IRAN: LA CADUTA DEL MURO di separazione dal mondo – L’IRAN, grande paese così vicino storicamente all’Italia, TORNA A VIVERE nel contesto globale, abbandonando il desiderio di armi atomiche – LA POLITICA DEL PETROLIO ora conta meno: e l’Occidente (e Russia e Cina), sperano di FERMARE L’ISIS

Nelle strade di Teheran la festa dei giovani: "Abbiamo riconquistato il diritto di sognare"
Nelle strade di Teheran la festa dei giovani: “Abbiamo riconquistato il diritto di sognare”

   Il 14 luglio scorso c’è stata la firma con la conclusione dell’accordo sul nucleare tra Iran e paesi del cosiddetto gruppo “5+1″ – formato dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Russia) più la Germania –, che tra le altre cose prevede alcune forti limitazioni per l’Iran nel processo di arricchimento dell’uranio in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche e commerciali.

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   Già il 2 aprile scorso, a Losanna in Svizzera, era stato raggiunto un accordo politico, una prova, un preaccordo, annunciando sommariamente le regole che alla fine sono state perfezionate e accolte da tutti i sopradetti partecipanti il 14 luglio a Vienna (del preaccordo del 2 aprile ne avevamo ampiamente parlato in uno dei post di questo blog geografico,

https://geograficamente.wordpress.com/2015/04/06/ ).

   L’Iran così abbatte il suo muro di isolamento dal mondo, durato veramente troppo (36 anni, dall’ascesa al potere di Khomeyni). L’Iran è un paese grande e strategico non solo per tutto il Medioriente, me per il mondo intero, per la cultura che esprime, la sua storia, un Paese che tra l’altro ha sempre avuto forti legami con l’Italia, un “amore a prima vista”, un’amicizia istintiva. Messa a tacere, questa amicizia, da troppi anni di separazione dal mondo, con le dure sanzioni dell’Occidente (e pertanto anche dell’Italia) dall’anno 2006.

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   L’accordo di Vienna è stato celebrato come una grande conquista dalla maggior parte della comunità internazionale (a eccezione di Arabia Saudita e Israele), nonostante sia provvisorio e non abbia meccanismi vincolanti che ne garantiscano il rispetto. Cioè se tutti rispettano gli accordi (l’Iran rinuncia alla bomba atomica, l’Occidente “si apre” al commercio con esso) è tutto ok, se no salta tutto.

   Però è un fatto di veramente storica importanza geopolitica per la possibilità di pace in Medioriente, dove un Paese come l’Iran integralista religioso e fonte di destabilizzazione dall’ascesa al potere di Khomeyni 36 anni fa (è una repubblica islamica dal 1979), ora può diventare un soggetto geopolitico portatore di pace ed equilibrio anche tra i vari paesi islamici (che è il problema che forse più di tutti ha dato origine all’Isis).

JAVAD ZARIF, ministro degli esteri artefice iraniano dell’accordo
JAVAD ZARIF, ministro degli esteri artefice iraniano dell’accordo

   L’efficacia delle sanzioni (dal 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto diverse sanzioni economiche e commerciali sull’Iran per fermare i tentativi iraniani di costruzione della bomba atomica) sembra che in definitiva abbiano avuto successo. L’isolamento internazione (e la sanzioni in primis) hanno impoverito fortemente il Paese, privandolo di beni di consumo importanti, ma anche di un contatto intellettuale, nella ricerca, nel lavoro, nelle tecnologie nuove…. e forse, questo, è il vero motivo della rinuncia dell’Iran a costruire la bomba atomica. La popolazione è stanca e deprivata da questo isolamento; una popolazione, specie quella di Teheran e delle maggiori altre città, abituata a vivere “all’occidentale”. Vien da dire allora che non è vero che le sanzioni non servono mai, pur ricadendo su strati di popolazione meno coinvolti (o per niente coinvolti) col potere autoritario dominante.

   La spinta dei giovani iraniani a “vivere il mondo” come tutti gli altri giovani (e di una società fin che si vuole islamica, ma molto legata, specie come detto a Teheran e nelle principali città, ai modi della cultura occidentale), è così latente, evidente, che non può più essere ignorata da autorità in crisi nel loro potere tradizionale confessionale, fatto di regole aprioristiche, fuori del tempo (specie per quanto riguarda i diritti delle donne).

I protagonisti dell'accordo
I protagonisti dell’accordo

   Non che adesso, con l’accordo, tutto sia cambiato, per niente… ma il processo di apertura al mondo inevitabilmente farà sì che i costumi e le tradizioni iraniane si adeguino alle libertà e modernità occidentali (peraltro ben conosciuti nel paese). E, e qui sta poi l’importanza geopolitica strategica di questo “nuovo Iran”, la funzione di questo Paese nel Medioriente, specie contro il terribile terrorismo dell’isis, verrà riconosciuto e potrà avere aiuti e risorse anche da tutto l’Occidente (speriamo).

ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL IRAN
ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL IRAN

   L’accordo porta a un nuovo modo di pensare il Medio Oriente che, negli ultimi 36 anni ha avuto proprio nell’Iran un paese che destabilizzava tutta quell’Area geografica: invece adesso viene riconosciuto all’Iran il ruolo che già sta facendo di oppositore alla follia integralista dell’Isis; e poi l’accordo permetterà sicuramente (con il ritorno degli scambi commerciali, culturali…) una maggior forza delle fazioni politiche più moderate e dialoganti con l’esterno, e che si battono contro l’integralismo religioso che pur resiste ancora nel paese (e lo controlla ancora).

Il presidente HASSAN ROUHANI parla in tv: "Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno"
Il presidente HASSAN ROUHANI parla in tv: “Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno”

Insomma, nei molti elementi di crisi internazionale e locale che abbiamo ora (tra guerre, terrorismi, violenze su persone deboli e indifese, crisi ambientali, risorse naturali che mancano, povertà ed economie povere o al collasso…), il “NUOVO IRAN” (almeno questa prospettiva concreta che si fa avanti, incrociamo le dita…) è una notizia che (nel globale e nel locale) ce la possiamo ancora fare. (s.m.)

“ARGO”, IL FILM SULLA RIVOLUZIONE IRANIANA, TRA TRAMA E REALTÀ di quanto è veramente accaduto allora - La mattina del 4 NOVEMBRE 1979, all’AMBASCIATA USA DI TEHERAN, LA RIVOLUZIONE IRANIANA TOCCA UN PUNTO DI NON RITORNO QUANDO LA FOLLA ABBATTE I CANCELLI E CATTURA 52 PERSONE. La crisi degli ostaggi dura così 444 giorni, fra negoziati falliti, un disastroso tentativo d’intervento armato e problemi crescenti per la presidenza di JIMMY CARTER. Intanto la Cia si occupa di un’operazione particolare: finge la produzione di un inesistente film di fantascienza per far rientrare in patria i sei cittadini statunitensi che durante l’assalto all’ambasciata si sono rifugiati fortunosamente nella casa dell’ambasciatore canadese, a pochi isolati di distanza
“ARGO”, IL FILM SULLA RIVOLUZIONE IRANIANA, TRA TRAMA E REALTÀ di quanto è veramente accaduto allora – La mattina del 4 NOVEMBRE 1979, all’AMBASCIATA USA DI TEHERAN, LA RIVOLUZIONE IRANIANA TOCCA UN PUNTO DI NON RITORNO QUANDO LA FOLLA ABBATTE I CANCELLI E CATTURA 52 PERSONE. La crisi degli ostaggi dura così 444 giorni, fra negoziati falliti, un disastroso tentativo d’intervento armato e problemi crescenti per la presidenza di JIMMY CARTER. Intanto la Cia si occupa di un’operazione particolare: finge la produzione di un inesistente film di fantascienza per far rientrare in patria i sei cittadini statunitensi che durante l’assalto all’ambasciata si sono rifugiati fortunosamente nella casa dell’ambasciatore canadese, a pochi isolati di distanza

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L’ACCORDO SULL’IRAN IN 10 RISPOSTE

15 luglio 2015 – da IL POST.IT (www.ilpost.it/ )

– Una spiegazione chiara e sintetica per chi era distratto e volesse capire perché due paesi nemici festeggiano –

   Martedì 14 luglio l’Iran e i paesi del cosiddetto “5+1”, cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania, hanno raggiunto a VIENNA uno storico accordo sul nucleare iraniano. L’accordo – di cui si stava discutendo da circa due anni – è stato considerato una vittoria per tutte le parti coinvolte ma è stato molto osteggiato dalle opposizioni interne di Stati Uniti e Iran, e da diversi paesi alleati all’Occidente. Al di là dei tecnicismi contenuti nel testo firmato a Vienna, l’accordo ha una grande importanza politica e potrebbe avere conseguenze notevoli in tutto il Medio Oriente. Queste che seguono sono 10 domande e 10 facili risposte per capire qualcosa di più sull’accordo, senza dovere imparare a memoria il numero e il tipo di centrifughe che potrà continuare ad avere l’Iran d’ora in avanti.

