MEDICINA, UN NOBEL DEDICATO AI PAESI POVERI: dalla MALARIA alla CECITA’ FLUVIALE, flagelli del Sud del pianeta – Perseguire una SCIENZA UNITARIA, INTERDISCIPLINARE, per salvare il Mondo – LA MEDICINA NATURALE CINESE (in declino) alla base della lotta alla malaria

“YOUYOU TU è il primo Nobel cinese per la medicina, la prima donna della Cina a ottenere il più prestigioso premio mondiale. Lo ha vinto nel terzo millennio, grazie alla una scoperta che ha dato un contributo determinante a sconfiggere la MALARIA, e che affonda le radici 1600 anni fa, nella sapienza degli erboristi asiatici che l’industria della salute occidentale ci ha fatto dimenticare” (Giampaolo Visetti, la Repubblica del 7/10/2015)
“YOUYOU TU è il primo Nobel cinese per la medicina, la prima donna della Cina a ottenere il più prestigioso premio mondiale. Lo ha vinto nel terzo millennio, grazie alla una scoperta che ha dato un contributo determinante a sconfiggere la MALARIA, e che affonda le radici 1600 anni fa, nella sapienza degli erboristi asiatici che l’industria della salute occidentale ci ha fatto dimenticare” (Giampaolo Visetti, la Repubblica del 7/10/2015)

IL NOBEL DELLA MEDICINA OVVERO DELLA PACE

   Nel mondo governato dai ricchi anche la ricerca medica è al servizio del mercato e non si sottrae alla legge della domanda e dell’offerta. Anche se nel mondo si calcola che siano circa 400 milioni le persone che ogni anno contraggono la malaria, la ricerca, quando non si occupa di cosmesi, è orientata a sconfiggere o alleviare le malattie di quelli che possono pagare.

   I 400 milioni sono fuori mercato, sono poveri. Il premio Nobel assegnato alla cinese Youyou Tu che ha sviluppato una risposta accessibile contro la malaria a partire dalla medicina tradizionale cinese, in questo senso equivale ad un Nobel per la pace.

   È una chiara indicazione a non dimenticarsi della parte di umanità che viaggia in terza classe. A farsi carico di tutte le situazioni a partire dalle più urgenti e devastanti. Altri criteri, altre priorità. Questo ha voluto indicarci quel Nobel. E noi speriamo che sia un primo passo verso un’inversione di tendenza, una conversione della ricerca e anche una valorizzazione della medicina tradizionale snobbata dai grandi centri e dalle multinazionali del farmaco.   (7 ottobre 2015 – Tonio Dell’Olio – http://www.mosaicodipace.it/ )

Da sinistra l'irlandese WILLIAM C. CAMPBELL, nato nel 1930 a Ramelton, il giapponese SATOSHI OMURA, nato nel 1935 nella prefettura di Yamanashi. Campbell e Ōmura hanno scoperto l’ “avermectina”, che ha permesso di realizzare farmaci contro la CECITÀ FLUVIALE (oncocercosi), una malattia che le popolazioni (specie dell’Africa subsahariana) prendono dal loro “avvicinarsi” ai fiumi, andare a vivere vicino ai fiumi (fonte sì di sopravvivenza in aree quasi sempre aride, desertiche, ma che in questo caso porta al pericolo di rimanere cechi), malattia questa causata dell’infestazione di un verme che appunto porta alla cecità
Da sinistra l’irlandese WILLIAM C. CAMPBELL, nato nel 1930 a Ramelton, il giapponese SATOSHI OMURA, nato nel 1935 nella prefettura di Yamanashi. Campbell e Ōmura hanno scoperto l’ “avermectina”, che ha permesso di realizzare farmaci contro la CECITÀ FLUVIALE (oncocercosi), una malattia che le popolazioni (specie dell’Africa subsahariana) prendono dal loro “avvicinarsi” ai fiumi, andare a vivere vicino ai fiumi (fonte sì di sopravvivenza in aree quasi sempre aride, desertiche, ma che in questo caso porta al pericolo di rimanere cechi), malattia questa causata dell’infestazione di un verme che appunto porta alla cecità

The Nobel Assembly at Karolinska Institutet

has today decided to award

the 2015 Nobel Prize in Physiology or Medicine

with one half jointly to

William C. Campbell and Satoshi Ōmura

for their discoveries concerning a novel therapy against infections caused by roundworm parasites

and the other half to

Youyou Tu

for her discoveries concerning a novel therapy against Malaria

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   Una scienziata cinese, un giapponese e un irlandese sono i vincitori per il 2015 del premio Nobel per la Medicina. Perché hanno inventato farmaci che hanno salvato (e stanno salvando) milioni di persone, quasi sempre in paesi poveri del Sud del mondo. Scienziati che si sono concentrati sulla lotta a parassiti che uccidono o invalidano la vita di così tante persone (come con la cecità, o il degrado fisico e la morte dato dalla malaria…).

parassiti e malattie( da IL POST.IT)
parassiti e malattie (da IL POST.IT)

   Le malattie causate dai parassiti sono tra le più letali e diffuse in molte parti del mondo, soprattutto nelle aree più povere del pianeta. I tre ricercatori premiati hanno cambiato sensibilmente il modo in cui vengono trattate e combattute alcune delle malattie più gravi: per dire, la cinese YouYou Tu ha dato un contributo determinante a sconfiggere la malaria grazie a una scoperta che affonda le radici 1600 anni fa, nella sapienza degli erboristi asiatici, cinesi, e che l’attuale industria della salute occidentale mai avrebbe preso in considerazione. Il premio è stato assegnato per metà a lei, e per due quarti congiuntamente all’irlandese William C. Campbell e al giapponese Satoshi Ōmura.

CECITA’ DAI FIUMI – IL BUIO NEGLI OCCHI ARRIVA DAL FIUME: milioni di persone rischiano la cecità per il morso di una mosca che vive sui corsi d'acqua - “Se vi capita, vagabondando per la NIGERIA, di passare per lo STATO DI TARABA, nel sud-est del Paese, sarà meglio evitare GARBARI, un agglomerato rurale di neanche mille abitanti: perché qui IL DRAMMA DELLA CECITÀ - secondo solo, in Africa, a quello dell'Aids - mostra il suo volto più sconvolgente. Ma se decidi di fare una sosta, anche breve, nel villaggio, è difficile, quando lo lasci alle spalle, scrollarti di dosso l'angoscia che ti ha ghermito; e per un pezzo continuerai a trascinarti dietro, nel pensiero, i suoi novanta ciechi, VITTIME DELLA ONCOCERCOSI, o RIVER BLINDNESS in inglese, LA CECITÀ CHE VIENE DAI FIUMI.” (ETTORE MO, Corriere della Sera, articolo del 2001) (nella foto il fiume BENUE in Nigeria, grande affluente del Niger)
CECITA’ DAI FIUMI – IL BUIO NEGLI OCCHI ARRIVA DAL FIUME: milioni di persone rischiano la cecità per il morso di una mosca che vive sui corsi d’acqua – “Se vi capita, vagabondando per la NIGERIA, di passare per lo STATO DI TARABA, nel sud-est del Paese, sarà meglio evitare GARBARI, un agglomerato rurale di neanche mille abitanti: perché qui IL DRAMMA DELLA CECITÀ – secondo solo, in Africa, a quello dell’Aids – mostra il suo volto più sconvolgente. Ma se decidi di fare una sosta, anche breve, nel villaggio, è difficile, quando lo lasci alle spalle, scrollarti di dosso l’angoscia che ti ha ghermito; e per un pezzo continuerai a trascinarti dietro, nel pensiero, i suoi novanta ciechi, VITTIME DELLA ONCOCERCOSI, o RIVER BLINDNESS in inglese, LA CECITÀ CHE VIENE DAI FIUMI.” (ETTORE MO, Corriere della Sera, articolo del 2001) (nella foto il fiume BENUE in Nigeria, grande affluente del Niger)

   Campbell e Ōmura hanno scoperto l’ “avermectina”, che ha permesso di realizzare farmaci contro la CECITÀ FLUVIALE (oncocercosi), una malattia che le popolazioni (specie dell’Africa subsahariana) prendono dal loro “avvicinarsi” ai fiumi, andare a vivere vicino ai fiumi (fonte sì di sopravvivenza in aree quasi sempre aride, desertiche, ma che in questo caso porta al pericolo di rimanere cechi), malattia questa causata dell’infestazione di un verme che appunto porta alla cecità. E inoltre Campbell e Ōmura hanno dato un contributo notevole alla lotta contro la FILARIASI LINFATICA, un altro tipo di malattia parassitaria che porta a gonfiori e piaghe di vario tipo in tutto il corpo e altri sintomi invalidanti, causata sempre da vermi.

