L’ATTACCO A PARIGI, AL CUORE D’EUROPA – Un terrorismo dalle radici cosmopolite: giovani integralisti islamici europei (belgi, francesi) con guerriglieri dell’Isis della Siria – Può l’Occidente, proporre ai giovani (delle banlieue europee e del Medio Oriente) una via pacifica di speranza per superare la violenza?

parigi metro

UNA PATRIA PER GIORDANO BRUNO E PER CHI AMA LA LIBERTÀ

   Vedendo scorrere in tv le immagini di follia e di morte, per tutta la notte non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia Parigi, che ho frequentato e ho imparato a considerare sempre più come una mia patria. È a Parigi che ho avuto l’opportunità di capire fino in fondo una bellissima frase di Giordano Bruno: «Al vero filosofo ogni terreno è patria». Perché la patria non è solo la città in cui sei nato, ma il luogo (o i luoghi) che ti ha (ti hanno) offerto l’opportunità di diventare quello che sei.

   Nelle sue peregrinazioni alla ricerca della libertà, Giordano Bruno aveva compreso che per sentirsi «a casa» bastava avere una biblioteca, un foglio, un calamaio, una penna e, soprattutto, un posto sicuro dove pensare e scrivere senza vincoli. Non a caso — accolto con tutti gli onori in Francia dal re Enrico III — il filosofo aveva capito immediatamente le pericolose conseguenze del fanatismo religioso. Nella guerra fratricida tra protestanti e cattolici, il Nolano aveva intravisto i segni di una rovinosa follia.

   Ecco perché in queste drammatiche situazioni è più facile capire i nostri debiti di gratitudine per la Francia, che ci ha accolti, ci ha offerto prestigiose biblioteche e ricchissimi musei, ci ha permesso di frequentare università e centri di ricerca. È in questi luoghi che molti di noi riconoscono la loro patria. Perché, come l’esperienza stessa di Giordano Bruno ci insegna, le patrie possono essere molte.

   Adesso è necessario sangue freddo per non sbagliare: chiudere frontiere, sollevare muri, alzare barriere sarebbe una risposta sbagliata. Che le scuole, le università e le accademie, invece, possano far capire ai nostri giovani che sentirsi francesi o tedeschi o spagnoli non significa tagliare le proprie radici, ma, al contrario, uscire fuori dai ristretti perimetri della piccola patria per abbracciare l’umanità intera. (NUCCIO ORDINE, da “il Corriere della Sera” del 15/1/2015)

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SAINT DENIS – PARIS - MERCOLEDÌ 18 NOVEMBRE è avvenuta A SAINT-DENIS UNA GROSSA OPERAZIONE ANTITERRORISMO della polizia francese. SAINT-DENIS È UN COMUNE A NORD DI PARIGI, in Francia, ma che fa sostanzialmente parte della capitale francese. A SAINT-DENIS C’È ANCHE LO STADE DE FRANCE dove venerdì 13 novembre sono avvenuti alcuni degli attentati terroristici in cui sono state uccise 129 persone. Per ora la procura francese ha confermato la morte di due sospettati – uno dei due, una donna, si è suicidata azionando una cintura esplosiva – e l’arresto di sette persone. L’operazione della polizia è iniziata intorno alle 4.20 del mattino ed è durata circa 7 ore: gli abitanti della zona hanno detto di avere sentito spari ed esplosioni. Le scuole attorno all’area dove si è svolta l’operazione sono rimaste chiuse. Secondo alcuni media locali e internazionali, l’operazione di polizia a Saint-Denis è stata messa in piedi per arrestare Abdelhamid Abaaoud, cittadino belga di 27 anni che negli ultimi due giorni è stato identificato come l’organizzatore degli attentati di Parigi. Non sono informazioni confermate ufficialmente: le autorità non hanno confermato né che Abaaoud sia l’organizzatore degli attentati, né che si trovi a Saint-Denis. (da IL POST.IT del 18/11/2015)
SAINT DENIS – PARIS – MERCOLEDÌ 18 NOVEMBRE è avvenuta A SAINT-DENIS UNA GROSSA OPERAZIONE ANTITERRORISMO della polizia francese. SAINT-DENIS È UN COMUNE A NORD DI PARIGI, in Francia, ma che fa sostanzialmente parte della capitale francese. A SAINT-DENIS C’È ANCHE LO STADE DE FRANCE dove venerdì 13 novembre sono avvenuti alcuni degli attentati terroristici in cui sono state uccise 129 persone. Per ora la procura francese ha confermato la morte di due sospettati – uno dei due, una donna, si è suicidata azionando una cintura esplosiva – e l’arresto di sette persone. L’operazione della polizia è iniziata intorno alle 4.20 del mattino ed è durata circa 7 ore: gli abitanti della zona hanno detto di avere sentito spari ed esplosioni. Le scuole attorno all’area dove si è svolta l’operazione sono rimaste chiuse. Secondo alcuni media locali e internazionali, l’operazione di polizia a Saint-Denis è stata messa in piedi per arrestare Abdelhamid Abaaoud, cittadino belga di 27 anni che negli ultimi due giorni è stato identificato come l’organizzatore degli attentati di Parigi. Non sono informazioni confermate ufficialmente: le autorità non hanno confermato né che Abaaoud sia l’organizzatore degli attentati, né che si trovi a Saint-Denis. (da IL POST.IT del 18/11/2015)

   Negli attentati di Parigi della sera di venerdì 13 novembre (che hanno provocato 129 morti colpendo indistintamente tra i civili, parigini e non, cristiani o musulmani…) non si riesce a capire (ancora) se il cosiddetto Stato islamico (IS, Islamic State, o ISIS, cioè Islamic State of Iraq and the Siria che questa è l’accezione più comune, più usata, oppure ISIL, cioè Islamic State of Iraq and the Levant, come viene usato dal governo americano; o l’accezione del governo della Francia e che si ritiene più corretta, cioè DAESH -o Dāʿish- perché si rifà dall’arabo e significa sempre stato islamico, ma è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia»)… ebbene non si capisce ancora se nel massacro parigino del 13 novembre scorso, DAESH abbia fornito ai 9 terroristi soltanto l’ispirazione, o se abbia garantito una regia, oltre a soldi e mezzi.

UNA DELEGAZIONE DI IMAM delle moschee della regione di Parigi ha reso omaggio alle vittime della strage del Bataclan (in alto nella foto si possono vedere gli imam) intonando la Marsigliese davanti al teatro. Gli imam hanno quindi pregato per alcuni minuti alla presenza di centinaia di parigini che il giorno dopo hanno affollato il luogo dell'attacco terrorista
UNA DELEGAZIONE DI IMAM delle moschee della regione di Parigi ha reso omaggio alle vittime della strage del Bataclan (in alto nella foto si possono vedere gli imam) intonando la Marsigliese davanti al teatro. Gli imam hanno quindi pregato per alcuni minuti alla presenza di centinaia di parigini che il giorno dopo hanno affollato il luogo dell’attacco terrorista

   La questione della “regia” non è secondaria. Pur non avendo dubbi (dalle informazioni che i media danno) che si tratta, per quanto riguarda gli esecutori materiali della strage, di giovani terroristi “europei”, nati, cresciuti, vissuti nelle BANLIEUE parigine e nel quartiere “musulmano” in Belgio a Bruxelles MOLENBEEK, è appunto da capire se hanno operato autonomamente, di propria iniziativa (ovviamente su ispirazione delle guerra all’Occidente proposta dall’Isis)… Oppure che la regia della terribile serata di venerdì 13 novembre a Parigi è pura diretta emanazione del Daesh (o Isis, come volete chiamarlo, noi proponiamo di chiamarlo casualmente in un modo o nell’altro…).

   E in quest’ultimo caso l’Isis, se fosse così, se la regia partisse veramente dai territori sotto il loro controllo nella Siria e nell’Iraq, significherebbe che l’Isis non “opera” più solo in quei territori mediorientali, ma organizza e pianifica LA GUERRA GLOBALE ALL’OCCIDENTE in ogni dove. E Parigi meglio di tutte le metropoli rappresenta “l’Occidente” (anche più di New York), per la sua storia, il suo carattere cosmopolita (nei 129 morti degli attentati della sera del 13 novembre sono rappresentate 19 nazionalità diverse, come ha detto il presidente Hollande nel discorso a Versailles al parlamento…); per il fatto che Parigi ha una presenza di musulmani fino alla terza generazione nati in Francia, provenienti dalle ex colonie africane (in particolare di derivazione algerina).

Pioggia di bombe sull’Isis. La Francia reagisce: distrutta RAQQA
Pioggia di bombe sull’Isis. La Francia reagisce: distrutta RAQQA

   Parigi è così un raro caso di metropoli dove la vita è dinamica, si vive bene e si “abita bene” (escludendo appunto le sacche di emarginazione, povertà delle aree periferiche, le banlieue. E poi, oltre al simbolo “dell’Occidente” da combattere per i terroristi integralisti islamici, Parigi rappresenta un primario obiettivo perché la Francia (il governo francese) sta combattendo con i propri bombardieri l’Isis nei territori siriani…

   Scenari che si presentano in ogni caso assai preoccupanti, tetri per tutti. In una geografia dei continenti dove si azzera ogni confine tradizionale: non ci sono più limiti invalicabili ai conflitti, i confini non esistono più. E semmai c’è un concentrarsi su obiettivi simbolici importanti, in primis le grandi capitali europee (e americane, come è accaduto a New York l’11 settembre 2001): come è accaduto l’11 marzo 2004 a Madrid, il 7 luglio 2005 nella metropolitana di Londra, e appunto per ben due volte nel 2015 a Parigi…