  1. Cosa prevede l’accordo? L’eliminazione progressiva delle sanzioni internazionali imposte all’Iran negli ultimi anni in cambio di una limitazione del programma nucleare iraniano (qui il testo completo dell’accordo). In termini pratici, la capacità iraniana di sviluppare un’arma nucleare è stata molto ridotta per almeno i prossimi 10-15 anni. In compenso l’Iran potrà ricominciare a commerciare il petrolio e altri beni e potrà usufruire dei molti fondi che gli erano stati bloccati con l’imposizione delle sanzioni.
  2. Di che sanzioni si sta parlando? Le sanzioni imposte all’Iran sono diverse e riguardano sia gli scambi di gas e petrolio e le transazioni finanziarie, sia l’acquisto di armi (qui una sintesi di tutte le sanzioni all’Iran). Si tratta di sanzioni imposte – in momenti diversi – da Stati Uniti, Nazioni Unite e Unione Europea. Le sanzioni economiche e finanziarie saranno eliminate in tempi molto brevi, mentre l’embargo sulle armi sarà attivo ancora per 5 anni e le sanzioni per lo sviluppo di missili per 8 anni.
  3. Come si fa a controllare che l’Iran non imbrogli? Nella conferenza stampa tenuta dopo l’annuncio del raggiungimento dell’accordo, il presidente americano Barack Obama ha detto: «L’accordo non è basato sulla fiducia, ma su meccanismi di verifica». A Vienna i paesi coinvolti hanno trovato un compromesso sui controlli periodici che gli ispettori dell’ONU faranno in alcuni siti nucleari iraniani. L’Iran – che aveva rivendicato il diritto a non aprire le sue installazioni militari ai controlli internazionali – potrà opporsi in alcuni casi alle richieste di ispezione.
  4. Cosa succede se l’Iran vìola l’accordo? Le sanzioni dell’ONU verranno automaticamente ripristinate per almeno 10 anni, con la possibilità di estendere la loro efficacia per altri 5 anni. Anche Stati Uniti ed Europa avrebbero la facoltà di ripristinare le loro sanzioni a tempo indeterminato. Si tratta di un meccanismo sanzionatorio che sembra piuttosto efficace, visto che l’imposizione delle sanzioni internazionali è stata individuata da molti come il motivo principale che ha spinto l’Iran a trovare un accordo. Di fatto, comunque, nel peggiore dei casi si tornerebbe alla situazione di partenza, cioè quella attuale.
  5. Cosa dicono gli oppositori all’accordo? Chi si oppone all’accordo sostiene che i termini stabiliti a Vienna non siano sufficienti per fermare lo sviluppo di un’arma nucleare iraniana. Le obiezioni non riguardano solo una presunta debolezza dei meccanismi di controllo ai siti nucleari iraniani. In molti sono preoccupati che l’Iran possa usare i circa 100 miliardi di asset che verranno scongelati una volta implementato l’accordo per finanziare gruppi estremisti o terroristi e governi considerati nemici dall’Occidente: tra gli altri, Hezbollah in Libano e il regime di Bashar al Assad in Siria. Il risultato sarebbe un Medio Oriente ancora più instabile.
  6. Cosa dicono i sostenitori dell’accordo? L’accordo, dice chi l’ha sostenuto, permetterà di migliorare l’intera situazione politica in Medio Oriente. Negli ultimi 35 anni l’Iran è stato uno dei fattori più destabilizzanti dell’intera regione: ristabilire relazioni economiche e politiche con l’Occidente potrebbe anche spingere il governo iraniano a collaborare con gli Stati Uniti e l’Europa su alcune questioni oggi molto complicate, come la guerra contro lo Stato Islamico in Iraq e in Siria. L’accordo potrebbe anche rafforzare il potere della fazione politica più moderata in Iran, guidata dal primo ministro Hassan Rouhani, e indebolire il fronte più intransigente e conservatore.
  7. L’accordo può essere bloccato al Congresso americano? Negli Stati Uniti gli oppositori all’accordo sono soprattutto i Repubblicani, che controllano sia la Camera che il Senato. Una volta che tutti i documenti saranno arrivati al Congresso, i legislatori avranno 60 giorni per approvare l’accordo, rifiutarlo, oppure decidere di non fare niente. Obama ha già detto che userà il suo potere di veto nel caso in cui il Congresso bocciasse l’accordo: a quel punto il Congresso potrebbe superare il veto di Obama solo con una maggioranza dei due terzi, uno scenario che sembra molto improbabile.
  8. Perché era difficile fare un accordo? Primo: Iran e Stati Uniti sono nemici dal 1979, quando in Iran c’è stata la Rivoluzione khomeinista che ha trasformato il paese in una teocrazia islamica. Secondo: i principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente sono Israele e Arabia Saudita, ovvero i due più grandi nemici dell’Iran. Terzo: negli ultimi tre anni l’Iran si è trovato nello schieramento opposto all’Occidente in due guerre combattute in Medio Oriente: nella guerra in Siria – dove il gruppo libanese sciita Hezbollah, alleato dell’Iran, combatte a fianco del regime di Bashar al Assad – e nella guerra in Yemen – dove l’Iran sostiene i ribelli houthi che combattono contro una coalizione di stati guidati dall’Arabia Saudita.
  9. Come è stato preso l’accordo in Iran? Molto bene. A Teheran e in altre città iraniane si è festeggiato per l’accordo raggiunto e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif – che era a capo della delegazione iraniana a Vienna – è stato accolto come un eroe al suo ritorno in patria. La televisione iraniana ha trasmesso il discorso di Obama dopo l’accordo, un fatto molto raro, e diversi giornali iraniani oggi hanno parlato dell’inizio di una “nuova era”. Come ha scritto il Wall Street Journal, Zarif ha avuto mandato di concludere l’accordo dalla Guida Suprema Ali Khamenei, la massima autorità politica e religiosa dell’Iran.
  10. Chi ha vinto e chi ha perso? Come ha sintetizzato il Washington Post, con il raggiungimento dell’accordo hanno vinto Barack Obama e il segretario di stato John Kerry, che hanno investito molto nei colloqui. Hanno vinto anche i Democratici americani che hanno appoggiato Obama, e poi hanno vinto l’Iran e i suoi alleati, Russia compresa. Infine ha vinto la diplomazia europea guidata da Federica Mogherini, che ha svolto un importante ruolo di mediatrice tra le parti. Hanno perso l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il potente gruppo di pressione americano noto per il forte sostegno a Israele, e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha definito l’accordo “uno sbaglio di proporzione storiche”. Hanno perso anche i Repubblicani americani, che negli ultimi anni hanno fatto di tutto per osteggiare l’accordo. (da IL POST.IT www.ilpost.it/ )

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PER GLI IRANIANI È COME IL CROLLO DEL MURO DI BERLINO

– Il futuro. In queste ore i giovani sperano di viaggiare, partecipare e tornare a essere cittadini del mondo –

di AZADEH MOAVENI, da “la Repubblica” del 16/7/2015 (Azadeh Moaveni è una giornalista e scrittrice irano-americana: fra i suoi libri pubblicati in Italia “Lipstick Jihad” e “Viaggio di nozze a Teheran”, ed. Newton Compton)

   SE DOVESSI scegliere una parola per provare a raccontare quello che pensano le persone normali in Iran, senza dubbio sceglierei speranza.

   In queste ore ci sono così tante persone che sperano nel mio Paese di origine: sperano di poter comprare cibo migliore per la loro famiglia perché i prezzi dei beni alimentari scenderanno con la fine delle sanzioni, sperano di poter lavorare appieno avendo accesso a tutte le tecnologie disponibili, sperano di viaggiare, partecipare e tornare ad essere cittadini del mondo.

   Penso ai giovani soprattutto: a tutti quelli che sognano di studiare all’estero, ma non hanno mai potuto farlo, che volevano prendere un diploma universitario online ma non hanno mai potuto iscriversi ai corsi, a quelli che meritano di avere le stesse possibilità che hanno i loro coetanei che studiano nel resto del mondo.

E penso a chi sogna di andare in vacanza in Turchia o a Dubai. In Iran c’è la classe media più istruita della regione, che ha sempre amato viaggiare, una classe media moderata e desiderosa di confrontarsi con il resto del mondo, ma che per anni ha perso la possibilità di essere cosmopolita e si è ridotta a chiudersi su se stessa: come è successo alla classe media irachena negli anni di Saddam Hussein.

   Fino a oggi potevano viaggiare solo i molto ricchi: oggi 18 milioni di persone sperano di potersi aprire di nuovo al mondo, di leggere i giornali che tutti leggono, accedere agli stessi siti Internet, scaricare libri da Amazon e partecipare alla conversazione globale.

   Per questo fra gli iraniani più liberali c’è chi parla di questo accordo come dell’equivalente della caduta del Muro.

   Poi c’è l’economia: l’Iran è un paese ricco di risorse naturali e pieno di potenzialità. Se venissero sfruttate, come non è stato possibile finora, sono pronta a scommettere che in 10 anni questa si trasformerà in una delle 10 economie più ricche del mondo, superando la Turchia, come era una volta.

Penso alla speranza degli imprenditori, che non dovranno più rivolgersi al mercato nero per avere i pezzi di ricambio necessari per i loro macchinari e potranno finalmente pagarli il giusto e non tre volte il prezzo reale come è accaduto finora.

   Per questo oggi mi sento ottimista.

   Tante persone dicono che non ci si può fidare dell’Iran, ma credo che questo accordo sia ricco di clausole di controllo e che il controllo ci sarà. Penso anche che quando l’ayatollah Khamenei mette tutto il suo peso dietro a un’intesa, quell’intesa sarà rispettata.

   Qual era del resto l’alternativa? Attacchi militari su Isfahan e sulle altre centrali, nuova tensione, possibili reazioni. Sedersi a un tavolo e cercare una soluzione negoziale come questi sei Paesi hanno fatto con l’Iran era la cosa più giusta. A chi dice che l’Iran non rispetterà i patti, rispondo che per anni ha detto “no” a ogni accordo: se ora è arrivato un “sì” significa che c’è la volontà di mettere da parte o almeno interrompere la tensione. Ci saranno, certo, quelli che sono contrari: sono una minoranza di persone, molte delle quali corrotte, che dalle sanzioni hanno guadagnato molto, creando un’economia sotterranea.    Tutti gli altri staranno ad ascoltare Khamenei.

   Del resto, anche in America la strada dell’accordo non è semplice: ma da cittadina americana penso che chi si oppone a questo accordo si oppone principalmente alle politiche di Obama, qualunque esse siano. A queste persone chiedo che alternativa ci sarebbe oggi per far scendere la tensione in Medio Oriente e arginare il dilagare dell’Is. Riguardo al pubblico americano, posso sperare che la retorica del confronto con Teheran venga presto archiviata e che una nuova, giovane, classe di diplomatici aiuti a far capire al mondo che il tempo dello scontro aperto è finito.

   Quanto a me, spero di poter tornare a Teheran: manco dal 2009 e da lontano ho visto nascere nuove mode, nuovi esperimenti tecnologici, nuovi movimenti sociali, come quello degli ambientalisti. Mi piacerebbe andare a guardare tutto questo con i miei occhi e davvero capire se il Muro è crollato anche per l’Iran. (Azadeh Moaveni, testo raccolto da Francesca Caferri)
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PETROLIO, IL RITORNO DI UN BIG

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 15/7/2015

– Con la revoca delle sanzioni torna sul mercato il terzo operatore mondiale –

   I festeggiamenti e le grida di gioia con cui milioni di iraniani hanno accolto la firma dello storico accordo sul dossier nucleare sono più che comprensibili. La speranza di rivedere subito i rubinetti del greggio aperti come nel 2010, e quindi beneficiare dell’atteso rientro delle entrate energetiche di un tempo, rasenta l’ingenuità.

   Perché il ritorno della la Repubblica islamica, fino a pochi anni fa terzo esportatore mondiale di greggio, sui mercati mondiali del greggio non sarà immediato, tutt’altro. Né cosa facile. Con ogni probabilità le sanzioni internazionali non saranno subito rimosse. Per quelle americane si parla anche di 6-12 mesi. Sempreché Teheran traduca in realtà gli impegni assunti nel negoziato. Scenario non scontato.

   In secondo luogo occorrerà valutare quanto tempo sarà necessario per ripristinare le infrastrutture petrolifere inutilizzate, e per riammodernare quelle – e non sono poche – che versano in un condizioni quasi fatiscenti. Senza contare che tutto ciò sarà possibile solo se arriveranno gli investimenti stranieri.

