LA ROTTA DEI BALCANI: gli INCERTI CONFINI DI UN’EUROPA DISUNITA – Le ondate migratorie di profughi in fuga da guerra, miseria, non-futuro – Le risposte necessarie da dare: 1- immediate con la SOLIDARIETA’; 2- Un governo mondiale di PACE e SVILUPPO condiviso in ogni parte del pianeta

i profughi al confine ungherese - I PROFUGHI IN MARCIA ATTRAVERSO LA SERBIA, lungo i binari della ferrovia che da Subotica porta a Szeged, in UNGHERIA, hanno raggiunto la frontiera e tentano di passare il confine. Là dove incontrano LA BARRIERA DI RETI METALLICHE e filo spinato costruita a tempo di record dal governo Orban e ormai quasi completata, si arrangiano come possono per superarla. Scavalcandola o strisciando sotto di essa (foto). Adesso però UN NUOVO CORPO SPECIALE, FORMATO DA OLTRE 2 MILA UOMINI ARMATI, è in arrivo al confine ungherese e minaccia di reprimere con la forza ogni tentativo d'ingresso. (da LETTERA43)
i profughi al confine ungherese – I PROFUGHI IN MARCIA ATTRAVERSO LA SERBIA, lungo i binari della ferrovia che da Subotica porta a Szeged, in UNGHERIA, hanno raggiunto la frontiera e tentano di passare il confine. Là dove incontrano LA BARRIERA DI RETI METALLICHE e filo spinato costruita a tempo di record dal governo Orban e ormai quasi completata, si arrangiano come possono per superarla. Scavalcandola o strisciando sotto di essa (foto). Adesso però UN NUOVO CORPO SPECIALE, FORMATO DA OLTRE 2 MILA UOMINI ARMATI, è in arrivo al confine ungherese e minaccia di reprimere con la forza ogni tentativo d’ingresso. (da LETTERA43)

Sta suscitando emozione vedere nei servizi televisivi masse di pofughi-migranti (in particolare siriani) risalire disperatamente la Macedonia, dopo aver superato la Turchia e la Grecia.

   Macedonia che, dopo un iniziale “blocco” (usando catene di poliziotti e anche i lacrimogeni…) di questo esodo di persone (donne, tanti bambini, giovani…) ha deciso di lasciarli passare in direzione Serbia, di aprire la frontiera. Profughi lungo la rotta balcanica con l’obiettivo “Europa”, ma l’Ungheria (dopo il passaggio in Serbia) non li vuole, e sta velocemente erigendo il muro di filo spinato per bloccare ogni esodo presente e futuro.

Nell'infografica realizzata da Centimetri la rotta del viaggio dei migranti.ANSA/CENTIMETRI
Nell’infografica realizzata da Centimetri la rotta del viaggio dei migranti.ANSA/CENTIMETRI

   Molte di queste persone in cammino disperato e di qualche possibile speranza verso il “mito Europa”, dicevamo che arrivano dalla Siria, ma anche dall’Iraq e dall’Afghanistan. Sono profughi che arrivano da zone di guerra e vogliono entrare in Europa: sono passati dalla Turchia, hanno oltrepassato il mare verso le isole greche, hanno raggiunto la terraferma e proseguito fino al confine con la Macedonia.

   E così dopo giorni di scontri con la polizia macedone sono riusciti a far aprire la frontiera, arrivando in Serbia. Ora vogliono proseguire la rotta balcanica fino all’Ungheria, che in gran fretta sta chiudendo i propri confini per evitare l’invasione. Dicevamo che il governo ungherese di Viktor Orban ha annunciato a inizio luglio la costruzione di una sorta di muro, una recinzione di rete metallica, filo spinato e lamette alta circa 4 metri e lunga 175 chilometri, che corre per la lunghezza del confine con la Serbia.

profughi in Macedonia il 23 agosto verso la Serbia
profughi in Macedonia il 23 agosto verso la Serbia

   I numeri dell’esodo impressionano e crescono giorno dopo giorno. SONO CIFRE EPOCALI: solo nei primi sei mesi del 2015, sono state oltre 400 mila le domande di asilo registrate nell’Ue, contro le 660 mila dell’intero 2014, già anno record. La sola Germania ha detto di aspettarsi entro fine anno 800mila richieste, mentre Frontex ha annunciato il dato-shock di 107mila arrivi solo per il mese di luglio. A prevalere finora sull’approccio più solidale della Commissione Ue, che spinge per un meccanismo europeo permanente per la redistribuzione di chi chiede asilo, sono state le divisioni dei 28 e i discorsi elettorali interni.

   Con un conseguente rimpallo dei disperati, bloccati all’una o all’altra frontiera mettendo in forse il futuro di Schengen e della libera circolazione, e della responsabilità europea. Francia e Germania chiedono a Italia e Grecia di iniziare seriamente e ufficialmente a identificare tutti i profughi-migranti (oramai la distinzione tra chi scappa per guerra o per fame, o per tutte e due le cose, è fuori luogo…), ma questa farebbe sì di “bloccare” i migranti (in base al trattato di Dublino) nei due Paesi della sponda meridionale dell’Unione Europea (Grecia e Italia) che dovrebbero solo loro farsene carico. E questa non è certo la soluzione alla solidarietà europea ora necessaria (va pur detto che di questo ultimo esodo sulla via balcanica la Germania ha sospeso il regolamento di Dublino per i profughi provenienti dalla Siria: questo significa che non li respingerà verso i Paesi di ingresso nell’Unione europea, come prevede il regolamento, e si farà carico di loro in ogni caso).

   LA ROTTA BALCANICA È UNA DELLE PIÙ COMPLESSE: in Grecia aumentano a dismisura gli sbarchi (un punto di criticità molto forte è a Kos) e disagi ci sono un po’ ovunque nelle isole: ad Agathonisi il numero di migranti ha superato quello degli abitanti e mancano acqua e medici per fronteggiare l’accoglienza. E l’emergenza non è destinata ad esaurirsi. Dal porto ateniese del Pireo i profughi puntano diretti verso nord-ovest, verso il confine macedone, poi Serbia, Ungheria, Europa…

   Nel contesto attuale quel che viene in mente è mettere in campo una SOLIDARIETA’ TOTALE EUROPEA, “senza se e senza ma”, per non macchiarci nella “Storia” di un ulteriore crimine verso l’Umanità. E poi decidere, in un possibile e sempre più necessario GOVERNO MONDIALE, prospettive di sviluppo per tutti: ECONOMIE VIRTUOSE che possano impiegare manodopera preziosa per lo sviluppo dell’Africa, di un Medio-Oriente riappacificato (cosa ardua, ma un’economia di benessere potrebbe aiutare…).EUROPE-MIGRANTS-MACEDONIA LaStampa_it

   Se ora anche questo esodo di agosto crediamo potrà ragionevolmente essere assorbito nel contesto europeo, gli scenari per il futuro (un futuro già assai vicino, le prossime settimane, mesi, anni…) mettono in campo numeri certo ben più difficili da far quadrare. Fare in modo che il ricco capitale umano dell’Africa non sia sminuito da un’emigrazione spesso dequalificata, ma venga valorizzato, sia volano di sviluppo (le tante intelligenze dei tanti giovani…) (magari con azioni di formazione, interscambio), per diventare un fattore di CAMBIAMENTO nella propria terra, non è solo un ideale di giustizia, è anche una strategia intelligente; e conveniente per il futuro della stessa Europa. (sm)

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LA FLOTTA INFINITA: QUELL’ESODO SENZA FINE CHE TRAVOLSE I CONFINI D’EUROPA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 23/8/2015

   Un bellissimo sabato d’estate al mare, pieno di barche. Il numero cresce di ora in ora: mentre scrivo sono 23, fra barconi e gommoni, e circa 3 mila esseri umani, ad aver chiesto aiuto, e una dozzina i bastimenti, fra navi della Guardia Costiera e della Marina italiana e norvegese, motovedette, imbarcazioni della Guardia di Finanza e di associazioni di buona volontà, e qualche volonteroso mezzo di diporto, ad aver risposto.

