MONTAGNA DA RIPOPOLARE o DA ABBONDONARE? – Le FRANE e le piogge intense nelle DOLOMITI pongono la priorità di intervenire per ridurre i disastri periodici – CHE FARE? DARE SPAZIO ai coni franosi naturali irreversibili; RIPOPOLARE E RIPRISTINARE I LUOGHI per i disastri conseguenza dell’abbandono

Il MONTE ANTELAO è la SECONDA CIMA DELLE DOLOMITI, con i suoi 3.264 metri (la prima cima è la Marmolada, con Punta Penìa, che con i 3.343 metri s.l.m è la montagna più alta di tutte le Dolomiti) . L'ANTELAO È LA CIMA PIÙ ALTA E SIMBOLO DELL'INTERO CADORE, è un poderoso insieme piramidale, articolato in gole e camini verticali in tutti i versanti. L’ANTELAO SI CARATTERIZZA PER LE NUMEROSISSIME FRANE che quasi di anno in anno avvengono nel versante meridionale.   - Ricordi tramandati nei secoli ci rimandano al 1348 quando fu distrutto il leggendario VILLAGGIO DI VILLALONGA che si ritiene si estendesse da San Vito a Vodo di Cadore: la frana fu causata da un terribile terremoto, lo stesso che distrusse Lozzo di Cadore.    - Ancora nel 1629 venne travolta la PARTE NORD DEL PAESE DI BORCA DI CADORE.   - documenti conservati presso questo comune descrivono una GRANDE FRANA CROLLATA IL 22 LUGLIO 1737, in totale ci furono 7 morti e la frazione di Sala completamente distrutta.  - Il 21 APRILE 1814 TRE FRAZIONI, fra cui TAULÈN e MARCEANA sulla riva destra del BOITE, furono distrutte. I MORTI FURONO 250. FU LA FRANA PIÙ DISASTROSA NELLA STORIA DELLE DOLOMITI a memoria d'uomo e lasciò un segno indelebile nella storia del paese. Sopra Taulèn è sorta Villanova di Borca.   - Ancora nel 1868 gravi danni alla frazione di CANCIA senza fortunatamente alcun morto.   - La stessa zona fu colpita dalle COLATE DETRITICHE DEL 1994 E DEL 1996, con gravi danni alla stessa frazione senza alcun decesso e   - nel LUGLIO 2009, quando 20.000 metri cubi di fango e ghiaia causarono il decesso di due abitanti.   - Nei giorni scorsi, il 4 agosto, una gigantesca frana di quasi 100 000 metri cubi ha provocato ingenti danni al paese di SAN VITO DI CADORE e causato la morte di tre persone
Il MONTE ANTELAO è la SECONDA CIMA DELLE DOLOMITI, con i suoi 3.264 metri (la prima cima è la Marmolada, con Punta Penìa, che con i 3.343 metri s.l.m è la montagna più alta di tutte le Dolomiti) . L’ANTELAO È LA CIMA PIÙ ALTA E SIMBOLO DELL’INTERO CADORE, è un poderoso insieme piramidale, articolato in gole e camini verticali in tutti i versanti. L’ANTELAO SI CARATTERIZZA PER LE NUMEROSISSIME FRANE che quasi di anno in anno avvengono nel versante meridionale. – Ricordi tramandati nei secoli ci rimandano al 1348 quando fu distrutto il leggendario VILLAGGIO DI VILLALONGA che si ritiene si estendesse da San Vito a Vodo di Cadore: la frana fu causata da un terribile terremoto, lo stesso che distrusse Lozzo di Cadore. – Ancora nel 1629 venne travolta la PARTE NORD DEL PAESE DI BORCA DI CADORE. – documenti conservati presso questo comune descrivono una GRANDE FRANA CROLLATA IL 22 LUGLIO 1737, in totale ci furono 7 morti e la frazione di Sala completamente distrutta. – Il 21 APRILE 1814 TRE FRAZIONI, fra cui TAULÈN e MARCEANA sulla riva destra del BOITE, furono distrutte. I MORTI FURONO 250. FU LA FRANA PIÙ DISASTROSA NELLA STORIA DELLE DOLOMITI a memoria d’uomo e lasciò un segno indelebile nella storia del paese. Sopra Taulèn è sorta Villanova di Borca. – Ancora nel 1868 gravi danni alla frazione di CANCIA senza fortunatamente alcun morto. – La stessa zona fu colpita dalle COLATE DETRITICHE DEL 1994 E DEL 1996, con gravi danni alla stessa frazione senza alcun decesso e – nel LUGLIO 2009, quando 20.000 metri cubi di fango e ghiaia causarono il decesso di due abitanti. – Nei giorni scorsi, il 4 agosto, una gigantesca frana di quasi 100 000 metri cubi ha provocato ingenti danni al paese di SAN VITO DI CADORE e causato la morte di tre persone

   Tutti turisti i morti trascinati dal fango e dai detriti scesi dall’Antelao: un ceco e due tedeschi. La più giovane aveva tra i 20 e i 25 anni. Auto schiacciate, muri abbattuti e impianti sciistici distrutti sono alcuni dei danni provocati dalla frana che martedì sera 4 agosto si è abbattuta su San Vito di Cadore, nel Bellunese.

   Un ripetersi di quel che era accaduto lì vicino, a Borca di Cadore nel luglio del 2009, quando un violento nubifragio causò due morti. E nel novembre 2013 c’è stata un’altra rovinosa frana dall’Antelao. E poi ancora il 12 novembre 2014 quando i massi caduti dalla vetta distrussero il bivacco “Cosi”.

il RU SECCO scava il proprio destino verso valle attraverso vie nuove: la valanga ha cambiato il corso del suo scendere. (…) Rimane un paesaggio lunare. UN CRATERE, FONDO CINQUE, SEI METRI. A SINISTRA, UN PRATO DI UN VERDE SURREALE, incontaminato (…) A destra, la ferita bianca e sanguinante della montagna, la roccia dolomitica pura, non quella ossidata alle quali l’ANTELAO ha abituato il mondo. (Mauro Pigozzo, Corriere del Veneto, 8/8/2015)
il RU SECCO scava il proprio destino verso valle attraverso vie nuove: la valanga ha cambiato il corso del suo scendere. (…) Rimane un paesaggio lunare. UN CRATERE, FONDO CINQUE, SEI METRI. A SINISTRA, UN PRATO DI UN VERDE SURREALE, incontaminato (…) A destra, la ferita bianca e sanguinante della montagna, la roccia dolomitica pura, non quella ossidata alle quali l’ANTELAO ha abituato il mondo. (Mauro Pigozzo, Corriere del Veneto, 8/8/2015)

   La montagna si erode naturalmente, ed è destinata a sparire di qui a non sappiamo quanti millenni. La stessa formazione e bellezza che ci da nel guardare le cime, è frutto del suo pur lentissimo disintegrarsi: se le guglie sono meravigliose è anche merito dell’erosione.

