L’EUROPA CHE COSTRUISCE MURI, contro le MIGRAZIONI SUD-NORD: risposta alle PAURE e al POPULISMO con politiche di chiusura – i NUOVO MURI: abbattuti quelli in “uscita” (Berlino) nascono quelli IN “ENTRATA” (così la virtuosa convivenza non va da nessuna parte e affondiamo nell’irrisolto)

foto di VENTIMIGLIA, giugno 2015 - VENTIMIGLIA e il blocco dei migranti da parte della Francia – “Su alcune decine di migliaia di profughi che chiedono aiuto l’Europa si gioca l’anima. Un’Unione più salda, federale, capace di prendere decisioni politiche comuni potrebbe assolvere con dignità quel che i suoi principi gli impongono. È in questi momenti che con più Europa si possono salvare valori che fanno la nostra identità” (Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 16/6/2015)
foto di VENTIMIGLIA, giugno 2015 – VENTIMIGLIA e il blocco dei migranti da parte della Francia – “Su alcune decine di migliaia di profughi che chiedono aiuto l’Europa si gioca l’anima. Un’Unione più salda, federale, capace di prendere decisioni politiche comuni potrebbe assolvere con dignità quel che i suoi principi gli impongono. È in questi momenti che con più Europa si possono salvare valori che fanno la nostra identità” (Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 16/6/2015)

LE MANI, LE FACCE E LA NOSTRA VERGOGNA – NEI video dello sgombero di Ventimiglia, un migrante-migratore fugge i poliziotti in tenuta antisommossa saltellando malamente sugli scogli come un gabbiano esausto, terrorizzato ma incapace di riprendere il volo. Ed è un’immagine che colpisce. Ma le foto, quelle sono destabilizzanti, non somigliano a nulla di ciò che chiamiamo scontro, sgombero, operazione di ordine pubblico. –    Bisogna guardare quelle mani profilatticamente guantate (scabbia? uniforme?) piantate sulle facce: ma non fermarsi lì. Bisogna guardare le facce che quelle mani coprono, spingono, spostano. E poi guardare gli occhi sbarrati, stanchi, su quelle facce. Se cerchiamo in quelle facce la minaccia del barbaro predatore, lo sguardo rapace dell’invasore, faremo fatica a trovarli. Non basta. Guardiamo anche le facce dei poliziotti proprietari di quelle mani guantate. Sotto le visiere espressioni incredule, senza i digrignamenti della lotta. Se cerchiamo in quelle facce la ferocia del repressore, lo sguardo compiaciuto dell’aguzzino, faremo fatica a trovarli. –    Non basta ancora. Guardiamo l’insieme, questo intreccio di arti e di corpi umani, guardiamo questi gesti spasmodici e annaspanti che possono essere spintoni come abbracci, manate come sostegni, guardiamo questo affrontarsi di tensioni, questo assurdo scontro di forze senza convinzione, questo impatto di volontà che sembrano più incredule che determinate, da entrambe le parti: perché mi stai facendo questo? Perché devo farti questo? –   Sì certo, le fotografie non la dicono mai tutta. Sì, certo, anche questa volta non lasciamo che l’impatto emotivo delle immagini sia la risposta. Però almeno sia la domanda; e cerchiamo noi la risposta. La domanda quale può essere, se non: questo paese vuole essere accogliente o escludente? E la risposta quale può essere, se non che la volontà che costringe a scegliere, la volontà sterilizzata e guantata che ordina solo di spostare fermare e respingere, la volontà che adesso chiamiamo Europa, e che pretende di parlare a nome nostro, questa volontà ormai ha un nome con la minuscola, e quel nome è vergogna? (di Michele Smargiassi, da “la Repubblica” del 17/6/2015)

…….

MURI nel-mondo (mappa da www.giornalettismo.com/)
MURI nel-mondo (mappa da http://www.giornalettismo.com/)

   Il nuovo muro annunciato che dovrà sorgere tra Ungheria e Serbia, voluto dal governo ungherese, è stata una notizia choc, che ha messo ancora più in crisi la geopolitica e i tentativi di trovare una soluzione (di solidarietà) per i tanti profughi che vengono in questo momento.

   L’Europa si vanta sì di aver “dismesso” il MURO DI BERLINO nel 1989; ma quello era un MURO IN USCITA, cioè serviva a impedire ai tedeschi dell’est di espatriare in Occidente. I muri di adesso sono invece MURI IN ENTRATA, che servono a impedire gli arrivi di persone “sgradite”: non turisti danarosi, ma poveri o perseguitati politici che fuggono dal Sud del mondo dalla miseria o dalla guerra.

BARRIERA DI CONFINE A MELILLA - Quando all’INIZIO degli ANNI NOVANTA la SPAGNA cominciò a costruire della BARRIERE CON FILO SPINATO ATTORNO A CEUTA E MELILLA, alte prima quattro poi sei metri, costo finale 30 milioni di euro, quella decisione sembrò una bizzarria della Storia, un anacronismo post-muro di Berlino giustificato dall’eccezionalità della situazione geografica: le due città, spagnole dal XV secolo, sorgono sulla costa mediterranea del Marocco, e costituiscono LA SOLA FRONTIERA TERRESTRE DELL’EUROPA IN AFRICA. (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)
BARRIERA DI CONFINE A MELILLA – Quando all’INIZIO degli ANNI NOVANTA la SPAGNA cominciò a costruire della BARRIERE CON FILO SPINATO ATTORNO A CEUTA E MELILLA, alte prima quattro poi sei metri, costo finale 30 milioni di euro, quella decisione sembrò una bizzarria della Storia, un anacronismo post-muro di Berlino giustificato dall’eccezionalità della situazione geografica: le due città, spagnole dal XV secolo, sorgono sulla costa mediterranea del Marocco, e costituiscono LA SOLA FRONTIERA TERRESTRE DELL’EUROPA IN AFRICA. (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)

   Il Muro che sorgerà ora in Europa, in Ungheria, sarà, avvertono i portavoce del governo, un solido, robusto, invalicabile RETICOLATO ALTO 4 METRI. Lungo i 175 CHILOMETRI della frontiera TRA UNGHERIA E SERBIA.

il confine tra Ungheria e Serbia - Dopo il caso della Francia che ha chiuso il confine di Ventimiglia per bloccare l’accesso ai migranti e la scelta di Londra, che ha finanziato la costruzioni di barriere al porto di Calais, a innalzare un nuovo muro nel continente europeo è l’Ungheria, pronta a costruire una barriera al confine con la Serbia
il confine tra Ungheria e Serbia – Dopo il caso della Francia che ha chiuso il confine di Ventimiglia per bloccare l’accesso ai migranti e la scelta di Londra, che ha finanziato la costruzioni di barriere al porto di Calais, a innalzare un nuovo muro nel continente europeo è l’Ungheria, pronta a costruire una barriera al confine con la Serbia

   Non è solo un problema della nostra Europa in declino incapace di affrontare in altro modo il mondo che si sta muovendo: un muro di 70 chilometri (e barriere fino a 1.000 chilometri) lo troviamo tra gli Stati Uniti e il Messico, per respingere fisicamente la miseria, e anche dentro Israele, 700 chilometri di muro e barriere con la Cisgiordania per contrapporsi al “pericolo” palestinese.

   Ma quel che sta accadendo in Europa in questo momento, cioè del respingimento da parte dei paesi del centro-nord del continente (Francia in primis) dei migranti (e profughi) che arrivano con barconi sulle coste del sud dell’Italia, e cercano di avviarsi verso Francia, Germania, Svezia…, quel che accade ha poco a che vedere con una unitaria ed efficace politica di “presa in carico” e tentativo di soluzione del problema delle ondate di migrazione.

CALAIS - LA  SITUAZIONE DI SGOMBERI DI CAMPI ALL'APRILE 2015 (da www.hurriya.noblogs.org/) - IL NUOVO CONFINE DI CALAIS - LA GRAN BRETAGNA HA CONCLUSO CON LA FRANCIA UN ACCORDO per finanziare con 15 milioni di euro una palizzata che sta rendendo IL PORTO DI CALAIS INACCESSIBILE AI MIGRANTI
CALAIS – LA SITUAZIONE DI SGOMBERI DI CAMPI ALL’APRILE 2015 (da http://www.hurriya.noblogs.org/) – IL NUOVO CONFINE DI CALAIS – LA GRAN BRETAGNA HA CONCLUSO CON LA FRANCIA UN ACCORDO per finanziare con 15 milioni di euro una palizzata che sta rendendo IL PORTO DI CALAIS INACCESSIBILE AI MIGRANTI

   In questi mesi c’è un fortissimo aumento di chi deve scappare dalla guerra: sono 60 milioni di persone, una cifra impressionante, data dall’ONU, e naturalmente solo in minima parte si dirigono verso di noi, l’Europa, ma sono concentrati in particolare nei Paesi in via di sviluppo che, quest’ultimi, ospitano l’86% dei rifugiati. Cioè tutti quei paesi che accolgono profughi e hanno nei loro territori specie di confine campi profughi, e che sono appunto confinanti con paesi in guerra (come adesso il caso della Turchia con la vicina Siria e del consolidarsi lì dello stato dell’Isis).

