In POLONIA vincono gli antieuropei: NAZIONALISMO, POPULISMO ed EUROSCETTICISMO pervadono la U.E. – PAESI che non condividono i principi originari (di Spinelli, Monet, De Gasperi, Adenauer) del federalismo – LA NECESSITA’ DEL DIALOGO per superare egoismi identitari dannosi al progetto europeo

Alle elezioni di domenica 25 ottobre ha vinto, in POLONIA, il partito di destra anti-Ue all'opposizione DIRITTO E GIUSTIZIA (Pis) del leader JAROSLAW KACZYNSKI (nella foto), CON IL 39,1% DELLE PREFERENZE. Candidata premier è BEATA SZYDLO (nella foto). Per PIATTAFORMA CIVICA DEL CENTRO del primo ministro uscente EWA KOPACZ si registra un 23,4% delle preferenze
Alle elezioni di domenica 25 ottobre ha vinto, in POLONIA, il partito di destra anti-Ue all’opposizione DIRITTO E GIUSTIZIA (Pis) del leader JAROSLAW KACZYNSKI (nella foto), CON IL 39,1% DELLE PREFERENZE. Candidata premier è BEATA SZYDLO (nella foto). Per PIATTAFORMA CIVICA DEL CENTRO del primo ministro uscente EWA KOPACZ si registra un 23,4% delle preferenze

   La domenica del 25 ottobre scorso ha messo insieme avvenimenti che hanno mostrato molte delle difficoltà della politica europea in questi tempi difficili (tempi che richiederebbero nuove idee, nuovo slancio, coraggio, ottimismo). E’ accaduto in quella DOMENICA NERA PER L’EUROPA che:

a- Il MINI-VERTICE EUROBALCANICO, coordinato dalla Merkel, sul tema dei profughi che continuano il lungo ininterrotto flusso dalla Turchia, dalla Grecia appunto sulla rotta Balcanica verso il centro Europa, questo minivertice, ha registrato il perdurante dissenso su come affrontare la marea di rifugiati, con specialmente i paesi della Unione Europea della parte est, il cosiddetto gruppo di Visegrad, cioè Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia (in primis con l’Ungheria del premier Orban, politico ultranazionalista) che nulla fanno per cercare soluzioni condivise (anzi).

b- Continuano dolorosamente gli ANNEGAMENTI DI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO (in questa fase si segnala da parte degli organi di informazione specialmente l’annegamento di bambini, perché in effetti la cosa appare ancora più crudele, intollerabile).

c- E, sempre in quella nera domenica del 25 ottobre scorso è accaduto che IN POLONIA la maggioranza assoluta dei votanti ha portato al potere un partito dichiaratamente anti-europeo, DIRITTO E GIUSTIZIA (oppure tradotto anche con Legge e Giustizia) (in polacco: Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS). E’ un partito politico di destra, di ispirazione conservatrice, euroscettico. Il PiS è stato fondato nel marzo 2001 dai gemelli Lech e Jarosław Kaczyński.

IN QUESTI ANNI La POLONIA TRAE NOTEVOLI VANTAGGI DALLE SUE DIMENSIONI DEMOGRAFICHE che la pongono al SESTO POSTO FRA I PAESI UE e da UNA POSIZIONE GEOGRAFICO-STRATEGICA, NEL CUORE DELL’EUROPA, che la colloca AL CENTRO DELLE DIRETTRICI EUROPEE PER GLI SCAMBI COMMERCIALI e di porsi anche come PUNTO DI ACCESSO VERSO MERCATI LIMITROFI, attrae l’INTERESSE DI AZIENDE EUROPEE ED EXTRA-EUROPEE (STATUNITENSI, INDIANE, COREANE, GIAPPONESI E, SEMPRE DI PIÙ, CINESI) operanti in SETTORI AD ALTO CONTENUTO TECNOLOGICO (servizio informatico, telecomunicazioni, centri software fra cui Google), grazie anche agli incentivi fiscali e amministrativi offerti nelle ZONE ECONOMICHE SPECIALI (ZES), alla disponibilità di MANODOPERA GIOVANE E QUALIFICATA e alle NOTEVOLI RISORSE FINANZIARIE DERIVANTI DAI FONDI STRUTTURALI UE. (da http://www.infomercatiesteri.it/)
IN QUESTI ANNI La POLONIA TRAE NOTEVOLI VANTAGGI DALLE SUE DIMENSIONI DEMOGRAFICHE che la pongono al SESTO POSTO FRA I PAESI UE e da UNA POSIZIONE GEOGRAFICO-STRATEGICA, NEL CUORE DELL’EUROPA, che la colloca AL CENTRO DELLE DIRETTRICI EUROPEE PER GLI SCAMBI COMMERCIALI e di porsi anche come PUNTO DI ACCESSO VERSO MERCATI LIMITROFI, attrae l’INTERESSE DI AZIENDE EUROPEE ED EXTRA-EUROPEE (STATUNITENSI, INDIANE, COREANE, GIAPPONESI E, SEMPRE DI PIÙ, CINESI) operanti in SETTORI AD ALTO CONTENUTO TECNOLOGICO (servizio informatico, telecomunicazioni, centri software fra cui Google), grazie anche agli incentivi fiscali e amministrativi offerti nelle ZONE ECONOMICHE SPECIALI (ZES), alla disponibilità di MANODOPERA GIOVANE E QUALIFICATA e alle NOTEVOLI RISORSE FINANZIARIE DERIVANTI DAI FONDI STRUTTURALI UE. (da http://www.infomercatiesteri.it/)

   Pertanto questo partito anti-europeo, anti-tedesco, anti-russo (perché la Polonia storicamente detesta l’odiata ex Unione Sovietica, ora rappresentata dalla Russia di Putin) è chiaramente anche ANTI-IMMIGRATI, e non ha certo intenzione di collaborare con la “Casa comune europea” sul tema dell’ondata migratoria verso l’Europa che stiamo quotidianamente vivendo in questo momento storico.

   Fa specie che Diritto e Giustizia abbia pesantemente sconfitto, nel voto dei polacchi, il partito che fino ad oggi aveva (ben) governato per 8 anni (PLATFORMA, cioè il Partito Popolare Piattaforma civica) raggiungendo risultati ragguardevoli, con la realizzazione di un vero e proprio miracolo economico nel Paese; l’unica, la Polonia, passata indenne dalla crisi del 2008. Otto anni consecutivi di crescita economica, basso tasso di disoccupazione (8,6 per cento), capacità di attirare e spendere investimenti e fondi europei, senso di appartenenza al «cerchio» dei grandi, con l’assegnazione di posti di responsabilità nell’Unione Europea (Donald Tusk, polacco, è presidente del consiglio europeo).

La ripartizione dei seggi nel nuovo Sejm polacco (Sejm è la camera bassa del parlamento polacco) da www.eastjournal.net/
La ripartizione dei seggi nel nuovo Sejm polacco (Sejm è la camera bassa del parlamento polacco) da http://www.eastjournal.net/

   ALLORA PERCHE’ NONOSTANTE QUESTI ELEMENTI POSITIVI la Polonia sceglie una posizione xenofoba, razzista, di chiusura ai profughi e migranti, ma anche di rifiuto a ogni condivisione del “progetto europeo”?

   Tentare di spiegare quel che sta accadendo, senza demonizzare i polacchi o qualunque altro paese, è una necessità geopolitica, geografica, per niente banale. Per non lasciarsi andare in ipotesi di sottostima, frattura con questi popoli, queste realtà geografiche che sono “Europa” tanto quanto noi.

   Il PiS, partito che in Polonia ha vinto le elezioni (Diritto e Giustizia) rappresenta un’ampia fascia della società polacca, in particolare gli abitanti (molto cattolici) dei piccoli centri urbani e dei villaggi, soprattutto nelle aree più povere ad est e sud-est del paese: persone che si sentono estranee ai benefici del passaggio alla democrazia di mercato. Il PiS promette uno stato forte, in grado di proteggerli dai venti gelidi del liberalismo economico e sociale (potete leggere alcuni articoli di approfondimento di vari giornali qui ripresi in questo post). Pertanto può essere comprensibile che benefici dell’adesione all’Europa molti dei polacchi non li abbiano proprio sentiti. Pur se la Polonia è stata la più beneficiata degli aiuti della Ue: i polacchi hanno ricevuto il maggior sostegno dell’Unione rispetto a qualsiasi altro Paese (180 miliardi di euro dal 2007 al 2020). E, contraddizione nella contraddizione (almeno apparente), nonostante il voto al partito di destra antieuropeo, i polacchi, al 91%, si dichiarano europeisti.

