alle radici di un popolo negato, l’affermazione della propria identità va di pari passo con la memoria dei guerrieri partiti per il confine a combattere una guerra che si vorrebbe di liberazione, ma è ancora una questione di sopravvivenza. Non c’è sguardo, tra i tanti presenti in questo giorno di festa, che non nasconda la sofferenza per un famigliare partito per combattere in Rojava, l’area settentrionale della Siria abitata prevalentemente dai curdi, e mai più tornato.

   “Il ROJAVA è un laboratorio in cui si sperimenta una nuova società fondata sulla parità di genere e la convivenza pacifica tra diverse etnie – ci spiega Asi Abdullah, co-presidente PYD, il partito che governa il Rojava. “Abbiamo creato 3 cantoni autonomi, non solo per curdi ma per tutti i popoli presenti (arabi, assiri, esidi, ndr); la nostra idea è una regione democratica. Tutte le etnie devono convivere e avere rappresentanza nelle amministrazioni dei cantoni”. Un’idea che assomiglia tanto a quel confederalismo democratico teorizzato a più riprese dal leader curdo Abdullah Ocalan, rinchiuso dal 1999 nell’isola-prigione turca di Imrali, dove sconta l’ergastolo per attività separatista armata.

   Un’idea che Isis vede come una guerra aperta al fondamentalismo islamico e pertanto, una minaccia da estirpare. “Anche donne di altre etnie lottano con noi” – continua Asi Abdullah. “Perchè Isis per le donne è un grandissimo pericolo, vogliono cancellarne la storia, la cultura, e quando le uccidono infieriscono su cadaveri. Sono il loro principale nemico e il fatto che la donna del Rojava sia così emancipata per loro è un fatto molto grave. Nel KURDISTAN ROJAVA per quanto riguarda i diritti delle donne c’è un avanzamento grande. Come donne abbiamo creato un sistema nuovo, siamo in prima linea per una donna libera. Siamo un punto di riferimento per la storia. Per esempio in ogni quartiere oltre alla Casa del Popolo c’è la Casa delle Donne, ci sono le Accademie delle Donne, c’è l’esercito delle donne, nel sistema di autogoverno nel congresso il 40% sono donne e il sistema di co-presidenza prevede per ogni ente (partiti, associazioni, municipalità, ndr) un doppio presidente, un uomo e una donna. La lotta del Rojava è una lotta per la liberazione delle donne”.

I CAMPI PROFUGHI DI SURUC Terra di frontiera per lo stato turco, terra di passaggio per il popolo curdo. A Suruc c’è ancora clima di festa per il recente Newroz. Un ragazzino ci accoglie con una bandiera di Ocalan grande quanto lui. Nascondersi dietro la sua icona, qui, significa affermare la propria identità.

   Andiamo alla municipalità per un incontro con Mustafa Dogal, diplomatico del Congresso Democratico, da sei mesi in città per gestire la crisi degli sfollati da Kobane. “Abbiamo accolto complessivamente in tutto 126mila rifugiati dalla Siria, in pratica raddoppiando la popolazione dell’area – spiega Dogal – qui a Suruc ci sono sei campi profughi per la popolazione del cantone di Kobane. Uno gestito dallo stato turco tramite l’Afad (protezione civile turca), cinque dai compagni curdi. Con la differenza che nei i campi gestiti totalmente dall’autonomia curda i rifugiati sono liberi di muoversi , mentre quello dell’Afad è gestito militarmente, quindi per uscire serve l’autorizzazione. Inoltre al contrario degli altri è stato costruito dopo la liberazione di Kobane. Ma a quel punto i rifugiati non volevano più andare in un campo profughi, volevano tornare a Kobane.

   I turchi presidiano il confine con militari armati di mitra. La questione dei curdi siriani è per loro l’estensione di una minaccia interna. Se si rafforza il Rojava, si rafforzano tutti i curdi e non è tollerabile. “Dal 1945 ad oggi i quattro paesi in cui viviamo (Turchia, Siria, Iraq, Iran) sono membri delle Nazioni Unite, ma tutti hanno fatto un embargo contro il popolo curdo e contro chiunque venga ad aiutare i curdi”, prosegue Dogal appellandosi alla comunità internazionale e rimarcando il ruolo del popolo curdo a tutela della democrazia occidentale.

   “Per 70 anni l’unità curda non è stata possibile proprio per colpa dei confini e dei regimi totalitari degli stati nazione. Ci hanno diviso in maniera forte, con la volontà di non farci tornare insieme. I curdi uniti sono forti, divisi no, e non solo i curdi, ringraziamo anche i fratelli occidentali come voi. Perché la civiltà è partita da qui tra il Tigri e l’Eufrate, la gente europea e americana ha le sue radici qui e voi dovreste avere a cuore le vostre radici. Noi combattiamo per la democrazia in tutto il mondo. Se l’area controllata dai curdi sarà sicura, tutto il mondo sarà sicuro. Se ci aiuterete a difendere quest’area i fondamentalisti non potranno più svilupparsi e la democrazia potrà durare nel tempo. Il popolo curdo è l’assicurazione dell’intero mondo.”

KOBANE, ALDILÀ DEL FILO SPINATO Vogliamo portare la nostra solidarietà a Kobane e ci dirigiamo verso il confine. Arrivati al confine vediamo sventolare all’orizzonte la bandiera dell’YPG, illuminata da un raggio di sole. La Rojava Autonoma è a poche centinaia di metri, la città si stende davanti a noi, davanti alla collina su cui DAL 26 GENNAIO È ISSATA BANDIERA CURDA. Finalmente ci siamo, il centro del mondo è qua, davanti a noi. Ci chiedono i passaporti, siamo 60, tutti italiani, vogliamo stare in Rojava solo per qualche ora. Il nostro accompagnatore parla in turco con il militare, sorride verso di noi dicendo che “dai, forse passiamo”. Il militare telefona in prefettura. Niente da fare.