IL PREMIER UNGHERESE VIKTOR ORBAN CHE ANNUNCIA LA COSTRUZIONE DEL MURO:  L’Ungheria, vista anche la effettiva facilità di passaggio degli immigrati dalla Serbia, si mette a costruire un Muro: che, secondo la volontà del governo ungherese sarà un solido, robusto, invalicabile RETICOLATO ALTO 4 METRI. Lungo i 175 CHILOMETRI della frontiera TRA UNGHERIA E SERBIA
IL PREMIER UNGHERESE VIKTOR ORBAN CHE ANNUNCIA LA COSTRUZIONE DEL MURO: L’Ungheria, vista anche la effettiva facilità di passaggio degli immigrati dalla Serbia, si mette a costruire un Muro: che, secondo la volontà del governo ungherese sarà un solido, robusto, invalicabile RETICOLATO ALTO 4 METRI. Lungo i 175 CHILOMETRI della frontiera TRA UNGHERIA E SERBIA

   Dice l’Onu che i profughi sparsi nel mondo rappresentano adesso il 24esimo stato più popoloso del pianeta: uno STATO SENZA CONFINI, fatto di rifugiati, o sfollati o richiedenti asilo, oppure apolidi per causa di forza maggiore e dei sopravvissuti in fuga; e di tutte queste cose a volte messe assieme.

   Nel caso del nostro vissuto, abbiamo profughi e migranti che arrivano al nord dell’Italia, e già qui è messo in atto un vero e proprio scaricabarile fra Regioni, sindaci, governi e capitali europee (una situazione schizofrenica: un mondo che non vuole migranti, non sa aiutarli e non può respingerli), dimenticando le innumerevoli tragedie del mare che ha vissuto e rischiato questo popolo di migranti, ha dovuto sopportare, e adesso, di fronte a queste persone, qualcosa si deve pur fare in modo dignitoso per loro (ma anche per noi).

I più colossali muri fisici sono quelli che cercano di DIFENDERE LE FRONTIERE ESTERNE DELL’UNIONE EUROPEA. Per esempio quello iniziato nel 2012 e ormai concluso, 12 CHILOMETRI DI BARRIERE E FILO SPINATO TRA LA CITTÀ GRECA NEA VYSSA E LA TURCA EDIRNE (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)
I più colossali muri fisici sono quelli che cercano di DIFENDERE LE FRONTIERE ESTERNE DELL’UNIONE EUROPEA. Per esempio quello iniziato nel 2012 e ormai concluso, 12 CHILOMETRI DI BARRIERE E FILO SPINATO TRA LA CITTÀ GRECA NEA VYSSA E LA TURCA EDIRNE (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)

   Pare invece crearsi già qui da noi un conflitto tra regioni ricche del Nord e regioni povere del Sud, senza considerare, oltretutto, che proprio il Sud sopporta il peso maggiore degli sbarchi quotidiani. Con situazioni che se non affrontate dalle autorità politiche con chiarezza porta a far sì che chiunque esprima una sua “soluzione”: rimandare subito queste persone arrivate nei propri Paesi di provenienza; chiedere che l’Onu intervenga con i caschi blu nell’Africa del nord per fermare la partenza dei barconi; ripartire i migranti tra i vari paesi europei (era la soluzione proposta circa un mese fa, delle cosiddette “quote” e sembrava accolta… invece…); far proseguire i migranti verso i Paesi con il Pil più alto o con la disoccupazione più bassa…tutte soluzioni una diversa dall’altra, contrapposte, nessuna sufficientemente seria da potersi realizzare.

   E, se capita di vedere, sentire, leggere i mass media, fa specie che i più arrabbiati dell’arrivo di queste persone sono i più poveri, i senza casa, i disoccupati senza reddito: preoccupazioni e insicurezze dei ceti più deboli (“a loro sì a me no…”) che mette in moto una tragica competizione su prestazioni e servizi. Questa si diffonde pian piano su tutta la popolazione, uno stato di disagio, che da vita a proposte di “soluzioni forti”, perentorie, come quella di “blocchiamo le frontiere”, respingiamo il “nemico”, il “diverso” che crea squilibrio, che non sappiamo dove mettere. Preoccupazioni serie, sicuramente, ma quando le soluzioni non sono chiare, mancano, le pulsioni “più facili” (mandiamoli via, a casa…) danno origine a quel fenomeno che vien chiamato POPULISMO che, storicamente, è causa di irrazionalità, violenze, guerre, razzismi espressi, realizzati in azioni violente.

muro-barriera a CEUTA, città spagnola in Marocco
muro-barriera a CEUTA, città spagnola in Marocco

   L’Europa che non riesce a gestire il fenomeno migratorio, non trovando soluzioni, che si affida solo ai RESPINGIMENTI, ai MURI, è pure un’Europa estremamente divisa al suo interno tra gli stati nazionali (nel momento di necessaria unità che ci vorrebbe), che si affida al “ciascuno fa per se”, al singolo stato nazionale che si salvaguarda.

   Ma adesso, nei giorni e mesi a seguire, il fenomeno migratorio incontrollato non può che aumentare (nonostante muri e respingimenti), e sempre troppo tardi ma necessariamente l’Europa (pur nei piccoli interessi di ciascuna nazione) dovrà avere più coraggio e dignità di quel che adesso sta miserevolmente esprimendo. (s.m.)

…………………

IN GERMANIA IL DOPPIO DEI RIFUGIATI DELL’ITALIA

– I flussi in Ue. Nel 2014 Berlino ne ha riconosciuti 40mila, Roma 20mila – Tra i primi 10 anche Svezia (30mila) e Francia (14mila) –

di Marco Ludovico, da “il Sole 24ore” del 17/6/2015

   Lo scenario europeo dei flussi di rifugiati racconta un’Europa un po’ meno disattenta all’immigrazione di come invece appare. Non ci sono dubbi sul fatto che l’onere dell’accoglienza al primo sbarco sulla terraferma, dopo il viaggio della disperazione attraverso il Mediterraneo, spetta all’Italia, soprattutto, e alla Grecia. La Spagna, da questo punto di vista, si è attrezzata per ridurre al minimo il fenomeno analogo proveniente dal Marocco.

   Al 16 giugno di quest’anno gli sbarchi sulle coste italiane sono stati 58.659, contro i 57.628 dello stesso periodo 2014. La preoccupazione non sta tanto nei mille in più del 2014 ma nella tendenza all’aumento, di solito sempre concentrata nella stagione estiva. L’onere dell’accoglienza – in prima linea il ministero dell’Interno e in particolare il dipartimento libertà civili, guidato dal prefetto Mario Morcone – è dunque in capo al nostro Paese compresi i rischi nelle operazioni di soccorso, più o meno condivisi con il resto della squadra navale internazionale messa in piedi dall’Unione.

   La diatriba in atto tra Italia, Francia e Germania per un nuovo piano immigrazione deve fare i conti, invece, con una prospettiva più allargata. Parigi e Bonn, ma non solo, hanno dalla loro la ragione dei numeri, benché non possa essere l’unica logica imperante davanti a una tragedia umanitaria. Di certo, però, a guardare le statistiche 2014 di Bruxelles, il flusso degli immigrati che richiedono l’asilo o la protezione internazionale si distribuiscono tra più stati.

   Certo, l’anno scorso le richieste in Italia non state poche: 64.625. Ma un numero analogo l’ha dovuto gestire la Francia e quasi il doppio è finito alle commissioni insediate in Svezia, da sempre terra di destinazione ambita. Colpisce, soprattutto, la cifra in capo alla Germania, quasi 203mila istanze.

   Anche a vedere gli esiti finali delle decisioni si conferma la prima impressione. Così la Svezia riconosce lo status a circa 30mila richiedenti, la Francia 14mila, l’Olanda oltre 12mila e l’Italia poco più di 20mila, ma la Germania ne ha riconosciuti il doppio di Roma.

   Diversi anche gli atteggiamenti delle commissioni: a Bonn sono state rifiutate oltre 56mila istanze, a Parigi più di 53mila (i tre quarti di quelle presentate), a Roma 14mila600, in Svezia quasi 10mila. La difficoltà su questo fronte dell’Italia, in particolare, è concentrata sui tempi ancora lenti delle decisioni delle commissioni che devono valutare le istanze per il riconoscimento dello status di asilo politico o di rifugiato.

   Le attese possono durare fino a un anno e oltre. In questo periodo è scontato che il migrante ha diritto all’ospitalità, di solito viene alloggiato proprio in un CARA (centri di accoglienza richiedenti asilo). E i centri di questo genere sono ormai pieni. Tanto che le procedure di snellimento e razionalizzazione dei tempi delle istanze, allo studio del ministero guidato da Angelino Alfano, diventano a questo punto preziose: servono a liberare posti per i nuovi arrivi, non c’è più un minuto da perdere.

   Senza trascurare un altro fatto: il destino dei migranti che non ottengono il riconoscimento e che spesso non sono rimpatriati o quantomeno restano espulsi soltanto sulla carta.