UNA PROTESTA CONTRO I PROFUGHI A VARSAVIA, in Polonia, il 12 settembre 2015 (da www.internazionale.it) - ALCUNI PUNTI DEL PROGRAMMA POLACCO DEI VINCITORI: 1-CONTRO I MIGRANTI. La prima novità potrebbe riguardare i migranti: Kaczynski ha infatti promesso di farsi promotore di una politica di governo dura contro i migranti "portatori di epidemie" – 2-RIFORMA PENSIONI. II programma prevede lo smontaggio di riforme e misure di austerity degli sconfitti come le pensioni: l'età scenderà da 67 a 65 anni – 3-ASSEGNI FAMILIARI. Fra le promesse l'istituzione di assegni familiari di 125 euro per ogni secondo figlio, insieme all'impegno di finanziare di più le politiche sociali nel paese.
UNA PROTESTA CONTRO I PROFUGHI A VARSAVIA, in Polonia, il 12 settembre 2015 (da http://www.internazionale.it) – ALCUNI PUNTI DEL PROGRAMMA POLACCO DEI VINCITORI: 1-CONTRO I MIGRANTI. La prima novità potrebbe riguardare i migranti: Kaczynski ha infatti promesso di farsi promotore di una politica di governo dura contro i migranti “portatori di epidemie” – 2-RIFORMA PENSIONI. II programma prevede lo smontaggio di riforme e misure di austerity degli sconfitti come le pensioni: l’età scenderà da 67 a 65 anni – 3-ASSEGNI FAMILIARI. Fra le promesse l’istituzione di assegni familiari di 125 euro per ogni secondo figlio, insieme all’impegno di finanziare di più le politiche sociali nel paese.

   Va detto che queste più recenti adesioni alla Ue, specie nei paesi dell’est liberatisi dal giogo sovietico nel 1989, non sono nello spirito originario dei primi europeisti francesi, tedeschi, italiani. Quando hanno chiesto di aderire all’Unione Europea, non erano probabilmente maggioranza quelli che aspiravano a costruire con altri europei uno stato federale nello spirito di Spinelli, Monet, De Gasperi, Adenauer. Forse l’intenzione vera era quella di affrancarsi dal grigio potere che veniva ancora minacciosamente sentito verso est (la Russia). E forse era legato solo alle aspettative economiche di apertura al mercato, di beni di consumo da acquisire, fare propri come appartenevano agli altri paesi (e cittadini) occidentali.

   E non del tutto queste aspettative si sono realizzate, forse (nonostante la Polonia sia così cresciuta). I polacchi mettono nel conto, più dei progressi, promesse mancate e problemi irrisolti: salari inferiori alla media europea, precariato giovanile, arretratezza di vaste aree del Paese.

   E ora si aggiunge la paura dell’immigrazione, che insieme alle disparità economiche, insicurezza dei cittadini… tutto questo fa sì che il voto sia di chiusura, rivolto verso NOSTALGIE NAZIONALISTICHE E IDENTITARIE.

   Pertanto ESISTONO DUE POLONIE, una che partecipa attivamente con le istituzioni europee (appunto ricordavamo prima Donald Tusk, polacco, presidente del consiglio europeo), e l’altra che ha paura di aprirsi a un contesto nuovo, continentale, in un mondo globale che sta cambiando, è cambiato, e rifugiarsi ancora nel nazionalismo non può che portare a forme negative del passato. Adesso ci sono Territori che dialogano tra loro nella geografia dell’economia, della cultura, dei giovani che si spostano, che conoscono città per loro nuove; contesti geografici mutati radicalmente dal sistema dei trasporti, della più facile mobilità (aerei, ferroviari, di ogni grande via di comunicazione… ma anche in Europa “Schengen”, cioè l’accordo che garantisce la libertà di circolazione all’interno dell’Unione europea): tutto fa capire che queste “CHIUSURE” dei Paesi dell’Est non hanno senso, MA forse VANNO CAPITE, e vanno risolte con il dialogo. NON HA pertanto SENSO PROSPETTARE DUE EUROPE, a due velocità diverse.

   IL DIALOGO CON LE FORZE NAZIONALISTE, OLTRANZISTE resta una strada difficile ma necessaria… Come dice in modo assai chiaro in uno degli articoli che qui di seguito vi proponiamo TIMOYHY GARTON ASH, professore di geopolitica ad Oxford:Nonostante le sue pecche, l’Unione Europea rappresenta nel mondo il più efficace esercizio di socializzazione politica. Nel corso dei vertici infiniti in cui trascorrono più tempo con i loro colleghi dell’Ue che con i loro familiari, i nuovi ministri imparano che nell’Europa del ventunesimo secolo gli interessi nazionali si perseguono attraverso il negoziato e il compromesso, non mostrando i muscoli come nell’Ottocento. Non è allora accentrando più poteri a Bruxelles che si rafforza l’Europa unita, ma facendo esattamente il contrario, assecondando e cercando di risolvere e capire il movimento della disintegrazione, che tiene conto dell’assenza di interessi comuni aggregati”. (s.m.)

……………………

COSÌ BARCOLLA L’ORDINE DELL’EUROPA UNITA

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 27/10/2015

– Altro che Grecia. Ora: bomba rifugiati e generale caos europeo, Polonia au rebours nel nazionalismo più oscurantista, Portogallo in bilico tra instabilità politica post-elettorale e ribellismo anti-rigore, Angela Merkel sotto processo in Germania: tutto e tutto insieme. EUROPA IN PIENA CRISI DI NERVI –

   Guardando indietro, agli ultimi cinque anni che ha trascorso risucchiata nel gorgo dell’emergenza ellenica senza mai rialzare la testa né provare ad allungare lo sguardo anche intorno, alle molte altre crisi che si accumulavano dentro e fuori casa e andavano affrontate almeno con lo stesso senso di urgenza, viene da chiedersi il perché di tanta ossessione monomaniacale e di altrettanta miopia politica di contorno: quasi che l’Europa fosse incapace di fare due cose insieme, come il presidente americano Gerald Ford, di cui si diceva che non riuscisse a «scendere dalla scaletta di un aereo masticando un chewing-gum».

   Tre salvataggi finanziari e la doppia elezione di un Governo di estrema sinistra e anti-establishment guidato da Alexis Tzipras sono stati il risultato dell’approccio europeo: che non ha risolto il problema greco ma l’ha solo messo in stand-by.

   Troppo concentrata a tentare di contenere il fuoco nel disastrato focolare di Atene, l’Europa non ha visto l’incendio che si preparava a mandarle in fiamme la casa: tra catastrofe umanitaria creata da centinaia di migliaia di rifugiati, in fuga dalle guerre in Siria, Irak, Afghanistan, Libia, che si accalcano alle sue frontiere, la questione ucraina e l’equazione russa che scuotono troppe certezze politico-strategiche seminando destabilizzazioni prima di tutto psicologiche soprattutto a Est, la crisi di identità della Nato che si intreccia a un legame transatlantico stressato, sempre più problematico.

   E, infine, i contraccolpi inevitabili che il poliedro delle crisi avrebbe prima o poi scaricato sulle sue democrazie, sulla tenuta di partiti tradizionali e classi dirigenti, sul consenso delle pubbliche opinioni a un’Europa ormai ridotta, nella percezione collettiva di molti, a un riformatorio permanente che non distribuisce più benessere, lavoro e sicurezze, che siano sociali, culturali o addirittura personali di fronte non solo alle minacce deliranti del terrorismo dell’Isis & Co. ma anche e soprattutto alla gestione più che inadeguata dei rifugiati da parte dei Governi in carica.

   Ormai da risolvere non c’è più solo la matematica dei conti pubblici e delle riforme strutturali da fare per tenere il passo con la globalizzazione. C’è il puzzle inedito della stabilità politica che traballa insieme alle fondamenta stesse dei sistemi democratici messe a dura prova sia dal declino inevitabile di modelli di società che da identitari si avviano a diventare sempre più multi-etnici, sia da spinte nazionaliste, populiste, protezioniste e anti-europee ovunque alimentate dalla paura. L’impatto con le crisi multiple sta erodendo un ordine europeo, sempre più fragile e incerto.

   Domenica le elezioni in Polonia hanno visto stravincere, con la maggioranza assoluta, la destra conservatrice, anti-europea, anti-tedesca, anti-russa e anti-immigrati dell’ex-premier Jaroslaw Kaczinski, e affondare il partito di Governo che pure è stato l’autore del miracolo economico del paese, l’unico passato indenne dalla crisi del 2008, che cresce al ritmo del 4%. Motivo? Benessere con troppe ineguaglianze, revanscismo nazionalista, voglia di ri-statalizzare e ri-polonizzare un’economia aperta agli investimenti esteri e privati. E niente adesione all’euro, naturalmente.

