REFERENDUM GREXIT IL 5 LUGLIO – L’EUROPA CHE VACILLA SULLA CRISI GRECA (ma anche sui NAZIONALISMI di tutti e sul POPULISMO crescente) – GUARDARE OLTRE GLI STECCATI CONTABILI per un rilancio dell’idea europea passa ora per il “piccolo” Paese ellenico, origine del pensiero occidentale

PIAZZA SYNTAGMA ad ATENE, il cuore della città - La Grecia si trova al momento in condizioni economiche disastrose. La disoccupazione è aumentata del 273 per cento dal 2009 a oggi, attestandosi al 25 per cento circa su scala nazionale. Il che vuol dire che 1,3 milioni di cittadini greci sono disoccupati. Se si aggiunge la popolazione inattiva, il dato schizza a oltre tre milioni a fronte di tre milioni e mezzo di occupati. I cinque anni gli stipendi sono calati del 37%, i consumi del 33%. Il debito pubblico, invece di scendere, è volato al 189% del Pil (da www.thepostinternazionale.it/ del 5/6/2015)
PIAZZA SYNTAGMA (con sullo sfondo il Palazzo del Parlamento) ad ATENE, il cuore della città – La Grecia si trova al momento in condizioni economiche disastrose. La disoccupazione è aumentata del 273 per cento dal 2009 a oggi, attestandosi al 25 per cento circa su scala nazionale. Il che vuol dire che 1,3 milioni di cittadini greci sono disoccupati. Se si aggiunge la popolazione inattiva, il dato schizza a oltre tre milioni a fronte di tre milioni e mezzo di occupati. I cinque anni gli stipendi sono calati del 37%, i consumi del 33%. Il debito pubblico, invece di scendere, è volato al 189% del Pil (da http://www.thepostinternazionale.it/ del 5/6/2015)

   La Grecia è in attesa dallo scorso febbraio dell’erogazione di un prestito da 7,2 miliardi, e deve versare entro la fine di giugno (martedì 30 giugno) circa 1,6 miliardi di euro in restituzione al Fondo Monetario Internazionale.

   Si parla da mesi di “settimane decisive” e “ultime possibilità” ma, secondo diversi giornali, stavolta ci siamo davvero. Se non dovesse ricevere altri prestiti la Grecia si troverà probabilmente a non riuscire a ripagare i suoi debiti: è così entrerebbe “in default”, in pratica il fallimento dello Stato. Le conseguenze di un default porterebbero a gravi conseguenze alla vita quotidiana dei cittadini greci, con in primis l’impossibilità di prelevare magari quel denaro che resta (per chi ne ha!) dalle banche, e la possibile uscita della Grecia dalla zona euro. Non ci sarebbero i soldi per pagare le pensioni, i dipendenti pubblici, e tutti ne risentirebbero gravemente dallo stato di miseria in cui molti, magari finora supportati da pur magre pensioni, verrebbero a trovarsi.

Il Premier greco Alexis Tsipras - UN REFERENDUM IN GRECIA IL 5 LUGLIO PER ACCETTARE O NON ACCETTARE LE CONDIZIONI DELLA U.E. - Si alza la tensione in Grecia dopo l'annuncio del premier Alexis Tsipras di indire un referendum sul piano proposto dai creditori ad Atene. Secondo il britannico "Daily Telegraph", nel Paese ellenico sarebbe iniziata una corsa al prelievo di contanti. Per arginare la "fuga" di capitali su conti di banche estere, alcuni istituti avrebbero interrotto le contrattazioni online
Il Premier greco Alexis Tsipras – UN REFERENDUM IN GRECIA IL 5 LUGLIO PER ACCETTARE O NON ACCETTARE LE CONDIZIONI DELLA U.E. – Si alza la tensione in Grecia dopo l’annuncio del premier Alexis Tsipras di indire un referendum sul piano proposto dai creditori ad Atene. Secondo il britannico “Daily Telegraph”, nel Paese ellenico sarebbe iniziata una corsa al prelievo di contanti. Per arginare la “fuga” di capitali su conti di banche estere, alcuni istituti avrebbero interrotto le contrattazioni online

   Un caso, quello greco, dove si capisce come l’economia in crisi, e i rapporti internazionali tra Stati possano sì aiutare un Paese, ma a volte anche condizionarlo negativamente: le “cose da fare” per uscire dalla crisi non le decide più il governo e il popolo che lo ha eletto, ma i creditori internazionali, quelli da cui è dipeso nel recente passato, e da cui dipende nel presente e nel futuro prossimo la sopravvivenza di una vita (pubblica dello Stato nei suoi servizi, e privata dei cittadini) dignitosa.

I GRECI AGLI SPORTELLI DEL BANCOMAT -
I GRECI AGLI SPORTELLI DEL BANCOMAT

   Il governo greco, mediando coi creditori (il FMI, la UE, la BCE, cioè la famosa denominata, in negativo, “Troika”) (con in particolare la Germania maggior creditrice, ma anche le banche francesi e italiane, per conto del governo, hanno prestato molti soldi alla Grecia…), il governo greco sta rivedendo misure economiche interne che servivano a un possibile rilancio economico, ma che vengono considerate “intollerabili” dai creditori internazionali ed europei (appunto la Troika…), perché “privilegi” che gli altri cittadini europei non hanno più e perché così il bilancio greco non viene risanato: come la riduzione dell’IVA concessa al commercio dal governo ellenico, dal 23 al 13 per cento, i pre-pensionamenti pubblici per aprire il lavoro ai giovani….

   Cose che i governanti greci sembrano disposti a ritirare (già i ristoratori e albergatori, ora all’inizio della stagione turistica estiva, incominciano a protestare per l’Iva maggiore che verrebbe ripristinata, a carico dei clienti…); e vengono prese misure di nuove tasse sui beni di lusso, sui profitti delle imprese… ma così (si capisce bene) è difficile che il PIL greco possa tentare di aumentare, portare qualche nuova ricchezza e occupazione…. Insomma una situazione assai complessa, precaria (possiamo ben dire: disastrosa).

provenienze etniche e linguistiche per popolo greco
provenienze etniche e linguistiche per popolo greco

   L’intromissione estera si fa più pesante “se sei debitore”: sarà l’Unione Europea a decidere a che età si va in pensione; e quali farmaci passa la mutua e quali no… Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottigliano enormemente. E, in se, in una logica federalista, potrebbe anche non essere un male (se gli “Stati Uniti d’Europa” “adottassero” l’affascinante, meravigliosa, regione geografica, la Grecia, così in profonda crisi, e intervenissero con aiuti veri per dare inizio a uno sviluppo generale, magari compatibile con l’Area mediterranea di cui la Grecia è il simbolo migliore, e la sua collocazione geografica ancor di più).

   In questa fase di mediazione politica con l’Unione Europea (in ispecie la Germania) e con il Fondo Monetario, il primo ministro greco Alexis Tsipras tira al massimo la corda, convinto che i suoi interlocutori alla fine saranno costretti a cedere per evitare il peggio anche a loro, al resto dell’Europa, che potrebbe vivere una crisi sia politica (dell’uscita di un paese “simbolico” come la Grecia) che dei mercati finanziari che andrebbero verso altri continenti più sicuri dell’ “instabile” Europa, vittima pure di nazionalismi, populismi e pure adesso crisi finanziarie degli Stati. E Tsipras contemporaneamente minaccia di “mettere” la Grecia nelle braccia della Russia, di Vladimir Putin…

ATENE quartieri poveri (foto da www.flipnews.org/) - “…Un giro per la città non turistica rende l’idea di quanto è successo negli ultimi cinque anni. Intere vie di serrande abbassate. Alloggi in vendita in centro a 20 mila euro. Gli stipendi sono quasi dimezzati, per chi ancora conserva un lavoro (….) (Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 22/6/2015)
ATENE quartieri poveri (foto da http://www.flipnews.org/) – “…Un giro per la città non turistica rende l’idea di quanto è successo negli ultimi cinque anni. Intere vie di serrande abbassate. Alloggi in vendita in centro a 20 mila euro. Gli stipendi sono quasi dimezzati, per chi ancora conserva un lavoro (….) (Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 22/6/2015)

   Qui vorremmo dimostrare che il “problema greco”, in se è molto meno grave di quel che lo si vuol far apparire (anche se è vero che se non lo si risolve positivamente può accadere un disastro per tutti…).

   Facciamo qui l’esempio di quel che accade nel 2009 negli Stati Uniti: cioè il caso del governo federale americano che ha salvato dalla BANCAROTTA il bilancio della CALIFORNIA. In quel momento lo Stato della California rischiava nel suo bilancio il default, una situazione che avrebbe provocato conseguenze disastrose a catena, negli Stati Uniti e nel mondo, e il GOVERNO FEDERALE USA è intervenuto finanziariamente in favore del Governo federale californiano (e nessuno ha avuto niente da ridire).

   In un contesto in cui il debito accumulato dal governo greco è all’80% già in carico all’Europa (in buona parte a tasso di interesse zero, e con restituzioni, trentennali ma anche di più…cioè “restituzioni mai”…), ai Paesi europei fa specie che per la “piccola Grecia” (che ha il 2% del PIL europeo) non ci si possa far carico, come Governo Federale dell’Unione Europea (lo strumento c’è già, la Banca Centrale Europea…) di un’azione di salvataggio “vero” della Grecia: nelle necessità finanziarie immediate e in un progetto di sviluppo perché ci sia una ripresa economica. Allora, è da chiedersi perché l’EUROZONA (cioè l’Europa più “vera”, quella operativa: i 19 Paesi che usano la stessa monete, l’euro) non decidono come governo federale di “adottare” la piccola (ma ineguagliabilmente importante) Grecia? Cosa aspettiamo ancora?

   Pertanto se è vero che l’atteggiamento un po’ irritante e spocchioso dei governanti attuali greci fa arrabbiare gli altri patners, è anche vero che quei governanti greci, attuali, nessuna responsabilità hanno della crisi pazzesca del loro Paese (addebitabile ai loro predecessori, agli sprechi delle Olimpiadi, ai bilanci taroccati, etc.); e che forti responsabilità hanno invece le autorità internazionali (la Troika…) che negli anni passati hanno condotto dei confronti della Grecia atteggiamenti poco responsabili (assecondando le scelte di debito e le spese “fuori bilancio”) condividendo un andamento finanziario del paese ellenico assai scellerato.

   Forse IL VERO ERRORE DEGLI ATTUALI GOVERNANTI GRECI È IL NAZIONALISMO (come la loro controparte europea…), il dire: “NON CI POTETE UMILIARE” (e il non accettare parametri europei, ad esempio sull’età pensionabile ai dipendenti pubblici come quella degli altri paesi). Pertanto greci, tedeschi, francesi etc, ricadono in quello che è l’inghippo attuale a un rilancio vero (economico, culturale, politico…) dell’Europa, inghippo che è lo stesso che nel secolo scorso ha causato due guerre mondiali: cioè il NAZIONALISMO, il non voler riconoscersi in un progetto federalista (che peraltro valorizzerebbe le Aree Regionali, e pur gli aspetti positivi, culturali, ambientali, economici dei singoli stati…).

   La necessità della creazione in EUROPA, almeno nei 19 Paesi della cosiddetta EUROZONA, di una autorevole FEDERAZIONE PIENAMENTE COMPIUTA, e che lo Stato Federale disponga delle risorse necessarie e delle deleghe politiche per interventi di sviluppo o salvataggio finanziario della Aree geografiche in difficoltà, è una misura quanto mai urgente, opportuna, necessaria.

In celeste la  ZONA EURO; in giallo gli UE non appartenenti all'AEC (Accordi Europei di Cambio: sono i componenti di un sistema introdotto nel 1979 per avere una stabilità monetaria tra le varie valute dell’UE); in rosa gli UE appartenenti all'AEC II con opt-out; in rosso gli UE non appartenenti all'AEC II con opt-out; in verde i “Non UE” che usano bilateralmente l'euro; in blu i “Non UE” che usano unilateralmente l'euro
In celeste la ZONA EURO; in giallo gli UE non appartenenti all’AEC (Accordi Europei di Cambio: sono i componenti di un sistema introdotto nel 1979 per avere una stabilità monetaria tra le varie valute dell’UE); in rosa gli UE appartenenti all’AEC II con opt-out; in rosso gli UE non appartenenti all’AEC II con opt-out; in verde i “Non UE” che usano bilateralmente l’euro; in blu i “Non UE” che usano unilateralmente l’euro

   E poi sul tema economico il problema di fondo resta l’attaccamento ostinato, da parte specialmente della Germania e dei Paesi del nord Europa, a una politica di austerità giudicata negativamente dalla maggior parte degli studiosi a livello internazionale (pur riconoscendo che non si può sperperare denaro pubblico e ogni spesa va fatta virtuosamente). Non si può pensare a un rilancio economico della Grecia senza prevedere misure (anche finanziarie, di spesa) che incentivino le risorse di quel paese (non solo dell’ambiente, del turismo, ma anche dei loro giovani che possano sviluppare attività lavorative, che si immaginino progetti economici, commerciali, agroalimentari, dentro all’Area mediterranea…)

   L’economia greca non potrà mai competere con quella di altri paesi europei su settori tradizionali di tipo esclusivamente tecnologico, o su certe branchie della manifattura. Decine di anni fa, prima di ogni integrazione economica europea (lo scambio commerciale libero, senza tassi dognali), la Grecia si pregiava di un artigianato tessile, con tessuti aritstici dipinti etc., di pregio. Ma è chiaro che non poteva resistere questo artigianato al commercio libero con prodotti tedeschi o di altre nazioni europee molto meno cari e di tipo industriale.

   Se di economia “specifica” dobbiamo pensare per la Grecia, questa non può che inserirsi nello splendido scenario del Mar Mediterraneo; nell’essere un appoggio e un ponte di scambio verso il centro-nord Africa e il Medio Oriente…

   Intanto la sofferenza greca continua nelle (non)scelte che gli organismi europei (e gli Stati nazionali che contano) continuano a (non)fare, nella speranza di una nuova Europa di là a venire. (s.m.)

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LA GRECIA SULLA VIA DEL REFERENDUM: SONDAGGI FALSI, PSICOSI POLITICA E CAOS

– Una rilevazione della società di Gpo dava in vantaggio i sì: cinque ore dopo la diffusione è stata ritirata con un comunicato al vetriolo e minaccia di querele. Non era inventato ma incompleto, però una “manina” l’ha passato a quotidiani e siti prima che fosse ultimato. Un caso che si aggiunge all’economia bloccata e dal ricorso al Consiglio di Stato sulla incostituzionalità del referendum stesso, che ha come effetto quello di aumentare ulteriormente il disordine –

di Francesco De Paolo, 2 luglio 2015, da “il Fatto Quotidiano”

   La strada del referendum si complica maledettamente, ma questa volta la cancelliera Angela Merkel non c’entra affatto. E’ tutto interno il magma caotico che sta avvolgendo la Grecia, i suoi cittadini e anche i media con un sondaggio della società di rilevazioni Gpo che dava i “sì” in vantaggio prima diffuso dai giornali e, poi, ritirato dopo un comunicato al vetriolo della stessa azienda che minaccia querele.

   Tutti i giornali ellenici l’hanno pubblicato, ma il punto è che era incompleto, però una “manina” l’ha passato a quotidiani e siti prima che fosse ultimato e, quindi, reso ufficialmente pubblico. Per la cronaca è l’unico degli ultimi giorni che dà in vantaggio il sì, mentre altri tre come come Palmos, Focus e Pro Rata portano un vantaggio del “no”. Un altro mistero che, in ogni occasione politica di rilievo, torna a fare capolino nelle vite dei greci, come gli attacchi terroristici dei rivoluzionari avvenuti nel paese negli ultimi dieci anni: sempre in curiosa concomitanza di una elezione o di una crisi governo.

   Un altro caso quello del sondaggio, l’ennesimo in questa crisi già zavorrata dal ricorso al Consiglio di Stato sulla incostituzionalità del referendum, che ha come unico effetto quello di aumentare la psicosi sociale a cui la politica non si sottrae. Il ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis ha abbandonato in fretta e furia gli studi di una trasmissione televisiva, troppe domande equivoche e un fuori onda sulla dracma pare non gradito. Spyros Sagias è segretario generale del palazzo Chigi di Atene: non va nel suo ufficio dallo scorso 29 giugno dal giorno in cui, secondo la stampa greca, avrebbe avuto uno scontro con i ministri Varoufakis, Pappas e Voutsis.

   Inoltre quattro deputati di Anel, la formazione di destra al governo con Tsipras (Vassilis Kòkkalis, Dimitri Kamenos, Nikos Mavraganis, Tanasis Papaxristopoulos) hanno annunciato che voteranno sì, aprendo di fatto anche un caso politico nella maggioranza. E l’estroso Varoufakis dice che sarebbe pronto a tagliarsi una mano pur di non firmare un accordo che non preveda l’haircut del debito, pensando già agli scenari che si apriranno da domenica notte in poi. E rafforzando la volontà espressa a Bloomberg tv di un suo passo indietro in caso di vittoria del sì.

   Intanto il governo nello spot di lancio della consultazione porta numeri e dati che fotografano quattro anni di austerity imposta dalla troika: “Dal 2010 al 2015 il 35% in più di suicidi, e il 270% in più di depressi”. E ancora, disoccupazione alle stelle e potere di acquisto diminuito sino ad oggi al pari dei salari del 25%. Una voce fuori campo recita: “Non vogliono un compromesso, ma un’umiliazione. Non vogliono risolvere, ma continuare verso una morte lenta. Vogliono la fine della democrazia. Glielo lascerai fare? No. Per una Grecia dignitosa. Per un’Europa democratica”.