   Del resto un altro fenomeno messo in evidenza di recente è quello dei cosiddetti “dublinati”: sono i richiedenti asilo giunti in altri stati d’Europa dall’Italia, dove erano sbarcati, che gli stessi stati chiedono di riportare sul nostro territorio in base al trattato di Dublino.

   Nel 2013 abbiamo dovuto riprendere, per così dire, oltre 15mila migranti, come ha calcolato la fondazione Leone Moressa. I dati 2014 non sono ancora tutti disponibili ma le stime della fondazione Moressa parlano, per la sola Germania, di circa 9mila persone che potrebbero rientrare sul nostro territorio.

   Anche a osservare i numeri della disoccupazione – nazionale e straniera – c’è grande divario tra l’Italia e altri Stati. Il tasso totale del nostro Paese è del 12,9%, quello degli stranieri del 17,5%; ma in Francia la forbice è tra 9,9% (nazionale) e 24,8% (stranieri) per non parlare della Svezia: 8,1% contro il 29,2%. Anomalie e squilibri dei numeri in campo che raccontano un’altra realtà e spiegano, ammesso che ce ne fosse bisogno, i motivi dell’irrigidirsi delle posizioni davanti alle decisioni finali di Bruxelles a fine mese sull’immigrazione. (Marco Ludovico)

……………………

NORD CONTRO SUD, CONFLITTI DI SOLIDARIETÀ

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 12/6/2015

  Ripensando l’evangelica metafora della cruna dell’ago, non è semplicistico constatare che benessere ed egoismo vadano a braccetto e che la solidarietà stia diventando merce rara. In Italia e in Europa. È emblematico l’atteggiamento nei confronti dei migranti, il desolante scaricabarile fra Regioni, sindaci, governi e capitali europee, come se le immani tragedie di questi mesi non fossero avvenute o non avessero insegnato nulla.

   La convergenza d’interessi dei cittadini e di sensibilità politiche di vario colore mette in conflitto regioni ricche del Nord e regioni povere del Sud, senza considerare, oltre tutto, che proprio il Sud sopporta il peso maggiore degli sbarchi quotidiani. Al tempo stesso, la pur discutibile proposta delle quote di accoglienza ha messo in conflitto Paesi più bisognosi di solidarietà (Italia, Grecia) e molti Paesi dell’Europa del Nord che hanno respinto la proposta o l’hanno lasciata annegare fra distinguo e rinvii a Bruxelles.

   Schengen è una foglia di fico su ideali di libera circolazione contraddetti da chiusure di frontiere e controlli ossessivi. Sui treni per Parigi o per Vienna, la polizia controlla e respinge. Nella Francia socialista, si assiste a sgomberi forzati di accampamenti improvvisati. La Gran Bretagna si chiude e si arrocca.

   Nessuno può nascondersi la dimensione del problema, l’impossibilità di accogliere tutti e di farlo in modo decente, la lotta contro il tempo per trovare spazi, centri, contromisure politiche, diplomatiche, militari. Ma è triste che ovunque si senta dire che la «soluzione» è altrove: nei Paesi di provenienza, all’Onu, nel Paese con il Pil più alto o con la disoccupazione più bassa, nella Regione X o nel villaggio Y. Altrove, basta che non sia nel mio giardino.

   Si potrebbe concludere che i migranti hanno più possibilità di accoglienza fra i poveri o nelle aree meno progredite? La risposta è più complicata. Sulle chiusure del Nord pesano preoccupazioni e insicurezze dei ceti più deboli, più esposti alla convivenza con i nuovi arrivati e a una tragica competizione su prestazioni e servizi, che condizionano la rappresentanza politica a tutti i livelli, dal municipio al parlamento di Strasburgo.

   Ma di questo passo risulta vincente la versione più subdola e raffinata del POPULISMO che assomiglia molto alla DEMOCRAZIA DEL SONDAGGIO e DEI TALK SHOW. È quel POPULISMO CHE PARALIZZA DECISIONI CORAGGIOSE E LUNGIMIRANTI ASSUNZIONI DI RESPONSABILITÀ, che non ha nemmeno bisogno di tribuni spregiudicati, che si alimenta con la paura delle prossime elezioni. Con il paradosso che il populismo dei vari Front National diventa l’alibi e la misura dell’azione politica.

   L’egoismo del Nord ricco, soprattutto della Germania, e la paura del nuovo populismo sono riscontrabili anche nel modo in cui si lascia la Grecia sull’orlo del burrone con un occhio, più che al sostenibile conto del salvataggio, ai contraccolpi dell’opinione pubblica, «drogata» dalla narrazione a senso unico sull’allegra finanza di Atene e sul dovere morale di pagare i debiti, anche a costo di fare morire il debitore. In questo caso, la solidarietà, fondamento di molte costituzioni e della stessa Europa, c’entra poco con la necessità dei «compiti a casa», delle riforme strutturali, dei parametri di Maastricht, (violati, in passato, proprio dai Paesi ricchi). Conta di più l’interesse nazionale, senza memoria e senza prospettiva. Lo stesso interesse che spinge lontano la Gran Bretagna e che, di questo passo, farà implodere l’Europa. (Massimo Nava)

……………………..

QUEI MURI IN EUROPA: DALLA PALIZZATA DI CALAIS AL BRENNERO. COSÌ IL CONTINENTE È ANCORA DIVISO

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015

PARIGI – Quando all’inizio degli anni Novanta la Spagna cominciò a costruire della barriere con filo spinato attorno a CEUTA e MELILLA, alte prima quattro poi sei metri, costo finale 30 milioni di euro, quella decisione sembrò una bizzarria della Storia, un anacronismo post-muro di Berlino giustificato dall’eccezionalità della situazione geografica: le due città, spagnole dal XV secolo, sorgono sulla costa mediterranea del Marocco, e costituiscono la sola frontiera terrestre dell’Europa in Africa.    Ogni tanto, nella madrepatria, qualche migliaio di spagnoli scendono in piazza per protestare contro le due barriere, lunghe quasi 10 chilometri ciascuna e munite sulla sommità di lame affilate che adempiono almeno in parte al loro scopo: non scoraggiano, ma tagliano esseri umani tanto disperati da arrampicarsi lo stesso. Manifestazioni per esempio nel 2005, quando 15 migranti arrivati dall’Africa subsahariana persero la vita nel tentativo di superare le fortificazioni.

   All’inizio nei cortei si gridava lo slogan «basta muri, più ponti», una frase che oggi fa quasi sorridere per la sua ingenuità. In Europa il clima politico e intellettuale prevalente consiglia fermezza, e disincanto, nei confronti dei migranti. Mai come in questi giorni in Francia viene ripetuta la storica frase pronunciata in tv il 3 dicembre 1989 dall’allora premier Michel Rocard: «Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». I muri funzionano o quasi, via libera ai muri.

IL NUOVO CONFINE DI CALAIS

Il muro vero in costruzione a Calais, per esempio. La Gran Bretagna ha concluso con la Francia un accordo per finanziare con 15 milioni di euro una palizzata che sta rendendo il porto inaccessibile ai migranti. Nel 2002 l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy chiuse il centro di SANGATTE come se si potesse cancellare l’immigrazione per decreto, ma i migranti somali, sudanesi, eritrei ovviamente non hanno mai smesso di arrivare a Calais per tentare di raggiungere con ogni mezzo la terra promessa, l’Inghilterra.

   Le barriere tengono lontani dalle navi i circa 3000 clandestini. Allora ieri, per esempio, dalla collina ormai nota come «New Jungle» hanno lanciato sacchi di rifiuti in mezzo alla strada per fare rallentare i camion, e permettere a circa 200 compagni di dare l’assalto ai rimorchi. «Scene apocalittiche», ha detto una fonte della polizia. Scene che potrebbero finire quando le fortificazioni saranno completate.

   QUELLO DI CALAIS È L’UNICO MURO ALL’INTERNO DELL’UNIONE EUROPEA, pensato per proteggere la Gran Bretagna (che non fa parte di Schengen) dai flussi migratori in arrivo dal resto dell’Ue. L’INGHILTERRA QUINDI HA SPOSTATO IN AVANTI IL SUO CONFINE, il più lontano possibile da Londra. ADDIRITTURA IN FRANCIA.

BARRIERE (FORSE) PROVVISORIE

Poi ci sono i muri invisibili e provvisori, come quelli di VENTIMIGLIA e del BRENNERO, avvisaglia di quello che ci aspetta — il ripristino delle frontiere all’interno dell’Europa — se i Paesi membri non trovano un’intesa. Nonostante i dinieghi, a Ventimiglia la Francia di fatto blocca il confine, non limitandosi a condurre controlli puntuali e a campione come prevede Schengen ma fermando gruppi interi di persone, sulla base dell’aspetto esteriore. Come ha detto a Mediapart Laurent Laubry, del sindacato di polizia Alliance, «generalmente le persone con la pelle bianca non vengono dall’Africa». LA FRONTIERA È TORNATA, SIA PURE SELETTIVA.

