L’AREA MEDIORIENTALE (ma che tocca Europa e Africa) inizio di una possibile GUERRA MONDIALE: 1-la TURCHIA e la strage alla manifestazione pacifista di Ankara e la repressione dei CURDI; 2-ISRAELE e l’INTIFADA DEI COLTELLI; 3-DAESH (l’Isis) in città e territori di SIRIA e IRAQ; 4-YEMEN in guerra…

“La formula di papa Francesco sulla Terza guerra mondiale «a pezzettini» si dimostra ogni giorno più tragicamente esatta. L’ultimo pugno nello stomaco ci viene da ANKARA, in TURCHIA, con LA STRAGE DI GIOVANI CHE MANIFESTAVANO PER LA PACE. Molti di loro avevano l’età dei nostri figli. Ma SERVE DAVVERO a qualcosa DOMANDARSI CHI ABBIA INDOTTRINATO E ARMATO CHI HA CAUSATO LA STRAGE? I SIRIANI che hanno ogni interesse a destabilizzare la Turchia, gli IRANIANI per lo stesso motivo, la fazione più dura dei CURDI IN LOTTA con quella più moderata, gli AGENTI DI ERDOGAN, che spera di strappare la maggioranza assoluta alle elezioni del primo novembre? L’impressione, piuttosto, è che in una ampia zona del mondo che chiamiamo Medio Oriente ma che tocca l’Europa e l’Africa i «pezzettini» di Francesco si stiano ricompattando in una guerra globale a noi vicinissima, che sarebbe autolesionista tentare di ignorare o di sminuire. (Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 11/10/2015)
“La formula di papa Francesco sulla Terza guerra mondiale «a pezzettini» si dimostra ogni giorno più tragicamente esatta. L’ultimo pugno nello stomaco ci viene da ANKARA, in TURCHIA, con LA STRAGE DI GIOVANI CHE MANIFESTAVANO PER LA PACE. Molti di loro avevano l’età dei nostri figli. Ma SERVE DAVVERO a qualcosa DOMANDARSI CHI ABBIA INDOTTRINATO E ARMATO CHI HA CAUSATO LA STRAGE? I SIRIANI che hanno ogni interesse a destabilizzare la Turchia, gli IRANIANI per lo stesso motivo, la fazione più dura dei CURDI IN LOTTA con quella più moderata, gli AGENTI DI ERDOGAN, che spera di strappare la maggioranza assoluta alle elezioni del primo novembre? L’impressione, piuttosto, è che in una ampia zona del mondo che chiamiamo Medio Oriente ma che tocca l’Europa e l’Africa i «pezzettini» di Francesco si stiano ricompattando in una guerra globale a noi vicinissima, che sarebbe autolesionista tentare di ignorare o di sminuire. (Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 11/10/2015)

   Il più sanguinoso attacco terroristico nella storia della Turchia colpisce una marcia per la pace nella capitale Ankara ad appena 20 giorni dalle cruciali elezioni politiche anticipate. Due violente esplosioni in pochi secondi e a pochi passi dalla stazione ferroviaria, nel pieno centro della città, hanno ucciso (intorno alle 10 di sabato mattina 10 ottobre) 128 persone.

L’INTIFADA DEI COLTELLI IN ISRAELE – “Continua la disputa sulla definizione della rivolta: SE È INTIFADA O NO. La differenza politica è che nel primo caso si tratta di una SOLLEVAZIONE POPOLARE, nella seconda di “CANI SCIOLTI”, come polizia e giornali chiamano i responsabili palestinesi degli assalti. Di fronte a queste forme di piccolo terrorismo quotidiano Israele si organizza alla reazione più facile: la punizione collettiva.” (Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 14/10/2015) (FOTO, SETTEMBRE 2015: Palestinian protesters throw stones towards Israeli policemen during clashes in the Arab east Jerusalem neighbourhood of Ras al-Amud)
L’INTIFADA DEI COLTELLI IN ISRAELE – “Continua la disputa sulla definizione della rivolta: SE È INTIFADA O NO. La differenza politica è che nel primo caso si tratta di una SOLLEVAZIONE POPOLARE, nella seconda di “CANI SCIOLTI”, come polizia e giornali chiamano i responsabili palestinesi degli assalti. Di fronte a queste forme di piccolo terrorismo quotidiano Israele si organizza alla reazione più facile: la punizione collettiva.” (Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 14/10/2015) (FOTO, SETTEMBRE 2015: Palestinian protesters throw stones towards Israeli policemen during clashes in the Arab east Jerusalem neighbourhood of Ras al-Amud)

   E’ in corso la GRANDE GUERRA MEDIORIENTALE: Siria, Israele, Turchia, Afghanistan, Yemen…. Un caos con conflitti a volte definiti (come in Israele e Cisgiordania, in quella che viene chiamata l’ “Intifada dei coltelli”, con giovani arabi che accoltellano per strada i concittadini ebrei e che poi spesso vengono a loro volta uccisi dalle forze di sicurezza di Gerusalemme); oppure conflitti indefiniti, “più complicati” (si far per dire, tutti i conflitti lo sono difficili da capire e dare risposte) come il CAOS SIRIANO: territorio della oramai ex Siria suddiviso tra filo-governativi del presidente Assad, ribelli anti-Assad, Daesh (cioè l’Isis) che controlla i territori della parte est, e i curdi a nord-est.

MAPPA del controllo dei territori della Siria (1-ribelli anti Assad, 2-governo di Assad, 3-Isis, 4-curdi), e i bombardamenti russi dei primi giorni di ottobre (rivolti in particolare contro i ribelli anti Assad) - Insieme al terzo di paese che Damasco ancora controlla (parte del centro e la costa), il nord ovest è un’area molto popolata a differenza dell’est dove a dettare legge è l’Isis
MAPPA del controllo dei territori della Siria (1-ribelli anti Assad, 2-governo di Assad, 3-Isis, 4-curdi), e i bombardamenti russi dei primi giorni di ottobre (rivolti in particolare contro i ribelli anti Assad) – Insieme al terzo di paese che Damasco ancora controlla (parte del centro e la costa), il nord ovest è un’area molto popolata a differenza dell’est dove a dettare legge è l’Isis

   E dobbiamo fare i conti (cioè responsabilizzarci più di quel che facciamo forse adesso) che in una ampia zona del mondo che chiamiamo Medio Oriente (ma che tocca l’Europa, per paventati terrorismi, e l’Africa, come la Libia) è più che mai in corso una guerra “totale” a noi vicinissima. Il papa da tempo parla di una Terza guerra mondiale «a pezzettini», di qua, di là… ma cruenta e tragica.

   Non è solo scontro di civiltà (o religione) come qualcuno paventa. Parte in primis dalla crisi molto grave all’interno del mondo islamico: una guerra senza quartiere tra sunniti e sciiti, con interpretazioni sempre più estreme del corano, odio incrociato tra fazioni e stati.

   Ma è anche sicuramente una guerra, un conflitto latente, tra “noi” e “loro”: la difesa per gli uni (occidentali), e la distruzione per gli altri (l’integralismo islamico), dell’ordine geografico e politico che i colonizzatori occidentali credettero di poter imporre dopo la caduta dell’impero ottomano.

GUERRIGLIERI DAESH NEL KHOROSAN (da www.osservatorioafghanistan.org/) - “DAESH”, NON ISIS O IS - I media non sono gli unici a porsi certi interrogativi. I leader sono altrettanto perplessi di fronte allo Stato Islamico. Così, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, dopo aver usato vari appellativi per designare l’organizzazione (tra cui "califfato"), alla fine ha scelto l’acronimo arabo DAESH (che sta per DAOULA ISLAMIYA FI AL-IRAQ WAL-CHAM, "Stato Islamico dell’Iraq e del Levante"). "Il gruppo terroristico in questione non è uno Stato. Consiglio di non usare l’espressione 'Stato Islamico' perché si presta a confusione: islam, islamisti, musulmani", ha spiegato. "Stiamo parlando di quelli che GLI ARABI CHIAMANO DAESH e che io chiamerei I 'TAGLIAGOLA DI DAESH'". Da allora, François Hollande ha adottato questo slittamento semantico. Nelle zone sotto il suo controllo, il gruppo jihadista vieta l’uso di questo acronimo, che reputa degradante viste le sue ambizioni “statali”. (da www.tpi.it/mondo/, marzo 2015)
GUERRIGLIERI DAESH NEL KHOROSAN (da http://www.osservatorioafghanistan.org/) – “DAESH”, NON ISIS O IS – I media non sono gli unici a porsi certi interrogativi. I leader sono altrettanto perplessi di fronte allo Stato Islamico. Così, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, dopo aver usato vari appellativi per designare l’organizzazione (tra cui “califfato”), alla fine ha scelto l’acronimo arabo DAESH (che sta per DAOULA ISLAMIYA FI AL-IRAQ WAL-CHAM, “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”). “Il gruppo terroristico in questione non è uno Stato. Consiglio di non usare l’espressione ‘Stato Islamico’ perché si presta a confusione: islam, islamisti, musulmani”, ha spiegato. “Stiamo parlando di quelli che GLI ARABI CHIAMANO DAESH e che io chiamerei I ‘TAGLIAGOLA DI DAESH'”. Da allora, François Hollande ha adottato questo slittamento semantico. Nelle zone sotto il suo controllo, il gruppo jihadista vieta l’uso di questo acronimo, che reputa degradante viste le sue ambizioni “statali”. (da http://www.tpi.it/mondo/, marzo 2015)

   Soggetti protagonisti in questo momento sono alcuni e non altri: come i Curdi in Turchia, oppositori del leader turco Erdogan e, nella loro componente (armata, per l’affermazione dei Kurdistan) del PKK, essenziali nel fermare concretamente (sul campo di battaglia) gli integralisti tagliagole dell’Isis.

   Ma nel caos mediorientale ci sono fattori che fanno capire che tutto potrebbe portare ad estendere il conflitto a livello globale: ad esempio la presenza sia americana che russa in questo contesto mediorientale (i russi in difesa del regime di Assad in Siria, territorio assai importante per loro da continuare a controllare…).

   E poi, come dicevamo prima, la situazione assai grave in Israele, dove giovani palestinesi in strada accoltellano ebrei… e seppure Hamas rivendica la paternità di questa nuova Intifada, di fatto gli osservatori sul territorio dicono che questa ribellione, queste violenze, nulla hanno di un “progetto politico”, ma nascono o da una violenza fomentata da gruppi terroristici, o da una esasperazione nella vita quotidiana dei palestinesi di Israele, che non ce la fanno più a sopravvivere, e questi giovani coi coltelli la esprimono (l’esasperazione quotidiana) nella violenza.

Centinaia di giovani palestinesi hanno incendiato venerdì 16 ottobre la TOMBA DI GIUSEPPE a NABLUS nel primo attacco contro un luogo sacro dall’inizio dell’INTIFADA DEI COLTELLI. L’assalto avviene quando un imprecisato numero di bottiglie Molotov vengono lanciate dentro l’edificio in pietra dove si ritiene sia sepolto il PATRIARCA BIBLICO GIUSEPPE (Maurizio Molinari, “la Stampa” del 17/10/2015)
Centinaia di giovani palestinesi hanno incendiato venerdì 16 ottobre la TOMBA DI GIUSEPPE a NABLUS nel primo attacco contro un luogo sacro dall’inizio dell’INTIFADA DEI COLTELLI. L’assalto avviene quando un imprecisato numero di bottiglie Molotov vengono lanciate dentro l’edificio in pietra dove si ritiene sia sepolto il PATRIARCA BIBLICO GIUSEPPE (Maurizio Molinari, “la Stampa” del 17/10/2015)

   Nella complessità mediorientale (che, come dicevamo, va oltre il “limite geografico” del Medio Oriente) quel che pare di capire dalle politiche dei paesi che cercano di attivarsi in qualche modo per fermare l’escalation “da guerra mondiale”, non c’è un vero e proprio progetto politico sul “dopo” (ad esempio, se si pacificherà la Siria, si sconfiggerà l’Isis, chi comanderà in quei territori?), ma che il problema e l’obiettivo che ci si pone è solo ed esclusivamente di CONTENERE IL DEGRADO, IL CAOS: cercare di non peggiorare perlomeno il contesto geopolitico attuale.

MEDIO ORIENTE
MEDIO ORIENTE

   Vi invitiamo a leggere almeno qualcuno degli articoli che qui di seguito vi proponiamo (suddivisi tra “contesto generale”, “Siria”, “Turchia e strage di Ankara” alla manifestazione pacifista di sabato 10 ottobre, e “Intifada dei coltelli” in Israele), articoli che abbiamo giudicato interessanti per comprendere la complessa (complicata) vicenda geopolitica mediorientale del momento, che ci vede di giorno in giorno sempre più coinvolti. (s.m.)

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DAL MEDIO ORIENTE UN CONFLITTO GLOBALE? NOI E LA PAURA DI UNA GUERRA MONDIALE

di Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 11/10/2015

   La formula di papa Francesco sulla Terza guerra mondiale «a pezzettini» si dimostra ogni giorno più tragicamente esatta. L’ultimo pugno nello stomaco ci viene da Ankara, in Turchia, con la strage di giovani che manifestavano per la pace. Molti di loro avevano l’età dei nostri figli.

   Ma SERVE DAVVERO a qualcosa DOMANDARSI CHI ABBIA INDOTTRINATO E ARMATO CHI HA CAUSATO LA STRAGE? I SIRIANI che hanno ogni interesse a destabilizzare la Turchia, gli IRANIANI per lo stesso motivo, la fazione più dura dei CURDI IN LOTTA con quella più moderata, gli AGENTI DI ERDOGAN, che spera di strappare la maggioranza assoluta alle elezioni del primo novembre?

   L’impressione, piuttosto, è che in una ampia zona del mondo che chiamiamo Medio Oriente ma che tocca l’Europa e l’Africa i «pezzettini» di Francesco si stiano ricompattando in una guerra globale a noi vicinissima, che sarebbe autolesionista tentare di ignorare o di sminuire.

   Il rapporto tra civiltà occidentale e civiltà islamica non è diventato complesso e conflittuale per una deriva storicamente fatalista come quella prevista da Huntington (uno dei massimi esperti mondiali di politica estera -è morto nel 2008-, consigliere dell’amministrazione americana ai tempi di Jimmy Carter, uno dei teorici dello “scontro di civiltà” dopo la caduta del muro di Berlino, ndr), ma piuttosto perché in entrambi i campi la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’ordine dei blocchi ha fatto esplodere crisi interne di cui non si vede la fine.

L’Occidente ha «perso» il nemico sovietico (anche se ora tenta di ritrovarlo con la generosa complicità dal Cremlino) e fatica a mantenersi unitario in un mondo che spinge piuttosto alla competizione economica e strategica. Fenomeno questo aggravato dal palese indebolimento della leadership americana e dal fallimento delle ambizioni europee sulla «voce unica» in politica estera.

   MA LA CRISI DEL MONDO ISLAMICO È MOLTO PIÙ GRAVE DELLA NOSTRA: è guerra senza quartiere tra sunniti e sciiti, è corsa alle interpretazioni più estreme del Corano, è odio incrociato tra fazioni e Stati (anche se il Nobel alla Tunisia segnala l’esistenza di eccezioni).

   Le due crisi, quella occidentale e quella islamica, si scontrano confusamente in una partita che ha per posta la DIFESA per gli uni, e la DISTRUZIONE per gli altri, DELL’ORDINE GEOGRAFICO E POLITICO CHE I COLONIZZATORI OCCIDENTALI CREDETTERO DI POTER IMPORRE DOPO LA CADUTA DELL’IMPERO OTTOMANO.

   Con l’aggravante che oggi sono ben più chiare, oltre alle contrapposizioni religiose, anche le mappe di enormi ricchezze. E che nei decenni si sono aperte ferite che paiono insanabili almeno fino a quando sulla scena globale non arriveranno statisti di levatura diversa rispetto a quelli che oggi non riescono a tenere il timone degli equilibri mondiali.

   È in questa cornice che i «pezzettini» di guerra interagiscono e creano le premesse di un grande, tragico falò. In SIRIA si spara e si polemizza, ma si tende spesso a dimenticare che LÌ NASCE LA MINACCIA che sta agendo da grimaldello guerrafondaio nei confronti di tutte le altre parti: l’ISIS, il nemico numero uno, ma di chi? Dell’Europa di certo, anche per la paura di nuovi attentati terroristici. Della Russia al pari di altri, visto che i molteplici obbiettivi di Putin sono salvare Assad, colpire i jihadisti provenienti dal Caucaso e piantare la bandiera per eventuali negoziati oppure, più probabilmente, in vista di una eventuale spartizione territoriale della Siria. Degli Stati Uniti l’Isis è il nemico principale, ma nemico è anche Assad (e qui le due strategie diventano incompatibili) ed è nemica strategica una Russia che ha occupato fulmineamente lo spazio vacante lasciato dagli Usa.

