SREBRENICA, in BOSNIA, vent’anni dopo: il massacro di più di 8mila musulmani-bosniaci, ferita per sempre aperta (come Auschwitz) di un’EUROPA incapace di intervenire nella ex Iugoslavia e porre fine alla pulizia etnica – Il perenne (e colpevole) ripetersi dei genocidi (ora in Siria con l’Isis) sotto lo sguardo inerme nostro

Il cimitero di Potocari (6 chilometri da Srebrenica) oggi (lapresse)
Il cimitero di Potocari (6 chilometri da Srebrenica) oggi (lapresse)

BOSNIA, SREBRENICA: GLI AVVENIMENTI

LA PULIZIA ETNICA – Nel 1992 parte la pulizia etnica voluta dal capo dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, che vuole liberare la zona dai musulmani. I bosniaci cercano rifugio a Srebrenica, dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite. Ma nel 1995 la città è assediata e l’Onu è impotente

L’ATTACCO SERBO – Nel luglio 1995 i serbo bosniaci attaccano la città, senza che i Caschi blu facciano alcuna resistenza. I musulmani si sono rifugiati nel compound Onu di Potocari, che viene però consegnato ai serbo bosniaci. L’11 luglio il generale Ratko Mladic entra in città  

IL MASSACRO I miliziani serbi e serbo bosniaci separano donne, bambini e anziani dai maschi fra i 12 e i 77 anni. Gli uomini sono massacrati a freddo, uno dopo l’altro, e gettati in fosse comuni. Il conto delle vittime supera le ottomila. Abusi, omicidi e violenze sono segnalati anche fra le donne (reuters)

ALLA SBARRA – Il tribunale per l’ex Jugoslavia, fondato dall’Ou già nel 1993, emette mandati di cattura per i leader dei serbi di Bosnia. Karadzic viene arrestato in Serbia nel luglio 2008, il generale Mladic nel maggio 2011. Quest’ultimo è accusato anche dalla Corte internazionale dell’Aja 

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   Nel QUARTO PUNTO DELLA RISOLUZIONE 819 DEL 16 APRILE 1993 l’ONU decise di incrementare la propria presenza nella città di SREBRENICA e nelle zone limitrofe; successivamente, il 6 maggio con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di SARAJEVO, TUZLA, ZEPA, GORAŽDE, BIHAĆ e SREBRENICA; inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all’occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della FORZA DI PROTEZIONE DELLE NAZIONI UNITE.

   La cosiddetta ZONA PROTETTA DI SREBRENICA fu delimitata dopo un’offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell’ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite A TUTELA E DIFESA DELLA POPOLAZIONE CIVILE BOSNIACA, QUASI COMPLETAMENTE MUSULMANA, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall’esercito serbo-bosniaco, ed ove decine di migliaia di profughi vi si recarono in cerca di rifugio.

   Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe della Vojska Republike Srpske, e dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio l’esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica. Gli uomini dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento, in realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni. (da Wikipedia)

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fabbrica di POTOCARI a SREBRENICA sede nel 1995 del comando dei caschi blu ONU (foto da www.ctrlmagazine.it) -   Si è fermato il tempo a Potocari da quell’11 luglio di esattamente 20 anni fa. Nella fabbrica occupata dai caschi blu dell’Onu per proteggere la popolazione dell’enclave di Srebrenica dalla furia dell’esercito serbo tutto è rimasto come era in quei giorni, quelli che hanno portato alla morte 8372 persone
fabbrica di POTOCARI a SREBRENICA sede nel 1995 del comando dei caschi blu ONU (foto da http://www.ctrlmagazine.it) – Si è fermato il tempo a Potocari da quell’11 luglio di esattamente 20 anni fa. Nella fabbrica occupata dai caschi blu dell’Onu per proteggere la popolazione dell’enclave di Srebrenica dalla furia dell’esercito serbo tutto è rimasto come era in quei giorni, quelli che hanno portato alla morte 8372 persone

   Non amando molto le ricorrenze (rischiano di diventare modi per dimenticare il vero senso delle tragedie umane “incasellandole” nel “giorno di ricorrenza”), non possiamo lo stesso dimenticare la grande tragedia di SREBRENICA di vent’anni fa. Lo facciamo qui, succintamente e frammentariamente, sperando che la Bosnia e tutti i Balcani siano sempre più argomento di integrazione europea positiva, di scambio con noi e conoscenza (vorremmo per questo, anche attraverso questo blog geografico, farci partecipi attivi di iniziative concrete in tal senso) (s.m.)

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SREBRENICA, 11 LUGLIO DI 20 ANNI DOPO: SASSI E BOTTIGLIE CONTRO IL PREMIER SERBO VUCIC CHE ABBANDONA LA CERIMONIA
SREBRENICA, 11 LUGLIO DI 20 ANNI DOPO: SASSI E BOTTIGLIE CONTRO IL PREMIER SERBO VUCIC CHE ABBANDONA LA CERIMONIA

SREBRENICA, VENT’ANNI FA IL MASSACRO DI 8.000 UOMINI: UN LUOGO CHE RICHIAMA AUSCHWITZ

di Donatella Di Cesare, da “il Corriere della Sera” del 11/7/2015

   Dove eravamo l’11 luglio del 1995? Molti di noi hanno difficoltà a ricordarlo. In quel giorno d’estate di vent’anni fa è caduta Srebrenica, ed è iniziato il massacro. Così, fra la disattenzione dell’opinione pubblica, le responsabilità di Usa, Francia e Gran Bretagna, e le colpe dell’Onu, è stata scritta l’ultima atroce pagina del libro nero del Novecento.

   Stretta fra le gole dei monti, nella Bosnia orientale, Srebrenica era stata dichiarata nel 1993 safe haven , «zona protetta». I musulmani bosniaci non esitarono a cercarvi riparo in migliaia.

   D’altronde, già allora, si era materializzato lo spettro dei campi. Nella ex Jugoslavia, solcata dalla guerra, campi di concentramento erano stati creati ovunque: stadi, miniere, depositi, aree dismesse. Il più noto è quello di Omarska. Ai miliziani serbi non mancò la fantasia. Alle torture tradizionali aggiunsero nuove sevizie: ingestione di olio da motori, evirazione, cannibalismo forzato, necrofilia. Le donne furono sottoposte a stupri collettivi e sistematici. Il giornalista americano Roy Gutman denunciò, ma restò inascoltato.

   È in tale contesto che va vista Srebrenica, una zona protetta che non tardò a rivelarsi un grande campo. Per quasi tre anni i rifugiati sopravvissero in quella valle tetra, fra stenti e isolamento, fin quando, malgrado la presenza di tre compagnie olandesi di caschi blu, l’11 luglio 1995 i militari serbo-bosniaci, guidati da Ratko Mladic, che da tempo circondavano l’enclave, entrarono a Srebrenica. Chiesero la consegna di tutti i maschi validi. E la benzina per evacuarli. Dalle ultime rivelazioni emerge che i caschi blu, senza troppe domande, fornirono 30 mila litri. I satelliti-spia fotografarono ogni cosa, ma i raid della Nato si fecero attendere invano.

   Il massacro richiese alcuni giorni. E avvenne nelle frazioni intorno. Nel campo di Bratunac i giovani musulmani furono ordinati in due file parallele e abbattuti per lo più a randellate. Ma c’era chi, tra i massacratori, preferì conficcare l’ascia nella schiena, chi tagliare la gola. La sera, dei 400 da eliminare, restavano ancora 296; nella notte furono mandati davanti a un plotone di esecuzione.

   Mentre delle oltre 8.000 vittime si cercano ancora i resti (i corpi di almeno 1.200 non sono stati rinvenuti), si discutono due grandi questioni. La prima è quella della definizione del massacro. Si è trattato di «genocidio»? E di che tipo?    L’Onu è apparso titubante. E ora, a fermare la già travagliata risoluzione, giunge il veto della Russia. Al contrario, il 2 agosto 2001 il Tribunale penale internazionale dell’Aia ha riconosciuto nel massacro di Srebrenica un «genocidio». Questo giudizio, confermato in appello il 19 aprile 2004, si basa sulla evidente «intenzione» che ha guidato la «pulizia etnica»: quella di «distruggere almeno una parte sostanziale di un gruppo protetto». Se dunque, dal punto di vista quantitativo, non si può avvicinare Srebrenica al massacro degli 800.000 tutsi in Ruanda, si sottolinea però la continuità tra pulizia etnica e genocidio. Distruggere per sradicare: sta qui la continuità. Non si uccide, ad esempio, per sottomettere, bensì per eliminare una intera comunità da un territorio. Al di là delle cifre, quel che conta è la volontà di purificare uno spazio dalla presenza di un «altro» considerato indesiderabile, pericoloso, ingombrante. È insomma la volontà di decidere con chi coabitare che spinge, in nome di un «noi» etnicamente puro, a un uso della chirurgia in politica.

   La seconda grande questione riguarda invece il giudizio filosofico-politico. È vero che i massacratori non disdegnarono il faccia a faccia, che i carnefici, a differenza di quel che avvenne nelle officine hitleriane, cercarono la vicinanza delle vittime. Si scagliarono contro l’inquilino della porta accanto, il collega di lavoro. Spesso martoriarono e mutilarono attingendo, nel lavoro sanguinario, a pratiche già in uso. Ma questo non deve far credere che Srebrenica abbia rappresentato il riemergere della barbarie e dell’odio atavico, né che sia stata semplicemente la conseguenza di un piano di spartizione, di una ridefinizione dei nuovi Stati europei che stavano per sorgere.

   Srebrenica è stato un territorio, posto fuori dall’ordinamento normale, dove (purtroppo sotto l’egida iniziale dell’Onu) sono stati internati, privati dei diritti, e infine eliminati, essere umani ritenuti superflui. Perciò si inscrive nell’universo concentrazionario. Il nome di Srebrenica segna, dopo Auschwitz, l’inquietante ritorno del campo nel paesaggio politico dell’Europa. (Donatella di Cesare)

A Sarajevo, durante l’assedio dal 1992 al 1995 per tornare a casa si correva per rendere più difficile il lavoro dei cecchini (da WWW.CTRLMAGAZINE.IT)
A Sarajevo, durante l’assedio dal 1992 al 1995 per tornare a casa si correva per rendere più difficile il lavoro dei cecchini (da WWW.CTRLMAGAZINE.IT)

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adopt srebrenica

“ADOPT SREBRENICA”- UN PROGETTO DI DIALOGO E CONVIVENZA

(da www.alexanderlanger.org/ )

Il progetto “Adopt Srebrenica” è promosso e sostenuto dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano/Italia e dall’associazione Tuzlanska Amica di Tuzla/Bosnia Erzegovina. L’idea della collaborazione è nata nel 2005 in occasione della consegna del Premio Internazionale Alexander Langer a Irfanka Pašagić. In quel periodo è emersa anche la volontà di riportare l’attenzione internazionale a Srebrenica, avviando un progetto di partnerariato con la città che prevede un coinvolgimento attivo di amministrazioni pubbliche e associazioni italiane e internazionali. Da subito quindi c’è una doppia finalità: parlare di Srebrenica e operare con Srebrenica. I temi su cui si focalizza sono quelli della memoria, giustizia ed elaborazione del conflitto.