   E’ bello (!?) e importante che il tema della lotta al DISSESTO IDROGEOLOGICO stia diventando una priorità, sotto la spinta del problema del CAMBIAMENTO CLIMATICO che tutti dicono stia accadendo (ci sono più trombe d’aria, c’è più pioggia concentrata in pochi minuti rispetto a quella che una volta veniva in mesi…). E c’è la “presa di coscienza” che un problema sono le opere, i manufatti (case, alberghi, impianti da sci…) che già sorgono in aree a rischio esondazioni, frane, allagamenti; e che vanno rimossi, delocalizzati, portati altrove (anche se sarà dura…). E invece altre volte ci vogliono interventi di manutenzione.

FRANE, le tre fasi - Con il termine FRANA si indicano tutti i fenomeni di movimento o caduta di materiale roccioso sciolto dovuti alla rottura dell'equilibrio statico preesistente ovvero all'effetto della forza di gravità che, agendo su di esso, supera le forze opposte di coesione del terreno
FRANE, le tre fasi – Con il termine FRANA si indicano tutti i fenomeni di movimento o caduta di materiale roccioso sciolto dovuti alla rottura dell’equilibrio statico preesistente ovvero all’effetto della forza di gravità che, agendo su di esso, supera le forze opposte di coesione del terreno

   E che ci vuole una prevenzione come OSSERVAZIONE COSTANTE DEL TERRITORIO: alla quale università, stazioni meteorologiche, istituti di ricerca vi potrebbero dedicare di più (e i luoghi di montagna meriterebbero che sviluppassero “scuole” di questo tipo, che ora quasi sempre sono istituti che vengono dalle città, dalla pianura, che spesso, non sempre, “colonizzano” la montagna con un atteggiamento di studio di tipo “cittadino” come inevitabilmente essi tenderebbero a fare data la loro origine e provenienza geografica).

   In Italia negli ultimi trent’anni si sono registrati oltre 3500 morti per frane. Tutti sono concordi con dire quel che è realmente accaduto, ed è la causa dei morti e dei disastri: L’IMPONENTE E DISORDINATA ANTROPIZZAZIONE DEI TERRITORI, dei luoghi. Gli eventi catastrofici si sono sempre verificati, ma trovavano un tempo più facilmente le loro aree di sfogo. La novità è che oggi dovunque parta una frana, un masso cada o tracimi un fiume, c’è sempre qualcosa da distruggere.

LA FRANA VERSO SAN VITO
LA FRANA VERSO SAN VITO

   Questo è quel che si dice. Ma forse la realtà è più complessa. Tante volte le frane e gli smottamenti sono dati dall’ABBANDONO delle aree di montagna, territori dove la presenza umana era una buona cosa, per segnalare pericoli, smottamenti, ma anche per fare la manutenzione di quelli che erano (sono) “gli sfoghi” dell’acqua in caso di forti piogge (brentane…). Per dire: in zone di montagna i SENTIERI per andare alla propria casa o sulle proprie terre di pascolo, agricole, questi sentieri allora ben tenuti, ben curati, spesso erano lo sfogo naturale dell’acqua quando serviva, diventavano canali naturali a supporto delle brentane.

   Pertanto c’è questa duplice casualità per i disastri di adesso: a volte si è andati a costruire e marcare la propria presenza umana dove bisogna lasciar libera la montagna, al suo lento, libero, inesorabile crollo, frantumarsi verso la pianura; a volte invece è il contrario: la presenza umana, storica, fatta di fatiche impossibili da ripetere, questa presenza umana era (è) utile a evitare frane e danni. E l’abbandono non è stata una cosa buona.

LA SEGGIOVIA DISTRUTTA DALLA FRANA (foto da: LaPresse/Luciano Solero/ilpost.it)
LA SEGGIOVIA DISTRUTTA DALLA FRANA (foto da: LaPresse/Luciano Solero/ilpost.it)

   E altri modi e tecnologie possono essere alternativi alla pura fatica e isolamento delle persone… ad esempio una politica di sostegno dell’economia agropastorale alpina, che aiuti la popolazione a restare in alto in modo dignitoso è più che fattibile, e in Alto Adige sta in parte già accadendo con attività economiche famigliari multiple (di accoglienza turistica, agropastorale, agroalimentare, cura del bosco, taglio controllato del legno come energia e materiale edile alternativi, etc.).

Pessimisticamente: come pensare che tutto questo possa risolversi (la fine delle catastrofi provocate dalle valanghe, dalle frane) in un Paese a vocazione “GRANDI OPERE”, grandi interventi, e colluso con corruzione e denaro facile per ogni intervento pubblico, sociale, che si vuol mettere in atto? (e che ha bisogno di attente “Corti dei conti”, Autorità anticorruzione, etc…).

   Per questo il ripristino della montagna (là dove la si può salvare; dove invece non si può – la franosità dell’Antelao… – lasciamola franare in pace), ogni salvezza e ripristino forse passa anche per una nuova base morale, per un rispetto maggiore verso se stessi e la cosa pubblica.

   La montagna si addice di più, forse, a un atteggiamento onesto e leale: ci è sempre stato detto che in montagna ci si va con grande rispetto, che può essere pericolosa per i suoi eventi climatici più improvvisi che altrove (c’è il sole e dopo 5 minuti un temporale…)… che in montagna possiamo e dobbiamo capire i nostri limiti meglio che altrove; che il paesaggio lì è più sacro che mai. Poi che la montagna “è difficile”: chi ci vive, chi fa economia montana, forse sa meglio (o dovrebbe) che in montagna è cosa più difficile che vivere in pianura.

Il villaggio Eni di Borca di Cadore - A Borca di Cadore c’è il villaggio fatto realizzare alla fine degli anni Cinquanta da Enrico Mattei (villaggio progettato dall’architetto Edoardo Gellner con la collaborazione di Carlo Scarpa). L’idea era di fare delle case vacanze per i dipendenti dell’Eni; poi le costruzioni sono state vendute a turisti. È in mezzo a queste ville che l’Amministrazione comunale e in particolare il Comitato dei cittadini di Borca sorto dopo la frana del 2009 a Cancia, vuole far deviare il canalone
Il villaggio Eni di Borca di Cadore – A Borca di Cadore c’è il villaggio fatto realizzare alla fine degli anni Cinquanta da Enrico Mattei (villaggio progettato dall’architetto Edoardo Gellner con la collaborazione di Carlo Scarpa). L’idea era di fare delle case vacanze per i dipendenti dell’Eni; poi le costruzioni sono state vendute a turisti. È in mezzo a queste ville che l’Amministrazione comunale e in particolare il Comitato dei cittadini di Borca sorto dopo la frana del 2009 a Cancia, vuole far deviare il canalone

   L’intervento che si presuppone dovrebbe partire adesso (di diffusi progetti di risanamento e manutenzione idrogeologica, di spostamento di manufatti in zona pericolosa…) (ma pochi ci credono veramente che sarà fatto qualcosa…), è da chiedersi se questi interventi sapranno uscire dalla logica delle “grandi opere”; saprà non sprecare denaro e non essere motivo di corruzioni, clientele, rendite parassitarie di posizione…, saprà portar rispetto all’ambiente che andrà a porsi in contatto, saprà osservare con attenzione i fenomeni climatici, ambientali, del corso delle stagioni… efficacemente e senza spirito di priorità al “dio denaro”? (speriamo che accada). (s.m.)

