LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO: «LAUDATO SI’», SCELTA AMBIENTALISTA del PAPA nella sua enciclica dedicata alla «CURA DELLA CASA COMUNE» – Temi e parole (simili nel dettaglio) care a un ambientalista e “costruttori di ponti” di nome ALEX LANGER (nel doloroso ventennale della sua morte)

PAPA FRANCESCO e il segretario generale dell'ONU BAN KI-MOON
PAPA FRANCESCO e il segretario generale dell’ONU BAN KI-MOON

1- « Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricor­dava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: « Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ».

2- Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Sia­mo cresciuti pensando che eravamo suoi pro­prietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malat­tia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che « geme e soffre le doglie del parto » (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

   Il testo che qui sopra vi abbiamo proposto è l’attacco iniziale dell’enciclica papale (di papa Francesco) dal titolo (come di tradizione le prime parole) “laudato si’” resa nota il 18 giugno scorso, un omaggio al Cantico di San Francesco e a madre natura, ed è considerata l’enciclica “verde” del papa per i temi fortemente ecologici in essa contenuti. Ma l’enciclica papale non si limita all’appello ecologista: è in realtà una critica radicale dei valori dominanti, al lento e inesorabile declino di valori, all’incapacità del mondo globale di darsi delle regole comuni di convivenza equilibrata e di non sopraffazione gli uni con gli altri. E’ la dichiarazione di una battaglia culturale per uscire dal paradigma economico basato sullo sfruttamento delle risorse, sui combustibili fossili, sull’eccesso di scarti e in primis sull’eccesso di divario sociale, tra ricchi sempre più ricchi e sempre più persone povere, molte delle quali nel mondo poverissime.

   L’enciclica ha una sua importanza politica non da poco: siamo a pochi mesi (novembre) dalla CONFERENZA SUL CLIMA DI PARIGI, che tenterà di stabilire un accordo tra tutti gli stati sulle misure per contenere il surriscaldamento sotto 2 gradi centigradi. Al contrario del Protocollo di Kyoto, mai condiviso (e neanche firmato) in America o rispettato in Europa, la Conferenza sul Clima di Parigi avviene in un momento favorevole alla condivisione di tutti di un accordo internazionale verso un’ “economia compatibile”, a basso tasso di carbone, gas serra, sostanze inquinanti.

   A partire dal 2020, il trattato spera di coinvolgere le industrie sviluppate, con India e Cina, per temperare gli effetti su oceani, atmosfera, condizioni metereologiche e limitare disastri, alluvioni, piogge torrenziali, siccità, migrazioni… su questo USA (con Obama) e pure la Cina (che sta facendo i conti con inquinamenti devastanti…) sembrano politicamente disponibili.

ciclo dell'inquinamento
ciclo dell’inquinamento

   L’intervento innovativo, rivoluzionario, di Papa Francesco con quest’enciclica diventa pertanto una spinta ulteriore a indirizzare il mondo verso, in primis, un limite a uno sviluppo inquinante e devastante per l’ambiente, com’è stato finora. Va pure detto che le élite governative mondiali quasi sempre non hanno la forza e la volontà di opporsi alle multinazionali dell’economia, anche quelle inquinanti, come le imprese petrolifere che chiedono nei vari contesti di grande delicatezza geoterritoriale (l’Artico, ma anche per quel che ci riguarda il Mar Adriatico) di poter trivellare quei luoghi marini così particolari, con grave danno e pericolo ambientale.

Nella foto ALEXANDER LANGER - Al G7 a Napoli del luglio 1994 disse anche “silenziate un po', per favore, i vostri altoparlanti, moderate le vostre televisioni, limitate le vostre pubblicità, contenete le vostre telenovelas! Date spazio e voce, ospitalità e megafono alle molte voci dei piccoli, alle voci del sud, alle voci di coloro che non scelgono di gridare, o che non hanno più fiato per farlo”. - SONO PASSATI VENT’ANNI DALLA MORTE DI ALEXANDER LANGER, figura simbolo per il mondo della pace e del dialogo. Alex Langer (1946-1995) è stato la figura più importante e significativa dell’ECOLOGISMO POLITICO in Italia e nella dimensione europea e internazionale. Tra le tante sue iniziative e campagne viene in mente come temi di fondo: “CONVERSIONE ECOLOGICA”, “CONVIVENZA INTER-ETNICA”, “UTOPIE CONCRETE”, BIOETICA, RAPPORTI NORD-SUD, COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, “SUPERAMENTO DEI MURI”, “COSTRUZIONE DI PONTI”, DIALOGO MULTIETNICO E MULTICULTURALE, FORZA DELLA NONVIOLENZA, RUOLO DEI “CORPI CIVILI DI PACE” RISPETTO AI CONFLITTI ARMATI, PACIFISMO NON IDEOLOGICO
Nella foto ALEXANDER LANGER – Al G7 a Napoli del luglio 1994 disse anche “silenziate un po’, per favore, i vostri altoparlanti, moderate le vostre televisioni, limitate le vostre pubblicità, contenete le vostre telenovelas! Date spazio e voce, ospitalità e megafono alle molte voci dei piccoli, alle voci del sud, alle voci di coloro che non scelgono di gridare, o che non hanno più fiato per farlo”. – SONO PASSATI VENT’ANNI DALLA MORTE DI ALEXANDER LANGER, figura simbolo per il mondo della pace e del dialogo. Alex Langer (1946-1995) è stato la figura più importante e significativa dell’ECOLOGISMO POLITICO in Italia e nella dimensione europea e internazionale. Tra le tante sue iniziative e campagne viene in mente come temi di fondo: “CONVERSIONE ECOLOGICA”, “CONVIVENZA INTER-ETNICA”, “UTOPIE CONCRETE”, BIOETICA, RAPPORTI NORD-SUD, COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, “SUPERAMENTO DEI MURI”, “COSTRUZIONE DI PONTI”, DIALOGO MULTIETNICO E MULTICULTURALE, FORZA DELLA NONVIOLENZA, RUOLO DEI “CORPI CIVILI DI PACE” RISPETTO AI CONFLITTI ARMATI, PACIFISMO NON IDEOLOGICO

   Fa specie leggere l’enciclica Laudato si’, per le assonanze addirittura linguistiche, letterarie, con il pensiero e l’azione di Alexander Langer, figura simbolo per il mondo della pace e del dialogo, ora che siamo a vent’anni dalla sua morte (il 3 luglio 1995). Alex Langer (1946-1995) è stato infatti la figura più importante e significativa dell’ecologismo politico in Italia e nella dimensione europea e internazionale.

“ALEXANDER LANGER: COSTRUTTORE DI PONTI" è il titolo con cui l' EDITRICE LA SCUOLA pubblica in questi giorni il profilo dedicatogli da MARCO BOATO - sociologo, giornalista, ricercatore universitario, più volte parlamentare - nonché noto esponente del movimento ecologista, che pure ha contribuito a fondare in Italia. PER SINGOLARE COINCIDENZA IL VOLUME DI BOATO È ARRIVATO IN LIBRERIA NELLA STESSA COLLANA E NELLO STESSO GIORNO IN CUI L'EDITRICE LA SCUOLA HA MANDATO IN LIBRERIA L' EDIZIONE COMMENTATA DELLA LAUDATO SI'. E l'accostamento fra l'intellettuale e politico altoatesino e l'enciclica non è sfuggito nei commenti su alcuni quotidiani. "Alex Langer è il vero ispiratore dell'enciclica di Francesco sull'ecologia", ha scritto Adriano Sofri.(da http://it.paperblog.com/ )
“ALEXANDER LANGER: COSTRUTTORE DI PONTI” è il titolo con cui l’ EDITRICE LA SCUOLA pubblica in questi giorni il profilo dedicatogli da MARCO BOATO – sociologo, giornalista, ricercatore universitario, più volte parlamentare – nonché noto esponente del movimento ecologista, che pure ha contribuito a fondare in Italia. PER SINGOLARE COINCIDENZA IL VOLUME DI BOATO È ARRIVATO IN LIBRERIA NELLA STESSA COLLANA E NELLO STESSO GIORNO IN CUI L’EDITRICE LA SCUOLA HA MANDATO IN LIBRERIA L’ EDIZIONE COMMENTATA DELLA LAUDATO SI’. E l’accostamento fra l’intellettuale e politico altoatesino e l’enciclica non è sfuggito nei commenti su alcuni quotidiani. “Alex Langer è il vero ispiratore dell’enciclica di Francesco sull’ecologia”, ha scritto Adriano Sofri.(da http://it.paperblog.com/ )

   Come dicevamo, le somiglianze di linguaggio e di prospettiva dell’ENCICLICA di Papa Francesco, sono così incredibilmente simili al pensiero e all’azione di Langer.

   Su tutto, il tema della CONVERSIONE ECOLOGICA (tema forte dell’enciclica di Papa Francesco), che è stato tema caro a Langer nei suoi discorsi sulla giustizia, la convivenza pacifica interetnica, la risoluzione delle povertà e dei conflitti (papa Francesco, vent’anni dopo dice: “serve una «conversione ecologica». La salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali di un’economia che persegue soltanto il profitto”…).

   “Conversione ecologica”, “convivenza inter-etnica”, “utopie concrete”, bioetica, rapporti Nord-Sud, cooperazione internazionale, “superamento dei muri”, “costruzione di ponti”, dialogo multietnico e multiculturale, forza della nonviolenza, ruolo dei “corpi civili di pace” rispetto ai conflitti armati, pacifismo non ideologico…. Tutti temi che per Langer sono diventati “impegno politico concreto”, iniziative importanti prima nel “suo” Sud Tirolo, poi in tutta Europa, e pure nelle grandi aree geopolitiche tragiche di guerra (come nei Balcani, dove Alex tentò in tutti i modi di dare spazio, autorevolezza e strumenti alle voci dialoganti, a chi si opponeva alla guerra civile nella ex Jugoslavia. 

   Nondimeno Langer sottolineava spesso l’esistenza di un DEBITO ECOLOGICO tra il Nord e il Sud del Mondo, debito che il Nord doveva onorare al Sud, ripagare (…una delle campagne ecologiche più intense portate avanti da Langer intorno ai primi anni novanta è stata proprio quella della necessità che i Paesi ricchi del pianeta – il Nord – condonassero i debiti – a partire dagli esosi interessi sul debito – che strangolavano le debolissime economie dei paesi del Sud, debiti finanziari che ne impedivano ogni sviluppo.

   La cosa a nostro avviso più importante nell’azione di Langer è stata innanzitutto comunque quella dell’incontro delle diverse etnie (a partire dall’esperienza altoatesina di opposizione a quelle che chiamava “gabbie etniche”, cioè la ferrea suddivisione tra tedeschi e italiani), fino poi appunto, negli ultimi 5 anni della sua vita (dal 1991 al 1995), per porre limiti e alternative allo scontro etnico nei balcani tra serbi, croati, bosniaci-musulmani: la devastante guerra civile jugoslava, dentro e nel cuore dell’Europa, a pochi chilometri da noi (che forse è stata, nelle delusioni quotidiane di Alex per poter fare cose utili al prevalere della convivenza, uno dei motivi principali della insostenibilità della sua vita e della decisione di darsi una morte volontaria).

   Personaggio del tutto fuori l’ambito “politico” che siamo usi a pensare, Alexander Langer nel mondo geopolitico sud-tirolese, italiano, europeo nel periodo dalla metà degli anni 70 alla metà del 90 del secolo scorso, ha dimostrato appunto di essere stato un personaggio sicuramente atipico. E su questa “diversità”, si accomuna alla figura e alle iniziative del pontefice attuale, pontefice che è una “sorpresa” nel suo modo di essere, di fare, di esprimere il proprio pensiero come nel caso di questa originalissima enciclica “Laudato si’”.

   Entrambi, Papa Francesco e Alexander Langer (ricordandolo nei vent’anni dalla sua scomparsa, Alex, qui con affetto incommensurabile per i tanti che lo hanno potuto conoscere direttamente), questi due personaggi, Francesco e Alex, rappresentano una “caratteristica”, seppur in periodi storici diversi, l’uno del passato l’altro della contemporaneità, che li accomuna: quella di essere dei “PORTATORI DI SPERANZA”, persone che con la loro vita tracciano appunto “speranze” e possibilità di un presente e futuro migliore per chi si approccia ad essi, condivide il loro pensiero. E a volte, questo essere “portatori di speranza” è un fardello assai pesante, difficile, per chi ha voluto esserlo “portatore”, di farsi carico della ricerca di una strada assai ardua di felicità per il mondo intero. (s.m.)

il testo integrale dell’enciclica “laudato si'”: LETTERA ENCICLICA LAUDATO SI (2015)

………………………..PAROLE CHIAVI DALL ENCICLICA PAPALEda LA STAMPA

LE PAROLE CHIAVE DELL’ENCICLICA DEL PAPA

Analizzando il testo «Laudato si’» ecco i termini più utilizzati

di Andrea Tornelli, da “la Stampa” del 18/6/2015 – Città del Vaticano  

   La terra, nostra casa comune, «protesta per il male che provochiamo a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla». Serve una «conversione ecologica». La salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali di un’economia che persegue soltanto il profitto. 

   L’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco, 246 paragrafi divisi in sei capitoli, aggiunge un nuovo contributo alla dottrina sociale della Chiesa mettendo l’umanità di fronte alle sue responsabilità. È un testo articolato, in vari punti molto specifico, che attinge a piene mani dai documenti di molte conferenze episcopali e non si rivolge solo ai cristiani ma «a ogni persona che abita questo pianeta».