   “Dimissioni di Varoufakis? Io non sono informato di una cosa del genere, ma poco importa – dice a Ilfattoquotidiano.it Vassilis Primikiris, membro della Segreteria Nazionale di Syriza – . Andiamo avanti per il no, per due motivi, uno democratico ed uno economico. Circa il primo, non è possibile sopportare attacchi come quelli subìti negli ultimi giorni solo perché abbiamo deciso di indire un referendum. Non capisco cosa temano. Perché un popolo non può decidere quale scelta fare? Lo dico chiaro: questo non è un referendum pro o contro l’euro, ma sulle politiche di austerità portate avanti dalla troika”.

   Il dirigente vicino all’ala integralista che fa capo al ministro dell’energia Lafazanis si chiede. “Perché la Bce ha interrotto la liquidità costringendoci a chiudere le banche nel Paese? E’stata una mossa per far sì che, tramite le banche, il governo greco facesse un passo indietro e annullare il referendum. Per questo insisto che è una questione di democrazia e di sovranità popolare. Per questo noi quel passo indietro non lo faremo”. (Francesco De Paolo)

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I TEMPI DELLA FINANZA, I TEMPI DELLA DEMOCRAZIA

di Luigi Zingales, da “il Sole 24ore del 28/6/2015

   Molti anni dopo la crisi dei missili a Cuba, l’allora ministro della difesa americana McNamara chiese a Fidel Castro, se – qualora attaccato — avrebbe risposto con i missili nucleari. Stupito della risposta affermativa chiese a Castro se si rendeva conto che questo avrebbe comportato l’annientamento del suo popolo. La risposta fu un agghiacciante «sì».

   Per fortuna nella crisi greca non ci sono ordigni nucleari di mezzo. Ma questa è l’unica consolazione che abbiamo in un momento estremamente difficile.

   Quello che la lezione di Cuba ci insegna e’ che i modelli di teoria dei giochi, che assumono la razionalità di tutti i giocatori coinvolti, non sempre funzionano. Costretti all’angolo, alcuni giocatori antepongono l’orgoglio alla ragione e compiono scelte devastanti per loro e per tutte le persone coinvolte. Questo sarebbe stato il caso di Castro se Kennedy avesse bombardato le postazioni dei missili a Cuba, e questo e’ il caso oggi con la decisione di Tsipras di indire un referendum sul accordo offerto dai creditori alla Grecia.

   Molti ritengono che la scelta di Tsipras sia sommamente democratica, ed e’ vero. Ma qui e’ dove i tempi della democrazia non coincidono con quelli della finanza. Lunedì mattina la corsa agli sportelli, già cominciata da tempo, si trasformerà in un vero e proprio assalto. Difficilmente la Banca Centrale Europea potrà aumentare la sua assistenza di liquidità, soprattutto dopo il 30 giugno, quando il mancato pagamento del prestito al Fondo Monetario Internazionale sarà ufficiale. Bloccare i movimenti di capitale non basterà. La gente si metterà a ritirare contanti. Se – come già in Argentina—si procederà anche ad un tetto mensile dei prelievi in contranti, ci sarà l’assalto ai negozi, con carte di credito. Meglio comprare dei beni che non si svalutano che tenersi dei depositi che rischiano di svalutarsi del 40-50%. In questa situazione e’ facile immaginare una rivolta di piazza ed una caduta del governo Tsipras.

   Come in una situazione di guerra, così in una situazione di crisi finanziaria, la democrazia diretta non funziona. Bisogna delegare le scelte. E chi è delegato deve assumersi la responsabilità di farle, anche a costo di sbagliare e poi essere smentito dall’elettorato. Tsipras paga la sua ambiguità elettorale: aveva affermato contemporaneamente che non avrebbe mai ceduto ad ultimatum dei creditori ma che avrebbe tenuto la Grecia nell’euro, non specificando cosa avrebbe fatto se costretto a scegliere tra le due opzioni. E invece di assumersi la responsabilità della scelta, la scarica sugli elettori. Probabilmente la loro risposta arriverà a giochi fatti.

   Tutta colpa di Tsipras? No. Certamente Tsipras ha commesso molti errori, ma le controparti europee non sembrano essere state da meno. Non hanno capito che la vittoria di Syriza era un segnale importante del fatto che i greci erano arrivati al limite. Invece di trovare un compromesso, hanno cercato in tutti i modi di screditare la controparte, sperando in una rapida caduta del Governo Tsipras. Non solo questa strategia è sommamente antidemocratica (vi immaginate cosa succederebbe se il presidente americano Obama cercasse di far cadere un governatore repubblicano di uno stato del’Unione?), ma è pure miope. Ignora che chiunque venga messo all’angolo, può reagire in modo sconsiderato. Questa miopia è il frutto di una mancanza di leadership.

   In inglese si dice che un cammello è un cavallo disegnato da un comitato. L’Europa è gestita da comitati, e continua a produrre cammelli. Manca una ledearship europea degna di questo nome e con un forte mandato popolare. Durante la crisi di Cuba, contro l’opinione della maggioranza dei suoi consiglieri militari, Kennedy si assunse la responsabilità di non bombardare le istallazioni missilistiche sovietiche a Cuba. Scelse la trattativa. Una scelta politicamente rischiosa per chi, come lui, in campagna elettorale aveva tuonato contro l’arrendevolezza di Eisenhower nei confronti di Fidel Castro. Ma facendo questo evitò al mondo una guerra nucleare.

   Per fortuna oggi non rischiamo la guerra nucleare. Ma in questa crisi rischiamo non solo la catastrofe umanitaria in Grecia (molto peggiore di quella che già c’è), ma rischiamo la distruzione totale dell’idea di Europa. Di questo dobbiamo ringraziare la diplomazia europea, ma soprattutto il leader che non c’è. (Luigi Zingales)

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MOSSA FINALE DI TSIPRAS. MA LA GRECIA HA PERSO

di Lorenzo Bini Smaghi, da “il Corriere della Sera” del 28/6/2015

   Il referendum indetto da Tsipras era forse l’unico esito possibile di un negoziato durato troppo a lungo sul programma di aggiustamento della Grecia. È anche nell’interesse di entrambe le parti. Consente ai Paesi europei di dare alla Grecia l’ultima parola, evitando di essere accusati di aver spinto il Paese fuori dall’euro Sembrerebbe essere anche nell’interesse di Tsipras, che può cosi sostenere di aver cercato fino all’ultimo di difendere le sue promesse elettorali, in base alle quali è stato eletto, e di rimettersi alla volontà popolare per una decisione di questa portata.

   In realtà, per Tsipras si tratta di una sconfitta, che i greci pagheranno caro indipendentemente dall’esito del referendum.

   La settimana entrante rischia di essere drammatica per i cittadini di quel Paese. Chi non è ancora riuscito a ritirare i propri risparmi in euro dalle banche, nel timore che un passaggio alla nuova moneta, il giorno dopo il referendum, ne dimezzi il valore, cercherà di farlo nei prossimi giorni, ma molto probabilmente non ci riuscirà.

   Data l’incertezza sulla permanenza della Grecia nell’euro, la Bce non potrà più erogare liquidità alle banche elleniche, che si troveranno a loro volta impossibilitate di fornire euro ai loro clienti. Nel timore di lunghe file ai bancomat e agli sportelli, il governo dovrà imporre la chiusura temporanea delle banche, o limitare a poche decine di euro l’ammontare di banconote che ciascun greco potrà ritirare.

   C’è già stato il precedente di Cipro, ma lì si sapeva che la misura sarebbe stata temporanea perché il Paese aveva accettato il programma di risanamento. In Grecia, invece, il rischio di veder svanire, dopo il 6 luglio, una buona parte dei propri risparmi può spingere a comportamenti che si traducono in forti tensioni sociali e politiche nei giorni che precedono la consultazione.

   Se al referendum vince il sì al programma europeo, Tsipras sarà obbligato ad attuarlo, anche contro la volontà del suo partito. Potrebbe essere obbligato a nuove elezioni entro breve, dall’esito incerto visto che l’immagine di novità e di determinazione del primo ministro escono ridimensionati da sei mesi di trattative con i partner europei, terminatesi con un ultimatum.

   Tsipras non ha capito che il mandato dei suoi elettori era sopratutto quello di far rimanere la Grecia in Europa, e nell’euro, ma di ottenere condizioni migliori di quelle dei suoi predecessori. In questo ha fallito. Il leader greco avrà poi perso le fiducia degli altri capi di governo europei, che è riuscito ad unire contro di sé in un negoziato esasperante e inconcludente.

   Se al referendum vince il no all’Europa, Tsipras si troverà a dover gestire una uscita della Grecia dall’euro in condizioni drammatiche. L’adozione di una nuova moneta, di un nuovo quadro di legislazione monetaria per consentire alla banca centrale greca di finanziare il disavanzo di bilancio, determinerà una forte svalutazione, con ripercussioni negative sui risparmi e sul valore reale di stipendi e pensioni.

   Per evitare il collasso del sistema finanziario, che avrà bisogno di nuove iniezioni di capitale, Tsipras dovrà comunque negoziare con le istituzioni internazionali per ottenere nuovi aiuti, che saranno inevitabilmente legati a condizioni più rigorose.

   Il default farà scattare cause internazionali con i creditori privati, che imbriglieranno la Grecia per anni, come dimostra l’esempio dell’Argentina. In un generale contesto di incertezza gli investitori, greco o esteri, tenderanno a ritirarsi, come dimostrano le recenti proteste dei nuovi proprietari cinesi del porto del Pireo, con effetti recessivi sull’economia greca, poco aperta alla concorrenza internazionale. Non è detto che il governo Tsipras riesca a sopravvivere in un tale scenario. La scelta di Tsipras di indire un referendum era forse inevitabile, l’unico modo di uscire dall’impasse negoziale in cui si era infilato. Ma nel tempo rappresenta una soluzione «lose-lose», in cui rischia di perdere indipendentemente dall’esito. E con lui la Grecia. Uno spunto di riflessione importante per chi, in altri Paesi europei, propone simili referendum. (Lorenzo Bini Smaghi)

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BAUMAN E LA DEMOCRAZIA IN CRISI: «I GOVERNI HANNO CEDUTO IL LORO POTERE AI MERCATI. PERCIÒ RICORRONO AL POPOLO»

di Maria Serena Natale, da “il Corriere della Sera” del 28/6/2015

Borgonato (Brescia) «Le statistiche ingannano. Dietro la crescita economica fotografata dai numeri si accumula malessere e la sola cura che conosciamo ci dice di spingere ancora sull’economia, ma non è così che impareremo ad essere felici».

   Zygmunt Bauman ragiona sull’impotenza della democrazia dei consumi di fronte alle domande fondamentali. Ospite d’onore di Berlucchi a Palazzo Lana per la cerimonia dei diplomi della Scuola estiva dell’Iseo di Brescia, il grande sociologo polacco descrive il capovolgimento dei rapporti tra politica e finanza in queste ore convulse di trattative. «Non solo lo Stato non dispone più della capacità di dirigere i processi economici ma ne è diretto a sua volta — dice Bauman al Corriere —. E questo accade mentre i governi sono sottoposti a una duplice pressione: da un lato non possono ignorare le richieste degli elettori che li hanno investiti di un preciso mandato, come in Grecia, Italia o Portogallo; dall’altro sanno di non poter mantenere le promesse perché aumento della disoccupazione e abbassamento degli standard sociali non dipendono più dalla loro capacità d’intervento».

In questo svuotamento di prerogative, che investe governi ed elettori, alla politica che dovrebbe risolvere le crisi spetta un ruolo residuale?

«Sì e non per colpa di programmi sbagliati o scandali di corruzione, ma per l’esternalizzazione delle funzioni dello Stato progressivamente cedute ai mercati, impolitici per definizione. Gli standard della nostra vita quotidiana dipendono dai movimenti dei capitali finanziari internazionali. Così i governi devono cercare l’approvazione dei cittadini, sola fonte di legittimità democratica, e al tempo stesso inseguire gli andamenti delle Borse».

Cosa impedisce al progresso economico di essere fattore di stabilità e benessere condiviso?

«Il perfido meccanismo per il quale gli indicatori economici crescono grazie a dinamiche socialmente dannose. La macchina provoca i guasti e si autoalimenta riparandoli. L’organizzazione che ci siamo dati non prevede collaborazione, non può promuovere solidarietà e stabilità perché ha bisogno di uno stato perenne di precarietà, mutuo sospetto e competizione. Eppure è la possibilità di collaborare con gli altri, di migliorare e sentirci parte di una comunità solidale che dà senso al nostro esistere. Facciamo un esempio. Se tra vicini ci si aiuta dando vita a un microsistema non produttivo ma virtuoso, non ci saranno ricadute positive per l’economia, che potrà invece beneficiare di un incidente d’auto. Se la vittima finisce in ospedale e viene sottoposta a un complicato intervento chirurgico, più soggetti ne trarranno vantaggi economici».

Se il paziente Grecia è sottoposto a un complicato intervento di salvataggio…

«La Grecia è un esempio lampante. Il popolo ha eletto una squadra che aveva promesso di ribaltare l’ordine creato dalle politiche di austerità. Si è così venuto a creare un conflitto insanabile tra la Grande Troika e un governo democraticamente eletto. Il fatto è che l’intera economia nazionale in questi anni è collassata ed è evidente che Atene non potrà ripagare i debiti. Sul fronte opposto, i creditori devono curare i propri interessi, dal loro punto di vista il fatto che l’austerità non abbia migliorato le condizioni di vita dei greci non rappresenta un problema».

Inevitabile che la trattativa si areni in assenza di «choc», come un referendum.

«Ormai il confronto tra Atene e i creditori assomiglia a certe gare di coraggio tra auto sulle strade americane, come nel film Duel . Una guerra di nervi tra automobilisti, perde chi si spaventa prima. Non c’è alcuna logica razionale».

Quali prospettive vede per la democrazia?

«Quelle che sapremo inventare, la Storia non finisce qui. Per quanto pervasive siano le forme di manipolazione che dobbiamo affrontare, nessuno potrà mai privarci della libertà di scegliere e immaginare altri mondi possibili» . (Maria Serena Natale)

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Lo storico Luciano Canfora

““IL REFERENDUM STRUMENTO ANTICO E DEMOCRATICO QUANTO LA GRECIA”

intervista di Raffaelle De Santis, da “la Repubblica” del 28/6/2015

ROMA . «Il referendum è lo strumento della sovranità popolare, che veniva utilizzato nell’età antica. Chi lo critica si mette dalla parte degli oligarchi». Luciano Canfora ha indagato da studioso del mondo classico le origini e i cambiamenti delle nostre democrazie, spiegandoci nelle sue opere come nel tempo siano andati evolvendosi i rapporti tra i cittadini e chi detiene il potere.

Com’era il referendum nel mondo antico?

«Nell’Atene del V secolo a. C. il referendum non aveva senso: le decisioni erano prese dall’assemblea popolare. Qui due volte al mese si tenevano delle assemblee ordinarie nelle quali i cittadini votavano per alzata di mano e decidevano sulla loro rappresentatività. La repubblica romana invece era aristocratica: si votava per centurie e le classi ricche vincevano sempre».

Quando nasce storicamente l’esigenza di far partecipare il popolo alla vita pubblica?

«Aristotele spiega bene che in origine solamente in pochi prendevano parte alla vita politica della polis. Erano i signori a comandare. Solo quando s’introdusse un salario minimo anche le persone comuni poterono iniziare a partecipare attivamente».

Si può ricorrere al referendum per una questione così importante come l’accettazione del piano Ue sulla Grecia?

«Non solo si può, ma si deve. Nella storia d’Italia ci sono un paio di referendum che ci hanno segnato per sempre: quello per la Repubblica del 1946 e quello per il divorzio del 1974. E invece ora tutti si mettono a dare lezioni alla Grecia. Ma sono lezioncine in contrasto con l’idea di sovranità popolare. Sono reazioni oligarchiche»

Chiamare il popolo a decidere, non è un modo per abdicare alle proprie responsabilità politiche?

«No, tutt’altro. Se il concetto di sovranità popolare ha un senso, rimettersi al popolo è l’unica forma legittima».

Siamo di fronte ad una crisi delle democrazie rappresentative?

«Il modello della delega è logoro. Il referendum è un correttivo, un modo per restituire voce al cittadino comune. E’ una grande conquista, insieme al suffragio universale sicuramente una delle più grandi del Novecento. D’altra parte Jean-Jacques Rousseau diceva che il popolo inglese è libero soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento, ma appena questi sono eletti ridiventa schiavo».

In momenti delicati, non è rischioso affidarsi alla pancia degli elettori?

«Chi pensa questo non ha fiducia nel popolo sovrano. In realtà la democrazia s’impara praticandola e non continuando a tenere il cittadino comune sotto tutela». (Raffaelle De Santis)

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Robert Sheller, premio Nobel 2013

IL REFERENDUM NON È UN ERRORE. È UN SEGNO DI CHIAREZZA

intervista di Eugenio Occorsio, da “la Repubblica” del 28/6/2015

ROMA. «Il referendum non è affatto un errore, sempre che il Parlamento l’approvi. È l’unico modo rimasto per porre fine a quest’impasse che getta sui mercati ventate di incertezza ogni giorno più pericolose. E sono sicuro che, al contrario delle aspettative, le Borse alla riapertura lo prenderanno come un segnale positivo». Robert Shiller, economista di Yale, Nobel 2013, coautore del Case-Shiller Index di Standard & Poor’s, è in Italia per la summer school dell’Istituto Iseo fondato da Franco Modigliani e oggi presieduto da Robert Solow. Mentre parliamo compulsa sul computer i futures sugli indici a Chicago, che non vanno in week-end e in effetti non sono catastrofici.

Ovviamente a Iseo non si è parlato di altro?

