TORNADI E CATASTROFI NATURALI (Firenze, la RIVIERA DEL BRENTA): nella ricostruzione si ripensa l’economia di un’AREA – Il TURISMO DIFFUSO progetto possibile in tutte le regioni italiane – Nel NORDEST il VOLANO DELLE VILLE VENETE tra arte, paesaggio, economia manifatturiera e agroalimentare

FIRENZE, 2 AGOSTO 2015 - Tre palazzi completamente evacuati, MILIONI DI DANNI, CENTINAIA DI ALBERI CADUTI. FIRENZE SUD E BAGNO A RIPOLI SONO LE ZONE PIÙ COLPITE DALLA TREMENDA TROMBA D'ARIA CHE HA MESSO INTERE STRADE IN GINOCCHIO nella serata di SABATO 1 AGOSTO, INTORNO ALLE 20. Il cielo nero, il buio che cala in anticipo intorno alle 19.30. E poi LA FORZA DELLA TEMPESTA CHE SRADICA ALBERI, CARTELLI STRADALI, PALI DELLA LUCE. SONO UNA VENTINA I FERITI. Uno è grave. Si tratta di un ragazzo a cui è caduto un grosso ramo in testa. E' un bilancio pesantissimo quello che la città paga. Non si contano le strutture anche pubbliche che hanno riportato danni anche gravi. L'alba del giorno dopo è tremenda. Con la luce del sole il disastro è chiaro agli occhi di tutti. (…) (da “la Nazione”, 3/8/2015)
FIRENZE, 2 AGOSTO 2015 – Tre palazzi completamente evacuati, MILIONI DI DANNI, CENTINAIA DI ALBERI CADUTI. FIRENZE SUD E BAGNO A RIPOLI SONO LE ZONE PIÙ COLPITE DALLA TREMENDA TROMBA D’ARIA CHE HA MESSO INTERE STRADE IN GINOCCHIO nella serata di SABATO 1 AGOSTO, INTORNO ALLE 20. Il cielo nero, il buio che cala in anticipo intorno alle 19.30. E poi LA FORZA DELLA TEMPESTA CHE SRADICA ALBERI, CARTELLI STRADALI, PALI DELLA LUCE. SONO UNA VENTINA I FERITI. Uno è grave. Si tratta di un ragazzo a cui è caduto un grosso ramo in testa. E’ un bilancio pesantissimo quello che la città paga. Non si contano le strutture anche pubbliche che hanno riportato danni anche gravi. L’alba del giorno dopo è tremenda. Con la luce del sole il disastro è chiaro agli occhi di tutti. (…) (da “la Nazione”, 3/8/2015)

   Il violento nubifragio (e con tromba d’aria) che c’è stato a Firenze sabato sera 1° agosto, ripropone la questione dei modi possibili per difendersi da eventi meteorologici pericolosi, dannosi, disastrosi. E, senza togliere nulla a quel che è accaduto di sicuramente grave a Firenze, vogliamo qui riprendere l’episodio (per fare delle considerazioni e proposte) della tromba d’aria che ha disastrosamente interessato la Riviera del Brenta (tra Padova e Venezia) mercoledì 8 luglio verso le 17.30 (nei comuni di Dolo e Mira, con un morto e trenta feriti).

   Un mix allarmante di caldo, umidità e venti provenienti da tre direzioni diverse che si sarebbero di lì a poco scontrati trasformandosi in un tornado. Oltre 17 milioni di danni: 10 milioni sul patrimonio immobiliare e sette sui beni mobili. Tra le tante cose la tromba d’aria che ha colpito la Riviera del Brenta ha pure duramente colpito il patrimonio artistico (le ville venete) per il quale la zona è famosa nel mondo: Villa Fini è stata resa al suolo; Villa Ducale, Villa Caggiano, barchesse e pertinenze tra Dolo e Sambruson, sono finite nel vortice. Un patrimonio di grande valore sembra compromesso per sempre.

TORNADO IN RIVIERA - Come un terremoto molto forte: il TORNADO che l’8 luglio ha colpito la RIVIERA DEL BRENTA nel veneziano nei comuni di DOLO e MIRA
TORNADO IN RIVIERA – Come un terremoto molto forte: il TORNADO che l’8 luglio ha colpito la RIVIERA DEL BRENTA nel veneziano nei comuni di DOLO e MIRA

   Che fare allora con questi “eventi naturali”, le trombe d’aria, i tornadi, i violenti nubifragi??  Certo, prevenire, garantire la sicurezza delle persone in primis. E pare proprio che il più delle volte si riesca a prevederli questi eventi (in questo post parliamo di due persone che la tromba d’aria sulla Riviera del Brenta la avevano individuata prima che “scoppiasse”: una “cacciatrice di tornado”, Valentina Abinanti, e un meteorologo, Alessio Grosso con il suo sito “Meteolive.it”, www.meteolive.leonardo.it/).

   Fenomeni come questi, dopo periodi di caldo eccessivo, sono intuibili anche nell’esperienza popolare. E da un punto di vista scientifico, chi li studia (questi accadimenti meteorologici disastrosi), oltre ai dati matematici e scientifici, si fanno aiutare pure dalle esperienze passate, dalla statistica, dalla tipologia del territorio.

VILLA FINI COM'ERA E COM'E' ADESSO - LA TROMBA D'ARIA ha letteralmente raso al suolo la Villa, nota storicamente come VILLA SANTORINI-TODERINI-FINI, risalente almeno a 4 secoli fa. Oggi era un noto ristorante della zona. Completamente raso al suolo da un tornado che, in base a questo tipo di danni, può essere classificabile come un F3 SULLA SCALA FUJITA, CON VENTI SUPERIORI AI 220KM/H. In base a tutte le foto, proprio la classificazione dei danni del livello F3 della Scala Fujita sembra inquadrare meglio di tutti l’evento veneziano: “Danni gravi. Asportazione tegole o abbattimento di muri di case in mattoni; ribaltamento di treni; sradicamento di alberi anche in boschi e foreste; sollevamento di auto pesanti dal terreno“.
VILLA FINI COM’ERA E COM’E’ ADESSO – LA TROMBA D’ARIA ha letteralmente raso al suolo la Villa, nota storicamente come VILLA SANTORINI-TODERINI-FINI, risalente almeno a 4 secoli fa. Oggi era un noto ristorante della zona. Completamente raso al suolo da un tornado che, in base a questo tipo di danni, può essere classificabile come un F3 SULLA SCALA FUJITA, CON VENTI SUPERIORI AI 220KM/H. In base a tutte le foto, proprio la classificazione dei danni del livello F3 della Scala Fujita sembra inquadrare meglio di tutti l’evento veneziano: “Danni gravi. Asportazione tegole o abbattimento di muri di case in mattoni; ribaltamento di treni; sradicamento di alberi anche in boschi e foreste; sollevamento di auto pesanti dal terreno“.

   Forse quel che manca davvero (è mancato) è il diritto ad essere informati da parte della popolazione in una fascia di territorio prevedibile e in un tempo orario sufficientemente preventivo rispetto al possibile accadimento del fenomeno. Cellullari, messaggi sms…(vista la diffusione assai larga dello strumento) potrebbero aiutare a mettere in guardia, difendersi, da eventi di tal genere (già questo metodo di avvertire le persone accade in alcune città dove il Comune e la Protezione Civile lo usano in caso di inondazioni o eventi similari).

   Un contesto del tutto particolare, nella prevenzione e nell’avvertire la popolazione, sono i terremoti: in questo caso è previsto che ogni ente non possa diffondere alcuna notizia preventiva senza l’autorizzazione del Dipartimento della Protezione Civile. Ma per i terremoti andiamo in un campo più delicato e, se si vuole, più controverso (pensiamo al caso dell’Aquila e di chi aveva previsto con una certa sicurezza l’evento sismico del 6 aprile 2009, ma era stato denunciato per procurato allarme; e dall’altra, nell’ottobre 2012, i sette membri della Commissione Grandi Rischi che sono stati condannati a sei anni di reclusione e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici per omicidio colposo per non aver avvertito la popolazione di quel terribile terremoto).