   Di nascosto fotografiamo automobili abbandonate a pochi metri dal confine. Gli abitanti di questo piccolo villaggio vicino Mesher ci spiegano che da Kobane le persone sono scappate in poche decine di minuti, buttando tutto quello che potevano in macchina, dirigendosi verso la frontiera turca e, una volta giunti a destinazione, abbiano poi abbandonato auto e bagagli sperando di recuperarle in seguito. Ma i militari turchi non permettono che i civili vadano a prendere le loro cose, diventate così bottino di guerra dei militanti dell’Isis. Lo spettacolo è desolante, ricorda le immagini di Pripyat, la città abbandonata dopo l’esplosione di Cernobyl, con la differenza che in questo caso l’abbandono non è conseguenza di un incidente catastrofico ma della barbarie dell’uomo. (Federico Maccagni e Pierpaolo Tassi)

profughi siriani in Turchia (dalla rivista "Internazionale")
profughi siriani in Turchia (dalla rivista “Internazionale”)

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TURCHIA, QUANDO LA VITTORIA È UNA SCONFITTA

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 7/6/2015

   Amarissimo, anzi drammatico risveglio quello del presidente-sultano turco Recep Tayyip Erdogan. La sua creatura, il partito islamico moderato della Giustizia e dello sviluppo Akp, ha vinto le elezioni, come era prevedibile, ma è come se le avesse perse. La gente non è più disposta a firmargli cambiali in bianco.  Erdogan chiedeva almeno 330 seggi per cambiare la Costituzione e trasformare la Turchia in repubblica presidenziale, garantendosi pieni poteri. Sconfitto. Sperava almeno che l’Akp conservasse la maggioranza assoluta. Praticamente sconfitto. E persino umiliato.

Turchia (da Wikipedia)
Turchia (da Wikipedia)

   Quello che in molti Paesi sarebbe comunque un successo, in Turchia, nello specchio deformante che utilizza il capo dello stato, è un disastro. Perché, per la prima volta dopo oltre un decennio, il leader massimo ha trovato un avversario assai credibile: il capo del partito curdo della Pace e della democrazia Hdp, che gli ha scippato la possibilità di diventare un monarca assoluto. Avendo superato agevolmente l’alta barriera del 10 per cento, l’Hdp diventerà decisivo in Parlamento.

   Selahattin Demirtas, l’uomo che fatto lo sgambetto all’ineffabile presidente, è un quarantaduenne avvocato curdo che crede nei diritti umani, ed è un grande oratore. Ha un carisma e un magnetismo simili a quelli del capo dello stato, ma caratterialmente e in quanto a rocciosa fede democratica è il suo opposto. Demirtas è portatore di un linguaggio nuovo, che definisce quello dei giovani e della “Nuova Turchia”.

   C’è chi l’ha paragonato al primo ministro greco Alexis Tsipras, chi al leader spagnolo di “Podemos” Pablo Iglesias, chi addirittura lo ha definito l’”Obama turco”. Paragoni impropri, in qualche caso roboanti e probabilmente sprecati, perché Demirtas è semplicemente un esponente curdo di solida cultura con un sogno: trasformare un partito regionale in nazionale, allontanarlo dai sospetti di legami con l’autonomismo violento del sud-est della Turchia, rivendicare l’onore della propria appartenenza curda, difendere i diritti di tutte le minoranze (nessuna esclusa), rappresentare le aspirazioni degli omosessuali, dichiarare la propria avversione, con linguaggio ghandiano, allo strapotere di Erdogan. “Andate a votare con un sorriso”, aveva detto l’anno scorso. Ora molti gli hanno sorriso.

   Il sistema elettorale turco è assai complesso. Per rendere governabile un Paese dove le coalizioni reggevano per pochi mesi, si era deciso di creare una radicale riforma: barriera al 10 per cento per entrare nell’Assemblea nazionale. I partiti titolati, finora, erano tre: l’Akp, i repubblicani del Chp e la destra dell’Mhp, quella che ha messo l’abito buono dopo aver dato origine ai Lupi grigi, dai quali provenne Alì Agca, l’uomo che sparò a Giovanni Paolo II.

   E’ chiaro che l’ingresso nell’arena parlamentare del quarto partito, appunto quello di Demirtas, prosciuga il ricchissimo bonus del primo partito, che nella sostanza fallisce entrambi gli obiettivi per cui si era battuto l’Akp, ma soprattutto Erdogan. Che cosa farà il presidente? Che cosa farà il governo? E’ possibile che, se si rendesse difficile creare una coalizione entro 45 giorni, il sultano potrebbe sciogliere l’Assemblea e chiedere nuove elezioni. Tutto è possibile, ma è difficile credere che Erdogan non abbia capito che quello di ieri è stato uno schiaffo decisivo. Sul suo viso. E che, se nulla cambia, il declino potrebbe trasformarsi in una pericolosa valanga. Non soltanto politica. Anche giudiziaria. (Antonio Ferrari)

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Corriere della Sera del 15.6.15

LA DIFFICILE SCELTA CURDA FRA IL SOGNO E LA REALTÀ

risponde Sergio Romano

“La parte orientale dell’Anatolia ha votato massicciamente la propria identità curda. Se per ipotesi questa regione pretendesse l’autonomia, l’unione con il Kurdistan iracheno e iraniano o l’indipendenza, che cosa succederebbe?” Nerio Fornasier

Caro Fornasier,

Nell’ultimo decennio i curdi hanno vissuto e prosperato grazie agli errori altrui. La guerra americana del 2003 ha inflitto all’unità dello Stato iracheno un colpo da cui Bagdad non riesce a risollevarsi; ma ha creato, di fatto, un Kurdistan iracheno che ha consolidato la propria autonomia e tratto grandi vantaggi, anche economici, dalla fragilità del potere centrale.