«Guardate che la crisi greca se degenera provocherà sui mercati un caos senza precedenti. Come senza eguali è il crollo del Pil di un Paese industrializzato del 25% in soli sette anni, che è anche la più grave decrescita della storia mondiale non dovuta a guerre o rivoluzioni. Ed è senza precedenti l’ammontare dei fondi prestati: ma le sofferenze della popolazione greca richiama le nostre coscienze».

Invece ieri si è celebrata una rottura, a giudicare dal tono di Dijsselbloem, anch’essa di una durezza senza precedenti.

«Alla quale ha fatto da specchio l’assalto ai bancomat ad Atene. Però così non se ne esce. Certo, c’è da sperare, e non è affatto sicuro, che i greci dicano “sì” al programma. A quel punto l’accordo sarà chiuso e nessuno dovrà dire di aver perso. Che è il motivo, tutto politico, per cui non si è firmato: nessuno vuole presentarsi al suo Parlamento con un’intesa diversa da quella per cui ha il mandato. Invece se c’è il suggello popolare è diverso. Ma tutta la trattativa è diventata politica da subito, sennò non era male l’idea iniziale di Varoufakis di sostituire il debito con i titoli cosidetti “eterni” e con quelli legati alla crescita»

Ma perché tanta incomunicabilità?

«Non escludo che ci sia uno schieramento idelogico diciamo liberal-conservatore in Europa che vuole liberarsi di Syriza, e quale miglior occasione? E’ uno scenario plausibile. La durezza dell’Fmi è più spiegabile: in Camerun vuole le scuole costruite con i banbini in classe, in Grecia vuole le riforme».

Però le Borse finora hanno retto.

«No, è un’illusione. I mercati europei viaggiano al di sotto del potenziale. Se si chiuderà positivamente la partita greca allora avranno un boom. La Borsa Usa invece ha recuperato i livelli del 2007, però non è escluso che cresca ancora. Ma se si rompe sulla Grecia, le conseguenze arriveranno anche negli Stati Uniti, e saranno pesanti». (Eugenio Occorsio)

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LA SCHIZOFRENIA DELLA GRECIA

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 28/6/2015

DIETRO le dichiarazioni ufficilai di oltraggiato rammarico, la decisione del governo greco di respingere l’ultima proposta dei creditori e di indire un referendum è stata accolta con un certo sollievo nelle capitali europee.

   Per due ragioni. La prima e che il referendum permette di rimediare al corto-circuito democratico che aveva mandato in “panne” l’Europa a partire dalla vittoria elettorale di Tsipras. Syriza, infatti, ha conquistato il potere sulla base di due promesse, entrambe legittime ma intrinsecamente contraddittorie: porre fine alla politica di austerità necessaria per risanare il bilancioe l’economia della Grecia, e allo stesso tempo mantenere il Paese nella moneta unica pur non rispettando neppure uno dei requisiti su cui è fondata.

   Questa forma di schizofrenia politica, alimentata da un alto tasso di ideologia populista e uno scarso realismo, non poteva durare a lungo. E ora infatti i cittadini greci sono finalmente chiamati a fare la scelta che l’elezione di Tsipras aveva rimandato: risanare i propri bilanci e la propria economia, come hanno fatto tutti gli altri Paesi europei, oppure accettare il default e lasciare la moneta unica.

   Se imboccheranno la prima strada, sarà stata una loro decisione libera e sovrana e non una crudele imposizione dell’Europa, come i populisti, greci e non, vanno sostenendo da anni. Se invece sceglieranno legittimamente di abbandonare l’unione monetaria, andranno coraggiosamente verso quella «terra incognita» evocata da Draghi.

   E i molti sostenitori della necessità di lasciare l’euro, in Italia come in Francia o in Spagna, avranno modo di verificare in concreto quali siano i prezzi da pagare, e anche i possibili vantaggi, nel rinnegare la moneta unica.

   Dopo un decennio di euro-retorica sulle meraviglie dell’unione monetaria, che evidentemente non ha convinto ampi strati della popolazione europea, la crisi greca offre la possibilità di valutare quanto la scelta fatta a Maastricht sia stata effettivamente illuminata e lungimirante o non abbia invece costruito, come sostengono i partiti anti-sistema di destra e di sinistra, una prigione monetaria dei popoli. Le code che si stanno formando ai bancomat e ai supermercati di Atene, forniscono un primo indizio di risposta.

   Il secondo motivo del sollievo che traspira dalle capitali è che il rifiuto di Tsipras di accettare il pacchetto di aiuti offerto dai creditori, e la decisione di andare ad un referendum in cui il governo si schiererà per il «no» alle proposte di Bruxelles, fa definitivamente chiarezza su chi abbia deciso la rottura. La questione ha una rilevanza che va ben oltre le responsabilità morali per l’esito della crisi.

   La posta in gioco, in questo caso, è il rischio di un contagio che da Atene potrebbe estendersi al resto d’Europa. Proprio E’ da tre anni, da quando Draghi promise di fare «whatever it takes» per salvare l’integrità della zona euro «costi quel che costi», che la Bce interviene, con diversi strumenti, per contrastare le speculazioni sui debiti sovrani e mantenere gli spead entro livelli ragionevoli. Questa azione è legittimata solo dall’assunto che la scelta dell’euro, per i Paesi che ne condividono i criteri a adottano una politica economica condivisa, sia irreversibile.

   Se fossero stati i creditori a spingere la Grecia verso il default, senza fare tutto il possibile per offrire ad Atene un salvagente che evitasse il naufragio, il postulato sulla irreversibilità dell’euro sarebbe stato messo seriamente in discussione.

   E dunque i mercati avrebbero potuto dubitare della volontà della Bce di difendere gli anelli deboli della catena monetaria e avrebbero potuto riaprire la guerra degli spread. Il rifiuto da parte della Grecia dei molti salvagenti che le sono stati offerti, permette invece ai governi dell’eurozona, e al board della Bce che si riunirà oggi, di riaffermare solennemente la determinazione a difendere l’irreversibilità della moneta unica, almeno per i Paesi che ne condividono la filosfia.

   L’immagine dei diciotto ministri dell’eurogruppo che ieri sono tornati a riunirsi a Bruxelles, senza la Grecia, «per assicurare la stabilità della zona euro» è in primo luogo un messaggio forte che gli europei hanno voluto mandare ai mercati in previsione della burrasca che si prepara per lunedì.

   Se poi la Grecia, con il referendum, deciderà di voler restare nella moneta unica assumendo le responsabilità che ne derivano, la “famiglia” dell’euro tornerà certamente ad aprirsi anche per il figliol prodigo. Ma è legittimo dubitare che, in quel caso, a sedersi al tavolo dell’eurogruppo per rappresentare Atene possa tornare l’improbabile Yannis Varoufakis. (Andrea Bonanni)

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«GRECIA UMILIATA, REFERENDUM SULLE MISURE UE»

di Ivo Caizzi, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2015

– Atene, l’annuncio del premier: l’ultimatum dei creditori contro i principi europei, votiamo il 5 luglio –

BRUXELLES – «Le proposte dell’eurogruppo vogliono umiliare un intero popolo» per questo il premier greco Alexis Tsipras ha chiesto di convocare un referendum, domenica 5 luglio, per chiedere ai cittadini ellenici di esprimersi sulle richieste di Bruxelles.

   L’iniziativa del leader di Atene dopo che era aumentata la pressione per accettare tra oggi e domani le misure di austerità proposte dai creditori, in cambio dello sblocco dei prestiti necessari per evitare l’insolvenza. La cancelliera Angela Merkel, in un incontro a tre insieme al presidente francese Francois Hollande a margine del summit dei capi di Stato e di governo, lo ha esortato a dire sì nel quinto Eurogruppo in dieci giorni, che è stato convocato d’urgenza oggi (27 giugno) a Bruxelles.

   Merkel ha parlato di «offerta estremamente generosa» dei rappresentanti dei creditori (Commissione europea, Bce e Fondo monetario di Washington). Ha sottolineato l’importanza di risolvere il caso Grecia prima di lunedì, quando riaprono i mercati finanziari, che potrebbero penalizzare la zona euro a causa delle incertezze sulla solvibilità di Atene. Ma Tsipras ha replicato accusando le istituzioni dei creditori di non rispettare i principi dell’Ue «di solidarietà, comprensione, e rispetto reciproco» per attuare il «ricatto» e gli «ultimatum». Il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, vicino a Merkel, ha ammesso che «obiettivamente la pressione c’è, ma è il tempo a crearla, non è un ricatto politico ricordare che siamo vicini alla fine della partita».

   La Grecia non sembra in grado di rimborsare circa 1,6 miliardi del debito con il Fmi, se non ottiene i prestiti di salvataggio nell’Eurogruppo di oggi (27/6) (eventualmente estendibile fino a domani). Rischia perfino una clamorosa uscita dalla zona euro con conseguenze imprevedibili per gli Stati della moneta unica. «La Grecia deve restare nell’euro — ha detto Renzi al summit —. Non lo faccio come atto politico da italiano, ma come europeo. Non temo ripercussioni per l’Italia. Sarebbe una grave sconfitta per l’Europa».

   Ultimamente le posizioni di Grecia e Germania sembravano essersi avvicinate al punto di poter arrivare a un accordo di compromesso. Poi, alla vigilia del summit europeo, il direttore francese del Fmi Christine Lagarde e Merkel avrebbero chiesto più misure di austerità. «Nei giorni scorsi il governo greco ha fatto concessioni continuamente — ha dichiarato il ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis —.  Sfortunatamente ogni volta le istituzioni fanno l’opposto e induriscono il loro atteggiamento».

   Ad Atene sospettano un tentativo di far saltare Tsipras imponendogli aumenti dell’Iva e tagli alle pensioni improponibili per settori di Syriza.

   Merkel ha escluso di avere un piano B in caso di fallimento del negoziato all’Eurogruppo. Ma Renzi, al summit, ha segnalato che «molti Paesi, non solo la Germania» non escludono «l’uscita della Grecia dall’eurozona». (Ivo Caizzi)

Alexis Tsipras
Alexis Tsipras

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LA GRECIA VA AL REFERENDUM: IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DI TSIPRAS

27/6/2015: dal sito IL FASCINO DEGLI INTELLETTUALI (http://fascinointellettuali.larionews.com/ )

   Ieri sera, dopo un pomeriggio al cardiopalma, ecco che arriva l’annuncio: Alexis Tsipras torna ad Atene per discutere al consiglio dei ministri la proposta di un Referendum nazionale sull’ultimatum consegnato dalle istituzioni europee in sede di trattativa.

   Per molti la notte è trascorsa insonne, attaccati alla radio o ai giornali. Milioni di greci, e non solo, si sono svegliati con qualcosa di strano nell’aria. Un grande peso, e allo stesso tempo una sfida cruciale.

“Ochi” (ΟΧI in greco), “No”, è stata la risposta che il governo greco ha scelto di dare all’ultimatum delle istituzioni. Lo stesso no che nel lontano 1940 fu dato all’ultimatum di Mussolini e del Fascismo. Un grande senso di commozione corre per le pance di milioni di greci, un groppo languido sale alla gola, in un grande moto allo stesso tempo di orgoglio e di preoccupazione.

   Il quorum per referendum di questo tipo è in Grecia al 40%, e tutti i partiti di opposizione sono assolutamente contrari, il Pasok ha chiesto le dimissioni di Alexis Tsipras. Ma di fronte a tanta gravità gli spiriti si nobilitano, e da più parti arrivano messaggi di solidarietà all’esecutivo.

   Dovunque il richiamo è a quell’articolo 114 della costituzione greca, icona di tutte le lotte sociali, che recita che l’applicazione della Costituzione greca è un compito imprescindibile del popolo greco. In questo momento ci stringiamo ai nostri compagni greci, scudo a scudo come ci hanno insegnato, per sostenerci l’un l’altro e preparare la resistenza: l’unica scelta di dignità umana che possiamo compiere.

   Di seguito la traduzione integrale della lettera di Alexis Tsipras a tutti i greci e le greche. (tradotta da Aurelio Lentini e Amalia Kolonia)

«Greche e greci, da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.

 In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi  e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco. Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci,

in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità. Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci,

a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza  prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.

E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.

E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.

Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».

ALEXIS TSIPRAS

(dal sito

http://fascinointellettuali.larionews.com/)

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SENZA INTESA REGALEREMO LA GRECIA A PUTIN

di Marta Dassù, da “la Stampa” del 22/6/2015

   Due giorni fa, in visita all’Expo, un vecchio amico americano mi ha detto con l’usuale franchezza: «Se l’Europa avesse una visione geopolitica, la crisi greca sarebbe stata risolta da un pezzo».

   In questa rapida frase, c’è un punto importante da cogliere: viste da Washington, le ragioni per tenere la Grecia ancorata all’euro non sono tanto economiche (si tratta, come ormai ripetiamo a memoria, del 2% o poco più del Pil europeo) ma sono politiche.

   Considerate le difficoltà della Turchia, data la gravità della crisi del Mediterraneo e di fronte alle persistenti fragilità dei Balcani, «perdere» anche la Grecia, regalandola di fatto a Vladimir Putin, equivale a un lusso che l’Europa non può permettersi e che l’America considera insensato. E difatti, dicono gli amanti dei retroscena, Barack Obama ha dato proprio questo messaggio alla Cancelliera tedesca: prendi tu in mano la crisi greca, a noi interessa che venga risolta.

   Il governo Tsipras ha capito benissimo di quale partita si tratti. E infatti – per sottolineare l’importanza geopolitica del dossier greco – ha giocato una sua carta russa, ad effetto ma in verità abbastanza spuntata (Putin potrà anche cedere pezzi di gasdotto ad Atene ma non sostenere i costi a lungo termine di una rianimazione della Grecia).

   Parallelamente, Atene ha indicato nella Germania, anzi in Angela Merkel, il vero interlocutore. Non c’è da sorprendersi, quindi, se l’ultima proposta negoziale della Grecia sia stata rivolta direttamente alla Germania (e al suo «braccio destro», la Francia), prima ancora – od accanto – alle istituzioni europee ed internazionali. La Grecia, come l’America, politicizza la crisi. E riconosce il peso specifico della Germania.

   L’Europa «fondata sulle regole» dovrebbe fare altrettanto. Dovrebbe finalmente prendere atto, cioè, di avere un interesse geopolitico vero al mantenimento della Grecia nell’euro. Non solo per la ragione a più riprese evocata da Mario Draghi: una volta che si verifichi il default di uno dei paesi membri dell’euro, entreremo comunque in una «terra incognita». E nessuna ipotesi potrà essere esclusa – sebbene, negli ultimi anni, siano state rafforzate le barriere che dovrebbero impedire contagi finanziari. Ma ancora più della volatilità dei mercati, conterà il messaggio politico: è negli interessi comuni di un’Europa che riconosca la fragilità dello snodo fra Mediterraneo e Balcani, tenere la Grecia ancorata.

   Su queste basi, un accordo con Atene diventa necessario ed appare possibile. Non a tutti i costi, naturalmente; ma perché – di fatto – è ormai abbastanza ridotta la distanza fra le richieste dei creditori e ciò che il governo greco è in grado di offrire.

   Come in tutti i tira e molla della politica internazionale, un compromesso richiede come condizione essenziale un grado sufficiente di fiducia fra le parti: questa sembra, attualmente, la merce più rara. Ed è anzitutto qui che la posizione di Angela Merkel può fare la differenza.

   Ancora: qualunque accordo in extremis impone uno sforzo reciproco per salvare la faccia della controparte. L’Europa ha il problema di riuscire a recuperare la Grecia senza incoraggiare contagi politici ulteriori (la durezza della Spagna verso Atene, ad esempio, ha molto o tutto a che fare con l’ascesa elettorale di Podemos); il governo di Atene deve recuperare credibilità internazionale senza perdere eccessivo consenso interno.

   Sembrerebbe uno sforzo destinato al fallimento, viste come sono andate le cose negli ultimi mesi. Ma che può invece riuscire se l’Europa – messa di fronte alle proprie responsabilità – coglierà finalmente la posta in gioco; e se la Grecia – messa di fronte all’abisso che l’aspetta – trarrà finalmente le lezioni giuste dai molti errori compiuti.

   L’altro giorno, a Milano, ho risposto così alla frase del vecchio amico di Washington: «E’ vero, continua a mancare una visione geopolitica unitaria. Dal 2010 in poi, la crisi finanziaria europea ha spaccato l’Europa sull’asse Nord-Sud. Per mezzo secolo, l’Europa era stata divisa sull’asse Est-Ovest. Oggi, e basta aggiungere il dossier migrazione per capirlo meglio, le faglie si sono moltiplicate». Ho detto più o meno queste parole ma ho aggiunto anche che la partita non è stata persa: se proprio dovessi scommettere, punterei su un accordo dell’ultima ora.    Chi si interessa di questioni europee, cita spesso la frase di Jean Monnet, secondo cui l’Europa si è costruita solo grazie alle crisi.

   Poniamo che resti vero. Ma aggiungendovi un punto essenziale per capire la situazione in cui siamo: la crisi l’abbiamo già vissuta – come Ue – dal 2010 in poi; alcuni paesi, fra cui la Grecia, l’hanno avvertita con una durezza particolare; altri, e anzitutto la Germania, ne sono stati appena sfiorati. E’ indispensabile che i vincitori e i perdenti di oggi riconoscano un terreno comune: l’unico possibile è basato su uno scambio più credibile di quello attuale fra responsabilità (nazionale) e solidarietà (europea). Se ciò non avverrà, le crisi degli ultimi anni saranno state solo l’anticipo della grande crisi europea: quella che ancora non abbiamo vissuto. (Marta Dassù)

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UN NEGOZIATO DOVE MANCA LA FIDUCIA RECIPROCA

di Pietro Reichlin, da “il Sole 24ore” del 25/6/2015

   Lo spettro della Grexit ha il merito di avere acceso un dibattito ampio sul destino politico ed economico dell’Europa. Siamo usciti a fatica dalle secche di una controversia tra specialisti sui pro e i contro delle politiche di austerità fiscale e sulla misura dei moltiplicatori della spesa pubblica. Il dibattito è sterile perché non tiene conto della situazione concreta in cui si trova la Grecia e l’Europa.