   E che dire degli altri, mentre piovono bombe che non si sa bene chi colpiscano e volano missili che non si sa bene dove cadano? La TURCHIA colpisce i curdi più dell’Isis ed è contro Assad. Dunque è contro l’Iran, che non vuole stare con la Russia, ha rapporti ancora guardinghi con gli Usa, ma sta con Assad perché pensa alla difesa dello schieramento sciita. Per il motivo opposto l’Arabia Saudita sta con i sunniti dunque contro Assad, e ha inizialmente finanziato l’Isis. Fermiamoci qui, per la Siria, anche se si potrebbe continuare.

   E IN IRAQ? I fronti schierati contro il Califfato sono più chiari, ma spesso divisi al loro interno tra componenti sciite e componenti sunnite impegnate comunque contro l’Isis. È nell’aiuto a queste ultime che bisognerebbe fare di più, perché soltanto una maggioranza di sunniti può davvero sconfiggere i sunniti estremisti dell’Isis. E se l’Italia manterrà le promesse fatte agli Usa i nostri Tornado potranno dare un piccolo contributo in questo senso, oltre a confermare l’appoggio ai curdi.

   Nel frattempo il LIBANO e la GIORDANIA sono stati resi più fragili (come la Turchia) dall’enorme afflusso di profughi siriani. Nello YEMEN avvengono massacri circondati dalla disattenzione generale. ISRAELE NON VUOLE UNA TERZA INTIFADA, MA I PALESTINESI SEMBRANO INVECE DECISI AD ATTUARLA anche per bilanciare l’estrema debolezza di Mahmoud Abbas. E l’ombra più cupa che si avvicina è UNA NUOVA GUERRA DI GAZA, combattuta sulle macerie di quella precedente.

   La LIBIA che ospita un avamposto dell’Isis ci impone di attendere, anche se una eventuale ratifica del governo di unità nazionale risulterà utile (forse) al Consiglio di sicurezza più che sul terreno dal quale ci giungono, quando riescono a giungere, tanti migranti. E se poi la scelta si orientasse verso l’imposizione militare di una pace inesistente, rischieremmo di commettere un grave errore di calcolo.

   Ne abbiamo trascurati parecchi di «pezzettini», a cominciare dalla crisi Ucraina che entro gennaio dovrà sciogliere il dilemma tra congelamento sulle posizioni attuali e scontato rinnovo delle sanzioni anti Russia, oppure cantonizzazione del Donbass, accordo sul confine Ucraina-Russia e difficile confronto euro-americano sulle sanzioni.    In Europa oggi l’arrivo dei migranti pare più grave e urgente di un possibile ritorno alla Guerra fredda. Brutto segnale anche questo. (Davide Frattini)

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LA TEMPESTA PERFETTA CHE PUÒ TRAVOLGERE IL MEDIO ORIENTE

di Vittorio Emanuele Parsi, da “il Sole 24ore” del 11/10/2015

– La tempesta perfetta, capace di travolgere l’intero quadro regionale a partire dal suo epicentro siriano –

   Il rischio, mai così concreto, che ALEPPO possa cadere in mano non della resistenza anti Assad ma di DAESH (ISIS), spiega la repentinità della decisione russa di intervenire militarmente a sostegno del regime. Evidentemente, nonostante i successi militari conseguiti da Hezbollah sul confine siro-libanese durante l’estate, il regime era in condizioni assai più precarie di quanto potesse apparire.

   LA LUNGA INAZIONE DELL’OCCIDENTE IN QUESTA CRISI HA CONSENTITO A DAESH DI RINFORZARSI OLTRE MISURA e, soprattutto, ha concesso uno spazio spropositato agli attori regionali, permettendo loro di trasformare il quadro della guerra civile siriana in un fronte che di fatto ha coinciso con il raggio di azione del sedicente Califfato del terrore. IRAQ E SIRIA SONO DIVENTATI I CAMPI DI BATTAGLIA IN CUI ARABIA SAUDITA, IRAN E TURCHIA HANNO CONDOTTO I LORO GIOCHI DI GUERRA, convinti di poterne divenire i burattinai mentre in realtà ne restavano sempre più intrappolati.

   Gli eventi drammatici di Ankara (di sabato 10/10 con le bombe alla manifestazione pacifista e 127 morti, ndr) ci parlano, ad un tempo, del rischio crescente che il Paese sia risucchiato sempre di più nel gorgo siriano e della possibile involuzione autoritaria del regime di Erdogan. Ed evoca legami inquietanti tra un altro e diverso “Stato profondo” rispetto a quello in passato legato ai Lupi Grigi ma egualmente ossessionato dal problema curdo.

   Il dilagare della violenza e il cinismo estremo dimostrato da alcuni degli apprendisti stregoni mediorientali è visibile non solo nel Levante ma anche nella PENISOLA ARABICA, in YEMEN, teatro di una tragedia dimenticata.

   Il collasso del sistema mediorientale è a tal punto avanzato da apparire in grado di travolgere persino l’accordo sul nucleare iraniano tanto faticosamente raggiunto. Piuttosto che contribuire a stabilizzare la regione attraverso la necessaria integrazione di un attore troppo a lungo ostracizzato, essa concorre involontariamente a consolidare i successi conseguiti dall’Iran, a un livello percepito come intollerabile dalla fragile e perentoria leadership israeliana.

   Il coinvolgimento di Israele nelle operazioni contro gli hezbollah e i pasdaran iraniani in Siria è infatti aumentato proprio in seguito al raggiungimento dell’intesa di Vienna e rischia di conferire alla ormai tradizionale ostilità tra il partito-milizia sciita libanese e lo Stato ebraico una dimensione regionale.

   Anche per questo la cosiddetta “INTIFADA DEI COLTELLI” preoccupa così tanto, perché per la prima volta da molti anni LA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE TORNA A ESSERE PERICOLOSAMENTE RICOMPRESA IN UNA DINAMICA REGIONALE PIÙ AMPIA, ritorna ad essere una questione arabo-israeliana, come minimo.

   In uno scenario già così pesantemente destabilizzato l’ultimo elemento che avremmo voluto veder comparire è quello della RIVALITÀ TRA RUSSIA E STATI UNITI IN TERMINI DI SFERE D’INFLUENZA. Mentre è una pericolosa illusione quella di poter credere che “standosene fuori” si possa anche “stare al sicuro”, altrettanto pericoloso sarebbe lasciar prevalere i motivi di dissenso con la Russia – che pur ci sono e sono consistenti – e rinunciare invece a perseguire il coordinamento dell’azione della comunità internazionale il cui scopo ultimo, al di là dell’urgenza di fermare Daesh, è ormai anche quello di arrestare il collasso di tutto il Medio Oriente. (Vittorio Emanuele Parsi)

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IS, MOSTRO CHE GLI STATI (NON) TEMONO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 16/10/2015

   Lo Stato Islamico è un mostro provvidenziale. Una entità pirata da cui i nessuno, salvo al-Assad, si sente vitalmente minacciato, contro la quale si possono dichiarare grandi coalizioni salvo poi tollerarne o financo eccitarne le scorrerie quando colpiscono interessi rivali.

   È il gioco inaugurato dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia e dagli occidentali in chiave anti-iraniana. Al quale partecipano sportivamente altre potenze interne ed esterne al Medio Oriente. È in nome della lotta al “califfato”, inscritta nella illimitata “guerra al terrorismo”, che i russi giustificano le loro basi avanzate nelle roccaforti di al-Assad.

   Ed è sotto la stessa parola d’ordine che gli Stati Uniti, seguiti dagli alleati europei e da alcuni protagonisti regionali — non esclusa la Turchia, che peraltro considera il Pkk bersaglio molto più attraente delle bande di al-Baghdadi — stanno rifocalizzando il proprio approccio ai conflitti nell’area, acconsentendo di fatto a trattare Damasco quale utile cobelligerante piuttosto che come nemico da annientare.

   Come un camaleonte, lo Stato Islamico muta pelle nelle nostre percezioni, pur restando uguale a se stesso. La provvidenzialità dei tagliagole ammantati d’aura rigidamente coranica consiste nella loro triplice natura: gruppo terroristico transnazionale autoalimentato da traffici d’ogni genere; setta religiosa al servizio di un’ideologia apocalittica assai attraente nell’atmosfera da fine del mondo che avvolge la valanga di crisi proto-Stato in fieri.

   Il molto eterogeneo fronte degli autoproclamati avversari del terrorismo internazionale, che corre dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia all’Iran, da Israele alla Turchia e include gli europei, scopre che forse lo Stato Islamico sta vincendo la guerra. Ovvero, sta tenendo fede al suo marchio statuale.

   L’IS non è solo la nuova sigla di successo del terrorismo jihadista. È soprattutto UN ABBOZZO DI STATO CHE SI STA FORMANDO NEL SUO TERRITORIO DI ELEZIONE — LO SPAZIO TRIBALE SUNNITA A CAVALLO DELLA LINEA SVKES-PICOT, FRA IRAQ OCCIDENTALE E SIRIA ORIENTALE. SRADICARLO DA QUEI DESERTI NON PARE POSSIBILE, almeno nel breve periodo, salvo rischiare operazioni di terra a guida americana — anatema per Obama.

   Soprattutto, NON ESISTONO ALTERNATIVE accettabili dalle popolazioni locali. Qualora l’opzione fosse finire di nuovo sotto Damasco o sotto Bagdad, molti abitanti dei territori oggi gestiti dallo Stato Islamico con un misto di brutalità e di “legge e ordine” islamista preferirebbero il “califfo”.

   Se il nemico non riesci a sconfiggerlo, devi conviverci alle migliori condizioni possibili. A Washington come a Mosca, a Teheran e ad Ankara come a Londra e a Parigi, SI STA perciò AFFERMANDO LA LINEA DEL CONTENIMENTO. Lo Stato Islamico come malattia cronica contro la quale sperimentare una terapia destinata a impedirne la proliferazione. Utile bersaglio attorno al quale fare e disfare coalizioni tattiche, nella consapevolezza che non si può, né forse si vuole batterlo. (Lucio Caracciolo)

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LE GUERRE DEI CURDI IL POPOLO SPARSO CHE LA STORIA PORTA AL CENTRO DELLA SCENA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 11/10/2015

   Dopo averli dispersi ai quattro venti, IRAQ, IRAN, TURCHIA e SIRIA, oltre che in una diaspora antica, la storia si è divertita a rimettere i curdi al centro della scena: una scena di guerra e terrore. La strage di sabato 10 ottobre, per il numero di vittime, il luogo – la stazione- e il contesto elettorale, è famigliare agli italiani che ricordano che cosa volesse dire Strategia della tensione.

   La guerra civile tra l’esercito turco e il partito comunista e indipendentista curdo, il Pkk di Abdullah Ocalan, ha fatto dal 1984 quarantamila morti. Dopo una tregua nel 2013, e una serie di falsi movimenti negoziali, nel luglio scorso è tornata a divampare. La scintilla è venuta da Suruç, al confine con la Siria: un incontro di giovani socialisti turchi e curdi per Kobane è stato bersaglio di un attentato suicida che ha fatto 32 morti e decine di feriti. Il sedicente Stato Islamico l’ha rivendicato, ma i curdi e gran parte dell’opposizione hanno denunciato la corresponsabilità del governo.

   Il retroterra era nel risultato elettorale di giugno, che aveva mortificato il programma del presidente Erdogan, grazie all’affermazione del Partito democratico dei popoli, Hdp, col quale per la prima volta un partito curdo entrava in parlamento, superando largamente la soglia del 10 per cento dei voti. L’Akp di Erdogan aveva mirato alla maggioranza assoluta per riscrivere la costituzione, ed era invece sceso dal 49 al 41 per cento. Dopo aver simulato di trattare per un governo di coalizione, Erdogan aveva cercato la rivalsa nelle elezioni anticipate, fissate al 1° novembre: così stando le cose le avrebbe perse, e il Hdp avrebbe migliorato il successo di giugno.

   La campagna elettorale è stata allora confiscata dalla guerra riaperta al Pkk, e soprattutto al Hdp, che Erdogan attacca come il travestimento parlamentare del “ terrorista” Pkk. Quest’ultimo è ancora nella lista delle formazioni terroriste per gli Usa e l’Europa, ma con le tortuose complicazioni esplose nella dissoluzione di Siria e Iraq.

   Il Pkk è infatti la casa madre del partito curdo-siriano, il Pyd, e del movimento armato, l’Ypg e l’Ypj (femminile), che difende eroicamente il proprio territorio e la propria esperienza di autogoverno. A Kobane, che di quella resistenza divenne il simbolo, i curdi furono a lungo soli mentre la Turchia chiudeva la frontiera ai soccorsi, e solo in extremis ricevettero il sostegno dei raid americani.

   I curdi-siriani sono ancora il nerbo di qualunque piano della coalizione per riconquistare RAQQA, la capitale siriana dell’Isis. Non è solo in Siria che i combattenti fratelli (sorelle, perché LE DONNE VI SI BATTONO DAVVERO ALLA PARI) del Pkk sono alleati della coalizione, ma anche in Iraq, dove il Pkk in esilio ha da decenni stabilito la propria base sui MONTI QANDIL, e dove le sue forze hanno avuto un ruolo decisivo nel fermare l’avanzata dell’Isis e nel soccorrere la fuga disperata di YAZIDI e CRISTIANI DI MOSUL e NINIWEH.

   Ecco UN PRIMO GROVIGLIO: UNA COMPONENTE ESSENZIALE dei “piedi per terra” DELLA GUERRA ALL’ISIS FIGURA ANCORA NELLA LISTA DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE. E la Turchia, che si è guardata fino a poco fa dal contribuire seriamente alla guerra contro il califfato, e a volte si è fatta prendere con le mani nel sacco a foraggiarlo, conduce dall’estate una vera guerra al Pkk, con continui bombardamenti aerei alle basi del QANDIL, cioè in territorio iracheno, di fatto del Governo Regionale del Kurdistan.

   Il governo turco vanta di aver eliminato in meno di tre mesi 1.800 militanti del Pkk, il quale nega e a sua volta proclama di aver ucciso centinaia di militari e poliziotti turchi. Pesantissimo è comunque il bilancio di morti e feriti civili, migliaia di arrestati, città, come CIZRE, devastate. Il calcolo dell’Akp è di riguadagnarsi, in una tensione così sanguinosa, i voti che l’Hdp aveva meritato, oltre che fra le altre minoranze etniche e civili, anche fra gli elettori turchi allarmati dalla smodatezza delle ambizioni di Erdogan. La sua equazione è: il Pkk è terrorista, e l’Hdp è il Pkk in maschera.

   È un fatto che il Pkk compie attentati indiscriminati contro chiunque indossi un’uniforme turca. È un fatto anche che da anni Ocalan – che rimane, dal suo ergastolo, l’icona del Pkk – esorta a deporre le armi. (L’evoluzione del marxismo-leninismo di Ocalan è singolare: specialmente per un femminismo sfrenato, esposto tuttavia nello stesso linguaggio ortodosso che serviva per il classismo). È inoltre vero che fra Hdp e Pkk ci sono legami (anche un fratello di Selahattin Demirtas è fra i dirigenti del Pkk) ma l’Hdp sa di essere gravemente danneggiato dal ritorno alle armi e ha ripetutamente spinto il Pkk a una tregua anche unilaterale. Il Pkk a sua volta invita ad appoggiare nelle elezioni l’Hdp, nega di volere “la guerra” e afferma di combattere solo per autodifesa. Prima della strage di Ankara aveva rinnovato la richiesta di un cessate il fuoco, e subito dopo strage, l’ha dichiarato comunque. Quanto a Erdogan, una settimana fa aveva convocato a Strasburgo migliaia di turchi immigrati in Europa per esaltare il passato del sultanato, ripudiare qualunque mediazione con i “terroristi” curdi, e promettere di schiacciarli fino all’ultimo.

