ISRAELE e il suo DECLINO INTEGRALISTA raccontato dal regista AMOS GITAI che con il suo docu-film “RABIN, THE LAST DAY” (alla Mostra del Cinema di Venezia), dall’assassinio del premier Rabin (4/11/1995) descrive l’incapacità di Israele di vivere in pace, in un MEDITERRANEO ORIENTALE che sta cambiando

AMOS GITAI regista di RABIN THE LAST DAY e ISCHAC HISKIYA che impersona Rabin - AMOS GITAI lascia il segno al LIDO DI VENEZIA, dove ha avuto luogo l'anteprima del suo nuovo film, RABIN, THE LAST DAY, resoconto della giornata che avrebbe cambiato per sempre la storia di Israele e del processo che ne conseguì. L'attentato al primo ministro YITZHAK RABIN, avvenuto la sera del 4 NOVEMBRE 1995, durante un comizio per la pace nella regione, segnò il momento esatto in cui la possibile risoluzione di uno dei conflitti più dolorosi del Ventesimo Secolo divenne improvvisamente lontana e improbabile. "QUEI TRE PROIETTILI AVREBBERO CAMBIATO IL DESTINO DEL NOSTRO PAESE - riflette Gitai in conferenza a Venezia (7/9/2015, da www.film.it/speciali/festival)
AMOS GITAI regista di RABIN THE LAST DAY e ISCHAC HISKIYA che impersona Rabin – AMOS GITAI lascia il segno al LIDO DI VENEZIA, dove ha avuto luogo l’anteprima del suo nuovo film, RABIN, THE LAST DAY, resoconto della giornata che avrebbe cambiato per sempre la storia di Israele e del processo che ne conseguì. L’attentato al primo ministro YITZHAK RABIN, avvenuto la sera del 4 NOVEMBRE 1995, durante un comizio per la pace nella regione, segnò il momento esatto in cui la possibile risoluzione di uno dei conflitti più dolorosi del Ventesimo Secolo divenne improvvisamente lontana e improbabile. “QUEI TRE PROIETTILI AVREBBERO CAMBIATO IL DESTINO DEL NOSTRO PAESE – riflette Gitai in conferenza a Venezia (7/9/2015, da http://www.film.it/speciali/festival)

   Parliamo di Israele e di quel che accadde il 4 novembre 1995, cioè l’assassinio del premier Rabin, che stava realizzando il più vero e concreto accordo di pace con il mondo palestinese, e del perché oggi più che mai Israele si dibatte su un vissuto (interno ed esterno al Paese) di integralismo, declino sociale e politico, che la sta isolando sempre più anche dai paesi suoi tradizionalmente alleati (come gli Usa). Facciamo questa breve analisi, in questo post, partendo dall’importante e splendido docu-film di AMOS GITAI presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2015, dal titolo RABIN, THE LAST DAY.

   L’uccisione di Rabin (4/11/1995 dicevamo) è avvenuta da parte del venticinquenne Yigal Amir, un colono ebreo estremista e sionista di destra. Avvenimento che sancisce il predominio integralista religioso su ogni possibilità (politica, umana…) di pace e convivenza.

mappa israele-palestina
mappa israele-palestina

   Circostanze immutabili della società israeliana: sionismo e purezza del paese; i religiosi e i coloni a cui il Likud (il partito conservatore) ha permesso di moltiplicarsi e che violando ogni trattato occupano anche le terre non di Stato, distruggono gli ulivi, minacciano i palestinesi.

   Il film di Amos Gitani uscirà in Israele il 4 novembre prossimo, nel ventennale dell’omicidio, nell’Auditorium della Israel Philharmonic Orchestra, a 200 metri dal luogo della morte. Ed è, questa fiction-documento, una vera lezione di cinema e storia contemporanea, e insieme un’impressionante descrizione delle dinamiche politiche del tempo presente in Israele. E Gitai, tecnicamente, mostra come ormai il confine fra cinema di finzione e documentario sia svanito.

La VALLE DEL CREMISAN sorge in territorio palestinese, a pochi chilometri da Betlemme. È famosa per la produzione vinicola e per i suoi uliveti, ed è considerata uno dei territori naturali più belli della Palestina. Bulldozer e ruspe israeliani hanno cominciato a sradicare gli ulivi centenari della comunità di Beit Jala. Israele vuole espandere il muro di separazione tra la città palestinese e un insediamento israeliano
La VALLE DEL CREMISAN sorge in territorio palestinese, a pochi chilometri da Betlemme. È famosa per la produzione vinicola e per i suoi uliveti, ed è considerata uno dei territori naturali più belli della Palestina. Bulldozer e ruspe israeliani hanno cominciato a sradicare gli ulivi centenari della comunità di Beit Jala. Israele vuole espandere il muro di separazione tra la città palestinese e un insediamento israeliano

   Il regista israeliano ricostruisce i fatti e il clima di quel periodo, mescola finzione e repertorio: la piazza dei manifestanti, oggi intitolata a Rabin, l’assassino che avanza verso l’auto blindata, spara tre colpi, e quei tre proiettili cambiano del tutto il destino di Israele.    L’anno prima di essere ucciso, Yitzhak Rabin era stato insignito (insieme con Yasser Arafat e Shimon Peres) del premio Nobel per la Pace, proprio per quell’accordo di pace (ACCORDO DI OSLO) che sembrava definitivamente raggiunto. Ma l’uccisione di Rabin azzerò quel tentativo.

GLI ACCORDI DI OSLO - Il 13 settembre 1993 YTZHAK RABIN e YASSER ARAFAT si strinsero la mano nel cortile della Casa Bianca firmando quelli che passarono alla storia come gli accordi di Oslo (Delegati palestinesi e israeliani avevano preso contatto in Norvegia, che offrì di ospitare le trattative in una villetta circondata da un bosco fuori da Oslo). Era la prima volta che i due paesi si riconoscevano come legittimi interlocutori ed era la prima volta che i due leader si stringevano la mano in pubblico. - Con la “DICHIARAZIONE DEI PRINCIPi”, il nome del documento prodotto dagli accordi di Oslo, per la prima volta gli israeliani riconobbero nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese e gli riconobbero il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP da parte sua riconobbe il diritto di Israele a esistere e rinunciò formalmente all’uso della violenza per ottenere i suoi scopi, cioè la creazione di uno stato palestinese. - QUESTI RICONOSCIMENTI RECIPROCI ERANO GIÀ DI PER SÈ UNA NOVITÀ ASSOLUTA nei rapporti tra Israele e i palestinesi, ma l’accordo conteneva anche un piano specifico per mettere in atto una soluzione definitiva alla “questione palestinese”. ISRAELE PROMETTEVA DI RITIRARSI DA GAZA E DALL’AREA DI GERICO, NELLA CISGIORDANIA. Prometteva anche che nei cinque anni successivi si sarebbe ritirata da altri territori occupati militarmente. Secondo gli accordi in questi territori si sarebbero insediati dei governi palestinesi eletti localmente, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) - NEL 1995 RABIN E ARAFAT FIRMARONO UN’ALTRA SERIE DI ACCORDI, OSLO II, che garantivano all’OLP il governo di numerose città e villaggi a Gaza e nella Cisgiordania, dopo che nel luglio del 1994, Israele aveva cominciato a ritirare l’esercito da alcuni dei territorio occupati. All’epoca però lo scetticismo nei confronti degli accordi stava già crescendo da entrambe le parti. - IL 4 NOVEMBRE DEL 1995 RABIN, IL PRINCIPALE FAUTORE DEGLI ACCORDI, FU UCCISO DA UN FANATICO RELIGIOSO EBREO. Nel 1996 il Likud (partito conservatore israeliano), ostile agli accordi, vinse le elezioni. Il nuovo primo ministro – che è anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu – aveva più volte pubblicamente definito gli accordi di Oslo un errore. E tutto fallì (da IL POST.IT)
GLI ACCORDI DI OSLO – Il 13 settembre 1993 YTZHAK RABIN e YASSER ARAFAT si strinsero la mano nel cortile della Casa Bianca firmando quelli che passarono alla storia come gli accordi di Oslo (Delegati palestinesi e israeliani avevano preso contatto in Norvegia, che offrì di ospitare le trattative in una villetta circondata da un bosco fuori da Oslo). Era la prima volta che i due paesi si riconoscevano come legittimi interlocutori ed era la prima volta che i due leader si stringevano la mano in pubblico. – Con la “DICHIARAZIONE DEI PRINCIPi”, il nome del documento prodotto dagli accordi di Oslo, per la prima volta gli israeliani riconobbero nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese e gli riconobbero il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP da parte sua riconobbe il diritto di Israele a esistere e rinunciò formalmente all’uso della violenza per ottenere i suoi scopi, cioè la creazione di uno stato palestinese. – QUESTI RICONOSCIMENTI RECIPROCI ERANO GIÀ DI PER SÈ UNA NOVITÀ ASSOLUTA nei rapporti tra Israele e i palestinesi, ma l’accordo conteneva anche un piano specifico per mettere in atto una soluzione definitiva alla “questione palestinese”. ISRAELE PROMETTEVA DI RITIRARSI DA GAZA E DALL’AREA DI GERICO, NELLA CISGIORDANIA. Prometteva anche che nei cinque anni successivi si sarebbe ritirata da altri territori occupati militarmente. Secondo gli accordi in questi territori si sarebbero insediati dei governi palestinesi eletti localmente, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – NEL 1995 RABIN E ARAFAT FIRMARONO UN’ALTRA SERIE DI ACCORDI, OSLO II, che garantivano all’OLP il governo di numerose città e villaggi a Gaza e nella Cisgiordania, dopo che nel luglio del 1994, Israele aveva cominciato a ritirare l’esercito da alcuni dei territorio occupati. All’epoca però lo scetticismo nei confronti degli accordi stava già crescendo da entrambe le parti. – IL 4 NOVEMBRE DEL 1995 RABIN, IL PRINCIPALE FAUTORE DEGLI ACCORDI, FU UCCISO DA UN FANATICO RELIGIOSO EBREO. Nel 1996 il Likud (partito conservatore israeliano), ostile agli accordi, vinse le elezioni. Il nuovo primo ministro – che è anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu – aveva più volte pubblicamente definito gli accordi di Oslo un errore. E tutto fallì (da IL POST.IT)

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   In questi  giorni Netanyahu ha annunciato che Israele inizierà a costruire una barriera alla frontiera con la Giordania, IL QUARTO MURO ERETTO DALLO STATO EBRAICO. “Per evitare l’arrivo di un’ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche”, così ha giustificato.

Mentre l'Europa si sta interrogando su come fronteggiare l'emergenza immigrazione, in Medio Oriente il premier israeliano Benjamin Netanyahu avverte: non consentirò che Israele sia "sommerso" da rifugiati siriani e africani. E annuncia la costruzione di una recinzione al confine con la Giordania per evitare l'arrivo di "un'ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche". (da rainews.it, 6/9/2015)
Mentre l’Europa si sta interrogando su come fronteggiare l’emergenza immigrazione, in Medio Oriente il premier israeliano Benjamin Netanyahu avverte: non consentirò che Israele sia “sommerso” da rifugiati siriani e africani. E annuncia la costruzione di una recinzione al confine con la Giordania per evitare l’arrivo di “un’ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche”. (da rainews.it, 6/9/2015)

   Tanti gli episodi della regressione politica e sociale che Israele sta vivendo anche in queste settimane e ultimi mesi. Ha fatto scalpore il rogo che nella notte tra il 30 e il 31 luglio carbonizzò Ali Dawabshah, 18 mesi, e che una settimana dopo avrebbe ucciso anche Saad Dawabshah, il padre del bimbo palestinese, rimasto gravemente ustionato. Dopo quella notte in cui alcuni individui lanciarono bottiglie incendiarie contro l’abitazione dei Dawabshah nel villaggio di Kafr Douma, il mondo apprese della violenza degli estremisti di destra e dei coloni israeliani in CISGIORDANIA, terra dei palestinesi (ora e in futuro) e che invece è interessata da insediamenti dei coloni ultraortodossi israeliani (con l’appoggio del governo), da muri divisori già costruiti e in costruzione, da violenze quasi quotidiane.

   E non è solo una questione di scontro con i palestinesi. C’è uno scivolare della società israeliana verso la compressione dei diritti. Basti pensare a quel che accade in questi giorni con IL DIVIETO DELLE PARTITE DI CALCIO NEL GIORNO DELLO “SHABBAT”, il giorno sacro ebraico che corre tra venerdì sera e sabato e nel quale, tra le altre cose, è vietato lavorare, accendere il fuoco, guidare l’auto, telefonare, pedalare in bicicletta e qualsiasi altra cosa che riguardi una qualsivoglia attività… (salvo esoneri specifici – ospedali, polizia, pompieri, servizi di emergenza… – esoneri che devono però essere chiesti al ministro dell’economia). Una minoranza religiosa, gli ebrei ortodossi di Israele (circa il dieci per cento della popolazione) sono riusciti a imporre la sospensione delle partite di calcio per lo shabbat (e anche, si sta realizzando, la chiusura dei negozi sempre di sabato).

