L’ASSASSINIO IN DIRETTA in Virginia e i SOCIAL MEDIA (e le televisioni “tradizionali”) che diffondono il crimine: la FOLLIA ESIBIZIONISTA GLOBALE che fa spettacolo e “utenti-clienti” dei media con la violenza (dai tagliagole dell’Isis all’assassino della Virginia) – E UN TERZO DEGLI AMERICANI HA UN’ARMA

Una delle strade di accesso al Bridgewater Plaza (a ROANOKE, cittadina di quasi centomila abitanti in Virginia, dove si è verificata la sparatoria), bloccata dalle autorità (Stephanie Klein-Davis/The Roanoke Times via AP)
Una delle strade di accesso al Bridgewater Plaza (a ROANOKE, cittadina di quasi centomila abitanti in Virginia, dove si è verificata la sparatoria), bloccata dalle autorità (Stephanie Klein-Davis/The Roanoke Times via AP)

   Mercoledì 26 agosto, in Virginia, negli Stati Uniti, un ex reporter trasformatosi in killer, Vester Lee Flanagan, ha sparato in diretta televisiva ammazzando a revolverate due suoi ex colleghi (la giovanissima giornalista della stazione televisiva Wdbj7 Alison Parker, appena 24enne, e il suo cameraman Adam Ward). Gli americani sintonizzati in quel canale televisivo, hanno potuto seguire quel che accadeva, visto che la trasmissione era in diretta (all’ora americana della colazione); e pochi istanti dopo l’accaduto l’omicida ha pure pubblicato il video online ripreso dal suo cellulare; e ha spiegato su Twitter le ragioni del suo gesto (addebitando alla vittima commenti razzisti, malgrado i quali sarebbe lei stata assunta e lui licenziato).

USA, la passione per le armi
USA, la passione per le armi

   Quel che appare abnorme di tutta questa delittuosa e tragica vicenda, è nell’ordine di tre gradi:

1- oramai ogni individuo è dotato di strumenti che porta sempre con se (il cellulare…) che riescono a documentare tutto ciò che gli accade intorno (o quel che lui provoca, come in questo caso).

2- Ha pure a disposizione una “rete informatica” e dei social network in grado di mostrare, diffondere e far sapere, liberamente, quel che è accaduto, magari (come in questo caso) avvalorando le sue tesi sull’accaduto.

3- Ogni abitante del pianeta, dotato di internet o semplicemente di un televisore, può vedere il dramma accaduto (in questo caso l’assassinio della giornalista e del suo cameramen… oppure i tagliagole dell’Isis che compiono il loro truce “lavoro”…). Addirittura propongono le scene i telegiornali, oppure per i dotati di internet, youtube e i link nei siti danno la possibilità agli utenti-clienti di usufruire di tali terribili immagini.

Il regista MICHEAL MOORE dedicò ampio spazio alla facile reperibilità di armi negli Stati Uniti, nel suo documentario BOWLING FOR COLUMBINE del 2002, accompagnato da uno dei ragazzi vittima della sparatoria alla scuola Columbine nel ’99, costretto su una sedia a rotelle
Il regista MICHEAL MOORE dedicò ampio spazio alla facile reperibilità di armi negli Stati Uniti, nel suo documentario BOWLING FOR COLUMBINE del 2002, accompagnato da uno dei ragazzi vittima della sparatoria alla scuola Columbine nel ’99, costretto su una sedia a rotelle

   E’ mai possibile che la “libertà informativa” o “libertà della rete” riduca il “consumatore”, lo “spettatore” come quel che si vedeva (e andavano numerosi e volontariamente a vedere…) durante il MEDIOEVO nelle pubbliche piazze quando venivano bruciate dall’Inquisizione (e non solo) le cosiddette “streghe”? (ma episodi si susseguono oltre il Medioevo, dalla ghigliottina della rivoluzione francese alle contemporanee condanne a morte “pubbliche” in Iran, Cina, negli Stati Uniti… e tanti altri posti del pianeta).

grafico armi pro capite nelle varie nazioni (da www.today.it) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
grafico armi pro capite nelle varie nazioni (da http://www.today.it) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Ma qui, concentrandoci sul tragico episodio della Virginia, vorremmo fare una riflessione su come la DISPONIBILITA’ LIBERA DELLE ARMI sia un fenomeno devastante: in questo caso in USA (ogni giorno o quasi in America accadono assassinii che sarebbero stati evitati se la libera disponibilità di pistole, fucili non ci fosse stata…). Ma TERRORISMI, sconvolgimenti internazionali, sono (ancor più loro) “agevolati” dal commercio delle armi, e da “economie di produzione” che si arrichiscono vendendo strumenti di morte a chicchessia (e l’Italia ha un’ottima industria di produzione di tali strumenti). (s.m.)