IL FORMARSI DEL TORNADO (dal sito www.diegocavalli.it/)
IL FORMARSI DEL TORNADO (dal sito http://www.diegocavalli.it/)

   Tornando all’informazione possibile sui tornado, sulle trombe d’aria, è opinione di chi conosce questi eventi che tre giorni prima del fenomeno si può già intuire, prevedere il loro accadimento: nel caso della Riviera del Brenta la tipologia dell’ incontro di venti freddi da nord e caldi da sud presupponevano che lì l’ondata di maltempo sarebbe stata più cruenta (con il caldo intenso e l’umidità che c’era, e la statistica che aiuta a prevedere il fatto).

   Un altro tema che si pone sempre nel caso di eventi naturali disastrosi, è il “dopo”, cioè come rimediare ai quasi sempre assai gravi danni che si son verificati: cioè si parla delle risorse finanziarie per rimediare all’evento dannoso, danni a cose sia private che pubbliche, edifici, beni mobili e immobili, il territorio devastato.

   Finora tutto si è basato su finanziamenti che le Regioni chiedono al Fondo assegnato alla Protezione Civile, a spese straordinarie con stanziamenti governativi, a finanziamenti regionali, anche a meritorie raccolte di fondi tra i cittadini. In merito ai soldi che servono, si sta facendo strada l’idea (che se ne parla ma finora non la si realizza) di un’assicurazione contro questi rischi, che veda coinvolti nella raccolta fondi per “coprire il premio assicurativo”, tutti i cittadini, indistintamente dal rischio ambientale del proprio territorio (ciascuno di noi), gli enti locali, lo Stato. Associare lo Stato, le compagnie assicurative e gli assicurati (i cittadini) in un “progetto assicurativo” che garantisca a chi subisce danni materiali un indennizzo tale da rimediare ai danni procurati dell’eventi naturale. Non più ragionare sulle emergenze, sull’ “accaduto”, ma garantire prima una sicurezza finanziaria alla ricostruzione, alla ripresa.

nella foto VALENTINA ABINANTI - Dopo il l’episodio del tornado a Mira e Dolo del 7 luglio scorso nel Veneziano, LA CACCIATRICE DI TORNADO ITALIANA VALENTINA ABINANTI, oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico. La presente guida in formato PDF è scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi - LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.
nella foto VALENTINA ABINANTI – Dopo il l’episodio del tornado a Mira e Dolo del 7 luglio scorso nel Veneziano, LA CACCIATRICE DI TORNADO ITALIANA VALENTINA ABINANTI, oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico. Qui sotto il link della guida in formato PDF, scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi.

   LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.

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   Quel che ha impressionato di più l’opinione pubblica e i mass-media del disastro del tornado dell’8 luglio sulla Riviera del Brenta, è stata la distruzione di una villa veneta (Villa Fini) che è stata letteralmente rasa al suolo dalla tromba d’aria. Con la promessa del presidente della Regione Veneto di ricostruirla pari pari a com’era (ma si può ricostruire con le stesse caratteristiche, lo stesso “spirito”, un manufatto artistico come una villa della metà del seicento?… forse sì, forse no… a Venzone nel Friuli ci son riusciti per la cattedrale distrutta dal terremoto del maggio 1976)).

   Nel percorso finale del fiume Brenta, da Padova a Venezia, il fiume in effetti vede la presenza di tanti capolavori dell’arte architettonica veneta. Ma tutto il Nordest è ricco di ville (ma in qualsiasi altra parte d’Italia capolavori architettonici esistono, danno il senso ai luoghi…).

   Tra Veneto e Friuli c’è un patrimonio di oltre 4 mila ville, 4.238 edifici per l’esattezza, di cui 3.803 in Veneto e 435 in Friuli Venezia Giulia. Solo il 14% è di proprietà pubblica o di enti ecclesiastici e l’86% è in mano ai privati. Mille e 900 sono dimore vincolate, oggi oltre l’80% è in buono stato.

   l’IRVV, l’istituto che si occupa della valorizzazione e conservazione delle ville venete (http://www.irvv.net/nc/it/ ) sottolinea anche il valore economico del patrimonio “villa veneta”.

   E’ sicuramente necessario, auspicabile, dare a questo grandioso patrimonio di ville (e ai paesaggi che, più male che bene, si riescono a conservare intorno ad esse) un valore economico, turistico, ma non solo: in condivisione e rapporto tra “pubblico” e “privato”, di ricerca universitaria e formazione culturale; di realizzazione di convegni su temi del lavoro; di esperienze agricole e botaniche nel vasti parchi e giardini che molte di esse hanno…

La foto scattata da Valentina Abinanti testimonia la furia del tornado che si è abbattuto tra Dolo e Mirano (da "La Stampa ")
La foto scattata da Valentina Abinanti testimonia la furia del tornado che si è abbattuto tra Dolo e Mirano (da “La Stampa “)

   Rispetto a zone turistiche europee dove il paesaggio diffuso, e il corso di un fiume, “incontra” manufatti di grande valore, come nella VALLE DELLA LOIRA (i castelli…), da noi ogni organizzazione economica, turistica, di studio, di ricerca…è tutto allo stato di improvvisazione, a volte c’è il nulla più assoluto sulle possibilità che può offrire questo patrimonio architettonico-artistico (solo da qualche anno è stata abbozzata in Regione Veneto una “Carta dei servizi” per una serie di offerte di tipo turistico).

   Anche eventi difficili, disastrosi, come un tornado, potrebbero esser motivo di provare a iniziare un percorso diverso, di valorizzazione territoriale virtuosa, che finora non c’è stato. (s.m.)

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VILLE VENETE, IL TESORO FRAGILE E PREZIOSO DOVE ABITA LA STORIA

di Eleonora Vallin, da “Il Mattino di Padova” del 26/7/2015

   Oltre 17 milioni di danni: 10 milioni sul patrimonio immobiliare e sette sui beni mobili. Dopo l’emergenza si contano i danni, ed è tempo di ricostruire.

   La tromba d’aria che ha colpito la Riviera del Brenta e devastato la vita della popolazione non ha fatto sconti al patrimonio artistico per il quale la zona è famosa nel mondo: Villa Fini è stata resa al suolo. Villa Ducale, Villa Caggiano, barchesse e pertinenze tra Dolo e Sambruson, sono finite nel vortice. Un patrimonio ingente sembra compromesso per sempre.

   Ma d’intesa con il presidente della Regione Luca Zaia, l’Irvv, l’istituto che si occupa della valorizzazione e conservazione delle ville venete, non si arrende. Dalla scorsa settimana, dopo il sopralluogo dell’assessore competente Cristiano Corazzari, è stato distaccato presso la sede Irvv un funzionario regionale per la gestione dell’emergenza e la messa in sicurezza, con la definizione di un protocollo per sburocratizzare e velocizzare la macchina della ricostruzione, considerando che il 50% delle ville è vincolato.

   «Ripartiremo» conferma Giuliana Fontanella, presidente Irvv. «Quando nacque questo istituto, nel 1958, molte ville erano state distrutte dalla guerra ma le abbiamo salvate. Abbiamo ricostruito la Fenice e il campanile di San Marco, possiamo ricostruire anche una villa veneta andata distrutta da una tromba d’aria. Noi non vogliamo arrenderci e non vogliamo perdere i punti di riferimento. La Riviera è un pezzo di storia, non solo dei veneti».

   UN PATRIMONIO DI OLTRE 4 MILA VILLE, 4.238 edifici per l’esattezza, di cui 3.803 in Veneto e 435 in Friuli Venezia Giulia. Solo il 14% è di proprietà pubblica o di enti ecclesiastici e l’86% è in mano ai privati.

Mille e 900 sono dimore vincolate ma, spiega Fontanella, oggi «oltre l’80% è in salute». Ed è proprio grazie al costante impegno dei proprietari che molte attività di conservazione e valorizzazione sono andate avanti e a buon fine: si parla, in 55 anni di attività, di oltre 1.900 interventi con finanziamenti per più di 290 milioni.

   L’azione di Irvv si declina nel sostegno alla conservazione e valorizzazione del patrimonio monumentale, oggi anche con interventi diretti e con la concessione dei supporti finanziari. Ma non solo. Si sta cercando di mettere tutto il sistema in rete. E non è facile.