La scoperta (resa nota dall’ENI e dal GOVERNO EGIZIANO il 30 agosto scorso) di un IMPONENTE GIACIMENTO DI GAS NATURALE DAVANTI ALLE COSTE EGIZIANE manda in fumo i PIANI DI DOMINIO ENERGETICO DI TEL AVIV NEL MEDITERRANEO ORIENTALE (e tremano anche i regnanti del QATAR, piccolo “stato-regno” ricco in particolare ora per la vendita delle sue ingenti riserve di gas, che arrivano fino al rigassificatore di Porto Tolle, nell’Alto Adriatico, e sono il 10% del fabbisogno energetico italiano…). Ma à l’equilibrio di potenza energetica israeliana a risentirne di più nel Mediterraneo Orientale. IL GIACIMENTO EGIZIANO, BATTEZZATO ZOHR, RAPPRESENTA UNA DELLE MAGGIORI SCOPERTE DI GAS A LIVELLO MONDIALE. Presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio) e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Soddisferà la domanda egiziana per decenni
La scoperta (resa nota dall’ENI e dal GOVERNO EGIZIANO il 30 agosto scorso) di un IMPONENTE GIACIMENTO DI GAS NATURALE DAVANTI ALLE COSTE EGIZIANE manda in fumo i PIANI DI DOMINIO ENERGETICO DI TEL AVIV NEL MEDITERRANEO ORIENTALE (e tremano anche i regnanti del QATAR, piccolo “stato-regno” ricco in particolare ora per la vendita delle sue ingenti riserve di gas, che arrivano fino al rigassificatore di Porto Tolle, nell’Alto Adriatico, e sono il 10% del fabbisogno energetico italiano…). Ma à l’equilibrio di potenza energetica israeliana a risentirne di più nel Mediterraneo Orientale. IL GIACIMENTO EGIZIANO, BATTEZZATO ZOHR, RAPPRESENTA UNA DELLE MAGGIORI SCOPERTE DI GAS A LIVELLO MONDIALE. Presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio) e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Soddisferà la domanda egiziana per decenni

   Pertanto, chiudendo questa riflessione con il fim di Amos Gitai, quei tre colpi a Rabin uccisero la pace. E l’opera cinematografica del regista israeliano (RABIN, THE LAST DAY) è un’opera monumentale e densissima, tra fiction e documentario, per ricostruire l’impatto della morte del premier Yitzhak Rabin: un atto d’accusa forte.

   L’abilità di Gitai sta proprio nel mettere a nudo certi meccanismi che una parte di cultura ebraica ha assimilato come violenta auto-difesa. Per cui non condividere certe posizioni politiche equivale d’ufficio a diventare nemico d’Israele, che tu sia ebreo o meno. Non è solo un’inchiesta sulla morte di Rabin: l’omicidio del primo ministro israeliano quel 4 novembre 1995 diviene la lente con cui attraversare la politica e la società israeliane com’è adesso. E speriamo possa cambiare. (s.m.)

Muro di Cremisan
Muro di Cremisan

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Il nuovo film di AMOS GITAI RABIN, THE LAST DAY”

IN TRE COLPI DI PISTOLA, LA STORIA DI ISRAELE

di Cristina Piccino, da “il Manifesto” del 8/9/2015 – Festival cinematografico 2015 al Lido di Venezia

– Il nuovo film di AMOS GITAI mette in campo, tra archivio e narrazione, tutte le parti della società israeliana ferocemente ostili alla pace. –

VENEZIA – «SAREBBE STATA PIÙ STABILE OGGI LA SITUAZIONE DI ISRAELE SE RABIN NON FOSSE STATO UCCISO?»

   A porre la domanda a SIMON PERES, che di Rabin è stato compagno in un cammino politico epocale nel processo di pace tra israeliani e palestinesi, e nella scommessa del cambiamento che poteva comportare in termini di prospettiva storica, politica, sociale nella vita del Paese, è YAEL ABECASSIS, protagonista in molti film di Amos Gitai.

   E questo dialogo diretto su fondo scuro che apre il nuovo film del regista israeliano – in concorso — dichiara da subito il suo dispositivo. SIAMO NELLA «FINZIONE» COME GARANZIA MASSIMA E EFFICACE DI REALTÀ, tutto questo è accaduto davvero ma ciò che vedremo non ne è la «semplice» ricostruzione.

   RABIN, THE LAST DAY è un’ indagine basata sui fatti – Gitai che ha raccontato di avere lavorato due anni alle ricerche utilizza molti materiali di archivio e delle news — dove i buchi della realtà, i silenzi, gli omissis vengono riempiti narrativamente.

   E’ possibile credere che un servizio segreto potente come il MOSSAD non sapesse quanto stava accadendo? Che la sicurezza più capillare al mondo abbia avuto tante e tali distrazioni da permettere a un tizio qualunque armato, un ragazzo cresciuto con la testa imbottita di preghiere e propaganda, mitra e scritture, di avvicinarsi al Primo Ministro e sparargli tre colpi mortali?

   Specie poi in un clima di tensione e di scontro politico aspro come quello seguito agli ACCORDI DI OSLO, mentre Rabin era attaccato dalla destra estrema, religiosa e non, dipinto come un neonazista che consegnava il Paese al mostruoso nemico?

   C’è un reporter che filma da un tetto e che è sgradito al poliziotto, gli dice di allontanarsi e di riprendere solo Rabin mentre sale in automobile. «L’atmosfera era strana» ricorda l’uomo nella sua testimonianza, l’esperienza di Zapruder ai tempi dell’omicidio di Kennedy ci ha insegnato quanto le immagini possano essere pericolose e come sia facile incolpare un fuori di testa qualsiasi pure se il ragazzo in questione appartiene a un’organizzazione religiosa estremista, quelle protette seppure non palesemente dalla destra del Likud che tornerà trionfalmente al potere con Netanyahu.

   Ma non è solo un’inchiesta sulla morte di Rabin QUESTO FILM CHE PER GITAI SEMBRA UN PO’ QUELLO CHE JFK ERA PER STONE: L’OMICIDIO DI RABIN DIVIENE INFATTI LA LENTE CON CUI ATTRAVERSARE LA POLITICA E LA SOCIETÀ ISRAELIANE, ciò che sostiene anni e anni di confitto e di occupazione. E stabilisce UNA CESURA, almeno per il regista e per quella parte di Israele che crede nel fondamento democratico, nella promessa fatta a sé stessa alle sue origini DI NON UCCIDERE MAI I PROPRI CAPI DI STATO.

   Gitai in Israele è tornato allora, convinto dell’importanza di quella scommessa, di una soluzione seppure spinosa e mai prevedibile del conflitto di cui GLI ACCORDI DI OSLO FIRMATI TRA ARAFAT E RABIN NEL 1993 sembravano un primo momento.

   DIASPORA CONTRO SIONISMO, DEMOCRAZIA CONTRO OSCURANTISMO, STORIA CONTRO MITOLOGIA DEL SACRO, sono i cardini di un scontro che esige una radicale svolta. PACE O DELITTO.    Il punto di non ritorno di quel 4 NOVEMBRE DEL 1995. Il movimento narrativo procede per confronti e giustapposizioni: «reale» e «messinscena» slittano uno nell’altro (a volte in eccesso). Le testimonianze dopo l’omicidio alla COMMISSIONE SHAMGAR, istituita per fare luce sulle eventuali anomalie nella sicurezza: l’ambiguo autista, l’avvocato del governo che decide di insabbiare le testimonianze contro i rabbini che avrebbero lanciato una maledizione di morte a Rabin. Il capo della sicurezza contattato in ritardo e con un piano lacunoso, il comandante della polizia.

   Gli interrogatori all’assassino, la sua arroganza, la sua determinazione in nome di dio. E quasi in controcampo le tensioni popolari dei mesi precedenti e i politici che le strumentalizzano con lucida determinazione. SIONISMO E PUREZZA DEL PAESE. I religiosi e i COLONI A CUI IL LIKUD HA PERMESSO DI MOLTIPLICARSI E CHE VIOLANDO OGNI TRATTATO occupano anche le terre non di stato, distruggono gli ulivi, minacciano i palestinesi.    Se The Arena of Murder era un viaggio attraverso Israele alla ricerca di quegli elementi di conflitto e contraddizione che si opponevano al cambiamento tentato dalla politica di Rabin, seguendo l’urgenza di scuotersi da quel trauma — tre settimane dopo l’omicidio – qui quegli stessi elementi vengono ricostruiti nella distanza dei 20 anni, e al tempo stesso si presentano come CIRCOSTANZE IMMUTABILI DELLA SOCIETÀ ISRAELIANA.

   Di un paese in cui LA REALTÀ SI FONDA SUL MITO, lo statuto della vittima determina la propria rappresentazione di sé, LA RELIGIONE È GEOGRAFIA E POLITICA. Gli accordi di Oslo sono contro la Torah grida il rabbino prima di lanciare la condanna a morte a Rabin. L’immagine di quest’ultimo che cerca di prendere la parola contro i violenti attacchi della destra del Likud alla Knesset è dolorosa e premonitrice. Non è questione dunque di complotti anche se Peres nelle prime immagini parla apertamente di «sedizioni» in quel momento.    E se mai c’è stato è grazie a alleanze e connivenze, al continuo alimentare a violenza come unica forma di dissenso, alla compattezza di un sistema che non poteva tollerare quell’anomalia, un cambiamento che toccava gli interessi più sensibili del Paese.

   OGNI FILM DI GITAI INTERROGA COSTANTEMENTE LE RAGIONI DELLA STORIA, ma STAVOLTA LA NECESSITÀ SI FA PIÙ FORTE perché ciascuno dei protagonisti di questa specifica vicenda esprime una totalità e insieme un frammento del cinema di Gitai, dei suoi movimenti, l’utopia di un luogo di pace dei suoi genitori fuggiti dal nazismo, che il regista affida all’uomo che interroga l’assassino. Della possibilità di uscire dalla declinazione più distorta del sionismo e di far respirare un mondo in conflitto, di violenza radicata e dall’apparenza insormontabile.

   UN FILM DOLOROSO questo E INTIMO nonostante la geometria investigativa del suo svolgersi, che mette in discussione tutto senza offrire risposte. Non c’è una soluzione, ma solo una possibilità di consapevolezza. E le immagini sono parte fondante di questa resistenza. (Cristina Piccino)

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Festival di Venezia 2015 – L’intervista

AMOS GITAI: «QUELL’ULTIMO GIORNO DI RABIN»

«Il mio film è un atto d’accusa. Documento i legami dei servizi con l’estrema destra»

di Valerio Cappelli, da “il Corriere della Sera” del 4/9/2015

VENEZIA – Tre colpi che uccisero la pace. «Ho fatto questo film per aiutare a correggere un’ingiustizia della commissione Shamgar, che fu incaricata dalla Suprema Corte di investigare sull’assassinio di Yitzhak Rabin», anticipa Amos Gitai, il celebre regista noto per il suo impegno civile e pacifista.

   RABIN, THE LAST DAY, uno dei film più attesi in gara, un atto d’accusa forte, ricostruisce l’ultimo giorno di vita del leader israeliano. Fu colpito a morte da un estremista ebreo il 4 novembre di vent’anni fa, mentre stava lanciando un appello al dialogo davanti a migliaia di sostenitori a un raduno pacifista.

Gitai, nell’inchiesta sull’assassinio, gli apparati di sicurezza del suo Paese si divisero.

«La commissione, che prese il nome da Meir Shamgar, presidente della Corte Suprema, interrogò i bodyguard di Rabin, il suo autista, più gli ufficiali di polizia e i medici dell’ospedale. Settantadue testimoni. L’indagine, dei cui atti ho avuto trascrizione, riconobbe la divisione dei corpi di sicurezza in vari gruppi e la connessione con elementi di estrema destra».

Quali furono le lacune della commissione?

«Le rispondo con una domanda: com’è possibile che un primo ministro venga nel cuore di Tel Aviv in una piazza gremita di gente? La commissione aveva mandato solo sul collasso operativo nella scena del delitto, non sull’incitamento che armò la mano del killer. In un certo senso, questo film è la commissione d’inchiesta che non c’è mai stata. Non riguarda solo un evento brutale, ma un’ombra che si riflette sull’Israele dei nostri giorni».

Come si vive la situazione nella pancia del Paese?

«C’è una crescente impunità sui delitti di odio. La prospettiva di pace si è vanificata dopo novanta tentativi. Gli uomini che hanno reso possibile quell’omicidio sono ancora nei paraggi, alcuni di loro stanno flirtando col potere. Sono preoccupato dalla spinta religiosa clandestina nel cuore di una società secolare. È una malattia che può distruggere l’idea democratica su cui Israele è stata fondata: nella mia mente è nata da uno sforzo politico, non religioso».

Perché ha voluto che nessun attore interpretasse Rabin?

«Lo scopo non era quello di crearne il culto della personalità, e nemmeno di sostituirlo con un attore. Rabin aveva già un’aura attorno a sé, ho costruito il film attorno alla sua assenza, come un grande buco nero. Ma ritroviamo la sua integrità e semplicità, i suoi modi schietti. D’altro canto, non mi sono concentrato sul killer. In Israele siamo abituati a confrontarci con la violenza quotidiana. Non volevo mitizzare la Storia, ho preferito comprendere piuttosto che promuovere la speranza di un futuro migliore. La fine di Rabin rivelò un mondo fosco e minaccioso che rese possibile la sua tragica morte. La sottocultura di odio riempita da una retorica isterica, la paranoia e gli intrighi politici, i coloni per cui la parola pace significa tradimento, i rabbini estremisti che condannarono Rabin invocando un oscuro ruolo del Talmud, il testo sacro dell’ebraismo».

Come ha lavorato con gli attori?

«Li ho coinvolti fin dalla fase della scrittura. Ho studiato filmati d’epoca e contemplato come trasporli in una forma narrativa cinematografica. La sfida del film era come trovare il giusto mix tra messinscena (in cui abbiamo usato le esatte parole pronunciate nell’inchiesta) e materiale d’archivio, che è talmente potente da non desiderare di ricrearlo. Ho anche utilizzato interviste a Shimon Peres, che era ministro degli Esteri di Rabin, e alla vedova Leah. Ho fatto questo thriller politico come cittadino israeliano, prima che come regista. Uscirà il 4 novembre, nel ventennale dell’omicidio, nell’Auditorium della Israel Philharmonic Orchestra, a 200 metri dal luogo della morte».    L’anno prima di essere ucciso, Yitzhak Rabin fu insignito (insieme con Yasser Arafat e Shimon Peres) del premio Nobel per la Pace. (Valerio Cappelli)

AMOS GITAI
AMOS GITAI

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NETANYAHU: NO AD INGRESSO PROFUGHI SIRIANI, SÌ A NUOVO MURO

di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 8/9/2015

– Rifugiati . «Israele è un piccolo Paese – ha detto Netanyahu – e non abbiamo la profondità geografica e demografica (per assorbirli). Ecco perché dobbiamo controllare le nostre frontiere». Una nuova barriera, la quarta, dividerà Israele dalla Giordania –

GERUSALEMME – Mai come in questi giorni la destra europea e quella israeliana parlano la stessa lingua. Sembrava di ascoltare il leader ungherese Viktor Orbán quando domenica il premier israeliano NETANYAHU, rispondendo all’appello del capo dell’opposizione YITZHAK HERZOG per l’ingresso in Israele di una parte dei profughi siriani, ha spiegato che il Paese è «troppo piccolo» per accoglierli.

