MURI E FILI SPINATI contrapposti ad ACCOGLIENZA E SOLIDARIETA’: L’EUROPA NEL CAOS di Stati nazionali che poco condividono tra di loro – Ma l’ONDATA DI PROFUGHI (donne, uomini, bambini… veri, reali), nella difficoltà ad affrontare il problema, fa rinascere l’idea che senza l’EUROPA UNITA non c’è futuro

Migranti vicino a ŠID in SERBIA al CONFINE CON LA CROAZIA il 16 settembre 2015 (foto Antonio Bronic Reuters¬Contrasto): il Centro ANTI-MINE "CENTRO DI AZIONE", attivo in Croazia, ha esortato i migranti a seguire le strade evitando la boscaglia
Migranti vicino a ŠID in SERBIA al CONFINE CON LA CROAZIA il 16 settembre 2015 (foto Antonio Bronic Reuters¬Contrasto): il Centro ANTI-MINE “CENTRO DI AZIONE”, attivo in Croazia, ha esortato i migranti a seguire le strade evitando la boscaglia

   Ogni giorno c’è un nuovo ostacolo per i profughi in cerca della libertà e di andare verso il centro-nord Europa: confini che si chiudono un giorno sì e uno no (dopo l’Ungheria del filo spinato dappertutto, la Croazia dice che, pur solidale, non ce la fa… la Slovenia non esclude un «corridoio per l’Europa», l’Austria è in difficoltà, la stessa Germania disposta ad accoglierne ben un milione, fa fatica a gestire la massa di persone in entrata…). Ma fa specie che i profughi che “deviano” la loro lenta e faticosa marcia verso ovest, verso la Croazia, per evitare il filo spinato ungherese… ebbene loro devono sopportare anche il rischio di poter saltare in aria.

   Se infatti centinaia di profughi bloccati al confine serbo-ungherese si sono messi in marcia per raggiungere la Croazia come nuovo corridoio verso nord (questo per la barriera anti-migranti creata dall’Ungheria poco ad est del territorio croato), la stessa Croazia però ha lanciato l’allarme: nei campi e nelle zone che i rifugiati stanno attraversando ci sono ben 51mila mine inesplose risalenti alla guerra civile della ex Iugoslavia finita vent’anni fa.

Sulle pagine "Refugee Welcome in Croatia" dei social network sono subito apparsi, con tanto di mappa, i consigli delle zone da evitare e delle arterie da non attraversare per il pericolo mine. Gli attivisti hanno diffuso le mappe per indicare le mine piazzate: riportano macchie rosse lungo tutto il tratto del fiume Drava a nord di Osijek (dal confine serbo a quello ungherese) ma anche per una quindicina di chilometri a sud-est di Vinkovci e in altre cinque aree del paese, meno estese. Negli ultimi anni più di 500 persone sono state uccise dalle mine della guerra serbo croata del 1991-95, come riporta il Croatian Mine Action Centre (cromac). La maggior parte delle aree a rischio è stata sminata ma si suppone che l'1% del territorio croato sia ancora pieno di pericolosi ordigni. Un nuovo terribile ostacolo verso il futuro. (da http://www.huffingtonpost.it/2015/09/16/ )
Sulle pagine “Refugee Welcome in Croatia” dei social network sono subito apparsi, con tanto di mappa, i consigli delle zone da evitare e delle arterie da non attraversare per il pericolo mine. Gli attivisti hanno diffuso le mappe per indicare le mine piazzate: riportano macchie rosse lungo tutto il tratto del fiume Drava a nord di Osijek (dal confine serbo a quello ungherese) ma anche per una quindicina di chilometri a sud-est di Vinkovci e in altre cinque aree del paese, meno estese.
Negli ultimi anni più di 500 persone sono state uccise dalle mine della guerra serbo croata del 1991-95, come riporta il Croatian Mine Action Centre (cromac). La maggior parte delle aree a rischio è stata sminata ma si suppone che l’1% del territorio croato sia ancora pieno di pericolosi ordigni. Un nuovo terribile ostacolo verso il futuro. (da http://www.huffingtonpost.it/2015/09/16/ )

   Quest’ultima cosa, questo nuovo pericolo, aggiunge elementi drammatici al già drammatico esodo di popolazioni verso l’Europa: il fatto che i profughi rischiano di calpestare nel suolo europeo le mine della guerra civile balcanica finita solo nel 1995…. tutto questo rendono quasi irreali (ma irreali non lo sono proprio!) gli accadimenti che ora ci passano sotto il nostro sguardo, che leggiamo o vediamo nei telegiornali (ora, come vent’anni fa accadeva nelle truci violenze etniche della ex Iugoslavia), a poche centinaia di chilometri da noi, senza che abbiamo una seria capacità di incidere positivamente e concretamente sul fenomeno, su tragici avvenimenti di allora e di adesso (pur nella loro assoluta diversità, – allora la violenza e la carneficina della guerra civile -, ora il flusso di migranti in marcia senza una meta precisa: i più vorrebbero essere accolti dalla Germania, o l’Austria; altri diretti verso i paesi Scandinavi).

   Prosegue poi il disorientamento dell’Europa politica; come prosegue a grandi passi LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE. E nel penoso annaspare della Commissione Europea (che dovrebbe essere il “governo comune”) BERLINO SI MUOVE PER CONTO DEL RESTO D’EUROPA, l’unico Paese, la Germania, che ha saputo dare una risposta adeguata all’ondata di uomini, donne, bambini che arrivavano nel nostro continente (pur criticata la Germania, che accoglierebbe solo i siriani…). Ed è una risposta, quella tedesca di accogliere un milione di profughi, che sembra al passo con un rilancio dell’economia e della demografia europea (leggete i primi due articoli di questo post che inquadrano questo concetto).

La cartina prima riportata viene accompagnata ad un'altra che avverte che la rotta attraverso Macedonia e Serbia è ormai interrotta ("CLOSED" con tre punti esclamativi) dalla barriera di filo spinato ungherese. La freccia che indica ai migranti dove andare fa quindi una deviazione verso ovest tracciando l' "OPEN ROUTE", appunto attraverso la Croazia, dove però ci sono i campi minati lungo la Drava
La cartina prima riportata viene accompagnata ad un’altra che avverte che la rotta attraverso Macedonia e Serbia è ormai interrotta (“CLOSED” con tre punti esclamativi) dalla barriera di filo spinato ungherese. La freccia che indica ai migranti dove andare fa quindi una deviazione verso ovest tracciando l’ “OPEN ROUTE”, appunto attraverso la Croazia, dove però ci sono i campi minati lungo la Drava

   Ma di fronte al fenomeno che sta abbattendosi sui nostri confini e sfidando le nostre società, neppure la grande, ricca, potente Germania può farcela da sola. Ha bisogno che anche gli altri facciano la loro parte.

   Sulla questione migratoria sta riaffiorando un antico spartiacque geoculturale che la retorica europeista voleva sepolto. Al CENTRO-EST del continente, tra Balcani e Baltico, persiste una RADICATA CONCEZIONE ETNICA DELLO STATO (l’Ungheria è la patria degli ungheresi, la Polonia dei polacchi, etc…). All’Ovest resiste, pur con difficoltà, L’IDEA DI CITTADINANZA. Pertanto, geograficamente siamo tutti europei. Ma culturalmente e politicamente apparteniamo a visioni diverse nel pensare la convivenza nei territori in cui viviamo.

MURI E FILI SPINATI AI CONFINI UNGHERESI
MURI E FILI SPINATI AI CONFINI UNGHERESI

   Quel che è sicuro in quel che accade in Europa in questo nostro presente è il fatto che siamo davanti a un mondo nuovo che ha preso il posto del vecchio. Perché si accetta l’universalità delle merci, degli scambi, degli spostamenti di persone e capitali ma non si accetta l’universalità dello stato di diritto? E questo mondo nuovo, con popolazioni che in massa si spostano, nella loro impetuosa avanzata stanno mettendo in crisi istituzioni e convenzioni adatte al vecchio mondo ma non a quello che sta accadendo realmente adesso, alla nuova situazione che si è creata, che si sta creando (cioè: niente sarò come prima).

   Questo flusso inarrestabile non può essere fermato né con fili spinati o muri, né con lo slogan di chi dice “aiutiamoli a casa loro”. Né tantomeno con la proposta limitata di “colpire gli scafisti” (dove? come?).

CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

   Più interessante invece è pensare i ripristinare condizioni di pace, sviluppo e vivibilità in quelle aree dell’Africa (settentrionale, come la Libia, o subsahariana…) e del Medio Oriente (per tutte, la Siria) superando i dittatori impresentabili (Assad…) o risolvendo con opera di mediazione capace là dove esiste guerra civile e/o anarchia totale…(la Libia). Incentivando il rispettoso contributo di tutti quelli che ci stanno a una proposta di sviluppo, ed estirpando con determinazione quel cancro chiamato “STATO ISLAMICO”.

   Su questo fronte sembrano esserci nuove possibilità (nell’immediato presente, in queste ore) di “unirsi” tra i grandi del mondo (Obama, Putin…) che entrambi va a loro discapito il degradare internazionale sempre più incontrollabile della situazione geopolitica in così tante fasce di mondo (aventi come baricentro in particolare proprio il Meditterraneo). Se così fosse (cioè una presa di coscienza e di buona volontà dei “grandi” con il superamento di vecchie oligarchie di potere – come in Siria –) si potrebbero creare condizioni di “nuova vivibilità” dove questa marea di profughi planetari (e in Europa in fondo ne sta arrivando una ristrettissima minoranza…) potrebbero tornare ai loro luoghi di origine, ai loro villaggi o città, e lì ricostruirsi un futuro che pure li sollevi da miserie e oppressioni. Meglio ancora sarebbe che di qui a poco si procedesse a determinare, al di là degli umori e delle azioni dei “grandi della Terra” la costruzione di un GOVERNO MONDIALE DEL PIANETA, in grado di farsi carico ed avere l’autorità e l’autorevolezza di incidere concretamente nei processi economici, nei conflitti locali…

   Ora come ora, nella necessità di trovare soluzioni atte a fermare non con il filo spinato il flusso di migranti-profughi, su questa necessità, l’Europa si trova ad avere un altro compito da svolgere (oltre quello ora di accogliere i profughi), fatto di azione di politica estera virtuosa, per dare un contributo determinante di mediazione e risoluzione del conflitto globale ora in corso. (s.m.)

………………….

CRISI E ACCOGLIENZA

L’EUROPA, I RIFUGIATI E IL CAPITALE UMANO DEI NUOVI CITTADINI

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 19/9/2015

– L’Ue stenta a trovare una rotta sicura e condivisa nella gestione dei migranti. Anzi, le emozioni contrapposte stano provocando una nuova frattura tra Est ed Ovest dopo quella tra Nord e Sud causata dal caso greco –

   Sommerse da immagini sconvolgenti – il bambino morto sulla spiaggia turca, le orde di disperati in marcia, i fili spinati nel cuore dell’Europa, la successione di naufragi nel Mare Nostrum – le opinioni pubbliche europee e i rispettivi governi stanno reagendo, nel bene e nel male, sull’onda delle emozioni.

   Da una parte, gli slanci di solidarietà, i dibattiti finalmente alti sul dovere di accoglienza, le iniziative coraggiose, innescate dai due messaggi più forti e responsabili che si sono sentiti in queste settimane: quello politico di Angela Merkel e quello spirituale di papa Francesco, i due soli grandi leader di cui dispone oggi l’Europa.

   Dall’altra parte, le nuove chiusure, i nuovi muri che si alzano nell’Europa dell’Est, la precipitosa messa in discussione di Schengen, i propositi di chiusura delle frontiere, le tentazioni militari con il freno tirato, l’eco mai sopita dei movimenti xenofobi che alimentano la paura dell’invasione.

   Fra emozioni contrapposte, l’Europa stenta a trovare una rotta sicura e condivisa nella gestione di profughi e migranti. Anzi, le emozioni contrapposte stanno provocando una nuova frattura, fra Est e Ovest dell’Europa, dopo la frattura Nord-Sud nella gestione della crisi greca.

   A ben vedere, l’eccesso di emotività condiziona la questione immigrazione, mentre l’eccesso di razionalità contabile ha impedito una soluzione rapida e tutto sommato meno dolorosa della crisi greca. Le cronache della fuga di massa da guerre e distruzioni hanno esaltato il fattore umano che pochi hanno invece voluto vedere nelle sofferenze inflitte ai cittadini europei della Grecia.

   Su entrambi i fronti, è venuta a mancare una valutazione dei fenomeni più realistica, cioè una corretta combinazione di dati economici e attenzione a fattori sociali. Fiumi d’inchiostro sono stati versati inutilmente per evidenziare la sproporzione fra l’entità del debito greco e il costo oggettivo del salvataggio, mentre risorse infinitamente più grandi venivano bruciate dalle borse asiatiche.

   E fiumi d’inchiostro vengono versati ora per raccontare le cronache dell’«invasione», mentre si stenta a valutare quanto l’«invasione» sarebbe economicamente gestibile rispetto alle risorse disponibili e socialmente necessaria rispetto all’evoluzione demografica e del mercato del lavoro.