 L’OBIETTIVO A LUNGO TERMINE DI “ADOPT SREBRENICA”:

ñ     riconoscere la specificità di Srebrenica basata sulla dimensione storica e umana del genocidio, che si è riproposto nel contesto della guerra in ex-Jugoslavia, delle sue origini, delle sue conseguenze, delle sue implicazioni per l’Europa di oggi;

ñ     mantenere una costante presenza e attenzione internazionale a Srebrenica, contribuendo alla rivitalizzazione culturale, sociale ed economica della città che era stata prima della guerra un importante centro termale, con un’intensa vita intellettuale;

ñ     favorire la maturazione di iniziative di dialogo inter-etnico e interculturale, di elaborazione della memoria, di gestione nonviolenta dei conflitti, rivolte in particolare alle nuove generazioni, strette tra il peso insopportabile di quanto è avvenuto e gli sforzi faticosi per guardare avanti;

ñ     promuovere progetti di partenariato con amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali, scuole, associazioni di volontariato, che prevedano un coinvolgimento attivo della popolazione locale.

PER PERSEGUIRE QUESTI OBIETTIVI LA FONDAZIONE ALEXANDER LANGER STIFTUNG  E TUZLANSKA AMICA HANNO PROMOSSO:

ñ     la nascita a Srebrenica di un Centro interculturale di documentazione della memoria, con il contributo decisivo di un gruppo multietnico di giovani di Srebrenica, che nel settembre 2011 hanno aperto una piccola sede con il sostegno attivo del Comune di Bolzano-Archivio storico;

ñ     dal 2007 ogni anno a Srebrenica, la Settimana Internazionale della Memoria, con incontri, laboratori, iniziative culturali, in stretta collaborazione con l’associazione Tuzlanska Amica; dal 2008, per tre edizioni, vi hanno preso parte anche i corsisti del Master per Operatori di Pace e Mediatori internazionali, realizzato dalla Formazione Professionale di Bolzano e l’Università di Bologna, che hanno fatto di Srebrenica e della Bosnia Erzegovina un loro caso di studio e il luogo di una significativa esperienza di stage;

ñ     ogni  anno, dal 2005, viaggi di studio e di conoscenza in Bosnia Erzegovina e la partecipazione alla Cerimonia di commemorazione e di seppellimento delle vittime del genocidio, l’11 luglio, dichiarata dal Parlamento Europeo “Giornata della memoria del genocidio di Srebrenica”;

ñ     un intenso lavoro d’informazione e di formazione alla conoscenza del contesto, dedicato particolarmente a centinaia di giovani ed educatori, con la presentazione di testimonianze, film, video, mostre fotografiche sulla realtà di Srebrenica e della BiH, anche nell’ambito dei progetti di “educazione alla mondialità” sostenuti dalla Provincia di Bolzano;

ñ     la costituzione di una rete di collaborazioni, a sostegno del progetto, fatta di istituzioni pubbliche, associazioni, singoli volontari.

CENTRO INTERCULTURALE DI DOCUMENTAZIONE ADOPT SREBRENICA

ATTIVITÀ:

ñ   raccolta di storie e immagini che documentino la vita quotidiana di Srebrenica prima della guerra;

ñ   acquisizione di un fondo di libri, foto, video, documenti sulla storia di Srebrenica e della BiH, da mettere a disposizione della cittadinanza;

ñ   la realizzazione di un servizio skype gratuito per consentire i contatti tra residenti di Srebrenica e parenti/amici lontani nella diaspora;

ñ   la produzione e diffusione periodica di informazioni – anche con un sito internet – sull’attualità di Srebrenica e le sue risorse economiche (es. terme, museo archeologico, agricoltura), nel contesto più generale della realtà del paese;

ñ   l’ideazione e l’organizzazione dell’annuale Settimana Internazionale della Memoria e l’accompagnamento di gruppi di visitatori;

ñ   l’organizzazione – in base a rivelazioni del fabbisogno locale – di corsi di lingue, attività culturali e  formazione;

ñ   la partecipazione a visite e scambi con analoghi centri nazionali o internazionali e con associazioni o istituzioni interessate a sostenere attivamente spazi di dialogo e di rinascita della città di Srebrenica.

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SASSI CONTRO VUCIC: LA RABBIA PROFANA LA GIORNATA DELLA MEMORIA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 12/7/2015

– Srebrenica. La cerimonia per i 20 anni del genocidio rovinata dalle proteste contro il leader serbo accolto da fischi e striscioni. Il premier era ministro di Milosevic e qui nessuno lo ha mai perdonato. Prima degli incidenti erano stati seppelliti 136 corpi appena ricomposti –

SREBRENICA. NEL MOMENTO in cui la cosa sta succedendo, pensi: ecco, questa è una tragedia. Nel giorno più sbagliato, nel posto più sbagliato. I discorsi ufficiali sono finiti, al riparo dalla gran moltitudine, dall’altro lato della strada.

   Precedendo altri ospiti, il primo ministro della Serbia, Aleksandar Vucic, viene incautamente fatto passare in un lungo sentiero che dall’ingresso del grande camposanto sale fino alla tribuna allestita per le autorità, dalla quale assisteranno alla tumulazione dei 136 corpi appena ricomposti. La folla lo riconosce, lo subissa di fischi e di insulti, e subito dopo, dai bordi del percorso protetto dalle guardie del corpo, l’aggressione: lancio di bottiglie, sassi, scarpe, colluttazioni furibonde. Continua così fino alla sommità della pendice sulla quale è disteso il cimitero, quando Vucic viene fatto scomparire nella macchina, mentre i suoi tutori sbrigano gli ultimi corpo a corpo. Intanto i fischi e gli urli scompagnati della folla si sono raccolti nel grido corale di “Allah’o akbar”.

   Per i bosgnacchi, che non sono un’etnia, ma una diramazione religiosa dentro l’unico popolo jugoslavo, l’islam può significare una rivendicazione patriottica, ma quello è un grido religioso. Sono pochi, nella enorme folla, a non unirsi. Eppure è assente dalla folla qualsiasi segno di islamismo militante, che pure il frangente poteva far temere.

   Vucic ha 45 anni, una svelta carriera nell’ala più ignobile del nazionalismo serbista, un ruolo di ministro con Milosevic, poi una riconversione verso l’Europa, e la sconfessione graduale dei deliri della Grande Serbia e dell’entusiasmo per Ratko Mladic –il boia di Srebrenica.

   Uno striscione inalberato nel cimitero cita una frase del Vucic della prima maniera: “Za jednog srbina, ubit cemo 100 muslimani” –per un serbo, uccideremo 100 musulmani. Alla vigilia Vucic aveva detto cose apprezzabili, spiegando la propria decisione di venire: che «non ci sono parole per definire quel crimine mostruoso», e che «andare a rendere omaggio alle vittime degli altri è una condizione perché gli altri vengano dalle nostre». Ancora alla vigilia, aveva ottenuto da Putin il rigetto della definizione del “crimine mostruoso” come genocidio, nel Consiglio di Sicurezza.

   Sapeva dove andava. Tuttavia, ad accoglierlo, aveva trovato Munira Subasic, la presidente delle madri, che gli aveva appuntato sulla giacca il “fiore di Srebrenica”, il distintivo dalla corolla bianca e il bottone verde che lavorano a maglia. Ma avviarlo a quella impervia sfilata tra la folla in lutto è stato come far uscire l’arbitro di una partita inferocita attraverso la curva dei tifosi della squadra sconfitta e ingannata: una pazzia.

   Non temo il paragone con il tifo, le assomigliava, la baraonda di ieri. Una guerra mondiale può trovare la sua scintilla nello sparo di uno spiantato a un arciduca, una guerra civile può fare le sue prime prove in uno stadio di calcio, come successe qui.

   Nel momento in cui la cosa succede, pensi: ecco, questo può bastare a scatenare una guerra. Vucic che fugge dal più grande monumento a un genocidio dopo la seconda guerra, Belgrado che denuncia la sfida omicida, e domani –oggi, domenica- è il giorno delle commemorazioni rivali delle vittime serbe, nei cimiteri a un tiro di schioppo da qui; e che cosa potrà succedere?

   L’altro ieri, al passaggio dal villaggio di Han Pijesak, i carri che portavano a Potocari le bare dei nuovi cadaveri ricomposti erano stati presi a sassate da qualche sciagurato serbista –chi dice uno, chi quattro. Ma qui è un’altra cosa. La più solenne e vasta commemorazione, nel giorno più solenne, è deragliata: le fosse aspettavano i nuovi arrivati, e sono venute allo scoperto la fragilità e l’ipocrisia (una dose modica di ipocrisia è necessaria a sventarne una letale) di una tregua che usurpa il nome di pace. Su alcune magliette di giovani nel grande camposanto era scritto: “Srebrenica, we don’t forget”. Su qualche altra: “Srebrenica, we don’t forgive”.

   Lo slittamento da non dimenticare a non perdonare sembra leggero, ma è incommensurabile. Il capo della comunità musulmana e il sindaco di Srebrenica – Camil Durakovic, aveva 16 anni quando scampò fortunosamente al massacro – esortano con veemenza la folla a ripudiare la rabbia e isolare i gesti di inimicizia. Ammoniscono che la visita di Vucic era stata salutata dalle madri di Srebrenica: ma le madri di Srebrenica attorno a me scuotono amaramente la testa, piangono, fanno segno di no, con l’aria di dire: «Chiedi troppo».

   Il fatto è che alle guerre basta una scintilla per scoppiare, e le paci non scoppiano mai, hanno bisogno di tempo, e quando finalmente lo trovano somiglia a un intervallo fra due guerre. In Bosnia, più di due. Ieri sera ho interpellato Valentina, che è di Srebrenica, è l’animatrice di “Sara”, un gruppo numeroso di donne delle due nazionalità, ed è lei stessa serba. Ha detto solo. «Poveri noi!». Noi, non vuol dire noi bosgnacchi o noi serbi. Vuol dire noi.

   Il resto è già dimenticato. Tutto fiorito, il sole a picco. Anche vent’anni fa gli assassini chiedevano una pausa per asciugarsi il sudore. La lettura dei nomi dei morti da interrare, c’è anche una donna, c’è anche un cattolico. I discorsi. Clinton ha rivendicato di aver messo fine ai massacri, ha riconosciuto di aver tardato. La gente ha detto che sembra parecchio invecchiato. Laura Boldrini ha chiesto giustizia e ammonito a non cedere alla tentazione delle colpe collettive. E gli altri: hanno preferito non parlare dei genocidi in corso, dell’omissione di soccorso che si rinnova.