MOLENBEEK (BRUXELLES) - Questo grande quartiere è a due passi dal centro di Bruxelles. SI CHIAMA MOLENBEEK- SAINT-JEAN. Ma per tutti è BELGISTAN. Da almeno 25 anni. È LA CULLA DEL JIHADISMO, la centrale del reclutamento dei foreign fighters in Europa, è un grande sobborgo dove tutto, perfino la stessa architettura fiamminga, ha assunto le sembianze di un quartiere maghrebino. SI PARLA ARABO, COME ARABE SONO LE INSEGNE DEI NEGOZI E DEI RISTORANTI. Le donne girano velate, gli uomini si incontrano nei bar dove trascorrono gran parte delle loro giornate. Il 30 per cento dei circa 100mila abitanti è giovane. La metà sono disoccupati. Scuola abbandonata, molta droga, gioco d’azzardo, qualche rapina. LA RELIGIONE, con la moschea e le lunghissime discussioni nelle sale da tè, È IL COLLANTE DI UNA COMUNITÀ CHIUSA IN SE STESSA. Ma il tempo, gli imam che si sono alternati nelle piccole scuole coraniche e la guerra in Siria e in Iraq hanno esaltato gli animi. MOLENBEEK OGGI È UNA POLVERIERA. Una roccaforte dell’islam radicale. La polizia lo sa molto bene. Controlla, interviene, ferma, arresta. Ma il ricambio è continuo. (Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubblica” del 16/1172015)
MOLENBEEK (BRUXELLES) – Questo grande quartiere è a due passi dal centro di Bruxelles. SI CHIAMA MOLENBEEK- SAINT-JEAN. Ma per tutti è BELGISTAN. Da almeno 25 anni. È LA CULLA DEL JIHADISMO, la centrale del reclutamento dei foreign fighters in Europa, è un grande sobborgo dove tutto, perfino la stessa architettura fiamminga, ha assunto le sembianze di un quartiere maghrebino. SI PARLA ARABO, COME ARABE SONO LE INSEGNE DEI NEGOZI E DEI RISTORANTI. Le donne girano velate, gli uomini si incontrano nei bar dove trascorrono gran parte delle loro giornate. Il 30 per cento dei circa 100mila abitanti è giovane. La metà sono disoccupati. Scuola abbandonata, molta droga, gioco d’azzardo, qualche rapina. LA RELIGIONE, con la moschea e le lunghissime discussioni nelle sale da tè, È IL COLLANTE DI UNA COMUNITÀ CHIUSA IN SE STESSA. Ma il tempo, gli imam che si sono alternati nelle piccole scuole coraniche e la guerra in Siria e in Iraq hanno esaltato gli animi. MOLENBEEK OGGI È UNA POLVERIERA. Una roccaforte dell’islam radicale. La polizia lo sa molto bene. Controlla, interviene, ferma, arresta. Ma il ricambio è continuo. (Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubblica” del 16/1172015)

   In questo NOVEMBRE 2015 ci sono stati e ci sono un intersecarsi di avvenimenti internazionali, istituzionali, geopolitici, molto importanti:

1- si è concluso il 14 novembre il VERTICE DI VIENNA tra i Paesi del gruppo internazionale SULLA SIRIA, tra i quali gli USA, la RUSSIA e i rivali regionali ARABIA SAUDITA e IRAN, con l’ACCORDO PERCHÉ IN SIRIA FINISCA IL REGIME DI ASSAD dal primo gennaio prossimo con la formazione di un governo di transizione entro sei mesi, e l’approvazione di una nuova Costituzione ed elezioni sotto l’egida dell’Onu entro 18 mesi (per il momento non vi è alcun cessate il fuoco e restano irrisolti alcuni problemi centrali, a partire da quale sarà la sorte del presidente Bashar al Assad).

2- C’è stato il G20 ad ANKALYA in TURCHIA il 14-15 novembre (sotto l’emozione e l’eco degli attentati di Parigi del precedente venerdì sera…) che ha raggiunto un accordo per più sicurezza nella lotta contro chi finanzia i terroristi e misure per il blocco della propaganda terroristica sul web (sono alcuni dei punti della bozza del documento in 9 punti dedicato al terrorismo).

3- Il 30 novembre si aprirà proprio a Parigi la CONFERENZA INTERNAZIONALE SUL CLIMA (denominata cop21) con l’ambizioso obiettivo di definire un accordo tra tutti i Paesi partecipanti (ben 195), per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C e al tempo stesso mitigare gli effetti che inevitabilmente i cambiamenti climatici stanno causando.

FACCIA A FACCIA BARACK-PUTIN ad ANTALYA, in Turchia, al vertice del G20 il 15 novembre scorso - IMPERATIVO RISOLVERE LA CRISI DELLA SIRIA - Risolvere il conflitto in Siria è più che mai un imperativo alla luce degli attacchi di Parigi: questo - secondo quanto riporta la Casa Bianca - è l'impegno di Barack Obama e Vladimir Putin preso nel corso di un faccia a faccia a margine del G20 durato circa 35 minuti. I due leader - nel corso di una discussione che la Casa Bianca definisce costruttiva - hanno sottolineato i progressi diplomatici raggiunti a Vienna sulla Siria. Progressi che si sono tradotti nell'accordo del 14 novembre, i cui contenuti sono condivisi da Washington e Mosca: dalla necessità di un immediato cessate il fuoco a quella di una transizione politica che parta da una mediazione dell'Onu tra il regime di Damasco e i rappresentanti dell'opposizione
FACCIA A FACCIA BARACK-PUTIN ad ANTALYA, in Turchia, al vertice del G20 il 15 novembre scorso – IMPERATIVO RISOLVERE LA CRISI DELLA SIRIA – Risolvere il conflitto in Siria è più che mai un imperativo alla luce degli attacchi di Parigi: questo – secondo quanto riporta la Casa Bianca – è l’impegno di Barack Obama e Vladimir Putin preso nel corso di un faccia a faccia a margine del G20 durato circa 35 minuti. I due leader – nel corso di una discussione che la Casa Bianca definisce costruttiva – hanno sottolineato i progressi diplomatici raggiunti a Vienna sulla Siria. Progressi che si sono tradotti nell’accordo del 14 novembre, i cui contenuti sono condivisi da Washington e Mosca: dalla necessità di un immediato cessate il fuoco a quella di una transizione politica che parta da una mediazione dell’Onu tra il regime di Damasco e i rappresentanti dell’opposizione

   Pertanto il massacro terrorista della sera del 13 novembre a Parigi accelera una situazione di disagio internazionale, di incapacità europea (e occidentale, americana…) di “fare qualcosa” di decisivo per bloccare il caos: c’è anche la sensazione che se l’Isis sarà sconfitto, altri “isis” si creeranno; se la Siria supererà la dittatura di El Assad che accadrà di quei territori, chi sostituirà la dinastia dell’attuale despota? (per questo a Vienna si è deciso di “provare a guidare” la transizione verso elezioni entro 18 mesi con l’egida dell’Onu…)

…Il caso Libia, che con la fine di Gheddafi la situazione ha portato a una guerra civile interna tra fazioni, dimostra che un progetto di “nuova società”, nuovo stato sia tutt’altro che facile . Su che basi un nuovo stato?…. un GOVERNO MONDIALE sarebbe necessario per stabilire regole da rispettare, come la tutela della persona nei suoi diritti fondamentali, delle minoranze etniche, di una legalità nei rapporti economici, di libertà religiosa… Oltreché provare a proporre REGIONI GEOGRAFICHE NUOVE che rispettino la collocazione di etnie minoritarie o maggioritarie che siano, in un processo di individuazione di poteri locali, nazionali…. Regioni geografiche che siano improntate a ORGANIZZAZIONI GEOPOLITICHE FEDERALISTE in grado di stabilire pace, democrazia, sicurezza e sviluppo.

G20: I 20 Paesi al mondo con un'economia più forte (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
G20: I 20 Paesi al mondo con un’economia più forte (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Tornando poi al terrorismo del DAESH (o di una “cellula” autonoma di integralisti islamici francesi e belgi come può apparire), è emblematico il fatto che al vertice del G20 in Turchia sia stato il leader russo Vladimir Putin a mettere in rilievo che proprio tra i Paesi lì presenti (le venti maggiori economie nazionali del mondo) c’erano ALCUNI CHE HANNO FINANZIATO O STANNO FINANZIANDO L’ISIS; e tanti che fanno AFFARI VENDENDO ai terroristi integralisti islamici ARMI (anche se magari per vie indirette, con triangolazioni di Paesi, COMPRESA L’ITALIA). O, sempre con gli stessi metodi, COMPRANDO DALL’ISIS PETROLIO (nei territori iracheni e siriani da loro occupati) e sponsorizzando la violenza integralista… ebbene il fatto che Putin abbia messo in evidenza tutto questo, è un riconoscimento all’uomo politico russo che peraltro dentro e fuori la propria patria si muove con metodi autoritari da vero despota. Ma in questo caso ha avuto il coraggio (o il cinismo, o l’opportunità di rientrare in gioco nello scacchiere internazionale…) di dire una verità: cioè che l’Occidente non può sconfiggere la violenza dell’integralismo islamico perché ne è ambiguamente coinvolto, economicamente, moralmente.

   Pertanto la sconfitta del DAESH, e del terrorismo nelle nostre città, passa in primis per rapporti internazionali, nell’economia, nella finanza, nella politica, più puliti e onesti di quel che ora l’Occidente mette in pratica. (s.m.)

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BANLIEUE: NELLE PERIFERIE FUORI CONTROLLO

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 16/11/2015

A Courcouronnes, dove è nato uno dei kamikaze
A Courcouronnes, dove è nato uno dei kamikaze

– A COURCOURONNES dove è nato il kamikaze del teatro: «Qui possiamo diventare solo spacciatori o soldati» – Hanno Parigi sotto mano ma non possono toccarla; da uscire pazzi – Nessuno difende i terroristi; quasi nessuno sostiene l’unione repubblicana – Destra e sinistra unite almeno sino ai funerali delle vittime. Né con lo Stato Islamico, né con lo Stato francese –

Courcouronnes
Courcouronnes

PARIGI – Non amano i «barbuti», come chiamano i reclutatori islamici; ma odiano di più i poliziotti. «Nessun terrorista mi ha mai fatto questo» dice un ragazzo ivoriano mostrando sotto la camicia i segni delle manganellate.

   Dalla capitale si arriva a COURCOURONNES in 40 minuti di treno. Qui è nato ISMAIL MOSTEFAI, il kamikaze riconosciuto dal frammento del dito indice, qui ha commesso i suoi primi reati, qui ha avuto le sue otto condanne senza fare un giorno di prigione. Nel sobborgo di BANDOUFLE, al 48 di rue de la Faisanderie, in una villetta con nanetto in giardino e orchidea di plastica alla finestra, vive il fratello, con la moglie Sarah, due bambini di 4 e 3 anni e una bimba di 5 mesi. Racconta la vicina bionda che sono venuti a prenderlo all’alba: reparti speciali, volto coperto, tiratori sui tetti. «Ma lui è una brava persona, non vede Ismail da anni. Fa la guardia giurata. I suoi bambini giocano a calcio con i miei nipoti. Quando è arrivato, due anni fa, ci ha invitati per l’aperitivo. L’estate scorsa siamo andati insieme a veder passare il Tour de France…».