   Rispetto altre zone anche più note, come la VALLE DELLA LOIRA, noi siamo partiti in ritardo. «Stiamo lavorando molto bene con i privati» spiega la presidente. «Già da cinque anni hanno compreso e abbracciato il valore della Carta dei servizi proposta dalla Regione per una serie di offerte di tipo turistico. Chi si è messo in rete può offrire il suo patrimonio in diverse forme: ALBERGO, RISTORANTE, SEDE PER EVENTI. Stiamo diventando il simbolo di un nuovo turismo veneziano che cerca la terraferma».

   Molte ville private hanno salvato e valorizzato anche il patrimonio attorno come PARCHI e GIARDINI: oggi producono agroalimentare di eccellenza (prodotti agricoli e vino), hanno aperto delle vere e proprie cantine o bed and breakfast come nel caso di VILLA DA SCHIO a Longare.

   «Venezia, già nel ’500» ricorda Fontanella «aveva creato un sistema economico e commerciale nel suo territorio oltre la Laguna. A distanza di così tanti anni queste ville sono tornate ad essere anche centri economici».

   Dal punto di vista culturale l’evento centrale resta il Festival delle ville venete nato proprio per far conoscere questo patrimonio. «La nuova strategia turistica veneta sta dando i primi risultati» spiega Fontanella «ma dobbiamo lavorare ancora molto, con offerte più mirate e affinare la narrazione di questo immenso patrimonio che oltre le colonne, varcata la soglia, svela tesori immensi del Tiepolo, Palladio, Veronese».

   La richiesta di Fontanella ora è quella di FAR ENTRARE NELLA RETE ANCHE LE COMUNITÀ (MUNICIPI) con proposte di valorizzazione dei percorsi. «Quest’anno» spiega «con il Festival che dura da giugno a ottobre siamo riusciti a calendarizzare oltre 120 eventi grazie anche al link con l’associazione Dimore storiche».

   Quest’anno il Festival, che è alla sua settima edizione, è dedicato all’Expo 2015. Il cuore è la mostra sulla Civiltà veneta a opera di Cisa-Palladio a Villa Contarini a Piazzola sul Brenta. Gli eventi sono realizzati da Arteven e coprono tutte le sette province. «Dai dati che abbiamo c’è notevole interesse 2-300 presenza a evento» chiude Fontanella «con arrivi anche da lontano e moltissimi stranieri».

   Prosegue infine il grande PROGETTO PER L’ACCESSIBILITÀ DEL PATRIMONIO CULTURALE. In Villa Venier a Mira sono state abbattute tutte le barriere: dalle pedane per i disabili, alle video-guida in braille, fino ai pannelli accessibili a tutti: disgrafici, dislessici, ciechi e sordi. Un prototipo da esportare. (Eleonora Vallin)

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VILLA FINI RIDOTTA IN MACERIE

di Giacomo Piran, da “il Corriere delle Alpi” del 10/7/2015

DOLO – Quindici perle della RIVIERA DEL BRENTA distrutte o danneggiate dalla tremenda tromba d’aria che mercoledì 8 luglio ha colpito la zona di Dolo. Si tratta delle STORICHE VILLE RIVIERASCHE, famose in tutto il mondo e che in passato erano state le dimore estive dei nobili veneziani che venivano a trascorrere il periodo estivo nella calma e splendida Riviera del Brenta.

   Per la maggior parte si tratta di ville private ancora abitate mentre alcune sono aperte al pubblico per visite guidate come villa Badoer Fattoretto che ospita anche il “Museo del Villano” con migliaia di attrezzi storici che raccontano la vita agreste del tempo.

   Alcune altre ville, come villa Ducale, villa Gasparini e barchessa di villa Fini, sono state destinate ad alberghi o ristoranti ospitando ogni anno migliaia di turisti.

   I danni alle dimore sono impressionati e ingentissimi con i tetti delle ville che si sono sbriciolati. SIMBOLO DI QUESTA “APOCALISSE” È VILLA FINI PIVA con il corpo principale della dimora che è stato completamente raso al suolo. La villa è una delle più belle della Riviera. Le prime notizie riguardanti l’edificio sono segnalate nel 1665 quando Zuane Antonio Toderini diventa proprietario di 75 campi in “villa della Mira”. La villa risalirebbe quindi a metà del 17esimo secolo.

   La dimora divenne poi proprietà dei nobili veneziani Fini che apportarono numerosi interventi dal punto di vista architettonico e decorativo. Anche il parco di villa Fini è stato completamente distrutto mentre invece danni enormi sono stati subiti dalle due barchesse nelle quali sono letteralmente volati i tetti. Danni anche al vicino ristorante “Villa Fini” che ha subito la distruzione del tetto e del giardino. Sempre nella zona di località Cesare Musatti ci sono stati danni ingenti per villa Migliorini, con parte barchesse danneggiate e il sollevamento del tetto del corpo principale del complesso.

   I turisti che attraversavano la Riviera potevano ammirare anche villa Gradenigo dove le impalcature presenti per il restauro sono crollate dentro l’abitazione mentre il tetto, che è appena stato fatto, è andato distrutto. Danni ai tetti e al giardino di villa Gaggiano, in Barchessa Ghiraldo, nell’hotel villa Gasparini Palazzetto, in villa Driutti Sicurella, in villa Golin e in villa Cà da Mosto.

   Completamente distrutto anche il parco e il tetto di villa Rocca Ciceri Bressan, ora conosciuta con il nome di Villa Ducale storico albergo e ristorante della Riviera del Brenta. La tromba d’aria ha colpito anche un importante progetto di restauro che vedeva coinvolta villa Mocenigo, che si trova lungo la Brentana all’altezza del “Ponte Novo”.

   La villa, che sta subendo un intervento di restauro per poi diventare uno show room di calzature di altissima moda, ha avuto danni sia al tetto che nella vicina barchessa. Nella zona di via Ettore Tito, sull’altro argine del Naviglio Brenta lungo la cosiddetta “Strada Bassa”, hanno subito danni tre storiche ville. Si tratta di villa Tito che ha avuto il tetto distrutto, il parco con alberi centenari che è stato travolto dalla furia del vento mentre un albero è crollato sopra la storica chiesetta. Tetto e parco danneggiati anche per villa Velluti mentre in villa Badoer Fattoretto, sono stati colpiti il parco, alcune statue, mentre alcuni alberi sono crollati devastando la storica cancellata. (Giacomo Piran)

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CACCIATRICE DI CICLONI PRONTA DAL MATTINO: “I SEGNALI C’ERANO”

di Silvia Madiotto, da “il Corriere del Veneto” del 11/7/2015

   I cacciatori di tornado sono fatti così, a un certo punto prendono e partono, ovunque si trovino, e non importa quanti chilometri ci siano da fare: si va dov’è annunciato un temporale di forte intensità, dove potrebbero verificarsi fenomeni atmosferici particolari come le trombe d’aria che inseguono. Perché lo sanno, non con assoluta certezza ma lo sanno.

   Mercoledì mattina 8 luglio VALENTINA ABINANTI, 32enne di Novara, e i suoi amici sono partiti in auto per convergere sul Veneto, 300 (e oltre) chilometri più in là a caccia di tornado.

Valentina, com’è nata questa passione?

“Vado anche negli Stati Uniti a documentare le trombe d’ari, da dieci anni. Mi hanno sempre affascinata, fin da bambina. Nel 2003 il mio paese era stato colpito da un fenomeno molto intenso e lì ho iniziato a studiare, ad approfondire e a inseguire questi episodi. Ma vorrei precisare che noi non sfidiamo le perturbazioni, documentiamo in sicurezza. Ci avviciniamo ai luoghi colpiti solo dopo, per studiare i percorsi e i danni, così da classificare il fenomeno. Ma anche per dare una mano, se possiamo renderci utili”.

Come funziona la vostra caccia?

