LE PERIFERIE che fanno nascere terroristi – Le periferie come CONCETTO GEOGRAFICO ALLARGATO (anche centri città): il “non vivere in modo felice il proprio territorio” – La riconquista del “territorio” come RICONQUISTA DELLA CITTÀ, del proprio luogo di vita, in modo aperto, solidale, interreligioso, conviviale

KREUZBERG, BERLINO – LA VITALITA’ NUOVA E “FELICE” DEI QUARTIERI MULTIETNICI D’EUROPA - Probabilmente negli anni '80 e '90 non erano gran bei posti, ma oggi brillano di nuovo colore. Da godersi a piedi, piazzetta dopo piazzetta, vicolo dopo vicolo. Cultura afroamericana, movimento LGBT, arabi e turchi, squatter e hipster e si potrebbe andare avanti ancora per molte righe. KREUZBERG prima della II Guerra Mondiale era il quartiere dove avevano sede i principali edifici dell'amministrazione del Terzo Reich. E' per questo che fu amaramente bombardato e tutti i suoi abitanti si trasferirono altrove dopo la fine della guerra, lasciando il posto, ancora prima della caduta del muro, a sotto-culture, migranti e artisti. (da http://www.zingarate.com/ ) – “Se dobbiamo trovare UN GRADIENTE SPAZIALE DEL TERRORISMO, questo NON STA NELLE PERIFERIE, ma nelle zone dove si concentrano popolazioni con una cultura, una religione, un’origine geografica omogenea. DOVE SI ADDENSANO FAMIGLIE CON LA STESSA ORIGINE GEOGRAFICA; LE STESSE TRADIZIONI, ASPETTATIVE E FRUSTRAZIONI. La virata nel terrorismo non è la reazione folle ad una sofferta marginalità sociale, ma al contrario il rifugio entro una identità fortissima e semplificata, da parte di giovani — a volte anche benestanti — orfani di un’identità chiara” (Stefano Boeri, “la Repubblica” del 28/11/2015)
KREUZBERG, BERLINO – LA VITALITA’ NUOVA E “FELICE” DEI QUARTIERI MULTIETNICI D’EUROPA – Probabilmente negli anni ’80 e ’90 non erano gran bei posti, ma oggi brillano di nuovo colore. Da godersi a piedi, piazzetta dopo piazzetta, vicolo dopo vicolo. Cultura afroamericana, movimento LGBT, arabi e turchi, squatter e hipster e si potrebbe andare avanti ancora per molte righe. KREUZBERG prima della II Guerra Mondiale era il quartiere dove avevano sede i principali edifici dell’amministrazione del Terzo Reich. E’ per questo che fu amaramente bombardato e tutti i suoi abitanti si trasferirono altrove dopo la fine della guerra, lasciando il posto, ancora prima della caduta del muro, a sotto-culture, migranti e artisti. (da http://www.zingarate.com/ ) – “Se dobbiamo trovare UN GRADIENTE SPAZIALE DEL TERRORISMO, questo NON STA NELLE PERIFERIE, ma nelle zone dove si concentrano popolazioni con una cultura, una religione, un’origine geografica omogenea. DOVE SI ADDENSANO FAMIGLIE CON LA STESSA ORIGINE GEOGRAFICA; LE STESSE TRADIZIONI, ASPETTATIVE E FRUSTRAZIONI. La virata nel terrorismo non è la reazione folle ad una sofferta marginalità sociale, ma al contrario  il rifugio entro una identità fortissima e semplificata, da parte di giovani — a volte anche benestanti — orfani di un’identità chiara” (Stefano Boeri, “la Repubblica” del 28/11/2015)

   Continuiamo a porre qui il tema della RICERCA DEI MOTIVI DEL “MALESSERE” DEL TERRORISTA (cioè che un immigrato di seconda, terza generazione decide di andare contro il suo vero Paese di vita, come sta accadendo in particolare in Francia).

   L’urbanista e architetto Stefani Boeri, nelle tesi per capire dove sorge il terrorismo, cioè dove i giovani musulmani esprimono il loro malessere di vita e si organizzano in fatti crudeli, esprime un’idea, un pensiero, interessanti (e che noi in buona parte condividiamo): per lui non è tanto nelle “periferie”, nelle banlieue parigine o di Bruxelles in se, viste come emarginazione e povertà (a volte i terroristi sono del ceto medio, laureati, in buone condizioni economiche…), ma viene nell’uniformità di valori, nel vivere in luoghi chiusi allo scambio positivo con le diversità.

INIZIATO IL VERTICE DI PARIGI SUL CLIMA - CINA E INDIA AI PAESI RICCHI: "MANTENETE GLI IMPEGNI ECONOMICI". - LE SFIDE PIÙ GRANDI DI COP21- A parole, Washington, Pechino, Nuova Delhi e gli altri grandi inquinatori del mondo sono tutti d’accordo: il cambiamento climatico è una “minaccia imminente” che richiede risposte coraggiose. Spetta ora alle delegazioni dei 195 Paesi presenti a Cop21 il compito di siglare un accordo sufficientemente coraggioso, dopo il fallimento del vertice di Copenaghen e il moltiplicarsi delle evidenze scientifiche che mostrano una Terra sempre più calda e fragile. Per valutare la reale portata dell’accordo sono almeno due gli aspetti chiave da monitorare, da qui all’11 dicembre: 1) l’inserimento nel testo di un meccanismo periodico di revisione degli impegni, e 2) la questione dei finanziamenti promessi dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo per rinunciare a quello stesso carbone che, dopo la rivoluzione industriale, ha permesso ai primi di prosperare. (…) (da www.huffingtonpost.it/ del 30/11/2015)(CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
INIZIATO IL VERTICE DI PARIGI SUL CLIMA – CINA E INDIA AI PAESI RICCHI: “MANTENETE GLI IMPEGNI ECONOMICI”. – LE SFIDE PIÙ GRANDI DI COP21- A parole, Washington, Pechino, Nuova Delhi e gli altri grandi inquinatori del mondo sono tutti d’accordo: il cambiamento climatico è una “minaccia imminente” che richiede risposte coraggiose. Spetta ora alle delegazioni dei 195 Paesi presenti a Cop21 il compito di siglare un accordo sufficientemente coraggioso, dopo il fallimento del vertice di Copenaghen e il moltiplicarsi delle evidenze scientifiche che mostrano una Terra sempre più calda e fragile. Per valutare la reale portata dell’accordo sono almeno due gli aspetti chiave da monitorare, da qui all’11 dicembre: 1) l’inserimento nel testo di un meccanismo periodico di revisione degli impegni, e 2) la questione dei finanziamenti promessi dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo per rinunciare a quello stesso carbone che, dopo la rivoluzione industriale, ha permesso ai primi di prosperare. (…) (da http://www.huffingtonpost.it/ del 30/11/2015)

   Secondo Boeri (che proponiamo il suo articolo all’inizio di questo post) il fatto di vivere in ghetti (anche di lusso o di accettabile valore urbanistico e sociale), dove ti confronti solo con la tua etnia, i tuoi simili (nel caso dei mussulmani, i quartieri arabi delle città europee, o i quartieri borghesi delle stesse città fatti da “figli di papà” in passato origine delle rinascenze pseudofasciste…), tutto questo è un gradiente spaziale del terrorismo, che allora non sta nelle periferie, ma nelle zone dove si concentrano popolazioni con una cultura, una religione, un’origine geografica omogenea. Ma ci stanno male, non soddisfatte della vita che fanno. Dove si addensano famiglie con la stessa origine geografica; le stesse tradizioni, aspettative ma, in particolare, anche frustrazioni. Nei quartieri dell’ANTICITTÀ la chiama Boeri.

   Pertanto il senso geografico di PERIFERIA è assenza di cambiamento, di prospettive di vita felice, di vivere “in progres”, ma invece stabilizzati in condizioni anche di pseudo benessere (quando c’è, a volte sì, molte volte no…) che fa sì che il luogo in cui vivi è povero di vita, di valori; è “univoco”, non impari niente e ogni giorno è semplicemente uguale all’altro ma in senso negativo, di “non crescita”. Pertanto la “collocazione di periferia” non è ai margini, fuori del centro città, bensì è un insediamento geografico-abitativo che non offre chanches di cambiamento, anche di scambio nella diversità tra la popolazione ivi insediata.

LA ROTTA DEL SUKHOI 24 (da Internazionale) TURCHIA - L'ABBATTIMENTO DEL SU-24 RUSSO è avvenuto ad opera di un F-16 della Türk Hava Kuvvetleri il 24 novembre scorso. Il pilota del Su-24, tenente colonnello Oleg Peshkov, e il navigatore, capitano Konstantin Murahtin, riuscivano a eiettarsi; Peshkov, veniva in seguito ucciso dai ribelli siriani assieme a Alexandr Pozynich, membro dell'elicottero di soccorso giunto a recuperare l'equipaggio del aereo. È stato il primo abbattimento di un aereo russo/sovietico da parte della NATO dal 1952. - L’abbattimento dell’aereo russo, la condanna di due giornalisti che avevano rivelato le complicità turche con Daesh, l’uccisione dell’avvocato dei curdi, definita da Ankara «un incidente», pongono in questo momento la Turchia in forte contrasto con la Russia prima paese amico, e ai margini dell’Occidente e della coalizione internazionale che si sta delineando per combattare l’Is
LA ROTTA DEL SUKHOI 24 (da Internazionale) TURCHIA – L’ABBATTIMENTO DEL SU-24 RUSSO è avvenuto ad opera di un F-16 della Türk Hava Kuvvetleri il 24 novembre scorso. Il pilota del Su-24, tenente colonnello Oleg Peshkov, e il navigatore, capitano Konstantin Murahtin, riuscivano a eiettarsi; Peshkov, veniva in seguito ucciso dai ribelli siriani assieme a Alexandr Pozynich, membro dell’elicottero di soccorso giunto a recuperare l’equipaggio del aereo. È stato il primo abbattimento di un aereo russo/sovietico da parte della NATO dal 1952. – L’abbattimento dell’aereo russo, la condanna di due giornalisti che avevano rivelato le complicità turche con Daesh, l’uccisione dell’avvocato dei curdi, definita da Ankara «un incidente», pongono in questo momento la Turchia in forte contrasto con la Russia prima paese amico, e ai margini dell’Occidente e della coalizione internazionale che si sta delineando per combattare l’Is

   Accade nelle medie e grandi città, ma accade ancor di più forse in provincia, in situazione di maggiore “calma urbanistica” (dove magari ogni abitazione ha il suo giardinetto, i suoi luoghi di verde vicino a casa). Tuttavia il problema delle «città medie», ed anche piccole, è costitutivo, almeno in Europa, della struttura del territorio, ne articola il servizio con le (relativamente) brevi distanze reciproche

   Ad esempio il problema da noi, dei piccoli comuni uno vicino all’altro, in continuità urbanisticamente indecifrabile, non visibilmente chiara, fa sì che la CITTA’ non potrebbe che venire (ma accade raramente) da un’armonia di un territorio più vasto, fatto di più comuni, di un geomorfologia territoriale (e di una storia simile, di un’economia funzionale) che vede gli abitanti di tal territorio interloquire dentro ad esso nella vita quotidiana che fanno (dal lavoro, ai servizi sociali e all’uso del tempo libero, alle cose quotidiane insomma).

28/11/2015: TURCHIA sconvolta per l'assassinio di TAHIR ELÇI, l'avvocato del PKK - Opposizione in piazza per denunciare quello che viene ritenuto un assassinio. - Era conosciuto come l'avvocato filocurdo, ovvero l'avvocato che si era rifiutato di definire il PKK una formazione terroristica, affermando di comprendere "il seguito popolare" del partito dei lavoratori del Kurdistan. ERA SCESO IN PIAZZA, A DIYARBAKIR, NEL SUD-EST DEL PAESE A MAGGIORANZA CURDA, PER TENERE UNA CONFERENZA STAMPA. E' morto sotto il fuoco degli attentatori, insieme a due dei poliziotti che avevano tentato di metterlo al sicuro. TAHIR ELÇI, 49 ANNI, ERA IL PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE DEGLI AVVOCATI DI DIYARBAKIR e SI BATTEVA IN NOME DEI DIRITTI UMANI. Una voce autorevole, conosciuta e spesso invitata nelle trasmissioni televisive per esprimere un valido punto di vista. La notizia della sua morte ha fatto scendere in strada diversi cittadini, per la maggior parte afferenti all'opposizione, che vedeva in Tahir Elçi un punto di riferimento per la difesa di diritti umani e della comunità curda. (da http://it.blastingnews.com/ )
28/11/2015: TURCHIA sconvolta per l’assassinio di TAHIR ELÇI, l’avvocato del PKK (al centro nella foto, alla conferenza stampa nella quale è stato assassinato) – Opposizione in piazza per denunciare quello che viene ritenuto un assassinio. – Era conosciuto come l’avvocato filocurdo, ovvero l’avvocato che si era rifiutato di definire il PKK una formazione terroristica, affermando di comprendere “il seguito popolare” del partito dei lavoratori del Kurdistan. ERA SCESO IN PIAZZA, A DIYARBAKIR, NEL SUD-EST DEL PAESE A MAGGIORANZA CURDA, PER TENERE UNA CONFERENZA STAMPA. E’ morto sotto il fuoco degli attentatori, insieme a due dei poliziotti che avevano tentato di metterlo al sicuro. TAHIR ELÇI, 49 ANNI, ERA IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE DEGLI AVVOCATI DI DIYARBAKIR e SI BATTEVA IN NOME DEI DIRITTI UMANI. Una voce autorevole, conosciuta e spesso invitata nelle trasmissioni televisive per esprimere un valido punto di vista. La notizia della sua morte ha fatto scendere in strada diversi cittadini, per la maggior parte afferenti all’opposizione, che vedeva in Tahir Elçi un punto di riferimento per la difesa di diritti umani e della comunità curda. (da http://it.blastingnews.com/ )

   E questi stessi abitanti, vicini tra loro (pur nella carta di identità sia indicata la residenza in comuni diversi) decidono di mettersi in gioco collettivamente su nuove avventure culturali, economiche, venendo a incontrare “nuovi venuti”, persone estranee al loro mondo (si badi bene: immigrati non solo come poveri per condizione, ma anche ricchi e venuti da noi per vocazione di cambiamento, di avventura umana…). L’incontro con la diversità non può che far bene ad entrambi (indigeni locali e stranieri giunti nel territorio). La struttura del territorio è così “città”, lo può diventare concretamente, dinamicamente, dialetticamente.