   Contrordine in Portogallo, l’allievo modello dell’eurozona, l’anti-Grecia da ostentare come esempio del rigore che fa bene a chi li fa: a scoppio ritardato è smentito il risultato delle elezioni che avevano tributato nelle urne la vittoria al centro-destra, cioè al Governo dei sacrifici. In parlamento è l’alleanza dei socialisti con comunisti e l’estrema sinistra alla Syriza e/o Podemos, in breve il fronte anti-austerità, a controllare la maggioranza. Ma il presidente della Repubblica, centro-destra, rifiuta la svolta: «In 40 anni di democrazia mai la vita dei governi portoghesi è dipesa da forze politiche anti-europee». Come reagirà il paese e il suo sentimento europeo?

   Mentre tenta disperatamente, perché sa di rischiare la poltrona, di arginare la marea dei profughi siriani cui peraltro aveva promesso accoglienza illimitata in Germania, Angela Merkel appare la tragica incarnazione dell’impotenza di un’Europa impaurita, disorganizzata ma soprattutto divisa. L’irrituale mini-vertice tra tutti i paesi della rotta dei Balcani e quelli Ue preferiti dai flussi domenica ha preso misure per evitare il degrado delle tensioni e l’erezione di muri e reticolati dentro l’Unione e ai suoi confini. Funzioneranno? Dei 160.000 rifugiati da ripartire nell’Ue per quote obbligatorie finora ne sono stati accasati 854.

   Quando esonda, l’egemonia tedesca crea quasi sempre reazioni urticanti. Ma quando, come oggi, vacilla insieme alla leadership della Merkel promette di fare danni anche peggiori travolgendo con le sue debolezze un castello europeo già pericolante sotto il peso di troppi assalti. (Adriana Cerretelli)

………………..

LA POLONIA E IL PESO DELLA STORIA

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 27/10/2015

   La vittoria nelle ultime elezioni polacche di Diritto e Giustizia, il partito dei gemelli Kaczynski, piacerà a tutti gli esponenti del nuovo nazional-provincialismo europeo, da Nigel Farage in Gran Bretagna a Marine Le Pen in Francia.

   Il risultato del voto e il possibile ritorno al potere di Jaroslaw, il gemello sopravvissuto dopo il disastro di Smolensk, sembrano dimostrare che NAZIONALISMO, POPULISMO ed EUROSCETTICISMO sono ormai i soli caratteri veramente comuni della grande Europa da Dover al Pireo. Eppure vi sono DIFFERENZE DI CUI OCCORRE TENERE CONTO.

   In POLONIA, e per certi aspetti in UNGHERIA, esistono GRUPPI SOCIALI CHE NON HANNO MAI SMESSO DI CONSIDERARSI VITTIME DI UNA STORIA INGIUSTA. La Polonia non ha mai dimenticato le GRANDI SPARTIZIONI DELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO e le SANGUINOSE INSURREZIONI CONTRO LA RUSSIA nell’Ottocento. Quando le circostanze le restituiscono la libertà, come è accaduto dopo la Grande guerra e dopo fine della Guerra fredda, ha quasi sempre ceduto alla tentazione di MIRARE ALLA RICONQUISTA DEL POTERE PERDUTO nelle regioni (l’Ucraina, la Galizia, il Baltico) che appartenevano alla sua area d’influenza.

   Il caso dell’UNGHERIA è diverso, ma anch’essa ha un passato regale che condiziona i suoi istinti e le sue reazioni. Persino qualche leader comunista, a Budapest, ricordava privatamente le UMILIANTI MUTILAZIONI TERRITORIALI DEL TRATTATO DI SAN GERMANO, NEL 1919, quando una parte considerevole dei domini ungheresi divenne cecoslovacca, iugoslava, romena.

   Nessuno di questi Stati vittime è privo di colpe e di errori. ANCHE POLONIA E UNGHERIA SONO STATE IN MOLTE CIRCOSTANZE AGGRESSIVE E TRACOTANTI. Anche la Polonia ha una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione di guerra della Germania hitleriana il 1° settembre 1939. Ma i maestri delle scuole polacche, in particolare, non hanno mai smesso di ricordare agli alunni che la loro patria nel corso della storia è stata tradita, umiliata, crocifissa.

   Il clero cattolico ha recitato la sua parte facendo della Polonia il baluardo della fede di Roma contro quella di Bisanzio. Quando diceva che l’Europa, dopo la morte del comunismo, avrebbe respirato con i due polmoni dell’Ovest e dell’Est, Giovanni Paolo II lasciava comprendere che era giunto il momento in cui i cristiani del grande scisma si sarebbero infine riunificati sotto la guida di un prete polacco.

   Questa storia, che i polacchi non smettono di raccontare a se stessi da qualche secolo, ha influito sulle loro scelte politiche. QUANDO HANNO CHIESTO DI ADERIRE ALL’UNIONE EUROPEA, NON ERANO PROBABILMENTE MAGGIORANZA QUELLI CHE ASPIRAVANO A COSTRUIRE CON ALTRI EUROPEI UNO STATO FEDERALE NELLO SPIRITO DI SPINELLI, MONET, DE GASPERI, ADENAUER. Chiedevano di entrare in un club dove avrebbero trovato, grazie al grande alleato americano, la possibilità di riemergere, magari saldando qualche vecchio conto, come potenza regionale.

   Per la Polonia, come per altri Paesi dell’Europa centro-orientale, l’alleanza americana conta molto più di Bruxelles e Strasburgo. Sostenuti da Washington, questi Paesi, con l’eccezione della Ungheria di Viktor Orbàn, hanno cercato d’INDURRE L’UE A FARE UNA POLITICA ANTIRUSSA; e vi sono in parte riusciti.

   Prepariamoci quindi, dopo il successo elettorale di BEATA SZYDLO e, soprattutto JAROSLAW KACZYNSKI, a nuovi screzi con Mosca.

   Ma non dimentichiamo che questi inconvenienti sono il risultato di UN ALLARGAMENTO PREMATURO E FRETTOLOSO DELL’UNIONE EUROPEA. Quando si cominciò a parlare delle politiche che l’Ue avrebbe dovuto fare per favorire il ritorno alla democrazia degli Stati post sovietici, Jacques Delors, allora presidente della Commissione di Bruxelles, propose a François Mitterrand la creazione di due organizzazioni di cui la prima avrebbe aspirato a una Federazione e la seconda avrebbe formato con i vecchi membri una grande zona di libero scambio.

   Finché non saremo riusciti a stabilire una distinzione formale fra chi vuole l’Europa per l’Europa e chi la vuole per altri motivi, l’Ue sarà il peggiore dei condomini: quello in cui una minoranza intralcia il percorso della maggioranza. (Sergio Romano)

……………………

POPULISMI CHE AVANZANO: L’EUROPA COMODO BERSAGLIO

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 26/10/2015

– Malessere e disaffezione entrano nella svolta della Polonia che diventa euroscettica, seguendo altri populismi europei –

   Anche la Polonia diventa euroscettica, sull’onda dei populismi in crescita nel Vecchio Continente. PAURA DELL’IMMIGRAZIONE, DISPARITÀ ECONOMICHE E DOMANDA DI SICUREZZA finiscono nell’urna e resuscitano nostalgie nazionalistiche e identitarie.

   LA POLONIA È PERÒ UN CASO PARTICOLARE. L’avanzata della destra euroscettica evidenzia un’omologazione sia alle tendenze dell’Europa progredita sia a quelle dell’Europa più povera, dei Paesi che facevano parte del blocco comunista, fra cui la vicenda più drammatica è l’Ungheria dei nuovi muri e dei fili spinati.

   Dopo avere riannodato con entusiasmo i fili della cultura mitteleuropea ed essersi finalmente affrancato dalla storica minaccia del vicino russo, IL PAESE È ENTRATO IN EUROPA BRUCIANDO LE TAPPE E MOLTIPLICANDO SUCCESSI. Otto anni consecutivi di crescita economica, basso tasso di disoccupazione (8,6 per cento), capacità di attirare e spendere investimenti e fondi europei, senso di appartenenza al «cerchio» dei grandi, con l’assegnazione di posti di responsabilità (Donald Tusk, presidente del consiglio europeo) nelle istituzioni continentali.