   Non afferravo tutto, così sono stato attento alla frequenza della parola: genocidio. Innumerevole. Fu necessario, il conio di quella parola. Ieri anche Obama l’ha ribadito, per Srebrenica. Matteo Renzi ripete che la sua iniziazione sta nello scandalo di quel genocidio. Io non ho dubbi sulla pertinenza del crimine di genocidio a Srebrenica.

   Alla vigilia, il sindaco Durakovic aveva detto: «Vucic avrebbe fatto meglio a non venire, perché la Serbia non vuole ancora riconoscere che a Srebrenica si è perpetrato un genocidio, e un tribunale l’ha sancito». Ma occorrerà pensare al rischio che diventi una parola feticcio. Le vittime si sentono tradite se la loro sofferenza non riceva il nome di genocidio. I carnefici non possono rassegnarsi a che la loro violenza riceva il nome di genocidio. Quel nome finirà per segnare la barriera più erta per la buona volontà e la dose di ipocrisia necessarie a fare le paci. (Adriano Sofri)

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LE COLPE DELL’OCCIDENTE NELLE CARTE SEGRETE: USA E ALLEATI RIFIUTARONO DI DIFENDERE LA CITTÀ

di Ennio Caretto, da “il Corriere della Sera” del 12/7/2015

– La Cia era convinta che «la maggior parte della popolazione musulmana sarebbe fuggita» –

   A vent’anni esatti dalla strage di Srebrenica, in cui furono assassinati 8 mila bosniaci musulmani, la strage più grave in Europa dalla Seconda guerra mondiale, un fitto carteggio desecretato dalla Casa Bianca e dalla Cia indica che essa poteva essere prevenuta, ma non lo fu perché gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra e l’Onu rifiutarono di difendere la città.

   Mentre nessun leader occidentale poté immaginare che il generale serbo bosniaco Ratko Mladic avrebbe ordinato lo sterminio dei civili, tutti erano al corrente fino da marzo del 1995 del suo intento di «fare svanire la popolazione islamica dalla regione».

«L’unica opzione realistica» osservò tuttavia il maggio successivo il consigliere della sicurezza nazionale della Casa Bianca Anthony Lake, opponendosi a un intervento militare alleato nel conflitto, «è che togliamo i caschi blu dalle posizioni più vulnerabili». La più vulnerabile di tutte era Srebrenica.

   Tra i documenti desecretati, uno dei più inquietanti è un telegramma dell’ambasciata americana a Sarajevo al Dipartimento di Stato. Datato 27 maggio 1995, il telegramma riferisce il duro monito del generale inglese Rupert Smith, il capo delle forze dell’Onu, ai leader alleati. «La nostra macchina si è rotta — dice il generale — e la nostra missione fallirà a meno che non siamo pronti a entrare in guerra, a subire perdite, a sacrificare i nostri ostaggi oggi nelle mani dei serbi bosniaci, a rimanere a lungo nei Balcani». «Se non siamo pronti a varcare la soglia del dolore — conclude Smith — smettiamola di parlare di zone franche, di enclaves, di raid aerei. Con le bombe della Nato non si ottiene nulla, ci vogliono truppe di terra». E’ lo stesso monito del generale Bernard Janvier, il capo delle operazioni, di due giorni prima, quando i serbi bosniaci hanno preso ostaggi 400 caschi blu in rappresaglia per i bombardamenti.

   Non solo il monito rimane inascoltato. Washington, Parigi e Londra intraprendono anche il cammino opposto a quello prospettato da Smith. Il 28 maggio, il Gruppo di contatto sui Balcani, gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia e la Russia, decide infatti di sospendere i bombardamenti sulle forze serbe «per il futuro prevedibile». In una nota al presidente Clinton, Lake suggerisce «di accettare la pausa ma di non renderla pubblica». Aggiunge che «cercherà con i francesi e con gli inglesi una formula per sospendere anche le sanzioni contro la Serbia e negoziare la pace». Il consigliere della Casa Bianca conclude che «sarebbe meglio se le truppe dell’Onu non lasciassero enclaves come Srebrenica» ma che se divenisse necessario e gli alleati chiedessero l’aiuto americano «dovremmo esaudirli per non perdere di credibilità presso la Nato».

   E’ la decisione sbagliata, ma la Cia la sottoscrive in un rapporto del primo giugno, dando per lontana la possibilità della caduta di Srebrenica. «I serbi bosniaci — scrive — vogliono eliminare le enclaves di Srebrenica, Zepa e Gorazde perché le considerano basi della guerriglia islamica nei Balcani … Se l’Onu le abbandonerà potrebbero non attaccarle subito, probabilmente lo farebbero dopo sei mesi o un anno … In questo caso, occuperebbero prima Srebrenica, la catturarono quasi nel 1993».

   La Cia non sembra avere sentore dell’eventualità di una strage, prevede anzi che «un’offensiva serba farebbe fuggire la maggior parte della popolazione». La contesterà a sterminio avvenuto il ministro della difesa olandese Joris Voorhoeve, scagionando i suoi soldati, il battaglione dell’Onu, rimasto solo e impotente nella città: «Le grandi potenze appresero ai primi di giugno che Mladic stava per colpire ma non ce lo comunicarono».

   E’ sorprendente che né la Casa Bianca né la Cia parlino di genocidio. Il memorandum del Consiglio di sicurezza nazionale del 12 luglio invita il presidente Clinton ad appoggiare la mozione della Francia all’Onu per la liberazione di Srebrenica «sebbene non ve ne siano i mezzi» e a proteggere Gorazde e Sarajevo senza precisare come.

   E una relazione di Lake del giorno 15 lo esorta ad affiancarsi al presidente francese Chirac che vuole «irrobustire i caschi blu in Bosnia», ma a condizione di «non dovervi mandare truppe di terra e non essere accusati del fiasco dell’Onu». La Cia è parimenti anodina. In un’analisi datata 18 luglio si concentra sui motivi del crollo di Srebrenica: «L’esercito bosniaco ha perso perché poco armato, perché male comandato e perché ha fatto troppo affidamento sul battaglione olandese». Depreca comunque che «la leadership politica si sia illusa che la Nato intervenisse».

   L’impressione tratta dal fitto carteggio americano è che nella guerra bosniaca Washington fece da freno a Parigi e Londra. La giustificazione a posteriori è che nel 1993 era intervenuta militarmente in Somalia subendo una disfatta, e che nei Balcani era ostacolata dalla Russia, alleata storica della Serbia. L’allora sottosegretario di stato americano Strobe Talbott afferma che «inizialmente Srebrenica divise in due l’Occidente, ma condusse poi alla pace», firmata quattro mesi dopo a Dayton. (Ennio Caretto)

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MA I RESPONSABILI POLITICI E MORALI RESTANO NELL’OMBRA

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 12/7/2015

   Era illusorio che la commemorazione del «Ventennale» spegnesse l’odio e il risentimento che ancora covano nella martoriata società bosniaca. I vecchi non dimenticano, le nuove generazioni non sono cresciute in un clima di riconciliazione, bensì in una situazione di storia raccontata a senso unico, in un clima cupo d’incertezza politica e istituzionale, di divisione sostanziale delle componenti etniche e religiose, aggravata da una crisi economica senza sbocco.

   Non è bastato nemmeno il gesto coraggioso del premier serbo Vucic di partecipare alle cerimonie. Al contrario, la sua presenza a Srebrenica ha invelenito gli animi.

   Certo, Vucic, un protagonista nel tempo di guerra, non è un Willy Brandt, ma nel corso degli anni la Serbia ha riconosciuto responsabilità nei massacri in Bosnia e ha consegnato al tribunale dell’Aja alcuni dei più efferati criminali. Certo, la definizione di «genocidio» non è condivisa né dai popoli della ex Jugoslavia, né dall’opinione pubblica internazionale.

   La Russia ha posto il proprio veto. I serbi vorrebbero non occupare sempre il posto dei cattivi e — a proposito di genocidio — essere ricordati anche come il popolo che, dopo gli ebrei, è stato più colpito dal nazismo.

   Tuttavia, nel corso degli anni, sono stati almeno messi da parte i tentativi «negazionisti» di uno dei più orrendi massacri dalla Seconda guerra mondiale: le vittime furono i musulmani bosniaci e i carnefici furono il generale Mladic e le sue milizie, probabilmente con l’assenso del regime di Belgrado. Se, a vent’anni di distanza, questa «narrazione» degli eventi non è più messa in discussione, la verità storica sulla genesi del massacro è ancora incompleta. Ci furono responsabilità politiche e morali a vari livelli rimaste controverse e persino nell’ombra.

   Ne ricordiamo alcune: il comportamento del contingente del caschi blu dell’Onu che di fatto lasciò campo libero alle milizie di Mladic; il ruolo del comandante bosniaco della guarnigione di Srebrenica, Naser Oric, colpevole di vendette ed esecuzioni nei villaggi serbi attorno all’enclave, una lieve condanna al tribunale dell’Aja; la decisione delle autorità di Sarajevo di abbandonare la difesa di Srebrenica, probabilmente con il proposito di rafforzare la solidarietà internazionale e trattare da posizioni di forza a Dayton. Per inciso, Oric, personaggio controverso, gestore di night a Tuzla ed ex guardia del corpo di Milosevic, è stato arrestato in giugno in Svizzera, ma la notizia non ha avuto rilievo per non turbare la vigilia delle celebrazioni.

   La pietà per le vittime e la solidarietà verso madri, spose e figli dei bosniaci trucidati non dovrebbe fare dimenticare i civili serbi caduti dall’altra parte delle barricate, vittime anche di combattenti volontari giunti da Paesi musulmani. Vent’anni fa, l’espansionismo e il nazionalismo serbo, appoggiato da Mosca, costituivano la principale minaccia alle porte dell’Europa. Per questo, si sostennero l’indipendenza della Croazia e della Bosnia e l’irredentismo del Kosovo. Oggi, il groviglio di popoli e religioni della ex Jugoslavia si guarderebbe con un occhio diverso. Ma servirebbe una dose eccessiva di obiettività. Meglio affermare il «genocidio» e prendere i serbi a sassate. (Massimo Nava)

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PIETRE SUL LEADER SERBO A SREBRENICA

di Fabrizio Caccia, da “il Corriere della Sera” del 12/7/2015

– Alla cerimonia per gli 8.000 bosniaci massacrati, alcuni giovani attaccano il premier Vucic – Da Belgrado accuse di tentato omicidio. «Ma la mano della riconciliazione resta tesa» –

SREBRENICA – Dall’alto della collina fischiano forte e gridano «Allahu Akbar», Allah è grande. E ancora: «Morte ai cetnici», «tornate a casa…». Sono un gruppo di giovani musulmani di Bosnia venuti qui apposta per lui, il primo ministro serbo Aleksandar Vucic.

