TERRORISMO GLOBALE: quali ORIGINI del CAOS ATTUALE? – FRANÇAFRIQUE: la Francia nell’occhio del ciclone: tra banlieue abitate da ex immigrati (nati in Francia) con frange di estremismo islamico, e i legami ancora con le ex colonie – IL CASO MALI: TERRORISMO E JIHADISMO NEL CUORE DEL SAHEL

BRUXELLES BLINDATA FINO A LUNEDI’ - Resta massima l'allerta antiterrorismo a Bruxelles fino a lunedì prossimo mentre ancora non c'è traccia di Salah Abdeslam, il ricercato numero per le stragi di Parigi. Nel pomeriggio è stata ritrovata una cintura esplosiva in un cestino della spazzatura a Montrouge, la banlieue a sud di Parigi, dove fu localizzato il terrorista prima che i due complici arrivassero con la Golf per riportarlo in Belgio."Bulloni e perossido di acetone": è questo il contenuto della cintura esplosiva. I due componenti sono gli stessi delle cinture degli altri kamikaze del 13 novembre a Parigi. Nella capitale belga a partire da mercoledì scuole e metropolitane riapriranno "progressivamente", ma l'allerta resta massima fino a lunedì prossimo. Rilasciati 17 dei 21 fermati (da Ansa, 23/11/2015)
BRUXELLES BLINDATA FINO A LUNEDI’ – Resta massima l’allerta antiterrorismo a Bruxelles fino a lunedì prossimo mentre ancora non c’è traccia di Salah Abdeslam, il ricercato numero per le stragi di Parigi. Nel pomeriggio è stata ritrovata una cintura esplosiva in un cestino della spazzatura a Montrouge, la banlieue a sud di Parigi, dove fu localizzato il terrorista prima che i due complici arrivassero con la Golf per riportarlo in Belgio.”Bulloni e perossido di acetone”: è questo il contenuto della cintura esplosiva. I due componenti sono gli stessi delle cinture degli altri kamikaze del 13 novembre a Parigi. Nella capitale belga a partire da mercoledì scuole e metropolitane riapriranno “progressivamente”, ma l’allerta resta massima fino a lunedì prossimo. Rilasciati 17 dei 21 fermati (da Ansa, 23/11/2015)

   L’Africa ha uno sviluppo economico ben diverso da territorio a territorio, da Stato a Stato: con l’avanzare in molte parti di essa dell’espansione cinese, ma anche da quella di Paesi emergenti come India, Brasile e Turchia, decisi ad accaparrarsi le risorse africane. Accanto all’Africa che sta cambiando, crescendo a volte bene a volte male (solo sfruttata), si distingue del tutto la “terra di nessuno” del sub-Sahara, oceano di sabbia che taglia in due come una lama il continente nero, da est a ovest, e lambisce Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Sud Sudan, Eritrea: tutte zone ad alta instabilità.

   In questo contesto, la FRANCIA continua ad esercitare una forte influenza in molti Stati africani, in particolare su quelli che sono stati le sue colonie. Un ruolo, di presenza e controllo, che la Francia è determinata a difendere con le unghie. Fa specie che l’attentato sferrato dagli integralisti islamici all’hotel Radisson Blue della capitale del Mali BAMAKO il 20 novembre scorso, con 21 morti, sia stato considerato quasi una continuazione di quel che è accaduto sette giorni prima (venerdì 13 novembre) a Parigi, con la strage e l’uccisione di 129 persone.

Persone che scappano dal Radisson blu hotel dopo l’attacco di un gruppo di uomini armati che hanno preso degli ostaggi il 20 novembre a BAMAKO, capitale del Mali. (Harouna Traore, Ap/Ansa) (da INTERNAZIONALE.IT) ---- L’ASSALTO ALL’HOTEL RADISSON DELLA CAPITALE DEL MALI, CHE DOVREBBE ESSERE STATO CONDOTTO DA UN COMMANDO JIHADISTA, HA FATTO ALMENO 21 MORTI. GLI OSTAGGI SONO STATI LIBERATI - Dopo la Francia, il terrore ha colpito il Mali. Un attacco jihadista è stato sferrato all'hotel Radisson Blue della capitale Bamako il 20 NOVEMBRE SCORSO: un commando con una dozzina di terroristi con armi da fuoco e granate al grido di "Allah u Akbar!", Dio è grande, hanno aperto il fuoco. Poi hanno preso almeno 170 persone in ostaggio (140 ospiti e 30 persone dello staff). Ventuno persone, inclusi due jihadisti, sono stati uccise nell'attacco all'hotel (da Ansa)
Persone che scappano dal Radisson blu hotel dopo l’attacco di un gruppo di uomini armati che hanno preso degli ostaggi il 20 novembre a BAMAKO, capitale del Mali. (Harouna Traore, Ap/Ansa) (da INTERNAZIONALE.IT) —- L’ASSALTO ALL’HOTEL RADISSON DELLA CAPITALE DEL MALI, CHE DOVREBBE ESSERE STATO CONDOTTO DA UN COMMANDO JIHADISTA, HA FATTO ALMENO 21 MORTI. GLI OSTAGGI SONO STATI LIBERATI – Dopo la Francia, il terrore ha colpito il Mali. Un attacco jihadista è stato sferrato all’hotel Radisson Blue della capitale Bamako il 20 NOVEMBRE SCORSO: un commando con una dozzina di terroristi con armi da fuoco e granate al grido di “Allah u Akbar!”, Dio è grande, hanno aperto il fuoco. Poi hanno preso almeno 170 persone in ostaggio (140 ospiti e 30 persone dello staff). Ventuno persone, inclusi due jihadisti, sono stati uccise nell’attacco all’hotel (da Ansa)

   Ed è appunto con il termine FRANÇAFRIQUE che si descrive quelle complesse – e non sempre trasparenti – relazioni tra la Francia e le sue ex colonie africane. Sono interessi geopolitici ma anche economici. Perché in gioco ci sono risorse naturali e materie prime. Quando lo ha ritenuto necessario, Parigi non ha mai esitato a intervenire militarmente nelle sue ex colonie, alcune delle quali sembra considerare ancora dei meri protettorati. È accaduto in COSTA D’AVORIO durante la sanguinosa guerra civile che sconvolse il Paese tra il 2002 e il 2004. Poi è stata la volta del CIAD, nel 2006, quando i caccia francesi bombardarono due località per fermare l’avanzata dai ribelli. Nel febbraio del 2011 Parigi è stata l’artefice della missione internazionale in LIBIA contro Muammar Gheddafi.

   E a proposito di quest’ultimo intervento francese in Libia che ha segnato la fine del regime di Gheddafi, è stato proprio da lì che è partito l’integralismo in MALI. Al servizio dell’ex rais c’erano le tribù nomadi dei tuareg, gli uomini blu del deserto. Con il rovesciamento del regime libico, ex guerriglieri (e le tantissime armi che c’erano) hanno invaso il SAHEL, quell’area geografica che si estende dall’Atlantico al Golfo, e che è terra di traffico di droga e armamenti da tanto tempo ormai.

Il SAHEL (dall'arabo SAHIL, "BORDO DEL DESERTO") è una FASCIA DI TERRITORIO DELL'AFRICA SUB-SAHARIANA che si estende TRA IL DESERTO DEL SAHARA a nord E LA SAVANA DEL SUDAN a sud, e TRA L'OCEANO ATLANTICO a ovest E IL MAR ROSSO a est. Essa costituisce una zona di transizione tra l'ecozona paleartica e quella afrotropicale, ovvero UN'AREA DI PASSAGGIO CLIMATICO DALL'AREA ARIDA (STEPPICA) DEL SAHARA A QUELLA FERTILE DELLA SAVANA ARBORATA SUDANESE (asse nord-sud). (da Wikipedia). Il Sahel copre i seguenti stati (da ovest a est): GAMBIA, SENEGAL, la parte sud della MAURITANIA, il centro del MALI, BURKINA FASo, la parte sud dell'ALGERIA e del NIGER, la parte nord della NIGERIA e del CAMERUN, la parte centrale del CIAD, il sud del SUDAN, il nord del SUD SUDAN e l'ERITREA
Il SAHEL (dall’arabo SAHIL, “BORDO DEL DESERTO”) è una FASCIA DI TERRITORIO DELL’AFRICA SUB-SAHARIANA che si estende TRA IL DESERTO DEL SAHARA a nord E LA SAVANA DEL SUDAN a sud, e TRA L’OCEANO ATLANTICO a ovest E IL MAR ROSSO a est. Essa costituisce una zona di transizione tra l’ecozona paleartica e quella afrotropicale, ovvero UN’AREA DI PASSAGGIO CLIMATICO DALL’AREA ARIDA (STEPPICA) DEL SAHARA A QUELLA FERTILE DELLA SAVANA ARBORATA SUDANESE (asse nord-sud). (da Wikipedia). Il Sahel copre i seguenti stati (da ovest a est): GAMBIA, SENEGAL, la parte sud della MAURITANIA, il centro del MALI, BURKINA FASo, la parte sud dell’ALGERIA e del NIGER, la parte nord della NIGERIA e del CAMERUN, la parte centrale del CIAD, il sud del SUDAN, il nord del SUD SUDAN e l’ERITREA

   E così i TUAREG tornati in MALI già dall’aprile 2012 (Paese questo, il Mali, immerso, nel suo cuore centrale, nell’area del Sahel) hanno proclamato il loro Stato indipendente, l’AZAWAD (vedi la cartina qui sotto). E per poterlo fare si sono appoggiati ai gruppi di salafiti cresciuti nel deserto, molto vicini (affiliati) ad Al Qaeda, all’integralismo e terrorismo islamico.