   Bergoglio valorizza le parole dei predecessori e invita a «ELIMINARE LE CAUSE STRUTTURALI DELLE DISFUNZIONI DELL’ECONOMIA MONDIALE» correggendo «I MODELLI DI CRESCITA» incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente.

   Nel testo, dopo aver citato il contributo del «caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo», del suo invito «alla necessità che ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta», il Papa propone il modello di san Francesco, dal quale si impara come siano «inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore». Francesco rivolge un appello alla «SOLIDARIETÀ UNIVERSALE», per «unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale».

LA «NOSTRA CASA» INQUINATA

Il Papa affronta il tema dell’inquinamento: gli inquinanti atmosferici che «provocano milioni di morti premature» in particolare tra i più poveri; quello causato dai fumi dell’industria e dalle discariche, i pesticidi, l’inquinamento prodotto dai rifiuti. «La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia».

   Francesco spiega che «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico», dovuto per la maggior parte alla grande concentrazione di gas serra. L’umanità deve «prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento». Il Papa cita lo scioglimento dei ghiacci e la perdita di foreste tropicali. Gli impatti più pesanti «probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo» . «Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente».

   Francesco affronta quindi la questione dell’esaurimento delle risorse naturali e dell’«IMPOSSIBILITÀ DI SOSTENERE L’ATTUALE LIVELLO DI CONSUMO DEI PAESI PIÙ SVILUPPATI». Parla della «POVERTÀ DI ACQUA PUBBLICA CHE SI HA SPECIALMENTE IN AFRICA». Di fronte alla tendenza «a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato», ricorda che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale».

   L’enciclica tratta quindi della PERDITA DELLA BIODIVERSITÀ. Tra i luoghi che richiedono «una cura particolare, a motivo della loro enorme importanza per l’ecosistema mondiale», Francesco menziona «quei polmoni del pianeta colmi di biodiversità che sono l’Amazzonia e il bacino fluviale del Congo, o le grandi falde acquifere e i ghiacciai». Invita a NON «IGNORARE GLI ENORMI INTERESSI ECONOMICI INTERNAZIONALI che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali».

   Il Papa parla del deterioramento della qualità della vita umana e della degradazione sociale, ad esempio nella «SMISURATA E DISORDINATA CRESCITA DI MOLTE CITTÀ DIVENTATE INVIVIBILI» sia per l’inquinamento che per il caos urbano. Invitando a riflettere sulla «INEQUITÀ PLANETARIA», Francesco ricorda che «l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme» colpendo i più deboli. Problemi che «non trovano spazio sufficiente nelle agende del mondo». Per questo ricorda che «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri».

   La soluzione, avverte il Papa non passa attraverso la «riduzione della natalità», che si vuole ottenere anche con «pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo». Esiste, aggiunge, un vero «DEBITO ECOLOGICO» TRA IL NORD E IL SUD: «Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra». «È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito» ecologico, «limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi». Mentre i Paesi più poveri «hanno meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale».

   Queste situazioni richiedono un cambiamento di rotta, un «sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi». Francesco denuncia «la debolezza della reazione politica internazionale» e «molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti».

   «I poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria», oggi «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta». Di fronte all’esaurimento di alcune risorse si va creando «uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni». La politica dovrebbe essere più attenta, ma «il potere collegato con la finanza» resiste a questi sforzi.

   Il Papa riconosce che c’è DIVERSITÀ DI OPINIONI SULLA SITUAZIONE E SULLE POSSIBILI SOLUZIONI. Cita due estremi: chi sostiene che «i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove applicazioni tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo». E chi ritiene «che la specie umana, con qualunque suo intervento, può essere solo una minaccia e compromettere l’ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la sua presenza sul pianeta». La Chiesa su molte questioni concrete «non ha motivo di proporre una parola definitiva», «basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune».

IL VANGELO DELLA CREAZIONE

Nel secondo capitolo, Francesco invita a considerare l’insegnamento biblico sulla creazione e ricorda che «la scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe» e che per risolvere i problemi è «necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità». La Bibbia «insegna che ogni essere umano è creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio».

   «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data», scrive Francesco, affermando che l’invito a «soggiogare la terra» contenuto nel Libro della Genesi non significa favorire lo «sfruttamento selvaggio» della natura. Siamo chiamati «a riconoscere che ogni «creatura è oggetto della tenerezza del Padre, che le assegna un posto nel mondo». L’azione della Chiesa non solo cerca di ricordare il dovere di prendersi cura della natura, ma al tempo stesso «deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé stesso».

   Il Papa invita a non «equiparare tutti gli esseri viventi» e a non «divinizzare» la terra. Francesco critica chi lotta «per le altre specie» ma non agisce allo stesso modo «per difendere la pari dignità tra gli esseri umani». «È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente».

UNA CRISI CAUSATA DALL’UOMO

Nel terzo capitolo dell’enciclica «Laudato si’» il Papa sottolinea LA «RADICE UMANA» DELLA CRISI ECOLOGICA, concentrandosi sul «paradigma tecnocratico dominante». Scienza e Tecnologia «sono un prodotto meraviglioso della creatività umana», ma non possiamo «ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere». Anzi, «danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano». Ed è «terribilmente rischioso» che questo potere «risieda in una piccola parte dell’umanità».

   «L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto… La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali», allo stesso modo in cui si afferma che i problemi della fame «risolveranno semplicemente con la crescita del mercato». «Ma il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale».

   Di fronte a tutto questo, LA CULTURA ECOLOGICA «DOVREBBE ESSERE UNO SGUARDO DIVERSO, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico». «Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale… Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo».

   «Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso». E non è «NEPPURE COMPATIBILE LA DIFESA DELLA NATURA CON LA GIUSTIFICAZIONE DELL’ABORTO». La cultura del relativismo «è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto… È anche la logica interna di chi afferma: lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia». Se non ci sono verità oggettive e princìpi stabili, i programmi politici e le leggi non possono bastare per «evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente», perché «quando è la cultura che si corrompe», le leggi verranno intese solo come «imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare».

   Francesco tratta poi della NECESSITÀ DI «DIFENDERE IL LAVORO» UMANO, che non va sostituito con il progresso tecnologico. Il vero obiettivo nell’aiuto ai poveri «dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro». Il Papa ricorda che «le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo APPOGGIO AI PICCOLI PRODUTTORI E ALLA DIVERSIFICAZIONE» e perché vi sia vera libertà economica «a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario».

   A proposito dell’innovazione biologica, sono prudenti i paragrafi dedicati agli OGM, sui quali «è difficile dare un giudizio generale». Il Papa ricorda che «le mutazioni genetiche sono state e sono prodotte molte volte dalla natura stessa. Nemmeno quelle provocate dall’essere umano sono un fenomeno moderno». Riconosce che l’utilizzo dei cereali transgenici, «in alcune regioni ha prodotto una crescita economica che ha contribuito a risolvere alcuni problemi», ma cita anche «significative difficoltà che non devono essere minimizzate», come «UNA CONCENTRAZIONE DI TERRE PRODUTTIVE NELLA MANI DI POCHI» e la tendenza «allo sviluppo di oligopoli nella produzione di sementi».

   Occorre poi assicurare «un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile». È inoltre «preoccupante», secondo Bergoglio, «il fatto che alcuni movimenti ecologisti difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica», ma allo stesso tempo giustifichino «esperimenti con embrioni umani vivi».

PER UN’ECOLOGIA INTEGRALE

Nel quarto capitolo dell’enciclica Francesco ribadisce l’importanza di un approccio integrale «per combattere la povertà» e al contempo «prendersi cura della natura». «L’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa» . Il Papa parla di «ecologia sociale», ricordando che «diversi Paesi sono governati da un sistema istituzionale precario, a costo delle sofferenze della popolazione», e si «registrano con eccessiva frequenza comportamenti illegali». Anche dove esistono normative sull’ambiente, non sempre vengono applicate.

FRANCESCO CITA QUINDI «L’ECOLOGIA CULTURALE», e chiede attenzione per le culture locali. Invita a non «pretendere di risolvere tutte le difficoltà mediante normative uniformi», spiega la necessità di assumere la «prospettiva dei diritti dei popoli e delle culture», perché «l’imposizione di uno stile egemonico di vita legato a un modo di produzione può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi».

   Il Papa elogia poi «la creatività e la generosità di persone e gruppi che sono capaci di ribaltare i limiti dell’ambiente, modificando gli effetti avversi dei condizionamenti, e imparando ad orientare la loro esistenza in mezzo al disordine e alla precarietà». Fa esempi che riguardano le città: CHI PROGETTA EDIFICI, QUARTIERI E CITTÀ DOVREBBE SERVIRE «LA QUALITÀ DELLA VITA DELLE PERSONE, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco» ascoltando il punto di vista degli abitanti del luogo.

Francesco accenna al problema dei trasporti, all’inquinamento provocato dalle auto in città, alla priorità da dare ai trasporti pubblici che vanno però migliorati dato che in molte città si assiste a «un trattamento indegno delle persone a causa dell’affollamento, della scomodità o della scarsa frequenza dei servizi e dell’insicurezza».

   L’ecologia umana significa anche «apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità» e dunque «non è sano un atteggiamento che pretenda di cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa». Dall’ecologia umana è inseparabile la NOZIONE DI «BENE COMUNE» che «presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili», tenendo conto dello sviluppo dei gruppi intermedi, a partire dalla famiglia.

COME AGIRE

Nel QUINTO CAPITOLO della «Laudato si’», Francesco definisce «indispensabile un consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia».

   Il Papa afferma che la «tecnologia basata sui combustibili fossili» deve «essere sostituita progressivamente senza indugio», osserva che «la politica e l’industria rispondono con lentezza» che I «VERTICI MONDIALI SULL’AMBIENTE DEGLI ULTIMI ANNI NON HANNO RISPOSTO ALLE ASPETTATIVE». I progressi sui cambiamenti climatici e la riduzione dei gas serra «sono deplorevolmente molto scarsi», anche «a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale». Il Papa mette in guardia da alcune strategie per combattere le emissioni di gas, che penalizzano i Paesi poveri con «pesanti impegni sulle riduzioni di emissioni», creando «nuova ingiustizia sotto il rivestimento della cura per l’ambiente».

   Francesco accenna quindi alla «perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica» chiedendo «ISTITUZIONI INTERNAZIONALI PIÙ FORTI… con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare». Mentre ogni Stato deve vigilare nel suo territorio e incoraggiare le buone pratiche.

   Francesco analizza la politica dei governi che rispondendo a interessi elettorali, «non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo». E cita come esempio positivo lo sviluppo di «cooperative per lo sfruttamento delle energie rinnovabili che consentono l’autosufficienza locale», auspicando un ruolo maggiore delle organizzazioni e dei corpi intermedi della società.

   Il Papa scrive anche che è importante inserire LO STUDIO SULL’IMPATTO AMBIENTALE «fin dall’inizio» in qualsiasi progetto o programma. Lasciando sempre «un posto privilegiato agli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli».

   Bergoglio ricorda che «LA POLITICA NON DEVE SOTTOMETTERSI ALL’ECONOMIA» e questa non deve sottomettersi alla tecnocrazia. A proposito della crisi finanziaria afferma: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza» che potrà solo generare nuove crisi.

   Francesco invita a «evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti». Di fronte «alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo», accettando «una certa decrescita in alcune parti del mondo», procurando risorse perché si possa crescere in modo sano da altre parti.

   Bergoglio osserva che «IL PRINCIPIO DELLA MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è UNA DISTORSIONE CONCETTUALE DELL’ECONOMIA» e che «oggi alcuni settori economici esercitano più potere degli Stati stessi». Viene poi sottolineata «l’importanza dell’apporto delle religioni» nella soluzione dei problemi economici, sociali e ambientali.

UNA SPIRITUALITÀ ECOLOGICA

Nell’ULTIMO CAPITOLO dell’enciclica, Francesco invita a puntare su un altro stile di vita, per evitare che le persone finiscano travolte dal «consumismo ossessivo» che «è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico», nel quale si fa «credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare», mentre in realtà la libertà è solo di quella «minoranza che detiene il potere economico e finanziario». «L’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca».

   Ma il Papa invita a guardare anche al positivo che già esiste, e alla possibilità per gli uomini di «ritornare a scegliere il bene». Ricordando che un cambio negli stili di vita può «esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale», come «accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione».

   «LA COSCIENZA DELLA GRAVITÀ DELLA CRISI CULTURALE ED ECOLOGICA DEVE TRADURSI IN NUOVE ABITUDINI», ci troviamo davanti ad «una sfida educativa». E bisogna cominciare dalla piccole scelte quotidiane. Il Papa ricorda il ruolo educativo della famiglia alla cura per la vita e l’uso corretto delle cose. E se «alla politica e alle varie associazioni compete uno sforzo di formazione delle coscienze», questo compete anche alla Chiesa: Francesco spera che nei seminari e nelle case religiose di formazione «si educhi ad una austerità responsabile».

