CONFERENZA COP21 sul CLIMA: A PARIGI SI DISCUTE SU L’APOCALISSE che già si fa sentire – “FARE LA COSA GIUSTA”: per le future generazioni, per i Paesi poveri in via di sviluppo, per tutti gli esseri viventi, gli animali, le piante – COME SALVARE IL PIANETA dal disastro del SURRISCALDAMENTO GLOBALE

WWF A PARIGI - COP21 CONFERENZA SUL CLIMA DI PARIGI - 10 DICEMBRE - Le Bourget, 9 dic. (da askanews) - E' un'atmosfera sempre più concitata, ma abbastanza ottimista, quella che si respira nel sito di Le Bourget, alle porte di Parigi, dove si va verso lo sprint finale della Conferenza sul Clima. Il presidente della COP21, Laurent Fabius ha consegnato la seconda bozza dell'accordo, più breve e semplificata della precedente, ma sulla quale resta ancora da fare, tanto che i gruppi di lavoro proseguiranno probabilmente fino a tarda notte. La giornata è stata contrassegnata anche dall'intervento del segretario di stato americano John Kerry, che ha annunciato il raddoppio dell'impegno finanziario americano rivolto ai paesi più vulnerabili
WWF A PARIGI – COP21 CONFERENZA SUL CLIMA DI PARIGI – 10 DICEMBRE – Le Bourget, 9 dic. (da askanews) – E’ un’atmosfera sempre più concitata, ma abbastanza ottimista, quella che si respira nel sito di Le Bourget, alle porte di Parigi, dove si va verso lo sprint finale della Conferenza sul Clima. Il presidente della COP21, Laurent Fabius ha consegnato la seconda bozza dell’accordo, più breve e semplificata della precedente, ma sulla quale resta ancora da fare, tanto che i gruppi di lavoro proseguiranno probabilmente fino a tarda notte. La giornata è stata contrassegnata anche dall’intervento del segretario di stato americano John Kerry, che ha annunciato il raddoppio dell’impegno finanziario americano rivolto ai paesi più vulnerabili

   In questi giorni a Parigi si decide il destino del nostro pianeta. Parliamo della 21ª Conferenza dell’Onu (la cosiddetta Cop21) dove si ritrovano 150 stati (governi) per decidere misure (drastiche, speriamo) sulla riduzione del cambiamento climatico. Trovare cioè una strada percorribile per una sicurezza climatica (ossia rimanere al di sotto della soglia dei 2 gradi centigradi precedentemente auspicati e concordati).

   E già, nella fase preparatoria della Cop21, i 150 governi (non sappiamo se sono presenti di più, di meno…) hanno presentato i loro piani per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030.

BLOCCHI DI GHIACCIO DAVANTI AL PANTHEON - L’artista danese Olafour Eliasson ha disposto davanti al Panthéon cento tonnellate di blocchi di iceberg provenienti dalla Groenlandia componendo il disegno di un orologio. E ha aspettato. Non molto perché in una Parigi dalla temperatura mediterranea, la composizione ha resistito poche ore: un messaggio chiaro, rivolto ai delegati della conferenza Onu, sulle conseguenze del cambiamento climatico. (Antonio Cianciullo, la Repubblica del 4/12/2015)
BLOCCHI DI GHIACCIO DAVANTI AL PANTHEON – L’artista danese Olafour Eliasson ha disposto davanti al Panthéon cento tonnellate di blocchi di iceberg provenienti dalla Groenlandia componendo il disegno di un orologio. E ha aspettato. Non molto perché in una Parigi dalla temperatura mediterranea, la composizione ha resistito poche ore: un messaggio chiaro, rivolto ai delegati della conferenza Onu, sulle conseguenze del cambiamento climatico. (Antonio Cianciullo, la Repubblica del 4/12/2015)

   Sarà la volta buona che si assumeranno misure concrete contro il riscaldamento globale, i nuovi disastri atmosferici, l’avanzata dei deserti e lo scioglimento dei ghiacciai? …E’ poi da capire come procede da qui ai prossimi anni, decenni.

   Tutta la comunità scientifica concorda che per stabilizzare il clima è indispensabile una decarbonizzazione totale dei nostri sistemi energetici e di arrivare entro il 2070 a emissioni nette zero di gas serra.

EFFETTO SERRA - Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera
EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera

   L’effetto del rilascio di CO2 (biossido di carbonio o anidride carbonica) di cui più si discute riguarda appunto il problema cruciale che si cercherebbe rimedio: cioè il RISCALDAMENTO DELL’ATMOSFERA, il RISCALDAMENTO GLOBALE.

   E’ su questa linea che la parola “DECARBONIZZARE” è una delle parole chiave per trovare una soluzione, cioè ridurre le emissioni che alterano il clima.

Che fare allora? In che modo?

   Una delle questioni e delle “promesse” della Conferenza di Parigi è che i Paesi ricchi dovranno finanziare quelli poveri, emergenti, in via di sviluppo, affinché riducano le loro emissioni inquinanti senza per questo mettere in discussione il loro sviluppo. E non solo di aiuto finanziario si sta parlando, ma anche di “trasferimento di tecnologia” da garantire a questi Paesi.