L’oncocerchiasi (oncocercosi), detta anche “CECITÀ DEI FIUMI”, è causata dall’infezione provocata da un verme (nematode), l’Onchocerca volvulus. Provoca cecità, generalmente a causa di una malattia della cornea (detta cheratite sclerosante), che si accompagna spesso a un’infiammazione interna all’occhio, con conseguenti danni alla retina causati da cicatrizzazione e degenerazione del tessuto nervoso (atrofia). Si ritiene che sia, dopo il tracoma, la seconda causa al mondo di cecità prevenibile tra le malattie contagiose. (…) La patologia è considerata UNA PIAGA IN DIVERSI PAESI DELL'AFRICA SUBSAHARIANA. Complessivamente colpisce 31 Stati africani, una decina di Stati del Centro e del Sud America nonché lo Yemen (Penisola arabica). Circa 25 milioni di persone sono infette, mentre 123 milioni di persone vivono in aree a rischio (….) (da www.iapb.it/)
L’oncocerchiasi (oncocercosi), detta anche “CECITÀ DEI FIUMI”, è causata dall’infezione provocata da un verme (nematode), l’Onchocerca volvulus. Provoca cecità, generalmente a causa di una malattia della cornea (detta cheratite sclerosante), che si accompagna spesso a un’infiammazione interna all’occhio, con conseguenti danni alla retina causati da cicatrizzazione e degenerazione del tessuto nervoso (atrofia). Si ritiene che sia, dopo il tracoma, la seconda causa al mondo di cecità prevenibile tra le malattie contagiose. (…) La patologia è considerata UNA PIAGA IN DIVERSI PAESI DELL’AFRICA SUBSAHARIANA. Complessivamente colpisce 31 Stati africani, una decina di Stati del Centro e del Sud America nonché lo Yemen (Penisola arabica). Circa 25 milioni di persone sono infette, mentre 123 milioni di persone vivono in aree a rischio (….) (da http://www.iapb.it/)

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   Youyou Tu ha invece scoperto l’ “artemisinina”, un principio attivo che ha contribuito a ridurre sensibilmente il tasso di mortalità tra i pazienti che soffrono di MALARIA.

   Secondo il comitato dei Nobel, i farmaci derivati dalle scoperte dei tre premiati hanno permesso di salvare milioni di vite portando a enormi benefici per le persone con queste patologie.

MALARIA - L’area tratteggiata indica la distribuzione della malattia malarica. In rosso sono le zone di forte endemia malarica, in giallo un rischio malarico moderato, e in verde le aree dove è rara. http://www.nature.com/nrg/journal/v2/n12/fig_tab/nrg1201-967a_F1.html
MALARIA – L’area tratteggiata indica la distribuzione della malattia malarica. In rosso sono le zone di forte endemia malarica, in giallo un rischio malarico moderato, e in verde le aree dove è rara.  http://www.nature.com/nrg/journal/v2/n12/

   Questo Nobel per la medicina si identifica completamente nella GEOGRAFIA DEL SOTTOSVILUPPO, delle grandi e gravi malattie infettive che ritroviamo in quelle parti del pianeta dove natura e antropizzazione umana sono di difficile convivenza: pur spesso in paesaggi di grande suggestione (siano aree semidesertiche o a foresta tropicale…). L’uomo, il villaggio, che si sposta da terre aride verso l’acqua, il fiume (il Niger, i suoi affluenti….) e incontra la “cecità dai fiumi”, un parassita, un verme (nematode si chiama scientificamente) che infetta la cornea dell’occhio e rovina la retina provocando appunto cecità…

River blindness graphic (da www.magazine.usf.edu/)
River blindness graphic (da http://www.magazine.usf.edu/)

   In questo post parliamo appunto del lavoro premiato dal Nobel assegnato a questi tre scienziati, rilevando appunto che essi hanno individuato soluzioni farmacologiche per aiutare milioni di persone a superare la malattia, e che è un contributo incredibile alla salvezza di milioni di vite di popolazione povere: appunto un contributo al sollevare dal sottosviluppo e disagio popolazioni in AREE TERRITORIALI che sono quasi la metà del pianeta abitato.

Malaria: sintomi (da www.uninews24.it/) - LA MALARIA - La malaria è una malattia infettiva causata da un parassita chiamato Plasmodio. La malaria SI TRASMETTE esclusivamente ATTRAVERSO LE PUNTURE DI ZANZARE INFETTE (solamente il tipo ANOPHELES che non è presente in Italia). Queste zanzare sono presenti in AFRICA, in AMERICA CENTRALE e DEL SUD ed in ASIA. Nel corpo umano i parassiti della malaria si moltiplicano nel fegato e quindi dopo una incubazione variabile infettano globuli rossi. MALARIA: SINTOMI - Febbre, mal di testa, tensione di muscoli nucali, brividi e sudorazione, talvolta nausea, vomito e diarrea, sono i sintomi che possono essere presenti ma che possono anche alternarsi. Compaiono solitamente tra i 10 ei 15 giorni dopo la puntura di zanzara. Se non trattata con i farmaci appropriati, la malaria può diventare rapidamente pericolosa per la vita interrompendo l'afflusso di sangue agli organi vitali. In molte parti del mondo, i parassiti hanno sviluppato una resistenza ad una serie di farmaci specifici. INTERVENTI IMPORTANTI PER CONTROLLARE LA MALARIA INCLUDONO: il trattamento rapido ed efficace della malattia con TERAPIE A BASE DI ARTEMISININA combinata con altri farmaci, l'uso di zanzariere trattate con insetticidi, l’utilizzo di insetticidi e repellenti per il controllo delle zanzare. (da http://www.cesmet.com/)
Malaria: sintomi (da http://www.uninews24.it/) – LA MALARIA – La malaria è una malattia infettiva causata da un parassita chiamato Plasmodio. La malaria SI TRASMETTE esclusivamente ATTRAVERSO LE PUNTURE DI ZANZARE INFETTE (solamente il tipo ANOPHELES che non è presente in Italia). Queste zanzare sono presenti in AFRICA, in AMERICA CENTRALE e DEL SUD ed in ASIA. Nel corpo umano i parassiti della malaria si moltiplicano nel fegato e quindi dopo una incubazione variabile infettano globuli rossi. MALARIA: SINTOMI – Febbre, mal di testa, tensione di muscoli nucali, brividi e sudorazione, talvolta nausea, vomito e diarrea, sono i sintomi che possono essere presenti ma che possono anche alternarsi. Compaiono solitamente tra i 10 ei 15 giorni dopo la puntura di zanzara. Se non trattata con i farmaci appropriati, la malaria può diventare rapidamente pericolosa per la vita interrompendo l’afflusso di sangue agli organi vitali. In molte parti del mondo, i parassiti hanno sviluppato una resistenza ad una serie di farmaci specifici. INTERVENTI IMPORTANTI PER CONTROLLARE LA MALARIA INCLUDONO: il trattamento rapido ed efficace della malattia con TERAPIE A BASE DI ARTEMISININA combinata con altri farmaci, l’uso di zanzariere trattate con insetticidi, l’utilizzo di insetticidi e repellenti per il controllo delle zanzare. (da http://www.cesmet.com/)

   Di riflesso viene da pensare che i metodi di ricerca adottati da questi scienziati (dalla chimica, alla medicina tradizionale, allo studio della malattie da parassiti nelle aree specifiche di diffusione…) dimostrano che al giorno d’oggi non ha più senso pensare a UNA SCIENZA PER SETTORI (chimica, fisica…) ma che tutto si collega con gli altri saperi, e tutto si rifà pure a una sensibilità nella ricerca antropologica di usi e abitudini geografiche di popolazioni ed ecosistemi ambientali. C’è così la necessità di UN APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE DELLA RICERCA SCIENTIFICA, una SCIENZA UNITARIA, spaziando in settori diversi per interpretare una problematica, per raggiungere l’obbiettivo che ci si prefigge (come ad esempio sconfiggere la malaria o la cecità fluviale…).

   E allora si capisce che, nelle problematiche planetarie, se si vuole, ce la possiamo fare. E il lavoro adesso premiato dal Nobel di questi tre scienziati lo sta a dimostrare.

   Viene infine da pensare che la parcellizzazione, ripartizione, dei premi Nobel che a Stoccolma ogni anno si assegnano nel campo della scienza (Medicina, Chimica, Fisica), potrebbero unificarsi in un unicum di premi assegnati PER LA SCIENZA a prescindere da ogni specializzazione. (s.m.)

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IL RIMEDIO CINESE

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 7/10/2015

– L’Accademia dei Nobel si inchina a YOUYOU TU e a una scienza di tradizione millenaria nel suo Paese. – Ma il riconoscimento non segna una rivoluzione nella medicina globale. – La scopritrice dell’ARTEMISINA non riesce più a sedurre nemmeno i suoi connazionali.

– Mai come oggi infatti PECHINO È IN FUGA DALLE VECCHIE CURE: i prezzi delle 200 sostanze più diffuse sono in caduta libera con pesanti ripercussioni sull’export. – E anche i luminari di questo sapere sono ormai privati dell’antico prestigio sociale. Ecco perché – – Nei primi otto mesi dell’anno in ogni ospedale ci sono state 35 aggressioni armate. Milioni di malati si convertono alle sostanze chimiche dell’industria occidentale –

   YOUYOU TU è il primo Nobel cinese per la medicina, la prima donna della Cina a ottenere il più prestigioso premio mondiale. Lo ha vinto nel terzo millennio, grazie a una scoperta che affonda le radici 1600 anni fa, nella sapienza degli erboristi asiatici che l’industria della salute occidentale ci ha fatto dimenticare. È come se tra poche ore il Nobel per la Letteratura venisse assegnato ad un frate amanuense, scovato per caso in un monastero risparmiato dal web e dalle concentrazioni editoriali.