La rete di supermercati americana ha deciso di interrompere la vendita di fucili e pistole d'assalto, semi automatiche o con caricatori con più di sette pallottole, al terminare delle scorte ancora in magazzino. Il gruppo tuttavia ha precisato che non si tratta di una decisione politica, e che è stata presa mesi fa. "È simile a quello che facciamo con qualsiasi prodotto - ha detto il portavoce del gruppo - anche se in questo caso serve un po' più di attenzione, ma è lo stesso processo". (da “Il Fatto Quotidiano” del 27/8/2015)
La rete di supermercati americana ha deciso di interrompere la vendita di fucili e pistole d’assalto, semi automatiche o con caricatori con più di sette pallottole, al terminare delle scorte ancora in magazzino. Il gruppo tuttavia ha precisato che non si tratta di una decisione politica, e che è stata presa mesi fa.
“È simile a quello che facciamo con qualsiasi prodotto – ha detto il portavoce del gruppo – anche se in questo caso serve un po’ più di attenzione, ma è lo stesso processo”. (da “Il Fatto Quotidiano” del 27/8/2015)

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CE L’AVEVO QUASI FATTA…

di Michele Serra, da “la Repubblica” del 28/8/2015

   Ce l’avevo quasi fatta….ero riuscito a NON cliccare sul video del miserabile che ammazza a revolverate due suoi ex colleghi. Poi i telegiornali della sera si sono incaricati di seppellire questo mio inutile gesto di rispetto. Ci vorrebbero i riflessi di un pistolero per spegnere o cambiare canale in tempo utile, prima che il sogno di un criminale (farsi vedere da tutti, dunque anche da te) si realizzi anche grazie a te.

   Tecnicamente, la verità è questa: siamo noi i mandanti del narcisismo paranoico che arma le persone come quel tizio. Senza pubblico, loro non esisterebbero. E forse non premerebbero nemmeno il grilletto.

   Ecco un bel nodo da sciogliere, per il nostro futuro: da pubblico indifeso, permeabile a ogni porcheria, a ogni immagine forte, dovremmo diventare un pubblico agguerrito, in grado di oscurare ciò che merita di esserlo. Ma non sappiamo come.

   Né – va detto – chi manovra i media è molto più avvertito di noi, più avanti di noi. Chi manovra i media è solamente capace di contare il numero dei clic, dunque il numero dei clienti. È dunque lui che aspetta da noi un segnale di maturità. Provare a darglielo vuol dire non cliccare più sui gattini in pericolo, sulle tette in mostra, sul sangue da esibizione. E spegnere i telegiornali incapaci di interrompere il circolo vizioso. È un sogno anche questo, lo so: ma ognuno ha il suo. (Michele Serra)

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TUTTI COMPLICI DEL PRIMO OMICIDIO SOCIAL

di Massimo Russo, da “la Stampa” del 27/8/2015

– Sappiamo da tempo che la rete non è altro dalla vita, ne è solo uno specchio. Ma oggi, con l’omicidio in diretta tv della Virginia, per la prima volta ci ha fatto vedere com’è viverla – e toglierla – dall’ottica di un dannato –

   Il braccio che si distende, l’arma in primo piano, la fiammata. Il tutto in soggettiva. Se le morti di John Fitzgerald Kennedy e di Lee Harvey Oswald 52 anni fa segnarono la prima volta di un omicidio in diretta tv, gli assassinii della cronista Alison Parker e del cameraman Adam Ward in Virginia, più ancora dei crimini dei boia dell’Isis, saranno ricordati come la prima esecuzione social della storia.

   Non solo abbiamo potuto seguire quel che accadeva dall’emittente tv Wdbj – che trasmetteva in diretta all’ora americana della colazione – ma pochi istanti dopo l’accaduto l’omicida, un ex-collega dei due, ha postato un clip con la sua visione dei fatti, ripresa da un cellulare.

   Lo schermo è diventato una specie di diaframma frapposto tra l’autore e le sue vittime, e chissà se gli avrà reso più semplice il gesto. Al tempo stesso ci ha fatto tutti protagonisti: quasi fosse un videogioco e non la realtà quel che ci stava di fronte.

   Vester Lee Flanagan nei minuti successivi – durante la fuga conclusasi con un tentativo di suicidio e la morte in ospedale – ha inoltre avuto il tempo di pubblicare il video online e di spiegare su Twitter le ragioni del suo gesto, addebitando alla vittima commenti razzisti, malgrado i quali sarebbe lei stata assunta e lui licenziato.

   Possiamo solo cercare di intuire quale abisso di rabbia e frustrazione possa averlo spinto a mettere mano alla pistola. Quei frammenti in cui assistiamo ai fatti con la sua prospettiva sono una chiamata di correo, una richiesta disperata di attenzione e di condivisione (estremo gesto social!), quasi di complicità, di cui di discuterà a lungo. Sappiamo da tempo che la rete non è altro dalla vita, ne è solo uno specchio. Ma oggi per la prima volta ci ha fatto vedere com‘è viverla – e toglierla – dall’ottica di un dannato. (Massimo Russo)

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Lo scrittore SCOTT TUROW

“È UN REALITY DELL’ORRORE TUTTA COLPA DELLE ARMI FACILI”

intervista di Anna Lombardi, da “la Repubblica” del 27/8/2015

   «SA COSA ha ispirato il killer? Lo Stato Islamico. Ha fatto quello che fanno i terroristi dell’Is. Ha voluto terrorizzare tutti col suo film fatto di odio e violenza…». SCOTT TUROW, avvocato e per otto anni assistente del procuratore generale di Chicago, è il romanziere celebre in tutto il mondo per i suoi legal thrillers, libri come Presunto innocente, L’onere della prova e il più recente Identici (tutti pubblicati in Italia da Mondadori).

   Quando lo raggiungiamo al telefono, sta seguendo le news dallo schermo di un aeroporto americano. «Non riesco a capire com’è possibile che la gente, qui negli Stati Uniti, ancora non sia capace di mettere insieme due punti, tirare una linea e finalmente rendersi conto che se in America non fosse così facile procurarsi un’arma da fuoco questa storia, come tante altre, forse non sarebbe accaduta».