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Franco Secchieri, geologo.glaciologo

“L’UNICA PREVENZIONE: LA MAPPA DELLE AREE”

di Daniela Boresi, da “il Gazzettino” dell’8/8/2015

   “la vera prevenzione è l’osservazione costante”. Ne è convinto il professor Franco Secchieri, glaciologo, che per la Regione Veneto ha fatto il catasto dei ghiacciai delle Dolomiti. “Se si guardano i gruppi montuosi come l’Antelao o la parte sinistra del Boite si vedono colate di detriti che sono tipiche dell’aspetto geologico – spiega – Un fenomeno naturale di modellazione dei versanti delle montagne, nelle Dolomiti ce ne sono molti. Diventano pericolosi quando l’uomo ci ha costruito vicino”.

Sono quindi fenomeni che dobbiamo mettere in conto?

   “Gli eventi sono sempre più intensi e provocano la fluidificazione dei detriti, che acquistano un equilibrio instabile, non occorrono grandi pendenze per farli scendere. Il dramma si ha quando i loro percorsi incontrano manufatti: l’antropizzazione del territorio va fatta con attenzione”

In tutto questo hanno un ruolo i ghiacciai?

“C’entra molto il fenomeno del gelo e del successivo disgelo: l’acqua entra nelle rocce, diventa ghiaccio e le spacca. Il gelo è uno degli agenti di frammentazione e di sfaldamento. Lo dico sempre, le Dolomiti sono il resto di uno splendido castello semicrollato, oi ora vediamo le macerie, bellissime ma instabili”

E’ possibile fare prevenzione?

“Qualcuno mi dovrebbe dire cosa significa. Non si possono limitare i fenomeni intensi. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Unica prevenzione è conoscere i percorsi delle frane ed evitare di metterci case, strade, parcheggi. L’Antelao è da sempre un sorvegliato speciale, tutte le Dolomiti, essendo costituite dallo stesso tipo di roccia hanno la tendenza a franare. Faccio un esempio: d’inverno nevica e scendono valanghe, nei boschi ci sono i canaloni, se si costruisce un albergo sul loro percorso di chi è la colpa? Della valanga””

Quindi la prevenzione è un fatto di cultura.

“E’ fondamentale evidenziare le aree più a rischio, primo fra tutto gli alvei dei torrenti ed evitare che lungo queste linee ci siano costruzioni fisse. Altro non si può fare”.

E i ghiacciai?

“Quest’anno dopo un biennio di bilanci positivi, la situazione è opposta. Quest’anno c’è stato molto accumulo, ma una settimana di caldo come quello che stiamo vivendo consumano metri di neve. In autunno ci sarà una crisi di bilancio di massa”.

Gli effetti?

“Sul paesaggio, immaginiamo la Marmolada senza il ghiacciaio. Poi la risorsa idrica, anche se questo potrebbe essere un problema marginale. Il ghiacciaio è un importante strumento naturale per seguire l’evoluzione del clima. Ed è questo l’intento con cui la Regione Veneto ha seguito l’evoluzione dei ghiacciai facendo una vera e propria mappa”. (Daniela Boresi)

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DOPO IL DISASTRO

LA FRANA DELL’ANTELAO NON SI FERMA

di Mauro Pigozzo, da “il Corriere del Veneto” del 8/8/2015

– In vetta con i droni: i detriti scendono 4 centimetri al giorno. «Se piove scivolano più veloci» –

SAN VITO DI CADORE (Belluno) – Il sole ti taglia gli occhi, è appena sorto e svetta sull’ANTELAO. È radiosa, San Vito di Cadore. Ma quando appare quell’omino col motopicco, le orecchie protette da goffe cuffie rosse, capisci che qualcosa non va. Si erge in piedi su una roccia alta due volte lui, è determinato a spaccarla.

Siamo in località «La Zopa», a pochi metri dal «punto zero», dove la montagna si è aperta ed è collassata a strapiombo. L’area è recintata, l’accesso è limitato alle autorità: genio civile, forze dell’ordine, operai. Colonne di ruspe, file di camion, polvere e sudore per sanare quella ferita ancora viva, dove il RU SECCO scava il proprio destino verso valle attraverso vie nuove: La valanga ha cambiato il corso del suo scendere.

   Mauro Baldo, comandante della Forestale di Cortina, guarda sconsolato verso l’alto. «Qui la montagna crolla da secoli. E se le nostre guglie sono meravigliose è anche merito dell’erosione».

E allora non resta che salire, su, seguendo il greto del fiume «secco» che si è trasformato in un mostro. La prima fotografia è quella dell’area dove erano parcheggiate le auto. Rimane un paesaggio lunare. Un cratere, fondo cinque, sei metri. A sinistra, un prato di un verde surreale, incontaminato, che corre fino al RIFUGIO SCOTTER, miracolosamente intatto. A destra, la ferita bianca e sanguinante della montagna, la roccia dolomitica pura, non quella ossidata alle quali l’Antelao ha abituato il mondo.

   Gli esperti delle frane di Sal Engineering sono preoccupati: «Stimiamo la presenza di 800 mila metri cubi di roccia nell’intera area – dicono – La coltre bianca dei detriti continua a muoversi. Se piove (e nel pomeriggio di venerdì, qualche goccia è caduta, ndr) la materia si invischia e aumenta velocità. Adesso viaggia fino a quattro centimetri al giorno». Si inizia a camminare. L’acqua è grigia, polverosa, sporca di detriti e sensi di colpa. Una salita rabbiosa, tra rocce instabili e radici degli alberi che escono dalla terra, metafora di un mondo rovesciato, quello dove la montagna assalta chi la ama di notte.

Il sole continua a bruciare gli occhi. Ed ecco, appaiono nella loro fragile maestosità il TORRIONE DI SAN VITO e quello di SALVELLA: «Abbiamo saputo che è crollata un’altra torre, là in cima la montagna si muove ancora», diceva allarmato il sindaco Franco De Bon nell’ennesimo summit sull’emergenza. Le rocce, qui, sono spigolose, dure, geometriche. Giù, quelle arrivate in paese, a un chilometro circa, sono tonde, smussate, consumate dal rotolare violento della frana. Attorno, ci sono pietre grandi come automobili, in bilico su argini scomposti, quelli dove il Rio Secco vuole rinascere.

   Qui, a novembre dello scorso anno, si è fermata la prima frana, accumulatasi prima sul LAGO ANTERMOIA. Da qui il mostro di circa centomila metri cubi è scivolato giù, ed è sempre qui che giacciono altri 30, 40, forse 50 mila metri cubi di roccia pronta ad aggredire San Vito.

   L’acqua è pura, brillante, onesta. C’è chi si china e la beve: «Eccoci nel centro della frana», spiega Paolo Zanetti, il comandante provinciale della Forestale. «Immaginate i vasi sanguinei di un corpo, quelli erano i fiumiciattoli, gli impluvi: acqua ovunque che arrivava dal cielo e dal monte». E la roccia iniziò a muoversi, come un magma sul quale le pietre galleggiavano.