   MA I POLACCHI METTONO NEL CONTO, più dei progressi, PROMESSE MANCATE E PROBLEMI IRRISOLTI: salari inferiori alla media europea, precariato giovanile, arretratezza di vaste aree del Paese. Anche sulle rive della Vistola si comincia a credere che l’integrazione significhi competizione fra poveri e taglio di radici secolari.

   LA SOCIETÀ POLACCA RIASSUME IL MALESSERE DEI NUOVI EUROPEI E LA DISAFFEZIONE DEI VECCHI EUROPEI. Un malessere che i populisti, di destra e di sinistra, sanno cavalcare in modo cinico e intelligente, in quanto condizionano opinioni pubbliche e programmi dei partiti che si dichiarano europei. I populisti non hanno le soluzioni, ma sanno denunciare i problemi.

   IL POPULISMO NON VA CONFUSO CON LA DEMAGOGIA. Le ragioni della pancia possono essere decisive, salvo riflettere su funzionamento dei sistemi democratici, sui meccanismi di formazione del consenso, sul solco che allontana le classi dirigenti dai cittadini. (Massimo Nava)

……………………

È LA DESTRA POPULISTA. MA L’EUROPA SBAGLIA A ISOLARE VARSAVIA

di Timoyhy Garton Ash, da “la Repubblica” del 27/10/2015

   “IL putinismo dal volto polacco”, “Rivoluzione culturale a la Polonaise!”, “Orbanizzazione sulla Vistola!” (il termine orbanizzazione ovviamente allude al modello di democrazia illiberale del primo ministro ungherese Viktor Orbán).

   Ascolto gli amici polacchi profetizzare disastri e penso “Un momento miei cari, aspettiamo e vediamo cosa si può fare. La Polonia ha passato momenti ben peggiori e ci saranno altre elezioni”. Ma su un punto non possiamo non essere tutti concordi: QUESTO ESITO ELETTORALE È IMPORTANTE. La Polonia incarna il maggiore successo dell’Europa post comunista, è la prima potenza regionale tra una Germania tirata all’eccesso e una Russia dilagante. Con Spagna e Italia alle prese con gli effetti della crisi dell’Eurozona e la  Gran Bretagna autoridottasi a un ruolo marginale fino al referendum interno sulla adesione alla Ue, il resto d’Europa ha più che mai bisogno della Polonia.

   Il PiS (Diritto e Giustizia) ha vinto le elezioni per più di un motivo. Innanzitutto ha sfruttato il più irresistibile degli appelli: “È ora di cambiare”. Il governo di Platforma, che ha servito molto bene il paese per otto anni in cui la crescita media è stata del 4%, era visibilmente agli sgoccioli. Per molti elettori polacchi rappresentava in qualche modo una casta politica autoreferenziale, distante, arrogante, che per un quarto di secolo dalla fine del comunismo ha dettato legge da Varsavia, assisa in comode poltrone (e costosi ristoranti). Questo stato d’animo era già evidente nel momento in cui, quest’anno, lo stimato e rassicurante presidente in carica, Bronislaw Komorowski è stato inaspettatamente sconfitto dal giovane semisconosciuto candidato del PiS, Andrzej Duda, che ha condotto un’abile campagna elettorale all’americana.

   Anche in queste elezioni il PiS ha portato avanti la campagna più efficace, contrapponendo all’assennato, pragmatico primo ministro donna di Platforma, EWA KOPACZ, una candidata premier donna assennata e pragmatica, BEATA SZYDLO, invece del VERO LEADER DEL PARTITO, JAROSLAW KACZYNSKI, politico vecchio stampo, indigesto a molti. Il PiS ha conquistato anche la fetta maggiore dell’elettorato giovanile, molti voti dei 18-25enni sono poi andati ai partiti di protesta.

   Il Pis rappresenta UN’AMPIA SEZIONE DELLA SOCIETÀ POLACCA, ossia gli abitanti cattolici e patriottici dei piccoli centri urbani e dei villaggi, soprattutto nelle aree più povere ad est e sud-est del paese, GENTE CHE SI SENTE ESTRANEA AI BENEFICI DEL PASSAGGIO ALLA DEMOCRAZIA DI MERCATO. Il PiS promette uno stato forte, in grado di proteggerli dai venti gelidi del liberalismo economico e sociale.

   È un partito di destra quanto a cultura, religione, morale sessuale (no all’aborto e alla fecondazione in vitro), xenofobia (niente rifugiati musulmani, grazie, siamo polacchi) e nazionalismo, ma quasi di sinistra per le promesse economiche e sociali ai poveri e ai diseredati (Orbán è riuscito a creare un mix simile in Ungheria). DETTO MOLTO SEMPLICEMENTE, ESISTONO DUE POLONIE E STAVOLTA HA VINTO QUESTA.

   Quindi avremo un nuovo governo, potenzialmente il primo formato da un unico partito da quando la Polonia ha riconquistato la libertà, venticinque anni fa. Manterrà le promesse populiste di erogare sussidi generosi e insostenibili ai meno abbienti, abbassare l’età pensionabile e punire le odiate banche internazionali e i supermercati cosmopoliti?

   Secondo i calcoli di un economista, in tal modo andrebbe a ridurre dello 0,5% la crescita annua del paese. Oppure non terrà fede ad alcune di esse, come la maggior parte dei nuovi governi? La politica estera finirà in mano a nazionalisti irresponsabili? O ai patrioti di buon senso presenti nel partito, consapevoli che l’effettiva indipendenza della Polonia è legata al mantenimento di una posizione di forza in Europa, anche se questo comporta la collaborazione con l’ex primo ministro di Platforma Donald Tusk, a Bruxelles.

   Nel frattempo cosa possono fare gli altri? Ecco QUATTRO RIFLESSIONI NELL’IMMEDIATO DOPO-VOTO.

   IN PRIMO LUOGO i partiti polacchi dal centro alla sinistra devono finalmente fare FRONTE COMUNE. Nonostante l’impegno dell’ex presidente Aleksander Kwasniewski, hanno fatto una campagna disastrosa.

   IN SECONDO LUOGO I GIOVANI POLACCHI pieni di energia e di talento che sono espatriati per godere la libertà della vita europea moderna in paesi come la Gran Bretagna e l’Irlanda, DOVREBBERO TORNARE per contribuire a rafforzare la Polonia moderna, liberal, europea. Sono personalmente felicissimo di averli tra i miei studenti a Oxford, ma concedetemi un appello in questi termini: “Agnieszka e Pavel, il Vostro paese ha bisogno di voi!”.

   TERZO, comunque la pensiate sui demagoghi più scatenati del PiS, tutti i politici stranieri e gli amici della Polonia all’estero invece di fare ostracismo ai nuovi arrivati, democraticamente eletti, dovrebbero interagire con loro. Nonostante le sue pecche, L’UNIONE EUROPEA RAPPRESENTA NEL MONDO IL PIÙ EFFICACE ESERCIZIO DI SOCIALIZZAZIONE POLITICA. Nel corso dei vertici infiniti in cui trascorrono più tempo con i loro colleghi dell’Ue che con i loro familiari, i nuovi ministri imparano che nell’Europa del ventunesimo secolo gli interessi nazionali si perseguono attraverso il negoziato e il compromesso, non mostrando i muscoli come nell’Ottocento. Il PiS dichiara la volontà di rafforzare la relazione speciale con gli Usa, quindi il presidente Obama nel primo colloquio telefonico con il nuovo primo ministro polacco deve dire quello che a suo tempo ha detto a Cameron: se volete un rapporto privilegiato con noi, impegnatevi attivamente nella Ue.

   INFINE dobbiamo comprendere COSA davvero SI INTENDE PER ORBANIZZAZIONE. Non certo che un unico partito governa per anni con una valida maggioranza, come accade in Gran Bretagna e in Spagna. Orbanizzazione significa che il partito dominante abusa di questo suo potere per minare le fondamenta della democrazia costituzionale liberale, che sono in teoria condizione per aderire all’Ue, concentrando ad esempio troppi poteri nell’esecutivo, cooptando interessi imprenditoriali, abusando dei servizi di sicurezza, erodendo l’indipendenza dei tribunali, della banca centrale e dei media, facendo sì che le elezioni successive non siano realmente libere e regolari. Nel progetto di riforma costituzionale del PiS sono già presenti alcuni elementi di questo genere e con l’aiuto di qualche alleato in parlamento potrebbe essere approvato.