   I più colossali muri fisici sono quelli che cercano di difendere le frontiere esterne dell’Unione europea. Per esempio quello iniziato nel 2012 e ormai concluso, 12 CHILOMETRI DI BARRIERE E FILO SPINATO TRA LA CITTÀ GRECA NEA VYSSA E LA TURCA EDIRNE. Il governo di Atene decise di seguire l’esempio di Ceuta e Melilla per fermare il gigantesco afflusso di migranti del Medio Oriente (soprattutto siriani e iracheni in fuga dalla guerra) che usavano il FIUME EVROS per provare a entrare in Europa. La Grecia ha speso tre milioni di euro per costruire il muro. La Ue non ha contribuito al finanziamento, ma Francia e Germania hanno sostenuto politicamente la scelta di Atene.

CHIUDERE DENTRO O TENERE FUORI

Ma la storia forse più incredibile è quella della BULGARIA: dopo avere finalmente buttato giù le barriere di epoca sovietica che servivano per tenere la gente chiusa dentro, il governo di Sofia è passato a costruirne un’altra, stavolta per tenere la gente chiusa fuori.

   Anche qui il CONFINE da fortificare e rendere invalicabile è quello CON LA TURCHIA. Nel settembre scorso è stata completata la prima tratta di 32 chilometri, il progetto complessivo arriva a 160. Ma già così, nel 2014 solo quattromila persone sono riuscite a entrare illegalmente in Bulgaria; l’anno prima erano state 11 mila.

   Il NUOVO MURO ANNUNCIATO ADESSO TRA UNGHERIA E SERBIA potrebbe quindi non essere l’ultimo della serie. A Melilla, dove tutto cominciò, l’artista italiano Blu ha dipinto una gigantesca bandiera europea: al posto delle 12 stelle, filo spinato. (Stefano Montefiori)

A Melilla, dove tutto cominciò, l’artista italiano Blu ha dipinto una gigantesca bandiera europea: al posto delle 12 stelle, filo spinato (nella foto, PARTICOLARE della bandiera del pittore Blu)
A Melilla, dove tutto cominciò, l’artista italiano Blu ha dipinto una gigantesca bandiera europea: al posto delle 12 stelle, filo spinato (nella foto, PARTICOLARE della bandiera del pittore Blu)

………………..

PROFUGHI, LA NAZIONE FANTASMA: 60 MILIONI IN CERCA DI ASILO. È IL 24ESIMO STATO DEL MONDO

di Paolo G. Brera, da “la Repubblica” del 18/6/2015

– Le cifre dell’UNHCR: non sono mai stati così tanti dalla Seconda guerra mondiale a scappare da conflitti e persecuzioni. E mai così pochi a poter tornare a casa –

   IL 24ESIMO STATO PIÙ POPOLOSO DEL MONDO NON ESISTE: è il PAESE FANTASMA DEL POPOLO DEI RIFUGIATI, la patria senza confini degli sfollati e dei richiedenti asilo, degli apolidi per causa di forza maggiore e dei sopravvissuti in fuga.

   Sono 60 milioni di persone, 8,3 milioni più di un anno fa, 23 milioni più di dieci anni fa. Dalla Seconda guerra mondiale non sono mai stati così tanti, e non sono mai state così poche le persone che riescono finalmente a tornare in ciò che rimane della loro casa.

   È la sconcertante realtà raccontata dai numeri, dalle voci e dalle storie del rapporto annuale che l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.

   IL MONDO È MALATO COME NON È ACCADUTO MAI: ogni giorno, nel 2014, un esercito di 42.500 civili è stato divorato dalla terra di nessuno di chi ha perso tutto e può solo fuggire, lasciandosi alle spalle «persecuzioni e conflitti, violenza e violazioni dei diritti umani ». Un numero abominevole che è un atto di accusa al mondo intero, perché questa cifra sconvolgente negli ultimi quattro anni è esattamente quadruplicata.

   Ogni 122 abitanti della Terra, uno è diventato un profugo, e in maggioranza (51%) si tratta di bambini. Ma il dito puntato dalla storia è verso gli altri 121, quelli che non lo hanno saputo o potuto impedire: «È terrificante – dice l’Alto commissario per i Rifugiati, António Guterres – che da un lato coloro che fanno scoppiare i conflitti risultano sempre i più impuniti, e dall’altro sembra esserci una totale incapacità da parte della comunità internazionale a lavorare insieme per costruire e mantenere la pace».

   Ecco, appunto: dev’essere per questo che nel 2014 i rifugiati riusciti a tornare a casa sono stati 126.800, il numero più scarno degli ultimi trent’anni. Intanto, «NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI SONO SCOPPIATI O SI SONO RIATTIVATI ALMENO 15 CONFLITTI: otto in Africa (COSTA D’AVORIO, REPUBBLICA CENTRAFRICANA, LIBIA, MALI, NIGERIA, REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, SUD SUDAN e quest’anno BURUNDI); tre in Medio Oriente (SIRIA, IRAQ e YEMEN), uno in Europa (UCRAINA) e tre in Asia (KIRGHIZISTAN, MYANMAR e PAKISTAN)».

   Ogni nuova crisi dissemina morti e distruzioni, ma diventa anche una sorgente di ESODI FORZATI che si diffondono nel resto del pianeta. SIRIANI e Iracheni in fuga trovano una strada impervia di ostilità già affollata da milioni di SOMALI e AFGANI. L’onda tracima nei conflitti mai risolti, affollando periferie e margini di un mondo che non vuole migranti ma non sa aiutarli e non può respingerli.

   IN TUTTO IL MONDO, I RIFUGIATI SONO 19,5 MILIONI, GLI SFOLLATI INTERNI 38,2 MILIONI E I RICHIEDENTI ASILO 1,8 MILIONI.

   Ma attenzione: se l’Europa fatica ad affrontare un problema che ha largamente contribuito a creare, come possono riuscirci I PAESI IN VIA DI SVILUPPO CHE OSPITANO L’86% DEI RIFUGIATI?

   Se al nostro mondo occidentale resta il 14% del problema, il 25% dei rifugiati si trova addirittura nell’elenco dei paesi meno sviluppati del pianeta. Nella classifica dei paesi ospitanti, al primo posto è salita la TURCHIA (1,59 milioni di persone) seguita dal PAKISTAN (1,51 milioni) e dal LIBANO (1,15), dall’IRAN, dall’ETIOPIA e dalla GIORDANIA.

   E se guardiamo al RAPPORTO TRA RIFUGIATI E CITTADINI, il primato della mano tesa va al LIBANO: 232 RIFUGIATI OGNI MILLE ABITANTI, quasi UNO SU QUATTRO.

   In Europa, però, «i migranti forzati hanno raggiunto quota 6,7 milioni contro i 4,4 del 2013»: il 51% in più. Su 1,7 milioni di richiedenti asilo nel mondo nel 2014, 173mila lo hanno fatto in Germania. (Paolo G. Brera)

……………………

Ungheria, il muro contro i migranti – Il Papa: pentitevi

UN NUOVO MURO NEL CUORE DELL’EUROPA. L’UNGHERIA ANNUNCIA: “BARRIERA CONTRO I MIGRANTI”

di Andrea Tarquini, da “la Repubblica” del 18/6/2015

– Un reticolato alto 4 metri lungo tutto il confine con la Serbia. II premier Orbàn: “Pronto entro una settimana. Non possiamo più aspettare: dobbiamo difenderci dall’invasione”. Belgrado: “Sorpresi, noi siamo solo un Paese di transito”. Protesta l’Onu. Ue: “Servono misure alternative per sorvegliare le frontiere” Nel 2012 i profughi entrati nell’Unione attraverso lo Stato magiaro erano stati duemila. L’anno scorso sono saliti a 43mila –

BUDAPEST – Quando l’annuncio è venuto, non voleva crederci nessuno: in Europa, con Orbán e con la marea dei migranti, torna l’èra dei Muri, proprio quei Muri della cui caduta Orban allora giovane dissidente liberal fu coraggioso protagonista.

   Sembra un incubo eppure è vero: il governo nazional-conservatore ed euroscettico di Budapest cita gli analoghi esempi greci, bulgari e spagnoli: “Così non viene violata alcuna convenzione internazionale”. Gli ungheresi hanno annunciato che costruiranno un Muro lungo tutta la frontiera con la Serbia. Un Muro per bloccare la marea umana di siriani, e africani che attraverso il ventre molle balcanico, dopo aver superato pericoli e insidie, cercano di arrivare al confine magiaro per entrare nell’Unione europea e nello spazio di Schengen. Da domani non sarà più possibile, è il messaggio.

   Arriva così il muro di Orbàn, con cui il premier osteggiato e visto con sfiducia in tutta la Ue vuole rifarsi verginità e credibilità politica. Abile come sempre, mi dice un alto diplomatico d’un Paese chiave della Vecchia Europa, il premier magiaro sa come muoversi, «un po’ scacchista e un po’ giocatore di poker», cogliendo di sorpresa chiunque lo critichi, nel momento più giusto».

   Annuncio inatteso, come un fulmine sebbene il cielo dell’Europa spaventata dai migranti non sia sereno, meno che mai qui nel torrido caldo danubiano. «II governo», ha annunciato freddo e preciso alle 13 locali il portavoce dell’esecutivo, Péter Szijjàrtò, «ha dato al ministro dell’Interno Sàndor Pinter l’incarico vincolante di costruire una barriera lungo il confine con la Serbia».