Viscosità, forza immane. E più scendeva a valle, più la conca si restringeva, più la forza aumentava. «C’era una nuvola nera, cattiva, che non riusciva a scavalcare i monti. E in tre minuti ha scaricato l’inferno», raccontano allo «Ski Bar», il ristoro degli sciatori. Il mugo secolare è testimone silenzioso: alberi costretti ad una innaturale orizzontalità fiancheggiano il bosco. Più su non si riesce ad andare. Servirebbe scalare. Ma ci sarebbe poco da scoprire, se non che il BIVACCO PIETRO COSI è sparito e che i sentieri non ci sono più. E al momento si osserva quell’area solo con l’elicottero, o coi droni.

   Non resta dunque che scendere. Triste via crucis che al posto delle stazioni propone pezzi di paraurti dilaniati e tecnici con cartelline sottobraccio. Terreo lo sguardo. Ma qualcuno pensa pure al business. Pare che ogni metro cubo della colata che adesso viene spostata in un centro di stoccaggio, a valle, possa valere anche 5 euro: è pur sempre il pregiato GHIAIONE DEI ROSS SOPRA CHIAPUZZA. E anche se mischiato ai detriti, magari contribuirà alla ricostruzione.

   Giù, in paese, intanto, squillano le campane di mezzogiorno. E inizia la coda ai ristoranti, che tra operatori dell’emergenza e turisti – quelli che sono rimasti qui, almeno, dato che gli albergatori lamentano parecchie disdette – c’è voglia di mangiare. Arriva pure un bilico, trasporta l’ennesima ruspa. L’unico che rimane su è l’omino del motopicco. Ma gli manca poco, ormai la roccia si è spezzata. Pareva impossibile, eppure. (Mauro Pigozzo)

LE FRANE AVVENUTE IN QUESTI GIORNI NELLE DOLOMITI (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
LE FRANE AVVENUTE IN QUESTI GIORNI NELLE DOLOMITI

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SCELTE URGENTI IMPOSTE ANCHE DAI MUTAMENTI CLIMATICI

di Marco Morino, da “il Sole 24ore” del 7/8/2015

   Un piano vero con risorse vere, già spendibili da domani. Questa volta pare che il governo faccia sul serio per ridurre il RISCHIO IDROGEOLOGICO in Italia, un’emergenza troppe volte trascurata negli ultimi decenni, con i guasti che sono sotto gli occhi di tutti.

   Da un territorio ferito, spesso violentato, vittima di incuria e di speculazione, nascono solo disastri. È il momento di mettere seriamente mano al problema e di invertire la rotta: alle parole dovranno seguire i fatti. Oggi, però, il quadro politico sembra più favorevole. Ora IL TEMA DELLA LOTTA AL DISSESTO IDROGEOLOGICO STA DIVENTANDO UNA PRIORITÀ.

   Anche perché non è solo un problema di mancata manutenzione del territorio. Come stiamo toccando con mano in questi mesi, lo ha ricordato ieri il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, c’è anche un PROBLEMA DI CAMBIAMENTO CLIMATICO.

   Ciò alimenta ulteriori preoccupazioni. In questo pianeta, sul piano climatico, inizia a esserci qualcosa di anomalo rispetto al passato. E questo ci impone un maggiore sforzo, un maggiore intervento. Bisogna preparare il territorio a fronteggiare eventi climatici più forti di quelli a cui eravamo preparati fino a oggi. E non solo.

   Ma la progettazione del nostro territorio è stato fatta in base a un clima che è cambiato. Quindi anche le opere che abbiamo fatto nel passato e che fino a oggi hanno funzionato, domani rischiano di non funzionare più. E i parametri anche di costruzione delle nuove opere dovranno tenere conto di questa nuova situazione che, di anno in anno, si aggrava. Poletti assicura che su questo punto il governo manterrà altissima l’attenzione.

   Un altro problema sono le OPERE CHE GIÀ SORGONO IN AREE A RISCHIO ESONDAZIONI, frane, allagamenti. È necessario DELOCALIZZARLE ALTROVE. E infatti, nei piani del governo, il 20% dei fondi anti-dissesto sarà riservato alla delocazzazione di opere presenti nelle aree a rischio.

   È altresì vitale concentrarsi sullo snellimento delle procedure burocratiche, specialmente quelle degli enti locali: non è pensabile che per abbattere un vecchio edificio e ricostruirlo ci vogliano quindici anni e una lista infinita di pratiche e carte bollate.

   Inoltre è chiaro che investire nella cura e nella manutenzione del territorio rappresenta uno strumento determinate per rilanciare l’economia in tempi di crisi. È da anni che l’ANCE (l’associazione nazionale dei costruttori edili) si batte per varare UN MAXI PIANO CONTRO IL DISSESTO. È il momento di passare dagli annunci ai cantieri. (Marco Morino)

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DOLOMITI, COSÌ LA FRANA HA SPAZZATO VIA TRE VITE “COME UN TERREMOTO”

di Massimo Pisa, da “la Repubblica” del 6/8/2015

– Tutti turisti i morti trascinati dal fango e dai detriti: un ceco e due tedeschi. La più giovane aveva tra i 20 e i 25 anni – Auto schiacciate, muri abbattuti e impianti sciistici distrutti sono alcuni dei danni provocati dalla frana che martedì sera 4 agosto si è abbattuta su San Vito di Cadore, nel Bellunese –

SAN VITO DI CADORE (BELLUNO) – Il sole del pomeriggio bacia la ruspa dei vigili del fuoco che solleva la Volkswagen Caravelle di Eddi Bompanin, maciullata dai detriti. Rimane questa scultura di lamiera e fango, del parcheggio che portava ai RIFUGI SCOTTER e SAN MARCO (gestito dal titolare del Suv), e il tetto della cabina della seggiovia che fino a lunedì sera portava in cima all’ANTELAO, la seconda montagna del Cadore.

   «Brutta giornata – fa spallucce Bompanin, 40 anni – ma se penso a chi è morto…». Già, i morti. Travolti mentre dormivano in macchina al parcheggio della seggiovia, 200 auto ogni giorno sullo sterrato, turisti che vanno su e le lasciano lì, da sempre, sulla riva del RU SECCO. Il torrente dove l’acqua la devi cercare, come ieri pomeriggio, quando un rigagnolo di fango faceva slalom tra le pietre.

   E invece lunedì sera – erano le 20, il cielo si era fatto da grigio a nero a blu, nessun meteorologo aveva segnalato piogge eccezionali – è esploso, portando giù non meno di 20mila metri cubi di sassi, tronchi di larici e ogni cosa in mezzo. Comprese sette auto, compresa la Peugeot 308 di Zdenek Balvin e Jana Balvinova, 55 e 43 anni, marito e moglie cechi. La piena li trascina, il rafting si arresta sul bordo di una cascata di 15 metri, lui prova a uscire e viene travolto, lei lo trattiene «finché ho potuto» dirà poi ai soccorritori. Che la trovano lì, due ore e mezza di terrore dopo, illesa, e la portano in ospedale a Pieve di Cadore.