   Lo stavano aspettando, sapevano che sarebbe arrivato nel giorno del ventesimo anniversario del «genocidio» di Srebrenica ed è proprio quella parola, «genocidio», che lui si ostina a non voler pronunciare. Così, mentre Vucic si sta avvicinando all’uscita, adesso che è finita la cerimonia tanto attesa dell’11 luglio, loro sfondano le transenne e cominciano a bersagliarlo con sassi, bottiglie, scarpe.

   Le guardie del corpo provano a fermarli, ma a Vucic volano via gli occhiali che si rompono a terra. Con un ombrello aperto gli fanno scudo tra la folla e lo portano via, insieme però all’illusione che dopo vent’anni potesse affacciarsi qui, sulla spianata di Potocari, finalmente per la prima volta un barlume di pace, tra musulmani e serbi, dopo tanto odio e dolore.

   Rimane uno striscione tra le tombe, lo avevano preparato quegli stessi ragazzi (uno di loro in serata è stato fermato dalla polizia) ed è come se fossero i morti adesso a sollevare il grido che contiene, gli oltre 8 mila musulmani – uomini e ragazzi – trucidati l’11 luglio del 1995 dalle truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic, il boia dei Balcani: «Per ogni serbo, 100 musulmani uccisi», è questa la frase stampata sulla stoffa, proprio la stessa che usava lui, Vucic, vent’anni fa, quando da ministro dell’informazione lavorava al sogno della Grande Serbia di Belgrado nel governo di Slobodan Milosevic. Uno striscione per ricordargli chi era.

   E invece chissà forse oggi è davvero cambiato; dopo lo choc per l’aggressione subita, tornato a Belgrado ecco che dichiara: «La mano della riconciliazione rimane tesa, i serbi continuino a trattare i vicini bosniaci come amici. E’ stato un attacco organizzato e ben preparato, dietro sicuramente non ci sono le famiglie delle vittime innocenti di Srebrenica». Epperò il suo governo ha poi mandato una nota di protesta a Sarajevo per il «tentato omicidio», chiedendo una condanna pubblica dell’episodio ai bosniaci, peraltro già arrivata. L’ex presidente Usa Bill Clinton lo ha lodato davanti a tutti durante la cerimonia «per il coraggio di essere qui». «Mi aspetto — ha aggiunto — che lo faccia in futuro anche il presidente della Serbia, Tomislav Nikolic», che invece per adesso non ci pensa neppure. «Ma non bastano vent’anni per perdonare, forse a volte nemmeno cinquanta», dice Laura Boldrini, la presidente della Camera venuta a rappresentare l’Italia, rigirandosi tra le mani il fiore di Srebrenica lavorato all’uncinetto dalle vedove dei morti. Margherite di cotone con il bianco del lutto, il bottone verde della speranza e undici petali a ricordare per sempre quella data: 11 luglio.

   Perché la speranza malgrado tutto è viva, soprattutto nei giovani che qui sono arrivati con addosso magliette che la dicono lunga sul desiderio di quasi tutti: «Plus Jamais», «Never Again», «Mai Più». Ma non sarà facile, con 16 mila criminali di guerra ancora a piede libero, nascosti tra la Serbia e la Bosnia. E 8 mila desaparecidos tuttora da ritrovare, dei 135 mila morti di quegli anni. I due più alti responsabili individuati, Mladic e Karadzic, sono ancora sotto processo e non si è arrivati neppure a una sentenza di primo grado davanti al Tribunale di guerra per i crimini nell’ex Jugoslavia, che chiuderà i battenti il 31 dicembre 2017. Ecco perché i morti di Srebrenica sono ancora senza pace e senza giustizia, come è scritto in un bel libro di Luca Leone e Riccardo Noury uscito quest’anno («Srebrenica, la giustizia negata»). Lo ha detto anche Barack Obama nel suo messaggio inviato per l’occasione: «Solo punendo i colpevoli potremo dare un senso di giustizia a coloro che hanno perso i loro cari e solo chiamando il male con il suo nome, genocidio, possiamo trovare la forza di superarlo».

   Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ribadisce che «Srebrenica fu una sconfitta dell’umanità». Il premier Matteo Renzi riconosce che «ci furono responsabilità politiche», i caschi blu olandesi per esempio che preferirono girarsi dall’altra parte quando il massacro era già iniziato. «Purtroppo — conclude l’ambasciatore d’Italia a Sarajevo Ruggero Corrias — le strumentalizzazioni politiche dopo vent’anni rimangono molto forti. Ma il 90% della gente comune qui vuole soltanto la pace, il lavoro, il futuro, l’Europa». Un obiettivo lontano. (Fabrizio Caccia)

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RITORNO A SREBRENICA TRA I SOPRAVVISSUTI CHE NON DIMENTICANO

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 11/7/2015

– Venti anni fa il massacro di 8000 musulmani. Oggi il mondo si ferma per commemorare le vittime –

SREBRENICA – NEMANJA ZEKIC ha 27 anni, è il presidente del Centro Giovanile di Srebrenica, ed è, con suo fratello Zarko, un volontario dell’Associazione “Adopt Srebrenica”, ispirata ai pensieri e alle azioni di Alexander Langer. È nato a Srebrenica, ma non c’era nel luglio del 1995, perché dal 1991 la sua famiglia era riparata in Serbia, e quando tornò tutto era successo. Infatti Nemanja è serbo-bosniaco, ed è cresciuto nel culto nazionalista che insegna a esaltare le violenze vittoriose contro il nemico e a negare i crimini troppo orrendi per essere rivendicati.

   Non c’era fonte serba che non negasse lo sterminio di Srebrenica come una montatura e una cospirazione contro il popolo serbo. Ancora all’università Nemanja partecipava di questo sentimento, e tuttavia si disponeva ad ascoltare quelli che avevano perso la famiglia, a interrogarsi sulle prove. La propaganda, dice, non cede il passo, da ogni versante, e bisogna fare da soli, o quasi. Perfino in famiglia, all’inizio, è difficile venir fuori: si dà scandalo, si provoca dolore. Fra i propri connazionali si passa per traditori.

   A Srebrenica alcuni superstiti, giovani anche loro, diventarono suoi amici e interlocutori, come Muhammed Avdic, 32 anni. Una volta erano stati invitati insieme a raccontare Srebrenica a Bolzano, ma Muhammed all’ultimo non potè venire. Mentre parlava, Nemanja si accorse di stare raccontando la Srebrenica di Muhammed, che è musulmano osservante, e che ci aveva perso il padre. Di essere entrato nei suoi panni, salvo tornare nei propri.

   Nevena Medic, 26 anni, anche lei serbo-bosniaca, fu sfollata con la famiglia a Sarajevo, e sperimentò insieme la città assediata e il rancore dei vicini musulmani. È diventata una studiosa di diritti umani, sa che torti e ragioni non sono tutti sullo stesso piano, ma tiene a che siano ricordate tutte.

   Il “tradimento” di questi giovani è diventato via via meno isolato. Chiedo: c’è qualche ragazzo serbo che si è innamorato di una ragazza musulmana, o viceversa? Un po’ di silenzio, poi: «Almeno uno c’è: Nemanja ». Che è innamorato della sua Jasmina. Io alla fine sono un uomo migliore, dice Nemanja, ma è un cammino da fare insieme, bisogna fare la pace con la storia del proprio popolo. Fare la pace, senza invitare a scordare il passato.

   Domani, dicono, guarderemo a Belgrado, dove è stata indetta una manifestazione senza precedenti davanti al parlamento: in 7 mila si sdraieranno per terra a fare il morto per ricordare Srebrenica. Ci riusciranno? Glielo lasceranno fare? Nel pomeriggio arriva la notizia che il governo serbo ha vietato tutte le manifestazioni legate a Srebrenica.

   Anche in “Adopt”, dove impegno e amicizia sono tutt’uno, la parola genocidio, pronunciabile, pronunciata, è il punto più delicato. Fuori, per i grandi e i piccoli della terra che oggi gremiranno Srebrenica, la Republika Srpska ha costellato la strada di manifesti con la faccia di Putin: il Grande Amico, che tutti lo vedano. Alla vigilia, è stato il suo veto a impedire che le Nazioni Unite chiamassero le stragi di Srebrenica col loro nome. Il nome di genocidio scava un fossato incolmabile –una infinita fossa comune- tra il popolo bosniaco-musulmano e il popolo serbo.

   A Srebrenica sono passati solo vent’anni. Ne sono passati cento fra Turchia e Armenia, e la fossa è ancora spalancata. Gli abitanti di Srebrenica sono rimasti in pochi, 5 mila, forse 7, e fra quei pochi l’odio non si è stancato, o si è rimpiattato dietro la rimozione. Però ci sono queste persone che a fare la pace si impegnano davvero. Donne soprattutto: scamparono grazie a quello spirito cavalleresco non solo serbo che insegna a sterminare gli uomini – tutti, dai 13 anni ai 70 e oltre – e a risparmiare le donne, dopo averle stuprate.

   Le donne scamparono per testimoniare e per aspettare che fossero restituiti i frantumi dei loro cari. Si continua a ricomporli, estratti a volte da fosse distanti, dopo che furono stritolati e rimescolati per cancellarne le prove. Ogni anno, quella che per i più è una commemorazione è per alcune il primo funerale, la prima sepoltura tributata: 138, questa volta. Su 8.372 persone scomparse, sono stati rintracciati finora i resti di 7.100. Più di 1.200 mancano ancora. Vorrei accostare questa lunga impresa pietosa al recupero italiano delle salme degli annegati dello scorso aprile.

   Anche le notizie uscite alla vigilia del ventennale sull’ Observer ( Repubblica , 5 luglio) mettono scrupolosamente in fila una quantità di testimonianze, ma non sono rivelazioni. Si sapeva che Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Nazioni Unite avessero deciso di darla vinta ai serbi sulle “aree protette”. Pochi giorni prima lo stesso governo di Sarajevo aveva ritirato a Tuzla le truppe che avrebbero potuto resistere a Srebrenica e difendere le decine di migliaia di rifugiati inermi. Si sapeva perfino che le Nazioni Unite avevano fornito il carburante a Mladic e i suoi scherani. Si intuiva che si fossero augurati –tenendosi le mani pulite, eh!- una strage un po’ più sanguinosa delle altre, che commuovesse il mondo e offrisse il pretesto per firmare la pace e la carta geografica rifatta. Quanto “più sanguinosa” – qui intervenne la solita banalità.

   Un vero effetto ce l’ha, l’elenco dei documenti sul modo in cui si arrivò all’11 luglio: i potenti avevano concordato che Srebrenica spettasse alla Republika Srpska, e l’avevano fatto alla vigilia del genocidio, e per così dire preparandolo. Tanto più oltraggioso è che la Srebrenica in cui oggi ci si raccoglie a commemorare il genocidio appartenga all’“entità”, lo Stato dei suoi autori.

   Per il suo capo, Miloran Dodik, il genocidio di Srebrenica è «la più grande impostura del XX secolo». Se si trovasse un avanzo di dignità, Srebrenica dovrebbe ricevere uno statuto internazionale indipendente, come un patrimonio dell’umanità. Non per i suoi morti, ma per i suoi vivi.