CLIMA CHE CAMBIA E CONSEGUENZE SUL PIANETA: QUALI LE ZONE PIÙ VULNERABILI? - Prepararsi ad affrontare le conseguenze del cambiamento climatico è una realtà del presente, che incide sempre più pesantemente sulla vita delle persone e sull'economia. Secondo il CLIMATE VULNERABILITY MONITOR i cambiamenti climatici già oggi stanno causando almeno 350.000 morti all'anno, di cui il 99% nei paesi più poveri. I danni all'economia sono stimati in 150 miliardi di dollari. Anche nel futuro sembra che SARANNO I PAESI MENO SVILUPPATI A SOPPORTARE LE CONSEGUENZE PIÙ GRAVI, in quanto meno preparati a fronteggiare il cambiamento climatico. (da www.meteogiornale.it)
CLIMA CHE CAMBIA E CONSEGUENZE SUL PIANETA: QUALI LE ZONE PIÙ VULNERABILI? – Prepararsi ad affrontare le conseguenze del cambiamento climatico è una realtà del presente, che incide sempre più pesantemente sulla vita delle persone e sull’economia. Secondo il CLIMATE VULNERABILITY MONITOR i cambiamenti climatici già oggi stanno causando almeno 350.000 morti all’anno, di cui il 99% nei paesi più poveri. I danni all’economia sono stimati in 150 miliardi di dollari. Anche nel futuro sembra che SARANNO I PAESI MENO SVILUPPATI A SOPPORTARE LE CONSEGUENZE PIÙ GRAVI, in quanto meno preparati a fronteggiare il cambiamento climatico. (da http://www.meteogiornale.it)

   Perché c’è tra i paesi in via sviluppo qualcuno che frena ogni impegno ecologico, per paura di compromettere appunto lo sviluppo (ci riferiamo in particolare all’INDIA). Ma anche tra “i ricchi” (anzi ricchissimi) i problemi non mancano: parliamo degli STATI UNITI. Con gli Stati Uniti si cerca un accordo forte, vincolante (gli americani del nord sono quelli che consumano di più energia e producono inquinamento pro-capite), ma a Washington il Congresso a maggioranza repubblicana non lo ratificherebbe un accordo troppo impegnativo.

   C’è poi chi propone (Francia e Germania) una tassa sulle emissioni di carbonio nell’atmosfera, in modo che chi inquina paghi. E pare che il consenso attorno a questa misura stia crescendo.

   Ognuno però esprime proposte e politiche energetiche, di sviluppo, assai contradditorie rispetto agli altri: pensiamo alla ultra-nuclearista Francia, e invece alla Germania che ha deciso di rinunciare alle centrali nucleari (e Berlino peraltro rilancia l’uso del carbone…). E poi molti vogliono un accordo che riduca gli idrocarburi (il petrolio) ma nelle proprie coste e in terraferma appoggiano tutte le iniziative di trivellazione e ricerca petrolifera (come l’Italia…).

L’ESPERIENZA DEL BOSCO VERTICALE DI MILANO - CLIMA: A PARIGI ARRIVA IL BOSCO VERTICALE, BOERI PRESENTA LA 'CITTÀ FORESTA' - 6 dic. - (AdnKronos) da http://www.focus.it/ ) Lunedì 7 dicembre, l'architetto STEFANO BOERI ha preso parte all'evento governativo italiano promosso dal Ministero dell'Ambiente e dell'Agricoltura italiani in programma presso il Padiglione Ue nell'ambito della Conferenza internazionale sul Clima - COP21 in corso a Parigi. Boeri è stato chiamato a raccontare L’ESPERIENZA DEL BOSCO VERTICALE DI MILANO, come realtà simbolo della tutela e salvaguardia della biodiversità in città ed esperimento che ha fatto registrare risultati positivi nella diminuzione delle polveri sottili e della Co2 nel centro urbano. Durante l’incontro è stato presentato anche il progetto commissionato allo studio dell'architetto dalla MUNICIPALITÀ DI SHIJIAZHUANG, capitale della REGIONE DELL’HEBEI e CITTÀ PIÙ INQUINATA DELLA CINA, per la COSTRUZIONE DI UNA CITTÀ VERDE E SOSTENIBILE DI 100.000 ABITANTI - UNA CITTÀ-FORESTA
L’ESPERIENZA DEL BOSCO VERTICALE DI MILANO – CLIMA: A PARIGI ARRIVA IL BOSCO VERTICALE, BOERI PRESENTA LA ‘CITTÀ FORESTA’ – 6 dic. – (AdnKronos) da http://www.focus.it/ ) Lunedì 7 dicembre, l’architetto STEFANO BOERI ha preso parte all’evento governativo italiano promosso dal Ministero dell’Ambiente e dell’Agricoltura italiani in programma presso il Padiglione Ue nell’ambito della Conferenza internazionale sul Clima – COP21 in corso a Parigi. Boeri è stato chiamato a raccontare L’ESPERIENZA DEL BOSCO VERTICALE DI MILANO, come realtà simbolo della tutela e salvaguardia della biodiversità in città ed esperimento che ha fatto registrare risultati positivi nella diminuzione delle polveri sottili e della Co2 nel centro urbano. Durante l’incontro è stato presentato anche il progetto commissionato allo studio dell’architetto dalla MUNICIPALITÀ DI SHIJIAZHUANG, capitale della REGIONE DELL’HEBEI e CITTÀ PIÙ INQUINATA DELLA CINA, per la COSTRUZIONE DI UNA CITTÀ VERDE E SOSTENIBILE DI 100.000 ABITANTI – UNA CITTÀ-FORESTA