   La signora è interrotta dallo stridio di un Suv. Ne escono un uomo e una donna, il viso nascosto da un cappuccio. Secondo la Procura di Parigi il fratello di Mostefai dovrebbe essere ancora in cella, ma quest’uomo ha le chiavi di casa, entra a prendere qualcosa, esce senza dire una parola. Gli faccio una domanda in francese, mi allontana con una mano, con l’altra stringe il cappuccio. Un collega americano gli parla in arabo, lui reagisce con un ruggito, poi salta in auto, sbanda, sparisce.

   Courcouronnes è un paese di piccola borghesia, con il ristorante italiano e il liceo Truffaut, circondato da «cité», cittadelle dai nomi evocativi — le Piramidi, il Canale, il parco delle Lepri —, in realtà DESERTI URBANI: 5 mila abitanti, neanche una panetteria. Tutti indossano vesti tradizionali fino ai piedi o tute da ginnastica. Tutti hanno gli auricolari a isolarli dal mondo. Non si dicono bonjour ma salam-aleikum , non si dicono au revoir ma inshallah.

   Qualcuno lavora ai mercati generali di RUNGIS, tra i cibi e le merci che i parigini ordinano al ristorante o comprano nei negozi; loro si limitano a scaricarle. Le altre fonti di reddito sono la droga e gli scippi, la voce popolare vuole che le squadre si siano divise i giorni — martedì e venerdì — e le specializzazioni: chi ruba i soldi a quelli che vanno al mercato, chi la spesa a quelli che tornano.

   Anche una vittima della strage era nata qui. ASTA DIAKITÉ lavorava per un’associazione benefica: Barakacity, la città della grazia, simbolo una cupola con la mezzaluna. La sede è tutta bruciacchiata: ogni tanto gli islamisti le danno fuoco. Dem, di famiglia senegalese, era suo amico: «Una ragazza meravigliosa, che cercava una patria. Noi siamo francesi. Ma la Francia non ci vuole. Appena sentono il nostro accento, il posto di lavoro non c’è più; appena ascoltano il nostro nome, la casa è già affittata. Alle ragazze va anche peggio. Siccome portano il velo, nessuno le assume. In piscina non possono andare perché le obbligano a mischiarsi con gli uomini». Donne e uomini insieme: cosa c’è di male? «Non è la nostra cultura. I terroristi sono stupidi perché ora noi musulmani staremo ancora peggio. Hanno fatto un favore al Front National».

   Marine Le Pen nel frattempo esce dall’Eliseo, dove ha chiesto a Hollande di «disarmare le banlieue, perquisirle, svuotarle dai fondamentalisti».

   All’ora della preghiera, la moschea di Courcouronnes è quasi vuota. Il rettore, KHALIL MERRAN, originario di CEUTA, MAROCCO, è anche il vicepresidente delle moschee di Francia. Gli hanno dato la scorta. Si fa fotografare con il vescovo e il rabbino in piazza dei Diritti dell’uomo, poi partecipa alla messa nella cattedrale di Evry.

   «Ismail? Qui si faceva chiamare Omar. Il ramo storto di un albero sano; la sua è una famiglia normale». Chi l’ha convertito alla jihad? «Un imam potentissimo». E chi sarebbe? «GOOGLE. Questi ragazzi non sanno nulla di religione. Sono schiavi di Internet, PLAGIATI DALLA RETE. Io ho visto i siti islamisti. Sono fatti molto bene. Promettono denaro, donne, armi, potere e gloria imperitura. Ti fanno sentire parte di qualcosa».

   Proprio questo manca ai ragazzi di COURCOURONNES e di MONTREUIL, la banlieue alle porte di Parigi dove, in rue Edouard Vaillant 14, davanti al murale con una donna africana, hanno trovato la Seat nera piena di kalashnikov usata dai terroristi. Forse qui avevano un covo, o un complice. Per terra restano pezzi di vetro scuro. Siamo a 800 metri dal supermercato ebraico attaccato a gennaio. Montreuil per metà vota comunista, per metà Front National.

   Tra le villette dei pensionati e i grattacieli degli immigrati c’è un antico muro, costruito per proteggere i frutteti del Re Sole, che ora torna utile a dividere le due comunità.

   I bastioni della CITÉ DES GRANDS-PÊCHERS, città dei grandi peschi, si ergono come le torri del ghetto di Venezia: al numero 1 i maliani, al 2 i senegalesi, al 3 i maghrebini. È la SEPARAZIONE DIVENUTA VISIBILE. Non entrano né tram, né bus, né auto della polizia, ma non per paura; nessuna strada la attraversa. Non si vedono i segni di cordoglio che mostra la tv; solo un display luminoso che sollecita «una reazione repubblicana e popolare».

   Nei cortili ci sono due gruppi: i nonni che sorvegliano i bambini, e i ragazzi che si fanno le canne. I nonni, gli integrati, sono dispiaciuti: «È un disastro. Stanno arrivando a migliaia dal Medio Oriente: e se ci fossero terroristi infiltrati?». Anche voi siete stati migranti. «No. Noi veniamo dall’Algeria. Dipartimento della madrepatria».

   I ragazzi, gli apocalittici, non hanno nulla da perdere. Sono originari del Mali. Tra loro non parlano francese ma una neolingua, chiamata appunto «montreuillois», nata incrociando gli IDIOMI DELLE PERIFERIE: GITANI, AFRICANI, EBRAICI, ARABI, KABYLI. Qualcuno farfuglia con gli occhi persi. Gli altri si dividono tra i pochi convinti che la guerra dichiarata alla Francia li coinvolga, e i tanti che se ne chiamano fuori.

   DIECI ANNI FA LE BANLIEUE ESPLOSERO. A CLICHY-SOUS-BOI, che è dall’altra parte della strada, due adolescenti in fuga dalla polizia, Zyed e Bouna, si nascosero in una cabina dell’elettricità e morirono folgorati. Venti giorni di scontri, 10 mila auto bruciate, stato d’emergenza. Da allora la Francia qui ha speso molto, anche per tenere testa ai finanziamenti legali che arrivano dal Qatar e a quelli illegali.

   I ragazzi riconoscono che le cose sono cambiate; ma in peggio. In mezzo c’è stata la crisi. Dice un nero altissimo, i capelli raccolti in uno chignon: «Mi piaceva la letteratura, ma in classe eravamo in 40 e non imparavo niente. Così ho smesso. Mio fratello ha fatto il lavavetri in Italia. Ho provato anch’io; ma ai semafori cercavano di mettermi sotto. Qui nessuno studia, nessuno lavora. Tranne Marcel». Chi è Marcel? «Un ex amico antillano, che si è arruolato nell’esercito. Soldati e spacciatori: questo possiamo fare. Le banlieue non sono rappresentate. Nessuno di noi è in politica, nessuno in tv, nessuno dei giornali. I registi vengono per girare i loro film, come Kassovitz, e se ne vanno. Dalla cima dei grattacieli vediamo Parigi. Si indovinano la tour Eiffel, la tour Montparnasse. Ma per noi è la città proibita».

   Si vorrebbe credere al titolo patriottico del reportage di Libération — «La Francia è in guerra e può contare sulle sue banlieue» —, ma non è questo il messaggio di Courcouronnes e di Montreuil: i luoghi dov’è nata e dove si è conclusa, per ora, la tragedia del 13 novembre. (Aldo Cazzullo)

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TRA I RAGAZZI DEL BELGISTAN MOSCHEA, DROGA E RABBIA LA CENTRALE DELLA JIHAD DOVE È NATO IL COMMANDO

di Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubblica” del 16/11/2015

– BRUXELLES: tutti gli indizi portano al quartiere di MOLENBEEK, ora assediato dagli agenti: qui i killer di Parigi hanno affittato le auto e da qui partono centinaia di foreign fighter –

MOLENBEEK – «E tu che ti fotografi? Chi sei, cosa fai qui?». Sotto un cielo grigio e gonfio di pioggia, sferzati da raffiche di vento gelido, tre ragazzotti sui vent’anni ci affrontano sguardo duro e mani minacciose. Si avvicinano. Ci chiedono di cancellare le loro facce dalle foto che abbiamo appena scattato con il cellulare. Li accontentiamo. Sul piazzale esterno della stazione della metropolitana di OSSEGHEM, la tensione è alle stelle.

   Il blitz delle forze speciali antiterrorismo belghe ha lasciato il segno. Guidati dagli artificieri che temevano delle trappole esplosive, quaranta poliziotti hanno da poco setacciato il dedalo di viuzze attorno alla piazza del Comune e hanno arrestato cinque persone. Altri due erano già state bloccate nel pomeriggio. Proprio qui, all’uscita della stazione. A pochi metri dove adesso ci troviamo.

   L’arrivo della coppia, l’assalto dei poliziotti in borghese, passamontagna in testa e pistola in pugno, le mani bloccate dietro la schiena, il viso schiacciato sul marmo della panchina. La gente che accorreva, le grida, gli insulti, l’intervento di altri agenti, i mitra che si agitavano in aria. L’urlo delle sirene delle auto, i lampeggianti, le manette, i fermati portati via.

   È l’alba di domenica. Sono passate poche ore. Le strade sono vuote, i negozi chiusi. Girano solo gruppetti di giovani che ti scrutano. Sospetti, paura, molta rabbia. Ci sono decine di indizi, con le ore trasformati in prove, che puntano dritti verso questo grande quartiere a due passi dal centro di Bruxelles. SI CHIAMA MOLENBEEK- SAINT-JEAN. Ma per tutti è BELGISTAN. Da almeno 25 anni. Da quando, dentro la piccola moschea del quartiere, lanciava i suoi appelli alla jihad il predicatore Bassam Ayachi, da tempo riparato in Siria tra le fila del Califfato assieme al figlio, Abdel, morto in combattimento.

   La culla del jihadismo, la centrale del reclutamento dei foreign fighters in Europa, è un grande sobborgo dove tutto, perfino la stessa architettura fiamminga, ha assunto le sembianze di un quartiere maghrebino. SI PARLA ARABO, COME ARABE SONO LE INSEGNE DEI NEGOZI E DEI RISTORANTI. Le donne girano velate, gli uomini si incontrano nei bar dove trascorrono gran parte delle loro giornate. Il 30 per cento dei circa 100mila abitanti è giovane. La metà sono disoccupati. Scuola abbandonata, molta droga, gioco d’azzardo, qualche rapina.

   La religione, con la moschea e le lunghissime discussioni nelle sale da tè, è il collante di una comunità chiusa in se stessa. Ma il tempo, gli imam che si sono alternati nelle piccole scuole coraniche e la guerra in Siria e in Iraq hanno esaltato gli animi. Adesso MOLENBEEK OGGI È UNA POLVERIERA. Una roccaforte dell’islam radicale. La polizia lo sa molto bene. Controlla, interviene, ferma, arresta. Ma il ricambio è continuo.