   In altre parole, le problematiche collegabili al capitale finanziario continuano a essere valutate e gestite in modo disgiunto dalle problematiche collegabili al capitale umano, mentre una riflessione puntuale su costi e benefici di entrambe le problematiche avrebbe risultati sicuramente più confortanti.

   Del costo oggettivo della crisi greca si è detto. PER QUANTO RIGUARDA LA GESTIONE PROFUGHI, BASTEREBBE TENERE PRESENTE ALCUNI DATI. Gli STATI UNITI, con poco più della metà della popolazione europea, HANNO ACCOLTO FRA IL 2000 E IL 2013, QUASI 12 MILIONI DI NUOVI CITTADINI, quasi un milione all’anno. Si calcola che i clandestini siano 11 milioni. Il 20 per cento degli immigrati nel mondo va verso gli Usa (5 per cento della popolazione mondiale).

   TURCHIA, GIORDANIA e LIBANO OSPITANO CIRCA IL 90 PER CENTO DEI QUATTRO MILIONI DI PROFUGHI SIRIANI, mentre l’Europa discute sul come distribuire quanti profughi ha più o meno ospitato il solo Egitto (132.000).

   Messe da parte le emozioni contrapposte, non sarebbe così difficile accettare l’idea che L’EUROPA NECESSITA DI UN FLUSSO COSTANTE E IMPORTANTE DI NUOVI CITTADINI PER GARANTIRE LA SOPRAVVIVENZA STESSA DEL PROPRIO SISTEMA DI SVILUPPO E GARANZIE SOCIALI. E che il costo di questi flussi è largamente sopportabile rispetto alle risorse disponibili e infinitamente inferiore a risorse sprecate in bolle finanziarie e operazioni militari all’origine della destabilizzazione di intere regioni del mondo.

   Molto si è discusso anche delle ragioni che hanno spinto Angela Merkel a rompere gli indugi e a dare un segnale all’Europa. Fra queste, c’è sicuramente un po’ di razionalità tedesca, ossia la consapevolezza della posta in gioco per il futuro del Paese. L’accoglienza è un dovere, ma la Germania sa di avere bisogno di braccia. E le cerca dove ci sono. Anzi, le aspetta. (Massimo Nava)

……………………..

SARANNO I MIGRANTI A SALVARE L’EUROPA

di Thomas Piketty, da “la Repubblica” del 19/9/2015

   Lo slancio di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo. Quantomeno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione.

   Tutto concorre in tal senso: il nostro INVECCHIAMENTO AUTODISTRUTTIVO lo impone, il nostro MODELLO SOCIALE lo consente e l’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA DELL’AFRICA abbinata al RISCALDAMENTO GLOBALE lo esigerà sempre di più.

   Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che PRIMA DELLA CRISI FINANZIARIA L’EUROPA SI AVVIAVA A DIVENTARE LA REGIONE PIÙ APERTA DEL MONDO IN TERMINI DI FLUSSI MIGRATORI. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere.

   Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.

   Facciamo un passo indietro. Nel 2015 l’Unione Europea conta quasi 510 milioni di abitanti, contro circa 485 milioni nel 1995 (considerando le frontiere attuali dell’Unione). Questa progressione di 25 milioni di abitanti in vent’anni di per sé non ha niente di eccezionale (appena lo 0,2 per cento di crescita annuo, contro l’1,2 per cento della popolazione mondiale nel suo insieme nello stesso periodo).

   Ma il punto importante è che tale crescita è dovuta, per quasi tre quarti, all’apporto migratorio (più di 15 milioni di persone ). Tra il 2000 e il 2010, l’Unione Europea ha accolto quindi un flusso migratorio (al netto degli espatri) di circa 1 milione di persone all’anno, un livello equivalente a quello degli Stati Uniti, con in più una maggiore diversità culturale e geografica (l’islam rimane marginale Oltreatlantico ).

   In quell’epoca non così remota in cui il nostro continente sapeva mostrarsi (relativamente) accogliente, la disoccupazione in Europa era in calo, almeno fino al 2007-2008.

   Il paradosso è che gli Stati Uniti, grazie al loro pragmatismo e alla loro flessibilità di bilancio e monetaria, si sono rimessi molto in fretta dalla crisi che essi stessi avevano scatenato. Hanno rapidamente ripreso la loro traiettoria di crescita (il Pil del 2015 è del 10 per cento più alto di quello del 2007 ) e l’apporto migratorio si è mantenuto intorno a 1 milione di persone l’anno.

   L’Europa, invece, impantanata in divisioni e posizioni sterili, non è mai riuscita a tornare al livello di attività economica precedente la crisi, e le conseguenze sono state la crescita della disoccupazione e la chiusura delle frontiere. L’apporto migratorio è precipitato drasticamente da 1 milione di persone l’anno fra il 2000 e il 2010 a meno di 400.000 fra il 2010 e il 2015.

   CHE FARE?

   IL DRAMMA DEI RIFUGIATI POTREBBE ESSERE L’OCCASIONE, PER GLI EUROPEI, DI USCIRE DALLE LORO PICCOLE DIATRIBE E DAL LORO EGOCENTRISMO. APRENDOSI AL MONDO, RILANCIANDO L’ECONOMIA E GLI INVESTIMENTI (case, scuole, infrastrutture), respingendo i rischi deflazionistici, l’Unione Europea potrebbe tornare senza alcun problema ai livelli migratori registrati prima della crisi.

   L’apertura manifestata dalla Germania al riguardo è una notizia ottima per tutti coloro che si preoccupavano dell’ammuffimento e dell’invecchiamento dell’Europa.

   Certo, qualcuno potrebbe sostenere che la Germania non ha scelta, tenuto conto della sua bassissima natalità: secondo le ultime proiezioni demografiche dell’Onu, che pure sono basate su un flusso migratorio due volte più elevato in Germania che in Francia nei prossimi decenni, la popolazione tedesca passerebbe dagli 81 milioni odierni a 63 milioni di qui alla fine del secolo, mentre la Francia, nello stesso periodo, passerebbe da 64 a 76 milioni.

   Qualcuno potrebbe ricordare anche che il livello di attività economica osservato in Germania è in parte la conseguenza di un gigantesco surplus commerciale, che per definizione non potrebbe essere esteso a tutta l’Europa (perché non ci sarebbe nessuno sul pianeta in grado di assorbire una tale quantità di esportazioni).

Ma questo livello di attività si spiega anche con l’EFFICACIA DEL MODELLO INDUSTRIALE TEDESCO, che si fonda in particolare su un FORTISSIMO LIVELLO DI COINVOLGIMENTO DEI DIPENDENTI E DEI LORO RAPPRESENTANTI (che hanno la metà dei seggi nei consigli d’amministrazione ), e a cui faremmo bene a ispirarci.

   Soprattutto, l’atteggiamento di apertura verso il mondo manifestato dalla Germania invia un messaggio forte agli ex Paesi dell’Europa dell’est membri dell’Unione Europea, che non vogliono né bambini né migranti e la cui popolazione messa insieme, sempre secondo l’Onu, dovrebbe passare dagli attuali 95 milioni a poco più di 55 entro la fine del secolo.

   La Francia deve rallegrarsi di questo atteggiamento della Germania e cogliere l’opportunità per far trionfare in Europa una visione aperta e positiva verso i rifugiati, i migranti e il mondo. (Thomas Piketty, traduzione di Fabio Galimberti)

…………………………

CROAZIA, I PROFUGHI A RISCHIO MINE

16.09.2015 – da Corriere del Ticino

– Dalla guerra dei Balcani ne sono rimaste interrate circa 51.000 – Circola una mappa che indica i campi minati –

   Il “muro ungherese”, la barriera di filo spinato anti-migranti, sta deviando i profughi su un sentiero pericoloso della “rotta balcanica”: i campi minati ancora presenti in Croazia dopo il conflitto dei primi anni Novanta.

   Il rischio viene segnalato da un’autorevole Ong, media e attivisti che aiutano i profughi siriani a raggiungere l’Europa. Le mine della Guerra di indipendenza croata del 1991-’95 sono “circa 51.000”, stima “Centro di azione” attivo in Croazia per far fronte all’esplosiva eredità di quel conflitto. Il governo di Zagabria sostiene che i campi minati sono chiaramente indicati da grandi cartelli, ma il pericolo che i migranti non li vedano o li sfidino pur di arrivare in Slovenia e poi in Austria (la porta dell’agognata Germania) è reale: il Centro anti-mine ha infatti esortato i migranti a seguire le strade evitando la boscaglia.

   Del resto la via è aperta: il premier croato Zoran Milanovic ha detto che il suo paese lascerà passare i migranti e i profughi che nelle ultime ore hanno cominciato ad affluire in Croazia per aggirare il muro anti immigrati ungherese.

   A mettere in guardia i migranti è anche “Medici senza frontiere” (Msf), l’organizzazione internazionale privata che porta soccorso sanitario nelle zone di crisi. “C’è bisogno di rotte sicure e legali adesso: i profughi alla ricerca di vie per aggirare le nuove restrizioni frontaliere potrebbero inavvertitamente incappare in campi minati dei Balcani”, si afferma in un suo tweet che fa implicito riferimento alla barriera anti-migranti creata dall’Ungheria poco ad est del territorio croato reso pericoloso dalle mine.

   Ma non tutti i profughi accedono ad internet e hanno modo di scavare nei milioni di tweet. Per questo attivisti stanno diffondendo pratiche cartine. Una mappa riporta macchie rosse lungo tutto il tratto del fiume Drava a nord di Osijek (dal confine serbo a quello ungherese) ma anche per una quindicina di chilometri a sud-est di Vinkovci e in altre cinque aree del paese, meno estese.

   La cartina viene accompagnata ad un’altra che avverte che la rotta attraverso Macedonia e Serbia è ormai interrotta (“CLOSED” con tre punti esclamativi) dalla barriera di filo spinato ungherese. La freccia che indica ai migranti dove andare fa quindi una deviazione verso ovest tracciando l’ “OPEN ROUTE”, appunto attraverso la Croazia, dove però ci sono i campi minati lungo la Drava: l’eredità di un passato recente in cui il territorio europeo era solcato da confini difesi con le armi. E con le mine piazzate durante il conflitto tra le forze leali al governo della Croazia appena resasi indipendente e l’Armata Popolare Jugoslava, controllata da forze serbe.

Uno dei 19mila campi minati in BOSNIA
Uno dei 19mila campi minati in BOSNIA

……………………..

“LASCIATECI PASSARE”: I MIGRANTI SFONDANO IL MURO DELLA CROAZIA. SCONTRI CON LA POLIZIA

di Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubbica” del 18/09/2015

– In migliaia si accalcano davanti alla stazione di TOVARNIK e danno l’assalto al cordone di agenti, per salire sui treni per la Germania – Zagabria e la Slovenia: “Chiudiamo le frontiere”. –

TOVARNIK – “TRENO, treno, vogliamo il treno”. La folla si alza in piedi, raccoglie le borse e gli stracci che si trascina da due settimane e segue l’urlo ritmato dei più giovani. Sono le 13 di una giornata caldissima. Il sole picchia a oltre 40 gradi e le 7-8 mila persone che assediano la piccola stazione di Tovarnik, borgo agricolo lungo il confine tra Serbia e Croazia, esplodono con altre urla e fischi assordanti. Sono tutti stravolti, esasperati, confusi. Ma non demordono. Sono decisi a proseguire il loro esodo. Vogliono arrivare in nord Europa.

   Avvolti da un vero girone dantesco, in mezzo a migliaia di uomini e donne che dormono, bevono, si lavano con le bottiglie d’acqua lanciate in aria assieme a panini e frutta, seguiamo il flusso dei più decisi che avanza lungo la massicciata dei binari. Zagabria è a oltre 200 chilometri. I migranti e i rifugiati non lo sanno. Ma anche se lo sapessero non si farebbero fermare da una distanza che ormai non calcolano più. Sono in viaggio da due settimane. Hanno superato cordoni dell’esercito e della polizia, affrontato mari in burrasca, superato valli e montagne, camminato senza sosta notte e giorno, pagato il pizzo alle diverse mafie trovate lungo il percorso. Hanno imparato tecniche di sopravvivenza e gestito gli imprevisti. Si sono lasciati alle spalle sangue, morte e terrore. Sognano una vita diversa.

   Gli scontri esplodono all’improvviso. Il cordone di agenti speciali, i manganelli in pugno, forma un fitto cordone a un chilometro di distanza. La folla fischia e urla. Come guerrieri senza terra e armi cerca il coraggio che ha consumato lungo il cammino. Le prime file arrivano a un metro. Alzano le mani, agitano i pugni, chiedono di passare. La folla preme da dietro; spinge i primi sui poliziotti. Lo scontro è rapido, violento. I manganelli sferzano colpi sui corpi che cadono a terra e cercano riparo con le mani. Molti restano feriti.