   Non si può ragionevolmente pensare che le politiche di rientro da un disavanzo (fiscale e commerciale) eccessivo possano avere effetti positivi sul Pil del paese, ma è altrettanto vero che una politica espansiva avrebbe l’effetto di riportare a livelli insostenibili il disavanzo commerciale e il debito pubblico greco, riaccendendo la speculazione contro i debiti sovrani.

   Secondo il gergo corrente, la Grecia non ha «spazio fiscale»: ogni euro di spesa pubblica in più va cercato fuori dal mercato, cioè presso i contribuenti europei ed è, di fatto, un finanziamento a fondo perduto. La crisi economica della Grecia non si risolverà in tempi brevi e qualunque accordo con l’Europa sarà solo un progresso temporaneo.

   Data questa necessaria premessa, quali insegnamenti possiamo trarre dal dramma greco? Secondo un’opinione comune, la vicenda dimostra che l’Europa ha bisogno di istituire meccanismi più robusti di solidarietà e aumentare il bilancio federale per consentire maggiori aiuti ai paesi in difficoltà. Secondo altri, la vicenda dimostra che l’Europa ha finora scelto di difendere i creditori e le banche a discapito dei popoli e della democrazia.

   A me sembra che queste tesi siano, in buona parte, infondate. In primo luogo, vale ricordare che, dal 2010, la Grecia ha ricevuto dalle istituzioni internazionali risorse ingenti (in rapporto a qualunque esperienza passata di crisi dei debiti sovrani), e che essa è tuttora ampiamente sussidiata tramite tassi d’interesse artificiosamente bassi, liquidità emergenziale della Bce, fondi strutturali e ulteriori promesse di allungamento delle scadenze.

   Il fatto che tutto ciò non sia bastato ha molto a che fare con i problemi strutturali dell’economia greca, la cui soluzione richiede tempi lunghi e sacrifici. Non si capisce, inoltre, perché, come spesso si dice, la vicenda sia il sintomo di un “deficit democratico”. Se le politiche proposte dal governo greco si basano sul denaro dei contribuenti degli altri paesi europei, è logico che questi ultimi abbiano voce in capitolo.

   A scanso di equivoci, non intendo negare che l’Europa abbia bisogno di meccanismi di assicurazione più estesi per risolvere crisi nazionali. Questi ultimi sono necessari per fronteggiare problemi di natura temporanea e crisi di liquidità, ma non sono risolutivi di fronte a problemi fiscali di carattere strutturale, cioè legati a difetti istituzionali e di lunga durata (evasione fiscale, squilibri nel sistema previdenziale, bassa partecipazione al lavoro, ecc.) e all’indisponibilità dei governi di fare scelte politicamente costose.

   Se anche avessimo un bilancio federale ampio e gli strumenti adatti per correggere le crisi di liquidità degli Stati, il dramma della Grexit sarebbe esattamente dov’è ora. È paradossale che chi sostiene le ragioni del governo greco sia anche sostenitore di una maggiore integrazione federale. Le federazioni sopravvivono solo se riescono a risolvere il rischio morale legato alla coesistenza di garanzie a livello centrale e decentramento del potere di spesa a livello sub-nazionale (che Rodden ha definito “il paradosso di Hamilton”).

   Per risolvere tale problema c’è bisogno di maggiore (e non minore) disciplina fiscale e più vincoli sulle deliberazioni democratiche a livello locale. D’altra parte, l’inopportunità della disciplina fiscale è proprio il primo punto del programma elettorale di Syriza, secondo cui l’austerità è l’origine di tutti i mali. È vero che l’austerità fiscale non aiuta a uscire dalla crisi, ma l’idea che i debiti si ripagano da soli è una strada che porta all’uscita dall’euro.

   D’altra parte, nessun meccanismo istituzionale può risolvere completamente il paradosso di Hamilton. Serve una forte reciproca fiducia tra gli stati membri, una visione comune ragionevolmente condivisa e la necessità che i governi nazionali siano parzialmente vincolati alle promesse dei governi precedenti. Il caso greco ha molto da insegnare su questo piano. Syriza ha vinto le elezioni anche perché ha promesso di rinnegare gli accordi sottoscritti dal governo Samaras e rinegoziare gli accordi con la Troika minacciando l’uscita dall’Euro.

   Il fatto che una rinegoziazione fosse opportuna o che il governo Samaras fosse incapace non cancella la natura del problema politico: chi garantisce che un eventuale accordo europeo con Syriza non possa essere rinnegato nel futuro? Ora una parte di Syriza preferisce andare alle elezioni anticipate piuttosto che accettare un compromesso che verrebbe votato dai partiti moderati del parlamento greco. Il costo di perdere la credibilità politica è maggiore del vantaggio di salvare il paese? Com’è stato detto giustamente da alcuni commentatori, la ragione per cui il negoziato è così difficile è che l’Eurogruppo e il Fmi non hanno fiducia nei confronti del governo greco. Forse è un atteggiamento sbagliato, ma senza questa fiducia la costruzione di un’Europa integrata non potrà andare avanti. (Pietro Reichlin)

mappa Grecia
mappa Grecia

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Il filosofo tedesco: i politici non possono nascondersi dietro le lacune dovute a chiare incapacità istituzionali

“BASTA CON LE BANCHE: IL DESTINO DELL’UNIONE LO SCELGANO I POPOLI”

di Urge Habermas, da “la Repubblica” del 23/6/2015

   La recente sentenza della Corte di Giustizia europea getta una luce impietosa su un errore di fondo della costruzione europea: quello di aver costituito un’unione monetaria senza un’unione politica.

   Tutti i cittadini dovrebbero essere grati a Mario Draghi, che nell’estate 2012 scongiurò con un’unica frase le conseguenze disastrose dell’incombente collasso della valuta europea. Aveva tolto la patata bollente dalle mani dell’Eurogruppo annunciando la disponibilità all’acquisto di titoli di stato senza limiti quantitativi in caso di necessità: un salto in avanti cui l’aveva costretto l’inerzia dei capi di governo, paralizzati dallo shock e incapaci di agire nell’interesse comune dell’Europa, aggrappati com’erano ai loro interessi nazionali.

   I mercati finanziari reagirono positivamente a quell’unica frase, benché il capo della Bce avesse simulato una sovranità fiscale che non possedeva, dato che oggi come ieri, sono le banche centrali degli Stati membri a dover garantire i crediti in ultima istanza. GLI SPAZI DELLA BCE Di fatto, la Corte di Giustizia europea non poteva confermare questa competenza, in contraddizione col testo dei Trattati europei; ma dalla sua decisione consegue la possibilità per la Banca centrale europea di disporre – tranne poche limitazioni – dei margini di manovra di un erogatore di crediti di ultima istanza.

   La Corte di Giustizia ha dunque ratificato quell’azione di salvataggio, benché non del tutto conforme alla Costituzione. Verrebbe voglia di dire che il diritto europeo dev’essere in qualche modo piegato, anche se non proprio forzato, dai suoi stessi custodi, per appianare di volta in volta le conseguenze negative del difetto strutturale dell’unione monetaria.

   L’unione monetaria resterà instabile finché non sarà integrata da un’unione bancaria, economica e fiscale. In altri termini, se non vogliamo che la democrazia sia palesemente ridotta a puro elemento decorativo, dobbiamo arrivare ad un’unione politica.

   Fin dal maggio 2010 la cancelliera tedesca ha anteposto gli interessi degli investitori al risanamento dell’economia greca. Il risultato è che siamo di nuovo nel mezzo di una crisi che pone in luce, in tutta la sua nuda realtà, un altro deficit istituzionale.

   L’esito elettorale greco è quello di una nazione la cui netta maggioranza insorge contro l’opprimente e avvilente miseria sociale imposta al paese dall’austerità. In quel voto non c’è nulla da interpretare: la popolazione rifiuta la prosecuzione di una politica di cui subisce il fallimento sulla propria pelle. Sorretto da questa legittimazione democratica, il governo greco sta tentando di ottenere un cambio di politica nell’Eurozona; ma a Bruxelles si scontra coi rappresentanti di altri 18 paesi che giustificano il loro rifiuto adducendo con freddezza il proprio mandato democratico.

   Il velo su questo deficit istituzionale non è ancora del tutto strappato. Le elezioni greche hanno gettato sabbia negli ingranaggi di Bruxelles, dato che in questo caso gli stessi cittadini hanno deciso su un’alternativa di politica europea subita dolorosamente sulla propria pelle.

   Altrove i rappresentanti dei governi prendono le decisioni in separata sede, a livelli tecnocratici, al riparo dell’opinione pubblica, tenuta a bada con inquietanti diversivi. Le trattative per la ricerca di un compromesso a Bruxelles sono in stallo, soprattutto perché da entrambi i lati si tende a incolpare gli interlocutori del mancato esito nei negoziati, piuttosto che imputarlo ai difetti strutturali delle istituzioni e delle procedure.

Certo, nel caso di specie siamo di fronte all’ATTACCAMENTO cieco ostinato A UNA POLITICA DI AUSTERITÀ GIUDICATA NEGATIVAMENTE dalla maggior parte degli studiosi a livello internazionale. Ma il conflitto di fondo è un altro: mentre una delle parti chiede un cambiamento di rotta, quella contrapposta rifiuta ostinatamente persino l’apertura di una trattativa a livello politico: ed è qui che si rivela una più profonda asimmetria. SCELTE SCANDALOSE Occorre avere ben chiaro il carattere scandaloso di un tale rifiuto: se il compromesso fallisce, non è per qualche miliardo in più o in meno, e neppure per la mancata accettazione di una qualche condizione, ma unicamente per via della richiesta greca di dare la possibilità di UN NUOVO INIZIO ALL’ECONOMIA DELLA GRECIA, e alla sua popolazione sfruttata dalle élite corrotte, attraverso un TAGLIO DEL DEBITO o una misura analoga, quale ad esempio una MORATORIA COLLEGATA ALLA CRESCITA.

   I creditori insistono invece sul riconoscimento di una montagna di debiti che l’economia greca non riuscirà mai a smaltire. Si noti che presto o tardi un taglio del debito sarà inevitabile. Eppure, contro ogni buon senso, i creditori non cessano di esigere il riconoscimento formale di un onere debitorio realmente insostenibile. Fino a poco tempo fa ribadivano anzi una pretesa surreale: quella di un avanzo primario superiore al 4%, ridotto poi a un 1% comunque non realistico. Così È FALLITO FINORA OGNI TENTATIVO DI ARRIVARE UN ACCORDO DA CUI DIPENDE IL FUTURO DELL’UE, soltanto in nome della pretesa dei creditori di mantenere in piedi una finzione.

   Per parte mia, non sono in grado di giudicare se i procedimenti tattici del governo greco siano fondati su una strategia ragionata, o in qualche misura determinati da condizionamenti politici, incompetenza o inesperienza dei suoi esponenti.

   Ma le carenze del governo greco non tolgono nulla allo SCANDALO DELL’ATTEGGIAMENTO DEI POLITICI DI BRUXELLES E BERLINO, CHE RIFIUTANO DI INCONTRARE I LORO COLLEGHI DI ATENE IN QUANTO POLITICI. Anche se si presentano come tali, sono presi in considerazione esclusivamente sul piano economico, nel loro ruolo di creditori. Questa trasformazione in zombie ha il significato di conferire alle annose insolvenze di uno Stato la parvenza di una questione di diritto privato, da deferire a un tribunale. In tal modo risulta anche più facile negare qualsiasi responsabilità politica. L’ADDIO DELLA TROIKA La nostra stampa ironizza sul cambio di nome della troika, che effettivamente assomiglia a un’operazione di magia. Ma è anche espressione del desiderio legittimo di far uscire allo scoperto, dietro la maschera dei finanziatori, il volto dei politici. Perché è solo in quanto tali che i responsabili possono essere chiamati a rispondere di un fallimento che porta alla distruzione di massa delle opportunità di vita, alla disoccupazione, alle malattie, alla miseria sociale, alla disperazione.

   Per le sue opinabili misure di salvataggio Angela Merkel ha coinvolto fin dall’inizio l’Fmi. Questa dissoluzione della politica nel conformismo di mercato spiega tra l’altro l’arroganza con cui i rappresentanti del governo federale tedesco – persone moralmente ineccepibili, senza eccezione alcuna – rifiutano di ammettere la propria corresponsabilità politica per le devastanti conseguenze sociali che pure hanno messo in conto nell’attuazione del programma neoliberista. Lo scandalo nello scandalo è l’ingenerosità con cui il governo tedesco interpreta il proprio ruolo di guida. IL RUOLO TEDESCO La Germania deve lo slancio della sua ascesa economica, di cui si alimenta tuttora, alla saggezza delle nazioni creditrici, che nell’accordo di Londra del 1954 le condonarono la metà circa dei suoi debiti.

   Ma non si tratta qui di scrupoli moralistici, bensì di un punto politico essenziale: le élite della politica europea non possono più nascondersi ai loro elettori, eludendo le decisioni da prendere a fronte dei problemi creati dalle lacune politiche dell’unità monetaria.

   Devono essere i cittadini, e non i banchieri, a dire l’ultima parola sulle questioni essenziali per il destino dell’Europa. E davanti all’intorpidimento post-democratico di un’opinione pubblica tenuta ove possibile lontano dai conflitti, ovviamente anche la stampa dovrà fare la sua parte. I giornalisti non possono continuare a inseguire come un gregge quegli arieti della classe politici che li già li avevano ridotti a fare da giardinieri. (Urge Habermas, traduzione di Elisabetta Horvat)

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GRECIA: COME EVITARE L’ERRORE FATALE?

di Andrea Boitani, da “la Voce.info” del 26/6/2015 (www.lavoce.info/)

– Dopo il 2010 la Grecia ha ridotto il deficit pubblico, i salari e aumentato l’età del pensionamento. Oggi il paese è allo stremo, senza soldi per ripagare i suoi debiti. Il Fmi chiede di più, ma i creditori dovrebbero capire che ci vorranno cinque-dieci anni per rimettere la Grecia in carreggiata –

   Il 24 giugno del 2011, con Angelo Baglioni e Massimo Bordignon firmavamo un pezzo intitolato “Grecia: peggio di così non si poteva fare”. Ci sbagliavamo: si poteva fare di peggio, eccome! Non si è pensato in tempo ad allungare l’orizzonte temporale dei prestiti e neppure quello delle manovre di consolidamento fiscali (eccessive e perciò recessive) e tantomeno quello delle cosiddette “riforme” (cioè riforma delle pensioni, riduzioni salariali e snellimento del pubblico impiego, rivelatesi altrettanto recessive).

   Il costo della crisi greca, con l’avvitamento recessivo, è salito enormemente, per i greci e per tutti gli europei. Ma si sa: pacta sunt servanda. Anche se sono pacta sceleris, magari imposti col ricatto dai più forti. Almeno, stavolta, la Bce è in mani più competenti di quelle che la reggevano nel giugno 2011 (anno in cui uno stordito board, ad aprile e ancora a luglio, aumentò il tasso di policy, temendo l’inflazione e non vedendo la seconda recessione europea e l’incombente tragedia greca).

   Ma, purtroppo, una Bce più saggia non può bastare, per come si sono messe le cose. Così, proprio mentre entriamo nella stagione che, col turismo, vale quasi il 15 per cento del Pil greco di un anno, la probabilità che si verifichi la Grexit è più alta che mai.

Una forte dose di medicina amara…

Eppure. Eppure la Grecia ha eseguito molti dei compiti che i creditori (l’odiata troika) avevano sciaguratamente richiesto. Il deficit pubblico è stato portato dal 15,6 per cento del 2009 al 3,5 nel 2014: il più consistente aggiustamento dell’intera Europa. Il surplus primario aggiustato per il ciclo supera il 5 per cento del Pil: il più alto d’Europa (l’Italia è seconda). Il Pil, nello stesso periodo, si è ridotto di 20 punti percentuali (contro una previsione del Fondo monetario di una riduzione del 5 per cento nei primi due anni e un successivo ritorno, nel 2014, ai livelli del 2009).

   La medicina fatta ingollare ai greci è sta amara: riduzione dei dipendenti pubblici del 25 per cento (255 mila unità); riduzione dei salari reali senza precedenti, dal momento che i salari nominali sono crollati ma i prezzi no; riforma delle pensioni che ha previsto di aumentare gradualmente l’età di pensionamento da 62 a 65 e poi a 67 anni per tutti (come risulta dall’Ageing Report 2015 della Commissione Europea, pp. 39-40); “riforme strutturali” che hanno portato la Grecia dal centonovesimo al sessantunesimo posto nel ranking del Doing Business Report tra 2010 e 2015. Col bel risultato che s’è detto: tracollo del Pil, aumento dell’incidenza della povertà assoluta e relativa, insolvenza finanziaria con i creditori.

…ma troppa rischia di ammazzare il paziente

E cosa vogliono questi ultimi al tavolo delle trattative? Un po’ di più della stessa medicina! Anzi il documento pubblicato oggi dal Wall Street Journal contiene un puntiglioso elenco di correzioni volte a inasprire e cambiare il mix di misure proposte dal governo Tsipras.