“Io e i miei amici monitoriamo i radar meteorologici on line e analizziamo i modelli fisico-matematici che permettono di fare previsioni in modo accurato. Dall’analisi dei dati dei giorni prima dell’evento, anche a causa delle elevate temperature della settimana precedente, era previsto lo sviluppo di temporali molto intensi e vortici a Nordest, e avevamo deciso di puntare verso Pordenone. Arrivati all’altezza di Spinea la cella dell’alto vicentino mostrava quello che in gergo viene definito “flying eagle”: le precipitazioni si dispongono a formare le ali di un’aquila nella riflettività radar. Ci siamo mossi su Vicenza ma il temporale si stava spostando a sud-sud est, e l’abbiamo seguito. Nei pressi di Dolo ha preso forma una incredibile struttura e abbiamo assistito a un repentino e impressionante aumento dei fulmini nube-terra positivi”.

Ed è stato un disastro. Aveva mai assistito a un fenomeno simile?

Ne ho visti circa un centinaio, la quasi totalità negli Stati Uniti. Ma mai come questo. Rimarrà negli annali, la forma e la dimensione del cono erano impressionanti. Era simile a quello che avevo documentato in Texas ma è stato di intensità maggiore. Quello era un F2, questo era fra EF3 e un EF4”.

Con quanto preavviso riuscite a prevedere un tornado?

“Con anticipo anche di 24-48 ore si può individuare un’area, estesa anche cento chilometri, con parametri favorevoli. Ma mercoledì l zona comprendeva la gran parte della Pianura Padana dal Veneto al Friuli. Poche ore prima si può stringere il campo, fare ipotesi quando si formano i cumulonembi, ma non il punto preciso né l’orario, sarebbe fantasia. Il tornado si scopre quando è al suolo, o poco prima che lo sia, osservando la velocità dei venti al radar dopler. Si può intuirne la velocità di spostamento e la direzione, ma solo quando c’è già. Ma noi siamo già lì. Partiamo appena c’è una possibilità, così possiamo documentarne tutto il percorso”. (Silvia Madiotto)

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UN SITO METEO AVEVA LANCIATO L’ALLARME: “EVENTI VORTICOSI”

di Gloria Bertasi, da “il Corriere del Veneto” del 11/7/2015

   “Potrebbe realizzarsi una convergenza di correnti molto pericolosa, in grado potenzialmente di produrre temporali molto violenti, grandinigeni ed estremi, associati cioè possibili eventi vorticosi”.

   Erano le 15.05 di mercoledì 8 luglio quando il portale di previsioni meteorologiche “Meteolive.it”

(http://meteolive.leonardo.it/ )

preannunciava una situazione “davvero delicata”. La previsione è passata in sordina ma non poteva essere più precisa. Indicava i luoghi – l’area del Brenta -, l’intensità delle precipitazioni e le cause del rischio, un mix allarmante di caldo, umidità e venti provenienti da tre direzioni diverse che si sarebbero di lì a poco scontrati trasformandosi nel tornado che ha devastato la Riviera del Brenta. A dare l’allarme l’esperto in meteorologia e previsioni Alessio Grosso, autore di diversi “meteo thriller”, editi da Mursia.

Come siete arrivati a una previsione così precisa?

“Inanzitutto, il nostro non è un avvis di allarme, non siamo la Protezione Civile. Pssiamo pubblicare cosa prevediamo in base a modelli matematici, esperienza e statistiche ma nulla di più, pena la denuncia per procurato allarme.

La vostra è la previsione più vicina all’accaduto, com’è stata elaborata?

“Erano tre giorni che c’erano tutti i segnali, i modelli continuavano a dare sempre le medesime indicazioni, che poi si traducessero in una bomba d’aria, ossia un passaggio vorticoso meno pericoloso, o in un tornado, non potevamo saperlo con precisione”.

L’annuncio dell’arrivo di un tornado di maltempo “davvero delicata” lo avete dato però mercoledì 8 (il giorno dell’accadimento, ndr).

“Avevamo anticipato la possibilità di precipitazioni e venti. Mercoledì mattin il nostro modello ci ha dato l’ultimo aggiornamento che dava confluenza di venti da ovest, est (Bora, ndr) e da nordovest, a quel punto ci è sembrato doveroso informare del rischio”

Come avete individuato le aree in pericolo?

“Il Brenta è il primo luogo che ci è venuto in mente, abbiamo vagliato l’Adige, scartandolo subito, e quindi esteso l’area a quella del fiume Bacchiglione mentre era chiaro che il Piave sarebbe stato colpito poco. Ad aiutare i previsori, oltre ai modelli, ci sono esperienza, statistica e tipologia del territorio”.

E’ possibile anticipare eventi atmosferici così gravi con precisione?

“A tre giorni dal fenomeno si può già intuire, in questo caso l’ondata di maltempo, il caldo intenso e l’umidità facevano pensare al peggio, poi è vero che la meteorologia non è una scienza perfetta e le carte possono cambiare. E poi c’è la statistica che aiuta”.

Ma il Veneto non è terra di tornado.

“Non è vero, un paio di anni fa mi sono ritrovato in mezzo a un tornado di minor rilevanza più a est, tra Portogruaro e Latisana e non dimentichiamoci l’F5 (il livello più pericoloso in assoluto di tornado, ndr) del 1930 che ha spazzato via la chiesa di Selva del Montello, i 36 morti dell’11 settembre 1970 tra Padova e Venezia, il tornado del 6 luglio 1997 a Bibione con un turista austriaco morto, l’evento del 6 giugno 2009 a Riese e del 6 luglio 2008 ad Albignasego”. (Gloria Bertasi)

Il Tornado sulla Riviera del Brenta
Il Tornado sulla Riviera del Brenta

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COSA SONO I TORNADO, COME SI FORMANO E COME COMPORTARSI

da http://www.meteotreviglio.com/ ,15/7/2015

   Dopo il recente passato, con la formazione del Tornado di Mira e Dolo nel Veneziano che alla fine è stato ufficialmente classificato da Arpa Veneto e dall’ESSL (European Severe Storms Laboratory) come EF4 sulla scala Enhanced Fujita che va dal minore EF0 al più distruttivo EF5 in base appunto alla stima dei danni rilevati nel post evento tornadico, la cacciatrice di Tornado Italiana Valentina Abinanti oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico.    La presente guida in formato PDF è scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi visto che in Italia la cultura sui Tornado è molto arretrata o comunque non trattata con doveroso rispetto.

LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.

Ecco come viene distribuita la scala Enhanced Fujita e il livello di danni associato ad essa.

EF0: venti  compresi tra 104 e 137km/h

Danni alle strutture superficiali e alla vegetazione. Le strutture ben costruite rimangono generalmente indenni; al più qualche danno di lieve entità a finestre, tetti e camini. Cartelloni e insegne di grandi dimensioni possono essere abbattuti. Gli alberi possono avere grossi rami rotti, e possono essere sradicati se hanno radici poco profonde. Qualsiasi tornado che non causa alcun danno oppure rimane in campo/mare aperto è sempre classificato come EF0

EF1: venti compresi tra  138 e 177km/h

Danni significativamente maggiori rispetto all’ EF0. A questo livello si registrano danni significativi a tutte le strutture temporanee (bungalow, case “mobili” ); le automobili vengono spostate. Strutture permanenti possono subire gravi danni ai tetti.

EF2: venti compresi tra 178 e 217km/h

Le strutture ben costruite subiscono gravi danni: tetti divelti e crollo delle pareti esterne. Le case mobili (strutture temporanee) vengono quasi totalmente distrutte. Le automobili vengono sollevate da terra, e gli oggetti più leggeri diventano veri e propri missili capaci di creare danni al di fuori del percorso principale del tornado. Nelle aree boschive gran parte degli alberi vengono spezzati o sradicati.

EF3: venti compresi tra 218 e 266km/h

A questo livello il tornado diventa statisticamente molto più distruttivo e anche mortale. Poche parti degli edifici rimangono in piedi, le strutture fisse perdono tutte le pareti esterne e gran parte di quelle interne. Veicoli di piccole dimensioni e gli oggetti di dimensioni analoghe vengono sollevati da terra e ”sparati” come proiettili. Le aree boschive subiranno la perdita quasi totale di vegetazione. Statisticamente parlando, EF3  è il livello massimo che consente alle stanze del primo piano al centro della casa di essere ancora un rifugio sicuro.