   LA REAZIONE DELLA UE ALL’ORBANIZZAZIONE DELL’UNGHERIA È STATA DEBOLE. BISOGNA FAR MEGLIO IN QUESTO CASO, SOSTENENDO LE FORZE INDIPENDENTI, CHE IN POLONIA SONO PIÙ POTENTI, affinché si schierino a favore dei valori liberali, costituzionali ed europei. Se questi quattro obiettivi si realizzeranno, nel 2020 potremmo dire, riferendoci al presente, che erano anni difficili in cui la Polonia procedeva come un gambero, qualche passo indietro, qualcuno di lato, ma infine anche qualche passo avanti. (Timoyhy Garton Ash, traduzione di Emilia Benghi)

………………..

Intervista a JAN ZIELONKA

«L’ASCESA POPULISTA COLPA DELL’EUROPA FINTO SUPER STATO»

di Maria Serena Natale, da “il Corriere della Sera” del 27/10/2015

   «Ora la Polonia di Kaczynski, poi i Paesi Bassi di Geert Wilders e la Francia di Marine Le Pen. Le destre euroscettiche non devono sforzarsi, il lavoro sporco lo fa già l’Europa. Se questa Ue non cambia, si consegnerà ai populisti». JAN ZIELONKA insegna Politiche europee a Oxford. Polacco della Slesia emigrato nel Regno Unito con passaporto olandese, lui che si definisce «un vero europeo» ha pubblicato con Laterza «Disintegrazione. Come salvare l’Europa dall’Unione Europea». La nostra casa comune, dice al Corriere , «va a fuoco».

Grecia, immigrazione, tensioni con la Russia, avanzata delle destre… professor Zielonka di cosa soffre l’Europa?

«Dell’illusione di essere destinata a diventare un super Stato con moneta, politica estera e difesa in comune. Quest’Europa è la maschera di se stessa, finge di ignorare il processo storico in atto: una frammentazione progressiva che mina alle radici il monopolio degli Stati. Non è accentrando più poteri a Bruxelles che si rafforza l’Europa unita, ma facendo esattamente il contrario, assecondando il movimento della disintegrazione, che tiene conto dell’assenza di interessi comuni aggregati».

Disintegrare ovvero disfare il sogno degli Stati Uniti d’Europa?

«Chi la ama e crede nelle sue potenzialità, sa che l’Unione ha bisogno di realismo, non di vuota retorica. Disintegrare significa riconoscere il ruolo dei veri centri di potere, luoghi di produzione economica e culturale come le mega città, pensi a Londra o Amburgo. Dare loro più denaro, più responsabilità secondo una logica che privilegi la funzione rispetto al territorio. Procedere a una riforma profonda che ribalti gli equilibri piramidali in favore di un approccio dal basso».

Gli euroscettici rimproverano alla Ue appunto un dirigismo senz’anima. In scala, è lo stesso schema delle opposizioni che accusano i governi di distacco dalla realtà dei cittadini, come ha fatto Diritto e giustizia in Polonia.

«Finché l’Europa non reagirà, i populisti continueranno a capitalizzare il vuoto d’iniziativa e a bollare qualsiasi cambiamento come un’imposizione. Una delle poche riforme recenti, quella sul Fiscal Compact, di fatto è stata un diktat di Merkel e Sarkozy».

Da Kaczynski all’ungherese Orbán, nell’«inverno dello scontento» il fronte del dissenso nel blocco centro-orientale cresce. La faglia tra Est e Ovest si approfondirà?

«I blocchi oggi si formano lungo linee d’interesse, sull’immigrazione l’Ungheria di Viktor Orbán non è molto distante dal Regno Unito di David Cameron. L’Europa va ripensata con uno sforzo che coinvolga tutti, la vera integrazione è polifonica e decentralizzata».

Come andrà con Beata Szydlo e Jaroslaw Kaczynski?

«Niente strappi traumatici, il partito di governo ha perso perché ha peccato di arroganza e non ha aperto la leadership alla nuova generazione. Il futuro sarà diverso dal passato dei gemelli Kaczynski».

………………..

Intervista a MANFRED WEBER

«C’È UN VENTO DI ESTREMISMO CHE METTE A RISCHIO L’EUROPA»

di David Carretta, da “il Messaggero” del 27/10/2015

STRASBURGO – Capogruppo del Ppe all’Europarlamento, il tedesco MANFRED WEBER lancia l’allarme dopo il successo della destra ultraconservatrice e euroscettica in Polonia: «Un vento di populismo di estrema destra e estrema sinistra» minaccia l’Europa.

Presidente Weber, come spiega il successo del partito ultraconservatore Legge e Giustizia dopo 8 anni di governo dei popolari di Piattaforma Civica? La crisi dei rifugiati è stata decisiva?

«Piattaforma Civica ha portato in Polonia modernizzazione e crescita economica ed ha raggiunto risultati che molti altri Stati membri dell’Ue potrebbero invidiare. Ma non e bastato: l’esito del voto e un chiaro messaggio sulla volontà di cambiamento dei cittadini. Certo, noi popolari non siamo contenti. Questa è la democrazia e rispettiamo i risultati. Ma questa vittoria è dovuta soprattutto alla campagna molto aggressiva di Legge e Giustizia, che è riuscita a far credere che la Polonia sia un paese in rovina ed ha fatto promesse molto populiste, come abbassare l’età pensionabile».

Quali sono ora i principali rischi per la Polonia?

«I rischi riguardano sia l’economia sia l’influenza polacca in Europa. Ma anche la promessa di Legge e Giustizia di voler cambiare la Costituzione e rafforzare considerevolmente i poteri del presidente e preoccupante».

Teme ripercussioni nelle relazioni tra la Polonia e la Ue?

«A livello europeo dobbiamo essere in grado di avere fiducia reciproca. Spero che il nuovo governo si comporti in un modo da mantenere questa fiducia».

In passato, con i gemelli Kaczynski al potere, le relazioni tra Polonia e Germania si erano deteriorate. In campagna elettorale ci sono stati nuovi attacchi a Merkel da parte di Legge e Giustizia…

«Per ora, la cosa giusta da fare è aspettare e vedere quali saranno le proposte concrete del nuovo governo e come si comporterà. Tradizionalmente Germania e Polonia hanno sempre avuto buone relazioni.»

Non c’è anche il rischio di riaccendere il conflitto tra Ue e Russia?

«È difficile per me immaginare che la Polonia prenda le distanze dalla posizione comune europea sulla Russia. Solo insieme possiamo resistere a Putin».

Con Orban al potere in Ungheria e Kaczynsky che manovra a Varsavia, c’è una deriva populista nell’Est dell’Europa?

«Viktor Orban non può essere paragonato a Kaczynski. Orban sta rispettando le regole europee e sostiene le posizioni del Ppe. Ma vedo un vento di populismo di estrema destra e estrema sinistra ovunque in Europa. Questi due movimenti hanno in comune il fatto di voler distruggere l’Europa e tutto ciò che abbiamo costruito insieme negli ultimi 60 anni, ma anche il fatto che non dicono alla gente la verità: fanno promesse che non possono mantenere. Questo mi preoccupa molto, perché e in gioco il nostro futuro comune. Alla luce delle enormi sfide che dobbiamo fronteggiare, è chiaro che l’Europa può risolvere i problemi solo se agisce insieme.»

Tra le sfide c’è quella dei rifugiati. Merkel è stata criticata da diversi partner europei per la sua politica di apertura. E’ soddisfatto del mini-summit dei Balcani di domenica?

«L’incontro si e concluso con un piano che non può rimanere solo su carta. Sulla rotta dei Balcani occorre restaurare l’ordine e i flussi di rifugiati devono essere canalizzati».

Il premier sloveno, Milo Cerar, ha avvertito che la Ue rischia di “andare in pezzi” tra Stati membri che alzano muri e chiudono frontiere…

«È chiaro che la crisi dei rifugiati è una delle più drammatiche che l’Ue abbia mai attraversato e che mette l’intera costruzione europea sotto pressione. Ma sono ottimista. Sono sicuro che l’Europa riuscirà a trovare soluzioni».

……………………..

Intervista a WITOLD WASZCZYKOWSKI, deputato del PiS ed ex viceministro degli Esteri

“NOI POLACCHI NON SIAMO CONTRO L’UE. MA QUI NON C’È LAVORO PER I PROFUGHI”

da “la Stampa” del 27/10/2015

– Parla WITOLD WASZCZYKOWSKI, ex viceministro degli Esteri di Kaczynski – “Un muro ungherese? Anche gli Usa ne hanno fatto uno con il Messico” –

   L’ufficio al Parlamento di Witold Waszczykowski è sottosopra. Dopo la vittoria elettorale il suo staff lo sta aiutando a traslocare in una stanza più grande. Diplomatico, viceministro degli Esteri nei due anni del precedente governo PiS (2008-2010), vice capo della Sicurezza nazionale e oggi deputato, potrebbe diventare il nuovo ministro degli Esteri del governo di Beata Szydlo.