Lo ha appena ribadito anche la Casa Bianca…

«Obama ha ragione. Credo che questo sia l’aspetto più frustrante della sua presidenza. Bisogna davvero essere ciechi e sordi per vedere quante tragedie accadono in questo paese a causa delle armi facili. Parliamo di oggi, ma cose del genere accadono tutti i giorni. E questa, mi creda, non è nemmeno la più virulenta, sono certo che oggi da qualche parte in America, ci sono stati altri morti di cui non abbiamo notizia uccisi dalla stessa follia. Si ricorda la strage di bambini nella scuola del Connecticut? Se le cose non sono cambiate dopo quella, dubito che cambieranno mai».

La differenza è che questa volta il killer ha sparato in diretta televisiva. Cosa ne pensa?

«Sì, una sorta di Arancia Meccanica trasformata in selvaggio reality show. Perché ormai in America c’è questa cultura della celebrità televisiva, la convinzione che se qualcosa accade in televisione sia più vera del vero, più vera della vita stessa, anzi, meglio della vita reale. Sconvolgente, ma è così».

Non c’è solo l’aspetto televisivo. Il killer si è ripreso mentre sparava e ha postato il video su Facebook, ha scritto messaggi su Twitter. Non pensa che in questa vicenda anche i social media abbiano avuto un ruolo importante?

«Certo, per questo dico che ha emulato i video violenti dello Stato Islamico. Era consapevole che il suo film dell’orrore avrebbe toccato tutti, sarebbe arrivato ovunque. Tanto più oggi che tutti hanno un cellulare con una videocamera in tasca. È questo che porta al paradosso dell’assassinato che riprende in video il suo assassino, con l’ultimo screen shot che ne diffonde il volto, l’identità in diretta».

Questa vicenda per molti aspetti sembra dipingere uno spaccato delle paure e delle contraddizioni americane: le armi facili, certo. Ma anche l’invidia per il collega di lavoro, perfino l’ombra del razzismo. Che idea si è fatto?

«In questa storia ritroviamo un mélange delle peggiori ossessioni americane. Non è certo la prima volta che in America qualcuno si procura una pistola e fa una strage perché odia i colleghi d’ufficio o i compagni di scuola. Il fatto è che non riusciamo a fare i conti con i nostri fallimenti. D’altronde basta pensare a certi programmi che passano in televisione — visto che di questa storia la tv è protagonista — e in cui io mi sono imbattuto poco fa in aereo: programmi come The Walking dead . Certo, fiction, zombie, niente di reale. Ma proviamo a riflettere su cosa trasmette mezz’ora di immersione in un programma simile: da una parte la glorificazione di una violenza inaudita. Dall’altra, nessuna attenzione al dolore delle vittime».

Il killer ha cercato di giustificare l’orrore con una motivazione razziale. È plausibile che si sentisse discriminato?

«Non so in questa storia: ma certo il razzismo è un problema reale in questo Paese. Quando Obama è stato eletto, quasi sette anni fa, tutti abbiamo pensato che le cose stavano cambiando. E sono cambiate: 50 anni fa sarebbe stato impensabile che un afroamericano di talento come lui potesse diventare presidente. Ma la verità è che gli afroamericani che hanno creduto di avere finalmente pari opportunità sono rimasti delusi. Attenzione, io non sono uno che sposa la cultura del vittimismo. Le persone sono responsabili di se stesse e delle proprie azioni. Se non vai a scuola, se non lavori duro, in America non ce la fai. Ma è una realtà che per i neri è più dura che per i bianchi». (intervista di Anna Lombardi)

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LA CATASTROFE DELLE ARMI NEGLI STATI UNITI

– Una famiglia su tre ne possiede una. Le lobby contrastano Obama che vuole una stretta sul possesso. Intanto Walmart non vende più i fucili d’assalto –

da PANORAMA del 27/8/2015

   “Il numero di persone che in America muore a causa delle armi da fuoco è molto superiore a quello delle vittime del terrorismo“: lo ha detto il presidente Usa Barack Obama nel corso a una tv di Filadelfia commentando l’uccisione in Virginia dei due giovani reporter.

   Da anni il presidente si batte per ridurre la diffusione delle armi nel paese, contrastato al senato e alla camera dei rappresentanti dai politici vicini alle potentissime lobby delle armi, guidate dalla National Rifle Association.

   E che l’eccessivo numero di armi in circolazione sia una delle cause fondamentali della (anche quella spettacolarizzata dai social e dalla tv) violenza endemica nel paese è indirettamente confermato dalla catena di grandi magazzini Walmart che ha deciso di non vendere più i fucili d’assalto.

   Sì, non le pistole o i fucili da caccia, ma quelli d’assalto: armi dalla grandissima potenza di fuoco. Un segnale indicativo di quale sia il punto di partenza dal quale parte Obama (e che probabilmente dovrà proseguire il suo successore, se non sarà un repubblicano), in questo immane lavoro.

USA i saldi di fucili in un weekend del dicembre 2013
USA i saldi di fucili in un weekend del dicembre 2013

   La mappa della diffusione di armi da fuoco nel paese è impressionante: ce ne sono in circolazione dai 270 ai 310 milioni, detenute legalmente o illegalmente.

   E, come disse il presidente Barack Obama all’indomani della strage di Charleston, in Usa con le armi si uccide 297 volte in più che in Giappone, 49 volte in più che in Francia e 33 volte in più che in Israele.

