L’IMMAGINE TRAGICA di un bambino siriano (AYLAN) annegato, potrà cambiare la politica attendista dell’Europa? …che ora SI DIFFERENZIA tra est e ovest – IL RITORNO DEI CONFINI – E la GERMANIA guida la nuova linea della SOLIDARIETÀ – Con la MOBILITAZIONE SOLIDALE DI TANTI EUROPEI

Centinaia di migranti camminano lungo l’autostrada M1 nei pressi di Budapest: vogliono raggiungere la frontiera austriaca a piedi, 170 km di marcia (Afp/Kisbenedek)
Centinaia di migranti camminano lungo l’autostrada M1 nei pressi di Budapest: vogliono raggiungere la frontiera austriaca a piedi, 170 km di marcia (Afp/Kisbenedek)

“Ci sono foto e foto. C’è quella, tristemente nota, del piccolo Aylan che sembra aver spezzato il cuore anche alle fredde sensibilità dei leader europei. E poi ci sono quelle come questa che indica una novità politica. I migranti che prendono parola, che si mettono in mostra come soggetti in carne e ossa e fuggono dalla rappresentazione disperata e disperante che finora li ha riguardati. Si mettono in mostra mettendosi in marcia, con una bandiera dell’Europa come simbolo, in cerca del loro futuro migliore, in grado di sfidare le regole restrittive della Ue, incapace di tenere il passo con questa domanda politica.

   Per la prima volta, da quando l’emergenza ha invaso coste, territori e schermi televisivi, la scena è ripresa da un’altra angolazione. E oltre il punto di vista dei governi, dei razzisti nostrani o di chi esprime un messaggio caritatevole, ecco il punto di vista degli altri, di “loro”, di quelli che dovrebbero, secondo molti, “starsene a casa loro” e che spesso una casa non ce l’hanno più e un futuro invece lo desiderano ancora.” (Salvatore Cannavò, “Il Fatto Quotidiano” del 5/9/2015)

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   Mentre intere regioni del Medio Oriente si stanno disintegrando, l’Europa ha vissuto la prima settimana di settembre come una settimana tra le più drammatiche degli ultimi 25 anni. L’accelerazione dell’arrivo di profughi (specie dall’ecatombe siriana) e migranti per fame con i barconi dal Mediterraneo (ma ora in particolare, in queste settimane, dalla cosiddetta “ROTTA DEI BALACANI”), è cosa epocale, che rimette in discussione ogni descrizione geopolitica e storica del rapporto tra popoli e continenti tra Europa, Medio Oriente, Africa.

   E, fatto rilevante, il destino di centinaia di migliaia di disperati dalla guerra, è quanto in Europa ha deciso la Germania; che, nel breve volgere di un mattino, da un atteggiamento attendista verso l’ondata di migranti in marcia, ha annunciato (la sua cancelliera, Angela Merkel) l’intenzione di accogliere i profughi siriani (fino a 800mila!, l’uno per cento rispetto alla popolazione tedesca…). E Berlino ha detto di essere pronta a modificare la propria Costituzione per renderla più funzionale all’accoglienza dei profughi. In particolare è prevista una revisione delle norme che oggi consentono al Bund di finanziare i comuni solo attraverso i Leander, rendendo invece diretta l’erogazione dei fondi e velocizzando così gli interventi. Ma anche maggiori finanziamenti per l’accoglienza, la costruzione di nuovi alloggi e l’accelerazione delle pratiche per il riconoscimento del diritto di asilo e dei rimpatri.

Profughi: i flussi (via terra in marrone e via mare in blu) e i Paesi che li respingono (segni con la X) (da Repubblica 3/9/2015)
Profughi: i flussi (via terra in marrone e via mare in blu) e i Paesi che li respingono (segni con la X) (da Repubblica 3/9/2015)

   Pertanto il fatto nuovo di questa prima settimana di settembre è che la Germania ha assunto un ruolo guida sul tema dell’accoglienza: forse non solo una questione morale umanitaria. Al popolo tedesco serve uno slancio di generosità per cercare di farsi un po’ perdonare gli obbrobri del passato, del nazismo. Ma c’è da credere che su vuole anche cercare un nuovo slancio economico interno: alla locomotiva tedesca, demograficamente spenta, servono circa sei milioni di persone da qui al 2020 per reggere la crescita.

   E così l’apertura ai profughi mette assieme un grande slancio di umanità e generosità con tutto il resto (leadership politica europea e internazionale, rilancio economico e demografico interno, apprezzamento globale del “gesto” enorme di solidarietà tedesco…). E la Germania ha pure ribadito, con Italia e Francia, l’urgenza di un ripensamento radicale del sistema d’asilo di Dublino.

La stazione ferroviaria Keleti di Budapest in Ungheria è stata riaperta ai profughi
La stazione ferroviaria Keleti di Budapest in Ungheria è stata riaperta ai profughi

   Dall’altra c’è il blocco del Centro Est (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia) (anche se la Polonia si è detta disposta a ricevere 50mila persone…), che mostra una chiusura verso l’esterno che pare contraddittoria con il recente passato di questi Paesi appartenenti fino al 1989 alla cosiddetta “Cortina di Ferro”, cioè di essere essi stati costretti a vivere dal secondo Dopoguerra sotto il giogo dell’imperialismo sovietico (le ragioni di questo attuale atteggiamento di chiusura cerchiamo di spiegarcelo in questo post con alcuni articoli che riprendiamo).

   Poi c’è la linea dura del Regno Unito, linea che pare si stia disgregando (pur limitatamente per adesso) grazie forse anche a quella FOTO DI AYLAN, il bambino siriano annegato e raccolto nella costa turca, che è diventata (tragicamente) un’immagine dirompente, di quelle che possono scardinare politiche nazionali e internazionali che sembrano inamovibili (anche di questo vorremmo trattare, con rispetto e delicatezza, e capire, in questo post).

Angela Merkel - MERKEL: "NO LIMITE RICHIESTE ASILO" - "Il diritto all'asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti" in Germania. A chiarirlo è il cancelliere tedesco Angela Merkel in un'intervista pubblicata sulla stampa tedesca. "In quanto Paese forte ed economicamente sano abbiamo la forza di fare quanto è necessario". Intanto dall'Ungheria sono giunti al confine con l'Austria 4.500 profughi, trasportati con i mezzi pubblici del governo di Budapest. (5/9/2015, da www.tgcom24)
Angela Merkel – MERKEL: “NO LIMITE RICHIESTE ASILO” – “Il diritto all’asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti” in Germania. A chiarirlo è il cancelliere tedesco Angela Merkel in un’intervista pubblicata sulla stampa tedesca. “In quanto Paese forte ed economicamente sano abbiamo la forza di fare quanto è necessario”. Intanto dall’Ungheria sono giunti al confine con l’Austria 4.500 profughi, trasportati con i mezzi pubblici del governo di Budapest. (5/9/2015, da http://www.tgcom24)

   Una cosa molto importante di questa settimana di settembre viene alla MOBILITAZIONE SOLIDALE DI TANTI EUROPEI (come è avvenuto in Italia ai primi di giugno nelle stazioni dove si erano accampati i migranti e come quella che quotidianamente continua soprattutto in Sicilia, a Lampedusa, in Calabria). E’ partita da Vienna una carovana di volontari per andare ad accogliere in Austria la colonna in marcia dall’Ungheria. E il 12 settembre a Londra ci sarà una manifestazione frutto del fortissimo impatto delle immagini di Aylan, che il quotidiano britannico “Independent” ha pubblicato per primo. L’Europa solidale sta prendendo forza dopo il diluvio di insulti xenofobi.

Centinaia di migranti camminano lungo l'autostrada M1 dall'Ungheria verso il confine austriaco - “La marcia dei profughi dall’Ungheria verso Austria e Germania ha un impatto simbolico fortissimo, più di un banale corteo, o del solito comizio. I reietti, i dannati della terra, i profughi in fuga da fanatici e tiranni e che non vogliono rinunciare a percorrere quei 250 km che li separano dalla libertà, scendono dai treni e si mettono in marcia da Budapest. Usano la forza lenta e inesorabile delle loro gambe per trasmettere un messaggio travolgente. La marcia resta sempre qualcosa di memorabile. Questa che si snoda con le lacrime agli occhi di chi non si piega all'ultimo diktat, ancora di più. Le bandiera dell'Europa sventolata con un pathos che nessun europeo ha mai provato ci commuove e ci emoziona.” (Pierluigi Battista, “il Corriere della Sera”, 5/9/2015)
Centinaia di migranti camminano lungo l’autostrada M1 dall’Ungheria verso il confine austriaco – “La marcia dei profughi dall’Ungheria verso Austria e Germania ha un impatto simbolico fortissimo, più di un banale corteo, o del solito comizio. I reietti, i dannati della terra, i profughi in fuga da fanatici e tiranni e che non vogliono rinunciare a percorrere quei 250 km che li separano dalla libertà, scendono dai treni e si mettono in marcia da Budapest. Usano la forza lenta e inesorabile delle loro gambe per trasmettere un messaggio travolgente. La marcia resta sempre qualcosa di memorabile. Questa che si snoda con le lacrime agli occhi di chi non si piega all’ultimo diktat, ancora di più. Le bandiera dell’Europa sventolata con un pathos che nessun europeo ha mai provato ci commuove e ci emoziona.” (Pierluigi Battista, “il Corriere della Sera”, 5/9/2015)

   Infine, ma non ultimo argomento per importanza di questo post geografico, è questo “RITORNO DEI CONFINI”: stavolta una realistica, concreta, DISGREGAZIONE DELL’EUROPA UNITA che di fatto è in questi giorni in atto. Ma questa “disunità” forse, finalmente, non è un male: chiarisce equivoci e unanimismi che finora hanno bloccato per troppo tempo il “progetto europeo”. Un nucleo forte d’Europa (Germania, Italia, Francia, Spagna…) potrebbe far ripensare odi e politiche di Stati (magari così da poco ricostituiti che tengono troppo gelosamente a una loro totale autonomia…) che finora hanno frenato ogni vero processo unitario europeo. Pur riconoscendo che l’attuale ritorno dei confini nazionali, ribaditi con forza, e muri di filo spinato, sono sempre una cosa di cui preoccuparsi assai. (s.m.)

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NELLA STORIA LA FORZA DELLA LENTEZZA NEL CUORE DELL’EUROPA

di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 5/9/2015

   La marcia dei profughi dall’Ungheria verso Austria e Germania ha un impatto simbolico fortissimo, più di un banale corteo, o del solito comizio. I reietti, i dannati della terra, i profughi in fuga da fanatici e tiranni e che non vogliono rinunciare a percorrere quei 250 km che li separano dalla libertà, scendono dai treni e si mettono in marcia da Budapest.

   Usano la forza lenta e inesorabile delle loro gambe per trasmettere un messaggio travolgente. La marcia resta sempre qualcosa di memorabile. Questa che si snoda con le lacrime agli occhi di chi non si piega all’ultimo diktat, ancora di più.