   Da qui sono partiti i finti giornalisti tunisini che uccidono Massoud in Afghanistan. Qui ha soggiornato a lungo uno dei due fratelli Kouachi, i killer di Charlie Hebdo; qui ha vissuto per mesi a casa della sorella Mehedi Nemmouche, l’autore della strage al museo ebraico di Bruxelles nel maggio del 2014; sempre qui viveva Ayoub el-Khazani, il terrorista armato di Ak-47 che nell’agosto scorso aveva tentato di aprire il fuoco a bordo di un treno Thalys diretto a Parigi. Qui era cresciuto Abdelhamid Abaaoud, 27 anni, nome di battaglia Abu Omar Soussi, considerato il regista occulto della cellula jihadista di Verviers, città belga del Vallone, smantellata il 15 gennaio scorso. Qui sono state acquistate la mitraglietta Scorpion e la pistola Tokaver usate nel negozio KASHER a Parigi. Qui è stata noleggiata e poi parcheggiata per quattro giorni la Volkswagen Polo nera usata dal COMMANDO DEL BATACLAN.

   Sono bastati quattro scontrini del parchimetro di rue Brunfaut ad accendere i fari di nuovo sul santuario belga della jihad. Gli investigatori li hanno trovati sui tappetini. Nel cruscotto c’era il contratto d’affitto. Con tanto di nome e cognome del conducente. È il fratello di uno dei kamikaze che si sono fatti esplodere all’interno del teatro. Si chiama Abdeslam Salah, 26 anni. La polizia ha diffuso la sua foto e la sua identità e chiesto a chiunque di segnalare la sua presenza. C’è un certo imbarazzo tra gli inquirenti. L’uomo faceva parte di un quarto commando, quello di appoggio, che ha fornito armi ed esplosivo. Il logistico. È stato fermato a bordo della sua auto, una Golf, all’alba di sabato ad un posto di blocco di Cabrai, vicino a Calais. Normali controlli. La strage era avvenuta da poche ore. Con lui c’erano altri due uomini. Li hanno lasciati andare. Sono francesi residenti in Belgio. Guarda caso a Molenbeek.

   Ora è in fuga. Lo stanno cercando ovunque. Trovarli è decisivo. Anche per riscattarsi dallo smacco: la polizia li aveva in mano. La seconda auto dei terroristi, una Seat Leon nera, è stata ritrovata ieri pomeriggio a Montreuil, nella Seine- Saint-Denis. Era carica di armi.

   Uno dei sette arrestati in questo quartiere sono altri fratelli del terrorista saltato in aria al Bataclan. Era noto ai servizi d’intelligence perché aveva tentato più volte di partire per la Siria. Uno tra i tanti che vediamo passeggiare nella piazza Comunale. Pochissimi commenti, molta rabbia e fastidio.

   IL BELGISTAN MANTIENE LA SUA IDENTITÀ. E il suo ruolo di serbatoio di terroristi. I commando della strage del 13 novembre facevano parte di una cellula nata e formata qui. Come tante altre, pronte ad agire: 494 belgi sono partiti quest’anno per l’Iraq e la Siria; 272 stanno combattendo. Un esercito di stranieri al servizio del Califfato. È il più forte di tutta l’Europa. Il ministro degli Interni belga Charles Michel lo sa bene. Ha alzato al massimo il livello di allerta. «Molenbeek», annuncia, «sarà ripulito».(Daniele Mastrogiacomo)

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L’IMAM, IL RABBINO E LA MARSIGLIESE: “LA PAURA NON PREVARRÀ”

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 16/11/2015

– Tra il via vai di comuni cittadini l’omaggio delle diverse fedi. Le parole più usate: “Amour” e “Love”. Per battere l’ultimo nemico: il panico –

PARIGI – L’imam e il rabbino si sono chinati insieme davanti al Bataclan. È stato importante, ed è importante che gli imam convenuti abbiano cantato la Marsigliese, che uno degli imam convenuti abbia spiegato: «Sono francese musulmano, e penso di essere più toccato di altri», e abbia aggiunto che «la gran parte degli imam francesi è pacifica»: la gran parte non sono tutti.

   Credo che ci sia un equivoco di fondo nella distinzione che continuiamo a formulare fra musulmani fanatici e moderati. E non perché i musulmani si somiglino tutti, che è un oltraggio all’intelligenza e all’evidenza. Il totalitarismo islamista, pur diviso in bande mutuamente accanite, si mobilita e organizza fino a costituirsi in esercito e stato multinazionale, come nel sedicente califfato, e offre la sua bandiera al rancore e alla frustrazione di una vasta parte del pianeta.

   Al contrario, il cosiddetto islam moderato non ha istituzioni né persone a rappresentarlo adeguatamente. Sono innumerevoli i musulmani moderati, ma è più giusto chiamarli ricchi di umanità. E sono così spesso vittime di quegli invasati. Ma loro sono persone e famiglie, gli altri sono un’armata conquistatrice. Sostenere i musulmani che vogliono bene all’umanità è importante, ma è decisivo battere gli altri.

   Dunque sono andato anch’io a cercare il Bataclan. Non c’è bisogno di chiedere informazioni, basta lasciarsi portare dalla folla. Sembra il viavai di una domenica qualunque nel centro di Parigi, ma è una specie di corteo di fatto che va da una stazione all’altra del calvario di venerdì notte. Uso termini cristiani in un’accezione comune, non certo perché ignori che quegli spasmodici credenti hanno assassinato all’ingrosso, di ogni paese e di ogni religione d’origine, islam compreso.

   Si crede di aver guardato e letto tutto, e però si resta sbigottiti di fronte alla moltiplicazione dei luoghi in cui hanno ammazzato e ferito, ciascuno mutato in un memoriale di fiori e candele e messaggi, con la gente che gli si accalca attorno, qualcuno prega, tutti fotografano, e poi continuano verso il prossimo altare da marciapiede. Fa ricordare le lente, estenuanti processioni dei Sepolcri dei nostri venerdì di passione. (Nel punto più fitto, accanto alle transenne che isolano il boulevard davanti al Bataclan, vuole spiccare una vistosa composizione di rose rosse col nome di Abdullah Ocalan).

   La stazione di arrivo è place de la République, quando ci arrivo è piena di migliaia, soprattutto giovani. Stanno raccolti in diversi cerchi, fanno musica e cantano, alzano pagine scritte a mano in cui le parole più ricorrenti sono Amour e Love, e la frase che rivendica: “Non abbiamo paura”. Lo si legge grande anche sul piedistallo del monumento.

   Nella piazza un gruppetto di ragazze solleva il cartello con la scritta “Free hugs”, e scambia i suoi abbracci gratis. Sono belli, questi ragazzi, pieni di luce, direste. Grazie a loro tutto prende un’aria di festa, commovente: che cosa può contraddire più radicalmente l’odio e la ferocia degli assassini di un’amicizia espansiva fra sconosciuti? Perché allora provo una sensazione tormentosa di impazienza e di vera paura?

   Lascio la République e mi avvio a Notre Dame, perché fra poco sarà celebrata dal cardinale arcivescovo André Vingt-Trois la messa solenne per le vittime e per i loro cari. Nel comunicato che l’annunciava, il cardinale informava personalmente che la messa sarebbe stata trasmessa dalla televisione cattolica Kto: una precauzione per l’eventualità che ancora alle 18,30 della domenica la sicurezza dei movimenti non fosse garantita. Ma a mezz’ora dall’inizio la cattedrale e l’intera piazza sono già gremite e transennate, e devo rinunciare e tornare indietro.

   Anche le strade adiacenti sono piene di persone che cercano qualche varco attraverso cui entrare. Dei ragazzi corrono, e basta la loro corsa ad allarmare la folla, che si ferma e si muove di qua e di là interdetta. Torno alla République, in tempo per gli strascichi di un panico che si è impadronito della folla che poco fa cantava e danzava e si abbracciava e inalberava il proprio coraggio.

   Uno sbandamento clamoroso e amarissimo, e peraltro facilissimo da capire. Forse davvero qualche scemo aveva fatto esplodere dei petardi, più probabilmente no, non ce n’era bisogno. Si grida, ci si calpesta, la polizia non può che urlare di evacuare il terreno. Viene travolto il tappeto di candeline, prendono fuoco le lettere e i fiori.

   Lo ridico: che cosa c’è di più comprensibile e perfino inevitabile che un simile tracollo in una folla che ha negli occhi il mattatoio di Bataclan? Quale maramaldo potrebbe infierire su quel cedimento? Il panico ha rivelato la fatica di una giornata in cui tante migliaia di persone, i ragazzi degli abbracci gratuiti e le fedeli del sagrato di Notre Dame, anche quello bruscamente evacuato, avevano voluto ostentare coraggio e amore del prossimo e della pace.

   Passato il panico, sono tornati in pochi nella gran piazza. C’era un peso da smaltire. La sensazione che non bisogna scrivere sui monumenti: “Noi non abbiamo paura”. Gli uomini neri incollati agli schermi a Raqqa e a Palmira hanno visto. Gli slogan devono essere sbrigativi, ma se ne deve trovare uno che riesca a dire: “Abbiamo paura, ma non prevarrete, perché siete disumani, e noi umani”. (Adriano Sofri)

Il teatro BATACLAN
Il teatro BATACLAN

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LA NUOVA STRATEGIA GLOBALE DELL’ISIS

di Giuliano Battiston, da “il Manifesto” del 16/11/2015

– La vera guerra è interna al fronte jihadista. Le prime vittime, i musulmani –

   Gli attentati di Parigi sono stati rivendicati dallo Stato islamico, ma il comunicato degli uomini del Califfo ci dice poco sulle reali responsabilità. Non dimostra che gli attacchi multipli siano stati ideati e finanziati dalla casa madre.

   Non chiarisce se lo Stato islamico abbia fornito soltanto l’ispirazione, o se abbia garantito una regia, oltre a soldi e mezzi. La questione non è secondaria, come ha ricordato il procuratore francese Francois Molins, che nel suo discorso alla stampa ha enfatizzato un punto centrale: «dobbiamo capire da dove venissero (gli attentatori, ndr)…e come siano stati finanziati».

   Farlo è un’operazione complessa. In genere servono molte settimane, spesso mesi, prima di riuscire a stabilire con certezza la catena di comando. Una volta che sarà chiarita, sarà possibile rispondere alla domanda su cui si interrogano tutti gli specialisti: la strage di Parigi rappresenta una svolta strategica per lo Stato islamico?    Per molti analisti, sì.