   «Israele è un piccolo Paese — ha detto Netanyahu alla riunione del governo — e non abbiamo la profondità geografica e demografica (per assorbirli). Ecco perché dobbiamo controllare le nostre frontiere». Il Libano, che è più piccolo di Israele, ne ha accolti un milione sino ad oggi.

   «Non lasceremo che Israele sia sommerso da un’ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche», ha aggiunto Netanyahu. Sullo sfondo, pesanti come un macigno, le considerazioni dell’opinionista GIDEON LEVY che, su HAARETZ, ha scritto che «Israele non ha nessun diritto di stracciarsi le vesti per la morte di Aylan Kurdi (il piccolo profugo curdo siriano morto in mare, ndr) né di singhiozzare per la foto, né di fingere shock, né di offrire aiuto e sicuramente non di fare prediche all’Europa». «Vi è un territorio disastrato che Israele ha creato nel suo cortile (Gaza,ndr), un’ora e un quarto di macchina da Tel Aviv», ha aggiunto Levy.

   Herzog aveva lanciato il suo appello dopo una conversazione al telefono con KAMAL AL LABWANI, un rappresentante dell’opposizione anti Bashar Assad che ha visitato Israele, mantiene rapporti stabili con Tel Aviv e in passato ha offerto la cessione definitiva allo Stato ebraico del Golan siriano in cambio di un intervento delle forze armate israeliane a sostegno della galassia di forze islamiste radicali, qaediste e jihadiste che combattono contro il governo di Damasco.

   Naturalmente Herzog e il suo interlocutore AL LABWANI, esponente della “SIRIA FUTURA”, non hanno preso in alcuna considerazione l’ingresso di altri profughi, storici, quelli palestinesi, che attendono dal 1948, forti di una risoluzione dell’Onu, la 194, di ritornare ai villaggi e alle città da cui furono cacciati o costretti a fuggire.

   Ai profughi palestinesi ha pensato invece il presidente dell’Anp ABU MAZEN che ha rivolto un appello all’Onu e alla comunità internazionale affinché facciano pressioni su Netanyahu e il suo governo e lasci entrare in Cisgiordania i rifugiati palestinesi fuggiti da Yarmouk e altri campi a causa della guerra civile siriana.

   In casa palestinese queste parole hanno suscitato discussioni. Mentre ad alcuni l’idea del presidente è apparsa una soluzione credibile, in linea con il diritto internazionale, altri invece l’hanno interpretata come una rinuncia indiretta al “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi ai loro centri abitati d’origine (ora in Israele), in accoglimento alla visione di un mini Stato di Palestina (a Gaza e in alcune porzioni della Cisgiordania) contenitore di tutti i palestinesi (forse anche quelli che oggi vivono in Galilea) accanto a Israele Stato del popolo ebraico.

   Intanto, ancora a proposito di migranti e profughi di guerra, NETANYAHU HA ANNUNCIATO CHE ISRAELE INIZIERÀ A COSTRUIRE UNA BARRIERA ALLA FRONTIERA CON LA GIORDANIA, IL QUARTO MURO ERETTO DALLO STATO EBRAICO. L’annuncio dei lavori della barriera rappresenta l’ultima decisione presa nel quadro della politica di rigetto dei migranti e richiedenti asilo, in particolare quelli africani (quasi tutti sudanesi ed eritrei), adottata dagli ultimi tre governi israeliani guidati da Netanyahu.

   L’autorizzazione del gabinetto di sicurezza era arrivata già alla fine di giugno, in accoglimento della raccomandazione dei servizi di sicurezza DI ESTENDERE LA BARRIERA CHE DIVIDE ISRAELE DALL’EGITTO ANCHE AL CONFINE GIORDANO, in modo da proteggere il nuovo aeroporto di Timna, a 12 km da Eilat.

   LA PARTE DEL MURO GIÀ AUTORIZZATA CORRERÀ PER 30 KM DA EILAT A NORD, ma Netanyahu vorrebbe allungarla sino alle Alture del Golan. 240 km di confine tra Israele e Giordania più i 95 km cisgiordani tra i Territori palestinesi occupati e la Giordania. Così, con la motivazione della difesa da possibili infiltrazioni di cellule jihadiste e di profughi, Israele si terrebbe tutta la Valle del Giordano. (Michele Giorgio)

La costruzione del muro che circonda l'insediamento israeliano di Gilo (da Internazionale, 21/8/2015)
La costruzione del muro che circonda l’insediamento israeliano di Gilo (da Internazionale, 21/8/2015)

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BATTAGLIA SULLA SPIANATA SACRA

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 16/9/2015

– Hamas: Israele vuole la guerra – A Gerusalemme terzo giorno di scontri alla MOSCHEA di AL AQSA: decine di feriti – Il re di Giordania: basta provocazioni o reagiamo – Nel 1990 gli scontri provocarono 23 morti e innescarono una crisi gravissima –

   Battaglia fra militari israeliani e dimostranti palestinesi sulla Spianata delle Moschee nel secondo giorno del Capodanno ebraico. I disordini iniziano poco dopo l’alba. Gruppi di palestinesi lanciano sassi e mattoni contro i soldati all’entrata della PORTA DI MUGHRABI da cui accedono i turisti. La reazione dei militari è inseguirli ma appena entrano sulla Spianata si trovano sotto una pioggia di sassi, mattoni, assi di ferro e petardi incendiari che arriva dall’interno della moschea di Al Aqsa. È un attacco agli agenti possibile perché nella notte precedente gruppi di palestinesi erano entrati nella moschea, barricandosi e trasformandola in fortino.

«BRUCIATI I TAPPETI SACRI»

La scelta della polizia è schierare reparti anti-sommossa davanti all’entrata di Al Aqsa e lanciarvi dentro lacrimogeni e ordigni assordanti. Inizia una battaglia nel patio di entrata della moschea che si conclude quando gli agenti riescono a superare le barricate create nei portoni, arrestando gli autori dei disordini. Alle 8 del mattino, quando i turisti iniziano ad arrivare, il selciato di marmo davanti ad Al Aqsa è coperto di detriti che descrivono la violenza degli scontri.

   Le versioni su quanto avvenuto divergono. Omar Kiswani, direttore dell’ente islamico «Waqf» per Al Aqsa, parla di «finestre e portoni danneggiati dagli israeliani» che, secondo fonti palestinesi citate da «Maan», «sono entrati nella moschea calpestando i tappeti, arrivando al pulpito dei sermoni».

   Alcuni palestinesi postano online immagini di tappeti «bruciati dagli israeliani». Luba Samri, portavoce della polizia israeliana, ribatte che «non vi è stata violazione del luogo sacro» e «gli incendi sulle barricate sono stati causati dai petardi incendiari lanciati dai violenti che hanno aggredito agenti e turisti».

   È il terzo giorno di seguito che si ripete tale dinamica di scontri attorno alla Moschea di Al Aqsa – in coincidenza con il CAPODANNO EBRAICO – ma con un’intensità in crescendo che ha visto ieri almeno 5 ufficiali israeliani e 36 palestinesi feriti. A RENDERE INCANDESCENTE LA SITUAZIONE È L’IDENTITÀ DEL POSTO: LA SPIANATA È IL TERZO LUOGO SACRO DELL’ISLAM e COINCIDE CON IL LUOGO PIÙ SACRO PER L’EBRAICO perché si tratta del Monte del Tempio dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme distrutto dalle legioni di Tito nell’anno 70.

PROTESTE DI TURCHI E SAUDITI

Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas a Gaza, parla di «dichiarazione di guerra da parte di Israele» a cui «gli arabi devono rispondere». Khaled Mashaal, leader di Hamas all’estero telefona al presidente palestinese Abu Mazen per coordinare la risposta. «Israele prepara la totale annessione della Spianata delle Moschee – osserva Hanan Ashrawi, veterana dell’Olp – ma gioca con il fuoco».

   Per il re giordano Abdallah, a cui il trattato di pace con Israele del 1994 affida l’autorità religiosa della Spianata, sono «provocazioni» che «potrebbero spingerci a contromisure». L’Arabia Saudita accusa Israele di «volersi impossessare delle moschee sacre» e il leader turco Erdogan chiama il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: «Fermate i sacrilegi». A temere che l’escalation continui è il Dipartimento di Stato Usa chiedendo «a tutte le parti di contenersi». Israele prevede nuove violenze in vista delle festività ebraiche di Kippur e Soccot e, con una riunione dei consiglieri della sicurezza, il premier Benjamin Netanyahu ordina un rafforzamento di agenti. (Maurizio Molinari)

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13 settembre 2015, da http://www.tgcom24

GERUSALEMME, SCONTRI SULLA SPIANATA DELLE MOSCHEE: 110 PALESTINESI FERITI O INTOSSICATI

Lancio di lacrimogeni da parte della polizia: venti manifestanti sono stati trasferiti in ospedale

14:56 – Sono 110 i palestinesi rimasti feriti o intossicati negli scontri avvenuti contro la polizia israeliana nella mattina di domenica sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. A riportarlo è l’agenzia palestinese Maan. Secondo il presidente dell’associazione Mezzaluna Rossa, la maggior parte sono “casi di soffocamento” per i lacrimogeni, mentre venti tra i feriti sono stati trasferiti in ospedale.

I media palestinesi rivelano che tra i feriti, tre hanno riportato lesioni al petto e uno alla testa. Nella ricostruzione degli incidenti apparsa sull’agenzia Maan si riferisce che gli scontri sono avvenuti tra le forze israeliane e i giovani palestinesi, dopo “la chiusura delle mosche da parte dell’occupazione e l’imposizione di restrizioni per garantire le incursioni dei coloni per celebrare il Capodanno ebraico”. Secondo alcuni testimoni “le forze israeliane hanno assaltato la Moschea di Al-Aqsa lanciando pallottole di gomme rivestite di acciaio e granate assordanti, ferendo molti fedeli”. Le forze israeliane hanno poi assaltato la Spianata attraverso la Porta della Catena e quella dei Marocchini subito dopo la preghiera dell’alba. Le stesse forze hanno infine accerchiato i fedeli all’interno della moschea e chiuso le porte con “catene e spranghe”. “Situazione esplosiva” per Hamas – “I continui attacchi alla moschea al-Aqsa mettono i palestinesi di fronte ad una situazione esplosiva nei confronti della occupazione israeliana“. Lo ha affermato Hussam Badran, un dirigente di Hamas, al quale ha fatto eco il collega Izzat al-Resheq, che ha accusato Israele di essersi macchiato di un “crimine di guerra”. Al-Resheq ha esaltato il comportamento dei fedeli nella moschea, ma ha biasimato i Paesi arabi per la reazione da lui ritenuta “debole”.

SCAMBI DI ACCUSE TRA ISRAELIANI E PALESTINESI PER SCONTRI IN MOSCHEA

13/09 16:27, da http://it.euronews.com/

Circa venti feriti ricoverati in ospedale sono il bilancio degli scontri tra palestinesi e polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee e dentro la Moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme.

Le autorità dello Stato ebraico accusano gruppi di musulmani mascherati di essersi asserragliati nell’edificio religioso dalla notte e di aver lanciato pietre e petardi contro gli agenti. Testimoni arabi parlano invece di un attacco partito dalle forze di sicurezza israeliane, in vista dell’arrivo di gruppi di fedeli per la celebrazione del Capodanno ebraico.

Numerosi poliziotti dispiegati sulla Spianata hanno inseguito i manifestanti e bloccato diversi giornalisti. Le forze dell’ordine hanno espulso per la prima volta la guardia giordana posizionata sulla Spianata.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha condannato l’episodio, riaffermando che i luoghi santi sono una “linea rossa” da non superare.

Nel corso della giornata è tornata la calma e decine di fedeli hanno ripulito la moschea.

La tensione nell’area era salita in seguito alla recente decisione israeliana di dichiarare fuorilegge il movimento dei “mourabitoun”, un gruppo musulmano che afferma di voler difendere la Spianata delle Moschee.

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31Ago 2015 – da INTERNAZIONALE

www.internazionale.it/

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SCONTRI IN CISGIORDANIA PER IL MURO DI SEPARAZIONE VOLUTO DA ISRAELE

Il 30 agosto a Beit Jalla ci sono stati scontri tra forze di sicurezza israeliane e palestinesi che protestavano contro la costruzione di una nuova sezione del muro di separazione nella Cisgiordania occupata.

Questa nuova sezione della barriera – che separa secondo un tracciato scelto arbitrariamente dalle autorità israeliane il territorio dello stato ebraico dalla gran parte della Cisgiordania – rischia di dividere un monastero cattolico e un convento, che fanno parte dello stesso complesso. L’ex patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabah, ha partecipato alle proteste contro la decisione israeliana.

ISRAELE RIPRENDE LA COSTRUZIONE DEL MURO IN CISGIORDANIA

(da INTERNAZIONALE 21/8/2015)

   La VALLE DEL CREMISAN sorge in territorio palestinese, a pochi chilometri da BETLEMME. È famosa per la produzione vinicola e per i suoi uliveti, ed è considerata uno dei territori naturali più belli della Palestina. Bulldozer e ruspe israeliani hanno cominciato a sradicare gli ulivi centenari della COMUNITÀ DI BEIT JALA. Israele vuole espandere il muro di separazione tra la città palestinese e un insediamento israeliano.