   La pressione è troppo forte. Nuovi corpi cadono sui primi. Ci sono anche dei bambini, portati in braccio dai genitori. Piangono, si lamentano. Sono sballottati, strattonati. Ma restano ancorati alle braccia possenti di questi padri e di queste madri che spingono, urlano di nuovo con la forza della disperazione. La folla è presa dal panico. Continua ad avanzare, travolge i poliziotti che finiscono anche loro a terra, di lato, scivolando sulla ghiaia dei binari e rotolando lungo la massicciata. Il governo è in piena emergenza. E minaccia di chiudere i confini con la Serbia se arriveranno altri profughi. Stessa mossa della Slovenia, che reintriduce controlli alle frontiere con l’Ungheria.

   Il ministro dell’Interno Ranko Ostojic ha detto che «la Croazia ha esaurito le sue capacità di accoglienza » e ha chiesto uno stop degli arrivi. Il governo ha creato un gabinetto di crisi per fronteggiare un flusso umano che ha raggiunto 15 mila persone. La realtà ha superato l’imbarazzo e le divisioni dell’Europa. Si è creato un corridoio che si snoda come un serpente tra la Turchia e la penisola Scandinava. Lo abbiamo percorso anche noi. Un piccolo tratto di dieci chilometri. Nella terra di nessuno che divide Serbia e Croazia. Un dedalo di sentieri in mezzo ai campi di pannocchie. Accompagniamo quattro ragazzi siriani di Homs.

   Studenti di medicina. Hanno resistito per quattro anni. Senza più casa, costretti a girare armati, scivolando radenti ai muri per evitare i cecchini, attraversando di corsa strade e piazze sventrate dalle esplosioni e dai razzi dei mortai. «Restare», racconta Mohammed mentre camminiamo sotto un sole implacabile, «era impossibile. La morte ci circondava. I miei genitori sono a Monaco. Mi chiamavano tutti i giorni, mi imploravano di partire. Ma io volevo restare. Homs era la mia vita. C’ero cresciuto, avevo studiato, giocavo a calcio in seconda categoria».

   «Non è stato facile arrivare fin qui», riprende Mohammed. «Ho dovuto pagare 50 mila dollari. Finora. Per ogni passaggio. A terra e in mare. Tra la Turchia e la Grecia siamo naufragati. Ma abbiamo avuto fortuna. Ci ha salvato una nave della Marina militare. Ci ha portati ad Atene. E da lì abbiamo proseguito. In bus, in auto, moltissimo a piedi. La mafia? E’ ovunque. Ma è diversa a secondo dei paesi. Per mafia intendo anche i gruppi improvvisati. Come gli afgani. Migranti. In Macedonia, in cima ad una montagna, con un freddo che ti entrava nelle ossa, ci hanno spogliati dei nostri giacconi. Ci hanno puntato le pistole in faccia – prosegue Mohammed -. Al confine con la Serbia ho dovuto consegnare il mio cellulare. Ora uso quello di mio cugino. E’ dietro di noi. Va piano, è troppo lento. Glielo dico sempre di andare più in fretta. E’ pericoloso. Se ti isoli vieni derubato. Dobbiamo stare sempre uniti. Solo così arriveremo in Germania. Perché ci arriviamo. Non credi? Sì, lo so: la Slovenia adesso blocca le frontiere. E’ difficile capire questa Europa».

   Una navetta di autobus organizza il deflusso dalla stazione verso Prijevoz, 20 chilometri più a ovest. Da lì un treno porterà tutti a Zagabria. Mohammed salta sul primo che arriva. Dietro, in lontananza, avanza un altro fiume umano. A ondate. Inarrestabile. (Daniele Mastrogiacomo)

………………………….

SFIDA SUI PROFUGHI NEI BALCAN:I L’UNGHERIA ACCUSA LA CROAZIA

di Francesco Battistini, da “il Corriere della Sera” del 19/9/2015

– Zagabria li rispedisce ai vicini. La Slovenia non esclude un «corridoio per l’Europa» –

ZAGABRIA – «Dove si prendono i pullman per DOBOVA?». Si chiudono altre porte, ma le gambe sono più veloci dei proclami. Chi entra in Europa è più deciso di chi vuole sbatterlo fuori. Alla stazione di Zagabria, mentre il premier croato Zoran Milanovic annuncia che sbarrerà le frontiere con la Serbia e rispedirà tutti in Ungheria — «sono arrivati oltre 15.000 profughi, non possiamo prenderne altri» — un gruppo di siriani è già in marcia per il confine successivo: la Slovenia.

   «Non daremo alcun corridoio per l’Europa», dicono in un primo tempo a Lubiana ma in serata ci ripensano e non escludono più il «passaggio umanitario» che potrebbe far arrivare i rifugiati fino alle porte dell’Italia.

   Vengono da IDLIB, terra Isis, e non sarà un gendarme balcanico a spaventarli: «Tornare indietro è impossibile — dice Abu Mohamed —. Non abbiamo né i soldi, né la forza. Voglio solo dire ai croati di non aver paura di noi, siamo gente tranquilla. Il terrorismo non cammina con noi». Parole inutili. La Croazia è già Ue, ma non ancora Schengen.

   L’Ungheria e la piccola Slovenia sono sia Ue che Schengen: teneteveli voi, dice Zagabria. L’onda deve tornare da dov’è venuta: mille siriani e afghani vengono rispediti al mittente con un treno, stazione di MAGYARBOLY, Ungheria.

   Altri seguiranno, per un corridoio che raggiunga il Nord Europa: «Voi siete i benvenuti — dice il premier a chi è già entrato —. Avrete cibo, acqua, medicine. Poi però ve ne andrete». Dove? «Budapest ha chiuso le frontiere col filo spinato. Non è una soluzione, ma non lo è nemmeno tenere questa gente in Croazia. Noi non diventeremo un hotspot per l’Europa: abbiamo un piano B». Sospesi tutti i collegamenti ferroviari da e per la Serbia, apertura d’un solo valico stradale su otto. Milanovic allarga le braccia: «Che altro possiamo fare? Abbiamo un cuore, ma anche una testa».

   Tutti contro tutti. FRA BUDAPEST E ZAGABRIA SIAMO QUASI ALLA CONVOCAZIONE DEGLI AMBASCIATORI: gli ungheresi accusano i croati d’incoraggiare l’illegalità. La Slovenia schiera la polizia sull’autostrada a OBREZJE e chiude i binari da Zagabria: 150 profughi vengono spediti in un centro a 50 km da Lubiana, un siriano l’hanno ripescato che nuotava in un fiume sul confine. L’impreparazione è la sola cosa che unisce i governi investiti dalla nuova ondata. «Non volevamo rivedere certe scene ai confini e l’unico dato positivo è che abbiamo mostrato al mondo le nostre buone maniere», è critica col suo governo la presidentessa croata Kolinda Kitarovic, in un clima già caldo per le elezioni: per il resto «l’organizzazione s’è rivelata inadeguata».

   A BELI MANASTIR, è emergenza vera: scontri fra afghani e siriani, migliaia a dormire per terra da un distributore a un parcheggio. Molti camminano lungo il Danubio, ma al confine serbo di TOVARNIK è facile attraversare i campi di grano ed entrare nell’Ue. La polizia croata tenta una selezione, donne e bambini al centro d’accoglienza, indietro gli uomini, ma come piano B non sembra granché. E pure la mossa d’imitare gli ungheresi e d’alzare i ponti levatoi ha un che d’improvvisato: «La solidarietà dei croati dura solo due giorni — protesta il serbo Vulin, ministro d’un Paese che è l’anello debole della catena — non possiamo pagare noi il prezzo dell’incapacità altrui. Se le frontiere rimangono chiuse, porteremo Zagabria davanti alle corti internazionali».

   Ha da ridire pure Orbán, il leader ungherese. Che alza una nuova barriera sul confine croato — 41 chilometri di filo spinato e 1.800 soldati, «il resto lo farà il fiume Drave che è difficile da attraversare» —, chiude la frontiera rumena sul Mures e intanto definisce «totalmente inaccettabile» il comportamento croato: «Noi ci siamo attrezzati in nove mesi, loro sono già al collasso dopo un giorno».

   È un altro effetto collaterale: «NEI BALCANI — dice Dejan Jovic, politologo di Zagabria — SI RISENTONO ECHI DEL PASSATO. La retorica delle destre rispolvera l’antico ruolo di baluardo continentale contro le invasioni turche. E per i populisti è facile dire che le primavere arabe ci stanno portando solo una cosa: L’AUTUNNO EUROPEO». (Francesco Battistini)

……………………

LA CROAZIA SPINGE VIA I PROFUGHI. UNGHERIA E SLOVENIA SI BARRICANO

di Giordano Stabile, da “la Stampa” del 19/9/2015

– Il governo: sono troppi, non possiamo tenerli. E li porta con i pullman ai confini Germania ai paesi dell’Est: pronti a decidere a maggioranza al vertice Ue –

   Respinti, ricollocati, caricati su pullman e portati di corsa verso frontiere che si chiudono una dopo l’altra. Per i profughi arrivati dalla Siria, e da altri Paesi asiatici devastati da guerre civili e terrorismo islamista come Pakistan e Afghanistan, i Balcani si sono trasformati in una trappola. Il gesto di generosità della Croazia, che mercoledì di fronte alle immagini dei gas lacrimogeni e degli spray urticanti usati dalla polizia ungherese aveva spalancato i confini, si è infranto dopo due giorni contro le difficoltà organizzative, le divisioni politiche interne. Un cambio di registro brutale, riassunto da una frase del ministro dell’Interno, Ranko Ostojic: «Siamo saturi».

NUOVO MURO IN COSTRUZIONE

In meno di 48 ore sono arrivati in Croazia «oltre 15 mila» rifugiati. Il Paese non ha le strutture per ospitarle. Il premier Zoran Milanovic aveva preso la decisione convinto di poter fare solo da transito. Il Paese è parte dell’Unione europea, ma non di Schengen, la logica voleva che i profughi puntassero subito verso la Slovenia per entrare nello spazio di libera circolazione. Non è andata così. Lubiana ha bloccato i passaggi, sospeso i collegamenti ferroviari, annunciato di voler sospendere Schengen per scoraggiare il transito attraverso il suo territorio e accusato Zagabria di non ottemperare al regolamento di Dublino che impone la registrazione dei profughi.

   Il governo croato sì è irrigidito. Milanovic ha avvertito l’Europa: «Abbiamo un cuore ma anche una testa. Daremo cibo, acqua e assistenza sanitaria ai profughi e poi se ne possono andare. Non diventeremo un hotspot». Tradotto: non saranno né ospitati né registrati ma spinti verso i Paesi vicini.

   Ieri mattina un migliaio di profughi sono stati caricati su venti pullman e portati alla frontiera ungherese, ai valichi Szentgotthard e Vamosszabadi, vicini anche all’Austria. La risposta dell’Ungheria è arrivata dal premier Viktor Orban. Il via libera alla costruzioni di un muro anche alla frontiera con la Croazia, dopo quelli con la Serbia e la Romania. «Costruisco muri – si è giustificato Orban – perché nessuno ci aiuta. Né i vicini, né l’Europa».

    Il confine con la Croazia è lungo quasi 300 chilometri, ma in gran parte delimitati dal fiume Drava, difficilissimo da attraversare. Il muro coprirà solo i 41 chilometri di terraferma. Per Zagabria e i 15 mila profughi prigionieri sul suo territorio contro la loro volontà è un colpo al cuore. Fra due settimane si vota. Il Paese è spaccato a metà fra i socialdemocratici del premier Milanovic e i nazionalisti della presidente Kolinda Grabar-Kitarovic che ha già evocato l’uso dell’esercito.

IL VERTICE DI LUNEDÌ

Lunedì la questione croata sarà un ulteriore problema al vertice dell’Ue sulla crisi dei rifugiati. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha avvertito i Paesi dell’Est, i più rigidi: se non ci sarà «un’altra strada» si va verso «un voto a maggioranza» per superare il loro ostruzionismo alle quote vincolanti. Bruxelles, però, potrebbe estendere i benefici del ricollocamento, inizialmente previsti solo per Italia e Grecia, anche a Ungheria, Croazia e Slovenia. (Giordano Stabile)

……………………..

GLI INFETTI

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 16/9/2015

– Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali –

   Prima con la crisi greca, quando ci siamo divisi lungo la faglia Nord-Sud, ovvero “formiche” contro “cicale”, spingendoci a evocare per la prima volta l’espulsione di un inquilino per morosità. Poi, medicata ma non curata tanta ferita, ecco lo tsunami dei migranti. Stavolta la partizione distingue, zigzagando, l’Est dall’Ovest, ossia alcuni paesi in paranoia xenofoba da altri che cercano di non farsene contagiare, aggrappandosi ai valori fondativi della moderna civiltà europea.

   I muri portanti dell’architettura comunitaria si stanno sbriciolando. Al loro posto proliferano arcigni tramezzi o loro surrogati in lamiera e filo spinato. A disegnare sinistre enclave protette, che si vorrebbero impenetrabili ai migranti d’ogni sorta, profughi inclusi. Neanche fossero portatori d’infezione culturale. Forse però gli infetti siamo noi.    Come possiamo considerarci associati in una comunità di destino con un paese come l’Ungheria, che nel 1956, invasa dai carri sovietici, suscitò in Europa occidentale (Italia compresa) una gara di solidarietà con i suoi profughi, e che oggi si trincera dietro un muro, dichiara criminali coloro che vorrebbero passarlo e mobilita polizia ed esercito contro chi s’azzarda a bucarlo?