UNA FAMIGLIA SU TRE HA ARMI IN CASA

Nel 2013, secondo le statistiche ufficiali, in Usa sono morte 33.636 persone a causa delle armi da fuoco. Tra i singoli stati la bandiera nera va all’Alaska, con 19,6 morti ogni 100 mila persone, seguita da Louisiana con 19,1 vittime e Mississippi, con 17,7 morti. Inoltre, dal 1982 al maggio dello scorso anno, negli Usa si sono verificati almeno 61 omicidi di massa con armi da fuoco (nella maggior parte dei casi possedute legalmente) in ben 30 Stati.

   Secondo un sondaggio del Pew Research Center, poi, nel 2014 la media nazionale delle famiglie con almeno una pistola in casa ha raggiunto il 31%: se si analizzano nel dettaglio le diverse aree geografiche del Paese, la media è più bassa nel nord-est, con il 27%, seguito dalla zona occidentale con il 34%, il mid-west con il 35%, mentre la percentuale più alta è registrata al sud, con il 38%.

I BIANCHI HANNO PIÙ ARMI

Nel complesso sono i bianchi il gruppo etnico che più detiene un’arma in casa, ossia il 41%, tasso che scende al 20% tra gli ispanici e al 19% tra gli afroamericani.

   Gli esperti affermano poi che negli ultimi anni si sono verificate molte delle sparatorie più mortali di sempre: delle 12 più letali, infatti, sei sono avvenute dal 2007 ad oggi, inclusa quella alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, nel 2012, dove 20 delle 27 vittime erano bambini.

   Proprio dopo la strage alla Sandy Hook un numero record di americani, il 58%, diceva di ritenere necessario un controllo più severo sulle armi da fuoco: da allora, però la spinta si è smorzata, e la percentuale è scesa nuovamente al 47%. E al contrario, sempre più persone dicono che avere una pistola in casa può difendere dai crimini: nel dicembre 2012 la percentuale era del 48%, passata al 57% nel dicembre 2014.

WALMART NON VENDE PIÙ I FUCILI D’ASSALTO

Intanto, dopo la sparatoria in Virginia, Walmart, la catena americana di grandi magazzini smetterà di vendere fucili d’assalto, semi-automatici e altre armi ad alta precisione.

   Lo ha detto il portavoce del gruppo, precisando che la merce verrà rimossa dagli scaffali nel passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, e che l’operazione verrà completata nel giro di una o due settimane.

   L’annuncio arriva all’indomani dell’ennesima tragedia legata alle armi da fuoco in America.

   Il gruppo tuttavia ha precisato che non si tratta di una decisione politica, e che è stata presa mesi fa.

   “È simile a quello che facciamo con qualsiasi prodotto – ha detto il portavoce del gruppo – anche se in questo caso serve un po’ più di attenzione, ma è lo stesso processo”.

   La catena, ha continuato, ha registrato un calo nelle vendite di modelli particolari di armi, mentre verrà aumentato l’inventario di altri modelli popolari tra i cacciatori.

   Negli ultimi anni, però, gli azionisti di Walmart hanno fatto pressione sulla società affinché riconsiderasse la sua politica di vendita di alcuni prodotti: come i Bushmaster AR-15, utilizzati in stragi di massa come quella alla scuola Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, o nel cinema di Aurora, in Colorado.

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BRYCE, IL JIHADI JOHN DELLA VIRGINIA CHE VOLEVA VENDETTA IN MONDOVISIONE

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 27/8/2015

– L’ex reporter afroamericano, licenziato dall’emittente, ha cercato la migliore inquadratura per farsi giustizia. Per il proprio fallimento come giornalista. E per combattere il razzismo –

WASHINGTON – IN UNA perfetta composizione di tutto ciò che di tragico e di demenziale fermenta nel ventre della società contemporanea ed esplode in America più che altrove, l’omicidio a freddo di una giornalista e di un cameraman in Virginia racconta il tempo della follia esibizionista globale.

   Ci sono, negli otto colpi di pistola sparati da un ex reporter afroamericano di una stazione tv locale in Virginia, a poche ore di strada dalla capitale Washington, tutti i pezzi del mosaico impazzito: LA TELEVISIONE, LA RETE, I SELFIE, I SOCIAL, IL RAZZISMO, LA DIRETTA, IL NARCISISMO CRIMINALE, LA PARANOIA, in un quadro che si completa con l’immancabile arma da fuoco. E appare quasi paradossale che, per un delitto mediatico di questo genere, in America si sia scatenato un dibattito sull’opportunità di mostrare o meno il video integrale.

   A parte vaghe accuse di “razzismo” contro una delle due vittime dello sparatore, la (inevitabilmente) bionda e giovanissima reporter della stazione Wdbj7 Alison Parker, appena 24enne, e il suo cameraman Adam Ward, l’omicidio trova il proprio vero movente nella convergenza di tutti gli elementi che i delitti di questo tipo cercano. LA PUBBLICITÀ. L’intervista alla direttrice della Camera di Commercio su un nuovo shopping center durante un telegiornale, dunque un classico servizio di “bianca” da giornalismo locale senza speciali rilevanze e senza rischi, era in diretta, controllato dallo studio centrale, garanzia che la sequenza sarebbe stata trasmessa, registrata e rilanciata all’infinito.

   Per non correre rischi, l’assassino, lui stesso un ex reporter afroamericano licenziato di recente, ha ripreso il doppio omicidio con lo smartphone per rilanciarlo su Facebook e Twitter e la sequenza mostra come lui abbia cercato, con l’esperienza professionale, la migliore inquadratura per immortalare l’espressione di terrore sbigottito sul volto della povera donna quando lei capisce.