MIGRANTI, VERTICE UE-TURCHIA A BRUXELLES “3 MILIARDI AD ANKARA PER BLOCCARE IL FLUSSO DEI RIFUGIATI VERSO L’EUROPA” - Il primo vertice euro-turco si è concluso il 29 novembre a Bruxelles con l’adozione di un «action plan» che contiene molte promesse, tutte da verificare, in cambio dell’impegno turco a frenare l’afflusso di migranti irregolari verso le coste europee, anche quello tutto da verificare. Gli europei promettono di dare tre miliardi ai turchi per aiutarli nell’accoglimento dei due milioni di rifugiati siriani. Ma chi dovrà mettere i soldi, come e quando, non è ancora definito
MIGRANTI, VERTICE UE-TURCHIA A BRUXELLES “3 MILIARDI AD ANKARA PER BLOCCARE IL FLUSSO DEI RIFUGIATI VERSO L’EUROPA” – Il primo vertice euro-turco si è concluso il 29 novembre a Bruxelles con l’adozione di un «action plan» che contiene molte promesse, tutte da verificare, in cambio dell’impegno turco a frenare l’afflusso di migranti irregolari verso le coste europee, anche quello tutto da verificare. Gli europei promettono di dare tre miliardi ai turchi per aiutarli nell’accoglimento dei due milioni di rifugiati siriani. Ma chi dovrà mettere i soldi, come e quando, non è ancora definito

   Far sì che ogni luogo sia UN CENTRO E NON UNA PERIFERIA. Nicola di Cusa (1401–1464, cardinale, teologo, filosofo neoplatonico, umanista rinascimentale, giurista, matematico e astronomo tedesco) descriveva il mondo come un cerchio, e ognuno, e ogni luogo, si collocava dentro ad esso o nella circonferenza. Quello che affermava Nicola di Cusa era il superamento del concetto geometrico di centro e circonferenza nel cerchio (intesa la circonferenza comunemente come periferia del cerchio); cioè che il “centro è ovunque” all’interno del cerchio e nella circonferenza: la necessità di far sì che il centro sia in ogni luogo e la circonferenza in nessun luogo. (s.m.)

BANGUI (REPUBBLICA CENTRAFRICANA), 30/11/2015 - PAPA FRANCESCO IN MOSCHEA: "No a violenza in nome di Dio" - Il pontefice incontra la comunità musulmana della Repubblica centrafricana. "Siamo fratelli, chi crede in Dio è uomo di pace" - Nell'ultimo giorno in Centrafrica il Papa ha visitato la MOSCHEA DI KOUDOUKOU, e ha chiesto ai suoi ospiti di essere condotto DAVANTI AL MIHRAB, il punto di maggior devozione all'interno della moschea ed è rimasto in silenzio e raccoglimento per alcuni minuti
BANGUI (REPUBBLICA CENTRAFRICANA), 30/11/2015 – PAPA FRANCESCO IN MOSCHEA: “No a violenza in nome di Dio” – Il pontefice incontra la comunità musulmana della Repubblica centrafricana. “Siamo fratelli, chi crede in Dio è uomo di pace” – Nell’ultimo giorno in Centrafrica il Papa ha visitato la MOSCHEA DI KOUDOUKOU, e ha chiesto ai suoi ospiti di essere condotto DAVANTI AL MIHRAB, il punto di maggior devozione all’interno della moschea ed è rimasto in silenzio e raccoglimento per alcuni minuti

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L’ANTI-CITTÀ CULLA DEI TERRORISTI

di Stefano Boeri, da “la Repubblica” del 28/11/2015

(…) Non sono le periferie delle città italiane il solo posto dove guardare quando si riflette sui luoghi germinali del terrorismo nostrano. Non solo perché i nostri Corviale, le nostre Vele, i nostri Zen o Gratosoglio — nati come roccaforti isolate nel pulviscolo delle villette suburbane — non hanno nulla a che vedere con il gigantismo e la compattezza geografica delle banlieue di Parigi o di Marsiglia, così estese da occupare l’intera cintura esterna della metropoli. E neppure perché le nostre aree di degrado e periferia sociale, diversamente da Parigi, da Londra e da Bruxelles, sono un arcipelago e non una “ciambella”: da noi arrivano ad annidarsi perfino nel cuore antico di città come Genova, Napoli, Milano.

   La verità è che degrado degli spazi, povertà, marginalità sociale, non sono il denominatore comune delle folli traiettorie dei giovani terroristi europei. Che vengono anche da quartieri piccolo borghesi, dove si alternano i condomini e le case unifamiliari; da famiglie lontane dalla povertà assoluta, da genitori attivi e scuole efficienti.

   Se dobbiamo trovare un gradiente spaziale del terrorismo, questo non sta nelle periferie, ma nelle zone dove si concentrano popolazioni con una cultura, una religione, un’origine geografica omogenea. Dove si addensano famiglie con la stessa origine geografica; le stesse tradizioni, aspettative e frustrazioni. La virata nel terrorismo non è la reazione folle ad una sofferta marginalità sociale, ma al contrario il rifugio entro una identità fortissima e semplificata, da parte di giovani — a volte anche benestanti — orfani di un’identità chiara.

   Giovani di seconda o terza generazione che da un lato non si sentono più di incarnare le tradizioni familiari e dall’altro non si sentono rappresentati dal cliché culturale del luogo che li ospita. Il Califfato — surrogato di appartenenza insieme mediatico e reale, transnazionale e geolocalizzato — è spesso la deriva di chi ha perso la sfida di un’identità più ricca perché nata dal confronto e dal conflitto, in uno spazio fisico condiviso, tra culture, tradizioni, appartenenze diverse.

   Nelle aree urbane dove manca il confronto con l’altro, dove si abita solo tra simili, si rompe l’equilibrio tra il capitale sociale “di legame” (che aiuta a costruire un’identità di gruppo) e il capitale sociale “ponte” (che aiuta a scambiare con altri gruppi risorse culturali) di cui ci parla Robert Putnam.

   È qui, NEI QUARTIERI DELL’ANTICITTÀ, che si concentrano tutte le caratteristiche anticomunitarie e antiurbane: l’assenza di varietà sociale, la diluzione dell’intensità delle relazioni e anche dei conflitti con altre identità, la povertà di scambi tra culture. Qui vincono i vincoli di gruppo, di clan; le reti del sangue e della lingua. Qui nascono le gang di quartiere o — come reazione — la fuga solitaria nella dimensione disperata del terrorismo: antagonista, ma (ci piaccia o no) capace di offrire un’uscita ad altissimo tasso di innovazione alla prigione delle tradizioni familiari e di gruppo.

   Ma queste zone, oggi, nel caleidoscopio della città contemporanea, stanno dappertutto. Non cerchiamole solo in “periferia”, nei casermoni di edilizia popolare, ma anche nei condomini dei quartieri piccolo/borghesi, nelle zone di villette, nelle palazzine di provincia. E soprattutto cerchiamo soluzioni efficaci per tutti i territori dove c’è omologazione e concentrazione di abitanti simili. Bene che sicurezza e cultura avanzino in parallelo; meglio se si intrecciano in un’unica politica urbana di aumento della biodiversità culturale nelle nostre città.

   Come? La risposta, ancora una volta sta nella scuola, la più grande e diffusa delle infrastrutture sociali. Bisogna favorire la potenza inclusiva delle nostre scuole, presenti ovunque nel territorio. Innanzitutto stabilendo standard minimi di varietà socio-culturale per i bambini e i ragazzi delle nostre scuole, che implichino, se è il caso, anche incentivi alla mobilità intra-urbana degli studenti — e che evitino sempre la costituzione di classi e scuole-ghetto.

   In secondo luogo, favorendo l’apertura delle scuole nei pomeriggi e nelle giornate di festa alle energie culturali del quartiere e della città: alle start up, ai corsi di cultura italiana, all’arte e alla musica dal vivo e autoprodotta, a forme di lavoro.

   E, ancora, reinventando il modello di “sicurezza partecipata” dei Neighbourhood policing team londinesi o quello di “deradicalizzazione” dei quartieri di Copenhagen. Incontri settimanali, nelle scuole del quartiere, tra le forze dell’ordine, i presidi, i responsabili dei genitori, dei docenti degli studenti, ma anche delle associazioni di quartiere e delle diverse comunità di fede. Occasioni in cui favorire il confronto e mettere in atto una vera e propria “prevenzione” democratica che segnala, oltre ai casi di microcriminalità, l’emergere di percorsi (di andata o ritorno) dall’eversione. (Stefano Boeri)

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LA CITTÀ VIVE DI CITTADINANZA: RITROVARE IL VALORE CIVILE DELLO SPAZIO URBANO CONTRO LA DITTATURA DELLA «POSTMETROPOLI»

di Vittorio Gregotti, da “il Corriere della Sera” del 12/10/2015

   Come è possibile nei nostri anni, individuare un elemento fondante che si costituisca come riferimento nel tempo di una nuova città?

   Non più centri cerimoniali, né luoghi dei morti come fu per l’uomo paleolitico, ma neanche le tracce fondative del cardo e decumano, né le fortificazioni come traccia complessiva dell’insieme urbano, né la divisione per funzioni di cui il «centro» e la periferia sono due parti strutturali di vita collettiva in perfetto equilibrio, o il palazzo imperiale è il centro di comando e l’elemento fondante e invece la città è lo schema della perfetta viabilità, o quello intorno ad un grande centro di produzione (niente di più provvisorio).

   Oppure è un’utopia urbana ed il nucleo stabile è rappresentato dai sistemi che si occupano di cultura scientifica, delle arti, della società stessa e dell’insegnamento, anche se sappiamo bene come tutto questo è ciò che di più dinamico una società potrebbe produrre, e quindi è assai arduo far assumere ad esso una forma stabile. Ma gli esempi del genere potrebbero continuare, a partire da quello della semplice necessità di abitare: senza gerarchie sociali come luogo dell’incontro necessario di una cittadinanza ideale che muove tra libertà ed equità.

   Lo spazio progettuale dei nostri anni è invece probabilmente quello della modificazione della città come qualcosa di esistente a partire dalla conservazione delle sue qualità restanti, nel tentativo di attribuire ad essa un senso specifico anche in relazione al territorio, con la piena coscienza della possibile provvisorietà di quella stessa specificità ed a partire dal tentativo di calmare l’apparente ansiosa necessità della continua variazione del nuovo in tutta la sua provvisorietà come unico valore, ed immaginare un principio insediativo capace invece di durare a lungo ed affrontare il tempo della città in mutazione.

   Nei nostri anni di globalismo (lo sappiamo) la città si esprime soprattutto nello sviluppo apparentemente illimitato delle «postmetropoli», sia nelle grandi concentrazioni asiatiche e sudamericane che in quelle, specie africane, che ne assumono la scala per mezzo degli sconfinati accampamenti autocostruiti delle loro poverissime periferie.

   L’attenzione nei confronti della città media (non solo europea) si è enormemente affievolita, in parte anche perché molte di esse imitano in modo provinciale le figure delle postmetropoli, in parte perché molte non hanno trovato (nonostante, per alcune, le loro gloriose storie) una sufficiente specificità o un peso economico adeguato. Tuttavia il problema delle «città medie», ed anche piccole, è costitutivo, almeno in Europa, della struttura del territorio, ne articola il servizio con le (relativamente) brevi distanze reciproche. Tuttavia in queste realtà anche la struttura, le architetture e le loro modificazioni ed i nuovi principi insediativi sono incerti, estranei e sovente rovinosi.

   Questo non significa un nuovo come ritorno ad un passato neoeclettico e stilistico, ma la ricerca di un inizio capace di muoversi dialetticamente rispetto ad esso e quindi di opporre alle bizzarrie provvisorie dell’architettura nelle città l’interrogativo di quale sia il loro rapporto con quella parte di cittadinanza ancora preoccupata del valore civile della città e del suo disegno. A tutto questo Luigi Mazza cerca di rispondere con un recente volume dal significativo titolo SPAZIO E CITTADINANZA (Donzelli editore) per concludere che «le pratiche di governo del territorio sono pratiche politiche» e che in questi anni proprio la relazione tra spazio urbano e cittadinanza si è perduta, perché la finalità primaria del governo della città e del territorio si è posta al servizio del capitalismo finanziario globale ed ha fatto dell’architettura uno strumento «di visibilità dei propri principi», sovente assai lontani da ciò che può fondare, gestire e rappresentare l’interesse di una cittadinanza civile.SPAZIO E CITTADINANZA

   Il bel libro di Mazza muove dai tre archetipi di governo del territorio, dalla griglia di Ippodamo da Mileto, alla fondazione come espressione del potere militare rappresentato da Roma (e su questo tema fa riferimento al libro di Joseph Rykwert sul tema dell’idea della città) ed ad un terzo archetipo, in cui la città è composta da sudditi di un potere, un tempo religioso o imperiale, che è ciò che avviene in modi diversi più complessi ed indiretti anche nei nostri anni.

   Vi sono poi tre capitoli dedicati al sorgere ed allo svilupparsi del tema della cittadinanza, con speciale contributo (fin troppo specifico) della cultura inglese e nordamericana dal XVIII al XX secolo.

   A tre protagonisti architetti urbanisti, costruttori di esempi della città del XIX e XX secolo Ildefons Cerdà, Ebenezer Howard e Patrick Abercrombie (mettendo da parte, non è chiaro perché, Georges Eugène Hausmann, nonostante la sua grande influenza) Mazza dedica una riflessione intorno alla ricerca di un equilibrio positivo tra disegno urbano e cittadinanza. L’apertura nel capitolo successivo è dedicata alle idee intorno al «diritto alla città», a partire da Henri Lefebvre e dalla loro fondamentale importanza nella relazione tra spazio e cittadinanza urbana e territoriale.