   La guerra civile siriana ha devastato il Paese e costretto alla fuga poco meno di 4 milioni di persone. Ma ha conferito al piccolo Kurdistan siriano un peso strategico di cui si è servito con destrezza. In Siria e in Iraq l’Isis ha riscosso grandi successi ed è una minaccia per l’intera regione; ma ha fatto dei curdi, in entrambi i Paesi, i più efficaci difensori delle popolazioni sciite, dei cristiani e della minoranza yazida.

   Come ha scritto Roberto Tottoli sul Corriere del 9 giugno, «mai come ora, i curdi godono delle simpatie internazionali. Paiono improvvisamente un fattore di stabilità in una regione squassata da guerre civili e divisioni feroci».

   Quale uso faranno dei loro successi? Cederanno alla tentazione di combattere una nuova battaglia per la nascita di un Kurdistan iracheno che riunirebbe in un solo Stato i curdi turchi (15,4 milioni), siriani (1,3), iracheni (4,3) e iraniani (6,8)? La risposta potrebbe venire dalle scelte politiche del partito curdo che si è affermato nelle elezioni politiche turche degli scorsi giorni. Il Partito democratico del popolo (Hdp) ha superato la soglia del 10%, uno sbarramento innalzato per limitare la sua rappresentanza parlamentare, e avrà circa ottanta deputati.

   Ma il successo è in buona parte dovuto alla campagna elettorale del suo leader, Selahattin Demirtas. Brillante avvocato dei diritti umani, Demirtas è riuscito a raccogliere simpatie e consensi in quella parte dell’elettorato che non approva il tradizionalismo musulmano del presidente Erdogan, il suo stile sultaneggiante, le sue scelte politiche dopo le rivolte arabe, la dura repressione delle manifestazioni di protesta contro l’urbanizzazione del Gezy Park di Istanbul.

   Senza perdere interamente le sue radici curde, Hdp potrebbe diventare il partito liberal-democratico di cui la Turchia ha bisogno. Ma deve accantonare, se vuole avere questo ruolo, il sogno di un Kurdistan unificato. Troverebbe sulla sua strada molti elettori di cui ha conquistato il voto, la ferma opposizione del governo turco (chiunque ne abbia la guida) e quella non meno ferma dell’Iran, per non parlare delle perplessità delle maggiori potenze.

   Questo non significa che debba dimenticare la causa curda. Ma quanto più saprà rinunciare a obiettivi difficilmente raggiungibili, tanto meglio potrà lavorare per l’autonomia dei curdi che vivono negli altri Paesi della regione. (Sergio Romano)

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ERDOĞAN HA PERSO LA BATTAGLIA. NON VUOLE PERDERE LA GUERRA

di Daniele Santoro, da LIMES 9/6/21015

http://www.limesonline.com/

– Le elezioni parlamentari incoronano l’Hdp dell’”Obama curdo” Demirtaş come principale alternativa all’Akp del presidente. Quest’ultimo rimane l’arbitro del destino di Ankara e potrebbe tentare soluzioni estreme per conservare il potere –

   Un tornado elettorale si è abbattuto sulla Turchia. Le elezioni parlamentari di domenica 7 giugno hanno infatti rivoluzionato il quadro politico, aprendo una fase colma di incertezze e gravida di rischi.

   Il voto ha avuto un unico vero vincitore: il leader dell’Hdp Selahattin Demirtaş.

   Il Partito democratico dei popoli (13%) ha non solo superato di slancio la soglia di sbarramento del 10%, principale incognita di queste elezioni, ma ha completato la trasformazione da “partito curdo” in partito nazionale. Senza dubbio buona parte del successo elettorale dell’Hdp è dovuto alle straordinarie performance nelle province della regione curda della Turchia (80% sfiorato a Diyarbakır, risultati sopra l’85% ad Hakkari e Şırnak), in alcune delle quali l’Hdp si è assicurato tutti i deputati in palio o comunque ha lasciato all’Akp solo le briciole. “Chi in campagna elettorale diceva che ‘il problema curdo non esiste’ è stato azzerato nel sud-est del paese”, ha tuonato Demirtaş nel discorso pronunciato domenica sera riferendosi al presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan.

   I risultati delle grandi città, però, dimostrano che l’Hdp è riuscito nell’impresa di affermarsi come principale alternativa all’Akp anche nel resto del paese, diventando il PUNTO DI RIFERIMENTO DI PARTE DELLA CLASSE MEDIA. A Istanbul il partito di Demirtaş ha triplicato i propri voti rispetto al 2011 (quando presentò dei candidati indipendenti per aggirare la soglia di sbarramento), raggiungendo il 12%. Stessa dinamica a Izmir, dove l’Hdp è passato dal 3% a al 10% abbondante. Ancora più significativo il risultato di Ankara, nel cui distretto elettorale l’Hdp ha superato il 5%. Un salto clamoroso rispetto allo 0,7% ottenuto dai candidati indipendenti curdi nel 2011.

   “L’Obama curdo”, come i media occidentali hanno preso a definire Demirtaş, ha vinto alla grande la sfida elettorale. Le previsioni più rosee davano l’Hdp all’11%: il 13% è un risultato straordinario, che secondo alcuni apre la strada a un processo che potrebbe portare il Partito democratico dei popoli ad affermarsi come principale forza della sinistra turca. La vera alternativa, anche in termini numerici, all’Akp.