   Cautela, dunque. Eppure la sola idea di un ritorno di Teheran è motivo di inquietudine per diversi Paesi esportatori di greggio. Se i paesi membri dell’Opec avessero potuto scegliere la data dello storico accordo, probabilmente molti di loro lo avrebbero posticipato almeno di un paio di anni. Per una semplice ragione. Quando una potenza petrolifera quale la Repubblica islamica, con una dote sul medio termine di un 1-1,5 milioni di barili al giorno (mbg) di esportazioni aggiuntive, tornerà effettivamente sui mercati del greggio, è presumibile che ci sarà un effetto deprimente sulle quotazioni del petrolio.

   L’ampio eccesso di offerta (pari a 2,5 mbg), che oggi domina sui mercati, difficilmente svanirà nell’arco di un anno. Come sarà difficile che i prezzi del greggio balzino dalle basse quotazioni di oggi ai 120 dollari del giugno 2014. La volatilità che hanno mostrato i mercati con l’accordo, segnando un rialzo, è dunque dovuta soprattutto alle incognite relative al se, e al quando, verranno rimosse le sanzioni internazionali e alla capacità produttiva iraniana. Certo, quando avverrà è verosimile l’inizio di una caduta dei listini. Ipotesi che allarma i Paesi esportatori, già alle prese con drastici tagli dei loro budget, e che invece viene accolta con favore dai Paesi consumatori.

    Sul medio-lungo termine lo scenario è un altro. Sulla carta la Repubblica islamica ha i numeri per tornare a giocare un ruolo decisivo. TERZA AL MONDO PER RISERVE DI GREGGIO CONVENZIONALE, l’Iran produceva 3,9 mbg di greggio, esportandone, a inizio 2011, 2,6 mbg. DOPO L’EMBARGO PETROLIFERO EUROPEO, SCATTATO IL PRIMO LUGLIO DEL 2012, LE ESPORTAZIONI ERANO SCESE, nei momenti più drammatici a 700-800mila barili al giorno. E comunque fino a pochi mesi fa si aggiravano sul milione di barili.

   Prima dell’embargo Teheran poteva fare affidamento su 100 miliardi di dollari di entrate energetiche. Dopo soli due anni di sanzioni, le entrate si erano ridotte a 33 miliardi. LE SANZIONI CONTRO IL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO HANNO POI STRITOLATO GLI ALTRI SETTORI DELL’ECONOMIA. La contrazione del Pil è stata inevitabile. Quando Teheran tornerà a produrre a pieno regime? Domanda difficile. La maggior parte degli analisti ritengono che possa aumentare l’estrazione di 250-300mila barili al giorno entro la fine dell’anno, per poi salire di altri 250mila nel primo semestre del 2016 e di altri 300-500mila entro la fine dell’anno venturo.

   Non è infondato l’ottimismo espresso dal ministro iraniano del petrolio, Bijan Namdar Zanganeh sull’imminente rientro delle major energetiche internazionali in Iran. Ma occorrerà vedere quanto le compagnie petrolifere canadesi, americane ed europee saranno disposte ad investire subito per accaparrarsi lo sfruttamento delle grandi risorse energetiche iraniane. E quali saranno le condizioni contrattuali proposte da Teheran. Non è escluso che alcune di loro optino per un periodo di osservazione.

   Per quanto promettente, l’industria energetica iraniana si trova in uno stato fatiscente e necessita di investimenti davvero grandi. Il piano quinquennale iraniano prevedeva 255 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2015. Se le sanzioni dovessero essere realmente tolte, l’Institute of Internationl fianance prospetta che il Pil iraniano potrebbe rimbalzare del 5 per cento.

   Teheran farà di tutto per esportare quanto prima. Ha bisogno di riprendersi. La sua dinamica economica, ancora dipendente dal settore energetico, è stata messa in ginocchio. Ma la prudenza è l’atteggiamento più ragionevole. Anche perché l’Iran ha accettato un meccanismo di reintroduzione delle sanzioni entro 65 giorni in caso di violazione dell’intesa. E non è scontato che tutto vada per il meglio.

   Per quanto storico, per quanto atteso a lungo, per quanto salutato come un grande successo anche dagli Stati Uniti, l’accordo firmato il 14 luglio è l’inizio di un lungo cammino cosparso di ostacoli. (Roberto Bongiorni)

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NELLE STRADE DI TEHERAN LA FESTA DEI GIOVANI “ABBIAMO RICONQUISTATO IL DIRITTO DI SOGNARE”

di Vanna Vannuccini, da “la Repubblica” del 15/7/2015

– Le reazioni. Migliaia di persone, soprattutto ragazzi, si sono riversate nelle piazze e nelle vie della capitale – Il presidente Rouhani parla in tv: “Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno” – Tra clacson, balli e canti è Zarif l’eroe della giornata “Ora torniamo a testa alta nel mondo” – Kamran, uno studente del Politecnico, spera nella possibilità di scambi con le università all’estero –

TEHERAN . Hanno aspettato la fine del digiuno, poi sono cominciati i caroselli. Verso le dieci di sera VALYE ASR, IL VIALE CHE COLLEGA TEHERAN NORD CON LA STAZIONE CENTRALE A SUD, UNA DELLE STRADE URBANE PIÙ LUNGHE DEL MONDO, era già intasata di macchine piene di giovani. Le piazze intanto si affollavano di altri, soprattutto ragazzi, che uscivano in massa dalla metropolitana. Clacson, bandiere, foto di Javad Zarif e di Hassan Rouhani.

   Zarif, il responsabile dell’accordo, è l’eroe della giornata. «Ministro della ragione», «ministro saggio, come Mossadegh», le lodi e i paragoni sui cartelli si sprecano. PIAZZA VANAK, più o meno a metà di Valye Asr, è il posto in cui approda chi è venuto a piedi. Un gruppo intona Ei Iran, la canzone dell’orgoglio nazionale. Un altro gruppo scandisce Ya Hossein Mir Hossein , uno slogan solo apparentemente religioso perché all’invocazione a Hossein martire di Kerbala fa seguire il nome di MirHossein Mousavi, il candidato che alle elezioni del 2009 fu battuto, in modo a parere di tutti fraudolento, da Ahmadinejad ed è ancora con la moglie agli arresti domiciliari.

   La piazza è presidiata dalla polizia, ma i poliziotti guardano e sorridono. Qualcuno alza uno striscione: «Sono passati mille giorni» (dall’elezione di Rouhani), ricordando che il presidente in campagna elettorale aveva promesso che non ci sarebbero stati più prigionieri politici in Iran.

   È il solo accenno a rivendicazioni politiche. Le libertà politiche interessano relativamente questi giovani: quelli che sono venuti a festeggiare hanno tutti meno di quarant’anni. IN IRAN I GIOVANI SOTTO I 40 ANNI SONO QUASI IL 70 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE. Vogliono soprattutto il controllo sul proprio destino: un lavoro, libertà di sognare, andare nel mondo senza sentirsi dei paria. Sono orgogliosi come lo sono i loro governanti, ma in modi diversi. Il regime si sente umiliato quando il mondo parla di usare «il bastone e la carota». Questi ragazzi vogliono essere apprezzati per i loro studi, la loro preparazione, la loro intelligenza.

   Kamran, uno studente del Politecnico, una delle università più prestigiose di Teheran, mi dice che per lui la cosa forse più importante che risulterà da quest’accordo sarà la possibilità di scambi con le università estere. Non per rimanere all’estero, come fa ora chi dopo tante difficoltà riesce ad avere un visto, ma per avere esperienze di studio diverse e farne tesoro tornando in patria. Lui da due anni potrebbe emigrare in Canada. C’è stato due anni fa, ha fatto le carte necessarie e ha ancora un anno per decidere se farvi ritorno. Ma ancora non si è deciso, perché dovrebbe prendere la residenza canadese e per averla dovrebbe vivere due anni di seguito in Canada senza mai tornare in Iran.

   L’atmosfera è gioiosa anche perché tutti si aspettano almeno un miglioramento economico, una volta che saranno tolte le sanzioni che si sono abbattute con un macigno sulla popolazione. «Soprattutto su di noi della classe media», mi dice un insegnante che sembra un po’ meno giovane della media. «Certo i poveri stanno peggio di noi, c’è parecchia gente a Teheran che la sera va a letto con la fame. Ma almeno per i poveri il governo fa qualcosa, distribuisce qualche sussidio, viveri di prima necessità. La classe media invece, che con l’inflazione ha perso tutto il suo potere d’acquisto, è stata proprio abbandonata».

   Il presidente Rouhani, che ha parlato oggi alla tv un’ora dopo l’annuncio dell’accordo di Vienna, ha ricordato che quando lui è stato eletto l’inflazione era al 50 per cento e la recessione a meno 6,8. Oggi l’inflazione è al 15 per cento e la crescita è tornata in positivo. «Ci sarà crescita solo se Rouhani saprà liberarci dai ladri», dice scettico un uomo di una cinquantina d’anni che ha ordinato un panino in un fast food dove ci fermiamo a mangiare qualcosa. «Ha cominciato a fare, ma siamo ancora lontani da quello che servirebbe ».

   Passa clacsonando una macchina riempita di un numero incredibile di ragazze che fuoriescono con il busto dai finestrini. Dalla macchina esce una musica rock. «Balla, balla!», dicono a una signora avvolta in un chador nero che attraversa la strada. Lei sorride e accenna con allegria a qualche passo di danza.

   «Sono venuto per vedere gente allegra, non capita tutti i giorni», dice un ingegnere che cammina con il figlio adolescente. Lui è sicuro «al cento per cento» che la situazione migliorerà. I prezzi scenderanno, se non altro perché le merci che arrivano dall’estero non passeranno più attraverso tante mani. Qualcuno ha scritto su un cartello: «Coloro che si sono arricchiti enormemente con le sanzioni in questo momento stanno studiando come arricchirsi lo stesso quando le sanzioni saranno cancellate».

   Tanta gente è uscita dai locali su Valye Asr con i panini in mano per godersi lo spettacolo. «Gli ultraconservatori faranno opposizione. Non oseranno prendere una posizione diversa dal Leader. Il pericolo viene dal Congresso americano. Netanyahu farà di tutto per boicottare l’accordo».

   «Rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno», ha detto Rouhani alla televisione. Stamani in Parlamento un deputato conservatore, Tavakkoli, ha ricordato però che anche il parlamento iraniano si è riservato il diritto di approvare il testo dell’accordo, come il Congresso americano.