   Quando nel 2000 i “liberali” austriaci di Jorg Haider furono ammessi al governo dell’Austria, gli altri quattordici Stati membri (l’Ungheria e gli altri ex satelliti di Mosca erano ancora in lista d’attesa) imposero blande sanzioni politiche a Vienna. Oggi a Budapest domina, legittimato dal voto popolare, un carismatico leader xenofobo, Viktor Orbán, rispetto del quale Haider si staglia campione di tolleranza. Per Orbán i migranti sono animali pericolosi e per tali vanno trattati.

   Esasperati, i tedeschi minacciano di colpire l’Ungheria e gli altri paesi che equiparano i migranti ai criminali con sanzioni economiche, tagliando i fondi strutturali loro dedicati. È notevole che, nel penoso annaspare della Commissione e nella decadenza della Francia, BERLINO SI MUOVA PER CONTO DEL RESTO D’EUROPA, avendo constatato che persino i vertici intergovernativi non servono più a nulla, se non a riconoscersi diversi.

   Certo non è con le multe, per quanto onerose, che si può spaventare chi si considera in lotta per la sopravvivenza contro un’invasione nemica. L’unica coerente misura sarebbe di separarci con un taglio netto da chi viola apertamente e ripetutamente le regole di base della convivenza umana, prima che lettera e spirito dei trattati europei. Se questa è la sua Europa, se la tenga.

   Sulla questione migratoria sta riaffiorando un antico spartiacque geoculturale che la retorica europeista voleva sepolto. AL CENTRO-EST DEL CONTINENTE, tra Balcani e Baltico, persiste UNA RADICATA CONCEZIONE ETNICA DELLO STATO: l’Ungheria è degli ungheresi (naturalmente anche di quelli in provvisoria diaspora, specie fra Slovacchia, Serbia e Ucraina), la Slovacchia degli slovacchi, la Romania dei romeni (inclusi quelli di Moldavia) eccetera. ALL’OVEST RESISTE A STENTO L’IDEA DI CITTADINANZA, che fonda la nazione su valori e regole condivise al di là del sangue. Modello inaugurato dalla Francia rivoluzionaria, che oggi trova nella Germania multietnica l’esempio migliore.

   GEOGRAFICAMENTE SIAMO TUTTI EUROPEI. CULTURALMENTE E POLITICAMENTE APPARTENIAMO A CONTINENTI DIVERSI. Ancora per poco, forse. Da questo sabba xenofobo potremmo essere travolti anche noi euroccidentali, italiani non esclusi. Il mito della comunità monoetnica, votata a proteggersi dalle impure razze che bussano alle porte, ha rivelato nella storia la sua potenza di fascinazione.

Partita nel 1957 come Europa occidentale, avanguardia veterocontinentale dello schieramento atlantico, questa Unione Europea può scadere nel suo perfetto opposto: un CAOTICO SUBBUGLIO DI NAZIONALISMI ETNICI. Arcipelago di reciproci apartheid. Ciascuno arroccato dietro le sue fortificazioni. Con le eurocrazie elitiste a salmodiare nei palazzi blu di Bruxelles e Strasburgo, mimando riti cui esse stesse hanno rinunciato a credere.

   Nelle emergenze storiche le democrazie europee hanno saputo talvolta ispirarsi a leader decisi a difenderle. Vorremmo sbagliarci, ma oggi non ne vediamo traccia. (Lucio Caracciolo)

………………….

BUDAPEST: IL FILO SPINATO CHE FERISCE L’EUROPA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 16/9/2015

   Budapest la conosco da tempo. Quando l’incontrai la prima volta criticava da sinistra il “comunismo al gulash”. Lo chiamavano così perché era permissivo. Era una specialità comunista ungherese. Per l’intellettuale che allora si definiva marxista liberale, il regime riempiva le pance perché i cervelli non pensassero. Era un comunismo godereccio rispetto agli altri modelli al potere nell’area dell’impero sovietico. Una versione volgare dell’idea socialista.

   C’erano persino le ragazze in minigonna e si vedeva che molte non avevano il reggiseno. Una vergogna per la conoscente che ritrovo dopo anni, più anziana e supernazionalista. I carri armati sovietici, sempre presenti, dopo avere stroncato nel ’56 l’insurrezione, lasciavano fare, non erano esigenti, in quegli anni Sessanta sulle sponde del Danubio, purché si rispettasse la fedeltà a Mosca.

   Adesso l’ex marxista liberale di un tempo, rimasta scrittrice, è per Viktor Orbán. È una sua ammiratrice. Anche se è il leader della destra. La sterzata ideologica mi stupisce, ma lei sorride ironica. I tempi sono cambiati. E con i tempi i problemi. Oggi non è più questione di destra e sinistra: È IN GIOCO L’UNITÀ ETNICA DELLA NAZIONE RAGGIUNTA ATTRAVERSO TANTI DRAMMI.

   Per questo approva che nelle ultime ore Orbán abbia chiuso la barriera di filo spinato lungo il confine con la Serbia e che ne prepari un’altra lungo quello con la Romania. L’Ungheria sarà così più protetta. La legge che Orbán ha appena promulgato e che condanna a tre anni i migranti illegali è una conseguenza di quel che accade. E naturalmente non poteva fare a meno di far arrestare decine di uomini e donne (173 secondo l’ultimo bilancio) dalla polizia e dall’esercito mandato a rincalzo nelle province di frontiera.

   Inoltre non è serio ritenere il primo ministro responsabile degli scioperi della fame di uomini e donne fermati dal filo spinato nella loro marcia verso la Germania. Lo spettacolo di migliaia di profughi assiepati davanti ai valichi e alle truppe schierate non è nuovo nella storia ungherese. Ma spesso le vittime erano i gendarmi di oggi. Devo rammentarglielo.

   Il ministro degli interni, GYÖRGY BAKONDI, ha annunciato la creazione di “una ZONA DI TRANSITO” dove i rifugiati che si trovano in territorio ungherese saranno raccolti prima di essere rispediti in Serbia. La notizia mi riporta con la memoria a tanti anni fa, quando giovane cronista fui mandato al Brennero ad accogliere i profughi ungheresi, dopo la repressione sovietica del ’56. Ne arrivarono 250mila in Occidente. Fu il mio primo servizio giornalistico emozionante.

   Lo racconto all’ex intellettuale di sinistra, per ricordarle che mezzo secolo fa anche i suoi connazionali fuggivano in cerca di un asilo politico. La risposta è che oggi Orbán si trova di fronte a un’invasione di musulmani. Anche il clero ungherese è perplesso. Il primate d’Ungheria, il cardinale PÉTER ERDO, arcivescovo di Esztergom, è stato sibillino: ha detto che non è un trafficante di esseri umani.

   Erano in pochi, due forse tre mila, sulla piazza davanti al Parlamento, a gridare “Orbán dittatore” e a esibire un distintivo con su scritto “Solidarietà”. Non c’era un solo poliziotto nei paraggi. E sulla sponda del Danubio il traffico continuava indifferente, come se quella manifestazione promossa dall’opposizione non fosse degna d’attenzione. Secondo Janos, agente di pubblicità e grande lettore di giornali, neppure le critiche a Orbán dei quotidiani, che sono frequenti e non censurate, neppure se appaiono sul Népszabadság , il più diffuso, hanno un grande effetto sulla gente.

   Stando ai sondaggi meno di un terzo degli ungheresi si dichiara in favore di Orbán (ma il quarantuno per cento dei votanti). Lui, Janos, esperto in pubblicità, non pensa che il primo ministro abbia carisma, anzi non lo trova né colto né buon oratore, neppure spiritoso, ma ritiene che in questo momento interpreti i sentimenti di larga parte della popolazione. Anche di quella che non condivide la sua politica di destra sciovinista, e che tuttavia si riconosce nel suo rifiuto degli immigrati, avanguardie di una società multiculturale, destinata a inquinare la civiltà cristiana magiara.

   In realtà VIKTOR ORBÁN ha il carisma che Janos non gli riconosce. Come non gliela riconoscono quasi tutti i non pochi scrittori e scienziati ungheresi conosciuti all’estero. L’opinione pubblica cui tiene Orbán è tuttavia un‘altra. LE ÉLITE LO INTERESSANO POCO. A guidarlo nell’interpretare quel che pensano gli ungheresi è un ex restauratore di mobili: il suo guru è ÁRPÁD HABONY. Il linguaggio popolare, lo sguardo acceso si adeguano alle inchieste di opinione che Habony conduce con squadre specializzate.

   Così Orbán trascina con sé quella larga parte della società frustrata dal comunismo e dal post comunismo di sinistra, rivelatosi corrotto e incapace. SONO SOSTENITORI DI ORBÁN GLI AGRICOLTORI, GLI OPERAI, I PICCOLI BORGHESI diventati di destra per delusione o per convinzione, spesso portati alla xenofobia o all’insofferenza per le minoranze come i Rom, comunque animati dal forte nazionalismo di un paese che si sente accerchiato.

   Una base che si è compattata se non allargata negli anni del suo governo (1998-2002 e 2010-2015) perché ha capito di essere favorita, e destinata a sostituire negli affari, nel commercio, nella funzione pubblica, la parte di società dominante nel post comunismo, e spesso con radici nel regime precedente, quello del comunismo al gulash.    VIKTOR ORBÁN HA 52 ANNI. Ha avuto il tempo di essere uno dei responsabili della gioventù comunista e poi anche un militante nella campagna finale contro la presenza sovietica. Lo si ricorda con la barba e la voce forte chiedere la partenza dell’Armata rossa in piazza degli Eroi, nel cuore di Budapest. La sua tesi per la laurea in legge era sulla Solidarnosc polacca.

   Nato in provincia in una famiglia piccolo borghese calvinista ha poi sposato una cattolica, dalla quale ha avuto cinque figli. Dopo gli studi a Budapest, grazie all’aiuto della FONDAZIONE SOROS (il miliardario progressista) ha fatto un breve soggiorno a Oxford, ma nella città universitaria inglese non ha assimilato l’uso dell’ understatement .

   Lui DESCRIVE L’UNGHERIA D’OGGI COME UN PAESE ACCERCHIATO, SUL PUNTO DI ESSERE INVASO. E su questo tema accende le fantasie ricorrendo alla storia, ai momenti cruciali del paese, anche quelli antichi, quando le popolazioni asiatiche scendevano nelle pianure che sarebbero diventate l’Ungheria. Le statue degli eroi nazionali ritornano, si moltiplicano sulle piazze. Capita a Orbán di ricorrere a formule contraddittorie, stravaganti, come “democrazia illiberale”. Angela Merkel si stupì e fece dell’ironia sulla fervida immaginazione di Viktor Orbán.

   Il cui stile ricorda quello di Putin. Sembrano sintomi di strabismo politico. IL PRIMO MINISTRO UNGHERESE, ALLA TESTA DI UN PAESE DELL’UNIONE EUROPEA, E MEMBRO DELLA NATO, SEMBRA AVERE COME MODELLO, ALMENO IN PARTE, IL PRESIDENTE RUSSO. Punta su riforme che non cancellano del tutto i riti democratici, ma che li limitano, adeguandoli ai suoi interessi.

   Controlla il mondo degli affari e quello imprenditoriale favorendo persone fidate. Anche lui ha i suoi oligarchi. A guidarlo nei problemi economici è Lajos Simicska, l’ex tesoriere di Fidesz, il suo partito. Simicska è l’uomo che ha raccolto i mezzi finanziari per la scalata al potere.

   La NAZIONALIZZAZIONE DI ALCUNI SERVIZI PUBBLICI ESSENZIALI in mani straniere serve per assegnare la direzione a dei vassalli. E adesso starebbe per vendere ai privati 300mila ettari di terra e gli acquirenti prescelti, nessuno ne dubita, saranno suoi sostenitori. CON PUTIN HA OTTIMI RAPPORTI. Si aspetta dal presidente russo aiuti economici, in particolare per la costruzione di una centrale nucleare.

   Dal ritratto di Viktor Orbán si potrebbe ricavare l’impressione di UN UOMO POLITICO INSTABILE. In realtà non ha veri avversari all’interno perché L’OPPOSIZIONE DI SINISTRA È DIVISA IN DUE PARTITI in aperta tenzone: il partito socialista (12 per cento) e la coalizione democratica (13 per cento).

   Inoltre IL TEMA DELLA DIFESA DA UNA SOCIETÀ MULTICULTURALE, CON UNA COMPONENTE ISLAMICA, estende i consensi travolgendo il confine tra destra e sinistra. Punto di riferimento per altri paesi dell’Est (dalla Slovacchia alla Repubblica ceca, alle tre repubbliche baltiche) VIKTOR ORBÁN NON È ISOLATO NELL’UNIONE EUROPEA. Non lo è nemmeno nel Partito popolare, nel Parlamento di Strasburgo, perché ha l’appoggio dei bavaresi della Csu. Senza contare GLI SGUARDI TENERI DEI PARTITI POPULISTI OCCIDENTALI. (Bernardo Valli)

…………………

L’UNGHERIA ARRESTA I MIGRANTI – UN MURO ANCHE CON LA ROMANIA – E VIENNA CHIUDE LE FRONTIERE

di Giordano Stabile, da “la Stampa” del 16/9/2015

– Oltre 170 fermati. I siriani in sciopero della fame: “Aprite le porte” – L’Ue: tutto regolare –

   C’è ancora la bandiera europea a dodici stelle accanto a quella, rossa, bianca e verde, dell’Ungheria. L’ultimo segno dell’Europa che si univa. Ora, a RÖSZKE, Ungheria, L’INGRESSO NELL’UNIONE EUROPEA È UNA PORTA BLINDATA. Di traverso sull’autostrada corre una barriera di pannelli metallici, sormontati da giri di filo spinato.