   Il muro, infatti, separerà la città di BEIT JALA, in CISGIORDANIA, dall’insediamento di HAR GILO e il villaggio di WALAJA. Dopo una battaglia legale cominciata otto anni fa, le autorità israeliane hanno ripreso i lavori per la costruzione del muro, anche se ad aprile la corte suprema aveva bloccato la costruzione.

   Si tratterà di un MURO DI CEMENTO ARMATO, CHE TAGLIERÀ IN DUE LA VALLE. La scuola elementare, il monastero e il convento dei salesiani rimarranno dalla parte palestinese, accessibile dalla città di Beit Jala, mentre le case e le proprietà di 58 famiglie palestinesi di religione cristiane rimarrebbero dal lato israeliano del muro. Le famiglie palestinesi perderebbero la loro principale fonte di sostentamento: i campi agricoli.

   “L’azione dei bulldozer è stata solo il primo passo”, racconta Francesco Del Siena, volontario dell’associazione HABIBI, nata due anni fa in Valtiberina per promuovere progetti di solidarietà con la Palestina. “Il primo giorno hanno sradicato 45 ulivi appartenenti a due famiglie. Vedere i crateri che hanno lasciato è un colpo al cuore quelle famiglie che sopravvivono solo grazie a quegli alberi. Loro hanno provato a reagire, ma davanti si sono trovati militari ben armati. Uno dei fratelli di una famiglia è stato ricoverato all’ospedale per delle ferite alla testa”, racconta. Dopo l’arrivo delle ruspe, circa 200 residenti, insieme con gli scout cristiani e ortodossi di Beit Jala, hanno costruito una tenda al posto delle centinaia di ulivi sradicati.

UNA RISPOSTA POLITICA PER IL VATICANO

Dal 2011 la PARROCCHIA DI BEIT JALA celebra la messa in mezzo agli ulivi ogni venerdì: “Oggi siamo tornati al campo degli ulivi: era il giorno della protesta dei cristiani. Stamattina ci siamo trovati davanti due camionette della polizia israeliana, dietro le ruspe avevano già ricominciato”, racconta Del Siena.

 “I preti che erano con noi hanno convinto i militari a farci passare, ma altri poliziotti ci hanno fermato dopo cento metri”.

   C’è stata una discussione tra i preti, il sindaco e i militari ed è stato deciso di dire messa al limite della zona, davanti alle forze dell’ordine. “All’inizio della celebrazione, ci raggiungono alcuni ragazzi della valle con in mano piccole piante di ulivo. Scoppia un grosso parapiglia: i militari arrestano un uomo che aveva fatto finta di piantare un ulivo, alcuni cominciano a cantare in arabo e i poliziotti li caricano, e arrestano un secondo uomo. Non sappiamo che fine abbiano fatto quei due ragazzi palestinesi: le autorità non hanno voluto dircelo”.

   Israele ha dichiarato che l’espansione del muro è legata a motivi di sicurezza, ma per molti, l’OBIETTIVO di Tel Aviv è quello di CREARE UN COLLEGAMENTO TRA LE COLONIE DI GILO E HAR GILO.

   “Il muro partirà dalla colonia di Har Gilo, chiuderà completamente il villaggio di Al Walaje e poi proseguirà verso Cremisan, ricongiungendosi con la barriera che già circonda Betlemme”, spiega Del Siena. Ne è convinto anche il vescovo Wiliam Shomali, vicario patriarcale del Patriarcato latino di Gerusalemme, che aggiunge: “Il drastico cambiamento rispetto al pronunciamento precedente con cui la corte bocciò il muro può essere una reazione davanti al recente riconoscimento ufficiale dello stato di Palestina da parte della santa sede. Non c’erano state grandi reazioni formali a quel riconoscimento. Adesso abbiamo la sensazione che, come in altri casi, la risposta sia arrivata con la politica dei fatti compiuti”.

   “Il nostri pensiero va alle 58 famiglie che saranno interessate”, conclude Del Siena. “Ora non avranno futuro se non quello di cambiare lavoro, che in Palestina non c’è, e casa”.

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MAXI OPERAZIONE ANTI-JIHAD IN CISGIORDANIA: SCONTRI A FUOCO NELLA CITTÀ DI JENIN

di Maurizio Molinari, corrispondente da Gerusalemme, da “la Stampa” del 31/8/2015http://www.lastampa.it › esteri

– In azione unità speciali dell’esercito israeliano. Ci sarebbero almeno 6 morti –

   Unità speciali dell’esercito israeliano hanno lanciato una vasta operazione a JENIN contro la Jihad Islamica palestinese. Notizie ancora frammentarie, di fonte palestinese, parlano di sei membri della Jihad Islamica uccisi, incluso il comandante regionale, ma restano senza conferma. Secondo altre fonti i 6 sarebbero stati solo feriti.

   Gli scontri sono iniziati quando le unità israeliane, di esercito e controspionaggio, si sono avvicinate alla casa di BASSAM SAADI, leader della Jihad Islamica locale, che si è barricato in casa. Da quel momento in poi a Jenin è stata battaglia con dozzine di palestinesi impegnati a combattere gli israeliani.

   Assieme a Saadi, che era stato scarcerato da Israele nel 2011, sono stati arrestati due componenti della famiglia al-Hija, legata a Hamas, il cui leader è JAMAL ABU AL-HIJA detenuto da Israele e codannato a 9 ergastoli per il coinvolgimento in 6 attacchi suicidi, incluso l’attentato alla pizzeria “Sbarro” di Gerusalemme nel quale nel 2001 perirono 15 persone. Almeno un ufficiale israeliano delle unità “Yamam” è stato ferito ed evacuato in elicottero. I portavoce militari israeliani tacciono perché, secondo il canale 2 della tv, l’operazione non è terminata. La Jihad Islamica è considerata da Israele un gruppo terroristico sostenuto dall’Iran.

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Israele/Territori Occupati

TERROR ACT, SARÀ TERRORISMO ANCHE SVENTOLARE LA BANDIERA PALESTINESE

di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 4/9/2015

– La nuova legge antiterrorismo, voluta dalla ministra della giustizia Ayelet Shaked, è stata approvata in prima lettura dalla Knesset: se approvata definitivamente renderà reato qualsiasi forma di opposizione palestinese, anche non violenta, all’occupazione militare israeliana –

GERUSALEMME – Nuovo “successo” della ministra israeliana della giustizia, AYELET SHAKED, esponente di punta della destra più radicale. Il suo “TERROR ACT” è stato approvato in prima lettura mercoledì sera (2 settembre, ndr) dalla Knesset.

   La notizia è giunta mentre si discuteva del via libera che il premier Netanyahu intende dare all’allentamento ulteriore delle regole di ingaggio per i militari israeliani in modo che possano sparare subito in caso di lancio di pietre e bottiglie incendiarie. Cosa che in verità già si vede tante, troppe volte in giro per i Territori occupati ma che si vuole ammantare di legalità.

   Shaked, dopo aver ottenuto l’inasprimento delle pene fino a 20 anni di carcere per coloro – i palestinesi – che lanciano sassi, ora sta per mettere a disposizione delle autorità una serie di strumenti punitivi eccezionali. Coloro che saranno condannati per “terrorismo” — un reato dai contorni molto larghi in Israele dove, appunto, include anche il lancio di pietre — dovranno affrontare condanne fino a 30 anni di reclusione.

   Verranno inoltre legalizzate le “DETENZIONI AMMINISTRATIVE” — arresti preventivi eseguiti senza alcuna prova concreta che prevedono il carcere senza processo per sei mesi e per più volte consecutive — mentre i “SOSTENITORI DEL TERRORISMO”, categoria nella quale saranno inclusi anche quelli che sventoleranno la bandiera palestinese, rischiano di rimanere in prigione per tre anni.

   Il disegno di legge definisce il TERRORISMO in base a tre elementi: la MOTIVAZIONE, l’OBIETTIVO e il DANNO. La MOTIVAZIONE può essere IDEOLOGICA, DIPLOMATICA, NAZIONALISTA o RELIGIOSA. L’OBIETTIVO sarebbe quello di CREARE PANICO o di spingere il governo israeliano a prendere una determinata decisione o impedire che possa farlo. Il DANNO è verso la PERSONA o per la SICUREZZA NAZIONALE, verso PROPRIETÀ E INFRASTRUTTURE o SITI E FIGURE RELIGIOSE. In sostanza qualsiasi atto di opposizione all’occupazione militare israeliana, ANCHE IL SEMPLICE SVENTOLIO DELLA BANDIERA PALESTINESE, sarà considerato terrorismo e punito severamente punito.

   L’obiettivo non pare proprio quello di «combattere la violenza». Con questi nuovi “strumenti” un giudice israeliano, ad esempio, potrebbe considerare “atto di terrorismo” una protesta a Gerusalemme Est contro la confisca o la demolizione di una casa, perché, a suo giudizio, mette a rischio la sicurezza pubblica e crea “panico” nel resto della popolazione.

   E potrebbe essere inquadrata come “atto di terrorismo” anche l’azione di una settimana fa a NABI SALEH di una madre e di altre donne palestinesi che hanno liberato un ragazzino tenuto stretto da soldato israeliano, intenzionato ad arrestarlo per il lancio di sassi. In quella scena diversi esponenti del governo e della Knesset hanno visto non un ragazzino preso per il collo da un adulto armato di mitra, ma una «aggressione gravissima» a danno del militare.

   Il “Terror Act” di Ayelet Shaked, se approvato, rappresenterà l’inclusione nell’ordinamento giuridico israeliano di una repressione legalizzata, riconosciuta, di ogni forma di dissenso o di reazione da parte dei palestinesi all’occupazione.

   Tuttavia attribuire il “Terror Act” solo all’impegno incessante della ministra Shaked sarebbe un errore. Perché a preparare la prima bozza della nuova legge antiterrorismo è stata in realtà l’ex ministra della giustizia, TZIPI LIVNI, considerata una “pacifista” in Israele, con l’appoggio della sua lista elettorale, Campo Sionista, controllata dal Partito laburista. Alla Knesset non sono mancate le proteste ma non paiono destinate a raggiungere risultati. Di fatto a contestare queste misure, lontane anni luce da un sistema democratico, sono solo la sinistra sionista (Meretz) e la Lista Araba Unita. (Michele Giorgio)

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LO SPARO CHE HA FERMATO LA STORIA

da “la Repubblica” del 8/9/2015

   RABIN, THE LAST DAY dell’israeliano AMOS GITAI è una grandissima lezione di cinema e storia contemporanea, e insieme un’impressionante descrizione delle dinamiche politiche del tempo presente e dei pericoli, niente affatto imprevedibili, che il mondo tutto attorno a noi coltiva.

   QUEL CHE È ACCADUTO IN ISRAELE 20 ANNI FA STA ACCADENDO ADESSO: lì erano la destra ultraortodossa e un gruppo di rabbini che – documenta il film – esortavano a liberarsi del “traditore”, oggi sono i fondamentalisti islamici e la propaganda dell’Is nel mondo, le piccole destre che fomentano odio in ogni paese. Con la differenza che negli anni 90 la globalizzazione non aveva ancora reso il proselitismo un fenomeno su scala mondiale.

   Nel suo film, centrato sul lavoro della commissione d’inchiesta sull’omicidio del primo ministro Isaac Rabin (4 novembre 1995), GITAI MOSTRA ANCORA UNA VOLTA COME ORMAI IL CONFINE FRA CINEMA DI FINZIONE E DOCUMENTARIO SIA SVANITO. Il Maestro israeliano concepisce il lavoro di ricostruzione dell’ultimo giorno di Rabin con la struttura narrativa del processo per quanto questo non sia esattamente un tribunale ma la commissione che ha ascoltato i testimoni per verificare se ci fossero falle nella sicurezza della manifestazione politica in cui Rabin perse la vita, e se le mancanze fossero intenzionali.

   Se si sia trattato, insomma, di un complotto e se quindi gli incredibili difetti del sistema di controllo e sicurezza e l’inerzia dell’altrimenti leggendario Mossad, servizio segreto, fossero intenzionali e figli di un disegno.

   Con l’uccisione di Rabin per mano di uno studente di legge di religione ortodossa viene interrotto in maniera irreversibile quel processo di pace che dopo Oslo sembrava finalmente a portata di mano. Un delitto che ha cambiato davvero la storia del mondo moderno.

   Gitai non si limita a ricostruire in modo rigoroso l’indagine ma allarga il campo all’attività dei rabbini che avevano invocato per Rabin il DIN RODEF, quel precetto della legge ebraica che autorizza (impone) di uccidere un uomo che attenti allo stato di Israele.

   Alimentata dalla propaganda del Likud, il partito conservatore, l’idea che Rabin fosse da eliminare si è fatta strada fino ad armare la mano di quel giovane. Che, interrogato, si mostra felice e ridente, certo di aver fatto l’interesse dello Stato ebraico.

   Vedere nei filmati originali bambini che urlano in piazza morte a Rabin ci ricorda che 20 anni fa accadeva sotto i nostri occhi quel che oggi i computer moltiplicano milioni di volte in ogni angolo del mondo. Ci ricorda anche, con le parole vere di Rabin, che alimentare le divisioni e l’odio politico è una responsabilità terribile.

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IL GAS EGIZIANO SGONFIA LE AMBIZIONI DI ISRAELE

di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 1/9/2015

– La scoperta di un imponente giacimento di gas naturale davanti alle coste egiziane manda in fumo i piani di dominio energetico di Tel Aviv nel Mediterraneo orientale –

GERUSALEMME – Ampiamente annunciato, il crollo in Borsa delle compagnie responsabili dello sfruttamento dei giacimenti israeliani di GAS TAMAR e LEVIATHAN, è puntualmente avvenuto ieri e si è trascinato dietro tutto il settore energetico.