   Le bandiera dell’Europa sventolata con un pathos che nessun europeo ha mai provato ci commuove e ci emoziona. Un popolo in marcia. Sembra il QUARTO STATO di PELLIZZA DA VOLPEDO. Impossibile girarsi dall’altra parte e far finta di niente. Una marcia può servire una buona causa o può servire finalità abiette. Può dare forza a un sogno, come quella che invase Washington sotto la guida di MARTIN LUTHER KING contro lo scandalo della segregazione razziale («I HAVE A DREAM»). O può essere uno strumento formidabile di ricatto e di pressione, come quella dell’ottobre del ’22 condotta dalle camicie nere e che terrorizzò il Re e il fragile palazzo romano.

   Questa marcia da invece una forza irresistibile a chi usa l’unica risorsa di cui dispone, LA DISPERATA ENERGIA DELLE PROPRIE GAMBE, per raggiungere una meta, per lasciarsi definitivamente alle spalle l’incubo atroce della guerra e della persecuzione, vittime incolpevoli di uno scontro immane tra chi non tiene in nessun conto il valore della vita, e figurarsi della libertà.

   Una determinazione possente di chi si mette in marcia e non vuole accettare l’ultima sconfitta dopo aver lasciato per terra e per mare i bambini che non ce l’hanno fatta, le persone tradite e maltrattate da mercanti d’umanità senza scrupoli.

   Sono lì, a un po’ di decine di chilometri da un traguardo sognato, e qualcuno può pensare che si vogliano fermare proprio adesso, che non sono capaci di portare a compimento la loro anabasi, di non saper replicare l’epopea dei contadini di Faulkner e di Steinbeck, la marcia verso l’Ovest di chi sui miseri carri non aveva nient’altro che la propria miseria da trascinare per ricominciare daccapo, per raggiungere una meta.

   La forza di una marcia come questa è più poderosa di un treno che non vuole partire dalla stazione di Budapest. La marcia è faticosa, massacrante, selettiva. Ma è una lezione che si imprime nella memoria. Che mette a tacere gli indifferenti e i paurosi. Che ci interroga sulla nostra passività, sulla nostra acquiescenza di fronte alle atrocità compiute non lontano da qui e il cui peso, anche militare ed economico, siamo incapaci di sostenere.

   Senza capire da cosa scappano questi nostri fratelli in marcia, cosa chiedono, cosa non possono più sopportare, mentre in Europa, la cui bandiera viene sventolata dai profughi, domina l’immobilismo e l’ipocrisia. Ecco il messaggio di chi marcia, la forza dei loro passi. E la vergogna di chi è costretto, finalmente, a guardare in faccia la realtà. (Pierluigi Battista)

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PROFUGHI MEZZA UE SI SCUOTE: ORA PICCONI MORALI

di Paolo Lambruschi, da AVVENIRE del 5/9/2015

   La foto choc del corpicino di Aylan annegato sulla spiaggia di Bodrum, l’esodo disperato del popolo dei profughi in Ungheria, in Boemia e nei Balcani, a piedi e in treno, inneggiante alla Germania e ad Angela Merkel, l’inconcepibile e insopportabile marchiatura con pennarello dei migrantì da parte degli agenti di Praga.

   Ancora, nuovi muri e leggi speciali proprio nel Paese dove la Cortina di ferro s’iniziò a sgretolare nell’estate del 1989. E un’Europa sempre divisa davanti alla crisi migratoria più grave dal 1945.

   Nonostante questo, nonostante il bilancio di una settimana tra le più drammatiche degli ultimi 25 anni, si registrano movimenti e novità sul tema dell’accoglienza civile, sulla quale da mesi si batte il governo italiano. LA SVOLTA, prima ancora delle tremende immagini di questi giorni, L’HA IMPRESSA LA GERMANIA. La cancelliera Merkel davanti all’esodo dei siriani sulla rotta balcanica verso Vienna e Berlino ha optato decisamente per le braccia aperte.

   Oltre ALLA MOTIVAZIONE MORALE C’È QUELLA ECONOMICA. Da anni si sapeva che alla locomotiva tedesca, demograficamente spenta, servono circa sei milioni di persone da qui al 2020 per reggere la crescita. Quest’anno Berlino si aspetta 800 mila domande di asilo ed evidentemente punta sui siriani – istruiti, in migrazione per gruppi familiari, più facilmente integrabili – anche come preziosa risorsa.

   Una scelta già compiuta con i profughi dell’ex Jugoslavia 20 anni fa. La svolta di Merkel, che ha vinto la paura della migrazione e ha parlato con decisione alla propria opinione pubblica e alla Ue, ha innescato un processo politico. Immediatamente è seguita la dichiarazione congiunta con Roma e Parigi sulla necessità di aprire maggiormente le porte e poi si è saldato un asse con Hollande, alle prese con il problema dell’Eurotunnel di Calais, assieme al quale ha chiesto quote obbligatorie per tutti i membri. Un clima mutato rispetto ai veti delle scorse settimane sulla spartizione di 40mila richiedenti asilo approdati in Italia e Grecia. Buoni segnali in vista del vertice del 14 settembre.

   Poi c’è stato, un po’ in tutta l’Europa occidentale, un “effetto Aylan”. Le strazianti foto del piccolo curdo annegato e la tragedia della sua famiglia – lui, la madre e il fratellino di cinque anni sono fuggiti da Kobane e sono morti per raggiungere la Grecia – hanno commosso l’opinione pubblica globale. E, insieme al cambio di marcia di Merkel hanno mutato le carte in tavola.

   Anche a Londra, dove David Cameron – offrendo una spiegazione emozionale – ha cambiato linea, aprendo all’accoglienza di diverse migliaia di profughi provenienti dalla Siria, smentendo le tesi piuttosto rozze del suo ministro dell’Interno Theresa May – che ama presentarsi come nuova Thatcher con il tacco 12 – favorevole a «sparare sui barconi» per porre fine agli arrivi.

   Per contro si arriva al vertice del 14 con una divisione netta con il blocco orientale. Oltre all’Ungheria, che ha eretto un muro e ha risposto con leggi speciali ai giorni di tensione e agli assalti ai treni per la Germania (poi fermati nei campi di raccolta) e ora assiste senza batter ciglio alla marcia dei 200 (uomini, donne, bambini, molti storpi) verso Vienna.

   Repubblica Ceca e Slovacchia hanno solo aperto corridoi ferroviari verso ovest, niente di più. Una chiusura inaccettabile, nel 2014 il 72% di tutti i richiedenti asilo è stato accolto in 5 Paesi: Germania, Svezia, Italia, Francia e Regno Unito. Solo la Polonia si è mossa e ieri si è detta disposta a ricevere 50mila persone.

   Ma il segnale più forte di questa settimana viene alla MOBILITAZIONE SOLIDALE DI TANTI EUROPEI, pari a quella avvenuta in Italia ai primi di giugno nelle stazioni dove si erano accampati i migranti e come quella che quotidianamente continua soprattutto in Sicilia, a Lampedusa, in Calabria. Domani parte da Vienna una carovana di volontari per andare ad accogliere in Austria la colonna in marcia dall’Ungheria.

   E il 12 a Londra ci sarà una manifestazione frutto del fortissimo impatto delle immagini di Aylan, che il quotidiano britannico “Independent” ha pubblicato per primo. L’Europa solidale sta prendendo forza dopo il diluvio di insulti xenofobi. La potenza delle immagini di questi giorni aiuta a smuovere le coscienze. E forse aiuta a trovare i “picconi morali” di cui abbiamo bisogno per abbattere i nuovi muri. (Paolo Lambruschi)

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QUOTE: IL NO DELL’EUROPA DELL’EST

di Redazione Online Corriere.it del 5/9/2015

http://www.corriere.it/esteri/

– L’Ungheria dichiara lo stato di emergenza e vara nuove leggi restrittive. In centinaia si mettono a camminare lungo i 170 km fino al confine, fuggono anche i passeggeri del treno fermato: uno cade e muore. L’Unione Europea pronta a distribuirne altri 120.000 nei 28 Stati membri. Ma è spaccatura sui numeri: est Europa contro Paesi fondatori Ue –

   Mentre in UNGHERIA è in corso la lunga marcia dei migranti verso la Germania, i recenti provvedimenti elaborati dalla Commissione Ue sulle quote obbligatorie spaccano l’Europa. In sintesi: I PAESI CHE 25 ANNI FA ERANO DIETRO LA CORTINA DI FERRO, ALZANO IL MURO CONTRO I MIGRANTI. La vecchia Europa – ITALIA, FRANCIA, GERMANIA e ora anche GRAN BRETAGNA, con Cameron che ha promesso di andare a prendere i profughi nei campi dei Paesi vicini alla Siria. – invece VUOLE APRIRE LE PORTE A CHI FUGGE DALLA GUERRA.

   Ma mentre la Commissione ha confermato che alla riunione dei ministri dell’Interno del 14 settembre metterà sul tavolo la proposta di RIDISTRIBUIRE OBBLIGATORIAMENTE (ma con DIRITTO DI OPT-OUT A PAGAMENTO) altri 120mila rifugiati, a Praga si è riunito il cosiddetto «GRUPPO DI VISEGRAD», ovvero POLONIA, UNGHERIA, REPUBBLICA CECA e SLOVACCHIA. La conclusione è un «NO» SECCO tanto alle quote obbligatorie (definite come «inaccettabili») quanto alla revisione delle regole di Dublino.

   Nel frattempo c’è stato un incontro tra Usa e Arabia Saudita. Lo dice il ministro degli Esteri saudita Al-Jubeir per il quale «è importante trovare una soluzione politica» all’EMERGENZA SIRIA. «Assad ha perduto qualunque legittimazione e non ha ruoli nel futuro della Libia».

IL GRUPPO DI «VISEGRAD»

La mossa del «gruppo di Visegrad» spacca l’Europa. Perché arriva due giorni dopo che i ministri degli Esteri dei tre grandi Paesi fondatori (Italia, Francia e Germania) hanno detto che si deve appunto superare Dublino («non funziona più il principio secondo cui l’asilo riguarda il primo paese di arrivo», ha precisato oggi Gentiloni) e che NON C’È FLUSSO MIGRATORIO CHE POSSA METTERE IN DISCUSSIONE IL PRINCIPIO DI DARE RIFUGIO A CHI FUGGE PER SALVARSI LA VITA.

   Venerdì (4/9/2015, ndr) ANGELA MERKEL e FRANCOIS HOLLANDE, in una lettera ai presidenti delle istituzioni europee, hanno invocato «la responsabilità di ogni Stato membro e la solidarietà di tutti», chiedendo alla Commissione di «utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione» per costringere gli Stati a rispettare le regole del diritto d’asilo. E hanno proposto l’apertura degli hotspot europei per la selezione delle domande già entro la fine dell’anno.