   Dunque lo sparatore, Vester Lee Flanagan in arte Bryce Williams, morto in ospedale dopo avere tentato il suicidio, voleva fare “il pezzo”, il servizio. E farsi giustizia, per il proprio fallimento come reporter, avvolto nella pretesa di combattere il razzismo che sta riaffiorando nelle sparatorie e negli omicidi di polizia.

   Tutto si tiene e s’incatena e si alimenta in questo gesto che sarebbe stato, senza il moltiplicatore infinito della nuova ipermedialità assoluta, il crimine non infrequente dell’impiegato rancoroso che si vendica dei propri “persecutori” sparando contro colleghi e superiori. O i delitti del “serial killer” che cerca l’attenzione di un titolo e si crogiola nella paura altrui e nella caccia.

   Ma la quantità dell’esposizione globale, calata nel brodo tossico della violenza in bianco e nero che in questo 2015 sta squassando l’America del primo presidente afroamericano, rende esemplare, e specialmente preoccupante, questo delitto.

   Tutto si tiene e tutto si collega, nell’universo continuo della medialità assoluta. La teatralità oscena degli sgozzamenti di ostaggi o di nemici, che i macellai dell’Is ostentano, non ha altra motivazione che l’eco immediata che la Rete offre alla loro propaganda e nessun blackout può fermare.

   Flanagan, l’assassino di Roanoke che conosceva i vecchi e i nuovi meccanismi della comunicazione istantanea e virale, è un po’ il “Jihadi John della Virginia”, impegnato nella propria vendetta e guerriglia contro il nemico, che lui vede nella donna bionda e bianca, nei boss della stazione che l’hanno espulso dal paradiso artificiale della tv. E al momento di spararsi, dopo avere sparato, Flanagan aveva imboccato l’autostrada 66, che conduce direttamente a Washington, chissà se con altri “show” in mente.

   ROANOKE, la cittadina di quasi centomila abitanti dove è avvenuto il delitto, è nella Virginia meridionale ai piedi dei Monti Appalachi, quella “terra di mezzo” fra il profondo Sud e il Nord dove il liberalismo dei sobborghi di Washington incontra i risentimenti della mai sconfitta Confederazione.

   Qui, in Virginia, si resistette più che in ogni altro Stato americano alla legalizzazione dei matrimoni razziali misti, fino ai tardi Anni ‘60. Non meraviglia dunque se in questa penombra sociale e culturale covi un reciproco odio razziale che può accendere la miccia della follia in una persona già evidentemente disturbata. Ma la domanda che il doppio omicidio impone è, se in assenza di tanta enorme esposizione mediatica, Flanagan avrebbe pianificato, compiuto e ripreso l’assalto.

   Come tutti, in America e non solo, anche lui è stato insieme vittima e carnefice della visibilità assoluta. Aveva certamente visto e scaricato le clip che da tempo riprendono gli omicidi di polizia su persone di colore fermate o arrestate.

   Anche lui aveva visto in quei morti, nell’arroganza di troppi agenti e dirigenti di polizia, la manifestazione di una prepotenza che la medialità invasiva del nostro tempo ha reso finalmente visibile dopo generazioni di oscuramento. E ha avuto una reazione criminale, insensata, ma anche profondamente americana nella sua demenza, quella di chi pensa di dover “fare qualcosa”, di dover agire da individuo, da persona, nella impotenza o nella indifferenza della collettività, per “make things right”, per rimettere le cose a posto. Prendi la pistola, Flanagan.

   Alison, la reporter uccisa in diretta che il fidanzato che da due giorni era andato a vivere con lei ha pianto su Twitter, era stata accusata di razzismo, indagata dalle autorità e scagionata. Ma le colpe dei padri, il male di generazioni, cadono a cascata sul nostro tempo e confluiscono nell’oceano globale e tentatore del narcisismo assassino. (Vittorio Zucconi)

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QUELLE ICONE CHE CI GUARDANO E CERCANO DI INGOIARCI

– Dal giornalista che filma l’omicidio dei colleghi alle atrocità dei jihadisti – HANS BREDEKAMP spiega il potere subdolo delle immagini nella nostra società –

di Marco Belpoliti, da “la Stampa” del 28/8/2015

   Pistola nella mano destra, smartphone nella sinistra. Vester Flanagan, ex dipendente di una televisione, spara e uccide due persone, una cronista e un operatore, quindi mette su Facebook il filmato della scena. QUAL È LA VERA ARMA, LA PISTOLA O LA TELECAMERA?

   Nel gesto di Flanagan i corpi sono diventati immagini? Nel marzo del 2001 i talebani fanno esplodere due gigantesche statue buddiste a Bamiyan, è l’inizio della loro strategia iconoclasta. L’11 settembre del medesimo anno vengono abbattute le Torri Gemelle a New York: il mondo guarda attonito davanti agli schermi il rogo dei grattacieli. HANS BREDEKAMP, studioso di storia dell’arte, docente alla Humboldt-Universität di Berlino, si è interrogato in “Immagini che ci guardano” (a cura di Federico Vercellone, Cortina editore), su avvenimenti del genere: si possono creare immagini uccidendo persone o distruggendo altre immagini?

SCENE EFFERATE

Assistiamo su scala planetaria a quella che l’autore chiama la «GUERRA MONDIALE DELLE IMMAGINI», di cui la decapitazione dell’archeologo siriano KHALED ASAAD a PALMIRA, con la macabra esposizione della testa tra le rovine dell’antica città, è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo.