   Giù a valle, un chilometro e mezzo dopo, Protezione civile e Vigili del fuoco scorgono il cadavere di Balvin solo con le prime luci del mattino. Ce ne sono altri due, per capire chi sono ci vogliono le ricerche incrociate di polizia e carabinieri sulle sette auto divorate dalla piena. Una targa bavarese, un passaporto e i connotati del secondo cadavere portano a Dirk Börner, un 42enne di Monaco di cui nessuno ha denunciato la scomparsa. La donna che era con lui avrebbe dai 20 ai 25 anni. La figlia, o la compagna.

   Il sole del giorno dopo addolcisce il terrore, quattro ragazzini escono dal Ru Secco grigi fino alle ginocchia, paraurti accartocciati di auto sono in cima agli argini. Marzia Alverà abitava sulla riva del fiume, a San Vito, dove il Ru Secco si incanala sotto un tombotto: stivaloni e secchi in mano sta finendo di salvare il salvabile insieme ad amiche e parenti. L’agenzia immobiliare che le aveva affittato l’appartamento, lì accanto, ha il muro sventrato dalla piena, che ha invaso casa Alverà dopo cena: «Io e mia figlia Michela abbiamo sentito il boato. Abbiamo aperto ed è entrata in casa. Siamo scappate dalla finestra col nostro bastardino Britta, Michela è sulle stampelle ma sta bene. Però per sette anni siamo state qui nel terrore. Non torneremo più».

   Che ci facesse quella casa lì, o quelle auto a bordo torrente, chi doveva segnalare il nubifragio e chi poteva evitare la catastrofe, è ora materia della procura di Belluno che ha aperto un’inchiesta per disastro colposo e omicidio colposo.

   Chi vive e amministra queste terre, con la montagna friabile deve fare i conti ogni giorno: due frane il 23 giugno e l’8 luglio in Cadore, quella di Borca con due morti nel 2009, le tre strade chiuse per l’esondazione di altrettanti ruscelli ad Auronzo. Come sintetizza il sindaco di Cortina d’Ampezzo, Andrea Franceschi: «Ogni volta che piove ci viene l’angoscia, da soli non ce la facciamo più, abbiamo bisogno di aiuto».

   L’emergenza è continua, va oltre un evento che, come giura il sindaco di San Vito Franco De Bon, va oltre l’eccezionale: «Nemmeno per le alluvioni del 1966, ero bambino e me le ricordo, avevamo visto una cosa del genere. Ho qui sul tavolo un documento della Protezione civile del 2013, dice che il Ru Secco non è pericoloso, è quasi sempre asciutto. Forse dovremo rivedere qualche valutazione».

   In paese confermano, qui una roba del genere mai vista. Ma la maestà delle Dolomiti che perdono i pezzi incombe e stavolta il torrente, che ha incanalato la piena e pure ha fatto tre morti, ha evitato che l’onda di fango travolgesse il paese. Domani chissà. Arriva il governatore Luca Zaia, ricorda «le 9mila frane con cui abbiamo a che fare in Veneto », invoca risorse, «sennò lo stato d’emergenza, che firmerò, non basta».

Dall’elicottero scende il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, annuncia un piano per il territorio da 1,2 miliardi, la metà subito spendibili, 103 per il Veneto ma non per il Cadore: «Per troppo tempo il dissesto idrogeologico è stato sottovalutato, non era un’invenzione. Ma si risolve nel lungo tempo, ognuno faccia la sua parte». (Massimo Pisa)

DOLOMITI SETTENTRIONALI (L'Antelao è l'estrema parte sud delle Dolomiti Settentrionali) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
DOLOMITI SETTENTRIONALI (L’Antelao è l’estrema parte sud delle Dolomiti Settentrionali) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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FRANA A SAN VITO DI CADORE, UN DISASTRO ANNUNCIATO

di Franco Brevini, da “il Corriere del Veneto” del 6/8/2015

   Di nuovo frane in Veneto: di nuovo la furia dell’acqua, i fiumi di fango, gli smottamenti, i sassi, le case allagate, la paura. La montagna assassina torna a farsi sentire. Fin qui l’emotività della cronaca scritta a tamburo battente. Ma, mentre le squadre di soccorso stanno lentamente riportando la normalità, è doveroso porsi qualche domanda.

   E per cominciare dobbiamo chiederci se tutto questo possa ancora una volta attribuirsi a una tragica fatalità, invocando magari la nuova abnormità climatica. In effetti scaricare la colpa sulla natura matrigna ci farebbe tirare un sospiro di sollievo.

   Ma non possiamo farlo. Per nostra fortuna (e beffa) conosciamo benissimo tutti i meccanismi del dissesto idrogeologico. Oggi la tecnologia è in grado di metterci a disposizione formidabili strumenti previsionali. Purtroppo quanto è accaduto a San Vito è solo l’ultimo di una serie di episodi analoghi che si sono registrati sulle montagne italiane e su quelle venete in particolare. Chi non ricorda Borca di Cadore e il luglio del 2009, quando un violento nubifragio causò due morti? Ecco perché bisogna avere il coraggio di parlare di un disastro annunciato.

In Italia negli ultimi trent’anni si sono registrati oltre 3500 morti per frane. Perché?

   Da una parte dobbiamo fare i conti con L’IMPONENTE E SPESSO DISORDINATA ANTROPIZZAZIONE che ha investito il territorio. Gli eventi catastrofici si sono sempre verificati, ma trovavano facilmente le loro aree di sfogo. La novità è che oggi dovunque parta una frana, un masso cada o tracimi un fiume, c’è sempre qualcosa da distruggere. Insomma, assai più che nel passato la geologia interferisce disastrosamente con la civiltà. Se le case si trovano ormai dappertutto, è evidente che ogni evento naturale può rapidamente trasformarsi in una catastrofe.

   Ma, se questa è la situazione, di là da una progressiva e urgente razionalizzazione degli insediamenti abitativi e produttivi, tutti noi ci aspetteremmo che le amministrazioni assumessero tutti i provvedimenti per affrontare l’emergenza che si è venuta a creare.

   E invece, come al solito, si corre a chiudere la stalla quando gli animali sono scappati. E non c’è da stupirsi, se il locale non fa che replicare il globale e la corsa insensata alla crescita ad oltranza da parte dei paesi industrializzati ha messo in ginocchio lo stesso pianeta Terra.

   Goffamente attuato, il progetto faustiano della civiltà occidentale è alle corde e i segnali di allarme si manifestano un po’ dovunque. Qualcosa però si può fare fin d’ora. Nel 2002, nel corso dell’Anno internazionale delle montagne indetto dall’Onu, emerse a chiare lettere una verità inoppugnabile: quello che accade in basso è la conseguenza di quanto è successo in alto.