   Un gruppo di giovani donne dice che dagli scambi con l’Occidente l’Iran dovrà imparare soprattuto come difendere i diritti umani. «La rivoluzione voleva cose buone, la giustizia sociale, l’uguaglianza, ma poi si è capito che in nome di certi ideali abbiamo perso in qualità della vita». Loro da ragazze erano religiose, ma da diversi anni hanno smesso di pregare. Mi arriva un sms da un’amica: «La pace sia con tutti noi». (Vanna Vannuccini)

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DA DOVE VIENE L’IRAN

di Elena Zacchetti, da IL POST.IT del 15/7/2015 (www.ilpost.it/ )

– Cose che forse non sapete su un posto che ha una storia incredibile: dalle audiocassette di Khomeini a quello che avete visto in Argo, fino all’accordo sul nucleare –

   Negli ultimi giorni la stampa di tutto il mondo si è occupata della conclusione dell’accordo sul nucleare tra Iran e paesi del cosiddetto gruppo “5+1″ – formato dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Russia) più la Germania – che tra le altre cose prevede alcune limitazioni per l’Iran nel processo di arricchimento dell’uranio in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche e commerciali.

   L’accordo è stato celebrato come una grande conquista dalla maggior parte della comunità internazionale (a eccezione di Arabia Saudita e Israele), nonostante sia provvisorio e non abbia meccanismi vincolanti che ne garantiscano il rispetto. Il punto è che nessuno sapeva bene cosa aspettarsi da questi colloqui e un risultato tutto sommato modesto si è trasformato in qualcosa da festeggiare: meglio di nessun risultato.

   L’IRAN È UN PAESE MOLTO COMPLICATO DA CAPIRE. Ha una storia recente incredibile e unica, per la rapidità e la profondità dei cambiamenti che ha passato. DAL 1979 È UNA REPUBBLICA ISLAMICA E CE NE SONO SOLO QUATTRO NEL MONDO. Quella iraniana è l’unica governata dagli SCIITI e anche questa è una cosa notevole, per diverse ragioni, ma ci arriviamo.

   PRIMA di quella data L’IRAN ERA UNA MONARCHIA con a capo lo SCIÀ ed era il più grande alleato degli Stati Uniti in Medioriente. La rivoluzione ha cambiato tutto e da allora l’Iran è un paese diverso da quello che era prima, finito al centro delle attenzioni di politica estera di molti paesi del mondo. Ecco, in ordine, alcune cose da sapere sull’Iran, per chiarirsi le idee, per quanto possibile.

COM’È CHE L’IRAN DIVENTA AMICO DEGLI STATI UNITI

Prima del 1979 a governare l’Iran c’era lo scià: si chiamava così il re di Persia, di fatto si trattava di una monarchia. Dal 1941 al 1979 lo scià fu REZA PAHLEVI, che ereditò la carica dal padre, Reza I, costretto ad abdicare nel 1941 durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine della guerra il Regno Unito, che era stato la potenza dominante in Medioriente fino a quel momento, decise di disimpegnarsi: il nuovo governo laburista britannico preferì usare le risorse per la ricostruzione nazionale e il welfare state, piuttosto che per la politica estera. Gli Stati Uniti avevano bisogno di un alleato che la sostituisse e che svolgesse funzioni da “poliziotto” nell’area: scelsero l’Iran dello scià, considerato sufficientemente affidabile, che accettò il ruolo, anche se inizialmente con qualche reticenza.

   L’alleanza con gli Stati Uniti divenne totale nel 1953, quando lo scià riprese il controllo del paese con un colpo di stato contro il nazionalista MOHAMMED MOSSADEGH, a cui parteciparono anche i servizi segreti statunitensi e britannici (la storia del colpo di stato è spiegata qui).

   Intanto l’Iran si affermò come stato produttore ed esportatore di petrolio: i soldi guadagnati dalla vendita del greggio gli permisero di comprare molte armi, principalmente dagli Stati Uniti, e di trasformare l’esercito iraniano nell’esercito più forte di tutto il Medioriente.

   Quello era l’Iran che piaceva agli americani; quello che l’ex segretario di stato Henry Kissinger sintetizzò efficacemente così: «Non c’era alcuna possibilità di inviare forze americane nell’Oceano Indiano, nel pieno della guerra del Vietnam e mentre gli Stati Uniti ne vivevano il trauma […]. Il vuoto lasciato dal ritiro britannico, ora minacciato dall’intrusione sovietica così come dalla radicalizzazione, sarebbe dovuto essere colmato da una potenza locale a noi favorevole. L’Iraq sarebbe stato così scoraggiato dal compiere gesti avventurosi contro gli Emirati del Golfo, la Giordania o l’Arabia Saudita. Un Iran più forte avrebbe spento le tentazioni indiane di completare la conquista di tutto il Pakistan. E tutto ciò poteva essere compiuto senza impegnare risorse americane, poiché lo scià era disposto a pagare gli armamenti con i proventi della vendita del petrolio».

LA RIVOLUZIONE ISLAMICA DI KHOMEINI, NEL 1979

Nel 1979 in Iran ci fu la rivoluzione più incredibile della storia recente del Medioriente, e anche la più importante e significativa dal punto di vista della politica internazionale. Gli anni che precedettero la rivoluzione furono un crescere progressivo di malcontenti e proteste in tutto il paese. Le ragioni furono diverse, sintetizzabili – semplificando – in TRE PUNTI.

   PER PRIMA COSA, dal 1963 al 1979 in Iran ci fu la cosiddetta “RIVOLUZIONE BIANCA”: un programma molto ampio di riforme attuate dallo scià e suggerite dall’amministrazione statunitense di John F. Kennedy, per “anticipare” in qualche modo le spinte di cambiamento che avrebbero potuto far guadagnare consensi all’opposizione comunista. La modernizzazione fu però troppo veloce e fu presto accusata di essere una “occidentalizzazione”, soprattutto dai religiosi. Le aspettative degli iraniani aumentarono senza però che di pari passo crescessero l’economia del paese e la lotta contro la corruzione del regime e della monarchia.

NEL 1976 INIZIÒ LA CRISI – da qualche anno la situazione delicata tra Israele, Egitto e Siria aveva rallentato la produzione del petrolio – con alti livelli di disoccupazione e inflazione: DAL MAGGIO DEL 1977 INIZIARONO LE PROTESTE DEGLI INTELLETTUALI A CUI SI AGGIUNSERO POI QUELLE DEI RELIGIOSI, ANCHE MODERATI.

   Tra quelli che protestavano una figura si fece notare più delle altre, e sarebbe poi diventata fondamentale nella storia dell’Iran: l’AYATOLLAH RUHOLLAH KHOMEINI (“ayatollah” significa letteralmente “segno di Dio”, è un titolo di grado elevato che viene concesso agli esponenti più importanti del clero sciita). Khomeini si trovava in esilio a Parigi, dopo essere stato per diversi anni in Iraq: nonostante non fosse uno dei religiosi iraniani più autorevoli dal punto di vista dottrinario, fu l’esponente del clero sciita che combatté la battaglia politica più dura e decisa contro lo scià. Le sue prediche, considerate particolarmente eversive, non ebbero molto seguito in Iran fino alla DIFFUSIONE DELLE AUDIOCASSETTE, grazie alle quali Khomeini riuscì a far conoscere nel paese il suo pensiero. Khomeini fece rientro in Iran il primo febbraio 1979, accolto da circa 3 milioni di persone, quando lo scià se n’era già andato dal paese.

   NEL MARZO 1979 GLI IRANIANI DECISERO CON UN REFERENDUM DI ABOLIRE LA MONARCHIA E DI DIVENTARE UNA REPUBBLICA ISLAMICA: votò a favore di questa soluzione il 98 per cento degli iraniani. L’Iran fu il terzo paese in assoluto a diventarlo dopo il PAKISTAN (1956) e la MAURITANIA (1958), ma fu il primo GOVERNATO DA RELIGIOSI SCIITI e non sunniti.

   Secondo la nuova Costituzione, Khomeini diventò il GIURISTA SUPREMO, di fatto la carica più importante dell’Iran; DAL 1989, cioè dalla morte di Khomeini, LA CARICA È RICOPERTA DA ALI KHAMENEI. Nel giro di pochi mesi ci furono cambiamenti importanti: furono represse le minoranze religiose ed etniche in cerca di autonomia e furono attaccate le sedi delle organizzazioni di sinistra, fu limitata la libertà di espressione e la musica fu messa fuori legge. Molti di questi divieti sono in vigore ancora oggi.

COM’È L’IRAN DOPO LA RIVOLUZIONE

Negli ultimi trent’anni l’Iran è stato uno dei più grandi problemi della politica estera di diversi stati occidentali. La nuova Repubblica Islamica si sganciò presto dal sistema di alleanze dello scià: gli Stati Uniti si ritrovarono senza il loro principale alleato in Medioriente e non era un problema da poco, vista l’importanza che la regione aveva sul piano della produzione ed esportazione di gas e petrolio.

   Nel 1979 i rapporti tra Iran e Stati Uniti si ruppero del tutto a causa della cosiddetta “crisi degli ostaggi“, iniziata il 4 novembre 1979 quando alcune centinaia di studenti iraniani islamici occuparono l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, come reazione all’asilo che il governo americano aveva concesso nel frattempo allo scià. Gli studenti occuparono l’ambasciata e tennero sequestrati 50 ostaggi per 444 giorni (l’evento, oltre a essere raccontato da diversi documentari, libri e film – su tutti Argo – fu considerato anche uno dei motivi della sconfitta elettorale del presidente Jimmy Carter).

   Come ha scritto l’iraniana Farian Sabahi nel libro “Storia dell’Iran”: «A Khomeini spetta dunque il merito o, secondo alcuni la colpa, di aver trasformato lo sciismo da corrente quietista dell’islam in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo personificato dalle potenze straniere e dall’alta borghesia iraniana».

   Gli anni successivi al 1979 furono particolarmente difficili per gli iraniani: prima ci fu la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, che durò 8 anni e che fu uno dei più lunghi, inutili e sanguinosi conflitti della storia del Medioriente; poi iniziò la collaborazione sempre più stretta con alcuni dei regimi considerati nemici o avversari dell’Occidente (Siria, Corea del Nord, Cina) e con alcuni movimenti terroristici mediorientali, tra cui il libanese Hezbollah.

   Dal 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto diverse sanzioni economiche e commerciali sull’Iran per fermare i tentativi iraniani di costruzione della bomba atomica.