   Tra questi Jason Burke, autore di testi ormai considerati fondamentali sul jihadismo, tra cui Al Qaeda. La vera storia (Feltrinelli 2004) e più recentemente di The New Threat from Islamic Militancy (Random House). Sul giornale britannico The Guardian, Burke ha sostenuto infatti che se l’attentato di qualche settimana fa nel Sinai contro il Metrojet russo «non era una prova definitiva» della nuova strategia internazionalista dello Stato islamico, gli attacchi di Parigi confermano invece che l’Isis «è diventato globale».

   Per Burke, «un elemento globale» — attacchi diretti a obiettivi occidentali — si sarebbe aggiunto di recente alla tradizionale campagna locale, votata alla conquista e alla gestione del territorio del Califfato.

   Dall’incitamento indiretto ai simpatizzanti e ai militanti che vivono in Francia e altrove affinché compiano attacchi in Europa, si sarebbe passati alla pianificazione centralizzata. Gli attacchi di Parigi, anche se venisse dimostrato che sono stati compiuti da cellule locali, risponderebbero dunque a una novità strategica: colpire l’Occidente, quell’Occidente che finora era servito perlopiù come controparte per rinsaldare il fronte interno e legittimare ideologicamente il jihad.

   Anche per William McCants, direttore alla Brookings Institution del progetto sulle Relazioni degli Usa con il mondo islamico, autore di The Isis Apocalypse (St. Martin’s Press), ci troveremmo di fronte a «un cambiamento fondamentale nella strategia globale dell’Isis». Se finora l’Isis sembrava concentrarsi sulla necessità di attirare simpatizzanti e militanti in Siria e Iraq per il grande progetto di “State-building” del Califfato, ciò che è successo a Parigi dimostrerebbe invece l’intenzione di dirottare maggiori risorse — finanziarie, operative e strategiche — per le operazioni contro i Paesi occidentali. In questo senso, hanno suggerito alcuni analisti, la tensione di fondo dello Stato islamico tra l’impulso messianico, votato all’edificazione del Califfato, e l’inclinazione al pragmatismo jihadista internazionale sarebbe stata sciolta a favore di quest’ultimo.

   Charlie Winter, ricercatore alla Georgia State University, non è d’accordo. Per lui, la strategia dell’Isis è sempre stata ibrida, locale e globale, due piani che nel jihadismo contemporaneo non solo non si escludono, ma si rafforzano a vicenda.

   Sulla sua stessa posizione Thomas Hegghammer, direttore del dipartimento sul terrorismo al Norwegian Defence Research Establishment di Oslo, per il quale non si può affermare con certezza che l’Isis sia diventato globale, perlomeno non prima di aver registrato una serie di attentati con chiari legami con la leadership centrale. Al di là delle diverse opinioni sulla svolta strategica, su un punto gli analisti concordano. Con gli attentati di Parigi, lo Stato islamico aveva almeno tre obiettivi: terrorizzare la popolazione, reclutare nuovi militanti e, soprattutto, polarizzare il campo, eliminando quella «zona grigia» che il Califfo al-Baghdadi ha criticato nel suo celebre discorso del luglio 2014.

   A giudicare dalle reazioni politiche, in Italia e in Francia, l’obiettivo è raggiunto. Anche perché quasi tutti sembrano dimenticare che, come ha scritto Mario Giro su Limes online, è il nostro narcisimo di europei «che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto». Gli attentati hanno colpito Parigi, certo, ma la vera guerra è interna al fronte jihadista. Le prime vittime, i musulmani. (Giuliano Battiston)

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PARIGI: IL BRANCO DI LUPI, LO STATO ISLAMICO E QUELLO CHE POSSIAMO FARE

di Mario Giro, 14/11/2015, da http://www.limesonline.com/

– Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. –

   Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei.

   Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare.

   È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione.

   Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio.

   Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.

   Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”.

   In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.

   L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”.

   L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.

   Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia.

   Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contendibile.

   A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia.

   La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.

   Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh.

   Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.

   In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera.

   L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo.

   Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera.

   In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…

   Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.

   È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque.

   Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita.

   Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.

   Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario.

   Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo.

   Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia.

   L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani.

   L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.

   Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.

   Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.

   Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione. (Mario Giro)

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AL G-20 PROVE DI UNITÀ ANTI-ISIS

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 17/11/2015

Al G-20 prove di unità anti-Isis Obama: insieme sconfiggeremo il «volto del male» – I russi: Occidente diviso –

ANTALYA – Si è chiuso il G-20 della sfida, della reazione all’attacco a Parigi, il G-20 della guerra senza tregua contro l’Isis, «il volto del male», fino a quando «non sarà decimato e sconfitto», come ha detto Barack Obama ieri nella conferenza stampa finale.

   In effetti a questo G-20 una svolta c’è stata, quella per l’unità di intenti e di azione. Il primo paragrafo del comunicato finale è dedicato proprio al terrorismo e non solo a quello che ha colpito la Francia, i leader, insieme «condannano gli attacchi a Parigi, ad Ankara, in Libano e in altre parti del mondo (…),riaffermano la loro determinazione a combattere i rigurgiti del terrore. Concordano sulla necessità di costruire una cooperazione internazionale contro il terrorismo, di prevenire le radicalizzazioni e i finanziamenti e combattere la propaganda».

   Il paragrafo è lungo e completo. Qualcuno lo sottovaluterà per la mancanza di un annuncio, di un’azione immediata. Ma il G-20 non si è scomposto davanti all’attacco e per ora l’obiettivo unitario, almeno a parole è quello che conta, perché mancava a corredo di un piano militare già molto articolato e che resta invariato.

   È vero, Obama ha chiesto l’aiuto di altri Paesi, ma ha passato gran parte della sua conferenza stampa a negare che ci sia bisogno di un cambiamento di strategia, a cominciare dall’invio di truppe di terra in Siria che «sarebbe un errore».

   Ha reagito con durezza a chi chiede come il senatore Cruz «esami di religione per accogliere i rifugiati cristiani»: «Chi propone una cosa simile è antiamericano», ha detto il presidente, visibilmente irritato. Obama ha anzi sottolineato che non si possono assimilare gli atti dei terroristi ai valori islamici. Ma ha chiesto che tutte le comunità religiose islamiche in ogni parte del mondo siano all’erta «per aiutarci a identificare personaggi pericolosi, questo è nel loro interesse».

   «Un programma per identificare imam che cercano di fare proselitismo estremista dovrebbe essere messo a punto in riunioni congiunte tra forze di sicurezza e comunità locali», ci ha detto un funzionario. Comunque sia su tutto prevale il messaggio unitario per raggiungere obiettivi paralleli: applicare il processo di Vienna in Siria approvato sabato; togliere sempre più territorio all’Isis, cosa che sta già avvenendo; rafforzare le operazioni di intelligence per prevenire gli attacchi. E anche se i leader lo hanno sottoscritto tutti, ora verrà la parte più difficile: tradurre le aspirazioni di unità in pratica.

   «Si comprende la necessità di cooperare nella lotta al terrorismo internazionale – ha ammonito sempre da Antalya Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino – ma raggiungere un accordo è assolutamente impossibile perché l’Occidente è diviso». Barack Obama ha dato il buon esempio per primo: ha stretto la mano di Vladimir Putin, ha elogiato la sua azione in Siria ed ha accettato che il leader siriano Assad resti a Damasco nella fase di transizione prevista dagli accordi di Vienna.

   Il messaggio è chiaro, lo stesso passo indietro dovranno farlo la Turchia, l’Iran, l’Arabia Saudita. Con la stabilizzazione siriana sarà più facile sconfiggere l’Isis. Ma il percorso sarà pieno di trappole. Uno sviluppo di cui non dovremmo sorprenderci?

   Il prossimo attacco contro Raqqa, imminente secondo fonti autorevoli raccolte alla Casa Bianca, sarà condotto con l’aiuto di forze di terra sunnite: «Sappiamo di essere sulla buona strada – ha detto ancora Obama – un percorso che seguiremo con i nostri alleati».

   Torna il messaggio per l’unità. È questo il nuovo paradigma emerso da questo G-20, che, nei programmi originale, doveva soprattutto occuparsi di rilancio della domanda, investimenti infrastrutturali, crescita sostenibile per tutti. Di questo si è parlato. Ma se per fortuna non abbiamo una emergenza sul fronte economico, l’abbiamo su quello del terrorismo. (Mario Platero)

Obama e Erdogan ad Antalya
Obama e Erdogan ad Antalya

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SIRIA, GLI ACCORDI DI VIENNA PER UNA NUOVA “ROAD MAP”

da “l’Unità” del 15/11/2015

   Dopo gli attacchi di Parigi, la comunità internazionale cerca di rilanciare il processo di pace in Siria, nodo cruciali per battere il terrorismo. I Paesi del gruppo internazionale sulla Siria, tra i quali gli Usa, la Russia e i rivali regionali Arabia Saudita e Iran, sono usciti da un secondo round di trattative all’Hotel Imperial di Vienna con una nuova ‘road map’.

Le tappe principali sono l’avvio di trattative dirette tra governo e opposizione dal primo gennaio prossimo per la formazione di un governo di transizione entro sei mesi, l’approvazione di una nuova Costituzione ed elezioni sotto l’egida dell’Onu entro 18 mesi. Ma per il momento non vi è alcun cessate il fuoco e restano irrisolti alcuni problemi centrali, a partire da quale sarà la sorte del presidente Bashar al Assad.

“Su questo abbiamo ancora delle divergenze”, ha sottolineato il segretario di Stato americano John Kerry in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. Quella dello stesso Assad è stata oggi l’unica voce fuori dal coro dell’unanime condanna degli attacchi di Parigi venuto dal mondo arabo. Il presidente siriano, ricevendo a Damasco una delegazione di parlamentari francesi guidati da Thierry Mariani, ha accusato proprio il governo di Parigi di avere favorito la diffusione dell’Isis con le sue “politiche sbagliate”.

Condanne alla strage di Parigi sono venute invece dai principali Paesi arabi, a partire dall’Arabia Saudita, il cui ministro degli Esteri, Adel al Jubeir, ha affermato che “questi attacchi sono una violazione di tutte le etiche, le morali e le religioni”. Rimanendo nella regione, ma fuori dal mondo arabo, una ferma condanna è arrivata anche dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha fatto appello al “consenso della comunità internazionale contro il terrorismo”.