   Comunque la parola chiave sembra essere, e resta, “decarbonizzare”: è il carbone la fonte fossile che contiene più carbonio, seguito dal petrolio e, buon ultimo, dal gas naturale. Decarbonizzare è uno degli strumenti di cui i paesi dispongono per ridurre le emissioni ed è il vero oggetto della conferenza di Parigi.

   Tutte le misure proposte dai paesi a Parigi (i cosiddetti INDC: Intended Nationally Determined Contributions) si basano allora su una logica che passa attraverso la DECARBONIZZAZIONE da una parte e però anche sull’INCREMENTO DELL’EFFICIENZA ENERGETICA dall’altra.

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COSA SUCCEDERA’ ALL’ITALIA SE NON SI FA QUALCOSA?

   Secondo il Laboratorio di modellistica climatica dell’Enea, se le emissioni serra non verranno fermate, l’Italia perderà a fine secolo 5.500 chilometri quadrati di territorio sul litorale e 60 all’interno, solo nell’area che va da Trieste a Ravenna. Cioè nell’area del Nord Adriatico la risalita delle acque andrebbe, al 2100, da un minimo di 95 a un massimo di 130 centimetri. Ma in tutto sono 33 le zone costiere in cui le acque, se continueremo a bruciare combustibili fossili e a tagliare boschi, foreste, penetreranno allagando terra fertile e strade, case e fabbriche. Andranno sott’acqua, assieme a Venezia, anche Ravenna, Ferrara, Cagliari e Oristano. E se il Sud Italia rischia di avere un clima nordafricano, il Nord Italia, e specialmente Nord Europa tenderà a «mediterraneizzarsi »: in particolare l’Europa nord-occidentale, Gran Bretagna e Scandinavia, avranno estati molto più secche ed inverni più piovosi rispetto a oggi.

   Sperare di risolvere il tutto con un mero accordo politico, di tipo “scientifico”, tecnologico, lascia a noi molti dubbi. Fin che non ci sarà il modo di utilizzare mezzi di trasporto diversi da quelli meramente privati (un auto per ciascuno..) è difficile pensare a un’alternativa vera. Pensiamo ad esempio a mezzi di trasporto con carburanti diversi dal petrolio e i suoi derivati (come lo stesso GPL, gas petrolio liquefatto); pensiamo ad esempio all’uso di auto a metano: tutto questo avviene non in uno spirito di riduzione della mobilità ma viceversa, di aumento del “circolare”, di possibilità di usare ancor di più il mezzo automobilistico a costi ridotti (e anche il metano, il gas naturale, nel contesto del riscaldamento globale, ha le sue responsabilità, come potete leggere in alcuni articoli che vi proponiamo in questo post). Oppure lo stesso uso dell’auto elettrica “non inquinante”: se l’energia prodotta per il suo utilizzo è originata da centrali a carbone, forse l’inquinamento che essa (auto elettrica) emette è maggiore di quelle a benzina.

   E poi, oltre le auto ecologiche, di medio-piccola cilindrata, ci sarà qualcuno che, se lo possiede o vuol comprarlo, vorrà rinunciare al suo SUV, a un’auto bella (bella…) ad alte prestazioni? …Non parliamo poi di chi propone un uso ancor maggiore di centrali nucleari, che loro, le centrali, non hanno emissioni di Co2… come in questo senso suggerisce Jared Diamond (un geografo!) in uno degli articoli qui contenuti…lascia assai interdetti la proposta, come rispondere a questa prospettiva?…(c’è fonte rinnovabile e rinnovabile… il vento e il sole sono una cosa, il nucleare è altra cosa).

   Le strade da seguire (già a Parigi) poggiano su tre pilastri principali: maggiori progressi nell’efficienza energetica; elettricità a zero emissioni di Co2 che sfrutti le migliori opzioni a disposizione in ogni paese, quali l’energia eolica, solare, geotermica, idroelettrica, nucleare, e la cattura e stoccaggio del carbonio; e la sostituzione del combustibile da motori a combustione interna a veicoli elettrici. E poi ci sono da fare altri cambiamenti in direzione dell’elettrificazione o dei biocombustibili avanzati.

Ci riuscirà la Conferenza di Parigi? Cosa intendono fare i governi, che impegni concreti prendere? (i dettagli pratici, concreti, ben facilmente verificabili, diventano a questo punto essenziali) (s.m.)