   Le conclusioni del libro non sono tanto pessimiste da negare la possibilità che domani la cittadinanza torni ad essere «forma di autodeterminazione (…), occasione e spazio in cui i cittadini possono partecipare ad un dialogo di ricostruzione istituzionale» espresso, io aggiungo, in un disegno dell’architettura della città. (Vittorio Gregotti)

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RENZO PIANO: «IO, FIGLIO DI PERIFERIA, DICO: BASTA DENIGRARLA, NON È IL MALE»

– Parigi? Una tragedia troppo grande, occorre il silenzio – Mostreremo a Mattarella il progetto del Giambellino-

intervista di GOFFREDO BUCCINI, da “il Corriere della Sera” del 22/11/2015

Buonasera, senatore.

«Mah…».

Architetto.

«Mah, io sono Renzo. Sa, senatore mi fa sempre un certo effetto». Stanco, provato, con un filo di voce, e tuttavia carismatico. Nella notte di venerdì 13, Renzo Piano non è stato solo spettatore. A Parigi ci vive, sotto i colpi degli assassini dell’Isis ha perso un giovane collaboratore, lo studio parigino è a lutto. Dunque, una premessa: «È stata una settimana drammatica. Non voglio sfuggire alle sue domande. Ma la vicenda di Parigi è talmente grande che il silenzio è per me l’unica dimensione ammissibile».

   La strage di Parigi però matura e nasce nelle banlieue, nel degrado delle periferie metropolitane. E Renzo Piano ha legato molto di sé al recupero delle periferie, specialmente negli ultimi due anni, quando, da senatore a vita, ha devoluto tutto il suo stipendio alla creazione di un gruppo di giovani architetti (il G124, dal numero della sua stanza a Palazzo Giustiniani) che si occupa del «rammendo» urbano, ovvero della ricucitura delle banlieue nostrane lacerate da abbandono e incuria. Quelle di cui ha parlato Renzi dopo la strage promettendo interventi.

   Piano, con i suoi interventi circoscritti ma dal grande peso ideale, ha già lavorato su Catania, Roma, Torino. «All’ultimo esame di maturità un quarto dei ragazzi ha fatto il tema sulle periferie, l’argomento è sentito dai giovani», dice. In queste ore chiude il progetto milanese di quel Giambellino un tempo cantato da Gaber e poi teatro di occupazioni abusive, tensioni sociali, spaccio. «Settant’anni senza che nessuno se ne occupasse, sa. Le parlo del Giambellino, ma da lì il messaggio è universale. Al Giambellino ci sono seimila persone di venti nazionalità diverse».

Integrazione e condivisione sono possibili?

«Sì, sono valori».

Noi sulle periferie oscilliamo: rimozione, emergenza, riscoperta, nuova rimozione…

«Vero. Proprio a questo ho pensato quando Napolitano mi ha fatto senatore a vita. Io sono un figlio di periferia, la periferia genovese, e le periferie sono nel mio cuore».

Le definisce spesso «fabbriche di desideri».

«Nel bene e nel male. Sono la fonte di energia della città. Ma vede, bisogna buttare acqua, non benzina sul fuoco, in un attimo tutto si infiamma».

Di chi è la colpa?

«Anche nostra. Bisogna cercare le perle, smetterla di denigrare le periferie e decidersi ad amarle. Giovedì di questo parlerò al presidente Mattarella, seduti nella mia stanza, al mio tavolo di compensato (lo scriva… non è rococò)».

Parliamo delle perle, allora, le scintille d’umanità del Giambellino.

«C’è Ulla, che apre la porta a chiunque abbia bisogno. Fabrizia, che insegna italiano a tutti. Emis, con il suo rap, andato via e tornato. Mina, egiziano, che fa il rammendo elettrico. Vito il macellaio. Barbara che fa l’orto di Gianbelgarden. Don Renzo. I ragazzi di Dinamoscopio che hanno salvato il mercato. Noi abbiamo abbattuto il muro e il mercato s’è scoperto collegato al parco. È bene abbattere i muri, sa?».

In Europa li rialziamo, Schengen agonizza.

«Alzare i muri non serve proprio a niente».

Ci crede davvero?

«Ci credo, sì, ci credo: è il mio destino, del resto. Non sono un costruttore di muri, ma di ponti. E di luoghi dove la gente possa trovarsi. Dobbiamo assolutamente tener duro».

Dal degrado delle periferie nasce il male? L’ambasciatrice francese a Roma sembra dubitare di questo legame. Molti vedono quasi come giustificazionismo ogni tentativo d’analisi economica e sociale del problema.

«Dal degrado nasce il male, sì. Vede, la pace è una costruzione che si fa giorno per giorno».

Ma allora la nostra dimensione naturale è la guerra? La lotta tra noi?

«No, non voglio crederlo. La pace ci è costata secoli. E si costruisce facendo luoghi di pace. Sta nelle piazze, nei posti della nostra convivenza. Lì, in un certo senso, sparisce persino la paura».

Quanto ci vorrà a cambiare le periferie?

«Per salvare i centri storici abbiamo impiegato anni. Serve tempo. E le periferie sono meno fotogeniche. Ci vogliono scintille. Come Rosalba, che dice alla gente del Giambellino “portatevi le sedie in cortile e guardiamo il cine assieme”…».

Alla fine le periferie non ci perderanno?

«Al contrario, ci salveranno. Penso ancora al nostro Giambellino. Ci sono 393 monolocali vuoti perché misurano 25 metri quadrati quando una legge sciagurata fissa l’abitabilità minima a 28,8. Pensi se fossero residenza di studenti, due per appartamento, ottocento ragazzi sui seimila abitanti del quartiere. Si cambia così, e recuperando il parco di via Odazio e aprendo i cortili… così lei porta linfa vitale».

Cosa si aspetta da Renzi? Promette interventi.

«Non lo so. Ad Atene l’eletto diceva: vi prometto di rendere la città più bella di come me l’avete consegnata. Per loro il bello e il buono coincidevano».

Dietro i suoi «rammendi » c’è l’idea «sovversiva » di partire dal basso, dalla gente…

«La gente bisogna ascoltarla. Non per fare tutto ciò che ti chiede, perché questa non è partecipazione, è soltanto sbagliato. Ma a volte le voci più importanti sono quasi impercettibili».

Salviamo il Giambellino, guardando Parigi.

«Usando la lente d’ingrandimento vediamo valori universali che si applicano alla periferia di Parigi, che è enorme e pericolosissima. Parigi è un problema che si risolve attraverso tante cose di cui ciò che faccio io è piccola parte. Perciò non voglio parlare, preferisco fare cose concrete».

Me ne dica una.

«Sto costruendo il nuovo Palazzo di giustizia al confine della banlieue nord».

Dove?

«A Porte de Clichy, accanto a Saint-Denis»

Proprio Saint Denis…

«Sì. A mille e ottocento metri da… lì».

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“PORTARE LA BELLEZZA NELLE PERIFERIE PER FERMARE IL FANATISMO DISTRUTTIVO”

di Andrea Plebe, da “la Stampa” del 22/11/2015

– Piano costruirà il nuovo palazzo di Giustizia a Parigi “Abbiamo scelto la banlieue, le idee giuste vincono” A Clichy-Batignolles il nuovo tribunale sorgerà nella periferia nord di Parigi, a 2 km dal covo jihadista di Saint-Denis –

   Affisso alla parete alle spalle di Renzo Piano c’è il progetto del nuovo Palazzo di giustizia di Parigi. Alcuni schizzi, disegni e sezioni raccontano il futuro tribunale che oggi ha sede nel cuore della capitale, sull’Île de la Cité: dal centro alla periferia nord di Clichy-Batignolles, un’intersezione chiave fra differenti aree amministrative di Parigi e i sobborghi.

   Il palazzo di giustizia si sviluppa su un «piedistallo» lungo e basso, sul quale si innalzano tre volumi di forma decrescente: 90 aule che beneficeranno di luce naturale, terrazze su cui saranno piantati 500 alberi, una piazza di 6mila metri quadri sull’Avenue de la Porte-de-Clichy. «Un tribunale nella banlieue nord – racconta Piano -. A duemila metri dal luogo in cui la polizia è intervenuta dopo gli attentati di Parigi. Eravamo stati su quel cantiere poco prima della tragedia del 13 novembre…».

Vicino al covo jihadista. Il riferimento è al covo di Saint-Denis, dove mercoledì (18 novembre) le forze di sicurezza francesi hanno compiuto il blitz. L’uditorio, formato da una settantina di studenti della facoltà di architettura dell’Università Vanvitelli di Napoli, accolti nella classroom della Fondazione Renzo Piano a Punta Nave, ascolta con attenzione.

   Si parla soprattutto di bellezza, anche se la premessa è che di bellezza non si può parlare perché appena la nomini ti sfugge via dalle mani, evapora: però il ricordo di quanto è accaduto a Parigi aleggia come una nuvola scura e ogni tanto si riaffaccia, inevitabilmente, nella conversazione. A Parigi c’è lo studio principale di Renzo Piano, nel cui staff si è contata purtroppo una vittima, un giovane architetto tedesco, e due feriti, colpiti nell’attacco al ristorante «Petit Camboge». La notte degli attentati l’architetto era a Londra per lavoro, ma lo sgomento non è stato meno forte.

La banlieue… «Bisogna prendere coraggio di fertilizzare le periferie – riprende Piano -. Nel nuovo Palazzo di giustizia lavoreranno tremila magistrati, ruoteranno diecimila persone… Certamente c’era chi non voleva che fosse costruito in quella zona, e si è opposto, ma non l’ha avuta vinta. Le idee giuste vanno sempre avanti. Il cambiamento trova inevitabilmente degli oppositori, ma non c’è arte che non si alimenti del dovere di cambiare, di rappresentare il cambiamento».

Architettura e musica Architettura, dunque, ma non solo. Il pensiero di Renzo Piano va a chi quel cambiamento cerca di realizzarlo anche attraverso un progetto musicale, come Daniel Barenboim, che con lo scrittore Edward Said ha fondato la West Eastern Divan Orchestra con lo scopo di favorire il dialogo fra musicisti provenienti da Paesi e culture storicamente nemiche, israeliani e palestinesi. «Bisogna alimentarsi di realtà, per poi trasformarla», dice Piano agli studenti.

Ma che cos’è allora la bellezza, è possibile educare a conoscerla, a praticarla? Sarebbe migliore il mondo se le persone venissero educate alla bellezza?

«La bellezza deve essere anche etica, è bellezza quando è anche buona – risponde Piano – Léopold Senghor, il poeta che è stato anche presidente del Senegal, quando mi chiamò per un progetto a Dakar mi disse che nelle lingue africane bello e buono sono le stessa parola».

   Per Piano la bellezza si associa anche alla curiosità scientifica, alla voglia di sapere e di conoscere «che rende le persone migliori», all’amore per la città «come luogo di civiltà» e per la gente che vi abita. «Gli assassini che hanno colpito a Parigi – dice l’architetto agli studenti, sottolineando che non parla di Islam ma solo di quei terroristi, dei fanatici – volevano colpire proprio quella bellezza, la civiltà che ci tiene assieme».

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MALMO, SVEZIA

“NOI MUSULMANI DELLE PERIFERIE D’EUROPA, VI SPIEGHIAMO LA NOSTRA VOGLIA DI ISIS”

di Christian Elia, da http://www.glistatigenerali.com/ del 14/11/2015

   “Piove. Come sempre. MALMO è così: a volte sembra che ti piova anche dentro. Non riesco proprio ad abituarmi. Però va bene, perché non si nasce tagliati per l’esilio. Un senso di disagio permanente, in fondo, ti ricorda la tua storia”. Hafez vuole essere chiamato così. “Il mio nome non lo scrivere, la mia storia è complicata. Metti il nome del padre di Assad, una piccola provocazione. Magari a qualcuno viene voglia di capire cosa è stata capace di fare questa famiglia a un popolo intero”.

   Hafez è siriano, rifugiato politico in Svezia, dopo il viaggio che milioni di siriani hanno iniziato nel 2011, verso l’Europa, quando possono permetterselo, o verso un altrove qualsiasi. Lui, però, ha una storia differente. Studente di medicina, parte volontario nel 2003 per l’Iraq. “Vuoi ancora sentire questa storia? Davvero pensi che interessi ancora a qualcuno? Per noi l’invasione dell’Iraq era quello che era: una brutale aggressione a un popolo intero. Lo stesso regime che per anni è stato un solido alleato di Europa e Stati Uniti  diventa un nemico. E’ stato indecente credere alle motivazioni umanitarie. Un massacro è un massacro e basta. Partimmo in tanti, pieni di rabbia. Ma in realtà quell’entusiasmo non durò a lungo. La realtà dell’opposizione alla coalizione emarginò molto presto chi, come me, veniva da un percorso politico laico, progressista. Tornai a Damasco, deluso e ferito, nella gabbia di tutti i giorni”.

   Una gabbia che nessuno ha saputo spiegare meglio di Samir Kassir. Giornalista e scrittore libanese, ucciso da un’autobomba a Beirut nel 2005. Il suo libro L’infelicità araba, edito in Italia da Einaudi, è il manifesto di una generazione a cui manca l’aria. “Non è bello essere arabo di questi tempi. Nel mondo arabo il mal di esistere è la cosa meglio ripartita. E’ la zona del mondo dove, a eccezione dell’Africa sub-sahariana, l’uomo ha minori opportunità. A maggior ragione la donna”. scrive Kassir.  “L’infelicità araba ha questo di particolare: la provano quelli che altrove parrebbero risparmiati, e ha a che fare, più che con i dati, con le percezioni e con i sentimenti. A iniziare dalla sensazione, molto diffusa e profondamente radicata, che il futuro è una strada costruita da qualcun altro”.