   Senza entrare nei dettagli, sembra che i creditori vogliano imporre un piano basato su maggiori tagli di spesa e minori incrementi delle tasse, secondo la dottrina (assai dubbia) che gli aumenti delle tasse sarebbero dannosi per la crescita mentre le riduzioni di spesa pubblica la favorirebbero.

   Se è difficile comprendere perché il governo greco voglia aumentare l’Iva, è incomprensibile perché i creditori glielo vogliano lasciar fare. Sarebbe utile nell’ambito di un’articolata strategia di svalutazione fiscale volta a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro per rilanciare la competitività delle esportazioni greche e, contemporaneamente, a ridurre i consumi interni grazie all’aumento dei prezzi al consumo (per l’aumento dell’Iva).

   Una strategia rischiosissima, dal momento che la Grecia al momento ha ben poco da esportare, anche guadagnando competitività, mentre deve assolutamente rilanciare i consumi interni se vuole sperare di tornare a crescere o quantomeno non decrescere (infelicemente) troppo. L’accelerazione dell’entrata a regime della riforma pensionistica e la riduzione dei prepensionamenti, come richiesto dai creditori, può essere un’idea ragionevole, purché non abbia effetti depressivi sulla domanda interna. Ma sarà così? Dove sono e quali sono le stime? Ci si limita agli effetti di impatto sul bilancio? O si guarda agli effetti complessivi, tenendo conto di quelli sul Pil? Nulla è chiaro in questa trattativa.

   In generale, nessuno sembra capire, tra i creditori, che in Grecia più ancora che negli altri paesi della cosiddetta periferia dell’Eurozona, la crisi economica e finanziaria si è innestata su una debolezza strutturale per superare la quale si richiedono da cinque a dieci anni di lavoro costante, attento e cauto. Lavoro che non può essere svolto da nessun governo (anche più competente dell’attuale, che però è quello che i greci si sono democraticamente scelti) col permanente incubo del default e la rapinosa attenzione dei creditori alle scadenze trimestrali.

   Bene che i creditori (e il governo greco) abbiano chiaro nel rush finale di trattative dei prossimi giorni che il problema non è solo la scadenza di fine giugno o dei primi di luglio. Ma anche e soprattutto la sicurezza finanziaria per fare riforme per i prossimi 60-120 mesi, senza massacrare un intero paese. Se è troppo per le mire di rielezione di Christine Lagarde al Fmi, sarebbe bene che i paesi europei ripagassero il debito greco con il Fmi e lo facessero uscire dalla partita, assumendo sulle loro spalle (come sarebbe stato giusto fin dall’inizio) il problema di aiutare un paese membro dell’Unione a tornare in carreggiata. (Andrea Boitani)

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LA POLITICA VINCA SUGLI STECCATI CONTABILI

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 25/6/2015

   Forse presto tutto finirà con un gran sospiro di sollievo generale: baratro evitato, futuro ritrovato, la Realpolitik che si impone, l’Europa unita che vince sulle sue divisioni.

   Forse l’ennesima drammatizzazione di queste ore sulla questione greca, le indomite liti tra i creditori e il debitore dopo la breve schiarita al vertice dell’euro di lunedì sera e mentre il tempo fugge, recitano semplicemente l’eterno gioco delle parti, i musi duri che precedono i cedimenti, sempre inevitabili per costruire un’intesa accettabile a tutti.

   Forse. Mai prima d’ora però l’attesa è stata tanto densa e angosciosa, la percezione diffusa che l’Europa possa dissolversi davvero. Non per il gesto inconsulto di un Paese ma perché ormai SEMBRANO VACILLARE LE REGOLE E SOPRATTUTTO LE RAGIONI DELLO STARE INSIEME: tante, troppe e tutte insieme su più fronti. Non solo su quello ellenico.

   E non è questione di leader o euro-istituzioni incapaci né di consenso popolare dissipato. È il disagio crescente e apparentemente inarrestabile di società che non sanno più fare i conti con se stesse, con le nuove realtà che le circondano e scaricano il loro male di vivere sull’Europa. Spingendo la storia a fare un passo indietro, a RIPERCORRERE LE ORME NAZIONALISTE, LE SCORCIATOIE POPULISTE, oggi del tutto obsolete ma apparentemente rassicuranti. Soprattutto quando di fronte c’è un’Europa che non rassicura più, non distribuisce più certezze, fiducia e ottimismo a nessuno. Nemmeno ai suoi ricchi abitanti del Nord.

   È questo il pesante clima psicologico, politico e sociale che accompagna le ultime battute del negoziato con la Grecia. Di sicuro Alexis Tsipras con la sua ideologia del riscatto sociale e nazionale anteposto alla disciplina europea e persino alla crescita economica del suo Paese, ci mette del suo per alimentare Grexit.

Che però trova terreno fertile in un club con i nervi scoperti, gli egoismi militanti in casa di ogni suo membro, l’intolleranza facile verso chiunque ne turbi i sonni e la voglia matta di semplificarsi la vita, non di complicarsela.

   Figuriamoci la reazione verso chi non rispetta regole e patti, ha una montagna di debiti e continua a pretendere aiuti per farvi fronte ma alle proprie condizioni. Però NON C’È SOLO IL MORBO GREXIT ad appestare l’Europa in fuga dalla realtà e da se stessa.

   C’è l’EMERGENZA IMMIGRAZIONE, il tentativo della Commissione Juncker di avviare una vera e seria politica comune e c’è dietro l’angolo il probabile ed ennesimo flop. Meglio evitare le quote obbligatorie per non urtare le sensibilità di nessuno dei governi in carica, dicono gli Stati membri. Meglio soluzioni consensuali e la carta dei rimpatri (dove?). Meglio, insomma, far finta di cambiare tutto per non cambiare niente. O quasi.

   Come quello greco, anche il teorema dell’asilo chiama in causa i principi fondamentali della responsabilità e della solidarietà. Su cui a parole tutti sono d’accordo. A patto che l’una e l’altra siano soprattutto quelle degli altri.

Del resto anche il rispetto delle regole europee si compiace troppo spesso di un’applicazione selettiva e arbitraria. Non si capirebbe altrimenti perché alcuni Paesi, non solo la Gran Bretagna, sognino di frenare la libera circolazione non degli immigrati ma dei cittadini Ue, con la scusa ufficial-populista del “turismo del welfare”.

   Né come mai la Germania ritenga giusto, in un mercato aperto e senza frontiere, imporre il pedaggio autostradale agli automobilisti europei abbuonandolo invece ai tedeschi. Sono solo alcuni esempi recenti, e non tra i più gravi. Oggi l’Europa che si sfarina a passi felpati non è Brexit, la minaccia di uscita della Gran Bretagna che quasi certamente non ci sarà, ma la quotidianità di tanti piccoli e grandi abusi e soprusi consumati tra le pieghe delle norme di ordinaria convivenza ordinaria.

   È la perdita del senso dell’interesse generale offuscato e annegato nel trionfo dei particolarismi nazionali di ogni tipo, colore. Intendiamoci, nell’Unione europea degli Stati, che si vuole sempre più intergovernativa, la dimensione nazionale conta eccome: è l’unica che, con i suoi tempi e ritmi, dia legittimità alle decisioni europee. Per questo, se accordo ci sarà, Tsipras dovrà apporvi sopra anche il nullaosta del parlamento greco. Per questo Angela Merkel, ma non solo, dovrà a sua volta ottenere il via libera del Bundestag.

   Ma proprio perché intrappolate nei mille vincoli che le impongono le dinamiche nazionali e quelle europee che essa stessa si è data, l’Europa e l’eurozona oggi avrebbero un disperato bisogno di romperne le catene impegnandosi in un inconsueto esercizio di lungimiranza.

   Quando decise di riunificare la Germania, Helmut Kohl aveva contro il mondo, l’Europa e la Bundesbank Tirò dritto ma non ci sarebbe riuscito senza imporre al suo Paese la follia del cambio alla pari tra marco dell’Ovest e dell’Est. La Grecia oggi è una posta infinitamente più piccola ma potenzialmente più devastante. Possibile che nessuno trovi il coraggio di un gesto politico che guardi OLTRE GLI STECCATI CONTABILI? Oggi l’Europa ne avrebbe bisogno ancora più della Grecia. Questo vertice di Bruxelles non dovrebbe dimenticarlo. (Adriana Cerretelli)

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QUELLE URLA DEL TSIPRAS «SEGRETO». PROCLAMI E SACRIFICI, SEI MESI IN ALTALENA

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2015

ATENE – A sinistra di un negozio cinese di abiti da donna a dieci euro, di fronte a un vespasiano pubblico coperto di graffiti, accanto a un’auto blu un po’ ammaccata, c’è un posto dove il telefono squilla tutte le sere.

Dall’altra parte c’è Alexis Tsipras, ovunque si trovi in quel momento. A fine giornata il premier greco ha l’abitudine di chiamare la sede di Syriza per fare il punto con i fedelissimi e in questi giorni lo ha fatto da Bruxelles. A ricevere le sue chiamate ci sono uomini visibilmente consumati dalla tensione, a corto di ore di sonno, consapevoli che, se tutto continua così, lunedì mattina i greci potrebbero formare lunghe code davanti alle filiali delle banche. La parete che separa gli abitanti di Atene dal panico non è mai stata così sottile.

   Tsipras invece, almeno in superficie, resta calmo. Non è mai stato emotivo come i militanti che lui chiama tutte le sere, i ragazzi con i quali è cresciuto e ha fatto politica negli ultimi venti anni. «Lui è sempre stato freddo, lucido su quello che vuole, difficile da intimidire. Un giocatore di scacchi», dice ai piani alti del palazzo di Syriza un dirigente che preferisce restare anomimo. Con Tsipras lui ha fatto molta strada in poco tempo, e senza dubbio né l’uno né l’altro avevano previsto di trovarsi qui: potenti in Grecia, ininfluenti in Europa, schiacciati dalla responsabilità di compiere entro poche ore una scelta che può rovinare il Paese per i prossimi vent’anni e l’architettura dell’euro per sempre.

   Un altro che non sia Tsipras, forse avrebbe già pubblicamente perso la testa. Specie se quarantenne, senza un mestiere al di fuori dalla politica, privo fino a poco fa di esperienza del mondo esterno al suo Paese. Ma il premier greco no. Il suo coetaneo Andreas Karitzis, un ingegnere che siede nel comitato centrale di Syriza e ha condiviso con lui 18 anni di militanza, sul conto di Tsipras ha poche parole: «È sempre lo stesso vecchio bastardo che ho conosciuto — dice —. Quando è sotto stress per qualche motivo e tu non c’entri niente, finisce che si mette a gridare contro di te. Non ce n’è ragione, sta solo scaricando i nervi».

   Nelle ultime settimane di queste urla contro terzi — dicono — se ne sono sentire in dosi allarmanti al Maximos, il palazzo del primo ministro. Tsipras viene da un mondo più semplice di quello dei negoziati monetari ed è rimasto nel suo ambiente d’origine fino ad anni recenti. Ancora nel 2004 era leader del gruppo giovanile di Synaspismos, il piccolo cartello di sigle della sinistra radicale predecessore di Syriza, e a quel tempo gestiva in tutto non più di 150 iscritti. Prima ancora, si era buttato in politica negli anni del liceo sotto casa. L’edificio scolastico oggi è un po’ male in arnese: si trova a Ampelokipi, un quartiere abitato da un ceto medio che mostra i segni di degrado di una recessione durata già sette anni. Lì è cresciuto Tsipras, fra strade strette e silenziose, case piccole, piccoli caffè, gli amici di sempre.

   E da lì l’ascesa è stata rapida, senza mai incontrare ostacoli insormontabili. «È stato abile e fortunato», nota il compagno di militanza Andreas Karitzis. Nel 2006 viene candidato dal leader di Syriza Alekos Alavanos come sindaco di Atene, e lui raddoppia i voti. Nel 2009 ha già scalzato Alavanos — che da anni non gli parla più — poi arriva la Grande Recessione e fa il resto. «In questi anni Tsipras è stato il solo volto nuovo, non compromesso, dunque la sua ascesa è stata fulminea», ammette un compagno.

   Di quegli anni di formazione Tsipras a portato con sé nel palazzo presidenziale l’abitudine di circondarsi solo degli amici fidati. Oggi sono Alekos Flabouraris, un partner d’affari del padre di Tsipras nel settore dei piccoli appalti pubblici, l’avvocato dell’élite degli oligarchi greci Spiros Sagas, e Nikos Pappas: quest’ultimo, coetaneo di Tsipras, erede di una dinastia di combattenti comunisti. Sono Flabouraris (che i figli del premier chiamano «nonno»), Sagas e Pappas a schermare il premier dagli urti del mondo esterno, capaci di farsi ascoltare da lui più di qualunque ministro greco o leader europeo.

   Dal mondo della militanza, Tsipras però dev’essersi portato nel Maximos anche un altro retaggio: la fiducia che tutto per lui procederà sempre bene. «Alexis pensa in positivo — dice Karitzis — anche di fronte ai burocrati neoliberisti di Bruxelles». Non aveva però fatto i conti con Angela Merkel, impermeabile a minacce da assemblea studentesca come la richiesta alla Germania di indennizzi per la guerra. Né aveva previsto la fuga dei risparmi dei greci dalle banche, per un numero di miliardi (35) che si avvicina ai punti di gradimento di Syriza nei sondaggi (40).    In queste sere, i compagni aspettano ancora la telefonata del premier nella sede di Syriza. Ma neanche loro possono escludere che saranno solo urla. (Federico Fubini)

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PIÙ TASSE PER TUTTI PER SALVARE ATENE

di Alberto Bisin, da “la Repubblica” del 24/6/2015

   LA GRECIA è ormai da qualche mese sull’orlo di una crisi di liquidità e il governo fa promesse di comportamento fiscale responsabile che sa di non potere e nemmeno volere mantenere. Gli organismi internazionali fingono di crederci.

   DANNO un calcio alla lattina per prender tempo e evitare di avere i greci in piazza (con qualche differenza: il Fondo più riluttante, la Commissione europea più accondiscendente, carezza di Juncker a Tsipras inclusa). I greci continuano a ritirare i depositi presso le proprie banche, da tenere in Germania o anche sotto il letto, miliardo dopo miliardo sempre più rapidamente.

   Tutto questo costringe la Bce a continuare ad estendere liquidità al sistema bancario greco che senza di essa sarebbe crollato da tempo in un buco nero da cui non potrebbe essersi risollevato senza controlli di capitale o altre misure estreme di questo tipo.

   I greci smettono anche di pagare i debiti, quelli personali privati, non il debito pubblico. Le imprese (così come il settore pubblico) rallentano nel pagare i debiti commerciali. E lo stesso fanno i privati cittadini con mutui e anche con piccoli prestiti a consumo e servizi durevoli. E naturalmente entrambi, imprese e cittadini, evitano il fisco (che ha raccolto un miliardo di euro in meno rispetto alle aspettative solo a maggio).

   I mercati finanziari internazionali invece respirano, che loro dalla Grecia sono fuori da tempo, avendo mollato tutto il debito agli organismi internazionali. E poi i mercati hanno orizzonti di ore e quindi a loro il calcio alla lattina serve, fino al prossimo attacco isterico.    L’accordo (o meglio, l’accordo ad accordarsi) che si profila è una decisione di non decidere fondamentalmente perché è chiaro a chiunque voglia osservare la situazione che la crisi di liquidità che attanaglia la Grecia in queste ore è in realtà una manifestazione di emergenza di una ben più fondamentale crisi di insolvenza. Se distinguere illiquidità ed insolvenza è in generale operazione complessa, il caso della Grecia era evidente da tempo.

   Tutti gli indicatori, certamente già nel 2010, puntavano in quella direzione: il rapporto debito/ Pil, la percentuale del debito in mano straniera, la bilancia dei pagamenti esteri, il disavanzo primario, la produttività totale dei fattori, la crescita economica. Tutti. Gli organismi internazionali tuttavia da allora agiscono essenzialmente come se dovessero affrontare solamente una crisi di liquidità. Questo in parte perché l’orizzonte breve non è caratteristica solo dei mercati ma anche della politica. Ma in parte anche perché gli statuti degli organismi internazionali in generale tendono ad impedire interventi in caso di insolvenza.

   Tutti sanno della falsificazione contabile ad opera del governo greco scoperta nel 2009. Pochi sanno però che, concordemente con l’attitudine dell’Unione europea sulla questione, il Fondo monetario internazionale nel 2010 cambiò in corsa le regole nel proprio statuto a riguardo dei prestiti a Paesi in crisi e massaggiò le previsioni dei propri modelli per far sì che essi producessero probabilità di default della Grecia molto più basse di quelle reali e per far sì di conseguenza che un prestito a condizioni favorevoli fosse possibile secondo i (nuovi, ben più laschi) regolamenti. (A tutto questo riferisce un documento del Fondo monetario stesso del 2013).

   Sin dall’inizio quindi la situazione della Grecia è stata affrontata come fosse un’emergenza, senza una visione di lungo periodo. Si potrebbe pensare che poco importi, che comunque l’implosione della Grecia e la possibile conseguente estensione sistemica della crisi al resto dell’Europa sia stata evitata. Questa è una interpretazione plausibile dei fatti. Ma solo parziale.

   Uno dei principali effetti di questo comportamento, dar calci alla lattina ogni qual volta si renda necessario per una emergenza di liquidità, è stato di far confluire agli organismi internazionali (e quindi alla fiscalità dei loro Paesi membri) essenzialmente tutta la situazione debitoria della Grecia precedentemente in mano ai privati. Un gran regalo alle banche dell’Eurozona (e non solo), quindi, e la trasformazione di una difficile situazione economica in una questione meramente politica.