   TUTTO CIÒ AVVIENE MENTRE I CACCIA RUSSI VIOLANO LO SPAZIO AEREO TURCO, la Nato si dice pronta a inviare truppe, e l’altro nemico giurato di Erdogan, Bashar al Assad, si rimpannuccia. La posta del sangue di sabato 10 ottobre ad Ankara e di quello che scorrerà non sono solo le elezioni turche, pure così importanti, ma la ragnatela di guerre dirette o interposte che copre il vicino (vicinissimo) oriente. C’è oggi nelle persone di cuore una simpatia per i curdi, per il loro valore di patrioti, per i colori del piccolo Alan, che l’infamia della strage di Ankara – cantavano chiedendo di deporre le armi – rafforza, com’è giusto. Ma i curdi sono tutt’altro che uniti.    Nello stesso autonomo Krg, il Kurdistan iracheno, la disputa tra Pdk di Barzani e Puk di Talabani e Kosrat sul rinnovo della presidenza si trascina e fomenta ribellioni tanto più paradossali perché si svolgono in un paese che va al fronte pressoché tutti i giorni. Venerdì, manifestazioni di dipendenti pubblici – insegnanti in sciopero, sanitari…senza stipendio da mesi, si sono mutate in scontri violenti con quattro morti e parecchi feriti, nella città di Qaladize, a nord di Suleymanyah. (Adriano Sofri)

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LA STRATEGIA DI PUTIN NELLA GUERRA CIVILE SIRIANA

risponde Sergio Romano (da “il Corriere della Sera” del 15/10/2015)

“Nell’intervista di Massimo Gaggi al diplomatico americano alla guida del Council of Foreign Relations, Richard Haas, il capo del più autorevole centro studi di politica internazionale ha affermato: «Dove vuole arrivare Putin lo sa solo lui». Possibile che perfino uno dei più autorevoli esperti di politica internazionale non conosca i reali obiettivi del premier russo?” – Dario Marini

Caro Marini,

   A me sembra invece che la strategia di Putin rispecchi quelli che sono, per il leader russo, gli interessi del suo Paese. LA SIRIA È UN VECCHIO ALLEATO DI MOSCA con cui ha anche da molto tempo rapporti economici e culturali. Negli anni in cui il potere era nelle mani di Hafez al Assad, padre di Bashar, gli studenti siriani frequentavano le scuole dell’Unione Sovietica e dei Paesi satelliti per specializzarsi nelle professioni che erano considerate necessarie per lo sviluppo nel loro Paese.

   Il segno più importante di questo rapporto è L’ESISTENZA DI UNA BASE NAVALE RUSSA A TARTUS, secondo porto siriano dopo Latakia, in una zona abitata dalla MINORANZA ALAUITA, il gruppo etnico-religioso a cui appartiene la famiglia degli Assad. Dopo la crisi ucraina, Putin ha l’impressione che, dietro la dichiarata ostilità di alcuni Paesi occidentali per Bashar, si nasconda il desiderio di togliere alla Russia la base che le assicura una presenza nel Mediterraneo. Non ha torto ed è intervenuto in Siria, anzitutto, per evitare che questo accada.    Naturalmente il presidente russo non può ignorare che il regime siriano è ormai screditato e che il suo capo dovrà lasciare il passo a un successore. Ma non vuole essere escluso dalla fase di transizione che dovrà preparare la formazione di un nuovo governo, con la partecipazione di tutte le maggiori componenti politiche del Paese. Il nemico ufficiale è l’Isis, ma l’obiettivo, per il momento, è quello di evitare che Bashar venga sbalzato di sella troppo bruscamente.

   Non è sorprendente quindi che gli aerei russi, in queste settimane, abbiano colpito i nemici democratici dell’esercito siriano più di quanto abbiano colpito le formazioni della maggiore organizzazione jihadista. Combatterà più fermamente l’Isis quando sarà certo che nel grande negoziato sulla Siria, non appena comincerà, vi sarà un posto riservato alla Russia. (Sergio Romano)

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SIRIA, CHI STA BOMBARDANDO DAVVERO LA RUSSIA: “SOLO 5 BOMBE SU 100 CONTRO ISIS”

di Lorenzo C., Samantha Falciatori, 14 ottobre 2015, da http://www.agoravox.it/

– Si stima che solo il 5% degli attacchi russi in Siria abbia finora colpito obiettivi riconducibili a ISIS. Quali sono dunque le intenzioni di Mosca? –

   Dopo una lunga estate di frenetica attività diplomatica, durante la quale la Russia ha provato a proporre una soluzione politica al conflitto siriano, Mosca è passata alla soluzione militare in Siria, dopo aver ricevuto la richiesta formale di intervento da parte del Presidente siriano al-Assad.

   L’intervento russo si inserisce in un contesto militare già parecchio complicato. Sul cielo siriano oggi volano le aviazioni militari di diversi paesi: Stati Uniti, Francia, Giordania, Turchia, Russia, Gran Bretagna e in alcune occasioni anche Israele (che nel 2013 bombardò più volte convogli di armi per Hezboallh in territorio siriano). (…)

   Il 30 settembre 2015, a poche ore dall’approvazione formale da parte della Duma russa dell’uso della forza militare in Siria, l’aviazione ha iniziato i bombardamenti in territorio siriano. Un’ora dopo averlo comunicato anche agli USA tramite l’ambasciata russa a Baghdad.

Questa azione militare era probabilmente in progetto da mesi: nelle ultime settimane Mosca aveva inviato in Siria aerei, piloti, consulenti, personale logistico e tecnico. Putin ha motivato l’intervento all’ONU sostenendo, tra le altre cose, che si tratta di operazioni aeree contro lo Stato Islamico e ha invitato altri Paesi, USA in primis, a unirsi ai suoi sforzi.

   Se però si analizzano i target dei primi bombardamenti russi in territorio siriano, si nota che nelle aree maggiormente colpite non si registra la presenza di ISIS.

   ISIS occupa infatti i territori orientali e centrali della Siria, indicativamente da Hasaka a Palmyra – dove proseguono le distruzioni di simboli storici del passato siriano -, cioè zone prevalentemente desertiche, sebbene ricche di pozzi petroliferi. Le zone colpite dai caccia russi, invece, si trovano prevalentemente a occidente, nelle province di Homs e Idlib, cioè in zone che circondano le aree costiere (sotto controllo governativo), rette da varie fazioni dell’opposizione siriana.

   I primi bersagli degli strike russi sono stati i sobborghi di Talbiseh e Rastan, nei pressi di Homs, dove corre l’autostrada più importante di tutta la Siria, la M5, che collega Aleppo-Hama-Homs-Damasco-Deraa.

   Nella città di Homs opera la Tahrir Homs (o Free Movement Homs), una brigata del Free Syrian Army, che nei bombardamenti ha perso un suo comandante, Iyad al-Deek, ex-Capitano dell’esercito siriano che disertò e si unì all’FSA all’inizio della Rivoluzione. Come ha dichiarato un comandante dell’FSA operativo a Rastan:

“L’unica spiegazione per bombardare noi è che stanno inviando un messaggio per dire che vogliono tutta Homs. Vogliono schiacciare qualsiasi presenza dell’opposizione a Homs, forse per puntellare la costa. I loro aerei da guerra sono nuovi e avanzati, tanto che non hanno bisogno di volare basso per bombardarci, come possiamo respingerli? Non possiamo abbatterli. L’unica soluzione è che i combattenti e i civili abbandonino Homs. Questo è quello che vogliono.”

Questo video mostra la Protezione Civile nel sobborgo settentrionale di Talbiseh mentre soccorre i feriti; invece quest’altro mostra gli effetti degli attacchi aerei nella stessa zona. La Protezione Civile sta divulgando molte foto relative ai bombardamenti russi che si possono trovare qui.

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Il Ministero della Difesa Russo, intanto, ha diffuso un video che mostra alcuni degli strike visti dall’alto. Sembrerebbero cluster bomb, di certo non bombe a guida attiva. A giudicare dalla morfologia del territorio dove sono state sganciate, è credibile pensare che lo siano, poiché la zona appare poco densa di strutture, e in questi casi, con obiettivi “rarefatti”, le bombe a grappolo sono più efficaci.

   Altri video stanno emergendo circa il loro uso da parte dell’aviazione russa (come questo), che mostra inequivocabili munizioni a grappolo sganciate su Kafr Halab (Aleppo), altra zona dove non si registra presenza di ISIS.

   Né Stati Uniti né Russia hanno firmato la convenzione di messa al bando di questo tipo di armamenti. Ciò nonostante questi ordigni hanno effetti devastanti sulla popolazione civile, molto più delle cosiddette “bombe intelligenti”, convenzionalmente più utilizzate in scenari di guerra asimmetrica. Il loro uso è considerato un crimine di guerra da molti Stati della comunità internazionale.

La Cluster Munition Coalition, un gruppo internazionale di ONG che lavora per la messa al bando delle bombe a grappolo, ha già esortato la Russia a non usare queste armi. Potete leggere la lettera indirizzata a Putin a questo link. Per avere un’idea sulle altre munizioni usate, questo video mostra un ordigno russo inesploso sganciato su Talbiseh. Secondo la Protezione Civile siriana si tratterebbe di “bombe termobariche”, bombe convenzionali tra le più potenti, peraltro già impiegate dall’inizio del conflitto dal regime di Damasco.

   Secondo il comunicato dell’ospedale di Talbiseh, i quartieri colpiti dai bombardamenti russi erano quartieri civili senza alcuna presenza militare. La zona inoltre resta sotto l’amministrazione dell’FSA senza alcuna presenza di ISIS.

   Anche il comunicato della Protezione Civile Siriana di Homs denuncia i bombardamenti russi e del governo siriano su zone civili e in particolare sui team di soccorso, tra cui si sono registrate delle vittime. Potete leggere le reazioni dei soccorritori della Protezione Civile con ulteriori foto e video qui.

HAMA – Hama è stata il secondo bersaglio, nel sobborgo di Al-Lataminah, dove opera la brigata dell’FSATajama’a al-Izza, attiva nelle province di Hama, Idlib e Aleppo, che in passato ha ricevuto missili anti-carro molto probabilmente dal Turkish Military Operations Command. Anche l’area sul fronte orientale della provincia di Latakia, al confine con le zone controllate dai ribelli, è stata bombardata. Il bilancio del primo giorno di bombardamenti, secondo il Syrian Observatory for Human Rights, è stato di 27 morti, che diventano 34 (10 bambini, 7 donne e 17 uomini) secondo il conteggio della Protezione Civile Siriana. Idlib

   Il secondo giorno i bombardamenti si sono concentrati nella provincia di Idlib, a Jisr Al-Shughour e Jabal Al-Zawiyah, caduta interamente in mano all’opposizione nel maggio 2015. Qui lo spettro delle fazioni dell’opposizione è più ampio: vi opera una coalizione, l’Army of Conquest, finanziato dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, che comprende FSA, Al-Nusra e battaglioni del Fronte Islamico. Non vi è tuttavia alcuna presenza di ISIS.    Anzi, questa coalizione è in guerra con ISIS e negli ultimi 18 mesi i loro successi militari contro il Califfato sono stati maggiori di quelli del governo siriano, in special modo nella zona di Aleppo (per sapere “chi combatte chi” nell’intricato scenario siriano consigliamo questa lettura dal New York Times).

Questa eterogenea coalizione, premendo su Latakia – area di origine delle comunità alawite e terra natale di Assad – è la minaccia più impellente per il governo siriano. Lo dimostrano i frequenti bombardamenti, anche al gas clorino, nell’area della provincia di Idlib.    È stata colpita anche la piccola cittadina di Kafranbel, che non vede presenza né di ISIS, né di Nusra, né di fazioni islamiste, ma dell’FSA. Kafranbel è la capitale artistica della Rivoluzione; ogni venerdì, dal 2011 a oggi, gli abitanti della cittadina scendono in strada con banner e vignette colorate esprimendo pacificamente la loro opposizione al regime di Assad, a ISIS e a Nusra. Tra i bombardamenti russi del primo ottobre ne sono stati rilevati alcuni alla periferia della cittadina, nei pressi delle rovine romane, come testimonia questo video.

   Il 3 ottobre i bombardamenti russi su Ehsim (Idlib) hanno colpito un team di soccorso della Protezione Civile Siriana, ferendo uno dei volontari e uccidendone un altro, come mostra questo video. Anche in questa zona non si rileva presenza di ISIS.

RAQQA – Anche la provincia di Raqqa, roccaforte nonché auto-proclamata “capitale” di ISIS, è stata bombardata: colpito un campo di addestramento a Maadan Jadid, a 70 km a est di Raqqa, e una postazione di comando a Kasrat Faraj, a sud-ovest. Questi ultimi strike, che hanno ucciso 12 jihadisti, sono di sicuro i più coerenti con il discorso pronunciato all’ONU dallo stesso Putin.    Tuttavia, secondo le ultime stime, solo il 5% dei bombardamenti russi ha colpito obiettivi di ISIS. La Russia nega di aver colpito i civili, ma quando si bombarda zone rette in mano all’opposizione – come quelle colpite nei recenti strike – evitare vittime civili collaterali è pressoché impossibile, per il semplice fatto che l’opposizione amministra città e villaggi densamente popolati. … In questa prima fase della missione russa, ISIS appare, a una fredda analisi dei numeri, come target secondario. La Russia sta bombardando – non sorprendentemente, peraltro – aree sensibili per i propri interessi nazionali, comprese fazioni ribelli moderate e jihadiste che hanno il controllo di aree vicine alle zone costiere.

   Non potendo negare di aver bombardato zone dove ISIS non c’è, il Cremlino ha ammesso che i suoi aerei stanno colpendo anche altre fazioni di “terroristi”. Se da un lato è vero che Al-Nusra non ha mai rinnegato la sua affiliazione ad Al-Qaeda, dall’altro è pur vero che le fazioni moderate dell’FSA, composte principalmente da disertori dell’esercito siriano, non sono fazioni terroristiche, e che la condivisione degli stessi fronti con Al-Nusra è dovuta più a esigenze di tipo tattico-militare che ideologiche.

   Sia i gruppi più o meno islamisti che le opposizioni moderate dell’FSA stanno combattendo ferocemente l’ISIS sul fronte nord di Aleppo. Un eventuale impegno prioritario russo contro ISIS finirebbe per avvantaggiare i fronti ribelli presenti a ridosso delle aree sensibili costiere, dove risiedono i principali interessi nazionali russi: il puntellato governo di Assad, i porti e le basi militari di Tartous e Latakia. Questa eterogenesi dei fini tra i ribelli moderati e gli islamisti regala però un facile assist a Putin e Assad, con diverse implicazioni strategiche.

   La Russia ha preventivato la durata del proprio impegno militare diretto intorno ai 3/4 mesi, tempo evidentemente non sufficiente a “estirpare” la minaccia dell’ISIS dalla Siria. Questo orizzonte strategico evidenzia anche la consapevolezza russa che impelagarsi in una guerra “on the ground” in Medioriente sarebbe molto rischioso.

Alcuni analisti riportano di truppe di terra iraniane pronte per essere impiegate in controffensive di terra in Siria, al fianco dell’esercito governativo di Assad. Controffensive che è presumibile si concentrino nella prima fascia ad est delle zone costiere sotto controllo governativo.

   La Russia, quindi, non sembra intenzionata a impegnarsi direttamente sul terreno con truppe di terra, come pare dimostrare il quantitativo piuttosto limitato di uomini e mezzi trasferiti in Siria: circa una cinquantina tra aerei ed elicotteri, duemila uomini e poche decine di mezzi corazzati e anti-aerei. Lascerà eventualmente che siano altri ad occuparsene, anche se alcuni parlano di “volontari” russi pronti ad andare in guerra al fianco delle truppe siriane. C’è comunque un interessante precedente, che mette forse nella giusta prospettiva l’intervento russo in Siria.

   Come ha ricordato il Washington Post, l’ultimo intervento russo (o meglio, sovietico) in Medioriente risale al 1967, quando a seguito di diversi tentativi di colpi di stato e rovesciamenti di fronti in Yemen (tra repubblicani filo-sovietici e monarchici filo-sauditi), Chruščëv decise di intervenire direttamente a supporto delle fazioni yemenite alleate.

   Secondo Mark Katz, professore della Mason University, l’intervento sovietico in Yemen ha delle similitudini con quello russo in Siria: Putin starebbe tentando di evitare il crollo definitivo di un regime alleato, sfruttando le divisioni dei suoi nemici. In Yemen alla fine degli anni ’60 la situazione si stabilizzò a favore dei sovietici dopo un ennesimo colpo di stato effettuato da frange repubblicane moderate ai danni delle frange repubblicane più estremiste.

   Katz prende spunto da questo fatto per evidenziare quella che potrebbe essere l’exit strategy anche del conflitto siriano: Putin potrebbe presto mettere da parte Assad in nome degli interessi nazionali russi, facilitando così gli accordi di pace tra le fazioni che ne vorranno far parte. Questo era peraltro lo scenario che la The Zeppelin aveva delineato a settembre.

   La Russia ha incassato il favore non solo di parte dell’opinione pubblica occidentale (quella stessa opinione pubblica che nel settembre 2013 si oppose all’intervento militare americano contro Assad, quando quest’ultimo usò le armi chimiche a Ghouta), ma anche della Chiesa Ortodossa che ha dato la sua benedizione a quella che definisce una “guerra santa”.