   Un’analisi obiettiva della performance elettorale dell’Hdp deve però tenere conto di un fattore fondamentale: molti dei voti ottenuti da Demirtaş sono “voti in prestito”. “L’Hdp ha passato la soglia con i voti del CHP”, ha lucidamente commentato il vice primo ministro Bülent Arınç. È infatti lecito supporre che, soprattutto nelle grandi città, la motivazione sottostante alla decisione di voto per l’Hdp sia stata il desiderio di arginare le ambizioni presidenzialiste di Erdoğan. Sarà interessante vedere se Demirtaş riuscirà a trasformare i voti contro Erdoğan in voti a favore dell’Hdp.

   Erdoğan e l’Akp del primo ministro Ahmet Davutoğlu, d’altra parte, sono i grandi sconfitti delle elezioni. Per la prima volta dal 2002 il “partito di governo” non è più tale e ha perso la maggioranza assoluta in parlamento. Soprattutto, ha perso circa tre milioni di voti rispetto al 2011, franando dal 49,8% al 40,8%.

   In campagna elettorale il presidente turco aveva chiesto agli elettori di consentire all’Akp di eleggere 400 deputati (su 550) per poter approvare la riforma super-presidenzialista della Costituzione, pietra angolare della Nuova Turchia immaginata da Erdoğan e vera propria ossessione del “sultano”. La risposta dei votanti ha avverato la profezia del capogruppo dell’Hdp İDRIS BALUKEN, secondo il quale l’8 giugno, anziché 400 deputati, Erdoğan avrebbe ricevuto “400 cocomeri di Diyarbakır (la “capitale” curda, nda)”.

   Le cause di questo crollo sono molteplici. A giudicare dai risultati degli altri partiti, tuttavia, appare chiaro che Erdoğan sia rimasto soprattutto vittima di quello che avrebbe voluto fosse il successo più grande della sua carriera politica: il “processo di soluzione” della questione curda. È infatti piuttosto sorprendente che in presenza di un arretramento così marcato del partito al potere il principale partito di opposizione (Chp), che in teoria rappresentava l’unica alternativa di governo concreta all’Akp, non solo non abbia aumentato i propri voti rispetto alla precedente tornata elettorale ma abbia addirittura perso un punto percentuale (dal 26% del 2011 al 25%). Un’ulteriore dimostrazione del fatto che la sconfitta dell’Akp ha soprattutto ragioni ideologiche.

   Erdoğan si è fatto schiacciare dalla tenaglia dei nazionalisti curdi e dei nazionalisti turchi dell’Mhp (passato dal 13% del 2011 al 16,4%). I primi non gli hanno perdonato il voltafaccia con il quale il presidente turco, negli ultimi tre mesi, ha cercato di recuperare i voti dell’elettorato nazionalista in uscita verso il partito di DEVLET BAHÇELI adottando un atteggiamento palesemente anticurdo. I secondi hanno confermato di non aver digerito, per usare un eufemismo, la legittimazione del “mangia bambini” ABDULLAH ÖCALAN. I risultati elettorali, soprattutto il travaso di voti dall’Akp all’Hdp, dimostrano inoltre come la scelta di incentrare la campagna elettorale sulla riforma presidenzialista della costituzione sia stato forse l’errore più grande commesso da Erdoğan negli ultimi tredici anni.

   Detto ciò, è fondamentale bilanciare l’analisi dei trend elettorali con una valutazione dei valori assoluti. È possibile, come ha fatto notare MURAT YETKIN, che le elezioni di domenica abbiano segnato “la fine della crescita di Erdoğan”, il cui partito aveva sempre aumentato i propri consensi nelle ultime due tornate elettorali. L’Akp, tuttavia, rimane nettamente il partito di maggioranza relativa. E lo è per la quarta volta consecutiva, un record nella storia della democrazia turca.

   Il 41% ottenuto dall’Akp è un risultato piuttosto importante per un partito che avrebbe “perso” le elezioni. Il gap di circa 16 punti percentuali con il secondo partito, il CHP, autorizza inoltre a prevedere che l’AKP sia destinato a rimanere la principale forza politica turca anche nel prossimo futuro. A patto che, come suggeriscono anche i commentatori filo-governativi, si apra quanto prima una discussione interna al partito.

   Il messaggio che gli elettori hanno voluto lanciare al partito di Erdoğan e Davutoğlu, scrive ad esempio ABDÜLKADIR SELVI, è che “per costruire la Nuova Turchia bisogna prima costruire un nuovo Akp”. Spiazzante, in tal senso, è stato il “discorso del balcone” pronunciato dal primo ministro uscente DAVUTOĞLU poco prima della mezzanotte. Secondo Selvi i toni trionfalistici usati da Davutoğlu erano necessari per evitare un’ulteriore demoralizzazione della base del partito. Levent Gültekin, commentatore che segue da vicino le vicende dell’Akp, ha però fatto giustamente notare nel corso della maratona elettorale in onda sulla CNN Türk che in questo modo l’Akp rischia di essere trasformato in “un partito di fanatici del 10%”.

   Il partito di Erdoğan, dunque, ha vinto le elezioni perdendole. O le ha perse vincendole. Uno stato di cose che apre scenari e dinamiche pressoché inesplorati. La partita iniziata nella notte tra il 7 e l’8 giugno si annuncia quanto mai complessa.