   Questo sulla rotta per le nostre coste. Appena più in là, si è guadagnata il primato la rotta fra Turchia e Grecia, favorita dalla vicinanza delle isole, dove sono i siriani i più numerosi. Fra gli sbarcati, le baruffe e a volte le risse di Kos si sono trasferite negli scontri al confine con la polizia macedone.

   A Kos e nelle altre isole delle vacanze, gli iracheni scappati da Anbar si fìngono siriani invidiando la loro precedenza -anche gli afgani-, ma li beccano subito. Lì il tragitto è breve: neanche mezz’ora con una barca normale.

   I migranti ci mettono anche una notte nei gommoni da strapazzo, e all’arrivo si sbrigano a forarli, per non essere rimandati indietro: la versione aggiornata del bruciarsi le navi alle spalle. Hanno lasciato tutto e per sempre, alle spalle. Venti giorni fa, a Calais, un padre disperato, dopo chissà quanti tentativi ricacciati, aveva spinto la propria bambina oltre il reticolato, verso una salvezza di orfana.

   Da due giorni, alla frontiera greco-macedone di Gevgeljia, altri padri tendevano i loro piccoli verso le guardie macedoni, e ieri hanno infranto la barriera, in una esasperata Schengen alla rovescia, andando contro lacrimogeni e bombe assordanti. Che cosa volete che siano le bombe assordanti per chi viene dalla Siria dei barili esplosivi sganciati dal cielo e delle bombe chimiche.

   E i poliziotti macedoni, descritti come impassibili da qualche cronaca- “Sono gli ordini” – hanno sperimentato anche loro la differenza fra “il problema della migrazione” e una faccia di bambina spaventata che piange.

   Una storia del progresso umano dovrà tenere in gran conto l’invenzione del filo spinato (1874) e la sua evoluzione nel filo a lama di rasoio, quello attraverso il quale vedete insinuarsi i bambini nelle fotografie di ieri (sabato 22 agosto, ndr). Nel momento in cui i piazzisti politici europei hanno deciso, più o meno all’unisono, di fare la voce grossissima contro i migranti, decretando che la misura è colma, “e ora basta!”, ci si accorge, in un solo sabato, che la misura non fa che crescere, e che tutti i record sono destinati a essere aggiornati di ora in ora.

   Gli annegati nel Mare Nostro sono già più di 2.300, in nemmeno 8 mesi. Gli arrivati, più di 255mila – 105mila in Italia, quasi 155mila in Grecia. Perfino il record delle vacanze estive sulle nostre località balneari va annotato nello stesso registro di entrate e uscite, avvantaggiato com’è dal crollo del turismo tunisino (la metà dei posti perduti), dalle paure per l’Egitto, dalle incertezze greche…

   Siamo agli inizi: e come potrebbe essere diversamente, se la guerra in Siria, dopo 4 anni, infuria come la più tragica e incurata delle pesti? Come si può pensare che i due milioni di profughi siriani in Turchia pazientino nel fango e nell’umiliazione dei campi in attesa di tornare alle loro case, quando quelle case non esistono più, né le città?

   Al contrario, crescono i luoghi ai quali non si farà ritorno: i cristiani di Ninive hanno già contato 14 mesi dalla conquista del califfato nero. I cittadini europei, in quello che hanno di responsabile, dovranno presto smetterla di illudere e illudersi sulla possibilità di metter fine all’avvento, o anche solo di arginarlo -di arginare il mare.

   La Grecia, dannata a fare i conti, li fa ora con la sua cifra spropositata di fuggiaschi, e la signora Merkel, titolare del Paese finora più aperto verso rifugiati e stranieri (con la Svezia, mentre i meriti dell’Italia riguardano il soccorso e non l’accoglienza), ha ragione di dirsi preoccupata dalla migrazione ben più che dalla Grecia. Anche la Germania profonda rumoreggia, e ha i suoi piazzisti, benché offra anche degli esempi luminosi, come la decisione congiunta di alcune università di offrire corsi di studio gratuiti a richiedenti asilo destinati a diventarne cittadini. Crescono i luoghi ai quali non si farà più ritorno, non illudiamoci di arginare il mare. Quei bambini che piangono al di là del filo spinato in fuga dalla tragedia siriana. (Adriano Sofri)

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I FRAGILI CONFINI

I DESTINI DELL’EUROPA PASSANO DAI BALCANI

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 25/8/2015

   I Balcani producono più Storia di quanta ne consumino. L’espressione popolare interpreta il senso epocale delle disperate migrazioni attraverso Macedonia, Kosovo, Serbia e Ungheria per raggiungere il cuore dell’Europa, quasi a risalire idealmente contromano il corso del Danubio.

   Nel nuovo secolo, come nel precedente, la Storia del Vecchio Continente ripassa da queste lande desolate e lascia dietro di sè morti e feriti, odio e fili spinati.

   Dopo guerre di trincea e pulizie etniche, dopo muri ideologici e cortine di ferro, una forma altrettanto devastante di conflitto si sta generando nell’impotenza delle Grandi Potenze, come se un destino ineluttabile debba avere partita vinta sul primato della politica e sulla coscienza degli europei più fortunati.

   «Vagabondavano come mosche senza testa», scriveva il serbo Milos Crnjanski nel suo Migrazioni, narrazione di un popolo sradicato in cammino verso la terra promessa. Come nell’epica letteraria, le migrazioni non si fermano davanti ai mari in tempesta, ai fili spinati, ai cordoni di polizia. Avanzano su battelli alla deriva e su inquietanti vagoni ferroviari. Possono essere decimati, respinti, talvolta arrestati. Ma non si fermeranno.

   Lo dimostrano cifre fornite da Eurostat: 400 mila richieste di asilo (160 mila in più dello scorso anno) nei primi sette mesi, 700 mila potenziali arrivi nella sola Germania. Gli sbarchi attraverso la «frontiera» del Mediterraneo ormai equivalgono i flussi nei Balcani.

   La «pressione» dei disperati ha moltiplicato rotte, porte d’ingresso, zone di provenienza. Il fenomeno ha stravolto i due presupposti su cui si è finora basata la risposta politica, peraltro balbettante: il presupposto che sia possibile la distinzione fra richiedenti asilo, migranti per bisogno e fuggiaschi da guerre e carestie, e il presupposto che si tratti di un’emergenza umanitaria sperabilmente transitoria.

   L’emergenza ha invece assunto le dimensioni di una crisi geopolitica di lunga durata che abbraccia il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa subsahariana. La disperazione di milioni di esseri umani, manipolata dai trafficanti e dalle formazioni terroristiche è anche strumento di disfacimento dei Paesi di provenienza e di destabilizzazione dei Paesi di accoglienza.