   Era inevitabile dopo l’annuncio fatto domenica (30 agosto) dall’Eni della SCOPERTA, AL LARGO DELLA COSTA EGIZIANA, DEL PIÙ GRANDE GIACIMENTO DI GAS NATURALE NEL MEDITERRANEO. Annuncio giunto, peraltro, pochi giorni dopo la conferma del rallentamento ben oltre le previsioni della crescita economica israeliana. Senza dimenticare le tensioni e le proteste andate avanti per mesi per le decisioni prese dal governo Netanyahu in merito allo sfruttamento dei giacimenti di gas, sfavorevoli ai consumatori locali e mirate a fare la fortuna dei giganti dell’energia e delle casse dello Stato.

   In un attimo È CAMBIATO LO SCENARIO STRATEGICO ED ENERGETICO emerso in questi ultimi anni NEL MEDITERRANEO ORIENTALE. Israele, sicuro di avere le riserve di gas più consistenti, credeva di poter valere la sua legge e di dettare il livello dei prezzi. Non solo.

   Tel Aviv, sullo sfruttamento e la protezione del gas, ha anche imbastito una serie di alleanze, in particolare con CIPRO, che contemplano pattugliamenti della Marina militare israeliana in aree sensibili, a contatto ravvicinato con unità da guerra turche.

   Potrebbe cambiare tutto o quasi. La scoperta fatta dall’Eni – secondo indiscrezioni avvenuta da tempo ma annunciata soltanto domenica per ragioni oscure – significa l’immissione sul mercato, forse già tra due anni, di imponenti forniture di gas egiziano con conseguenze sui prezzi.

   I danni maggiori rischiano di subirli i gestori del giacimento Leviathan con clienti che ora diventano più incerti e con l’Egitto che, avendo a disposizione tanto gas, non ha più bisogno di comprare quello israeliano. Pericoli in vista anche per l’altro giacimento, Tamar. Secondo un esperto israeliano, Eran Unger, Tamar vedrà le sue esportazioni decrescere e dovrà fare i conti con la politica dei prezzi bassi che, ci sono pochi dubbi, praticherà il Cairo.

   Unger prevede inoltre che Leviathan avrà “piccoli clienti”, di fatto solo Israele e Giordania. Da domenica (30/8, ndr) perciò nello Stato ebraico si parla della doccia fredda energetica e gli analisti non fanno che delineare i cambiamenti di uno scenario dove Israele riteneva di fare la parte del leone.

   E TREMANO ANCHE I REGNANTI DEL QATAR, nano con la forza di un gigante grazie anche alla vendita delle sue ingenti riserve di gas. Anche Doha dovrà fare i conti con il gas egiziano nel giro di due-tre anni, in una fase in cui le relazioni tra i due Paesi sono difficili.

   IL GIACIMENTO EGIZIANO, BATTEZZATO ZOHR, rappresenta una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio) e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Soddisferà la domanda egiziana per decenni. Zohr presenta anche un potenziale a maggiore profondità, che sarà investigato in futuro dall’Eni attraverso un pozzo dedicato.

   Al Cairo suonano in queste ore le trombe della vittoria e i giornalisti megafono del regime di ABDEL FATTAH AL SISI, che appena qualche settimana fa aveva gridato al trionfo per l’APERTURA DI UN SECONDO CANALE A SUEZ, parlano della scoperta fatta dall’Eni come se fosse un pozzo inesauribile di ricchezza per tutti gli egiziani.

   Pur sapendo che, in ogni caso, non sarà così. Secondo l’economista Ahmed Abul Wafa, giornalista economico dell’agenzia di stampa statale Mena «La scoperta permetterà la riapertura di molte imprese in Egitto che negli anni passati si sono trovate a chiudere i battenti…ridarà fiato alla nostra industria…i guadagni ricavati dallo sfruttamento del gas potranno essere dirottati per sviluppare le regioni povere dell’Alto Egitto…saremo in grado di risanare il debito nei confronti delle compagnie straniere e ridare fiducia al nostro governo».

   Ad arricchire questo scenario paradisiaco sono giunte le previsioni di Khaled Abu Bakr, presidente di una compagnia di energia araba, convinto che il nuovo giacimento di gas cambierà completamente gli assetti geopolitici dell’Egitto che, a suo dire, spinto a vendere gas ai grandi Paesi industrializzati dell’Oriente, come il Giappone, si aprirà a nuovi mercati con risultati spettacolari.

   Gli stessi sogni cullati da Israele che nelle riserve di gas, fino a tre giorni fa, vedeva un’arma economica altrettanto potente di quelle vere che si trovano nei suoi arsenali. Leviathan era stato scoperto dalla compagnia Noble a 130 km nord-ovest dalla città di Haifa e prima di esso erano stato trovato i più piccoli Dalit e Tamar.

   Israele, che si era accaparrato lo sfruttamento totale del Leviathan nonostante parte del bacino si trovi in acque libanesi e siriane, quindi escludendo Beirut e Damasco dalla spartizione della torta, contava di assicurarsi l’autonomia energetica per almeno 20 anni e di esportare la sua ricchezza a un prezzo vantaggioso. E altrettanto sognava Cipro che, oltre a escludere dallo sfruttamento delle sue riserve l’avversaria Repubblica di Cipro del Nord e la Turchia, pianificava di esportare il suo tesoro verso i mercati europei. Tutto è ancora possibile ma l’enorme giacimento egiziano avrà comunque riflessi importanti sulle strategie, non solo energetiche, di Israele e dei suoi alleati. (Michele Giorgio)

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Letteratura per descrivere i Territori occupati

“SULLA COLLINA DOVE I COLONI SI CREDONO INVIATI DI DIO”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” (TuttoLibri) del 5/9/2015

– Uno scrittore infiltrato negli insediamenti illegali di Cisgiordania –

   «C’è chi arriva per coltivare la terra e chi perché crede in Dio, chi per caso e chi per scelta, sono laici e religiosi, uomini e donne, ma ad accomunarli è una carica ideologia assai profonda»: a descrivere gli abitanti degli INSEDIAMENTI EBRAICI IN CISGIORDANIA è ASSAF GAVRON, lo scrittore che vi ha ambientato La Collina.

   Il romanzo è ambientato a MAALEH HERMESH C, un insediamento a Sud di Gerusalemme assai simile a TEKOA DALET che Gavron ha frequentato per quasi due anni. «Ho scelto di andarci per conoscere dal di dentro una realtà che politicamente non condivido ma che sentivo il bisogno di esplorare» spiega, facendo il paragone con il suo romanzo del 2006 – tradotto in dieci lingue – La mia storia, la tua storia incentrato sulla figura di un terrorista palestinese. «Vivo a Tel Aviv, sono laico, amo questo Paese e non mi riconoscono in nulla di quanto sono gli insediamenti in Cisgiordania – sottolinea – ma vi ho ambientato La Collina per consentire ai lettori di toccarli quasi con mano, senza pregiudizi».

   Nasce così la storia di Othniel Assis, il protagonista, appassionato coltivatore di pomodori e verdure che quasi per caso partecipa alla genesi di un insediamento che poi si sviluppa come un lampo attorno a lui, vedendo l’arrivo delle persone più diverse che Gavron descrive «come un caos continuo o forse come uno shuk» il mercato mediorientale «dove c’è di tutto». «E’ impossibile tracciare un identikit dei coloni perché sono diversi come la popolazione di una grande metropoli» sebbene ad accomunarli è «la forza di un’ideologia basata sulla convinzione che quella terra gli è stata assegnata da Dio».

   Se a prevalere, pagina dopo pagina, è un’atmosfera di crescente confusione – descritta con humour – è «perché si tratta di un mondo governato da un groviglio di leggi e norme burocratiche che si contraddicono le une con le altre» portando «i coloni a costruire case a volte permesse, altre illecite e quindi distrutte dai soldati che poi però se ne vanno, con gli abitanti che ricominciano a costruirle subito sfoderando martello, travi e chiodi».

   Al centro di questo conflitto interno alla società israeliana c’è la figura di Omer Levkovich, il comandante militare che facendo rispettare leggi e limiti finisce per trasformarsi da difensore – contro i terroristi arabi – in avversario dei coloni. «E’ una vicenda che ci riporta ai nostri giorni, all’estremismo di chi ha compiuto l’orrendo delitto di Douma, bruciando un bambino palestinese di appena 18 mesi, e che si scontra con i soldati perché rifiuta Israele come Stato» spiega Gavron, riferendosi agli estremisti ebrei di «Price Tag», il movimento che attacca chiese, moschee e civili arabi.

   Nella Collina questi «terroristi ebrei», come li chiama il presidente israeliano Reuven Rivlin, vengono raccontati mentre danno fuoco a uliveti palestinesi con violenza: «Sono portatori della più feroce delle intolleranze – dice Gavron – e, pur essendo una minoranza estremamente ridotta, godono purtroppo della tacita complicità di molti». Ciò che più colpisce è come questi «terroristi ebrei» contestino Israele, vogliano rovesciarne le istituzioni democratiche finendo per essere «anti-sionisti veri» proprio come negli Stati Uniti i movimenti di estrema destra dei suprematisti bianchi sono «anti-americani» proponendosi di abbattere il governo federale.

   Sulla Collina ci sono anche due «eroi»: si tratta di Gabi e Roni che arrivano nell’insediamento per motivi non ideologici, alla ricerca di riscatti personali, e riescono in qualche maniera a reinventarsi. In comune hanno le origini nei kibbutzim, le comunità agricole che contribuirono a far nascere lo Stato di Israele nel 1948, e ciò porta Gavron a tracciare un parallelo fra «i pionieri di allora e quelli di oggi». Anche per questo uno dei protagonisti del libro legge nell’insediamento Ladri nella Notte, il libro di Koestler ambientato proprio nei kibbutzim.

   «All’origine di Israele erano i kibbutzim le comunità più ideologiche ed ora vale lo stesso per gli insediamenti» spiega Gavron, suggerendo come «in comune hanno anche il fatto di essere gruppi chiusi all’esterno, dove i panni sporchi si lavano in casa».

   Ma gli ultimi 60 anni hanno visto declinare il kibbutz «a causa dell’incapacità del modello comunitario socialista di resistere all’impatto del capitalismo» e la scommessa di Gavron è che «forse anche gli insediamenti faranno una fine analoga» come «la pressione della modernità» che «porta a convivere assieme agli arabi, e non a separarsi da loro costruendo recinti».

   Ma si tratta di una prospettiva «lontana nel tempo», ammette, «perché al momento ciò che si impone è la determinazione dei coloni che, qualsiasi cosa si dica a Washington o Gerusalemme, tornano sempre sulle colline a costruire pareti». (Maurizio Molinari)

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La forza della memoria

GITAI: “GUARDIAMO AL NOSTRO PASSATO PER COSTRUIRE LA PACE”

di Arianna Finos, da “la Repubblica” del 8/9/2015

VENEZIA – «Senza la morte di Yitzhak Rabin oggi ci sarebbe la pace in Medio Oriente?». «SÌ», risponde SHIMON PERES in apertura di RABIN, THE LAST DAY. Il leader, cui fu assegnato il premio Nobel insieme a Rabin, fa pausa e poi ripete: «Sì». Nel film che consegna alla Mostra e al mondo l’omicidio del primo ministro israeliano vent’anni dopo, Amos Gitai ricostruisce i fatti e il clima, mescola finzione e repertorio: ecco la piazza dei manifestanti, oggi intitolata a Rabin, ecco l’assassino che avanza verso l’auto blindata, spara tre colpi. È il 4 novembre 1995 e «quei tre proiettili cambiano del tutto il destino di Israele», scriverà il presidente della Commissione d’inchiesta Meir Shamgar a fine relazione. Gitai ha messo questa considerazione al centro del film.

   Applaudito alle proiezioni – ieri sera (lunedì 7/9, ndr) ha voluto esserci, in forma privata, anche Giorgio Napolitano – Gitai incontrando la stampa chiede un minuto di silenzio per la mamma palestinese, Reham Dewabsheh, morta nell’attentato come il figlioletto e il marito: «È stata l’ultima vittima dell’odio nel conflitto tra Israele e Palestina».

   Poi spiega l’intento del film: «Quando il presente sembra buio e oscuro, dobbiamo guardare alle spalle per trovare una luce che ci illumini. Vent’anni fa c’è stato questo momento di speranza di pace, che poi si è dissolto». Ciò che gli interessa di più non è capire chi era lo studente assassino – «è stato solo un mezzo, una pistola» – ma restituire lo scenario politico, sociale e religioso che ne fu brodo di coltura dell’omicidio. Senza abbracciare la teoria del complotto, «come Oliver Stone per Kennedy», perché «in Israele le sostiene l’estrema destra per lavarsi le mani dal senso di colpa. Tentarono di destabilizzare Rabin, ma era persona integra e non ci riuscirono. E allora fu ucciso ».

   Gitai, che dopo gli anni di autoesilio in Francia tornò in patria con il governo Rabin, lo ha seguito in vari viaggi: «Aveva carisma, senza essere arrogante. Aveva ragione a voler affrontare il conflitto più profondo di Israele, che è quello con i palestinesi. Egitto, Siria, Iran e gli altri stati hanno gli estremi per rappresentare il loro conflitto, bombe e armi. Ma con i palestinesi va trovata una coesistenza. E, come nelle relazioni, la pace non può essere unilaterale, va riconosciuto l’altro».