MERKEL: CARICO NON PUÒ ESSERE SOLO SU 4 O 5 PAESI

«Non può accadere che quattro o cinque paesi si assumano tutto il carico» dell’emergenza dei migranti. Lo ha ribadito la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Tutti noi, nell’Ue, siamo tenuti al rispetto della convenzione di Ginevra sui profughi». L’intero sistema deve essere organizzato in un modo nuovo», ha affermato la cancelliera esprimendosi sul tema anche in un’intervista rilasciata ai media radiofonici tedeschi. «Serve un sistema di quote eque», ha ribadito.

LA LUNGA MARCIA IN CORSA

Intanto la lunga marcia in Ungheria è ancora in corso. Da venerdì centinaia di migranti hanno deciso di lasciare Budapest per raggiungere il confine austriaco a piedi lungo l’autostrada forzando un posto di blocco della polizia, e contemporaneamente altre centinaia ne hanno forzato un altro nei pressi della stazione di Bicske e HANNO INIZIATO A CORRERE VERSO OVEST, VERSO L’AUSTRIA.

   Qui sarebbe morto un pakistano, riferisce l’agenzia Reuters, caduto sui binari. Si tratta della maggioranza delle 500 persone che erano bloccate sul treno rifiutandosi di entrare nel campo di accoglienza. Il governo ungherese intanto annuncia che metterà A DISPOSIZIONE DEGLI AUTOBUS per portare le centinaia di migranti in marcia in autostrada al confine con l’Austria. Budapest ha fatto sapere che invierà i mezzi perché la sicurezza della rete autostradale non può essere messa a rischio. A fare l’annuncio in Parlamento è stato Janos Lazar, capo dello staff del premier ungherese Viktor Orban. Lazar ha riferito tra l’altro di aver chiesto all’Austria di chiarire la sua posizione sui migranti, senza tuttavia ricevere risposta. «La crisi dei migranti sta scuotendo l’Ungheria», ha detto, puntando nuovamente il dito contro «le comunicazioni contraddittorie» del governo tedesco e l’incapacità dell’Unione europea nell’affrontare la situazione.

UNA POSIZIONE CHE SPACCA L’EUROPA: LO STATO D’EMERGENZA E IL NUOVO «NO» ALLE QUOTE DI MIGRANTI

Il tutto in una giornata che ha visto l’Ungheria dichiarare lo «stato d’emergenza» sui migranti e il Parlamento, con i voti della maggioranza governativa e degli estremisti di Jobbik, ha approvato un pacchetto di leggi molto restrittive: secondo le nuove leggi, chi attraverserà o danneggerà la barriera al confine con la Serbia sarà perseguibile penalmente, rischiando sino a 3 anni di carcere.

   Il governo Orban ha ottenuto il pieno appoggio degli altri tre paesi del Gruppo di Visegrad (Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca, che hanno promesso all’Ungheria ulteriore assistenza e avvisato l’Unione europea: «Ogni proposta che porti all’introduzione di quote obbligatorie e permanenti su misure di solidarietà sarebbe inaccettabile», si legge in un comunicato.

   L’Unione europea ha in programma la ripartizione di ulteriori 120.000 migranti, di cui 54.000 provenienti dall’Ungheria, tra i 28 stati membri. In questo senso, mercoledì prossimo, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker parlerà davanti al Parlamento europeo. Secondo l’agenzia Associated Press altri 50.400 migranti proverrebbero dalla Grecia, e 15.600 dall’Italia. Lo scorso giugno era stata approvata la ripartizione di 40.000 persone nei prossimi due anni, più altri 20.000.

CENTINAIA DI MIGRANTI A PIEDI VERSO L’AUSTRIA

Tra giovedì e venerdì 3 e 4 settembre in Ungheria si era registrato l’arrivo di 3.313 migranti e profughi, nuovo record per flusso migratorio in una sola giornata: circa mille in più rispetto alle 24 ore precedenti. Fuori dalla stazione Keleti di Budapest venerdì mattina (4 settembre) erano rimasti ancora circa 3.000 profughi, accampati da giorni in attesa di prendere i treni verso Austria e Germania, ma le autorità ungheresi avevano bloccato i convogli per l’estero.

   COSÌ CENTINAIA DI LORO HANNO LASCIATO LA ZONA DI TRANSITO PER RAGGIUNGERE IL CONFINE A PIEDI: nel pomeriggio sono riusciti a imboccare l’autostrada M1 che inizia alla periferia della capitale, superando un posto di blocco della polizia. Lungo questo percorso la frontiera si trova a 170 km di distanza, e il lungo serpentone di persone è avanzato con costanza a circa 4 km/h per tutto il pomeriggio tra le macchine che rallentavano e passavano nelle corsie più interne. Con l’oscurità all’altezza di Torbagy, una ventina di km fuori Budapest, le autorità hanno invitato i migranti a indossare maglie chiare per aumentare la propria visibilità, oppure a fermarsi, ma alcuni hanno scelto di proseguire ugualmente.

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L’INATTESO RITORNO DEI CONFINI

di Sabino Cassese, da “il Corriere della Sera” del 1/9/2015

   Un miliardo e mezzo di persone viaggerà da una nazione all’altra nel 2016, secondo previsioni dell’Associazione delle compagnie di trasporto aereo (sono state più di un miliardo e cento milioni nel 2011), moltissime senza bisogno di visto dei Paesi d’entrata e alcune senza neppure bisogno di un passaporto del proprio Paese.

   Miliardi di persone godono di maggiore benessere grazie alla liberalizzazione mondiale del commercio (e tra poco anche ai partenariati transatlantico e transpacifico sul commercio e gli investimenti). Segni di difficoltà dell’economia cinese hanno prodotto immediati effetti sulle Borse di quasi tutto il mondo.

   Ben 232 milioni di persone vivono in Paesi diversi da quello di nascita. Su 500 milioni di abitanti dell’Unione Europea, 33 milioni sono quelli nati fuori dell’Unione. In Italia, gli immigrati sono 5 milioni (8% della popolazione) e contribuiscono — secondo una stima — a formare più dell’8% della ricchezza nazionale.

   SI POTEVA SPERARE che globalizzazione, apertura dei commerci, deterritorializzazione del potere portassero A UNA OBSOLESCENZA DELLE FRONTIERE. Invece, ieri l’AUSTRIA ha rafforzato i controlli di polizia sui confini orientali. Nei giorni scorsi, l’UNGHERIA ha costruito un muro alla frontiera con la Serbia, seguendo il cattivo esempio della barriera tra Stati Uniti e Messico.

   Quel che è peggio, SI FANNO DIVENTARE ELASTICHE LE LINEE DI DEMARCAZIONE NAZIONALI.

   Il REGNO UNITO ha incaricato FORZE DI POLIZIA FRANCESI di presidiare la frontiera, su territorio francese, come il CANADA, che, d’accordo con le autorità straniere, svolge pre-ispezioni in porti e aeroporti esteri nei quali si imbarcano passeggeri diretti in Canada.

   STATI UNITI e AUSTRALIA sono andati oltre, arretrando (sulla carta) di cento miglia i limiti territoriali per facilitare l’espulsione rapida di immigrati, che vengono trattati, quindi, su suolo americano e australiano, come se fossero presi sulla frontiera, con decisioni non sottoposte a controllo giurisdizionale.

   Questa CHIUSURA NELLE PROPRIE FRONTIERE pone problemi enormi alla coscienza moderna. Ne voglio indicare solo TRE. IN PRIMO LUOGO, la riscoperta delle barriere all’entrata non tiene conto che chi fugge si priva dell’appartenenza a una comunità, e, quindi, anche del «diritto ad avere diritti» che deriva da tale appartenenza. LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE LO PRECIPITA IN UN LIMBO GIURIDICO (oltre a causarne spesso la morte).

   La chiusura, IN SECONDO LUOGO, è disposta da Paesi che hanno fatto propria la tradizione, risalente al 1789, secondo la quale sono garantiti i diritti «dell’uomo e del cittadino» (prima dell’uomo che del cittadino) e sono tenuti a rispettare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948). Dunque, da Paesi che sono obbligati a garantire non solo i diritti dei connazionali, ma anche quelli degli «altri». Da Paesi che si valgono dell’apertura delle frontiere quando fa comodo (per esportare merci, investire denaro, viaggiare), le chiudono quando si sentono minacciati dall’immigrazione di persone.

   INFINE, questa CHIUSURA NAZIONALISTICA ripropone l’interrogativo al quale cercò di dare una risposta nel 1882 il grande storico del cristianesimo Ernest Renan: CHE COSA È UNA NAZIONE? Una nazione è tenuta insieme solo da una lingua comune, da tradizioni e costumi condivisi, oppure è fatta da una comunità di ideali più ampi, che si allargano anche a chi non vi è nato? Quella comunità che chiamiamo nazione è tenuta in vita solo da una comunione di interessi o anche da una comunanza di principi (tra cui quello di dare asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni nella propria patria)? Nazione comporta appartenenza esclusiva oppure anche partecipazione a una collettività più vasta (come dovrebbero testimoniare le migliaia di organizzazioni internazionali esistenti)? (Sabino Cassese)

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L’AMARA SORPRESA DELL’EST

di Gian Antonio Stella, da “Il Corriere della Sera” del 5/9/2015

   Sotto le macerie del muro di Berlino, un quarto di secolo fa, non restarono sepolti solo il comunismo, i suoi errori, i suoi crimini. Il crollo si tirò dietro, purtroppo, molto di più. L’idea stessa, in larghe sacche dell’Europa orientale, della solidarietà. Quella che va oltre l’egoismo di bottega, di contrada, di paesotto.

   Ieri, mentre si allungava la marcia dei profughi verso Vienna, la Repubblica ceca e la Slovacchia hanno respinto come inaccettabili le «quote» da ripartire fra tutti i Paesi Ue, fornendo l’ennesima conferma: i Paesi postcomunisti, recuperati dalla polvere i vecchi miti e riti nazionalisti con l’aggiunta di derive xenofobe, non hanno intenzione di farsi carico del loro pezzo di un problema epocale che va oltre eventuali responsabilità, pavidità e inettitudini e di questo o quel governo.

   Stiamo vivendo una tragedia continentale e planetaria? Ci pensino gli altri. Unica risposta, spesso, quella del manganello imparata sotto i vecchi regimi. La barriera di filo spinato di 160 chilometri, in parte già costruita, decisa dalla Bulgaria lungo il confine turco. Il progetto d’un muro di quattro metri lungo 175 chilometri sulla frontiera dell’Ungheria con la Serbia. La marchiatura col pennarello (così simile alle procedure nei lager di Himmler) di ogni immigrato finito sotto mano ai poliziotti cechi.

   Dice l’Alto Commissariato per i rifugiati che le persone costrette a fuggire dalle loro case, nel mondo, è salito nel 2014 a 59,5 milioni: ventidue milioni in più rispetto a dieci anni fa. Quasi 14 milioni a causa di guerre e persecuzioni.