   L’accordo è arrivato dopo una serie di recenti aperture diplomatiche verso l’Occidente fatte dal nuovo presidente iraniano, HASSAN ROUHANI, che sembrano avere stravolto le politiche aggressive del precedente presidente, MAHMUD AHMADINEJAD. (….). (Elena Zacchetti)

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la RUSSIA e il “nuovo” IRAN

UN NUOVO ATTORE NELLE MAPPE DI PUTIN

di Antonella Scott, da “il Sole 24ore” del 15/7/2015

– L’Iran si inserisce in uno scenario energetico continuamente trasformato dalla politica –

   «Il mondo in cui sta ritornando l’Iran è completamente diverso da quello dei tempi in cui vennero imposte le sanzioni», dice Konstantin Kosachev, presidente della commissione Esteri della Camera alta russa. Ha ragione. UNA DELLE SORPRESE PIÙ CLAMOROSE, per chi si ritrovasse a contemplare dopo tanti anni uno scenario plasmato dalla geopolitica, È L’AVVICINAMENTO TRA RUSSIA E ARABIA SAUDITA: i due primi produttori di petrolio al mondo che il mese scorso, a San Pietroburgo, si sono scambiati sorrisi, progetti e inviti, germoglio di una partnership che potrebbe nascere a dispetto dell’asse Riad-Washington. Messo in crisi proprio dalle intese nucleari tra Stati Uniti e Iran.

   L’altra rivoluzione, naturalmente, riguarda il RIBALTAMENTO DEI RAPPORTI TRA RUSSIA E UCRAINA, la CRISI ECONOMICA e il GELO CON L’EUROPA che fanno e disfano le rotte dell’energia.

   Nel walzer di Vladimir Putin ultimamente i colpi di scena si sono fatti più frenetici: SOUTH STREAM – il progetto forse più caro al presidente russo, e di cui si era già festeggiata con enfasi la nascita – messo da parte nel dicembre scorso a favore di un’idea nuova, TURKISH STREAM. Stessa portata (63 miliardi di metri cubi l’anno) e stessa rotta sotto il Mar Nero, con variazione nella parte finale, per sfociare in Turchia e in Grecia invece che in Bulgaria. Stesso Intento, Circumnavigare l’Ucraina.

   Fino a pochi giorni fa, sembrava che nulla fosse cambiato anche per l’italiana SAIPEM, impegnata ad avviare i lavori per la posa della prima condotta sottomarina. Ma mercoledì 8 luglio, Saipem ha ricevuto da Gazprom la notifica della cancellazione del contratto, di un valore di 2,4 miliardi di euro.

   Mentre su TURKISH STREAM si fanno sempre più pesanti ombre legate ai dubbi di Ankara: malgrado mesi di trattative, le autorità turche sembrano voler frenare, e finora hanno dato a Gazprom il permesso di svolgere ricerca e progettazione solo per una delle quattro linee previste. Al contrario – e questo è stato davvero un altro clamoroso colpo di scena – nelle carte energetiche di Europa è riapparsa un’altra linea tratteggiata. Annunciata con enfasi sempre a Pietroburgo, nel corso del Forum economico internazionale di metà giugno. SE TURKISH STREAM SBIADISCE, NORD STREAM RADDOPPIA.

   A Pietroburgo, snobbando il clima da sanzioni, Gazprom ha annunciato la firma di un memorandum di intenti con tre compagnie europee. La tedesca E.On, l’anglo-olandese Royal Dutch-Shell, l’austriaca Omv. Il monopolio russo intende coinvolgere a breve anche Wintershall, sussidiaria del gruppo Basf. Il progetto riguarda la COSTRUZIONE DI DUE LINEE CHE AFFIANCHERANNO QUELLA ESISTENTE, già operativa, tra la Russia e la Germania del Nord attraverso il Mar Baltico.

   Il gasdotto che lega il proprio nome a quello dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder (presente al Forum di Pietroburgo) vedrà raddoppiare la capacità di trasporto, da 55 a 110 miliardi di metri cubi l’anno. Sempre con l’intento di marginalizzare l’Ucraina (Mosca vorrebbe arrivare a escluderla completamente, come Paese di transito verso l’Europa, dal 2019), CON IL RILANCIO DI NORD STREAM PUTIN SEMBRA AVER VOLUTO FAR CAPIRE CHE – malgrado le sanzioni e le divergenze con la politica di Bruxelles sulla proprietà dei gasdotti – L’INTERESSE VERSO IL MERCATO EUROPEO NON PUÒ VENIRE MENO PER LA RUSSIA.

   E tuttavia c’è chi fa notare che la costruzione di entrambi, NORD STREAM II e TURKISH STREAM, presuppone una domanda superiore a quella prevedibile. Secondo Bruegel, think tank di Bruxelles, l’intento del Cremlino nel tratteggiare più gasdotti sarebbe solo politico. «In questo scenario – scrive – la Russia non intenderebbe realizzare né Turkish Stream né l’espansione di Nord Stream. Le proposte puntano però a creare una spaccatura politica all’interno della Ue, per dividerla tra Nord e Sud».

   Sono tutti politici, del resto, anche i calcoli dietro il miglioramento delle relazioni tra Mosca e Teheran, simboleggiato la settimana scorsa dall’incontro tra Putin e il presidente Hassan Rouhani, a Ufa, a margine del vertice dei Brics.

   Sulla carta i russi avrebbero tutto da perdere dal rientro dell’Iran sui mercati internazionali del gas e del petrolio. Mosca, però, sta studiando il ruolo che gli iraniani potrebbero ricoprire a sostegno dei propri interessi strategici in Asia.

   Il nuovo scenario offre diverse opportunità di collaborazione, la ragione per cui Putin non si vuole mostrare preoccupato dalla comparsa di un potenziale concorrente, malgrado l’Iran abbia intenzione di aumentare la produzione di petrolio, una volta abolite le sanzioni: «L’economia globale si adatterà – ha detto il presidente russo -, i consumi cresceranno. Noi siamo pronti». (Antonella Scott)

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IL GRANDE SATANA E LO STATO CANAGLIA: QUEI TRENTASEI ANNI DI GUERRA NELL’OMBRA

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 15/7/2015

WASHINGTON – ERA L’ALBA sul Golfo Persico, quel 14 gennaio del 1988, quando la “guerra in penombra”, come fu chiamato da uno storico americano il confronto trentennale fra Washington e Teheran, esplose nella luce di una mina iraniana che squarciò la chiglia della fregata Uss Roberts. Seguì una vera battaglia di due giorni, con morti, feriti, affondamenti, cannonate, velivoli abbattuti che portarono l’America di Reagan e l’Iran di Khomeini a contemplare quell’abisso da quale soltanto ieri, finalmente, si sono ritratte.

   Ora che un nuovo giorno senza mine in mare sembra spuntare fra la massima potenza dell’Occidente Atlantico e la più importante Repubblica islamica del Vicino Oriente, il lunghissimo film della “Guerra nell’Ombra”, che ancora non ha un finale sicuro, si può rivedere come una sceneggiatura di errori, ignoranza, calcoli sbagliati, fanatismi ideologici e religiosi da entrambe le parti avviluppati attorno a una contraddizione centrale. QUELLA DI UNA POPOLAZIONE IRANIANA CHE È SEMPRE STATA, mentre bruciava bandiere, imprigionava ostaggi, scagliava fatwe e maledizioni contro il Grande Satana, LA PIÙ PROFONDAMENTE FILO-AMERICANA, soprattutto nelle giovani generazioni.

   Per le generazioni più anziane, invece, e soprattutto negli Usa, il film sembra fissato sui raccapriccianti fotogrammi in bianco e nero dell’assalto e della cattura di funzionari americani nel 1979, un dramma chiuso in due numeri, 444 per 52, i giorni della prigionia e il numero di prigionieri e finito col disastro nel deserto, nella operazione “Rostro d’Aquila” di salvataggio e liberazione lanciata dal presidente Carter. Poi ignominiosamente consumata nella confusione di una tempesta di sabbia. Fu il nadir, il punto più basso nella parabola dei rapporti fra i due Paesi eppure insieme anche il momento di massima risalita, quando Teheran rilasciò i 52 ostaggi appena 20 minuti dopo il giuramento di Ronald Reagan eletto presidente.

   Sembra, rivedendo il lungo film-verità, più angoscioso del pur bellissimo Argo del 2013, che né l’Iran, né gli Usa abbiano mai davvero saputo come guardare l’uno all’altro, oltre agli slogan propagandistici sul “Grande Satana” yankee e sullo Stato Canaglia perno dell’Asse del Male caro a George W. Bush. Furono le potenze alleate vincitrici della Seconda Guerra e l’America di Truman in prima fila a imporre la democratizzazione dell’Iran e a favorire l’ascesa al potere laico di Mohammad Mossadeq, ricevuto solennemente alla Casa Bianca dal Presidente e nominato “Uomo dell’Anno” da Time Magazine.

   E poi furono gli stessi americani, con la Cia a rimorchio degli inglese nell’Operazione Ajax, a deporlo, a riportare Reza Pahlavi sul Trono del Pavone e proteggere gli interessi petroliferi delle compagnie straniere, soprattutto anglo.

   Nella reazione a catena di cause e di effetti impreviste, fu allo Scià — al suo regime sontuosamente armato dalle multinazionali americani della guerra con aerei, carri, mezzi sofisticati, che poi gli ayatollah avrebbero ereditato — insomma fu alla figura di Reza Pahlavi che Washington restò impigliata, quando Khomeini, ospitato e coltivato dagli europei e dai francesi come già Ho Chi Minh padre del Vietnam comu-nista, venne portato al trionfo e il sovrano esiliato negli Usa, i quali si rifiutarono di riconsegnarlo ai nuovi padroni dell’Iran. La collera dei giovani pasdaran eccitati portò a quell’assalto all’ambasciata del quale, secondo le memorie di un altissimo funzionario iraniano, Seyed Mousavian, il supremo ayatollah, infuriato, neppure era stato informato in anticipo.

   Ma il teatro dell’assurdo, in questa “Guerra Crepuscolare” si fa ancora più surreale, quando Washington sceglie di stare dalla parte dell’Iraq e di Saddam Hussein nella insensata strage della guerra con l’Iran trascinata per quasi tutta la decade degli anni ‘80. Fu personalmente Donald “Rummy” Rumsfeld a portare assistenza al Rais di Bagdad, in dispetto a Khomeini e per compiacere i sauditi, Sunni e dunque nemici giurati degli Shia iraniani. Quello stesso Rumsfeld che, ministro della Difesa nel 2013, avrebbe lanciato l’invasione dell’Iraq e la deposizione di Saddam.

   Eppure, nella convulsione di uno sviluppo contradditorio, che vedrà un altro paradosso apparente — l’aiuto segreto degli iraniani al rovesciamento del regime Taleban in Afghanistan nel 2001 attraverso la loro influenza sulle popolazioni Pashtu — il filo non si era mai davvero interrotto. Anche Israele, che oggi con Netanyahu grida all’abominio di fronte a un accordo che considera una resa alle ambizioni nucleari di Teheran, riforniva gli ayatollah di armi e tecnologie avanzate, per arrivare poi a essere sospettato, in questo millennio, di avere sabotato con virus e malware i computer che controllano le centrali atomiche in Iran oltre ad avere organizzato l’assassinio di scienziati e fisici.