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COP21, C’È L’ACCORDO FINALE. IL TESTO E I PUNTI PRINCIPALI

– E’ stato adottato l’accordo sul clima, il Paris Outcome. Non c’è nessun accordo legalmente vincolante, come aveva dichiarato nel presentarla il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. Si cita l’obiettivo di fermare il riscaldamento a 2 °C, e forse di scendere 1,5, e si prevede che gli impegni siano rivisti, ma solo al rialzo, ogni 5 anni. Il testo finale –

da http://www.qualenergia.it/ 12/12/2015

   Dopo una notte insonne, come da tradizione delle conferenze UNFCCC, la CoP21 di Parigi è arrivata all’accordo finale o, come viene definito, il PARIS OUTCOME, che avrà valore DAL 2021. Il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha presentato la bozza finale, che nel tardo pomeriggio di sabato 12 dicembre, è stata votata in seduta plenaria dai 195 Paesi che partecipano alla conferenza nell’assemblea finale. In allegato in basso trovate il testo finale.

Vincolante o no? L’annuncio di Fabius e il testo

Fabius nel presentare la bozza aveva affermato che “Si tratta di un accordo giusto, sostenibile, dinamico, equilibrato e legalmente vincolante“. Leggendo il testo però si scopre che non è esattamente così: l’impegno dei singoli Stati (quello previsto nei loro INDC) è volontario e dovrà solo essere trascritto sui registri pubblici internazionali accessibili alla comunità mondiale.

Ricordiamo che gli attuali obiettivi degli Stati presentati con gli INDC ci porterebbero comunque ad un innalzamento della temperatura di 2,7-3,3 °C a fine secolo, dunque ben oltre l’obiettivo che l’accordo pone “ben al di sotto dei 2 °C”.

I punti cruciali

A tenere svegli i negoziatori la scorsa notte tre punti cruciali, come avevamo anticipato: l’ambition, cioè a quale obiettivo di contenimento del global warming puntare e a quali tagli della CO2; la suddivisione dello sforzo tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo e, least but not last, i finanziamenti a questi ultimi per aiutarli ad affrontare la sfida.

Gli elementi più importanti

Per riassumere i tratti più significativi del nuovo testo:

pone l’obiettivo di fermare il riscaldamento “ben al di sotto dei 2 °C” dai livelli preindustriali ma cita anche la volontà di CONTENERLO ENTRO GLI 1,5 °C; gli impegni nazionali saranno rivisti ogni 5 anni, ma solo per renderli più ambiziosi; sempre ogni 5 anni si farà il punto sui progressi fatti; si rafforza il meccanismo Loss & Damage, cioè le compensazioni economiche per aiutare in Paesi in via di sviluppo in mitigazione e adattamento: i 100 miliardi di dollari all’anno saranno solo una base di partenza.

Meccanismi da definire

Tutti i meccanismi previsti per il funzionamento dall’accordo di Parigi andranno inoltre messi a punto nel tempo: quelli sulla cooperazione internazionale, sull’adattamento, sul trasferimento tecnologico e sugli aspetti finanziari. Dunque, una strada lunghissima ancora TROPPO LEGATA ALLA VOLONTÀ DEI SINGOLI GOVERNI (attuali e futuri), che secondo questo accordo, senza alcun vincolo giuridico-legale, non saranno sanzionati in caso di non raggiungimento degli obiettivi da loro stessi indicati.

Offriremo analisi più approfondite dell’accordo in articoli successivi.

Il testo finale dell’accordo della CoP21 (pdf)

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COP21, ECCO DI COSA PARLA L’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

– Dopo due settimane di negoziati il nuovo accordo sul clima è stato firmato dai rappresentanti dei diversi paesi presenti alla Cop21. Ecco cosa dice –

di Caterina Visco, da WIRED http://www.wired.it/ 12/12/2015

Parigi – “Un accordo giusto, duraturo, bilanciato”, così Laurent Fabius, presidente della Cop21, ha definito l’accordo sul Clima di Parigi introducendo, sabato 12 dicembre, il testo definitivo ai rappresentanti degli stati partecipanti. “Se lo rigetterete”, ha proseguito Fabius, “i nostri figli in tutto il mondo non ci capiranno né ci perdoneranno”.

Questo, se voi vorrete, sarà il primo accordo universale sul clima”, ha ribadito il presidente francese Francois Hollande. “Non capita spesso nella vita di avere l’opportunità di cambiare il mondo, voi oggi avete quest’opportunità”. E i ministri e rappresentanti dei 195 paesi più l’Eu non si sono tirati indietro: dopo un’altra lunga sessione di discussioni, con un’assemblea plenaria il testo è stato adottato. La cerimonia ufficiale di firma sarà il 22 aprile 2016 a New York e l’entrata in vigore del trattato, non prima del 2020, avverrà 30 giorni da quando almeno 55 parti responsabili di almeno il 55% delle emissioni di gas serra lo avranno ratificato.

L’obiettivo del nuovo accordo universale

L’accordo prevede un obiettivo davvero molto ambizioso: contenere l’aumento della temperatura globale del pianeta ben al di sotto dei 2°C, perseguendo idealmente il goal di +1,5°C. Promotori di quest’obiettivo sono stati i rappresentanti delle piccole isole e degli altri stati più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, per i quali quel mezzo grado può fare la differenza tra la vita e la morte. In questo il testo non è cambiato rispetto alla formulazione di giovedì scorso che Hans Joachim Schellnhuber, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research aveva commentato così:“L’accordo punta a limitare il riscaldamento globale tra 1,5°C e 2°C, ed è in linea con l’Ipcc e le ultime ricerche scientifiche”.