EF4: venti compresi tra 267 e 322km/h

I danni provocano la perdita totale della struttura interessata. Le case ben costruite sono ridotte ad un cumulo di macerie. Grandi veicoli pesanti, tra cui aerei, treni e camion di grandi dimensioni, vengono capovolti ripetutamente e spostati a brevi distanze. Grandi alberi sani vengono completamente scortecciati o abbattuti. Le autovetture e gli oggetti di dimensioni analoghe vengono gettate a distanze considerevoli. La casa diventa un rifugio insufficiente per l’ incolumità delle persone. L’ unico rifugio sicuro diventa il bunker.

EF5: venti maggiori di 322km/h

Distruzione quasi sempre totale. Le macerie delle case vengono “lanciate” a distanze considerevoli. La maggior parte dei detriti non è riconoscibile. Automobili e macchine agricole vengono gettate a distanza di chilometri e rese irriconoscibili. Interi villaggi vengono rasi al suolo.

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COME SI FORMA UNA TROMBA D’ARIA?

da http://www.focus.it/ del 9/7/2015

– Sono tra i fenomeni meteorologici più violenti, con venti che possono toccare i 500 km/h: ecco come si formano trombe d’aria e tornado in Italia. –

   La tromba d’aria che si è abbattuta l’8 luglio sulla cittadina di Dolo e sugli altri paesi limitrofi della Riviera del Brenta (in Veneto), devastando alberi e case e causando la morte di una persona e il ferimento di 30 abitanti, riporta all’attenzione il tema di un fenomeno meteorologico più comune di quanto si creda nella nostra Penisola.

LE CAUSE.

In Italia, i venti caldi e umidi provenienti da sud scorrono, negli strati bassi dell’atmosfera (cioè tra 0 e 1.000 m), al di sotto di venti freddi e secchi presenti in quota (fino a 5.000 metri) e provenienti da nord, nord-ovest.    L’aria calda dei venti di bassa quota sale verso l’alto mentre l’aria fredda dei venti di alta quota scende, creando un cilindro d’aria rotante parallelo al suolo.

   A questo punto, le correnti calde ascendenti spingono verso l’alto un’estremità del cilindro, che sollevandosi continua a ruotare con l’asse perpendicolare al suolo: il tornado si è formato. L’aria in rotazione può raggiungere anche i 500 km/h ed esercitare sugli oggetti a terra pressioni fino a una tonnellata per metro quadrato.

PERCHÉ IN ITALIA SONO COSÌ FREQUENTI LE TROMBE D’ARIA

Fenomeno misterioso. Le trombe d’aria sono, senza dubbio, i vortici nell’atmosfera più impressionanti che un uomo possa osservare. «La loro formazione è complessa e non sono ancora chiari tutti i meccanismi coinvolti. Siamo certi che sia necessaria la presenza al suolo di aria umida e calda, di aria più fredda in alta quota e di venti con direzioni e velocità diverse.

   In queste condizioni, le masse d’aria in risalita possono avvitarsi in un moto rotatorio che dà origine al vortice del tornado» spiega Andrea Giuliacci, docente di Fisica dell’Atmosfera presso

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COSA FARE IN CASO DI TROMBA D’ARIA

da http://www.meteo.it/

   I tornado più violenti possono spazzar via interamente una casa e i suoi occupanti, ma per fortuna la maggior parte delle trombe d’aria che si formano non sono così intense. Conoscere i luoghi sicuri e le vie di fuga può, in ogni caso, essere molto utile, per evitare di subire danni personali a causa del passaggio di una tromba d’aria.

Come si formano i Tornado?

La formazione di questi fenomeni meteorologici estremi è tutt’altro che banale. I tornado si verificano in presenza di masse d’aria calda e umida che scorrono nei bassi strati dell’atmosfera, mentre al di sopra sopraggiungono venti più freddi e secchi, presenti in alta quota.

   In queste situazioni l’elemento fondamentale è il forte contrasto termico: al contatto tra le masse d’aria, quella calda tende a salire verso l’alto, mentre l’aria più fredda (e più pesante) cade verso il basso, con un moto vorticoso amplificato quando le direzioni dei venti al suolo e in quota hanno diverse velocità e direzioni.

   I tornado più potenti sono quelli MESOCICLONICi, cioè quelli che si originano alla base di nubi cumuliformi, temporalesche, roteante. In queste situazioni, un ingrediente fondamentale perché il tornado si inneschi è l’umidità presente in atmosfera, un vero e proprio “carburante” per lo sviluppo di fenomeni intensi. Bisogna sottolineare che non sempre queste condizioni atmosferiche danno vita alla formazione di tornado: bastano alcune minime variazioni per smorzare sul nascere la possibilità che si formi il vortice.

COSA FARE SE TI TROVI…

In una casa con un seminterrato: stare lontani da porte e finestre. Raggiungere il seminterrato e rifugiarsi sotto un piano di protezione resistente (tipo un pesante tavolo o un banco di lavoro), o coprirsi con un materasso o un sacco a pelo, possibilmente proteggere la testa con un casco o elmetto. Evitare di posizionarsi sotto oggetti pesanti che si trovano al piano sopra (tavoli, frigoriferi, lavatrici): il pavimento indebolito potrebbe crollare.

In una casa senza piano interrato, o appartamento: stare lontani da porte e finestre. Dirigersi verso il piano più basso, e rifugiarsi o in una piccola stanza centrale della casa (come un bagno o un ripostiglio), o sotto una scala, o in un corridoio interno senza finestre. Accucciarsi il più possibile al pavimento e coprire la testa con le mani. Una vasca da bagno potrebbe offrire una protezione parziale. Anche in una stanza interna, è necessario coprirsi con una sorta di imbottitura spessa (materasso, coperte, ecc), per proteggersi contro le cadute di detriti nel caso in cui il tetto o il soffitto crollino. Nel caso lo si abbia indossare un casco o un elmetto.

In un edificio pubblico, ospedale, casa di cura o grattacielo: dirigersi in una zona senza finestre, solitamente centrale, dell’edificio – lontano da vetri e al piano più basso possibile. Accovacciarsi e coprire la testa. Le scale interne sono generalmente buoni rifugi per mettersi al riparo, e se non troppo affollate, consentono di raggiungere il piano terra più velocemente. Evitare gli ascensori; si potrebbe essere intrappolati in caso di mancanza di corrente.

In una roulotte o camper: uscire velocemente. Anche se la roulotte fosse ancorata a terra, non è sicuro rimanere all’interno. Dirigersi verso una vicina struttura, o un rifugio.

A scuola: dirigersi verso la sala più interna o in una stanza senza finestre in modo ordinato. Accucciarsi al pavimento, a testa bassa, e proteggere la parte posteriore della testa con le braccia. Stare lontano da finestre e ampie stanze aperte come palestre e auditorium.

In una macchina o un camion: i veicoli sono estremamente pericolosi in caso di tornado. Se il tornado è visibile, e ancora lontano, e la viabilità non è congestionata, si riesce a non incrociare il suo percorso spostandosi ad angolo retto rispetto alla direzione del tornado. Appena possibile cercare riparo all’interno di un edificio solido, o in un sotterraneo, se possibile.

   Se sorpresi da venti forti o detriti, parcheggiare l’auto nel modo più rapido e sicuro possibile, lontano dalle corsie. Rimanere in macchina con la cintura di sicurezza allacciata. Abbassare la testa sotto il livello dei finestrini e ripararla con le mani o possibilmente con una coperta, un cappotto, o qualcosa di imbottito. Se è possibile allontanarsi dalla carreggiata in maniera sicura, abbandonare il veicolo e sdraiarsi a terra, negli avvallamenti del terreno coprendosi la testa con le mani. Evitare di cercare riparo sotto i ponti, che in generale possono risultare pericolosi e non offrono adeguata copertura dai detriti alzati dal vento.

Nelle aree all’aperto: se possibile, cercare rifugio in un edificio. In caso contrario, sdraiarsi a faccia in giù sul terreno, proteggendosi la parte posteriore della testa con le braccia. Tenersi il più lontano possibile da alberi e auto che possono esservi scagliati contro dalla furia del tornado.