MALI NEL 2012 IN MANO AGLI INTEGRALISTI ISLAMICI - La guerra francese: iniziata nel 2013, non è stata risolutiva - A gennaio 2013 Hollande aveva preso la sua prima grande decisione in politica estera: dichiarare guerra ai jihadisti e ai ribelli del Mali per riportare la stabilità nella ex colonia, agendo unilateralmente e anticipando le Nazioni Unite. I maliani hanno accolto i francesi come dei salvatori dopo che il Paese era caduto nel caos, oggi però quell'entusiasmo è sopito. La missione Serval è stata tra le più costose di sempre: solo nei primi 12 giorni sono stati spesi 30 milioni. «L'operazione Serval», si legge sul sito della Difesa francese, «oltre ad avere stoppato i gruppi terroristi che minacciavano la capitale maliana, ha permesso di mettere fine a una forma di industrializzazione del terrorismo che si era impiantata nel deserto al Nord del Mali». Alla missione hanno preso parte altri otto Paesi che hanno offerto sostegno collaterale alle forze francesi: Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti e Paesi Bassi. (da www.lettera43.it )
MALI NEL 2012 IN MANO AGLI INTEGRALISTI ISLAMICI – La guerra francese: iniziata nel 2013, non è stata risolutiva – A gennaio 2013 Hollande aveva preso la sua prima grande decisione in politica estera: dichiarare guerra ai jihadisti e ai ribelli del Mali per riportare la stabilità nella ex colonia, agendo unilateralmente e anticipando le Nazioni Unite. I maliani hanno accolto i francesi come dei salvatori dopo che il Paese era caduto nel caos, oggi però quell’entusiasmo è sopito. La missione Serval è stata tra le più costose di sempre: solo nei primi 12 giorni sono stati spesi 30 milioni. «L’operazione Serval», si legge sul sito della Difesa francese, «oltre ad avere stoppato i gruppi terroristi che minacciavano la capitale maliana, ha permesso di mettere fine a una forma di industrializzazione del terrorismo che si era impiantata nel deserto al Nord del Mali». Alla missione hanno preso parte altri otto Paesi che hanno offerto sostegno collaterale alle forze francesi: Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti e Paesi Bassi. (da http://www.lettera43.it )

   In questa situazione la Francia decise di intervenire. A gennaio 2013 Hollande ha preso la sua prima grande decisione in politica estera: dichiarare guerra ai jihadisti e ai ribelli del Mali per riportare la stabilità nella ex colonia, agendo unilateralmente e anticipando le Nazioni Unite. I maliani in quell’occasione hanno accolto i francesi come dei salvatori dopo che il Paese era caduto nel caos.

   In effetti l’avvento dei tuareg, insieme ai salafiti del deserto sahariano su posizioni integraliste di Al Qaeda, aveva portato a una chiusura totale del Paese verso qualsivoglia modernità. Da dire che all’origine il territorio dell’Azaward era andato sotto il controllo di un movimento laico tutt’altro che integralista. Con l’unione dei tuareg più radicali con i qaedisti, i laici del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad al posto del loro sogno di indipendenza si sono ritrovati le BANDIERE NERE SVENTOLARE SU TIMBUKTU. E I TESORI ARCHEOLOGICI DELLA LORO TERRA DISTRUTTI IN NOME DELLA SHARIA.

   Il Mali è noto in tutto il mondo per la sua cultura e, fino a poco tempo fa, molti maliani si mantenevano grazie al turismo. Tutto è così sparito, con la distruzione dei siti archeologici di inestimabile valore, e chiaramente è sparita ogni possibilità di turismo. E tutto il resto che si può immaginare. Sparito ogni progresso per la parità tra uomo e donna. Perfino si è arrivati a proibire la musica, e anche lo sport (nel calcio europeo c’erano giocatori provenienti dal Mali, cioè c’era una certa tradizione calcistica…). In questa situazione l’arrivo nel gennaio del 2013 dei francesi, si capisce che sia stato accolto più che favorevolmente.

Timbuctu, una delle tombe dei 333 santi dell'Islam prima che venisse distrutta dai jihadisti nel 2012 - TIMBUCTÙ - Aprile 2015: Grazie all'Unesco è partito il progetto di restauro delle tombe dei “333 santi dell'Islam”
Timbuctu, una delle tombe dei 333 santi dell’Islam prima che venisse distrutta dai jihadisti nel 2012 – TIMBUCTÙ – Aprile 2015: Grazie all’Unesco è partito il progetto di restauro delle tombe dei “333 santi dell’Islam”

   Ma la situazione non si è per niente risolta. L’integralismo e il pericolo rimane, seppur confinato verso nord. Pertanto l’obiettivo francese del 2013 di respingere gli integralisti islamici che stavano conquistando tutto il Mali (erano a un passo dalla capitale Bamako) sembrava, era, di per sé nobile: appunto respingere l’avanzata dei jihadisti in quell’area del mondo.

   In effetti poi il vero prioritario obiettivo non era conservare all’ex colonia uno status  “moderato”, democratico, bensì il vero obiettivo francese (da mandare e rischiare la vita di soldati) è apparso per quello che in effetti era: cioè proteggere gli interessi economici della Francia. In primo luogo l’uranio del vicino Niger. La Francia ricava quasi l’80% della sua produzione di elettricità dall’uranio. E con le sue 58 centrali nucleari, e al costo relativamente basso di produzione, è divenuta il maggior esportatore mondiale di energia elettrica.

In questo quadro complesso e instabile la prossima settimana in Africa arriverà Papa Francesco che visiterà Kenya, Uganda e poi LA MARTORIATA REPUBBLICA CENTRAFRICANA. «Bergoglio - spiega il portavoce Vaticano - vuole parlare della misericordia e dell’amore di Dio ai popoli più provati». Per questo motivo il suo Giubileo della misericordia inizierà in Africa.
In questo quadro complesso e instabile la prossima settimana in Africa arriverà Papa Francesco che visiterà Kenya, Uganda e poi LA MARTORIATA REPUBBLICA CENTRAFRICANA. «Bergoglio – spiega il portavoce Vaticano – vuole parlare della misericordia e dell’amore di Dio ai popoli più provati». Per questo motivo il suo Giubileo della misericordia inizierà in Africa.

   Alle origini delle tensioni mondiali vi sono ancora disequilibri economici, interessi “post coloniali” tutt’altro che sopiti, superati. Certo, non può essere solo questo la causa dell’instabilità di certe aree del mondo (e del riversarsi del terrorismo in Europa, come sta accadendo in Francia).

   La costituzione, la creazione di un GOVERNO MONDIALE, auspicabile, necessario, non può però nascere non considerando ancora sfruttamenti (di risorse, di persone…), e anche “passati storici” spesso crudeli delle potenze occidentali. Ci vuole equità, onestà nel credere a pari diritti nella convivenza tra persone, popoli, nazioni, territori. Venendo a riconoscere a tutte le popolazioni locali libertà di sviluppo (economico, sociale…); e nel rapportarsi equamente, senza “nuovi sfruttamenti” con i “nuovi venuti” (in Africa ci sono Cina, India, Brasile, Turchia, decisi ad accaparrarsi le risorse africane…).

   Emancipandosi pure dai despoti locali. Ma anche da “passati coloniali” ancora in auge che impoveriscono queste popolazioni delle risorse naturali dei loro territori. Estirpare il terrorismo ovunque nasca è sì necessario, ma non può esserci un “vuoto di progetto” per il dopo; bisogna cercare di valorizzare la pace e lo sviluppo di quelle popolazioni “liberate” dalle oppressioni integraliste. (s.m.)

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SAHEL ZONA D’OMBRA DELL’AFRICA

di Riccardo Barlaam, da “il Sole 24ore” del 21/11/2015

   Il Sahel è la zona d’ombra dell’Africa. Di quell’Africa che da un lato continua a crescere e a stupire, nonostante la crisi. Che ha organizzato con successo – chi ci avrebbe scommesso? – i Mondiali di calcio. Di quell’Africa, ancora, dove si sta formando una classe media assetata di consumi di lusso all’occidentale. Dove Bmw, notizia di questi giorni, ha deciso di aprire uno stabilimento per produrre i suoi Suv: ne nasceranno 70mila all’anno dal nuovo impianto di Pretoria, destinati al mercato continentale, con un investimento da oltre 400 milioni di dollari. Un’Africa, ancora, da dove ha preso le mosse SabMiller, colosso mondiale della birra, quotato a Londra e Johannesburg, con radici saldamente piantate nella patria di Mandela.

   TRA I DIECI PAESI A PIÙ RAPIDA CRESCITA ECONOMICA, SEI SONO AFRICANI. ANGOLA e GHANA sono i Paesi che crescono di più, con percentuali di Pil a doppia cifra. Ma ci sono anche NIGERIA, SUDAFRICA, BOTSWANA, UGANDA e KENYA.

   L’economista Charles Robertson, autore di The Fastest Billion, paragona lo stato di questi Paesi africani a quello dei Paesi asiatici negli Anni 70. C’è una straordinaria SOMIGLIANZA GEOGRAFICA, DEMOGRAFICA E MACRO-ECONOMICA con quello che è successo da allora in INDIA, COREA DEL SUD, MALESIA e INDONESIA e ciò che sta succedendo oggi nei PAESI SOTTO IL SAHEL (KENYA, UGANDA, ANGOLA, GHANA, NIGERIA, RWANDA, BOTSWANA).