   È la prima volta in assoluto, nella vita dell’Unione europea dopo la caduta della Cortina di ferro, di una barriera che separa un pezzo d’Europa dall’altro. La Memoria rammenta amara che fu proprio in Ungheria, 26 anni fa, che incoraggiati dalla rivoluzione di Solidarnosc e dei generali in Polonia i comunisti riformatori allora al potere ma consci di stare per perderlo aprirono una prima breccia nel muro. Quando guardie di frontiera magiare e austriache insieme tagliarono con le cesoie i primi tratti di filo spinato, tarda primavera del 1989.

   E quando pochi mesi dopo, il 16 settembre , l’Ungheria invasa da cittadini della Ddr in fuga decise di lasciarli passare oltre il confine austriaco, con l’accordo di Gorbaciov e Kohl e sfidando i gerarchi tedesco-orientali, cecoslovacchi e romeni, da Honecker a Bilak a Ceausescu che minacciò attacchi missilistici contro il Paese magiaro.

   Le mille coppie miste tra cittadini tedeschi dell’est e occidentali che nacquero allora a Budapest, nel campo profughi di Zugliget, che l’esercito magiaro difendeva dalle spie della Stasi, sono soltanto memoria. Il Muro che risorge ora non sarà un vero Muro, avvertono i portavoce del governo, confermati da osservatori e diplomatici occidentali. Ma un solido, robusto, invalicabile reticolato alto 4 metri. Lungo i 175 chilometri della frontiera tra Ungheria e Serbia.

   «I lavori preparatori per la chiusura della frontiera dovranno essere ultimati ENTRO MERCOLEDÌ PROSSIMO (24 GIUGNO, ndr), poi il primo luglio informeremo di ogni dettaglio i nostri partner», ha precisato Szìjjàrtò. E intanto l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, protestava contro i manifesti ufficiali magiari volti a dissuadere i migranti, condannandoli come razzisti.

   Il premier serbo ALEKSANDER VUCIC ha replicato all’annuncio dichiarandosi «sorpreso e shockato. La Serbia è solo un Paese di transito per i migranti». Mentre la portavoce Ue NATASHA BERTAUD ribadiva che «la Ue non promuove l’uso di recinzioni e incoraggia gli Stati membri ad adottare misure alternative per sorvegliare le frontiere».

   Attenti però, non è tutta colpa di Orbàn, dicono qui a Budapest in molti. La Serbia, il piccolo Stato balcanico, erede della Jugoslavia senza mezzi né know-how, non ha saputo dimenticare il passato delle guerre di Milosevic, suggeriscono fonti Nato, non si è mostrato capace di mostrare alcuno sforzo per avvicinarsi all’Unione europea. Neanche per il controllo della frontiera.

   Al contrario: Belgrado ha a lungo dato l’impressione di voler lasciar passare tutti, le sue guardie di frontiera raccontano ai poveracci in fuga dalla Siria, dalla Libia, dalla Macedonia della quasi guerra civile o da ovunque altrove, che passando quel confine verso la MAGYAR KOEZTARSASÀG troveranno libertà di movimento all’interno della Ue. Quindi pane e lavoro.

   Ha persino istigato i giovani del Kosovo, ex provincia ribelle adesso riconosciuta da Berlino e molti altri, ad andarsene. Almeno una cosa bisogna riconoscere a Orbàn: a suo modo ha preannunciato la scelta. «Non riteniamo giusto che i serbi ci spediscano tutti questi profughi, ci riserviamo il diritto di prendere adeguate contromisure», aveva detto pochi giorni fa il premier ungherese. E aveva aggiunto, preciso e ammonitore: «Noi ci teniamo ogni opzione aperta, compresa quella di una totale chiusura del confine serbo». Detto, fatto.

   Le cifre d’altronde parlano: nel 2012 i profughi entrati nella Ue attraverso l’Ungheria erano stati appena 2mila, l’anno scorso sono invece saliti a 43mila, quanti tutti gli abitanti di una media città ungherese.

   Chi non ha ascoltato Orbàn allora, lo ha frainteso. Non è uomo di mezze misure. È arrivato recentemente persino a sfidare la Ue alludendo a una reintroduzione della pena di morte. Poi solo le urla di Merkel e Juncker lo hanno indotto a frenare. «Ma figuriamoci», mi dice un amico dissidente ieri sotto la dittatura comunista e oggi sotto questo governo, «se esita a colpire duro contro i serbi che non vigilano i confini: si mette semplicemente in sintonia con le numerose voci nella Ue, di destra ma non solo, che dicono basta alla marea umana». (Andrea Tarquini)

………………………………….

“UNO SCHIAFFO ALL’INTEGRAZIONE. TORNA LA BUDAPEST IMPERIALE”

Lo scrittore PAHOR: Orban bluffa, Bruxelles reagisca con fermezza

intervista di Mario Baudino, da “la Stampa” del 18/6/2015

   Boris Pahor, il grande scrittore triestino di lingua slovena divenuto popolare in italiano con «NECROPOLIS», un viaggio nell’orrore concentrazionario già esaltato, al momento della sua traduzione, in tutta Europa, non vuole credere al muro ungherese.

   A 102 anni, lucidissimo, continua a scrivere e a testimoniare: è appena uscito da Bompiani «TRIANGOLI ROSSI», un viaggio nei «campi di concentramento dimenticati», quelli di cui nessuno parla. «Un baedeker, una guida di viaggio», scherza amaramente l’autore. E gli piacerebbe pensare che anche il muro ungherese sia uno scherzo, una annuncio «stravagante».

Pare proprio che facciano sul serio.

«Purtroppo. È caduto il Muro di Berlino e ne sorgono altri, sto pensando anche a Israele. Dev’essere una specie di malattia».

Il vicino Oriente però è zona di guerra.

«E l’Europa dovrebbe essere una zona di pace, che abbatte le frontiere. Invece si scopre quanto ciò non sia del tutto vero, e come sia facile tornare indietro. L’Ungheria è però un caso con caratteristiche particolari, pur in un contesto dove la sua politica trova echi e risonanze. Ha storicamente quello che definirei uno “spirito dominante”; non dimentichiamo che quando la corona era unita a quella dell’imperatore asburgico, ha esercitato la sua influenza fino all’Adriatico».

E Pola era il «suo» porto.

«Questa però è storia. Anche se non archiviabile con un’alzata di spalle. Pensi alla politica di Putin: c’è un pericolo di guerra anche da noi, basta poco per precipitare nel gorgo. E il pericolo non può essere ignorato pensando che sia impossibile, che il passato ritorni».

Vede il nuovo muro in questo orizzonte?

«No, o almeno non voglio. Credo e spero che l’Ungheria stia lanciando dei ballon d’essai. Del resto pochi mesi fa il premier aveva addirittura ventilato il ripristino della pena di morte».

Nell’aprile scorso. Il primo ministro Orban lo aveva fatto sull’onda dell’emozione popolare per l’assassinio di un giovane tabaccaio nel Sud del Paese.

«La ferma reazione di Bruxelles – un Paese con la pena di morte non può restare in Europa, lo dicono i trattati – lo ha costretto a una precipitosa marcia indietro. Ora ci risiamo».

Secondo lei il muro potrebbe restare alla fase di annuncio?

«Dipende dalla fermezza con cui le istituzioni comunitarie sapranno reagire. Proprio nel momento in cui l’Unione apre alla Serbia, questa iniziativa ha il sapore di un altolà politico, di uno schiaffo all’Europa, più che di una misura – probabilmente inutile – per contenere l’immigrazione».

……………………………

Oltre il  Muro di Berlino

LE «BARRIERE» DEL MONDO CHE NON VOGLIONO CROLLARE

di Luca Miele, da AVVENIRE, 9/11/2014

   Venticinque anni fa si “sbriciolava” il Muro che aveva tagliato in due, come un’implacabile mannaia, Berlino. Il mondo esultava, la cicatrice della storia appariva risanata, il blocco dell’Est evaporava, pensatori come Francis Fukuyama vaticinavano la fine della storia, in molti scommettevano sul compimento delle promesse, per tanti era il vagito di una nuova era, quella della pace mondiale.

   A distanza di 25 anni l’ubriacatura si è dissolta. E con il Muro si è sbriciolata anche l’illusione che tutte le barriere sparissero e che i confini si risolvessero in cuciture permeabili e attraversabili. La storia ha scoperto e inventato altri muri, altre barriere, ha secreto altre divisioni. Si edificano reticolati per fermare chi bussa alle porte della prosperità (Ceuta Melilla, Usa-Messico). Si innalzano barriere per mummificare la storia (Coree). Si chiude per sigillare un territorio e immunizzarlo dal terrore (Cisgiordania). E la mappa delle divisioni appare oggi drammaticamente lunga.

Da una parte la prima economia al mondo. Dall’altra un Paese devastato dalle mattanze dei narcos. In mezzo un confine lungo 3.200 chilometri. Che il governo Usa vuole sigillare con una barriera lungo un terzo del percorso. L’obiettivo? Bloccare l’immigrazione dal Messico e dagli altri Paesi dell’America centrale.