   Anche la malattia a cui Youyou Tu ha dedicato la sua vita di studiosa, la MALARIA, mantiene l’esoticità coloniale di un sapore antico. La maga delle erbe che per decenni ha battuto i villaggi rurali, trascrivendo a mano le ricette della medicina cinese tramandate oralmente dagli anziani, è così ascesa all’istante ad anti-simbolo globale di una scienza umana consegnata alla speculazione finanziaria, alla corruzione politica e al dominio delle analisi hi-tech.

   Nel 2015 Youyou Tu ha vinto il Nobel per la medicina con una scoperta del 1972, alla fine di un secolo fa, studiando i poteri alchemici dell’Artemisia annua e lottando contro le zanzare, oggi decimate da insetticidi e concimi chimici. La Cina e il resto del mondo, improvvisamente, sono riusciti a riconoscere l’evidenza: un’anonima ricercatrice cinese, osteggiata dalle guardie rosse di Mao Zedong ed emarginata dai successori post-rivoluzionari, ha silenziosamente contribuito a salvare milioni di persone da una malattia non ancora vinta, i poveri dimenticati nell’altro mondo ancora ignorato dall’anelito alla longevità.

   La simultaneità del web e la propaganda di Pechino, che mai ha promosso Youyou Tu nell’Accademia delle Scienze, hanno subito stabilito che il Karolinska Institut di Stoccolma ha voluto indicare la medicina tradizionale cinese, con i suoi medici e con i suoi ricercatori, come laboratorio per ridefinire una più sostenibile scienza mondiale del futuro.

   L’enfasi retorica ha finto di ignorare che l’erboristeria e gli estratti animali, cardine storico dei rimedi naturali, nulla possono contro le malattie acute e contro la nuova generazione dei farmaci chimici. Rappresentano semmai un modo di vivere in armonia con le altre forme di vita, in cui la prevenzione aiuta a sostenere l’urto ineludibile dell’invecchiamento. Solo Youyou Tu, prostrata dal diabete e sulla soglia degli 85 anni, ha tentato invano di riportare tutti dentro la misura della realtà.

   «Il Nobel — ha detto — non mi ha fatto un’impressione particolare e non mi ha sorpreso troppo. È un onore reso a tutti gli scienziati cinesi, un regalo alla medicina tradizionale dell’Oriente e alla popolazione del pianeta: ma non deve frenare la curiosità e la creatività dei ricercatori, fermare le conquiste della tecnologia, rallentare le lancette del progresso».

   Fino a due giorni fa la Cina era comunemente associata alla repressione del dissenso politico, alla crescita trentennale della sua economia e alla prima crisi del suo modello industriale, ai marchi contraffatti, all’inquinamento e alla corsa al riarmo nel Pacifico. Mai Pechino era finita nei radar dell’innovazione, della scienza e della medicina, e la comunità internazionale si è chiesta subito se il Nobel di Youyou Tu sia il segnale che la fame del Dragone voglia ora saziarsi fagocitando anche la modernizzazione clinica.

   Si inaugura “il secolo del medico cinese”, votato alla riscoperta dell’erboristeria e al tramonto di chimica e chirurgia robotica? La risposta, per ora, sembra restare no. La vecchia scopritrice dell’Artemisina, capace di sconfiggere il Plasmodium Falciparum resistente al chinino, ha conquistato l’Occidente, ma nonostante il subitaneo orgoglio nazionalista continua a non sedurre la stessa Cina.

   Il suo successo nasce dentro un piano militare segreto, voluto da Mao non per amore della ricerca, ma per risparmiare i soldati che alla fine degli anni Sessanta combattevano contro gli Usa nel Sudest asiatico. La missione affidata a Youyou Tu non era salvare i poveri dalla malaria, ma contribuire alla vittoria del comunismo sul capitalismo ed è proprio tale vizio politico del passato a spiegare il paradosso scientifico del presente: mai come oggi la Cina è scossa dalla fuga di massa dalla medicina tradizionale e mai come oggi il medico cinese è vittima della violenza collettiva e privato di ogni residuo prestigio sociale.

   L’OCCIDENTE SUBISCE IL FASCINO DELL’ERBORISTERIA IMPERIALE, MENTRE I CINESI CONSUMANO L’ULTIMO STRAPPO DALLE PROPRIE TRADIZIONI. A rivelarlo sono le antenne infallibili del mercato: nel 2015 i prezzi dei rimedi naturali sono crollati, trascinando nel baratro anche le esportazioni. La domanda interna segna meno 15%, l’export meno10,2%, dopo il meno 12% del 2014. Un anno fa il ginseng, gloria popolare, valeva 145 dollari al chilo: ora fatica a trovare clienti disposti a pagarlo 20. In picchiata anche le quotazioni di essenze himalayane, funghi, corna di cervo, bile di orso, grasso di tigre, cocomeri di mare, bacche e fiori selvatici.

   La maga delle pozioni Youyou Tu vince il Nobel per la medicina, ma la farmacia cinese si svuota: tra i 200 rimedi naturali più diffusi, 11 hanno dimezzato prezzo e vendite, 183 sono calati del 10% e solo 6 sono rimasti stabili. Centinaia di milioni di malati cinesi si convertono ai farmaci chimici dell’industria occidentale, sostenuti dalla pubblicità, e alimentano il turismo della salute che ingrassa i commercianti di Hong Kong, Seul, Tokyo, Taiwan, ma pure le multinazionali di Europa e Usa.

   Il mercato delle erbe, che solo in Cina nel 2013 valeva 12 miliardi di euro, entro dicembre minaccia di scendere sotto i 5. È l’effetto di una super-potenza, nei fatti, sempre più occidentalizzata: la gente non vuole convivere con le malattie, ma guarire subito, non si accontenta di invecchiare, ma sogna l’eternità, non accetta la sofferenza, ma pretende di abolire il dolore, non può fermarsi se il fisico lo suggerisce, ma deve continuare a lavorare per continuare a consumare.

   E alla grande fuga dalla medicina tradizionale corrisponde l’escalation dell’odio collettivo verso i medici. Nei primi otto mesi dell’anno, denuncia l’Accademia delle scienze di Pechino, in ogni ospedale del Paese ci sono state in media 35 aggressioni armate. Centinaia le vittime, mentre il 40% dei medici ospedalieri cinesi dichiara di voler abbandonare la professione per evitare le vendette dei pazienti insoddisfatti. Il salario mensile di un primario è di 370 euro al mese, inferiore a quello di un operaio, i medici sono ad un passo da uno sciopero generale senza precedenti e invitano i giovani a disertare le facoltà di medicina.

   È L’ALTRA FACCIA DEL PRIMO NOBEL CINESE PER LA MEDICINA: MIGLIAIA DI CITTÀ E DI VILLAGGI SENZA OSPEDALE, REPARTI PRIVI DI FARMACI E DI MACCHINE PER LE DIAGNOSI, medici in rotta costretti a 200 visite al giorno, pazienti in rivolta, reparti presidiati dall’esercito, puerpere in fuga all’estero, rimedi tradizionali considerati truffe da stregoni prigionieri della suggestione.

   Solo Youyou Tu, con la modestia e la tenacia della scienziata sola che vive per capire, supera oggi la crisi d’identità dell’Occidente che si rifugia in Oriente e dell’Est che si consegna all’Ovest. «Il nostro compito — ha detto — è semplicemente lottare per la salute di tutti gli esseri umani». Ha fatto più attenzione ad un’erba chiamata Artemisia, conosciuta da tutti. Anche nella medicina è l’attenzione, non l’erboristeria, non la chimica, a fare la differenza: l’hanno scoperta, nel terzo millennio, ma l’hanno scoperta. (Giampaolo Visetti)

YOUYOU TU
YOUYOU TU

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5 ottobre 2015 da www.ilpost.it/

IL PREMIO NOBEL PER LA MEDICINA A WILLIAM C. CAMPBELL, SATOSHI ŌMURA E YOUYOU TU

– Ai primi due per le loro scoperte sulle infezioni causate dai nematodi, alla terza per le sue scoperte legate alle terapie contro la malaria –

   Il premio Nobel per la Medicina 2015 è stato assegnato ai ricercatori WILLIAM C. CAMPBELL, SATOSHI ŌMURA e YOUYOU TU: i primi due lo hanno vinto per le loro scoperte sulle infezioni causate dai nematodi, la terza per le sue scoperte legate alle terapie contro la malaria.