   Un senso di claustrofobia, un’eredità storica, un’autorappresentazione che parte dall’accordo Sykes-Picot (con il quale le potenze occidentali disegnarono il futuro Medio Oriente dopo la Prima Guerra mondiale) e arriva a G.W.Bush, sempre nel ruolo della vittima. Un documentario di Michelangelo Severgnini e Alessandro Di Rienzo, del 2006, prodotto da PeaceReporter, lo spiega in modo magistrale questo sentimento. Dal titolo, Isti’mariyah, colonialismo, che racconta il sentire di una generazione. Storia di chi non riusciva più ad avere fiducia in un Occidente che troppe volte ha saputo solo mostrare il suo volto predatorio e pieno di contraddizioni, pretendendo democrazia e portando guerra. Parla di Shadi, ma potrebbe essere Hafez.

   Perché un uomo come Hafez, che oggi ha 40 anni, è nato, vissuto e cresciuto con una certezza: l’assenza di alternative. “In Siria, nel 2011, ci abbiamo creduto. Non lo nego, anche se oggi mi sento un ingenuo. Ho immaginato che una grande onda si fosse sollevata, che milioni di giovani arabi avessero preso in mano il loro futuro. Lo ricordate il discorso di Obama all’università del Cairo nel 2009? In fondo era quello che ci diceva: non faremo più gli errori del passato, non useremo la forza per la nostra agenda, ma vi sosterremo se ci proverete da soli. E lo abbiamo fatto, facendoci massacrare. Le parole d’ordine sono semplici, forse troppo per voi che siete abituati alla filosofia. Per noi era solo immaginare una vita senza corruzione, dove un lavoro lo trovi se sai fare qualcosa e non se tuo padre è nelle grazie del clan al potere. Dove, in un caffè, puoi dir la tua senza sparire nella notte. Dove le risorse dei paesi arabi non siano il conto privato all’estero di famiglie di satrapi, ritenuti grandi statisti, ma vengano distribuite a tutta la popolazione. Ho fallito ancora: nessuno ha appoggiato la rivoluzione siriana dell’inizio, lasciandola sprofondare in un incubo sanguinoso. Ho deciso che non posso più buttare la mia vita, ho colto l’unica opportunità che mi restava: farmi profugo, farmi esule. Perché altre opportunità non me ne hanno date”.

   Molti ex compagni di Hafez, però, non sono andati via. Tanti di loro sono entrati nelle brigate, Is compreso. “A voi manca un elemento chiave per capire la situazione: il discorso sociale. La matrice religiosa è forte, di sicuro orienta la leadership. Ma state sicuri che è la questione sociale quella che riesce, più di tutto, ad affascinare una generazione intera. Perché di redistribuire ricchezze, nazionalizzare i proventi della vendita delle risorse, dare servizi di base alla popolazione civile parlano solo loro. I discorsi che io, da giovane di sinistra, facevo all’università sono adesso diventata un’agenda in mano ad altri, per il nostro fallimento e per la vostra incapacità di sostenere le forze progressiste, in Siria come altrove. Guardo il mio Paese morire, attraverso una finestra di Malmoe, mi piove dentro. Sento che si prepara la ‘normalizzazione’ di Assad, ponendo l’eterna trappola a quelli come me: o accetti di vivere in una dittatura o sarai in balia del caos, del fondamentalismo e della violenza. Non doveva andare così, non è possibile che sia stata questa l’unica vita possibile”.

   La periferia di Malmoe e la periferia delle grandi città britanniche. Il grigio, forse, come cifra comune. Almeno questo pensava Reyaad Khan, 20 anni, di Cardiff. Morto in battaglia in Siria. “Non capirete mai quel che succede se non riuscite a immaginare, se non vi immedesimate in questa War on terror generation. Bisogna comprendere il trauma profondo generato in chi ha vissuto la sua formazione negli ultimi tredici anni. Immaginate: un quotidiano vilipendio, una costante demonizzazione dei musulmani, che scorre su un nastro di storie che raccontano di morti, distruzioni, violenza pornografica, assenza di speranza. Immaginate che questa sia la vostra adolescenza”. Lo scriveva qualche giorno fa Alyas Karmani, impegnato da anni nel tessuto sociale lacerato delle periferie delle città britanniche, in un bell’articolo pubblicato dal The Independent.

   Karmani parla di Reyaad e di tutti gli altri. Sono tanti. Sono quei ragazzi della periferia grigia dell’Europa e del mondo ricco, periferie che nessuno è mai riuscito a colorare di speranza. Perché Reyaad, prima di morire in battaglia, era stato intervistato da un programma televisivo britannico, raccontando i sogni infranti di un ragazzino. I sogni di chi è nato in Gran Bretagna, ma scopre che anche se suo padre si è spezzato la schiena per anni, dicendo sempre sì, non alzando mai la testa per protestare, non è riuscito a rendere suo figlio uguale agli altri.

   Perché si cresce e si capisce che non è un documento (quando c’è, perché in Italia non c’è) che rende tutti uguali di fronte al futuro. Non sei davvero francese, inglese o americano. Sei sempre Reyyad, non potrai mai immaginare di diventare altro, di avere le stesse opportunità dei tuoi coetanei bianchi e di buona famiglia. Perché essere musulmano diventa uno stigma e allora la scelta si fa piccola, claustrofobia: rimuovere tua identità o pagarne  il prezzo, portarne il peso. Ed ecco che Reyaad, davanti al giornalista, parla dell’orrore delle guerre per la libertà, di società ingiuste, di frustrazioni. E magari la soluzione la immagini nelle colonne dei pick-up di Is. Perché ti fai convincere che non ci sarà riscatto senza violenza. Ti lasci affascinare da chi ti promette una società più giusta, laddove quella che si pensa giusta ti ha tradito a Guantanamo e ad Abu Ghraib, ti tradisce ogni giorno abbandonandoti in quelle periferie.

   I Rayeed sono tanti, come racconta ancora il Guardian, in una dolorosa Spoon River della generazione perduta, di quei ragazzi che non hanno più trovato una speranza. Abdullah, Amer, Jaffar e tanti altri. Facce da bambini, a volte. Che sono nati altrove, portandosi appresso l’infelicità araba, nelle valigie di cartone dei loro genitori. Un fardello condiviso con Hafez e tutti gli altri che sono rimasti, in Siria, in Egitto o altrove. Tanti, troppi che sognano un futuro non grigio, scambiandolo per il nero di Is o di altri, credendo a chi promette giustizia sociale, lotta alla corruzione, protezione, libertà. Non è così, è ovvio, ma se non si coglie la fascinazione che questo mondo sta esercitando, se non ci sarà un orizzonte altro da offrire ai Reyaad e agli Hafez del mondo, se non si ascolta la loro domanda di giustizia, il grigio diventerà nero. In un attimo. (Christian Elia)

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IL TERRORISMO SI ANNIDA NELLE PERIFERIE, DOVE LA POVERTÀ TI TOGLIE IL FUTURO

di Alessandro Cobianchi, da www.huffingtonpost.it/ del 16/11/2015

   Nella stessa settimana del “venerdì nero” di Parigi eravamo in Francia con la carovana antimafie, il cui tema dell’edizione 2015, giova ribadirlo ai fini di questo articolo, è “LE PERIFERIE AL CENTRO”. Eravamo per la chiusura della carovana francese nell’Atelier de Mars, un piccolo teatro del Panier, il quartiere di Marsiglia, un tempo degradato, che oggi offre la sua parziale rinascita alla presenza di tanti artisti e qualche Bobo.

   Alla fine della serata ci siamo ritrovati a intonare, tutti insieme,”Bella ciao”, un canto di resistenza, d’unità, di vino rosso e di abbracci. Poi al rientro, venerdì, una notte intera davanti alla Tv a guardare l’orrore.

Maryse, Claude, Sylvie, David, Suzanne, Henry, Christian, Isabel e tutti gli altri della Ligue de l’Enseignement, la grande associazione francese custode del principio fondante della laicità, ci scrivono costernati, “sono senza parole” e ci abbracciano perché “siamo della stessa famiglia, l’Umanità”.

   I primi commenti sui social network e in televisione invece, sono stati, come accade in questi frangenti, “continueremo la nostra vita come prima”, “riprenderemo le nostre abitudini”. Ancora in Tv, Riccardo Pacifici, ex Rabbino capo di Roma, ci ricorda che dovremo prendere esempio da Israele, vivere normalmente in mezzo alla paura. Non sono d’accordo, anzi, credo proprio che sia ora di dire che la vita non può essere così, fare finta che nulla accada dentro e fuori, abituarsi alla propria ed all’altrui paura, come fosse il costo necessario per sopravvivere.

   Ma la nostra indignazione non è più sufficiente a vincere questa barbarie. Riprendere la vita normalmente, accendere monumenti e candele in segno di solidarietà, dichiarare che siamo tutti “qualcosa” (Charlie, Paris, ecc.) non basta più. Siamo confusi ma dobbiamo cercare di capire.

   Non voglio addentrarmi in questioni di politica estera, che non mi competono, solo occuparmi di un tema che riguarda ciascuno di noi perché la nostra società vive su un piano talmente inclinato che dobbiamo sentire un moto di ribellione allo status quo. Non possiamo però pensare che i “nostri” caduti siano più ingiusti di altri.

   Penso alle esplosioni che dilaniano cittadini inermi nelle piazze o nei mercati in Afghanistan o in Iraq, queste bombe non sono meno pesanti di quelle che esplodono nel cuore dell’Europa, non ci sono giovani deputati alla morte solo per vocazione geografica. Se allarghiamo il sentimento di orrore a tutti i giovani uccisi, che siano pacifisti turchi durante una manifestazione o abitanti di un quartiere di Beirut, che siano Valeria, Jean o Rachid, capiremo che non possiamo cedere alle facili soluzioni degli xenofobi, dei razzisti o degli stupidi che invocano guerre di religione e chiusura delle frontiere. L’Europa non deve alzare altri muri, semmai tentare di abbattere quelli esistenti.

   PENSO ALLE PERIFERIE, ai quartieri in cui sono stati arruolati tanti ragazzi, passati in breve tempo da “delinquenti abituali” (come è stato definito uno degli attentatori di Parigi) a Jihadisti. In Francia, come in tanti altri paesi europei, appartenere a una periferia significa essere davvero “altrove”, destinato alla marginalità, alla rabbia, a entrare nel bubbone pronto a esplodere, proprio come i kamikaze che ci terrorizzano tanto.

   La religione è ovviamente uno strumento, una giustificazione, ma la questione è la giustizia sociale. Un’amica mi segnala un articolo molto interessante, in cui Hafez, un rifugiato siriano ribadisce ciò che sappiamo tutti: “chi nasce nelle periferie non è uguale agli altri”. Perché, se sei sempre umiliato, vilipeso, ritenuto inferiore, il rancore aumenta. Poi arriva chi ti offre un futuro migliore, protezione, giustizia e qualcuno (ben 1600 nella sola Francia i Foreign fighters) al degrado economico, culturale, civile, preferisce la “guerra santa”.

   Marsiglia, Parigi, Londra, Roma, Bruxelles, ammassano persone negli arrondissements lontani dal centro o nelle borgate, facile appannaggio della criminalità organizzata, oppure pronte a vendersi o donarsi, con i loro corpi e le loro vite.

   Basta guardare negli occhi i disperati accampati alla stazione Tiburtina o quei quindicenni senza futuro nelle banlieus, i ragazzini che vivono nei sotterranei di Bucarest, per capire che se arriva l’imprenditore della rabbia, quella rabbia la può organizzare. Non si vuole con ciò giustificare minimamente la violenza brutale ma impegnarsi a cercare soluzioni è fondamentale.

   Quando lo Stato si dimentica dei suoi cittadini, si pensi allo squilibrio nel rapporto pazienti-medici fra centro e periferie di Marsiglia, come riportato da “La Provence” di qualche giorno fa o al fatto che un terzo dei marsigliesi vive sotto la soglia di povertà e il 90% della “piccola delinquenza” d’oltralpe è costituito da figli di immigrati maghrebini ma cittadini francesi,qualcuno arriva a credere che la giustizia sociale possa essere costruita nel paradiso dei martiri.

   Non è un caso che una città come Nizza abbia il record degli arruolati francesi nell’Isis e che sia stata, nel febbraio 2015, uno degli obiettivi terroristici. Come scrive Hafez, “qualcuno ti convince che non c’è riscatto senza violenza” perché la società “che si pensa giusta, ti ha abbandonato nelle periferie”.

   In Italia la rabbia non si è ancora sedimentata ma anche da noi è questione di tempo. A Parigi la guerra a dei giovani inermi è stata scatenata da altri giovani. Alcuni di loro destinati a non essere mai francesi, belgi, inglesi, nonostante il passaporto dica altro. E forse, nemmeno islamici, almeno per come lo intendiamo noi, non per l’uso distorto che se ne fa. Non sono europei, non sono realmente islamici.    Si potranno bombardare tutte le basi dell’Isis o invocare l’esercito nelle strade, come fece il Sindaco di Nizza, ma senza soluzioni lungimiranti, dopo Al Qaeda abbiamo avuto l’Isis e poi chissà altro. Non è l’unica opzione ovviamente ma sarebbe opportuno, iniziare a restituire una prospettiva di futuro e una concreta possibilità di scelta a chi vive emarginato. Forse la vera primavera araba potrebbe ripartire da qui. (Alessandro Cobianchi)

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JIHADISMO, REGIMI E ZONE GRIGIE

di Marina Calculli, Francesco Strazzari, da “il Manifesto” del 29/11/2015

   Sgonfiatasi la retorica che ha permeato gli attentati di Parigi e i loro decorsi sicuritari, occorre ripensare ad alcuni problemi di messa a fuoco che la narrazione degli eventi ha generato. Non si tratta tanto di far luce sulla diffusione di sentimenti islamofobi.