   Ma fu proprio l’Iran a fornire a Washington l’occasione per ottenere fondi neri per foraggiare la guerriglia dei Contras in Nicaragua quando furono venduti missili terra-aria all’odiato governo iraniano. Per l’occasione, i messi di Washington portarono in regalo una leggendaria torta al cioccolato, uno dei pochi vizi consentiti, almeno ufficialmente, agli ascetici guardiani dell’ortodossia sciita.

   Ora quel filo segreto che è corso per 36 anni fra la guerra aperta e la reciproca, inconfessabile attrazione coltivata anche dagli abilissimi negoziatori iraniani, è venuto finalmente allo scoperto. Con il carburante della necessità, la madre di tutte le invenzioni e di tutte le capriole politiche o strategiche, L’IRAN HA SCOPERTO CHE LA FINE DELL’EMBARGO VALE BENE LA MESSA A RIPOSO DEL PROGRAMMA DI ARMAMENTI NUCLEARE, ora che un’economia costruita sul petrolio e su sovvenzioni in cambio di repressioni barcolla.

   Gli Usa, non più ricattati dal timore di un conflitto aperto arabo-israeliano ma dalla micidiale ascesa del fondamentalismo sunnita, vedono nell’Iran la più credibile diga alla marea degli assassini di Al Baghdadi e la chiave per contenere a est il ritorno del Taliban in Afghanistan e a sud la stabilizzazione della catastrofe irachena. Iran, Europa, Stati Uniti hanno capito di avere bisogno gli uni degli altri, avendo nemici comuni. E niente come la paura del nemico comune produce amicizie credibili. (Vittorio Zucconi)

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COSÌ BARACK S’È GUADAGNATO IL NOBEL (E VUOLE LA PACE ISRAELE-PALESTINESI)

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 15/7/2015

– Dopo Cuba, un altro successo: il presidente cerca il sigillo in Medio Oriente. Netanyahu permettendo –

   Dicono che l’accordo con l’Iran, sommato a quello con Cuba, giustifica a posteriori il premio Nobel assegnato troppo in fretta al presidente Obama. Di sicuro, nel bene o nel male, queste iniziative segneranno la sua eredità storica in politica estera, insieme al ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan, e magari all’accordo sul riscaldamento globale da inseguire nel vertice di dicembre a Parigi.

   Il capo della Casa Bianca, però, guarda già oltre. Vede questa intesa come l’opportunità per cambiare gli equilibri strategici nell’intero Medio Oriente, fermare il conflitto tra sunniti e sciiti, neutralizzare lo Stato islamico, e magari rilanciare anche il negoziato di pace fra israeliani e palestinesi, nonostante i feroci attriti col premier Netanyahu.

OPPOSIZIONE INTERNA

Obama, che sembrava finito dopo il flop in Siria e Iraq, ha superato ostacoli enormi anche nel suo stesso Partito democratico, per arrivare a questi accordi. Su Castro, la lobby cubana che controlla ancora molti voti nel decisivo stato della Florida ha fatto di tutto per bloccare l’intesa, e ha la maggioranza in Congresso per impedire la cancellazione dell’embargo che completerebbe la normalizzazione delle relazioni. Sull’Iran hanno espresso dubbi persino collaboratori stretti come l’ex negoziatore mediorientale Dennis Ross, e diversi parlamentari democratici sensibili alle critiche venute da Israele, come ad esempio il senatore di New York Schumer.

   Il capo della Casa Bianca però è andato avanti, non solo perché non ha più davanti la prospettiva di ricandidarsi, ma anche perché spera che la sua scommessa finisca in realtà per garantire più sicurezza a tutti, a partire proprio dallo Stato ebraico e l’Arabia Saudita.

   Washington sa bene che l’accordo firmato è imperfetto, perché non impedisce a Teheran di continuare a interferire nel Medio Oriente, aiutare Assad in Siria, finanziare Hezbollah in Libano e i gruppi terroristici che avanzano la causa sciita. In più non smantella il programma nucleare, e lascia aperta la possibilità che la Repubblica islamica si limiti ad aspettare una decina di anni, prima di costruire la bomba.

   La scommessa di Obama, però, è che la società civile iraniana prevalga, e sfrutti il tempo guadagnato per spingere anche la politica a cambiare, scegliendo di svolgere un ruolo responsabile sullo scacchiere internazionale.

   Il presidente spera che se questo avverrà, Iran e Arabia cominceranno a dialogare, per mettere fine al conflitto tra sciiti e sunniti e costruire un nuovo equilibrio in Medio Oriente, dopo la fine dell’era segnata dall’accordo Sykes-Picot.

   Ciò soffocherebbe pure lo Stato islamico, togliendogli gli appoggi più o meno espliciti ricevuti nella regione, riportando la stabilità anche in Iraq e Siria, e magari risolvendo le differenze che hanno incrinato le relazioni americane con Arabia, Egitto e Turchia.

   È una scommessa rischiosa e complicata, che probabilmente verrà decisa solo quando Obama non sarà più alla Casa Bianca, ma potrebbe dare risultati storici ben più significativi del semplice accordo nucleare con l’Iran. Così si spiegano anche le feroci reazioni politiche interne, non solo da parte dei leader congressuali come lo Speaker della Camera repubblicano Boehner, ma anche dei candidati alle presidenziali del 2016, a partire da senatore del Gop Lindsey Graham, che ha definito l’accordo come «una dichiarazione di guerra e una condanna a morte per Israele». Invece Hillary Clinton, ex segretario di Stato di Obama, ha difeso l’intesa ma si è presa un po’ di margine di manovra politica, dicendo che per valutarla bisognerà vederne l’applicazione.

RILANCIARE I NEGOZIATI

Il presidente però ha ancora altre ambizioni. Nei giorni scorsi Mike Yaffe, stretto collaboratore di John Kerry e dell’inviato speciale per il Medio Oriente Frank Lowenstein, ha detto ai diplomatici alleati che il capo della Casa Bianca ha chiesto proposte per rilanciare il negoziato israelo-palestinese, dopo l’accordo con l’Iran.

QUATTRO LE IPOTESI, al momento: una RISOLUZIONE ONU, una DICHIARAZIONE DEL QUARTETTO, la PUBBLICAZIONE DEGLI «OBAMA PARAMETERS», o l’INIZIATIVA LASCIATA ALLE PARTI. Sembra impossibile, considerando gli attriti con Netanyahu, ma Obama ha ancora un anno e mezzo di mandato e vuole continuare a fare la storia. (Paolo Mastrolilli)

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DANNY  YATOM, EX CAPO DEL MOSSAD: “ISRAELE RICOMINCI A DIALOGARE CON GLI STATI UNITI”

di Fabio Scuto, da “la Repubblica del 16/7/2015

GERUSALEMME . «Controlli e ispezioni». Sono queste le due parole chiave che il mondo dell’intelligence israeliano non vede rigorose nell’accordo sul nucleare firmato a Vienna. Il linguaggio dei militari è diverso da quello dei politici, ma la sostanza non cambia, cauto e guardingo quello del “mondo delle ombre” che ha operato per anni per ritardare al massimo l’arrivo dell’Iran fra le potenze nucleari. «Solo il tempo ci potrà dire se questo accordo servirà allo scopo — dice a Repubblica il generale Danny Yatom, ex capo del Mossad, lo spionaggio esterno israeliano — dal modo con cui sono abituati a operare gli iraniani, temo che questo sia un pessimo accordo».

Generale Yatom, da che parte vogliamo cominciare?

«Dai controlli, che dovranno essere molto severi. Ma gli iraniani hanno tutto il tempo di “ripulire” i siti nucleari da ogni traccia di attività non conforme agli accordi. Quindi bisognerà vedere come funzioneranno le ispezioni e se gli iraniani diranno la verità su cosa hanno fatto negli ultimi 30 anni. Ha ragione Obama quando dice che questo è un accordo basato non sulla fiducia, ma sulle verifiche».

Usa ed Europa vi invitano a leggere con attenzione le 150 pagine dell’accordo. ..

«Sarà, ma il 5+1 ha rinunciato con troppa facilità a impedire che l’Iran possa riattivare rapidamente il nucleare verso scopi militari. Secondo l’intesa l’Iran potrà continuare la ricerca e lo sviluppo, se mantiene tali capacità può arricchire rapidamente l’uranio ben oltre il 4% e arrivare a una concentrazione del 90%».

Fra quanto? Tre, sei mesi, un anno?

«Fra i tre e i nove mesi, non ha molta importanza quando esattamente. La cosa più assurda è che tra 5 anni sarà tolto l’embargo alla vendita di armi convenzionali, l’Iran potrà acquistare tank, missili, aerei e navi da guerra mentre rimane uno dei focolari del terrorismo nel mondo».

Esiste ancora, o è mai esistita, un’opzione militare?

«Ciò che Israele deve fare ora è riavvicinarsi agli Stati Uniti e non litigare con la Casa Bianca. L’opzione militare c’è, ma sulla base di questo accordo non è più rilevante a meno che non siano talmente esorbitanti le violazioni da provocare un attacco; esistendo ormai un accordo fra Iran e superpotenze non sarebbe facile per Israele attaccare. Dobbiamo invece tornare a dialogare con gli Usa e l’Europa anche per tutto quel che riguarda l’intelligence, assicurarsi che l’Iran non vìoli i trattatati e rimanga sotto controllo. Israele può senz’altro contribuire con le sue conoscenze ».

La reticenza delle grandi potenze a confrontarsi con la minaccia dello Stato Islamico potrebbe aver spinto verso un accordo frettoloso, sperando che l’Iran faccia “il lavoro sporco”?

«Gli iraniani che sono coinvolti fino al collo nei combattimenti in Siria, Iraq e Yemen, non credo che vogliano accollarsi la guerra all’Is. La soluzione è che Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Stati del Golfo costituiscano una forza comune che combatta e distrugga il Califfato. Hanno eserciti forti e buoni soldati per fermare 45 mila terroristi armati solo di mitra e jeep». (Fabio Scuto)

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PERCHÉ ISRAELE ORA SI SENTE ABBANDONATO

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 16/7/2015

Per immergersi nella reazione di Israele all’intesa di Vienna sul nucleare iraniano bisogna mettersi in fila da Rachmo, la mensa degli operai di «Machanè Yehuda», il mercato popolare di Gerusalemme.