   È stato calcolato che l’Africa subsahariana avrà 900 milioni di abitanti in più nei prossimi vent’anni. Di questi, almeno 200 milioni saranno giovani in cerca di lavoro, e il caos dei loro Paesi d’origine li spingerà sempre più a nord.

   Non basterà aprire centri di accoglienza. I richiami alla Storia balcanica e la narrazione di queste fughe di massa ci dicono che questa è la vera posta in gioco. Se l’emergenza suscita ancora sussulti di solidarietà, appelli della Chiesa, prese di coscienza nelle società europee, la crisi geopolitica rischia di innescare fenomeni distruttivi, incontrollabili, non lontani dai fantasmi del passato.

   Non è questione di xenofobia o populismo nazionalista, ma di una nuova forma di conflitto: sta avvenendo qualche cosa di devastante se si erigono nuovi muri, se si diffonde l’equazione immigrato=terrorista, se le società più ricche e potenti tendono a chiudersi, lasciando soli i Paesi più deboli e più esposti all’ondata migratoria.

   Di questo passo, l’Europa rischia di implodere, sconfitta dai profeti del terrore, dagli scafisti, dai demagoghi, dalle leggi ineluttabili della demografia e del bisogno che stravolgono la convivenza civile, alimentano la guerra fra poveri, modificano il paesaggio culturale, minano il nostro modello di società.

   L’Europa, fortezza protettrice e al tempo stesso assediata, dovrebbe ritrovare le ragioni della propria Storia e della propria alleanza politica, economica e finalmente militare. La risposta alla nuova guerra è una combinazione di sicurezza delle frontiere, fermezza armata di fronte al terrorismo, solidarietà consapevole.

   Non è troppo tardi, di sicuro è difficile. La gestione contabile della crisi greca non è un segnale di risveglio. (Massimo Nava)

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I QUATTRO AMICI DA ALEPPO E L’ULTIMA BRECCIA NEL MURO: “PASSIAMO ORA O MAI PIÙ”

– Fra i centomila profughi che cercano di entrare in Ungheria dalla Serbia –

di Niccolò Zancan, inviato a Horgos (Serbia), da “la Stampa” del 26/8/2015

   Alla frontiera è una notte senza luna, nuvole basse e zanzare. Una notte perfetta per saltare il muro. Samir, Achmad e Saray hanno preparato il piano parlando per tutto il pomeriggio: due bottigliette d’acqua a testa, biscotti, mandorle, regole chiare.

   «Niente panico in caso di polizia, niente luce, niente telefono, meglio staccare anche la connessione. Ho paura che possano scoprici tracciando il gps», dice Samir Kourdiy. È il più carismatico del gruppo. Lo ascoltano come fosse un condottiero. Ha 24 anni, ha studiato ingegneria. Porta un cappellino da baseball rivoltato al contrario e una barba folta e nera, a metà strada fra l’Europa e l’islam.

   Arrivano tutti da Aleppo, Siria. Sanno bene cosa li aspetta, ma Samir Kourdiy dice frasi definitive: «Quello che sta succedendo in Siria non interessa a nessuno. È una guerra totale. Tutti contro tutti: i ribelli, quelli dell’Isis, le bombe scaricate dal dittatore Bashar Al Assad. Non è rimasto niente. Luce, cibo, vita. Siamo dovuti partire. Ma chiedi a chiunque, voltati, domanda a caso a tutta questa gente che si è ritrovata qui. Vedrai cosa ti risponderanno: il nostro sogno è poter tornare un giorno in Siria e ricostruire il Paese».

Il viaggio dei 4 amici (il punto critico di Horgos)
Il viaggio dei 3 amici (il punto critico di Horgos)

   Gli amici abbassano lo sguardo. Quasi si sentono in colpa di aver scherzato fino a cinque minuti prima, di essere allegri. Achmad Saiid chiedeva informazioni sulla Spagna. «La vita è bella, vero? Si sta bene? Ho un amico carissimo. Potrei lavorare nel turismo. Conosco l’inglese. Facevo traduzioni…». Saray Abed, invece, era davvero emozionato: «Italiano? Del Piero, Del Piero!». Non smetteva di complimentarsi. Lui è il classico amico che ti solleva il morale nei momenti bui. Con la borsetta a tracolla, con la maglietta a righe orizzontali bianche e azzurre. E sopra scritto: «Fashion». «Del Piero è il più forte di tutti. Sei di Torino? Non ci credo! Possiamo fare una foto insieme? Voglio venire a trovarti, voglio vedere la città di Del Piero. Però prima vado in Germania».

UN FIUME UMANO

Intanto, sono qui con altre cinquemila persone in attesa, tutte arrivate lungo la stessa rotta: Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia. Adesso, c’è il muro. Di là, c’è l’area Schengen, l’Europa, Del Piero, Torino, la Spagna, la Germania, la Svezia, qualsiasi sogno tu abbia la forza di sognare. Ma per arrivarci, non devi farti prendere le impronte digitali dai poliziotti ungheresi. Questo dicono i trattati internazionali: diventi rifugiato politico nel primo posto in cui vieni identificato. Se vuoi proseguire il viaggio, l’unica strada è saltare il muro. E correre forte. «Noi non daremo mai le nostre impronte agli ungheresi», dice Samir Kourdiy. «Ci odiano perché siamo musulmani. Sembra di essere tornati indietro alla seconda guerra mondiale. Al tempo del nazismo».

   Horgoš è un paese di 5700 abitanti, l’ultimo prima dell’Ungheria. Raccontano che sia stato costruito da un principe 200 anni fa, ma è difficile crederci. Case sventrate. Cavalli magri. Carretti. Biciclette. Due piccoli supermercati presi d’assalto dai profughi. Si lavano a una fontanella di fronte all’unica banca fallita e chiusa. Quando arrivi, ti sembra di essere dentro un film del genere sgangherato balcanico. Cinque poliziotti insofferenti aspettano all’incrocio, scacciando le mosche. Chiunque passi da quelle parti, arrivando a piedi dai campi o scaricato dai pullman istituiti dal governo serbo, si sente gridare in faccia la stessa identica frase: «Di là, binari, Ungheria!».

I VARCHI ANCORA APERTI

C’è ancora un varco aperto nella frontiera. Una breccia nel muro. Accomodatevi. Bisogna percorrere quattro chilometri sull’unico binario sudicio. Segui le traversine, stacchi una pera per placare la fame, cerchi un po’ di intimità fra gli alberi di prugne, vedi i segni di altri uomini ed altre donne passati prima di te. Passi il confine e arrivi dritto davanti a un camion dell’esercito ungherese. I poliziotti ti fanno salire, dopo un’attesa estenuante. Ti portano in un centro di identificazione a Debrecen, ed è finita. Se la commissione giudicherà fondata la tua richiesta di asilo politico, resterai in Ungheria. «Mai!», dice Samir Kourdiy. «Piuttosto moriamo qui in Serbia».