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   Con OLTRE UN MILIARDO DI ABITANTI, i miglioramenti nella governance e nelle istituzioni, i passi avanti nella scuola, le economie in crescita e sempre più aperte l’Africa è destinata ad avere un ruolo sempre più importante nei mercati globali. Secondo Robertson, nelle prossime due generazioni gli africani si abitueranno a fare i conti con questa crescita rapida che si allargherà sempre di più alle classi medie e medio-basse. Il Pil africano, sempre secondo le sue stime, passerà dai 2mila miliardi di dollari attuali ai 29mila miliardi nel 2050.

   ACCANTO ALL’AFRICA CHE SORPRENDE C’È LA TERRA DI NESSUNO DEL SUB-SAHARA, oceano di sabbia che taglia in due come una lama il Continente nero, da Est a Ovest, e lambisce Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Sud Sudan, Eritrea: ZONE AD ALTA INSTABILITÀ, Stati che sono altrettante ferite aperte nei fragili equilibri geopolitici degli anni Duemila.

   A fine 2015, per la prima volta la percentuale di persone che vive al di sotto della soglia di povertà scenderà sotto il 10% della popolazione mondiale. Lo dice la World Bank. La sfida più grande, scrivono gli analisti, è quella della «CRESCENTE CONCENTRAZIONE DELLA POVERTÀ GLOBALE NELL’AFRICA SUBSAHARIANA». Il buco nero.

   In quest’AREA GEOGRAFICA GRANDE DUE VOLTE E MEZZO L’EUROPA, con i confini segnati sulla sabbia, Stati spesso corrotti o inesistenti e povertà endemica, sempre agli ultimi posti nelle classifiche mondiali di corruzione, sviluppo umano, alfabetizzazione, reddito pro-capite, aspettative di vita, c’è stata una PROLIFERAZIONE DI SIGLE JIHADISTE NEGLI ULTIMI ANNI. Milizie che hanno stretto alleanze criminali con le bande locali e le tribù nomadi. Così nel posto più povero del mondo prosperano i traffici di esseri umani, di droga, di armi, di rifiuti tossici e radioattivi, i sequestri di persona.

   Secondo l’Agenzia Onu che lotta contro droga e criminalità (Unodc), gran parte della cocaina sudamericana venduta in Europa transita attraverso questa terra di nessuno.Il valore stimato del giro d’affari legato agli stupefacenti è di 1,25 miliardi di dollari l’anno. Il disfacimento politico della Libia ha aperto nuovi campi d’azione e connessioni. Tuttavia la lotta ai traffici e alle milizie, nell’era dei computer e delle guerre via satellite, non ha portato a molto. Non è esente da responsabilità l’Occidente, vuoi per l’assenza di politiche di sicurezza, vuoi per la corruzione e vuoi per interessi economici e connivenze.

   Dietro agli attentati dei fondamentalisti c’è poi un lungo fiume di dollari, che, con la complicità del sistema bancario, arriva dall’Occidente, dai musulmani radicali che vivono in Occidente e nei Paesi arabi, e dalle fondazioni islamiche, cosiddette caritative, che sostengono «lo sviluppo dell’Islam nel mondo». Un rapporto di Overseas Delopment Institute, think thank britannico, sostiene che «un numero crescente di banche internazionali, incluse Hsbc, Ubs, e NatWest hanno chiuso conti bancari, bloccato o ritardato la concessione di trasferimenti da conti correnti di ong musulmane registrate in Gran Bretagna».

   In questo quadro complesso e instabile la prossima settimana in Africa arriverà Papa Francesco che visiterà Kenya, Uganda e poi la martoriata Repubblica Centrafricana. «Bergoglio – spiega il portavoce Vaticano – vuole parlare della misericordia e dell’amore di Dio ai popoli più provati». Per questo motivo il suo Giubileo della misericordia inizierà in Africa. (Riccardo Barlaam)

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IL MALI TRA JIHAD E GUERRA FRANCESE: 5 COSE DA SAPERE

– Nel Nord del Paese proliferano i gruppi islamisti. Parigi è in guerra dal 2013. Eppure metà del territorio è ancora senza controllo – 

20 Novembre 2015, da http://www.lettera43.it/

   Ora il Mali, dove le bandiere nere sventolano da tre anni, torna in prima pagina.    Nella capitale BAMAKO un gruppo jihadista ha preso in ostaggio 175 persone nell’hotel di lusso ‘Radisson Blu’ frequentato soprattutto da turisti e personale diplomatico francese. Il bilancio dell’attacco è di 21 morti compresi due terroristi, sei cittadini russi e un israeliano.

   E così il mondo torna ad accorgersi dello STATO DEL SAHEL, dove si incrociano traffici di droga e di armi, dove Parigi è intervenuta militarmente dal 2013 e ha firmato un accordo per mantenere i propri militari fino al 2019.

   La strage è stata rivendicata dai SALAFITI del movimento di Al Mourabitoun, una fazione della triade islamista che controlla dal 2012 la parte settentrionale del Paese. Ecco la situazione, riassunta in cinque punti.

  1. Le origini: crisi nata dalla caduta di Gheddafi

I jihadisti del Mali sono una delle creature nate dalla fine del regime di Gheddafi in Libia. Al servizio dell’ex rais c’erano le tribù nomadi dei tuareg, gli uomini blu del deserto. Con il rovesciamento del regime libico, ex guerriglieri e soprattutto armi hanno invaso il Sahel, il territorio poroso che si estende dall’Atlantico al Golfo, e che è terra di traffico di droga e armamenti. I TUAREG tornati in Mali ad aprile 2012 hanno proclamato il loro Stato indipendente, l’AZAWAD. Ma per farlo si sono appoggiati ai gruppi di salafiti cresciuti nel deserto, ANSAR DINE (Difensori dell’Islam) legati all’Aqmi, la rete di al Qaeda nel Maghreb islamico, e il MUJAO (Movimento per l’unicità e il jihad nell’Africa Occidentale).

TESORI DISTRUTTI IN NOME DELLA SHARIA. I tuareg più radicali si sono uniti ai qaedisti o hanno formato gruppi salafiti indipendenti. E così i laici del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad al posto del loro sogno di indipendenza si sono ritrovati le BANDIERE NERE SVENTOLARE SU TIMBUKTU. E I TESORI ARCHEOLOGICI DELLA LORO TERRA DISTRUTTI IN NOME DELLA SHARIA. Quattro mesi dopo un golpe, l’ennesimo, ha rovesciato il governo centrale di Bamako, ormai incapace di controllare il proprio territorio. E dopo altri sette mesi, a GENNAIO 2013, LA FRANCIA DI FRANÇOIS HOLLANDE HA MANDATO I SUOI SOLDATI A COMBATTERE IL JIHAD e a riportare la stabilità nell’ex colonia. MISSIONE FALLITA.

  1. I gruppi terroristici: al Mourabitoun smentisce legami con l’Isis

Al Mourabitoun, il movimento che ha rivendicato l’attacco terroristico all’hotel Radisson, aveva già attaccato a Bamako un bar frequentato da stranieri uccidendo cinque persone, tre maliani, un francese e un belga. Era il marzo 2015 e il governo centrale del Mali era impegnato nei ‘negoziati di pace’ con alcuni gruppi ribelli del Nord. L’accordo è stato siglato, ma la minaccia dei terroristi è rimasta. Al Mourabitoun è nato dalla fusione del Mujao e della brigata guidata dall’emiro Belmokhtar – il cervello dell’assalto al sito gasiero algerino di In Amenas nel gennaio 2013, conosciuto come l’uomo del terrore in tutto il Maghreb. Belmokhtar è stato dato più volte per morto, ma il suo movimento è vivo. E secondo diverse fonti, sarebbe confluito nell’Isis. L’organizzazione ha smentito, ma le indiscrezioni sembrano l’indizio di una divisione all’interno del movimento.  Nell’area è attiva anche la formazione qaedista di Ansar Dine, ‘i partigiani della religione (islamica)’, formazione collegata con al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi).

LADRI E FEDIFRAGHI OGGETTO DI PUNIZIONI CORPORALI. Ansar Dine è guidato da Iyad Ag Ghali – detto il Leone del deserto – ribelle tuareg ed ex consigliere culturale del governo maliano in Arabia Saudita. Secondo gli analisti, il gruppo qaedista è composto essenzialmente da ‘uomini blu’ che lasciarono il laico Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) e scelsero di avere il Corano accanto al kalashnikov. Orribili le loro azioni a Timbuktu dove imposero una rigida interpretazione della Sharia soprattutto contro (presunti) ladri, fedifraghi e concubini, oggetto di punizioni corporali. Molto temuta la loro ‘polizia religiosa’ che, tra l’altro, frustava chi veniva sorpreso a giocare a pallone o quelle donne che, anche in casa propria, non indossavano il velo integrale imposto dagli integralisti. Secondo diversi analisti Ansar Dine sarebbe stata messa al corrente dell’attacco all’hotel.

  1. La ‘missione’ di Belmokhtar: «Cacciare gli occupanti crociati»

Belmokhtar, il fondatore di al Mourabitoun, è un leader solitario. È riuscito ad attraversare tutti i gruppi integralisti del Maghreb, costruendo reputazione e potere personale, anche grazie alla gestione di traffici illegali. A dicembre 2012 dopo lo strappo definitivo con il leader dell’Aqmi, Belmokhtar ha creato una sua banda armata composta: ‘Coloro che firmano col sangue’. È piuttosto vicino al Mujao, guidato da Oumar Ould Hamada e padrone assoluto dei dintorni della città di Gao, riconquistata dall’esercito francese. Il Mujao ha buone entrature con il movimento somalo degli Shabaab e con gli integralisti nigeriani di Boko Haram, ma rifiuta le regole della Sharia di Ansar Dine. La più nota e ‘raffinata’ organizzazione qaedista tuareg, infatti, punisce chi si dà al contrabbandando e, sotto la salda guida di Iyad Ag Ghali, intesse trattative con i Paesi occidentali.