   Anche l’Egitto di Al-Sisi si è detto favorevole all’intervento russo, e alcuni analisti americani vedono cinicamente come un fatto positivo che la Russia si vada ad impantanare in questioni mediorientali mentre gli Usa se ne vorrebbero tirare fuori definitivamente.    Intanto, il 4 ottobre Assad ha dichiarato alla TV iraniana Khabar TV: “Se lasciare le mie funzioni è la soluzione, non esiterò a farlo”. Non è chiaro che valenza possa avere questa dichiarazione, visto che potrebbe anche significare che la sua messa da parte non contribuirebbe alla soluzione del conflitto. (Lorenzo C., Samantha Falciatori)

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LIBIA, SIRIA, IRAQ: INTERVENTO MILITARE O NO?

di Aldo Giannuli, 22/9/2015, da http://www.aldogiannuli.it/

   La situazione in Libia ed in Siria ed Iraq ormai sta andando in metastasi: non solo la guerra c’è, e con essa il dramma dei profughi, ma minaccia di estendersi in un gigantesco braciere che riassorba Turchia, Israele, Egitto, Giordania, mescolando terrorismi, guerre civili, guerre tradizionali, crisi sociali, collassi di stati ecc.  Insomma, è ora di fare qualcosa, prima che sia troppo tardi.

   Mettiamo da parte le banalità solite del tipo: siamo contro la guerra. Certo che siamo contro la guerra, ma la guerra già c’è e bisogna trovare il modo di farla finire. Però stando attenti a non porre le premesse per un nuovo disastro. Se non ci fossero state le guerre insensate di Bush in Iraq ed Afghanistan, oggi non ci sarebbe il Califfato e se Israele avesse fatto realmente passi verso i palestinesi, oggi avremmo un focolaio di crisi in meno.

   Quanto alla Libia, l’intervento fu un errore (anche io devo fare una autocritica in proposito: avevo sopravvalutato la forza della componente democratica della “primavera libica”, che è stata spazzata via dall’irruzione dei vari fondamentalismi, per di più concorrenti fra loro. (…..)

   Insomma, europei ed americani se la sono andata a cercare e questo capolavoro è il risultato delle bestialità fatte, prima con la guerra dopo per la ritirata a rotta di collo e senza consolidare niente che potesse reggere all’urto dell’insorgenza fondamentalista. Dunque, non è il caso di fare altri errori.

   Allora iniziamo ad escludere le cose più sbagliate: in primo luogo, togliamo di mezzo l’idea che si possa andare avanti così: non si capisce cosa stiano combinando gli americani con il Califfato, stando a sentire loro, non fanno che alluvionare di bombe tutta la zona, poi però non si capisce come le truppe del Califfato, senza copertura aerea di sorta, riescono a tenere testa a tutti gli altri, spostare forti contingenti militari, conquistare città, ritirarsi, riattaccare ecc.

   Della promessa offensiva giordana non sembra si sia vista l’ombra, i turchi hanno detto di muoversi ma di fatto fanno la guerra ai curdi che sono gli unici che combattono sul serio l’Isis. Qui occorre iniziare a fare sul serio.

   Togliamo di mezzo l’idea che l’intervento aereo serva a risolvere il problema. Con la guerra aerea si può vincere una guerra regolare con uno Stato, come nel caso della guerra del Kossovo, ma con uno Stato sui generis come l’Isis e con una guerra irregolare, la cosa funziona poco. (…) Anche in Libia, la guerra aerea ha dimostrato i suoi limiti. Qui se non si mettono gli scarponi nella sabbia non se ne esce.

   Ma chi deve scendere sul terreno ed a quali condizioni? L’ennesimo intervento occidentale è votato al fallimento prima di iniziare, in primo luogo perché (è un film già visto) si può anche vincere la guerra nell’immediato, per poi trovarsi impantanati in una guerriglia senza fine. Ma, soprattutto, la cosa darebbe ancora più fiato al fondamentalismo islamico che avrebbe una ragione in più per rappresentare la situazione come un conflitto fra l’Islam e i “crociati” occidentali e magari ci ritroveremmo con qualche altro Califfato in Indonesia, in Bangladesh o chissà dove. Peraltro, russi e cinesi avrebbero di che essere soddisfatti a stare ai bordi del campo a godersi lo spettacolo. Ma poi, per fare cosa? Dove sta scritto che dopo un vittorioso (??!) intervento delle gloriose truppe occidentali, la situazione si stabilizzi? Che ordine si affermerebbe e deciso da chi?

   E poi, va bene che la Libia è ad un braccio di mare dell’Europa e che i profughi di guerra vengono qui, ma Europa e Stati Uniti non possono arrogarsi, ancora una volta, il diritto di fare i gendarmi del Mondo senza nessuna legittimazione, per poi non sapere cosa fare una volta finita la guerra. Proprio no: questa è la soluzione più stupida che si può scegliere.

   Il primo passo è convocare di urgenza presso l’Onu una conferenza di pace con tutti i paesi (Iran compreso, ed Israele se ne faccia una ragione) per ridisegnare la mappa della zona dopo il collasso dell’ordine seguito alla fine dell’Impero Ottomano. O almeno fissare alcuni criteri base per il dopo, e subito dopo imporre, siamo chiari, con le armi, la fine delle ostilità.

   Se necessario con una forza multinazionale di pace cui, potrebbero partecipare, in misura minoritaria, europei ed americani, ma non averne il comando che andrebbe affidato ad un ufficiale “esterno”, magari indonesiano, assistito da uno stato maggiore misto, prevalentemente, ma non esclusivamente, composto da ufficiali dei paesi islamici, in modo da eliminare il più possibile l’immagine della “aggressione esterna”.

   E, dopo aver imposto la fine della guerra il negoziato di merito potrebbe riprendere per definire nel dettaglio il nuovo ordine. Se la volontà politica ci fosse, si potrebbe avviare la conferenza anche in un mese e dare il via alla costituzione della forza multinazionale nel giro di qualche settimana, dopo ci sarebbe il tempo per procedere nel dettaglio.    Temo, invece, che la cosa sfocerà nel solito intervento occidentale con danni maggiori del passato. (Aldo Giannuli)

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LA SCELTA DI OBAMA (E L’ITALIA?)

di Franco Venturini, da “Il Corriere della Sera del 16/10/2015”

   Assediata e coinvolta da un ordine internazionale che sta andando in frantumi, L’ITALIA SI TROVA DA IERI IN UN PERICOLOSO TRIANGOLO STRATEGICO. Ieri, appunto, Barack Obama ha ceduto alle pressioni dei suoi generali e ha prolungato la presenza militare americana in AFGHANISTAN (9.800 uomini) fino a «quasi tutto» il 2016.

   Nel gennaio 2017, quando Obama dovrà lasciare la Casa Bianca, le forze Usa saranno ancora composte da 5.500 soldati. Questa decisione può fare la differenza, ha spiegato Obama, ma è difficile dargli ragione. A meno che le infiltrazioni dell’Isis smettano di moltiplicarsi e i talebani decidano di negoziare sul serio.

   Poi ci sono, accanto agli Usa, anche forze alleate, e tra queste reparti italiani che oggi ammontano a poco meno di ottocento uomini in maggioranza addestratori. Cosa faranno gli italiani?

   La decisione del nostro governo, già presa, è di farli rientrare entro la fine del gennaio 2016. Ma le decisioni possono cambiare. Il segretario alla Difesa americano Ashton Carter, in occasione della recente visita a Roma e subito dopo al vertice ministeriale della Nato, ha anticipato gli orientamenti di Obama e si è compiaciuto di aver ottenuto promesse di restare in Afghanistan da parte di tutti gli alleati (promessa che peraltro soltanto la Germania ha reso pubblica).

   Oggi i Palazzi romani dicono di essere impegnati a «valutare» la richiesta americana, anche se tutti danno per scontato un sì a Washington. Curiosa coincidenza, perché l’Italia sta ancora «valutando» anche l’impiego in ruoli di bombardamento dei suoi quattro Tornado dislocati in IRAQ. E non è difficile notare che la contrarietà ripetutamente espressa da Matteo Renzi nei confronti del ricorso a bombardamenti si riferisce sempre alla Siria e non al quadro strategico molto più chiaro dell’Iraq.

   Che il presidente del Consiglio non veda di buon occhio un nuovo impiego dei Tornado, anticipato dal Corriere il 6 ottobre scorso, è cosa risaputa. Oltretutto è in arrivo il Giubileo, e colpire l’lsis accresce il rischio di attentati. Ma un impegno con gli americani era stato preso, o almeno così ritenevano gli Usa.

   Forse la permanenza in Afghanistan può costituire una insperata carta di scambio? Forse si può continuare a essere buoni alleati e anche protagonisti (un po’ marginali, in verità) anche sostituendo un anno in più in Afghanistan alle bombe certo non decisive di quattro Tornado? Diciamo, per usare un linguaggio ortodosso, che la cosa è oggetto di valutazione.

   E poco importa che il sottoscritto consideri comunque irrecuperabile per l’Occidente la situazione in Afghanistan, mentre colpire i massacratori e torturatori jihadisti dell’Isis, anche simbolicamente, e meglio se in nostra piena autonomia, sarebbe nostro dovere e nostro interesse.

   Al triangolo manca un lato, che si chiama LIBIA. Non è dato ancora sapere se le parti in causa ratificheranno le proposte del mediatore dell’Onu Bernardino Léon per un governo di concordia nazionale, e se si passerà poi a una risoluzione del Palazzo di Vetro (o a una decisione della Ue) forse con autorizzazione all’uso della forza.

   In effetti anche nella migliore delle ipotesi la stabilizzazione della Libia (e dunque anche il controllo dei flussi migratori) è inconcepibile senza un certo uso della forza, in aggiunta a sanzioni e a strette creditizie ancora non operanti. Ed è anche vero che se il progetto Léon andrà in porto l’Italia avrà fatto moltissimo per sostenerlo, più di chiunque altro.

   Ma l’insistenza italiana per vedersi riconoscere un «ruolo guida» dopo l’eventuale raggiungimento dell’accordo (ma non della pace sul campo, questo è sicuro) lascia perplessi. A cosa sta pensando il nostro governo? A missioni di assistenza nei vari settori compreso quello dell’addestramento militare, ad aiuti economici da usare come carota in contrasto con il bastone delle sanzioni, a una cabina di regia su operazioni soft in parte già in corso, come la distruzione dei barconi utilizzati per i migranti? Se è così, bene.

   Ma se qualcuno avesse in mente un peace enforcing che sarebbe rischiosissimo e richiederebbe l’utilizzo di decine di migliaia di uomini per essere efficace, se si volessero occupare le coste, se si dovesse affrontare la testa di ponte creata dall’Isis (che ieri a Sirte ha imposto il niqab alle studentesse), se insomma per riportare l’ordine in Libia si dovesse fare la guerra a terra, avrebbero senso le nostre ripetute richieste?

   Forse il triangolo andrebbe ripensato, o almeno chiarito. (Franco Venturini)

AFGHANISTAN, I SOLDATI ITALIANI RESTERANNO UN ALTRO ANNO

di Francesco Grignetti, da “la Stampa” del 17/10/2015

– Renzi dice sì al “pressing” di Obama: ma nel 2017 tutti a casa – La permanenza dei nostri militari costerà 150 milioni di euro –

   Il governo conferma: a differenza di quanto previsto, i nostri soldati resteranno in Afghanistan anche nel 2016 come ci chiedono pressantemente l’Alleanza atlantica e l’Amministrazione Usa. Non se ne parla, invece, d’impegnarsi per il 2017. Dentro l’Esecutivo, peraltro, c’era chi frenava e avrebbe voluto concedere soltanto sei mesi. Ma tant’è. La risposta di Roma probabilmente deluderà Washington.

   È Matteo Renzi in persona ad annunciare, in un passaggio del suo discorso all’Università di Venezia, che l’Italia sta «decidendo in queste ore» quale posizione tenere in Afghanistan. «Avete sentito tutti cosa ha detto il presidente Obama», dice il premier. Già, tutti hanno saputo che Obama, di malavoglia, ha dovuto confermare la presenza dei marines per il 2016 e il 2017. Rispetto alle richieste dei suoi generali, ha dimezzato le presenze, ma l’annunciato ritiro totale degli americani non ci sarà. Con l’occasione, Obama ha anche detto che conta sulla presenza in Afghanistan degli alleati.

ITALIANI E TEDESCHI

Sono una quarantina i Paesi presenti con proprie truppe in Afghanistan, eppure l’appello è rivolto essenzialmente agli italiani e ai tedeschi. Si consideri infatti che i francesi sono già rientrati in patria da un paio di anni, gli spagnoli stanno smobilitando, gli inglesi hanno mollato la posizione di Helmand e c’è soltanto un contingente di circa 200 soldati a Kabul.

   Il pressing è per gli italiani, insomma, perché i nostri militari sono molto apprezzati per il lavoro che svolgono sul terreno, ma soprattutto per una questione politica e simbolica: gli americani temono di restare soli in quel pantano. Perciò è nato questo riferimento afghano, con sottolineatura di come vanno davvero le cose, nel discorso di Renzi a Venezia. «Stiamo valutando in queste ore se prolungare di un altro anno la nostra presenza in Afghanistan, come ci è stato chiesto dall’amministrazione americana».

   Un altro anno a HERAT, allora? A questo punto è scontato. La Difesa, però, è in affanno. La missione costa 150 milioni di euro all’anno, altri 120 milioni (come da impegni presi nel summit Nato Chicago 2012: ma a quel tempo eravamo sicuri di rientrare nel 2014) li versiamo per pagare gli stipendi dell’esercito afghano, e Roma vorrebbe concentrare quei soldi sul Mediterraneo, che è la nostra vera priorità. Se mai partisse la missione di «peace keeping» in Libia, poi, uomini e mezzi sarebbero chiamati a un nuovo impegno gravoso.

LE DIFESE DELLA RUSSIA

È un fatto, comunque, che la Nato ritiene molto pericolosa la situazione in Afghanistan. Un ritiro completo degli occidentali, mancando oltretutto il supporto aereo, potrebbe spingere l’esercito regolare di Kabul al collasso. E non solo l’Alleanza atlantica vede una realtà pericolante. Putin ha deciso ieri di mandare truppe alla frontiera tra Afghanistan e Tagikistan. «Terroristi di varia natura – ha spiegato il presidente russo – stanno guadagnando sempre maggior influenza e non nascondono i loro piani per una ulteriore espansione. Uno dei loro obiettivi è quello di irrompere in Asia centrale. Dobbiamo essere pronti a reagire». (Francesco Grignetti)

Medio Oriente
Medio Oriente

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LA MASCHERA SIRIANA SUL SOGNO DI PUTIN

di Bernard Guetta, da “la Repubblica” del 14/10/2015

– Lo zar vuole cancellare i suoi fallimenti interni con il Medio Oriente –

E’ come se la Russia replicasse la guerra fredda, e piegasse gli Stati Uniti in un inesorabile braccio di ferro. Tutto induce a questa lettura, dato che i fatti sono sotto i nostri occhi e lasciano il segno, sfilano sulla stampa e impressionano le capitali occidentali.

   Il fatto è che la Russia riprende piede in Medio Oriente, ove aveva perso ogni influenza dopo l’implosione sovietica. Il fatto è che Vladimir Putin non si accontenta di bombardare gli insorti siriani sostenuti dai Paesi dell’Alleanza atlantica, ma coglie l’occasione per ricordare la portata dei suoi missili, che gli permetterebbe di colpire l’Unione Europea.

   Il fatto è che Putin sta salvando il regime di Assad, suo alleato, da un tracollo che appena tre settimane fa sembrava imminente. E lo fa dopo aver modificato i confini europei annettendosi la Crimea, senza che nessuno fosse capace di impedirglielo, o pensasse anche solo di farlo.

   “RUSSIA is back”: è il grande ritorno della Russia, si sarebbe tentati di dire davanti al conteggio dei punti: quattro a zero per Putin contro Obama. Ma si tratterebbe di una conclusione quanto meno affrettata. Certo, i colpi di scena sono quanto di più reale; ma al di là di essi esistono realtà infinitamente più complesse, e meno promettenti per il presidente russo.

   Riprendiamo la cronologia dall’inizio della partita in corso. È nel 2013 che il presidente ucraino Victor lanukovich, espresso dal partito delle regioni, il più vicino alla Russia, arriva alla giusta conclusione che il futuro del suo Paese non è Mosca ma Bruxelles; e si prepara a firmare un accordo di associazione con l’Unione. Con minacce o ricatti, Vladimir Putin lo induce a ricredersi. Ma a questo punto, un’immensa maggioranza di ucraini insorge contro lanukovich, denunciato come traditore della patria, e in breve lo estromette dal potere.

   La risposta russa è la Crimea; e sull’onda della sua annessione, l’organizzazione di una rivolta separatista nelle regioni orientali dell’Ucraina. Sembra che a condurre il gioco sia Vladimir Putin, apparentemente invincibile. Ma sebbene abbia riscosso massicci applausi per aver reso la Crimea alla Russia, le ha fatto perdere l’Ucraina. Questo Paese dall’identità a lungo incerta, che le potenze europee si erano disputate per tanto tempo, ma che la storia, la cultura e decine di milioni di matrimoni misti avevano finito per legare intimamente alla Russia, questo Paese brutalizzato e umiliato si afferma più che mai prima d’allora come una nazione indipendente, contro la Russia.