   Sui binari si incammina chi non ce la fa più, chi ha deciso di arrendersi. Sono moltissimi. Più di 2 mila al giorno. Centinaia di bambini. Per esempio Taleb Alzoy, il libraio di Aleppo, che porta sulle spalle la figlia Rouhna di 4 anni: «Siamo stremati. Non possiamo scavalcare il muro in queste condizioni. Mia moglie non ce la fa». Vanno in fila. Occupano i binari. Qualcuno si è fermato a dormire ai lati della massicciata. Fa caldo. Hanno bisogno di un bagno. Hanno bisogno di tutto anche se non chiedono niente. C’è Delly Tahier rimasto paralizzato in un incidente d’auto che va avanti sulla sedia a rotelle spinta dalla moglie, finché il prato costeggia la ferrovia. Poi viene preso in braccio a turno. Il più anziano del gruppo si chiama Mohamed Hame, faceva l’autista di camion ad Aleppo, 74 anni, vorrebbe raggiungere il figlio Hamde in Danimarca. Ma chi va sui binari si consegna ai poliziotti. Per sfinimento. Oppure per ingenuità. «Dov’è Budapest? Dove ci portano adesso?».

NOTTE DOPO NOTTE

Non Samir, Achmad e Saray. Loro sanno tutto. Hanno studiato, controllato per l’ultima volta la mappa sul telefono. «Ci vogliono due ore per arrivare in questo punto», spiegano. Sarebbe facile, in teoria, in linea d’aria. Ma non si può. La situazione è la seguente: l’Ungheria è davanti a noi oltre ai campi. Ma lì, in corrispondenza del paese di Röske, ci sono i poliziotti schierati in attesa. A destra, c’è il fiume Tisza, che rende più insidioso l’attraversamento. A sinistra, l’autostrada, la dogana, le file dei camion. Bisogna passare nell’unico punto accessibile, tornando indietro di 7 chilometri. Per poi avvicinarsi ancora al confine, attraverso strade secondarie, sterrati e campi.

   Il cielo è nuvoloso come lo sognavano Samir, Achmad e Saraiy. E loro sono piccole ombre in cammino. Non parlano. Vanno in fila indiana. Si sente solo qualche motore in lontananza. «Questi sono i campi di mais», dice Samir. «Adesso spegnete tutto». È incredibile quello che succede: nell’erba alta c’è un avvallamento, un percorso tracciato, fra le pannocchie troppo mature, quasi immangiabili: si sente parlare in arabo. «Il mio nome è Ahmed Nayafe, sono di Kobane. State giù». È lì, insieme ad altri quattro ragazzi, steso nel buio a 30 metri dal muro. «In 2 ore le camionette sono venute 22 volte», dice. «Le abbiamo contate. È impossibile passare». Nayafe e i suoi amici sono nascosti da due notti. «Abbiamo provato ad avvicinarci. Ma ci hanno scoperto subito. I poliziotti gridavano: Andate a casa! Mi veniva da ridere. Quale casa?».

   «È difficile scavalcare?», chiede serissimo Samir. «Il problema è il filo spianto», risponde Ahmed Nayafe. «Se ti avvicini ti si aggancia alla carne».

   I lavori preliminari per la costruzione del muro sono stati dichiarati conclusi dal governo ungherese. Vogliono chiudere definitivamente la frontiera entro la fine di agosto. Per adesso, è una rete metallica alta quattro metri, sorretta da pali squadrati e preceduta da tre rulli di filo spinato. Lo vedi bene quando passano i fari delle camionette militari lungo il perimetro. Sono le tre di notte. Samir, Achmed e Saraiy decidono di provarci comunque.

   L’Europa non è mai stata così vicina. Nessuno parla. Non senti più nulla. Solo calci contro il ferro. Passano in fretta: un salto, due salti. Il blindato dei militari accelera all’improvviso: un faro potente illumina la scena. Saraiy è ancora in cima alla cancellata. Samir urla in arabo. Scattano. Sembrano dei ragni. Quando i poliziotti scendono dalla camionetta, loro ricadono in Serbia. È in quel momento che arriva forte il grido: «Go home! Go home! Go home!». Tutto il mondo è la casa di Samir, Achmad e Saraiy. Hanno tagli sulle gambe, hanno dormito quattro ore. Torneranno fra le pannocchie e il muro, aspettando una notte persino più buia.  (Nicolò Zancan)

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IN SERBIA IL TRANSITO DELLA SPERANZA. E LA GERMANIA ACCOGLIE I SIRIANI

da AVVENIRE del 25/8/2015

– La rotta di terra dei migranti segna un incessante flusso: dalla Grecia alla Macedonia, poi in Serbia, infine in Ungheria dove poi si ramifica nei Paesi dei Nord Europa –

   Dalla Grecia alla Macedonia, dopo gli scontri dei giorni scorsi e la rinuncia del Paese al blocco, “filtrano” 3mila profughi al giorno, e il flusso è destinato a continuare nei prossimi giorni. Dalla Macedonia poi l’ondata umana passa in Serbia, dove nella regione meridionale di PRESEVO, a maggioranza albanese e musulmana, ormai gli arrivi si contano a migliaia.

   Nelle ultime due settimane sono arrivati oltre 23 mila immigrati, 10mila nell’ultimo fine settimana, 90 mila dall’inizio dell’anno. Tra loro tante donne e bambini, intere famiglie disposte a percorrere a piedi sotto il sole centinaia di chilometri pur di scappare dal dramma della guerra e della desolazione dei loro Paesi d’origine: Siria, Iraq, Afghanistan, ma anche Pakistan, Sri Lanka, Africa.

   Dal sud della Serbia i migranti vengono trasferiti a bordo di bus a Belgrado; in 24 ore ne sono stati impiegati ben 70. Una massa umana notevole per un Paese di soli 7,5 milioni di abitanti, non ancora membro dell’Ue e con mezzi finanziari molto limitati.

   Ma nonostante ciò la Serbia sembra per ora rispondere in modo composto all’emergenza umanitaria: sono stati allestiti quattro centri di accoglienza, due a sud a Presevo e Miratovac, e due a nord al confine con l’Ungheria, a Kanidjia e Subotica. I migranti ottengono un permesso temporaneo di 72 ore per proseguire il loro viaggio verso nord, con bus di linea, treni, auto e pullmini privati, ma anche a piedi.

   Ma il tragitto verso nord diventa ancora più difficile, perché per entrare in Ungheria bisogna superare il muro metallico e di filo spinato alto quattro metri che il governo conservatore magiaro di Viktor Orban ha deciso di erigere a scopo “difensivo” lungo tutti i 175 chilometri della frontiera con la Serbia. La conclusione della barriera, prevista per novembre, è stata anticipata per fine agosto.

   Solo ieri sono entrate illegalmente in Ungheria oltre 2mila persone, il doppio rispetto a quanto successo nei giorni precedenti.

   La situazione è tesa anche in Bulgaria, che ha inviato altri soldati e alcuni blindati al confine con la Macedonia: per ora il flusso dei migranti privilegia il percorso attraverso la Serbia, ma dall’inizio dell’anno il Paese ha accolto 15mila migranti, per lo più siriani, in transito dalla Turchia nonostante la barriera lunga 30 chilometri presidiata da migliaia di militari.

   Una volta arrivati in Bulgaria, i migranti vengono bloccati nei campi di accoglienza per mesi prima di ottenere un eventuale permesso che consenta di viaggiare nella Ue. La Germania non respingerà più i profughi siriani La Germania sospende il regolamento di Dublino per i profughi provenienti dalla Siria. Questo significa che non li respingerà verso i Paesi di ingresso nell’Unione europea, come prevede il regolamento, e si farà carico di loro in ogni caso. Un gesto che ha raccolto subito il plauso della Commissione Ue, che ha ringraziato Berlino per questo “gesto di solidarietà europea”.