ATTACCARE LA FRANCIA OVUNQUE NEL MONDO. Al Mourabitoun, che si definisce un gruppo di al Qaeda, a luglio 2015 ha nominato Khaled Abou Al-Abbas, cioè Mokhtar Belmokhtar, ‘emiro’ dell’organizzazione. Il comunicato è stato postato su Twitter il 14 agosto 2015, ma portava la data del 21 luglio.  Nella nota gli islamisti chiamavano le truppe francesi “il nemico crociato”. E promettevano di essere pronti a «cacciare la Francia e i suoi alleati e attaccarli ovunque nel mondo». Il gruppo diceva di rifarsi alle direttive di Osama bin Laden. Ma contemporaneamente chiamava tutte le forze salafite a unirsi per restaurare il ‘Califfato islamico’. E le tribù del Nord del Mali a puntare le loro armi contro gli occupanti. Il comunicato sottolineava però di aborrire le azioni dello Stato di al Baghdadi, cioè l’Isis, che ‘viola le regole della Sharia’, ‘divide i mujaheddin’ e ‘versa inutilmente il sangue dei musulmani innocenti’.

  1. La guerra francese: iniziata nel 2013, non è stata risolutiva

A gennaio 2013 Hollande aveva preso la sua prima grande decisione in politica estera: dichiarare guerra ai jihadisti e ai ribelli del Mali per riportare la stabilità nella ex colonia, agendo unilateralmente e anticipando le Nazioni Unite. I maliani hanno accolto i francesi come dei salvatori dopo che il Paese era caduto nel caos, oggi però quell’entusiasmo è sopito. La missione Serval è stata tra le più costose di sempre: solo nei primi 12 giorni sono stati spesi 30 milioni. «L’operazione Serval», si legge sul sito della Difesa francese, «oltre ad avere stoppato i gruppi terroristi che minacciavano la capitale maliana, ha permesso di mettere fine a una forma di industrializzazione del terrorismo che si era impiantata nel deserto al Nord del Mali». Alla missione hanno preso parte altri otto Paesi che hanno offerto sostegno collaterale alle forze francesi: Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti e Paesi Bassi.

METÀ DEL PAESE SENZA AUTORITÀ. A maggio 2015, a due anni e mezzo dall’intervento militare di Parigi, è stato sottoscritto un accordo di pace tra il governo e alcuni gruppi armati nel Nord del Paese. A giugno, è arrivata l’adesione anche dei ribelli tuareg. E la versione ufficiale è che la nazione è stabilizzata. Eppure oggi Romano Prodi ex inviato speciale in Mali, dice che «metà del Paese non è sotto controllo». In Mali «abbiamo le zone di Timbuctù, la zona di Gao, la zona di Kidal soprattutto, in cui l’esercito francese ha preso il controllo delle città, ma tutto attorno è in mano a nessuno, in mano alle bande armate».

  1. Il futuro: l’esercito di Parigi sul campo almeno fino al 2019

L’ennesima strage spegne il trionfalismo francese. Il 29 gennaio 2013, dopo soli 17 giorni di intervento militare e con la riconquista di Timbuctu, Hollande proclamava: «Stiamo vincendo la guerra». Ma la guerra è tutt’altro che finita. E l’opinione pubblica maliana è diventata più critica sulla presenza dell’esercito di Parigi. Nel 2014, con la stabilizzazione politica nella capitale, le elezioni e il nuovo governo, la Francia ha lanciato l’operazione Barkhane, una missione militare che abbraccia tutto il Sahel. Parigi infatti sta cooperando con il G5 Sahel, il gruppo di Paesi composto oltre al Mali, da Chad, Mauritania, Niger e Burkina Faso. Attualmente, si legge sul sito della Difesa francese, la missione francese coinvolge 3 mila militari, una ventina di elicotteri, 200 blindati, sei aerei e tre droni e una decina di aerei da trasporto. Le truppe si trovano a Gao e a N’Djamesna (Chad, Paese alleato di Parigi). Mentre i movimenti della divisione aeronautica sono pianificati nel comando francese di Lione.

LA DECOLONIZZAZIONE TRADITA.  Parigi ha firmato un nuovo accordo con il governo di Bamako, che permette alla Francia di mantenere una presenza militare fino al 2019. L’intesa prevede che i francesi costruiscano basi militari e operino con le truppe maliane, un esercito in realtà impreparato e corrotto. L’accordo è rinnovabile dopo cinque anni. E per molti intellettuali del Mali, ha scritto il giornalista Pape Samba Kane su al Jazeera, si tratta di una vera e propria marcia indietro «rispetto al percorso di decolonizzazione del Paese». Un ‘protettorato’ che non ha ancora risolto la crisi del Nord, né fermato il jihad dei salafiti sempre più spesso capaci di calare nel Sud del Paese, per uccidere.

MALI da Wikipedia
MALI da Wikipedia

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QUEL LEGAME DI PARIGI CON LE EX COLONIE

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 21/11/2015

– «Françafrique». Tra interessi geopolitici ed economici le relazioni francesi con Mali, Ciad, Niger, Mauritania e Burkina Faso restano complesse e a volte poco trasparenti –

   È inevitabile pensare alla Francia. Inevitabile tornare con la memoria ai giorni in cui la bandiera jihadista sventolava sui tetti di Timbuctu. Ripensare alle migliaia di manoscritti antichi bruciati dalla furia iconoclasta degli estremisti e ai due reporter di Radio France International brutalmente sgozzati lungo la strada per Tinessako. Alle truppe speciali francesi che rastrellavano le regioni desertiche a caccia di estremisti. Ecco perché il commando di 10 jihadisti armati fino ai denti che, al grido di «Allahu Akbar» («Allah è grande»), ha fatto incursione nell’Hotel Radisson, nella capitale del Mali, non può non far pensare all’ennesima ritorsione contro la Francia.

   Minacciata dall’espansione cinese, ma anche da quella di Paesi emergenti come India, Brasile e Turchia, decisi ad accaparrarsi le risorse africane, la Francia continua ad esercitare una forte influenza in molti Stati africani. Un ruolo che è determinata a difendere con le unghie. FRANÇAFRIQUE; con questo termine si usa descrivere quelle COMPLESSE – E NON SEMPRE TRASPARENTI- RELAZIONI TRA LA FRANCIA E LE SUE EX COLONIE AFRICANE. Sono interessi geopolitici ma anche economici. Perché in gioco ci sono risorse naturali e materie prime. L’uranio del Niger e della Repubblica Centroafricana, il petrolio del Gabon e del Ciad. Le risorse agricole di altri Paesi, i metalli della Guinea Conakry.

   Quando lo ha ritenuto necessario, Parigi non ha mai esitato a intervenire militarmente nelle sue ex colonie, alcune delle quali sembra considerare ancora dei meri protettorati. È accaduto in COSTA D’AVORIO durante la sanguinosa guerra civile che sconvolse il Paese del cacao tra il 2002 e il 2004. Per cercare di riportare la calma l’Onu inviò i suoi Caschi blu affiancati dalla missione francese Licorne, composta da quasi 5mila soldati. Poi è stata la volta del CIAD, nel 2006, quando i caccia francesi bombardarono almeno due località per fermare l’avanzata dai ribelli del Fuc, che puntavano a espugnare anche la capitale N’Djamena e rovesciare il controverso presidente Idriss Deby. Certo non un capo di Stato paladino della democrazia.

   Poi, nel febbraio del 2011, Parigi è stata capofila della missione internazionale in Libia contro Muammar Gheddafi. E in quell’anno i militari francesi partecipano nuovamente in Costa d’Avorio all’ultima offensiva catturando l’ormai indesiderato presidente uscente, Laurent Gbagbo.

   Per meglio comprendere l’intervento francese in Mali occorre tornare indietro ai tempi della guerra contro Gheddafi. Quando insieme al crollo del regime libico un esercito di miliziani Tuareg al soldo dell’ex rais ritornò in Mali e Niger. Nell’aprile 2012, il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (Mnla), composto da quei Tuareg di matrice non radicale, prese il controllo delle principali città e dichiarò unilateralmente l’indipendenza dell’Azawad, la parte settentrionale del Paese. Il sogno durò meno di due mesi. Perché le truppe jihadiste, Ansar Dine, il famigerato movimento Mujao e l’ancor più temibile al-Qaeda nel Maghreb islamico estromisero i ribelli dell’Mlns. La giunta al potere in Mali, che aveva conquistato Bamako nel 2012 con un colpo di Stato, sembrava impotente. Scattò l’OPERAZIONE SERVAL, una forza internazionale intervenuta su mandato Onu, per ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali. La Francia inviò migliaia di soldati. E riuscirono a riconquistare le città, infliggendo perdite ingenti alle forze jihadiste, che tuttavia si nascondono ancora oggi in aree desertiche.

   L’obiettivo della missione francese in Mali era respingere l’avanzata dei jihadisti in un’area del mondo dove Parigi esercita una forte influenza politica. Ma è forse ingenuo illudersi che l’intervento sia del tutto svincolato da un altro obiettivo, più nell’ombra, ma non meno importante: proteggere gli interessi economici della Francia. In primo luogo l’uranio del vicino Niger. Parigi non può permettersi di perderlo. Perché la Francia ricava quasi l’80% della sua produzione di elettricità dall’uranio. Nessun altro Paese al mondo presenta un rapporto così “intenzionalmente” sbilanciato. Grazie alle sue 58 centrali nucleari, e al costo relativamente basso di produzione, è divenuta il maggior esportatore mondiale di energia elettrica. E quando entrerà a pieno regime la GIGANTESCA MINIERA DI URANIO DI IMURAEN, sviluppata dal colosso minerario francese Areva, chi ne beneficerà sarà soprattutto la Francia. E il Niger passerà dunque da quarto a secondo fornitore di uranio della Francia.