   Sentiremo oggi i potenti venuti a commemorare. Il più acquetato di loro, Bill Clinton, aspettò 4 anni a decidere che ce n’era abbastanza; e anche nella sua amministrazione ci fu chi benedicesse la consegna a Karadzic e Mladic delle zone solennemente protette e la deportazione dei rifugiati, lamentando poi di non aver previsto lo zelo ultimo dei deportatori. Clinton aspettò 4 anni: fra poco, Obama ne avrà aspettati 5 con la Siria.

   Ho fatto un calcolo approssimato: Bosnia, 100 mila trucidati, due milioni di profughi; Siria, che è grande poco più del doppio, 240 mila trucidati, 4 milioni di profughi, 8 milioni di sfollati. Anche le differenze sono istruttive: a Srebrenica gli aggressori invasati erano cristiani, le vittime musulmane, di quell’islam europeo di cui c’è tanto bisogno.    A Dohuk, Kurdistan, i giudici che indagano sul genocidio jihadista degli yazidi mi hanno detto quanto desidererebbero che i genetisti delle ossa sparpagliate di Srebrenica trovassero il tempo anche per le loro fosse. Adesso, ogni volta che vedo un nuovo genocidio, penso già a come saranno le commemorazioni vent’anni dopo. (Adriano Sofri)

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la cittadina di SREBRENICA
la cittadina di SREBRENICA

SREBRENICA, 20 ANNI DAL MASSACRO PIÙ FEROCE DAI TEMPI DEL NAZISMO

da Corriere.it del 11/7/2015 (www.corriere.it/ )

Sono passati 20 anni dalla carneficina di Srebrenica: l’11 luglio 1995 ha avuto luogo quello che è passato alla storia come «il più feroce massacro in Europa dai tempi del nazismo». Nella zona protetta di Srebrenica, che all’epoca era sotto la tutela delle Nazioni Unite, in pochi giorni oltre ottomila bosniaci musulmani – uomini, bambini e anziani, tutti maschi – sono stati barbaramente uccisi dai serbo bosniaci di Ratko Mladic e dalle «Tigri di Arkan» di Željko Ražnatović (Leggi la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera per i 10 anni dalla strage). Ancora oggi non sono stati trovati tutti i responsabili dell’eccidio e mancano all’appello molti di quei corpi orrendamente falciati e sparpagliati nelle fosse comuni. Una ferita rimarcata dal veto posto dalla Russia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che definiva il massacro di Srebrenica un «genocidio». Il voto di Mosca arriva pochi giorni dopo la pubblicazione dell’inchiesta del domenicale britannico The Observer che ha rivelato, sulla base di alcuni documenti declassificati, dettagli finora sconosciuti denunciando le reticenze e le gravi responsabilità di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite. Anche se, secondo gli autori: «Non si può affermare che le potenze occidentali, i cui negoziati portarono alla caduta di Srebrenica, fossero a conoscenza dell’entità del massacro che sarebbe seguito».

Le grandi potenze, all’epoca, erano intente nei negoziati di pace con il presidente serbo Milosevic, accordi che sigleranno quattro mesi più tardi a Dayton in Ohio ponendo così fine a tre anni e mezzo di guerra in Bosnia ed Erzegovina.

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SREBRENICA, 20 ANNI DOPO. SASSI E BOTTIGLIE CONTRO IL PREMIER SERBO. VUCIC ABBANDONA LA CERIMONIA

da Repubblica.it del 11/7/2015

– Contestata la delegazione di Belgrado alla cerimonia per il ventesimo anniversario. Prima di raggiungere Srebrenica il leader serbo aveva condannato l’eccidio definendolo un “crimine atroce”. Al mausoleo di Potocari decine di migliaia di persone. Mattarella: “Fu genocidio, sconfitta per l’umanità”. –

SREBRENICA – Il premier serbo Aleksandar Vucic ha abbandonato la cerimonia di commemorazione della strage di Srebrenica dopo essere stato contestato al mausoleo di Potocari da un gruppo di persone che gli ha lanciato sassi e bottiglie, indirizzandogli una salva di fischi. Prima di raggiungere Srebrenica per partecipare alla commemorazione del ventesimo anniversario del massacro di almeno 8.000 uomini e bambini musulmani compiuto dalle forze serbe di Bosnia, Vucic aveva diffuso una lettera aperta in cui condannava l’eccidio.

   “Sono passati 20 anni dal terribile crimine commesso – aveva scritto Vucic – non ci sono parole per esprimere rimorso e dolore per le vittime, così come rabbia e rancore verso coloro che hanno commesso questo crimine mostruoso”.

“La Serbia condanna in modo chiaro e senza ambiguità questo crimine orribile ed è disgustata da quanti vi hanno preso parte e continuerà a portarli davanti alla giustizia”. “La mia mano resta tesa verso la riconciliazione”, ha fatto sapere nel pomeriggio Vucic, dopo che il ministro dell’interno serbo Nebojsa Stefanovic aveva classificato le contestazioni come “tentato omicidio”.

“Esprimo rammarico per quello che è successo oggi e mi dispiace che alcuni non abbiano riconosciuto la nostra sincera intenzione di costruire una sincera amicizia tra serbi e musulmani. La mia mano rimane tesa e continuerò la mia politica di riconciliazione”, ha aggiunto il premier serbo.

LE CONTESTAZIONI.

Al suo ingresso nel cimitero di Potocari il premier serbo, che all’arrivo aveva ricevuto il “fiore di Srebrenica”, simbolo della tragedia realizzato dalle donne sopravvissute al massacro, è stato contestato da gruppi di musulmani. Vucic aveva appena deposto un fiore davanti al monumento che ricorda i nomi delle oltre 6.200 vittime identificate e sepolte nel cimitero quando la folla ha iniziato a scandire “Allah akbar”, lanciando pietre contro il premier. “Era orribile, hanno lanciato sassi, scarpe, qualunque cosa avessero sotto mano”, ha detto al giornale serbo Blic un membro della delegazione di Belgrado. “La folla gridava “Cetnici, tornate a casa. Il primo ministro è stato colpito da una pietra in faccia, è stato ferito, ma non era spaventato. Gridavano Allah è grande”. Circondato dalle guardie del corpo, Vucic è riuscito a lasciare il cimitero tra gli appelli alla calma degli organizzatori. Su un lato della collina dove riposano migliaia di musulmani massacrati è stato inoltre esposto uno striscione con la scritta “Per ogni serbo, 100 musulmani uccisi”, la frase che usava pronunciare Vucic quando era ministro del governo presieduto da Milosevic.  “La delegazione guidata da Aleksandar Vucic ha lasciato la cerimonia dopo un attacco durante il quale il premier è stato colpito alla testa e gli si sono rotti gli occhiali”, ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale serba Tanjug. Secondo l’emittente serba Rts, la polizia avrebbe fermato una persona.

MINISTRO SERBO: “E’ TENTATO OMICIDIO”.

“E’ un attacco scandaloso e possiamo ritenerlo un tentato omicidio”, ha denunciato il ministro dell’Interno serbo, Nebojsa Stefanovic, alla tv serba Pink.”È un attacco scandaloso”. Anche il ministro degli Esteri di Belgrado Ivica Dacic ha duramente condannato l’attacco contro Vucic: “Il premier si è comportato da uomo di stato decidendo di andare a omaggiare le vittime – ha sottolineato il ministro – è stato un attacco non solo contro Vucic, ma contro tutta la Serbia e la sua politica di pace e di cooperazione regionale”. “Ancora una volta viviamo le conseguenze negative di una politicizzazione porta a nuove divisioni e all’odio invece di portare alla riconciliazione. La Bosnia non è stata in grado di assicurare nemmeno le elementari condizioni di sicurezza del primo ministro”. Il governo serbo, si legge sui media di Belgrado, dovrebbe riunirsi per una sessione straordinaria alle 16. “La mia solidarietà a Vucic, che ha fatto la scelta storica di essere presente a Srebrenica. La pace può essere costruita solo sulla riconciliazione”, ha scritto l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini su Twitter. Il sindaco di Srebrenica Camil Durakovic ha chiesto pubblicamente scusa al premier serbo e al popolo della Serbia, per l’incidente di oggi. L’incidente, ha detto Durakovic, “è stato una grande delusione per noi, una macchia che ha fatto più male a noi che a Vucic, in questo luogo santo” .

LA CERIMONIA.

Alla commemorazione di oggi nel Memoriale di otocari partecipano decine di migliaia di persone e oltre 80 capi di Stato e di governo. Tra gli altri l’ex presidente Usa Bill Clinton, l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, la principessa Noor di Giordania, la Principessa Anna per il Regno Unito e il Primo ministro turco Ahmet avutoglu. A rappresentare l’Italia c’è la presidente della Camera, Laura Boldrini. Durante la cerimonia saranno tumulate le 136 vittime di cui sono stati recentemente identificati i resti.

CLINTON: “IN BOSNIA FATTO COSA IMPORTANTE”.

“Quello che ho fatto come presidente Usa in Bosnia, e in seguito in Kosovo, è stata una delle mie azioni più importanti, ha detto l’ex presidente Bill Clinton, applaudito nel suo ingresso al cimitero, riferendosi all’intervento militare che ha fermato la guerra in Bosnia. “Mi dispiace – ha detto Clinton – che ci sia voluto tanto tempo per raggiungere l’unità tra noi amici e decidere di usare la forza per fermare quella violenza”. Come “amico della Bosnia” Clinton prima della contestazione aveva anche ringraziato il premier della Serbia Aleksandar Vucic per aver dimostrato “il coraggio a venire qui” ed aveva aggiunto che si aspetta che faccia lo stesso anche il presidente Tomislav Nikolic.

OBAMA: “FU GENOCIDIO”

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha chiesto di “chiamare con il suo nome” il “genocidio” di Srebrenica  e di assicurarsi che i responsabili del massacro ne rispondano. “Solo riconoscendo completamente il passato possiamo ottenere un futuro di riconciliazione vera e duratura. Solo facendo in modo che chi ha compiuto il genocidio ne renda conto potremo offrire qualche tipo di giustizia” e “solo chiamando il male con il suo nome possiamo trovare la forza per superarlo”, ha detto Obama. Il massacro di Srebrenica rappresenta “la pagina più buia della storia recente dell’Europa”, ha spiegato l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue in un videomessaggio per l’anniversario del genocidio. Mogherini si trova a Vienna dove sono in corso i negoziati sul nucleare iraniano. Secondo l’Alto rappresentante “a Srebrenica l’Europa si è confrontata con la sua vergogna. L’Europa non è stata in grado di rispondere alla promessa dei padri fondatori e ai sogni dei suoi nipoti: basta guerre in Europa, basta morti in nome della razza o della nazione. Basta genocidi. Srebrenica è un appello ad agire. Che non succeda mai più”.