Un consenso che non sarà facile raggiungere. Riad e Ankara sono infatti indicate da Damasco come i principali sostenitori del terrorismo sunnita, compreso l’Isis. Ma “terroristi”, per Assad, sono anche tutti i gruppi dell’opposizione armata siriana. Tra i nodi più insidiosi da risolvere per avviare un processo di pace nel Paese vi sarà quindi quello di una lista di gruppi da considerare appunto “terroristi”, contro i quali sarà lecito continuare a combattere anche dopo l’entrata in vigore dell’auspicato cessate il fuoco. L’unico accordo finora raggiunto su questo punto, hanno detto Kerry e Lavrov, è che della lista faranno sicuramente parte l’Isis e il fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaida.

Altro scoglio da superare sarà la formazione della delegazione dell’opposizione che dovrà sedersi al tavolo delle trattative per portare a compimento la ‘road map’. “Il governo mi ha già consegnato la lista dei suoi negoziatori”, ha detto l’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura. Ma la formazione di quella della controparte non sarà impresa facile.

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SE MOSCA ALZA IL PREZZO DELL’INTESA

di Vittorio Emanuele Parsi, da “il Sole 24ore” del 17/11/2015

   La Russia e l’Occidente «hanno capito la necessità di cooperare nella lotta al terrorismo internazionale», ma «un accordo è impossibile» perché «ogni Paese ha la propria posizione e il proprio atteggiamento verso i diversi segmenti del problema della lotta al terrorismo». Questa è la spietata analisi di Vladimir Putin, nelle parole riportate dal suo portavoce Dmitri Peskov al margine del G-20 di Antalya.

   Putin potrà piacere o non piacere, ma di sicuro non gli fa difetto il realismo, che spesso confina nel cinismo e che talvolta lo porta a commettere errori clamorosi, come con la vicenda dell’annessione della Crimea. Anche in quel caso il punto di partenza era accurato, la disunione dell’Occidente, ma venne sottovalutata la capacità di reazione che portò Stati Uniti e Unione europea ad approvare sanzioni dolorose anche per molti Paesi europei, pur di mandare un segnale forte al Cremlino.

   Oggi la Russia coglie appieno un problema che resta comunque irrisolto: la divisione dell’Occidente, tra Europa e Stati Uniti ma anche dentro l’Unione europea e rimanda chissà quanto consapevolmente alla vecchia battuta di Henry Kissinger, «quale numero devo chiamare per parlare con l’Europa?».

   Nonostante l’istituzione della carica di Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, quest’ultima resta sostanzialmente nelle mani dei diversi governi che compongono l’Unione, i quali restano su posizioni molto diverse circa il “che fare” per sconfiggere l’Isis. L’Europa e gli europei sono uniti nel cordoglio, nelle manifestazioni di dolore e nella difesa “passiva”.

   Ovvero nell’innalzare le misure di sicurezza ai valichi di frontiera, nella richiesta di più coordinamento tra le forze di polizia e, almeno in parte, tra gli apparati di intelligence. Lo sono molto meno quando si tratta di elaborare una strategia comune di “difesa attiva”, quando si tratta di andare a colpire l’Isis nei suoi santuari. Non è solo di un problema di mezzi, anche se i mezzi contano.

   La Francia che ferita al cuore ha voluto giustamente scatenare una rappresaglia devastante su Raqqa – con il presidente Hollande che afferma di voler «distruggere l’Isis» – ha messo in campo una dozzina di aerei che hanno colpito obiettivi in gran parte individuati dall’intelligence americana. Quello dei mezzi non è quindi il problema principale, anche se non è indifferente. «Cosa volete che possa cambiare se i 4 Tornado italiani bombarderanno o meno le posizioni dell’Isis» era il ritornello che accompagnò nelle settimane scorse l’ipotesi, poi svanita, di un più attivo coinvolgimento italiano: è proprio questa logica che impedisce all’Europa di crescere nella sua capacità di assumersi responsabilità collettive.

   Se persino nelle ore in cui tutti ripetono il mantra che l’attacco a Parigi è stato un attacco a tutta l’Europa questo atteggiamento continuerà, allora possiamo star certi che la montagna europea partorirà il solito topolino, altro che “band of brothers” di shakespeariana memoria…

   Non si tratta evidentemente di illudere e illudersi che la guerra dal cielo possa di per sé cancellare l’Isis, ma almeno di dimostrare quanto concreta sia la disponibilità a correre dei rischi insieme per la sicurezza collettiva. Perché altrettanto pernicioso è illudere che la soluzione politica alla guerra siriana possa essere trovata escludendo il ricorso – anche e non solo – agli strumenti militari.

   Nell’alzare il prezzo di un possibile coordinamento tra gli sforzi occidentali e quelli russi per combattere l’Isis sul terreno sarebbe estremamente grave se Putin potesse trovare una sponda involontaria nella divisione europea o negli atteggiamenti eccessivamente prudenti o interessatamente concilianti di alcune capitali europee. Sarà pur vero che occorre «una reazione di testa e di cuore e non di pancia», come ha sostenuto Renzi; ma, considerando la storica reputazione non proprio specchiata dell’Italia in quanto ad affidabilità nei momenti difficili (attenuata ma non cancellata da tanti anni di partecipazioni a conflitti a bassa intensità o missioni di peacekeeping), occorre evitare di rafforzare la sensazione che l’Italia sia sempre pronta ad avanzare distinguo ed eccezioni quando l’unità d’azione europea implichi anche decisioni ardue e impopolari.

   Cerchiamo di arrivare a decisioni condivise, qualunque esse saranno, senza dare l’impressione che l’unità d’azione europea potrà esserci solo a condizione che… non si agisca troppo. Le divisioni interne all’Occidente cui ha voluto alludere Putin, del resto, non riguardano solo la possibilità dell’uso della forza ma anche la cosiddetta soluzione politica.

   Riguardano l’atteggiamento da tenere nei confronti di Arabia Saudita e Iran per spingerli ad accettare un décalage del loro scontro per l’egemonia sul Levante, da cui la guerra civile siriana è stata alimentata. E concerne anche la posizione da concordare e tenere verso protagonisti, comprimari e interessati osservatori della guerra civile siriana, nessuno escluso: dalla Turchia al regime di Assad, da Israele a Hezbollah al Qatar.

   Non offriamo quindi al nemico jihadista il vantaggio di sapere che l’Europa non sarà mai in grado di colpirlo anche militarmente o la consapevolezza che la reazione europea conosce limiti invalicabili a prescindere. Per quanto riguarda l’Italia, infine, se vogliamo non sprecare tutto il lavoro fin qui fatto per “cambiare verso” almeno all’immagine (vedi Expo) non offriamo del nostro Paese la solita immagine di partner mai davvero e fino in fondo affidabile. La reputazione internazionale, infatti, non si costruisce in base al numero di citazioni nelle conferenze internazionali, tanto più quando si aspiri a ottenere un seggio a rotazione nel prossimo Consiglio di sicurezza dell’Onu. (Vittorio Emanuele Parsi)

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AUX ARMES

di Mattia Ferraresi, da “IL FOGLIO” del 17/11/2015

   Davanti al Parlamento riunito a Versailles, François Hollande ha fissato i termini della sua guerra al terrore, faccenda che non lascia dubbi sull’esito finale: “Il terrorismo non distruggerà la Repubblica francese, ma sarà la Francia a distruggere il terrorismo”, ha detto Hollande, articolando davanti al mondo uno sforzo militare per “sradicare e distruggere” lo Stato islamico, senza traccia delle illusioni del contenimento né di rimedi omeopatici del genere multilaterale prediletto da Obama.

   Hollande discuterà presto con il presidente americano e con Putin, ma ieri ha messo sul tavolo le iniziative unilaterali della Francia: triplicare l’ampiezza delle Forze armate impegnate, intensificare i bombardamenti, inviare la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale; lo stato di emergenza esteso per tre mesi grazie a una riforma della Costituzione da mettere al voto già domani, perché il paese ha bisogno di “un regime costituzionale in grado di gestire la lotta a questo nemico”.

   E ancora controlli rafforzati alle frontiere, perdita della cittadinanza per i francesi che collaborano con il nemico, espulsioni più facili, aumento delle spese militari in barba alle promesse di riordinare i conti: “Il patto di sicurezza è più importante del patto di stabilità”.

   Hollande ha detto che la Francia è in guerra “contro i codardi”, non è uno scontro di civiltà “perché questi assassini non rappresentano alcuna civiltà”, e ha invitato tutti a “continuare a vivere e influenzare il mondo”, la risposta civile più efficace contro il terrorismo. Il balzo in avanti di Hollande, eseguito con la gravità del capo di stato che annuncia l’ingresso in guerra, ha messo in luce, per contrasto, la solita prudenza di Obama, che dalla Turchia ha dato l’ennesimo saggio di calcolata indecisione, ripetendo la sua avversione inflessibile per i “boots on the ground” e la fedeltà totale alla famosa e fumosa strategia americana in Siria, al solito condita dalla radicale separazione fra islam e terrorismo.

   Il nemico è sempre un estremista senza aggettivi. Mentre ripeteva queste cose – per la frustrazione dei cronisti: un disperato Jim Acosta della Cnn gli ha chiesto “perché non possiamo eliminare questi bastardi?” – a Washington il direttore della Cia, John Brennan, diceva che gli attacchi di Parigi non sono un episodio isolato, e lo Stato islamico ha in cantiere altre operazioni simili, annotazione che fa venire in mente i tempi, nemmeno troppo remoti, in cui il presidente giudicava lo Stato islamico un “JV team”, una squadra di riserve.

   Le minacce riportate da Brennan ricordano che la guerra rinfocolata – e tuttavia non innescata – a Parigi non è un affare francese da risolvere con un “aux armes, citoyens” cantato dopo una dichiarazione di guerra, ma una questione occidentale e globale. E se la retorica di Obama non è cambiata, la dinamica geopolitica sta virando, e i 35 minuti di colloquio con Putin hanno silenziato ogni intonazione critica verso l’iniziativa russa.

   Improvvisamente i raid di Mosca non sono più “controproducenti”. Il gran consigliere obamiano Ben Rhodes ha detto che, più dell’invio di truppe americane, è “più sostenibile ed efficace avere forze di opposizione sul campo in Siria”, affermazione abbastanza generica per essere applicata anche a un’alleanza tattica con la Russia, invocata con forza crescente.