Vi definiscono un movimento euroscettico, lo siete?

«No, abbiamo solo una visione diversa di Europa da quella franco-tedesca. Non siamo anti-europeisti, anche se non siamo fan della Germania, ma è necessario che la Polonia non sia più considerata come periferia della Ue, un Paese di transito nel triangolo Berlino-ParigiBruxelles. In questo senso siamo vicini all’idea di Cameron – anche se sosteniamo la libertà di movimento: vogliamo meno politica Ue e più economia Ue».

Cosa farete per cambiare questo «disequilibrio»?

«Stringeremo innanzitutto alleanze – politiche ed economiche – più strette a Est, con i Paesi dei Carpazi, con la Romania e l’Ucraina. Visegrad non basta, occorre allargare e approfondire le alleanze, come ha fatto il Benelux ad esempio. E poi negozieremo alcune questioni che la Ue ci vuole imporre, come quella energetica che prevede la riduzione dell’uso del carbone. Certo amiamo anche noi la natura e tutto quanto, ma non a scapito della nostra economia».

E la Germania?

«Abbiamo sempre vissuto in simbiosi. Diamo alla Germania mercato e manodopera a basso costo. Non vogliamo che le relazioni si interrompano, ma lavoreremo per sviluppare la Polonia, investendo in innovazione e rendendo appetibile il Paese per quei polacchi oggi costretti a lavorare all’estero. Il nostro sogno è fare come la Finlandia e un giorno inventare qualcosa come una Nokia polacca».

Siete un partito nazionalista?

«Non siamo nazionalisti, siamo patriottici».

Come Orban, a cui si rifà la sua premier Szydlo?

«Che c’è di male in Orban? Anche lui è patriottico e non ha fatto altro che fare quello che ha fatto Obama tra Usa e Messico, o la Spagna a Ceuta: alzare muri per fermare gli immigrati. E perché lui è peggiore? Perché è peggiore di un presidente che ha creato un luogo come Guantanamo?».

I polacchi hanno ricevuto il sostegno dell’Unione (180 miliardi di euro dal 2007 al 2020) e la quasi totalità dei suoi cittadini (91%) si dichiara europeista, ma nonostante tutto siete contrari ad accogliere rifugiati come chiede l’Ue.

«Rispettiamo i diritti di chi fugge dalla guerra, ma non abbiamo nessuna responsabilità nei confronti di chi viola i confini per vivere meglio e sfruttare i benefit economici degli altri Paesi. Due milioni di polacchi sono stati costretti a emigrare, abbiamo un milione e mezzo di disoccupati e abbiamo già dato mezzo milione di permessi di lavoro agli ucraini. Non abbiamo più lavoro, né nulla da offrire. Se arrivano qua cosa facciamo, li teniamo nei campi? Tanto in Polonia non ci vogliono stare, sanno che qui il salario minimo è di 400 euro al mese, mentre in Belgio, ad esempio, riceverebbero 1800 euro senza fare nulla, di sussidi. Credo che l’unica soluzione sia aiutarli prima, nei loro Paesi».

Perché i polacchi hanno scelto in massa il PiS?

«Sono stati presi in giro da un governo inefficiente per 8 anni. Un governo che negli ultimi tempi ha virato a sinistra, arrivando a ipotizzare una politica di genere che garantisse privilegi, non diritti, ad alcune minoranze sessuali, come il matrimonio e l’adozione per i gay, ad esempio. È contro la nostra costituzione, ed è soprattutto contro la nostra visione di famiglia».

………………………

DOPO IL VOTO IN POLONIA RICOSTRUIAMO LA FIDUCIA NELL’EUROPA

di Stefano Stefanini, da “la Stampa” del 27/10/2015

La cenere deve ancora posarsi sulla DOMENICA NERA DELL’EUROPA (la domenica del 25 ottobre, ndr). La maggioranza assoluta del partito di Jaroslaw Kaczynski portava AL POTERE IN POLONIA, sesto Paese dell’Unione, UN PARTITO DICHIARATAMENTE EUROSCETTICO, se non antieuropeo. Il MINI-VERTICE EUROBALCANICO, in inedita formazione, REGISTRAVA IL PERDURANTE DISSENSO SU COME AFFRONTARE LA MAREA DI RIFUGIATI attraverso le frontiere europee. Ai margini della cronaca, ALTRI ANNEGAMENTI DI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO.

   Come scriveva ieri Marco Zatterin, la promessa dell’Ue di accogliere altri esuli (centomila?) appena maschera le spaccature fra chi vuole accogliere e chi vuoi chiudere i confini. L’acrobatico compromesso del Consiglio europeo del 25 settembre si reggeva sulla relativa neutralità di Varsavia fra i due schieramenti, e sulla capacità di mediazione del Presidente polacco dell’Ue.

   Oggi, con Donald Tusk sconfessato dalle urne di casa, e la Polonia di Diritto e giustizia destinata ad allinearsi con Budapest e Bratislava, tutto questo è saltato. La Polonia è già stata governata dai gemelli Kaczynski senza che l’Europa se ne accorgesse più di tanto. Questa volta è diverso. II governo di BEATA SZYDLO non avrà vincoli di coalizione, solo quello della regia di Jaroslaw in animo di rivincita. Il boccone è doppiamente amaro per Tusk: l’ex-primo ministro vede demolita la svolta centrista che aveva costruito in Polonia; il Presidente europeo si appresta a vedere Varsavia sfidare apertamente l’Europa.

   Bruxelles avrà a che fare con governi apertamente critici dell’Unione che rischiano di far apparire David Cameron come un convinto europeista. Il ritorno al potere di Diritto e giustizia trova una scena europea frammentata e acrimoniosa. Sia pure a singhiozzo, l’Unione ha superato il succedersi delle crisi di questi ultimi anni, da ultimo quelle russo-ucraina e del debito greco.

   Ne ha tuttavia pagato il prezzo sia in faglie che dividono gli Stati membri, Nord-Sud, Est-Ovest, nuovi e vecchi, debitori e virtuosi, sia, soprattutto, in crescente distacco dei cittadini da Bruxelles. Ne hanno fatto stato le elezioni per il Parlamento europeo del 2014. I partiti tradizionali si salvarono in corner, grazie anche al voto italiano; oggi non sarebbe da escludere un’ulteriore crescita delle presenze anti-europee. Bollare semplicemente Diritto e giustizia come destra ultranazionalista, è falsamente rassicurante, quasi ad escluderne il richiamo su elettorati di Paesi più maturi.

   E non c’è bisogno di guardare troppo lontano. Il partito di Kaczynski cavalca un’onda lunga che non investe solo l’Ungheria di Viktor Orban e la Slovacchia di Robert Fico. Il ribollire populistico in Europa, a Est come ha Ovest, ha un collante unico nell’immigrazione clandestina e nelle paure che essa desta d’identità, di valori culturali e religiosi, di posti di lavoro. Non è nuovo, ma dal momento in cui si aggiunge l’improvvisa ondata di rifugiati, attraverso il Mediterraneo, attraverso i Balcani, la tenuta dell’Ue viene messa a dura prova. La prima ragione è che non si vede luce alla fine del tunnel dell’afflusso di esuli cui non si può negare titolo all’asilo; solo un loro prevedibile crescendo.

   Quanti rifugiati può accogliere l’Ue? Nessuno osa rispondere. La seconda è che l’Ue ha finora risposto gestendone le conseguenze, magari in maniera illuminata, ma anche parzialmente e in ritardo. La rotta balcanica ha colto tutti di sorpresa, ma gli sbarchi dalla Libia in Italia sono in continuo aumento da anni.

   Sulle cause – Siria, Libia – l’Ue non riesce ad incidere. Non è facile, intendiamoci: ma è questo che gli europei vorrebbero vedere per credere ancora nell’Unione. Altrimenti le nazioni erigono muri e si vantano di aver bloccato l’accesso sul proprio territorio, come ha appena fatto Orban, poco importa che i rifugiati passino da Croazia e Slovenia.

   O peggio, fa capolino la xenofobia criminosa, come l’accoltellamento del nuovo Sindaco di Colonia, colpevole di essere stata assistente sociale di rifugiati. Nessun Paese europeo è al sicuro da questi rigurgiti. L’Europa non può aspettarsi aiuti da altri. E’ un problema che affronta da sola. Se gli europei non vedranno e sentiranno Bruxelles in prima linea su immigrazione e rifugiati, le istituzioni europee scopriranno di avere i piedi d’argilla. Non c’è futuro per l’Unione senza fiducia dei cittadini. (Stefano Stefanini)

……………………….