   Guardando all’oggi, Gitai raccomanda «ai politici israeliani di attenersi solo al progetto politico, per stabilizzare la sopravvivenza di Israele». Lo preoccupa «lo scivolare della società israeliana verso la compressione dei diritti. Si sta facendo “ghetto” rispetto al mondo». Spiega l’anima contraddittoria del suo paese paragonandolo al nostro: «Sono entrambi schizofrenici. Ci sono persone equilibrate e intelligenti, ma anche volgari e kitsch come il vostro ex premier: ha fatto sì che l’Italia fosse d’ispirazione al mondo, purtroppo non in modo positivo». (Arianna Finos)

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La sconfitta di Benjamin Netanyahu

IL 34° SENATORE «DEM» HA DETTO SÌ: OBAMA BLINDA L’INTESA CON L’IRAN

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 3/9/2015

– Svolta per la Casa Bianca: ora ha i numeri per imporre un veto presidenziale –

NEW YORK – Alla fine Barack Obama l’ha spuntata: l’accordo nucleare negoziato con l’Iran, osteggiato da Israele e dai repubblicani Usa, resterà in vigore anche in caso di voto contrario da parte del Congresso: la Casa Bianca porrà il veto e da ieri, dopo le prese di posizione dei senatori Casey, Coons e Mikulski, il leader americano ha la certezza di avere, almeno in un ramo del Parlamento, i voti necessari (34 al Senato) per respingere il prevedibile tentativo della destra di vanificare il veto presidenziale: un atto estremo che richiede una maggioranza dei due terzi in tutte e due le camere.

   A Capitol Hill la lobby ebraica si è impegnata in una campagna di un’intensità senza precedenti per cercare di ottenere dal Congresso un voto capace di far naufragare l’accordo sul nucleare iraniano siglato dagli Usa, dai Paesi Ue (Gran Bretagna, Francia, Germania) e da Russia e Cina.

   L’Aipac, l’associazione ebraica che ha legami molto forti con tutti e due i partiti Usa, ha «marcato a uomo» i parlamentari e stanziato circa 40 milioni di dollari per campagne contro l’intesa. Chuck Schumer, uno dei due senatori democratici che hanno ufficializzato il loro «no» all’accordo voluto da Obama (l’altro è Robert Menendez), si è ritrovato l’ufficio invaso da ben 60 attivisti dell’Aipac nei giorni precedenti alla sua presa di posizione.

   Ma Obama ha investito molto, nei suoi anni alla Casa Bianca, su una ripresa del dialogo con l’Iran degli ayatollah e non era disposto a farsi spiazzare: così ha ribattuto all’offensiva dei movimenti filo-Israele (non tutti: una parte della comunità ebraica appoggia l’intesa) con altrettanta durezza. Ha accusato chi si oppone all’accordo di voler andare alla guerra con l’Iran, ripetendo l’errore fatto 13 anni fa attaccando l’Iraq. Ed è arrivato a dare interviste a giornali e televisioni minori, ma influenti in collegi nei quali vengono eletti parlamentari democratici ancora indecisi su come schierarsi.

   Trattando da guerrafondaio chi si oppone all’accordo anche quando oppone dubbi legittimi, Obama ha sicuramente esagerato (e infatti negli ultimi giorni ha corretto il tiro), ma alla fine l’ha spuntata: ora l’accordo con Teheran è al sicuro anche in caso di bocciatura del Congresso che dovrà votare entro il 17 settembre.

   Ma adesso Obama spera addirittura di evitare anche questa prima bocciatura: alla Camera, dove la maggioranza di destra è molto ampia, non ha speranze, ma al Senato, in base alle norme sul «filibustering» tante volte usate per paralizzare l’azione del governo democratico, al presidente bastano 41 voti su 100 per costruire una minoranza di blocco. Obiettivo difficile da centrare ma non impossibile.

   Attualmente i senatori impegnati a bocciare l’accordo sono 43 e quelli pronti a farlo altri 13: in totale 56 su cento, i 54 repubblicani più due democratici; 34 senatori si sono già impegnati a sostenere il patto con Teheran e altri due sembrano orientati a seguirli. Tutto si gioca, quindi, su 8 democratici ancora incerti.

   Per Obama sarebbe importante evitare la bocciatura per togliere forza alla campagna repubblicana che sarà comunque vigorosa anche se gli oppositori dell’accordo non riusciranno a bloccare la sua entrata in vigore. Tanto più che diversi dei senatori arruolati dal presidente voteranno senza entusiasmo (quando non con riluttanza) solo perché convinti che, al punto in cui sono le cose, non è realistico sperare in una rinegoziazione del patto né in un ripristino delle sanzioni da parte di Cina, Russia e degli stessi Paesi europei.

   Storicamente gli ebrei americani sono più vicini ai democratici che ai repubblicani, ma stavolta Schumer e Menendez sono rimasti abbastanza isolati. Il secondo, un senatore del New Jersey azzoppato da un’accusa di corruzione, ha fatto molto riflettere i suoi colleghi quando ha detto che la speranza che alla scadenza dell’accordo (tra 10-15 anni), l’Iran rinunci all’arma nucleare per non perdere i benefici dell’integrazione nell’economia mondiale, «è appunto, solo una speranza. Che è un sentimento umano legittimo, ma non e’ una strategia per la sicurezza nazionale» (Massimo Gaggi)

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È “SHABBAT”: NIENTE CALCIO. LA BATTAGLIA DI ISRAELE

di Fabio Scuto, da “la Repubblica” del 10/9/2015

– Gli ultraortodossi piegano la federazione: campionato fermo nel giorno sacro. E sabato stadi chiusi –

GERUSALEMME – La prima battaglia della “GUERRA DEL FOOTBALL” l’hanno vinta i religiosi ultraortodossi e per la prima volta nella storia di Israele, sabato gli stadi resteranno vuoti di giocatori e di tifosi sugli spalti, tv e radio saranno mute.

   Il calcio in Israele si ferma a oltranza da dopodomani, ma non basta perché in nome del rispetto assoluto dello shabbat i “timorati di Dio” si sono scagliati contro i negozi aperti 24 ore (e quindi anche il sabato) contro il nuovo cineplex di Gerusalemme “Planet”, contro i negozi dello shopping mall a Mamilla.

   Nella Città Santa il rispetto deve essere totale tuonano i gruppi religiosi mobilitando la loro gente nelle strade, nelle piazze, cercando di impedire le aperture durante il giorno che deve essere santificato.  «L’imposizione religiosa sta cercando di ridisegnare lo stile di vita secolare in Israele», avvertiva la scorsa settimana il quotidiano liberal Haaretz sulla crescente interferenza degli ebrei ultra-ortodossi (circa il 10% della popolazione) nella vita quotidiana di tutti i cittadini.

   I due partiti dei “timorati” – lo Shas, con sette deputati, e l’Unione della Torah e dell’ebraismo, con sei – sono determinanti nella sopravvivenza del governo del premier Benjamin Netanyahu uscito dalle elezioni di marzo. Da allora sono cresciuti esponenzialmente i divieti dello shabbat, il giorno sacro ebraico che corre tra venerdì sera e sabato e nel quale, tra le altre cose, è vietato lavorare, accendere il fuoco, guidare l’auto, telefonare, pedalare in bicicletta o premere il pulsante dell’ascensore.

   La serrata, annunciata dalle autorità sportive, è arrivata dopo che l’Israel Football Association ha appreso nelle settimane scorse che i calciatori tesserati non sono esentati dal divieto generale di lavoro in Israele nel giorno del riposo sabbatico. Autorizzando adesso lo svolgimento di partite – dopo essere stati apertamente avvertiti da un tribunale – rischierebbero di compiere un’infrazione di carattere penale, che si vorrebbe evitare.

   All’origine della crisi c’è una lacuna nella legge israeliana, ignorata da decenni durante i quali tutti i campionati di calcio si sono svolti di sabato, con botteghini aperti per il pubblico e trasmissioni in diretta dagli stadi. Ma il mese scorso alcuni giocatori religiosi del “Negev” si sono rivolti ad un tribunale locale per imporre alla loro squadra di non giocare per non infrangere la loro fede.

   E la donna-giudice che ha esaminato il caso si è vista costretta ad accogliere la loro richiesta, sulla base della legge in vigore che vieta appunto agli ebrei di lavorare di sabato in assenza di esoneri specifici. Esoneri di questo genere (ospedali, polizia, pompieri, servizi di emergenza) devo essere chiesti al ministro dell’economia, Arye Deri. Ma essendo egli un rabbino del partito ortodosso Shas è improbabile che voglia accogliere una richiesta del genere. La ministra della Cultura e dello Sport Miri Reghev (Likud) ha proposto una moratoria di due mesi, durante i quali spera si trovi un compromesso. Ma il tempo è scaduto e a quanto pare QUESTO SABATO GLI STADI RESTERANNO DESERTI.

   Certo lo stop forzato ai campionati di tutte le categorie investe milioni di sportivi e tifosi in tutto il Paese, ma è soprattutto a Gerusalemme che la pressione “religiosa” si è fatta fortissima. Adesso il sindaco conservatore Nir Barkat – che ha nella sua giunta il 30% di consiglieri ortodossi, vuole che anche i SUPERMARKET “24 ORE” chiudano anche di sabato, pena un’ammenda di 1.500 shekel (circa 340 euro). L’ordine di chiusura doveva iniziare questo fine settimana, ma la rivolta dei commercianti e le manifestazioni di protesta annunciate hanno spinto il Consiglio a rinviare la decisione fino a fine mese.

L’AMACA, di Michele Serra (da “la Repubblica” del 11/9/2015)

Triste, per gli uomini liberi, la notizia che gli ebrei ortodossi di Israele (circa il dieci per cento della popolazione) SONO RIUSCITI A IMPORRE LA CHIUSURA DEI NEGOZI E LA SOSPENSIONE DELLE PARTITE DI CALCIO PER SHABBAT (sabato).

   Ci sono due condizioni, entrambe ovvie, che possono e devono regolare il rapporto tra le credenze religiose e la vita civile. La prima condizione è che le comunità religiose devono essere pienamente libere di manifestarsi, organizzarsi, celebrare i loro culti; e nessuna religione perseguitata o discriminata. La seconda è che le credenze religiose non devono interferire nella vita pubblica, che è di tutti, anche degli atei, e non può essere soggiogata a usanze di parte, men che meno se spacciate per “volontà di Dio”.

   C’è una oggettiva violenza nella pretesa di una minoranza zelante di costringere anche chi non crede, o crede diversamente, ad acconciarsi ai suoi tabù.

   Israele ha fatto un passo in avanti verso una definizione più nettamente confessionale del proprio assetto e della propria immagine. Perché gli israeliani di buona volontà, non importa se “di destra” o “di sinistra”, non rimettano al loro posto gli invadenti, bellicosi, intolleranti ortodossi che tanti problemi creano fuori e dentro il loro Paese, non è semplice da capire. Quello che si capisce bene, invece, è che il prezzo di ogni cedimento ai fanatici lo paga l’intera società. (Michele Serra)

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Palestinesi

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN A UNA SVOLTA NECESSARIA

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 4/9/2015

   Dopo l’annuncio del mese scorso, il silenzio più assordante. Non si capisce infatti se il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) diverrà o meno un capo dimezzato: numero uno dell’Autorità nazionale, ma definitivamente pensionato da leader dell’Olp.

   Il presidente ha espresso la sua volontà di rinunciare alla guida della storica Organizzazione per la liberazione della Palestina, e ha anche promesso di motivare pubblicamente la sua scelta. Tuttavia, dopo qualche clamore mediatico, tutto si è fermato, forse perché neppure Abbas ha ben chiaro quale debba essere il passo successivo.

   Il carisma e la credibilità di Abu Mazen non sono in discussione: gli vengono riconosciuti da tutti i leader del mondo, e anche da Israele che lo ritiene l’unico possibile partner negoziale. Il problema, semmai, dipende da tre motivi: L’INCAPACITÀ CARATTERIALE del presidente dell’Anp di affrontare di petto le questioni più spinose. OGNI TENTATIVO DI COLLABORARE CON I FONDAMENTALISTI DI HAMAS, che governano la striscia di Gaza, È FALLITO; c’è poi L’OSTACOLO ANAGRAFICO, perché Abbas ha compiuto 80 anni e certo non scoppia di salute; infine, vi sono gli SCANDALI CHE COINVOLGONO LA DIRIGENZA PALESTINESE e che hanno lambito anche il leader, a causa del figlio.

   Parte dei generosi aiuti internazionali per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi avrebbero favorito soltanto nomi noti del cerchio magico dirigenziale. Abitudini quasi immutabili, come avvenne anche ai tempi di Arafat, quando ci fu persino lo scandalo delle tangenti sul cemento per consentire a Israele di costruire il muro di separazione in Cisgiordania.

   Storie note, ma in fondo dettagli rispetto all’urgenza di una vigorosa iniziativa per rilanciare il processo di pace. Se il salto di qualità deve partire dall’Olp è bene fare in fretta. (Antonio Ferrari)

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NEL FILM SULL’INCHIESTA RABIN ACCUSE AI COMIZI DI NETANYAHU

di Valerio Cappelli, da “il Corriere della Sera” del 8/9/2015

– La futura ambasciatrice Nirenstein: tesi ideologica insensata –

VENEZIA – È il ritratto di un assassinio che ha cambiato Israele per sempre. Amos Gitai torna alla Mostra di Venezia con un potente atto d’accusa contro il fanatismo religioso e politico, che vent’anni fa armò la mano di un giovane studente di Legge di 25 anni.

   Tre colpi di rivoltella, e il premier Itzhak Rabin morì. Ma ciò che farà scoppiare un putiferio, quando il film (in gara) RABIN, THE LAST DAY uscirà in Israele, è il ruolo controverso che esercitò l’attuale leader Benjamin Netanyahu. Il quale nelle manifestazioni di quei giorni, in cui la pace con i palestinesi sembrava a portata di mano, incitava i suoi sostenitori «a riversarsi nelle piazze» e a «difendere Gerusalemme».

   Ecco Rabin che accusa il suo avversario politico di «fare discorsi che mi discreditano, e ha alle spalle il fotomontaggio che mi ritrae in divisa da ufficiale nazista». Per la giornalista Fiamma Nirenstein, indicata dall’attuale leader conservatore come futura ambasciatrice d’Israele in Italia, «è insensato sostenere che Netanyahu abbia avuto parte, sia pure ideologica, nell’omicidio di Rabin».