   Burkina-Faso, Mali, Mauritania, Niger, Ciad. In questi Paesi i 3.500 miliari francesi della operazione Barkhane stanno affiancando i 6mila soldati della Minusma, provenienti da 11 Paesi africani nel tentativo di sostenere le forze governative contro i jihadisti. E in questi Paesi la Francia è ormai un acerrimo nemico di questi spietati movimenti estremisti. (Roberto Bongiorni)

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LA GUERRA IN MALI CONTINUA A DUE ANNI DALL’INTERVENTO FRANCESE

di Charlie English, The Guardian, Regno Unito, 21/11/2015

– Gli attentati di Bamako mostrano che i combattimenti in Mali continuano anche a due anni dall’intervento francese. Nel nord del Mali sono ancora presenti una miriade di gruppi armati e da qualche tempo il problema del jihadismo sembra diffondersi verso sud –

   Il 2 febbraio 2013, cinque giorni dopo che l’esercito francese aveva cacciato le milizie jihadiste, un trionfante François Hollande era arrivato a Timbuctù, la celebre città nel nord del Mali.

   Ai francesi erano bastati solo 23 giorni per riprendersi buona parte di un territorio che per nove mesi era stato proclamato Repubblica islamica dell’Azawad, occupato da Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e dai suoi alleati. Pochi presidenti, e a dire il vero pochi leader in tutto il mondo, hanno potuto godere di una vittoria così piena di enfasi e ricevere un’accoglienza così piena di gratitudine da parte di un popolo.

   La decisione della Francia di intervenire contro l’avanzata dei jihadisti dal nord del Mali è sembrata all’epoca un esempio raro e riuscito di quel rischioso genere di operazione di terra che, negli anni della presidenza di Barack Obama, è stato evitato. Ma l’attacco jihadista all’hotel Radisson blu di Bamako dimostra che gli scontri non sono cessati.

Il regno dei narcotrafficanti islamici

Nel 2012, il problema del jihadismo in Mali era limitato al nord del paese. Da lungo tempo il Sahara era un territorio complesso, con il suo difficile miscuglio di trafficanti d’esseri umani, jihadisti e trafficanti di droga, persone che il governatore di Timbuktù aveva definito “narcotrafficanti islamici”.

   Dopo la caduta del presidente libico Muammar Gheddafi e la fuga dei suoi soldati tuareg verso il loro territorio d’origine nel deserto, il compito di sorvegliare questa grande regione del nord si è rivelato troppo pesante per l’esercito maliano. Dotati di poche munizioni e di scarso equipaggiamento, molti soldati hanno disertato o sono tornati a casa. Il risultato è stato un colpo di stato militare e un vuoto di potere nel quale si sono inseriti i separatisti tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) e i loro alleati jihadisti.

   Nei due anni e mezzo successivi all’intervento militare francese, il Mali e i suoi alleati internazionali hanno lavorato alla ricostruzione del paese. Le elezioni del 2013 hanno portato alla presidenza il carismatico ed esperto statista Ibrahim Boubacar Keita. L’anno successivo, nelle feste alle ambasciate della capitale, era possibile incontrare soldati europei che si mostravano cautamente ottimisti riguardo alla possibilità di trasformare l’esercito maliano in una vera e propria forza militare in grado di combattere.

Un accordo di pace con i ribelli tuareg

Nell’estate del 2015, le lunghe trattative di pace ad Algeri hanno portato a un accordo tra i vari gruppi ribelli, riuniti nella coalizione Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma). Negli ultimi mesi sono stati fatti alcuni passi avanti nell’attuazione di questo accordo. La Francia non ha abbandonato il paese: pur diminuendo il numero dei militari in Mali, si è impegnata in una più vasta operazione, il cui nome in codice è Barkhan, con l’impegno a lungo termine di tenere a bada i jihadisti nei paesi del Sahel.

   Ma come accaduto in Afghanistan e Iraq, il conflitto non si è mai del tutto placato. Nel nord sono presenti numerosi gruppi armati. Oltre all’Aqmi, le formazioni jihadiste comprendono Al Morabitun (che ha rivendicato l’attentato di Bamako) e Ansar Dine, mentre i separatisti, inclusi l’Mnla e l’Alto consiglio per l’unità dell’Azawad (Hcua) agiscono nella colizione del Cma. Nel paese ci sono, inoltre, molti altri gruppi, comprese le milizie filogovernative Ganda Koy e Gatia. Il risultato è che intere parti del paese sono inaccessibili anche ai dirigenti e la missione dell’Onu, Minusma, è diventata una delle operazioni di mantenimento della pace più pericolose al mondo.

La fascia del Sahel
La fascia del Sahel

   Di recente, la minaccia jihadista (nata nel deserto) ha mostrato segni di espansione verso sud, attraverso il fiume Niger e fino al Mali centrale e meridionale. A marzo del 2015 il bar La Terrasse, molto frequentato dagli stranieri, è stato colpito da un attentato. Ad agosto è stato attaccato l’hotel Byblos nel centro del paese, dove alloggia spesso il personale dell’Onu, e il bilancio è stato di tredici morti. In seguito l’attentato è stato attribuito a un gruppo del Mali centrali chiamato Fronte di liberazione del Macina (Flm).

   Una delle inevitabile conseguenze dell’intervento armato è che questi gruppi si disperdano e poi ricompaiano in altre regioni, secondo Andrew Lebovich, ricercatore allo European council of foreign relations (Consiglio europeo delle relazioni internazionali). Paul Melly di Chatham House ha descritto l’intensificarsi di questi attacchi contro bersagli civili come “attacchi-puntura”. Secondo Melly, questi attacchi sono spesso, ma non sempre, opera di jihadisti legati all’Aqmi. Alcuni combattenti di questi gruppi sono dei salafiti dediti alla causa ma, molti di loro non sono davvero interessati agli obietti del gruppo.

   Dal 2012 gli abitanti dei territori controllati dai jihadisti hanno osservato come i miliziani spesso cambino gruppo di appartenenza, passano da gruppi di jihadisti a gruppi laici e viceversa, senza curarsi delle finalità di ciascun gruppo.

   Nel reclutamento dei jihadisti c’è una dimensione economica, oltre che politica. Le file di questi gruppi sono ingrossate da giovani poveri e senza diritti, privi di un senso di appartenenza nazionale e di prospettive economiche. Questo aspetto viene esacerbato dall’aumento della violenza politica. Il Mali è noto in tutto il mondo per la sua cultura e, fino a poco tempo fa, molti maliani si mantenevano grazie al turismo. Ma da molto tempo questo settore è scomparso nel nord ed è in crisi nel sud. E le cose non miglioreranno dopo gli eventi del 20 novembre. (Charlie English, traduzione di Federico Ferrone) (questo articolo è stato pubblicato dal Guardian)

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MALI, PERCHÉ È NEL MIRINO DEGLI JIHADISTI. QUI IL CONTINGENTE FRANCESE PIÙ GRANDE

di Giusy Baioni, da “il Fatto Quotidiano” del 20/11/2015

– Dal 1986 la Repubblica francese è impegnata sul campo per contrastare l’avanzata dei terroristi. Proprio in Mali, da un anno e mezzo, è dispiegata la più grande operazione militare lanciata da Parigi: 3.500 militari, 20 elicotteri, 200 blindati e altri 200 veicoli, 6 aerei da combattimento. Mentre le operazioni procedono si intensificano gli attentati. L’ultimo, ad agosto, fece 8 morti e sempre nell’assalto a un hotel –

   BAMAKO, capitale del Mali, non è nuova agli attentati come quello di ha visto un gruppo di jihadisti assaltare un hotel e prendere in ostaggio 170 persone. L’ultimo è avvenuto lo scorso 8 agosto – sempre con un assalto a un hotel – e lasciò sul terreno 12 morti. Il 7 marzo era stato preso d’assalto un ristorante, 5 i morti. Il giorno seguente una base Onu nel nord. Morto un casco blu. Una situazione tesa da tempo.

   In Mali è dispiegata la più grande operazione militare francese, denominata Barkhane: 3mila militari, poi aumentati a 3500, e un ingente dispiegamento di mezzi (20 elicotteri, 200 blindati e altri 200 veicoli, 6 aerei da combattimento, 5 droni e 12 aerei da trasporto).

   Barkhane è stata lanciata il 1 agosto 2014, in partenariato con i paesi del Sahel (MAURITANIA, MALI, NIGER, CIAD e BURKINA FASO), riuniti dal febbraio 2014 nel cosiddetto G5 SAHEL, per coordinare gli sforzi di sicurezza e di lotta al terrorismo. La missione francese è ufficialmente volta ad “appoggiare le forze armate dei paesi partner nelle loro azioni di lotta ai gruppi armati e terroristi e di impedirne la ricostituzione”, come si legge nel sito ufficiale delle forze armate francesi. Se l’approccio di BARKHANE è nuovo dal punto di vista strategico, si inscrive però in un percorso collaudato: è stata infatti preceduta dall’OPERAZIONE SERVAL, avviata nel 2013 e preceduta a sua volta dall’OPERAZIONE EPERVIER in Ciad, dal lontano 1986. Anche Barkhane ha il quartier generale a N’Djamena, in Ciad.

   E proprio a N’Djamena si sono trovati il ministro degli esteri ed altri cinque ministri, insieme al presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta, proprio per la seconda riunione ordinaria del G5 del Sahel, nel quale sono in discussione nuove ulteriori misure securitarie e antiterrorismo. Forse non è un caso che l’attacco si sia tenuto proprio mentre mezzo governo era all’estero. Proprio all’indomani delle parole sinistramente profetiche di Hollande.