   Vladimir Putin voleva ricostruire l’impero russo, ma gli ha dato il colpo di grazia. Benché amputata della Crimea, l’Ucraina è passata all’Occidente; e quel che è peggio per Mosca, la sanzioni economiche occidentali penalizzano l’economia russa già colpita dal calo dei prezzi del petrolio e dal gas, le sue principali ricchezze. La Russia è quindi costretta a ricomporre, adoperandosi, come sta facendo oggi, per placare gli ardori separatisti. Dovrà accontentarsi di salvare la faccia ottenendo un vago statuto di autonomia delle regioni orientali: una partita virtualmente persa per la Russia.

Ed è per farlo dimenticare che si è avventurata in Siria. Senza impegnare un solo uomo a terra, Vladimir Putin ha cambiato di colpo la situazione, consolidando un potere che era ormai alle corde. A tutto vantaggio della Russia e suo proprio. Una mossa riuscita. Ma adesso per il presidente russo le difficoltà stanno appena iniziando; perché quando avrà finito di santuarizzare la regione di Latakia, al Nord-Ovest della Siria, che è anche quella degli alawiti, culla dello sciismo e terra d’origine della famiglia Assad, dove è installata la base militare russa di Tartus, che altro potrà fare?

Nulla di significativo, dato che nonostante l’appoggio aereo della Russia e il concorso, a terra, dell’Iran, degli Hezbollah libanesi e di due armate sciite, le truppe di Bashar al Assad non riusciranno a riconquistare la Siria.

   La Russia avrà il controllo di Latakia, così come controlla la Crimea, ma al di là di questa postazione, e del cuore di Damasco, sarà impotente a trasformare lo sforzo in atto per diventare artigiana di pace. Perché né i Paesi sunniti, né i sunniti siriani – il 60% della popolazione – accetteranno che Bashar al Assad resti al potere.

   La Russia corre oggi il rischio di ritrovarsi parte in causa in una guerra di religione e d’influenza, che contrappone in tutto il Medio Oriente le due religioni dell’Islam: la maggioranza sunnita e la minoranza sciita. Impelagarsi in quel pantano – dove Barack Obama rifiuta di mettere piede – sarebbe per la Russia un rischio immenso, da cui non avrebbe nulla da guadagnare e tutto da perdere.

   Come già è accaduto in Ucraina, Vladimir Putin potrebbe risvegliarsi dalla sua breve sbornia siriana con un violento e pervicace mal di testa. A meno che…

A meno che la Russia, una volta data la sua dimostrazione di forza, favorisca al più presto le dimissioni di Bashar al Assad a favore di un uomo nuovo, in grado di negoziare un compromesso di vasta portata tra il regime siriano, gli insorti, l’Iran sunnita e il mondo sciita, Arabia Saudita in testa.

Sarebbe allora grazie a Vladimir Putin che si eviterebbe magari il rischio di una Guerra dei Trent’anni in Medio Oriente. Avendo reso il più grande dei favori a questa regione e al mondo, la Russia realizzerebbe la sua ambizione fondamentale: quella di tornare a sedersi al tavolo delle grandi potenze a un posto d’onore, alla pari con gli Stati Uniti. Si aprirebbe così la strada alla negoziazione di accordi di sicurezza e di cooperazione tra i due pilastri del continente europeo: l’Unione europea e la Federazione russa.

   Per la Russia come per il resto del mondo, sarebbe un nuovo inizio nel XXI secolo. Non è impossibile che Vladimir Putin sappia comprenderlo, e voglia giocare questa carta. Molti dei suoi consiglieri lo esortano a farlo. Ma fintanto che non farà questa scelta, il ritorno della Russia sarà solo un’illusione. Perché per il momento sta solo perdendo fiato. (Bernard Guetta, traduzione di Elisabetta Horvat)

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SIRIA. DAMASCO AVANZA, LE OPPOSIZIONI NON LO HANNO CAPITO

di Chiara Cruciati, da “il Manifesto” del 13/10/2015

– La Coalizione Nazionale rifiuta il negoziato Onu, ma sul campo gli Usa ormai sostengono i kurdi. Che hanno formato una nuova compagine con tribù e siriani, anti-Isis e non anti-Assad –

   Il presidente russo Putin ha inaugurato una nuova strategia nella crisi siriana: parla con tutti, poi prende l’iniziativa. Parla con Netanyahu e lo rassicura, parla con i sauditi e li rassicura. Parla con le opposizioni moderate, le invita a Mosca, le tranquillizza tanto da fargli credere che non sosterrà più Assad. E poi lancia raid per rafforzare il presidente siriano.

   E tira la corda così tanto da costringere gli Stati Uniti a cancellare il programma di addestramento delle unità dell’Esercito Libero Siriano e a investire quei milioni di dollari in compagini più efficaci, quelle kurde. Il risultato è chiaro, ma le opposizioni fingono di non averlo compreso: ieri la Coalizione Nazionale Siriana, un fantasma sul campo di battaglia e nelle stanze della diplomazia mondiale, ha rigettato il dialogo proposto dalle Nazioni Unite.

   L’inviato Onu in Siria, De Mistura, ha da tempo messo sul tavolo la creazione di quattro gruppi di lavoro per uscire dalla crisi e che seguano questioni centrali: contro-terrorismo, ricostruzione, protezione dei civili e transizione politica. Ieri lo stesso De Mistura ha parlato del tentativo di organizzare incontri tra statunitensi e russi, prima a Mosca e poi a Washington, a partire da oggi.

   «Non prenderemo parte ai gruppi di lavoro consultivi – si legge nel comunicato della Coalizione – Ci consideriamo legati a Ginevra, alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu e alla fine dell’aggressione russa, come basi per la ripresa del negoziato». La Coalizione è rimasta ferma a tre anni fa, ai gloriosi ma inconsistenti proclami della conferenza di Ginevra. Come se, negli ultimi tre anni, non fosse cambiato nulla, come se l’Esercito Libero (suo braccio armato) desse ancora filo da torcere ad Assad, come se la Russia non fosse intervenuta stravolgendo gli equilibri.

   Come se al posto dei ribelli moderati non ci fossero ora Isis e al-Nusra e come se Assad non stesse lanciando una controffensiva concreta, la prima da anni. Sotto la copertura dei raid aerei russi (ieri Putin lo ha detto senza mezzi termini: «Nostro compito è stabilizzare il governo legittimo e creare le condizioni per un compromesso politico») e con il sostegno terrestre di Hezbollah, l’esercito ha ripreso in pochi giorni una serie di comunità nelle province di Latakia, Hama e Idlib.

   Zone strategiche perché vicino alle roccaforti alawite e cintura intorno a Damasco: pulirle dalla presenza dei qaedisti di al-Nusra significherebbe mettere in sicurezza la capitale e allargarsi verso nord ovest, verso il confine con la Turchia. Insieme al terzo di paese che Damasco ancora controlla (parte del centro e la costa), il nord ovest è un’area molto popolata a differenza dell’est dove a dettare legge è l’Isis. Riassumere il controllo di buona parte del paese e della stragrande maggioranza della popolazione permetterebbe ad Assad di lanciare una futura offensiva verso oriente, verso il califfato (da Raqqa al confine con l’Iraq), con le spalle coperte.

   La frontiera con la Turchia a nord-est è, invece, controllata dalle unità kurde delle Ypg, ancora target Isis. Ma la Rojava ha dimostrato di saper contenere – nonostante gli ostacoli creati dalla Turchia – l’avanzata del califfato, tanto da attirare l’attenzione Usa. Pochi giorni fa Washington, dopo aver cancellato il programma di addestramento dei ribelli, ha deciso di spostare quei soldi sui kurdi: 20mila combattenti potrebbero essere armati dal Pentagono; le prime 50 tonnellate di munizioni – secondo fonti interne Usa – sarebbe state lanciate ieri su Hasakah.

   Forse in risposta alla mossa Usa, i kurdi hanno annunciato la nascita di un nuovo fronte, le Forze Democratiche Siriane: ne faranno parte le Ypg, gruppi armati siriani, tribù arabe e cristiani siriaci. Un occulto cambio di strategia per gli Usa e un duro colpo alla Turchia: i kurdi siriani (e il loro ispiratore, il Pkk) non hanno mai alzato le armi contro Assad con cui collaborano in chiave anti-Isis in aree settentrionali e con cui negoziano una maggiore autonomia, una volta che la guerra sarà finita.

IRAQ: AL-BAGHDADI NON È STATO COLPITO

Il governo di Baghdad ha fatto sapere ieri che il convoglio dell’Isis, a bordo del quale viaggiavano alcuni leader del gruppo, colpito dall’aviazione non stava trasportando il “califfo” al-Baghdadi. Inizialmente sembrava che il leader fosse stato ferito e portato in un ospedale al confine con la Siria. Nuove informazioni dell’intelligence dicono invece che «con molta probabilità» al-Baghdadi non era presente. (Chiara Cruciati)

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TURCHIA, PRIMA E DOPO LA STRAGE DI ANKARA DEL 10 OTTOBRE

LA STRAGE DI ANKARA DEL 10 OTTOBRE - Lui abbraccia la moglie in lacrime, entrambi coperti di sangue subito dopo le esplosioni di Ankara, è la foto finita sulle prime pagine di molti giornali turchi come immagine simbolo della strage. Ora si apprende che quell'uomo, Izzettin Cevik, insegnante di 46 anni, è morto per le ferite riportate. E sono morte anche sua figlia Basak Sidar e sua sorella Nilgun. Una famiglia distrutta di cui è sopravvissuta la moglie Hatice
LA STRAGE DI ANKARA DEL 10 OTTOBRE – Lui abbraccia la moglie in lacrime, entrambi coperti di sangue subito dopo le esplosioni di Ankara, è la foto finita sulle prime pagine di molti giornali turchi come immagine simbolo della strage. Ora si apprende che quell’uomo, Izzettin Cevik, insegnante di 46 anni, è morto per le ferite riportate. E sono morte anche sua figlia Basak Sidar e sua sorella Nilgun. Una famiglia distrutta di cui è sopravvissuta la moglie Hatice

LA PROTESTA DEI DRAPPI NERI. LA TURCHIA PIANGE I MORTI: “ADESSO FERMIAMO IL PAESE”

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 13/10/2015

– Ad Ankara e in altre città i funerali delle 128 vittime dei kamikaze. A Istanbul in segno di lutto e di sfida a Erdogan, la gente espone sui balconi e in strada vessilli scuri. Ma incombe la paura di altri attentati. Nel sud est due bambine uccise dalla polizia durante gli scontri –

ISTANBUL – Un lungo drappo nero scende da un balcone di Besiktas, il quartiere che si apre sullo Stretto del Bosforo, a Istanbul. E’ la sede del Cumhuriyet Halki Partisi, Partito repubblicano del popolo, la formazione socialdemocratica oggi all’opposizione. Ma a guardarsi intorno non è l’unico segno di lutto. Salendo per Barbaros Bulvari, il boulevard di Barbarossa, dalle abitazioni spuntano vessilli oscurati, i giovani comunisti consegnano ai passanti volantini con un fiocco nero, e dalle auto emerge qualche fazzoletto di colore scuro. La sera, alla tv statale, pure quando trasmettono le partite di calcio una fascia nera compare in alto a destra.

   La Turchia fatica a elaborare il dolore per la strage delle 128 persone morte sabato mattina per i due kamikaze saltati in aria alla stazione di Ankara. E la metropoli, il centro più internazionale del Paese, teme più di altre città che l’onda di attentati, letta in progressione geografica, da Diyarbakir a Suruc ad Ankara, possa infine arrivare qui. La sindrome da bomba non lascia indifferente nessuno. Ieri sera un allarme nella metro della capitale ha fatto chiudere la linea ferroviaria. Ma il livello di allerta, quello personale dei cittadini, prima che quello della sicurezza, resta altissimo.

   Ieri e oggi associazioni varie, medici, ingegneri, architetti, docenti universitari, dietro lo slogan “Fermiamo la vita nel paese”, si sono astenuti dal lavoro in solidarietà con le famiglie delle vittime. E i funerali, anche quelli celebrati a Istanbul, si trasformano quasi spontaneamente in cortei di protesta.

   I tre giorni di lutto proclamati sabato vanno adesso a concludersi. Ma quasi tutti i partiti hanno comunque sospeso i comizi elettorali e le altre manifestazioni di piazza, in vista del ritorno alle urne, il primo novembre prossimo. Una decisione che coinvolge i conservatori islamici, i socialdemocratici, i curdi, ma che non ha trovato il consenso dei nazionalisti.

   Spiega il leader del partito curdo, Selahattin Demirtas, il gruppo più colpito tra le vittime del massacro, mentre visitava a Istanbul una famiglia con un congiunto ucciso: «Non troviamo necessario organizzare grandi raduni nei prossimi giorni. Come possiamo pensare a questo, in un’atmosfera così amara? La vita di una singola persona è più importante del nostro successo elettorale». Lo stesso Partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, benché attaccato l’altro ieri sia nel sud est del Paese sia nei suoi “santuari” nel Nord Iraq, ha fatto sapere di voler mantenere il cessate il fuoco, nel tentativo di abbassare il livello dello scontro con l’esercito e svelenire i toni.

   La Turchia a fatica cerca di tornare alla vita normale. Il primo ministro, Ahmet Davutoglu, per le elezioni generali ha confermato la data di novembre. «Avranno luogo – ha detto- qualsiasi siano le circostanze». Eppure molti si domandano che cosa possa mai succedere in questi quindici, delicatissimi giorni che precederanno il voto. E soprattutto: servirà la strage di Ankara a sciogliere uno stallo politico che vede contrapposto un potere politico ormai incrostato nelle difesa delle sue prerogative, di fronte a istanze di democrazia piena e di libertà che non sono più garantite?

  La gente per strada a Istanbul appare dare per nulla credito alle spiegazioni ufficiali sulla strage, che indicano come pista il Califfato Islamico come mandante. «Vedendo come è accaduto l’incidente – ha annunciato ieri in tv Davutoglu – stiamo indagando sui jihadisti come prima priorità».

   Nei locali di Besiktas i residenti guardano le immagini e si fanno scettici. Molti puntano piuttosto, conoscendo bene la storia turca dei decenni passati, su un possibile coinvolgimento dei servizi segreti volto a destabilizzare il Paese, finendo per premiare così, come chiede il presidente Erdogan, chi si pone invece come il campione della stabilità.    In tanti, anzi, se la prendono con un governo che ha fatto della sicurezza una vera ossessione, mentre le misure minime di garanzia sabato mattina sono state completamente disattese durante il corteo pacifista in marcia davanti alla stazione maledetta. Ora chiedono le dimissioni del ministro dell’Interno e di quello della Giustizia, ma senza troppa convinzione che la loro voce verrà sentita. «Non è possibile parlare di fallimento in generale – si è subito opposto il premier – questo attacco non trasformerà la Turchia nella Siria».

   Il dolore, però, non dà tregua a nessuno. Soprattutto quando arriva la notizia che altre vite si sono perdute, dopo la strage. Come quella di due bambine ammazzate nelle proteste avvenute nel sud-est dell’Anatolia. Una di 12 anni, nella provincia di Diyarbakir, morta per un proiettile vagante arrivatole in testa. L’altra ad Adana, a sud, per un’altra pallottola sparata nel corso di una rivolta sedata dalla polizia con lacrimogeni e idranti.

   E non consola nessuno sapere che i due agenti che alcuni giorni fa avevano trascinato per strada il cadavere di un simpatizzante della guerriglia curda, come hanno mostrato un video raccapricciante girato da loro stessi, siano stati sospesi dal servizio. Sono ben altre le notizie che la Turchia vorrebbe vedere in prima pagina, e non sangue, morti, funerali, come ogni giorno, ormai, da due mesi a questa parte. (Marco Ansaldo)

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SARÀ DI NUOVO COME GEZI PARK?

di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 13/10/2015

– Stato a maggioranza musulmana con una Costituzione laica, il Paese vive di contraddizioni: diviso tra dinamiche città costiere e roccaforti più tradizionaliste –

ANKARA – Dai traghetti che viaggiano tra la Istanbul europea a quella asiatica si scatta la cartolina classica della frattura turca, Paese che chiede da più tempo di ogni altro di entrare nella Ue, ma poi fa troppo poco per scrollarsi di dosso le leggi e le abitudini che ne fanno, per dirne una, la più grande prigione per giornalisti del mondo, più ancora della Cina.

   Unico Stato a maggioranza musulmana con una Costituzione laica, la Turchia è ormai più un insieme di sfumature che una foto in bianco e nero. Capirne la mappa sociale guardando agli occhi azzurri ereditati dalle concubine circasse del sultano o dai giannizzeri rapiti ai quattro angoli dell’Impero Ottomano è poco.