   Il Cremlino, naturalmente, ne ha approfittato per mettere il dito nelle divisioni transatlantiche sulla lotta al terrorismo (“Raggiungere un accordo è assolutamente impossibile, perché lo stesso concetto di occidente non esiste”, ha detto il portavoce Dmitri Peskov) ma intanto lavora per indurre uno “shift” politico nell’Europa che dopo gli attentati di Parigi rivaluta le opzioni praticabili alla luce dell’interventismo francese.

   Lo stesso ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha detto che “reagiremo insieme ai francesi” e la “situazione impone di fare di più” contro lo Stato islamico. Obama, superato retoricamente da Hollande nel ruolo di leader del mondo libero, ripete il ritornello isolazionista mentre la sua posizione sul campo lentamente “evolve”, per usare un altro termine caro al presidente. (Mattia Ferraresi)

Parigi di sera
Parigi di sera

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Le inchieste del Sole

LA CASSAFORTE DEL TERRORE: GREGGIO ILLEGALE E DONAZIONI

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 17/11/2015

   Nera è la bandiera dell’Isis, nero il petrolio che sgorga dai pozzi controllati dal lo Stato islamico. Grigie, invece , le centinaia di autocisterne che ogni giorno fanno la spola da i giacimenti amministrati dai jihadisti per trasportare il prezioso carico “oltre-confine”.

   Il tutto rigorosamente di contrabbando e in cambio di denaro contante, possibilmente dollari, in modo da eludere le restrizioni bancarie e i controlli internazionali. Oltre alle DONAZIONI DA UNA MIRIADE DI CONTROVERSE ORGANIZZAZIONI DI CARITÀ, IL CONTRABBANDO DI GREGGIO E DI PRODOTTI RAFFINATI RESTA LA MAGGIORE ENTRATA SU CUI IL CALIFFO ABU BAKR AL-BAGHDADI PUNTA per mandare avanti il suo regno del terrore.

   Senza benzina e diesel, necessari per i trasporti (inclusi quelli dei miliziani) e per generare elettricità, quell’embrione di Stato nato su di una distesa arida tra la Siria nord orientale e l’Iraq nordoccidentale, dove 10 milioni di persone vivono sotto il giogo di leggi oscurantiste, avrebbe vita breve.

   Da quando ha preso il via, 13 mesi fa, la campagna aerea internazionale contro l’Isis non ha portato risultati entusiasmanti. Al di là delle recenti vittorie sul terreno, grazie soprattutto all’avanzata delle forze curde, ma anche dell’esercito iracheno appoggiato dalle milizie iraniane e dagli Hezbollah libanesi, l’Isis, pur in difficoltà sul campo, ha conservato il Califfato, orchestrando una serie di brutali attentati in Europa.

La forza militare non basta

Una prima considerazione. Se si vuole davvero vincere la guerra contro lo Stato Islamico la risposta militare appare necessaria ma non è sufficiente. La battaglia più importante la si combatte su un altro fronte, quello finanziario: colpire le vendite di contrabbando di petrolio, fare maggiore pressione sui Paesi del Golfo che, seppur indirettamente, attraverso le loro fondazioni di carità elargiscono grandi somme di denaro ai movimenti radicali, irrigidire ulteriormente le restrizioni bancarie per impedire all’universo di donatori privati di inviare denaro all’Isis.

Il contrabbando di petrolio

Fermare il contrabbando di petrolio, dunque. Lo hanno capito bene gli Stati Uniti. Per la prima volta da quando è iniziata la campagna, i caccia americani hanno colpito ieri le autocisterne vicino al giacimento di Omar, il più grande dei nove pozzi controllati dall’Isis. Nel 2015 il flusso di petrolio dovrebbe generare sui 450 milioni di dollari a favore dell’Isis (circa un milione al giorno).

   Ma torniamo indietro di un anno. Abu Bakr al-Baghdadi è stato più scaltro di quanto si pensasse. Sapeva che conquistare un territorio richiedeva uno sforzo bellico importante. Ma era altrettanto consapevole che per mantenere il suo “Stato” occorrevano le risorse atte a garantirne la sopravvivenza. Era peraltro necessario puntare all’autosufficienza, in modo da ridurre la vulnerabilità.

   Dai numerosi pozzi che controllava, riusciva a ricavare 2/3 milioni di dollari al giorno. Che, uniti al denaro ricavato dai RISCATTI DEGLI STRANIERI RAPITI, dal CONTRABBANDO DI REPERTI ARCHEOLOGICI e dalla TRATTA DI ESSERI UMANI ne facevano l’organizzazione terroristica più ricca del mondo, con asset calcolati in 2 miliardi di dollari (grazie anche a clamorose rapine a banche irachene).

Le organizzazioni di carità

Non solo petrolio dunque. Alcuni Paesi sunniti del Golfo hanno contribuito, più o meno indirettamente, a elargire generose donazioni ai gruppi islamici dell’opposizione armata siriana, inclusi quelli estremisti come il qaedista Jabat al-Nusra e l’Isis.

   Doha e Riad sapevano di nutrire una bestia feroce che poteva ritorcersi contro. Ma, ai loro occhi, impedi- re che prevalesse la coalizione sciiita in Siria ed evitare che il presidente Bashar al-Assad vincesse grazie anche al decisivo appoggio di Teheran (nemico storico di Riad) era la priorità.

   Il piccolo e ricchissimo Qatar era da tempo sul banco degli imputati. Senza troppi giri di parole, nell’agosto del 2014, Gerd Mueller, ministro tedesco per la Cooperazione e lo Sviluppo, aveva dichiarato: «Dovete domandarvi chi sta armando e finanziando le truppe dell’Isis: la parola chiave è Qatar». In verità Riad ha inserito l’Isis nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ma sembra far poco davanti ai tanti donatori privati che trasferiscono denaro attraverso i money transfer, difficili da controllare per la monarchia.

   Soldi sembra ne siamo passati parecchi dalle banche del Kuwait, considerato fino a poco fa uno degli ambienti di finanziamento al terrorismo più permissivi. Banche come l’Al Rajhi Bank sono sospettate di aver eseguito transazioni oscure forse in favore di jihadisti.

   Come altri Paesi del Golfo anche il Kuwait ha cambiato rotta con un deciso giro di vite (il 2 novembre ha condannato a 10 anni di carcere 5 persone per aver raccolto 1,4 milioni di dollari a favore dell’Isis). Ma all’interno di questi Paesi sunniti agiscono diverse Ong che ricevono aiuti da simpatizzanti dell’Isis. Organizzazioni attive anche in Europa.

   Il caso riportato di organizzazioni caritatevoli britanniche che, sembra tratte in inganno, avrebbero versato rispettivamente circa 100mila e 300mila sterline all’Ong musulmana Cage, gestita da un simpatizzante dell’Isis, non sarebbe il solo. Gli analisti della Financial action task force hanno precisato che i seguaci del Califfato ricorrono al fundraising attraverso internet e i social media, e trasferiscono il denaro attraverso i money transfer o il contrabbando.

   Ma in diversi casi si tratta di una miriade di privati che raccolgono piccole somme e poi le fanno arrivare a destinazione. Sarà davvero difficile fermarli, come sarà complesso distruggere le rendite petrolifere dell’Isis.

Per rendere più appetibile la sua merce “oltre confine” l’Isis si avvale di una rete di mediatori (curdi e turchi) ai quali vende il petrolio a prezzi che vanno dai 10 ai 35 dollari al barile, contro i circa 50 dollari del mercato legale. Certo, il crollo delle quotazioni del greggio è stato una doccia fredda. E Ankara ha inasprito i controlli ai confini, riducendo il contrabbando.

   Di recente l’Isis ha perduto i pozzi iracheni di Ajil e Allas, nella provincia di Kirkuk, che nei primi 10 mesi del 2015 hanno generato 450 milioni di dollari. La sua produzione sarebbe scesa da 40-50mila barili /giorno a forse soli 15mila.

Il mercato interno dell’Isis

Il problema è molto complesso. Anche nella migliore ipotesi, se Turchia e Kurdistan bloccassero tutto il contrabbando alle loro frontiere, l’Isis riuscirebbe a vendere parecchio petrolio. La spiegazione è semplice: le zone della Siria controllate dalle diverse fazioni dei ribelli (molte delle quali in stato di guerra con l’Isis) non dispongono di greggio. PARADOSSALMENTE I CAPI MILITARI CHE COMBATTONO LO STATO ISLAMICO, DEVONO SOVENTE ACQUISTARE BENZINA E DIESEL PROPRIO DAI LORO NEMICI. Stesso discorso anche per altri generi. L’Isis ha dunque nella Siria dilaniata dalla guerra una sorta di robusto “mercato interno” per il suo petrolio. E in questo mercato le ingenti tasse che lo Stato islamico impone ai suoi “cittadini”, circa 8 milioni di dollari al mese (quelle contro i miscredenti sono esorbitanti), rappresentano un’altra considerevole risorsa difficile da bloccare. (Roberto Bongiorni)

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LA VERITÀ SCOMODA DI PUTIN “ALL’ISIS SOLDI DA PAESI DEL G20”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 17/11/2015

   «Isis è finanziato da individui di 40 Paesi, inclusi alcuni membri del G20»: Vladimir Putin sceglie la chiusura del summit di Antalya per far sapere ai leader attorno al tavolo che la forza dello Stato Islamico è anche in una zona grigia di complicità finanziarie che include cittadini di molti Stati.

   Con un colpo di teatro, sono gli sherpa russi a consegnare alle altre delegazioni i «dati a nostra disposizione sul finanziamento dei terroristi». Si tratta di informazioni che il Dipartimento del Tesoro di Washington raccoglie dal 2013 ed hanno portato, nella primavera 2014, a pubblicare un rapporto che chiama in causa «donazioni private» da parte di cittadini del Qatar e dell’Arabia Saudita trasferite a Isis «attraverso il sistema bancario del Kuwait».

   Un rapporto della «Brookings Institution» di Washington indica nei carenti controlli delle istituzioni finanziarie del Kuwait il vulnus che consente a tali fondi «privati» di arrivare a destinazione «nonostante i provvedimenti dei governi kuwaitiano, saudita e qatarino per bloccarli». Fuad Hussein, capo di gabinetto di Massoud Barzani leader del Kurdistan iracheno, ritiene che «molti Stati arabi del Golfo in passato hanno finanziato gruppi sunniti in Siria ed Iraq che sono confluiti in Isis o in Al Nusra consentendogli di acquistare armi e pagare stipendi».

   «Una delle ragioni per cui i Paesi del Golfo consentono tali donazioni private – aggiunge Mahmud Othman, ex deputato curdo a Baghdad – è per tenere questi terroristi lontani il più possibile da loro». David Phillips, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ora alla Columbia University di New York, assicura: «Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco, i loro governi affermano di combattere Isis mentre loro lo finanziano».