   Proprio pochi giorni dopo l’ultimo messaggio di minacce di Iyad Ag Ghali, fondatore di Ansar Eddine, che minaccia di far saltare con tutti i mezzi possibili l’attuazione dell’accordo di pace siglato la scorsa estate. Nel messaggio audio, Iyad Ag Ghali chiede una risposta a “questa offesa”, non perde l’occasione per minacciare la Francia e legittimare gli attacchi nel centro e nel nord del Mali.

   Forse non è un caso nemmeno che pochi giorni fa, il 15 novembre, sia stato arrestato il numero due di un gruppo jihadista del centro del Mali, che esplicitamente incitava a combattere la Francia: Allaye Bocari Dia, braccio destro e finanziatore di Amadou Koufa, predicatore radicale e capo del Front de Libération du Macina, una nuova sigla comparsa all’inizio dell’anno con l’ambizione di creare uno stato islamico nel centro del Mali e “un vasto piano per destabilizzare il paese”, secondo quanto ha dichiarato lo stesso arrestato. Forse non è un caso che da un mese sia in corso l’operazione “Vignemale”, nel nord del Mali e del Niger, durante la quale un migliaio di militari francesi dell’operazione Barkhane stanno rastrellando la regione più settentrionale, considerata l’ultimo santuario dei gruppi jihadisti, alla ricerca di persone sospette, armi ed esplosivi.

   Forse non è un caso che due giorni fa il ministro maliano della sicurezza, il colonnello Salif Traoré, avesse annunciato nuove misure per rafforzare la sicurezza nel paese: la riorganizzazione e la messa in opera di unità speciali, la presa di coscienza degli agenti che conducono azioni sul terreno. Forse non è un caso che la Francia il 17 novembre abbia invocato la “clausola di difesa reciproca” in base al trattato di Lisbona, chiedendo un’assistenza militare ai membri dell’UE che aveva fatto ipotizzare – tra le altre cose – un dispiegamento di truppe europee (in particolare tedesche e irlandesi) in Africa dell’Ovest a fianco dei francesi.

   Forse non è un caso, infine, che in un’intervista messa in onda da RFI proprio poco prima della notizia dell’assalto all’hotel Radisson Blu, l’ex capo dei servizi maliani, oggi coordinatore del gruppo di esperti di terrorismo dell’Unione Africana, parlasse di “rischio altissimo” anche per la fascia del Sahel e di recrudescenza di gruppi terroristici nella zona, finanziati dai paesi del Golfo. In attesa di una rivendicazione ufficiale, esistono già una serie di elementi che contribuiscono a inquadrare l’assalto all’hotel Radisson Blu nel contesto dell’ex colonia francese. (Giusy Baioni)

Il terrorismo in Nord Africa si espande lungo l'asse del Sahel (da www.lettera43.it )
Il terrorismo in Nord Africa si espande lungo l’asse del Sahel (da http://www.lettera43.it )

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DOPO PARIGI IL TERRORE SI AFFRONTA CON POLITICHE SOCIALI E UN IMPEGNO EDUCATIVO

di Andrea Riccardi, da “il Corriere della Sera” del 23/11/2015

   Chi ama Parigi sente quanto è stato terribile il 13 novembre. I terroristi hanno colpito la capitale che più esprime lo spirito europeo. Il presidente Hollande ha dichiarato: «Siamo in guerra». Il brutale attacco terrorista all’albergo di Bamako, in Mali, vuol mostrare quasi un assedio islamico alla Francia.

   Certo dovremo abituarci a vivere con i rischi e le paure dell’offensiva terrorista. Avvenne anche dopo l’11 settembre, quando furono colpite, nel 2004, Madrid con 191 caduti e Londra, un anno dopo, con 56 morti. È duro per noi europei, abituati a pensare la guerra lontana. È ingiusto e orribile.

   L’esperienza del primo decennio del 2000 però ci insegna qualcosa. Non si può ripetere lo scenario del post 11 Settembre: la guerra in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Le conseguenze in Iraq sono sotto gli occhi di tutti con la fine di un Paese, oggi in parte in mano ai jihadisti. Tony Blair ha ammesso recentemente l’assenza di reali motivi per l’attacco a Saddam Hussein. Quello scenario è stato sconfessato dalla storia.

   C’è una guerra in corso: principalmente tra musulmani, tra sunniti, tra sciiti e sunniti. Parliamo d’Islam, ma dovremmo parlare di più di conflitto tra arabi. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne al conflitto: l’Islam indonesiano con più di 200 milioni di musulmani non ha creato uno Stato confessionale. Imponenti comunità musulmane, in Pakistan, India, Cina e Bangladesh, non sono arabe.

   L’Islam arabo conta 320 milioni su più di un miliardo e mezzo di musulmani. La guerra è soprattutto tra arabi e di arabi, che – attraverso il califfato e una sfida globale – vogliono una leadership mondiale. La creatura mostruosa del DAESH ha goduto di oscure complicità nella penisola arabica e nel mondo turco con la speranza di utilizzarla.

   Questa ha prosperato nelle rovine dell’Iraq e dentro la lunghissima guerra siriana. C’è la responsabilità occidentale di non aver posto fine al conflitto, pur di non associare la Russia e l’Iran a una soluzione. Il popolo striano è distrutto, mentre ogni appello alla ragione — ricordo quello per Aleppo — non ha trovato ascolto. Un conflitto di più di quattro anni non può non «infettare» la regione.

   I terroristi sono cresciuti, creandosi una base territoriale, prossima al Mediterraneo e incuneata nel Medio Oriente. Si discute molto di Islam e terrorismo. CI TROVIAMO PERÒ DI FRONTE A UNA QUESTIONE ARABA, che lascia indifferenti molti musulmani del mondo. II califfato utilizza l’appello alla religione per allargare il consenso e rivestirsi di leadership inter-islamica. Come Al Qaeda. Questo è lo scopo della lotta all’Europa, per trascinarci in uno scontro frontale islamico-occidentale.

   Si ricordino le immagini raccapriccianti dell’uccisione dei cristiani copti sulle rive della Libia, per prefigurare un’aggressione ai cristiani del Nord. Non possiamo riconoscere ai jihadisti lo status di nemici frontali. Farebbe il loro gioco per radunare più musulmani dietro di loro in Europa e nel mondo. Bisogna agire in modo fermo e articolato. Può sembrare debole rispetto ai proclami, ma isola e respinge il jihadismo.

   Sono necessari rapidi passi in avanti per sanare il conflitto in Siria, utilizzando i resti del (terribile) regime e gli oppositori disponibili. Così si spingono i terroristi nel deserto. Sono da sostenere gli Stati arabi: Tunisia, Giordania ed Egitto (si potrà affermare l’ordine egiziano nel Sinai?). La Turchia e I’Iran sono decisivi. L’Italia l’ha sempre creduto.

   La vera debolezza europea è nei focolai terroristici e nei foreign fighters nel continente. Qui intelligence e polizia debbono agire con determinazione e coordinamento continentale.

   LA MAGGIORE DEBOLEZZA DELLE NOSTRE SOCIETÀ SONO LE GRANDI PERIFERIE, gli agglomerati senza senso, dove un ragazzo si trasforma in terrorista. LA LOTTA AL TERRORISMO SI FA CON UNA POLITICA SOCIALE, creando reti umane e educative dove sono masse anonime (spesso contagiate dalla propaganda via Internet).

   BRUXELLES, PARIGI, LE LORO PERIFERIE, SONO MONDI A RISCHIO. Bastano poche persone per fare tanto male. I tagli sulla politica sociale si pagano. Sono scomparsi troppi AGENTI DI PROSSIMITÀ. L’Islam europeo si sta però svegliando anche a nuova responsabilità, ma va coinvolto di più. Le religioni hanno un compito nel creare una rete. Senza bonifica delle società, il pericolo resta. E questo è forse il lavoro più difficile. (Andrea Riccardi)

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DISTRUZIONE DEI MONUMENTI STORICI, UN CRIMINE DI GUERRA

di Simonetta Sandri, da “il Fatto Quotidiano” del 15/10/2015

   E’ un avvenimento unico, storico, un’apertura sperata e attesa. Finalmente. Lo avevamo auspicato qualche tempo fa (leggi) e in questi giorni la Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aia pare andare nella giusta direzione. Davanti a essa, infatti, è apparso per la prima volta, lo scorso 30 settembre, Ahmad Al Faqi Al Mahdi, accusato di aver commesso crimini di guerra nella città di Timbuktu, nel nord del Mali, attaccando e distruggendo monumenti storici ed edifici religiosi, tra il 30 giugno e il 10 luglio 2012. Per la prima volta nella storia, la Corte (tribunale internazionale, istituto nel 1998, competente a giudicare individui che abbiano commesso gravi crimini di rilevanza internazionale come genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra) persegue un imputato per il crimine di guerra di distruzione di monumenti storici ed edifici religiosi. Era ora. Un buon segno, un buon inizio, un passo necessario e urgente verso una tutela di beni dimenticati.    Ma vediamo i fatti.

   Da gennaio 2012, il Mali (paese povero ma bellissimo e culturalmente ricco) è attraversato e “scombussolato” da un conflitto armato non-internazionale di difficile comprensione. La città di Timbuktu, che, nell’immaginario collettivo, evoca tempi lontani, luoghi remoti e favole misteriose, è controllata da vari gruppi islamici terroristici legati ad “Al Qaeda in the Islamic Maghreb” (Aqim). L’imputato di oggi, Al Faqi (soprannominato Abou Tourab), nato ad Agoune, a un centinaio di chilometri da Timbuktu), circa trent’anni fa, era membro di uno di questi gruppi (“Ansar Dine”, movimento tuareg associato a Aqim) e capo della brigata “Hesbah” (“brigata dei costumi”), coinvolta nella distruzione di 9 mausolei costruiti tra il XIII e il XVII secolo, di una moschea e di oltre 4.000 manoscritti originali. Siti Unesco, fra l’altro.