   L’annuncio è stato effettuato presso il KAROLINSKA INSTITUET DI STOCCOLMA, in SVEZIA. Le malattie causate dai parassiti sono tra le più letali e diffuse in molte parti del mondo, soprattutto nelle aree più povere del pianeta. Il Nobel per la Medicina di quest’anno è stato assegnato a tre ricercatori che hanno cambiato sensibilmente il modo in cui vengono trattate alcune delle malattie più gravi causate dai parassiti. Il premio è stato assegnato per metà a Youyou Tu, e per due quarti congiuntamente a William C. Campbell e Satoshi Ōmura.

NOBEL PER LA MEDICINA 2015

Campbell e Ōmura hanno scoperto l’AVERMECTINA, che ha permesso di realizzare farmaci contro la CECITÀ FLUVIALE (oncocercosi), una malattia causata dell’infestazione di un verme cilindrico che rende ciechi, e contro la FILARIASI LINFATICA, un altro tipo di malattia parassitaria causata sempre da vermi cilindrici. Youyou Tu ha invece scoperto l’ARTEMISININA, un principio attivo che ha contribuito a ridurre sensibilmente il tasso di mortalità tra i pazienti che soffrono di MALARIA. Secondo il comitato dei Nobel, i farmaci derivati dalle scoperte dei tre premiati hanno permesso di salvare milioni di vite portando a enormi benefici per le persone con queste patologie.

   I NEMATODI sono TRA I PARASSITI PIÙ DIFFUSI AL MONDO e lo sono soprattutto nell’Africa subsahariana, nell’Asia meridionale, nel Centramerica e nel Sudamerica. Il parassita responsabile della CECITÀ FLUVIALE porta a una INFIAMMAZIONE CRONICA DELLA CORNEA, che a sua volta causa la cecità nell’individuo che ne viene colpito.

   LA FILARIASI LINFATICA RIGUARDA ALMENO 100 MILIONI DI PERSONE, causa gonfiori di vario tipo e altri sintomi invalidanti.

   LA MALARIA È CAUSATA DA PARASSITI CHE INVADONO I GLOBULI ROSSI, causa febbre alta e può portare a seri danni al cervello e in alcuni casi alla morte. Il parassita è trasportato dalle zanzare, che infettano poi le persone con cui vengono in contatto. Si stima che ogni anno la malaria causi la morte di almeno 450mila persone, soprattutto bambini.

NEMATODI

Satoshi Ōmura è nato nel 1935 nella provincia di Yamanashi, in GIAPPONE, ha conseguito un dottorato in Scienze farmaceutiche presso l’Università di Tokyo nel 1968 e in seguito un dottorato in Chimica. Ha concentrato i suoi studi su un particolare gruppo di batteri (Streptomyces), che vivono nel suolo: ne ha isolati diversi ceppi coltivandoli in laboratorio, ne ha selezionati poi una cinquantina dalle caratteristiche promettenti per contrastare alcuni tipi di microorganismi.

William C. Campbell è nato nel 1930 ed è di Ramelton, IRLANDA. Dopo essersi laureato presso il Trinity College di Dublino nel 1952, ha ottenuto un dottorato presso l’Università del Wisconsin, Stati Uniti. Ha lavorato per quasi 30 anni presso il Merck Institute for Therapeutic Research ed è attualmente ricercatore emerito presso la Drew University di Madison, New Jersey (Stati Uniti). CAMPBELL HA STUDIATO I LAVORI DI ŌMURA scoprendo che uno dei ceppi di batteri che aveva selezionato è efficace contro alcuni tipi di parassiti che colonizzano gli animali da allevamento. Il composto sarebbe stato in seguito chiamato avermectina e successivamente migliorato in un nuovo composto che si chiama ivermectina. In seguito si è scoperto che il composto poteva essere usato anche negli esseri umani per combattere le infezioni causate da diversi tipi di parassiti. L’efficacia dei farmaci derivati da questi studi è tale che si pensa che in pochi anni malattie come la cecità fluviale potrebbero essere sradicate da alcuni dei paesi più poveri al mondo.

MALARIA

Youyou Tu è nata nel 1930 in Cina e si è laureata in farmacia presso l’Università di medicina di Pechino nel 1955. È stata per 13 anni assistente presso l’Accademica di medicina tradizionale cinese, poi professore associato presso lo stesso istituto. Tu è partita dalla medicina tradizionale alla ricerca di una soluzione per ridurre i sintomi della malaria, con una serie di studi a partire dagli anni Sessanta. Dopo una lunga selezione, si rese conto dei benefici che portava l’artemisia, i cui oli essenziali erano usati per trattare diverse patologie. Tu fu la prima a estrarre il principio attivo della pianta e a scoprire che faceva effetto contro il parassita che causa la malaria. Dalla sua scoperta è derivata la produzione dell’artemisina, un nuovo tipo di farmaci antimalarici in grado di uccidere i parassiti della malaria ai loro primi stadi di evoluzione, riducendo quindi gli effetti della malattia su chi l’ha contratta. Il farmaco permette di ridurre la mortalità da malaria del 20 per cento, se usato per tempo e in combinazione con altre terapie: si stima che contribuisca a salvare 100mila vita ogni anno solo in Africa.

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NOBEL PER LA MEDICINA

ERBA CINESE ANTI-MALARIA

di Marco Corsi e Pino Donghi, da “il Sole 24ore” del 11/10/2015

– In Vietnam le zanzare mietevano più vittime del Napalm, per questo nel 1967 Ho Chi Min chiese aiuto a Mao che mobilitò 531 ricercatori –

   «Danno collaterale” è un brutto eufemismo. L’orribile realtà a cui si riferisce ha ferito a morte, Domenica scorsa, un ospedale dei Medici senza Frontiere a Kunduz in Afghanistan. Tanto è brutto che anche nella sua versione neutra – “effetto collaterale” – mantiene comunque la connotazione negativa, e con piena ragione. Sicché, una parte non marginale delle ricerche scientifiche si è sempre rivolta a garantire, in caso di conflitto, la supremazia bellica fornendo la migliore assistenza sanitaria ai propri soldati, e può succedere così che le guerre finiscano per produrre “effetti collaterali” positivi, che meglio sarebbe ottenere in tempo di pace, ma tant’è.

   La scoperta delle proprietà antimalariche dell’artemisinina, per la quale la scienziata cinese Youyou Tu ha ottenuto il Premio Nobel per la Medicina 2015, è uno di queste rare e positive eccezioni.    Un flashback. Siamo nel 1967, in Vietnam. Il comandante Ho Chi Min assiste impotente alla strage dei soldati del nord e dei guerriglieri vietcong falcidiati dalla malaria. Molto più dei terribili bombardamenti e del Napalm, sono le zanzare a mietere vittime sul campo.

   All’epoca, tra gli anni ’50 e ’60, l’antimalarico più utilizzato è la clorochina ma il plasmodio della malaria, mutando il suo Dna, ne è ormai diventato resistente. E la malaria è diffusissima nelle foreste e negli acquitrini dove si combatte. Il vantaggio strategico degli Stati Uniti non riguarda solo il potenziale degli armamenti: il Walter Reed Army Institute of Research, infatti, ha sintetizzato un nuovo efficace antimalarico, la meflochina, inviata subito alle truppe americane.

   La mefoclina, ovviamente, non è disponibile per i nord vietnamiti e Ho Chi Minh pensa quindi di chiedere aiuto al suo potente vicino: la Cina di Mao Zedong. In un primo momento Mao è quasi riluttante all’idea di soddisfare la richiesta di Ho Chi Min: il grande condottiero ha appena lanciato la campagna, che durerà dieci anni, e che diventerà tristemente nota con il nome di Rivoluzione Culturale Cinese. Quella “rivoluzione” prevede che i professori universitari e i ricercatori vengano trasferiti a lavorare nelle campagne per un cosiddetto “processo rieducativo” mentre, al contrario, i contadini e le giovani Guardie Rosse insegnano nelle accademie.

   Ma la riluttanza viene rapidamente superata in considerazione della strategica importanza geo-politica del Vietnam. In un vertice al quale partecipano anche Zhou Enlai e Deng Xiaoping si decide di esentare dal processo di rieducazione solamente 541 ricercatori, tra chimici, biologi, farmacologi e medici i quali si dovranno occupare di trovare un nuovo farmaco antimalarico da destinare alle truppe nord vietnamite. L’eccezione alla prassi rivoluzionaria conquista un nome in codice: “Progetto 523”. Il numero sta ad indicare la data d’inizio del progetto: il 23 Maggio del 1967.    Il resto è storia di ordinaria ricerca scientifica. Moltissime furono le molecole che il gruppo di ricercatori produsse per sintesi chimica. Diverse di queste avevano una discreta attività antimalarica, ma non ancora pienamente soddisfacente. In aggiunta ai prodotti di sintesi, i ricercatori, tornati oramai alla vita professionale, attinsero idee anche dalla Medicina Tradizionale Cinese.

   Uno degli Istituti più attivi su questo fronte era all’epoca l’Academy of Traditional Chinese Medicine e la prof.ssa Youyou Tu fu messa a capo di un gruppo di farmacologi ed esperti di fitochimica. Nelle prime fasi studiarono oltre 2000 preparazioni di erbe dalle quali produssero circa 380 estratti, la cui efficacia antimalarica fu valutata in modelli di laboratorio.