   L’Ufficio Federale tedesco per i Migranti e i Rifugiati ha scritto sul suo account Twitter: “Attualmente non stiamo seguendo la procedura di Dublino per quanto riguarda i cittadini siriani”. Questo significa che, pur essendo entrati “illegalmente” sul territorio tedesco, la Germania non rinvierà i richiedenti asilo siriani nei Paesi dell’Ue in cui sono entrati, quali ad esempio Grecia, Italia o Ungheria. La Germania ha stimato per questo anno di dover accogliere circa 800.000 richiedenti asilo.

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UNGHERIA, RONDE ARMATE AL CONFINE CONTRO I PROFUGHI

IL PREMIER UNGHERESE MANDA 2 MILA UOMINI ALLA FRONTIERA CON LA SERBIA. IL FILO SPINATO NON FERMA I PROFUGHI. A ROSZKE LACRIMOGENI SUI RIFUGIATI

da LETTERA-43 quotidiano indipendente online (sera del 26/8/2015) – www.lettera43.it/

   I profughi in marcia attraverso la Serbia, lungo i binari della ferrovia che da Subotica porta a Szeged, in Ungheria, hanno raggiunto la frontiera e tentano di passare il confine. Là dove incontrano la barriera di reti metalliche e filo spinato costruita a tempo di record dal governo Orban e ormai quasi completata, si arrangiano come possono per superarla. Scavalcandola o strisciando sotto di essa (foto). Adesso però un nuovo corpo speciale, formato da oltre 2 mila uomini armati, è in arrivo al confine ungherese e minaccia di reprimere con la forza ogni tentativo d’ingresso.

TASK FORCE ARMATA AL CONFINE. Il capo della polizia di Budapest, Karoly Papp, ha assicurato in conferenza stampa che la task force «non avrà l’ordine di sparare», mentre il portavoce del governo Zoltan Kovacs ha detto che l’esecutivo sta valutando anche l’uso dell’esercito. La nuova guardia di frontiera ungherese avrà sei raggruppamenti e un effettivo totale di 2.016 agenti, con l’obiettivo dichiarato di fermare i migranti.

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EMERGENZA PROFUGHI, ALLARME IN GERMANIA PER GLI ATTACCHI NEONAZI

di Giampaolo Cadalanu, da Repubblica 26.8.15

– Dopo gli scontri in Sassonia in fiamme un centro rifugiati vicino alla capitale La cancelliera sospende la convenzione di Dublino: sì all’ingresso dei siriani –

BERLINO. La fuga dei rifugiati dell’estate 2015 è ormai su scala epocale, mai raggiunta dai tempi della Seconda guerra mondiale, e sta mettendo in discussione la leggendaria capacità di accoglienza della Germania.

   A fronte di una mobilitazione generale, con centinaia di volontari che offrono contributi o lavoro, giornali che incitano a fare la propria parte e associazioni che coordinano, rispunta l’intolleranza. Sabato scorso a Heidenau, in Sassonia, alcune centinaia di neonazisti — ubriachi, dice la polizia — mobilitati dalla nostalgica Npd avevano cercato di impedire l’arrivo dei profughi nell’ostello locale, scontrandosi con gli agenti. Oggi a Heidenau arriva Angela Merkel, che la stampa aveva criticato per il suo lungo silenzio sul tema, raffigurandola come uno struzzo con la testa sotto la sabbia.

   Ma i segni di una recrudescenza dell’estrema destra violenta si moltiplicano e creano allarme. Ieri a Nauen, poco lontano da Berlino, è stata data alle fiamme un’ex palestra che doveva essere trasformata in struttura di accoglienza. Il timore che i gruppi neonazisti possano sfruttare il disagio per l’emergenza rifugiati e rialzare la testa è tale che ieri la polizia della capitale ha fatto sgomberare la Willy-Brandt-Haus, sede della Spd.

   Gli investigatori hanno preferito prendere sul serio una telefonata che annunciava un attentato. I socialdemocratici potrebbero essere nel mirino degli estremisti perché Sigmar Gabriel, vice cancelliere e leader del partito, ha usato parole molto dure per condannare l’agguato di Heidenau: «Non dobbiamo lasciare a questo branco nemmeno un millimetro di spazio. Per questa gente l’unica risposta possibile è la prigione».

   Ma è l’Europa tutta che reagisce all’emergenza profughi in ordine sparso. Altro che rispondere con una voce sola, come chiedono Angela Merkel e François Hollande. Da una parte, la cancelliera ha annunciato che la Germania sospende la Convenzione di Dublino, quanto meno per i fuggiaschi in arrivo dalla Siria: in altre parole, Berlino non rimanderà indietro i profughi nel primo Paese Ue dove sono entrati, come avrebbero imposto le regole internazionali. È un passo molto concreto, e va nella direzione richiesta anche da Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, che sulla Sueddeutsche Zeitung di ieri invitava a «non lasciar sole Roma e Atene». Nel frattempo però è l’Est europeo a segnalare le situazioni più esplosive. In queste ore il punto più rovente sembra essere il confine fra Serbia e Ungheria: almeno due-tremila persone al giorno stanno attraversando la frontiera che divide la repubblica ex Jugoslava dalla Ue, anche tagliando la barriera di filo spinato che il governo di Viktor Orban ha fatto sistemare, in attesa di finire la costruzione di un muro alto quattro metri. Nei prossimi giorni l’ondata di persone in arrivo da Grecia e Macedonia potrebbe superare le diecimila persone, avverte l’Alto commissariato Onu per i rifugiati.    In Serbia, dice il governo di Belgrado, sono passati almeno centomila profughi, diretti verso il nord Europa.

Insomma, se davanti all’emergenza l’Europa mediterranea arranca, quella dell’Est reagisce scompostamente ed è persino tentata di adoperare la forza. Ma davanti alla disperazione servirà a ben poco anche l’inasprimento delle pene per chi entra, una misura annunciata da Budapest che però difficilmente potrà essere messa in pratica. Nemmeno i gas lacrimogeni e le granate stordenti adoperati dal governo macedone possono arrestare la fuga di chi a casa propria vede arrivare bombe a frammentazione, se non persino i gas nervini.

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IMMIGRAZIONE

L’ASSEDIO DEI PROFUGHI ALLE FRONTIERE D’EUROPA

di Gian Carlo Blangiardo, da “il Sole 24ore” del 24/8/2015

   Se è vero che il mese di agosto viene tradizionalmente associato all’immagine di masse di persone in movimento, anche i profughi vogliono raggiungere il confine ungherese, porta d’ingresso d’Europa. C’è però l’incognita della barriera di filo spinato in costruzione, ma non solo. L’Ungheria sta inviando migliaia di poliziotti per rafforzare le sue frontiere a sud e ha approvato una legge per la limitazione delle richieste d’asilo.

   Riuscire a passare il confine significa per i profughi viaggiare liberamente attraverso le frontiere dei 28 Stati membri. Destinazione ultima per molti è la Germania o la Svezia.

   Ma più che descrivere un popolo di vacanzieri, felicemente in moto alla ricerca del sole o della quiete dei monti, le cronache dell’agosto 2015 tendono a evocare quotidianamente un tipo di mobilità che ha spesso risvolti drammatici: ci raccontano di sbarchi e di fughe dalla paura o dalla miseria.