L’INTERVISTA – RYSZARD CZARNECKI vicepresidente dell’Europarlamento – “Non abbiamo niente a che vedere con Marine Le Pen e Nigel Farage. Daremo segnali di buona volontà”

“SBAGLIATI I PREGIUDIZI, RESTEREMO AFFIDABILI”

da “la Repubblica” del 27/10/2015

VARSAVIA. Ryszard Czarnecki, lei uomo-chiave di Kaczynski nel rapporto con l’Europa e vicepresidente dell’ Europarlamento, come rassicurerà la Ue?

«Spiegherò che è la più grande vittoria elettorale nella Polonia moderna. E ci da la più grande responsabilità storica: governare da soli. Ma siamo grandi fautori dell’idea di Unione europea. Non solo per ragioni economiche ma anche perché la Ue è uno strumento costitutivo della nostra Ragion di Stato a fronte della minaccia russa. Non abbiamo niente a che fare con altre forze euroscettiche e filorusse».

Come contrasterete i dubbi contro il suo partito?

«La società polacca è tra le più europeiste d’Europa, e in questa società siamo divenuti primo partito. Ovvio che non siamo euroscettici. Vogliamo un ruolo più importante in Europa, ma non abbiamo niente a che vedere con Marine Le Pen o Nigel Farage. Vogliamo essere più attivi in un’Europa dei valori, che dopo decenni di comunismo ci ha riaperto la porta al mondo. I nostri partner Ue e Nato capiscono che la Polonia resterà attendibile: nella diversità. Non possiamo essere sempre d’accordo con Angela Merkel ma sappiamo che Berlino ha la capacità di capire l’interesse a lungo termine dell’Europa rispetto a paesi minori, e capisce meglio anche i problemi dell’Est verso Mosca. Daremo segnali pratici di buona volontà».

Quanta unione politica europea volete, o quanta Europa delle Patrie?

«Siamo contro gli Stati Uniti d’Europa. E sul caso migranti Merkel s’indebolisce e le nuove destre e gli euroscettici si rafforzano. Non vogliamo guerre ideologiche ma crediamo in un’Europa unita come Europa delle Patrie. Preferiamo le scelte di 28 membri della Ue alla devolution di ogni decisione a Bruxelles. Sono slogan, poi dovremo negoziare e decidere in concreto. Certo troveremo compromessi»,(a.t.)

……………………..

L’AMBIENTE INQUINATO DEGLI STATI D’EUROPA

di Guido Viale, da “il Manifesto” del 30/10/2015

– Cambiamento possibile. L’immigrazione e il cambiamento climatico saranno i temi centrali del confronto politico per i prossimi decenni – Le prospettive puramente nazionali o istituzionali sono del tutto insufficienti ad intaccare questi problemi –

   DUE TEMI OGGI CENTRALI, apparentemente distinti, andrebbero invece connessi in modo diretto. Primo, LA COP 21 DI PARIGI, forse ultima occasione per un’inversione di rotta sul riscaldamento globale che rischia di rendere irreversibili i CAMBIAMENTI CLIMATICI già in corso.

   A questa minaccia abbiamo da tempo contrapposto il programma di UNA CONVERSIONE ECOLOGICA, sulle tracce di ALEX LANGER e, ora, anche dell’ENCICLICA LAUDATO SI’ e del libro Una rivoluzione ci salverà dove NAOMI KLEIN spiega che abbandonare i combustibili fossili richiede un sovvertimento radicale degli assetti produttivi e sociali; per questo le destre conservatrici, e non solo loro, sono ferocemente negazioniste.

   L’AGGRESSIONE ALLE RISORSE DELLA TERRA SI LEGA ALLA POVERTÀ E ALLE DISEGUAGLIANZE DEL PIANETA: sia nei rapporti tra Global North e Global South, sia all’interno di ogni singolo paese: ciò che unisce in un unico obiettivo giustizia sociale e giustizia ambientale.    SECONDO, I PROFUGHI. La distinzione tra PROFUGHI DI GUERRA E MIGRANTI ECONOMICI, su cui i governi dell’Ue stanno costruendo le loro politiche di difesa da questa presunta invasione di nuovi «barbari», non ha alcun fondamento: ENTRAMBI SONO IN REALTÀ «PROFUGHI AMBIENTALI», perché all’origine delle condizioni che li hanno costretti a fuggire dai loro paesi, cosa che nessuno fa mai volentieri, c’è una insostenibilità provocata dai cambiamenti climatici, dal saccheggio delle risorse locali, dalla penuria di acqua, dall’inquinamento dei suoli, tutti fenomeni in larga parte prodotti dall’economia del Global North.

   Il problema occuperà tutto lo spazio del discorso politico e del conflitto nei prossimi anni. E, nel tentativo di scaricarsene a vicenda l’onere, sta dividendo tra loro i governi dell’Unione europea che avevano invece trovato l’unanimità nel far pagare alla Grecia la sua ribellione contro l’austerità. L’Ue, non come istituzione, e neanche nei suoi confini, bensì come ambito di UN PROCESSO SOCIALE, CULTURALE E POLITICO CHE ABBRACCIA INSIEME ALL’EUROPA TUTTO LO SPAZIO GEOGRAFICO E POLITICO COINVOLTO DA QUESTI FLUSSI, deve restare un punto di riferimento irrinunciabile per una prospettiva politica che, rinchiusa a livello nazionale, non ha alcuna possibilità di affermarsi.

   Coloro che si sono riuniti per affermare un loro posizionamento riassunto nelle formule «No all’euro, No all’UE, No alla Nato» (declinate in termini di sovranità nazionale, anche con lo slogan «Fuori l’Italia dalla Nato», che lascia da parte l’Europa) si sono dimenticati dei profughi. Nella loro prospettiva a fronteggiare i flussi presenti e futuri, sia con i respingimenti che con l’accoglienza, resterebbero solo gli unici due punti di approdo di questo esodo: Italia e Grecia.

   Ma mentre l’Europa nel suo complesso avrebbe le risorse per farvi fronte, l’Italia, con una recuperata sovranità — posto che la cosa abbia senso e sia realizzabile – ne rimarrebbe schiacciata: il che forse rientra tra le opzioni della governance europea, non tra le nostre.

   Quei flussi migratori stanno però creando una frattura sociale, culturale e politica anche all’interno di ogni paese: tra una componente maggioritaria, ma non ancora vincente, di razzisti, che vorrebbero sbarazzarsi del problema con le spicce, e una componente solidale, oggi minoritaria, ma tutt’altro che insignificante (come lo è invece la maggior parte della sinistra europea).

   Tra loro i governi dell’Europa si barcamenano: dopo aver aizzato il loro elettorato, per fidelizzarlo, contro i popoli fannulloni e parassiti che sarebbero all’origine della crisi economica, si rendono ora conto che quel tema gli sta sfuggendo di mano e viene ripreso, in funzione anti-migranti, da forze ben più capaci di loro di metterlo a frutto.

   Se per fermare quei flussi bastasse adottare misure molto dure, come barriere, respingimenti, esternalizzazione dei campi, esclusione sociale e carcerazione, probabilmente avrebbero già vinto i nostri antagonisti. Ma le cose non stanno così.

   Innanzitutto quei profughi e migranti sono già, per molti versi, cittadini europei, perché si sentono tali: vedono nell’Europa la zona forte di un’area molto più vasta, quella dove si manifestano gli effetti dei processi – guerre, dittature, devastazioni, cambiamenti climatici – che li hanno costretti a fuggire.

   Pensano all’Europa come a un loro diritto: un sentire che li pone in aperto conflitto con i governi dell’Unione, che di quel diritto non ne vogliono sapere. Per questo sono una componente fondamentale del proletariato europeo che esige un cambiamento di rotta fuori e dentro i confini dell’Unione.

   Poi, sigillare la «fortezza Europa» non è semplice: significa addossarsi la responsabilità di una strage continua e crescente che sconfina con una politica di sterminio pianificata e organizzata: un processo già in corso da tempo e taciuto nel suo svolgimento quotidiano. Ma quanti sanno che i morti nei deserti, durante la traversata verso i porti di imbarco, sono più numerosi degli annegati nel Mediterraneo?

   TERZO: LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE non può che tradursi in feroce irrigidimento degli assetti politici interni: repressione, autoritarismo, disciplinamento e limitazione delle libertà; a complemento delle politiche di austerità.