È una striscia di terra che taglia la Penisola Coreana e serve come zona cuscinetto tra le due Coree, l’aggressivo (e povero) Nord, il democratico (e ricco) Sud. La Zona demilitarizzata coreana è lunga 248 chilometri e larga 4. Ha un triste primato: è il confine più armato del mondo.

Un altro muro sopravvive in Europa. A Cipro. Le forze turche invasero ed occuparono la parte nord dell’isola nel 1974 dopo il golpe dei greco-ciprioti appoggiato dalla Grecia. La linea verde divenne una vera barriera con 180 chilometri di filo spinato, e una “no man’s land” di larghezza variabile, dai 3 metri nel centro della capitale ai 7,5 chilometri nel villaggio di Athienou.

Si erge invece alle porte dell’Europa la barriera di Ceuta e Melilla: nelle due enclave spagnole situate in territorio africano, oltre lo Stretto di Gibilterra sono state edificate due barriere di filo spinato (di 8,2 e 12 chilometri) al confine con la Spagna per bloccare l’accesso in massa degli immigrati che vogliono raggiungere l’Ue. Costruite alla fine degli anni Novanta, da allora sono state innalzate fino a raggiungere l’altezza di 6 metri.

La barriera di separazione israeliana è invece un sistema di barriere fisiche costruito in Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002 con il nome di security fence allo scopo d’impedire fisicamente l’intrusione dei terroristi palestinesi dopo la stagione degli attentati suicidi in Israele. La barriera, lunga circa 700 chilometri, è stato ridisegnato più volte a causa delle pressioni internazionali, consiste in una successione di muri, trincee e porte elettroniche.

L’Arabia Saudita ha costruito un muro di cemento al confine con lo Yemen, equipaggiato con le più sofisticate e moderne apparecchiature elettroniche di sorveglianza. Il muro dovrebbe “proteggere” il Paese dagli immigrati provenienti dallo Yemen. Il re saudita Abdallah ha anche annunciato la costruzione di quasi 900 chilometri di barriere e posti di controllo a difesa dalle infiltrazioni jihadiste dello Stato islamico dall’Iraq. Anche nel cuore dell’Africa troviamo la “ferita” di un muro.

Il Botswana ha annunciato nel 2003 la costruzione di una barriera elettrica metallica al confine con lo Zimbabwe. Lunga 500 chilometri per un’altezza di due metri, ufficialmente è stata edificata con lo scopo di prevenire la diffusione tra il bestiame di malattie infettive da altri Paesi. Di fatto la barriera elettrica voleva essere una barriera dai civili in fuga dal vicino Zimbabwe.

Infine un altro fronte caldo (e minaccioso). La linea di demarcazione militare che divide India e Pakistan è chiamata “Linea di Controllo”, si estende per 3.300 chilometri e dal 1949 divide la regione del Kashmir in due zone: quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano. A partire dal 1990 l’India ha iniziato a costruire dal suo lato una barriera di separazione, completata nel 2004. (Luca Miele)

…………….

LA CORSA ALL’EGOISMO CHE DIVIDE L’EUROPA

– Gli esodi di massa stanno mettendo in difficoltà la Ue –

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 17/6/2015

   Dopo aver inghiottito un numero apocalittico di uomini, donne e bambini, il Mediterraneo sta inghiottendo l’Europa. Non altrimenti possono essere interpretate le manovre in corso nella Ue che rischiano di trovare i primi riscontri già oggi nella riunione dei ministri degli Interni, per poi trasformarsi in un globale compromesso al ribasso in sede di Consiglio europeo il 25 e 26 giugno.

   L’Italia fa e farà benissimo ad alzare la voce, a ricordare per quanto tempo e con quali costi siamo stati lasciati soli davanti al fenomeno migratorio proveniente in massima parte dalla Libia. Ma se anche i progetti della Commissione di Bruxelles ottenessero qualche soddisfazione, se anche quarantamila migranti candidati all’asilo fossero trasferiti da Italia e Grecia nel resto dell’Europa, noi avremmo comunque l’onere di restare in prima linea e l’Europa confermerebbe, dietro la retorica comunitaria, quelle che sono in realtà pulsioni disgregative senza precedenti dal tempo dei Trattati fondanti.

   Una realtà essenziale va riconosciuta anche se le strumentalizzazioni di politica interna hanno interesse a negarla: questa che oggi ci prende d’assalto, come tutte le migrazioni di massa, non è destinata a finire sino a quando ne sussisteranno i motivi (guerre nei Paesi d’origine, ma anche calamite del benessere nei Paesi di approdo).

   Non c’entra il governo del momento, c’entrano semmai quelli, e sono tanti e di diversa nazionalità, che hanno creato le condizioni del flusso. Poi andrebbero mantenute le proporzioni: per dirne una, quattro milioni di profughi siriani sono in Turchia, Libano e Giordania.

   Infine, andrebbero evitate le foglie di fico destinate a nascondere quel che non è realizzabile su scala efficace: il rimpatrio dei migranti economici, la verifica dei richiedenti asilo addirittura in Libia, come se tutti ignorassero quel che accade in Libia, e via speculando.

   Certo, gli accordi possibili vanno conclusi e gli aiuti conseguenti vanno concessi, ma questa politica viene attuata a Bruxelles già da anni e non ha mai seriamente alleggerito le pressioni migratorie. Quanto alle opzioni militari, in attesa della sospirata risoluzione dell’Onu conviene limitare gli annunci e accontentarci di quel che già avviene: la discreta distruzione delle imbarcazioni dei clandestini dopo il loro salvataggio in mare ad opera delle navi multinazionali (ma in maggioranza italiane) dell’operazione Triton.

   Ebbene, come reagisce l’Europa alla sfida che abbiamo appena sintetizzato?

   La parola «quote» fa inorridire la Francia, ma anche parecchi altri. Se sono «obbligatorie», poi, scoppia una mezza rivolta da parte di ben 12 Paesi europei, l’intero blocco dell’Est, i baltici, ma anche la Spagna.

   Tutto deve essere fatto su base «volontaria», in modo da poter dosare l’impegno a seconda del momento politico e degli umori prevalenti.

   Del resto, la Polonia che vuole essere un «grande» europeo fa come gli altri e ricorda le elezioni di ottobre.

La Francia ha a che fare con la signora Le Pen, non bisogna chiederle troppo, nemmeno a Ventimiglia.

Britannici, irlandesi e danesi non votano, hanno le loro eccezioni.

   I tedeschi fanno l’elastico, ma d’accordo con Parigi e Madrid ritengono che vadano modificati i criteri per definire le quote (pardon) per Paese, per esempio tenendo maggior conto della disoccupazione (e così la Spagna di migranti in più ne prenderebbe pochini) o dei migranti già ospitati (e allora Germania e Francia sarebbero quasi a posto).

   Insomma, tagliate di qua, addolcite di là, smussate dappertutto, e qualcosa nascerà. Forse con un rinvio a dopo il 26 giugno, non si sa mai.

   È questa l’Europa che parla di ulteriore integrazione dell’eurozona? Sono queste le lacrime che gli europei hanno versato davanti alle stragi nel Mediterraneo? Meglio prendere atto della realtà, e la realtà è molto semplice. Le ambizioni europee, anche nei rari casi in cui si manifestano (la Commissione ci aveva provato), sono ormai in rotta di collisione con la democrazia, cioè con le elezioni che ne sono la base.

   L’ascesa dei partiti populisti, ma meglio sarebbe chiamarli speculatori, orienta le scelte dai governi e alimenta un circolo vizioso tra proteste sociali e mancanze di leadership che può portare soltanto alla disgregazione. Per reagire c’è ancora tempo, poco.

   La nostra speranza sopravviverà fino alla sua fine. Ma nulla, nella complessità del momento, sembra incoraggiante. In Libia continuiamo (tutti) a non sapere cosa fare. Comunque finisca, il braccio di ferro con la Grecia ha già rivelato montagne di errori (reciproci) e non resterà senza conseguenze.

   Il Brexit probabilmente non avrà luogo grazie al pragmatismo dei britannici, perché tedeschi e francesi penseranno alle loro elezioni nel medesimo 2017.

   La crisi Ucraina, cioè la Russia, spaccano in due o in tre l’Europa malgrado le sofferte votazioni unanimi, e a fare i veri giochi è l’America strettamente legata alla Polonia e alle Repubbliche Baltiche (che hanno almeno una lunga storia di patimenti da far valere) anche se questo può significare, al di là dei torti degli uni e degli altri, un ritorno di guerra fredda sul Continente.

   L’Europa perde terreno su tutti i fronti. Ma a farle rischiare la morte per cecità nazionalistica sono più di tutti loro, i diseredati che bussano alla sua porta e non sanno di innescare una umiliante corsa all’egoismo. (Franco Venturini)

………………………..