In un centro commerciale o negozio di grandi dimensioni: non fatevi prendere dal panico. Seguire gli altri. Dirigersi il più rapidamente possibile verso un bagno interno, un ripostiglio o un altro spazio chiuso piccolo, lontano dalle finestre.

In una chiesa o un teatro: non fatevi prendere dal panico. Se possibile, dirigersi rapidamente ma in maniera ordinata verso un bagno interno o corridoio, lontano dalle finestre. Accucciarsi a faccia in giù e proteggere la testa con le braccia. Se non c’è abbastanza tempo per farlo, mettersi sotto i sedili o le panche, proteggendo la testa con le braccia o le mani.

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TORNADO IN ITALIA: NEL 2014 SONO STATI 33

da Meteo.it 13 marzo 2015

   Quanti tornado toccano il suolo italiano ogni anno? Dopo un lavoro di schedatura e annotazione di date, località, tipologia dell’evento, foto, video e carte meteorologiche, quello che ne è venuto fuori è interessante, sono ben 33 i tornado che hanno toccato il suolo nel 2014. Difficile dire se questi fenomeni sono in aumento rispetto al passato, prima d’ora i dati sono pochi e parziali. Bisogna tenere presente che se 30 anni fa una tromba d’aria toccava il suolo tra le risaie del vercellese, questa era vista dal contadino che lì lavora e da pochi altri. Ora è molto più facile venirne a conoscenza grazie alle segnalazioni sul web e sui social network; è infatti proprio grazie a Facebook e alle segnalazioni delle persone sulla pagina Facebook “Tornado in Italia” e Rete Meteo Amatori che siamo venuti a conoscenza della maggior parte degli eventi.

Downburst o Tornado?

Spesso dopo violenti temporali caratterizzati da forti raffiche di vento si sente parlare di “tromba d’aria”: in realtà il più delle volte, i danni causati dal forte vento sono da attribuire a quello che in gergo viene chiamato downburst, ovvero la corrente discendente della nube temporalesca. Nei temporali più violenti, come quelli a supercella, le raffiche di downburst possono raggiungere velocità prossime ai 100km/h, simili a quelle di un tornado “debole”.

   Vi è però una differenza fondamentale: le raffiche di downburst si propagano linearmente, i venti associati ad un tornado ruotano intorno ad un asse verticale. Quello che contraddistingue un tornado o una tromba d’aria dalle raffiche di downburst, è il classico imbuto. Per questo il tornado viene chiamato nube ad imbuto!

   Un’altra notevole differenza sta nei danni che essi causano. Essendo i downburst venti che soffiano (molto approssimativamente) verso un’unica direzione, la traccia dei detriti, come ad esempio i rami spezzati, punteranno verso un’unica direzione; allo stesso modo i pali o gli alberi saranno piegati verso quella direzione. L’area soggetta a danni di questo tipo è molto grande e discontinua. L’area colpita da un tornado è in genere molto minore (dall’alto si può vedere la classica traccia lunga e stretta). La traccia dei detriti lasciata dalla nube ad imbuto è disposta in modo circolare. Si possono vedere tronchi di alberi spezzati o scorticati e pericolosissime schegge conficcate nei muri. Anche per questo è bene osservare questi eventi da molto lontano.

Come si misura l’intensità di un Tornado?

Misurare la velocità del vento di un tornado è piuttosto complesso, bisognerebbe infatti lanciare all’interno di esso un anemometro. Così, nel 1971, IL PROF. FUJITA HA IDEATO UNA SCALA IN BASE ALLA QUALE AD OGNI TIPOLOGIA DI DANNO CAUSATO DAL TORNADO VENIVA ASSOCIATA UNA VELOCITÀ DEL VENTO: questa è LA SCALA FUJITA. Studi successivi l’hanno poi migliorata e aggiornata finché nel 2007 si è passati alla SCALA ENHANCED FUJITA (EF). Più complessa e precisa della precedente tiene conto di molte più tipologie di danni. I gradi di questa nuova scala vanno da EF0 a EF5.

   Ecco la lista di tutti gli eventi documentati da Rete Meteo Amatori che nel 2014 hanno toccato il suolo italiano; le trombe marine non sono contemplate essendo probabilmente diverse centinaia e quindi di difficile stima. La regione con più tornado è il Veneto, ne sono stati segnalati ben 5! Il mese con più eventi è agosto a cui segue luglio. Si ricordi infatti che l’anno scorso i mesi estivi siano stati piuttosto perturbati. I tornado sono stati per lo più di debole intensità; solo uno ha raggiunto con certezza il secondo grado della scala EF, il tornado di Notantola (Emilia Romagna) del 30 aprile.

   Si ricordi infatti che l’anno scorso i mesi estivi siano stati piuttosto perturbati. I tornado sono stati per lo più di debole intensità; solo uno ha raggiunto con certezza il secondo grado della scala EF, il tornado di Notantola (Emilia Romagna) del 30 aprile.

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CHE DIFFERENZA C’È TRA UN TORNADO E UNA TROMBA D’ARIA?

da http://www.3bmeteo.com/

   Le espressioni “tornado” e “tromba d’aria” sono sinonimi. È sbagliato quindi pensare che un tornado sia una tromba d’aria molto più forte: SONO CONCETTUALMENTE LA STESSA COSA. Per semplice abitudine, in Italia fenomeni del genere vengono chiamati trombe d’aria, in altre parti del mondo (come negli Stati Uniti) si preferisce usare l’espressione tornado (twister in inglese).

   Il nostro Paese non è immune da questi fenomeni: in Italia in media si verificano 8-10 trombe d’aria all’anno, solitamente concentrate tra l’estate e l’autunno.

   Le zone maggiormente colpite sono le aree pedemontane alpine, il Friuli, il Ponente Ligure, le coste dall’alta Toscana e del Lazio e la Sicilia orientale. Nelle trombe d’aria “italiane” di solito il mulinello ha un diametro di 50-150 metri, con venti che ruotano intorno al centro del mulinello alla velocità di 100-150 km/ora, mentre l’imbuto si sposta insieme alla nube temporalesca alla velocità di circa di 30-40 km/ora.

Fortunatamente questi “mostri” meteorologici hanno durata breve (difficilmente oltre i 30 minuti), riuscendo così a percorrere solitamente distanze limitate, in media 5-10 km. La rarità del fenomeno e la ristretta area da esso interessata fanno sì che la probabilità che un dato luogo sia investito da una tromba d’aria risulti molto bassa, ma purtroppo non del tutto remota.

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L’ARPAV: “UNO DEI TORNADO PIÙ FORTI DI SEMPRE IN VENETO”

da http://nuovavenezia.gelocal.it/

Vento stimato tra i 270 e i 320 km orari. Ma nel 1930 ce ne fu uno ancora peggiore a Selva del Montello

VENEZIA. E’ stato uno dei tornado più forti di sempre in Veneto, forse secondo solo a quello che, nel 1930, si portò via la chiesa di Selva del Montello, nel Trevigiano. L’Arpav ha classificato come EF4 (scala Enhanced Fujita) la tromba d’aria di mercoledì 8 luglio 2015 a Dolo e dintorni, mentre quello del 1930 fu un EF5. In ogni caso, un tornado fortissimo anche questo: vento stimato tra i 270 e i 320 km orari.    La “classifica” dei tornado, nella storia del Veneto, vede annoverati, fra i peggiori, quello di Vallà di Riese (Treviso) del 6 giugno 2009 e quello del 6 luglio 2008 a Salboro e Albignasego (entrambi EF3).

Fenomeni non inediti, dunque, nella nostra regione, che – scrive l’Arpav – assomiglia a una pianura americana in miniatura. Ma sono gli Stati Uniti, in particolare le estese campagne del Midwest, a fare più spesso i conti con la furia distruttiva di queste trombe d’aria

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CATASTROFI NATURALI: PREVISIONE E PREVENZIONE

di Roberto Scandone e Lisetta Giacomelli, Dipartimento di Matematica e Fisica, Università degli Studi Roma Tre, da SCIENZE E RICERCHE del 27/7/2015 (http://www.scienze-ricerche.it/ )

– Pubblichiamo l’articolo di apertura del numero monografico di Scienze e Ricerche dedicato a: “Le catastrofi naturali in Italia“. – 

   Secondo la definizione delle Nazioni Unite, una catastrofe o disastro è ‘un evento concentrato nel tempo e nello spazio, nel corso del quale una comunità è sottoposta a un grave pericolo ed è soggetta a perdite dei suoi membri, o delle proprietà o dei beni, in misura tale che la struttura sociale è sconvolta e risulta impossibile lo svolgimento delle funzioni essenziali della società stessa’. 