   Infine, in una prospettiva di militarizzazione sociale non c’è spazio per la conversione ecologica e la lotta contro i cambiamenti climatici. Ma il deterioramento di clima e ambiente procederà comunque, trovando la fortezza Europa sempre più impreparata sia in termini di mitigazione che di adattamento.

   Per questo accoglienza, inclusione e inserimento sociale e lavorativo dei profughi si innestano sui programmi di conversione ecologica: attraverso diversi passaggi: occorre PRENDERE ATTO CHE I CONFINI DELL’EUROPA non coincidono né con quelli dell’euro, né con quelli dell’Unione o della Nato, ma ABBRACCIANO TUTTI I PAESI DA CUI PROVENGONO I FLUSSI MAGGIORI DI MIGRANTI: MEDIO ORIENTE, MAGHREB, AFRICA SUBSAHARIANA.

   Occorre saper vedere nei PROFUGHI che raggiungono l’Europa, o che sono già insediati in essa, ma anche in quelli malamente accampati ai suoi confini, i REFERENTI – grazie anche ai rapporti che continuano a intrattenere con le loro comunità di origine – DI UN’ALTERNATIVA SOCIALE ALLE FORZE OGGI IMPEGNATE NELLE GUERRE, nel sostegno alle dittature e nelle devastazioni dei territori che li hanno costretti a fuggire. Non c’è partigiano della pace migliore di chi fugge dalla guerra; né sostenitore della rinascita del proprio paese più convinto di chi ha subito le conseguenze del suo degrado.

   Dobbiamo vedere nell’inserimento lavorativo dei profughi una componente irrinunciabile della loro inclusione sociale e politica. Per questo OCCORRONO MILIONI DI NUOVI POSTI DI LAVORO, un’abitazione decente e un’assistenza adeguata sia per loro che per i cittadini europei che ne sono privi. Non bisogna alimentare l’idea che ai profughi siano destinate più risorse di quelle dedicate ai cittadini europei in difficoltà.

   LA CONVERSIONE ECOLOGICA e, ovviamente, LA FINE DELLE POLITICHE DI AUSTERITÀ POSSONO RENDERE EFFETTIVO QUESTO OBIETTIVO. I settori in cui è essenziale intervenire sono noti: FONTI RINNOVABILI, EFFICIENZA ENERGETICA, AGRICOLTURA E INDUSTRIA DI PICCOLA TAGLIA, ECOLOGICHE E DI PROSSIMITÀ, GESTIONE DEI RIFIUTI, MOBILITÀ SOSTENIBILE, EDILIZIA E SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO. Oltre agli ambiti trasversali: CULTURA, ISTRUZIONE, SALUTE, RICERCA.

   L’establishment europeo non ha né la cultura, né l’esperienza, né gli strumenti per affrontare un compito del genere; ha anzi dimostrato di non volere accogliere né includere neanche milioni di cittadini europei a cui continua a sottrarre lavoro, reddito, casa, istruzione, assistenza sanitaria, pensioni.

   Meno che mai si può affidare quel compito alle forze «spontanee» del mercato. Solo il terzo settore, l’economia sociale e solidale, nonostante tutte le aberrazioni di cui ha dato prova in tempi recenti — soprattutto in Italia, e soprattutto nei confronti dei migranti — ha maturato un’esperienza pratica, una cultura e un bagaglio di progetti in questo campo.

   Per questo è della massima importanza impegnarsi nella promozione di questi obiettivi, anche utilizzando la scadenza del FORUM EUROPEO DELL’ECONOMIA SOCIALE E SOLIDALE a Bruxelles il prossimo 28 gennaio. (Guido Viale)

………………………

RIPERCUSSIONI SULL’UNIONE

L’EMERGENZA IMMIGRATI CAMBIA LA UE

di Lorenzo Codogno, da “il Sole 24ore” del 31/10/2015:

   Ogni giorno arrivano segnali nuovi che mettono in luce come la crisi dell’immigrazione sia un elemento dirompente, che modifica i rapporti di forza e gli equilibri politici, con evidenti conseguenze anche per il processo d’integrazione e la governance economica dell’Europa.

   Il problema dell’immigrazione è troppo grande e complesso per essere confinato alla sfera economica. Coinvolge infatti aspetti umanitari, sociali, di assistenza e inclusione, di sicurezza e persino religiosi. Va alla radice dell’integrazione e della ragion d’essere stessa dell’Europa.

   Tuttavia, partendo dall’aspetto economico, l’ondata di immigrazione potrebbe dare una spinta positiva alla crescita potenziale, se ovviamente è gestita in modo adeguato.

   I rifugiati tendono ad essere adulti in età lavorativa, già formati o quantomeno pronti ad entrare nel mercato del lavoro, e quindi possono produrre uno shock d’offerta con effetti positivi permanenti. Oltre a questo potrebbe anche esserci uno stimolo di breve termine dovuto alla domanda aggiuntiva di servizi pubblici: dall’assistenza all’accoglienza umanitaria, dalla sicurezza agli altri servizi che un flusso di persone così importante può mettere in moto.

   In una fase successiva vi sarà probabilmente anche l’effetto della spesa aggiuntiva per consumi. Ma tutto questo non va sopravvalutato. Inoltre, queste spese vanno a pesare sui bilanci pubblici e quindi, almeno in parte, sono giustificate le richieste di flessibilità supplementare, ed in particolare quella dell’Italia, purché la spesa sia canalizzata in modo efficace per migliorare l’integrazione e generare crescita futura.

La letteratura economica suggerisce che gli effetti dell’ondata migratoria sui salari e sull’occupazione dell’attuale forza lavoro sono per lo più modesti. Tuttavia, vi potrebbe essere una certa pressione nel mercato del lavoro, soprattutto per quanto riguarda i lavori poco qualificati, dato il livello generalmente basso di qualificazione ed esperienza professionale degli immigrati nonché le barriere linguistiche.

   Questo peraltro spingerebbe gli attuali lavoratori verso occupazioni più qualificate e meglio pagate. Il flusso migratorio metterà a dura prova i sistemi di assistenza sanitaria e più in generale il welfare, anche se il bilancio tra contributi ed erogazioni almeno nella fase iniziale in genere è positivo a condizione che i lavoratori siano regolari e quindi paghino i contributi.

   La chiave, tuttavia, sarà la capacità delle istituzioni di fornire assistenza, servizi di collocamento e politiche attive nel mercato del lavoro per permettere un’integrazione rapida e socialmente accettabile. L’enorme afflusso è avvenuto in un intervallo di tempo molto breve e in alcune aree specifiche, soprattutto in Germania e in alcune grandi città.

   Gestire tutte le varie implicazioni di questa ondata non sarà facile perché rischia di minare il tessuto sociale e gli equilibri politici dell’Europa. In primo luogo, il rischio è all’interno di ciascun paese dove l’elettorato potrebbe spostarsi verso movimenti che con varie sfumature sono xenofobi o anti-immigrazione. Se questo spostamento elettorale non è adeguatamente controbilanciato, potrebbe provocare instabilità politica e cambiamenti di governo. Potrebbe anche spingere i governi in carica ad adottare politiche sempre più restrittive in materia di immigrazione.

   In secondo luogo, implicitamente gli spostamenti elettorali potrebbero fornire l’alibi per atteggiamenti anti-Europei o euro-scettici. Questo dipenderà anche dalle risposte politiche che saprà dare l’Europa. L’accordo di Schengen, che garantisce la libertà di circolazione all’interno dell’Unione europea potrebbe indebolirsi al punto da divenire inefficace. Ciò metterebbe in discussione uno dei pilastri del progetto di integrazione politica ed economica.

Infine, potrebbe cambiare il panorama geo-politico dell’Europa. II paradigma che ha di fatto dominato le politiche dell’UE degli ultimi anni potrebbe essere messo in discussione dalle crepe apertesi nelle relazioni tra la Germania ed alcuni dei suoi tradizionali alleati. È noto che il sistema di quote per la condivisione dei richiedenti asilo all’interno della Ue è fortemente contrastato dal cosiddetto gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia) e da ultimo i contrasti con l’Austria e da altri Paesi, peraltro su una materia dove vige il voto a maggioranza qualificata.

Un’opposizione così netta alla politica che sta portando avanti la Cancelliere Merkel potrebbe avere conseguenze e diramazioni più ampie anche in materia economica e di governance. In questo senso, l’atteggiamento “politico” più accomodante della Commissione Europea in materia fiscale potrebbe essere solo un primo assaggio, con tutte le opportunità ma anche i rischi che questo comporta. (Lorenzo Codogno)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...