   Di qui la perdita di quel po’ di effetto stabilizzatore che i mercati privati possono avere, attraverso un aumento dei tassi all’indebitamento ad esempio. E l’apertura a comportamenti strategici poco concilianti da parte dei greci, dall’elezione di un governo che dichiara di voler buttare all’aria i tavoli, al flirt di questo stesso governo con la Russia di Putin.

   Molto più difficile ora dare un taglio alla situazione, anche se è vero che la crisi sistemica è probabilmente non più una seria minaccia. Impossibile dire come finirà, ma probabilmente con un lungo stallo dell’economia della Grecia e naturalmente più tasse per tutti, greci e non greci. (Alberto Bisin)

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(proponiamo qui un saggio del MFE –Movimento Federalista Europeo- del 2011- sul tema della creazione in EUROPA, almeno nei 19 Paesi della cosiddetta EUROZONA, – cioè che hanno la moneta unica, l’euro – di una autorevole FEDERAZIONE PIENAMENTE COMPIUTA)

IL BAILOUT DEGLI STATI NELLE UNIONI FEDERALI E NELL’UNIONE PRE-FEDERALE EUROPEA

di Domenico Moro, da “IL FEDERALISTA”

(http://www.thefederalist.eu/) (Saggi, 2011)

   Negli ultimi anni, in alcuni paesi europei è stato avviato un processo che è volto a ridefinire i rapporti finanziari tra il centro e la periferia e che sta interessando Stati sia a struttura federale sia a struttura centralizzata.

   Ad esempio, la Germania ha rivisto in profondità la politica d’indebitamento dei diversi livelli di governo e, come la Svizzera, ha abbandonato, perché dimostratasi nei fatti inefficace, la golden rule, cioè la regola secondo la quale l’indebitamento netto annuo di un governo deve essere pari al livello degli investimenti pubblici annui.

   L’Italia, da parte sua, si è avviata verso l’introduzione del federalismo fiscale, in quanto la finanza derivata risulta incompatibile con gli obiettivi d’indipendenza dei governi regionali e con un’offerta di servizi pubblici locali coerente con la struttura delle preferenze dei residenti. Però, contrariamente a quanto potrebbe far ritenere il dibattito a sostegno dell’introduzione del federalismo fiscale, in particolare in Italia, da parte delle forze politiche più sensibili a questa riforma, i rapporti finanziari nel senso di una maggior indipendenza dei governi regionali rispetto a quello centrale, e quindi i rapporti di potere tra gli stessi, non sono definiti una volta per tutte.

   La situazione, del resto, è ancora fluida anche in Europa che, almeno per quanto riguarda i paesi dell’Eurozona, si trova in uno stadio pre-federale. In seguito alla crisi finanziaria che è esplosa negli Stati Uniti nel 2008 e che ha coinvolto il continente europeo, mettendo in discussione la sopravvivenza dell’euro, la reazione dei paesi membri dell’Eurozona nei confronti di quelli con i maggiori problemi finanziari, come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia, è stata quella di procedere al loro commissariamento di fatto da parte delle istituzioni europee.[1]

   Inoltre, per quanto riguarda la Spagna, il Consiglio europeo non si è limitato a prendere atto, con soddisfazione, che il parlamento spagnolo ha approvato una norma costituzionale che prevede il pareggio di bilancio, ma ha auspicato che tale regola venga fatta propria anche dai governi regionali.[2] Lo stato delle finanze pubbliche pone quindi già in discussione i rapporti di potere tra l’Unione europea, gli Stati membri e i livelli di governo regionali, anche se l’Unione non è ancora una federazione compiuta.

   Proprio nella prospettiva del completamento del processo di creazione, almeno nell’Eurozona, di una federazione pienamente compiuta, e quindi per contribuire alla riflessione sulle questioni più rilevanti che tale federazione dovrà affrontare relativamente al problema delle finanze pubbliche e della ripartizione dei poteri e delle responsabilità tra i vari livelli di governo, questo lavoro si propone, attraverso l’analisi delle politiche seguite dai governi federali quando si trovano di fronte a problemi di crisi fiscali che coinvolgono gli Stati federati, di mettere in evidenza che la difesa di un ordine istituzionale federale richiede una politica finanziaria virtuosa da parte dei governi statali e regionali.

   La tesi che si vorrebbe dimostrare è, infatti, che:

  1. a) l’indipendenza dei livelli inferiori di governo non è acquisita in modo definitivo, e che il valore dell’indipendenza deve accompagnarsi all’adozione di vincoli costituzionali alla gestione di una finanza federale ed in particolare all’adozione di vincoli alla gestione del debito pubblico da parte dei livelli inferiori di governo;
  2. b) l’integrazione del mercato dei capitali è un potente fattore di spinta alla centralizzazione del potere al livello al quale questa integrazione è massima. Nel caso europeo, la spinta è verso una maggior unificazione su scala europea. Questo significa che, a termine, l’unico livello di governo cui potrebbe far capo la competenza dell’indebitamento sul mercato dei capitali dovrebbe essere quello europeo;
  3. c) l’introduzione del federalismo fiscale a livello nazionale può assicurare una maggior autonomia ai livelli inferiori di governo, rispetto al potere centrale nazionale, solo se, a sua volta, lo Stato nazionale è membro di una federazione europea che ne controbilanci i poteri;
  4. d) il fatto che le difficoltà finanziarie di alcuni Stati membri dell’Eurozona pongano il dilemma tra un intervento volto a sostenere tali Stati per salvare l’euro, oppure un non-intervento, rischiando così di mettere in discussione la sopravvivenza dell’Unione monetaria europea, è dovuto alla condizione pre-federale dell’area dell’euro.

   L’esperienza delle unioni federali ci dice, invece, che in una federazione la politica ha l’ultima parola in merito all’intervento o meno a sostegno delle finanze di uno Stato membro in difficoltà, senza che questo metta in discussione il quadro statuale unitario. Nelle unioni federali, la politica può dunque scegliere se lasciare unicamente al mercato la stimolo all’adozione di misure di risanamento delle finanze pubbliche dello Stato interessato, oppure intervenire con strumenti discrezionali in aggiunta o in sostituzione a quelli del mercato.

Con questa nota si vuole, in sostanza, contribuire ad una riflessione su quali sono le condizioni economiche ed istituzionali che consentono di soddisfare la definizione di governo federale data a suo tempo da K.C. Wheare, secondo la quale tale governo è “un insieme di governi indipendenti e coordinati”.[3]

Se nel contesto intergovernativo europeo il problema sembra unicamente quello dell’assenza di legittimità democratica che presiede alle decisioni europee volte a ridurre l’eccessivo indebitamento pubblico, l’esperienza delle unioni federali ci dice che, se si vuole evitare che, nel tempo, si alterino i rapporti di potere a favore del livello centrale, mettendo quindi in discussione la caratteristica fondamentale dei sistemi federali come descritta da Wheare, è necessario perseguire una politica finanziaria sana a tutti i livelli di governo. (Domenico Moro) (per leggere tutto l’articolo, vedi:

http://www.thefederalist.eu/site/index.php?option=com_content&view=article&id=852&lang=it )

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COS’È SYRIZA

– Cos’è, cosa vuole e chi c’è dietro Syriza, il partito greco di sinistra radicale che ha messo sotto sopra il sistema politico in Grecia –

di Pietro Guastamacchia,

da http://www.thepostinternazionale.it/ del 5/6/2015

   Se ne parla molto, in particolar modo almeno dal gennaio del 2015, quando ha trionfato alle elezioni in Grecia. Ma cos’è Syriza?

   Syriza, acronimo greco di Coalizione della Sinistra Radicale, raccoglie al suo interno diverse formazioni politiche: alla sua nascita nel 2004 vi confluirono fazioni comuniste, il partito maoista, organizzazioni ecologiste e movimenti anarchici particolarmente popolari nel quartiere di Atene Exarchia.

   La vocazione era quella di costruire un’opposizione alle politiche di austerity unendo tutti i soggetti di matrice marxista. Oltre dieci sigle si aggregarono per aggirare, con successo, lo sbarramento imposto dalla legge elettorale greca al 3 per cento e garantirsi così una rappresentanza parlamentare.

   Oggi Syriza è indicato come il primo partito del Paese in termini di consenso elettorale e questo lo deve solo in parte alla perdita di popolarità dei suoi concorrenti. Il vasto consenso sul territorio è coperto con reti di associazioni, di cittadini e di assemblee che invitano la popolazione alla partecipazione.

   Poco è rimasto della struttura tradizionale da partito marxista iniziale: la lotta di classe ha lasciato spazio alla più chiara linea anti austerity rivolgendosi soprattutto alla piccola e media imprenditoria, ai pensionati, agli studenti e agli impiegati pubblici.

   Molti giovani partecipano alle vita pubblica con iniziative di assistenza e solidarietà ben radicate nel Paese e nelle zone più degradate di Atene. I militanti di Syriza hanno conquistato la fiducia sul territorio soprattutto grazie agli ambulatori popolari.

   L’assistenza medica è un problema cruciale oggi in Grecia dopo che il governo ha dimezzato i fondi alla sanità pubblica nell’arco degli ultimi quattro anni. Le sedi di Syriza oggi sono spesso gli unici luoghi vivi in quartieri dove gran parte delle vetrine sono sprangate ormai da anni.

   Punto di svolta per la storia di Syriza fu il collasso nel 2012 del partito socialdemocratico Pasok. Dopo la fuoriuscita dell’ex presidente George Papandreou, diversi amministratori locali e politici nazionali passarono a Syriza.

   Furono seguiti da molti elettori del Pasok, scontenti di vedere il proprio partito al governo con la destra. Ad oggi, una sostenuta percentuale dei candidati di Syriza sul territorio viene dal Pasok, ed è stato proprio l’innesto di elettori e politici socialdemocratici a portare alla metamorfosi di Syriza verso una forza non più minoritaria ma di governo.

   Al contempo questa nuova ondata di elettori e politici ha inquinato, secondo alcuni, la linea politica del partito spostandolo su linee troppo moderate.

   Nelle parole di un loro ex elettore, il medico D. Matthaiou: “Sono diventati politici come gli altri, per diventare una forza di governo sono dovuti scendere a compromessi”.

   La spaccatura nel partito c’è, è stata evidenziata anche da alcune critiche che il partito ha ricevuto in fase congressuale da correnti di sinistra. Ma al momento tutto è stato messo a tacere in attesa dei risultati del voto.

Cosa vuole Syriza?

Gli obiettivi di Syriza sono chiari: fermare il debito pubblico, combattere la disoccupazione e garantire il welfare a tutti i greci.

   La Grecia si trova al momento in condizioni economiche disastrose. La disoccupazione è aumentata del 273 per cento dal 2009 a oggi, attestandosi al 25 per cento circa su scala nazionale. Il che vuol dire che 1,3 milioni di cittadini greci sono disoccupati.

   Se si aggiunge la popolazione inattiva, il dato schizza a oltre tre milioni a fronte di tre milioni e mezzo di occupati.

   Stando ai sondaggi, è proprio questo il bacino elettorale di Syriza: e cioè tutti quelli che la crisi ha lasciato senza lavoro e che non credono più nelle soluzioni proposte da Samaras e dal suo partito Nea Demokratia.

A queste persone il leader di Syriza Alexis Tsipras ha presentato la sua cura per l’economia del Paese, alternativa a quella offerta sino a oggi dalla destra, costruita attorno a un punto essenziale: la rinegoziazione del debito pubblico con l’Europa.

   Nello specifico il programma di Syriza propone la regolarizzazione dei debiti con lo stato attraverso un sistema di pagamenti che non superi il 20 per cento del reddito per cittadino.

   Tsipras vorrebbe anche istituire una banca intermediaria che acquisisca i debiti con le banche e si rifaccia sul cittadino per un compenso mai superiore al 30 per cento del suo reddito, e che vi sia l’esenzione per tutti coloro che vivono sotto la soglia della povertà (circa il 32 per cento della popolazione).

   Altro punto fondamentale è l’impedimento al pignoramento della prima casa e della messa in asta in caso di mancato pagamento del mutuo, nonché l’istituzione di una tassa sui grandi patrimoni

   Stando agli ultimi sondaggi, se si dovesse confermare la percentuale tra il 32 e il 35 percento e se meno di sei partiti dovessero passare la soglia di sbarramento del 3 per cento, Syriza avrà una maggioranza autonoma in Parlamento di oltre 150 seggi su un totale di 300 parlamentari.

Chi è Alexis Tsipras?

Per la campagna elettorale ha scelto una foto col pugno sinistro alzato. Alexis Tsipras, ingegnere di quaranta anni, ha alle spalle una vita di militanza nel Partito Comunista Greco, prima, e poi nella Coalizione delle Sinistre e dei Movimenti Ecologisti, che successivamente confluirà in Syriza.

   Carismatico, giovane e buon oratore, Tsipras ha percepito da subito che la centralità del debito greco nella questione europea poteva diventare un’arma a suo favore.

   La Grecia, infatti, diventò dal 2009 argomento di discussione in tutta Europa e Tsipras assunse il ruolo di interlocutore per tutte le sinistre europee, inclusa quella italiana, che nel 2014 partecipò alle elezioni europee con una lista che portava il suo nome.

   Tsipras decise di impostare la sua campagna elettorale sulla parola “speranza” innestando una battaglia contro la destra di Samaras che invece giocò la propria sulla paura che Syriza avrebbe potuto vanificare gli sforzi e i sacrifici del popolo greco.

   Gli attacchi di Tsipras però sono contro l’austerity voluta da Bruxelles e in particolare contro Angela Merkel, di cui bene conosce il tasso d’impopolarità in Grecia. Tsipras si riferisce spesso alla cancelliera come “uno dei 28 presidenti europei”.

   Stando a un sondaggio dell’istituto demoscopico dell’università Panteion, Alexis Tsipras ispira fiducia come leader agli elettori di centro sinistra: grazie alla sua campagna elettorale ha guadagnato consensi anche su quegli elettori che non appartengono al suo partito.

   Lo stesso sondaggio indica una percentuale, intorno circa al 10 per cento dei votanti, che si dice sì elettrice di Syriza ma che al contempo non vede Alexis Tsipras come un possibile leader di governo.

Micaela Vax, 38 anni impiegata in un’agenzia di credito, è tra queste: “Io credo che voterò Syriza, ma non amo Tsipras, ho visto troppi suoi salti mortali per accontentare tutti. Riesce sempre a dire quello che il suo pubblico si aspetta, ma è spesso in contraddizione con se stesso”. (Pietro Guastamacchia)

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MARE, LUSSO E CHAMPAGNE: ECCO L’ATENE CHE BRINDA. “LA CRISI? PAGANO GLI ALTRI”

di Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 24/6/2015

   Sulla spiaggia dei ricchi non è cambiato nulla. Ma i gestori ora temono una stangata sui turisti Poi c’è anche il «Balux Seaside» di Glyfada, Atene sul mare, la spiaggia pulita, i massaggi alla schiena, la piscina a filo dell’orizzonte. Una bottiglia di Veuve Clicquot costa 250 euro. L’hanno appena ordinata un ragazzo e una ragazza bellissimi, entrambi dediti alla palestra. Aspettano baciandosi su un divanetto bianco, sotto un canneto. «Tsipras metterà nuove tasse? Faccia come vuole», sorridono. «Noi stiamo bene. Nessun problema. Anche se dovessimo uscire dall’Europa».

I DUE VIZI DEL PAESE

Alle tre di pomeriggio di un mercoledì sospeso, la piscina è affollata, ma silenziosa. Il sole brucia la pelle. Non ci sono turisti, almeno non oggi. Non qui. Questa è semplicemente un’altra Atene. Come sulla collina di Kifisia, come nel centro storico di Kolonaki, a Glyfada vivono gli ateniesi ricchi. Chi li conosce bene è il direttore di questo stabilimento balneare di lusso, si chiama Diomidis Theocaropulos, anche lui palestrato, ma laureato in Economia, ha le risposte che possono spiegare certi sorrisi. «Per loro – dice – per i nostri clienti, non è cambiato niente. E niente cambierà. I ricchi greci hanno due vizi, come gli italiani, credo. Portano i soldi all’estero. E non pagano le tasse, non le hanno mai pagate, continueranno a non pagarle. Purtroppo la scelta di Tsipras non farà altro che peggiorare la situazione. Altro nero. Altre fughe di capitali. Gli unici a pagare saranno i turisti e i soliti noti». Il signor Theocaropulos dice la cosa più importante di tutte. Ed è questa: «Qui abbiamo sempre gli stessi guadagni, la stessa affluenza. Attori, attrici, costruttori, avvocati. Quello che sento cambiare, invece, è l’umore di questa gente. Sono tentati dalla Dracma. Odiano la Troika».

   I camerieri arrivano solerti a domandarti se gradisci un caffè. Puoi avere un asciugamano lindo per ogni singolo bagno. La vita può apparire persino noiosa. «Il problema dei greci è la mentalità», dice Theocaropulos. «Faccio un esempio concreto. In questa struttura dirigo 110 persone, 85 arrivano dall’Albania. Il motivo è semplice: gli albanesi hanno bisogno di lavorare, accettano salari bassi, lavorano duro e non si lamentano. I greci invece…».

   I greci? «Il loro sogno è il posto fisso. Lavorare un’ora al giorno. Stanno a casa della mamma fino a quarant’anni a mangiare moussakà. Tsipras sbaglia a proteggere questo genere di persone. Gli statali. I garantiti. Servirebbe un cambio radicale di mentalità». Ricorda niente?

   Alexis Tsipras forse ha conseguito un accordo con i creditori per tenere la Grecia in Europa, ma in Grecia sta perdendo consensi da tutte le parti. La politica è compromesso, l’amore no. Lo criticano i ricchi a Glyfada, lo criticano i compagni di partito. Vedi il deputato di Syriza, Yanis Mijeloyanakis: «Le nuove proposte per l’accordo sono la pietra tombale sulla Grecia. Non faranno altro che estendere la miseria che dovevamo combattere. Come si può firmare un accordo che aumenta i suicidi e impoverisce il popolo?».