   Negli ultimi decenni, gli eventi naturali con effetti disastrosi sembrano diventati sempre più frequenti e per spiegarne la ragione si invocano le più svariate motivazioni. Il principale imputato è l’inquinamento prodotto dalle attività umane, le cui ripercussioni principali sarebbero il riscaldamento globale, il buco dell’ozono e molte altre conseguenze.

   Senza volerne negare l’esistenza e l’entità, l’impatto dell’inquinamento da solo non basta a descrivere una realtà che è molto complessa: le cause che innescano i disastri possono essere anche molte altre, così come molteplici sono le tipologie degli eventi capaci di causare gravi danni. Se da una parte terremoti ed eruzioni seguono tempi di ritorno geologici, misurati in termini di centinaia, migliaia o milioni di anni, le mutazioni climatiche, influenzate principalmente da variabili astronomiche, seguono trend secolari che possono avere impatti anche nel breve termine.

   Tutti questi elementi concorrono a determinare le condizioni per un disastro, ma non ne sono responsabili. Come affermò il sismologo Charles Richter, non sono i terremoti che uccidono le persone, bensì gli edifici mentre cadono. Dietro questa semplice considerazione si cela la verità di fondo del problema: non sono gli eventi che causano il disastro, ma la loro interazione con l’ambiente antropizzato. Fenomeni che sembrano avvenire per la prima volta in una determinata area, in realtà si sono sempre verificati, ma non hanno avuto gravi conseguenze e pertanto sono passati inosservati.

   Ad esempio, molte alluvioni, anche recenti, hanno interessato le aree pianeggianti che si formano lungo i meandri dei fiumi e che sono state inopportunamente occupate da attività industriali, quando non da quartieri residenziali. I fiumi hanno sempre seguito le stesse leggi e quando il meandro diventa troppo pronunciato viene scavalcato dal corso d’acqua al primo aumento di portata. Gli interventi di contenimento della corrente fluviale hanno spesso creato false sicurezze e consentito a amministrazioni poco consapevoli l’utilizzo di aree che possono essere invase dall’acqua in qualsiasi momento nel corso di precipitazioni anche non eccezionali.

   Con la stessa superficialità, la valutazione dell’inquinamento atmosferico non tiene mai nel dovuto conto il contributo del traffico aereo, capace di portare direttamente in quota quantità di scarichi dannosi pari a quelle di centinaia di autostrade. Mentre si fanno timidamente strada le prospettive per ridurre le emissioni dei motori a terra, nulla ostacola il vertiginoso incremento dei voli aerei, la cui frequenza non sempre corrisponde a vere esigenze di trasporto e non sempre produce l’auspicata emancipazione culturale.

   Da sempre, la possibilità di sviluppo dell’attività umana è legata al clima e alla struttura fisica del luogo, condizioni da cui dipendono la facilità o meno di procurarsi il cibo e la possibilità di evitare gli eventi naturali più violenti. La storia e l’evoluzione degli insediamenti urbani seguono la capacità dei popoli nel valutare queste caratteristiche e, eventualmente, nel superare le fasi più severe derivanti da una errata conoscenza del territorio. I numerosi resti di città abbandonate indicano posti dove gli esseri umani hanno sottovalutato i rischi, a favore dei possibili vantaggi offerti dalla natura del luogo.

   Le tante Pompei disseminate in varie parti d’Italia sono testimonianza di come la memoria umana cancelli rapidamente eventi traumatici, lontani nel tempo anche solo di qualche generazione. Il panorama delle città e dei borghi d’Italia, a partire dalla preistoria e fino al ‘900, è il risultato del continuo compromesso fra natura e uomo, dove le risorse derivanti dalla terra, dai commerci e dalle guerre, si sono bilanciate con la fragilità dei luoghi e l’ostilità di altri uomini.

   A partire dal ‘900, la crescita della popolazione, associata allo sviluppo della scienza e della medicina, ha progressivamente annullato il faticoso equilibrio che si era realizzato in migliaia di anni. In particolare, con il secondo dopoguerra, il panorama del nostro paese ha subito una duplice trasformazione: da una parte l’abbandono dell’agricoltura e la crescita della società industriale ha portato ad una urbanizzazione di massa, dall’altra il trasporto individuale ha causato una espansione macroscopica delle aree costruite. La speculazione finanziaria ha ulteriormente favorito questo fenomeno di crescita urbana che si è poi slegato dalla effettiva richiesta abitativa.

   Questo processo, sviluppatosi in tempi rapidissimi, grazie anche al progresso delle tecniche edilizie e al dilagare delle fonti creditizie, ha completamente alterato il paesaggio, senza alcuna considerazione della fragilità e del difficile contesto geologico dell’Italia. La trasformazione sociale, da un sistema sostanzialmente basato sull’agricoltura a una popolazione inurbata in città sempre più grandi, ha ulteriormente peggiorato il rapporto uomo-ambiente.

   In breve tempo si è passati da un paese disseminato e controllato da agglomerati contadini autosufficienti, i cui componenti provvedevano anche alla conservazione quotidiana dell’ambiente, a estese aeree urbane, talvolta prive dei connotati di città vere e proprie. Una struttura sociale divenuta sempre più fragile, si è affidata totalmente alle amministrazioni, locali o statali, delegando loro ogni provvedimento basato sulla conoscenza della natura specifica e sulle possibilità di sfruttamento del territorio.

In questo modo, mentre gran parte della popolazione restava nella completa ignoranza dei possibili danni cui poteva essere esposta, le amministrazioni locali sono state, e in larga parte continuano a essere, inadeguate ai nuovi compiti, per la mancanza di strumenti culturali, economici e normativi, indispensabili per la preservazione dell’ambiente e la prevenzione dei rischi derivanti dalla sua profonda alterazione.

   Lo sviluppo incontrollato dell’urbanizzazione in zone a elevato rischio, purtroppo particolarmente estese lungo tutta la nostra penisola, ha esposto un numero sempre crescente di persone alle conseguenze di alluvioni, frane, terremoti e eruzioni. I disastri causati dal dissesto idrogeologico, frequenti in Italia, non nascono da un’occasionale dimenticanza, o mancata allerta, ma sono il risultato della trasformazione del paese che non si è dotato di meccanismi di salvaguardia atti a contrastare la crescente ignoranza ambientale della propria popolazione.

   Insieme al maggior numero di persone e ai beni esposti al rischio, i costi economici delle catastrofi naturali sono andati aumentando nel tempo. Fra il 1944 e il 1990, le spese dello Stato in queste voci di spese sono state pari a 74 miliardi di euro di cui 34 per il terremoto del 1980 in Basilicata-Irpinia (magnitudo 6.9) e 11 per quello del Friuli del 1976 (2 scosse di magnitudo 6.5). Il costo economico dei due terremoti (magnitudo circa 6), dell’Aquila del 2009 (10 miliardi di euro) e dell’Emilia del 2012 (13 miliardi di euro) è paragonabile a quello del Friuli, malgrado la magnitudo inferiore e l’inferiore numero di vittime.

   Analogamente per quanto riguarda le frane e le alluvioni è andata aumentando nel tempo sia la perdita di vite umane, sia il costo economico dei danni. Nel cinquantennio tra il 1850 e il 1899 le vittime e dispersi per frana furono 614, nella prima metà del ‘900 le vittime sono aumentate a 1207, mentre tra il 1950 e il 2008 in Italia ci sono state ben 4103 vittime di eventi franosi (di cui 1917 per il solo Vajont) (La Repubblica 6 Febbraio, 2014).

PREVENZIONE E PREVISIONE DELLE CATASTROFI NATURALI

Di fronte a questo quadro poco confortante, è naturale chiedersi cosa possa fare la scienza per contribuire al miglioramento della situazione e se sia possibile prevedere l’accadimento dei fenomeni naturali in maniera tale da minimizzarne i danni. La risposta dipende soprattutto dal tipo di evento naturale e dal suo sviluppo nel tempo.