SE LA FRANCIA DIFENDE I DIRITTI SOLO QUANDO LE CONVIENE

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2015

   C’è un’idea di Francia e c’è la Francia di oggi. La prima è quella che amiamo, che accompagna la storia dei diritti dell’uomo e scalda i cuori quando popolo e intellettuali si mobilitano per una bella causa. Le navi in soccorso dei boat people vietnamiti, SoS Racisme, Médecins sans Frontiéres, Je suis Charlie: quante bandiere sventolate alla solidarietà, al dovere di accoglienza, all’universalità dei diritti, all’unità dei cittadini di ogni colore. La seconda è una società chiusa e rancorosa, in cui l’agenda della politica è dettata dalla paura del Front National e da forme di razzismo e populismo che s’insinuano nella sensibilità collettiva.

   La Francia di oggi è il Paese che le «barricate» le alza a Ventimiglia per fermare profughi, molti vittime di una guerra — in Libia — che la Francia ha scatenato in nome della libertà, come invocava il suo intellettuale più famoso, Bernard-Henri Lévy.

   È il Paese che direbbe ancora no alla Costituzione europea, che fa sgomberare accampamenti di clandestini nelle piazze di Parigi e che più di altri soffre della sindrome da «invasione». È il Paese che sconta l’ipocrisia delle belle parole con la realtà delle sue periferie.

   Beninteso, la Francia ha forti ragioni per pretendere rispetto dei trattati e considerare un livello di flussi migratori e di problematiche più importanti e più gravi di quanto ne sopporti l’Italia. Peraltro, da molto più tempo, essendo diversa la storia dell’immigrazione postcoloniale. Contro le ragioni di Parigi, la «ritorsione» dei visti temporanei non è la via migliore per costruire soluzioni condivise.

   Ma la Francia è stata spesso capace di andare oltre ogni considerazione d’interesse nazionale, di opportunità, di dati statistici. Un Paese capace di mobilitarsi e assumere posizioni coraggiose se sono in gioco diritti fondamentali. Una certa idea di Francia, appunto. Quella che vorremmo riscoprire a Ventimiglia. (Massimo Nava)

………………………….

L’EUROPA SENZA FRATERNITÉ

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 17/6/2015

   I VAGONI diretti a Porte de la Chapelle passavano sull’accampamento sorto in una notte al riparo della ferrovia soprelevata. Era come un frammento d’Africa nel cuore della metropoli.

   A DUE passi dai sexyshop di Pigalle e sul percorso che si fa per raggiungere il Charles de Gaulle, l’aeroporto internazionale a Nord della capitale. Sotto teloni rappezzati e scoloriti si muovevano lenti uomini a torso nudo, donne col capo avvolto in foulards islamici, e bambini coperti di stracci assiepati attorno a bracieri fumanti come piccoli incendi.

   Alle famiglie eritree, somale, sudanesi il continuo brontolio della metropolitana sulle loro teste doveva sembrare il tuono di un temporale ininterrotto riservato a loro. Perché sporgendosi dall’ombra del tetto rumoroso scoprivano che sul traffico parigino brillava un sole quasi estivo. E se si fossero inoltrati nel quartiere, fin dove c’è il Moulin Rouge, avrebbero visto esposti in vetrina gli ultimi ritrovati dell’erotismo destinati ai turisti arrivati o in arrivo dal resto dell’Europa con colonne di pullman.

   Ma nessuno osava muoversi da quella tana, che era un’insperata oasi, raggiunta chissà con quali  peripezie. Purtroppo effimera.

   Non abito molto lontano da quel luogo e comunque mi capita di passarci per andare a prendere un aereo. E lunedì, 8 giugno, ho scoperto che come era comparso miracolosamente quel villaggio africano è scomparso miracolosamente. Poliziotti in divisa, alcuni accompagnati da cani al guinzaglio, presidiano la zona. Le autorità francesi hanno esitato prima di decidere lo sgombero.

   Non è stato uno spettacolo edificante offerto dal governo socialista. Il timore di dover affrontare altri casi del genere ha probabilmente contato sulla fermezza di Ventimiglia. L’apertura di quella frontiera agli immigrati potrebbe provocare altre situazioni del genere a Parigi o in altre città di Francia. I sudanesi, gli eritrei, i somali erano scampati alle tempeste mediterranee e alle brutalità degli equipaggi, e avevano risalito la Penisola prima di approdare sotto il metrò di Porte de la Chapelle.

   Lo sguardo della città non è più turbato da quello spettacolo, anche se non molto lontano, nello stesso arrondissement, di fronte ai Jardins d’Eol, si è ricreato un nuovo villaggio africano. Ma al contrario di quello di Porte de la Chapelle, esso è fuori dal percorso di autorità e turisti diretti in questi giorni al Bourget, dove l’industria aeronautica internazionale mostra le sue ultime creazioni, in particolare gli aerei da caccia francesi di cui i paesi in guerra sono particolarmente ghiotti.    Quelle immagini, simili, senza troppo varianti, si ritrovano a Ventimiglia, in alcune stazioni italiane, a Lampedusa certo, e in altri angoli europei di confine (Calais, di fronte all’Inghilterra, è una località ormai leggendaria nella storia dell’immigrazione clandestina): ed esse sono le gocce della miseria che traboccano dai conflitti o dalle crisi nelle regioni più o meno vicine a noi.

   L’ Europa, non solo lei, alimenta quelle crisi e quei conflitti vendendo armi, a governi che giudica per interesse giusti ma che giusti non sono. La propria agitata morale va calmata ripetendosi che comunque se non fosse lei, l’Europa, a vendere le armi altri se ne occuperebbero. In certe occasioni si azzardano propositi troppo candidi. Ma inevitabili: si spacciano armi ma le vittime sono sgradite.

   La nostra Europa è stata nella prima metà del secolo scorso un ineguagliabile campione di stermini. Da settant’anni non conosce tuttavia vere guerre. Quelle vittime di drammi che si svolgono altrove, e che cercano un aiuto o un rifugio da noi, impongono l’applicazione dei nobili principi su cui è nata l’Unione. Ed infatti essi sono citati e proclamati dai nostri governanti, paladini della solidarietà. Ma al tempo stesso quegli stessi governanti non esitano ad accendere polemiche sulla spartizione degli immigrati arrivati dal Mediterraneo.

   Litigano se non proprio si accapigliano. Incalzati dalle ondate populiste che sollecitano le paure degli elettori presentando l’arrivo dei profughi come un’invasione, si accusano a vicenda. L’Italia rimprovera in sostanza alla Francia di non rispettare la fraternité di cui si dichiara la più zelante promotrice. La Francia all’Italia di essere poco realista e scarsamente organizzata. Le sensibilità nazionaliste affiorano. Il governatore di una regione italiana, la Lombardia, pensando di interpretare i pensieri del suoi elettori incalzati dai fantasmi dell’immigrazione, ha persino esortato a sparare se necessario. La Storia recente non ha insegnato che il razzismo è un’infamia.

   Su alcune decine di migliaia di profughi che chiedono aiuto l’Europa si gioca l’anima. Un’Unione più salda, federale, capace di prendere decisioni politiche comuni potrebbe assolvere con dignità quel che i suoi principi gli impongono. È in questi momenti che con più Europa si possono salvare valori che fanno la nostra identità. (Bernardo Valli)

…………………

STRANIERI ALLA DERIVA SENZA VOCE NÉ DIRITTI. L’ULTIMA SFIDA DELL’OCCIDENTE

– I migranti sono la cicatrice più profonda della globalizzazione: non li trattiamo come cittadini e, alla fine, nemmeno come uomini –

di Julia Kristeva, da “la Repubblica” del 17/6/2015

(Il testo è tratto dalla lectio magistralis che la scrittrice francese di origine bulgara Julia Kristeva terrà a Genova al Festival “Suq-Teatro del dialogo” il 22 giugno alle 18 durante la Giornata Mondiale del Rifugiato)

   DIRITTI dell’uomo o diritti del cittadino? Questa discordanza, di cui Hannah Arendt ha tracciato la genealogia, ma anche la degenerazione (la degenerazione che ha dato luogo al totalitarismo), compare con evidenza quando le società moderne affrontano il “problema degli stranieri”. La difficoltà che genera questa questione sarebbe racchiusa interamente nel vicolo cieco della distinzione che separa uomo e cittadino: non è forse vero che per stabilire i diritti che spettano agli uomini di una civiltà o di una nazione, anche la più ragionevole e la più consapevolmente democratica, si è obbligati a escludere da tali diritti i non cittadini, ovvero altri uomini?

   Questo modo di procedere significa – è la sua estrema conseguenza – che si può essere più o meno uomini a seconda che si sia più o meno cittadini, significa che chi non è cittadino non è interamente un uomo. Fra l’uomo e il cittadino, una cicatrice: lo straniero.

   È interamente un uomo se non è cittadino? Non godendo dei diritti di cittadinanza, possiede i suoi diritti d’uomo? Se, consapevolmente, accordiamo agli stranieri tutti i diritti degli uomini, che cosa ne resta in concreto quando togliamo loro i diritti del cittadino?