   Prevenire l’assedio demografico dall’Africa ci sensibilizzano sul bilancio di quanti non ce l’hanno fatta; danno conto dei progetti di chi ha accarezzato, talvolta illudendosi, il sogno di una vita diversa e migliore in un nuovo Paese. Tutto ciò viene puntualmente documentato grazie al supporto di una varietà di fonti statistiche che mettono costantemente a disposizione i dati per valutare e per confrontare le tendenze in atto, così da coglierne gli sviluppi ed evidenziarne gli aspetti più problematici.

   Ecco allora che mentre, da un lato, Eurostat rende noto che nel corso del primo semestre del 2015 si sono accumulate ben 400mila richieste d’asilo nel complesso della Ue – 160mila in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+66%) -, dall’altro Frontex informa che i clandestini “intercettati” alle frontiere comunitarie nel solo mese di luglio hanno superato le 100mila unità, mettendo a segno un incremento complessivo di oltre 200mila casi rispetto ai primi sette mesi del 2014 (+175%).

   E le due segnalazioni si allineano perfettamente al dato del ministero dell’Interno sull’ulteriore crescita degli immigrati sbarcati in Italia: +11% nei primi sette mesi dell’anno. Come si vede, gli indizi concordano, e il linguaggio dei numeri sembra accreditare un messaggio forte e chiaro: la pressione migratoria verso l’Unione Europea è continuamente in crescita.

   E l’Italia, che nel corso di questi anni ha fatto da molo per l’attracco dei barconi colmi di disperati spesso diretti altrove, verrà sempre più chiamata a operare in prima linea su un fronte, quello del Mediterraneo centrale, che deve la sua problematicità non solo al caos che regna nei tenitori che agiscono da principale base di partenza dei flussi verso il nostro Paese, ma ancor più all’enormità del bacino demografico da cui tali flussi traggono origine.

   Perché se è vero che i venti di guerra che spingono le 70mila richieste d’asilo dei siriani registrate nel complesso della Ue nei primi sei mesi del 2015 -così come le 38mila degli afghani o le 21mila degli iracheni-, prima o poi smetteranno di soffiare (ci si augura), non sarà stessa cosa per il profondo Sud del Mondo.

   E’ opinione comune che l’Africa, quella sub-sahariana in particolare, potrebbe non solo non allentare la pressione migratoria sul fronte europeo, ma persino accrescerla nei prossimi decenni. Oggi a sud del Sahara vivono 962milioni di persone, destinate a diventare 1,2 miliardi tra dieci anni e 1,6 tra altri dieci.

Secondo le più recenti previsioni delle Nazioni Unite, nel complesso dell’area si accresceranno di 203 milioni nell’arco di un ventennio: troveranno sufficienti occasioni di lavoro in loco o accarezzeranno l’idea della fuga altrove?

   D’altra parte, in un mondo che vogliamo sempre più libero e interconnesso, come sarà possibile, nel rispetto della dignità umana, frenare le legittime aspirazioni a una vita migliore da parte di milioni di giovani ormai ben consapevoli delle opportunità che potrebbero trovare spingendosi oltre il confine del Mediterraneo?

   Ma al tempo stesso, fino a che punto l’Europa del 2035, quand’anche un po’ meno affollata (10 milioni di abitanti persi in vent’anni) e decisamente meno giovane (37 milioni di 20-39 in meno), potrà realmente essere in grado di assorbire senza rischi di rigetto una forza d’urto come quella che andrebbe prospettandosi se la spinta demografica africana dovesse contare unicamente sulla valvola di sfogo dell’emigrazione?

   Sono tutte domande che forse oggi non trovano adeguata risposta, ma che è opportuno non vengano rimosse. Perché se ora è lecito sostenere che qualche centinaio di migliaia di persone in più non possono non trovare spazio tra mezzo milione di cittadini europei, gli scenari per il futuro mettono in campo numeri certo ben più difficili da far quadrare.

   Prevenire è sempre meglio che curare. Fare in modo che il ricco capitale umano dell’Africa non sia sminuito da un’emigrazione spesso dequalificata, ma venga valorizzato – magari con azioni di formazione – per diventare un fattore di sviluppo nella propria terra non è solo un ideale di giustizia, è anche una strategia intelligente; e conveniente per il futuro della stessa Europa. (Gian Carlo Blangiardo)

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JUNCKER: L’EUROPA CHE VOGLIO NON È QUELLA DEI MURI

– In questo articolo il presidente della commissione Ue JEAN-CLAUDE JUNCKER risponde alle critiche mossegli su “Die Welt” secondo cui la sua azione rispetto alla questione dei profughi non sarebbe abbastanza incisiva –

da “la Repubblica” del 24/8/2015

LE IDEE

“Nessuno Stato può farcela da solo. Considero l’Europa una comunità di valori di cui possiamo andar fieri, ma raramente lo siamo. In Europa vantiamo i massimi standard mondiali di accoglienza dei profughi, mai rifiuteremmo asilo a chi necessita della nostra tutela, lo stabiliscono le nostre leggi e gli accordi stipulati. Mi preoccupa però il fatto che l’accoglienza sia sempre meno radicata nei nostri animi. Questa gente fugge dalla guerra e dalla disperazione”

ESSERI UMANI

“Quando parliamo di migrazioni parliamo di esseri umani, come noi, solo che queste persone non possono vivere come noi perché non hanno avuto la fortuna di essere nati in una delle regioni più ricche e più stabili del mondo. Parliamo di persone costrette a fuggire dalla guerra in Siria, dal terrore dell’Is in Libia, o dalla dittatura in Eritrea. Mi preoccupa vedere che una parte della popolazione le respinge. Campi profughi dati alle fiamme, barconi rimandati indietro, violenze contro i richiedenti asilo o semplicemente l’indifferenza di fronte alla miseria e al bisogno. NON È QUESTA L’EUROPA. Mi preoccupa quando i politici di estrema destra e di estrema sinistra alimentano un populismo che produce astio soltanto e nessuna soluzione. Discorsi pieni di odio e esternazioni avventate che mettono a rischio una delle nostre maggiori conquiste – la libertà di circolazione nell’area Schengen e il superamento delle frontiere al suo interno.”

LA QUESTIONE DEI CONFINI

“C’è però fortunatamente anche l’Europa dei pensionati di Calais che mettono a disposizione i generatori così che i profughi possano ascoltare un po’ di musica e ricaricare i cellulari. L’Europa degli studenti di Sigen che hanno aperto il campus della loro Università ai richiedenti asilo. L’Europa del fornaio di Kos che ha distribuito pane alla gente affamata e spossata. Questa è l’Europa in cui voglio vivere. Naturalmente non esiste una risposta unica e tantomeno semplice al problema dei flussi migratori. Come sarebbe poco realistico pensare di aprire semplicemente i confini dell’Europa a tutti i vicini, è altrettanto fuori dalla realtà credere di poter chiudere le frontiere di fronte al bisogno, alla paura e alla miseria. È però chiara una cosa: non esistono soluzioni nazionali efficaci. Nessuno stato membro può regolare le migrazioni efficacemente per suo conto. L’approccio deve essere più europeo e non c’è tempo da perdere. Per questo la Commissione Europea sotto la mia presidenza ha avanzato, già nel maggio scorso, proposte dettagliate per una politica comune nei confronti dei profughi e dei richiedenti asilo.”