   La svolta arrivò quando analizzarono l’estratto dell’Artemisia annua e nel 1972 purificarono il principio attivo: l’artemisinina. Sembrava l’antimalarico perfetto: estremamente efficace e con nessun segno di resistenza. La battaglia contro la malaria registrava un nuovo successo, quella tra Vietnam e Stati Uniti continuava, anche se l’imprevedibile epilogo era oramai alle porte.    L’esistenza dell’artemisinina è stata annunciata per la prima volta al resto del mondo nel 1979. Ma rimaneva il mistero su chi ne fosse stato lo scopritore. Durante la Rivoluzione Culturale, infatti, era vietato dare risalto ai singoli individui. Le pubblicazioni scientifiche riportavano solamente che gli autori appartenevano al “Quinghaosu Antimalaria Coordinating Group”. Qinghao era il termine cinese con cui veniva chiamata l’Artemisia annua.

   Il velo è stato tolto solo di recente, e nel 2011 la prof.ssa Youyou Tu ha ricevuto il prestigioso premio della Fondazione Lasker-DeBakey – il Nobel statunitense – per la scoperta dell’artemisinina: del 5 Ottobre scorso l’annuncio del Nobel vero, quello svedese.    Da diversi anni la strategia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il trattamento di prima scelta della malaria si basa sulla cosiddetta Terapia di Combinazione con l’Artemisinina (Artemisinin-based Combination Therapy, o ACT). Nella stessa compressa sono presenti un derivato dell’artemisinina e un altro farmaco antimalarico che contribuisce ad ottimizzare la terapia e a proteggere contro l’emergere di resistenze.

   Il trattamento è di soli tre giorni e la sicurezza è molto elevata. Negli ultimi 10 anni le quattro ACTs ad oggi disponibili nei Paesi dove la malaria è endemica hanno contribuito a dimezzare gli episodi e i decessi causati dall’infezione. Anche se molto resta da fare. In Europa sono solo due le ACTs approvate, una delle quali frutto del processo di registrazione seguito da un’impresa tutta italiana, Sigma-Tau, ora facente parte del Gruppo Alfasigma, che è riuscita a tradurre in standard farmacologico approvato internazionalmente la lontana intuizione dei 541 ricercatori cinesi salvati dal processo rieducativo, “grazie” alla guerra del Vietnam. Per una volta, un effetto collaterale apprezzabile. (Marco Corsi e Pino Donghi)

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DAI POZZI NEI VILLAGGI UN AIUTO DECISIVO CONTRO LA “CECITÀ FLUVIALE” IN AFRICA

da www.pedrollo4people.com/

   Oltre 37 milioni di persone, equivalenti all’intera popolazione dell’Oceania. Sono gli abitanti delle aree più povere dell’Africa centrale colpite dall’oncocercosi, chiamata anche “cecità fluviale”, una malattia infettiva causata dall’infestazione dei corsi d’acqua da parte di un parassita trasportato dai moscerini.

   Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la malattia ha già reso cieche quasi sei milioni di persone nel mondo, anche se le campagne per debellarla hanno dato buoni frutti. Viene comunque considerata la seconda causa di cecità tra le patologie di natura infettiva dopo il tracoma.

l'installazione delle pompe nei villaggi aiuta a combattere l’oncocercosi (da www.pedrollo4people.com/)
l’installazione delle pompe nei villaggi aiuta a combattere l’oncocercosi (da http://www.pedrollo4people.com/)

   Una volta infiltrato nel corpo, il parassita viaggia sotto la pelle causando prurito e infiammazione. Dopo anche molti anni arriva a danneggiare gli occhi, lasciando cicatrici sui tessuti oculari che portano a una completa cecità.

   Anche se esiste un farmaco in grado di curare la malattia, questa piaga ha continuato a colpire l’Africa, causando gravi sofferenze alla popolazioni, naturalmente accompagnati dalla povertà e da drammatici problemi sociali che aggravano una situazione già compromessa.

   La diffusione della malattia trova un alleato nella scarsità di acqua potabile che spinge le popolazioni, e molto spesso soprattutto i bambini, a raggiungere i pochi pozzi disponibili nelle vicinanze dei fiumi, in zone umide infestate di moscerini. Per questo LA COSTRUZIONE DI POZZI E L’INSTALLAZIONE DELLE POMPE NEI VILLAGGI, oltre a risolvere il problema dell’approvvigionamento di acqua, aiuta in modo indiretto ma determinante a combattere l’oncocercosi.

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NOBEL MEDICINA 2015, L’ESPERTO: “CAMBIATA LA STORIA DELLE MALATTIE LEGATE ALLA POVERTÀ”

da “il Fatto Quotidiano”, di Davide Patitucci | 5 ottobre 2015

   Secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, il premio ha posto l’attenzione su malattie che “sono state trascurate. E per quanto riguarda la malaria, ci si potrà aspettare un avanzamento nella ricerca di un vaccino

   “Grazie per aver mantenuto così tante persone in vita con le vostre scoperte”. È questo uno dei commenti più ricorrenti tra quelli postati via Twitter sul sito della Fondazione Nobel, dopo l’annuncio dell’assegnazione a William Campbell, Satoshi Omura e Youyou Tu del premio per la medicina e la fisiologia 2015 per la lotta alle malattie della povertà.

   Il comitato dei Nobel ha affermato che “i loro studi hanno cambiato la vita di centinaia di milioni di persone” nei Paesi poveri del mondo. Secondo le stime dell’Oms, TRA IL 2000 E IL 2013 IL TASSO DI MORTALITÀ PER MALARIA È, AD ESEMPIO, DIMINUITO NEL MONDO DEL 47%, E IN AFRICA DEL 54%.

   Abbiamo chiesto a GIUSEPPE IPPOLITO, direttore scientifico dell’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, di spiegarci l’importanza di questo premio.

Qual è il significato di questo Nobel?

Sono molto contento di questo annuncio, perché sono stati scelti tre parassitologi che, con le loro ricerche, hanno cambiato la storia delle cosiddette malattie legate alla povertà.

Il comitato dei Nobel ha parlato di “conseguenze incommensurabili”, riferendosi alle loro ricerche.

Basti pensare che nel caso della “oncocerchiasi”, una malattia che porta alla cecità, gli studiosi premiati oggi hanno permesso di scoprire e mettere a punto un farmaco, l’Ivermectina, che ne sostituisce un altro più tossico. In questo modo hanno reso possibile, con una sola somministrazione ogni sei mesi, per dieci anni – periodo di sopravvivenza del verme nematode legato alla malattia – di evitare a chi ne è colpito di perdere la vista.

Il premio è andato anche agli studi sulla malaria e l’artemisina.

Si tratta di una sostanza di estrazione naturale, già impiegata in medicina tradizionale cinese da un centinaio di anni per il trattamento della febbre. È stata sviluppata dalla Cina di Mao nell’ambito di un programma di ricerca segreto, e oggi è divenuta uno dei farmaci più importanti contro la malaria. La scelta del comitato Nobel porta a una riflessione: che ci perdiamo una gran parte di medicina tradizionale dimostratasi, invece, rilevante e significativa fornendoci nuovi farmaci. Ma c’è un’altra ragione per cui è particolarmente importante la scelta del Nobel per la medicina e la fisiologia 2015.

Quale?

Pone l’attenzione sulle cosiddette malattie neglette che, a differenza di infezioni come EBOLA, sono state trascurate e non hanno avuto la giusta attenzione popolare. È nella modernità dei Nobel tirar fuori qualcosa che ha una grande rilevanza, ed essere sempre attenti nel premiare gli avanzamenti delle conoscenze su temi importanti che richiedono più attenzione.

L’Oms stima che la malaria uccida ancora circa 450mila persone l’anno, molti dei quali sono bambini. Come mai è così diffusa?

Le condizioni di povertà incidono molto. Inoltre, secondo una stima dell’Oms, l’Europa potrebbe essere colpita, entro il 2050, da una ripresa della malaria, collegata alla fine dell’era del “ddt”, sostituito da altri derivati non altrettanto efficaci.

Quali effetti può avere il Nobel di oggi?

Adesso riprenderanno i finanziamenti su queste malattie neglette e, per quanto riguarda la malaria, ci si potrà aspettare un avanzamento nella ricerca di un vaccino. La Commissione europea si accinge, ad esempio, a lanciare un grande progetto proprio sul vaccino contro la malaria.