   Come da costituzione, il presidente della Repubblica assegnerà a breve l’incarico di formare il governo al leader del partito di maggioranza relativa, cioè al primo ministro uscente Davutoğlu, il quale a sua volta inizierà verosimilmente colloqui esplorativi con i leader dei partiti di opposizione allo scopo di individuare un partner per un governo di coalizione. Le probabilità di successo di questa operazione sono tuttavia molto basse. Il leader del Chp KEMAL KILIÇDAROĞLU aveva escluso un’alleanza con l’Akp già in campagna elettorale e le dichiarazioni post-voto dei maggiorenti del partito social-democratico hanno confermato questa predisposizione.

   Più verosimile appare l’ipotesi di una COALIZIONE AKP-MHP. Nelle ultime settimane se ne è parlato molto. Il “discorso di mezzanotte” pronunciato dal leader del partito nazionalista Devlet Bahçeli ha tuttavia allontanato enormemente questa possibilità. Bahçeli ha infatti suggerito la nascita di un’alleanza Akp-Hdp, magari appoggiata anche dal Chp, dicendosi pronto a svolgere il ruolo di principale partito d’opposizione e chiedendo elezioni anticipate il prima possibile.

   Altrettanto improbabile sembra l’opzione di un’alleanza tra Akp e Hdp. Nel discorso di domenica sera Demirtaş ha ribadito che il suo partito rispetterà le promesse fatte in campagna elettorale, prima tra tutte quella di non allearsi con l’Akp. Ancor più irrealistica è l’eventualità che i tre partiti di opposizione raggiungano un accordo per la formazione di una “grande coalizione” che escluda l’Akp. La comune ostilità nei confronti del partito di Erdoğan e Davutoğlu difficilmente consentirà a Mhp e Hdp di superare le loro fortissime divergenze ideologiche.

   Tutto ciò fa sì che la nascita di un governo di minoranza sia molto di più che una semplice ipotesi. Secondo molti commentatori interpellati domenica sera dalla CNN Türk, Davutoğlu potrebbe saltare la fase delle consultazioni con i leader dell’opposizione e presentarsi in parlamento per il voto di fiducia sperando nell’appoggio esterno dell’Hdp o dell’Mhp. Se questa operazione dovesse fallire, Erdoğan sarebbe costretto ad affidare un mandato esplorativo al leader del secondo partito per numero di voti ottenuti, Kılıçdaroğlu, il quale potrebbe tentare la formazione di un governo di minoranza Chp-Mhp con l’appoggio esterno dell’Hdp. Anche in questo caso, però, tra i commentatori prevale lo scetticismo.

   Il rischio che entro i 45 giorni stabiliti dalla costituzione la Turchia sia ancora senza governo è molto alto. In questo caso, l’unica soluzione possibile è la nascita di un governo di transizione composto in misura proporzionale da esponenti di tutti i partiti rappresentati in parlamento, con Interni e Giustizia affidati a tecnici, che porterebbe il paese ad elezioni anticipate già a ottobre. Un’eventualità che il vice primo ministro uscente Numan Kurtulmuş ha provato a esorcizzare caldeggiando la nascita di un governo di coalizione purchessia.

   Dello stesso avviso sembra essere il presidente della Repubblica Erdoğan, che nel messaggio diffuso all’indomani delle elezioni si è appellato alla “responsabilità” dei partiti politici. Erdoğan, come sempre, rimane l’arbitro della situazione. Al momento non è chiaro cosa passi per la testa del “sultano”, ma secondo alcuni, nonostante le dichiarazioni ufficiali, il capo di Stato starebbe seriamente valutando l’idea di indirizzare le dinamiche politiche in modo da rendere inevitabili le elezioni anticipate.

   Erdoğan potrebbe infatti fare leva sulla paralisi politica delle prossime settimane, che avrebbe inevitabili conseguenze economiche, per dimostrare come senza un Akp forte il paese è destinato a precipitare nell’instabilità a causa dell’irresponsabilità dell’opposizione. Il commento del braccio destro di Erdoğan, Yiğit Bulut, secondo il quale i risultati elettorali dimostrano l’assoluta necessità dell’introduzione del sistema presidenziale, è in tal senso estremamente significativo.

   L’incertezza determinata dal voto va inserita nel più ampio contesto economico e geopolitico. Il crollo della lira e della borsa di Istanbul conferma che nella fase attuale la Turchia non può permettersi una prolungata fase di stallo come quella che seguirebbe inevitabilmente al mancato raggiungimento di un accordo per la nascita di un governo di coalizione o di minoranza.

   Lo stesso vale per il “processo di soluzione” della questione curda. Demirtaş ha tenuto a sottolineare che votando per l’Hdp il popolo turco ha espresso un forte bisogno di pace. Poco prima delle elezioni il vice primo ministro Yalçın Akdoğan aveva dichiarato che entro l’estate il “processo di soluzione” avrebbe raggiunto un punto di svolta, avvertendo però che ciò sarebbe stato possibile solo in presenza di un Akp forte. Il partito di Erdoğan rimane infatti l’unica forza politica in grado di gestire le complesse dinamiche implicite nel dialogo con il Pkk e con il suo leader Abdullah Öcalan.

   Il prezzo pagato dal presidente della Repubblica in questa tornata elettorale e l’apparente ostilità di Demirtaş a un accordo di coalizione con l’Akp gettano dunque una lunga ombra sul futuro del processo di pace con i curdi. Ancor più importante il fatto che la Turchia si trovi a dover gestire questa complessa crisi politica proprio quando LA GUERRA CIVILE SIRIANA RISCHIA DI ENTRARE IN UNA NUOVA FASE. Secondo fonti libanesi, infatti, Teheran si sta preparando a dispiegare 20 mila soldati iraniani, iracheni e libanesi nella provincia di IDLIB allo scopo di lanciare un’offensiva contro i ribelli sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Si tratta di una mobilitazione militare senza precedenti nella storia del conflitto siriano, che avverrebbe a una trentina di chilometri dal confine con la Turchia.