   Quello che ci preme analizzare è piuttosto IL RAPPORTO TRA POTERE E NARRAZIONE MEDIATICA, nel gioco di specchi amplificato dalla forza comunicativa che la violenza terrorista esercita nella società dell’informazione e per cui lo scomparso René Girard avrebbe parlato di ‘crisi mimetica’ e ‘capro espiatorio’.

   Più precisamente, colpisce IL MODO IN CUI LA VULGATA MEDIATICA ESONERI DA UN RENDICONTO DELLE RESPONSABILITÀ POLITICHE gli effettivi detentori di queste ultime – i governanti e le loro alleanze – dirottando i meccanismi di attribuzione della colpa su un credo religioso, un insieme presunto di ‘valori’, una civiltà aliena.

   Nello spazio comunicativo ci si mette ad incalzare i turbamenti di coscienza dei ‘musulmani’, accusati di mimetizzarsi in una ‘zona grigia’: uomini e donne rei di non di non dissociarsi da una violenza cui mai si sono associati o persino di non schierarsi con i ‘coraggiosi leader arabi’ impegnati nella guerra al terrore.

   Curiosamente, questa eloquenza che si accanisce verso il basso, fin sui più vulnerabili (i rifugiati in fuga dai tagliagola), fa da contraltare all’afasia nell’incalzare l’altra ‘zona grigia’, quella costituita delle LINEE DI ALLEANZA E INTERVENTO DEI GOVERNI OCCIDENTALI NELLA REGIONE DI GUERRA.

   Così L’ELEMENTARE DISTINZIONE TRA ‘CREDO ISLAMICO’ E ‘TERRORISMO ISLAMISTA’ VIENE QUASI CRIMINALIZZATA. Eppure l’islamismo radicale e il suo sviluppo in reti transnazionali del terrore ha una precisa origine socio-politica – espressione di dissidenza violenta all’interno di società arabe e musulmane in opposizione a governi repressivi.

   A ben guardare, repressione di stato e islamismo radicale rappresentano due facce della stessa medaglia, lungo una traiettoria che dagli anni 50–60 fino ad oggi ha permesso a quei regimi di disintegrare il carattere pluralistico delle società (ben più articolato negli anni 40 e 50) attraverso il monopolio di partiti nazionalisti e la soppressione di tutte le forme di dissenso: la sinistra, i liberali, l’Islam politico. E’ in questo solco che l’islamismo radicale si afferma e poi prolifera in organizzazioni violente fino alla creazione di al-Qaeda negli anni 90: l’obiettivo rimane LA CREAZIONE DI UN CONTROPOTERE CHE VENDICHI LE SOCIETÀ MEDIORIENTALI COLPENDONE I BRUTALI GOVERNANTI.

   Eppure, contrariamente al comune sentire, i network jihadisti faticano a mobilitare una forte base sociale, marchio – anzi – della loro debolezza. Persino l’ossessione anti-occidentale che oggi pervade il verbo jihadista nasce e si sviluppa come conseguenza dell’appoggio dell’Occidente ai regimi repressivi. E’ infatti solo con l’11 settembre 2001 che si rompe una tradizione di terrorismo introspettivo, essenzialmente volto a modificare le società musulmane piuttosto che attaccare direttamente l’Occidente.

   Ma, divenuta ‘globale’, LA COSIDDETTA ‘MINACCIA ISLAMISTA’ FORNISCE UN ULTERIORE PRETESTO AI TRADIZIONALI REGIMI AUTORITARI PER ATTRARRE AIUTI FINANZIARI E MILITARI DA PARTE DEGLI ALLEATI-PATRONI OCCIDENTALI, già compratori di risorse naturali ed esportatori di armamenti, in nome di una più efficace collaborazione nella ‘guerra al terrore’: di fatto una più disinvolta repressione del dissenso politico, di cui l’islamismo radicale rappresenta solo una parte.

   Ne deriva un paradosso che alimenta tanto il potere quanto il contropotere: PIÙ EFFICIENTE E BRUTALE SI FA LA MACCHINA DELLA REPRESSIONE, PIÙ NELLE CARCERI AVVAMPA IL FUOCO DELLA ‘VENDETTA SACRA’, più cresce il numero dei convertiti.

   Questo circolo vizioso non si spezza neanche con le rivolte arabe del 2011: dopo una breve finestra di esitazione nel sostegno incondizionato ai regimi autoritari, la logica di potenza si ricolloca nel solco della non-interferenza. Dai reami del Golfo fino all’Egitto di al-Sisi, è tutto un fiorire di relazioni commerciali e partite strategiche, mentre gli attivisti spariscono, i ‘nemici dello stato’ mandati a morte, i dissidenti esibiti impiccati agli elicotteri.

   C’è poi una più recente congiuntura che marca l’ultima evoluzione del jihadismo, accompagnandola fino alla nascita del sedicente Stato Islamico (SI): la guerra in Iraq, la repressione nei campi di detenzione statunitense, la distruzione del tessuto sociale iracheno su cui gli attuali vertici dello SI, sopravvissuti alla surge statunitense, riescono nel loro progetto di potere: RICONQUISTARE IL FAVORE DEI NOTABILI SUNNITI che avevano loro voltato le spalle, ma che, opportunamente pasciuti, vengono messi a fronteggiare un potere centrale percepito come sempre più ostile. Avviene così la transizione da un network impalpabile ad un esercizio di sovranità su un territorio.

   Oggi sono trentamila i combattenti accorsi a prestare lealtà ad al-Baghdadi: un numero impressionante in termini assoluti, ma esiguo in termini relativi, se si vuole misurare l’effettivo potere militare del Califfato come ‘minaccia globale’.

   Se poi si indaga sul suo potere di attrazione politica, occorre ricordare la lunga pletora di episodi di micro-resistenza al potere islamista nella zona nord e centro-orientale della Siria (non quella delle milizie armate dai governi occidentali, né delle milizie sciite finanziate dall’Iran), passata del tutto inosservata alla stampa occidentale. Senza dimenticare che il regime siriano, nelle due amnistie proclamate da Bashar al-Asad, ha aperto le celle di centinaia di jihadisti, immediatamente accorsi a rimpolpare i ranghi dello SI.

   Mentre nelle prigioni di Asad continuano ad essere torturati gli intellettuali e i dissidenti laici, l’obiettivo malcelato del regime siriano in lotta per la sua stessa sopravvivenza, è quello di (ri)produrre una vecchia dicotomia concettuale indirizzata all’Occidente che guarda al mondo arabo dopo la sua effimera primavera: LA CONVINZIONE SPURIA PER CUI IL MEDIO ORIENTE SIA IN GRADO DI PRODURRE REGIMI AUTORITARI GARANTI DELL’ORDINE O POTERI ISLAMISTI E RETROGRADI. Nella speranza, ovviamente, che le cancellerie occidentali ritornino a guardare a Damasco come guardano oggi al Cairo del generale al-Sisi: un luogo di potere utile a garantire la loro sicurezza.

   Le società europee ferite dalla strage di Parigi e impossibilitate, nello stato d’emergenza, ad articolare risposte politiche collettive, si chiudono in casa a guardare grottesche trasmissioni in cui ci si domanda ossessivamente se esista un Islam moderato e cosa si celi nelle menti dei musulmani europei. RESTA, CIOÈ, RIMOSSA LA REALE QUESTIONE: QUEL NESSO INTIMO TRA REGIMI REPRESSIVI E PROLIFERAZIONE DEL TERRORISMO STESSO. Fuori dai riflettori giacciono le molte analisi che tracciano il filo tra la deriva carceraria e l’esplosione del fenomeno SI.

   Fuori da ogni cono di luce mediatico muoiono le attese tradite di un’intera generazione di attivisti laici. Eppure nel Cairo del generalissimo al-Sisi saltare in aria per un attacco kamikaze preoccupa forse meno che essere prelevati a forza di notte da incappucciati per essere fagocitati da una cella. Se il legame fra autoritarismo e terrorismo islamista fosse davvero esplorato, dovremmo forse ammettere quanto inutile sia affrontare l’uno senza l’altro: una mossa evidentemente troppo costosa in termini economici e strategici. Di certo più costosa che andare a bombardare il Califfato e le popolazioni da esso assoggettate – le stesse che hanno cercato di resistere a Bashar al-Asad, allo Stato Islamico, alle nostre bombe e ai nostri fili spinati. (Marina Calculli, Francesco Strazzari)

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UN MEDIO ORIENTE LIBERO E TOLLERANTE: TORNIAMO AL SOGNO DI LAWRENCE D’ARABIA

di Edgar Morin, da “la Repubblica” del 29/11/2015

– Nel Califfato storico convivevano popoli e religioni diverse. Il colonialismo costruì Stati artificiali che si sono dissolti e incendiati dal fanatismo. Ma il terrorismo è una formula vuota che si sconfigge togliendogli le ragioni –

   Per capire cosa succede nel mondo islamico è necessario avere una cultura storica: senza storia infatti non può esserci alcuna comprensione degli avvenimenti. Bisogna sapere, per esempio, che nell’antico Califfato c’era piena libertà religiosa sia per i cristiani che per gli ebrei, mentre l’intolleranza più cieca riguardava solo il mondo cristiano: basti pensare alle Crociate, all’Inquisizione, alle persecuzioni anti- ebraiche.

   In realtà il vero problema del mondo arabo è stata la sua colonizzazione durata secoli, dalla fine del 400 dopo Cristo alla decomposizione dell’Impero ottomano. Da queste macerie nacque un sogno: il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo, il sogno di Lawrence d’Arabia. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq.

   Ed è stato un peccato, perché UNA NAZIONE UNIFICATA ARABA AVREBBE POTUTO SVILUPPARSI IN SENSO MULTIETNICO, visto che IN OGNUNO DI QUEI TERRITORI AVEVANO SEMPRE CONVISSUTO ISLAMICI, CRISTIANI ED EBREI. Questa nazione avrebbe potuto consolidarsi, svilupparsi in un clima di libertà religiosa.

   Le cose sono andate diversamente. Prima con la frantumazione in Paesi differenti, ognuno inserito in una differente sfera d’influenza. E poi, molto più recentemente, con gli effetti della strategia americana, con la seconda guerra del Golfo che è servita solo a distruggere lo stato iracheno.

   ORA DA UNA PARTE C’È LA COMPONENTE SCIITA; DALL’ALTRA QUELLA CURDA, DECISA A DIVENTARE INDIPENDENTE; E INFINE QUELLA SUNNITA.

   In questo contesto esplosivo — e con le conseguenze di una serie di fenomeni storici come il fallimento del socialismo arabo, il fallimento delle nuove democrazie, il problema palestinese irrisolto, il sottosviluppo economico e un sentimento diffuso e generalizzato di umiliazione collettiva — si è arrivati alla situazione attuale. In cui perfino nei “laici” Territori occupati la radicalizzazione del conflitto e la disperazione hanno portato a una crescita del potere dei fattori religiosi.

   A questo punto, serve in primo luogo una risposta di tipo culturale. Dobbiamo introdurre nei nostri paesi l’insegnamento delle religioni, non del cattolicesimo ma di tutte le diversità: perché la religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma, come diceva Karl Marx, è il sospiro della creatura infelice.

   In altre parole, è l’infelicità umana che alimenta la religione. In secondo luogo, per favorire l’integrazione degli studenti musulmani, bisogna mostrare come la Francia — proprio come l’Italia, o la Spagna — sia in realtà una nazionale multiculturale. In Italia ad esempio non ci sono solo discendenti dei latini, è una nazione composta da popoli diversi, siciliani, piemontesi, trentini. E ci sono molti ebrei. L’Italia insomma non ha una razza unica, ma tante diverse, con lingue diverse che col tempo si sono integrate. È la vera eredità dell’universalismo dell’impero romano. La storia insomma deve aiutare anche i giovani a capire come l’integrazione, nel tempo, sia possibile.

   Terzo tema: cosa fare oggi con la parola “terrorismo”? Una parola che in realtà non è quella giusta, perché è vuota. Una parola che non contiene in sé una vera fede, una vera passione, ma solo un mondo dalla realtà rovesciata. Era così anche in fenomeni terroristici di altro tipo, come le Brigate Rosse e l’eversione nera in Italia.

   Le persone non nascono terroriste, si comincia magari per seguire un qualche ideale di salvezza. Come succede con l’Is: dal disagio storico e sociale si passa a pensare di essere al servizio di Dio. E nel caso degli estremisti islamici, il fuoco, il carburante che alimenta la loro follia è la questione irrisolta del Medio Oriente. Questo fuoco è come un cancro, che fa metastasi ormai nell’intero pianeta. Ecco perché BISOGNA RISOLVERE UNA VOLTA PER TUTTE IL PROBLEMA MEDIORIENTALE. Imponendo la pace a tutti le componenti che alimentano questa guerra civile. È questo l’unico modo per isolare il fanatismo di Daesh e del sedicente Califfato.    MA COME FARE? A questo punto, RICOSTRUIRE L’INTEGRITÀ DELLA SIRIA E DELL’IRAQ APPARE IMPOSSIBILE. L’unica soluzione allora è riprendere, tornare a far vivere il sogno di Lawrence d’Arabia, promuovendo UNA GRANDE CONFEDERAZIONE DEL MEDIO ORIENTE IN CUI SIA RIPRISTINATA LA LIBERTÀ DI CULTO.