   Quando, durante la guerra in Iraq, le truppe americane entrano a Baghdad, uno dei primi atti è l’abbattimento delle statue di Saddam Hussein: le immagini vengono subito diffuse da tutti i media. Seguono quelle dei prigionieri in tuta arancione a Guantanamo, e poi gli scatti presi nella prigione irachena di Abu Ghraib, diffusi via Internet.

   Come abbiamo potuto osservare in questi ultimi quattordici anni la guerra ipertecnologica, ora condotta a colpi di droni – occhi alati e armati del XXI secolo – ha portato alla sostituzione dei corpi con le immagini stesse, così com’è avvenuto nel corso dell’ultimo anno con le ripetute esecuzione di ostaggi da parte dell’Isis (si vedano gli articoli: http://www.doppiozero.com/category/concetti-astratti/teste-tagliate).    I filmati di queste efferate scene, girate con regia accorta, sono un ulteriore capitolo della sostituzione in corso tra «cose» e «immagini». Ogni volta gli utenti accedono ai siti, che trasmettono immagini delle decollazioni, scrive Bredekamp, ciascuno di loro diventa di fatto complice di una politica dell’atto iconico: «Non vengono mostrati cadaveri quali immagini di morte, ma SI UCCIDONO DELLE PERSONE PER POTERLE UTILIZZARE COME IMMAGINI».

   Non si tratta di qualcosa di radicalmente nuovo; già con i Disastri della guerra di Goya avevamo mostrato come funziona questa tecnica ora alla portata di tutti, come mostra l’atto visivo di Flanagan. Nel suo ampio studio Bredekamp ci ricorda come le immagini possiedano una vitalità simile a quella che siamo soliti attribuire agli atti linguistici («dire è fare»), ovvero la capacità di produrre performance che influenzano i comportamenti delle persone.

   Nonostante continuiamo a considerare le immagini come qualcosa di passivo, puri oggetti del nostro sguardo, bisogna fare i conti con la loro capacità di influenzarci. Negli ultimi decenni, data la potenza pervasiva dei mass media, dalla fotografia alla televisione, poi con il computer e il Web.2, è accaduto con sempre maggior frequenza che i corpi di uomini e donne siano stati maltrattati, torturati o distrutti per fini iconici.

GUERNICA VELATA

Tutto questo fa riflettere sul valore assunto dalle immagini. Bredekamp cita un esempio meno cruento ma significativo. Nel febbraio del 2003 il Segretario di Stato americano, l’ex generale Colin Powell, tiene una conferenza stampa nella sala del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite dove è appeso un arazzo che riproduce Guernica di Picasso; l’immagine è coperta con un tessuto perché non rovini con il suo richiamo al bombardamento nazista il contenuto delle parole che il responsabile della politica estera sta per pronunciare.

   Nel suo volume lo storico dell’arte propone una serie di esempi partendo dall’arte neolitica per arrivare a Internet per dimostrare la forza performativa delle immagini. Per quanto sappiamo che le immagini siano opera di essere umani, grandi artisti o ignoti operatori visivi, oltre che di terroristi e assassini, noi non cessiamo d’attribuire loro una potenza magica.

RECIPROCITÀ

Non siamo solo noi a guardarle, ma le immagini ci guardano, come accade dinanzi ai ritratti di Jan van Eyck, Antonello da Messina o Lorenzo Lotto. Le immagini, scrive, lo studioso tedesco, possono decidere il destino di chi le guarda. L’atto iconico implica una reciprocità tra l’immagine e chi la osserva. In un passaggio di un suo seminario (I quattro concetti fondamentali della psicanalisi, Einaudi), lo psicoanalista francese JACQUES LACAN cita l’esempio di una scatola di sardine che dondola sulle onde sotto il sole; l’oggetto sembra emettere messaggi luminosi, così da indurre l’idea in chi la guarda d’essere dotata di una vita propria. È l’idea di reciprocità, che Lacan ha racchiuso nel concetto di REGARDE: le cose ci guardano. Non solo ciò che vediamo – un quadro o un filmato su YouTube – è nel nostro occhio, ma io, dice Lacan sono nell’immagine.

   Con la sua teoria Bredekamp cerca di individuare le forme di questa forza iconica, sul piano percettivo, del pensiero e anche del comportamento; la forza dell’immagine risiede prima di tutto nella reazione interattiva di chi la guarda.

MANIPOLATI

Il gesto di Flanagan come quello dei talebani ci fa capire che l’immagine non è mai statica: agisce. Nel mondo contemporaneo, e questa è la vera novità, la moltiplicazione delle immagini è continua e inarrestabile; VI CONTRIBUIAMO NOI TUTTI ATTRAVERSO I CELLULARI, I COMPUTER, LE PAGINE DEI SOCIAL NETWORK. Bisognerà perciò tener conto che i nostri corpi, pur nella loro presenza viva, ora sono prima di tutto immagini: icone viventi e manipolabili. (Marco Belpoliti)

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TUTTE LE VITTIME DELLA RETE IMPAZZITA

di Fabio Chiusi, da “la Repubblica” del 27/8/2015

   C’è una ricerca patologica di pubblicità. I sociologi lo sanno bene: non è niente di nuovo. Non è nemmeno inedito ricercare quella perversa notorietà, che ingenera emulazione, sui social media: dopotutto è sempre più lì che si costruisce.