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BOSNIA, LA STRAGE DI SREBRENICA 1995-2015: IL GENOCIDIO ANNUNCIATO DELLA GUERRA IN BOSNIA

di Pierfrancesco Curzi, da “Il Fatto Quotidiano” del 6/7/2015

– Dal 7 al 18 luglio di vent’anni fa migliaia di bosniaci, civili, uomini, adulti, ragazzini vennero uccisi nel crimine continentale di maggiori dimensioni dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale. L’Europa e il mondo rimasero fermi –

   Nell’abitato di Potocari, a due passi dalla fabbrica della morte e dalla spianata del pianto, in mezzo ad alcune case ridotte a ruderi, c’è un campo di calcetto. Spesso è occupato da bambini e ragazzini. Indossano maglie di squadre di calcio importanti. Di fronte un piccolo alimentari e la fermata dell’autobus della linea che collega Srebrenica a Bratunac. La strada sale dolce verso la città termale. Coprire la distanza a piedi equivale a ritornare ai giorni dell’orrore, la stessa distanza coperta da nuclei familiari disgregati. Oggi non si rischia una pallottola, gli abitanti ti salutano, offrono un “cay” o un bicchiere d’acqua, l’ostacolo della lingua solo un dettaglio.

“ATTI DI GENOCIDIO”

Srebrenica, 20 anni dopo il crimine continentale di maggiori dimensioni dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Crimini trasformati in “atti di genocidio” dalle sentenze del Tribunale Penale dell’Aja per la ex Jugoslavia (Icty). Eppure, come accade da cento anni per il “Grande male” armeno, una delle parti in causa, la Serbia in questo caso, non li riconosce o li minimizza.

   Fango sulla memoria degli oltre 10mila morti (sebbene la targa alla memoria porti la cifra 8.372) e sul dolore dei loro cari. La vigilia dell’anniversario numero 20 è scossa dalle polemiche sull’arresto, il 10 giugno scorso a Berna, di un leader militare bosniaco, Naser Oric, attivo durante la guerra balcanica. Nemico pubblico dei serbi di Bosnia, eroe per i bosgnacchi. Arrestato nel 2003 e processato dall’Icty per crimini di guerra, da cui è stato prosciolto nel 2008, stava per finire nelle mani della giustizia serba che ne aveva chiesto l’estradizione alle autorità svizzere. Alla fine è stato estradato in Bosnia. Questa vicenda sta avvelenando il clima, al punto da mettere in discussione lo svolgimento delle celebrazioni dell’11 luglio.

   Sabato, alla spianata del memoriale di Potocari, è attesa una folla di poco inferiore alle 100mila persone. Tra loro Capi di Stato, ambasciatori, ministri degli Esteri, compreso il nostro Gentiloni; con lui anche la Presidente della Camera, Laura Boldrini. Assenti, con ogni probabilità, i vertici di Belgrado: “Aspetto di essere invitato ufficialmente” ha replicato il premier, Alexandar Vucic, polemizzando col sindaco di SREBRENICA, CAMIL DURAKOVIC.

Bosgnacco, originario di Srebrenica, tra i pochi a essere sfuggito alla morte, attraverso i boschi, per raggiungere Tuzla, la terra promessa. Meno di dieci anni fa è tornato in patria dagli Stati Uniti e da cinque anni è alla guida della complessa municipalità. ‘Druze Tito, mi ti se kunemo’. La frase è incisa su una lastra della fabbrica di batterie per navi a Potocaric, Goražde e Žepa, “Zone protette”, capace di inviare nella cittadina termale poche centinaia di soldati imberbi, impotenti e sottomessi al volere del generale invasore, RATKO MLADIC.

A capo del contingente olandese, il famoso Dutchbat, c’era il colonnello Ton Karremans. Le immagini girate a Potocari, nel video della vergogna, lo immortalano “culo e camicia” col “Boia dei Balcani”; la stretta di mano di benvenuto, un bicchierino di rakija con tanto di brindisi per il buon esito dell’occupazione, il suo genuflettersi al capo militare serbo bosniaco senza trattativa alcuna, senza chiedere aiuto, senza riportare l’esatta portata degli avvenimenti. Ecco, Ton Karremans, figura chiave del fallimento Onu nel 1995.

Eppure, appena un anno prima, la stessa figuraccia le Nazioni Unite l’avevano fatta in un altro scenario di sangue, il genocidio ruandese. Allora toccò al generale Romeo Dallaire – anch’esso olandese di nascita seppur canadese di adozione – assistere impotente allo sterminio dei Tutsi da parte delle milizie dell’Hutu Power. Con una sostanziale differenza: Dallaire denunciò il disegno genocidiario che si stava consumando e cercò in tutti i modi di far recepire  la reale portata dell’evento, ricevendo in cambio colpevoli silenzi.

Quanto a coscienza, gli olandesi hanno molto da farsi perdonare in Bosnia. Quando il peso, il fardello piuttosto, non ti fa dormire, si finisce col tracimare nella solidarietà bulimica. Il governo olandese è in testa per donazioni a Srebrenica, oltre 120milioni di euro, destinate alle infrastrutture, al memoriale di Potocari e alla ricerca e riconoscimento delle vittime; i progetti di volontariato si sprecano, i meeting tra le autorità olandesi e le organizzazioni delle vittime sono frequenti. Il mea culpa è evidente, alcuni soldati del Dutchbat, erosi dal rimorso, tornano spesso sulle rive della Drina, alcuni si sono addirittura trasferiti in pianta stabile.

IL RIMORSO OLANDESE

Eppure è difficile dimenticare la connivenza del battaglione con le atrocità, al punto, secondo le carte ufficiali dei processi, da prendere parte alle violenze e agli stupri di massa, una moda nella Bosnia degli anni ’90. Domani, nei pressi di Tuzla, prenderà il via la Marcia della Vita: cento chilometri  in quattro giorni. È lo stesso tracciato, al contrario, percorso dagli uomini in fuga da Srebrenica in quei giorni di luglio del 1995. L’ultima tappa, il 10 luglio, partirà da Konjevic Polje per raggiungere il memoriale di Potocari. Percorso lastricato di corpi e fosse comuni, realizzando la via crucis del dolore musulmano. (Pierfrancesco Curzi) 

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EMMA BONINO: “MANCAVANO UOMINI E RAGAZZI. COSÌ MI ACCORSI DI SREBRENICA”

– Emma Bonino: nel ’95 ero lì vicino, denunciai, nessuno mi ascoltò – intervista di ANTONELLA RAMPINO –

da “la Stampa” del 10.7.15

   «Era l’11 luglio 1995. Me lo ricordo benissimo. Arrivò la notizia, secca, che migliaia e migliaia di persone erano in marcia da Srebrenica verso il campo profughi dell’Onu Tuzla. Quel giorno, di rientro da una missione nella regione dei Grandi Laghi in Africa, ero a Strasburgo, e stavo facendo la mia relazione al Parlamento europeo».

   Emma Bonino, ai tempi del più grave massacro accaduto sul suolo europeo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, di cui ricorre il ventennale e che oggi chiamiamo genocidio, era da pochi mesi Commissario Ue per gli Aiuti Umanitari. E le «capitò» di scoprire il massacro di Srebrenica. Questo è il suo racconto.

   «Quando abbiamo saputo che migliaia e migliaia di persone erano in cammino verso Tuzla, abbiamo deciso di andare subito a vedere cosa stesse succedendo. In piena guerra nella ex Jugoslavia, e con le milizie serbe di Mladic che da tempo avevano sotto tiro le enclave serbo-bosniache musulmane, l’Onu aveva allestito sei “safe area”, zone di sicurezza presidiate dai Caschi Blu che però non avevano il mandato atto a proteggere la popolazione. All’epoca, ancora si credeva che la bandiera dell’Onu potesse essere un deterrente. Srebrenica era una di quelle “safe zone”, una enclave in territorio serbo, Tuzla il campo profughi più vicino.

   Atterriamo in elicottero, e percorriamo il campo. In un silenzio spettrale, passiamo in lungo e in largo tra le tende, la mensa, l’astanteria, gli uffici, l’ospedale da campo. E a un certo punto mi accorgo di aver visto solo donne, vecchi e bambini. Quante persone ci sono qui?, chiedo. Ero certa, perché mandavamo aiuti, che a Srebrenica ci fossero 42 mila cittadini. A Tuzla fanno i conti, due volte, e ci accorgiamo che ne mancano 8 mila. Tutti uomini, o adolescenti maschi, in età per combattere. Torniamo in mezzo alle tende, parliamo con le donne, e loro ci raccontano che i serbi li hanno divisi, donne vecchi e bambini da una parte, uomini e ragazzi da un’altra. Penso che devo tornare a Roma e denunciare la cosa. Saliamo sull’elicottero, ma si scatena un temporale, “rischiamo di sfracellarci sulle montagne”, dice il pilota, e torniamo indietro. Da Tuzla, mentre aspettiamo di ripartire, mi metto in contatto con la Croce Rossa».

IL RAPPORTO A BRUXELLES

«Un paio di giorni dopo, quando riesco a rientrare, scrivo un rapporto che da Bruxelles viene mandato a tutte le capitali europee. Incredibilmente, segue la più totale indifferenza. Silenzio. E se qualcuno mi rispondeva, era per dirmi “chissà, magari gli uomini e i ragazzi si sono nascosti nelle foreste”. Foreste? Ma se non ci sono più foreste, la guerra le ha cancellate tutte, rispondevo inutilmente io… Bisognerà aspettare un mese, quel 10 agosto del ’95 in cui il Segretario di Stato americano, Madeleine Albright, che pure avevo subito informato di quello che era accaduto a Tuzla, rende pubbliche le foto satellitari di Srebrenica nelle quali si vedono chiaramente le fosse comuni. Quegli ottomila uomini e ragazzi serbo-bosniaci e musulmani separati da vecchi, donne e bambine dai serbi non erano nelle foreste. Erano morti nel massacro delle truppe del generale Mladic». «Per quasi un mese, del massacro di Srebrenica non si sa niente e nessuna capitale reagisce al rapporto che avevo inviato. Ma anche dopo le foto della Albright, la negazione pressoché totale da parte degli europei continuò a lungo. Per i Caschi blu olandesi che avevano lasciato passare i militari di Mladic senza colpo ferire cadde poi il governo olandese. Solo nel 1993, grazie agli italiani, al governo di Giuliano Amato che con i francesi si fa promotore di una apposita risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, era nato un tribunale ad hoc per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, dal quale parte una campagna che porterà alla nascita del Tribunale Penale Internazionale. Nel 1996 sono tornata a Srebrenica, per la commemorazione, e ancora l’anno dopo con Hillary Clinton e l’ex ministro degli Esteri italiano Susanna Agnelli per il progetto di riconciliazione dell’Institute for Inclusive Security, centrato sulle donne che saranno alla commemorazione anche per questo ventennale, un progetto che nacque proprio in quei giorni lontani. Ma da allora, le cose non sono cambiate molto. Nessuna capitale reagì allora, nessuna pensò di coinvolgere l’Europa».