   Se decidiamo che è davvero questo lo scopo da raggiungere, allora possiamo portare avanti UNA GRANDE COALIZIONE CHE PROMUOVA LA PACE. Solo così quel concetto vuoto che chiamiamo “terrorismo” potrà essere progressivamente liquidato. Questa è una missione vitale, non solo per i francesi o gli europei, ma per tutta l’umanità. (Edgar Morin – questo testo è l’intervento che l’autore ha tenuto al convegno internazionale di Rimini organizzato da Edizioni Erickson)

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IL PAPA IN AFRICA

«DEPONETE LE ARMI», IL PAPA APRE L'ANNO SANTO A BANGUI, «CAPITALE SPIRITUALE DEL MONDO» - 29/11/2015 - Anticipazione dell'Anno Santo nella REPUBBLICA CENTRAFRICANA. «Pace e amore», fa ripetere papa Francesco alla folla che segue la cerimonia di apertura. E poi nell'omelia lancia un appello a chi usa le armi: «Deponete questi strumenti di morte, armatevi piuttosto della giustizia, dell'amore e della misericordia» (da “Famiglia Cristiana”)
«DEPONETE LE ARMI», IL PAPA APRE L’ANNO SANTO A BANGUI, «CAPITALE SPIRITUALE DEL MONDO» – 29/11/2015 – Anticipazione dell’Anno Santo nella REPUBBLICA CENTRAFRICANA. «Pace e amore», fa ripetere papa Francesco alla folla che segue la cerimonia di apertura. E poi nell’omelia lancia un appello a chi usa le armi: «Deponete questi strumenti di morte, armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia» (da “Famiglia Cristiana”)

LA DIPLOMAZIA VATICANA SECONDO FRANCESCO: DIALOGO INTERRELIGIOSO ED EVANGELIZZAZIONE

26 Novembre 2015, di FABIO MARCHESE RAGONA (Vaticanista Mediaset)

da ISPI Istituto per gli studi di politica internazionale http://www.ispionline.it/

Una diplomazia della “tenerezza”, pacata e diretta. Un’azione precisa, senza filtri, di un Pontefice sudamericano che con viaggi, appelli, telefonate intercontinentali e incontri informali a Santa Marta è riuscito a scolpire dei “piccoli” capolavori diplomatici, riuscendo allo stesso tempo a far crescere vorticosamente, nel giro di due anni, il peso della Santa Sede nello scacchiere politico internazionale. –

   Nonostante il viaggio in Africa di Papa Francesco sia una visita che poco c’entra con l’azione diplomatica della Santa Sede, essendo piuttosto una visita dall’alto contenuto simbolico per il dialogo interreligioso e per la richiesta di un futuro per i giovani in una terra dilaniata dalle guerre civili, la missione di Francesco in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana può portarci sulla strada di una diplomazia “francescana” delle religioni e dei diritti umani.

   Un punto che Papa Francesco ha voluto porre come pilastro della sua azione pastorale, insieme a quella diplomatica in senso stretto. Non è un caso se, nel corso dell’ultima tappa di questa missione, nella Repubblica Centrafricana – paese dove secondo l’intelligence francese si nasconderebbero dei terroristi islamici pronti a colpire il Pontefice –, Francesco aprirà la prima porta santa della misericordia (anticipando di una settimana l’inizio del Giubileo), ma soprattutto si recherà in visita nella moschea centrale di Bangui, luogo sacro dove Bergoglio incontrerà la comunità islamica.

   «Vengo da voi come messaggero di pace» ha voluto far sapere Francesco con un videomessaggio al popolo africano qualche giorno prima del suo arrivo nel continente nero; un video che l’arcivescovo e presidente della Conferenza episcopale centrafricana, Dieudonné Nzapalainga ha voluto mostrare proprio alla comunità musulmana, nella speranza che le tensioni e gli scontri religiosi nella regione possano quantomeno placarsi.

   Un ennesimo passo in avanti per il dialogo interreligioso, senza dimenticare, però, quelli che sono i progetti a medio e lungo termine di Jorge Bergoglio, l’argentino che con una squadra di diplomatici di razza (dal segretario di stato, Pietro Parolin, molto impegnato da anni sul fronte asiatico, al segretario per i rapporti con gli stati, l’inglese Paul Richard Gallagher, e al sostituto della segreteria di stato, Angelo Becciu, impegnato sul fronte italiano e su quello più occidentale) ha già messo a segno alcuni risultati senza precedenti.

   Parliamo ad esempio della mediazione decisiva per porre fine alle tensioni tra Cuba e Stati Uniti: un’azione sottotraccia del Pontefice che con lettere, incontri ufficiali e telefonate private, dopo decenni di lenti negoziati portati avanti da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è riuscito a riavvicinare i due paesi per abbattere il muro tra Washington e L’Avana, recandosi infine personalmente nei due paesi lo scorso settembre. «Da Cuba agli Stati Uniti d’America: è stato un passaggio emblematico», ha detto Francesco di ritorno dalla sua missione americana, «Un ponte che grazie a Dio si sta ricostruendo. Dio sempre vuole costruire ponti; siamo noi che costruiamo muri! E i muri crollano, sempre!».

   Ma non va dimenticata la veglia di preghiera per la pace in Siria, lo storico incontro nei giardini vaticani organizzato dal Papa e al quale hanno preso parte i presidenti di Israele e Palestina con il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo. E poi i messaggi e le frequenti visite del presidente russo Putin, escluso dal G8, ma accolto da Francesco per stringere accordi su diritti umani e strategie di pace. Tanti piccoli tasselli che sembrano aver riportato il Vaticano ai tempi del cardinale Agostino Casaroli e dell’Ostpolitik vaticana o a quelli di Giovanni XXIII e della crisi dei missili di Cuba con la diplomazia d’Oltre Tevere scesa in campo per raffreddare le tensioni tra il cattolico John Fitzgerald Kennedy e il Cremlino.

   Ma l’obiettivo principale di questo pastore diplomatico sembra essere un altro: l’evangelizzazione dell’Asia. Un punto in cima all’agenda di Bergoglio, Pontefice che in soli due anni ha già visitato tre paesi dell’area (Filippine, Corea del Sud e Sri Lanka) e che nell’ultimo concistoro del febbraio 2015 ha creato tre cardinali asiatici, cercandoli “alla fine del mondo”, in Vietnam, Thailandia e Myanmar.

   L’uomo chiave per il Papa in questo caso è ancora il suo “primo ministro”, Pietro Parolin, l’uomo allevato alla scuola diplomatica di Casaroli e Sodano e che per anni, prima di esser chiamato a Roma dal Pontefice come segretario di stato, lavorò alle relazioni con Vietnam e Cina. Oltre che su Parolin, il Papa, per aprire un canale con la Cina punta tutto anche sull’arcivescovo di Manila, Luis Antonio Tagle (considerato da molti in Vaticano come il successore naturale di Francesco), e su Mons. Giuseppe Pinto, il nunzio apostolico nelle Filippine.

   I passi avanti ci sono anche in questo senso: Bergoglio non ha nascosto il desiderio di potersi recare in Cina per un viaggio apostolico “anche domani!” e Pechino sembra aver lanciato qualche segnale di apertura, dedicando ad esempio, lo scorso agosto, per la prima volta in assoluto, un servizio televisivo sull’Angelus di Francesco, che in quell’occasione aveva pregato per i feriti della tragedia di Tianjin.

   Intanto si continua a lavorare sottotraccia per avviare dei timidi contatti, tenendo sempre in primo piano però la necessità, anche nella diplomazia, di “tenerezza”, tanto auspicata da Bergoglio sin dai primi momenti del suo pontificato: «Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi nemmeno della tenerezza, il vero potere è il servizio» aveva detto il 19 marzo 2013 durante la messa d’inizio pontificato. E lì ad ascoltarlo, in quell’occasione, c’erano anche rappresentanti diplomatici e capi di stato di tutto il mondo. (Fabio Marchese Ragona)

il papa in Africa
il papa in Africa

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TURCHIA AL CENTRO DELLA GEOPOLITICA

LETTERA DAL CARCERE

“I GOVERNI EUROPEI NON CEDANO SUI DIRITTI UMANI”

da “la Stampa del 29/11/2015

AI LEADER DELL’UNIONE EUROPEA

   Noi, come giornalisti che credono che la Turchia è parte della famiglia europea e dovrebbe essere un membro della Ue a tutti gli effetti, vi scriviamo questa lettera dalla PRIGIONE DI SILIVRI.

   Le libertà di pensiero e di espressione sono valori indispensabili della nostra civiltà. Siamo stati arrestati e detenuti in attesa di processo per aver esercitato queste libertà e per aver difeso il diritto all’informazione della gente. Il primo ministro della Turchia, che incontrerete questo fine settimana, e il regime che rappresenta sono noti per le loro politiche e pratiche che violano i diritti umani e la libertà di stampa.

   I vostri governi stanno negoziando con Ankara per quanto concerne la crisi dei rifugiati, una crisi che riguarda e tocca i nostri cuori. Speriamo sinceramente che dall’incontro scaturisca una soluzione duratura a questo problema.

   Vorremmo anche sperare che il vostro desiderio di porre fine alla crisi non ostacolerà la vostra sensibilità verso i diritti umani, la libertà di stampa e di espressione come valori fondamentali del mondo occidentale.

   Ci permettiamo rispettosamente di ricordarvi che i nostri valori comuni possono essere protetti solo con posizioni comuni e la solidarietà, e questa solidarietà è ora sia più essenziale sia più pressante che mai.

   A nome dei giornalisti imprigionati.

CAN DUNDAR e ERDEM GUL

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UN ACCORDO FIRMATO SOTTO IL RICATTO DI ERDOGAN SUI RIFUGIATI

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 30/11/2015

BRUXELLES – Negoziare su tutto, non dire mai di no, guadagnare tempo, evitare temi controversi: messi sotto ricatto dalla Turchia, che controlla il rubinetto dei rifugiati, gli europei hanno applicato le regole base di qualsiasi buon negoziatore in una presa di ostaggi. Il primo vertice euro-turco si è concluso ieri a Bruxelles con l’adozione di un «action plan» che contiene molte promesse, tutte da verificare, in cambio dell’IMPEGNO TURCO A FRENARE L’AFFLUSSO DI MIGRANTI IRREGOLARI VERSO LE COSTE EUROPEE, anche quello tutto da verificare. Raramente, nella storia pur non lineare della diplomazia europea, la distanza tra le cose dette e le cose veramente pensate è stata più grande.

   Gli europei promettono di dare tre miliardi ai turchi per aiutarli nell’accoglimento dei due milioni di rifugiati siriani. Ma chi dovrà mettere i soldi, come e quando, non è ancora definito. ALTRA PROMESSA EUROPEA È LA LIBERALIZZAZIONE DEL SISTEMA DEI VISTI DI INGRESSO, che dovrebbe scattare a ottobre. Ma si tratterà solo di VISTI TURISTICI PER TRE MESI.

   E, secondo il premier bulgaro Borisov, la liberalizzazione potrebbe essere ristretta solo ad alcune categorie professionali, come imprenditori o studenti turchi che vogliono venire in Europa. Infine Bruxelles si impegna a RIAPRIRE UNA SERIE DI CAPITOLI NEL NEGOZIATO DI ADESIONE DELLA TURCHIA ALLA UE, bloccati da anni per il veto franco-tedesco. Ma, anche qui, la distanza tra l’apertura di un negoziato e la sua chiusura resta grande sopratutto se, come dice Renzi, «bisogna mantenere alta l’asticella » degli standard europei.

   Non è che ai turchi queste reticenze ed ambiguità europee siano sfuggite. Ma il solo fatto di aver costretto i ventotto capi di governo dell’Ue a venire in questo vertice per dimostrare la loro volontà di ristabilire relazioni privilegiate con Ankara è una vittoria politica per il regime di Tayyp Erdogan, che si trova in questo momento sotto il fuoco di riflettori ben poco amichevoli.

   L’ABBATTIMENTO DELL’AEREO RUSSO, LA CONDANNA DI DUE GIORNALISTI CHE AVEVANO RIVELATO LE COMPLICITÀ TURCHE CON DAESH, L’UCCISIONE DELL’AVVOCATO DEI CURDI, definita da Ankara «un incidente», pongono in questo momento la Turchia ai margini dell’Occidente e della coalizione internazionale che si sta delineando per combattere l’Is.

   Il vertice di ieri, evitando di sollevare tutti questi problemi, ha ridato ad Erdogan una patina di rispettabilità internazionale di cui il presidente turco ha, in questo momento, disperatamente bisogno. Non tutti, però, hanno fatto finta di niente. Ieri al tavolo del Consiglio europeo Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera della Ue, ha puntualmente sollevato, sia pure in modo diplomatico, le molte questioni che in questo momento avvelenano i rapporti con la Turchia. «Tutti noi sappiamo che, al di là dell’incontro di oggi, viviamo in tempi molto duri e dobbiamo lavorare con la Turchia su questioni difficili ma molto importanti per tutti noi: dalla Siria alla situazione interna turca», ha detto Mogherini, citando, tra l’altro, «i diritti umani, la libertà di stampa e LA NECESSITÀ DI RIAVVIARE IL PROCESSO DI PACE CON I CURDI».

   Questi temi, comunque, ieri sono rimasti fuori dalle conclusioni finali. Quello che resta è il riconoscimento da parte europea che la questione turca non può più essere ignorata. E che, come ha detto ieri il premier turco Ahmet Davutoglu, «tutti i Paesi sono d’accordo sul fatto che la Turchia e la Ue hanno un destino comune». Poco importa se questo riconoscimento è stato ottenuto da Ankara con la minaccia di aprire il rubinetto dei rifugiati diretti in Europa.

   Poco importa se, al fondo, le perplessità degli europei nei confronti di Erdogan restano intatte e, come ha detto ieri Angela Merkel, «ancora molto resta da fare ». D’ora in poi, Turchia e Ue terranno un vertice ogni sei mesi. Bruxelles cercherà di usare questo dialogo rafforzato per riportare il governo turco a rispettare standard accettabili di democrazia e a risolvere la questione curda.

   Ankara tenterà di ottenere il sostegno europeo al suo disegno strategico nella partita mediorientale. Nessuno dei due, verosimilmente, otterrà quello che vuole. Il vero negoziato su due milioni di rifugiati-ostaggio è solo alle sue battute iniziali. (Andrea Bonanni)

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L’EUROPA E UNA TURCHIA ISLAMISTA

di Roberto Toscano, da “la Stampa” del 30/11/2015

   Viviamo in quella che può essere ormai definita come crisi generale del sistema internazionale, globalizzato nelle sfide e nelle minacce ma sempre più carente sul piano della governabilità, e anzi in preda a spinte centrifughe e a contrapposizioni settarie.