   Chi non ha visitato il Mali difficilmente può immaginare il tesoro che esso racchiude, per la storia dell’uomo e della civiltà. Quando, nel 2009, ho varcato la soglia di Timbuktu, ho percepito la forza di quella storia, visitando i luoghi che custodivano centinaia di antichi manoscritti. Era come entrare in una caverna di una favola, quella che contiene il tesoro che si cerca da lungo tempo. Il solo pensiero di una loro possibile violazione e distruzione fa male, mani nemiche che osano toccare e intaccare le tradizioni e le storie passati dei popoli. Macchiarle di oblio, sfregio, terrore e distruzione. Per cercare di punire tale vergogna, la Camera Preliminare della Cpi ha quindi fissato la data di inizio dell’udienza per la conferma delle accuse (18 gennaio 2016) a carico di Al Faqi, nell’ambito della quale si deciderà se le prove presentate dal Procuratore integrino i presupposti ragionevoli al fine del riconoscimento della sussistenza della responsabilità penale, individuale o in concorso, in capo all’indagato, per aver commesso il crimine di guerra di distruzione di monumenti storici ed edifici religiosi. In caso positivo, avrà inizio il processo vero e proprio.

   Tale caso è il primo (The Prosecutor v. Ahmed Al Faqi Al Mahdi, ICC-01/12-01/15) riguardante il conflitto in corso in Mali attualmente in esame presso la CPI. Il Governo del Mali ha riferito la situazione alla Corte il 13 luglio 2012 (con la lettera del Ministero della Giustizia n.0076/MJ-SG, leggi qua). Il 16 gennaio 2013, il Procuratore aveva aperto un’indagine inerente i presunti crimini di rilevanza internazionale commessi sul territorio maliano a partire dal gennaio 2012. Il mandato di arresto di Al Faqi era stato spiccato il 18 settembre 2015 e il 26 settembre le autorità del Niger lo avevano consegnato al Centro di detenzione della Corte nei Paesi Bassi. I monumenti distrutti sono: i mausolei Sidi Mahmoud Ben Omar Mohamed Aquit, Sheikh Mohamed Mahmoud Al Arawani, Sheikh Sidi Mokhtar Ben Sidi Muhammad Ben Sheikh Alkabir, Alpha Moya, Sheikh Sidi Ahmed Ben Amar Arragadi, Sheikh Muhammad El Micky, Cheick Abdoul Kassim Attouaty, Ahamed Fulane, Bahaber Babadié, e la moschea Sidi Yahia.

   Aspettiamo gennaio 2016, e vedremo. Seguiremo l’affaire. Auspicando che sia solo l’inizio per la punizione di tali crimini. Contro un integralismo inaccettabile. (Simonetta Sandri)

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MALI:

Vedi anche da “geograficamente”:

https://geograficamente.wordpress.com/2013/01/17/la-guerra-in-mali-della-francia-con-lappoggio-dei-suoi-alleati-europei-perche-non-un-esercito-europeo-contro-il-rifiorire-del-terrorismo-islamico-integralista-la-necessita-di-una/

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L’INTERVISTA. L’analisi del sociologo FARHAD KHOSROKHAVAR, fra i massimi esperti di jihadismo europeo

IL SOCIOLOGO KHOSROKHAVAR: GIOVANI TRA BANLIEUE E RADICALISMO

intervista di Guido Caldiron, da “il Manifesto” del 22/11/2015

   Sono più di vent’anni che il sociologo FARHAD KHOSROKHAVAR, intellettuale iraniano arrivato a Parigi negli anni ’70, analizza le forme di radicalizzazione politico-religiosa che spingono giovani francesi, ma anche del resto d’Europa, tra le braccia delle organizzazioni jihadiste.    Già collaboratore di Alain Touraine, ne ha ereditato la guida del Centro d’analisi e d’intervento sociologico di Parigi. Docente all’École des hautes études, Khosrokhavar è arrivato a studiare i protagonisti della jihad “made in France”, di cui è considerato uno dei massimi esperti, dopo aver affrontato ciò che lui stesso ha definito la «religiosità mortifera» emersa nello spazio di senso islamico attraverso le figure dei martiri rivoluzionari dell’Iran khomeinista.

   È autore di decine di opere, tra cui L’Islam dans les prisons (Balland, 2004), Radicalisation (Maison des Sciences de l’Homme, 2014), Le jihadisme (Plon, 2015).

A partire delle biografie dei responsabili delle stragi di Parigi, si può tracciare un profilo di chi si avvicina ai gruppi jihadisti in Europa e dei motivi che stanno alla base di questa scelta?

“Si può dire che esista una prima categoria composta di giovani che vivono una condizione di esclusione sociale o di emarginazione e che hanno interiorizzato un forte odio per la società, finendo per percepirsi come vittime. Ritengono di non avere un futuro all’interno del modello sociale dominante, la triade “lavoro, famiglia, piena integrazione”. Per costoro, l’adesione all’Islam radicale rappresenta un modo per sacralizzare il proprio odio e per legittimare e giustificare la propria aggressività. Tra loro emergono delle caratteristiche comuni: delle vite marginali nelle banlieue, arresti e periodi di detenzione, ed è proprio in carcere che spesso entrano in contatto con dei sedicenti predicatori che li avvicinano ad una versione integralista della religione musulmana, viaggi iniziatici, dapprima in Afghanistan, Pakistan o nello Yemen e, negli ultimi anni, soprattutto in Siria e, infine, una volontà di rottura con la società in cui sono cresciuti che si opera in nome della Guerra santa. È ad esempio questo il profilo degli autori, particolarmente giovani, delle stragi del 13 novembre, come di tutti gli attentati jihadisti commessi in Francia negli ultimi 15 anni. Questo primo gruppo di giovani provenienti dalle cité periferiche o dai quartier popolari, della Francia come del Belgio, costituiscono ormai una sorta di esercito di riserva jihadista in Europa”.

Ma nel Vecchio continente è emerso anche un secondo gruppo di aspiranti terroristi. Di chi si tratta?

“Sono ragazzi e ragazze che appartengono a famiglie del ceto medio e che non provano odio nei confronti della società, che vivono in buoni quartieri e che hanno la fedina penale pulita. Si tratta spesso di convertiti, persone non provenienti da famiglie o ambienti musulmani, animati piuttosto dal desiderio di sostenere i loro nuovi fratelli nella fede e da una sorta di romanticismo naif. Il loro progressivo coinvolgimento negli ambienti jihadisti corrisponde ad una specie di prova, un rito di passaggio all’età adulta per dei post-adolescenti. Tra loro non sono ancora emerse figure di rilievo coinvolte negli attentati compiuti in Europa, ma alcuni sono partiti per combattere in Siria”.

Se questi sono i soggetti a cui si rivolge la propaganda jihadista, in che termini si può descrivere il loro processo di radicalizzazione?

“Come dicevo, per i giovani dei ceti popolari il motore principale è rappresentato dalla trasposizione del loro odio per la società in una religiosità fanatica che gli offre la sensazione di esistere, finalmente, e di invertire i ruoli che ritengono gli siano stati imposti: da persone insignificanti si trasformano in eroi, da imputati e condannati dalla Giustizia diventano i giudici inflessibili di una società che considerano eretica e empia, da individui che ispirano il disprezzo a esseri violenti che fanno paura, da sconosciuti a personaggi di cui parlano tv e giornali. Per questi casi si parla di una percezione di sé legata ad un senso di inadeguatezza e della volontà di rompere con l’intera società. Quanto ai giovani provenienti dalle classi medie, l’influenza della rete, dei social network, dei video di propaganda postati dai gruppi estremisti e di qualche ragazzo già indottrinato in termini radicali, possono risultare determinanti nell’avvicinamento agli jihadisti. Presso costoro sembra emergere spesso anche una volontà di rottura con un mondo familiare percepito come individualista. Nelle loro scelte si scorge un rifiuto della cultura erede del Sessantotto che è stata assorbita in vario modo dai genitori: preferiscono il matrimonio tradizionale secondo le regole religiose alla convivenza, la guerra all’amore, si forgiano un’identità aderendo a gruppi o a “stati” iperepressivi, Al Qaeda prima e Daesh poi. Da questo punto di vista, le nuove forme di radicalizzazione di una parte dei giovani europei descrivono anche la de-istituzionalizzazione della vita sociale e la crescente difficoltà interiore di ragazzi la cui adolescenza sembra prolungarsi all’infinito. La sottomissione a Dio, autorità trascendentale, può sopperire presso i più fragili la diluizione dell’autorità parentale e sociale cui si assiste”.

Il sociologo Alain Touraine, con il quale lei ha lavorato a lungo, sostiene che lo jihadismo rappresenta l’anti-movimento sociale per eccellenza, l’esatto contrario di un progetto di trasformazione della società. È d’accordo?

“Se per anti-movimento sociale si intende un fenomeno radicalmente anti-democratico, fondato su un’ideologia estremista e totalitaria che si basa su un rapporto fusionale tra gli adepti e le loro idee, questa mi sembra una lettura adeguata della cose. D’altro canto, però, non si può negare che lo jihadismo sia anche un fenomeno di impegno collettivo e una realtà che supera la dimensione nazionale, per certi versi una sorta di movimento sociale degenerato. Come se avessimo a che fare, con un altermondialismo dai connotati però negativi e regressivi che invece di affrontare i problemi con la forza delle idee, lo fa con la violenza e il terrorismo e soprattutto insegue l’esatto contrario della democratizzazione del mondo, dell’orizzonte della società aperta e di una convivenza tra culture e individui diversi”.