   Il Papa chiede «UNA CONVERSIONE ECOLOGICA», che riconosca il mondo «come dono ricevuto dall’amore del Padre». La spiritualità cristiana «incoraggia UNO STILE DI VITA… CAPACE DI GIOIRE PROFONDAMENTE SENZA ESSERE OSSESSIONATI DAL CONSUMO».

   E «propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco». L’ecologia integrale richiede «un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione». Francesco suggerisce ad esempio di «fermarsi a ringraziare Dio prima e dopo i pasti», invitando infine a SAPER CONTEMPLARE IL MISTERO «IN UNA FOGLIA, IN UN SENTIERO, NELLA RUGIADA, NEL VOLTO DI UN POVERO». Qui è citato in nota, per la prima volta in un’enciclica papale, il maestro spirituale islamico sufi ALI AL-KHAWWAS. A conclusione della sua enciclica il Papa propone due preghiere, una «per la nostra terra» e un’altra «con il creato». (Andrea Tornelli)

DOCUMENTO PDF – IL TESTO INTEGRALE DELL’ENCICLICA «LAUDATO SI»

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alex langer (2)

Sono passati vent’anni dalla morte di ALEXANDER LANGER, figura importantissima per il mondo della Pace e del Dialogo, ma anche vent’anni dalla strage di Srebrenica e dalla fine del conflitto in Bosnia Erzegovina. Cosa resta del messaggio di Alex oggi? Nei Balcani di oggi è possibile parlare di convivenza pacifica?

ALEXANDER LANGER (1946-1995) è stato la figura più importante e significativa dell’ECOLOGISMO POLITICO in Italia e nella dimensione europea e internazionale. “CONVERSIONE ECOLOGICA”, “convivenza inter-etnica”, “utopie concrete”, bioetica, rapporti Nord-Sud, cooperazione internazionale, “superamento dei muri”, “costruzione di ponti”, dialogo multietnico e multiculturale, forza della nonviolenza, ruolo dei “corpi civili di pace” rispetto ai conflitti armati, pacifismo non ideologico: sono questi i temi e gli obiettivi che hanno caratterizzato il suo impegno civile, sociale, politico e culturale, tradotto anche nell’intensa attività giornalistica e politica svolta nell’ambito del Consiglio provinciale di Bolzano/Bozen e regionale del Trentino-Alto Adige/Südtirol, nel Parlamento europeo e nei più importanti scenari mondiali.

(da http://www.trentinosolidarieta.it/ )

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   Al G7 a Napoli del luglio 1994 disse anche “silenziate un po’, per favore, i vostri altoparlanti, moderate le vostre televisioni, limitate le vostre pubblicità, contenete le vostre telenovelas! Date spazio e voce, ospitalità e megafono alle molte voci dei piccoli, alle voci del sud, alle voci di coloro che non scelgono di gridare, o che non hanno più fiato per farlo”.

   Mai come oggi sarebbe vitale per la democrazia e la società farlo. Che sia la crisi (come per la Grecia)  o le tante guerre intorno a noi (Libia, Siria, Ucraina),  fino alla “politica” (le virgolette non sono casuali) italica, è incredibile come si sentano tantissime voci, analisi più o meno presunte e tanto altro vuoto cianciare, ma manca sempre la voce degli ultimi, degli impoveriti, di coloro che vivono e su cui gravano i pesi delle crisi, delle ingiustizie, della mancanza di umanità di questo nostro derelitto e disperato mondo.

   Alexander lo ha attraversato in un viaggio leggero, profondo, con lungimiranza e mitezza d’animo che si sposavano perfettamente con una radicalità e una coerenza del pensiero e della pratica quotidiana esemplari, con intelligenza profonda nel guardare l’umanità, impegno appassionato, generosità dei sentimenti che lo ha portato al dono totale di sé agli altri e alla politica. (Alessio di Florio, 1 luglio 2015, da www.peacelink.it/ )

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Langer a una conferenza
Langer a una conferenza

ALEXANDER LANGER, COSTRUTTORE DI PONTI

di Riccardo Bonacina, da “VITA”( http://www.vita.it/) del 1/7/2015

– Sono passati vent’anni da quel lunedì 3 luglio 1995 in cui lo scrittore, politico, pacifista si impiccò ad un albero di albicocco. Ripercorriamo i trent’anni del suo impegno insieme al suo amico MARCO BOATO, che su di lui ha appena pubblicato il libro “Alexander Langer, costruttore di ponti”. Da Francesco l’Enciclica che sognava –

   Sono passati vent’anni da quando Alexander Langer mori la sera di lunedì 3 luglio 1995, impiccandosi ad un albero di albicocco, forse perché sfinito da un impegno che durava da almeno trent’anni, forse perché sfiancato dal suo procedere contro ogni banalità e schema, forse perché troppo solo.

   Una vita breve, ha vissuto meno di 50 anni (49 per l’esattezza), durante la quale ha tuttavia attraversato in modo originale, libero, coraggioso la seconda metà del Novecento. Impressiona la sostanza profetica dei suoi scritti e dei suoi interventi su cui varrà la pena ritornare, per capire il buco nero che ha lasciato la sua scomparsa nella cultura italiana in generale e, in particolare, in una sinistra che ha via via smarrito se stessa e le stesse ragioni della storia.

   Ne parliamo con un grande amico di Langer, Marco Boato che ha appena licenziato un libro da non perdere perché capace di attraversare e riassumere il percorso umano e politico del leader verde lungo una trentina d’anni. “ALEXANDER LANGER, COSTRUTTORI DI PONTI”, è il titolo del libro edito dall’editrice La Scuola.

Boato lei è stato amico di Alexander dal 1968 al momento della sua morte, condividendo battaglie, ideali, religiosità, impegno politico.

Alex aveva due anni in meno di me, io sono del ‘44 lui era del ‘46, ma abbiamo vissuto una lunga esperienza in parallelo di impegno politico e culturale, lunga anche se Alex è morto volontariamente a soli 49 anni. Mi riferisco all’esperienza del dissenso cattolico negli anni del post Concilio, lui l’ha vissuta a Firenze io a Trento, mi riferisco al 68 tra Trento e Bolzano, lì ci siamo conosciuti, mi riferisco all’esperienza del movimento extraparlamentare Lotta Continua, dal 1970 al 1976, poi all’esperienza di una formazione politica locale tra Trento e Bolzano, Nuova Sinistra e infine all’esperienza dei Verdi che inizia all’alba degli anni 80 e che per Alex si conclude tragicamente il 3 luglio 1995. In tutto questo percorso dal 1968 in poi c’è stata tra noi innanzitutto un’amicizia e solidarietà umana, poi anche politica, culturale e anche spirituale e religiosa. In particolare alla fine del 1982 facemmo un Convegno internazionale a Trento intitolato “Un partito/movimento Verde anche in Italia?” che sta all’origine dell’esperienza verde.

MARCO BOATO
MARCO BOATO

“Costruttore di ponti” si intitola il suo libro e in effetti Alex scriveva in Minima personalia, «sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone». Langer non si è mai negato a nessun dialogo, lo cercava, sapeva che è nell’incontro che si definisce l’identità che è sempre sostanza in movimento e mai una gabbia.

È proprio così, ed è significativa a questo proposito l’esperienza del suo rapporto con le lingue, non solo il tedesco e l’italiano che Alex conosceva perfettamente, ma anche l’inglese, lo spagnolo, il francese. L’essere interprete e traduttore fu esperienza fondamentale per Alex. Considerava la conquista di una lingua la scoperta di un altro mondo, di un’altra realtà, il superamento dei confini mentali e culturali, parlare un’altra lingua significava per lui poter attraversare le frontiere. Pur nell’espressione di un ininterrotto impegno politico Langer non ha mai voluto abbandonare le sue due principali professioni, l’essere insegnante di storia e filosofia nelle scuole medie superiori (a Bolzano a Merano a Roma) e quella di interprete e traduttore (tradusse per esempio “Lettera a una professoressa” per un grande editore tedesco). Alex del resto non ha mai avuto una concezione totalizzante della politica malgrado non si risparmiasse nell’impegno.

Quasi trent’anni di amicizia significano una massa enorme di ricordi e di emozioni condivise. Ne vuole ricordare qualcuna?

È difficile per me rispondere a questa domanda perché ho tantissimi ricordi personali. Ricordi che riguardano le fatiche e le conquiste. Per esempio ricordo una delle sue più persistenti fatiche. Essendo lui riconosciuto, o criticato, come il principale leader carismatico dei Verdi dalla metà degli anni Ottanta in poi, qualcuno arrivò a definirlo come “il profeta verde”, lui viveva anche sul piano personale tutto questo con grande difficoltà, si sentiva quasi ostaggio di questo ruolo che gli veniva cucito addosso, anche giustamente perché leader lo era a tutti gli effetti. Ma soffriva questo aspetto come un peso non voluto, soffriva il sentirsi prigioniero di un ruolo pubblico.

Tra i ricordi ci sono anche, come testimonia il libro, quelli riguardanti le sofferenze di Alex su tante sue battaglie politiche.

Ricordo nel 1987 quando Langer sottoscrisse un documento dei verdi fiorentini sulla bioetica in dialogo con il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, allora cardinal Ratzinger che venne ferocemente contestato da sinistra. Ne parlammo e discutemmo a lungo e lo avvertii degli attacchi che poi avrebbe ricevuto. Ma Alex riteneva questo tema fondamentale e per rispondere a questa cascata di critiche il 7 maggio 1987 pubblicò un articolo su Il Manifesto intitolato “Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?”, articolo in cui cercò di far capire al mondo comunista e post comunista quale importanza avesse sotto il profilo della bioetica il dialogo con la Chiesa. Temi, questi che poi Langer svilupperà negli anni successivi come parlamentare europeo.

   Un altro ricordo doloroso è del 1994, un paio di mesi dopo l’inaspettata vittoria di Berlusconi sulla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e dei progressisti, Alex si sentì molto lontano da quell’esperienza dei progressisti italiani, e quando Ezio Mauro su La Stampa lanciò in un editoriale l’idea che per la sinistra fosse venuta l’ora di un “Papa straniero” per rivitalizzare il Pds in profonda crisi dopo la sconfitta (la Chiesa aveva eletto al soglio pontificio il polacco Wojtyla), Alex mi telefonò e nonostante i miei tentativi per dissuaderlo perché si sarebbe tirato addosso un’altra cascata di critiche (ma Alex era uomo coraggioso e intellettualmente libero) per spiegarmi il senso di un articolo che avrebbe voluto fare.

   L’articolo lo scrisse, lo pubblicò Cuore il 25 giugno 1994, con questo titolo “Voglio quel posto a Botteghe Oscure”. Un articolo bellissimo di cui ricordo solo un passaggio: «Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle “chiese”, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti ed ideologie. Ma forse bisogna superare l’equivoco del “progressismo”: l’illusione del “progresso” e dello “sviluppo” alla fin fine viene assai meglio agitata da Berlusconi. Per aggregare uno schieramento nuovo e convincente bisognerà saper sciogliere e coagulare, unendo in modo saggio radicalità e moderazione». Bioetica, rigenerazione dei partiti, equivoco del progressismo, come non riconoscere ad Alex una capacità profetica, una libertà e un coraggio unici!

   L’ultimo ricordo drammatico è del giugno 1995 quando mi telefonò, ero proprio nella stanza da cui ti sto parlando, e mi disse “Marco io vorrei andare a Cannes ha parlare con i vertici dei capi di stato e di governo europei perché io che sono pacifista e nonviolento vorrei proporre un intervento di polizia militare in Bosnia (Sarajevo era sotto assedio da 3 anni, un mese prima a Tuzla, città a cui era legatissimo, ci fu una strage di studenti, vennero uccisi 71 ragazzi e feriti in centinaia). Mi disse in questa ultima telefonata, “Non possiamo stare a guardare”, gli dissi che ero d’accordo e lo incoraggiai anche se era evidente che in tanti lo avrebbero massacrato di critiche. Langer organizzò una delegazione e ottenne il 26 giugno 1995 (pochi giorni prima della sua morte volontaria) di conferire con Chirac che presiedeva l’incontro. Lì presentò il drammatico appello “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” e, nell’incontro col nuovo presidente francese Jacques Chirac (il quale, appena eletto, aveva ordinato di riprendere gli esperimenti nucleari militari a Mururoa, sospesi in precedenza da Mitterrand), gli chiese esplicitamente un intervento di “polizia internazionale” in Bosnia. Chirac gli risponde negativamente con una sorta di predica “pacifista”! Alex rimase distrutto da quell’incontro, era molto legato agli amici bosniaci, legatissimo con il sindaco di Tuzla, e subì attacchi molto pesanti anche dal mondo pacifista di cui era un indubbio leader. Alex si diede la morte una settima dopo.

   Alex davvero era un “costruttore di pace”, non un pacifista ideologico: chiedeva «fare la pace tra gli uomini e con la natura». L’essere uomo di pace e della nonviolenza infatti non gli impedì, gandhianamente, di chiedere un intervento di “polizia internazionale” per porre fine alla tragedia bosniaca.

Lei e i suoi amici non avete mai visto segni della sua stanchezza, delle sue amarezze? Segni premonitori di quel tragico giorno della sua morte volontaria la mattina del 3 luglio 1995?

Lo avevamo visto stanco ma no non pensavamo a quello che poi sarebbe successo. Ora a distanza di anni, leggendo i suoi scritti si vedono gli interrogativi radicali su cui Alex cercava risposte che probabilmente non riusciva a trovare. Penso alla bellissima La lettera a San Cristoforo del 1990 che già conteneva l’interrogativo radicale: “Dove trovare ancora le energie per fare dopo tante battaglie?”.