   Dal lato serbo premono centinaia di profughi. «Aprite, aprite». Dal lato ungherese è stato dichiarato lo «stato di emergenza», i poliziotti sono in assetto antisommossa, divise nere, caschi neri. Con l’ordine di arrestare chiunque passi. In 24 ore sono finiti in carcere 174 «irregolari».

   Gli ultimi varchi fra Ungheria e Serbia sono stati chiusi lunedì. IL FIUME DI MIGRANTI CHE ATTRAVERSA I BALCANI HA SBATTUTO CONTRO UNA DIGA. E, come l’acqua, cerca altre vie per aggirarla. VERSO LA CROAZIA, a Ovest, O LA ROMANIA, a Est. Budapest è più preoccupata dal passaggio a Est. Perché in Croazia, come hanno avvertito ieri i media di Zagabria, il pericolo sono le mine al confine con la Serbia, eredità della guerra civile degli Anni Novanta. I profughi siriani, molto informati, lo sanno.

UN FIUME CONTRO UNA DIGA

In molti stanno cercando quindi di PASSARE ATTRAVERSO LA ROMANIA. UNA CORSA CONTRO IL TEMPO. Il premier ungherese Viktor Orban ha ordinato di estendere la barriera metallica anche lungo la frontiera romena. Per rendere il deterrente efficace ha insistito sull’applicazione rigorosa delle nuove misure con l’immigrazione illegale, in particolare nei confronti di chi «danneggia la barriera». I colpevoli rischiano tre anni di detenzione. Per 45 IL PROCESSO è già iniziato. Oggi le sentenze, con l’ESPULSIONE, si prevede, VERSO LA SERBIA.    BELGRADO NON CI STA. Il fiume ora si gonfia dal suo lato. Per il ministro degli Esteri Ivica Dadic la decisione dell’Ungheria è «inaccettabile». La Serbia è pronta a soccorrere i profughi in arrivo ma non quelli «respinti da Budapest». A HORGOS, la cittadina serba davanti alla frontiera, almeno trecento siriani hanno cominciato lo sciopero della fame. Alcuni anche della sete: «Né cibo né acqua» finché la frontiera non riapre. Per il ministro del Lavoro Aleksandar Vulin, accorso sul posto, la situazione «potrebbe sfuggire al controllo delle autorità».

SEGNALI DALLA TURCHIA

LA SERBIA, fuori dall’Unione e con l’obiettivo principale di entrarci il prima possibile, MOSTRA IL VOLTO PIÙ CONCILIANTE IN EUROPA. Ma il fiume potrebbe ingrossarsi presto. A EDIRNE, in Turchia, vicino al confine con Bulgaria e Grecia, cinquemila siriani premono perché sia riaperta la via «di terra» verso l’Europa continentale: «Abu Tayyp», «papà Tayyp», cioè Erdogan, gridano, «non creare problemi e apri le porte».

   La metafora prende campo, mentre L’EUROPA SI CHIUDE IN COMPARTIMENTI STAGNI. Dopo GERMANIA, SLOVACCHIA, REPUBBLICA CECA e OLANDA lunedì, ieri è stata l’AUSTRIA ad annunciare la sospensione di Schengen. Su tutte le frontiere: con l’UNGHERIA ma anche con SLOVENIA, SLOVACCHIA e ITALIA. Controlli per chi arriva dal Brennero e Tarvisio. Per Bruxelles la decisione «rientra nelle regole». La forma, ma solo quella, è salva. (Giordano Stabile)

…………………….

RIFUGIATI: VERTICI, VOTI E FRONTIERE MILITARIZZATE, LA UE NEL PANICO

di Anna Maria Merlo, da “il Manifesto” del 18/9/2015

– Crisi europea. Vertice straordinario il 23 settembre; il 22 c’è la riunione dei ministri degli Interni. – L’Europarlamento approva il progetto di redistribuzione di 120mila profughi – L’Ungheria diventa modello, la Bulgaria militarizza il confine con la Turchia –

PARIGI – Convocazione di Consigli e voti con procedura d’urgenza alla Ue, nell’affanno di cercare una soluzione alla crisi dei rifugiati, mentre sul terreno PROSEGUE A GRANDI PASSI LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE.

   Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue, ha convocato per il 23 settembre un vertice straordinario dei capi di stato e di governo. La vigilia, ci sarà la riunione, già prevista, dei ministri degli Interni, che dovranno sminare il terreno e trovare un’intesa sulla redistribuzione di 120mila profughi, dopo aver fallito all’incontro del 14 settembre. Ieri (giovedì 17/9, ndr), il parlamento europeo, con un voto fast track ha approvato la proposta della Commissione, senza emendamenti, con 370 voti a favore, 134 contrari e 52 astensioni.

   La Commissione si è rallegrata per la “reattività” dell’Europarlamento: “la via è ormai aperta perché il Consiglio Interni adotti la nostra proposta”. Ma resta il fatto che Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia rifiutano di partecipare alla ripartizione e la Polonia resta reticente. La Danimarca è disposta ad accogliere mille profughi, ma senza partecipare alle quote.

   Poi ci sarà un altro voto dell’Europarlamento, una volta che i ministri degli Interni avranno approvato il “meccanismo” di ripartizione (con un sistema di ponderazione: la grandezza de paese vale per il 40% nel calcolo come il pil, pesano invece il 10% la presenza di richiedenti asilo precedenti e il tasso di disoccupazione).

   Il progetto della Commissione prevede un finanziamento di 6mila euro per profugo accolto e 500 euro a testa per i paesi –Italia, Grecia e Ungheria – “beneficiari” della redistribuzione. L’Ungheria, però, continua a rifiutare e l’Alto commissario Onu ai diritti umani, Zeid Ra’ad al Hussein, l’accusa di violare “il diritto internazionale” con “posizioni xenofobe e anti-musulmane”.

   Jean Asselborn, ministro dell’Immigrazione del Lussemburgo, che ha la presidenza del Consiglio Ue, ha spiegato all’Europarlamento che “ci sarà un cambiamento importante alla proposta iniziale della Commissione: l’Ungheria non si considera come un paese in prima linea e non vuole beneficiare del regime di ricollocazione”. Il ministro degli esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha però affermato ieri: “abbiamo proposto di creare una forza Ue che protegga le frontiere, se ci sarà siamo pronti a sostenere il sistema di redistribuzione per quote”. Nei fatti, la forza militare e di polizia è già alle frontiere, ma a livello nazionale.

   LA BULGARIA SEGUE L’UNGHERIA E MILITARIZZA IL CONFINE CON LA TURCHIA. Intanto, la tensione è sempre forte in Croazia e la Slovenia, paese di transito verso l’Austria, ha istituito controlli alle frontiere per almeno una decina di giorni.

   Di fronte a questa situazione caotica di reazioni nazionali, Asselborn ha messo in guardia: “il Consiglio del 22 settembre non sarà facile”. La Commissione mantiene anche la minaccia di “multe” ai reticenti: se un paese è temporaneamente impedito ad accogliere la sua quota, per ragioni “fondate e oggettive” (come una catastrofe naturale, sarà Bruxelles a giudicare), dovrà comunque versare un contributo pari allo 0,002% del pil e l’esenzione potrà durare al massimo 12 mesi.

   Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schultz, ha scritto una lettera al primo ministro lussemburghese, Xavier Bettel, che ieri ha visto Matteo Renzi, per chiedere UNO SBLOCCO IMMEDIATO DI FINANZIAMENTI PER GLI STATI “TAMPONE”, LIBANO, TURCHIA, GIORDANIA.

   Bruxelles è pronta a stanziare fino a UN MILIARDO PER LA TURCHIA, ha affermato il commissario alle politiche di vicinato Johannes Hahn, per ottenere “un miglioramento su registrazioni e rimpatri”, sollecitando Ankara di essere “più dura con i trafficanti”. Intanto, un inglese propone un app per smartphone ai camionisti che transitano per Calais, per denunciare in velocità la presenza di migranti clandestini sul camion. Ieri sera undici migranti siriani, sono stati scoperti nel nord della Francia chiusi in un camion frigorifero proveniente dall’Italia. (Anna Maria Merlo)

…………………

LA FINE DELL’«ERA SCHENGEN»

di Vittorio Emanuele Parsi, da “il Sole 24ore” del 16/9/2015

   Chissà quando nel dibattito pubblico italiano (e in questo caso europeo) riusciremo ad affrontare il gigantesco tema delle migrazioni in modo non retorico e non sentimentalistico.

   A leggere e ascoltare i commenti di ieri (15/9, ndr) sul vertice di Bruxelles dedicato alle “quote” c’era di che restare sconcertati. La “morte di Schengen”, il “ritorno dei confini in Europa” e chi più ne ha più ne metta, una vera e propria cortina di fumo di retorica che rendeva difficile percepire la reale dimensione della situazione che l’Europa e le sue istituzioni, così come i governi e i popoli europei, stanno cercando, bene o male, di affrontare.

   Le cose sono molto semplici: è un mondo nuovo, magari più “selvaggio” (per parafrasare il grande libro di Aldous Huxley), che ha preso il posto del vecchio e nella sua impetuosa avanzata sta mettendo in crisi quando non spazzando via (anche) istituzioni e convenzioni adatte a quello e non a questo.

   SCHENGEN FACEVA PARTE DI QUEL MONDO CHE ADESSO NON ESISTE PIÙ: un mondo di confini sicuri intorno all’Europa, grazie al crollo dell’Urss e al trionfo incontrastato dell’Occidente e dei suoi valori. Serviva a far muovere liberamente dentro i confini dell’Unione i cittadini dei suoi Stati membri, cioè di Stati così solidi e reciprocamente affidabili da poter garantire solidalmente dell’identità dei propri residenti.

   Il costo e il rischio che nello spazio comune si potessero muovere malintenzionati o sconosciuti erano più che compensati dal beneficio e dall’opportunità che la libera circolazione degli individui offriva.

   Ma se oggi i confini europei non reggono più, se neppure con il (deprecabile) filo spinato si riesce a rallentare o bloccare il flusso di chi non ha nulla da perdere a tentare di entrare in Europa con ogni mezzo, perché tutto ormai gli è stato già portato via (dalla guerra o dalla miseria), tranne la speranza o l’illusione che in Europa potrà continuare a vivere, come si può pensare che un Trattato nato su ben diverse premesse potesse uscirne indenne?

   Se le persone che entrano non vengono identificate, come si può sostenere che la sicurezza comune non sia messa a rischio? Forse per amore di utopia? No, solo per irritante pressapochismo. L’eterna partita Italia-Germania è sempre lì a dominare il subconscio del nostro rapporto con i vicini tedeschi. Prima li abbiamo accusati di essere “senza cuore” perché, nel proclamare che avrebbero accolto “tutti i richiedenti asilo”, avevano precisato che questo non significava che “avrebbero accolto chiunque”. Si è parlato dell’impossibilità a distinguere tra profughi economici e rifugiati politici, quando in realtà non distinguere significa togliere una possibilità a chi ne ha diritto (per legge e per principio di giustizia) a favore di chi ne ha bisogno, ma non diritto.

   È una distinzione che si può legittimamente scegliere di ritenere non più applicabile, ma che non può essere “gabbata” attraverso il ricorso all’impossibilità. Ieri si è parlato di una marcia indietro della Cancelliera Merkel. Ora, al di là del fatto che l’annuncio urbi et orbi di Frau Merkel abbia oggettivamente accentuato la pressione sulle frontiere europee, il fatto più importante è un altro ed è molto più significativo. Non è che i tedeschi e i loro governanti sono diventati come gli italiani e vanno avanti a forza di annunci, fanfaronate e spavalderie. Il fatto vero è che in questo mondo nuovo, di fronte al fenomeno che sta abbattendosi sui nostri confini e sfidando le nostre società, NEPPURE LA GRANDE, RICCA, POTENTE GERMANIA PUÒ FARCELA DA SOLA. Ha bisogno che anche gli altri facciano la loro parte, come ne avevano e ne hanno bisogno Italia, Grecia e Ungheria. Da qui si ricavano due lezioni. Una che riguarda la questione delle migrazioni e l’altra l’Europa. Sul primo versante, QUELLA CHE È STRAORDINARIA È LA DIMENSIONE DEL FLUSSO. Diecimila persone che ogni giorno arrivano in Ungheria, numeri simili che riguardano Grecia e Italia, NON POSSONO ESSERE EFFICACEMENTE GESTITE CON MISURE ORDINARIE.