   C’è un legame tra la rivolta del 2013 a Gezi Park, per non sacrificare degli alberi a un centro commerciale, e le vittime di sabato nella piazza della stazione di Ankara. Nei due casi i protagonisti sono giovani, idealisti, allegri e coraggiosi. Le loro radici nei veleni della Turchia che è stata sono sempre più sottili.

   La minoranza curda nel mirino dell’attentato di sabato ad Ankara è un buon esempio. Nelle elezioni del 2007 e del 2011 candidati curdi si erano presentati nelle liste del presidente Erdogan. Il suo islamismo rappresentava l’alternativa al militarismo che aveva dominato il Paese per decenni. E la scelta li ha premiati: deputati, scuole, persino tregue e colloqui di pace con i terroristi curdi del Pkk.

   Nel giugno del 2015, però, i curdi si sono presentati da soli e hanno scompaginato i progetti di riforma in senso presidenziale di Erdogan. Ma quali curdi? Non gli indipendentisti contigui al Pkk, ma una nuova generazione di attivisti politici del Partito democratico del popolo (Hdp): gente che crede nei diritti civili, nella separazione tra governo e magistratura, più aperti a gay e lesbiche di molti partiti europei. Sono intellettuali, sindacalisti, pacifisti e femministe cresciti con il boom economico turco degli anni Novanta e Duemila, ma ad eleggerli è lo zoccolo duro dell’identità curda che ha poco a che fare con loro e che in quegli stessi anni era sotto legge marziale. I voti vengono da città calcinate dal sole, piene di polvere, dove ragazzi e ragazze non si incrociano nei bar, come Diyarbakır, Batman, Van. Lì Turchia bianca e Turchia nera si fondono per creare qualcosa di nuovo, moderno senza scimmiottature dell’Occidente.

   E non è l’unico luogo. I Kemalisti eredi del laico padre della Patria Atatürk hanno sempre avuto le loro roccaforti nelle dinamiche città della costa mediterranea. Smirne l’infedele, Bodrum la spiaggia delle norvegesi hanno cresciuto ragazze che non mettono il reggiseno sotto le magliette, ma non per questo sono necessariamente più democratiche, europee, delle coetanee dell’interno. In famiglia si respira il revanscismo di ex militari golpisti. IPhone e stellette.

   Sono 1,5 milioni i soldati in servizio. Molti di più quelli in congedo o in pensione con le famiglie e la rete di conoscenze che aiuta. Quanti di questi occidentalizzati turchi della costa sarebbero disposti a barattare un buono stipendio alla Oyak Bank, la banca dell’apparato militare, per qualche conquista liberale?

   Appena all’interno, dove ancora l’aria arriva salmastra, c’è Osmanyie, la provincia roccaforte dei nazionalisti da cui era emerso Ali Agca, l’attentatore di Papa Wojtyla. A scuola i ragazzi si salutano mimando con la mano orecchie e bocca del lupo, omaggio all’Impero romano. Eppure sono stati i rappresentanti di quella regione a difendere più di ogni altro i giudici che osarono indagare su presunte malefatte del governo.

La tangentopoli turca aveva coinvolto nel 2013 i figli di quattro ministri fino a lambire l’erede del presidente in persona. Non se ne fece nulla, ma i deputati nazionalisti hanno affondato il governo di coalizione e costretto Erdogan a questo voto anticipato.

   La Turchia di oggi è fatta da miliardari come Aydin Dogan di Cnn Turchia, che nonostante gli arresti dei suoi giornalisti continua a finanziare l’emittente e il giornale Hurriyet. Un idealista democratico? C’è chi crede non voglia semplicemente cedere i suoi altri business ai nuovi capitalisti «islamizzati» favoriti dal presidente. Poco è come appare in Turchia. Compresa la distanza tra le due coste del Bosforo, a Istanbul. Invece di nuovi traghetti superveloci, i pendolari preferiscono quelli lumaca. Meglio svegliarsi 15 minuti prima, ma continuare a bersi un tè a bordo con vista sulla storia. Il futuro è loro. (Andrea Nicastro)

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intervista ad ALI KENANOGLU

«ERDOGAN STA GIOCANDO SUL FILO DELLA GUERRA CIVILE PUR DI RESTARE AL POTERE».

– “È il governo ad aver chiuso i negoziati. Erdogan ha persino giocato con lo Stato Islamico pur di sbarazzarsi dei curdi” –

intervista di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 12/10/2015

ANKARA – ALI KENANOGLU è uno dei visi più televisivi del Partito Democratico del Popolo, l’Hdp, perché spesso va in tv. Eppure non è curdo, ma alawita come il presidente siriano Assad. Lui spiega così l’apparente anomalia: «L’Hdp è una piattaforma di democrazia radicale. Ci sono femministe, omosessuali, yazidi, armeni, cristiani, laici e islamici ortodossi. Insieme siamo solo una frazione dei curdi, ma ci sono anche deputate Hdp completamente velate».

Perché sostenete che sia stato il governo del presidente Erdogan a favorire la strage di sabato?

«Perché Erdogan ha bisogno di un nemico. Ha bisogno di polarizzare la società per ergersi a difensore dell’ordine».

Effettivamente la tensione è alta…

«Il futuro dipende dalla dirigenza Hdp. Se Erdogan voleva convincerci a lasciare la corsa elettorale, ha mancato l’obbiettivo. Se voleva spaventare la società civile, secondo me ha sbagliato ancora di più perché tutti hanno capito di chi è la responsabilità dei morti».

Ankara è piena di bandiere turche a sostegno del governo, ma allo stesso tempo ci sono cortei di protesta ovunque. Come dire: o con il governo o con l’Hdp.

«Erdogan gioca sul filo della guerra civile. Pur di mantenere il potere è disposto a veder correre il sangue. La minaccia cresce dal giugno scorso: le bombe al nostro comizio a Dyarbakir, le squadracce nazionaliste contro le nostre sedi, la strage di pacifisti a Soruc, la carneficina di sabato sulla piazza della stazione. Tutto collegato. Da voi si chiamava strategia delle tensione».

I terroristi curdi del Pkk si sono chiamati fuori proclamando una tregua unilaterale.

«Non credo basterà a fermare questo disegno. Chi ha rotto la tregua non è stato il Pkk, ma è il governo ad aver chiuso i negoziati. Erdogan ha persino giocato con lo Stato Islamico pur di sbarazzarsi dei curdi. E questi sono i risultati».

DIARIO TURCO

BATTAGLIA DI STATO CONTRO LA LIBERTÀ

di Burhan Sonmez, da “la Repubblica” del 12/10/2015

– BURHAN SÖNMEZ è un autore turco. In Italia ha pubblicato “Gli innocenti” presso l’editore Del Vecchio. Il romanzo è ambientato sullo sfondo di una rivolta contro il partito islamico al potere –

   L’altro giorno qui in Turchia abbiamo saputo di un incredibile evento che c’è stato a RIZE, nel nord del Paese, la città di origine del presidente Recep Tayyip Erdogan.

   C’è stato un meeting, organizzato da uno dei mafiosi più influenti e noti della Turchia, tale Sedat Peker, da poco uscito di galera. Bene, qualche tempo fa, una fotografia ritraeva Peker seduto davanti a Erdogan, in un incontro che sarebbe dovuto restare segreto. Ed è invece finito su tutti i giornali. Peker era stato rilasciato dal carcere proprio su diretto intervento del Capo dello Stato. Sapete che cosa ha detto tre giorni fa quel mafioso a Rize: «Appoggerò il presidente. Tra un po’ di tempo il sangue potrà spillare dalla Turchia». Oggi, quelle parole, ci fanno rabbrividire. Oggi ci fanno pensare. Da chi siamo governati? Chi ha permesso tutto questo?

   Questa è la situazione in cui ci troviamo in questo Paese adesso. Ricordo molto bene quanto è accaduto a Gezi Park e a piazza Taksim nel 2013. Io c’ero, e con me tanti amici, uomini, donne, ragazzi, gente che manifestava liberamente per strada. Tempo tre giorni, di quella rivolta spontanea, non organizzata, libera, sgorgata quando Erdogan era all’estero in un giro in alcune capitali straniere, e al suo ritorno sono arrivati i blindati a far sgomberare quella rivolta pacifica. Siamo finiti sulle barricate. Nessuna più libertà di assembramento. Nessuna possibilità di parlarsi via social network, che si trattasse di Google o Facebook o Twitter.

   Via anche gli uomini che leggevano pacificamente, piazzattisi per sfida in piedi davanti ai ritratti di Mustafa Kemal, cioè Ataturk, il fondatore della Turchia laica. Giornalisti licenziati per criticare il Capo dello Stato, adesso persino arrestati. Magistrati e poliziotti trasferiti o defenestrati. Questo succede qui.

   E oggi l’uomo da colpire è sempre e solo uno: il leader della formazione curda, il Partito democratico del popolo, Selahattin Demirtas. E’ lui l’uomo da affondare perché per Erdogan rappresenta il vero pericolo alle urne. Il potere questo lo sa. Ecco perché colpiscono i curdi. Sono loro che hanno spostato i voti nel voto del 7 giugno scorso, e loro che potranno essere decisivi nella nuova tornata elettorale del 1 novembre prossimo. Questo è il nodo della battaglia in atto in Turchia. (testo raccolto da Marco Ansaldo)

DIARIO TURCO

I GIOVANI CHE NESSUNO PUÒ FAR TACERE

di Burhan Sonmez, da “la Repubblica” del 14/10/2015

   Il Governo censura i media. Non solo. Mette restrizioni alle notizie sui procedimenti giudiziari per questo tipo di eventi. Proibisce Twitter, Facebook. Fa azioni legali contro i giornalisti e gli intellettuali che lo criticano. Domenica, quando decine di persone uccise giacevano per terra alla stazione ferroviaria di Ankara, prima che arrivassero le ambulanze sono comparsi i veicoli della polizia. E invece che aiutare hanno finito per assalire i feriti, e chi cercava di soccorrerli, con lacrimogeni e cannoni ad acqua.

   Ci sono due immagini emblematiche. Nella prima un ragazzo canta di fronte a un poster di Ali Ismail Korkmaz, che venne ucciso dalla polizia e da agenti paramilitari nella rivolta di Gezi Park nel 2013. Il giovane si chiamava Deniz Uzatmaz ed è rimasto ucciso lo scorso sabato 10 ottobre ad Ankara. Ora, nella seconda immagine, c’è una ragazza a tenere il poster di Deniz che canta. Non conosco il nome della ragazza, e non voglio saperlo. L’unica cosa che vogliamo è salvare lei e gli altri giovani da quei predatori del cosiddetto “nuovo” Stato turco. (testo raccolto da Marco Ansaldo)

ESMAHAN AYKOL

«CI FA PAURA ANCHE PARLARE AL TELEFONO»

– La scrittrice  è tornata nel suo Paese dopo la rivolta di Gezi Park – «Ma oggi mi tormentano le bugie e la disinformazione. Siamo tutti sotto pressione» –

intervista di Elisabetta Rosaspina, da “il Corriere della Sera” del 12/10/2015

   È successo di nuovo. Prima ancora di far luce sull’attentato più cruento della storia della Repubblica, il governo turco ha imposto il buio all’informazione nazionale. Ai giornali e alle tv, ai siti online è arrivato immediatamente l’ordine di non pubblicare le immagini della strage. Per non urtare gli animi sensibili e non creare panico, è stata la bonaria spiegazione di un portavoce dell’esecutivo. Con una minacciosa postilla: a chi disobbedisce sarà imposto un blackout totale.

   Era già accaduto sei mesi fa, quando il giudice Mehmet Selim Kiraz fu preso in ostaggio nel suo ufficio, al tribunale di Istanbul, da due terroristi, morti assieme a lui durante il blitz della polizia per liberarlo: ai giornali che avevano pubblicato le foto del procuratore con la pistola alla tempia fu negato l’accredito per seguire i funerali, mentre Twitter, YouTube e Facebook furono messi di fronte all’alternativa: cancellare quelle immagini o sparire dalla Turchia virtuale.

   ESMAHAN AYKOL, 45 anni, giornalista e autrice di una serie di romanzi polizieschi di successo, ambientati a Istanbul, dove vive («Hotel Bosforo», «Divorzio alla turca», «Appartamento a Istanbul», «Tango a Istanbul», tutti pubblicati in Italia da Sellerio), non trattiene il suo sdegno: «Non soltanto i media. Anche le comunicazioni sui social network erano praticamente inaccessibili l’altro giorno. Hanno bloccato un’altra volta Facebook e Twitter».

Chi? È sicura? Forse erano sovraccariche le linee.

«Figurarsi! È così chiaro! È la censura del potere. Accade sempre dopo un attentato, e accadrà ancora. Il mio Paese è quello che ha più giornalisti in carcere al mondo. Più della Cina, più di qualsiasi regime in Africa. L’ultimo, il direttore di Today’s Zaman , Bülent Kene, è stato arrestato per un tweet. Qui in Europa non potete capire: per finire in carcere, da noi, basta un tweet considerato offensivo verso il presidente o il primo ministro».

E per le foto di un carico d’armi, scortato dai servizi e fermato alla frontiera turco-siriana, Can Dundar, direttore di «Cumhuriyet», è stato minacciato di ergastolo, in giugno.

«Non è il solo. Il presidente Erdogan e il governo controllano almeno il 70% dell’informazione. Hanno detto che quelle armi erano medicine, destinate alla minoranza turca che combatte in Siria e non all’Isis. Ma non è vero. Qualunque giornalista o giornale indipendente è sotto pressione. Abbiamo paura perfino di parlare tra amici per telefono: ci sentiamo controllati. Sono venuta in Sicilia, qualche giorno, per il Festival delle Letterature migranti, e appena arrivata in Europa mi sono resa conto di quanto io sia stressata a Istanbul».

Che cosa la tormenta di più?

«Le bugie, certamente. La campagna di disinformazione: non accendo più la tv. Ma anche assistere al collasso del Paese. I mezzi pubblici non funzionano, le università neppure, tutto l’apparato statale lavora soltanto al servizio dell’establishment e per consolidare la posizione degli uomini che sono al potere. Tutto il resto va alla deriva. Un esempio? Chiami la polizia e non arriva. È successo a me: c’era una rissa davanti alla mia porta, ho chiamato il pronto intervento e non mi ha nemmeno risposto. Non ci è scappato il morto, per fortuna, ma in altri casi sì. È diventato difficile vivere a Istanbul».

Si era trasferita a Berlino, perché è tornata?

«Dopo la rivolta di Gezi Park, ho sentito che dovevo tornare e che il mio posto era qui, dove si è formato un movimento di giovani impegnati a cambiare le cose».

Quindi è possibile cambiare qualcosa.

«Forse è possibile. Ma sarà lunga. Il 40% dell’elettorato vota Akp, il partito di Erdogan. Eppure nessuno lo ammette. Quando salgo su un taxi, il tassista già capisce che non sono una sostenitrice dell’Akp, perché non porto il velo. Se iniziamo a parlare di politica e io gli dico che non conosco nessuno che voti per Erdogan, mi risponderà sicuramente: neanch’io. Invece in tanti lo votano, perché ha carisma e perché fa propaganda fin nelle scuole».

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SCIOPERO GENERALE E PROTESTE, I KURDI INSORGONO CONTRO ANKARA

– Kurdistan. Corpifuoco, acqua ed energia a singhiozzo –

di Alberto Di Monte, da “il Manifesto” del 13/10/2015

DIYARBAKIR – La vita di AMED (in turco DIYARBAKIR) è frenetica: domenica si è svolto il corteo della società civile kurda, convocato in risposta agli attentati e al coprifuoco che insanguina la zona di Sur. I partecipanti sono stati aggrediti una prima volta nei pressi della stazione ferroviaria, la seconda a ridosso del filtro di polizia che chiudeva l’ingresso oltre le mura della città vecchia.

DIYARBAKIR kurdistan
DIYARBAKIR kurdistan

   La voce si è sparsa subito e nuovi assembramenti si sono formati all’imbrunire con barricate improvvisate.

   Un palo della luce di traverso ad una via a scorrimento rapido bloccava il passaggio, mentre l’immondizia prendeva fuoco a grumi nelle vie più piccole. I protagonisti dei cortei erano i più giovani.

   Dopo le sei del pomeriggio lo scenario del mattino si è ripetuto: non appena la marcia si è avvicinata alla «Porta delle montagne» (nome popolare della piazza che guarda all’altopiano che abbraccia la città), ma gas lacrimogeni e spari in aria ci hanno costretto alla fuga.

   Ad HASIRLI, zona libera nel cuore di Sur, oltre il primo filtro di controllo, gli scontri si sono protratti fino alle tre di notte. I tank delle forze speciali di polizia hanno tentato di forzare le pile di sacchi di sabbia, mentre il lancio di alcune bombe a mano ha dato fuoco a diverse abitazioni. Qui la conta dei feriti non ha numeri ufficiali, a causa dell’impossibilità di avere comunicazioni con il centro urbano; sono almeno quattro i morti, tra cui un bambino di nove anni in piazza Dag Kapi, cui vanno aggiunti gli otto militanti uccisi dai bombardamenti dell’aviazione turca nei pressi del cimitero dei martiri di Lice, a 90 chilometri dalla città.