   In fila davanti alla cucina ci sono manovali, verdurai e appassionati di hummus assieme ad un’anziana molto determinata che tiene banco sull’Iran. Si chiama Chanka, è nata in Transilvania 79 anni fa, vive a Gerusalemme da prima della nascita dello Stato, e scherza con il cuoco parlando arabo con accento ashkenazita. «Cosa è tutto questo chiasso per Vienna? Siamo sempre stati soli e lo saremo anche ora» dice Chanka, trovando l’assenso di chi è in fila con lei. «Mai illudersi di essere protetti dal mondo» aggiunge un venditore di frutta.

   E’ l’umore che «Yedioth Aharonot», il giornale più diffuso, trasforma nel titolo a tutta pagina «Il mondo si arrende all’Iran» per descrivere una resa delle maggiori potenze al regime più ostile al popolo ebraico con modalità, contenuti e linguaggio tali da evocare Monaco 1938, quando Francia e Gran Bretagna sacrificarono la Cecoslovacchia a Hitler e Mussolini nella vana speranza di «salvare la pace» ma in realtà precipitando l’Europa in guerra.

   Pur sapendo di «dover far tutto da soli», come ripete Chanka, sin dalla nascita dello Stato, questa volta l’amarezza di Israele si distingue per la sensazione di essere stata abbandonata anche dal presidente del Paese più vicino, gli Stati Uniti.

   Meydan Ben Barak, già regista della «war room» del consiglio di sicurezza nazionale del governo Netanyahu, spiega così la differenza fra l’America e Obama: «Come nazione resta la nostra migliore alleata, siamo legati da molte e importanti intese, ma a Vienna l’amministrazione ha avallato un accordo molto negativo per noi, che peggiora la nostra situazione in Medio Oriente».

   Il motivo è nel giubilo di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, per l’accordo sul nucleare. «Nasrallah gioisce perché in quanto alleato dell’Iran – spiega Ben Barak – riceverà più armi e fondi da Teheran grazie alla fine delle sanzioni. Hezbollah sarà più forte come lo saranno le milizie sciite in Siria, Iraq, Yemen e altrove». Si tratta dello schieramento militare che più minaccia Israele. Le analisi sul tavolo di Netanyahu disegnano lo scenario di attacchi contemporanei, missilistici e non, da Sud Libano, Gaza e Golan da parte di «alleati dell’Iran».

   Il pericolo non è solo l’atomica di Teheran «che l’accordo rende possibile», come dice Yuval Steinitz consigliere del premier, ma l’accresciuta minaccia di attacchi convenzionali e terroristici grazie alle nuove, ingenti risorse, a cui Teheran avrà accesso con la fine delle sanzioni.

   Per gli israeliani significa sentirsi assediati, e in pericolo, come non avveniva dal 1967, quando gli Stati arabi guidati dall’Egitto di Nasser minacciavano la loro «distruzione totale». Ecco perché torna, nei mercati come fra gli analisti, la discussione sull’opzione militare ovvero un attacco preventivo contro il nemico più minaccioso in grado di allontanare il pericolo, proprio come avvenne con la guerra dei Sei Giorni.

   Avi, 35 anni, autista di bus con tre figli, dice: «Se abbiamo Tzahal è per affrontare queste situazioni». E Ben Barak aggiunge: «Abbiamo molte capacità difensive, l’intelligence su cui possiamo contare è formidabile e sarà presto più efficace». Israele sa di potersi difendere da Teheran ma non cela la delusione per essere stata lasciata sola.

   Anche se vi sono voci, come Uzi Eilam, ex capo della commissione nucleare nazionale, che danno un’altra lettura: «L’accordo allontana di 10 anni l’atomica iraniana e in questa regione è un periodo molto lungo, può giovare alla nostra sicurezza». (Maurizio Molinari)

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L’IRAN E IL FRONTE SAUDITA

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 15/7/2015

   L’ACCORDO di Vienna sul nucleare iraniano manda in fibrillazione il sistema di alleanze degli Stati Uniti. Non solo ISRAELE ma anche l’ARABIA SAUDITA considera l’intesa un “errore storico”.

   A Ryad il finale di partita era atteso: la mancata presenza di re Salman in maggio al summit di Camp David nel quale Obama puntava a rassicurare gli alleati del Golfo era un segnale evidente. Non per questo il colpo è stato meno duro. LA SCELTA DI OBAMA, INFATTI, RIDISEGNA IL MEDIORIENTE.

   È evidente che per la Casa Bianca il pericolo non è più la Repubblica Islamica ma il radicalismo sunnita che, attraverso lo Stato Islamico, mette in discussione gli assetti geopolitici della regione e funziona da magnete per il terrorismo.

   In questa logica l’Iran, acerrimo rivale dei sauditi, può svolgere, per motivi politici e religiosi, un importante ruolo di contenimento dello jihadismo sunnita. Sono queste valutazioni che hanno condotto l’amministrazione Obama a chiudere l’accordo rimettendo nel great game mediorientale Teheran.

   Per l’Arabia Saudita lo sdoganamento iraniano rappresenta una formidabile battuta d’arresto nella lunga marcia per diventare potenza regionale egemone. Ruolo conteso proprio dagli iraniani. Certo, a Vienna si è discusso di nucleare ma nessuno è cosi cieco da non comprendere che con quell’accordo l’Iran viene legittimato come potenza d’influenza.

   D’ora in poi i dossier di Riad si complicano. A partire dal teatro mesopotamico, dove i sauditi sostengono forze ostili a Teheran e svolgono il ruolo di protettori confessionali dei sunniti. Sarà ora ancora più difficile esigere che l’Iran sia esclusa dalla gestione dei conflitti in Siria e Iraq.

   Se sin qui GLI IRANIANI, che insieme ai loro alleati Hezbollah hanno messo gli stivali sul terreno per frenare l’avanzata dell’Is, facevano parte solo di fatto dell’alleanza che si oppone al Califfato, DA OGGI LO SCAMBIO POLITICO IMPLICITO ALL’ACCORDO SUL NUCLEARE LI CATAPULTA AL CENTRO DELLA SCENA. CON GRANDE RABBIA DI RIAD, che ora potrebbe dosare il suo impegno su quel fronte per evitare che Teheran appaia come la forza decisiva nello sconfiggere le forze di Al Baghdadi. Ma i riverberi arrivano sino allo Yemen dove, con la protezione iraniana, gli sciiti puntano a un diverso assetto di potere.

   Ai danni politici prodotti dallo sdoganamento iraniano, si aggiungono quelli legati a fattori religiosi. Seguaci di un wahabbismo purista e intransigente ostile agli sciiti ritenuti “eretici”, i sauditi non gradiscono affatto il rafforzamento del prestigio degli odiati duodecimani.

   Non da ultimi GLI EFFETTI SUL PETROLIO. L’ingresso degli iraniani nel grande gioco del mercato petrolifero prelude a un ribasso del prezzo del barile mettendo in discussione le strategie di mercato dei Paesi del Golfo. Mentre la rimozione delle sanzioni sugli idrocarburi consentirà a Teheran non solo di incassare valuta per rammodernare le tecnologie estrattive ma anche di destinare parte delle royalties a finanziare lo sviluppo degli armamenti convenzionali. Insomma, un problema su tutti i fronti per Riad.

   NON È ESCLUSO, DUNQUE, CHE I SAUDITI CERCHINO DI METTERE IN DIFFICOLTÀ GLI ODIATI RIVALI, ogni qual volta ve ne sarà occasione. Puntando a mostrarne l’inaffidabilità sistemica. Anche esasperando tensioni che inducano Teheran a reagire con modalità che possono far riemergere i fantasmi del passato. Vienna chiude, dunque, un conflitto tra antichi nemici ma apre un fronte, non meno problematico, tra Washington e i suoi alleati strategici in Medioriente. (Renzo Guolo)

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L’ORA DECISIVA PER I RIFORMISTI

di Viviana Mazza, da “il Corriere della Sera” del 16/7/2015

– Hanno vinto Rouhani e Zarif – La battaglia con i conservatori ora si sposta al fronte interno – E a febbraio ci sono le elezioni –

   Nelle edicole della Repubblica Islamica, ieri, l’unico giornale critico dell’accordo nucleare era l’ultraconservatore Kayhan. Ma in un video della festa, i giovani lo deridevano mettendolo sullo stesso piano di Netanyahu: «Condoglianze Israele, condoglianze Kayhan».

   Oggi gli eroi della piazza sono il presidente Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif — e lo sono con il pieno appoggio della Guida Suprema Ali Khamenei. Ma anche altri due nomi erano sulla bocca dei giovani ieri: MIR HOSSEIN MOUSAVI, leader del Movimento Verde del 2009, e l’ex presidente riformista KHATAMI — benché il primo sia agli arresti domiciliari e il secondo non possa essere nominato dai giornali. Così all’indomani dell’apertura al mondo, molti iraniani si chiedono cosa cambierà negli equilibri di potere e nelle libertà personali all’interno del Paese.

   Un test importante saranno le elezioni di febbraio. Si sceglierà il nuovo parlamento e si prospetta già un’alleanza tra moderati e riformisti per porre fine alla maggioranza ultraconservatrice. «Ora ROUHANI e ZARIF sono più popolari che mai. Alcuni politici vicini a loro si preparano a lanciare una lista per le elezioni», spiega FARAHMAND ALIPOUR, esule riformista già membro della campagna elettorale di Karroubi, l’altro leader del Movimento Verde. «Il governo di Rouhani non è riformista come Khatami o come i leader del 2009, ma sono tecnocrati che conoscono il mondo e l’economia, per cui noi riformisti li appoggiamo. In più noi chiediamo maggiori libertà sociali e culturali».

   Ci sono anche due nuovi partiti riformisti sulla scena: uno è ETTEHAD MELLAT (UNITÀ NAZIONALE IRANIANA) e include diversi membri del riformista MOSHAREKAT (PARTECIPAZIONE) bandito dopo il 2009. L’altro è NEDAYE IRANIAN (VOCE DEGLI IRANIANI) di SADEGH KHARAZI, ex ambasciatore a Parigi vicino alla Guida Suprema (suo zio è stato ministro degli Esteri, sua sorella è sposata con uno dei figli di Khamenei).

   «AHMADINEJAD è finito, è un pezzo di storia ormai, ma la sua scuola di pensiero vive ancora, e dobbiamo annientarli», ci ha detto ricevendoci nel suo ufficio a Teheran. «Sì, è vero, ci sono ancora molte persone in prigione», ha ammesso. «Ma confidiamo in questo governo. La Guida Suprema è una persona aperta, ma siamo un Paese metà tra tradizione e modernità, i cambiamenti bruschi portano al collasso».