   Potremmo chiederci polemicamente come mai, fino a quando l’esodo non ha scelto la rotta balcanica, “l’Europa carolingia” è sembrata credere che la questione riguardasse solo i Paesi del Mediterraneo. Ma servirebbe a poco di fronte all’ovvietà che I FLUSSI sono un fenomeno strutturale destinato a durare (toh, per una volta la Cia ha detto la cosa giusta).

  Essi SONO LA MACROMANIFESTAZIONE DEL MALFUNZIONAMENTO DI UN’ECONOMIA GLOBALE DOVE LA RICCHEZZA SI CONCENTRA SEMPRE PIÙ NELLE MANI DI POCHISSIMI (in Ghana come negli Stati Uniti come in Europa), sono il pendant dei flussi finanziari fuori controllo e come quelli generano crisi (finanziarie in un caso, demografiche nell’altro).

   Sul secondo versante l’ovvio insegnamento è che SOLO UNITI POTREMO (FORSE) FARCELA. A condizione però che le chiacchiere lascino il posto ai fatti e che l’Europa si assuma tutte le sue responsabilità per provare a gestire i flussi e intervenire immediatamente per rallentarne l’intensità.

Comprese le responsabilità militari: che non significa la proposta parolaia e retorica di utilizzare la forza contro gli scafisti (dove? Come?) ma contro quel cancro chiamato DAESH o “STATO ISLAMICO” che questo incremento sta contribuendo a generare. Altrimenti il tweet sulla necessità di “muoversi” piuttosto che “commuoversi” rischia di tornare al mittente. (Vittorio Emanuele Parsi)

………………..

“BUDAPEST VUOLE UMILIARCI”: NELLA VIENNA CAMPO-PROFUGHI LA SPERANZA DIVENTA RABBIA

di Tonia Mastrobuoni, da “la Stampa” del 16/8/2015

– I racconti dei siriani bloccati in Austria sulla via per la Germania “L’incubo non è stato il mare, ma la traversata di Serbia e Ungheria” –    Ahmed fa fatica a inghiottire, mastica lentamente. Fa caldo, ma il bambino non vuole uscire dal suo sacco a pelo. Dorme su un materassino arancione, accanto al binario uno. «È stanco», dice il padre Hassan, come per scusarlo. Gli occhi nocciola sembrano ormai più grandi della faccia: Ahmed è scheletrico. È iracheno; quando è arrivato in Austria domenica, non mangiava da giorni. Chiedo dov’è la madre: mi fissa. Poi fa no con la testa. Il padre mi sfiora il braccio, gli tremano le labbra.

TRENI FERMI

Aspettano di partire per la Germania, come la stragrande maggioranza dei profughi bloccati qui, al binario morto della stazione ovest di Vienna. Anche sugli altri binari, il traffico è ridotto al minimo. I treni che arrivano dall’Ungheria e quelli che ripartono per la Germania sono bloccati. E la stazione si sta riempiendo di ora in ora di siriani, afghani, iracheni. Pullula di volontari della Caritas, della Croce rossa, di poliziotti, di medici e cittadini comuni che cercano di dare una mano come possono. Ma è una corsa contro il tempo: pochissimi profughi riescono a ripartire, mentre ne arrivano a centinaia, migliaia. Arrivano alla stazione dalla frontiera, con i bus, i treni, anche a piedi. Secondo un ragazzo della Caritas che vuole rimanere anonimo, ieri a mezzogiorno ce n’erano già tremila. Una bomba a orologeria e la rappresentazione plastica del più grande fallimento dell’Europa. Soprattutto, l’epicentro di un Paese, L’AUSTRIA, CHE SI STA TRASFORMANDO IN UN GIGANTESCO CAMPO PROFUGHI.

LA STRETTA MAGIARA

Dall’Ungheria continuano ad arrivare in massa: il governo li scorta direttamente alla frontiera, svuotando i campi di accoglienza. Ma il governo austriaco ora teme che a causa della stretta magiara entrata in vigore ieri – i rifugiati rischiano il carcere se tentano di varcare il confine – l’inarrestabile flusso di profughi possa spostarsi a Sud, cercare un varco per l’Europa attraverso la Croazia o la Slovenia. Il cancelliere WERNER FAYMANN potrebbe convocare un vertice a tre con i suoi omologhi per discuterne. Secondo alcune fonti governative citate dai quotidiani austriaci, sarebbero duecentomila i profughi in marcia verso l’Europa attraverso i Balcani.

   E la Germania, il paradiso agognato dalla stragrande maggioranza dei disperati spiaggiati a Vienna e in altre parti dell’Austria dopo la decisione del governo Merkel di ripristinare i controlli alle frontiere, è diventata più lontana.

   Quando torniamo nel pomeriggio alla stazione, anche MUNA DUZDAR è scioccata per l’esplosione dei profughi in pochissime ore. Consigliere comunale dei socialdemocratici, è qui quasi ogni giorno per tradurre dall’arabo, per aiutare. Di origine palestinese, è impegnata anche su un altro fronte complicato.

   L’11 ottobre a Vienna si vota. E il governo cittadino attuale, rosso-verde, è rincorso dai populisti di destra della Fpoe, in vertiginosa crescita. «Sono grata ai viennesi per la loro incredibile generosità e alle organizzazioni attive qui: è chiaro che se scoppiasse il caos, sarebbe carne da cannoni, per la destra populista», argomenta.

   La capitale accoglie attualmente il 130% dei profughi che le sono assegnati in base alle quote, ma il sindaco si sta mostrando estremamente generoso e deciso al massimo sforzo, per garantire alle migliaia di rifugiati le strutture sanitarie, gli alloggi, il cibo e l’assistenza necessari.

   Duzdar ci accompagna nel parcheggio multipiano della stazione, dove un’organizzazione che si occupa di famiglie cerca di rispondere alle esigenze di centinaia di donne approdate qui con i loro bambini. Tra di esse c’è Suzan, siriana di Aleppo, arrivata in Austria con i quattro figli. Dalla Turchia hanno attraversato il mare con un gommone, ma lo scafista ha sequestrato i loro passaporti e non gliel’ha più restituiti. In Europa, un passaporto siriano vale ormai oro, è il lasciapassare per il diritto di asilo. In Germania ne hanno intercettati già una miriade di falsificati.

VIOLENZE E OFFESE

L’incubo vero, però, non è stata Mitilini o Atene o la traversata in mare. I problemi veri sono cominciati in Serbia, dove un poliziotto ha voluto cento euro per non sbatterli in carcere. E un tassista ne ha presi altrettanti per portarli per un chilometro in direzione Ungheria e lasciarli in mezzo a un bosco. Una donna sola, con quattro figli piccoli. «Piangevo – racconta – e a un certo punto è passata una signora gentilissima. Le ho detto: dove si va per l’Ungheria?». Suzan ha preso i suoi bambini per mano e ha camminato per venti chilometri verso la frontiera.

   Tuttavia, anche in Ungheria la sua famiglia è stata trattata da cani. «Ci hanno messo in un autobus senza bagno e senza acqua e ci hanno portati fino al confine». A un certo punto la figlia tredicenne, che porta il velo, doveva andare al bagno. I poliziotti ungheresi l’hanno scortata in dieci. Per sua madre, quella cosa è stata più dolorosa della fame, degli stenti, della paura: «Perché hanno voluto umiliarci così?». (Tonia Mastrobuoni)

Le rotte dei migranti nel Balcani (fonte BBc)
Le rotte dei migranti nel Balcani (fonte BBc)

……………..

LE RADICI STORICHE DELLA DUREZZA UNGHERESE

di Federigo Argentieri, da “il Corriere della Sera” del 16/9/2015

Una ventina d’anni fa, quando l’Ungheria negoziava l’adesione alla Nato, le fu detto che una delle condizioni imprescindibili era di firmare trattati di buon vicinato con tutti i Paesi confinanti: detto e fatto, anche i rapporti con Slovacchia e Romania, tradizionalmente ostici per la presenza di forti minoranze magiare, furono regolati.

   Nel 1999, qualche giorno dopo l’ingresso ufficiale, la Nato iniziò un conflitto armato contro la Jugoslavia, altro vicino dell’Ungheria, per difendere una minoranza, cosa che comprensibilmente lasciò a dir poco perplessi sia i dirigenti di Budapest sia la popolazione.

   L’adesione dell’Ungheria agli ideali europei ha sempre avuto aspetti paradossali: questa è una delle premesse per comprendere l’odierna politica del governo Orbán verso il colossale flusso migratorio che ha imboccato la «via balcanica». L’altra è che la tendenza quasi irresistibile dei media, soprattutto occidentali, a semplificare e fare uso di luoghi comuni e stereotipi non aiuta a mettere a fuoco tutti i contorni di tale politica.

  Da parte sua, il premier ungherese è convinto che fino a quando dureranno tali semplificazioni il suo potere, salvo imprevisti, sarà assicurato, più o meno in armonia con le leggi esistenti: come ha detto molto bene la sociologa KIM SCHEPPELE dell’università di Princeton, il sistema politico creato da Orbán e dai suoi è «legale ma non leale» (legal but not fair), ma non è questa la sede per approfondire tale concetto.

   Esempio tipico delle erroneità di cui sopra, oltre all’abuso dei termini fascista, razzista eccetera (categorie che certamente non si applicano a Orbán), è l’uso frequente del termine post togliattiano «invasione dell’Ungheria» per indicare quanto avvenuto il 4 novembre 1956: del tutto inesatto, in quanto l’Urss invase l’Ungheria scacciandone i nazisti nel 1944-45 e vi rimase ininterrottamente fino all’estate del 1991.

   Giustamente, il governo serbo ricorda a Budapest che quando fu soppressa la loro rivoluzione democratica e pluralista (le cui lodi Indro Montanelli e altri cantarono assai bene su queste colonne), molte decine di migliaia di ungheresi fuggirono attraverso la Jugoslavia: infatti il maresciallo Tito, per controbilanciare l’assenso dato a Krusciov sull’intervento armato, aprì il confine e permise a chi lo desiderava di fuggire dalla repressione.

   Allora come oggi, però, la Jugoslavia e la Serbia erano e sono terra di transito, non di approdo: non per sminuire i meriti passati e presenti di Belgrado, ma SE LA SERBIA (E LA MACEDONIA) FOSSERO GIÀ MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA, LE LORO POLITICHE SAREBBERO CERTAMENTE ASSAI DIVERSE.

   Il ricordo della battaglia vinta 559 anni fa dalla coalizione ungaro-serba, capeggiata dal frate abruzzese Giovanni da Capestrano, che ritardò di settant’anni l’invasione turca dei Balcani, non è stata rimosso né eliminato, anzi: è parte importante dell’identità europea di QUESTI PAESI DI FRONTIERA, che contrariamente a quelli occidentali, Italia in primis, HANNO UN CULTO QUASI OSSESSIVO, ANCHE SE SPESSO SELETTIVO, DELLA MEMORIA STORICA.

   Parlando di rifugiati, comunque, è bene ricordare che l’Ungheria di Horthy nel 1939 aveva dato asilo a varie migliaia di polacchi, mentre dieci anni dopo quella di Rákosi accolse numerosi profughi dalla Grecia, dove la guerra civile si era risolta in una sconfitta per le forze di sinistra; inoltre, che l’apertura della «cortina di ferro» nella primavera del 1989 avvenne grazie al governo ungherese, al quale furono riconosciuti meriti decisivi nella riunificazione della Germania.

   Naturalmente tutto ciò non deve suonare come una difesa ufficiale di Orbán, che si sta ergendo a simbolo del populismo identitario europeo: se le forze che si oppongono a quest’ultimo ragionano e comprendono, possono prevalere, ma se si limitano all’anatema sono destinate a soccombere. (Federigo Argentieri)

……………………

INTERVISTA A JACQUES ATTALI

L’economista francese: “Accoglierli ed essere altruisti è nostro interesse Serve una politica di integrazione”

“GRAZIE AI MIGRANTI L’EUROPA DIVENTERÀ LA PRIMA POTENZA”

di Béatrice Delvaux, da “la Repubblica” del 17/9/2015 (Copyright Le Soir/Lena, Leading European Newspaper Alliance; traduzione di Elda Volterrani)

   «Nel momento in cui si ammette che le libertà sono fondamentali, la prima libertà è quella di circolazione. Arriverà gente e questo sarà un bene. Bisogna preparare delle politiche di integrazione e quella gente farà dell’Europa la prima potenza mondiale». Ne è convinto JACQUES ATTALI, economista, professore, scrittore. È stato il consigliere speciale del presidente François Mitterrand. Primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo dopo la caduta del muro di Berlino, nel suo libro Breve storia del futuro, “annunciava”, il declino dell’impero americano e l’onnipotenza dell’impero del mercato, e presagiva che dopo la violenza del denaro sarebbe arrivata quella delle armi. “L’iperimpero, nato da una deriva del capitalismo liberale, crollerà causando una proliferazione di conflitti che infiammeranno l’intero pianeta in un conflitto globale, “l’iperconflitto”.

Siamo alla vigilia della fase dell’iperconflitto?

«No, siamo ancora tra la fine dell’impero americano e l’inizio della seconda tappa. Dovrebbe già essere chiaro a tutti che nessuno sostituirà gli Stati Uniti come superpotenza ».