   Il killer di Rabin è stato solo il grilletto, «per questo — dice il celebre regista israeliano — non è lui il centro del mio film. La teoria del complotto fu sostenuta dall’estrema destra, che si volle lavare le mani dal senso di colpa per avere spinto al gesto omicida. La società per strani motivi è stata generosa con lui, tra quattro-cinque anni uscirà di prigione, e gli hanno permesso di fare un figlio».

   Il clima politico in Israele era arroventato. Rabin, l’uomo del dialogo, offrì il petto «ai rabbini lunatici, ai coloni estremisti e ai parlamentari di destra, che non furono attivi nell’omicidio, ma felici nel vedere demolito, da una campagna terroristica, il suo progetto politico». Immagini d’epoca mescolate a quelle di fiction: «Non ho inventato nulla, tutto è documentato», dice il regista che ieri è stato salutato dall’ex presidente Napolitano, alla Mostra per la proiezione serale.

   Quei vecchi filmati sono scolpiti nella pietra. Peres, all’epoca ministro degli Esteri, ricordava «la propaganda feroce, Yitzhak veniva ritratto in una bara con scritto: “Qui giace Rabin”. Sapevamo che in caso di elezioni probabilmente non avremmo vinto, ma non eravamo disposti a cedere. Senza l’assassinio di Rabin avremmo avuto sicuro una situazione più stabile”».

   La commissione che indagò sull’omicidio aveva un mandato limitato alla scena del crimine. Vengono fuori, se non le complicità, le negligenze. Era d’uso che l’auto di Rabin avesse una via di fuga dalle occasioni pubbliche: quella volta, dice l’autista, non ci fu alcun piano d’emergenza; per la polizia lo studente agì da solo; il responsabile della sicurezza nella piazza, in cui «si aprirono dei varchi» e si spararono i tre colpi di rivoltella, contro la prassi ebbe l’incarico all’ultimo momento.

   E soprattutto il consulente legale del governo archiviò per insufficienza di prove il ruolo dei fanatici religiosi che additarono Rabin come «nemico del popolo», invocando «gli angeli della distruzione per ucciderlo». Fu convocata una psicologa a quegli incontri farneticanti: paragonò Rabin a Hitler, «è un megalomane, uno schizofrenico che ha perso il contatto con la realtà».

   Rabin aveva congelato gli insediamenti dei coloni: ciò era contrario al concetto teologico affiorato dopo la vittoria militare del 1967, secondo cui, per costruire una grande Israele, bisognasse incoraggiare l’espansione del territorio. «Ma Israele è nata da un progetto politico, non religioso», ricorda Gitai.

   «Italia e Israele sono simili — dice ancora l’autore —, possiamo essere brutali e sofisticati… Anche voi avete avuto un tipo corrotto, kitsch e volgare, non a caso amico di Netanyahu. Oggi in Israele c’è uno scivolamento dell’opinione pubblica, rischiamo di isolarci dal resto del mondo».

   Il caso Rabin è il JFK israeliano. Ma rispetto all’America di Kennedy, «noi dopo 20 anni ancora viviamo con il risultato della sua morte». (Valerio Cappelli)

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INTERROGATIVI MAI RISOLTI E SEMPRE ATTUALI

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 8/9/2015

   Con RABIN, THE LAST DAY il regista Amos Gitai pone gli interrogativi irrisolti sull’assassinio del premier israeliano avvenuto il 5 novembre di 20 anni fa. Riguardo alle possibili complicità che favorirono l’assassino Yigal Amir, Gitai pronuncia il nome di Avishai Raviv, l’agente dello Shin Beth – il controspionaggio – sospettato di aver infiltrato i gruppi estremisti di destra e svolto un ruolo da «provocatore» fino all’istigazione del killer a uccidere il premier, ma poi assolto da ogni accusa nel 2003 per sparire letteralmente nel nulla. Al punto che oggi nessuno sa dove si trovi o che cosa stia facendo.

   E poi c’è il contesto dell’omicidio di Rabin, a cui Gitai dedica maggiore attenzione, puntando l’indice sull’atmosfera di delegittimazione di Rabin e di fanatismo estremista a cui addebita la responsabilità di aver posto le premesse per l’omicidio.

   Gitai chiama in causa i leader religiosi ultrà che pronunciarono sentenze contro Rabin – il «Din Rodef» – imputandogli di aver violato il patto che lega Dio e Terra di Israele consegnando parte di quest’ultima ai palestinesi con gli accordi di Oslo del 1993.

   È una denuncia dell’estremismo ultra-nazionalista ebraico molto d’attualità in Israele per via della ferita dei «terroristi ebrei», come il premier Benjamin Netanyahu li definisce, responsabili dell’attacco incendiario al villaggio palestinese di Douma nel quale è morto in luglio il piccolo Ali Saad. (Maurizio Molinari)

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GITAI RACCONTA SENZA SCONTI L’ASSASSINIO DI RABIN E DEI SOGNI DI PACE IN ISRAELE

– e chiede un minuto di silenzio per le ultime vittime –

di Fulvia Caprara, da “la Stampa” del 8/9/2015

   Un minuto di silenzio per la morte della giovane palestinese Reham Dewabsheh, di suo marito e del figlio di 18 mesi nell’attentato attribuito a due estremisti ebrei, rompe la routine festivaliera. In RABIN, THE LAST DAY, in concorso, con il Presidente emerito Giorgio Napolitano spettatore d’eccezione, Amos Gitai ricostruisce l’assassinio del Primo ministro Yitzhak Rabin avvenuto a Tel Aviv il 4 novembre 1995 al termine del comizio organizzato per sostenere gli accordi di pace con Arafat.

ANALISI SENZA PUNTI OSCURI

Filmati originali e ricostruzioni recitate delle deposizioni dei vari testimoni, degli incontri tra i vertici della comunità ebraica, degli interrogatori dell’autore venticinquenne dell’omicidio, compongono un affresco lucido e appassionante delle dinamiche che permisero la tragedia.

   Un’analisi senza punti oscuri, con passaggi che oggi fanno ancora più impressione: «Sono trascorsi 20 anni – osserva l’autore -, le prospettive di pace sono svanite insieme ai sogni di normalità. Ma gli uomini che resero possibile l’omicidio del Primo ministro sono ancora a piede libero. Alcuni di loro flirtano con il potere. Sono allarmato dalla crescente diffusione di una violenza di matrice religiosa nel cuore della società laica israeliana».

   Dalle prime inquadrature, con le immagini scioccanti dell’attentato, del corpo ferito, degli uomini della sicurezza sconvolti e disorientati, Gitai passa subito alla radiografia del clima e dei pensieri che preparano il terreno della tragedia. Viene in mente Jfk di Oliver Stone, ma qui testimonianze e materiali di repertorio rendono ancor più potente l’atto d’accusa: «Non voglio santificare Rabin, ma raccontare come sia stato tra i pochi a cogliere un concetto semplice ma arduo: per fare la pace l’intento non può essere unilaterale, ci vuole reciproca considerazione».

   Sullo schermo scorrono le sequenze delle manifestazioni in supporto di Rabin e Shimon Peres, delle mobilitazioni in cui si vedono cartelli con Rabin vestito da nazista, del radicalismo dei rabbini ultraortodossi che esprimono la solenne maledizione di Pulsa Danura, dei coloni che difendono gli insediamenti. Il filo conduttore è l’indagine che porta alla luce le colpevoli negligenze di chi doveva proteggere Rabin, mentre la trama si ricompone nelle considerazioni del presidente della commissione d’inchiesta che, profetico, dichiara «in Israele niente sarà più come prima» e nella desolazione della vedova Leah: «Non riesco a provare collera, sono solo addolorata».

   Più di tutto, in un film che rinuncia alle abituali semplificazioni del grande schermo, pesa la sequenza in cui la psicologa convocata dai rabbini definisce «schizofrenica» la personalità del leader scomparso e dichiara fra le lacrime, che il Paese non può essere abbandonato alla mercé di un uomo dalla mente disturbata.

   «L’arte non può cambiare la realtà – ha detto Gitai – ma deve farsi avanti. Il cinema è il mio modo di contribuire». Con l’assassino di Rabin, Yigal Amir, un colono ebreo estremista e sionista di destra, la società israeliana, aggiunge il regista, è stata «misericordiosa, rilasciandolo dopo pochi anni… Penso che sia avvenuto perché era solo il braccio di qualcosa di più grande».

   Nato ad Haifa nel 1950, soldato nella guerra del Kippur del ’73, Gitai ha incontrato più volte Rabin: «Lo apprezzavo perché era una persona semplice, poteva essere brusco, ma quello che diceva veniva dal cuore». Del suo Paese lo preoccupa soprattutto «l’apparente mancanza di interesse verso i diritti, da quelli umani a quelli delle donne. Israele si sta righettizzando e questo mi preoccupa molto». (Fulvia Caprara)

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UN BAMBINO DI 18 MESI È STATO UCCISO IN PALESTINA

http://www.ilpost.it/2015/08/01/scontricisgiordania/

– Qualcuno ha dato fuoco ad alcune case in Cisgiordania, un bambino è morto negli incendi: si sospettano i nazionalisti israeliani, Netanyahu ha parlato di atto di “terrorismo” –

   Nel paese di DOUMA, in Cisgiordania, alcune case sono state incendiate nella notte TRA IL 30 E IL 31 LUGLIO durante un attacco che si pensa sia stato compiuto da un gruppo di coloni israeliani. Durante l’incendio è morto un bambino di 18 mesi che dormiva con sua madre e suo fratello in una delle case incendiate: il padre del bambino è riuscito a salvare sua moglie e il figlio maggiore di 4 anni, entrambi gravemente feriti e ora ricoverati in un ospedale di Nablus.

   Secondo alcuni testimoni la casa dove viveva la famiglia – a Douma, non lontano dalla colonia israeliana di Migdalim – è stata attaccata con una bomba molotov, così come un’altra casa poco distante che è stata però solo parzialmente danneggiata dall’incendio e in cui al momento dell’attacco non c’era nessuno.

Secondo un testimone che ha parlato con i giornalisti di Haaretz, quattro uomini con il volto coperto avrebbero rotto la finestra della casa per lanciare una bomba incendiaria. Sui muri di altre case del villaggio sono stati invece trovati alcuni graffiti in ebraico con la scritta “Vendetta”.

   Luba Samri, un portavoce della polizia israeliana, ha spiegato che si sospetta che l’attacco abbia avuto motivazioni nazionalistiche. In un comunicato diffuso dall’esercito israeliano si dice: «Le prime indagini suggeriscono che i sospetti siano entrati nel villaggio durante le prime ore del mattino, abbiano incendiato le case e dipinto graffiti in ebraico sui muri delle case. L’esercito sta lavorando per trovare i sospettati». Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato della vicenda con un comunicato diffuso questa mattina. Netanyahu ha definito l’attacco un atto di “terrorismo” e ha detto di essere “sconvolto da questo fatto orribile e riprovevole”.

Copia cache

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CISGIORDANIA

A UN MESE DAL ROGO RESTANO LIBERI GLI ASSASSINI DI ALI

di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 2/9/2015

– I palestinesi sono convinti che le autorità israeliane non stiano realmente cercando i responsabili della morte del bimbo di 18 mesi e del padre Saad, uccisi dal rogo innescato con ogni probabilità da coloni ebrei a Kfar Douma –

GERUSALEMME – Tolleranza zero con gli estremisti» proclamò ad alta voce il premier israeliano Netanyahu. «Abbiamo affrontato il fenomeno del terrorismo ebraico troppo debolmente» aggiunse il capo dello stato Rivlin. «Misure risolute per proteggere la popolazione locale» dalla violenza dei coloni israeliani, invocò con forza l’alto rappresentante della politica estera dell’Ue Federica Mogherini.

   Il presidente palestinese Abu Mazen da parte sua assicurò «Presenteremo il caso alla Corte penale internazionale». Fece scalpore il rogo che nella notte tra il 30 e il 31 luglio carbonizzò Ali Dawabshah, 18 mesi, e che una settimana dopo avrebbe ucciso anche Saad Dawabshah, il padre del bimbo palestinese, rimasto gravemente ustionato. Dopo quella notte in cui alcuni individui lanciarono bottiglie incendiarie contro l’abitazione dei Dawabshah nel villaggio di Kafr Douma, il mondo apprese della violenza degli estremisti di destra e dei coloni israeliani in Cisgiordania che i palestinesi denunciano invano da anni.

   Lo stesso esercito e i giornali israeliani sin dal primo momento non ebbero dubbi sulla paternità dell’azione assassina. La firma lasciata sulle pareti annerite della casa non lasciava alternative: “Vendetta” e “Lunga vita al Messia”. Parole e slogan dei “redentori” della biblica terra di Israele, “Eretz Israel”, forse intenzionati a vendicare la demolizione ordinata un paio di giorni prima dalla Corte Suprema di un paio di edifici nella colonia ebraica di Bet El.

   Un mese dopo, passati il clamore e le tensioni di quei giorni che fecero intravedere l’inizio di una nuova Intifada palestinese, pochi ricordano che i membri superstiti della famiglia Dawabsha, Ahmad, 4 anni, e Riham, 29, la mamma di Ali, sono ancora in ospedale. Ahmad dovrebbe farcela mentre Riham lotta ancora tra la vita e la morte. Da metà agosto respira solo grazie all’aiuto dei macchinari dell’ospedale Cheba, il suo corpo è ustionato per un 80% e alcuni organi interni, a cominciare dai polmoni, funzionano solo in parte a causa delle bruciature e del fumo intenso che ha inalato durante l’incendio.

   «Preghiamo e speriamo per Ahmad e Riham. Non possiamo fare altro», dice sconsolato Hussein Dawabshah, il nonno di Ali, a chi si reca a fargli visita a Kafr Douma. Lui e tutti gli altri membri della famiglia dicono di non avere alcun fiducia nelle indagini israeliane. «All’inizio i militari (israeliani) si mostravano comprensivi e gentili, poi sono spariti e gli assassini di mio nipote e mio cugino restano liberi», dice Basem, uno zio di Ali.