   In particolare qualche passaggio della lettera “Caro San Cristoforo” un’icona che Langer conosceva bene, proprio vicino a casa sua, come in tante Chiese in Alto Adige, c’era la sua raffigurazione enorme, circa 15 metri. Scrive Alex: «Perché mi rivolgo a te alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi? (…) Cosa resterebbe da fare ad un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? Quale è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva del fiume? Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?».

   Poi nell’articolo su Il Manifesto del 21 ottobre 1992 , in cui conclude con queste parole il suo articolo “Addio, Petra Kelly”, dedicato alla leader verde tedesca, morta in un tragico omicidio-suicidio col compagno Gert Bastian, un ex-generale divenuto pacifista: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere».    Interrogativi radicali nonostante i suoi successi politici, nel 1994 fu rieletto a furor di popolo, e la produzioni di saggi bellissimi come il “Decalogo per un tentativo di convivenza interetnica” e “Conversione ecologica” in cui proponeva il motto Lentius, profundius, suavius (“più lentamente, più profondamente, più dolcemente”), formula che Langer proponeva in contrapposizione al motto olimpico Citius, altius, fortius (“più veloce, più alto, più forte”) che era diventato il motto delle sorte magnifiche progressive del capitalismo.

Leggendo l’Enciclica “Laudato sì’” di Papa Francesco in tanti abbiamo pensato a Langer. Lei?

Ho pensato che qualche collaboratore di papa Francesco nei lavori preparatori al testo abbia davvero pescato dagli scritti di Alex perché c’è una sintonia persino letteraria. Nell’Enciclica di Papa Francesco ci sono pagine ed espressioni che sembrano scritte da Alex, si usano le sue espressioni, “Conversione ecologica”. Espressione con cui Alex intendeva un fatto spirituale etico, una metanoia, un cambiamento negli stili di vita, dicendo che tale conversione non poteva essere imposta per legge ma bisognava che diventasse socialmente desiderabile, attraente. E poi l’espressione “ecologia integrale”, uno delle chiavi del suo impegno e del suo pensiero. Si pensi al tema della brevettabilità della vita.

Un tema che dalla sua scomparsa è sparito nella sinistra italiana diventando addirittura tabù, a differenza di quanto succede per esempio in Francia, in cui esponenti della sinistra verde come José Bové o Michel Onfray lottano contro la maternità surrogata.

Non posso far dire a Langer cose riferite all’oggi, certo che questi temi sono stati completamente espunti dalla sinistra italiana, a differenza della sinistra in altri Paesi. Pensa che quando ci fu il dibattito sull’aborto al Parlamento europeo, lui che era co-presidente del gruppo, fece un intervento in dissenso con il suo gruppo, dicendo “Noi che lavoriamo per ridurre la violenza, di ogni tipo, e per limitare i nostri abusi verso tutta la biosfera ed in particolare verso ogni forma di vita, perché siamo ben consapevoli dei diritti anche delle future generazioni e degli esseri diversi dagli uomini, non possiamo ridurre la questione dell’aborto ad una più efficiente fornitura di servizi sociali e neanche guardarvi sotto il profilo dei diritti delle donne. Ogni interruzione di gravidanza – che certo dovrà essere decisa in piena autonomia dalle persone direttamente coinvolte, ed in ultima istanza dalla donna – è una scelta estrema, spesso vissuta da chi ne è toccato come una sorta di “legittima difesa”, non di rado contro una prevaricazione o un torto maschile. Non possiamo né sottoporla a vessazioni legali o burocratiche, ma neanche banalizzarla né farne una bandiera di liberazione”.

Così come sul tema della brevettabilità delle forme viventi si espresse in questo modo: “Credo che oggi il fronte delle bio-tecnologie e la questione della brevettabilità sia veramente il grimaldello per concentrare il controllo sulla vita in poche mani, che per di più sono economico-industriali. Credo che oggi si possa chiedere a chi è sensibile alla difesa della vita di impegnarsi su questo fronte decisivo”. Una battaglia che dopo una difficile campagna contro la brevettabilità della materia vivente (umana, animale e vegetale) il 1° marzo 1995 riuscì a far approvare a larga maggioranza una risoluzione al Parlamento europeo che vietava tale ipotesi e poneva dei limiti all’invadenza della bioingegneria. Purtroppo il 12 maggio 1998, quella stessa aula del Parlamento europeo, che tre anni prima aveva respinto l’aberrante idea di poter brevettare i viventi, si piegò alla lobby delle multinazionali chimico-farmaceutiche, che avevano (ed hanno) il controllo del settore biotecnologico. Ma questo ad Alex è stato risparmiato. (intervista di Riccardo Bonacina a Marco Boato)

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Langer incontra Yasser Arafat
Langer incontra Yasser Arafat

TESTIMONIANZA

I PONTI DI ALEX LANGER VERSO IL PROSSIMO

di Loris Capovilla, da AVVENIRE del 18/6/2015

   Con animo commosso sono anch’io a condividere la memoria dei vent’anni dalla morte di Alex Langer, uomo vissuto a servizio non solo del suo Alto Adige, ma dell’Italia, dell’Europa, del mondo. Sì, Alex Langer è stato un eccezionale apostolo di verità e di giustizia, di libertà e di amore. L’ho conosciuto, l’ho apprezzato e talora mi pare ancora di sentire la sua voce al telefono, che mi invita ad andare con lui ed altri seminatori di pace a Sarajevo, in momenti ardui, difficili e contrastati.    Sì, Alex è stato un uomo vissuto nel servizio: agli altri e in piedi.    Permettetemi un piccolo ricordo personale che associo al ricordo di Langer, uomo in piedi.

   Rammento che nel 1933 andai a Roma, giovinetto ancora, nell’anno del giubileo straordinario della redenzione dell’umanità. Per l’occasione le ferrovie dello stato favorirono in tutti i modi il confluire laggiù per due celebrazioni: una religiosa, cioè l’anno della redenzione, e l’altra patriottica. Ragazzo entusiasta, io partii con un proposito: compiere quel pellegrinaggio in spirito di penitenza, e così, da Mestre a Roma viaggiai tutta la notte in piedi, pregando accanto il finestrino. E si può immaginare come arrivai affumicato a Roma, in luglio, con i treni a vapore. Giunto alla meta, feci le mie pratiche religiose ed ebbi la gioia di vedere Pio XI, Achille Ratti di Desio, e tanti monumenti della città eterna… Perché questo piccolo episodio? Perché esso mi fa pensare che, proprio in questo tempo, siamo entrati nell’epoca voluta da Dio, in cui dobbiamo stare tutti sempre “in piedi”, avanzando per la costruzione di un mondo nuovo, che corrisponda al messaggio evangelico.

   Ecco: Alexander Langer aveva nella mente e nel cuore la visione di un mondo pacificato e in collaborazione reciproca con tutti i cittadini. E questo me lo rende doppiamente caro. La lezione di Langer torna incoraggiante e beneaugurante dai cieli eterni. Non è tutto. Alexander Langer, “costruttore di ponti”, ci richiama la figura e l’opera del suo professore e poi amico Giorgio La Pira: cristiano, docente di diritto romano, sindaco di Firenze, innamorato di tutte le genti della terra, iniziatore di tentativi di contatti e di pace con tutto il mondo, pagando in prima persona le sue ardite iniziative. Chi conosce La Pira, gli applica volentieri la definizione che il libro di Giobbe dà di questo grande patriarca dell’Antico Testamento: «C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male».

   La Pira spese tutta la vita nel tentativo di risolvere i problemi religiosi e politici anzitutto del bacino mediterraneo, culla delle tre religioni monoteistiche. Si devono a lui le grandi giornate negli anni Cinquanta sulle civiltà e culture mediterranee e sul “ponte” lanciato in tutte le direzioni, quello che – ammirati e commossi – stiamo vedendo oggi da parte di Papa Francesco, che non perde occasione nel tentativo di riunire l’umanità intera sotto il vincolo dell’unico Padre creatore e del Vangelo.

   In un momento di grandi difficoltà, La Pira inviò un telegramma a Pio XII che, il 15 ottobre 1955, diceva: «Nome Firenze esprimovi sentimenti filiali gratitudine per vostro nuovo messaggio di pace stop. Vostro insegnamento circa trasformazione coesistenza timore et errore in coesistenza verità et carità est per noi lampada che fa luce nostri passi et nostro cammino stop. Con aiuto divina grazia et sotto guida Vostri luminosi documenti cerchiamo portare nostro apporto perché siano stabiliti fra popoli et città del mondo intiero rapporti pacifici et fraterni stop. Con filiale amore chiediamovi volere benedire questi sforzi sinceri affinché il Signore li renda fruttuosi per il bene di tutti».

   Anche queste parole di La Pira ci ricordano proprio l’impegno di Alexander Langer. E accendono in noi la ferma volontà di procedere tutti insieme sulle vie di pionieri come Alex Langer, convinti che, soltanto perseguendo un programma di pace universale, troveremo finalmente l’equilibro che conduce tutta l’umanità alla salvezza.

   Ho voluto citare Giorgio La Pira perché lui ha tradotto in migliaia di lettere, di corrispondenza col mondo intero, la frase scultorea e tanto bella di don Primo Mazzolari: «Pace, nostra ostinazione». Era il titolo anche della sua rubrica su Adesso, dove rispose ai giovani che gli chiedevano come comportarsi di fronte alla logica degli eserciti e delle armi. Anche Alex Langer ha fatto la stessa cosa, come ci dimostra la rete delle sue relazioni. Anche Alex ha perseguito ostinatamente la pace, e, insieme, la custodia del creato. Ha inseguito con tenacia questi ideali. Ne ha fatto la sua passione e la sua vita. (Loris Capovilla)

Langer in missione verso la Bosnia con Claudia Roth
Langer in missione verso la Bosnia con Claudia Roth

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SOLO UN’ENCICLICA VERDE? NO, IL MANIFESTO DEL PAPA CONTRO IL TURBOCAPITALISMO

di Curzio Maltese, da “il Venerdì di Repubblica” del 3/7/2015

   Nella Via Lattea di Luis Buñuel c’è il famoso sogno a occhi aperti del papa fucilato da un plotone di anarchici. Quando il protagonista lo racconta, il vicino sorride: «Sta’ tranquillo, se ne vedranno tante, ma un papa fucilato non lo vedremo mai». Tuttavia stiamo assistendo qualcosa di ancor più sbalorditivo, qualcosa che neppure la fantasia surrealista di Buñuel avrebbe potuto immaginare: un papa portato in trionfo dalla sinistra più radicale.

   Francesco è ormai il Che Guevara della nostra epoca, un mito rivoluzionario. Naturalmente il cristianesimo è stato all’origine un pensiero rivoluzionario. Gesù era un genio che osava pensare l’impensabile nella Palestina di duemila anni fa e per questo fu crocifisso. Ma da allora nessun successore di Pietro si era mai avventurato nel terreno dell’impensabile, cioè del totale conflitto con i valori dominanti.

   Francesco l’ha fatto. La sua enciclica, disinnescata dai media come un appello ecologista, è in realtà una critica radicale dei valori dominanti del turbocapitalismo, come ha ben spiegato una grande intellettuale e attivista, Vandana Shiva. Ed è affascinante per molti laici perché il campo dei valori di riferimento è lo stesso della rivoluzione illuminista, per due secoli considerata dalla Chiesa cattolica come l’origine di tutti i mali: libertà, uguaglianza, fraternità.

   Nel punto di massimo successo, dopo il crollo dei muri e la globalizzazione, il neocapitalismo produce società sempre più ingiuste, con incredibili concentrazioni di ricchezza e spaventose masse di poverissimi, società sempre meno libere e fraterne, non soltanto nelle periferie, ma nel cuore e nella culla dell’impero, come illustra l’avanzare in Europa di movimenti razzisti e di regimi sempre più autoritari e pratiche incostituzionali.

   La domanda che percorre il ragionamento di Francesco è la stessa di molti intellettuali laici. Quanto insomma questo sistema possa essere riformato, limitato, ricondotto al rispetto dell’umanità e dell’ambiente, e quanto invece non sia inesorabilmente avviato alla distruzione delle società umane. In altri termini, si chiede se l’azione degli uomini, il sentimento di fratellanza universale, sia ancora in grado di limitare gli eccessi folli della macchina produttiva, la dittatura della finanza, la distruzione dell’ambiente, l’annichilimento del concetto stesso di bene comune, la pretesa delle multinazionali di brevettare ogni organismo vivente e di privatizzare tutto, a cominciare dalla fonte della vita, l’acqua. O se piuttosto non dobbiamo prepararci all’apocalisse globale di un sistema, sperando che non coincida con il collasso della vita stessa sul Pianeta. Una risposta vera e propria Francesco non la mette in campo, si limita a indicare una strada. Anche questo, per un papa, è rivoluzionario. (Curzio Maltese)

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CLIMA E CIBO LE SFIDE DEL PAPA (E DEL MONDO)

La nuova enciclica

di Gianni Riotta, da “la Stampa” del 5/6/2015

   Dalla prima volta di Papa Benedetto XIV, il 3 dicembre 1740, poche delle circa 300 encicliche hanno scatenato speranze e critiche come la «Laudato sii», titolo previsto del testo che Papa Francesco ha diffuso il 18 giugno «Sulla cura della casa comune», l’ambiente. L’ex senatore repubblicano Usa Rick Santorum, cattolico e con sogni sulla Casa Bianca 2016, intima a Bergoglio «lascia la scienza agli scienziati». Sul Washington Post il columnist Chris Mooney esulta «Papa Francesco offre al movimento ecologista quello di cui ha bisogno: la fede» http://goo.gl/PIbPTk

   «Laudato sii» è la prima enciclica originale di Papa Francesco, la «Lumen Fidei» del 2013 era legata a Benedetto XVI. Prenderebbe il titolo dal «Cantico delle creature», capolavoro redatto intorno al 1224 da San Francesco, di cui il cardinale di Buenos Aires ha voluto il nome. Sette secoli prima dell’Ipotesi Gaia di Lovelock, San Francesco loda nel creato un sacro organismo, con l’uomo, a immagine di Dio, a custodire, non dissipare, la natura.