   Queste dinamiche potrebbero avverare la previsione fatta da Emre Uslu prima delle elezioni. “Dal momento che Öcalan e Erdoğan hanno bisogno l’uno dell’altro, Erdoğan manderà Hakan Fidan (direttore dell’intelligence turca, nda) da Öcalan e gli farà chiedere di convincere l’Hdp (ad appoggiare il governo di minoranza dell’Akp, nda). È dunque molto probabile che il nuovo governo verrà incoronato da Öcalan. Erdoğan è consapevole di questa possibilità e dunque non sta pronunciando neanche una sola critica nei confronti di Öcalan. Öcalan è senza dubbio il principale vincitore di queste elezioni. Sembra proprio che sarà Öcalan a essere incaricato di formare il nuovo governo dopo la tornata elettorale. Se questo governo di minoranza verrà formato, un pilastro sarà Öcalan e l’altro sarà Erdoğan”.

   L’ipotesi di un governo Erdoğan-Öcalan è stata presa in considerazione anche da Amberin Zaman, secondo la quale, tuttavia, il leader del Pkk non avrebbe alcun interesse a offrire una sponda al presidente.

   Le cose potrebbero cambiare solo se al vertice dell’Akp arrivasse Abdullah Gül. L’ex presidente della Repubblica è stato infatti il convitato di pietra delle elezioni. Le mosse del fondatore dell’Akp sono oggetto di discussione ormai da mesi. A fine marzo Ahmet Takan ha lanciato una vera e propria bomba rivelando i piani di Gül per la formazione di un nuovo partito di centrodestra, che secondo İhsan Yılmaz avrebbe un potenziale elettorale del 20%. Più realisticamente, secondo diversi retroscena l’ex presidente avrebbe iniziato le manovre per riprendersi l’Akp. A una settimana dal voto il quotidiano Taraf ha rivelato che i fedelissimi di Gül, perlopiù deputati che non sono stati ricandidati a causa del limite dei tre mandati imposto dallo statuto dell’Akp, stanno organizzando incontri segreti con funzionari della Nato, dell’Ue e degli Stati Uniti.

   L’obiettivo di queste manovre è formare una corrente “riformista” analoga a quella che nell’agosto del 2001 ha portato alla nascita dell’Akp e di approfittare della “sconfitta” del partito di governo per lanciare l’assalto alla sua leadership. Sempre secondo Taraf, il primo ministro Davutoğlu e il direttore del Mit Fidan sarebbero a favore dell’iniziativa, che ha fatto suonare parecchi campanelli d’allarme dalle parti dell’AK Saray (il palazzo presidenziale di Ankara). Non è un caso che a pochi giorni dalle elezioni sia uscita la notizia di un’indagine fiscale nei confronti delle aziende del fratello di Gül.

   Per il momento è solo un’ipotesi, ma il ritorno in scena dell’ex presidente della Repubblica sarebbe la soluzione ideale alla crisi generata dai risultati delle elezioni del 7 giugno. Gül è infatti l’unico leader in grado di poter unificare la nazione e, al contempo, rigenerare l’Akp. Che nonostante tutto rimane il centro di gravità della politica turca. (Daniele Santoro)

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IL RISVEGLIO DEGLI ARMENI DI TURCHIA

di Simone Zoppelaro, 4/6/2015, da “Osservatorio Balcani e Caucaso”
http://www.balcanicaucaso.org/

YEREVAN – Nel centenario del genocidio, alcune importanti iniziative segnalano la vitalità della minoranza armena in Turchia. La lotta per Kamp Armen e la partecipazione di candidati armeni al voto di domenica prossima

   In questo 2015, anno del centenario del genocidio, stiamo assistendo a un altro evento importante: il risveglio politico degli armeni di Turchia. Certo, non si tratta di una cosa del tutto nuova: sono stati diversi i segni e le avvisaglie – negli ultimi anni – di una presa di coscienza da parte di questa minoranza, a partire almeno dai funerali del giornalista HRANT DINK, ucciso da un ultra-nazionalista nel 2007. Eppure, in tutta franchezza, era difficile immaginare di vedere la comunità armena mobilitarsi e assumere un ruolo da protagonista, come sta avvenendo nelle ultime settimane.

I CRIPTO ARMENI

Un risveglio che parte da lontano. In molti casi, si è trattato di una vera e propria riscoperta – avvenuta in un clima politico meno impregnato dal nazionalismo e quindi più favorevole al pluralismo – della propria identità etnica e religiosa. A questo proposito, aveva fatto discutere un convegno tenutosi all’università Boğaziçi di Istanbul nel 2013 in cui si faceva luce sui cosiddetti “cripto-armeni”, cioè coloro che dopo il genocidio dichiararono la propria conversione all’islam o nascosero la loro identità per lungo tempo.

   Un fenomeno, questo, che ha riguardato soprattutto l’Anatolia orientale – terra che fu teatro principale del genocidio del 1915 – ma che grazie all’immigrazione ha investito anche Istanbul e il resto del paese.

Se per alcuni questa riscoperta ha inaugurato un percorso che è sfociato nella ridefinizione della propria identità e persino nella conversione, per altri ha portato alla presa di coscienza e alla valorizzazione di un’origine familiare armena oppure mista: scoprendo di avere un antenato armeno, un nonno o una nonna, ad esempio. Un fenomeno di proporzioni notevoli, come mi è stato possibile rilevare personalmente a Istanbul, dove ho incontrato diversi turchi (e curdi) desiderosi di raccontarmi il loro background familiare e capaci, in alcuni casi, anche di pronunciare alcune parole in armeno.