Dietro i fenomeni catastrofici di cui siamo testimoni sta L’ABBANDONO DELLA MONTAGNA. È inevitabile che, non presidiato, privo di manutenzione, il territorio frani. E non bastano le opere di contenimento. Occorre una politica di sostegno dell’economia agropastorale alpina, che aiuti la popolazione a restare in alto in modo dignitoso. L’Alto Adige può forse insegnarci qualcosa. Il sospetto di un’irresponsabilità da parte delle autorità è più che legittimo ogni volta in cui all’evento catastrofico ci si limiti a dare risposte tattiche e non strategiche, intervenendo a livello locale e non globale. Non si tratta solo di correre precipitosamente ai ripari, ma di ripensare nel complesso il nostro rapporto con l’ambiente. Oggi le minacce più gravi agli uomini non provengono dalla natura, ma dagli uomini stessi incapaci di una vera, efficace e rispettosa manutenzione del territorio. (Franco Brevini)

San Vito, la frana vista dall'elicottero
San Vito, la frana vista dall’elicottero

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INFERNO DI ACQUA E FANGO: TRE MORTI IN CADORE. SONO TUTTI TURISTI STRANIERI

di Giuseppe Pietrobelli da il Gazzettino” del 6/8/2015

SAN VITO DI CADORE (BELLUNO) – Nemo lo aveva capito che stava per succedere qualcosa di tremendo. Il pastore dal mantello bianco aveva cominciato subito ad abbaiare verso l’Antelao, dove si stava scatenando il finimondo. Acqua e nuvole.  Una pioggia torrenziale. I padroni del cane, invece, hanno capito soltanto quando il Ru Secco ha portato a valle una specie di slavina che è andata ad abbattersi contro la loro casa. Non sono scappati dalla parte anteriore, perché aprire la porta avrebbe significato dire al fiume di accomodarsi in salotto. Non avrebbero avuto scampo.

   Salvati dalla premonizione di Nemo, sono usciti da una finestra, mentre l’onda ha trovato negli chalet fasciati di legno una specie di diga, posta di traverso rispetto al budello in cemento che convoglia il torrente verso il Boite. L’acqua e il fango hanno lasciato la loro impronta sulle facciate. A un garage hanno strappato una parete, inondandolo completamente. Due appartamenti improvvidamente collocati sul piano dell’acqua sono stati sommersi da una massa color caffelatte.

   A San Vito di Cadore, a un passo da Cortina, ai piedi delle montagne più belle del mondo un’altra frana ha chiesto un altro pesante tributo di vite umane. Sono tre le vittime dell’Antelao che martedì sera si è sbriciolato sotto i fendenti del vento e del temporale. Un turista ceco, sorpreso in auto assieme alla moglie, miracolosamente salvata dai vigili del fuoco, è l’unico identificato. Si sta cercando di dare un’identità alla ragazza trovata sul greto del torrente ieri mattina e a un altro uomo che era proprio sul punto di congiunzione con il Boite, quasi due chilometri a valle del piazzale letteralmente spazzato via dalla furia, dove gli escursionisti (probabilmente tedeschi) stavano dormendo in attesa di partire di buon mattino verso le cime più belle delle Dolomiti.

   Le vacanze nella Conca ampezzana sono state sconvolte dalla ribellione selvaggia della natura. E’ accaduto tutto in mezz’ora. Sono caduti circa 40 millimetri di pioggia, abbastanza per qualificare l’evento atmosferico come una bomba d’acqua. Il fragile Antelao ha scaricato almeno tre frane. Un’altra si è scaricata a chilometri di distanza in Val d’Ansiei, nella zona di Auronzo, abbattendo il ponte di Giralba. Un’altra a Vodo di Cadore, dove sei anni fa morirono due persone in circostanze analoghe.

   Ma LA FRANA PIÙ DEVASTANTE È PRECIPITATA VERSO SAN VITO. La massa di sassi e acqua – almeno 100mila metri cubi di materiale – ha raggiunto il piazzale di partenza della seggiovia a monte del paese. Due auto sono state rovesciate, sono rotolate per decine di metri. E’ da lì che è cominciata la ricerca dei vigili del fuoco, della Protezione Civile e dei volontari del soccorso alpino, arrivati in tempi rapidissimi.

Accertato che nelle due vetture non c’erano vittime, si è guardato a valle. La targa di un’auto straniera ha fatto venire i primi sospetti. E’ bastato scendere un centinaio di metri per trovare una terza vettura. Praticamente ridotta a un guscio di lamiere contorte. All’interno una donna, ferita e piangente. “Mio marito non c’è più” ha detto. I due turisti cechi sono stati sorpresi mentre si preparavano a passare la notte tiepida nell’auto. Lei è stata tirata fuori a tempo di record ed ora è in ospedale a Pieve di Cadore, in prognosi riservata ma con buone probabilità di farcela. I figli della coppia sono in un campeggio in Slovenia dove i genitori li avevano accompagnati prima di dirigersi verso le montagne italiane.

   In totale sono almeno sei le macchine travolte. Per cinque (compresa quella dei due cechi) è stato possibile risalire ai proprietari e accertare che nessuno risultasse disperso. Ma con le luci del nuovo giorno sono stati scoperti altri due cadaveri. Verso il cimitero di San Vito quello di una ragazza, sul greto del Boite quello di un uomo. Non si tratterebbe di italiani, ma di turisti stranieri. Per averne la certezza bisogna attendere che dagli alberghi si faccia la conta degli ospiti, segnalando eventuali mancati rientri dalle escursioni. Dall’alto è una vera rasoiata in mezzo ai boschi colorati di verde quella che è stata inferta dall’Antelao. I vigili del fuoco hanno compiuto il primo volo appena la luce lo ha consentito.

   La grande frana si è sviluppata in quattro fasi. La prima è costituita dal distacco di materiale dalla montagna. I sassi e l’acqua hanno raggiunto il piazzale della seggiovia scardinando i piloni e spazzando le auto. Poi la lingua limacciosa ha trovato un imbuto di sfogo nell’alveo del Ru Secco, fino alle case vicine al piazzale della chiesa. Lì ha causato i danni maggiori agli edifici. Ma la forza non si era ancora esaurita. C’è ancora almeno un chilometro per arrivare al Boite, ed è in quel tratto che sono state trovate due delle tre vittime.

   In una prima riunione d’emergenza nella sede municipale il sindaco di San Vito, Franco De Bon, ha chiesto e si è chiesto: “COSA AVREMMO POTUTO FARE PER EVITARE QUESTO DISASTRO?”. E’ una domanda che trova un’eco giudiziaria nel fascicolo contro ignoti aperto dal procuratore di Belluno, Francesco Saverio Pavone. Ma è soprattutto un interrogativo rivolto alle istituzioni. Perchè sei anni fa l’Antelao aveva già ucciso più a valle. E perché questa nuova frana ha avuto un’avvisaglia la scorsa estate e poi a novembre.

   Il Genio Civile aveva cominciato i lavori per mettere sotto controllo la massa in movimento. Ma prima dell’uomo è arrivata la pioggia. E c’è da temere che non sarà l’ultima volta. L’unico dato positivo è che a Cancia, più a valle, uno degli invasi costruiti dopo la tragedia del 2009, è stato riempito completamente, evitando che una delle tre frane finisse verso il paese. Un secondo invaso di sicurezza è stato appena interessato dallo smottamento.