A trent’anni dalla Marche pour l’égalité delle periferie e a dieci dalla grande rivolta delle banlieue, l’estendersi dello jihadismo tra un certo numero di giovani francesi traduce anche la sconfitta di una prospettiva di cambiamento?

“Purtroppo sì. Il fatto che questi movimenti non abbiano ottenuto quasi nulla ha per certi versi facilitato l’opera di reclutamento dei terroristi. Anche se si deve tenere sempre presente, come si vede in queste ore a Bamako, e più in generale con lo sviluppo di Daesh in Irak e in Siria, che lo jihadismo è anche un fenomeno internazionale che ha origine nelle società arabe, esprime più di un volto e che non si alimenta soltanto della crisi delle periferie urbane d’Europa. Si tratta di qualcosa che non è in alcun modo paragonabile alla Raf o alle Brigate Rosse degli anni 70, ma che si situa alla congiunzione tra la crisi delle banlieue e le spinte fondamentaliste che attraversano da tempo le società del mondo arabo. Per essere più chiari, al malessere sociale e identitario di molti giovani europei, lo jihadismo ha proposto due invenzioni dalla portata straordinaria: la figura del neomartire, vale a dire una morte sacra che incarna una delirante ed estrema ricerca di sé e la neo-umma, il riferimento a una comunità musulmana globale che non è mai esistita storicamente ma che per questi ragazzi turbati e incerti assume i connotati di un accogliente rimedio alle loro inquietudini”.

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OLTRE IL CONFINE. GLI INTERROGATIVI DELL’OCCIDENTE: COME STA CAMBIANDO IL SENSO DELLA FRONTIERA

di Armando Torno, da “il Sole 24ore” del 22/11/2015

   Una parola si aggira per l’Occidente, a volte come un fantasma, altre volte trasformandosi in certezza. È il confine, o frontiera che dir si voglia. Dopo i tragici fatti di Parigi in molti ne chiedono il controllo ferreo, come un tempo. Anche se oggi affermare che essi continuano a garantire la loro funzione storica (sacra è da evitare, per pudore, dopo la prima guerra mondiale) diventa quasi impossibile. Ci accorgiamo che i confini cambiano significato a seconda di chi ne parla.

   Le migrazioni, le necessità continue e costanti di scambi, viaggi, confronti stanno muovendo sempre più obiezioni ai valori che sembravano protetti da tale parola, ai vincoli che pone, alle garanzie che offre. Forse ci troviamo – o stiamo giungendo – nella condizione descritta da Henry David Thoreau in Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack: “Le frontiere non sono a est o a ovest, a nord o a sud, ma dovunque un uomo fronteggia un fatto”.

   Queste considerazioni nascono da riflessioni sul confine che si stanno moltiplicando in numerosi ambiti. Il terrorismo fa scoppiare anche i significati fin ora assunti dal termine, tanto che non manca qualcuno che crede alla necessità di un suo restauro semantico. E mentre si cercano di proteggere nuovamente i confini degli Stati, la cultura li ha smarriti. In questi giorni, per fare uno dei possibili esempi, a Roma, ai Mercati di Traiano, sono in corso degli incontri (sino al 26 novembre) su “Lo sguardo oltre il confine. Un viaggio tra le immagini”. È un invito ad andare oltre i significati culturali offerti da arte e architettura; o meglio, si pone in evidenza la necessità di varcare i confini a cui sovente ci siamo aggrappati grazie a figure e geometrie compiacenti.

   Inoltre sul secondo numero di Scenari, un quadrimestrale di approfondimenti culturali pubblicato dall’editrice Mimesis, ove sono raccolte molteplici voci di pensiero, un saggio di Edoardo Greblo dal significativo titolo Confini in movimento, pone il problema politico. Tra l’altro in esso si legge: “Il mondo globalizzato tende a mettere radicalmente in discussione i presupposti spaziali che hanno dominato la politica moderna e che hanno alimentato un regime geopolitico volto a delimitare le singole sovranità le une dalle altre e a distinguerle grazie a confini rigidi e stabili”. Per tale motivo “l’ideale dell’autosufficienza territoriale è infatti in evidente contraddizione con la crescente interdipendenza dei popoli del pianeta e con le migrazioni transnazionali, con i flussi materiali di persone in fuga da paesi flagellati…”.

   Anche se gli Stati mostrano “scarsi segni di cedimento”, e torna la tendenza a erigere muri protettivi, l’idea stessa di confine ha subìto una sorta di trauma. La nazione cara al Risorgimento sognata da Alessandro Manzoni in Marzo 1821, “Una d’arme, di lingua, d’altare,/ Di memorie, di sangue e di cor”, non c’è più, ammesso che sia mai esistita. Vittorio Sereni ha lasciato nell’omonima raccolta un’idea esistenziale di Frontiera. È tutto quello che ci resta.

   L’ambito geopolitico non è che un esempio. I confini, per dirla in breve, ci proteggono da taluni problemi dandocene in cambio altri; non sono un impedimento ai terrorismi di oggi, che ormai nascono in casa utilizzando idee che non rispettano le frontiere. La scienza moderna, da parte sua, ha violato quei limiti in cui taluni dogmatici desideravano dovesse muoversi, compresi i confini di vita e morte; il pudore, che per Giovannino Guareschi ci distingueva dalla specie animale, non ha più le dogane giuridiche che diedero vita a non pochi processi nell’Italia del miracolo economico.

   Chi potrebbe ancora parlare di “comune senso del pudore”? Soltanto uno storico. Per questi e per innumerevoli altri motivi anche i “confini sacri” di una nazione (evitiamo “patria” per le difficoltà che oggi sta attraversando questo antico concetto) non li sentiamo più come tali. Quanti in Italia sarebbero pronti ad andare in guerra per difenderli? Meglio non rischiare di conoscerne la percentuale. È più facile trovare volontari per altre missioni.

   Forse vale la pena ricordare che il confine ha più un valore fiscale e psicologico che non patriottico, così come taluni principi difesi dai sindacati assomigliano a quei valori che i moralisti del buon tempo antico ritenevano indiscutibili. Difendono anch’essi dei confini. Con un tocco di spirito romantico. E lo fanno in un momento in cui le frontiere sono diventate la realtà più flessibile (e discussa) del Vecchio Continente. (Armando Torno)

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QUANDO IL FANATISMO ATTACCA ANCHE LA CULTURA

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 22/11/2015

– L’archeologo PAOLO MATTHIAE racconta le distruzioni delle opere d’arte e del patrimonio storico messe a segno dal fondamentalismo islamico in Medio Oriente –

   Ancora in questi giorni di lutto le cronache raccontano che fra le fonti di finanziamento dei criminali dell’Is c’è la vendita, oltre che del petrolio, di reperti archeologici. Trasformati in merce, in ostaggi materiali, questi beni vengono saccheggiati, deturpati e si guadagnano un posto di rilievo in uno spietato mercato dell’arte.

Chissà, forse saranno lasciati in disparte per qualche tempo, poi riemergeranno e lontani dal contesto che per millenni ha dato loro un senso, via dalla loro storia, dalle donne e dagli uomini che li hanno sentiti come propri, orneranno un museo o un salotto privato. Resteranno pregiati involucri, ma non avranno più un’anima.

   È un racconto che si alimenta di dolorante affetto quello che Paolo Matthiae raccoglie in questo denso volume, DISTRUZIONI, SACCHEGGI E RINASCITE. Matthiae, archeologo, per decenni grande protagonista delle campagne di scavo in Siria, in Iraq e in altri siti mediorientali, si misura con il significato profondo di un patrimonio culturale colto nel momento in cui esso, per diversi motivi, è messo in pericolo. Per incuria, perché il tempo comunque infligge usura, perché su di esso si abbatte la violenza fanatica.

   Le tragedie di queste settimane mettono in risalto le riflessioni di Matthiae sulla nuovissima barbarie delle distruzioni perpetrate in Iraq e in Siria. Decapitare e deportare, e poi uccidere persone davanti a un caffè o a teatro sono atti che hanno un rilievo tragico assoluto, incomparabile. Viaggiano però parallelamente alla distruzione di opere, monumenti e siti storici che identificano una comunità e che appartengono all’umanità intera.

   «È indubbio», scrive Matthiae, «che l’insieme di questi orrori contro le persone e le opere intende sconvolgere millenni di coesistenza tra genti di etnie, di culture e di religioni diverse (…) perché si vuole coscientemente negare ogni convivenza, ogni dialogo per creare con il terrore una monocultura disumanizzata, totalitaria, esclusivista, svincolata dalla storia».

   Cosa può fare la comunità internazionale di fronte a questi saccheggi? Matthiae enumera le convenzioni sottoscritte sulla scia dei tremendi danni subiti dal patrimonio culturale durante la Seconda guerra mondiale: Coventry, Dresda, Montecassino, Hiroshima… Da questi patti discendono molti obblighi contratti dagli Stati firmatari. Ma invece di un conflitto mondiale, si sono moltiplicati quelli regionali. Nel corso dei quali, però, neanche le grandi potenze si sono fatte carico di proteggere musei e biblioteche. Basti per tutti il caso dell’Iraq Museum che nel 2003 fu lasciato dagli americani in balia di mani vandaliche. DISTRUZIONI SACCHEGGI E RINASCITE di Paolo Matthiae – MONDADORI ELECTA – PAGG.263, EURO 24,90

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MOLTI MALI (da LIMES)
MOLTI MALI (da LIMES)
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