   Lo critica il vicepresidente del parlamento Alexis Dimitropulos: «Le misure proposte nell’accordo non sono ammissibili. Sono estreme e antisociali». Lo critica il partito dei nazionalisti indipendenti, per voce del leader Anel Panos Kemmanos: «La cosa che mi piace meno è l’abolizione delle riduzioni dell’Iva per le isole greche». Ieri sera anche il partito comunista ha manifestato in piazza Omonia contro l’accordo e contro l’Europa. Ecco perché il portavoce di Tsipras, Gavriil Sakellaridis, dice tutte queste cose insieme: «Siamo molto vicini a un’intesa. Ma se il governo non avrà la maggioranza parlamentare, non potrà rimanere. Non escludiamo un referendum o nuove elezioni».

IL NODO PRIVATIZZAZIONI

Quanto è difficile cambiare le cose in Grecia. Le parole sono sempre spropositate rispetto ai fatti. La storia del vecchio aeroporto di Hellenikon è il simbolo di questo immobilismo. Chiuso nel 2001, quando è stato costruito il nuovo scalo internazionale per le Olimpiadi, doveva diventare tante cose. È sul mare, vicino alle ville di Glyfada, alle piscine e agli yacht. E’ una zona molto appetita dai costruttori. Stava per diventare un casinò con grandi alberghi annessi, così come voleva un fondo di Dubai. Faceva gola ai cinesi che immaginavano un grande resort sul Mediterraneo. Il partito di Tsipras si è opposto alla privatizzazione, con l’idea di farne un enorme parco pubblico. Ma adesso il vecchio aeroporto è tornato sul tavolo della trattative alla voce «vendite». Può portare soldi. Ha qualcosa di simbolico questa pista cotta dal sole, la vecchia torre di controllo ottagonale, la scritta «Olimpic» – compagnia di bandiera – senza una lettera. Cani randagi. Sedili azzurri sventrati. Vecchie carte di imbarco mai compilate. Ripartirà la Grecia? (Niccolò Zancan)

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MERKEL E TSIPRAS «UNITI» DAI DISSENSI INTERNI

– Berlino-Atene. Sale la protesta contro l’intesa da parte dell’ala sinistra di Syriza e dei falchi di Cdu/Csu –

di Vittorio Da Rold, da “il Sole 24ore” del 24/6/2015

   Non si è ancora trovato l’accordo a Bruxelles che già sono iniziate le manovre di chi, sia a Berlino che ad Atene, l’Alfa e l’Omega dell’Europa della crisi dei debiti sovrani, è contrario alla ratifica parlamentare dell’intesa.

   Sono stati l’ala sinistra di Syriza e il partito nazionalista dei Greci indipendenti, partito di governo, a dar fuoco alle polveri. Il parlamento ellenico potrebbe rifiutarsi di approvare l’ultima versione della proposta di Atene ai creditori internazionali mirata a sbloccare fondi in cambio di aumenti di tasse e contributi. Lo ha detto il vicepresidente del parlamento Alexis Mitropulos. «Ritengo che questo programma, come lo vediamo ora, verrà difficilmente approvato dal parlamento» ha detto a Mega Tv.

   Anche Panos Kammenos, ministro della Difesa greco e leader del piccolo partito di governo dei Greci indipendenti, si è detto contrario all’accordo nella parte in cui prevede la riduzione dell’Iva agevolata del 30% per le isole, suo bacino elettorale.

   Un altro parlamentare di Syriza, Yannis Michelogiannakis, ha detto che un accordo con i creditori sulla base dell’ultima proposta del governo sarebbe «catastrofico per la Grecia» e ha sostenuto che una tale intesa non farà che aggravare la miseria sociale alla quale il suo partito aveva promesso di porre fine in campagna elettorale. Michelogiannakis ha fatto appello a Tsipras affinché rifiuti un tale accordo, in particolare se non sarà accompagnato da una ristrutturazione del debito e da un piano di investimenti per sostenere la crescita dell’economia greca.    Anche Thanassis Papanikolaou, capo dell’Associazione ellenica delle catene di ristoranti, è sul piede di guerra: «Un ritorno al 23% dell’’Iva sui servizi di ristorazione dall’attuale 13% equivarrebbe a “un bacio della morte” per il settore». Gabriel Sakellaridis, portavoce di Tsipras, ha detto chiaro e tondo che se il Governo non dovesse avere la maggioranza sull’intesa allora si andrebbe al voto anticipato.

   Ma i problemi potrebbero venire anche per il passaggio parlamentare al Bundestag tedesco, che oltre a olandesi, finlandesi ed estoni, dovrà approvare il piano in aula. Dopo dieci anni di Cancelleria e quindici di presidenza della Cdu, Angela Merkel controlla con pugno di ferro il partito democristiano e i suoi alleati bavaresi della Csu. La fronda interna anti-greca, magari fomentata in segreto dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, potrebbe usare il delicato momento della ratifica in aula per esprimere il malcontento senza far deragliare l’approvazione.

   Dato che la Grande coalizione conta su 504 su 631 deputati (una maggioranza di ben 188 voti), l’accordo passerà anche se ci dovessero essere impopolari concessioni sulla riduzione del debito. Ma a questo punto, circa un centinaio di parlamentari della Cdu/Csu potrebbero ribellarsi alla Merkel, costringendola sulla difensiva. (Vittorio Da Rold)

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GRECIA: NON SARÀ UNA VITTORIA PER TUTTI

di Alberto Mingardi, da “la Stampa” del 24/6/2015

   Tutto bene quel che sta finendo bene? La speranza di un accordo in extremis con la Grecia ha strappato un sospiro di sollievo alle Borse. Ci sono almeno due buone ragioni per essere contenti.

   In primo luogo, un default e un cambio di valuta avrebbero, nel breve, l’effetto di uno tsunami per la popolazione greca.

   In seconda battuta, la «Grexit» ci porterebbe in acque inesplorate. L’Unione Europea è un club dove ci sono regole per tutto, tranne che per uscirne. L’assenza di procedure nutre l’incertezza, che a sua volta atterrisce i leader politici, nessuno dei quali vuole legare il suo nome a un disastro epocale.

   Tuttavia l’esperienza insegna che a un sollievo a breve termine può seguire un peggioramento della malattia.

   Il patto che il governo Tsipras siglerà con Bruxelles si basa sulla promessa di risanare il bilancio inasprendo la pressione fiscale. Delle misure di consolidamento proposte, il 93% passa per aumenti di tasse e contributi, il 7% per tagli di spesa. L’Unione Europea guarda ai saldi e pertanto non ha nulla da eccepire. Ma è difficile che lo strangolamento fiscale della Grecia possa servirle a tornare a crescere.

   Tsipras e Varoufakis hanno in antipatia i tagli di spesa, per rispettabili ragioni ideologiche. Però aumentando l’Iva, inventandosi nuove tasse sui beni di lusso, tassando ulteriormente i profitti d’impresa è improbabile che il Pil faccia altro che contrarsi. Se i greci hanno problemi a pagare i loro debiti oggi, figurarsi cosa accadrà quando saranno ancora più poveri. Quindi, se le cose restano come stanno ora, il problema non è risolto: al massimo è rimandato.

   C’è di peggio. Immaginiamo che si arrivi a un accordo. Quale lezione ne trarrebbero, classi dirigenti ed elettori degli altri Paesi? Molto probabilmente, penserebbero che il ricatto greco ha funzionato. Ciò è vero per i politici: se a Tsipras è concesso di avere come obiettivo l’1% di avanzo primario (cioè di avere entrate maggiori delle uscite, al netto degli interessi, per l’1% del Pil), perché Renzi dovrebbe impegnarsi a fare il 3%? Perché dovrebbe essere preclusa ad altri governi la possibilità di costruire un po’ di consenso con aumenti di spesa?

   Ancor più, però, saranno gli elettori a rifiutare ogni logica di lungo periodo. La credibilità dei governi di quei Paesi che hanno fatto riforme impopolari andrà in fumo. E’ improbabile che gli spagnoli possano farsi tanti scrupoli a votare per Podemos, o i portoghesi a svoltare a sinistra. A che pro accettare i sacrifici, quando vince chi urla di più?

   Eppure neanche quello di una vittoria del fronte anti-austerità è uno scenario stabile. Nel momento in cui l’orientamento diventa «salvare tutti», l’incentivo a fare le riforme diminuisce.

   Ma chi prende l’obolo del re canta la canzone del re. E’ improbabile si possa andare avanti senza un «coordinamento» centralizzato della politica fiscale.

   L’Ue non potrebbe più limitarsi a guardare ai saldi: dovrebbe anche decidere a che età si va in pensione e quali farmaci passa la mutua e quali no. Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottiglierebbero enormemente. Con tutta probabilità, per reazione i movimenti populisti si irrobustirebbero ancora di più.

   Aspettiamoci molti festeggiamenti e poche certezze. L’accordo sulla Grecia sarà una vittoria di tutti. Una vittoria di Tsipras e di Juncker, di quelli che vogliono mani libere per spendere e di quelli che vogliono più Europa. C’è evidentemente qualcosa che non va. (Alberto Mingardi)

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TRA GLI IRRIDUCIBILI DI SYRIZA: «SE ALEXIS CEDE A BRUXELLES TROVERÀ LE BARRICATE IN STRADA»

di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 23/6/2015

ATENE – In questi ultimi anni, l’argomento Grecia ha dato l’orticaria ai funzionari europei. Il debito, la corruzione, i bilanci truccati avevano lasciato il senso di un fastidio irrefrenabile. A gennaio i sintomi sono peggiorati con la vittoria di Syriza. Quindi è arrivato l’urticante Varoufakis, con quella supponenza professorale e i modi irrituali. Ora basta parlare di Piattaforma di sinistra perché le mani vadano tra i capelli.

   Se Syriza è la coalizione di sinistra-sinistra che si è candidata anche in Italia alle ultime elezioni europee, Aristerì Platforma — la Piattaforma di sinistra — è la sua componente più estrema. I deputati che fanno riferimento a questa corrente sono tra il 30 e il 50 per cento dell’intera compagine di Syriza e non hanno pruderie a definirsi chi marxista, chi comunista, chi leninista e chi trotzkista. Fin qui è niente. La graffiata finale ai pendolari di Bruxelles arriva dalle posizioni anti euro degli aderenti alla Piattaforma.

   Panayotis Lafazanis e Costas Lapavitsas, le due figure di maggior spicco, non sono banali profeti del ritorno alla dracma e all’autarchia, ma ritengono che — date le circostanze — la Grecia crescerebbe meglio fuori dall’euro. Come stella polare hanno il fallimento islandese del 2008 e la sua successiva risalita. Senza più debito, è il ragionamento all’osso, le risorse andrebbero alla crescita e non ai creditori. Magari sbagliano, ma ci vogliono altri economisti per ribattere ai loro argomenti con serietà.

   «Parto dal presupposto che troveremo un accordo» ha detto ieri il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Se ci riuscissero, come farebbe il primo ministro greco Alexis Tsipras a far ingoiare qualche rospo amaro del compromesso alla sua ala sinistra?    Secondo molti analisti, l’intransigenza di Tsipras gli è imposta dal tandem Lafazanis-Lapavitsas, forse sotto-rappresentati al tavolo negoziale europeo, ma appostati al varco del passaggio parlamentare.

    «Quelli della Platforma — dice al Corriere la giornalista televisiva Eirini Zarkadoula — si comportano ancora come se fossero all’opposizione».

   Periodicamente da Bruxelles e da altre capitali emergono ipotesi, suggerimenti, auspici che Tsipras si liberi dei due leader anti euro e si appoggi a una nuova maggioranza più eurofila con i resti socialisti del Pasok o dei riformisti di To Potami. Non ce ne sarà bisogno secondo il politologo Yannis Politis. «In realtà la Platforma ha una funzione importante perché mantiene legati al governo i settori più intransigenti della società».

   Non è un caso, in effetti, che le piazze di Atene stiano vivendo il momento di maggior pace da molti anni a questa parte e che ieri, mentre la Borsa festeggiava l’ottimismo sui negoziati con rialzi record, in piazza Syntagma e nel quartiere anarchico di Exarchia bruciassero le bandiere blu dell’Ue e volassero le bottiglie molotov com’era abitudine fino a dicembre. «L’atteggiamento di Tsipras è irresponsabile, sta perdendo un’occasione storica per modernizzare il Paese e farlo uscire dal clientelismo in cui affonda — dice Athanasios Kontogeorgis, ex consulente strategico di alcuni governi precedenti — . Rispettare le linee rosse dell’ala dura fa il male del Paese. Va bene difendere le pensioni, ma spieghi come sosterrà i pagamenti a medio termine».

   Ancora diversa la posizione del sindacalista della Federazione Ellenica di Lavoratori, Hristos Panagiotopoulos, molto vicino alle idee di Platforma. «Tsipras si è impegnato a cancellare l’austerità e a convincere gli europei a cambiare strada. Se sono loro a convincere lui, se proporrà nuove tasse, la vera opposizione la troverà in strada, non in Parlamento». Un accordo a Bruxelles non suona come la fine della storia. (Andrea Nicastro)

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MA LA PIAZZA ROSSA DI SYRIZA AVVERTE IL PREMIER “NON È PIÙ TEMPO DI CONCESSIONI”

– “Basta lezioncine da quei soloni che hanno salvato le loro banche sulla nostra pelle” – La rassegnazione del professore di liceo: “Comunque vada a finire ci faremo male” – I militanti del partito di governo: non si possono fare passi indietro rispetto alle riforme elettorali –

di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 22/6/2015

ATENE. Otto di sera ad Atene. Il sole scende dietro il Partenone, mentre Giove e Venere — in un triangolo cosmico che qui vedono di buon auspicio — fanno corona alla luna. Alexis Tsipras sta partendo in questi minuti per Bruxelles dove si giocherà al summit dei capi di stato Ue il suo futuro politico e quello della Grecia. I sindacati e l’ala dei duri e puri di Syriza, visto il momento storico, hanno deciso di dargli man forte e di far sentire la loro voce alla Troika. Appuntamento (presenti circa 10mila persone) qui di fronte al Parlamento.

   Obiettivo: dire all’Europa — come recita lo striscione teso nel mezzo di Syntagma — che “la democrazia non si ricatta”. E ricordare al governo che “l’ora delle concessioni è finita e che non si può più fare passi indietro rispetto alle promesse elettorali”, come ribadisce sotto il suo cartello “Unfuck Greece”, la bionda insegnante d’inglese Alexandra Kassidis.

   La parola d’ordine è chiara: “No al memorandum”, come è scritto su centinaia di cartelli rossi e bianchi appesi ai pali di Syntagma. Anche a costo di dare l’addio all’euro. «Tornare alla dracma? Staremmo meglio! — è convinto Costas Giannopoulos, studente di legge — La Merkel ha tirato troppo la corda. Negli ultimi cinque anni ho sperimentato cosa significa voler stare a tutti i costi nella moneta unica. E, vista l’esperienza, non ho paura di uscirne. Faremmo qualche mese da incubo, lo sappiamo. Ma poi ripartiremmo senza nessun burocrate a darci ordini da Bruxelles».

   Gli Euzioni — i marziali soldati armati di zoccoli con pon pon — si danno il cambio della guardia davanti alla tomba del milite ignoto. «Ecco, guardi. Loro sono gli unici militari che terrei — dice Andreas Kollias, insegnante in pensione (“a 634 euro al mese”) — . Invece sa cos’è successo? Che il Fondo Monetario ha detto no a 400 milioni di tagli alla difesa, insistendo con Tsipras perché sforbiciasse di nuovo gli assegni di previdenza, il mio compreso. La guerra oggi è questa: grande finanza contro povera gente».

   L’Fmi, va detto, ha smentito questa circostanza. Ma le ferite di cinque anni d’austerity hanno lasciato segni profondi e l’Europa, più che madre, è matrigna. «Noi abbiamo le nostre colpe — ammette sotto un cartello anti Troika Elena Petrakis — Ma quello che non sopporto sono gli ultimatum, le lezioncine di economia e le minacce che ci arrivano da quei soloni che hanno salvato le loro banche rifilando il cerino del debito greco a Ue, Bce e Fmi». Yanis Varoufakis ha appena snocciolato i numeri della via crucis: in un lustro gli stipendi sono calati del 37%, i consumi del 33%. La disoccupazione è al 27% e il debito pubblico, invece di scendere, è volato al 189% del Pil. «Dica lei se possiamo andare avanti così — si lamenta Ioanna, arrivata dal Pireo, — Lei è italiano? Dovrebbe manifestare anche lei. Se falliamo vi trasciniamo nel baratro».

   Meglio fare gli scongiuri e augurarsi di cuore che non fallisca nemmeno la Grecia. Yannis, giovane militante di Antarsya, l’ala più radicale del partito, è tranchant: «Ieri abbiamo avuto una riunione in sede e abbiamo mandato un messaggio chiaro a Tsipras — racconta — Lui ha tutta la nostra fiducia e il nostro appoggio. Ma non deve farci scherzi adesso cedendo a compromessi». Piuttosto «meglio andare a cercare capitali altrove, li troviamo» dice sibillino.