SOLIDARIETÀ CON I PAESI VICINI

“Abbiamo triplicato la nostra presenza nel Mediterraneo per contribuire a salvare vite e a catturare gli scafisti. Sosteniamo gli stati membri inviando nelle regioni più interessate dal fenomeno squadre della Frontex ( Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne) dell’Easo (Ufficio europeo di sostegno per l’asilo ) e della Polizia europea. Le nostre squadre aiutano le autorità locali, spesso oberate, a stabilire l’identità dei profughi, a registrarli e prelevarne le impronte digitali, nonché ad accelerare il disbrigo burocratico delle richieste di asilo. Interveniamo contro le reti dei trafficanti stroncando poco a poco la loro spietata attività commerciale. Dimostriamo solidarietà ai nostri vicini, come la Turchia, la Giordania e il Libano, ospitando 20mila profughi da paesi extraeuropei. Collaboriamo con i paesi di provenienza o attraversati dai profughi. In questo modo intendiamo aprire vie legali, sicure e controllabili per i migranti. Concludiamo accordi di rimpatrio che agevolano il ritorno al paese d’origine delle persone cui non viene riconosciuto il diritto di restare in Europa. E insistiamo perché sia posto in atto il sistema comune di asilo europeo deliberato recentemente da tutti gli stati membri – a partire dalle condizioni di accoglienza e dalla procedura di asilo fino all’obbligo di prelevare le impronte digitali dei profughi al loro arrivo in Europa.”

LA DISTRIBUZIONE DEI MIGRANTI

“La Commissione vuole “distribuire equamente” 40.000 migranti. In maggio la Commissione ha proposto un sistema per distribuire equamente in seno all’Ue una parte delle persone che arrivano in Italia e in Grecia e necessitano di tutela. Era intenzione della Commissione smistarne 40mila, gli stati membri sono già stati in grado di accettarne più di 32mila Vogliamo essere ancor più incisivi creando un meccanismo stabile, che in situazioni di emergenza possa entrare in funzione in automatico ogni volta che uno stato membro ne abbia necessità. L’esistenza di contini esterni comuni ci impone di non abbandonare al loro destino i paesi membri che si trovano in prima linea, bensì di affrontare le sfide delle migrazioni con spirito di solidarietà. Alcune delle misure proposte dalla Commissione hanno già trovato sostegno. Tutte le altre devono essere affrontate con urgenza dai 28 stati membri, anche da quelli che finora si sono rifiutati. I drammatici avvenimenti di quest’estate ci hanno dimostrato che ormai dobbiamo mettere in atto senza indugio la politica comune europea nei confronti dei profughi e dei richiedenti asilo. Non servono solo i vertici straordinari dei capi di Stato e di governo. Si è già tenuto un vertice sulle migrazioni, a novembre ci rincontreremo a Malta. Dobbiamo far si che tutti gli stati dell’Ue approvino subito le norme europee necessarie, dando loro immediata attuazione.”

L’INGRESSO NELLA UE

“I paesi balcanici aspirano all’ingresso nella UE, ma non devono essere “sicuri”?    Già nove anni fa la Commissione ha proposto una lista dei paesi di provenienza “sicuri”. Gran parte dei governi all’epoca bocciò l’iniziativa considerandola un’ingerenza nella propria sfera di competenza. Non è logico però che i paesi membri approvino la candidatura all’ingresso nella Ue dei paesi dei Balcani occidentali se al contempo non li classificano come sicuri. Quindi a settembre la Commissione degli stati membri presenterà una lista comune dei paesi di provenienza sicuri. Ciò di cui abbiamo bisogno e ancora ci manca è il coraggio collettivo di adempiere alle norme del diritto europeo e ai nostri obblighi nei confronti degli individui anche se farlo non è semplice e certo spesso impopolare. Invece vedo che si punta il dito contro gli altri in un gioco a scaricabarile che può forse servire a guadagnare attenzione e voti ma non risolve i problemi. La cancelliera tedesca recentemente mi ha segnalato come in Germania certi Länder e comuni considerano le norme europee sull’assegnazione di appalti pubblici di ostacolo alla pronta realizzazione di alloggi per i profughi.”

L’EUROPA È UN CONTINENTE RESISTENTE (AI PROFUGHI)

“Abbiamo subito controllato e abbiamo potuto stabilire che non è esatto. L’Europa contribuisce alla sistemazione dei profughi e io sono pronto a inviare i miei collaboratori a Berlino e nei vari Länder se dovessero insorgere problemi concreti. L’Europa fallisce se la paura prende il sopravvento. L’Europa fallisce quando gli egoismi hanno più voce della solidarietà presente in ampie porzioni della nostra società. L’Europa ha successo quando superiamo in maniera pragmatica e non burocratica le sfide del nostro tempo. Spero che assieme – gli stati membri, le istituzioni e le agenzie Ue, le organizzazioni internazionali e i nostri vicini – riusciamo a dimostrare che siamo all’altezza delle sfide. Sono convinto che possiamo farcela. La nostra storia comune lo dimostra: l’Europa è un continente resistente, che di fronte alla minaccia di essere spaccato finisce per unirsi. Questo dovrebbe esserci di incoraggiamento per le prossime settimane e mesi.

(JEAN-CLAUDE JUNKER, da “Die Welt”, ripreso da “la Repubblica”, traduzione di Emilia Benghi “NON DOBBIAMO FALLIRE: l’Europa fallisce se la paura prende il sopravvento. L’Europa fallisce quando gli egoismi hanno più voce della solidarietà presente in ampie porzioni della nostra società”)

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AGNÈS HELLER, la filosofa ungherese apprezza l’appello del presidente della Commissione Ue

“ODIO E OSTILITÀ DEVONO SOCCOMBERE DAVANTI ALLA SOLIDARIETÀ PER CHI FUGGE DA FAME E GUERRA”

– “Sono d’accordo con Juncker l’Europa perderà la sua anima se continuerà ad alzare Muri” –

di Andrea Tarquini, da “la Repubblica” del 25/8/2015

BERLINO – «Juncker ha ragione, l’Europa rischia di perdere la sua anima. Un’Europa nella quale paura e diffidenze della vecchia cultura degli Stati nazionali vinca sulla cultura moderna della globalizzazione solidale è votata alla sconfitta. E al populismo, pericolo mortale». Così ci dice AGNÈS HELLER, massima intellettuale marxista vivente.

Professoressa Heller, che pensa dell’articolo di Juncker?

«Tocca il problema di fondo. L’Europa è prigioniera della sua Weltanschauung di Stati nazionali. L’America ha capito che integrare differenti culture è difficile ma vantaggioso.

E però l’Europa è affollata di migranti, la gente ha paura, come reagire?

«Il problema esiste, ma come Juncker mi sembra dire la peggiore reazione è quella europea: odio, ostilità vittoriosi sui valori europei di solidarietà e accoglienza. L’Ungheria di Orbàn è il caso limite ma contagioso: propaganda d’odio e d’idea di esclusione degli altri. L’America con tutti i suoi difetti è l’Arca di Noè che accoglie e integra migranti a suo vantaggio, l’Europa non sa essere Arca di Noè e si danneggia da sola. Guai a ignorare il monito di Juncker».

Juncker condanna l’Europa dei nuovi Muri, che ne dice?