Sembra di stare a guardare la catastrofe che si prepara, da svegli, ma senza agire.

«Alle persone più sofisticate manca il coraggio».

Come aumentarne la consapevolezza?

«Ho visto con piacere la risposta di chi dice che bisogna accogliere i rifugiati. Bisogna passare a quello che io chiamo l’altruismo interessato, capire che la forma di egoismo più intelligente è l’altruismo. Perché essere altruisti è nel nostro interesse. È nel nostro interesse pagare i nostri debiti e non lasciarli alle generazioni future. È nel nostro interesse accogliere i migranti, come è nel nostro interesse aiutarli molto di più nei loro paesi perché non abbiano interesse a venire da noi».

Che cosa potrebbe innescare questa guerra?

«Le occasioni sono molte, come nel 1914. Un conflitto tra Giapponesi e Cina su un’isola. Oppure l’incontro tra truppe Nato e truppe russe in Lettonia o in Polonia. O tra truppe americane e russe in Siria. O il fatto che l’Is si doti di armi sofisticate. E poiché sono tutte possibili, la probabilità che se ne verifichi una è molto alta».

Qual è l’utopia che abbiamo perso di vista?

«Il fatto che si accetti l’universalità delle merci, degli scambi, degli spostamenti di persone e capitali ma non si accetti l’universalità dello stato di diritto. Il mercato diventa sempre più globale, ma la democrazia resta locale. Abbiamo perso l’utopia dell’universalismo, al punto che parlare di un governo mondiale è percepito come un orrore cospirazionista, mentre, in realtà, o ci sarà un governo mondiale o ci sarà il caos: bisogna prenderne atto. E se in Europa non siamo capaci di instaurare un governo di proporzioni adeguate al nostro mercato, il mercato ci travolgerà».

Sta presentando l’Europa come il futuro del mondo mentre gli eventi recenti la mostrano inattiva.

«Per il momento le crisi funzionano come vaccini che ci rendono più forti. La crisi greca è stata l’occasione per istituire, senza che nessuno se ne rendesse conto, l’equivalente di un tesoro europeo. La crisi dei migranti può finire molto male con la chiusura di tutte le frontiere, ma allo stesso tempo, con le quote obbligatorie, è un’occasione formidabile per pensare insieme. È per questo che ho detto che non ci vuole soltanto un Frontex ma anche un Integrex».

Che cosa intende?

«L’integrazione spagnola e italiana in Belgio è stata un successo. Dell’immigrazione musulmana si vedono soltanto i problemi e non i successi, che invece sono numerosi. In Francia ci sono circa 5 milioni di musulmani, il 98% dei quali sono integrati e sono medici, avvocati. Quello che sta succedendo con i migranti dovrebbe comportare la costruzione di un’Europa più integrata, più potente, che trova i mezzi per accogliere. Il loro arrivo è un’incredibile opportunità perché trasforma la demografia europea. Noi, al contrario, abbiamo una reazione da piccoli».

Almeno Merkel e Juncker sono coraggiosi, no?

«Per quanto riguarda la Merkel, si tratta di egoismo totale perché fa gli interessi della Germania, che era in una situazione da suicidio: i migranti colmano un vuoto. Juncker invece è un utopista. Ho sempre pensato che fosse un gran signore e ora finalmente abbiamo un presidente della Commissione che osa parlare e fare».

Un gruppo di attivisti impegnati nell'aiuto ai migranti siriani ha diffuso una mappa dove è segnalato il pericolo dei “campi minati” in Croazia
……………………

UN’EUROPA UNITA DALL’INDIFFERENZA

di Luigi Manconi, da “la Repubblica” del 17/9/015

   «La più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera». Così Dostoevskij definisce la compassione: quella capacità, cioè, «di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione».

   Dunque, l’umanità e la sua essenza morale, come com-passione: avvertire la sofferenza dell’altro, ancor più se causata da altri uomini e, soprattutto, quella indirizzata verso minoranze comunque stigmatizzate. È significativo, in questo senso, come ricorda Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, che per una delle più grandi tragedie della storia umana, quale l’Olocausto, l’indifferenza di quanti sapevano o avrebbero potuto sapere abbia rappresentato una delle condizioni determinanti per la realizzazione di quel progetto criminale.

   E che proprio questo silenzio di fronte al dolore altrui abbia determinato una vera e propria degradazione della coscienza collettiva (non solo in Germania), al punto che – secondo Jaspers – la stessa dignità avrebbe imposto ai tedeschi di «vedere chiaro sulla questione della nostra colpa», perché nessuno si sarebbe potuto ritenere estraneo a quella responsabilità.

   Del resto, la reazione a quest’indifferenza e ai totalitarismi che l’hanno indotta, unitamente ai principi di libertà, eguaglianza e democrazia è stata una delle ragioni fondative del progetto europeo e dell’idea di Europa espressa dal Manifesto di Ventotene.

   La tutela dei diritti e, in particolare, della dignità umana; la salvaguardia delle minoranze, della democrazia e del pluralismo sarebbero quindi state sancite nei Trattati, quali obiettivi della Comunità prima e dell’Unione europea. Il ripudio dell’indifferenza è assurto quindi, dopo Lisbona, a elemento qualificante non solo i rapporti interni all’Unione, ma anche le sue relazioni esterne.

   Significativamente, l’art. 67 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea affianca alla solidarietà tra gli Stati membri l’equità rispetto ai cittadini dei Paesi terzi, come principi essenziali ai quali la politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne deve ispirarsi.

   Questo non ha impedito, tuttavia, tante morti tra quanti – nel tentativo di raggiungere le nostre coste – hanno voluto credere a quelle promesse di solidarietà. E ancora una volta l’indifferenza o una colpevole inerzia sono stati i sentimenti prevalenti di fronte all’ecatombe di corpi che il Mediterraneo ci ha restituito.

   E che non ha impedito, e nemmeno contrastato, politiche pubbliche (non solo nazionali) basate su una visione meramente contabile della questione migratoria, la cui complessità è stata ridotta a un’equazione tra quote di ingresso, costi di sussistenza e numero di espulsioni.

   Vengono in mente le parole di FEDERICO CAFFÈ: «Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili». E, allora, il parallelismo qui suggerito tra Shoah e strage di migranti e profughi non intende negare, in alcun modo, le differenze profondissime tra queste due tragedie. Piuttosto, intende sottolineare un elemento comune a entrambe e talmente significativo da risultare qualificante: la violazione, radicale e massiva, della dignità; di quel “diritto ad avere diritti” di cui parlava HANNAH ARENDT.

   Potrà dirsi in un caso dolosa e nell’altro colposa; in uno commissiva e nell’altro omissiva: eppure, in entrambi si è deciso che il destino di altri uomini sarebbe stato «quello di non avere più destino alcuno» (Lejbowicz). E in entrambi i casi si sceglie – con minore o maggiore consapevolezza – di restare inerti dinanzi a una simile reificazione di persone colpevoli solo di non appartenere alla “razza ariana”; o di essere nate dalla parte sbagliata del mondo.

   Dunque, L’INDIFFERENZA È DAVVERO LA PAROLA CHIAVE. Per quanto diversi per entità, ampiezza e natura, tanto il genocidio degli ebrei quanto le stragi nel Mediterraneo hanno rappresentato, con quell’indifferenza che li ha circondati, crimini che «non si possono punire né perdonare».

   Ed è stata proprio l’incommensurabilità di questi crimini rispetto alle pene conosciute dai nostri codici e il bisogno di reagire all’indifferenza ad aver suggerito una diversa idea di giustizia, capace di ricomporre comunità lacerate più e prima che di irrogare sanzioni.

   Da questa idea di giustizia si dovrebbe, allora, ripartire per reagire all’indifferenza, soprattutto in quell’Europa che alla “ingiustizia legale” di cui parlava Radbruch, ha voluto opporre la solidarietà, i diritti e la dignità. (Luigi Manconi)

…………………………

TRA I PROFUGHI IN MARCIA “PROVIAMO IN CROAZIA ” MA I CAMPI MINATI MINACCIANO L’ESODO

– Per aggirare il muro di Orbán si va a Ovest, ma ci sono le bombe della guerra in Jugoslavia –

di Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubblica” del 17 set 15

TOVARNIK (CROAZIA ) – Zebran alza le mani e grida verso la torretta di confine: «Siamo profughi, vi prego: fateci passare». Si volta e con il braccio indica una folla di fantasmi che arranca sulla stradina sterrata. Le guardie di frontiera croate sono già in allerta. L’eco della battaglia di Horgoz, lungo il filo spinato che blinda da due settimane il fronte sud dell’Ungheria, è arrivato fino a qui. Scontri furibondi: lanci di pietre, lacrimogeni. L’ordine è liberatorio: «Venite, passate pure». La folla alza le braccia al cielo, sorride, applaude. Piange.

   L’esodo continua. Inarrestabile. Nessuno vuole restare impantanato nel cuore dell’Europa centrale. Tutti puntano a nord, verso la Germania e poi la Svezia, la Finlandia, magari la Norvegia. Cambia la rotta. Come un gregge allo sbando, migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, cercano nuove strade che superino il blocco dell’Ungheria. Il muro di filo spinato resta insuperabile. Meglio tentare altre strade. La voce gira in fretta. C’è un web virtuale, fatto di messaggi spediti dai telefonini e rimbalzato di bocca in bocca, che indica i nuovi percorsi. Basta Ungheria: tutti hanno capito che la frontiera con la Serbia resterà chiusa a lungo. Il premier Viktor Orbán lo ha detto chiaramente: un anno senza libero accesso. In barba alla Ue e a Schengen. Allora tutti verso la Croazia, virando verso sud.

   Qualcuno si è messo in cammino già dopo il tramonto. Con il buio è più facile. Si taglia per i boschi e i prati. Con guide improvvisate che si offrono volontarie. Dietro compenso. Come i taxi, le macchine dei privati. Tutto è business nel mondo globalizzato. Ma la marcia è più difficile del previsto. Si cammina e si prendono passaggi. Con trattative rapide, senza possibilità di variare le tariffe. La nuova porta d’ingresso è qui, a TOVARNIK, NELL’EST DELLA CROAZIA. Molto verde e una radura gialla e marrone punteggiata da macchie di boschi.

   Immagini che arrivano da lontano. Che ricordano altri drammi e altro sangue. Tra Sid in Serbia e questo posto di frontiera si sono consumate battaglie furibonde. Gli echi delle sparatorie, dei bombardamenti, tornano dal passato come un incubo. La terribile e tragica guerra (1991-1995) che lacerò la ex Jugoslavia a colpi di massacri e pulizie etniche si riaffaccia ora con lo spettro delle mine: 51 mila disseminate lungo il confine lungo il fiume Drava, a nord di Osijek e a 15 chilometri a sud-ovest di Vinkovci.

   Questa folla logorata da un viaggio che dura ormai da tre mesi ma decisa a tutto, anche alla morte, per raggiungere il nuovo Eldorado, ignora il pericolo che punteggia un territorio di almeno 60 chilometri quadrati.

Croatia minefields
Croatia minefields

   Solo i volontari serbi e quelli croati che si salutano lungo il confine sono in grado di avvertirli. Un gruppo di 150 uomini e donne appena arrivato ascolta il nuovo messaggio con aria stravolta e interdetta. Questi siriani e afgani, ma anche alcuni maliani ed eritrei che si sono aggiunti al fiume umano, sono ormai assuefatti al pericolo. Negli ultimi quattro anni hanno vissuto sotto le bombe e i tiri dei cecchini; tra le esplosioni delle autobombe e i barili carichi di tritolo lanciati sulle piazze dagli elicotteri. La morte è una costante. La paura è stampata sui loro visi, sui corpi segnati, sulle gambe e le braccia piene di ferite.

   «Faremo attenzione », dicono alcuni uomini che guidano il corteo. «Diteci dove sono le bombe». Nessuno ha delle mappe. I volontari croati chiamano il Centro azione sulle mine (Hcr) per ottenere informazioni più dettagliate. Verranno spedite squadre di sminatori. Ma la marcia non può continuare. Il rischio è troppo alto: qualcuno potrebbe saltare su una mina.

   L’Hcr fornisce una mappa che viene scaricata su una applicazione. Gli smartphone dei croati diventano le torce di una strada senza indicazioni: macchie rosse si allargano sulla carta scaricata e formano una ragnatela impressionante.

   Indicano i luoghi dove sono state disseminate le bombe. I punti sono precisi. Ma c’è sempre il rischio che gli ordigni, con il tempo, siano scivolati per le piogge e il fango. “Medici senza frontiere” chiede l’apertura di un corridoio umanitario sicuro. Non si può scherzare sulla pelle di gente abbandonata a se stessa. Il premier croato Zoran Milanovic ha le idee molto chiare: «La Croazia è pronta a ricevere la persone che chiedono di entrare nel nostro paese e di aiutarle ad andare dove chiedono», dichiara in Parlamento.