   Che si tratti di una riscoperta recente o di un’identità già consolidata, gli armeni – come detto – hanno dato prova di una notevole vitalità negli ultimi mesi a Istanbul. A partire dalla commemorazione del genocidio, ad aprile, dove la comunità si è resa protagonista di una serie di eventi culminati in una “marcia del ricordo” che ha attraversato il quartiere di Sultanahmet, in pieno centro storico.

   Ancora una volta, come al già ricordato funerale di Dink, non solo gli armeni, ma anche molti turchi e curdi hanno voluto partecipare in segno di solidarietà, e a testimonianza che – grazie anche al sacrificio del giornalista, assassinato di fronte agli uffici del giornale bilingue da lui diretto, Agos – la società civile turca sta cambiando profondamente.

SALVIAMO KAMP ARMEN

Se però la commemorazione del 24 aprile non è cosa nuova a Istanbul, nelle ultime settimane si è assistito a qualcosa di completamente inedito: ci riferiamo alla protesta nata per salvare l’ORFANOTROFIO DI KAMP ARMEN. Situato nella parte orientale di Istanbul, nel sobborgo di Tuzla, Kamp Armen è uno dei luoghi simbolo dell’identità armena nella città. Nato su una proprietà acquistata nel 1962 dalla Fondazione della Chiesa Armena Protestante di Gedikpaşa, fu costruito l’anno seguente e ha ospitato più di 1.500 bambini armeni, ai quali – in anni oscuri e difficili per questa comunità – fu possibile dare una dignità, insegnare la lingua e la cultura armena. Fra loro, anche HRANT DINK e sua moglie RAKEL, che proprio qui si erano conosciuti e innamorati. In seguito, l’orfanotrofio fu chiuso negli anni ottanta e il terreno confiscato a causa di una sentenza di anni prima che imponeva alle fondazioni presiedute da minoranze di restituire i loro terreni ai loro precedenti proprietari.

   Dopo un lungo periodo di abbandono e vari passaggi di mano – e nonostante un decreto del 2011 imponesse la restituzione delle proprietà sottratte alle fondazioni delle varie comunità – il terreno di Kamp Armen è giunto al suo ultimo proprietario, il milionario Fatih Ulusoy. Risale a lui la decisione di abbattere il tutto per edificarvi una serie di ville. Arriviamo così alle 10 del mattino del 6 maggio, quando le ruspe si apprestano a demolire l’orfanotrofio. A impedire che ciò avvenga, troviamo però un gruppo di attivisti, determinati a interrompere lo scempio, un ulteriore “assassinio”, come lo ha definito la vedova di Hrant Dink, Rakel, che si sta battendo con determinazione per questa causa.

   All’origine della protesta, si distinguono politici come Garo Paylan e Sezin Uçar, candidati al parlamento turco nelle fine del Partito democratico dei popoli (HDP) e Ali Çelik, alla guida, a Tuzla, di un’altra forza d’opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP). Un ruolo di primo piano nella mobilitazione spetta a Nor Zartonk, gruppo di iniziativa degli armeni di Turchia creato con l’obiettivo di opporsi ad ogni forma di discriminazione, attivo insieme ad altre associazioni.

   Grazie anche a un uso sapiente dei social media, e facendo ricorso in particolar modo alla lingua turca, gli attivisti sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla loro causa e a raccogliere attorno a sé il supporto di molti. La loro protesta è sfociata quindi in una lunga occupazione, che non si è ancora conclusa, nonostante la promessa del proprietario – avvenuta in seguito a un intervento del Primo ministro turco Ahmet Davutoğlu – di una pronta restituzione del terreno. Gli attivisti ora attendono che si passi dalle parole ai fatti, prima di concludere l’occupazione. Nel frattempo Krikor Ağabaloğlu, pastore della Chiesa Protestante di Gedikpaşa, ha annunciato che dopo la restituzione verrà creato a Kamp Armen un nuovo orfanotrofio che ospiterà “bambini di tutte le nazioni”, e non solo più armeni.

   Ma non c’è solo Kamp Armen: anche le elezioni parlamentari turche del 7 giugno rappresentano uno sviluppo importante per la comunità armena. Per la prima volta, infatti, ci saranno – in liste diverse – tre candidati appartenenti a questa minoranza. Il primo è il già ricordato Garo Paylan, protagonista della protesta, che ha ricordato in una recente intervista come risalga agli anni sessanta l’ultimo caso di un armeno eletto al Parlamento turco. Un altro è la giovane avvocatessa Selina Doğan, nelle fila del Partito Popolare Repubblicano, principale forza d’opposizione del paese. Non manca infine un candidato anche nel partito al potere, quello del presidente Erdoğan: si tratta del noto giornalista Markar Esayan. Una rappresentanza politica trasversale, come visto, e che rappresenta a maggior ragione un segno di cambiamento importante nella società turca. (Simone Zoppelaro)

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COSA FU IL GENOCIDIO ARMENO

di Matteo Miele, 13/4/2015, da http://www.ilpost.it/

– Breve storia dello sterminio che iniziò cento anni fa a Costantinopoli ed è tuttora oggetto di grandi contestazioni: l’ultima riguarda le cose che ha detto il Papa –

   Domenica 12 aprile, Papa Francesco ha tenuto una messa nella Basilica di San Pietro a Roma, per celebrare i 100 anni del genocidio del popolo armeno. Durante la funzione, il Papa ha usato il termine “genocidio” per riferirsi al massacro degli armeni, avvenuto nel 1915: «La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del Ventesimo secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana». La Turchia non è stata molto contenta: i vari governi turchi che si sono succeduti negli anni hanno sempre negato che sia mai avvenuto un massacro di queste proporzioni.