«Nell’Europa dei nuovi Muri rivive l’Europa degli Stati nazionali che si combatterono nella prima guerra mondiale, uscendone chi vincitore chi sconfitto. Purtroppo questa Ue che trema per i migranti senza saper trovare soluzioni comuni a un’emergenza reale è un’Europa di Stati nazionali, non di cittadini. Stati nazionali egoisticamente incapaci di accettare nuovi cittadini di altre culture, al contrario dell’America. La fine dell’Europa degli Imperi – austroungarico e germanico, britannico e russo – ci portò più sovranità nazionali ma anche meno multiculturalità e una nuova incapacità di pensare a come essere nazioni moderne, comunità di valori capaci di accogliere a loro vantaggio chi vuole integrarsi».

Ma come rispondere alla paura della gente comune per la “criminalità importata” e le maree umane?

«Guardi, la maggioranza dei profughi viene da Siria, Afghanistan o altri paesi in guerra. Fuggono da bombardamenti, massacri, terrore e morte, e spesso sono qualificati. E non erano criminali a casa. Se li integri, se tendi loro la mano, possono ricambiare. Fiorello La Guardia figlio di poveri migranti da sindaco fece decollare New York come metropoli globale. Ma se li respingi con la cultura dei Muri, diventano ostili, cominciano a odiarti, e arriva il peggio, da ogni parte».

Eppure la marea dei migranti rafforza i populisti: minaccia alla democrazia

«Sono un filosofo, non mi chieda rimedi. Ma presto o tardi l’Europa perderà la sua identità di somma di Stati nazionali, che lo voglia o no. Internet, la cultura globale, informano tutti: sulle retribuzioni e i diritti umani in Germania o altrove nella Ue ben diversi per i qualificati in fuga da paesi derelitti in guerra. Continueranno ad arrivare. L’America lo ha capito, integra meglio e cresce di più».

Insisto, tanti emigranti producono tanti populisti, e allora?

«È il pericolo più grave: che la cultura dell’odio e dell’esclusione conquisti l’Europa. Rischio tragico: per secoli l’Europa fu un continente di stranieri, gente che tra guerre, Stati finiti e nuovi Stati o Imperi, cambiava cittadinanza o nazionalità o cultura di riferimento. Quell’Europa delle tragedie fu anche l’Europa della cultura europea più vitale, dall’Illuminismo alle belle arti in ogni campo. Oggi l’avversione allo straniero non ci difenderà dagli arrivi in massa, ma ci impoverirà nell’animo. Certo, occorre porre loro condizioni severe d’integrazione, ma i Muri creano solo nuovi nemici, ostilità a casa nostra. Chi è accolto come nemico diventa nemico, nel nostro territorio. Chi è integrato diventa patriota come i nuovi americani».

Balcani ventre molle della marea umana, dice Juncker. Vero o falso?

«Vero, ma anche l’America ha il suo ventre molle al confine messicano. Però integra e da cittadinanza, e insisto cresce il doppio della Ue. In Europa, non solo nella mia Ungheria, troppi parlano contro “chi ha un altro colore della pelle”. I migranti sono una sfida, ma come dice Juncker la risposta deve essere europea, non nazionale. Purtroppo ci manca persino una Costituzione europea, servirebbe anche nell’emergenza migranti».

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FRANÇOIS GEMENNE: «L’IMMIGRAZIONE VERA SFIDA PER BRUXELLES: È A RISCHIO L’INTERA COSTRUZIONE DELLA UE»

di Francesca Pierantozzi, da “il Messaggero” del 24/8/2015

PARIGI – Un grosso problema per Lampedusa, un piccolo problema per l’Europa: FRANÇOIS GEMENNE è uno dei più grossi esperti europei di flussi migratori e assicura che la soluzione alla gestione dei flussi migratori è una sola, ARMONIZZARE IL DIRITTO D’ASILO IN EUROPA, perche tutto non ricada sulle spalle di Italia, Grecia e Malta. Belga, consulente di Banca mondiale, Oim e del governo britannico, lavora alla facoltà di Sciences Po a Parigi e all’Università di Liegi.

Angela Merkel assicura che la crisi dei rifugiati è più grave e difficile della crisi greca. Ha ragione?

«Si. L’immigrazione è la principale questione a cui l’Europa deve rispondere. Non tanto in termini logistici, perché il numero dei rifugiati resta gestibile per l’Europa e non è vero che sia senza precedenti, ma in quanto sfida al progetto europeo. La risposta che l’Europa saprà dare all’immigrazione rimette in questione il progetto stesso di costruzione europea».

Le questioni logistiche restano comunque importanti.

«La cooperazione e la solidarietà tra europei è il nodo della questione. In questo momento ci sono paesi come l’Italia, la Germania o la Svezia, che fanno molto di più di altri, come la Francia, l’Austria, la Slovacchia o il Regno Unito che, al contrario, cercano di fare il meno possibile. La sfida per l’Europa è tanto sul fronte esterno, sulla sua capacità di accogliere, quanto su quello interno, sulla capacità di cooperare tra gli stati membri. L’immigrazione è una crisi in Europa in quanto non esiste un unico diritto d’asilo europeo, ma 28 politiche diverse (…)»

Anche sul fronte immigrazione è necessario un accordo franco-tedesco prima di poter procedere

«Si, e non sarà facile: sulla politica d’asilo e migratoria, Francia e Germania sono molto più lontane che sull’economia o la Grecia. La Germania fa molto, la Francia meno.»

Come dice Renzi, è necessario rivedere la Convenzione di Dublino…

«Si. La Convenzione prevede che tutti i richiedenti di asilo debbano istruire la loro richiesta nel primo paese europeo che attraversano. L’idea era di evitare la presentazione di richiesta d’asilo contemporaneamente in diversi paesi, con conseguente proliferazione di lavoro amministrativo. Questa regola può funzionare soltanto se i criteri d’asilo sono armonizzati a livello europeo. In queste condizioni il sistema è ingiusto e non può funzionare. Tutto il lavoro amministrativo è essenzialmente sulle spalle di Italia, Grecia e Malta. Questa è la prima disparità da eliminare. In un secondo tempo l’ideale sarebbe di avere un sistema d’asilo centralizzato in cui la Commissione Europea possa gestire direttamente le richieste. Ma molti paesi sono restii ad abbondare questa parte della loro sovranità nazionale».

È d’accordo con il sistema delle quote?

«E’ la risposta più pragmatica nell’immediato. Non è un sistema perfetto, la metodologia si può discutere, ma è l’inizio di una risposta politica comunque europea. Purtroppo abbiamo visto quali resistenze ci siano».

Lampedusa, Macedonia, Grecia, Ventimiglia, Calais. Stessi fenomeni, o bisogna distinguere immigrazione economica e rifugiati?

«Anche se l’origine dei migranti e le strade che hanno percorso sono diverse, si tratta globalmente dello stesso fenomeno, ovvero l’esplosione, questa si senza precedenti dalla seconda guerra mondiale, del numero di profughi nel mondo. Sono 60 milioni. Ma attenzione, sono soprattutto i paesi del sud del mondo ad accoglierli. L’Europa si fa carico di un’infima parte. Su 4 milioni di profughi siriani, per esempio, 2 milioni sono in Turchia. L’Unione Europea ne accoglie 250mila, poco più del 10 per cento. E’ un grande sforzo richiesto a Lampedusa o a Kos, ma un piccolo sforzo per l’Europa. C’è un effetto lente che bisogna evitare». (Francesca Pierantozzi)

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