   I palestinesi sono convinti che nessuno stia realmente cercando i responsabili della morte di Ali e Saad Dawabshah. In queste quattro settimane il clamore mondiale suscitato dal rogo di Kfar Douma ha prodotto soltanto un ordine di “detenzione amministrativa” (carcere senza processo) per sei mesi nei confronti di tre militanti della destra e provvedimenti restrittivi nei confronti di una decina di coloni ed estremisti. Queste persone comunque non sono accusate di essere coinvolte nell’uccissione di Ali e di suo padre.

L’impressione di tanti è che il servizio di sicurezza Shin Bet sia frenato da pressioni politiche. Con un governo che li sostiene apertamente e una Knesset dove hanno decine di parlamentari amici, e qualche volta anche vicini di casa, i coloni israeliani più estremisti si sentono intoccabili.    Non sono intoccabili invece i palestinesi sotto occupazione militare. Le unità scelte dell’esercito israeliano entrano ed escono come vogliono dalle città autonome della Cisgiordania che pure ricadono sotto la piena autorità dell’Anp di Abu Mazen.

   Tuttavia l’altra notte a Jenin, dove erano entrate per catturare un esponente del Jihad, Bassem al Saadi, hanno incontrato una forte resistenza, anche armata, dei palestinesi come non accadeva da anni. Si è scatenata una vera e propria battaglia con l’utilizzo da parte israeliana di mezzi blindati, elicotteri e ruspe. Inizialmente si era parlato di alcuni morti ma lo scontro ha provocato solo feriti, tra cui un soldato forse colpito da “fuoco amico”. Distrutta dagli israeliani la casa della famiglia Abu al Hija, vicina ad Hamas. Le forze di sicurezza dell’Anp sono rimaste chiuse nelle caserme senza intervenire. (Michele Giorgio)

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PALESTINA. KEFIAH, L’ULTIMA FABBRICA

di Pablo Castellani, da “il Manifesto” del 4/9/2015

– Reportage dall’impianto tessile della famiglia Hirbawi, nel centro di Hebron. Oggi ormai sono gli unici a produrre, seguendo i metodi tradizionali, il tipico capo di abbigliamento arabo, divenuto negli anni un simbolo della resistenza dei palestinesi all’occupazione britannica prima e israeliana poi. Indossata negli anni durissimi della prima e della seconda Intifada col tempo la «kufiya» ha assunto il ruolo di simbolo di resistenza per i popoli di tutto il mondo –

   Quindici telai lavorano ininterrottamente producendo un frastuono meccanico assordante. Impossibile comunicare senza dover urlare, ma gli operai non sembrano farci caso: conoscono bene i loro compiti e non hanno bisogno di parlare tra loro se non nelle pause per il tè, sempre disponibile, ben caldo, in un servizio arrangiato al centro del grande capannone illuminato dai neon della fabbrica. Tessuti di vari colori e fantasie fuoriescono dai telai, mentre gli operai passano da una macchina all’altra con in mano un semplice coltello da cucina per eliminare le piccole imperfezioni del prodotto.

   Immagini di Yasser Arafat campeggiano un po’ ovunque nello stanzone della fabbrica. Una gigantografia del leader palestinese accoglie i visitatori nello shop adiacente i macchinari. I ritmi scomposti dei telai arrivano talvolta a sovrapporsi. Per alcuni istanti sembra che i macchinari cerchino di accordarsi, trovare una velocità comune e allora, nell’aria, regna un senso di sospensione, di attesa. Pochi attimi, poi tutto torna all’abituale chiasso che accompagna i lavoratori della Hirbawi Textile Factory .

TELAI E ARAFAT

La fabbrica tessile della famiglia Hirbawi, ad un centinaio di metri dal centro di Hebron, Cisgiordania, è un luogo singolare. È l’unica fabbrica rimasta in tutta la Palestina a produrre le originali kefieh, il tipico capo di abbigliamento arabo, divenuto negli anni un simbolo della resistenza dei palestinesi all’occupazione britannica prima e israeliana poi.

   Non esiste un altro luogo del genere in tutta la Palestina. Sanno di essere, in qualche modo, non solo un’azienda che produce ricchezza e dà lavoro, già fatto questo di per sé speciale, ma anche un fattore di resistenza alla sparizione dei presidi della cultura araba e soprattutto palestinese.

   In tutto il mercato interno della Palestina, da Ramallah, a Gerusalemme, fino a Tel Aviv, la quasi totalità dei commercianti tratta articoli di provenienza cinese. Tutto l’artigianato in vendita è un falso, una replica, uno scialbo tentativo di riprodurre per attrarre il turista alla ricerca di facili ricordi da portare con sé. Il motivo di tutto questo è semplice: le riproduzioni cinesi costano meno della metà degli originali, i guadagni aumentano e i turisti non fanno domande. Sono abituati ad acquistare souvenir senza chiederne la provenienza e, d’altro canto, non c’è possibilità di scelta: tutti vendono più o meno le stesse cose.

   In pochi anni queste repliche di bassa qualità hanno invaso il mercato interno della Terra Santa soffocando l’artigianato locale palestinese, già pesantemente compromesso dalle conseguenze dell’occupazione israeliana e dall’apertura del mercato alla competizione mondiale.

   Queste sono le logiche della globalizzazione. La fabbrica degli Hirbawi, con i suoi quindici dipendenti, rappresenta, pertanto, un caso più unico che raro, con la sua scelta di produrre prodotti di qualità nella terra cui appartengono, anche se a costi un pò più elevati.

   L’azienda esiste dal 1961, quando Yasser Hirbawi, un commerciante palestinese che importava tessuti e kefieh dalla Giordania, decise di investire nell’acquisto di telai per far partire una produzione interna di kefieh.

   Da qui l’acquisto dei primi due telai, due vecchi Suzuki fatti venire dal Giappone, antiche glorie meccaniche ancora oggi in funzione insieme agli altri tredici telai che nel tempo gli sono stati affiancati.

   Yasser Hirbawi intuì, verso la fine degli anni ’90, il bisogno di differenziare il prodotto e cominciò, quindi, a produrre kefieh di fantasie e colori diversi, per andare incontro alle esigenze di mercato, sempre più interessato alle sciarpe palestinesi originali.

   La Hirbawi Textile Factory è diventata nel tempo sinonimo di originali kefieh palestinesi e, ancora più importante, fatte da lavoratori palestinesi. Yasser Hirbawi non c’è più e oggi la fabbrica è gestita dai suoi tre figli che la amministrano nel ricordo di ciò che il loro padre voleva che fosse: una azienda florida che contribuisse a tenere vivo, nel luogo cui appartiene, uno dei simboli più forti della resistenza, ma anche dell’esistenza stessa, del popolo palestinese.

NAKBA E INTIFADA

Racconta Yudeh, uno dei figli di Yasser, responsabile alle vendite, che per i palestinesi la kefiah è un simbolo, un oggetto che rappresenta un forte legame con la terra, con la vita nei villaggi, dei contadini, con la resistenza del popolo e la sua lotta per la causa palestinese. Ha una connessione con la Nakba, la «catastrofe» del 1948. Ha una connessione con Arafat, il quale l’ha resa celebre nel mondo indossandola per tutta la vita.

   I palestinesi l’hanno indossata negli anni durissimi della prima e della seconda intifada e, col tempo, la kefiah ha assunto il ruolo di simbolo di resistenza per i popoli di tutto il mondo, non solo della Palestina.

   Per Yudeh, l’importazione dei modelli cinesi rappresenta il problema più grande che la sua azienda deve affrontare. I prezzi stracciati delle repliche cinesi rappresentano un ostacolo al successo del prodotto originale e, i commercianti locali, anche a causa dei bassi margini di profitto, preferiscono comprare e vendere i modelli cinesi, piuttosto che investire in macchinari e dare vita ad un processo di produzione interno, molto difficile e costoso.

   Il fratello maggiore dei tre Hirbawi, Abel Azim, preferisce parlare del contributo che la fabbrica sta dando nel mantenere viva una parte della cultura palestinese. Qui, dice, si mantiene un collegamento con la cultura e con la terra, non è solo una questione di business. Il nostro prodotto è pieno di significato, continua Abel Azim, facendo notare come il disegno della trama della kefiah ricordi una recinzione, un filo spinato.

   Metafora del dramma palestinese, del muro della separazione. All’interno della fabbrica lavorano attualmente quindici persone, inclusi i membri della famiglia, suddivise nella produzione e nel lavoro di rifinitura delle kefieh, cui provvedono cinque donne chine sulle macchine da cucire in un secondo stabilimento sul lato opposto della strada.

«HATTA»

Nessuno dei fratelli parla volentieri dell’occupazione, dei problemi che la loro città in particolare ha affrontato: Hebron, luogo di conflitti fin dai primi anni del secolo scorso, paradigma del concetto di separazione e segregazione che la politica colonialista israeliana compie nei Territori, con la sua strada «fantasma» Shuhada Street, che taglia la città in due fin dagli accordi di Oslo del 1994 e da allora interdetta agli arabi.

   Gli Hirbawi tengono a sottolineare di non aver particolari problemi nei rapporti con Israele, a patto di ignorare i ritardi nelle spedizioni nei porti israeliani, la necessità di affidarsi a corrieri privati per esportare i propri prodotti, o al fatto che, qualche volta, dalla valigia di un turista, durante i controlli all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, una Hirbawi possa accidentalmente sparire. Dettagli.

   Ma la storia della kefiah, che in queste terre preferiscono chiamare «hatta», come simbolo di lotta, risale a molto prima di Arafat. Tutto inizia con la Dichiarazione Balfour del 1917, un documento del ministro degli esteri britannico Arthur Balfour, indirizzato a Lord Walter Rothschild, esponente di primo piano della comunità ebraica, in cui il governo britannico esprimeva il suo pieno appoggio nel processo sionista di creazione dello stato ebraico in Palestina.

   Questo generò diversi anni dopo la «Rivoluzione della Palestina» che avvenne negli anni dal 1936 al 1939, in pieno mandato britannico. Una rivoluzione nata con lo scopo di contrastare l’appoggio britannico al progetto sionista e l’immigrazione ebraica di massa in Palestina, triste preludio di ciò che poi nel 1948 diverrà la «Nakba», la catastrofe della cacciata della popolazione palestinese dai territori del neo formato stato d’Israele. La cosiddetta de-arabizzazione di Israele che Ben Gurion teorizzava nelle sue riunioni di gabinetto private. La kefiah tradizionale, quella a tinta bianca e nera, veniva indossata dai contadini, mentre gli uomini d’affari usavano un modello completamente bianco.

   Durante la rivoluzione, la popolazione contadina che prendeva parte agli scontri e alle contestazioni, soprattutto nelle città, usava indossare la kefiah per rendersi irriconoscibile. I soldati inglesi cominciarono presto ad imprigionare chiunque indossasse la kefiah, ordinando al tempo stesso che nessun palestinese la indossasse più. Questo causò una reazione inaspettata: i palestinesi cominciarono ad indossarla in segno di protesta e di solidarietà per i combattenti, rendendosi indistinguibili tra di loro. Grazie a questo fatto, i combattenti rivoluzionari potevano quindi dileguarsi nella folla dopo aver compiuto un’incursione nelle città.

   Da qui, l’inizio della lunghissima storia di simbolo di resistenza della kefiah. Secondo Nassar Hibrahim, scrittore e giornalista palestinese, esperto del processo di de-arabizzazione, l’invasione dei prodotti cinesi a svantaggio dell’artigianato locale non è che una conseguenza dell’occupazione israeliana. Se la Palestina potesse disporre della propria economia, controllare le risorse naturali, l’economia interna e l’industria, le cose sarebbero ben diverse oggi, dice Hibrahim.

   L’industria e la produzione di artigianato locale sono stati annientati due volte nella storia recente: durante il mandato britannico e in seguito dall’occupazione israeliana.

   Per il mercato locale non c’è possibilità di competere per via dei costi delle risorse idriche ed elettriche, spesso sottratte alle popolazioni palestinesi dei Territori e poi rivendutegli a prezzi maggiorati. Secondo Hibrahim, il Protocollo di Oslo del 1994 fissa quello che i palestinesi possono esportare ed importare e non è stato stilato per nuocere all’economia israeliana. Il problema è quindi economico, prima che culturale, stando alle sue parole, ma le conseguenze non finiscono qui.

ASSIMILAZIONE E APPROPRIAZIONE

La cultura arabo palestinese è oggi forse più a rischio di quanto non sia mai stata nella sua storia recente. E’ in atto un processo di assimilazione e appropriazione dei capisaldi culturali del popolo palestinese da parte di Israele che altro non è che l’ennesimo capitolo del progetto colonialista dello Stato ebraico. Oggi, nei ristoranti alla moda di Tel Aviv, molti dei piatti della tipica cucina araba, come l’hummus e i falafel, vengono proposti come specialità israeliane, e diversi negozianti vendono abiti femminili di fattura araba come caratteristici di Israele.

   Addirittura, aggirandosi per le strade della città vecchia di Gerusalemme, è possibile trovare kefieh coi colori bianco e blu della bandiera israeliana. Questo è quello che Hibrahim individua come processo di distruzione di una cultura e dell’appropriazione dei suoi capisaldi culturali.

   Questo è il vero e più grave problema, quando provano a distruggere la memoria di un popolo, cambiando la narrazione per annientarne il ricordo. Se cambi la semantica, puoi anche cambiare la storia tanto in profondità da poter cancellare le tracce di un popolo, con la complicità del tempo e di una comunità internazionale sorda alle richieste di giustizia del popolo palestinese. Tra dieci anni, chiosa tristemente Hibrahim, forse anche la kufyiah verrà venduta come un tipico prodotto israeliano. (Pablo Castellani)

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Mur Cremisan
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