   Se l’uomo lavora creando le difese, il risultato si vede. La colata che è scesa, invece, a nord di Auronzo, ha travolto solo in parte un ponte sul torrente GIRALBA. La viabilità della statale che porta a Misurina è stata così interrotta solo per qualche ora, il tempo di accertare la staticità del manufatto. Cortina è rimasta isolata dal resto della provincia bellunese per un breve lasso di tempo. Anche la Alemagna, a San Vito di Cadore, grazie al lavoro notturno ha ripreso in breve tempo la piena funzionalità. E ieri mattina, dopo la notte della paura, un sole irridente ha segnato il risveglio dei villeggianti. (Giuseppe Pietrobelli)

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FRANA NEL CADORE, ABBANDONO CHE CAUSA DISSESTO

di Toni Sirena da “la Tribuna di Treviso” del 6/8/2015

   La tragedia del Cadore è l’ultima conferma che la montagna è un territorio fragile. Le montagne sono sempre franate. Basterà ricordare la frana dell’Antelao sopra Cancia nel 1868 (12 morti) e quella più recente di sei anni fa nella stessa località (due morti), o quella di Taolen e Marceana (1814) con 269 vittime.

   O ancora quella di Prà e Lagunaz (Taibon) del 1908 (28 morti.) Più indietro nel tempo, quella del monte Piz di Alleghe che nel 1771 fece 49 morti e diede origine al lago. Ci sono enormi frane preistoriche, inattive ma che possono essere rimesse in movimento da interventi sconsiderati. La frana del Toc è una di queste, ma il disastro del Vajont con i suoi duemila morti fu un delitto, non una catastrofe naturale.

   Se certi torrenti si chiamano Ru Secco o Grava Secca, deve pur esistere qualche motivo per cui quei greti apparentemente tranquilli sono proprio lì, aridi e sassosi. Vuol dire che attraverso quei solchi ghiaiosi si scaricano le acque di improvvisi temporali di montagna, trascinando con sé sassi e fango. La gente di montagna ha sempre dovuto convivere, purtroppo, con questi fenomeni e, di solito ma non sempre, stava ben attenta dove costruire case e strade, senza accusare la montagna di essere una “montagna assassina”, mito di origine urbana. Le opere di protezione e di prevenzione sono indispensabili ma la loro efficacia non sarà risolutiva. La verità è che la montagna ha bisogno di continua manutenzione, altrimenti frana a valle.

   La frana più allarmante è perciò quella della popolazione. Gli abitanti delle terre alte anno dopo anno se ne vanno perché in montagna è sempre più difficile e faticoso vivere, il reddito non è sufficiente, i servizi chiudono. Insieme alla popolazione, frana sempre di più anche il territorio, che rimane senza presidio e senza cura. Senza agricoltura non si mantiene il territorio, ma è un’agricoltura che non può reggere il confronto con quella industriale e intensiva delle pianure. Non, quanto meno, restando all’interno delle logiche di mercato, se non altro perché la montagna ha pochi abitanti e dunque pochi consumatori (e anche pochi affari e pochi voti).

   Non è un problema soltanto della montagna, che pure è il 20 per cento del territorio del Veneto. Il dissesto della montagna si ripercuote pesantemente anche in pianura, ma non è mai stato considerato davvero un problema regionale, nemmeno in occasione di gravi alluvioni. Il fatto è che la montagna continua ad essere vista come un territorio marginale e di rapina di risorse (l’acqua), al massimo un parco di divertimenti. Uno studio della fine degli anni ’90 calcolava in 300 miliardi di lire dell’epoca l’investimento necessario per la difesa idrogeologica della provincia di Belluno. Oggi quanti saranno? E purtroppo diventano sempre più frequenti gli eventi estremi.

   Non tutti ne sembrano consapevoli, nemmeno in montagna. Un solo esempio: il Ptpc (Piano territoriale provinciale di coordinamento) prevedeva che i Comuni dovessero individuare le frane attive e vietare di costruire in quelle zone. Quaranta sindaci fecero ricorso. Al Tar. (Toni Sirena)

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BORCA, BATTAGLIA TRA VIP E MONTANARI

di Alda Vanzan, da “il Gazzettino” del 11/8/2015

– Frana di Cancia, sespetti e denunce sulla deviazione del canalone che scende dall’Antelao –

BORCA DI CADORE – A sentire i villeggianti, quelli che i montanari chiamano i signori delle ville, si starebbe consumando uno scandalo con annesso sperpero di denaro pubblico. A sentire gli abitanti di Borca di Cadore, invece, i vip delle ville possono protestare finché vogliono ma per evitare che su Cancia venga giù un’altra valanga di acqua, fango e detriti, come avvenne nel 2009, bisogna deviare il canalone che scende dall’Antelao e farlo passare giusto in mezzo al villaggio delle ville dei vip.

   Se ne parla da sei anni, quando la frana di Cancia ammazzò due persone, ma adesso che bisogna decidere cosa fare del canalone, specie dopo il disastro di San Vito, la questione è tornata d’attualità. Tanto più che dopo Ferragosto tornerà a riunirsi la Commissione Via per valutare le osservazioni al secondo stralcio del progetto: fatto quello, bisognerà decidere l’ultimo pezzo. Cioè se deviare o meno il canalone.

BORCA DI CADORE, l'AULA AUDITORIUM DEL VILLAGGIO ENI
BORCA DI CADORE, l’AULA AUDITORIUM DEL VILLAGGIO ENI

   Premessa. A Borca di Cadore c’è il villaggio fatto realizzare alla fine degli anni Cinquanta da Enrico Mattei, l’idea era di fare delle case vacanze per i dipendenti dell’Eni, poi le costruzioni sono state vendute a turisti. È in mezzo a queste ville che l’Amministrazione comunale e in particolare il Comitato dei cittadini di Borca sorto dopo la frana del 2009 a Cancia, vuole far deviare il canalone.

   Marco Zanetti, consigliere comunale delegato alla frana, lo dice espressamente: «Dopo quello che è successo a San Vito, non ci sono alternative. Tra le due alternative – prolungare il canalone attraverso l’ex villaggio Eni o farlo curvare senza toccare neanche una abitazione – la prima è quella che garantisce maggiore sicurezza».

   E non basterebbe il vascone di contenimento visto che la settimana scorsa ha tenuto bene? Zanetti esplode in una risata:«Ma figuriamoci». Il Comitato dei proprietari delle ville la pensa diversamente: si sono fatti fare anche uno studio dal professor D’Alpaos e oggi continuano a ribadire che è più che sufficiente la manutenzione del canalone e la vasca di contenimento, tant’è che la bomba d’acqua della settimana scorsa a Cancia non ha provocato danni.

   I “vip” contestano pure i cartelli sul “pericolo frane” fatti attaccare dalla Provincia di Belluno: il vero pericolo – dicono – è quello di “colate detritiche in caso di forti temporali”, altro che frane. E solo su questo – avevano minacciato pure denunce per procurato allarme – hanno ottenuto ragione: «Ho già disposto il cambio dei cartelli ma li attacchiamo dove effettivamente servono», dice Zanetti. Al comitato dei proprietari insistono: «Deviare il canalone è una cosa pazzesca sia tecnicamente che economicamente», dice il vicepresidente Franco Ometto.