   I terroristi di Woolwich, nel 2013, chiedevano di essere ripresi dai passanti; l’anno prima, il killer di Tolosa aveva acquistato una videocamera indossabile per immortalare i colpi esplosi verso le vittime; la stessa cosa ha fatto Amedy Coulibaly, per l’assalto al supermercato ebraico di Parigi, a gennaio.

   Nel caso dell’omicidio in Virginia c’è tuttavia un salto di qualità ulteriore: Vester Lee Flanagan, sotto l’ahas di Bryce Williams, ha pubblicato da sé i video che lo ritraggono mentre spara alle sue vittime su Twitter e Facebook.

   È il lato oscuro del volendo potente strumento di disvelamento che sono i social media. Che ci mettono a nudo, consentendo a chiunque di seguirci passo passo nei nostri pensieri e azioni — che si sia una celebrità o un massacratore. In questo caso, bastava avere un profilo su quei social e trovarsi online nelle ore seguenti la tragedia, per vederla dispiegarsi sotto ai nostri occhi, viverla. Volenti o nolenti, questo è il punto.

La funzione autoplay delle reti sociali aggredisce lo spettatore, trasformandolo in vittima a sua volta di quella violenza — e di quella perversa chiamata alle armi — senza che nemmeno lo abbia deciso. Per chi vi fosse sfuggito, ammesso sia possibile, ECCO IL PUNTUALE CONCORSO DEI MEDIA PIÙ O MENO “TRADIZIONALI”, DALLA TV AI SITI INTERNET, NON TUTTI ALL’ALTEZZA DEL PROPRIO RUOLO DI MEDIATORE TRA BARBARIE E NOTIZIA, né capaci almeno di fermare lo show prima dell’insostenibile “clic” del killer.

   Il risultato è un ecosistema in cui dobbiamo imparare collettivamente a considerare la morte in diretta una terribile eventualità, sempre possibile. Rimuovere i video incriminati è doveroso, e le piattaforme — da Twitter a Facebook — lo hanno fatto tempestivamente. Ma una volta che quel materiale “autoprodotto” sia entrato, appunto, in rete, difficile basti. Siamo costretti a guardare nell’abisso anche quando non vorremmo: anche temendo le conseguenze umane e sociali di quello sguardo insostenibile, ininterrotto. (Fabio Chiusi)

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NEGLI USA LE ARMI UCCIDONO PIÙ DEI TERRORISTI

di Selene Cilluffo. 28 agosto 2015. da www.today.it

   È sicuramente uno dei temi che torna a far scalpore ogni volta che negli Stati Uniti c’è aria di campagna elettorale. Purtroppo però, a volte, ai dibattiti polici si affiancano fatti di cronaca tragici. Negli Usa non si è mai smesso in realtà di parlare di possesso e commercio di armi, almeno nella società civile. Ma dopo la prima “morte in diretta” dei due reporter in Virginia uccisi da un collega, dopo l’ennesima strage universitaria in cui ha perso la vita un giovane studente, l’America è scossa, profondamente.

   Il padre di una delle vittime della strage che si è consumata davanti le telecamere in Virginia, ha dichiarato ai microfoni di Fox News che si impegnerà per tutta la vita perché una tragedia come quella non si ripeta: “Bisogna pensare a limitarne l’accesso, la possessione, il commercio”. Una frase che se non venisse detta da uno dei familiari delle vittime suonerebbe come un’eresia per alcuni rappresentati repubblicani del Congresso Usa. “Il numero di persone che in America muore a causa delle armi da fuoco è molto superiore a quello delle vittime del terrorismo“: ha spiegato il presidente Usa Barack Obama nel corso di una trasmissione televisiva commentando l’uccisione in Virginia dei due giovani reporter.

UNA PISTOLA IN UNA FAMIGLIA SU TRE – Da sempre il “diritto a difendersi” è sacrosanto per la politica e la società civile americana: una famiglia su tre negli Usa ha almeno una pistola in casa e spesso nelle cronache locali si leggono di bambini e ragazzini che perdono la vita o uccidono giocando con vere armi. Walmart, grande catena di distribuzione made in Usa, ha deciso che sugli scaffali dei suoi negozi non verrano più venduti i fucili d’assalto. Insomma, per buona pace delle lobby di chi le produce, il rapporto tra americani e armi sta cambiando.

   Da anni Obama si batte per ridurne la diffusione, contrastando i rappresentanti politici vicini a queste lobby, guidate dalla National Rifle Association, storica organizzazione che difende quello che viene definito “diritto alla difesa personale”. La mappa della diffusione di armi da fuoco nel paese è impressionante: ce ne sono in circolazione dai 270 ai 310 milioni, detenute legalmente o illegalmente. Tra queste non ci sono solo piccoli fucili o pistole ma anche armi da assalto, con fortissima potenza di fuoco.

   Nel 2013, secondo le statistiche ufficiali, in Usa sono morte 33.636 persone a causa delle armi da fuoco. Tra i singoli stati la bandiera nera va all’Alaska, con 19,6 morti ogni 100 mila persone, seguita da Louisiana con 19,1 vittime e Mississippi, con 17,7 morti. Inoltre, dal 1982 al maggio dello scorso anno, negli Usa si sono verificati almeno 61 omicidi di massa con armi da fuoco (nella maggior parte dei casi possedute legalmente) in ben 30 Stati. Il presidente Obama ha spesso ricordato che negli Usa con le armi si uccide 297 volte in più che in Giappone, 49 volte in più che in Francia e 33 volte in più che in Israele. Everytown, movimento di americani che si battono per la limitazione del possesso di armi, ha diffuso un grafico sul tema, che ben dà l’idea della questione.