   L’annuncio dell’enciclica silenzia le talpe che agitavano presunte opposizioni della Congregazione per la Dottrina della Fede alla scelta ambientalista del Papa. Secondo la professoressa Berger, della Yale Divinity School, il Papa sta invece già correggendo il testo e sono in corso le traduzioni. Con la Chiesa schierata sui cambi climatici, il Papa trasforma la discussione da scientifico-politica in morale-religiosa e le conseguenze del suo gesto saranno profondissime.

   L’Accademia Pontificia, alla presenza del segretario Onu Ban Ki-moon, del cardinale Turkson e dell’economista Sachs, ha approvato un documento che anticipa la «Laudato sii»: «I cambiamenti climatici indotti dall’uomo sono una realtà scientifica, e il loro controllo rapido è un imperativo morale e religioso per l’umanità» da avviare entro l’anno.

   L’enciclica arriva a pochi mesi dalla Conferenza sul Clima di Parigi, 30 novembre, che deve stabilire le misure per contenere il surriscaldamento sotto 2 gradi centigradi. Domani sarà il giorno del World Wide Views, sondaggio mondiale d’opinione sul clima (http://goo.gl/jIaVXl) perché, al contrario dei Protocolli di Kyoto, mai condivisi in America o rispettati in Europa, Parigi 2015 sogna un accordo internazionale verso economie compatibili, a basso tasso di carbone, gas serra, sostanze inquinanti. A partire dal 2020, il trattato spera di coinvolgere le industrie sviluppate, con India e Cina, per temperare gli effetti su oceani, atmosfera, condizioni metereologiche e limitare disastri, alluvioni, piogge torrenziali, siccità, migrazioni.

   La maggioranza degli scienziati crede nell’ipotesi uomo sui cambi climatici (vedi il nuovo saggio «2C Due Gradi» di Gianni Silvestrini, Edizioni Ambiente), la gente comune percepisce – con l’ondata di precoce caldo torrido in Italia, l’inverno di New York più gelido dal 1934, la catastrofica siccità che fa parlare di «fine della California»- che qualcosa s’è rotto. Hollywood percepisce l’inquietudine diffusa e moltiplica gli apologhi morali sulla Natura tradita che si vendica: «Noah» con l’Arca di Russell Crowe, «Mad Max Fury Road» con la Charlize Theron, eco-guerrigliera contro la siccità, «San Andreas» con il sisma a azzerare l’arroganza high tech.

   È vero che ere di «caldo» e «freddo» si sono alternate sulla Terra, lo statistico Nate Silver («Il segnale e il rumore» Fandango) dimostra come sia ostico far previsioni sulle variazioni del clima, ma alla fine deve prevalere un principio di cautela. Se anche il mutamento non fosse «solo» opera dell’uomo, ma in parte «naturale», meglio comunque moderare i danni.

   Due dati sintetizzano la sfida in corso: mentre i turisti affollano Expo sull’alimentazione a Milano, si stima che entro il 2055 l’umanità dovrà produrre più cibo di quanto non ne abbiano prodotto gli antenati nei 10.000 anni precedenti; in quattro anni, dal 2010 al 2014, la Cina ha consumato più cemento armato di quanto gli Stati Uniti non abbiano impiegato nell’intero XX secolo. Lo sviluppo di pochi paesi era forse «sostenibile», lo sviluppo, benemerito, della globalizzazione che ha tratto un miliardo di esseri umani dalla fame in una generazione, va armonizzato con la Terra.

   «Laudato sii» introduce la dimensione morale e religiosa nel dibattito. I critici rimprovereranno al Papa il «peronismo», l’astio contro il mercato che il cardinale Turkson depreca da «idolatria neoliberale», ricordando che i commerci globali hanno affrancato cinesi, indiani e latinoamericani dalla fame cui li costringevano le economie chiuse. Gli stessi cattolici Usa, più preoccupati dei protestanti del cambio climatico, non ritengono, 64 a 36%, che accordi su gas serra a Parigi «aiuteranno i poveri». Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, anticipa invece Francesco sulla difesa dell’ambiente.

   David Roberts, del sito Vox, parla di impatto drammatico della «Laudato sii», la discussione tecnocratico-politica si fa morale, viaggia dalla «testa» all’«anima». Dibattere sulle curve CO2 è serio ma accademico, evocare «Sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba» emoziona. Il professore Jonathan Haidt, nel saggio «The righteous mind», scrive che la debolezza della sinistra oggi è proprio l’indifferenza, il relativismo morale, mentre i conservatori radicano ogni posizione su radici etiche, condivisibili o meno che siano, e ne traggono autorevolezza.

   Da Obama all’Europa, dalle aziende e dal mercato che scommettono a testa alta sullo sviluppo sostenibile, unica via contro la miseria e la carestia, ai militanti di base, il Papa offre con l’enciclica una benedizione a chi vuole crescere senza perdere la Terra, siglando un buon accordo a Parigi: «Laudato sii». (Gianni Riotta)

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INVERTIRE LA ROTTA

La signora No Logo e il Papa ecologista “La sua enciclica è una svolta storica”

Naomi Klein
Naomi Klein

– NAOMI KLEIN, qui intervistata da FEDERICO RAMPINI, è stata invitata in Vaticano: nasce così un’alleanza in nome della difesa del pianeta. «Il documento va alla radice della crisi, e Francesco chiama per nome il motore scatenante: un capitalismo fondato sul profitto di breve termine» – 

(da “la Repubblica” del 28 giugno 2015)

   La sacerdotessa dei no-global incontra papa Francesco: sboccia una santa alleanza in nome della salvezza del pianeta. Naomi Klein è stata invitata in Vaticano il 2 e 3 luglio a una conferenza internazionale che il Consiglio pontificio per la giustizia e la pace dedica all’enciclica “Laudato Sii’”.

   La Klein, canadese, autrice di “No logo”, “Shock economy” e “Una rivoluzione ci salverà” (Rizzoli), è una delle più autorevoli pensatrici dei movimenti ambientalisti, terzomondisti, di contestazione del liberismo. Alle sue idee hanno attinto di volta in volta Occupy Wall Street, gli indignados e Podemos. La intervisto mentre sta per partire alla volta dell’Italia: felice dell’opportunità, entusiasta dell’enciclica.

Che cosa le piace del documento papale sul cambiamento climatico?

«È una vera svolta, una rottura storica, con delle implicazioni importanti: sia politiche che economiche. Papa Francesco fa una lettura radicale dell’emergenza ambientale, nel senso letterale di questa parola: va alle radici della crisi. Ha deciso di chiamare per nome il motore scatenante: il modello economico, un capitalismo fondato sul profitto di breve termine. È un’enciclica da studiare e da digerire bene. Noi viviamo in una cultura che vuol semplificare tutto, il modello sono le famose “listicles” di Buzzfeed. La tentazione è quella di riassumere: le 10 cose che il papa dice sull’ambiente. No, il papa abbraccia la complessità, e i suoi messaggi sono complessi ».

Il suo saggio più recente, “Una rivoluzione ci salverà”, è considerato il più ottimista della sua trilogia. Dunque è possibile salvarci, e salvare il pianeta?

«Sono partita da dove ero rimasta nel mio libro precedente, “Shock economy”, cioè dal fatto che questo sistema economico – basato sulla dittatura del profitto individuale – usa le crisi per arricchire ulteriormente le élite. Il cambiamento climatico non fa eccezione. L’uragano Katrina e quel che da allora è accaduto a New Orleans, ne è una dimostrazione: un sistema economico brutale ha sfruttato il disastro per ulteriori privatizzazioni, un’esasperazione delle diseguaglianze. È lo scenario che ci mostrano i film hollywoodiani di maggior successo popolare, da Mad Max a Hunger Games: un futuro di violenza, brutalità, diseguaglianze sempre più feroci. La sfida è immaginare come possiamo cambiare questo futuro. È questo il tema del mio ultimo libro. Non sono ottimista in senso ingenuo. Non dò per scontato che lo scenario migliore accadrà. Mi collego proprio allo spirito dell’enciclica papale, che affronta i valori culturali e morali dominanti. Il nostro sistema di valori attuale non ci attrezza a cooperare fra noi per la salvezza collettiva».

Lei è severa verso due delle ricette adottate in passato per affrontare il cambiamento climatico: i megavertici internazionali da Kyoto in poi; e i sistemi di regolazione delle emissioni attraverso un mercato, il cosiddetto “cap and trade”, cioè lo scambio di quote di emissione.

«Il limite dei megavertici è lo stesso limite dei governi. Se non hanno la forza di prendere certe decisioni a livello nazionale, perché dovrebbero comportarsi diversamente solo perché si ritrovano insieme in un summit? Le élite sono ancora immerse nell’ideologia neoliberista, non hanno la forza di opporsi alle multinazionali dell’economia carbonica. Vedi l’esempio di Barack Obama, che fa dei bei discorsi sull’ambiente ma poi dà alla Shell il permesso di trivellare nell’Artico: perché dirle di no gli sarebbe molto difficile. In quanto al sistema “cap and trade”, anch’esso è un sintomo della mancanza di volontà di regolamentare le imprese. Si è creato un mercato delle emissioni carboniche che genera nuove occasioni di profitto, e anche tante frodi, invece di stabilire semplicemente delle limitazioni per legge. Quel sistema venne imposto dagli Stati Uniti a un’Europa recalcitrante. Gli europei capitolarono ai tempi dei negoziati sul protocollo di Kyoto (in Germania la Merkel era ministro dell’Ambiente a quell’epoca) in modo da ottenere che gli Stati Uniti firmassero quel trattato. E poi gli americani non lo firmarono neppure».

Lei indica invece che le novità più positive sono emerse a livello locale.

«Sì, la mobilitazione dei cittadini dal basso in certi casi ha costretto i politici a dire di no agli interessi del capitalismo carbonico. Un esempio recente dove abita lei, a New York: il governatore Andrew Cuomo voleva autorizzare l’estrazione di gas e petrolio con la tecnologia del fracking, ma i movimenti contrari lo hanno costretto a mettere al bando quella tecnica pericolosa e nociva. Un altro esempio interessante è il forte movimento anti-nucleare in Germania, che dopo la tragedia di Fukushima ha costretto il governo Merkel ad accelerare la transizione verso le energie rinnovabili: già oggi forniscono il 30% del fabbisogno tedesco».

Uno dei temi che solleva papa Francesco in “Laudato Si’”, è la necessità di ripensare le nostre democrazie, insieme con i valori etici che guidano le nostre scelte quotidiane: di consumatori e di cittadini.

«Sì, la questione della democrazia è centrale. Un esempio di attentato alle democrazia: una multinazionale svedese ha fatto ricorso contro la Germania accusandola di ledere i propri diritti, quando Berlino ha deciso di abbandonare il nucleare. Le democrazie nazionali, anche quelle che funzionano meglio, possono essere minacciate dai nuovi trattati di libero scambio con le clausole a favore delle grandi imprese. Una delle qualità di questa enciclica papale è il suo approccio olistico, che tiene insieme ambiente, economia, politica. Sono dimensioni inscindibili. Mentre invece quando c’è una crisi economica la si affronta per compartimenti stagni. Vedi la crisi dell’eurozona: i tagli ai bilanci pubblici sono diventati il pretesto per ridurre il sostegno alle energie rinnovabili, rilanciare le trivellazioni marittime, penalizzare i trasporti pubblici alzandone le tariffe. Quando parliamo dei danni provocati dall’euro-austerità ci dimentichiamo regolarmente questo: il danno all’ambiente». (Federico Rampini) (Naomi Klein, scrittrice canadese, è considerata la sacerdotessa dei no-global. Il Vaticano la ha invitata a parlare a una conferenza del Consiglio pontificio per la Giustizia e la Pace . Nel 2015 Rizzoli ha pubblicato il suo ultimo libro, “Una rivoluzione ci salverà” )

Naomi Klein, scrittrice e attivista di fama mondiale sui temi della globalizzazione economica e del cambiamento climatico
Naomi Klein, scrittrice e attivista di fama mondiale sui temi della globalizzazione economica e del cambiamento climatico

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Intervista a JEREMY RIFKIN

COM’È SHARING QUESTO FRANCESCO

di Alessandro Gilioli, da “l’Espresso” del 25/6/2015

– La lettera papale è più di un appello ecologico. È l’apertura della Chiesa a un nuovo modello economico. Parola di guru – Colloquio con Jeremy Rifkin –

   Quando l’economista Jeremy Rifkin ha letto la bozza di Enciclica di papa Bergoglio, gli è venuto in mente un suo libro del 1980: «Nell’ultimo capitolo mi chiedevo che ruolo potessero avere le religioni nella battaglia culturale per uscire dal paradigma economico basato sullo sfruttamento delle risorse, sui combustibili fossili, sull’eccesso di scarti e sull’eccesso di divario sociale. Ora ci siamo: quello del Papa non è solo un grido d’allarme, è molto di più».