Il resto dell’accordo, però, ha sottolineato Steffen Kallbekken, direttore del Centre for International Climate and Energy Policy, non sarebbe coerente con l’obiettivo.

Il testo infatti non fornisce una chiara road map, né obiettivi a breve termine, ma si basa completamente sulle Indc dei singoli paesi. Queste dovranno sì essere revisionate nel 2018, ma allo stato attuale mettono il mondo in una traiettoria di aumento della temperatura tra i 2,7°C e i 3,7°C. “Secondo le conclusioni dell’Ipcc, per limitare il riscaldamento a 2°C dobbiamo tagliare le emissioni rispetto al 2010 del 40-70% entro il 2050. Per raggiungere il target di 1,5°C il taglio deve essere più sostanziale, tra il 70 e il 95% entro il 2050”, ha dichiarato oggi Kallbekken. 

Questi numeri però sono scomparsi dal testo rispetto alle versioni precedenti, così come il concetto di decarbonizzazione, sostituiti da più generali obiettivi di “bilancio tra emissioni antropogeniche e rimozione di queste da parte dei cosiddetti sink biosferici (come oceani e foreste, nda) nella seconda metà del secolo”. La differenza l’ha spiegata Johan Rockström, direttore esecutivo dello Stockholm Resilience Centre, davanti al testo pubblicato giovedì:  “Con decarbonizzazione, spiegava Rockstrom, “si intende il totale abbandono di carburanti fossili, la formula prevista in questo testo implica invece la possibilità di poter continuare a usare questo tipo di carburanti”. Oggi Rockstrom ha così commentato il nuovo testo: “Parigi è un punto di partenza. Ora abbiamo bisogno di azioni coerenti con la scienza per raggiungere la decarbonizzazione entro il 2050 e uno sviluppo sostenibile”.

Gli altri punti chiave del testo

Per quanto riguarda il nodo chiave della differentiation, la diversa responsabilità storica tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo secondo quanto stabilito dalla convenzione e un conseguente diverso impegno finanziario, questa è prevista in qualche misura dall’accordo, anche se non quanto desiderato da alcuni degli attori. Secondo il testo, “i paesi sviluppati devono fornire le risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo”. I 100 miliardi l’anno a partire dal 2020, previsti dall’100 billion goal, sono un punto di partenza e ulteriori fondi devono essere stanziati in misura che sarà decisa nel 2025. Tuttavia mancano dettagli sulle effettive dimensioni di questi finanziamenti, su quando e su come saranno forniti.

L’accordo riconosce anche l’importanza di investire di più in adaptation e resilience, ma anche qui non entra nello specifico di azioni concrete e fondi stanziati, pur stabilendo che dovranno essere i Paesi sviluppati a fornirli. Conferma poi il Meccanismo di Varsavia per la valutazione delle perdite e dei danni subiti da alcuni paesi a causa del riscaldamento globale, anche se esclude la possibilità di individuare responsabilità civili o di stabilire risarcimenti specifici.

Per quanto riguarda i meccanismi di trasparenza e revisione,  il testo stabilisce una cornice flessibile all’interno della quale si chiede alle nazioni di presentare regolarmente un inventario delle emissioni prodotte e assorbite, aggiornamenti sui progressi fatti nel raggiungimento degli obiettivi previsti e informazioni sul trasferimento di capitali e conoscenze tecnologiche e supporto alla capacity-building. Viene poi stabilito un meccanismo che prevede la revisione da parte della Cop stessa dei progressi relativi a questo accordo e  una rivalutazione degli impegni individuali (per fare in modo che portino all’obiettivo finale, cosa che oggi non fanno) ogni 5 anni a partire dal 2023.

Mancano anche, ed è una sconfitta per l’Unione europea, obiettivi in merito alle emissioni dovute ai trasporti internazionali per via area e marittima che erano invece parte del testo di Copenhagen e che insieme, ricorda Kevin Anderson, del Tyndall Centre for Climate Change Research, “equivalgono le emissioni di Germania e Regno Unito combinate”.

Imperfetto, debole ma pur sempre un punto di svolta

Un testo molto più debole di quanto sperato da molti e soprattutto di quanto necessario, dunque. Allo stesso tempo, però, per certi versi è un accordo storico, se non fosse altro che per l’obiettivo ambizioso, il riconoscimento del rischio rappresentato dal riscaldamento globale e della necessità di una risposta collettiva, e soprattutto della straordinaria – universale – partecipazione, come ha sottolineato a Wired Francesco La Camera, direttore generale degli Affari generali e del personale del ministero dell’Ambiente: “Abbiamo visto qui 150 e più capi di stato, cosa che non è mai accaduta prima nella storia delle Nazioni Unite, 185 paesi hanno presentato le loro Intended Nationally Determined Contribution [Indc, le azioni che intendono intraprendere, ndr] che coprono oltre il 90% delle emissioni, mentre l’accordo di Kyoto ne copriva appena il 12 per cento…chi non considera questo quadro generale fa un errore”.