USA LA PASSIONE PER LE ARMI
USA LA PASSIONE PER LE ARMI

NEGLI USA LE ARMI UCCIDONO PIÙ DEI TERRORISTI. Gli esperti affermano che negli ultimi anni si sono verificate molte delle sparatorie più mortali di sempre: delle 12 più letali, infatti, sei sono avvenute dal 2007 ad oggi, inclusa quella alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, nel 2012, dove 20 delle 27 vittime erano bambini. dopo quei fatti un numero record di americani, il 58%, diceva di ritenere necessario un controllo più severo sulle armi da fuoco. C’è anche una parte della società che pensa che avere una pistola in casa possa essere utile a difendersi: nel dicembre 2012 la percentuale era del 48%, passata al 57% nel dicembre 2014.

   Insomma ancora il dibattito è aperto e prima che il Congresso prenda una posizione chiara sul tema passerà ancora del tempo. Intanto, mentre Obama continua a schierarsi con chi pensa che una limitazione sul possesso di armi debba avvenire al più presto, DONALD TRAMP, quello che sembra il futuro candiato repubblicano per le elezioni del 2016, non mette in discussione il sistema del commercio e della vendita: lui, da buon repubblicano e ex-imprenditore, non fa un passo indietro sulla questione.

   Anzi, nonostante le stragi degli ultimi giorni, non ha esitato a fare dichiarazioni shock: “Alla base di questi fatti di cronaca non c’è un problema con il possesso delle armi: bisogna ripensare a come vengono trattati e curati coloro che hanno delle patologie psichiatriche: si tratta di pazzi a piede libero” ha spiegato Tramp ai microfoni della Cnn. (Selene Cilluffo)

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STATI UNITI, LA CATENA WALMART SOSPENDE LA VENDITA DI ARMI D’ASSALTO “PER MOTIVI COMMERCIALI”

da “il Fatto Quotidiano” del 27/8/2015

   La catena di ipermercati, famosa per la sua specializzazione nella vendita al dettaglio di armi, ha annunciato che smetterà di rifornirsi di armi d’assalto, semi automatiche o con caricatori con più di sette pallottole. La spiegazione fornita è che l’azienda americana, di fronte ad un calo delle vendite, preferisce puntare su altre “armi per attività sportive e di caccia come pistole e fucili sulla base delle richieste dei clienti”. Comunque, WalMart ha fatto sapere che completerà la vendita di pistole e fucili d’assalto che ha ancora in magazzino, senza però fare altri ordinativi. L’annuncio arriva a poche ore dagli omicidi dei due giornalisti in Virginia che ha fatto di nuovo accendere il dibattito negli Stati Uniti sul controllo delle vendite delle armi.

   “La diffusione di armi in America provoca più morti del terrorismo” ha detto Barack Obama, che dopo la strage del 2012 alla scuola Sandy Hook Elementary Schoolin cui morirono 20 bambini disse: “E’ ora di prendere provvedimenti”. Il direttore delle comunicazioni di WalMart, Kory Lundberg, ha comunque sottolineato che la politica non c’entra niente con una decisione che è stata presa solo per motivi commerciali, si legge su ‘BearingArms.com’. In passato i gruppi che si battono per leggi più severe per il controllo sulla vendita delle armi hanno più volte attaccato Walmart per la vendita di fucili e pistole d’assalto, quelle maggiormente usate durante le stragi della follia negli Stati Uniti, nei suoi supermercati, ricorda oggi il sito Daily Beast.

   Il regista Micheal Moore dedicò ampio spazio alla facile reperibilità di armi negli Stati Uniti, nel suo documentario Bowling a Columbine del 2002, accompagnato da uno dei ragazzi vittima della sparatoria alla scuola Columbine nel ’99, costretto su una sedia a rotelle. Negli ultimi anni, però, gli azionisti di Walmart hanno fatto pressione sulla società affinchè riconsiderasse la sua politica di vendita di alcuni prodotti: come i Bushmaster AR-15, utilizzati in stragi di massa come quella alla scuola Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, o nel cinema di Aurora, in Colorado.

da www.today.it
da http://www.today.it
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One thought on “L’ASSASSINIO IN DIRETTA in Virginia e i SOCIAL MEDIA (e le televisioni “tradizionali”) che diffondono il crimine: la FOLLIA ESIBIZIONISTA GLOBALE che fa spettacolo e “utenti-clienti” dei media con la violenza (dai tagliagole dell’Isis all’assassino della Virginia) – E UN TERZO DEGLI AMERICANI HA UN’ARMA

  1. Aldo lunedì 31 agosto 2015 / 8:14

    Condivido la preoccupazione in merito alla speculazione sulle immagini ma sono in disaccordo riguardo alle conclusioni sulle armi.
    Come al solito si cade nell’errore di attribuire agli strumenti responsabilità di chi li usa.
    Il grafico riportato va letto con attenzione perché riporta i “GUN murders per resident” e non i “murders per resident”. Basta confrontarlo con questo
    https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_intentional_homicide_rate
    per rendersi conto che dove non ci sono armi (da fuoco) ci si ammazza con altro.
    Purtroppo ci sarà sempre qualcuno disposto a fare del male e quando questo si rivolge a noi, o ai nostri cari, quello che vogliamo è una persona armata che ci difenda e che sia disposta a rischiare la vita per noi e che, nel farlo, badi bene a non graffiare i criminali, o ledere la loro libertà o la loro privacy. Torniamo con i piedi per terra per favore.

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