Vale a dire?

«Nel pensiero giudaico-cristiano ci sono sempre state due visioni opposte del rapporto con la natura. Una basata sull’idea che questa sia al servizio dell’uomo, il quale quindi ha pieno diritto a sfruttarla; l’altra invece fondata sulla convinzione che l’umanità debba preservare la natura e prendersene cura, facendo parte di essa. Con questa Enciclica c’è la vittoria definitiva, per la Chiesa, di questa seconda impostazione».

Con quali conseguenze?

«Papa Francesco ha capito che siamo nel momento decisivo dello scontro tra il vecchio capitalismo e un nuovo modello di relazioni economiche, ambientali e sociali. Francesco, soprattutto, ha identificato la questione legando la condizione ecologica alla condizione umana, l’ecologia del pianeta all’ecologia dell’umanità».

In che senso?

«Il vecchio capitalismo ha creato un sistema in cui, contestualmente, il pianeta veniva sfruttato e l’ambiente riempito di spazzatura, mentre solo una piccola parte dell’umanità si giovava della ricchezza prodotta da questo tipo di sviluppo. A questo modello è stato contrapposto nel secolo scorso quello del socialismo industriale, ma solo adesso si inizia a convenire sul fatto che il suo superamento sta invece altrove: cioè nell’economia della condivisione e a zero costo marginale, nelle reti diffuse di produzione e consumo di energia, nell’accesso universale e condiviso ai trasporti e all’elettricità creata da fonti rinnovabili, nella sostituzione dei vecchi indicatori basati sul Pil con altre forme di misurazione del benessere. E ovviamente nella fuoriuscita dalla produzione centralizzata e basata su combustibili fossili».

II Papa parla anche di “cambiamenti degli stili di vita” Invitando a una riduzione del consumi e alla sobrietà…

«Sì, ma attenzione, non c’è niente di regressivo nelle parole dell’Enciclica. Si parla invece di nuovi comportamenti che già si stanno diffondendo, specie tra i più giovani, e di cui Bergoglio ha capito l’importanza. Quando un neo-maggiorenne decide di non comprarsi un’automobile ma di muoversi con il car sharing, cos’altro sta facendo se non modificare lo stile di vita rispetto a un suo coetaneo di trent’anni fa’. Eppure quel piccolo gesto è già una rivoluzione. Quando poi il car sharing si allargherâ alla diffusione in città di percorsi condivisi sulla stessa auto tramite Gps, sarà un altro passo in quella direzione e si arriverà a una riduzione di automobili circolanti fino all’80 per cento, senza che nessuno abbia meno accesso di ora alla mobilità, anzi. E ancora, le forti parole del Papa sulle piccole produzioni diffuse portano dritti a un altro cambiamento che sta già avvenendo, quello che lascia dietro alle nostre spalle la dialettica tra “proprietario” e “lavoratore” e ci avvia verso la società dei”prosumer”, dei consumatori che sono anche produttori: di energia elettrica, di musica, di cultura, di notizie etc. Quando si parla di “piccole produzioni”, è tutta l’economia che cambia, che si fa rete, compresa quella più avanzata. Così come quando si parla di sharing econome, non si deve più pensare solo al digitale, alla musica o ai video, perché la condivisione sta passando dal mondo della Rete a quello fisico. A iniziare appunto dall’energia, visto che il Sole non manda la bolletta a fine mese».

L’energia nell’Enciclica è un passaggio centrale.

«Certo. Intanto perché l’elettricità è uno strumento fondamentale per l’emancipazione dalla povertà: ancora oggi il 20 per cento dell’umanità ne è completamente priva e un altro venti per cento non ne ha a sufficienza. Ma a parte questo, Bergoglio sottolinea l’urgenza della sostituzione dei combustibili fossili con le rinnovabili e cita anche diversi casi di “buone pratiche” che nel contempo causano meno danni al pianeta e diminuiscono il divario sociale. Arrivando poi a parlare, più in generale, di «un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di massimizzare l’efficienza, riutilizzare e riciclare». Mi sembrano parole profetiche. E che in parte riflettono quello che già sta succedendo, con il tramonto del vecchio capitalismo e l’avvio di quella che io chiamo la Terza rivoluzione industriale, basata proprio sul quel modello “circolare”».

Un altro aspetto forte dell’Enciclica è l’idea, ripetuta più volte, che nella natura e nell’universo tutto sia “interconnesso”.

«E questo è particolarmente affascinante. Sia perché richiama una serie di meditazioni proprie delle religioni orientali – specie buddismo e confucianesimo – che ora possono fare con la Chiesa cristiana una comune battaglia culturale in questa direzione; sia perché il concetto di inter-connessione è particolarmente contemporaneo e metaforico in questa era in cui grazie alla Rete gli esseri umani sono, appunto, tutti connessi tra loro».

Per Bergoglio però tutto ciò è ovviamente intriso di un afflato religioso, di un’adorazione “francescana” per il Creato. Lei invece ha una visione tecnologica e scientista. Non c’è contraddizione?

«Assolutamente no. Il Papa parla di Creato e io di Biosfera, ma sono la stessa cosa. Quello che davvero conta qui è il cambio di mentalità e di approccio verso il Creato-Biosfera, il sentirsene parte e il viverci in una condizione di riduzione di impatto sia verso la natura sia verso i nostri simili. Quanto a San Francesco, pensi la coincidenza: un brano del suo” Cantico delle Creature”, lo stesso che dà il nome all’Enciclica, apre il mio ultimo paper sulla Smart Green Economy». (Alessandro Gilioli)

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SEMPRE DA “LA STAMPA” sulla Conferenza stampa del CARDINALE PETER TURKSON, presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e pace” di presentazione dell’ENCICLICA “LAUDATO SI’” :

“È il concetto di ecologia integrale, il cuore dell’enciclica Laudato si”, spiega il porporato africano che per ammissione dello stesso Pontefice ha scritto la prima stesura del documento. Del resto c’era lui davanti ai giornalisti di tutto il mondo, oltre 300, durante la cerimonia in Vaticano di presentazione del testo, a rappresentare il Papa.

L’enciclica papale, la seconda dopo la LUMEN FIDEI, scritta a quattro mani con Benedetto XVI, è il secondo documento bergogliano dopo l’esortazione apostolica EVANGELII GAUDIUM – 192 pagine, sei capitoli, due preghiere finali) è uscita in sei lingue (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, arabo). Durante la conferenza stampa, Turkson, partendo dal concetto centrale, cioè un “paradigma in grado di articolare le relazioni fondamentali della persona con Dio, con se stessa, con gli altri esseri umani, con il creato”, ha spiegato che cosa significa “ecologia integrale” e come viene declinata nelle diverse parti dell’enciclica. In pratica si tratta di una visione nuova, (“La convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso”) che “ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita”.

Ecco perché è in questa cornice che vanno collocati i diversi temi trattati da documento. Ad esempio, ha sottolineato il cardinale, “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”. L’invito, infine, “a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso”.

Il porporato ha anche parlato dell’atteggiamento complessivo dell’enciclica: “Papa Francesco riconosce che nel mondo si va diffondendo la sensibilità per l’ambiente e la preoccupazione per i danni che esso sta subendo. Tuttavia mantiene uno sguardo di fiduciosa speranza sulla possibilità di invertire la rotta”.  Per questo, ha aggiunto, “egli fa suo il lamento del pianeta, maltrattato e saccheggiato”, i cui gemiti “si uniscono a quelli di tutti i poveri e tutti gli scartati del mondo, che il Papa invita ad ascoltare”.

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Il presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, rispondendo alle domande dei giornalisti ha poi detto che questa enciclica va nella linea dell’Humanae vitae, per quanto riguarda il no alla contraccezione, e ha usato una battuta di fronte all’obiezione dei ceti politici conservatori degli Usa, secondo cui, non essendo Francesco uno scienziato non dovrebbe parlare di cose scientifiche. “Neanche quei politici lo sono – ha fatto notare -. E dunque anche a loro dovrebbe essere impedito di parlarne”.

Del resto proprio oggi il cardinale Turkson, rivolgendosi all’Onu nel corso di un vertice sul clima ha chiarito: «La politica deve ristabilire il controllo democratico sull’economia e sulla finanza, per superare la povertà e ridurre il degrado ambientale occorrerà che la comunità umana riveda seriamente il modello dominante di sviluppo, di produzione, di commercio e di consumo, secondo anche l’invito rilanciato da Papa Francesco nell’enciclica Laudato sì a cercare altri modi di intendere il progresso».  Giacomo Galeazzi (Vatican Insider, da “la Stampa” del 18/6/2015)

il CARDINALE PETER TURKSON, presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e pace”
il CARDINALE PETER TURKSON, presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e pace”

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LA «SUMMA ECOLOGICA» DI BERGOGLIO: RITORNO ALLA REALTÀ

– Il Papa, seguendo il «filo verde» della crisi ambientale, disegna una critica globale e incalzante al sistema di sviluppo che spinge il mondo verso gli scogli dell’auto-annientamento. E suggerisce a tutti le possibili vie di salvezza –

di Gianni Valente, da “La Stampa” del 18/672015

   La Laudato si’ di Papa Francesco non è “soltanto” un’Enciclica ecologica. Seguendo il filo verde della questione ambientale fin nei suoi risvolti più capillari, il vescovo di Roma in realtà disegna una critica globale e incalzante al sistema di sviluppo che avvolge l’umanità e il mondo e sembra spingerli contro gli scogli dell’auto-annientamento. L’emergenza ecologica è il volto odierno della questione sociale. Il ricettacolo dove si ritrova traccia di tutte le infezioni che tormentano i popoli e le nazioni. Le generazioni e i continenti.

Apologia del pensiero critico

Nelle più di duecento pagine del testo papale si viaggia anche tra alghe e falde acquifere contaminate, tra barriere coralline e invasivi condizionatori d’aria. Ma il punto di leva del messaggio è l’attestazione oggettiva della insostenibilità del modello di gestione del mondo imposto dalla globalizzazione neo-mercatista.

Papa Francesco documenta che «al di là di ogni previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista». E nel far questo, coglie e descrive le connessioni spesso occultate che legano le crisi finanziarie e le migrazioni bibliche di popoli, le convulsioni geopolitiche e le guerre mondiali «a pezzi» scatenate per il controllo delle fonti di energia esauribili, perché «i problemi del mondo non di possono analizzare né spiegare in modo isolato».

Le sue considerazioni, più che guardare a scenari futuribili, sono in molti casi la descrizione di un “futuro” già iniziato. Come quando esprime la facile previsione che «di fronte all’esaurimento di alcune risorse si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni».

Cupidigia “tecnocratica”

La devastazione del creato – dice in sostanza Papa Francesco – ha la sua radice nella pulsione accaparratrice che accompagna la condizione umana segnata dal peccato originale, e che condiziona anche meccanismi convulsi della globalizzazione mercatista. Di tali riflessi condizionati il vescovo di Roma attesta tutte le manifestazioni che concorrono alla rovina globale, dalle lotte delle multinazionali per avere il controllo delle fonti dell’acqua potabile fino alla pesca che depreda selettivamente le specie dei mari in base al loro prezzo di vendita. Nel disastro ambientale che incombe sul mondo, la cieca febbre che corrompe l’intero sistema raggiunge un punto di rottura riconoscibile da tutti, perché tutti – nonostante l’oscuramento della realtà tentato anche attraverso la manipolazione dell’informazione asservita ai blocchi di potere economico-finanziario – possono prima o poi misurare sulla propria pelle l’uno o l’altro degli effetti autodistruttivi innescati dai modelli di produzione e consumo che stanno progressivamente avvolgendo l’intero pianeta.

Per le generazioni che vivono questo passaggio storico, la cieca pulsione accumulatrice assume effetti così devastanti perché per la prima volta nella storia può asservire a sé gli strumenti micidiali oggi a disposizione dalle «nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico». Una potenza senza limite, che si scatena senza poter essere contenuta dalla debolezza della reazione politica internazionale. «La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza» nota Papa Francesco «si dimostra nel fallimento dei vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti».

Ritorno alla realtà

Lo sguardo critico applicato da Papa Francesco ai processi auto-distruttivi innescati dalla «ricerca di profitto immediato» – a cui istigano le leggi del mercato «divinizzato» non sgorga da un idealismo romantico o dal sogno nostalgico di riavvolgere il nastro del tempo e tornare a forme di vita pre-industriali. Il punto sorgivo del suo giudizio sullo stato delle cose è piuttosto il rispetto della realtà, di quel dato che delirio di onnipotenza tecnocratico prova continuamente a violentare.

La radice del problema ecologico – riconosce Papa Francesco – sta proprio nel fatto che «vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e contraddice la realtà fino al punto di rovinarla». Tutta l’enciclica è intessuta di realismo e di rispetto del principio di realtà davanti ai dati oggettivi che segnano la condizione umana, a cominciare dal riconoscimento della limitatezza del mondo e delle sue risorse. Lungo tutto il testo, Papa Francesco ha disseminato efficaci antidoti al fideismo del «paradigma tecnocratico» e dei suoi propagandisti ben remunerati.