   II premier ungherese Viktor Orbân, tra gli applausi dei nostalgici delle Croci Frecciate filonaziste, invita i profughi: «Restate in Turchia!». Eppure sa che la Turchia ospita già oggi due milioni di rifugiati. Nella stragrande maggioranza in fuga dai tagliagole dell’Isis. Son quattro milioni i siriani costretti a cercare scampo nei Paesi vicini. Quelli che premono verso l’Europa, puntando su Germania e Svezia, 300 mila. Più o meno quanti gli ungheresi che scapparono in Europa dopo la repressione del 1956. Un sesto dei polacchi che nel ventennio a cavallo della caduta del muro (ricordate le polemiche francesi sull’«idraulico polacco»?) si sparpagliarono per il continente contando sulla solidarietà europea.

   Eppure, è un dolore dirlo, pare che un po’ tutti quei Paesi che hanno contato sulla simpatia, l’amicizia, l’appoggio della «nostra» Europa, siano percorsi da tempo da rigurgiti xenofobi più gravi che altrove. Che poi pesano maledettamente sulle scelte dei governi, anche quando non sono di estrema destra come a Budapest.

   È come se, spazzata via la parola d’ordine del «siamo tutti uguali», tradotta burocraticamente in un delirio oppressivo, fosse passata l’idea che non solo non siamo uguali, ma c’è chi è superiore e chi inferiore. Vale per la Russia che, ha scritto tempo fa il Sunday Times, «è diventata un luogo mortalmente pericoloso per gli immigrati dalla pelle scura». Decine e decine di omicidi, almeno 140 gruppi xenofobi censiti, esecuzioni di avvocati e giudici, campagne terrificanti di odio online verso i «ciorni» (i «neri» uzbeki, tagiki, kirghisi) calate solo di recente perché l’odio si è rovesciato soprattutto verso gli ucraini.

   Vale per la Polonia, indicata da chi monitora il razzismo come «il maggior produttore europeo di oggetti storici e imitazioni del periodo nazista» anche se «la maggior parte dei clienti arriva dalla Germania dell’Est», quella per decenni sotto il tallone della Stasi.

   E vale ancora per la Bulgaria, dove qualche anno fa il leader del partito Atafca!, Volen Siderov, uno che ha scritto un libro contro gli ebrei rei di una « cospirazione contro i bulgari ortodossi», è riuscito addirittura ad arrivare al ballottaggio delle Presidenziali.

   O per la Boemia, dove i razzisti del DeJnicfcd strana (Ds, partito operaio), sciolti dalla Corte Suprema, hanno semplicemente cambiato nome: Dsss, con l’aggiunta beffarda di quelle due «ss» che richiamano le Schutzstaffel naziste.

   Ed ecco nazionalisti contrapposti che in nome della Grande Romania, la Grande Ungheria, la Grande Bulgaria odiano le rispettive minoranze di confine ma tutti insieme odiano quelli che vengono da «fuori». «Dimmi bel giovane / onesto e biondo / dimmi Ja patria / tua qual’è? / Adoro il popolo / la mia patria è mondo / il pensier libero / è ia mia fé», diceva una canzone del pisano Francesco Bertelli del 1871. E non erano solo i socialisti e gli internazionalisti a pensarlo.

   I confini, per milioni di emigranti italiani, tedeschi, slavi, ungheresi, sono stati considerati a lungo semplici e odiosi ostacoli burocratici che era legittimo superare. Anche a dispetto (e lasciamo stare le aggressioni coloniali in casa altrui…) dei Paesi d’accoglienza. Tutto cambiato. Tutto rimosso.

   Sia chiaro: l’Europa non può farsi carico di tutti. E non può andare avanti tamponando le emergenze giorno dopo giorno. La morte di Aylan, il bimbo annegato con la mamma e il fratellino ci ricorda che se noi avessimo sul serio «aiutato a casa loro» i siriani, come Estonia, Lituania e Lettonia han ripetuto due mesi fa rifiutando di accogliere 700 profughi («Possiamo accettarne fra 50 e 150»), la famigliola di Abdullah Kurdi non sarebbe venuta via da Kobane per andare incontro alla strage.

   Vogliamo entrare in guerra in Siria, in Iraq, in Libia? La sola ipotesi ferma il fiato. Ma sarebbe, almeno, una scelta spaventosamente seria. Buttarla in cagnara per motivi di bottega elettorale, da noi e altrove, non lo è. (Gianantonio Stella)

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IL GRANDE INGANNO DELL’UNGHERIA: IL TRENO PER LA GERMANIA VA AL CAMPO

di Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 4/9/2015

– Dopo pochi chilometri la polizia blocca il convoglio: dobbiamo identificare i profughi –

   E poi, dopo tre giorni e tre notti sbattuti sul pavimento della stazione Keleti, gli hanno fatto segno di andare: «Salite sul treno!». «La stazione è aperta». «Via di qui!». I poliziotti ungheresi sono autorizzati a parlare solo per impartire ordini. Gridavano e indicavano la strada con i manganelli. E i profughi più ingenui, i più stanchi, quelli nelle prime file, si sono messi a correre. Ringraziavano e spingevano, gridando a loro volta: «Germany! Germany!». Erano felici, si passavano dai finestrini sacchetti e bambini, per cercare di conquistarsi un posto. Tutti volevano salire sul treno verde e giallo con la scritta «Raaberbahn», sette vagoni di una compagnia austriaca stipati all’inverosimile.

   È partito da Budapest alle 11.30, ma non andava in Germania. Si è fermato molto prima: stazione di Bicske. Vicino a Felcsút, il paese natale del primo ministro Victor Orbán. Si è fermato davanti a un centro di accoglienza e identificazione. Ecco perché adesso, quelli del treno verde e giallo si rifiutano di scendere. Non mangiano. Non prendono neppure le bottiglie d’acqua lasciate sulla pensilina. Resistono al binario 3, asserragliati dentro un treno che non va più da nessuna parte.

NO ALLE IMPRONTE

Non vogliono farsi identificare qui. Non vogliono restare in Ungheria. Una bambina si affaccia livida dall’ultimo vagone, prima classe: «Per favore, aiutatetici». Il padre urla ancora una volta: «No camp! No camp!». Sono centinaia. Qualcuno dice: seicento. Quattro volontari della Croce Rossa vorrebbero avvicinarsi, ma non gli è consentito. «Le forze dell’ordine non ci danno l’autorizzazione», dice la signora Ama. I poliziotti in tenuta antisommossa, tutt’intorno, aspettano di capire quale piega prenderà questa storia. «Se i profughi non cedono, interverranno», dice un giornalista locale. «Ma lo faranno a tarda notte. Adesso hanno gli occhi del mondo puntati addosso».

   Il corrispondente di NBC News America, un italiano, Claudio Lavanga, continua a collegarsi in diretta: «Sono ormai sette ore che i migranti non mangiano e non bevono». Sulla sinistra, c’è la telecamera di Al Jazeera. Senti voci francesi, spagnole, tedesche. Senti le urla dei migranti. Il rumore degli anfibi fra i sassi della ferrovia, lo scarico intasato dell’unico bagno. È l’ennesimo giorno di cui vergognarsi, a questa nuova frontiera d’Europa.

IL CENTRO D’ACCOGLIENZA

Bicske è un paese di pendolari a quaranta chilometri da Budapest, in direzione ovest. Il centro di identificazione e accoglienza è lontano delle case. Lo trovi seguendo un gruppo di ragazzini afghani, venuti a raccogliere un po’ di frutta dagli alberi. C’è la rotonda con il supermercato Tesco, case di contadini. E poi, filo spinato, casette basse numerate, una cancellata: la bandiera dell’Unione Europea.

   Più fatiscente, ma abbastanza simile al Cara di Mineo, il più grande centro di accoglienza italiano. Visto da fuori, perlomeno. Perché l’ingresso è vietato ai giornalisti. I posti ufficialmente sono 1000, ma adesso ci sono più di 3000 profughi. Camerate da 35 letti. Hanno montato diverse tende da campo nello spiazzo al fondo. All’ingresso le guardie ti rispondo sprezzanti: «Non parliamo inglese. Questa è l’Ungheria». C’è la fotografia di un ragazzo siriano «scomparso». Tornelli da stadio per verificare ogni ingresso, ogni singola uscita.

   La famiglia irachena Amhed torna indietro carica di sacchetti della spesa, biscotti per i bambini, uva e banane. «È brutto stare qui, non facciamo nulla, vogliamo andare in Germania, il cibo non basta», dice la signora Engham Ahmed. Ed è tutto ancora confuso, sporco, incerto, non detto, non spiegato. «Quanto dobbiamo stare al campo?».

   Quelli nel campo non sanno di quelli del treno. Quelli del treno urlano ad altri profughi, che intanto arrivano su altri convogli regionali. Sono piccoli gruppi. Scendono e non capiscono. Anche loro erano convinti di essere diretti in Germania. Non è facile orientarsi dopo giorni di viaggio estenuante. Ma poi, la parola «camp» ha il potere di rendere tutto chiaro. Scene così: tre donne velate che piangono isteriche e si buttano fra l’erba e il parcheggio, un gruppo di uomini presi a manganellate sulla testa, bambini che gridano terrorizzati, tirati via per le braccia. E una bambina con lunghi ricci neri e un vestito a fiori, che fa ripetutamente segno al poliziotto – proprio quello che ha colpito suo padre – con il dito indice sul collo: ti taglio la gola.

L’ATTESA INFINITA

Passa un treno merci mentre un uomo siriano, con gli occhiali da vista e una polo bianca, grida in faccia a sette militari con caschi e visiere abbassate: «Voglio andare allo Sheraton! Voglio andare ovunque! Non nel vostro campo. Ho i soldi, guardate. Non ho fatto niente di male. Lasciatemi andare!».

   Un altro uomo, magrissimo, è stato accerchiato sotto un lampione, mentre tentava la fuga solitaria dalla stazione. Sotto quella luce gialla e tetra, vedi che mentre ansima e spiega, i suoi occhi incominciano a lacrimare: «Voglio soltanto andarmene dall’Ungheria, soltanto andarmene, soltanto andarmene da qui…». Sono scene finali, senza possibile redenzione.

   La sala d’aspetto è deserta. Quelli del treno sono ancora chiusi dentro, alle undici di sera. Li vedi stesi lungo i corridoi, rannicchiati negli scompartimenti, abbracciati a bambini scalzi. Solo due vagoni sono ancora illuminati. Qualcuno ha messo un asciugamano a righe come tenda. I poliziotti fanno l’ennesimo cambio turno, mentre un aereo solca il cielo con luci intermittenti. Il mondo dei giusti e il mondo degli sbagliati sono schierati al binario 3. (Niccolò Zancan)

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ECCO IL PIANO UE: QUOTE OBBLIGATORIE E SANZIONI PER CHI RIFIUTA I PROFUGHI

di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 4/9/2015

– La proposta della Merkel e di Hollande. Cameron “apre” a una maggiore accoglienza – La redistribuzione sarà almeno quadruplicata. Regole comuni per il diritto d’asilo –

   Il Partito europeo della solidarietà è compatto. Certo è anche l’effetto delle drammatiche foto del piccolo Aylan, però la spinta politica ora è davvero forte. Di nuovo insieme, la cancelliera Merkel e il presidente Hollande invocano «UN MECCANISMO PERMANENTE E OBBLIGATORIO» di quote, formula che intanto potrebbe far redistribuire nel continente 160 mila migranti con diritto alla protezione. Matteo Renzi chiede «una risposta unitaria».