Anche molte delle Ong presenti alla Cop, pur lontane dall’essere soddisfatte, riconoscono che questo è un momento di svolta: “Questo accordo mette l’industria dei carburanti fossili dal lato sbagliato della storia. Molto in questo testo è stato diluito ed epurato dalle persone che saccheggiano il nostro pianeta, ma contiene il nuovo imperativo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C”, ha dichiarato Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace.

Questo testo marca la fine dell’era dei carburanti fossili, non c’è modo di raggiungere gli obiettivi enunciati in questo accordo senza tenere carbone, petrolio e gas nel terreno”, ha dichiarato invece May Boeve, direttore esecutivo di 350.org.

Sono infine tutti d’accordo che questo è solo un punto di partenza, che molto viene lasciato a future Cop e negoziati e anche che bisogna cominciare a lavorare subito: il testo prevede, da adesso al 2020, di impegnarsi a rispettare gli accordi presi a Kyoto e a Doha. Per quanto riguarda l’Italia, si comincerà presto a lavorare ai progetti previsti dagli accordi bilaterali stipulati durante questi giorni e prima della Cop21 “con quei paesi che stanno subendo in maniera maggiore gli impatti del cambiamento climatico, quindi fondamentalmente le isole del Pacifico, ma anche con i paesi dei Caraibi e Maldive”, come spiega La Camera. “Abbiamo anche accordi con il Botswana, Lesotho, Egitto e ne firmeremo presto uno con Panama che riguarderà attività legate alla foresta pluviale”.

L’Italia sta anche trasferendo fondi alla Banca Mondiale per progetti in Africa per la produzione di energia elettrica off-grid che coinvolgono villaggi non raggiunti dalla rete principale. “Dovremmo investire in Africa, da qui al 2020, 600 milioni di euro che possono produrre un leverage molto alto”, ha raccontato il direttore Generale. “Per quanto riguarda gli accordi bilaterali invece si tratta cifre molto modeste che però servono a creare una migliore capacity building”.

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LA GIOIA TIEPIDA DELLA TERRA

di Paolo Giordano, da “il Corriere della Sera” del 13/12/2015

Il testo messo a punto a Parigi soffre di una certa opacità, quasi di una forma di timidezza. Speravamo in un finale dirompente, l’esito è stato «diplomatico». Ma esser riusciti a conciliare le differenze del mondo intero non è poco.

Forse, nell’esaltazione del momento, eravamo arrivati a sperare in un finale più dirompente, in misure straordinarie che avrebbero modificato all’improvviso anche le nostre abitudini, e in chissà cos’altro. Tale era l’enfasi che avevamo messo in molti sull’urgenza e la gravità della crisi climatica, che nella mattina di ieri (sabato 12 dicembre, ndr), l’aspettativa a Parigi era simile a quella di certi risultati elettorali decisivi.

Ma la Cop2i è stata, dopotutto, un evento diplomatico, nell’accezione di «cauto», è stato anche il suo esito. È vero, il documento esiste, è stato approvato, e non era affatto scontato. L’accordo contiene all’incirca ciò che si desiderava, l’impegno a contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro un grado e mezzo dall’epoca preindustriale.

E nell’articolo 41, il più significativo e dibattuto, si intravede anche la volontà ambiziosa di abbandonare del tutto o quasi l’impiego di combustibili fossili dopo il 2050 e di raggiungere l’equilibrio perfetto tra emissione e assorbimento di gas serra. Ma è altrettanto vero che il testo messo a punto a Parigi soffre di una certa opacità, quasi di una forma di timidezza.

   Nel fatidico articolo 41, per esempio, viene detto che i Paesi dovranno raggiungere il loro picco di emissioni «il prima possibile», senza però stabilire quando, e che da lì in avanti dovranno ridurle rapidamente, senza però specificare quanto. Da nessuna parte compaiono indicazioni effettive su come i Paesi dovranno modificare il proprio impatto.

Ciò che si sa, tuttavia, è che gli impegni presentati alla conferenza dai singoli Stati sono insufficienti, e di parecchio. Allo stato attuale, permetterebbero un aumento della temperatura media globale di almeno tre gradi.

Tra i commenti illustri, qualche trionfalismo c’è stato: «L’accordo di Parigi è un punto di svolta per l’umanità» (Michael Brune, Sierra Club), «mette l’industria dei combustibili fossili dalla parte sbagliata della storia» (Kumi Naidoo, Greenpeace), così come sono emersi, qua e là, segnali di scontentezza. L’accordo sarebbe solo «una promessa vaga» per i Paesi più poveri e vulnerabili (Helen Szoke, Oxfam) e non rifletterebbe «la migliore scienza disponibile» (Steffen Kallbekken, Cicero).

La critica più severa è arrivata dai rappresentanti dei popoli indigeni che si sono riuniti ieri davanti a Notre-Dame per una preghiera del mattino, portavano lo sdegno di chi si trova sul fronte del cambiamento climatico, al Circolo Polare, sulle isole più remote del Pacifico e nelle grandi pianure americane.