Seguendo le orme di Romano Guardini, autore a lui caro, il Papa argentino denuncia i limiti dell’antropocentrismo moderno che «ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, tanto che “non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio”». L’intervento dell’essere umano sulla natura – ricorda Bergoglio – «si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi».

Adesso, se davvero si vuole neutralizzare il germe dell’auto-annientamento inoculato nei modelli di vita e di consumo imposti dal paradigma tecnocratico, «è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta costituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo».

Un documento “operativo”

Le previsioni catastrofiche – avverte Papa Francesco – «ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni». Eppure, l’enciclica ambientale non appartiene in alcun modo al genere “catastrofista”. Davanti alla diagnosi realista e dettagliata dello stato delle cose, non compare traccia di discorsi paralizzati dalla paura del futuro e dal senso di impotenza. Al contrario, le pagine sono disseminate di proposte operative e appelli incalzanti ad agire in fretta. Perché la situazione è grave e il tempo si è fatto breve, ma un concreto e condiviso cambiamento di rotta può tener viva la speranza di invertire la rotta.

Bergoglio si rivolge a tutti: a ogni singolo credente, a ogni uomo e donna di buona volontà, ma anche alle nazioni, agli organismi internazionali e al ceto dei «decisori». A tutti propone decine di suggerimenti concreti e di “piste” da seguire. Su tutto spicca, soprattutto per i Paesi avanzati, la prospettiva suggerita della «decelerazione», la stessa indicata anche dagli analisti più lungimiranti come via maestra da imboccare senza esitazioni, se si vuole interrompere la spirale dell’auto-devastazione. «Se in alcuni casi lo sviluppo sostenibile comporterà nuove modalità per crescere» – avverte l’enciclica – «in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappiamo che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo, procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti».

La Chiesa amica degli uomini

Nel proporre al mondo la sua “Summa Ecologica”, Papa Francesco offre a tutti i doni appropriati e salutari che ritrova nel tesoro inesauribile della Tradizione e della memoria cristiana. Non rivendica al cristianesimo la “matrice” teologico-culturale del sistema capitalista o dei modelli di sviluppo diffusi dall’economia di mercato. Anzi, su quel versante descrive le derive di un «antropocentrismo deviato» e riconosce che «una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli». Piuttosto, Bergoglio suggerisce che nel presente momento storico è l’esperienza cristiana della gratuità della creazione, segnata dallo stupore e dalla gratitudine per un dono ricevuto e da tutelare, che può aiutare tutti a ritrovare stili vita non sottomessi alle bulimie nevrotiche imposte dal consumismo. «Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni» – scrive Papa Francesco – «entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale».

Mentre ripropone come dono per tutti la via della sobrietà e dello stupore davanti al creato già indicata da San Francesco e da tanti altri umili eletti della spiritualità cristiana, l’attuale Vescovo di Roma ripropone l’immagine della Chiesa amica degli uomini delineata anche al Concilio Vaticano II. Una Chiesa che annunciando il Vangelo di Cristo non ha interessi o disegni di rilevanza propria da difendere. E proprio per questo può offrire all’intera famiglia umana i doni sempre nuovi della millenaria saggezza cristiana.

Con la sua enciclica Papa Francesco tocca un nervo scoperto del mondo, coglie con profetico tempismo l’urgenza planetaria del momento. Nella scena del mondo stravolta dalle guerre e dalle inimicizie, indica a tutti nella difesa e nella salvaguardia del creato un terreno comune su cui riscoprire e vivere in maniera concreta la comunanza di destino che unisce i cristiani agli ebrei, agli islamici, ai seguaci delle diverse tradizioni religiose e a tutti gli uomini e le donne della terra. Forse per questo, è probabile che anche i potenti delle nazioni porgeranno attenzione alle sue parole. … Come era accaduto nei decenni passati con la Pacem in terris – quando l’altro nome di Dio era stato evocato davanti alle avvisaglie della guerra nucleare – e la Populorum progressio – quando Paolo VI, al mondo che usciva dal neo-colonialismo, aveva parlato dei «popoli della fame» che  «interpellano i popoli dell’opulenza». Così può accadere quando la Chiesa mostra al mondo in maniera limpida che predicare il Vangelo di Cristo vuol dire anche avere a cuore il bene di tutti, e essere al servizio di tutti. Perché, come insegnava anche Sant’Agostino, a quelli che appartengono alla Città di Dio sta a cuore anche il bene proprio della Città dell’uomo. (Gianni Valente)

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FRANCESCO, PAPA PROFETA CHE INCONTRA LA MODERNITÀ: DALL’ENCICLICA AI VALDESI, ECCO CHI È VERAMENTE JORGE MARIO BERGOGLIO

di Eugenio Scalfari, da “la Repubblica” del 1/7/2015

   Bisogna rileggere il “Cantico” di Francesco d’Assisi, che proprio per questa rilettura è stampato in questa pagina e che papa Bergoglio ha posto come titolo della sua prima Enciclica. Esso illumina tutto il documento del Papa, spiega perché Bergoglio ha preso il nome di Francesco che non era mai stato usato nei duemila anni di storia della Chiesa e soprattutto dà significato e risposta ad una domanda che molti, fedeli e non fedeli, si sono posti: perché mai papa Francesco dedica la sua prima Enciclica all’ecologia? Non ci sono altri problemi assai più pressanti e drammatici in questi tempi oscuri che stiamo attraversando? Certo che ci sono e papa Francesco li affronta uno dopo l’altro in tutta la loro plenitudine, cominciando da quello della povertà, dall’emigrazione di interi popoli ormai senza terra, dalle guerre che dilaniano il mondo, dall’imperante egoismo, dall’intollerabile diseguaglianza economica e sociale. Lui non si rivolge soltanto ai cristiani ma a tutti gli uomini che Dio ha creato con la terra affidando essi alla terra e la cura della terra a loro, cioè a noi.

   Tutti i commentatori dell’Enciclica che in questi giorni ne hanno letto il testo, hanno concordemente sottolineato questi “passaggi” dandone ovviamente diverse interpretazioni. Perciò a me, che volontariamente non sono finora intervenuto su temi che mi hanno sempre interessato e che nei mesi scorsi ho più volte avuto l’occasione di discuterne direttamente con papa Francesco, non resterebbe che prendere atto sia dell’Enciclica sia della preparazione del Sinodo che avrà luogo nel prossimo ottobre sia degli interventi di Francesco avvenuti subito dopo la pubblicazione dell’Enciclica sia del suo incontro con i Valdesi a Torino e sia infine dei commenti che quest’immensa mole di lavoro religioso e pastorale ha provocato, per uscirne più ricco di conoscenza.

   Certamente è così, ne esco arricchito e più informato della politica religiosa che Francesco porta avanti con ritmo sempre più serrato. Ma mi pongo due domande che meritano approfondimento e risposta: chi è veramente papa Francesco? E chi è veramente Jorge Mario Bergoglio?

   Ogni Papa ha tratti salienti che configurano il ruolo che ha avuto nella storia del cristianesimo. Ma quel ruolo e gli effetti che ha provocato sulle società dell’epoca in cui quel Papa visse e operò derivano dalla personalità dell’uomo che a un certo punto della sua vita fu chiamato a sedersi sul trono di Pietro. Il carattere della persona determina la carica che ricopre, ma accade nello stesso tempo che la carica crea lineamenti nuovi in quella persona. Rispondere a quelle due domande che mi sono poste è ormai non solo possibile dopo due anni di pontificato, ma necessario per capire quanto sta accadendo nella Chiesa e quanto probabilmente accadrà fin quando sarà Francesco ad esercitare il suo magistero sulla cattedra di Pietro.

Francesco non è più soltanto un Papa, ma un Profeta, anzi soprattutto un Profeta e un Pastore. Ch’io sappia non era mai avvenuto prima di Lui, Papi pastori forse sì, qualcuno, pochi comunque. Abbondano nella storia della Chiesa Papi diplomatici o guerrieri o mistici o liturgici o legislatori o organizzatori. Profeti no, non ce n’è stato nessuno. Paolo di Tarso fu anche profetico oltre che legislatore e fondatore della religione cristiana; Agostino altrettanto e Girolamo e Bonaventura e Anselmo e Francesco d’Assisi e molti altri, ma non erano Papi, non erano vescovi di Roma. Francesco invece lo è. Dobbiamo dire che l’eccezione conferma la regola e che dopo di Lui non ci sarà alcun altro come Lui? Temo di sì, temo che resti un’eccezione, ma la spinta che sta dando all'”Ecclesia” avrà profondamente cambiato il concetto di religione e di divinità e questo resterà un cambiamento culturale difficilmente modificabile.

   Ma perché dico Profeta? In che cosa consiste la sua profezia e il suo concetto di divinità? Dio è Uno in tutto il mondo e per tutte le genti. Naturalmente l’affermazione vale soltanto per chi ha fede in un aldilà e in un Creatore.

L’unicità del Dio creatore esclude ogni fondamentalismo, ogni guerra di religione, ogni divinità plurima. La stessa Trinità, mistero della fede cattolica, cambia natura e Francesco l’ha detto più volte e proprio nei giorni scorsi ancor più chiaramente a Torino quando ha risposto alle domande di tre giovani di fronte a migliaia di persone radunate per ascoltarlo.

Ha detto che lo Spirito Santo è lo Spirito di Dio che suscita nel cuore degli uomini la vocazione al bene e il Figlio è Dio che ama le sue creature e suscita l’amore umano in tutte le sue caste forme. Questa è la Trinità: non più il mistero della fede ma l’articolazione dell’unico Dio, misericordioso, amoroso, creatore e quindi Padre. La misericordia è infinita, il peccato fa parte delle contraddizioni insite nel Creato, necessaria ricchezza di ogni singola creatura che non è il clone delle altre. Le contraddizioni contengono amore, perdono, ma anche rabbia per i torti subiti e vergogna per quelli compiuti contro gli altri. Nelle contraddizioni c’è ricchezza e peccato insieme. La misericordia del Padre viene trasmessa anche alle sue creature e sono i Pastori a insegnarla e a praticarla, essi per primi.

   Forse papa Francesco non ha ancora tratto una conseguenza teologica da questa sua visione profetica che sta portando avanti ogni giorno: Lui non è più il Vicario di Gesù Cristo in terra, ma è il Vicario di Dio perché Cristo non è che l’amore di Dio, non un Dio diverso che s’incarnò, visse 33 anni, cominciò la predicazione a 30 anni e fu crocifisso quando l’imperatore Tiberio era stato appena insediato dal Senato dopo la morte di Ottaviano Augusto.

   I vangeli raccontano quella storia, ma gli evangelisti  –  tranne forse Giovanni  –  scrissero racconti di seconda mano e non conobbero mai il Gesù di cui descrivono la vita e la predicazione. Quanto a Paolo di Tarso, fondatore della religione che da Cristo prese il nome, egli non conobbe e non incontrò mai Gesù di Nazareth. Eppure fu proprio Paolo il fondatore. Fosse stato per Pietro, il cristianesimo sarebbe rimasto una setta ebraica, definita dai suoi seguaci “ebraico-cristiana” come all’epoca ce n’erano molte: i Farisei, gli Esseni, gli Zeloti ed altri ancora, con al vertice il Sinedrio che amministrava la Legge e il Tempio che ne era la sede.

   Così era concepita la comunità ebraico-cristiana guidata da Pietro e da Giacomo, che Paolo costrinse ad uscire da Gerusalemme e ad aprire la nuova religione da lui fondata al mondo circostante, nel Medio Oriente, in Grecia, in Egitto, a Roma e di lì in tutti i territori dell’Impero cioè tutta l’Europa.

Il Gesù raccontato dai vangeli probabilmente è esistito, probabilmente ha predicato. La sua persona è stata teologizzata, le comunità cristiane hanno creato una dottrina, una liturgia, un diritto canonico. Nei testi derivanti da quella dottrina Dio viene anche definito come il Dio degli eserciti. Il senso di questa definizione è duplice: eserciti di fedeli o eserciti di guerrieri, combattenti nelle Crociate, nell’Inquisizione, nelle guerre delle potenze europee nelle quali la Chiesa in vario modo è intervenuta. Il potere temporale del Papa l’ha indotto a partecipare ad alleanze o a guerre con la Spagna, con la Francia, con l’Austria, con l’Impero, con Venezia.

Questo è stato il Papato fino al 1861 quando fu proclamato il Regno d’Italia. Non per questo il potere temporale dei Papi finì. Continuò e in parte continua tuttora e Francesco ha impegnato contro di esso la sua lotta.

La sua visione è una Chiesa missionaria in cui la Chiesa istituzionale rappresenta soltanto l’intendenza, destinata a predisporre i servizi dei quali la Chiesa missionaria ha bisogno.

La vera politica di Francesco è quella di riunificare il cristianesimo, foglia dopo foglia, ramo dopo ramo. Nei giorni scorsi ha incontrato il rappresentante della Chiesa valdese. Non era mai avvenuto un incontro simile. I Valdesi erano catari, un movimento scismatico che arrivò in Italia dall’Europa centrale, attraversò tutta la pianura Padana, giunse a Marsiglia ostacolato e combattuto in tutti i modi e a Marsiglia fu massacrato dalle truppe francesi, incoraggiate e benedette dalla Chiesa di Roma che si assunse la responsabilità di quel massacro.