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INTERVISTA DEL 28 OTTOBRE 2007

5 ottobre 2015, di Adriana Bazzi, inviata nel 2007 a Pechino, da “il Corriere della Sera”

LA NOBEL TU AL CORRIERE: «L’ARTEMISIA SALVERÀ I POVERI DEL MONDO»

– In attesa di un vaccino, la dottoressa TU YOUYOU racconta come scoprì la cura a lungo giudicata con scetticismo. Oggi è il farmaco antimalarico più usato al mondo –

   I Vietcong stavano perdendo più soldati per colpa della malaria che dei nemici americani. La classica CLOROCHINA cominciava a non funzionare più e il Presidente nordvietnamita HO CHI MINH si decise a chiedere un aiuto al suo alleato MAO ZEDONG: forse la medicina orientale poteva trovare una soluzione. «Conoscevo molti rimedi dell’antica farmacopea cinese compreso il QINGHAO, citato in alcuni scritti già nel 168 avanti Cristo, poi menzionato in un libro dell’alchimista Ge Hong nel 340 dopo Cristo e adottato nel 1956 da un famoso naturopata di nome Li Shizhen come antidoto contro “febbre e brividi”». A parlare oggi è la settantasettenne dottoressa TU YOUYOU: all’epoca della Guerra del Vietnam lavorava come ricercatrice all’Accademia della medicina tradizionale cinese di Pechino. Nel 1969, il progetto top secret 523 (dove il 5 indica il mese di maggio e il 23 il giorno della data del suo inizio), uno dei pochi sopravvissuti, per la sua importanza, alla furia delle Guardie Rosse, era finito nelle sue mani. Fino a quel momento se n’erano occupati i militari.

IL FARMACO ANTIMALARICO OGGI PIÙ USATO AL MONDO

Tre anni dopo la dottoressa Tu, con alle spalle una laurea in farmacia della Peking University e un’esperienza di medicina occidentale e orientale insieme, avrebbe scoperto il farmaco antimalarico oggi più usato al mondo: l’ARTEMISININA (QINGHAOSU in cinese) contenuta nell’antico QINGHAO, la PIANTA DELL’ARTEMISIA ANNUA. Una pianta che cresce abbondante sulle MONTAGNE DI WULING, centro-sud della Cina.

   «La vera scoperta però – ci racconta la dottoressa Tu – fu il sistema di preparazione. La ricetta diceva: fare un infuso con una manciata di qinghao in due litri di acqua, spremere il succo e bere. Ecco, il trucco sta nello “spremere”, altrimenti non si ricava la sostanza capace di uccidere il Plasmodio della malaria». Non era stato facile isolare il principio attivo dalla pianta o meglio, dalle foglie dove si concentra in massima parte: la dottoressa Tu ci è riuscita, dopo diversi tentativi, nel 1972. Un anno dopo l’artemisinina veniva provata sui pazienti (3mila in tutto) con buoni risultati anche nelle forme resistenti alla clorochina.

   «Facevamo esperimenti sull’isola di Heinan, nel Sud della Cina – ricorda la dottoressa Tu -. Andavo là, lasciando a mia suocera i due figli piccoli. Mio marito, ingegnere, era finito all’ epoca in un campo di rieducazione».

SCOPERTA IGNORATA PER ANNI

Negli anni successivi la dottoressa Tu aveva trovato due derivati dell’ARTEMISININA, l’ARTESUNATO, solubile in acqua, e l’ARTEMETHER, liposolubile. Tutti efficaci sugli schizonti, le forme del parassita che circolano nel sangue. Ma il riconoscimento delle sue scoperte non avvenne subito. Anzi. Ancora oggi pochi riconoscono i meriti della dottoressa Tu, nonostante abbia ricevuto numerosi premi da istituzioni cinesi e straniere, come l’Albert Einstein World Science Prize, e nonostante alcuni ricercatori occidentali pensino che possa essere una candidata al Nobel.

   Quando il lavoro della dottoressa Tu comparve per la prima volta in lingua inglese sul Chinese Medical Journal nel 1979, il professor Nicholas White direttore del Wellcome’s South East Asia Research Unit disse: «Leggo la descrizione di un nuovo composto contro la malaria e dei test in vivo, nei roditori e nell’ uomo, su sottili fogli di carta gialla in un inglese approssimativo. Il tutto è contenuto in cinque pagine quando una compagnia farmaceutica occidentale avrebbe speso 300 milioni di dollari e pubblicato un documento alto come un mattone». Gli esperti occidentali hanno ignorato per anni la scoperta fino a quando una multinazionale farmaceutica, la Novartis, non ha cominciato a produrre il farmaco.

POTENZIALITÀ ANTI-CANCRO DELL’ARTEMISININA

Anche l’Organizzazione mondiale della sanità aveva guardato a questa sostanza con molto scetticismo non credendo che una pianta cinese potesse produrre un antimalarico efficace. Poi ha dovuto tornare sui suoi passi e dal 2001 lo raccomanda, in associazione con la LUMEFANTRINA per evitare la comparsa di resistenze, come terapia d’elezione per gli attacchi malarici in tutto il mondo e soprattutto nelle zone di resistenza alle terapie classiche, come in Africa.

   «L’artemisinina è stato il primo nuovo farmaco scoperto in Cina dopo la Rivoluzione Culturale» ricorda la dottoressa Tu, ma non dice che mentre l’ Occidente ignorava la sua scoperta, il farmaco, prodotto all’epoca in Cina, salvava migliaia di vite nel Sud-Est asiatico. «Adesso so che il mio farmaco – continua – può essere d’aiuto soprattutto ai Paesi poveri».

   La signora dell’ artemisia non ha smesso di lavorare: è professore all’Istituto della Medicina tradizionale cinese all’Accademia Cinese di medicina tradizionale e sta studiando le potenzialità anti-cancro dell’artemisinina, soprattutto nel tumore al seno. Un effetto su cui si sono concentrati anche ricercatori americani dell’Università di Washington. Questa volta l’Occidente non ha aspettato.

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GIORGIO COSMACINI, storico della medicina

“I FARMACI SINTETICI SONO PIÙ EFFICACI”

intervista di Michele Bocci, da “la Repubblica” del 7/10/2015

   Da Marco Polo fino ai giorni nostri, la storia dei rapporti tra medicina cinese e occidentale è fatta di incontri, scontri, momenti di intensa infatuazione e di freddezze. «Oggi siamo in un momento di convivenza, che però giudico asimmetrica», dice GIORGIO COSMACINI, uno dei più importanti storici della medicina e della sanità europei, docente all’università Vita-Salute San Raffaele.

A quando risalgono i primi incontri dell’Europa con la medicina cinese?

«A parlarne per primo fu, tra la fine del 1.200 e l’inizio del 1.300, Marco Polo, che la considerava la più importante dell’Asia. Si tratta di una disciplina di tradizione millenaria. Il Grande libro delle erbe cinesi risale addirittura al 2.737 avanti Cristo. Descriveva 365 medicamenti. E tra questi c’era già l’artemisia».

La pianta studiata dal nuovo Nobel per la medicina, Youyou Tu.

«È interessante ricordare che l’artemisia, amarissima, era usata un tempo pure da noi contro le febbri, anche malariche. Un po’ come la corteccia di china».

Quando si diffonde da noi la medicina cinese?

«L’agopuntura e la moxibustione erano già note in Europa nell’Ottocento. E anche l’uso delle erbe. Ho un dizionario del 1854 dove tra i vari tipi di artemisia , sempre lei, c’è anche quella chinensis, cinese. Un utilizzo più diffuso si inizia a vedere comunque nel secondo dopoguerra».

Quali sono stati i motivi dell’ingresso in occidente?

«Sicuramente ha un pregio nei confronti della nostra tradizione medica: dà massima importanza alla soggettività del paziente, da noi ci si basa di più su dati oggettivi. La forza di queste tecniche era che in un certo senso reagivano all’appannamento del rapporto medico paziente dovuto allo sviluppo unilaterale della tecnomedicina. E se leggiamo la definizione di “salute” fatta dall’Oms nel 1948 sembra ispirata di più alla visione orientale quando la identifica nel “benessere fisico, psichico e sociale”».

Il Nobel potrebbe essere un riconoscimento per questa caratteristica della medicina cinese?

«Ho delle riserve. Spesso nell’assegnazione intervengono fattori geopolitici. Se scorriamo i suoi 115 anni di storia, vediamo come prima della Seconda guerra mondiale i vincitori fossero in gran parte d’area tedesca, poi più spesso è toccato ad angloamericani. Adesso arriva la Cina, uno dei Paesi più importanti del mondo. Se dovessi andare in Africa e prendessi la malaria non mi curerei con l’artemisia. L’assegnazione dei Nobel per la medicina ha avuto vari infortuni. Nel 1927 Julius Wagner-Jauregg venne premiato per aver inoculato la malaria al fine di bloccare la paralisi progressiva. Un’idea poi rivelatasi fallimentare».

Quali sono i punti di incontro tra le pratiche cinesi e la medicina occidentale?

«L’agopuntura si basa sulla stimolazione meccanica di punti individuati grazie a meridiani corporei per rafforzare o smorzare l’energia negli organi. Ha un substrato fisiopatologico affine a nostre cognizioni neuroscientifiche. Riguardo alla fitoterapia, i farmaci prima di essere sintetici erano estrattivi dalle piante. Questo è un terreno di ricerca universale».

Quindi i due mondi possono convivere?

«Sì ma in modo fortemente asimmetrico, le discipline cinesi hanno uno spazio minoritario. I farmaci di sintesi godono di una sperimentazione scientifica, prima laboratoristica poi clinica, che fa premio rispetto all’empirismo e all’eclettismo del passato e li rende più potenti».