   È possibile ARRIVARCI IN DIECI GIORNI, sempre che si riesca a portare tutti a bordo, il che non è affatto scontato. Le linee guida sono comunque chiare: CONDIVISIONE DELL’IMPEGNO UMANITARIO, RIFORMA DELL’ASILO E DEL REGOLAMENTO DI DUBLINO, STRETTA SUI RIMPATRI DEGLI ILLEGALI, RAFFORZAMENTO DI FRONTEX E NAVI PIÙ ATTIVE NEL MEDITERRANEO.

   Toccherà alla Commissione Ue far confluire gli appelli delle capitali in testi legislativi sulla base delle quali i governi nazionali potranno confrontarsi. L’esecutivo definirà le decisioni martedì e le formalizzerà mercoledì, dopo che il presidente Juncker avrà dato loro piena investitura politica nel discorso sullo stato dell’Unione. LUNEDÌ 14 SETTEMBRE sarà la volta dei ministri degli Interni, convocati per una riunione straordinaria. Dovranno pronunciarsi, anche a maggioranza se necessario. Mentre non si esclude l’ipotesi di un vertice vero a livello di leader, se le circostanze lo rendessero necessario.

GLI SVILUPPI

Tutto è in evoluzione. Per la prima volta il premier britannico Cameron ha annunciato che accoglierà migliaia di rifugiati in più. È un passo che compensa il «no» del premier Orban che boccia le quote perché «generano illusioni irrealizzabili». Frenano cechi e slovacchi. La premier polacca Ewa Kopac ha cambiato linea: «Non possiamo permetterci i migranti economici – concede – ma abbiamo il dovere morale di accettare i rifugiati». Oggi incontrerà gli omologhi di Budapest, Praga e Bratislava per dir loro che «la situazione è cambiata e la sfida è più vera».

LE REGOLE

A Bruxelles i tecnici della Commissione sono al lavoro. «Le cose potrebbero cambiare sino all’ultimo – sottolinea una fonte – ma il grosso dell’impianto ha preso corpo». Sei testi, al momento. REDISTRIBUZIONE D’URGENZA DEI MIGRANTI. QUADRUPLICATA, almeno. Juncker ragiona sulla possibilità di elevare dall’attuale 40 mila a 160 mila il numero dei rifugiati che dovranno essere riallocati sulla base di criteri vincolanti. Sarebbero pescati in tre paesi: Italia (39.600), Grecia (66.400) e Ungheria (54 mila)». Le cifre sono ancora ballerine, ma si vuole un segnale forte che corregga la figuraccia di giugno, quando il piano di riallocazione «volontaria» ha mancato gli obiettivi fra litigi imbarazzanti. Con una novità. CHI VORRÀ POTRÀ COMPRARSI LA LIBERTÀ DI NON RICEVERE ANIME, FINANZIANDO LO SFORZO DEGLI ALTRI. Lo chiamano «BUY OUT». E’ modo educato per sanzionare i renitenti alla solidarietà.

DIRITTO D’ASILO

L’obiettivo è stabilire regole uguali per tutti, così da evitare un turismo umanitario che porti le genti in fuga verso un paese «facile» piuttosto che verso un altro. Qui s’inserisce la revisione delle regole di Dublino che impongono l’accoglienza nel paese di primo approdo. E’ una mossa propedeutica al meccanismo di redistribuzione vincolante da attuare quando a livello nazionale non ce la si fa. È la formula suggerita da Merkel e Hollande.

RIMPATRI

È quasi ultimato il testo con la lista dei paesi sicuri, quelli verso i quali è possibile respingere chi non ha diritto di restare (in Siria no, in Senegal sì). In altre 8 pagine si delinea un’intensificazione dei ritorni, con procedure più semplici e contatti stretti con gli stati terzi. L’impegno comune è che i clandestini siano cacciati. Centrale il ruolo dei centri d’accoglienza (HOT SPOT) dove concentrare l’azione di controllo: le gare di appalto per costruirli avranno un documento ad hoc.

FRONTEX

Si attende un potenziamento dell’agenzia con la piena partecipazione ai rimpatri, oltre che all’attività di riconoscimento. Per questo è prevista una nuova dote finanziaria. AVANZA LA FLOTTA

Largo consenso fra i ministri europei della Difesa ieri a Lussemburgo (assente Pinotti) sull’avvio della fase due della missione nel Mediterraneo richiesta dall’alto rappresentante Mogherini. Le navi hanno raccolto informazioni sui traffici nelle acque europee, sforando per il «search and rescue» (oltre 1500 i salvati). Entro settembre potrebbero andare nelle internazionali per fermare gli scafisti. «In quindici casi avremmo potuto farlo», ammette una fonte. Ma non ne avevano facoltà. (Marco Zatterin)

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«I MURI SGRETOLANO I VALORI EUROPEI»

di Maria Serena Natale, da “il Corriere della Sera” del 1/9/2015

Colloquio con IAN BREMMER (presidente del Gruppo Eurasia, una società leader nel settore della consulenza e della ricerca del rischio politico globale): «Il contratto sociale sul quale poggia la Ue sta venendo meno. Serve una leadership coerente. Si va verso il decentramento, ma l’Unione non imploderà»

IAN BREMMER, nella storia degli Stati nazione l’idea stessa di confine definisce il senso d’identità di un Paese. Averla elaborata e in parte superata, per l’Europa delle frontiere aperte nata dalle ceneri della guerra, è stato un passaggio epocale. Cosa ci dicono i nuovi muri che stanno sorgendo nel vecchio continente?

«Il trionfo di valori condivisi su un passato di violenza è stato il grande successo dell’Europa. Quei valori condivisi, e il contratto sociale che ne è scaturito, ora si stanno sgretolando. Le radici del fenomeno sono la sfiducia nella volontà tedesca di lavorare per il bene comune e l’impotenza dimostrata dalle istituzioni europee di fronte alle crescenti ineguaglianze sociali. La crisi dei migranti ha portato queste dinamiche in superficie e reso ancora più urgente la condivisione degli oneri. Se la Ue non riuscirà a indicare una rotta e ad accreditarsi come fonte di benessere per tutti, i singoli Stati si ripiegheranno sul solo genere di sicurezza che credono di poter gestire — il controllo dei confini».

Non solo una reazione al picco dell’emergenza, ma il segno di una debolezza strutturale del progetto europeo?

«La questione dei confini ha innescato una crisi profonda, che durerà anni. Talvolta le crisi sono necessarie per ricreare consenso e leadership. È la natura umana, compiamo scelte difficili solo quando dobbiamo. Il punto è che INTERE REGIONI DEL MEDIO ORIENTE SI STANNO DISINTEGRANDO. Governi instabili, economie sotto pressioni insostenibili. La maggior parte dei migranti proviene da Paesi come Siria, Iraq, Libia, Tunisia. Per queste persone il vecchio continente resta un magnete, anche se le società europee non trovano il modo di integrarle. Difficoltà che potranno solo peggiorare, se pensiamo agli alti tassi di disoccupazione e alla minaccia del terrorismo. In questo contesto alcuni Stati, per esempio la Svezia, continuano a dare più di quanto non ricevano, mentre ad altri come Grecia, Italia e Spagna, si chiede troppo. Quel che manca è una leadership collettiva coerente».

Per la Germania aver assunto un ruolo guida sul tema dell’accoglienza e aver rilanciato con Italia e Francia l’urgenza di un ripensamento radicale del sistema d’asilo di Dublino significa aver superato sul solo piano possibile — la gestione di una crisi «umanitaria» — la paura dell’egemonia?

«Pur tardiva, la decisione di Berlino di accogliere le richieste di asilo dei rifugiati siriani è un primo importante passo, che spero diventi un precedente. Non credo che la Germania aspiri all’“egemonia”. È un fardello che le ha già fatto troppo male. E i contribuenti tedeschi sono tutt’altro che disposti a pagare il prezzo della leadership. Tuttavia, considerate le dimensioni della sua economia e la forza del suo governo, la Germania dovrà necessariamente assumere un ruolo guida, anche solo dando l’esempio».

Rischia di diventare un modello anche la linea dura del Regno Unito, che ha trovato nello stato d’emergenza una nuova fonte di legittimazione per le tradizionali resistenze verso un approfondimento dell’integrazione comunitaria e addirittura una giustificazione per rimettere in discussione la libera circolazione. Dalla condivisione degli sforzi si sfila pure il blocco del Centro Est, per ragioni storiche e culturali. È l’inizio di un processo di disgregazione dell’Europa unita?

«L’Europa ha avviato un processo di decentramento. In molti Stati europei la politica va incontro a una frammentazione sempre più accentuata, man mano che le nuove formazioni sfidano i partiti tradizionali al potere. I rappresentanti eletti, anche quelli espressi dall’establishment, dovranno rispondere alla crescente domanda pubblica di un approccio più ostile alla Ue e alle sue istituzioni. Nel complesso però l’economia europea rimarrà stabile, se non in stagnazione. E le sue istituzioni continueranno a funzionare».

Alla lunga le destre sono destinate a capitalizzare gli effetti della delicata fase di spartizione delle quote di migranti e integrazione che si sta aprendo?

«Guadagneranno terreno i partiti estremi, a destra come a sinistra, anche dove non arriveranno a esercitare il potere. Se l’Ukip ha costretto il primo ministro britannico David Cameron ad assorbire più dosi di euroscetticismo e la cancelliera tedesca Angela Merkel deve fare attenzione ad Alternative für Deutschland, allo stesso modo il governo spagnolo dovrà tenere d’occhio i consensi di Podemos e l’estrema sinistra greca badare alla sinistra ancora più estrema. All’orizzonte non vedo nulla che possa allentare la pressione sui grandi partiti». (intervista di Maria Serena Natale)

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LA STORIA DEL BAMBINO SIRIANO ANNEGATO IN TURCHIA

– Si chiamava Aylan Kurdi, la sua famiglia era scappata dalla guerra e voleva raggiungere il Canada: nel naufragio si è salvato solo suo padre –

da IL POST.IT www.ilpost.it/ 3/9/2015

   La famiglia siriana del bambino trovato morto su una spiaggia in Turchia, in seguito al naufragio della barca su cui stava viaggiando, aveva lasciato la Siria con la speranza di ricongiungersi con alcuni parenti che da tempo vivono in Canada, iniziando un viaggio che lo avrebbe portato in Grecia.

   Il bambino aveva tre anni e si chiamava Aylan Kurdi: la fotografia del suo corpo sulla battigia è stata mostrata dai media di mezzo mondo e nella sua crudezza è considerata da molti emblematica per descrivere la crisi dei migranti di queste settimane.