LE COLPE DI USA E UE

Qualche giorno fa, l’«Observer» ha pubblicato un’inchiesta nella quale si dice che Francia, Inghilterra e Usa non intervennero militarmente a Srebrenica per non indisporre Milosevic che doveva sedersi, di lì a pochi mesi, al tavolo degli accordi di Dayton. Lei che ne pensa, si aveva sentore di qualcosa del genere, in quei giorni?

«Perché, qualcuno pensò mai di coinvolgere l’Europa? No. Le cose vanno così ancora oggi. Pensiamo all’intervento francese in Mali. Parigi non ha comunicato a nessuno la sua decisione, tantomeno alla Ue. Si è limitata a farla ratificare, due mesi dopo, alla riunione Ue dei ministri. E il tutto, alla faccia del Trattato di Lisbona, e del previsto coordinamento della politica estera. Da quell’11 luglio del 1995 sono cambiate molte cose. Ma non in Europa. La Ue continua a non funzionare, per carenze proprie, ma soprattutto per le precise volontà dei governi nazionali».

………………….

VIAGGIO A SREBRENICA

di NICOLA FENNINO, da CTRL (http://www.ctrlmagazine.it/ ) del 21/11/2014

   Estate 1995, la finale del Festivalbar è a Lignano Sabbiadoro. Vincono gli 883, con “Tieni il tempo”.

Da Lignano Sabbiadoro a Sarajevo sono 8/9 ore di auto. Sarajevo è una città stupenda e complessa.

In Bosnia ci sono 3 lingue ufficiali (bosniaco, serbo, croato), 3 religioni (musulmani, cattolici, ortodossi) i monti i fiumi i ponti, quello fatto erigere a Višegrad da Mehmed Paša Sokolovic, gran visir ottomano di origine serbe; o quello di Mostar che il 9 novembre 1993 fu bombardato dai croati, che a quel punto si erano uniti ai serbi – i quali avevano bombardato la città croata di Vukovar due anni prima.

A Sarajevo, sulla riva destra della Miljacka, c’è un vialone che conduce all’aeroporto. Durante l’assedio fu ribattezzato “viale dei cecchini”. L’assedio di Sarajevo è il più lungo della storia moderna. Sarajevo è una città circondata dai colli. Un fucile da cecchino può colpire un obiettivo a un paio di chilometri di distanza. Durante l’assedio i morti si seppellivano di notte, in silenzio, confidando nel sonno dei cecchini.

Il 28 giugno 1914 (15 giugno, nel calendario giuliano) la vettura con l’arciduca Franz Ferdinand, erede al trono dell’impero austro-ungarico, percorreva il vialone lungo la Miljacka. Gavrilo Princip, 19 anni, spara 2 colpi di pistola e uccide l’arciduca. Un mese dopo scoppia la Prima Guerra Mondiale. 28 giugno 1389 (15 giugno nel calendario giuliano), battaglia di Kosovo Polje: l’esercito serbo, comandato dal principe Lazar, viene massacrato da quello ottomano. 11 ottobre 2010, Genova, stadio Marassi, la partita Italia – Serbia viene sospesa: Ivan Bogdanov, capo ultrà serbo, stava tagliando con delle cesoie la rete di divisione. Sull’avambraccio ha un tatuaggio: “1389”.

Ivan Bogdanov è cresciuto tra gli ultras della Stella Rossa, capitanati da Zeliko Raznatovic, noto come Arkan. I giocatori serbi, capitanati da Dejan Stankovic, vanno sotto la curva per calmare le acque: fanno il segno del tre con il pollice, l’indice e il medio: il simbolo del nazionalismo serbo. I turchi il segno del tre lo fanno col mignolo, con l’anulare e il medio. Stankovic e compagni dichiareranno che volevano assicurare ai tifosi che avrebbero fatto 3 gol all’Italia. Arkan, durante il conflitto jugoslavo, organizzò un esercito paramilitare: le “tigri di Arkan” affiancarono Ratko Mladic nel massacro di Srebrenica.

Ratko Mladic è il principale responsabile militare del massacro di Srebrenica, spalleggiato da Radovan Karadzic – allora presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia (Republika Srpska) – spalleggiato a sua volta da Milosevic. Radovan Karadzic fu psicologo della Stella Rossa di Belgrado; fu accusato di crimini contro l’umanità e genocidio, venne arrestato il 21 luglio del 2008, a Belgrado. Definì il massacro di Srebrenica un mito orchestrato dai musulmani. Ratko Mladic fu arrestato nel 2011, in un villaggio a 80 chilometri da Belgrado. La figlia di Ratko Mladic si era suicidata durante la guerra sparandosi in testa.

KARADZIC E MLADIC
KARADZIC E MLADIC

A Sarajevo un pacchetto di Drina da 20 costa poco più di un euro. Le scritte che mettono in guardia contro i danni del fumo sono in tre lingue: serbo (caratteri cirillici), bosniaco e croato (praticamente identiche).

Dopo il massacro di Srebrenica i serbi trasferirono i corpi sepolti nelle fosse comuni con ruspe e tir. È stato ritrovato un frammento di un braccio in una fossa comune al confine con la Croazia e un frammento di un piede in un’altra fossa in Kosovo: appartenevano entrambi alla stessa persona, una vittima di Srebrenica. Le ragazze di Sarajevo hanno tratti bellissimi: un miscuglio di Europa, Balcani e Turchia.

Il Canada è un luogo tranquillo. Nell’estate del 1995 va fortissima “Have you ever really loved a woman”, di Bryan Adams:

To really love a woman, to understand her You gotta know her deep inside Hear every thought, see every dream An’ give her wings when she wants to fly Then when you find yourself lyin’ helpless in her arms You know you really love a woman.

Il 16 aprile 1993, con la Risoluzione 819, l’ONU dichiara Srebrenica “area protetta” e si fa garante della sicurezza dei civili. Il giorno dopo viene inviato il primo contigente: 150 ragazzini canadesi che s’insediano a Potocari, in una fabbrica dismessa, a 4 chilometri dal villaggio di Srebrenica. I 150 ragazzini devono impedire la conquista del territorio da parte delle milizie serbo-bosniache (20.000 effettivi disposti sulle montagne intorno, armati da Belgrado); senza utilizzare armi. E far giungere alla popolazione gli aiuti umanitari.

Nel 1991 Srebrenica contava circa 37.000 abitanti, il 75%: bosniaci musulmani, il restante 25% serbi. I ragazzini canadesi familiarizzano coi soldati serbi. Vanno nei loro bordelli dove ragazze musulmane lavorano per qualche giorno, prima di essere – in quasi tutti i casi – uccise.

Chissà che vita fanno quei ragazzini canadesi ora? Devono avere più o meno 40 anni.

Io nell’estate del ’94 ero in un alberghetto a Numana, coi miei genitori. Tra Numana e Srebrenica ci sono 461 km in linea d’aria, un po’ meno che tra Bergamo e Roma. Quell’estate Baggio spara alto il rigore decisivo: sconforto di Bruno Pizzul e di tutto l’alberghetto.

I serbi stringono la morsa dell’assedio. I villaggi circostanti vengono bombardati. Con i profughi la popolazione di Srebrenica supera le 50.000 unità. Le ortiche vengono mangiate mischiandole con farina. Alcune truppe d’irregolari bosniaco-musulmani uccidono civili serbo-bosniaci per rappresaglia. Gli assassini non sono mai popoli, ma persone.

Nell’estate del ’95 l’ONU capisce che la situazione è drammatica: i 150 ragazzini canadesi vengono sostituiti da 600 olandesi. In Olanda quell’anno al quarto posto dei singoli più venduti c’è “Boombastic”, di Shaggy. Michael Jackson, con “You are not alone”, si ferma al sesto. Robert Franken è il comandante olandese del battaglione Dutchbat II e il 13 luglio 1995 ha in mano un foglio e un pennarello rosa, non ne ha trovati altri.

Non c’è storia in questa città Nessuno si diverte e mai si divertirà Lascia perdere tutta questa gente E non credere di te non gli importa niente!

I muri grigi che vedi quando guardi fuori da qui Anche se non ci credi sono quasi belli per chi Sa trovare i colori dentro nella testa E allora vattene fuori Che sta per cominciare la festa. (“Tieni il tempo”, 883, 1995)

L’11 luglio le truppe serbe entrano a Srebrenica. Una donna bosniaca, Ferida Osmanovic, s’impicca ad un albero.

Ferida Osmanovic
Ferida Osmanovic

Circa 15 mila uomini scappano nei boschi, verso la città di Tuzla; camminano in fila indiana perché i serbi hanno minato il terreno: se esplode il primo si cambia strada. Si dividono in due tronconi; uno di questi viene intercettato e sterminato.

Il colonnello Karemmans è il più alto in grado a Potocari: il 6 e l’8 luglio aveva chiesto un intervento aereo delle forze NATO per salvare Srebrenica. ll generale Nicolaï a Sarajevo aveva rifiutato di inoltrare la richiesta al quartier generale dell’ONU a Zagabria: il fax con la richiesta non era stato compilato nel modo corretto.

Ratko Mladic si fa riprendere dalla televisione serba:

“Eccoci , l’11 luglio 1995 nella Srebrenica serba. Regaliamo al popolo serbo questa città. Dopo le rivolte serbe del XIX secolo contro i turchi è arrivato il momento di prenderci la rivincita contro i musulmani”.

Poco dopo è ancora davanti alle telecamere, inquadrato di spalle, mentre parla alla popolazione bosniaca:

“Non vi preoccupate di nulla, vadano prima le donne e i bambini, stanno arrivando 30 autobus per portarvi a Kladnj. Non abbiate paura. E mi raccomando che non si perda nessun bambino”.

Le truppe serbe separarono gli uomini sopra i 12 anni dai bambini e dalle donne. Gli uomini furono uccisi e seppelliti in fosse comuni. I dati ufficiali parlano di 8.372 morti. Tramite gli esami del DNA sono stati identificati finora i resti di 6.414 persone. Migliaia di salme ritrovate nelle fosse sono ancora in attesa d’identificazione.

il massacro
il massacro

Il 13 luglio migliaia di persone si erano accalcate ai cancelli del comando ONU, a Potocari. Riuscirono a entrare solo in 239. Il generale Franken chiese all’interprete bosniaco, Hasan Nuhanovic, di stilare una prima lista con tutti i 239 nomi e una seconda con i nomi dei bosniaci con mansioni di servizio nel comando ONU. Gli uomini della prima lista furono consegnati ai serbi. Nella seconda lista c’erano solo 17 persone. Hasan aggiunse il nome del fratello dicianovenne, Mohamed, in fondo. Franken scorre attentamente la lista. Chiede chi sia quell’ultima persona. Hasan s’inventa qualcosa. Franken non crede alla sua storia. Con il pennarello rosa sbarra il nome: Mohamed sarà ucciso dai serbi con gli altri 239.