   In questo contesto l’Unione Europea, la più avanzata e più riuscita fra le esperienze di integrazione, dovrebbe rappresentare un modello della capacità di gestire i grandi problemi del nostro tempo superando le limitazioni di orizzonti ristretti all’ormai inadeguato ambito nazionale. Ebbene, risulta invece che la Ue stenta oggi a mantenere le grandi promesse che avevano ispirato i Padri Fondatori e guidato fin qui il suo percorso di integrazione.

   Molte sono le ragioni che contribuiscono a spiegare questa fase sia deludente che preoccupante, in primo luogo il fatto che si è praticamente esaurito lo spazio per quel «metodo funzionale» che si basava su graduali avanzamenti apparentemente economici e tecnico-funzionali ma in realtà mirati a una Unione sempre più politica con un orizzonte federale.

   Oggi la natura politica delle scelte da operare è ormai evidente. Sono in gioco vitali questioni di sicurezza che, combinate con gli ancora irrisolti nodi della crisi economica, aumentano le spinte verso la «rinazionalizzazione», in sostanza il tentativo di salvarsi da soli riaffermando la propria sovranità e l’autonomia delle proprie scelte.

   Questo è vero in primo luogo nei confronti della sfida dei grandi spostamenti di popolazioni in fuga dalla guerra ma anche dalla miseria. Una sfida rispetto alla quale l’Europa si è rivelata clamorosamente inadeguata soprattutto perché divisa ma anche perché sembra prevalere, in assenza di strategie di ampio respiro, una visione emergenziale del problema.

   Non vi è dubbio che il problema sia grave e urgente anche in quanto comporta ormai evidenti ripercussioni sul piano della politica interna dei Paesi membri, dove le spinte della xenofobia e della demagogia della destra populista stanno crescendo in modo preoccupante.

   Ma cercare di affrontarlo in modo poco coordinato, addirittura scomposto, in chiave di emergenza, minaccia di risultare fallimentare, soprattutto nella misura in cui nel farlo si tende a sacrificare non solo i principi, ma anche un realismo che non può essere soltanto quello del breve termine. Lo vediamo ora nei RAPPORTI CON LA TURCHIA, che l’Unione ha incontrato ieri a Bruxelles in un importante ma anche problematico vertice.

   Che la Turchia sia per l’Europa un importante interlocutore appare del tutto evidente: per la sua posizione geografica, per la sua realtà e ancora di più il suo potenziale economico. Ed è anche vero che la collaborazione della Turchia risulta oggi importante per cercare di regolare e gestire il problema delle migrazioni.

   Giusto quindi incontrare la Turchia e dialogare con la Turchia alla ricerca di punti di convergenza. Va bene anche considerare la possibilità di fornire aiuti ad Ankara per aiutarla a strutturare una più adeguata accoglienza ai profughi siriani oltre che negoziare una liberalizzazione dei visti.

   Dovremmo però evitare di riprodurre lo schema dei rapporti che soprattutto noi italiani avevamo stabilito, per far fronte al problema delle migrazioni, con Mouammar Gheddafi: lui bloccava, anche con metodi indegni, il flusso di migranti verso le nostre coste e noi facevamo finta di non vedere le sue devianze internazionali e la sua repressione interna.

   I costi di questa politica dovrebbero ormai essere del tutto evidenti. Nel caso della Turchia, poi, la posta in gioco è ancora più alta, dato che sul tavolo delle trattative con la Ue vi è anche la questione del rilancio del processo di adesione. Imprudentemente, il ministro per gli Affari Europei turco si è spinto a dare per scontato, prima del vertice, il passaggio al Capitolo 17 del negoziato (questioni economiche), prevedendo anche entro il 2016, l’apertura di altri «6 o 7 capitoli». La smentita europea non si è fatta attendere, ma si tratta di una smentita obbligata, e non necessariamente credibile.

   L’Italia è sempre stata favorevole alla prospettiva di un’adesione turca all’Unione, e in questo senso dovremmo solo rallegrarci che anche i partners in precedenza riluttanti stiano cambiando idea, consapevoli dell’importanza della Turchia e del suo ruolo. Sia i principi che il realismo non ci permettono tuttavia di eludere un cruciale interrogativo politico, un processo di adesione era stato congelato sostanzialmente perché la Turchia era un Paese a maggioranza musulmana, anche se laico, e per questo motivo da parte della maggioranza dei Paesi membri della Unione si dubitava della sua vocazione europea.

   Ma come si fa oggi, senza perdere credibilità, essere più indulgenti nei confronti di una Turchia non solo islamica, ma islamista – una Turchia al cui interno si reprime il dissenso politico e si attacca la libertà di stampa, e la cui politica regionale è caratterizzata da una pesante ambiguità sulla questione siriana, con una connivenza di fatto nei confronti del jihadismo più radicale?

   Dovremmo invece ascoltare il messaggio che il direttore e un altro giornalista di Cumhuriyet hanno inviato ai leader europei dalla prigione in cui sono stati rinchiusi per «spionaggio», cioè per avere rivelato il ruolo dei servizi turchi nel rifornire di armi il jihadismo radicale.

   Un messaggio che ci esorta a non dimenticare i nostri principi, a non transigere sui diritti umani e sulla libertà di espressione. Nel nostro interesse e in quello del popolo turco, che dovremmo accompagnare in un processo di consolidamento della democrazia piuttosto che abbandonare a una deriva autoritaria nel nome di una Realpolitik di corto respiro. (Roberto Toscano)

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LA CONFERENZA SUL CLIMA A PARIGI

I leader mondiali arrivati a Parigi per la conferenza sul clima riuniti in occasione della foto di gruppo
I leader mondiali arrivati a Parigi per la conferenza sul clima riuniti in occasione della foto di gruppo

CARLO PETRINI: «IL CLIMA È CIBO E TERRA»

di Rachele Gonnelli, da “il Manifesto” del 29/11/2015

   «Non si comincia mica bene». Il vertice dell’Onu sul clima a Parigi non è ancora cominciato e Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e eco-gastronomo di fama internazionale, è preoccupato.

Perché non si comincia bene?

«Nelle 54 pagine del testo che apre i lavori non c’è la parola “agricoltura”, neanche una volta, non si cita mai il problema della biodiversità. È una carenza grave perché si tagliano fuori miliardi di persone e poi segnala un errore di impostazione. Perché agricoltura significa cibo, economia locale, significa sovranità alimentare dei popoli. «L’agricoltura è insieme vittima del cambiamento climatico, e anche, in parte, corresponsabile del problema. È vittima in quanto ogni aumento di un grado della temperatura media determina uno spostamento delle coltivazioni di 150 chilometri verso il nord geografico e di 150 metri più in alto. Questo slittamento vuol dire perdita di prodotti in aree tipiche, distruzione di zone rurali, impoverimento di intere comunità e conseguente migrazione delle popolazioni che non riescono più a vivere dove vivevano un tempo.

   «Nello stesso tempo l’agricoltura, per come si è andata configurando negli ultimi cinquant’anni, ha incorporato lo spirito e il senso dell’economia industriale, è diventata per la maggior parte un’agricoltura che mira al massimo profitto a una produzione massiva che non ha a cuore la difesa della natura e la salvaguardia delle risorse della terra. «L’agricoltura intensiva insieme all’allevamento industriale sono responsabili del 70% del consumo di risorse idriche e la zootecnia da sola della produzione del 14% delle emissioni di gas serra. Sappiamo quanto siano disastrosi questi allevamenti, non solo per il benessere degli animali, ma anche per l’impatto che hanno sull’ambiente. Il modello che intensifica le produzioni non rispettando i ritmi naturali, le stagioni, i raccolti, è lo stesso che ci porta sulla tavola ogni giorno qualsiasi tipo di cibo, anche dal più sperduto buco del mondo, come fosse una cosa normale».

Come se non avesse un costo sociale, un ultra-prezzo? Non ci siamo un po’ abituati a tutto questo? (pioggia autunnale come un monsone, pesci tropicali nel Mediterraneo, insetti e piante di altri climi).

«Sì, come ci hanno abituati a considerare normale che il 35% del cibo prodotto venga buttato, uno spreco che equivale alla distruzione delle colture di 1,4 miliardi di ettari di terra. Coltivazioni che hanno prodotto emissioni nocive. Perciò bisogna cambiare logica rispetto al mantra che ci impone solo di consumare, consumare, consumare».

Nell’agenda del summit di Parigi ci saranno anche gli incontri dell’Ifad, l’agenzia dell’Onu che chiede investimenti a vantaggio dei piccoli agricoltori per combattere la desertificazione, Slow Food può farsi sentire lì?

«Abbiamo con l’Ifad una partnership diretta. Quando organizziamo, annualmente, Terra Madre partecipa sia l’Ifad sia la Fao. Aggiungo che un mese fa al meeting Terra Madre indigenous abbiamo radunato 145 comunità indigene di 40 paesi del mondo. Anche da lì è nato il nostro appello “Non mangiamoci il clima” che rivolgiamo ai governi riuniti a Parigi». «L’appello è già sottoscritto da centinaia di associazioni e movimenti e ora sul sito www.slowfood.it attende la firma dei cittadini. Penso che la presenza operativa della società civile si debba far sentire, adesso o mai più. Non è possibile che Cop21 parta dando per scontato che, se va bene, il pianeta si surriscalderà di 2 gradi. Se poi i limiti di emissione dei gas serra, come sembra, non saranno vincolanti, non so dove si andrà a finire».

Se invece che di biodiversità e land grabbing, si parlerà soprattutto di agrofuel e carbon markets, non è perché le grandi company del nucleare, dell’acqua, delle auto nel voler “dare il loro contributo alla causa ecologica” stanno facendo lobby? L’ong Transnational institute dice che sono loro ad aver sostenuto come sponsor il 20% delle spese del summit.

«Non mi stupisce. Già sei-sette mesi fa avevamo segnalato come certe sponsorizzazioni di multinazionali non fossero un buon segnale. Ma sono i governi che devono prendere le decisioni, a loro ci dobbiamo rivolgere».

Lo slogan dei movimenti è “system change not climate change”. D’accordo? Si deve cambiare sistema?

«Non c’è ombra di dubbio. Bisogna cambiare paradigma, dico io. Si deve capire che le cattive pratiche, basate solo sul business, generano iniquità e sconquassi ambientali. Bisogna anche capire che si tratta di cambiare stile di vita. Ora sappiamo tutti dell’allarme dell’Oms sull’eccessivo consumo di carne. Ma si deve anche sapere che se in Europa il consumo medio pro capite in un anno è 100 chili e negli Usa 125 chili, non si può chiedere agli africani, che ne consumano in media 5 chili l’anno, di ridurlo perché inquina». «Il ragionamento deve essere: contrazione per chi consuma troppo e convergenza per chi non ne ha a sufficienza. Questa è una vera governance mondiale. Ma attualmente l’unico capo di Stato che sostiene un paradigma di equità e sostenibilità è il pontefice romano. L’enciclica Laudato Si è un documento straordinario di riflessione sul cibo, la biodiversità, la povertà, su come tutto sia connesso».

Per una governance mondiale ecologica non servirebbe, come in Bolivia, una sorta di tribunale dell’Aja per i reati ambientali?

«Può essere una via. La scorsa settimana in Brasile c’è stato un immane disastro ambientale e i responsabili non sono punibili in base alla legge brasiliana. Non lo sarebbero stati fino a vent’anni fa neanche in Italia». «In Italia ancora manca una legge nazionale a difesa dei terreni agricoli sempre più invasi dalla cementificazione. Se continuiamo così oltre al dissesto idrogeologico avremo un deserto di cemento».

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L’EGOISMO CHE PUO’ SALVARE IL PIANETA

di Paolo Giordano, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2015

   Che ci piaccia pensarlo o no, il mondo in cui viviamo è artificiale. Non esiste porzione di superficie del nostro Pianeta, comprese le distese oceaniche, che non sia stata modificata dall’intervento diretto o indiretto dell’uomo.

   La deforestazione massiccia, lo sfruttamento di risorse superiore alla possibilità di rigenerazione, le svariate forme di inquinamento, il trasporto di specie vegetali e animali da un continente all’altro: tutto ciò ha ormai condizionato anche le aree più inospitali e difficilmente raggiungibili della Terra. Non è detto che questo debba farci indignare per forza, che si tratti di un male di per sé. Può darsi che il Pianeta così come ce lo siamo sistemato sia migliore per noi di quanto non fosse all’inizio (basti pensare a quanto drasticamente abbiamo ridotto i nostri predatori).

   Ma, in questo ambiente modificato, concordano molti scienziati (non tutti), esiste almeno una minaccia che ci riguarda direttamente e subito: IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. Di tutti i campi della scienza — a eccezione forse di quelli che si addentrano nella mente umana —, la climatologia è il più familiare con i concetti di caos e complessità. Si può dire che caos e complessità ne siano addirittura costitutivi.

   La capacità previsionale della climatologia si basa quasi sempre su estrapolazioni ardite e su grappoli di equazioni differenziali concatenate le une alle altre, che impazziscono non appena uno prova a portarle troppo avanti nel tempo e nello spazio. La complessità rende la climatologia soggetta più di altri ambiti all’interpretazione e alla manipolazione.

   Per molti anni, anche parecchio tempo dopo la ratifica del protocollo di Kyoto, l’idea stessa del cambiamento climatico è stata messa in discussione. La Terra è sottoposta a cambiamenti propri e ciò ha fornito un alibi tenace agli scettici e agli spavaldi. In molti si sono asserragliati dietro il dubbio che l’aumento medio della temperatura terrestre fosse ascrivibile a fenomeni diversi dall’industrializzazione. O che fosse falso tout court.

   Oggi esiste un largo consenso almeno su una serie di punti. Arrivarci è stato lento e faticoso, ma è su questi pochi punti che la ventunesima Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in acronimi, più semplicemente, la Cop21) prende oggi il via, ai margini di una Parigi stordita e sofferente, non lontano dai luoghi dove Georges Cuvier ipotizzò per la prima volta che le specie potessero estinguersi e il presente della natura non fosse un eterno immutabile.