IL VILLAGGIO ENI USATO COME CAMPEGGIO
IL VILLAGGIO ENI USATO COME CAMPEGGIO

   Tra l’altro tra i villeggianti serpeggia un sospetto: se si devia il canalone gli unici rimetterci sono i proprietari della dozzina di ville ex Eni destinate ad essere abbattute, vuoi mettere il vantaggio per chi ha terreni in paese che potrebbero diventare edificabili senza più il rischio di “frane”, oltre al fatto che le costruzioni esistenti assumerebbero maggiore valore? E, rincarano, perché Stato e Regione che già hanno messo 30 milioni dovrebbero pagare di più?

   Gianpaolo Bottacin, assessore regionale alla Protezione civile, all’epoca era presidente della Provincia: «Tutti i geologi interpellati dicevano che il vascone ipotizzato dalla Regione non era sufficiente». Gli unici lavori fatti sono quelli a monte. Ora c’è da decidere se allungare, o meno, il canalone. Ma chi dovrà prendere questa decisione: la Provincia? un commissario? e la Regione cosa dirà? (Alda Vanzan)

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LA FRANA E LA RICOSTRUZIONE

CADORE, I DANNI SALGONO A 30 MILIONI E L’ANAS VARA IL «PIANO ALEMAGNA»

di Marco Bonet, da “il Corriere del Veneto” del 11/8/2015

– «Sentinelle» controllano le aree a rischio. Bottacin: «Stato di allarme fino a data da stabilire» –

BELLUNOVASCHE DI CONTENIMENTO NEL BREVE PERIODO, OPERE DI MITIGAZIONE NEL MEDIO, SOLUZIONI IN VARIANTE NEL LUNGO. Si articola in TRE FASI il piano di Anas per la messa in sicurezza dell’Alemagna.

   Già questa settimana partono i due lavori più urgenti, a monte dell’arteria, finanziati con 400 mila euro. Spiega al riguardo Ettore de la Grennelais, dirigente dell’area tecnica esercizio del compartimento del Veneto: «Parliamo di arginature e vasche di contenimento, che avranno l’obiettivo a breve termine di diminuire il rischio che le colate detritiche raggiungano la sede stradale. Per questa attività, che abbiamo deciso di avviare subito dopo gli ultimi smottamenti, stimiamo un tempo minimo di realizzazione di due mesi. I suoi risultati dovranno poi integrarsi con altri interventi, da eseguire più a monte sul pendio, in sinergia con la Regione, la Provincia e i Comuni interessati».

   In seconda battuta lo sguardo dovrà infatti abbracciare una progettualità più ampia. Pure su questo Anas è all’erta, tanto da confidare di riprendere al vertice di in prefettura a Belluno (programmato per l’ultima frana) la discussione con gli altri enti interessati. «Confidiamo di dare corso alla concertazione e quindi di arrivare alle autorizzazioni – prosegue l’ingegner de la Grennelais – per la progettualità che abbiamo in corso da San Vito di Cadore a Passo Cimabanche, con particolare attenzione per i punti sensibili di Acquabona e Fiames. Si tratta di opere puntuali di mitigazione del rischio idrogeologico, per un importo complessivo di circa 2 milioni ».

   Il terzo passo riguarderà invece la programmazione strutturale. «Lavori da decine di milioni di euro in variante della Statale 51 – stima il dirigente – che inevitabilmente comporteranno tempi più lunghi. Bisognerà valutare la fattibilità tecnica, la sostenibilità ambientale e la copertura finanziaria di gallerie paramassi per passare sotto la frana o di viadotti per scavalcarla».

   Dunque serviranno soldi. «In questi giorni il governo ha già dimostrato attenzione per il Veneto – dice Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia – e continuerà ad averla. Due i fronti: da un lato piani operativi di cantierabilità per l’accesso ai restanti 600 milioni per il contrasto al dissesto idrogeologico, dall’altro un lavoro di squadra fra i parlamentari veneti in vista della legge di stabilità».

   Intanto sale a 30 milioni la stima dei danni provocati dalla frana che martedì scorso si è staccata dal monte Antelao, uccidendo tre turisti (il ceco Zdenek Balvin e due fidanzati di Monaco, Dirk Börner e Christiane Sonnemann) e coinvolgendo cinque Comuni: San Vito, Borca di Cadore, Auronzo, Cortina e Vodo. Alla prima valutazione (10 milioni da risarcire a San Vito, 10 ad Auronzo, 2 a Borca e altrettanti a Vodo) vanno infatti aggiunte le perdite accusate dai privati.

   «Parliamo degli impianti di risalita, della seggiovia e delle due case evacuate a San Vito, una delle quali distrutta – precisa Gianpaolo Bottacin, assessore regionale all’Ambiente e alla specificità bellunese -. Per non parlare dei lavori di rifacimento del ponte di Grava Secca, in Comune di Auronzo. I primi 2 milioni, stanziati dal governo per la fase dell’emergenza, li abbiamo già spesi: solo la seggiovia, con la stazione distrutta e il sistema di innevamento spazzato via, ne richiede tanti. Ora aspettiamo gli altri».

   «Dopo la richiesta inviata a Roma per lo stanziamento d’urgenza, Alessandro De Sabbata, nostro funzionario e commissario nominato dal governatore Luca Zaia per i disastri in Cadore e sulla Riviera del Brenta, dovrà declinare l’esatta quantificazione totale del danno – spiega Roberto Tonellato, responsabile della Protezione civile del Veneto -. Intanto per l’intera valle del Boite abbiamo emanato l’allarme idrogeologico fino a data da destinarsi».

   Ogni giorno dunque, i sindaci dell’area interessata (ai cinque Comuni citati si deve aggiungere Santa Lucia, coinvolta nella frana «del giorno dopo» ad Acquabona, sulla statale Alemagna) ricevono dalla Protezione civile uno specifico «Bollettino temporali» elaborato dall’Arpav (quello di diceva: «Per lunedì e martedì tempo stabile, non sono previste precipitazioni»).

   In caso di previsione di eventi avversi, vengono inviate nei punti maggiormente a rischio le «sentinelle », uomini della Protezione civile incaricati di sorvegliarli a vista e comunicare tempestivamente eventuali smottamenti, allagamenti o altri pericoli. «In quell’eventualità, saranno allontanati i residenti, in particolare dall’asta del fiume – spiega Andrea Fiori, vicesindaco di San Vito -. La zona della frana invece è chiusa e messa in sicurezza. Il personale del Genio civile lavora incessantemente, anche sabato e domenica, per liberare l’alveo del Ru Secco. Ma ci vorrà un mese». (Marco Bonet)

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per saperne di più sulla frana di CANCIA del 2009:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/07/21/la-frana-di-cancia-in-cadore-ripropone-la-necessita-di-un-progetto-di-salvaguardia-e-sviluppo-autonomo-e-compatibile-delle-aree-di-montagna/

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