   Nella situazione attuale di mescolanza senza precedenti di stranieri sul pianeta, due soluzioni estreme si profilano: o si andrà verso degli Stati Uniti mondiali di tutti i vecchi Stati-nazione (processo immaginabile nel lungo periodo e che lo sviluppo economico, scientifico, mediatico lascia presumere), oppure il cosmopolitismo umanista si rivelerà un’utopia, e le aspirazioni particolaristiche imporranno la convinzione che i piccoli insiemi politici sono le strutture ottimali per la sopravvivenza dell’umanità.

   Nella prima ipotesi, la cittadinanza è chiamata a integrarsi il più possibile nei diritti dell’uomo e a dissolversi in essi, perché assimilando gli ex stranieri i cittadini nazionali perderebbero necessariamente molti dei caratteri e dei privilegi che li definiscono in quanto tali. Altre differenze si formerebbero, probabilmente, dando luogo al caleidoscopio multinazionale degli Stati Uniti mondiali: differenze sessuali, professionali, religiose ecc.

   Al contrario, se gli Stati-nazione dovessero sopravvivere ancora a lungo, come la difesa accanita dei loro interessi in questo momento pare indicare, lo squilibrio fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino creerebbe degli equilibri più o meno sottili o brutali. Diventerebbe allora necessario creare uno statuto degli stranieri che tuteli dai reciproci abusi, precisando i diritti e i doveri delle due parti. Questo statuto dovrebbe essere provvisorio, evolutivo e adattarsi ai cambiamenti dei bisogni sociali e delle mentalità.

   Quali che siano le differenze tra un paese e l’altro, si può generalizzare dicendo che nelle democrazie moderne gli stranieri sono esclusi da un certo numero di diritti. Prendiamo lo spinoso problema dell’esclusione degli stranieri dal diritto di voto. Gli argomenti delle due parti sono ben noti: «Gli stranieri in definitiva restano fedeli al loro paese d’origine e possono nuocere alla nostra indipendenza nazionale», dicono gli uni. «Gli stranieri costruiscono insieme a noi la nostra indipendenza economica, e pertanto devono godere dei diritti politici che conferiscono il potere di decisione», replicano gli altri.

   Quale che sia la tesi che finirà per prevalere, possiamo osservare, come ritengono alcuni giuristi, che «in questo modo lo straniero è ridotto a un oggetto passivo»: gli stranieri non votano e non partecipano, né allo Stato, né al parlamento, né al governo, sono «alienati rispetto all’ordine giuridico, così come all’ordine politico e all’insieme delle istituzioni della società in cui vivono».

   A questo si deve aggiungere il fatto che l’Amministrazione ha il potere di interpretare, vale a dire modificare attraverso regolamenti e decreti, la giurisdizione esistente, cosa che può portare a fare del diritto degli stranieri un «diritto al ribasso».

   Dopodiché nuovi stranieri inquietano ormai la globalizzazione: le rivendicazioni dei diritti spesso degenerano in vandalismo, o addirittura in gangster- integralismo e fanatismo che seminano morte. “Nuovi” perché agiscono, nel contesto di un risveglio della spiritualità, in nome di una spinta verso l’assoluto trasformata in quella che bisogna definire non più un’”idealità” (divina o universalista secolarizzata), ma una “malattia di idealità”. “Nuovi” perché in risonanza con i conflitti in Medio Oriente. E perché mettono in discussione il modello della secolarizzazione e della laicità.

   Gli ideali stessi scompaiono, spazzati via dalla più pulsionale delle pulsioni, la pulsione alla morte, colpendo in profondità il motore della civiltà, mettendo in evidenza la distruzione del “bisogno di credere” prereligioso.

   Scopriamo che fra questi nuovi stranieri, alcune persone – in particolare adolescenti – soccombono alla malattia dell’idealità. Esplodono letteralmente, incapaci di distinguere il dentro e il fuori, il sé e l’altro. La pulsione alla morte riassorbe la vita psichica: senza il sé e senza l’altro, né “io” né “tu”, “noi” sprofondiamo nella distruttività cieca e autodistruttrice.

   Le democrazie si trovano davanti a una sfida storica: sono in grado di affrontare questa crisi del bisogno di credere e del desiderio di sapere che il coperchio della religione non tiene più a freno, e che va a toccare il fondamento del legame fra esseri umani stranieri? L’angoscia che ci inchioda in questi tempi di eccessi con crisi economica e sociale sullo sfondo esprime la nostra incertezza davanti a questa posta in gioco colossale. (Julia Kristeva, traduzione di Fabio Galimberti)

………………….

I VERI MURI DEL POPULISMO CHE SPEZZA L’EUROPA

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 19/6/2015

   Caduto il muro di Berlino, l’Europa si era illusa di seppellire sotto le sue macerie l’ultima grande lacerazione continentale, la più profonda e traumatica, costruendoci sopra la cattedrale della propria riunificazione, della riconciliazione definitiva tra i suoi popoli.

   La frenesia integrativa che ne era nata ha dato vita, in poco più di un decennio, prima al mercato unico, poi alla moneta unica e infine al maxi-allargamento verso Est: un sommovimento senza precedenti, una doccia di speranza e di ottimismo quasi illimitati.

   Sono passati 26 anni da quel 9 novembre dell’89. Formalmente l’Europa continua a percorrere lo stesso sentiero. Ma, purtroppo, comincia a farlo a ritroso. In un tripudio di muri che spuntano, si erigono e moltiplicano dentro una casa comune che si divide e rimpicciolisce in un labirinto di cecità politiche incrociate.

   L’Ungheria ha appena annunciato la costruzione di una barriera alta 4 metri e lunga 175 chilometri lungo il suo confine con la Serbia per bloccare il flusso di rifugiati e immigrati: 60mila dall’inizio dell’anno, più o meno quanto quelli arrivati in Italia. Ironia vuole che proprio il Paese che è stato tra le grandi vittime della cortina di ferro non trovi, per affrontare il problema, niente di meglio che resuscitarla in una sorta di tragico contrappasso storico.

   Come se steccati e fili spinati fermassero davvero la forza della disperazione. Come se non fossero il business ideale dei trafficanti di uomini. Per quanto spettacolare e volutamente provocatorio, oggi il nazionalismo fai-da-te magiaro non è il solo macigno sulla strada di una politica di immigrazione comune.

   Di paletti ed egoismi che la ostacolano ce ne sono fin troppi e quasi dovunque in giro per l’Unione. Ma i muri che sorgono non sono fatti soltanto di mattoni. Ancora più pericolosi sono quelli psicologici, impastati di ideologie, umiliazioni e frustrazioni, interessi, scommesse spericolate e incoscienze contrapposte.

   Quello che oggi circonda la Grecia è potenzialmente ben più devastante della cortina ungherese perché, se non rimosso quanto prima, rischia di rovinarle addosso facendo morti e feriti ovunque, anche nel resto d’Europa. Questa semplice constatazione, che dovrebbe essere evidente a tutti, non sembra però scuotere i protagonisti di un dialogo bloccato.

   Mancano ormai solo 12 giorni alla scadenza del programma di assistenza ad Atene come al pagamento della rata da 1,6 miliardi al Fmi. Senza gli aiuti dei creditori e, a questo punto, senza una proroga del programma, la Grecia andrà in default. Per questo colpisce nel gioco del muro contro muro l’instancabile palleggio di responsabilità o, forse, sarebbe meglio dire di irresponsabilità. Avvenuto anche ieri a Lusseburgo alla riunione dei ministri dell’Eurogruppo.

   Alexis Tsipras gioca con il fuoco. Nella speranza di strappare il massimo di concessioni dai creditori non esita a esasperare i suoi interlocutori, a mettere sul tavolo anche la carta geo-politica, a sottolineare nei fatti la posizione strategica del suo Paese con la seconda visita domani a Vladimir Putin per firmare l’accordo per la costruzione del nuovo gasdotto promosso dalla Russia in aperta sfida a europei e americani.

   Pur avendo molte ragioni dalla sua parte, la nuova Grecia governata da Syriza di questo passo rischia la catastrofe per ottusità ideologica più che per incapacità negoziale. Pur avendo mostrato una certa flessibilità, necessariamente limitata dai troppi interessi contraddittori in campo, i creditori d’altra parte non riescono a fare il salto oltre il muro della diffidenza nei confronti di un debitore ritenuto inaffidabile e insolvente.

   Per questo rischiano di sacrificare i loro interessi di medio-lungo termine, che sono integrità e irriversibilità dell’euro, a quelli di breve che invece spingono alcuni a sperare di sbarazzarsi di un partner difficile oltre che troppo scomodo, minimizzando i contraccolpi di Grexit.

   Se entrambi, greci ed europei, non riusciranno a uscire dalla trappola del braccio di ferro in corso, il futuro dell’euro e dell’Europa oltre che della Grecia si annuncia cupo. Colpe ed eccessi, a ben vedere, sono quasi equamente ripartiti tra le due parti. Ma per i creditori i costi del disastro alla lunga sarebbero molto più pesanti, in termini politici e finanziari, del terzo salvataggio di Atene. Non è un calcolo esaltante ma al momento è quello più ragionevole da fare. Sempre che Tsipras si decida, da qui al vertice straordinario dell’Eurozona di lunedì, a dimostrare di essere uno stratega politico e non solo un tattico di piccolo cabotaggio. (Adriana Cerretelli)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...