L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, li chiama «angeli investitori» i cui fondi «sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti» ed arrivano da «Arabia Saudita, Qatar ed Emirati».

Arabia saudita

L’Arabia Saudita appartiene al G20 ed è dunque probabile che la mossa di Putin abbia voluto mettere in imbarazzo il re Salman protagonista di una dichiarazione pubblica dai toni accesi contro i «terroristi diabolici da sconfiggere». Ma non è tutto perché fra i «singoli finanziatori di Isis» nelle liste del Cremlino c’è anche un cospicuo numero di turchi: sono nomi che in parte coincidono con quelli che le forze speciali Usa hanno trovato nella casa-bunker di Abu Sayyaf, il capo delle finanze di Isis ucciso in un raid avvenuto lo scorso maggio.

   Abu Sayyaf gestiva la vendita illegale di greggio e gas estratti nei territori dello Stato Islamico – con entrate stimate in 10 milioni al mese – e i trafficanti che la rendono possibile operano quasi sempre dal lato turco del confine siriano.

La Turchia

Ankara assicura di aver rafforzato i controlli lungo la frontiera ma un alto ufficiale d’intelligence occidentale spiega che «la Turchia del Sud resta la maggior fonte di rifornimenti per Isis». «Ci sono oramai troppe persone coinvolte nel business nel sostegno agli estremisti in Turchia – conclude Jonathan Shanzer, ex analista di anti-terrorismo del Dipartimento del Tesoro Usa – e tornare completamente indietro è diventato assai difficile, esporrebbe Ankara a gravi rischi interni».

   Lo sgambetto di Putin è stato dunque anche a Recep Tayyp Erdogan, anfitrione del summit. (Maurizio Molinari)

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GILLES KEPEL «II LORO OBIETTIVO È LO SCONTRO TOTALE I TERRORISTI VOGLIONO L’EUROPA XENOFOBA»

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 16/11/2015

«Isis vuole lo scontro frontale per la conquista dell’Europa. Non mi stupisce che possa aver lasciato un finto passaporto di immigrato siriano sui luoghi dei massacri di Parigi. Sa bene che ciò scatenerà i gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e contro il mondo islamico tout court. Per reazione, diversi settori tra i moderati musulmani saranno quindi spinti nelle braccia dei gruppi radicali, avvicinando la battaglia finale. È la stessa logica del tanto peggio tanto meglio che ha visto Bashar al Assad favorire Isis contro i gruppi moderati delle proteste nel 2011, o tra le due Guerre mondiali i comunisti guardare di buon occhio a nazisti e fascisti in quanto utili per far esplodere le contraddizioni del capitalismo e avvicinare lo scoppio della rivoluzione».

   Con il consueto fare lucido e disincantato il professor GILLES KEPEL analizza gli attentati nella capitale francese. La sua lunga esperienza di massimo STUDIOSO DEL RADICALISMO ISLAMICO sin dai primi anni Ottanta, sia in Medio Oriente che in Europa, lo spinge ora a guardare con attenzione al retaggio delle vicende coloniali algerine e all’estremismo di ritorno tra i figli degli immigrati in Francia. Un FENOMENO che lui e i suoi studenti alla facoltà di Scienze Politiche definiscono «RÉTROCOLONIALE» e su cui sta scrivendo un libro.

Professore, la polizia francese ha identificato tra i terroristi il 20enne Omar Ismail Mostefai. Cosa le suggerisce?

«Mostefai è nato in Francia, figlio di immigrati algerini, noto per un passato costellato di piccoli crimini, da un paio d’anni era in contatto con i circoli radicali islamici. Le notizie su di lui sono già sui media. Ma è interessante notare che egli è il tipico rappresentante di questi franco-algerini di seconda, terza o quarta generazione, spesso disoccupati, poco scolarizzati, abituati a vivere di espedienti ai margini. Come lui sono stati tanti altri coinvolti in violenze, aggressioni e terrorismo negli ultimi tempi: quello che ha provato l’attentato al treno, quell’altro ad attaccare il padrone dell’azienda dove lavora, un terzo che aggredisce nei luoghi ebraici per farsi notare dai capi di Isis in Siria. Gli stessi aggressori di Charlie Hebdo in gennaio avevano nelle loro vicende personali rapporti più o meno diretti con la Jihad. Erano prevedibili questi attentati. Erano stati previsti. La polizia, gli esperti, le autorità competenti li ritenevano inevitabili. Ma si pensava sarebbero stati sferrati al momento del summit Onu pianificato a Parigi a fine mese».

Similitudini e differenze con il terrorismo di gennaio.

«I luoghi sono simili, nella zona tra il decimo e undicesimo arrondissement, abitata da classe media, puntellata di uffici, ristoranti, caffè, con una cospicua presenza di popolazione di origine araba. Non si dimentichi che il Bataclan si trova a 500 metri dalla sede di Charlie Hebdo. E questo ci dice almeno una cosa: Isis non teme di tornare a colpire due volte negli stessi paraggi. I terroristi sanno che possono muoversi impuniti. La grande differenza è però che in gennaio i terroristi hanno colpito «nemici riconosciuti». Ai loro occhi c’era un motivo ben chiaro per sparare ai giornalisti del periodico che aveva offeso l’Islam e contro gli ebrei. E infatti sui social media di area islamica in Francia e all’estero hanno raccolto plausi e consensi massicci. Tutto diverso è però sparare alla cieca contro civili anonimi nei luoghi pubblici. È la prima volta che non si colpisce un obbiettivo preciso in Francia. Sono certo che alla fine i musulmani tra le vittime rispecchieranno le percentuali che ci sono nella popolazione, tra il 5 e io per cento».

Cosa significa?

«Probabilmente gli stessi responsabili di Isis si sono subito accorti di aver commesso un errore. Con i miei studenti che seguono i social media islamici abbiamo visto che le reazioni all’attacco sono state poche, per lo più fredde o negative. Nulla a che vedere con le masse di gennaio che plaudivano alla morte dei vignettisti «blasfemi», o che scendevano in piazza per dire che loro non erano Charlie Hebdo. Si spiega adesso così il comunicato di Isis, che racconta di avere colpito i «luoghi della depravazione dei crociati». A ben leggere, sembra quasi un tentativo un poco goffo di giustificarsi a posteriori».

E delle capacità militari dei terroristi?

«Sono un gruppo misto. Chiaramente le cinture bomba erano fatte in modo amatoriale. Credo che loro volessero causare molte più vittime, ma in un paio di casi hanno ucciso solo se stessi. Quelli che hanno sparato invece lo hanno fatto con la calma e la precisione di gente addestrata. I testimoni dicono che sembrava fossero in un videogioco».

Le conseguenze politiche?

«In Europa portano acqua al mulino del campo anti-migranti. In Francia il Fronte nazionale è già in netta crescita e otterrà ottimi risultati alle elezioni regionali di dicembre e in vista delle presidenziali del 2017. Ma è esattamente ciò che Isis vuole. Più gli europei diventeranno xenofobi e più i musulmani simpatizzeranno per il Califfato. Isis vuole rompere qualsiasi fronte di solidarietà tra i musulmani ed il resto della popolazione. L’obbiettivo è la guerra totale, non il dialogo».

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DOBBIAMO CHIAMARLO STATO ISLAMICO, ISIS O DAESH?

di Francesco Zaffarano, da “la Stampa” del 16/11/2015

– L’Occidente non ha deciso come combatterlo, ma neanche come nominarlo. Dall’appellativo che gli diamo, dipende anche il ruolo che gli riconosciamo –

   L’Occidente non ha ancora deciso come combatterlo, ma se è per questo non sa neanche come chiamarlo. Sulle pagine di questo giornale abbiamo sempre usato il termine Isis, ma questa fetta di radicalismo islamico non ha un solo nome. Scegliere come chiamarlo non è un aspetto superfluo: saper dare un nome alle cose è il primo passo per capirle. La disputa, in questo caso, è tra chi lo chiama Stato Islamico e chi preferisce il termine Daesh.

KERRY E OBAMA DIVISI

Nel primo gruppo c’era il Dipartimento di Stato americano, che dal 2014 ha deciso di usare Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) come nome del gruppo; nel secondo, tra gli altri, c’è il presidente Francois Hollande, che ha usato il termine Daesh parlando dei responsabili degli attentati di Parigi. Barack Obama ha sempre utilizzato il primo nome: da qualche giorno, invece, il segretario di stato John Kerry ha iniziato ad usare il termine Daesh.

STATO ISLAMICO

Quando parliamo di Stato Islamico (vale anche per le varianti Is, Isis, Isil) ci riferiamo a uno Stato a tutti gli effetti, come almeno pretende di essere quello guidato da Abu Bakr al-Baghdadi. Il cosiddetto Isis, un tempo, era una sezione irachena di al-Qaida, diventata poi Stato Islamico in Iraq, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria e, infine, autoproclamatasi Stato Islamico. L’appiattimento del nome fino ad arrivare al semplice Stato Islamico è semplicemente un tentativo di rimuovere le particolarità geografiche, fornendo una sola entità Stato. Basti pensare che un altro modo per indicare lo Stato Islamico è al-Dawla, letteralmente «Lo Stato».

Peccato che questo Stato non abbia dei veri e propri confini omogenei, né un territorio unito. Non a caso, i nomi precedenti all’autoproclamazione voluta da Abu Bakr al-Baghdadi nel 2014 comprendono specifiche aree geografiche, come Stato Islamico in Iraq e al-Sham (termine arabo che si può tradurre con Grande Siria) o come quel Isil in cui la “L” sta per Levante, cioè potenzialmente anche i territori di Israele, Palestina, Giordania e Libano.

DAESH

Come Isis, anche Daesh è un acronimo: significa al-Dawla al-Islāmiyya fī ʿIrāq wa l-Shām, cioè “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso ma l’accezione attribuita a Daesh (o Dāʿish, per essere precisi) è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia». Secondo il The Guardian , addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè «rompere». Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh.

MA QUINDI?

Decidere tra Stato Islamico e Daesh significa dare forma a quella realtà. Praticamente tutte le testate giornalistiche optano per Isis, per una questione di semplicità e di uniformità. Ma a suggerire una risposta, dopo gli attentati del 13 novembre, è stato Enrico Letta, ex premier italiano e attuale direttore dell’Istituto di studi politici di Parigi. Letta: «Smettiamola di chiamarlo Stato Islamico, sono terroristi e come tali vanno trattati #Daesh».

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Parigi dall alto
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