   I DATI ABBASTANZA CONDIVISI, INNANZITUTTO. La temperatura media sulla Terra si è alzata di 0,85 gradi Celsius dall’epoca preindustriale a oggi. L’aumento sarebbe legato all’immissione massiccia di GAS SERRA, principalmente anidride carbonica, nell’atmosfera. I gas serra sono il prodotto indesiderato di molte attività umane, ma soprattutto dell’impiego di combustibili fossili, carbone in testa, poi petrolio e gas naturale.

Il protocollo di Kyoto (1997) ha posto un limite alle emissioni di gas serra di alcuni Paesi ma, procedendo di questo passo senza limitazioni più stringenti e un’adesione più ampia, la temperatura media potrebbe alzarsi anche di quattro o cinque gradi complessivi prima dello scoccare del 2100 (Andrew Glikson chiama il nostro secolo «orizzonte degli eventi climatici», con un riferimento profetico e terribile all’orizzonte dei buchi neri, oltre il quale tutta la materia precipita).

   Quando si considerano le possibili ricadute di questa variazione di temperatura media – piccola in apparenza, ma che non lo è affatto se si tiene in considerazione la vastità del mondo – la fantasia catastrofica è quasi libera di sbizzarrirsi. Esistono ripercussioni su tutte le scale e la gran parte di esse è già in atto, ampiamente documentata. VENEZIA E IL BANGLADESH E NEW ORLEANS CHE SPROFONDANO NEL MARE, intervalli di SICCITÀ senza precedenti, INCENDI INARRESTABILI e NUBIFRAGI altrettanto spaventosi, i CORALLI ESTINTI per l’ACIDIFICAZIONE DELLE ACQUE, MALATTIE TROPICALI come la dengue che si diffondono dove non avremmo mai immaginato, ORSI POLARI COSTRETTI AL CANNIBALISMO, e così via.

   Di recente, Samuel Myers ha individuato «la più importante minaccia per la salute dovuta al cambiamento climatico» nella diminuzione dei valori nutrizionali di certi alimenti come il riso e il grano. All’artiglio delle conseguenze nefaste si aggiunge quindi anche la denutrizione ad ampio raggio, ma di certo molte altre dita pericolose attendono ancora di mostrarsi. Per noi che non siamo esperti e non leggiamo le pubblicazioni scientifiche, è difficile scegliere a chi e che cosa credere. Siamo manipolabili ancora più facilmente dei dati.

Le opinioni opposte sul clima si fronteggiano con un’aggressività che lascia pochi margini di mediazione e le teorie complottiste si sprecano. Gli effetti estremi del cambiamento ci vengono quasi sempre presentati dagli scenari di certi colossal apocalittici: The Day After Tomorrow (la Corrente del Golfo s’interrompe provocando una nuova glaciazione), WaII-E (la terra è coperta di immondizia e nessuna specie vegetale è sopravvissuta), Interstellar (si va a caccia di altri pianeti perché il nostro è spacciato), Mad Max (il mondo ridotto a uno sconfinato deserto), Waterworld (il mondo ridotto a uno sconfinato oceano), solo per citarne alcuni.

Tali film hanno il pregio di illustrare con un linguaggio immediato certe eventualità – ricordo che il mio professore di meteorologia ci raccomandò di guardare The Day After Tomorrow poi, con nostro sommo sconcerto, c’intrattenne per quasi un’ora su quanto fosse plausibile – eppure, proprio in quanto film, soffrono del limite intrinseco di non essere presi troppo sul serio.

   Mentre ci informano, fungono anche da catarsi preventiva. Inoltre, sanno mettere bene in risalto la metà distruttiva dell’homo sapiens, quella infestante e cieca, mentre riducono l’altra metà — ovvero la capacità egregia di cooperare in caso di bisogno — ad atti eroici per lo più individuali.

   Ecco, si può dire che il tentativo dell’Unfccc, e in particolare della Cop21 di Parigi, sia quello di potenziare al massimo la nostra capacità cooperativa, dopo che per decenni abbiamo procurato disastri alla troposfera, vuoi per ignoranza, vuoi per interesse o per lassismo. Personalmente, ciò che mi ha persuaso dell’opportunità dell’azione è il non considerare più l’ambientalismo una questione di nostalgia di chissà quale realtà bucolica anteriore, bensì un principio di cautela, di auto-conservazione dell’uomo. Alla sua base non c’è generosità, ma sano egoismo.

   Già l’uso dell’espressione «cambiamento climatico», che nel tempo ha sostituito un’altra più lapidaria e non del tutto corretta, «riscaldamento globale», è sintomatico dell’assenza di ideologia. Gli altri termini chiave adottati dagli scienziati e dall’Unfccc sono «mitigazione» e «adattamento». Come a dire: ciò che ci resta è la possibilità di mitigare l’immissione di gas serra nell’atmosfera e al contempo di adattarci al loro impatto sempre più devastante. Più di questo non possiamo ottenere. Si tratta di principi che contengono in sé l’accettazione di un fallimento parziale e pertanto appaiono più sinceri e urgenti che mai.

   In conclusione del suo libro La sesta estinzione, premio Pulitzer 2015, Elizabeth Kolbert si domanda che cosa accadrebbe all’uomo se fosse vittima di un’estinzione di massa prodotta da sé medesimo. Esattamente il worst-case scenario legato al cambiamento climatico e a un eventuale fallimento dei negoziati di Parigi.  DUE SAREBBERO LE POSSIBILITÀ, secondo Kolbert: l’uomo verrebbe effettivamente spazzato via, come è successo in passato (e succede tuttora) a migliaia di altre specie animali, dai dinosauri, ai megalodonti, alle rane dorate di Panama, oppure, secondo una visione positivista, «l’ingenuità umana supererà ogni disastro che l’ingenuità umana ha innescato».

   Lanceremo in orbita miliardi di piccoli dischi per farci ombra dalla radiazione solare o troveremo un nuovo Pianeta dove abitare dentro grandi hangar pressurizzati, o magari, più verosimilmente, ci occuperemo con serietà della riforestazione per aumentare lo stoccaggio di anidride carbonica.

   Entrambe le visioni illustrate da Kolbert sono sostenute da scienziati rispettabili, ma sono anche altrettanto arbitrarie, perché richiedono una misura di precognizione che nessuna scienza è in grado di fornire.

   La domanda più ragionevole, forse, è un’altra: possiamo ancora permetterci di giocare d’azzardo? Se la storia ci ha messi nella condizione paradossale di doverci ridimensionare al fine di garantire la nostra stessa sopravvivenza, possiamo esimerci dal farlo.

   I capi di Stato e le delegazioni hanno dodici giorni per agire, a partire da oggi. Il traguardo è tanto semplice da esporre quanto difficile da raggiungere, pervia delle connessioni intricatissime fra economia e scienza e politica: fare in modo, attraverso l’impegno dei singoli Stati, che la temperatura media globale non aumenti di più di due gradi centigradi a causa nostra. MENTRE LE TRATTATIVE SONO IN CORSO, OGNUNO DI NOI HA DODICI GIORNI PER DIMOSTRARE, SECONDO LE PROPRIE POSSIBILITÀ, CHE IL TEMA GLI STA A CUORE.

   Ciò che forse per scaramanzia non viene detto troppo in giro è che, se fallisce il negoziato di Parigi, creare le premesse per una nuova intesa risulterà assai più arduo. E quando avverrà, con l’uomo ormai messo alle strette, secondo alcuni sarà comunque troppo tardi. In questo senso, gli attacchi terroristici del 13 novembre, che hanno certo tolto slancio alla Cop2i, potrebbero avere una coda remota di morte e distruzione impensabile anche per i loro ideatori. Sta a noi evitare che accada. In dodici giorni. (Paolo Giordano)

………………………..

II NUOVO CLUB DEGLI INQUINATORI: PARIGI OCCHIO A QUEI TRE

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 30/11/2015

   Oggi il primo giorno del vertice sul clima si gioca tra STATI UNITI, CINA, INDIA. Due vertici bilaterali, tra Barack Obama e Xi Jinping, poi tra Obama e Narendra Modi, racchiudono il nucleo della sfida. Sono il nuovo club dei Grandi Inquinatori del pianeta. Quel che si diranno è essenziale.

   Il summit ha rinunciato in anticipo alla strategia – perdente – di Kyoto e Copenaghen, quella che inseguiva impegni vincolanti giuridicamente, tetti alle emissioni di CO2 imposti dalla comunità internazionale ai singoli paesi. Quell’opzione si è dimostrata irraggiungibile. Proprio per questo diventa essenziale la volontà politica, l’approccio strategico che le singole superpotenze decidono di adottare.

   OBAMA-XI-MODI: il futuro della specie umana, dell’abitabilità del pianeta per noi, è nelle loro mani. La Cina è la prima generatrice di emissioni carboniche; superò gli Stati Uniti nella grande recessione occidentale nel 2008. L’India rincorre la Cina, quest’anno la supera in velocità di crescita del Pil, i consumi energetici ne sono il riflesso. L’India è già numero tre se l’Unione europea non si considera come un’entità singola.

   Gli americani restano però i massimi inquinatori su base individuale. L’americano medio produce il triplo di gas carbonici di un cinese e il decuplo di un indiano. L’anacronismo è evidente. L’insostenibilità politica anche. La sfida riguarda il pianeta, il genere umano, gli oceani e i ghiacciai, l’atmosfera e le temperature; cose che non conoscono confini nazionali. Ma continuiamo a misurare le emissioni di CO2 su base nazionale.

   Nascono da qui i paragoni inaccettabili: 315 milioni di americani si confrontano con 2,5 miliardi tra cinesi e indiani. In queste misurazioni l’Europa finisce ai margini. Il Vecchio continente produce “solo” il 9% di tutte le emissioni di CO2. Può nascerne un senso di impotenza: per quanto facciano gli europei, pesano poco. Ma anche qui le illusioni ottiche distorcono la percezione. Quel 9% di emissioni carboniche è il frutto della “decrescita” europea, così come il sorpasso Cina-Usa avvenne quando l’economia americana si fermò.

   Se l’Europa dovesse ritrovare lo sviluppo – cosa che si augurano i suoi giovani disoccupati – anche le sue emissioni torneranno a salire. L’altra illusione ottica viene dalla deindustrializzazione. L’Europa ha smesso di ospitare molte produzioni manifatturiere ad alta intensità di consumo energetico. Ma ogni volta che un consumatore europeo compra un prodotto “made in China” (o in Corea, Bangladesh, Vietnam) contribuisce alle emissioni carboniche che l’Occidente ricco ha delegato alle economie emergenti.

   La triangolazione Obama-Xi-Modi riassume i problemi reali, offre uno spaccato del mondo com’è davvero. Il premier indiano Modi può irritare con il suo nazionalismo rivendicativo, che ne ha fatto il leader del Sud del pianeta. Può disturbare un atteggiamento che trasforma la sfida ambientale in una partita contabile: dimmi quanto mi paghi, e ti dirò quanto sono disposto a fare.

   È il nodo dei trasferimenti Nord-Sud, i 100 miliardi di dollari promessi alle nazioni emergenti per finanziare la loro riconversione a uno sviluppo sostenibile; fondi insufficienti; e comunque stanziati solo in piccola parte. Questa partita Nord-Sud è circondata di sospetti reciproci. Quanta parte di quei fondi serviranno a esportare tecnologie “made in Usa”, “made in China” o “made in Germany”? Quanta parte finirà assorbita dalla corruzione di classi dirigenti predatrici?

C’è però dietro il dibattito Nord-Sud una realtà innegabile. Basta ricordare un esercizio che i lettori di Repubblica conoscono, perché più volte è stato fatto su queste colonne: le fotografie del pianeta scattate dai satelliti di notte. L’intensità delle luci artificiali riflette la distribuzione della ricchezza. Chi sta meglio illumina meglio. Vaste zone della terra sono sprofondate in un’oscurità quasi totale: gran parte dell’Africa, ed anche una porzione consistente del subcontinente indiano. Quelle immagini vanno affiancate al discorso rivendicativo di Modi. È un diritto umano basilare, avere una lampadina accesa la sera in casa per fare i compiti e ripassare la lezione. Il problema è quando la lampadina in casa serve per una nazione con 1,2 miliardi di abitanti.

   L’energia meno costosa per loro è il carbone. La peggiore di tutte. La Cina è già un passo più in avanti. La lampadina ce l’hanno quasi tutti, anche il frigo, la lavatrice e l’auto. Il prezzo da pagare è un’aria così irrespirabile, che ormai l’élite cinese compra seconde case in California non solo come status symbol ma come una polizza assicurativa sulla propria salute. Perciò Xi ha deciso che la riconversione dell’economia cinese è una priorità, non una concessione all’Occidente. Lui può operare queste svolte senza i vincoli del consenso che ha Obama.

   In nessun altro paese al mondo è attiva una furiosa campagna negazionista sul cambiamento climatico, come quella condotta dal partito repubblicano. I suoi finanziatori della lobby fossile non arretrano davanti a nulla. La multinazionale petrolifera Exxon falsificò per decenni le conclusioni dei suoi stessi scienziati, che coincidevano con quelle della comunità scientifica mondiale.

   Esiste un altro capitalismo americano, guidato da Bill Gates, che mette in campo vaste risorse per finanziare l’innovazione sostenibile. È un passaggio importante: uno dei problemi delle energie rinnovabili è che le sovvenzioni pubbliche, pur sacrosante, stanno rallentando il ritmo del progresso tecnologico necessario per renderle più competitive, e risolvere problemi come l’immagazzinamento dell’energia pulita.

L’Onu definisce l’appuntamento di oggi a Parigi come «la nostra ultima speranza». Di certo è l’occasione per i leader mondiali di dimostrare che la sfida ci riguarda tutti, e chi pensa di lasciare ad altri le scelte difficili non fa un investimento lungimirante neppure nell’ottica del suo interesse nazionale. (Federico Rampini)

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