   Ma a prevalere decisamente è stata una soddisfazione tiepida, un po’ guardinga, insieme — parrebbe — alla volontà deliberata di guardare il bicchiere mezzo pieno. D’altra parte, il piano era ambizioso. Per accorgersi della quantità di istanze da considerare alla Copai era sufficiente girare fra i padiglioni di Le Bourget nei giorni scorsi. Ci s’imbatteva in delegazioni del Benin e della Norvegia, di Cina e Arabia Saudita, in attivisti irriducibili e rappresentanti di minoranze e comunità minacciate ovunque nel pianeta (tra cui un nativo americano: è vero che il testo di Parigi soffre di una certa opacità, quasi timidezza con tanto di copricapo piumato che ogni pochi passi veniva fermato da qualcuno per un selfie).

   Alla fine, sebbene senza esultare, si può dire che un traguardo sia stato raggiunto, una condivisione ampia sulle circostanze in atto e sulle aspirazioni. L’accordo di Parigi sancisce quanto meno la fine di una certa miopia perniciosa sul clima e al contempo indica una rotta. L’implementazione resta tutta da fare. Gli Stati dovranno rivedere al rialzo i propri obiettivi di riduzione ogni cinque anni, a partire dal 2023.

È facile temere che la politica delle singole nazioni non si riveli all’altezza della nobiltà sfoggiata a Parigi. E, dopo gli scenari catastrofici che ci sono stati presentati nelle ultime settimane, un accordo vincolante ma anche così duttile come quello raggiunto alla Cop2i può sembrarci un raggiro. Eppure, per il mondo intero, per tutta la sua inconciliabile diversità, non è poi così poco. (Paolo Giordano)

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L’INTERVISTA AL DIRETTORE DI GREENPEACE KUMI NAIDOO

“LE LOBBY CHE ROVINANO IL PIANETA NON SONO RIUSCITE AD AVERLA VINTA”

– L’ambientalista KUMI NAIDOO, sudafricano, è il direttore esecutivo di Greenpeace –

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 13/12/2015

PARIGI – «Le lobby che rovinano il pianeta non sono riuscite ad averla vinta. Questo è solo impunto di partenza. Ora dobbiamo azzerare le fonti fossili entro il 2050. Si è chiusa l’era dei combustibili fossili: sono finiti dalla parte sbagliata della storia».

   Il sudafricano Kumi Naidoo, direttore di Greenpeace, si è allenato a combattere le difficoltà durante l’apartheid e ora affronta con lo stesso spirito la «battaglia del post conferenza di Parigi». Il Cop21 a cosa è servito «Per vincere le battaglie bisogna creare le premesse giuste. La conferenza ci ha aiutato. Prima eravamo in un pozzo dalle pareti verticali e lisce. Ora ci sono appigli per risalire, ottenere giustizia climatica e un mondo in cui si potrà produrre meglio con meno inquinamento».

Che giudizio da sull’accordo?

«Le lobby che hanno depredato il pianeta lo hanno indebolito ma non sono riuscite a devitalizzarlo. C’è un cuore capace di dare un impulso positivo alla storia. II riferimento al limite di aumento della temperatura globale, entro la soglia di sicurezza di 1,5 gradi, è un’arma potente in mano al movimento nato dal basso e costituito dagli ambientalisti, dalle amministrazioni locali impegnate ad aprire la strade delle emissioni zero, delle associazioni per i diritti umani».

Cosa manca? Il Cop21 a cosa è servito?

«Per vincere le battaglie bisogna creare le premesse giuste. La conferenza ci ha aiutato. Prima eravamo in un pozzo dalle pareti verticali e lisce. Ora ci sono appigli per risalire, ottenere giustizia climatica e un mondo in cui si potrà produrre meglio con meno inquinamento». «Se davvero vogliamo raggiungere l’obiettivo di un bilancio zero delle emissioni serra all’inizio della seconda metà del secolo, dobbiamo azzerare le fonti fossili entro il 2050. Non lo dice solo Greenpeace, lo dicono i rappresentanti dei principali centri di ricerca del mondo».

Lei dice che manca giustizia climatica ma aver spostato il target a un aumento che non superi 1,5 gradi serve anche a proteggere le piccole isole che rischiano di essere sommerse…

«È uno dei punti positivi dell’intesa, la base per i nostri sforzi futuri. Ma non possiamo dimenticare che i popoli più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici sono i più poveri, mentre i più ricchi hanno la responsabilità maggiore, dal punto di vista storico, per la situazione».

Cosa succederà dopo Parigi?

«Dobbiamo partire dall’accordo per andare oltre. Mobilitare un numero sempre crescente di persone per costruire un futuro basato sulle fonti rinnovabili e sistemi più efficienti. Parigi è solo una tappa di un viaggio che prosegue. Ce la faremo».