Pietro Valdo faceva parte di quella comunità ma, arrivato nelle valli piemontesi, decise di fermarsi. Subì anche lui assalti e vessazioni di ogni sorta. Non sono molti i valdesi ma religiosamente sono una comunità importante e rispettata.

Ebbene, papa Francesco li ha incontrati a Torino pochi giorni fa e a nome della Chiesa cattolica ha invocato il loro perdono; i Valdesi lo hanno ringraziato “dal profondo del cuore”. Si rivedranno presto e apriranno un discorso più impegnativo. L’obiettivo di Francesco è di aprire la Chiesa a tutte le comunità protestanti e riunirle. Dio è unico e i cristiani debbono tornare ad essere un’unica religione, ma non basta. Non a caso Francesco è aperto anche con i musulmani perché il loro Dio è il medesimo dei cristiani.

Non è profetico questo pensiero? E non è profetico il titolo dell’Enciclica? Il Santo di Assisi ringrazia Dio per la morte corporale che è prevista dalla creazione. È un dono la morte. Ecco perché dico che Francesco è il Vicario di Dio, che lo Spirito Santo ha deciso di porre sul soglio di Pietro.

***

Ma Jorge Mario Bergoglio era così anche prima di diventare Papa? La carica che riveste ormai da due anni l’ha cambiato o è lui che ne ha cambiato il ruolo? Ho incontrato papa Bergoglio quattro volte e ho scritto spesso su di lui. Mi permetto di dire che siamo diventati amici. Se Dio è unico in tutto il mondo anche la Chiesa non può che essere una e proprio perché è una dovunque non può e non deve occuparsi della politica. Libera Chiesa in libero Stato era il motto di Cavour ma direi che ora è anche il motto di Bergoglio. L’altro motto di cui è stato proprio Bergoglio a indicarmi in uno dei nostri incontri è: “Ama il prossimo tuo più di te stesso”. Con quella frase si rivolge all’intera società del mondo e ai ricchi soprattutto perché sono loro che debbono donare e la ricompensa è soltanto nel donare senza nulla pretendere in cambio se non l’amore di Dio.

Bergoglio sa perfettamente che il mondo sta vivendo in una società globalizzata, sa che c’è un popolo di “senzaterra” di oltre sessanta milioni di persone che vagano per il mondo in cerca di dignità e di vita. .. Infine Bergoglio si è anche proposto di cambiare la struttura della Chiesa che finora è stata verticale. Vuole affiancare a quella verticale anche una struttura orizzontale: i Sinodi dove convengono i Vescovi di tutto il mondo. Da questo punto di vista ha adottato l’idea centrale del cardinal Martini del quale era buon amico e che votò per lui nel Conclave dal quale uscì Papa il cardinale Ratzinger.

Una Chiesa verticale ed orizzontale: questa è la struttura che Francesco sta attuando e con essa un rilancio religioso delle Conferenze episcopali che debbono operare tutte in terra di missione poiché la Chiesa dev’essere ovunque missionaria.

Ho chiesto in uno dei nostri incontri a papa Francesco se non sia il caso di convocare un nuovo Concilio che prenda atto e dia il suo sigillo a tutte queste novità, ma Lui mi ha risposto: “Il Vaticano II pose come suo principale obiettivo quello di incontrarsi con il mondo moderno. Questa dichiarazione conciliare è importantissima ma da allora non ha mosso un solo passo avanti. Perciò non ho alcun bisogno di convocare un altro Concilio, debbo invece applicare concretamente il Vaticano II ed è questo che sto tentando di fare: l’incontro con la modernità”.

Quest’incontro solleverà problemi enormi: la modernità occidentale è nata dall’illuminismo ed è approdata al relativismo, non c’è nulla di assoluto a cominciare dalla verità. Francesco naturalmente risponde a questi problemi sottolineando l’importanza della fede, ma non toglie che l’incontro con la modernità susciterà problematiche del tutto nuove che soltanto un Papa-profeta può intravedere e gestire. Gli auguro lunga vita, convinto come sono che è Lui la figura più rilevante del secolo in cui viviamo. (Eugenio Scalfari)

…………………….

CHI HA PAURA DEL PAPA VERDE?

– Il Papa ha scritto un’enciclica verde. E nella Chiesa Usa si parla di scisma –

di Enrico Deaglio, da “il Venerdì de la Repubblica” del 15/5/2015

   Attenzione, attenzione, cattolici americani. Dio è Verde, e forse la notizia non vi farà piacere. Anche perché, oltre ad essere verde è anche un po’ comunista. E stato Papa Francesco ad annunciarlo, con un’enciclica che si prevede avrà – è il caso di dirlo – l’effetto di uno tsunami. Secondo le anticipazioni vaticane, saranno 50-70 pagine (non scritte in latino) in cui Jorge Mario Bergoglio, 266 pontefice della Chiesa cattolica condannerà la manipolazione della natura come peccato contro Dio; dirà inoltre che l’economia capitalistica, con la sua produzione e i suoi consumi inquinanti, è responsabile del pauroso mutamento climatico cui stiamo assistendo; e che questo, con tifoni, carestie, siccità e inondazioni colpisce soprattutto i poveri delmondo e aumenta il loro numero.

   L’attesa che circonda la pubblicazione dell’enciclica è, come ben si intuisce, enorme. La Chiesa cattolica, dopo un periodo di abulia, entra di nuovo nel futuro del mondo, come un grande soggetto politico, nemica del petrolio, di Wall Street, di big Food, big Pharma, big Monsanto, paladina dei poveri, dell’acqua pubblica, dello sviluppo sostenibile. In breve: il rifugio mondiale dall’ingordigia capitalistica.

   Il testo dell’ enciclica ecologica (già definita «epocale» e paragonata, per peso sociale, alla Rerum Novarum di Leone XIII nel 1891 sulla «questione operaia») sarà reso noto tra poco e sarà lo stesso Francesco a condurre il promotion tour in occasione della sua visita pastorale negli Stati Uniti, davanti al Congresso americano e all’assemblea dell’Onu. Negli Usa, la presentazione dell’enciclica sarà accompagnata dalla mobilitazione della più potente «filiale» del cattolicesimo mondiale: 195 diocesi, 19 mila parrocchie, 40 mila preti, 75 mila suore, 150 mila insegnanti delle scuole cattoliche. Il Vaticano ha previsto tre mesi di propaganda, riunioni, assemblee, presenza mediatica dei suoi più importanti testimonials.

   Ma non è affatto detto che le idee di Francesco ricevano un’adesione entusiasta. Anzi. II famoso «scisma americano», la cui possibilità si era già fatta avanti sulle aperture di Francesco alla famiglia gay («chi sono io per giudicare?») potrebbe ora nutrirsi di imbarazzanti temi quotidiani (è peccato comprare un Suv? E perché il mio vescovo lo usa? McDonaldls sfrutta i campesinos? Perché la mia parrocchia non è riscaldata da pannelli solari?), e naturalmente si riverberà nella politica.

   I vaticanisti prevedono che l’enciclica sull’ambiente avrà contenuti radicali; nessuno però sa prevedere il suo impatto politico; se non che è una botta contro i repubblicani. I calcoli sono presto fatti: si dichiarano cattolici il 30 per cento dei deputati e senatori e sono cattolici la maggior parte dei politici repubblicani, dallo speaker della Camera John Boehner, ai candidati presidenziali Marco Rubio e Jeb Bush (convertito). Il problema è che i repubblicani si oppongono radicalmente alla visione del mondo di papa Francesco. Per loro, l’industria capitalistica non è responsabile del cambiamento climatico in corso, sempre ammesso che questo esista veramente (e sfoderano un sacco di ricerche che dimostrano il contrario) e comunque solo ed unicamente l’homo economicus, nella sua forza titanica, vanta diritti sulla natura. Il Papa si occupi di morale, che è il terreno suo; ma non si occupi di come funziona veramente il mondo. Ma sono effettivamente preoccupati per questa inaspettata invasione di campo.

   Non si può dargli torto. La Chiesa cattolica non si era mai occupata più di tanto dell’armonia della natura di fronte alla furia distruttrice del capitalismo. Non aveva certo difeso gli indiani sterminati dai colonizzatori bianchi, né aveva preso posizione sullo scandalo dello schiavismo, fondamento della lucrosissima economa dello zucchero e del cotone, né sui danni provocati dall’industria chimica, e nemmeno sul cancro provocato dall’industria del tabacco.

   Perché proprio adesso, i cattolici si mettono a discettare sull’aumento della temperatura del Pianeta? L’ecologismo, storicamente, non nasce certo in Vaticano. Piuttosto all’interno della cultura laica; più che prodotto della morale, è figlio del malessere da benessere: progredisce più in società ricche e mature, approfitta della libertà accordata alla ricerca scientifica, interpreta i bisogni, e le paure, della parte più libera dal bisogno. La Chiesa non ha molta parte in questa storia, né contro le centrali nucleari, né contro l’inquinamento. Anzi, quando i temi ambientali diventarono radicali, specie in America Latina, la parte della Chiesa schierata dalla parte degli umili, la cosiddetta teologia della Liberazione, fu duramente sanzionata dal papato di Karol Wojtyla (e ci mise anche del suo l’allora vescovo di Buenos Aires, Bergoglio). In tempi più recenti, è vero, comparve un documento di Benedetto XVI sull’ambiente, ma nessuno lo ricorda; piacevole ma dimenticabile, come una bibita in una giornata afosa.

   Un bel ribaltone, per gli scienziati vaticani, così arroganti ai tempi di Galileo, da sempre così insensibili ai diritti delle donne, così sospettosi verso le scoperte scientifiche. Che autorità ha il Papa su queste materie? Cosa sanno i suoi scienziati sui livelli di emissione di anidride carbonica? Perché non ascoltano anche il parere di associazioni scientifiche indipendenti che negano l’importanza delle attività industriali nel surriscaldamento del Pianeta? Come è possibile che un materialismo partigiano si sia incastrato dentro la Chiesa di Roma? La questione, poi, ha una sua valenza teologica. Se il Dio della Bibbia assegnò ad Adamo il dominio su tutte le forme di vita esistenti sulla Terra, come può ora il pontefice di Roma accusare i figli di Adamo di maltrattare la Terra? Non è forse la Terra una proprietà dei figli di Adamo? Se gli scienziati vaticani condannarono l’omosessualità come una malattia, con che diritto Francesco adesso vuole invece accogliere i gay nella Chiesa? Se l’armonia della natura era vigente nel giardino dell’Eden, perché la Chiesa non difende quell’armonia fondata sul matrimonio tra uomo e donna?

   In fatto di teologia, gli americani sono molto agguerriti. Qui la religione si è inventata i predicatori televisivi, Scientology, Armageddon, il Tea Party. L’anno scorso un oscuro cardinale, Raymond Leo Burke, riuscì a bloccare le aperture ai gay («la nostra Chiesa è anche la vostra casa») proposte dal Sinodo sulla Famiglia e lo fece a botte di citazioni di dimenticati concili medievali. Sembrava una macchietta, ma fece vedere quanto la resistenza alle innovazioni di Bergoglio fosse diffusa e consistente.

   Come reagiranno ora alle «provocazioni» di Francesco sui temi dell’ambiente? Chi è vicino al papa prevede: «Il dieci per cento ci sarà contro, il 90 per cento ci accoglierà con gioia», ma è chiaro che il papa sta sfidando il suo elettorato. Ha schierato le sue divisioni in una battaglia politica fondamentale per la ridefinizione della Chiesa stessa, e ha scelto l’America del Nord come il decisivo campo di battaglia, ma sta indubbiamente rischiando.

   Non manca molto, e in tutti i dibattiti televisivi, ai candidati alla presidenza sarà chiesto che cosa pensano dell’enciclica del Papa sui mutamenti climatici. Hillary Clinton non avrà problema: «Bellissima, un grande atto d’amore del Santo Padre, a cui tutti, e non solo i cattolici, devono fare riferimento, per l’autorità morale di chi l’ha scritta». Ma i candidati repubblicani non potranno dire lo stesso, perché loro sono finanziati da petrolieri e finanzieri che vedono Bergoglio come il fumo negli occhi e un criptocomunista: non è stato lui a concludere l’accordo di Obama con Cuba? E quindi diranno che l’America non prende lezioni da un papa straniero. (Uhm, uhm. Non sembra così forte, come posizione). Ma se invece dicessero, semplicemente, che non riconoscono l’autorità del Papa su queste materie; a quel punto, cosa mancherebbe allo scisma vero e proprio?

   Papa Francesco governa un’istituzione in difficoltà; poteva scegliere di arroccarsi nella tradizione, di difendere le radici del suo potere, un’idea di autorità. E invece ha cambiato linea. In America, nel perdurante centro dell’Impero, dove la modernità ha distrutto l’ipoteca religiosa sulla sessualità, dove il Vaticano è rimasto scosso – terribilmente scosso – dallo scandalo dei preti pedofili; dove il cattolicesimo è insidiato dalla Chiese Evangeliche, che conquistano adepti sia nella decadente popolazione bianca che nella ascendente popolazione latina, la Chiesa di Roma è, inaspettatamente, diventata verde. Anzi verdissima, quasi rossa. Ha un compito molto difficile, quasi una mission impossible. God bless Saint Francis of Assisi. (Enrico Deaglio)

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