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ARTICOLO DEL 2001

NIGERIA, IL BUIO NEGLI OCCHI ARRIVA DAL FIUME

di ETTORE MO, da “il Corriere della Sera” del 24/6/2001

Nigeria, il buio negli occhi arriva dal fiume – Sette milioni di persone rischiano la cecità per il morso di una mosca che vive sui corsi d’ acquaAdamu Bubu: «Non posso pescare, né mangiare da solo. Aspetto solo di morire» – I bambini sono condannati a fare da guida agli adulti non vedenti, invece di andare a scuola. –

ABUJA (Nigeria) – Se vi capita, vagabondando per la Nigeria, di passare per lo Stato di Taraba, nel sud-est del Paese, sarà meglio evitare Garbari, un agglomerato rurale di neanche mille abitanti: perché qui il dramma della cecità – secondo solo, in Africa, a quello dell’ Aids – mostra il suo volto più sconvolgente.

   Ma se decidi di fare una sosta, anche breve, nel villaggio, è difficile, quando lo lasci alle spalle, scrollarti di dosso l’angoscia che ti ha ghermito; e per un pezzo continuerai a trascinarti dietro, nel pensiero, i suoi novanta ciechi, vittime della oncocercosi, o River Blindness in inglese, la cecità che viene dai fiumi.

   Ma se è vero che la sciagura si è manifestata con particolare crudeltà e frequenza nel Teraba, non si può negare che l’ oncocercosi abbia galoppato, con minore accanimento, anche in altre aree, come abbiamo potuto constatare zigzagando in macchina per tremila chilometri in sette giorni, da Kano (nel Nord) a Jos a Serti e lungo le sponde del Benue – grande affluente del Niger – per approdare ad Abuja, la nuova capitale della Nigeria, subentrata a Lagos: scortati, nella scorribanda, da un giovane funzionario della Cbm (Christian Blind Mission o Missioni cristiane per i ciechi nel mondo), organizzazione non governativa tedesca che si dedica ai non vedenti e ai disabili in Africa e in altri Paesi sottosviluppati.

   Un compito immane. Sulla crosta della terra, i ciechi sono 45 milioni. Dentro questo buio dell’ umanità e dell’ universo, la River Blindness costituisce la minaccia più grave. L’ Organizzazione mondiale della sanità calcola che più di 85 milioni di persone in 37 Paesi sono a rischio di infezione e che 18 milioni sono già state infettate. E quelle che hanno perso irrimediabilmente la vista ammontano ormai a 350 mila.

   In questo orizzonte di tenebre, la Nigeria ha conseguito molti primati: sono 40 milioni (quasi un terzo della popolazione) le persone a rischio, mentre 7 milioni sono già stati colpiti dal male. I 90 infelici che la settimana scorsa ho visto brancolare nei vicoletti di terra rossa di Garbari fanno parte della schiera di 120 mila vittime dell’ oncocercosi sui quali è calata inesorabilmente la notte.

   Bisogna addebitare alla perfidia inconsapevole della natura l’ esistenza di una piccola mosca nera che si riproduce nei fiumi e nei torrenti a scorrimento veloce dell’ Africa e che gli scienziati hanno battezzato, per la sua specie e voracità, Simulium Damnosum. E’ lei all’ origine della River Blindness; è lei che punge l’ uomo e lo morde per succhiarne il sangue; è lei che, attraverso la puntura, deposita il parassita nella pelle umana.

Le larve depositate si trasformano in una miriade di filarie adulte, vermi filiformi che prolificano e si espandono nel tessuto sottocutaneo fino a raggiungere gli occhi. Se al termine del loro ciclo – da 12 a 15 anni – le filarie assalgono e danneggiano il nervo ottico, la cecità è inevitabile e totale.

   E’ quasi impossibile non pensare a queste terribili, insidiose nidiate di Simulium Damnosum quando in barca attraversiamo il fiume Taraba che scorre come un’ anguilla nello Stato omonimo, tra rive boscose con grappoli di scimmie appese agli alberi.

   Non sarà il caso di prendere qualche precauzione contro la famelica mosca nera? Nessun pericolo, ci tranquillizza la scorta, guadagnando in un attimo l’ altra sponda. Anche questa è area endemica dove l’ oncocercosi ha colpito duro. Nel villaggio di Ganqumi, a pochi passi dal fiume, la River Blindness ha accecato 37 persone su una popolazione di 700/800 abitanti, pescatori, barcaioli, contadini, allevatori.

Giriamo tra gli abitacoli col tetto di paglia, meno uno, al centro, che ha il tetto nuovo di lamiera, lucente come una canna d’organo. Ragazzotti a piedi nudi ci sgranano addosso gli occhi, pieni di meraviglia, ma altri, uomini e anziani e anche molte donne, li tengono chiusi, protetti dalle palpebre abbassate a saracinesca, mentre in alcuni sono rimasti aperti, ma allo stesso tempo inesorabilmente spenti, la pupilla immobile dietro lo schermo di una nebbia opaca.

   Adamu Bubu, 50 e più anni (nessuno, da queste parti, sa con esattezza la propria età, essendo la data di nascita vincolata a un avvenimento, a un raccolto, a un festival rurale, alla luna) è cieco da venti. Aveva due mogli, ma dopo la disgrazia una delle due lo ha abbandonato. In compenso gli sono rimasti 14 figli. Faceva il pescatore e il contadino: «Ma a pescare non ci vado più – dice -, ho paura di infilarmi gli ami nelle dita. Continua invece a lavorare nei campi, ma non è più come una volta. I granai sono mezzo vuoti. Una vita miserabile, vita da galera… Ma che ci posso fare? Il governo non ci dà una lira, non esiste la pensione d’invalidità».

   Storie simili fioriscono sulla bocca di tutti quelli che sono stati punti dalla piccola mosca nera dei fiumi, con tanto di «gobba» e «proboscide» (la descrizione è scientifica). Umaru Kaigama ha perso la vista d’improvviso, mentre lavorava la terra: «Un serpente è sbucato da un solco – racconta – mi ha sputato in faccia il suo veleno, un raggio violento di luce. Ora mi faccio imboccare come un bambino da uno dei miei sette figli sopravvissuti. E’ vita, questa? Aspetto solo di morire…».

   Ma anche in queste contrade fluviali, prese d’assalto da stormi di Simulium Damnosum, non è sempre l’oncocercosi a causare la cecità: c’è la cataratta (20 milioni di vittime nel mondo, di cui 600 mila in Africa) o il tracoma, che qui a Ganqumi ha fatto il buio totale negli occhi di Magajiva Shugara, che adesso armeggia a tentoni nella sua cucina all’aperto, attorno a una pentola che bolle sul fuoco e sprigiona aromi di spezie nell’aria rovente del meriggio. «A cucinare ce la faccio – dice -, ma il resto… Ahimé, è tutto finito».

   Non si è affatto arresa, invece, la nonna del villaggio (80 anni o giù di lì), Hauwa Tansa, che, trascinata con un bastone da un ragazzino, sguscia fuori dal cortile della sua catapecchia. Ha la pipa tra le labbra avvizzite – cosa non insolita, apprendo, soprattutto tra le donne anziane -, ma mi sembra spenta come i suoi occhi. Nella voragine della bocca, che spesso sorride e anche ride, un solo dente è rimasto inchiodato alle gengive di cuoio. Ha perso la vista una ventina di anni fa, dopo aver perso, cinque anni prima, il marito, che l’ha lasciata con nove figli. E’ stata l’ ostetrica del villaggio e ha aiutato a venire al mondo «non so quante generazioni». Ma sapeva fare anche dell’ altro, quando la vista era buona. «Ero una brava parrucchiera – ricorda -, sapevo fare molto bene le treccine nei capelli e le più belle testoline uscivano dalle mie mani. L’altra mia passione era far vasi e ceramiche. Queste sono le cose che più mi mancano, adesso. Però, se una donna partorisce, mi chiamano ancora, anche di notte… E’ un mestiere che faccio ad occhi chiusi».

A Ganqumi come a Garbari, e in tutte le zone della Nigeria segnate in rosso sulla mappa, la sciagura dell’oncocercosi avrebbe potuto essere contenuta e circoscritta – se non debellata – se alle comunità rurali assalite dalla mosca nera fosse stato somministrato per tempo il Mectizan, la pillola miracolosa che blocca il proliferarsi delle microfilarie e distrugge i vermi parassiti annidati nei tessuti sottocutanei e nei noduli fibrosi visibili sopra la pelle. Il fatto è che ci sono voluti più di dieci anni per stabilire se questo antidoto, sperimentato efficacemente sugli animali (cavalli e bovini) dai chimici della Merck che l’ avevano scoperto, potesse essere applicato senza rischi agli esseri umani: ciò spiega perché migliaia di persone minacciate dalla cecità che viene dai fiumi poterono usufruire del farmaco soltanto nella seconda metà degli anni Ottanta.