   Un anno fa, in occasione del 99esimo anniversario del genocidio, l’attuale presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha fatto delle scuse, molto generiche, nei confronti delle persone di tutte le etnie e religioni uccise in quelli che ha definito “gli incidenti” del 1915. Erdogan non ha mai utilizzato la parola “genocidio” e tuttora il governo turco è molto critico con chiunque associ questo termine ai massacri del 1915. Dopo la funzione del papa, il governo turco ha convocato l’ambasciatore dello Stato del Vaticano. La formula “genocidio” era già stata utilizzata da un altro papa: nel 2001, in un comunicato congiunto con Karekin II, leader della chiesa armena, Giovanni Paolo II aveva descritto con le stesse parole quello che gli armeni chiamano il “Medz Yeghern”, il “Grande Crimine”.

   Lo sterminio sistematico degli armeni nei territori dell’Impero ottomano iniziò la notte del 24 aprile 1915. L’obiettivo dei Giovani Turchi, organizzazione nazionalista nata all’inizio del Ventesimo secolo, era creare uno stato nazionale turco sul modello dei nuovi paesi europei nati nell’Ottocento: creare dunque la Turchia e unirla con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). Gli armeni, cristiani ed indoeuropei, erano l’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine il sogno nazionalista di un immenso territorio che dal Mediterraneo arrivasse fino allo Xinjiang cinese. Il primo passo era la nascita di un nuovo paese abitato soltanto da turchi.

   Le popolazioni cristiane, che per secoli si erano organizzate in diversi millet (le comunità religiose e nazionali), dovevano sparire dal territorio: la definizione “Stato nazionale” prevede un paese linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta in larga misura da un unico gruppo etnico e dove le altre popolazioni si limitano a piccole minoranze (l’Italia ne è un esempio). L’idea dei Giovani Turchi era dunque conseguire con la forza le condizioni che la storia non aveva realizzato. Armeni, greci, assiri, le tre più importanti comunità cristiane, erano i primi obiettivi. Inizialmente i Giovani Turchi si servirono anche dei curdi (iranici, ma musulmani) per portare avanti le stragi.

(Chi sono i Giovani Turchi)

Gli armeni erano stati i primi al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio paese, nell’anno 301. Secondo la tradizione la fondazione della Chiesa armena viene fatta risalire a Taddeo e Bartolomeo (due apostoli di Gesù), ma fu solo all’inizio del IV secolo che San Gregorio Illuminatore battezzò il re armeno Tiridate III. Da allora il Cristianesimo è diventato il pilastro dell’identità armena. Religione e cultura furono i segni distintivi degli armeni, per secoli sotto dominazioni straniere.

   In ogni casa, anche la più povera, non mancano mai i libri e nelle biblioteche è possibile scovare antichi volumi a forma di bottiglia per nasconderli meglio dalla distruzione degli invasori e preservare la propria storia e il proprio futuro. Prima di convertirsi al Vangelo, Tiridate aveva fatto rinchiudere San Gregorio in un pozzo sul quale oggi sorge il monastero di Khor Virap, dal quale è possibile ammirare il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia. Secondo la Bibbia fu proprio sulle alture dell’Ararat che l’arca di Noè si sarebbe fermata.

   Il genocidio del 1915 iniziò però lontano dall’Ararat, a molti chilometri di distanza dall’Armenia storica: a Costantinopoli nella notte del 24 aprile, nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. Poi, sistematicamente, il massacro andò avanti più a Oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno, uccidendo gli uomini e deportando i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete, abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il “Grande Male”.

   Oggi gran parte dell’Armenia storica si trova in territorio turco: in primo luogo per via del genocidio che annientò le vite di un milione e mezzo di armeni, e poi per il tradimento delle potenze occidentali che nel 1923 firmarono a Losanna un nuovo trattato che annullava quello di Sévres del 1920, che avrebbe dovuto dare vita a un’Armenia indipendente nel territorio dell’Armenia storica, secondo quanto voluto dal presidente americano Woodrow Wilson.

   Agli armeni non rimase dunque che una piccola porzione di territorio, la Repubblica democratica armena, che entrata a far parte dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Venti, ritroverà l’indipendenza solo nel 1991. Nell’Armenia occidentale restarono solo chiese diroccate, monasteri deserti, villaggi abbandonati. La cattedrale di Akhtamar, importantissimo centro della cristianità armena su un’isola del lago di Van, è stata trasformata pochi anni fa in un museo dal governo turco. I nomi stessi di quei luoghi sono monumenti dolorosi di un mondo distrutto dall’odio nazionalista che tuttora continua sistematicamente a negare le proprie responsabilità.

   La storiografia ufficiale turca cerca infatti di inserire i massacri all’interno della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio dell’intera popolazione armena. Il solo nominare la parola “genocidio” in Turchia può costare diversi anni di carcere e il riconoscimento da parte di un paese terzo porta regolarmente alle proteste di Ankara. In realtà la Grande guerra fu solo un’utile circostanza per condurre a termine un progetto ideato molto prima.

   Il massacro di Adana del 1909 e prima ancora i massacri hamidiani di fine Ottocento ne sono tragiche prove, così come aver accompagnato al genocidio armeno, il genocidio assiro ed il genocidio greco. Oggi anche l’Ararat si trova oltreconfine, in territorio turco. Può essere contemplato da Yerevan, la capitale della Repubblica armena, ma quella frontiera così vicina rimane forse la più imponente testimonianza della tragedia. (Matteo Miele)

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alba sul Bosforo
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