   Sulla barca naufragata c’erano anche la madre e un fratello di Aylan Kurdi, entrambi morti, e suo padre che invece è sopravvissuto e che ha telefonato ai parenti in Canada per avvisarli dell’incidente in mare. Si chiama Abdullah Kurdi e ha spiegato di voler tornare il prima possibile a Kobane, città di confine tra Siria e Turchia, per organizzare il funerale dei suoi familiari.

   Su Twitter sono state pubblicate le fotografie di Aylan con il fratello maggiore Galip mentre sono seduti su un divano con un peluche. In un’altra immagine i due fratelli sono seduti uno affianco all’altro, con Galip che tiene una mano sulla spalla del fratello, vestito con una felpa gialla.

Aylan con il fratello maggiore Galip
Aylan con il fratello maggiore Galip

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IL BIMBO MORTO CHE SCUOTE L’EUROPA

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 3/9/2015

L’immagine drammatica di un piccolo siriano trovato sulla spiaggia turca di Bodrum fa il giro del mondo – I siti dei giornali inglesi la pubblicano per attaccare la linea anti-migranti di Cameron. E scoppia la polemica –

LONDRA – Una foto può cambiare la politica dell’Europa sulla tragedia dei migranti? Forse sì. Mentre l’ondata dei disperati del mondo povero si riversa sulle rive di quello ricco, dalle coste del Mediterraneo alla stazione ferroviaria di Budapest fino al tunnel sotto la Manica invaso di clandestini che danno l’assalto ai treni a Calais, l’immagine di un bambino siriano affogato su una spiaggia della Turchia sciocca i media, l’opinione pubblica e i suoi leader.

   Di immagini atroci, certo, questa storia ne ha già prodotte altre, tante da suscitare un senso di deja vu e produrre, se non indifferenza, apatia. Ma i fotogrammi che mostrano un bambino di circa due anni sulla sabbia di Bodrum, poi fra le braccia di un poliziotto che raccoglie il suo corpicino inerte, producono una scossa.

   «Quando è troppo è troppo», scrive sul suo sito il quotidiano “Independent” di Londra, decidendo di pubblicare. L’Independent: “Se quello scatto non cambia l’atteggiamento verso i rifugiati, cosa può farlo?”-

   Il servizio fotografico, anche se agghiacciante, è nella speranza di smuovere il governo britannico, finora preoccupato di chiudere le porte all’immigrazione, quella clandestina e perfino quella legale, come ha dimostrato l’altro giorno la sparata del ministro degli Interni Theresa May («Solo gli europei con un’offerta di lavoro dovrebbero potere entrare nel Regno Unito»), più che di aprirle ai nuovi miserabili della terra.

   L’appello dei giornali che pubblicano la foto rimbalza come un tam-tam da un paese all’altro e si rivolge dunque a tutti i politici, non solo a quelli di Londra: è sul sito del “Guardian” e del “Mail” (giornale di destra e tenacemente anti-immigrati: eppure stavolta ha cambiato posizione) in Inghilterra, del “Paìs” in Spagna, di vari quotidiani in Italia, Germania, Francia.

   E qualcosa apparentemente si muove. Appena ieri mattina, commentando le ultime notizie dal fronte della migrazione, David Cameron diceva: «La soluzione non è accogliere più immigrati». Ma il leader Liberal democratico Tim Farron si augura: «Questo è un campanello di allarme, speriamo che dia la sveglia al premier».

   Parole analoghe arrivano da Yvette Cooper, una dei candidati alla leadership del partito laburista nelle primarie che si concludono fra pochi giorni: «Quando madri cercano di trarre in salvo i propri figli da barche che affondano, quando persone muoiono asfissiate in un camion di diabolici trafficanti, quando cadaveri di bambini si depongono sulle spiagge, il nostro paese deve fare qualcosa».

   Un messaggio simile giunge da Jeremy Corbyn, il favorito nella contesa del Labour e il candidato su posizioni più di sinistra: «Nessuno può evitare di commuoversi per questa immagine orribile. La risposta del nostro governo alla crisi è stata finora completamente inadeguata, ma mi vergogno anche per i nostri vicini europei che accettano di accogliere solo poche centinaia di rifugiati siriani».

   È un coro unanime, quello che si ascolta nelle capitali europee. «Quella foto è la punta di un iceberg, l’immagine di un mondo impazzito», dice l’eurodeputata spagnola socialista Elena Valenciano a Bruxelles. «Immaginate che quel bambino sia vostro figlio”, esorta da Parigi Peter Bouckaert, portavoce di Human Rights Watch. E l’Independent domanda: «Se queste immagini non cambiano l’atteggiamento dell’Europa verso i rifugiati, cosa può farlo?». Se non ora, quando? (Enrico Franceschini)

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L’ODISSEA GOTICA DEL PRESENTE

di Raffaele K. Salinari, da “Il Manifesto” del 3/9/2015

– Di fronte a una Europa smembrata dalle ineguaglianze e dalla xenofobia, la presenza dell’altro può essere un soffio di vita –

   Nel suo editoriale di sabato 29 Norma Rangeri invita ad una nuova resistenza contro l’assuefazione mediatica dalle morti dei migranti. Il tema viene ripreso da Tommaso Di Francesco con particolare riguardo alle responsabilità europee nelle guerre da cui provengono i profughi. Si tratta di un appello giusto e accorato, e di una analisi storicamente documentata, che compongono entrambi un quadro politicamente provocatorio poiché chiamano in campo non solo il sistema dell’informazione ma lo spirito stesso col quale ci predisponiamo ad interpretare le notizie.

   E allora vediamo di dare qualche elemento concretamente simbolico a questa rinnovata battaglia di civiltà, partendo proprio dal decadimento spirituale delle nostra epoca, tutta orientata alla quantità, in cui ciò che unisce, al di la di ogni determinazione superficiale, gli esseri umani, sembra scomparire all’ombra del particulare.

   Victor Hugo nel suo Notre Dame di Parigi descrive a un certo punto la novità architettonica rappresentata dall’arte gotica. Il grande romanziere sostiene, a ragion veduta, che l’innovazione stilistica che sorpassa il precedente stile romanico, nasce da quella grande epopea non solo cavalleresca ma anche popolare, che furono le crociate. Il gotico mette al centro dell’universo l’uomo stesso, non più dio, com’è nel romanico ma, sopra tutto, scardina l’ordine rappresentato in quelle costruzioni medioevali dalla gerarchia dio, clero, popolo.

   Ebbene, dice ancora Hugo, questo si deve alle influenze che vengono dall’arte orientale, dalla sua spiritualità ancora tumultuosa, effetto benefico che oltrepassa l’incontro/scontro tra gli eserciti crociati e quelli della mezzaluna.

   E dunque una delle grandi costruzioni delle cristianità, con i suoi simboli alchemici scolpiti nelle pietra, con le sue guglie lanciate verso lo Spirito, ci viene dall’incontro tra culture che, apparentemente, possono essere solo in atteggiamento oppositivo l’una dell’altra.

   Ma, ecco l’arcano, la rinascita della spiritualità europea post medioevale, che diede vita allo stesso Rinascimento di stampo neoplatonico, lo si deve ad influenze che, sul piano della geopolitica, apparivano invece contrastanti. Oggi, a secoli di distanza, la situazione non sembra essere cambiata nelle relazioni tra Europa e mondo musulmano, in generale tra la cultura del continente tra i più ricchi del globo, e le terre che sino agli anni settanta del secolo scorso furono le sue colonie.

   Oggi il tema emergente, ma non emergenziale come si vorrebbe far credere all’opinione pubblica, è decisamente quello delle migrazioni da queste stesse zone.

   E allora, ieri come oggi, se andiamo oltre le ragioni immediate e contingenti, ci troviamo di fronte a delle motivazioni che riprendono in pieno quel fecondo incontro che caratterizzò l’epoca delle rinascita dello spirito europeo dopo gli oscurantismi medioevali.

   Se, infatti, si chiede a questi ragazzi e ragazze che sostano presso i centri cosiddetti di accoglienza, non cosa li ha spinti a intraprendere un viaggio potenzialmente mortale, cioè le guerre, la fame, le devastazioni ambientali, la mancanza dei più elementari diritti umani, ma il come hanno potuto sopportare le torture, le umiliazioni, gli stupri, la solitudine, l’angoscia di vedere morire amici e partenti in viaggi che l’Odissea a confronto è una tour dei Club Mediterranee, ebbene torna prepotente l’immagine del sogno e della sua forza spirituale, della volontà di testimoniare con il proprio corpo la potenza di una vita che, nonostante tutto, vuole e deve affermarsi a ogni costo, oltre ogni costo.    E allora, di fronte a una Europa smembrata dalle ineguaglianze, dai rigurgiti xenofobi e dal calcolo ragionieristico delle parità di bilancio, frantumata dalle spinte centrifughe dei rinascenti nazionalismi ma, forse e soprattutto, oramai spenta nell’ombra di un ideale comunitario che si è consumato al fuoco dell’economia liberista, queste testimonianze, queste nuove presenze, destinate ad innestarsi nel tessuto mortificato di un continente che per secoli è stato il centro del mondo, ebbene queste vite non possono essere che una speranza di rinascita per il nostro Continente, una occasione di far scorrere nuova linfa nei calami esausti di una cultura oramai tropo ripiegata in se stessa.

   Non sono forse i braccianti immigrati che spesso insegnano nuovamente ai nostri a lottare nelle campagne? Non è forse la loro gioventù turbinosa che può nuovamente ispirare i ragazzi continentali rosi dall’indifferenza a incontrare altre visioni del mondo? Non sono altre lingue che possono arricchire quella grande lingua europea che, come dice Balibar, è la traduzione?

   Accogliere il diverso, dunque, è una occasione da non perdere, oltre che un dovere è una grande opportunità di trasformazione di un tessuto sclerotizzato da false contrapposizioni e da una secolarizzazione che non ci consente di sognare il sogno di una Europa interculturale, inclusiva, realmente unita da quel grande collante che sono le sue diversità. (Raffaele K. Salinari)

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L’ARCIPELAGO DEI GHETTI

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 1/9/2015

– Ciascun paese cerca di scaricare l’emergenza migranti sul vicino meridionale –

   IL 2 MAGGIO 1989 il governo comunista ungherese apriva per primo un varco nella cortina di ferro, dissigillando l’Europa oppressa dalle barriere della guerra fredda. Sei mesi dopo cadeva il Muro di Berlino.

   Quest’estate il democraticamente eletto governo ungherese ha alzato una barriera di filo spinato e cemento al confine con la Serbia – più precisamente con la regione della Vojvodina, che i nazionalisti magiari considerano provincia dell’agognata Grande Ungheria – per impedirne il valico da parte dei migranti. Ad annunciare la stagione dei nuovi muri che stanno ridividendo il continente “riunificato” nell’Ottantanove.