   La presidente Kolinda Grabar Kitarovic è allarmata dal fiume di persone già ammassate nelle retrovie della Macedonia. «Ci occuperemo», annuncia, «dei problemi di sicurezza. Ma non dimenticheremo il fatto che questi uomini e queste donne sono prima di tutto degli esseri umani». Per venerdì e martedì prossimi è stato convocato il Consiglio nazionale di sicurezza.

   Il governo croato chiede però un intervento dell’Onu. Il paese non può affrontare da solo un esodo che travolgerà i suoi confini e le sue arterie di collegamento. È stata chiesta la convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. «Perché», spiega Milanovic, «questa è una sfida mondiale». Lo scontro si annuncia anche con la Slovenia che si è allineata subito con l’Ungheria. Le frontiere saranno chiuse. Passerà solo chi ha veramente diritto. E per diritto si intende solo i rifugiati. Un nuovo blocco, forse un altro muro.

   I primi che arrivano prima del buio scuotono la testa. Ripetono, ossessivi: «Passeremo, arriveremo dove vogliamo andare ». Alzano la mano verso il cielo. «Lui ci proteggerà. Ha già deciso per noi». (Daniele Mastrogiacomo)

…………………..

CRONOLOGIA DEGLI ACCADIMENTI DELL’ULTIMA SETTIMANA

GLI ULTIMI GIORNI NELLE TANTE MARCE DEI PROFUGHI SULLA ROTTA DEI BALCANI VERSO L’EUROPA

16/09/2015:

UNGHERIA CHIUDE FRONTIERE, MIGRANTI ORA PREMONO SULLA CROAZIA

Pubblicato il: 16/09/2015 10:12 http://www.adnkronos.com/

All’indomani della chiusura delle frontiere ai migranti decisa dalle autorità ungheresi, un primo gruppo di rifugiati a bordo di un autobus proveniente dalla Serbia meridionale ha raggiunto il confine con la Croazia, nuova porta di ingresso nell’Unione Europea.

Intanto al confine con l’Ungheria centinaia di persone hanno trascorso la notte all’aperto o all’interno di tende improvvisate. Nella regione di confine è stato proclamato lo stato di emergenza dalle autorità ungheresi, che hanno dispiegato centinaia di militari ed agenti di polizia per garantire il rispetto delle nuove dure leggi anti-migranti.

La polizia ungherese ha annunciato oggi di aver arrestato 367 migranti che tentavano di entrare illegalmente nel paese: lunedì, prima che le nuove norme entrassero in vigore, 9.380 persone sono entrate in Ungheria.

Intanto proprio ieri l’Austria ha chiuso le frontiere meridionali e orientali di fronte al flusso di migranti. Il ministero dell’Interno di Vienna ha comunicato alla Commissione Ue che dalla mezzanotte del 15 saranno effettuati controlli sugli ingressi ai confini con Italia, Slovenia e Slovacchia.

16/09/2015:

MIGRANTI, 300 FERITI IN UNGHERIA

Serbia:”Trattamento brutale da polizia” – 16/9/2015, ore 21.15 – www.tgcom24.mediaset.it/

   Almeno 300 persone sono rimaste ferite negli scontri al confine tra Serbia e Ungheria. Secondo fonti mediche la metà ha riportato conseguenze per il lancio dei lacrimogeni mentre un’altra metà ha riportato ferite da taglio. Tra i feriti anche 20 poliziotti ungheresi. Il primo ministro della Serbia, Aleksandar Vucic, condanna il “trattamento brutale” da parte della polizia ungherese nei confronti dei migranti.

17/09/2015:

MIGRANTI, OLTRE 5MILA RIFUGIATI ENTRATI IN CROAZIA NELLE ULTIME 24 ORE

Pubblicato il: 17/09/2015 10:21, da www.adnkronos.com/

Sarebbero ormai oltre 5.400 i migranti che hanno raggiunto la Croazia nelle ultime 24 ore. La cifra è stata aggiornata dalla Croce Rossa. Nei prossimi giorni potrebbero arrivarne altrettanti, secondo la Croce Rossa croata, che riferisce di autobus che continuano a lasciare migranti in territorio serbo vicino al confine con la Croazia.

Dopo aver annunciato che il Paese avrebbe consentito senza intralcio il passaggio dei rifugiati, le autorità croate hanno lanciato ieri l’allarme: “Se si tratta di migliaia, possiamo gestirli, ma se sono decine di migliaia semplicemente non abbiamo i mezzi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Vesna Pusic all’emittente HRT. “Stiamo parlando con alcuni paesi, europei e non, per avere aiuto nel caso in cui il numero dovesse continuare a salire”, ha aggiunto.

I migranti vengono registrati e riuniti nel centro di raccolta di Jezevo, alla periferia di Zagabria. Durante la procedura “sono liberi di muoversi, non sono in prigione”, ha voluto sottolineare il ministro specificando che una parte di questi rifugiati proviene da paesi in guerra, altri sono migranti economici.

La crisi sarà al centro di colloqui oggi a Zagabria tra il premier croato Zoran Milanovic e il cancelliere austriaco Werner Faymann. I paesi direttamente interessati dall’arrivo in massa di migranti dopo la chiusura ungherese sono Croazia, Slovenia e Austria. Le autorità croate avevano annunciato ieri che avrebbero consentito senza intralciarlo il passaggio dei rifugiati diretti verso altri paesi. L’Austria ha ripristinato ieri i controlli alle frontiere.

Il commissario europeo responsabile per le migrazioni, Dimitri Avramopoulos, si è detto “relativamente ottimista” sulla possibilità di arrivare ad un accordo tra i 28 sulla redistribuzione di 120mila migranti. In un’intervista al quotidiano “Die Welt”, Avramopoulos ha detto: “Sono relativamente ottimista sulla possibilità di fare progressi alla riunione dei ministri degli Interni dell’Ue martedì prossimo e che si arrivi ad un accordo su una ripartizione solidale dei rifugiati in seno all’Ue”.

Il commissario ha poi assicurato che entro la fine dell’anno l’esecutivo “proporrà l’istituzione di un sistema europeo di controllo delle frontiere”, attraverso la creazione di “squadre multinazionali per la sorveglianza dei confini esterni” dell’Unione. Ma, ha scandito Avramopoulos, “lo dico chiaramente: noi non vogliamo una fortezza Europa”.

18/9/2015:

BELGRADO, (18 set, Ansa) – Uno dei valichi di frontiera fra Croazia e Serbia, quello di BAJAKOVO, RESTA APERTO ALLA CIRCOLAZIONE, contrariamente a quanto appreso la notte scorsa. RESTANO CHIUSI, INVECE, GLI ALTRI SETTE. Lo ha detto all’agenzia serba Tanjug Damir Culi, capo della polizia di frontiera a Bajakovo

18/9/2015:

CROAZIA-SERBIA, CHIUSE 7 FRONTIERE SU 8 – EUROTUNNEL, PROFUGO MUORE FULMINATO

18/9/2015, da http://www.tgcom24.mediaset.it/

– Migliaia di persone bloccate ai confini mentre l’Ungheria pensa di allungare il muro anti-migranti. In migliaia stanno cercando di raggiungere il Nord Europa –

Si alzano sempre più muri per fronteggiare la l’emergenza profughi. La Croazia ha chiuso 7 degli 8 valichi di frontiera con la Serbia per controllare l’afflusso di migranti. Mentre l’Ungheria ha cominciato a costruire una barriera lungo il confine croato. Accolti in un centro accoglienza vicino al VALICO DI BEZDAN i migranti che non sono riusciti a passare. Dramma nell’EUROTUNNEL tra Francia e Gb: un profugo è morto fulminato.

18 settembre 2015 da www.tgcom24.mediaset.it/

CROAZIA APRE “CORRIDOIO” PER UNGHERIA TURCHIA, BIMBA ANNEGA IN NAUFRAGIO

Intanto l’Ungheria pensa di allungare il muro anti-migranti. Continua la marcia di migliaia di profughi attraverso la rotta balcanica

00:19 – Il dramma senza fine dei migranti e profughi in marcia lungo la rotta balcanica ha spostato il suo epicentro dalla Serbia alla Croazia, dove nelle ultime 48 ore gli arrivi sono stati 15.400. E immediatamente l’Ungheria, nel timore di un possibile “contagio” da profughi, ha annunciato la costruzione di un altro “muro” al confine con la Croazia. Ennesima tragedia in mare al largo delle coste turche dove è annegata una bimba siriana di 4 anni.

Il nuovo dramma nelle acque del mar Egeo si è consumato dopo il naufragio del gommone su cui viaggiano 15 siriani diretti verso le isole greche. La guardia costiera turca è intervenuta al largo della costa di Cesme, nella provincia di Smirne, salvandone 14, tra cui altri 8 minori, ma per la piccola di 4 anni non c’è stato nulla da fare. … Fulminato nell’Eurotunnel mentre cerca di raggiungere la Gran Bretagna – Molto più a nord, si era consumata nella notte tra mercoledì e giovedì un’altra tragedia dell’immigrazione. Un trentenne è infatti morto fulminato nel sito francese dell’Eurotunnel mentre cercava di salire su una navetta ferroviaria per il trasporto dei Tir che da Calais, nel nord della Francia, avrebbe dovuto portarlo fino in Gran Bretagna. Secondo la Bbc, il trentenne Abdel Kader Hanna, fuggito dalla Siria meridionale, era giunto a Calais da circa una settimana con due familiari. … La Croazia “frena” e chiude 7 degli otto valichi di frontiera – L’itinerario alternativo croato verso la terra promessa di Germania e nord Europa si è concretizzato dopo le dichiarazioni di apertura del governo di Zagabria, che tuttavia, di fronte al massiccio afflusso di profughi, la notte scorsa ha deciso di chiudere sette degli otto valichi di frontiera con la Serbia. … Premier croato: “Continueremo a far passare migranti, ma non possono fermarsi” – Ciò tuttavia non ha impedito ai migranti di entrare comunque in Croazia attraverso campi e boschi, e lo stesso premier Zoran Milanovic è intervenuto per assicurare che Zagabria intende far passare senza ostacoli i migranti attraverso il suo territorio e facilitare così il prosieguo del loro viaggio verso l’Europa occidentale. … L’importante però, ha puntualizzato il premier, è che i profughi non si fermino, poiché la Croazia ha disponibilità molto limitate in fatto di accoglienza. “Voi siete benvenuti in Croazia e potete attraversare il nostro Paese. Ma per favore non vi fermate, non perché non vi vogliamo ma perché la Croazia non è la vostra destinazione finale”, ha affermato. … Premier croato: “Non siamo un hotspot, dirotteremo migranti in Ungheria” – “Il confine non si può sigillare e tutta questa gente non la si può trattenere in Croazia. Per ora non impediremo a nessuno di entrare in Croazia, ma neanche di uscire dal Paese”, ha detto ancora Milanovic per il quale il suo Paese “non può diventare un hotspot per i migranti in Europa”. Pertanto il flusso migratorio dalla Croazia verrà dirottato verso Ungheria e Slovenia. “Piuttosto verso l’Ungheria, che è più vicina della Slovenia”, ha spiegato. … Il “corridoio” ungherese verso l’Austria – E così è nel corso della giornata di giovedì è stato deciso di aprire un “corridoio” verso l’Ungheria. Decine di autobus carichi di migranti si sono diretti verso la frontiera magiara. Qui i profughi sono stati fatti scendere e sistemati su altri bus ungheresi che attendevano e che con tutta probabilità li condurranno alla frontiera austriaca. … Il “corridoio” sembra reggere, nonostante le critiche e le smentite giunte dal ministro degli Esteri magiaro Peter Szijjarto. E alcune centinaia di migranti, secondo i media di Zagabria, hanno raggiunto a piedi anche la frontiera con la Slovenia, entrando nel Paese. Anche la stampa slovena ha parlato di un migliaio di arrivi nelle ultime ore.

19 SETTEMBRE 2015 da http://www.tgcom24.mediaset.it/

PROFUGHI, L’UNGHERIA CHIAMA I RISERVISTI PER GESTIRE LA SITUAZIONE

La Chiesa: “Basta violenza, dolore e morti di innocenti”. Naufragio in Grecia, muore una bimba di 5 anni

Situazione sempre più tesa in Ungheria per l’emergenza profughi. Budapest ha infatti richiamato i riservisti per “gestire la situazione dell’immigrazione di massa”. La Chiesa ha fatto un appello per lo “stop alla violenza e alle morti”. In Croazia intanto sono giunti più di 17mila rifugiati. Venerdì Zagabria ha aperto un “corridoio” verso il Paese magiaro. Una bambina siriana di 5 anni è morta durante un naufragio in Grecia.

20 settembre 2015 da www.tgcom24.mediaset.it/

AUSTRIA, GIUNTI 12-13MILA MIGRANTI

Passati da Croazia attraverso Ungheria

Un totale di 12-13mila migranti sono arrivati in Austria nel corso della giornata di sabato: lo ha detto il direttore della Croce Rossa austriaca, Gerry Foitik, all’agenzia Apa. La Bbc online scrive che i migranti erano stati inviati dalla Croazia in Ungheria, che a sua volta li ha mandati in Austria.

Un ragazzo siriano suona il violino davanti alla polizia turca (Reuters)
Un ragazzo siriano suona il violino davanti alla polizia turca (Reuters)

..

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...