   Facile a dirsi, difficile a farsi. Anche perché in piazza a manifestare contro il memorandum ci sono tante teste con opinioni differenti. «Non ho votato Tsipras per farmi uscire dall’euro — racconta Petros Nikolaides, professore di liceo al Neo Psychiko — e non può farlo. Basta solo che combatta fino all’ultimo con onore». Uno zero a zero va bene. «Comunque vada a finire, tanto, ci faremo male — aggiunge sconsolato — Se facciamo l’accordo dovremo mandare giù altra austerità. Se usciamo dalla Ue staremo peggio di prima». Bella prospettiva. Domani, dopo il summit a Bruxelles, si vedrà quale dei due mali gli toccherà. Qui a Syntagma tra l’altro, alla stessa ora, è in calendario una manifestazione pro-euro. Sperando la Grecia faccia ancora parte della moneta unica. (Ettore Livini)

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IL CUORE ROSSO DI ATENE SI RIBELLA: “BASTA TAGLI, TRADITI DA VAROUFAKIS”

– Il quartiere anarchico non ci sta: “Usciamo dall’euro, è una trappola“ – Ieri 7mila persone hanno manifestato in piazza Syntagma ad Atene contro le misure di austerità imposte dai creditori internazionali” –

di Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 22/6/2015

Non pronunciate il nome di Varoufakis in questo quartiere. Soltanto il nome può scatenare un putiferio. Urla, spintoni. «È un carrierista» è la considerazione più gentile. «Magari lui e Tsipras avessero il coraggio di portarci fuori dall’Europa. Il problema è che l’Europa non ci lascerà andare». Siamo a Exarchia, cuore «rosso» di Atene. È il quartiere degli anarchici. Degli arrabbiati. Di quelli che organizzano le manifestazioni più dure.

Era anche, almeno fino a qualche settimana fa, il quartiere del ristorante preferito dal ministro dell’Economia Yanis Varoufakis. Si trova in una piccola stradina in salita, «Yantes». Insegna azzurra. Un vecchio cinema riconvertito. Lui e la moglie Danae Stratou sedevano a questo tavolino, fra gli alberi che crescono in mezzo al tetto e finestre spalancate sull’estate. Puoi mangiare lenticchie biologiche, calamari ripieni, acciughe fritte. Nulla di sfarzoso, 12 euro per un pranzo.

Ma sono arrivati in trenta, alcuni incappucciati. Uno di questi era l’anarchico Dionisi Filaktos, magro da far paura e senza qualche dente: «Gli abbiamo semplicemente detto di sloggiare – spiega adesso con un sorriso beffardo – non crediamo a quelli come lui. Via dal nostro quartiere. Anche Varoufakis ha dimostrato di usare la politica per farsi bello. Puzza come dieci spiriti. Hai presente il disco dei Nirvana?». Un cameriere del ristorante racconta la scena dalla sua prospettiva: «Dopo un momento di tensione, Varoufakis è rimasto tranquillo. Ha parlato venti minuti con i contestatori, anche fuori dal locale, prima di andarsene». È stata la prima volta. Ha fatto capire che esiste una Grecia che ritiene Tsipras e Varoufakis eccessivamente moderati.

«BERLINO? UN NEMICO»

La incontri qui, ai tavolini della piazza, fra cani randagi, ragazzi, skateboard e il manifesto che annuncia «Il festival antirazzista». Per esempio, prendi il marinaio e vicecomandante di cargo Stelios Rassas, 29 anni. «Per anni abbiamo avuto governi che non amavano la Grecia – dice – questo è il primo diverso. Ma non gli faranno fare quello che sarebbe giusto fare. Salutare tutti e andarsene, senza paura. Soffriremmo con la dracma, ma stiamo soffrendo anche con l’euro, quindi… Anche l’Argentina è fallita. E allora? La Germania non vuole capire che non saremo mai uguali a loro. La Germania non ci rispetta. Io ho la fortuna di girare il mondo sulla mia nave. E girando il mondo, ho capito che la Grecia ha molte armi. Molta bellezza. Molte risorse uniche. È nel nostro Dna essere pronti a combattere per il nostro orgoglio».

«NELLE MANI DELLA TROIKA»

Li considerano deboli: ecco l’opinione prevalente su Tsipras e Varoufakis. Con buone intenzioni, ma deboli e nelle mani della Troika. «Vedrai», dice il vicecomandante Rassas. «Non succederà nulla. Neppure questa settimana. Ci sarà un proroga. L’Europa non si può permettere di perdere la Grecia». È una prospettiva capovolta, qui molto diffusa. E se Varoufakis è considerato un ministro indeciso e vanitoso, la Germania ormai è un nemico dichiarato.

Dietro al bancone del negozio di alimentari e sigarette, che è il riferimento di Exarchia, siede un signore pacato di nome John Sakalariu. Pacato nel tono, eppure: «Ci trattano come bulgari e albanesi! Siamo la Grecia, non un pezzo dei Balcani. Non hanno rispetto di noi e della nostra storia. Sento crescere l’odio nei confronti della Germania. E non mi piace. Mi preoccupa. Però se fino ad adesso siamo sopravvissuti a fatica, devono capire che più di così non possiamo dare». E i debiti, i vostri debiti? «Sono state politiche sciagurate. Scelte economiche sbagliate. Penso alle Olimpiadi. Ovvio che dobbiamo pagare, anche se paghiamo noi per colpa dei politici. Ma loro vogliono tutto. Hai capito? La Germania è senza limiti. Ma non è possibile pretendere anche l’anima dei greci».

IL GIORNO DELLA VERITÀ

Un giro per la città non turistica rende l’idea di quanto è successo negli ultimi cinque anni. Intere vie di serrande abbassate. Alloggi in vendita in centro a 20 mila euro. Gli stipendi sono quasi dimezzati, per chi ancora conserva un lavoro. «Quello di Tsipras è il primo governo che cerca di fare qualcosa per noi. Non deve tradire la Grecia. Basta nuove tasse! Basta nuovi tagli! Non devono calare le braghe…». Così chiede la rossa Exarchia, nel giorno della verità. (Niccolò Zancan)

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SALVATAGGIO O GREXIT? ULTIMA CHIAMATA PER ATENE

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 22/6/2015

   Verrebbe voglia di scommettere tutto sull’ottimismo della volontà e la logica del buon senso, che in questo caso coincide con un esercizio di puro realismo. Scaricare la Grecia oggi costerebbe ai suoi creditori molto di più del suo terzo salvataggio: farebbe saltare non solo la finzione di un recupero molto lontano nel tempo dei prestiti che le sono stati concessi ma farebbe anche crollare l’integrità dell’euro e il principio della sua irreversibilità.

   Per tentare di evitarlo oggi si terrà a Bruxelles l’ennesima riunione dei ministri finanziari dell’Eurogruppo. E in serata il vertice straordinario dei leader dell’eurozona, un vertice di vera emergenza .

   Ma quali sono le reali intenzioni del debitore in piena crisi umanitaria, con l’economia ferma, senza più soldi in cassa e con un bisogno ormai disperato degli aiuti Ue per evitare il default? La risposta dovrebbe essere scontata. Invece non lo è affatto, dopo 5 mesi di negoziati in bilico tra le provocazioni e la resistenza attiva alle richieste dei partner. Tanto che è legittimo interrogarsi sugli obiettivi ultimi del premier Alexis Tsipras, se punti davvero all’accordo o non insegua invece la rottura delle catene europee, rovesciandone però la responsabilità sui partner inflessibili.

   L’opinione pubblica greca resta profondamente ostile all’austerità, ne ha ingurgitata troppa, ma è altrettanto profondamente convinta dei benefici della scelta europea. Tsipras è un negoziatore spregiudicato: sa perfettamente che Grexit infliggerebbe all’euro e all’Europa un vulnus potenzialmente letale. Quindi non esita a tirare al massimo la corda, convinto che i suoi coriacei interlocutori alla fine saranno costretti a cedere per evitare il peggio. Per questo si diletta a flirtare in parallelo con la Russia di Vladimir Putin, conscio dell’importanza per l’Occidente della posizione strategica del suo paese, che proprio per questo è un boccone molto ambito a Mosca.

   A furia di tirarla, però, la corda si potrebbe spezzare. Non a caso giovedì la riunione fallita dell’Eurogruppo a Lussemburgo ha visto crescere di prepotenza al proprio interno il partito di Grexit, insieme alla frustrazione generale sull’esito di un negoziato finora quasi del tutto inutile.

   Eurogruppo, Bce e Fmi continuano a dirsi flessibili sulle misure di aggiustamento fiscale e le riforme purchè credibili, effettive ed equivalenti dal punto di vista dei risultati a quelle originariamente concordate quando fu concesso il programma di assistenza alla Grecia. Atene finora non ha scoperto le carte pur continuando a pretendere, contestualmente all’accordo per lo sblocco dei 7,2 miliardi di aiuti residui da incassare, un’intesa per la ristrutturazione del suo debito (177% del Pil), ritenuto insostenibile. Se ci fosse una sincera volontà politica di chiudere da entrambe le parti, l’accordo sarebbe tutt’altro che impossibile. La sensazione è che invece la partita sia inquinata da troppe carte coperte e secondi fini.

   I partiti nazionalisti, anti-euro, euroscettici e anti-sistema sono in crescita dovunque nell’Unione e minacciano la stabilità di molti Governi. Che certo non sono disposti a fare regali alla sinistra estrema di Tsipras per favorire i propri nemici in casa. Il braccio di ferro in corso non ha solo una valenza economico-finanziaria, dunque, ma anche e soprattutto politica. Per questo la strada dell’accordo appare tortuosa e piena di insidie. Per questo il tavolo potrebbe anche saltare. Tra 8 giorni scadranno il programma di aiuti europei e la rata da 1,6 miliardi dovuta al Fmi. «Ormai per tutti la scelta è fra la peste e il colera», riassume un diplomatico europeo. Allora meglio un cattivo accordo che niente accordo. Finirà così? (Adriana Cerretelli)

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IL BANCHIERE CONTRO BERLINO E ATENE: «NESSUNO HA NEGOZIATO IN BUONA FEDE»

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 22/6/2015

   Athanasios Orphanides a 53 anni è una delle figure più incisive emerse nella lunga crisi dell’euro. Docente di Economia monetaria al Massachusetts Institute of Technology, fino al 2013 componente del consiglio direttivo della Banca centrale europea come governatore di Cipro, prima ancora senior advisor del consiglio dei governatori della Federal Reserve americana, Orphanides non coltiva l’arte della diplomazia. Preferisce dire ciò che pensa anche quando sa di essere abrasivo per tutti: «Germania e Grecia non hanno negoziato in buona fede», osserva.

Cosa intende dire?

«Il dramma in Grecia è il sintomo di un problema più ampio in Europa. La sua essenza è una mancanza di responsabilità democratica, di obbligo di ciascuno di rispondere dei propri atti. Negli ultimi cinque anni si è creato un problema in Grecia per il quale i greci, i tedeschi e gli altri governi hanno una responsabilità congiunta, ma ciascuno di loro cerca di scaricarla sugli altri. Negli ultimi mesi né il governo tedesco né quello greco hanno negoziato in buona fede, perché nessuno dei due si è assunto la sua parte di colpa per questo stallo».

Può essere più preciso sugli errori di Atene e Berlino?

«In Grecia oggi una grossa parte del problema è frutto delle promesse irrealistiche fatte dal nuovo governo per farsi eleggere. Un anno fa quel Paese aveva un governo diverso che aveva riportato la crescita e ridotto il deficit. Purtroppo Berlino non stava negoziando in buona fede neanche allora. E l’impasse che si è prodotta ha portato al cambio al potere a Atene».

Sostiene che i negoziatori di Berlino non hanno mai cercato una soluzione?

«Il problema è iniziato con le irresponsabili politiche populiste dei governi greci che, arrivati al 2010, avevano accumulato un debito eccessivo. A quel punto un programma di aggiustamento del Fondo monetario internazionale era inevitabile. Purtroppo per la Grecia, in Europa si decise di non permettere al Fmi di aiutare da solo come accade per i Paesi che non sono nell’euro: i governi e gli organismi dell’area sono entrati in gioco, con la Germania in un ruolo di leadership. Su insistenza del governo Merkel, ad Atene è stato fatto adottare un programma disegnato principalmente per proteggere gli interessi delle banche tedesche, e di altri Paesi, esposte in Grecia. Non per aiutare la Grecia stessa».

La sua è un’accusa pesante, è certo di poterla dimostrare?

«Non lo sostengo solo io. Lo ha espresso meglio di me Karl Otto Pohl, l’ex presidente della Bundesbank: ha detto che il programma tedesco serviva a proteggere le banche tedesche e soprattutto quelle francesi dalle perdite sui loro investimenti sulla Grecia. Questo è il peccato originale della crisi. Quel piano è stato un enorme successo personale e politico per la cancelliera perché ha protetto le banche tedesche. Ma ha anche portato al collasso della Grecia che abbiamo osservato negli ultimi cinque anni. Nascondendo al pubblico tedesco la vera ragione di quel collasso, la narrazione di questa vicenda promossa da Angela Merkel ha creato quella sfiducia che vediamo oggi fra i tedeschi e che rende più difficile per il governo di Berlino far fronte alle sue responsabilità».

Se tutto in Grecia andasse per il peggio, lei vede rischi di contagio sull’Italia e le altre economie deboli?

«I rischi di contagio sono minori rispetto al 2011 o al 2012, ma sarebbe ingenuo pensare che siano contenuti. Per quanto mi riguarda, sono molto preoccupato per l’Italia semplicemente perché il debito pubblico è così eccezionalmente alto, persino più che in fasi precedenti della crisi. Anche un piccolo aumento nei costi di finanziamento del debito può bastare a spostare l’equilibrio con conseguenze imprevedibili».

Lei dice spesso che nella sua forma attuale l’euro è una minaccia per l’Europa. Cosa intende?

«L’esperienza degli ultimi cinque anni suggerisce che l’euro è stato sfruttato da alcuni Paesi a spese di altri e a spese del bene comune europeo. I principi democratici non sono stati rispettati. I principi di eguaglianza e solidarietà, essenziali nei Trattati dell’Unione, sono stati violati con impunità». (Federico Fubini)

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CARI INTELLETTUALI, SULL’UNIONE SIETE INGENUI E POCO AMBIZIOSI

di Maurizio Ferrera, da “il Corriere della Sera” del 24/6/2015

   Negli ultimi mesi il dibattito sull’euro-crisi è stato dominato da due eccessi: tecnicismo e moralismo. Da un lato, balletti quotidiani di cifre e di sigle sconosciute e incomprensibili ai più. Dall’altro lato, giudizi su buoni e cattivi, santi e peccatori, creditori e debitori.

   È mancato uno spazio di discussione intermedio, ancorato ai fatti ma ispirato a principi, e soprattutto capace di guardare lontano. Qualcuno già parla di un nuovo «tradimento dei clerici», resuscitando la formula usata da Julien Benda negli anni Venti per denunciare la viltà e la partigianeria degli intellettuali. Pur non del tutto priva di fondamento, l’accusa è esagerata.    Alcune grandi voci della cultura europea si fanno periodicamente sentire. Ieri è toccato a Jürgen Habermas. In un lungo intervento sulla Süddeutsche Zeitung, il decano dei filosofi continentali ha preso una posizione molto critica nei confronti della élite politica tedesca.

   È scandaloso, dice Habermas, che la vicenda greca sia degenerata in uno «scontro fra popoli», e che il possibile fallimento di uno Stato venga trattato alla stregua di una insolvenza privata. E lo scandalo nello scandalo è l’ostinazione con cui il governo tedesco difende regole e assetti istituzionali che hanno amplificato a dismisura gli effetti della crisi. Le elezioni greche hanno introdotto un po’ di sabbia negli ingranaggi dell’eurozona.

   Un fatto salutare, ma Tsipras lo sta in buona parte sprecando, incapace com’è di europeizzare il confronto e opponendo al paradigma dell’austerità una nuova visione dell’Europa.

   È un peccato, perché i tempi sarebbero invece maturi per un cambiamento. Ne è convinto Amartya Sen, un’altra illustre voce che ha recentemente parlato sul New Statesman (il 4 giugno scorso). Anche il noto filosofo-economista se la prende con i leader politici, assolvendo (in maniera a mio avviso troppo disinvolta) le truppe di economisti-consiglieri che hanno orientato le scelte delle varie istituzioni europee.

   Sen fa però un’osservazione di cui la Ue dovrebbe far tesoro. Riforme strutturali e austerità «indiscriminata» non debbono accompagnarsi per forza. Tenerle assieme è stato un errore madornale: è come dare a un paziente con la febbre un antibiotico (le riforme strutturali, necessarie per la crescita) mescolato a veleno per i topi (avanzi primari di tre o quattro punti di Pil, come chiesto alla Grecia: un viatico per il soffocamento).

   Sia Habermas sia Sen auspicano un risveglio della Politica con la p maiuscola. Un auspicio condivisibile, ma a mio avviso insufficiente. Se è vero che servono nuove visioni, è un po’ ingenuo pensare che possa essere l’attuale classe politica europea ad elaborarle. Con ogni probabilità la crisi greca si risolverà con un compromesso dell’ultim’ora, scarsamente coerente e potenzialmente instabile.

   Ciò che serve è uno scatto di ambizione progettuale, un richiamo forte alla responsabilità storica che la leadership europea deve oggi esercitare. Se davvero siamo allo scontro fra popoli, la politica non può limitarsi a mediare, deve «riconciliare»: un processo delicato, al quale gli intellettuali hanno il dovere di contribuire in prima persona.

   Parlando ieri alla Statale di Milano, la filosofa franco-bulgara Julia Kristeva ha proposto l’istituzione di una Accademia culturale europea, un luogo capace di generare idee-valore che consentano alle culture politiche nazionali di uscire dall’attuale «depressione». Occorre ben altro, dirà qualcuno. Ma la formazione di nuove comunità politiche è un processo molto lento e in parte imprevedibile. Anche i piccoli semi possono produrre grandi risultati. (Maurizio Ferrera)

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