   Movente: la paura dei “nuovi barbari”che minaccerebbero la nostra pace e il nostro benessere. Versione corrente di quei “treni di paura” —esplosioni collettive e ingovernate di terrore — cui lo storico francese Jean Delumeau attribuiva la gran parte dei conflitti scoppiati in Europa fra Trecento e Seicento.

   Se non sapremo governare questa nuova onda di paura,l’Europa libera e unita che sognavamo alla fine dello scorso secolo si muterà in un grande ghetto. Peggio, un arcipelago di ghetti: quelli per i privilegiati, ovvero gli “europei di ceppo” che esistono solo nelle teste eccitate dei nuovi/vecchi appassionati di classificazioni razziali; e quelli per i dannati fuggiti dai cento Sud alla fame e/o in guerra, a loro volta ripartiti per categorie sociali e famiglie etniche.

   La posta in gioco è il nostro libero destino democratico. Perché la paura di massa è il peggior nemico della libertà. È il sentimento diffuso sul quale da sempre speculano gli intolleranti d’ogni risma e gli aspiranti dittatori.

   Sembra che non tutti i responsabili politici europei siano consapevoli dell’altezza di questa sfida. Di sicuro alcuni tra essi, specie sul fronte della destra non solo estrema, fanno del loro meglio per cavalcare o addirittura eccitare questo sentimento, illudendosi di poter controllare l’incendio che essi stessi hanno contribuito ad appiccare. Una cosa è rispondere al bisogno di sicurezza dei cittadini. Tutt’altra è fomentare il senso di insicurezza dipingendo un’apocalissi che non c’è. Così alimentando il fenomeno che si dice di voler scongiurare.

   La battaglia per la gestione comune della sfida migratoria è l’ultima frontiera della politica europea. Qui cade o risorge lo spirito d’Europa, nel senso originario del termine. Il bollettino dai fronti di questa guerra non è però confortante. Ciascun paese si muove rigorosamente per suo conto, cercando di scaricare l’emergenza, effettiva o mediatica, sul vicino meridionale.

   Da Calais al Nordafrica e alle frontiere balcaniche si gioca allo scaricamigrante. Vince chi respinge più migranti verso il territorio del socio comunitario alla sua frontiera meridionale, il quale a sua volta cerca di riallocarne quanti possibile nei (presunti) paesi d’origine. Tutto ciò in spregio delle più elementari norme d’umanità che dovrebbero governare i rapporti tra esseri della medesima specie. Ma a forza di gridare all’invasione finiamo per convincerci che,in fondo, chi bussa alla nostra porta non appartiene alla razza umana. È spazzatura, da tenere lontano dai fortificati cancelli di casa. In questo clima,a poco serve che il numero due della pallida Commissione europea, l’olandese Frans Timmermans, invochi un unico sistema d’asilo per l’Ue e ricordi che «se unita, una comunità di 500 milioni di persone è in grado di gestire la situazione». Qualche maggiore eco si spera possano avere le parole della cancelliera tedesca, campionessa del rigore fiscale, che di fronte alle stragi nei barconi e nei camion piombati invoca maggiore “flessibilità”.

   Ma quando il leader della patria della democrazia occidentale, il premier britannico David Cameron, si lascia sfuggire frasi sullo “sciame” migratorio, neanche si trattasse di api, e il suo ministro dell’Interno pretende di chiudere le porte del Regno Unito financo ai cittadini comunitari in cerca di lavoro — provocando la reazione della Confindustria locale che sa quanto quelle braccia e quelle teste servano all’economia nazionale — significa che il livello di guardia è superato.

   La questione migratoria continuerà ad occuparci per decenni, forse per secoli, non fosse che per i dislivelli nei tassi di natalità e per il crescente, formidabile divario demografico fra Nord e Sud del mondo. Una tendenza epocale non si gestisce erigendo barriere che hanno il solo effetto di deviare i flussi da un paese all’altro, salvo tornare alla casella di (ri)partenza.

    Se consapevoli dell’indivisibilità del problema, noi europei abbiamo i mezzi per affrontare insieme una sfida da cui usciremo in ogni caso cambiati, in peggio o in meglio. Il primo passo è non farsi dirigere dalla paura, recuperare il senso delle proporzioni e delle responsabilità, raffreddare la comunicazione, razionalizzare e coordinare l’approccio delle istituzioni. Se la politica ha ancora un senso, se non vogliamo autodistruggerci in un regime di permanente emergenza, è il momento per l’Europa di battere un colpo. (Lucio Caracciolo)

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E ANGELA DIVENTÒ MAMMA MERKEL

di Attilio Geroni, da “il Sole 24ore”

   Angela Merkel è diventata anche la mamma dei migranti siriani. Da quando il cancelliere tedesco ha rivolto un invito quasi messianico all’umanità in fuga dalla guerra, la pressione alle porte della Mitteleuropa è cresciuta a dismisura: in pochi giorni le stazioni dei “treni strettamente sorvegliati” sono state messe a dura prova.«Merkel! Merkel!» inneggiavano i richiedenti asilo bloccati a Budapest con la speranza di poter raggiungere la nuova terra promessa: la Germania.

   Un bel salto di qualità, spazio-temporale, per un Paese che soltanto nel 2001 aveva riconosciuto ufficialmente di essere una terra di immigrazione dotandosi per la prima volta di una legge organica in materia. La politica dei Gastarbeiter, i lavoratori ospiti, era frutto di accordi bilaterali con i governi – i più importanti con quello turco e italiano – e aveva lo scopo di attirare la manodopera necessaria ad alimentare le grandi fabbriche tedesche e quindi il boom economico legato alla ricostruzione. Angela Merkel esibisce oggi senza complessi e senza l’ipocrisia di alcuni dei suoi predecessori uno status che non necessariamente piace alla maggioranza dell’opinione pubblica tedesca.

    La Germania, ha detto, è un Einwanderungsland, un Paese d’immigrazione, memore non solo dei lavoratori ospiti ma anche dei rifugiati che negli anni 90 arrivarono dai Balcani in guerra: anche allora, centinaia di migliaia.

   L’accoglienza, al netto della solidarietà proclamata, non è mai puro disinteresse e forse non è necessario che lo sia. La disponibilità dichiarata nei confronti dei profughi siriani tiene conto probabilmente anche dei fattori economici e demografici, che sono variabili storiche, e imprescindibili, dei grandi flussi migratori. La Germania dei tedeschi è il Paese più vecchio d’Europa e il mondo imprenditoriale è sempre stato favorevole ad afflussi coordinati e regolati per far fronte alla carenza di manodopera in molti settori dell’industria. Come nel passato più o meno recente, per Berlino avere una politica di immigrazione significa anche poter scegliere o quantomeno favorire determinati flussi. Quello siriano evidentemente coincide con determinati interessi nazionali e non è cosa che debba scandalizzare, anzi.

   La disponibilità tedesca ad accogliere quest’anno fino a 800mila richiedenti asilo – il quadruplo rispetto al 2014 – è una novità dirompente negli equilibri geopolitici e territoriali dell’Europa e non a caso è avversata con forza dagli “amici” dell’Est, Ungheria, ma anche Polonia e Slovacchia. Forza la mano verso l’abbandono del Principio di Dublino più di quanto non abbia fatto, finora, il piano elaborato dalla Commissione.

   E forza la mano a un principio di solidarietà condivisa che è alla base di un’equa distribuzione dei migranti sul territorio europeo. Se si scopre, poi, che non esiste più un solo epicentro Mediterraneo nella crisi migratoria che rischia di travolgere l’Europa, ma vi sono decine di epicentri e che molti di questi sono nella zona d’influenza tedesca, allora potrebbe essere l’inizio – solo l’inizio, per ora – di un cambiamento epocale. La svolta della Germania, forse solo casualmente, diventa una sponda utile per attenuare le pressioni nei confronti dell’Italia anche se, purtroppo, si resta a una visione tedesco-centrica dell’Europa: problema tedesco uguale a problema europeo, allora va risolto. (Attilio Geroni)

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QUEL SOLCO TRA VECCHIA E NUOVA EUROPA

di Beda Romano, da “il Sole 24ore” del 2(9/2015

– I Paesi dell’Est, economicamente più deboli, non intendono accettare la redistribuzione voluta dagli Stati storici –

BRUXELLES – Le difficoltà alle frontiere orientali dell’Europa, con l’arrivo di migliaia di migranti in vari Paesi della regione, stanno provocando nuovi contrasti tra i Ventotto. Ancora una volta – come nel caso dello sconquasso finanziario greco e della crisi politica ucraina – la spaccatura è grosso modo tra Est e Ovest, al netto della posizione inglese vicina a quella dell’Ungheria, della Slovacchia o dei Paesi baltici. Giocano differenze politiche, divergenze economiche, sensibilità sociali.    All’inizio di questa settimana a Berlino, la cancelliera Angela Merkel ha criticato chiaramente i Paesi dell’Est che si sono rifiutati nei mesi scorsi di accettare una redistribuzione vincolante dei rifugiati in arrivo in Grecia e in Italia, e che tuttora criticano qualsiasi forma di quote di profughi da redistribuire in tutta l’Unione: «Non è accettabile – ha detto la signora Merkel in una conferenza stampa – che alcuni Paesi non vogliano partecipare a forme di ricollocamento».

   Ancora in questi ultimi giorni, i dirigenti slovacchi, cechi e ungheresi hanno confermato che non intendono partecipare a redistribuzioni vincolanti, proprio mentre la Commissione europea sta lavorando a un progetto di legge, con l’appoggio di Germania, Francia e Italia, pur di introdurre maggiore solidarietà nella politica europea dell’asilo. Alla fine della settimana, i dirigenti di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca dovrebbero riunirsi per far fronte comune su questi temi.

   La situazione a Est è peggiorata in questi mesi, probabilmente dopo che il crescente controllo internazionale nel Mediterraneo ha ridotto il passaggio dei migranti tra il Nord Africa e l’Italia. Molti hanno deciso di passare dalla Turchia. Nel solo mese di agosto, 50mila persone sono arrivate clandestinamente in Ungheria. Nei primi sei mesi dell’anno, circa 100mila profughi sono giunti nei Paesi dell’Unione provenienti dal Medio Oriente e dai Balcani. Erano stati appena ottomila nello stesso periodo del 2014. Nell’opporsi a una redistribuzione obbligatoria dei migranti molti dirigenti dell’Europa dell’Est notano le differenze economiche con l’Ovest. Si chiedono perché accettare migranti quando le loro economie nazionali sono meno ricche dei quelle dei loro partner occidentali. Lo stesso ragionamento hanno fatto nel salvataggio greco.

   «C’è di più – spiega Sergio Carrera, ricercatore del Center for European Policy Studies a Bruxelles –. Si sentono cittadini di seconda categoria in Europa».