   Fuori dalle mura, i mezzi blindati, i «toma», hanno spostato col rostro quel che restava dell’immondizia fumante per le strade, illuminando col cannone spara acqua sparuti gruppi di lanciapietre in fuga.

   Ieri una calma apparente regnava in città. Nella zona universitaria, nonostante diverse scuole siano chiuse per il terzo giorno di lutto nazionale e lo sciopero generale abbia bloccato alcune zone del paese, c’è ancora vita. Un via vai continuo di gente nei caffè, sedute all’aperto a bere çai (tè) con un occhio alle immagini che ancora scorrono in tv.

   Nel primo pomeriggio di ieri un suono ha riecheggiato in lontananza, era un assembramento che mescolava fischi, battiti di mani e cori in lingua kurda. Dalla zona commerciale di Ofis, dopo aver fiancheggiato per 500 metri le mura, i manifestanti scorrevano ancora una volta in direzione della «Porta delle montagne».

   In coda la polizia indossava le maschere anti-gas come fossero berretti, le armi bene in vista impressionavano i nostri sguardi disabituati ad una tanto manifesta minaccia di violenza. Gli obiettivi erano quelli di sempre: sfidare l’accerchiamento di Sur, denunciare la guerra psicologica e militare del coprifuoco, ribadire che, qualunque sia stata la mano che ha premuto il bottone, la responsabilità della strage di Ankara è dell’Akp e del suo leader Recep Taiyyp Erdogan.

   «Assassini Akp, sarete giudicati», gridavano gli abitanti di Amed mentre i balconi fiorivano di mani con l’indice e il medio sollevati, a indicare la vittoria. La notizia di acqua ed elettricità nuovamente tolte a singhiozzo, assieme al racconto dei cecchini appostati sui palazzi più alti, si sono sparse nel corteo.

   «Non dormite abitanti di Diyarbakir, proteggete la città vecchia»: intonavano i cori alla testa del corteo, allo stesso modo rispondevano dal cuore della marcia. Poco dopo internet e la rete sono saltati, gli idranti hanno sparato sulla folla, anticipando l’arrivo di potenti lacrimogeni, tanto rapidi da non farcene accorgere.

   Poi l’aria si è intossicata e la folla è stata dispersa. I locali delle vie circostanti hanno aperto le porte per accogliere donne e uomini dagli sguardi atterriti e al tempo stesso colmi d’orgoglio, poi le serrande si sono richiuse in fretta. La polizia ha fatto irruzione nell’ospedale e il via vai dei mezzi è proseguito per diversi minuti. Nelle parole di questa città in stato di assedio, la continua tensione è figlia della polizia, controllata direttamente dal governo. «Qui si resiste per la libertà e l’uguaglianza di tutti, non solo dei kurdi», urlava la folla. (Alberto Di Monte – www.Roja​va​Re​si​ste​.noblogs​.org )

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La scrittrice ELIF SHAFAZ, da “la Repubblica” del 13/10/2015

QUESTO GOVERNO CI HA DIVISI. LE ELEZIONI SONO IL BANCO DI PROVA

   Non riesco a smettere di piangere, mentre poco alla volta sono resi noti i nomi delle vittime. È un periodo di profondo dolore e cordoglio. Sono scossa da sentimenti di tristezza e rabbia, frustrazione e disperazione. Al tempo stesso, so che dobbiamo farci sentire, oggi più che mai. Non possiamo restare in silenzio. Alcune persone sono state uccise perché credevano nella pace e nella democrazia. Credevano nella possibilità di una coesistenza pacifica tra turchi e curdi. Da adesso in poi dobbiamo sentirci ancor più impegnati nei confronti della pace e della democrazia. Il magnifico popolo turco merita un futuro migliore.

   La società civile ha reagito immediatamente. Studenti, attivisti, Ong, professionisti, l’ambiente imprenditoriale, i media… La gente è sconvolta. Ma è anche molto arrabbiata. Tanti sono insoddisfatti del governo. Dopo le elezioni di giugno c’era stato un certo ottimismo, quando quattro partiti sono riusciti a entrare in parlamento. È stata un’occasione d’oro per dar vita a una democrazia pluralista e a un nuovo inizio.

   Per la prima volta in molti anni, l’Akp ha perso la sua schiacciante maggioranza. Ma non si è formata una coalizione. Tutti sanno che l’Akp e il presidente Erdogan in particolare non hanno esercitato pressioni a sufficienza per far nascere una coalizione. Al contrario: hanno voluto indire un’altra elezione così da aumentare i voti a loro favore. Volevano avere un numero maggiore di rappresentanti in parlamento per cambiare la Costituzione e introdurre un sistema presidenziale.

   E così, a pochi mesi da quelle elezioni, la Turchia adesso deve tornare alle urne. L’economia ne ha risentito gravemente, la società si è polarizzata ancora di più, e le violenze e le tensioni sono aumentate in modo esponenziale. Dalle elezioni di giugno hanno perso la vita 700 persone. Di sicuro, la Turchia non aveva bisogno di elezioni così presto. In tutto il mondo il banco di prova dei governi è il modo col quale reagiscono a una crisi, a una tragedia, al terrorismo.

   La risposta del governo turco non è adeguata. Il governo non potrà unire la popolazione, perché si è estraniato da metà società. Il presidente non potrà unire la popolazione perché è un personaggio politico che crea divisione. Dopo gli attentati, alcuni membri dell’Akp hanno scritto tweet preoccupanti, i ministri hanno detto che non c’era stato alcun fallimento della sicurezza. Come possono dire una cosa del genere, dopo che sono state massacrate oltre cento persone? Ci sono stati eccome, fallimenti della sicurezza.

   La Turchia è un paese profondamente diviso e il massacro di Ankara non farà che esacerbare la polarizzazione. C’è un’alta percentuale che sostiene Erdogan e continuerà a farlo. Ma c’è una percentuale ancora maggiore di gente alienata, delusa, ferita e sempre più insoddisfatta. È impossibile ora ricomporre questo divario. La paura genererà altra paura. La violenza genererà altra violenza. La vendetta porterà ad altra vendetta. È un circolo vizioso dal quale dobbiamo prendere le distanze. Invece di coesistenza e pace, è diventato normale parlare con un linguaggio politico aggressivo. Non appena leviamo qualche critica ci accusano di essere «traditori».

   Come può fiorire la democrazia se non ci sono pluralità di voci e libertà di espressione? Sono molto pessimista se osservo i politici turchi. Sono più ottimista se penso ai giovani, alle donne, alle minoranze e alla società civile. Le libertà sono state decimate. I media filogovernativi continuano ad attaccare chiunque. In televisione intimidiscono chi esterna una critica. I veri giornalisti sono messi a tacere o uccisi, perdono il loro posto di lavoro, sono citati in tribunale, portati in giudizio, aggrediti e picchiati per strada da malviventi. L’unico modo per uscire dal tunnel è con la democrazia e la pace. (ELIF SHAFAZ, traduzione di Anna Bissanti)

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ISRAELE: LA INTIFADA DEI COLTELLI

LA RIVOLTA DEI COLTELLI: DAI «CANI SCIOLTI» AL RISCHIO INTIFADA

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 14/10/2015

– La punizione collettiva che si sta organizzando minaccia di sfociare in una sollevazione popolare –

   Continua la disputa sulla definizione della rivolta: SE È INTIFADA O NO. La differenza politica è che nel primo caso si tratta di una SOLLEVAZIONE POPOLARE, nella seconda di “CANI SCIOLTI”, come polizia e giornali chiamano i responsabili palestinesi degli assalti. Di fronte a queste forme di piccolo terrorismo quotidiano Israele si organizza alla reazione più facile: la punizione collettiva.

   Ieri anche Isaac Herzog, il leader del partito laburista, ha chiesto al governo di chiudere tutti i palestinesi di Gerusalemme Est nei loro quartieri. Il capo dell’estrema destra nazional-religiosa al governo, Naftali Bennett, propone di chiudere a chiave tutta la Cisgiordania e di non radere al suolo solo le case degli attentatori, ma di tutti i “terroristi”. Una definizione forse applicabile a chiunque protesti contro l’occupazione.

   Tutte le intelligences israeliane hanno ripetuto che si tratta di una rivolta minore, anche se non meno pericolosa. Alcune organizzazioni islamiste stanno sobillando sul web, ma né l’Autorità palestinese né Hamas cercano di cavalcare la protesta. Allargare la punizione all’intera comunità palestinese non servirebbe alla repressione del fenomeno ma a chi vorrebbe trasformarlo in sollevazione nazionale.

   A dispetto della rivolta, ogni mattina 47mila palestinesi entrano in Israele a lavorare: circa 250mila arabi di Cisgiordania dipendono economicamente dal mercato israeliano. Finché le frontiere non saranno chiuse a questi operai e finché Israele non deciderà di invadere ancora una volta militarmente le città della Cisgiordania, quello che sta accadendo non si può chiamare Intifada.

   C’è tuttavia un elemento che lega questa rivolta dei coltelli alla seconda Intifada del 2000, la più distruttiva. È iniziata il mese scorso a Gerusalemme sulla spianata del Tempio: il luogo più importante per musulmani ed ebrei. Allora fu Ariel Sharon a fare una “passeggiata” provocatoria fra le moschee di al-Aqsa e di Omar. Questa volta gruppi di estremisti ebrei, accompagnati da alcuni ministri irresponsabili, sono saliti alla spianata, facendo credere ai palestinesi un’imminente occupazione.

   IL CONFLITTO FRA ISRAELIANI E PALESTINESI È FRA DUE RISORGIMENTI NAZIONALI E DUE ETNIE. MA È IL TERZO ELEMENTO DELLO SCONTRO, FRA DUE RELIGIONI, IL PIÙ PERICOLOSO. Anche allora cominciò come rivolta spontanea. Ma l’elemento religioso irrazionale fece esplodere la frustrazione provocata da decenni di occupazione. La rivolta cominciò con pietre e coltelli, passando poi alle armi automatiche. Ieri a Gerusalemme per la prima volta i giovani hanno usato armi da fuoco.

   L’unica possibilità per fermare l’aggravarsi della rivolta è TORNARE ALLA POLITICA. Se Israele tenta di riaprire un dialogo; se l’Autorità palestinese collabora; se Hamas a Gaza comprende che la Striscia, devastata dalla guerra dell’estate 2014, non sarebbe in grado di sopportare un nuovo conflitto, la rivolta non diventerà una terza Intifada. Ma i possibili mediatori esterni sono impegnati nella GRANDE GUERRA MEDIORIENTALE. E quasi tutte le volte che israeliani e palestinesi sono stati lasciati da soli, il conflitto è peggiorato: i due nemici sono sempre stati capaci di offrire al mondo tragiche sorprese. (Ugo Tramballi)

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SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 17/10/2015

   Quando nulla appare più possibile tutto diventa possibile. Persino che la Terra di Israele/Palestina s’avviti nel caos. Per mancanza di alternative. Giacché ormai tutte le ipotetiche soluzioni alla questione della sovranità sull’ex mandato britannico appaiono consunte. Impraticabili.

   Ai due Stati conviventi in pace l’uno al fianco dell’altro non crede più nemmeno chi per dovere di ufficio continua a sacrificarvi celebrando spente liturgie, vuoi per perpetuare lo status quo (Netanyahu) vuoi per segnalare la propria altrimenti impalpabile esistenza (Abu Mazen). Quanto allo Stato binazionale, ipotesi a suo tempo coltivata da alcuni protosionisti, presuppone un grado di fiducia fra concittadini arabi ed ebrei di cui oggi non si vede traccia.

   Restano in teoria alcune non-soluzioni — misure volte non a risolvere la disputa territoriale ma a limitare la violenza. Come L’APARTHEID IN STILE SUDAFRICANO, che però sancirebbe la morte della democrazia israeliana, insieme legittimando la guerriglia palestinese giacché chi si batte contro la discriminazione per razza non può essere bollato terrorista. E provocherebbe aspre forme di embargo internazionale contro Israele, oltre a ritorsioni sugli ebrei in diaspora. Se poi lo Stato ebraico intendesse moltiplicare “barriere di separazione” e check point per limitare la diffusione della violenza palestinese, finirebbe per imprigionare se stesso, non solo i Territori, in un labirinto inabitabile. Già si trova a sezionare Gerusalemme, che pure vuole capitale una e indivisibile.

   È la carenza di prospettive che distingue la cosiddetta “terza intifada” dalle due precedenti. In questo caso il termine “intifada” (“rivolta”) è però improprio. Qui non si tratta di una ribellione politica, più o meno armata e violenta, come in passato. Questa è la rivolta dei senza speranza. Soli, scoordinati, senza riferimenti. Almeno per ora.

   I GIOVANI ARABI che in Israele accoltellano per strada i concittadini ebrei o che vengono a loro volta liquidati dalle forze di sicurezza di Gerusalemme NON PERSEGUONO UN PROGETTO POLITICO. Non rispondono a nessun capo. E i palestinesi dei Territori hanno spesso perso quella minima base economica che consentiva loro di compensare la sconfitta geopolitica — vivere per sempre sotto occupazione. Le elemosine provenienti dall’esterno, soprattutto dal Golfo, cominciano a scarseggiare, sia perché i “benefattori” sono in altre faccende affaccendati (per esempio noleggiare jihadisti sul fronte siriano), sia perché i confratelli arabi si sono stancati di fingere d’interessarsi alla causa palestinese (specie gli islamisti radicali, seguaci del “califfo” inclusi).

   L’intelligence israeliana discetta di “attacchi ispirati”, diversi dal “terrore guidato”. Violenza spontanea, non studiata. Ne sono protagonisti anche giovani acculturati, insospettabili. Ma deprivati socialmente e politicamente. Perché oggi il frastagliatissimo campo palestinese non esprime una guida. SE ABU MAZEN È FIGURA PATETICA, HAMAS NON STA MOLTO MEGLIO, pur se cerca di cavalcare la rivolta. LA CISGIORDANIA È ABBANDONATA A SE STESSA, mentre LA STRISCIA DI GAZA È INFILTRATA DA CELLULE SALAFITE, che lanciano sporadici razzi contro lo Stato ebraico.    SUL FRONTE ISRAELIANO, NETANYAHU È ACCUSATO DI MOLLEZZA. Questa crisi lo ha sorpreso. Per lui il problema palestinese era in naftalina. Una fastidiosa infezione da tenere sotto controllo con qualche antibiotico, non certo una minaccia esistenziale. Soprattutto, gli mancano efficaci strumenti di reazione. Aerei e carri armati non servono contro i coltelli.

   Mentre Israele vincerebbe a mani basse qualsiasi guerra con i vicini e potrebbe venire a capo di una classica intifada colpendone le centrali vere o presunte, CONTRO QUESTO CAOS, esteso dalla Cisgiordania al territorio nazionale — dove è in questione l’asimmetrica coesistenza fra minoranza araba e non troppo omogenea maggioranza ebraica — IL GOVERNO DI GERUSALEMME SI SCOPRE QUASI INERME. Sicché gli ebrei israeliani ricorrono al FAI-DA-TE, allestendo squadre di vigilantes o semplicemente girando armati, come il sindaco della capitale, Nir Barkat, che ostenta la sua pistola davanti alle telecamere. E a scanso di equivoci twitta (8 ottobre): “Attentati terroristici a Gerusalemme possono essere prevenuti grazie alla rapida risposta di cittadini responsabili. Detentori autorizzati e addestrati di armi possono salvare vite”.