Il governo olandese nel 1996 ordinò un’inchiesta per stabilire le responsabilità delle truppe di Dutchbat. I risultati furono presentati il 10 aprile 2002. Il 16 aprile, il governo di Wim Kok presentò collettivamente le dimissioni. Il 4 dicembre 2006 il nuovo ministro della difesa olandese consegnò la medaglia d’onore al battaglione olandese a Srebrenica.

Sono stato a Srebrenica l’estate scorsa. Appena fuori da Sarajevo c’è un tunnel che taglia una delle colline intorno alla città. Fuori dal tunnel inizia la Repubblica Srpska, una delle entità in cui è diviso lo stato unitario della Bosnia-Erzegovina in seguito agli accordi di Dayton del 1995. Da qui a Srebrenica è poco più di un’ora di macchina: le indicazioni sono pochissime. Di fronte alla fabbrica abbandonata di Potocari c’è il memoriale delle vittime. Le lapidi sono di marmo bianco tutte uguali, come in un normale cimitero musulmano. Alcuni cippi sono provvisori, verdi, con un cumulo di terra smossa di fronte che aspetta di essere compattato dalla pioggia e dal tempo. Nella fabbrica di Potocari si può entrare. Non c’era nessuno. Ci sono ancora i graffiti disegnati dai soldati canadesi prima e da quelli olandesi poi (quelli nelle foto di seguito).

Il 24 marzo 2007, l’assemblea municipale di Srebrenica ha approvato una risoluzione che chiede l’indipendenza dalla Republika Srpska; i membri serbi dell’assemblea non l’hanno votato. (a cura di Nicola Feninno)

…………………

#AlexLanger

ADOPT SREBRENICA E L’EREDITÀ DI ALEXANDER LANGER

di Fabio Levi, 9 luglio 2015

(dal sito www.lavoroculturale.org/ )

Il contributo che segue, frutto dell’intervento realizzato dall’autore in occasione del PREMIO INTERNAZIONALE ALEXANDER LANGER 2015, tenutosi alla Camera dei Deputati il 17 giugno, va ad inserirsi all’interno del percorso di approfondimento dedicato alla figura di Alexander Langer. 

   Di Alex Langer, dalla sua giovinezza in Sudtirolo fino all’esperienza come deputato al Parlamento europeo, possiamo ricordare molte cose: fra le altre il contributo di grande originalità dato come esponente di punta dei Verdi in Europa a una pratica sociale, e anche a una politica, che perseguissero concretamente il riequilibrio del rapporto fra gli esseri umani e la natura; come pure la vocazione non già solo a proclamare la pace come necessaria – sarebbe stato troppo facile – ma a perseguire giorno per giorno la convivenza in una prospettiva nonviolenta, anche nel pieno di una guerra fra le più sanguinose, quale era il conflitto nella ex-Jugoslavia degli anni ‘90.

   In questo come nelle mille altre iniziative a favore dei più deboli agiva da Hoffnungsträger – portatore di speranza -: lo stesso termine che nel 1992 lui per primo aveva attribuito a Petra Kelly esponente dei Grünen tedeschi da poco tragicamente scomparsa; entrambi bene sapevano per esperienza diretta quanto fosse oneroso caricare su di sé le sofferenze degli altri.

   All’antologia più ricca e conosciuta dei suoi scritti è stato dato però un titolo che si attaglia a Langer con ancor maggiore efficacia: Il viaggiatore leggero. Perché richiama la gentile naturalezza, quasi il candore disarmante, con cui poneva in primo luogo a se stesso i compiti più ardui e ambiziosi; e dice nello stesso tempo della sua attitudine a non farsi appesantire dagli interessi di piccolo cabotaggio, dalle logiche burocratiche o dall’incapacità di riconoscere i propri errori; liberatosi di quella zavorra era pronto ogni volta a riprendere il cammino di buon passo.

   E poi quel titolo ci offre di lui l’immagine che più di tutte le altre è rimasta negli occhi dei tantissimi che lo hanno conosciuto: quella di un uomo riflessivo, attento, curioso delle persone, ma spinto da una forza irresistibile a muoversi oltre, a cercare sempre nuove mete da raggiungere.

   Nei suoi 49 anni è corso da un posto all’altro, senza mai fermarsi. Sceglieva i luoghi dove accadevano le cose grandi della storia, come la Praga invasa dai sovietici nel 1968, la Mosca del disgelo, l’Albania della grande emigrazione, Israele e il suo disperante conflitto o Rio de Janeiro, quando nel ’92 le Nazioni Unite organizzarono la Conferenza mondiale su ambiente e sviluppo.

   Ma preferiva le realtà meno appariscenti, dove pochi erano disposti a intervenire, e dove ad essere protagonisti erano in prima persona gli individui.

   Questo ininterrotto peregrinare aveva però un luogo di elezione, cui Langer non cessava mai di tornare: il Sudtirolo, la terra delle sue origini che sin da ragazzo era stata la sua scuola; vi aveva sperimentato le violazioni imposte alla libertà dei singoli dagli scontri fomentati in nome dell’appartenenza forzata a un gruppo, e viceversa aveva appreso come fosse possibile contrastare – al prezzo spesso di una dolorosa solitudine – le chiamate interessate, strumentali e violente alla compattezza etnica.

   Aveva anche imparato che il viaggio era in primo luogo andare verso gli altri, muoversi attraverso uno spazio mediano dove è lecito e anche giusto tradire la propria parte, ma non per rinnegarla definitivamente, quanto piuttosto per favorire l’incontro con chi stesse compiendo il medesimo sforzo venendo da altrove. Quella verità, sperimentata più e più volte, sarebbe stata poi cruciale nell’impegno condotto con il Verona Forum, luogo di incontro fra personalità della società civile radicate nelle entità territoriali in guerra fra loro della Jugoslavia in disfacimento nei primi anni ’90.

   La corsa di Langer si arrestò improvvisamente; il 3 luglio 1995, con il suo ultimo viaggio fino ai rami di un albicocco non lontano da San Miniato, nei dintorni di Firenze. Pochi giorni dopo, l’11 luglio, le milizie serbo-bosniache di Karačić scatenarono il macello di Srebrenica a lungo temuto da chi per anni aveva denunciato l’incapacità dell’Europa di prendere parte contro gli aggressori e le sue responsabilità di omesso soccorso.

   Non c’è legame diretto fra i due eventi. E’ lo sgomento che entrambi suscitano ad accomunarli nel nostro sguardo: lo sgomento per come sia fragile la vita indotto dalla decisione del suicidio – refrattaria ad ogni spiegazione plausibile -, e quello per l’insondabilità del male estremo che ci porta ad accostare il genocidio di Srebrenica agli stermini di cinquant’anni prima e agli abissi di crudeltà dei nostri giorni.

   Dopo lo sgomento per la morte di Langer e nell’intento di contrastare il senso di impotenza che ne derivava, la Fondazione a lui intitolata ha deciso di riprendere il filo con pazienza e guardare in faccia la realtà. Lo ha fatto cercando anno per anno, e mettendo in valore con un premio, le personalità o i gruppi animati nel presente da intenti che richiamassero lo spirito nel quale si era mosso Alex. In questo ha mantenuto uno sguardo privilegiato sui Balcani e sulla Bosnia: per un lungo amore ereditato sin dai primi anni ’90, ma anche per la consapevolezza dei rischi che un dopoguerra mai realmente iniziato poteva e può tuttora comportare per l’intera Europa. L’occhio puntato sui deboli fremiti di rinascita a Srebrenica e sulla necessità di assecondarli è venuto di qui.

   Ma a sgrovigliare il gomitolo con coraggio, senza farsi annichilire dal trauma della strage o rimanere abbagliati dall’orgoglio etnico e dallo spirito di vendetta, sono stati innanzitutto i giovani che in quella città, prima inondata di cure di breve respiro da molti paesi e poi abbandonata a se stessa, hanno dato vita man mano al gruppo di Adopt. Già accettare, per chi era rimasto o aveva avuto il coraggio di tornare, di non chiudere gli occhi a priori sulle ferite o sul non detto delle proprie famiglie è stata una conquista gravida di fatica e di sofferenze.

   Riuscire a parlarne lo è stato ancora di più, a maggior ragione in un gruppo misto di serbi e di bosgnacchi, cresciuto nella stessa logica che Langer aveva delineato nei suoi dieci punti per la convivenza interetnica, ma in un clima proibitivo. E poi i piccoli passi di ogni giorno, le esitazioni, i cedimenti, le inevitabili discussioni, in un processo che non può ritenersi separato dalla vita quotidiana di ognuno, come non lo è la buona politica quando si propone appunto come arte della convivenza.

   Srebrenica è una città bloccata dall’assenza di una vera rinascita economica, da un contesto politico paralizzante, dall’essere stata assegnata alla Repubblica Srpska – lo stato voluto dai suoi carnefici -, dalle spire impalpabili del trauma da cui in quelle condizioni è tanto più difficile liberarsi. Di fronte a questo il gruppo di Adopt è una piccola cosa, ma è uno fra i pochissimi segni concreti di apertura, che dal 2007 non ha mai cessato di esistere e di progredire: con il suo Centro di documentazione – contenuto per ora in poche scatole piene però di materiale molto prezioso – sulla storia di Srebrenica oltre l’abisso del ’95, con la Settimana internazionale che richiama ogni anno l’attenzione sulla città dentro e fuori i confini della Bosnia, con la rete di sostegno costruita fra diverse istituzioni locali in Italia essenziale per garantire aperture e continuità.

   Adopt è senz’altro una cosa piccola – dicevo -, ma cercata e costruita con cura. Le sue contraddizioni sono la ragione prima della permanente fragilità che l’accompagna, ma la capacità dei suoi membri di riconoscerle via via è il suo vero punto di forza.

   Era così anche per Alex: nelle parole “più lento, più dolce e più profondo” erano riassunte le sue aspirazioni più vere; la sua corsa senza quasi prendere fiato per abbracciare il mondo era la manifestazione più clamorosa di quanto viceversa la realtà fosse ostica a concedere quelle forme di beatitudine. La sua grandezza è stata di aver saputo governare, finché ha potuto, quell’ingovernabile opposizione. [FABIO LEVI è professore ordinario di Storia Contemporanea – Università di Torino, Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Alexander Langer]

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One thought on “SREBRENICA, in BOSNIA, vent’anni dopo: il massacro di più di 8mila musulmani-bosniaci, ferita per sempre aperta (come Auschwitz) di un’EUROPA incapace di intervenire nella ex Iugoslavia e porre fine alla pulizia etnica – Il perenne (e colpevole) ripetersi dei genocidi (ora in Siria con l’Isis) sotto lo sguardo inerme nostro

  1. Agata domenica 12 luglio 2015 / 8:05

    I libri di storia sono pieni di eventi legati alle “guerre”.
    Però penso ai tanti messaggi di Pace e Speranza.
    Mi colpiva ad esempio quello del Papa su http://www.avsi.org

    Cari saluti,
    Agata
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