   «I produttori del Mectizan – informa il nostro accompagnatore, Damian Sassin, della Christian Blind Mission -, avendo realizzato considerevoli profitti con gli animali, ora ce lo forniscono gratis in quantità praticamente illimitate e chi lo riceve non deve sborsare neanche mezza naira (la moneta locale, ndr). Il problema, se mai, riguarda il meccanismo della distribuzione affidata ai volontari della Cbm che svolgono la loro attività gratuita in tutti gli Stati dove operiamo.

In genere, per bloccare il cammino dell’ infezione, basta una dose all’ anno, cioè una pillola. Ma ci sono casi che richiedono la somministrazione di due, tre o anche quattro pastiglie. C’ è anche chi, stoltamente scettico sull’ efficacia della prevenzione, finge d’ ingoiarle per poi rivenderle al mercato nero. Ma si può?». Fosse arrivato in tempo, il Mectizan avrebbe forse evitato (dico forse perché è prematuro sostenerne l’ infallibilità) che l’ oncocercosi si accanisse su un’ intera famiglia, accecando marito e moglie, e, via via, con spietata ostinazione, i loro tre figli, una femmina e due maschi, già in età matura.

   È avvenuto a Garbari, nello Stato di Taraba, che qualcuno ha definito «il girone degli orbi», aggiungendo una bolgia nuova all’ inferno dantesco. «È stato molto tempo fa – dice Muni Karfe, che ha superato la sessantina e sta seduta accanto a Rakya, la figlia cieca, ambedue accucciate in cortile, la schiena appoggiata al muro della casa -. Ho perso la vista una ventina d’ anni fa, quasi d’ improvviso, una disgrazia che già aveva colpito la nostra famiglia, nella persona di mio marito. Poi è toccato a tre dei nostri dieci figli. Viviamo tutti nel buio».

   «Il governo non ci viene incontro per nulla – lamenta Rakya, ripetendo un ritornello che pone sotto accusa il ministero della Sanità di Abuja – e allora continuiamo a lavorare nei campi. La fatica è doppia e corriamo qualche rischio: perché, ciechi come siamo, non riusciamo a vedere né i serpenti né gli scorpioni. Ma è sempre meglio che mendicare!». Hanno saputo della nostra visita e si danno appuntamento sotto una grossa pianta, al centro del villaggio. Ci arrivano sbucando dai vicoli e dai cortili, «legati» insieme da bastoni leggeri o da canne, in fila indiana, in testa alla quale c’ è quasi sempre un bambino o un adolescente che la River Blindness ha fino a quel momento risparmiato.

   E non sfugge a nessuno che lo «spettacolo» di questa infanzia condannata a fare da guida agli adulti non vedenti, invece di giocare o andare a scuola, sia una delle conseguenze più dolorose della cecità dei fiumi. A questo ruolo permanente di cane-guida non ha potuto sfuggire Jemila Barmani, 9 anni, ora accucciata sotto la pianta come un agnellino spaurito accanto alla madre, Duna, che l’ ha data alla luce quando i suoi occhi erano già inesorabilmente spenti. La bambina non ha ancora imparato a scrivere, anche se nel registro scolastico figura come alunna della terza elementare: ma se diserta la scuola è doppiamente giustificata dal momento che l’ oncocercosi ha colpito anche il padre, cui Jemila tenta di dedicarsi con uguale devozione.

Credo sia difficile immaginare un’ infanzia così profondamente infelice: ed è uno strazio sentirla sussurrare che il momento più triste è «quando scende la sera» e anche lei, come i genitori, viene inghiottita dal buio. Una situazione tanto disperata dovrebbe imporre rimedi drastici, radicali: e le truppe d’ assalto della Christian Blind Mission, forti di un budget molto consistente alimentato soprattutto da generose donazioni private, ce la mettono tutta per trovare soluzioni adeguate.

   La Cbm conta molto anche sulla collaborazione degli enti governativi locali: ma qui la sua fiducia è non di rado mal riposta. Come nel caso del Trading Centre di Garbari, progettato e costruito recentemente dalle autorità dello Stato di Taraba: ma il Centro d’ Addestramento per i non vedenti non è mai entrato in funzione, perché non si è provveduto a rifornirle dei mezzi e delle strutture necessarie oltre che del personale qualificato.

   È notte di temporale a Serti, con la pioggia che picchia duro sul tetto di lamiera di un maleodorante ristorantino, quando il rappresentante della Missione in terra d’ Africa strappa a un capo del governo locale la promessa di un pronto intervento. Sarà mantenuta? Una più assidua, efficiente cooperazione sembra invece assicurata dall’ Arcidiocesi di Abuja, soprattutto per il programma di riabilitazione in corso nelle sgangherate bidonvilles periferiche della capitale.

   Un inglese trapiantato in Africa da oltre trent’ anni, Paul Caswell, può contare sull’ aiuto di una quindicina di parrocchie e sui loro intraprendenti sacerdoti. E qui s’ apre un altro straziante capitolo, perché oltre agli accecati dell’ oncocercosi t’ imbatti in tutta una schiera di esseri umani «irrecuperabili», ragazzi e adulti devastati dalla polio, dalla Cerebral Plasy (paralisi cerebrale) o da altre tremende malattie. Le condizioni igieniche dei villaggi sono disastrose.

   Ti aggiri tra pozzanghere nauseabonde, liquami, mucchi di rifiuti, cani affamati e rognosi. In una casupola, una bambina cerebrolesa continua a strillare dal mattino alla sera: seduta o in piedi o sdraiata per terra, il suo piccolo corpo non ha mai tregua, è uno spasimo permanente. Stuoli di bimbi e ragazzini sono in attesa di interventi chirurgici alle gambe, senza i quali saranno costretti a strisciare come rettili per tutta la vita. Ma chi paga? Numerosi anche i casi di epilessia e qui il dramma sfocia nella follia: perché si tratta di un male che la cultura locale considera, per così dire, «satanico».

   «Se uno di questi malati cade in un pozzo o dentro un forno rovente – dice il nostro accompagnatore -, nessuno oserà intervenire per soccorrerlo. Toccarlo, sarebbe contaminarsi e perire nella stessa maniera». Per Paul Caswell, l’ obiettivo ultimo della riabilitazione, dopo i tentativi di risanamento fisico, è di reintegrare nella società e nella comunità tutta questa gente sfortunata: «Lavoriamo come una banca – spiega -: anticipiamo loro una certa somma di denaro, perché mettano su un negozietto o un dispaccio di bibite, fissando i termini rateali della restituzione dell’ anticipo. Se non li rispetteranno, scatteranno gli interessi. Un modo come un altro per responsabilizzarli. Questo vale soprattutto per i ciechi, definitivi impietosamente «morti viventi».

   Ecco, se noi mettiamo a loro disposizione una macchina per macinare il grano, non gli facciamo della carità. Semplicemente, cerchiamo di tirarli fuori dalla tomba, dal pozzo della disperazione dove la disgrazia li ha affondati». A Kano, la capitale del Nord dove è cominciato il nostro viaggio, c’ è un ospedale per gli occhi che gode di grande prestigio e vanta molti primati nella lotta contro la cecità. Ruolo-guida, di cui va molto orgogliosa la dottoressa Giselle Baghy, una signora di origine ungherese in Nigeria da oltre trent’ anni, primario della clinica insieme a un chirurgo di Ceylon: «Il flusso dei pazienti – dice – continua ad aumentare di anno in anno. Vengono qui da ogni Stato della Confederazione ma anche da Paesi vicini o confinanti, come il Camerun, il Niger, il Senegal. I dati parlano chiaro. Nel 1995 abbiamo eseguito 2.648 interventi; nel ‘ 99, 3.141. L’ incremento va anche messo in rapporto con la diffusione inarrestabile dell’ Aids, che ha conseguenze sulla vista».

   Secondo accertamenti che non siamo in grado di verificare, su 20 persone che hanno problemi gravi con gli occhi, 3 o 4 sono sieropositivi. Sostenere che le statistiche sono allarmanti, è un imperdonabile eufemismo. Venticinque milioni e 300 mila africani sono infettati da virus Hiv: e nell’ Africa subsahariana, due milioni e 400 mila persone sono già morte di Aids, contro le 600 mila registrate nel resto del mondo. Lascio la Nigeria (l’ ultima immagine è di un cieco nel villaggio di Kwali, Ezikil Ayuba, che pizzica la chitarra e canta Alleluja) con un sentimento di angoscia profonda.

   Fosse vissuto in queste roventi latitudini invece che nella solarità dei Caraibi, Gabriel García Márquez non avrebbe scritto Cent’ anni di solitudine ma Cent’ anni di agonia. Cent’ anni? Secoli, millenni di afflizioni, epidemie, carestie, fame, flagelli apocalittici. Una storia difficile da raccontare, quella dell’ Africa Nera. Anche per il grande Gabo. (Ettore Mo)

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One thought on “MEDICINA, UN NOBEL DEDICATO AI PAESI POVERI: dalla MALARIA alla CECITA’ FLUVIALE, flagelli del Sud del pianeta – Perseguire una SCIENZA UNITARIA, INTERDISCIPLINARE, per salvare il Mondo – LA MEDICINA NATURALE CINESE (in declino) alla base della lotta alla malaria

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