   C’è chi ha detto al Financial Times che «per evitare l’ascesa di movimenti riformisti con una forte base sociale, il regime ha capito che è meglio autorizzare partiti domabili, in modo da incanalare così la richiesta di cambiamento. È come un vaccino per rendere il regime immune da una ribellione riformista considerata pericolosa come l’Ebola». Le elezioni di febbraio saranno importanti anche perché si eleggerà l’ASSEMBLEA DEGLI ESPERTI, l’organo che nominerà la prossima Guida Suprema dopo la morte del 76enne Khamenei. I candidati, come pure quelli per il parlamento, devono essere approvati dal CONSIGLIO DEI GUARDIANI (per metà direttamente nominato dalla stessa Guida).

   Di certo l’apertura al mondo ha riacceso la speranza. «Da ieri tantissime cose sono cambiate — dice Alipour — e non solo nelle relazioni tra l’Iran e l’estero. Nel discorso di ieri di Rouhani c’era un messaggio chiaro. Ha parlato chiaramente contro i conservatori: ha detto che possono criticare l’accordo ma non permetterà che tolgano la speranza alla gente. Per due anni i riformisti hanno lamentato che si è occupato solo del nucleare e si è dimenticato delle altre promesse. Ieri ha fatto capire che adesso si comincia sul fronte interno. D’altra parte, se siamo stati in grado di parlare con gli Stati Uniti, che sono stati i nostri nemici per 35 anni, perché non possiamo farlo tra di noi?».

   Rouhani si troverà al centro tra i progressisti che chiedono maggiori diritti e gli ultraconservatori che considerano anche le donne negli stadi una minaccia alla sopravvivenza del regime. Non sarà facile. (Viviana Mazza)

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“HA AVUTO RAGIONE BARACK. ORA IL MONDO È PIÙ SICURO”

da “la Stampa” del 16/7/2015, intervista di Francesco Semprini a MADELEINE K. ALBRIGHT

– “Sono importanti le verifiche, sarà un test per l’Onu. Per il successo è stata fondamentale la coppia Rohani-Zarif”

   «L’accordo di Vienna è un test importante per le Nazioni Unite, per dimostrare che il loro sistema funziona, che sono in grado di vigilare sul rispetto degli impegni presi, e che i P5 sono pronti a nuove convergenze su altri dossier, in particolare quelli relativi alla sicurezza globale».

   Nel giorno in cui il mondo assiste alla sigla dell’accordo sul nucleare iraniano, MADELEINE K. ALBRIGHT, prima donna a capo del Dipartimento di Stato Usa, è all’Onu per la presentazione del nuovo rapporto della Commissione su «Sicurezza globale, Giustizia e Governance». Per lei è sempre un gradito ritorno, un’opportunità per ripercorrere significativi momenti della carriera diplomatica. I contrasti con Boutros Boutros-Ghali sul genocidio in Rwanda e le opportunità mancate dall’Onu su quello di Srebrenica, quando era ambasciatrice al Palazzo di Vetro. Prima di giungere alla guida del dipartimento di Stato, voluta con forza da Bill Clinton, per gestire dossier delicati come la guerra in Bosnia-Erzegovina e il processo di pace in Medio Oriente.

Madam Albright, lei oggi è qui a parlare di «Sicurezza globale» in un contesto in cui l’accordo di Vienna sembra destinato a mutare le dinamiche…

«Quello raggiunto a Vienna è un grande accordo. Mi sono congratulata personalmente con l’amministrazione di Barack Obama e con gli altri membri del gruppo 5+1. Si tratta di un traguardo molto atteso e, mi auguro, l’inizio di un nuovo momento storico».

Quali sono le opportunità di questo nuovo momento storico?

«Come ha ricordato durante questi lavori la mia ex collega, Ellen Laipson, le Nazioni Unite hanno in primo luogo una grande opportunità per dimostrare che il loro sistema funziona».

Cosa intende precisamente?

«L’Aeia, di concerto con il Consiglio di Sicurezza, sono stati gli attori principali del lungo negoziato. E lo saranno nella fase successiva all’accordo affinché vigilino in maniera chiara sul rispetto degli impegni che l’Iran ha preso».

Come ex ambasciatrice all’Onu è consapevole che ci sono molte complicazioni nei rapporti tra i P-5 del Cds, pensa che questo accordo aiuterà ad avvicinare le posizioni dell’Occidente con quelle di Russia e Cina, su altri dossier?

«Io guardo i fatti, è fuori discussione che i Paesi del 5+1 hanno fatto un lavoro incredibile in questo negoziato. E il voto sulla risoluzione addizionale previsto per la prossima settimana lo certificherà. Penso quindi che questo debba essere d’esempio di come le cose possono funzionare quando si ha un obiettivo comune. Anche in questo senso l’accordo è un test per l’Onu».

È stato importante il cambio di leadership a Teheran?

«Penso che ci sia stata una combinazione di fattori che ha giocato a favore dell’accordo, superando l’impasse che durava da anni. Tra questi il binomio che si è affermato alla guida della Repubblica islamica, il presidente Hassan Rohani e il ministro degli Esteri, Javad Zarif, hanno avuto un ruolo determinante. Così come lo ha avuto il team di negoziatori che ha lavorato in queste ultime fasi. È tutto parte di un sistema che ha funzionato».

Israele, e gran parte dei repubblicani, dicono però che il mondo ora è in pericolo…

«Il presidente Obama ha detto che la condizione affinché questa intesa funzioni è che tutto quello che è contenuto nelle 159 pagine dell’accordo sia verificabile, riscontrato e accertato. Vedremo ora se lo sarà».

Quindi lei non crede che il mondo è meno sicuro?

«Non credo che il mondo sia esposto a maggiori rischi. Ripeto la condizione, leggendo ciò che ha sottolineato il presidente Obama, è che tutto deve essere costantemente verificato, ci deve essere trasparenza da parte dell’Iran. Detto questo penso che se effettivamente questo accordo fermerà il progetto di Teheran di dotarsi della bomba atomica, si tratta di un importante passo in avanti in termini di sicurezza».

Possiamo dire quindi che Obama incassa un importante risultato?

«È un grande risultato per il mondo e in particolare per la regione, aspetto cruciale direi in questo momento». (Francesco Semprini)

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OBAMA AGLI AMERICANI: “L’ALTERNATIVA ALL’ACCORDO ERA LA GUERRA CON L’IRAN”

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 16/7/2015

– Il presidente Usa attacca i repubblicani: se la vogliono, lo dicano – Ma il Congresso può bocciarlo, 13 senatori democratici in bilico –

   «L’alternativa era la guerra. Chi la vuole, abbia il coraggio di dirlo». Non poteva essere più esplicito, il presidente Obama, nel difendere l’accordo nucleare con l’Iran. Ora però la battaglia si trasferisce al Congresso, dove la Casa Bianca ha bisogno del voto positivo di almeno 34 senatori per far sopravvivere l’intesa. Al momento, secondo i calcoli fatti dal «Washington Post», i suoi avversari contano su 54 no, e quindi devono convincere 13 rappresentanti democratici nella Camera alta a prendere posizione contro il loro presidente.

L’OFFENSIVA MEDIATICA

Obama aveva cominciato l’offensiva per difendere l’accordo già martedì sera, con un’intervista a Tom Friedman del «New York Times», in cui aveva chiesto di valutare l’intesa sulla base della sua capacità di impedire all’Iran di ottenere la bomba atomica, non su quella di cambiare la Repubblica islamica.

   Ieri pomeriggio ha allargato l’operazione con una conferenza stampa alla Casa Bianca. «La nostra priorità – ha ricordato – era evitare che Teheran costruisse un’arma nucleare, e questo obiettivo è stato raggiunto. Naturalmente io spero che si possa costruire sull’accordo, e avviare una conversazione con l’Iran affinché assuma posizioni meno ostili. Non ci conto, però, e non ci scommetto su». Questo argomento risponde ai critici che volevano un accordo capace di smantellare il programma nucleare, e nello stesso tempo pretendere un cambiamento della linea politica della Repubblica islamica.

   L’altro punto contestato è che l’intesa consente a Teheran di conservare le sue capacità atomiche, e ricevere miliardi di dollari finora congelati che potrà usare per sviluppare le sue armi convenzionali, finanziare gruppi terroristici come Hezbollah, e ingerire in maniera negativa sugli equilibri mediorientali. «Non stiamo normalizzando le relazioni con l’Iran», ha risposto il Presidente, e quindi tutto il contenzioso che non riguarda il programma nucleare resta aperto. «Ai critici dell’accordo, però, io chiedo una cosa: qual è la vostra alternativa? Finora non l’ho sentita». La risposta, secondo Obama, è una sola: «L’alternativa era fra la soluzione diplomatica della questione attraverso il negoziato, o quella militare. Se i repubblicani o Israele ritengono che sarebbe stato meglio fare la guerra, lo dicano apertamente».

   È vero infatti che Teheran potrebbe violare l’accordo, ma il sistema di ispezioni creato dall’intesa consente di controllarlo come ora sarebbe impossibile e di reagire ad eventuali violazioni, anche se in caso di obiezioni richiederà fino a 24 giorni per poter entrare nei siti contesi. Quanto alle armi convenzionali, le preoccupazioni di Israele e degli altri critici sono legittime, ma per evitare il rischio bisogna potenziare soprattutto l’intelligence e la capacità operativa di bloccare eventuali iniziative minacciose.

   L’alternativa qui era lasciare le cose come stavano, e cioè consentire all’Iran di continuare le operazioni di ingerenza e riarmo che già conduceva senza controllo. Obama non si illude che Teheran userà i circa 150 miliardi di dollari liberati per costruire asili, ma questo è un rischio che bisognava correre se si riteneva più pericoloso il programma nucleare. Il presidente si è risentito, quando gli hanno chiesto perché non ha collegato l’intesa alla liberazione dei 4 americani detenuti in Iran: «È assurdo pensare che non ci lavoriamo, ma legare questo tema al negoziato avrebbe consentito a Teheran di usarlo per ottenere concessioni».

LA SFIDA IN CONGRESSO

La sfida ora si trasferisce in Congresso, dove i repubblicani sono compatti contro l’accordo. Per fermarlo, però, hanno bisogno della maggioranza di due terzi, necessaria a superare il veto promesso da Obama contro qualunque legge che deragli l’intesa. Le lobby sensibili alle critiche venute in particolare da Israele sono già al lavoro, per premere sui 13 democratici incerti come Bennet, Cardin, Casey, Donnelly, Kaine, Nelson, Warner, Menendez, Wyden, Schumer, affinché voltino le spalle al loro presidente. Hillary Clinton però ha difeso l’accordo e così ha serrato i ranghi del partito, chiarendo che non si può puntare sulla sua vittoria alle presidenziali del 2016 per annullarlo. (Paolo Mastrolilli)

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