   C’è ancora tempo per evitare il caos che eccita gli estremisti musulmani ed ebrei, i quali amano santificare la propria causa con i colori del fanatismo religioso, nella terra più sacra ai tre monoteismi. Finora Israele ha resistito quale isola stabile e prospera nel mare in tempesta delle guerre islamiche. Oggi però la minaccia viene da dentro. E ne mette in gioco l’identità. Dunque l’esistenza. (Lucio Caracciolo)

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I CONFLITTI PALESTINESI. LA LUNGA STORIA DELL’INTIFADA

risponde SERGIO ROMANO, da “il Corriere della Sera” del 17/10/2015

“In Medio Oriente assistiamo a una «escalation» di violenze, nonostante John Kerry, il segretario di Stato americano, stia cercando di organizzare un vertice in Giordania. E ora Israele ha imposto il coprifuoco e il blocco dei quartieri della parte araba di Gerusalemme dopo gli ultimi attacchi terroristici. Tutti parlano di terza Intifada; che successe nella prima e nella seconda?” – Enrica Terzi

Cara Signora,

Se gli eventi dei prossimi giorni confermassero questi timori sarebbe più giusto, probabilmente, parlare di quarta Intifada. LA PRIMA RISALE ALLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI TRENTA quando le persecuzioni naziste ebbero l’effetto di aumentare considerevolmente la popolazione ebraica in Palestina. Il numero annuale degli immigrati passò da 4.075 nel 1931 a 61.854 nel 1935. Vi era già stata una rivolta araba nel 1929, duramente repressa dall’amministrazione britannica. Ma la caccia all’ebreo e i continui scontri fra le due comunità, dal maggio all’ottobre del 1936, provocarono un intervento armato della potenza coloniale che lasciò sul terreno 34 soldati. Quella prima Intifada ebbe due conseguenze. In primo luogo persuase Londra a prendere in considerazione per la prima volta la spartizione della Palestina fra due distinte entità statuali. In secondo luogo favorì la nascita, nel campo ebraico, di gruppi armati, ispirati dal revisionismo conservatore di Ze’ev Jabotinsky, una delle più audaci e carismatiche personalità ebraiche di quegli anni. Questi e altri gruppi avranno una parte di primo piano nella campagna di attentati contro le forze britanniche dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

   LA SECONDA INTIFADA DOPO LA FORMAZIONE DELLO STATO D’ISRAELE SCOPPIÒ IN UN CAMPO PROFUGHI NELL’OTTOBRE DEL 1987, si estese all’intero territorio e provocò, fra i palestinesi, più di un migliaio di morti. Fu chiamata l’«INTIFADA DELLE PIETRE» perché queste erano le armi degli insorti. Ma vi furono anche scioperi, barricate e manifestazioni di disobbedienza civile che si protrassero fino agli accordi di Oslo fra Shimon Peres e Yasser Arafat del 1993.

   L’INTIFADA SUCCESSIVA SCOPPIÒ IL 28 SETTEMBRE DEL 2000 e fu causata da una provocatoria passeggiata di Sharon (allora leader dell’opposizione) sulla spianata delle moschee con un folto seguito di militanti politici e poliziotti. Come le altre, ha una data d’inizio: il giorno in cui viene scagliata la prima pietra o scoppia la prima bomba. Ma non ha una fine. Esausti e incapaci di prevalere, gli insorti riducono gradualmente il numero delle loro azioni. Ma la miccia lunga del conflitto israelo-palestinese continua a bruciare. (Sergio Romano)

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IL CHIRURGO ARABO: “NEL MIO REPARTO VITTIME E CARNEFICI SONO SOLO PAZIENTI”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 17/10/2015

– Ahmed Eid, 65 anni, primario del maggiore ospedale ebraico di Gerusalemme: è solo una questione di volontà –

   Le vite di attentatori e vittime dell’Intifada dei coltelli vengono salvate da un chirurgo arabo primario del maggiore ospedale ebraico di Gerusalemme, che con il suo lavoro sfida pregiudizi e ideologie di ogni matrice. Ahmed Eid, 65 anni, viene dal villaggio arabo-israeliano di Daburiyya, sulle pendici del Monte Tabor in Galilea, ed il Dipartimento di Chirurgia che guida nell’ospedale Hadassah di Mt Scopus è un microcosmo del Medio Oriente.

   Nella terapia intensiva c’è Naor, 13 anni, vittima a Pisgat Zeev delle coltellate del coetaneo palestinese Ahmed Manasra. Poco più avanti, fra i feriti in fase di recupero, c’è Yosef, 21 anni, a cui sempre Manasra ha causato tre profonde ferite. In fondo al corridoio c’è un divano nero dove per 48 ore di seguito si è seduto Walid Zreina, fratello della donna palestinese di 31 anni di Gerico che gridando «Allah hu-Akhbar» ha fatto esplodere la bomba che aveva nella propria auto ad un posto di blocco davanti all’insediamento ebraico di Maalein Adumim. La kamikaze palestinese ed il bambino israeliano di Pisgav Zeev sono stati operati nella stessa sala operatoria, dallo stesso team di medici che affiancano Ahmed Eid. Nel suo studio, al terzo piano dell’ospedale, Eid ha le lauree in Medicina e Matematica ottenute all’Università Ebraica di Gerusalemme appese a fianco alle immagini del villaggio arabo della Galilea da cui proviene.

DOPPIA IDENTITÀ

L’identità araba e quella israeliana si sovrappongono nella sua storia personale e professionale – è stato il primo chirurgo ad effettuare un trapianto di fegato nello Stato ebraico – e si sente a proprio agio all’Hadassah «perché in questo ospedale israeliano il 60 per cento dei pazienti ed il 20 per cento di dottori e infermieri sono arabi».

   Basta guardarsi intorno per accorgersene. Ci sono ambulanze della Mezzaluna Rossa e del Magen David Adom fianco a fianco davanti al pronto soccorso, ebrei ortodossi e donne arabe con i rispettivi figli nella sala giochi, pazienti arabi assistiti da dottori ebrei e viceversa. Ilanit Tal, direttrice delle infermiere di chirurgia, vive nell’insediamento ebraico di Maalei Adumim, in Cisgiordania, ed ha un team di 30 persone, cinque delle quali arabe musulmane della Galilea.

   Due di loro, Ruba di 24 anni e Rabia di 28 anni a causa dell’Intifada dei coltelli le hanno confessato di aver paura di prendere gli autobus e l’Hadassah gli ha trovato un posto dove dormire nei pressi dell’ospedale. «Arabi e israeliani, ebrei, musulmani e cristiani – dice Ahmed Eid – qui siamo tutti accomunati dalla missione di salvare vite, controlliamo le nostre opinioni e cooperiamo per aiutare il prossimo, senza chiederci chi è, cosa ha fatto o chi lo ha ferito».

   Sono due i fattori che, per Eid, distinguono l’Hadassah. Il primo è geografico: «Si trova assai vicino ai quartieri arabi di Gerusalemme come agli insediamenti ebraici in Cisgiordania e dunque i nostri pazienti vengono dagli estremi opposti del conflitto israelo-palestinese». E il secondo ha a che vedere con una scelta personale: «Chiunque lavora qui ha idee molto diverse sul conflitto ma le esprime in casa, con gli amici, senza farle entrare in ospedale».

L’ESPERIENZA

Il risultato è che Ahmed Eid somma esperienza e conoscenza delle ferite riportate tanto dalle vittime che dagli attentatori. Ecco come le descrive: «Una coltellata è molto più seria di quanto appare perché comporta nella vittima grandi perdite di sangue, shock in tutto il corpo e trafigge l’organismo causando danni potenziali in più luoghi», mentre i colpi sparati dagli agenti a distanza ravvicinata «possono uccidere se non si interviene in fretta». Uscendo dal suo studio, si prova la sensazione che esista un Medio Oriente diverso, dove i singoli riescono a dominare gli istinti per far prevalere l’interesse collettivo. «In fin dei conti, è solo una questione di volontà», parola di chirurgo.

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L’INTIFADA COLPISCE I LUOGHI SACRI: IN FIAMME LA TOMBA DI GIUSEPPE

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 17/10/2015

– Centinaia di palestinesi assaltano l’edificio a Nablus. La condanna di Abu Mazen – Ancora scontri nei Territori: 4 morti. Hamas: la guerra contro Israele è nel Corano –

   Centinaia di giovani palestinesi incendiano la Tomba di Giuseppe a Nablus nel primo attacco contro un luogo sacro dall’inizio dell’Intifada dei coltelli. L’assalto avviene quando un imprecisato numero di bottiglie Molotov vengono lanciate dentro l’edificio in pietra dove si ritiene sia sepolto il patriarca biblico Giuseppe.

   A prendere fuoco è la sezione dove pregano le donne ebree durante le visite mensili, condotte sotto scorta militare israeliana, in base agli accordi di pace di Oslo del 1993 conseguenti al trasferimento di Nablus sotto sovranità palestinese. Al momento dell’attacco il luogo sacro – venerato da ebrei, cristiani, musulmani e samaritani – è senza sorveglianza. I danni causati sono ingenti e a verificarli sono le forze palestinesi quando intervengono sparando in aria per allontanare la folla e aprono la strada ai pompieri che domano le fiamme.

I TIMORI E LA CONDANNA

Non ci sono rivendicazioni e il presidente palestinese Abu Mazen lo condanna come «atto irresponsabile e illegale che offende la nostra religione e la nostra cultura» assicurando che sarà un’inchiesta ad accertare «i colpevoli». La reazione di Abu Mazen tradisce il timore di Ramallah che gruppi salafiti islamici possano riuscire a dirottare a loro favore le violenze palestinesi.

   È uno scenario avvalorato dalla SCELTA DI HAMAS DI RIVENDICARE LA GUIDA DELLA RIVOLTA DEI COLTELLI. Mahmoud Al-Zahar, fra i leader più influenti a Gaza, sfrutta la preghiera del venerdì per un sermone in cui afferma: «L’Intifada è iniziata, non sappiamo quando finirà, speriamo sconfigga gli occupanti, la guerra contro di loro è scritta nel Corano, non viene solo da Gaza ma da tutta la Palestina». Dore Gold, direttore generale del ministero degli Esteri di Israele, definisce l’attacco alla Tomba di Giuseppe «un’azione che ci ricorda quelle dei più estremisti gruppi islamici, dall’Afghanistan alla Libia» dove i jihadisti distruggono i luoghi sacri di altre fedi considerandoli «blasfemi».

   L’esercito di Gerusalemme, con il portavoce Peter Lerner, assicura che «i responsabili di questo atto ignobile saranno portati davanti alla giustizia» e gli israeliani «eseguiranno il restauro» prendendo precauzioni «affinché la sicurezza venga garantita».

OBAMA: BASTA VIOLENZA

Ciò spiega perché alcuni deputati dei partiti di destra chiedano al premier Benjamin Netanyahu di «rimandare i soldati a proteggere la Tomba di Giuseppe visto che i palestinesi non mantengono gli impegni presi». A rafforzare il ruolo di Hamas arriva l’appello al «Giorno della Rabbia» con la diffusione in anticipo della mappa degli scontri, che poi quasi ovunque si verificano causando la morte di quattro palestinesi e il ferimento di altri 20.

   I conflitti duri sono a BETLEMME, GAZA e HEBRON, dove un palestinese armato di coltello si traveste da reporter per colpire un soldato israeliano, ora in gravi condizioni. A New York il Consiglio di Sicurezza Onu discute le violenze e l’ambasciatore palestinese chiede l’invio di una forza Onu sulla Spianata delle moschee per «proteggere i nostri civili» la risposta israeliana è «ci opporremo con tutte le forze». Netanyahu chiede agli Usa una dichiarazione formale per attestare che lo status quo sulla Spinata non è stato modificato «al fine di combattere l’incitamento all’odio». Anche di questo Netanyahu e Kerry parleranno mercoledì a Berlino, in attesa di Abu Mazen. Al quale, come a Netanyahu, è arrivato dalla Casa Bianca ieri l’appello a «fermare le violenze». (Maurizio Molinari)

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GERUSALEMME UNIFICATA PER LA PACE

di ABRAHAM B. YEHOSHUA, da “la Stampa” del 17/10/2015

   Sono nato nel 1936 a Gerusalemme (città nella quale i miei avi vivevano già da cinque generazioni), quando nell’allora Palestina c’erano all’incirca 400 mila ebrei e gli arabi erano numericamente più del doppio rispetto a noi. Eravamo all’epoca del dominio britannico e nell’anno della mia nascita scoppiò una rivolta araba mirata a sradicare la piccola comunità ebraica dalla Terra di Israele. Ovunque c’erano morte e distruzione e se non fosse stato per le liti e i conflitti interni dei palestinesi, nonché per la repressione degli inglesi, quella rivolta avrebbe avuto successo.

   Ricordo che, ancora bambino, chiesi ai miei genitori se avessero mai perso la speranza in quei giorni, se si fossero mai fatti sopraffare dalla disperazione, e loro risposero con fermezza: «No, non avevamo altra scelta che resistere». Qualche anno dopo l’esercito nazista di Rommel arrivò a poche centinaia di chilometri dalla Terra di Israele e, nel caso l’avesse raggiunta, la comunità ebraica d’Israele sarebbe stata probabilmente spazzata via come le altre d’Europa. Sempre secondo fonti affidabili neppure in quegli anni la paura dell’esercito nazista si trasformò in disperazione e la piccola comunità ebraica si preparò a combattere con ogni mezzo, nel malaugurato caso che i tedeschi fossero arrivati fin qui.

   Durante la guerra del 1948, che noi israeliani chiamiamo «guerra d’indipendenza», i quartieri ebraici di Gerusalemme rimasero sotto assedio per mesi. Disertori dell’esercito britannico al soldo degli arabi fecero esplodere autobombe nel quartiere dove io e la mia famiglia abitavamo, parti del nostro appartamento furono distrutte e mio padre rimase ferito. Per varie settimane fummo costretti a vivere in un rifugio antiaereo a causa dei bombardamenti dei giordani. Eppure, ricordo, tutti noi, adulti e bambini, mantenemmo alto lo spirito e non perdemmo la speranza.

   Anche alla vigilia della Guerra dei sei giorni, nel 1967, quando tutti gli Stati arabi minacciavano di distruggere Israele causando allarme non solo in Medio Oriente ma in tutto il mondo occidentale, qui regnavano forza, determinazione e la certezza morale che saremmo stati in grado di contrastare qualsiasi minaccia. E in effetti la vittoria fu rapida, assoluta e ottenne l’approvazione di gran parte dei Paesi del mondo.

   Ma dopo la sconfitta degli eserciti di Egitto e di Siria e l’occupazione della Gerusalemme palestinese avvenne un cambiamento, una svolta profondamente legata alla città. Anziché infatti creare un’unica municipalità come prima del 1948, cercando di mantenere il rispetto e la collaborazione fra i residenti e decretando uno status speciale (religioso o internazionale) per il chilometro quadrato entro le mura della città vecchia (sede di luoghi sacri all’ebraismo, all’Islam e al Cristianesimo), il concetto di «liberazione», fuorviante e pretenzioso, prese il sopravvento su quello di «unificazione» nella coscienza politica israeliana, portandola ad anteporre pietre, edifici e colline agli esseri umani, in particolar modo ai residenti palestinesi di Gerusalemme, originari della città e discendenti da antiche famiglie qui residenti da secoli.

   E compito di questa «Gerusalemme liberata» avrebbe dovuto essere quello di fungere, per quanto possibile, da ostacolo, da sorta di barriera tra la Giudea, a Sud e la Samaria, a Nord, così da spezzare la continuità territoriale di un eventuale stato palestinese.

   Per raggiungere tale scopo le autorità israeliane cominciarono quindi a costruire quartieri ebraici nella zona orientale di Gerusalemme, inglobando nel suo territorio villaggi palestinesi mai appartenuti prima alla sua cerchia urbana. E se alla vigilia della Guerra dei sei giorni, nel 1967, non c’era nemmeno un palestinese nella Gerusalemme israeliana oggigiorno, nella città «liberata» capitale di Israele, vivono circa 250.000 palestinesi ai quali viene imposto questo stato di «libera occupazione».

   È vero che tutti sono in possesso di un documento di residenza (non di cittadinanza, beninteso) che garantisce loro diritti che palestinesi di altre zone occupate possono solo immaginare, tuttavia, rispetto ai residenti ebrei, questi gerosolimitani arabi si sentono cittadini di seconda classe nella loro città natale.

   La folle e assurda ondata di atti di terrorismo perpetrati in questi giorni da parte di giovani attentatori palestinesi ai danni di cittadini ebrei potrà in qualche modo cambiare la concezione politica della leadership israeliana su Gerusalemme? Sì e no.

   Innanzi tutto va detto che l’attuale capitale d’Israele non potrà più essere politicamente divisa come prima della Guerra dei sei giorni. Quartieri palestinesi ed ebraici sono talmente mescolati gli uni agli altri e addossati gli uni agli altri che qualunque separazione amministrativa sarebbe inattuabile. Forse, però, sarebbe ancora possibile accantonare il falso concetto di «liberazione» e parlare più ragionevolmente di «unificazione».

   In primo luogo restituendo all’Autorità palestinese il controllo dei villaggi palestinesi annessi a Gerusalemme. In secondo luogo creando municipalità locali con poteri decisionali nei quartieri con una presenza relativamente omogenea di residenti palestinesi così da impedire nuove provocatorie infiltrazioni di integralisti ebrei. E, in ultimo, facendo rispettare l’assoluta autonomia dei luoghi sacri cristiani e musulmani che, in quanto appartenenti a minoranze, necessitano di speciale protezione.

   Rimane tuttavia un grande interrogativo: Gerusalemme sarà l’ostacolo che impedirà la creazione di uno Stato palestinese a fianco di quello di Israele oppure diventerà il centro dello Stato bi-nazionale che un numero sempre maggiore di ebrei e palestinesi ritiene – con grande timore – ormai inevitabile? (Abraham B. Yehoshua)

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