   Previsione e prevenzione sono due approcci diversi ai fenomeni naturali e alla loro interazione con l’ambiente. La previsione significa essere capaci di identificare la dinamica di un fenomeno naturale e di conseguenza essere in grado di individuare il momento in cui raggiungerà una fase critica e di quantificarne l’intensità. La prevenzione significa essere in grado di quantificare gli effetti che un fenomeno naturale può avere sull’ambiente e, di conseguenza, individuare le azioni capaci di ridurne l’impatto.

   I progressi maggiori si sono indirizzati verso la prevenzione. Ad esempio, nel nostro paese è ormai ben definito il quadro delle zone suscettibili di essere colpite da terremoti che possono provocare uno scuotimento del suolo con accelerazioni superiori a un determinato valore e la distribuzione geografica delle zone in frana o soggette a possibili inondazioni. Altrettanto conosciute sono le aree che possono essere interessate da fenomeni eruttivi.

   Gli studi compiuti, a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso dalle Università italiane, dal CNR e successivamente dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, hanno riempito un vuoto di conoscenza che il nostro paese si portava dietro dall’Unità d’Italia. Ciò che è mancato è il trasferimento di queste conoscenze a livello di autorità locale. In particolare i Comuni, con le dovute differenze, sembrano marcare un ritardo nell’adeguarsi al progresso delle conoscenze scientifiche e normative formulate a livello nazionale.

L’amministratore locale molto spesso, per ragioni economiche, sociali e particolari, quali gli stretti rapporti con la cittadinanza nel caso di piccole comunità, sembra incapace di far rispettare con rigore le norme di difesa ambientale per poi, al verificarsi di un evento disastroso, ricorrere allo stato di calamità naturale per sanare situazioni pregresse, causate dall’incapacità della stessa o delle passate amministrazioni. Si può ad esempio citare il caso delle ormai ricorrenti e disastrose alluvioni in Liguria e in particolare nella città di Genova, causate dall’esondazione di torrenti noti per la loro impetuosità che attraversano zone urbane, rese sempre più fragili dalla cementificazione e dal restringimento degli alvei.

   La stessa situazione di inadeguatezza si ripete anche per quello che riguarda la previsione. La previsione di un fenomeno naturale potenzialmente pericoloso implica la conoscenza fisica del fenomeno, dei meccanismi che lo generano e dei tempi propri di accadimento.

   I fenomeni meteorologici, benché prevedibili su larga scala, grazie allo sviluppo del monitoraggio attraverso i satelliti e ai modelli computerizzati, hanno tuttavia ancora un grado di imprecisione a piccola scala. La dinamica dell’atmosfera è governata da un numero molto elevato di fattori che non permettono una descrizione in termini deterministici, in quanto le piccole oscillazioni di fattori casuali possono determinare lo sviluppo di condizioni del tutto differenti. A questo proposito bisogna ricordare che tutte le previsioni meteorologiche hanno un grado d’indeterminazione statistica che viene associato alla previsione.

   Negli ultimi anni si sono moltiplicati da parte della Protezione Civile Nazionale gli allarmi per eventi critici meteorologici. Si ha l’impressione che spesso questi allarmi raggiungano una popolazione ormai abituata e demotivata e che cadano nel vuoto, specie se a livello locale non sono operativi specifici piani di trasferimento dell’informazione agli utenti finali. Mancata allerta e falsa allerta sono due posizioni estreme che le autorità possono assumere e che spesso, se risultano a posteriori errate, danno luogo a pesanti conseguenze, umane e giudiziarie.

   Quando l’assunzione di responsabilità non è precisamente definita, si consente un rimpallo di competenze e il verificarsi di errori anche macroscopici che restano spesso impuniti.

   l fenomeno naturale più temuto e che si è rivelato il più pericoloso per l’uomo e per le strutture è il terremoto. I terremoti hanno un tempo di accadimento molto breve, anche se si sospetta che il tempo di preparazione possa essere lungo in funzione dell’energia liberata. In questo caso siamo del tutto ignoranti dei fattori che possono far liberare istantaneamente l’energia accumulata e non sappiamo nemmeno se esistano segnali che precedano questa liberazione su tempi sufficientemente lunghi da permettere un preavviso. Un caso che ha sollevato particolare attenzione è stato quello relativo il terremoto dell’Aquila del 2009 e allo sciame sismico che l’ha preceduto.

   Va premesso che, a livello mondiale, non vi è alcun metodo scientificamente attendibile che permetta di prevedere l’accadimento di un terremoto. Tuttavia, il perdurare di uno sciame sismico, in un’area della quale si conosce la passata storia sismica, dovrebbe allertare l’attenzione della comunità scientifica e della Protezione Civile. Purtroppo in queste situazioni non si conoscono mezze misure e molto spesso si passa dalla totale disattenzione alle scelte più drastiche con evacuazioni forzate “manu militari”.

   Le testimonianze di molti dei sopravvissuti del terremoto dell’Aquila contengono indicazioni di come si sarebbe potuto intervenire per limitare almeno in parte i danni individuali. Tali norme, ben conosciute in altre aree del mondo soggette a rischio sismico, comprendono ad esempio un kit di sopravvivenza (lampade, pile, radio, medicine d’urgenza, documenti, etc) da tenere in luogo sicuro o in prossimità, il parcheggio dell’auto, dotata di pieno di combustibile, in aree lontane da possibili crolli, la verifica puntuale di edifici critici (ospedali, prefetture, caserme, scuole).

   Altrettanto importante è l’informazione scientificamente attendibile e la corretta mediazione attraverso gli organi di stampa e televisione. In questi casi è più efficace l’onesta ammissione d’ignoranza scientifica su quanto potrebbe accadere che le generiche affermazioni di avere la situazione “sotto controllo”. Un atteggiamento corretto favorisce la presa di coscienza individuale e l’adozione delle misure che ciascuno ritiene più opportune.

   Per quanto riguarda le eruzioni, è diffusa la convinzione che ciascuna di esse sia preceduta da una serie di fenomeni come terremoti, deformazione del suolo, emissioni gassose e altri ancora che crescono progressivamente e si intensificano immediatamente prima dell’evento. In realtà, non sempre vi sono fenomeni precursori e, anche quando si manifestano, non sempre hanno un andamento progressivo e non sempre sfociano in un’eruzione.

   D’altra parte è comunque vero che le eruzioni hanno uno sviluppo temporale più lungo rispetto, ad esempio, ad un terremoto, e spesso quelle più violente entrano nella fase critica con un certo ritardo rispetto all’inizio del fenomeno. E’ questa la ragione per cui gli effetti delle eruzioni, spesso catastrofici sul territorio, sono meno tragici per quanto riguarda la perdita di vite umane rispetto a altri fenomeni naturali come terremoti e alluvioni.

   La prevenzione è l’unica arma che abbiamo per difenderci dagli effetti dei fenomeni naturali, ma non deve essere pensata come un intervento calato dall’alto senza alcuna partecipazione individuale. Al contrario, è solo la conoscenza di ciascun soggetto nei riguardi dell’ambiente in cui vive, la vera prevenzione; in tal modo si possono operare scelte consapevoli che ci possano porre al riparo da eventi anche inaspettati.

   Il compito della scuola e delle istituzioni che si occupano di questi problemi sarebbe determinante nel promuovere una consapevolezza che potrebbe rivelarsi decisiva di fronte a un imminente pericolo.

   Purtroppo per molti scienziati, politici e insegnanti, la divulgazione è un ramo del sapere che, invece di essere considerato l’anello di congiunzione tra la ricerca e la sua pratica applicazione, viene trattato come una disciplina minore, assegnata ai soggetti che vengono ritenuti, spesso a torto, i meno capaci.

   Questo atteggiamento, insieme a un diffuso clima di superficialità che non tiene in nessun conto le esperienze del passato e ignora completamente le conseguenze future delle proprie azioni, è una responsabilità di cui molti dovrebbero farsi carico. (Roberto Scandone e Lisetta Giacomelli)

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