   Non solo Romania e Bulgaria non sono ancora state ammesse nello Spazio Schengen, ma in alcuni Paesi, come in Gran Bretagna, i cittadini dell’Est sono osteggiati, accusati di emigrare solo per ottenere aiuti sociali. «In questo contesto – prosegue Carrera – la solidarietà con gli altri Paesi membri, soprattutto quelli più ricchi, non è considerata un obbligo». In molti Stati, soprattutto quelli più nazionalisti, gli elettori non capiscono un eventuale impegno alla redistribuzione dei migranti.    Molti Paesi dell’Est devono poi fare i conti già oggi con minoranze poco integrate, spesso osteggiate dalla maggioranza della popolazione. Secondo il Consiglio d’Europa, i rom sono 200mila nella Repubblica Ceca, 490mila in Slovacchia, 750mila in Ungheria e in Bulgaria, 1,8 milioni in Romania. Nei Baltici, la minoranza più importante è quella russa. In Paesi poco abituati a gestire l’immigrazione, l’arrivo di siriani e afghani preoccupa l’elettorato locale e quindi la classe politica nazionale.    A Bruxelles, il timore è che la crisi di queste settimane stia facendo riemergere surrettiziamente le frontiere nello Spazio Schengen. A conferma del clima difficile, ieri in un commento Die Welt suggeriva alla signora Merkel di congelare gli investimenti pubblici nell’Europa dell’Est pur di convincere i Paesi della regione ad accettare di offrire maggiore solidarietà. In questo contesto, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker incontrerà domani il premier ungherese Viktor Orbán. Quest’ultimo ha deciso prima della pausa estiva di erigere un controverso muro alla frontiera del suo Paese con la Serbia. Oggi Budapest sta facilitando l’arrivo in Germania di migranti giunti sul suo territorio, in un botta e risposta, indicativo del pessimo clima europeo. L’Ungheria giustifica la decisione per la scelta di Berlino di sospendere le regole di Dublino, che prevedono la richiesta di asilo nel Paese di primo sbarco. L’iniziativa, secondo Budapest, ha incitato l’arrivo di nuovi immigrati in Europa. (Beda Romano)

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IL CORPO DEGLI ALTRI

di Ezio Mauro, da “la Repubblica” del 5/9/2015

   COME in guerra, contano solo i corpi. I corpi, l’acqua che li porta e la terra: come se fosse da difendere o da riconquistare, adesso che i corpi la attraversano. Naturalmente ci sono i numeri, che danno la dimensione del fenomeno che chiamiamo migrazione, e le sue proiezioni politiche.

   Ma parlano il linguaggio della razionalità, dunque contano poco, di fronte alla forza simbolica dei corpi e alle paure che suscitano. I corpi degli altri, naturalmente. Noi siamo un insieme, una collettività, una società, una serie di appartenenze e di identità di gruppo che consentono di agire attraverso i nostri rappresentanti, senza spingere i corpi in non sono nulla di tutto questo.

   Non persona, non individuo, non cittadino, senza qualcuno che li rappresenti e spieghi i loro diritti o anche soltanto le loro ragioni: né un partito, né uno Stato, né un sistema d’informazione. Così per forza i corpi agiscono e insieme spiegano se stessi, disarmati, nudi, senza nient’altro che una pretesa ostinata e incontenibile di sopravvivere, aprendosi uno spazio nella porzione di terra che consideriamo nostra, dopo essere scampati al mare.

   Mentre guardiamo quei corpi azzerando per loro ogni valenza umanitaria, giuridica, civile, cioè eliminando l’universalità dei diritti dell’uomo e la soggettività del cittadino, noi azzeriamo senza accorgercene la politica, la mettiamo fuorigioco.

   Se non ha a che fare con persone, individui, cittadini ma con cose — strumenti scomodi d’ingombro — la politica infatti è impotente, anzi inutile. Così i corpi possono mostrarsi in tutta la loro evidenza: neri, diversi, straccioni, disperati, affamati, disposti a tutto. Senza la mediazione della politica agiscono in proprio come messaggio d’allarme per la popolazione indigena che siamo noi.

   Soprattutto la parte più fragile, sola e indifesa, anziani che vivono nei piccoli centri e magari non sono mai usciti dal Paese, e oggi trovano gli “altri” sulle panchine delle aiuole sotto casa. Una fascia di cittadini che si sente minacciata dalla contiguità della diversità, teme confusamente per la sicurezza, per le dei cittadini — i penultimi — infiltrazioni jihadiste, per il lavoro, in realtà per la perdita di uniformità, nella paura che venga meno la coesione di esperienze condivise, di fili biografici intrecciati in una unità di luogo, di storia, di esperienza e di tradizione.

   Come perdere la memoria, e con la memoria il futuro. Senza la politica in gioco, una sua sottospecie domina intanto il campo. Sono i piazzisti della paura, che non vogliono rispondere a queste inquietudini diffuse ma coltivarle, per trame un grasso quanto ignobile reddito elettorale.

   Dunque non propongono soluzioni, ma immagini fantasmatiche, come le ruspe, slogan che non reggerebbero ad una prova di governo ma sono perfetti per raggiungere la solitudine delle paure domestiche dallo schermo tivù.

   Sono commercianti di corpi, ne hanno bisogno per trasformarli in ideologia nel senso più classico: l’impostura di un blocco sociale che costruisce il dominio attraverso un sistema di credenze erronee e di pregiudizi. Ma la debolezza culturale della sinistra, che non ha saputo elaborare un pensiero autonomo sulle migrazioni, sugli ultimi, capace di rassicurare la parte più debole ed esposta e di ricordare nello stesso tempo i doveri di una democrazia occidentale, fa sì che quell’ideologia sia diventata dominante, e costituisca il substrato di ogni ragionamento politico corrente, senza più distinzioni.

   Ciò significa che la posta in gioco delle future elezioni —tutte, dalle comunali alle politiche — è già fin d’ora fissata sulla paura e sulla sicurezza, dunque sull’uso di quei corpi più che sul destino di quelle persone, che sembra non interessare a nessuno. E un problema politico, ma può diventare un problema della democrazia, chiamata a dare una doppia risposta, con una contraddizione evidente: deve rispondere al sentimento diffuso d’insicurezza dei suoi cittadini, e non può non rispondere alla domanda di disperazione e di libertà che viene dai migranti.

   Può la democrazia restare insensibile ad uno di questi suoi doveri contrapposti e rimanere intatta, o almeno innocente, dunque credibile Quando tutto ritorna agli elementi primordiali — il mare, la terra, i corpi, l’acqua, i muri, il commercio di uomini, il filo spinato—la democrazia entra in difficoltà, come se fosse soltanto un’infrastruttura della modernità, incapace di governare questa regressione a condizioni estreme non previste dal sistema politico, istituzionale, culturale che ci siamo faticosamente costruiti nel dopoguerra per garantire noi e gli altri, e per proteggerci nel nostro tentativo di vivere insieme.

   Valori che abbiamo sempre professato come universali alla prima grandiosa prova dei fatti — un’emergenza demografica, politica, umanitaria — ripiegano su se stessi e rattrappiscono, perche sembrano riservati solo a noi.

   Le garanzie per i garantiti: che non le vogliono spartire, hanno paura di con dividerle, e ne svalutano il valore globale nell’uso privato e parziale. Quei corpi segnalano infatti prima di tutto la differenza e la difficoltà (che ne deriva) di condividere il concetto di libertà, la sua traduzione pratica. Camminando in Occidente, se fossero accolti, i corpi riscoprirebbero di avere dei diritti, di poter diventare cittadini attraverso il rispetto delle costituzioni e delle leggi, di poter crescere nell’autonomia attraverso il lavoro: di ritornare uomini.

   Ma quando arrivano in Europa cercano molto meno, pretendono soltanto libertà, una sponda sicura dove appoggiare il futuro dei loro figli. Anzi, quando sbarcano sul nostro suolo inseguono qualcosa di ancora più primitivo e disperato, la sopravvivenza. Perche spogliati della cittadinanza, della soggettività dei diritti, di ogni condizione giuridica se non quella di clandestino, come spiega Giorgio Agamben sono «nuda vita di fronte al potere sovrano».

   Vita che vuole vivere, nient’altro. C’è qualcosa di evidentemente sacro in questa interpellanza che ci giunge da una condizione così radicale ed estrema. E c’è dunque qualcosa di sacrilego nel considerare ciò che è una riduzione violentemente elementare dell’individuo-cittadino alla nuda vita, soltanto come un corpo.

Corpi che possono essere marchiati fisicamente, numerati e catalogati nella loro estraneità da bandire, perche portatori della forma nuovissima e definitivamente incancellabile del peccato originale: il peccato d’origine. Nel momento in cui accettiamo di fissare tisicamente questa differenza come discrimine neil’utilizzo della libertà, reso parziale, e dei diritti, non più universali, noi non ci accorgiamo che simmetricamente questa operazione sta agendo anche su di noi.

   E sta agendo con modalità diverse ma sulla stessa scala primordiale che applichiamo agli altri, dunque interviene anche per noi sulla fisicità, addirittura sul nostro corpo, se solo sapessimo vederlo. Tutte le nostre reazioni e le nostre separazioni dal fenomeno migranti, l’affermazione della nostra diversità fissa silenziosamente anche noi in un’identità bio-politica come quella che attribuiamo agli altri, soltanto rovesciata: risveglia infatti il fantasma dell’uomo bianco, qualcosa che l’Italia non aveva ancora vissuto nelle sue mille convulsioni e anche nelle sue tentazioni xenofobe.

   Non ci chiediamo infatti mai che cosa significano quei muri (di filo spinato o d’indifferenza) per chi giunge fin qui dalla disperazione e ci guarda da fuori, respinto. Testimoniano paura, privilegio, egoismo, parzialità nell’esercizio dei diritti. Quel muro tiene fuori i corpi altrui. Ma nello stesso tempo recinta i nostri, li perimetra e li rinchiude, riducendo la nostra identità a quella fisica del bianco indigeno, ciò che certamente noi siamo — la maggioranza di noi — ma che non ci accontentiamo di essere, perche abbiamo rivestito quel carattere originario di sovrastrutture culturali, storiche, politiche che hanno dato forma ad una figura articolata e in movimento, aperta, autonoma e complessa.

   L’uomo bianco, nella regressione identitaria delle paure, viene dopo l’uomo occidentale ed europeo, è una sua riduzione unidimensionale, dunque una sconfitta. Rinasce come figura biopolitica quando neghiamo i valori dell’Occidente, i doveri dell’Europa: garantire sicurezza, ordine e governo a chi lo chiede ( soprattutto se è un cittadino disorientato e spaventato), ricostruire la proporzione dei fenomeni tra le cause e l’effetto, rispondere a quella domanda biblica ma anche politica di libertà e di umanità che arriva dalle migliaia di vite nude ammassate sui barconi, in fila davanti a un recinto, accampati in una stazione in attesa di un treno europeo.

   In nome di una fiducia ostinata, contro la storia contemporanea, nell’universalità della democrazia dei diritti, della democrazia delle istituzioni. Una democrazia che, mentre tiene fuori i dannati credendo di difendere se stessa, rischia di perdere l’anima occidentale dell’Europa, riducendosi a un corpo di leggi inutili e di principi ipocriti: anch’essa un corpo vuoto. (Ezio Mauro)

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