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SI FA PRESTO A DIRE “MENO CARBONIO”

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, da LA VOCE.INFO, 4/12/2015 (www.lavoce.info/ )

– DECARBONIZZARE è una delle parole chiave per ridurre le emissioni che alterano il clima. I dati mostrano però che si tratta di un processo molto lento. Risultati migliori si sono avuti nel campo dell’EFFICIENZA ENERGETICA. L’efficacia di un eventuale accordo a Parigi si misurerà sui due fronti –

Decarbonizzazione dal 1971 a oggi

Decarbonizzare è una di parole che risuonano più spesso in questi giorni a Parigi durante la 21ª Conferenza delle parti della Convenzione quadro sul cambiamento climatico, la cosiddetta Cop21. A parole, tutti i paesi intendono decarbonizzare, ma nella pratica non è sempre agevole capire a che cosa si riferiscono esattamente.

   Cominciamo con il dire che “DECARBONIZZARE” può significare DUE COSE DISTINTE: se consideriamo un singolo paese, ci si può riferire al RAPPORTO (NEL TEMPO) TRA EMISSIONI E PIL o, alternativamente, al RAPPORTO TRA EMISSIONI E TOTALE DELL’ENERGIA CONSUMATA. Qui ci focalizziamo proprio sul secondo significato.

   A PARITÀ DI ENERGIA CONSUMATA, IL RAPPORTO SI RIDUCE SE AUMENTA LA QUOTA DELLE FONTI RINNOVABILI sul totale dell’energia oppure se si modifica la composizione delle fonti fossili in modo tale da tener conto del contenuto di carbonio per fonte. È infatti il CARBONE la fonte fossile che contiene più carbonio, seguito dal PETROLIO e, buon ultimo, dal GAS NATURALE. Quindi, a parità di fonti fossili consumate, un paese si “decarbonizza” se aumenta la quota di gas naturale rispetto al carbone.

   Il GRAFICO 1 riporta i dati della carbonizzazione ovvero il rapporto tra le emissioni di anidride carbonica e l’energia consumata per alcuni paesi significativi e per il mondo nel suo complesso.

GRAFICO 1 da www.lavoce.info

   Oltre alla media mondiale abbiamo scelto quattro paesi: l’ITALIA per ovvie ragioni, gli STATI UNITI anche al fine di un confronto diretto con la CINA, dalla quale ci si attendono passi importanti durante il negoziato in corso, e la FRANCIA perché dopo il primo shock petrolifero (1973) ha scelto una via diversa dal resto d’Europa, puntando decisamente sul settore NUCLEARE che, ovviamente, non produce emissioni di anidride carbonica.

   La prima cosa che emerge è che LA “DECARBONIZZAZIONE” È STATO UN PROCESSO MOLTO LENTO anche negli Stati Uniti e dunque nella media mondiale. Per il mondo intero nel 1971 la quantità di anidride carbonica per unità di energia consumata era pari a 60,5 (tCO2 per TJ), 42 anni dopo (2013) il valore era uguale a 56,8 (tCO2 per TJ). Percentualmente si tratta di una riduzione davvero risibile. Negli Stati Uniti il valore del 1971 era pari a 64,5 (tCO2 per TJ), nel 2013 era 55,9 (tCO2 per TJ).

   In Italia grazie alla spinta dei consumi di gas naturale la situazione è un po’ diversa: il rapporto tra emissioni di anidride carbonica ed energia consumata era pari a 65,1 (tCO2 per TJ) nel 1971, mentre nel 2013 è stato fissato a 51,4 (tCO2 per TJ).

   Come si può evincere da questi pochi dati a livello mondiale, tutto il lungo dibattito su RINNOVABILI O NO non ha sortito in realtà un grande effetto in termini di contenuto di carbonio per quantità di energia consumata. Il valore è certamente in riduzione, e dunque possiamo a buon diritto parlare di decarbonizzazione, ma con questi tassi di crescita (o di decrescita) SARÀ MOLTO DIFFICILE PERVENIRE AI RISULTATI SPERATI A PARIGI.

   La situazione della Francia merita una certa attenzione. A partire dall’incremento improvviso e violento del prezzo del petrolio negli anni Settanta, i transalpini hanno deciso di investire massicciamente nel nucleare. Erano gli anni in cui l’energia elettrica veniva prodotta utilizzando derivati del petrolio, non gas o rinnovabili, e in un momento in cui non si parlava certamente di emissioni di anidride carbonica, la politica francese intendeva liberarsi da quella che veniva vissuta come una schiavitù dal greggio mediorientale.

   Il risultato è evidente: la decarbonizzazione è stata ovviamente rapidissima e, in questo momento, tra i paesi industrializzati la Francia ha il più basso rapporto tra emissioni ed energia consumata.

   In Cina, al contrario, il rapporto tra emissioni ed energia consumata non si è mai ridotto. Ciò dipende ovviamente dalla scelta (probabilmente obbligata) di investire massicciamente nel settore del carbone che produce in questo momento la quasi totalità della sua energia elettrica.

Quale futuro?

Decarbonizzare è uno degli strumenti di cui i paesi dispongono per ridurre le emissioni ed è il vero oggetto della conferenza di Parigi. L’altro strumento, che ha avuto nel tempo una dinamica assai più aggressiva, è misurato dal RAPPORTO TRA ENERGIA CONSUMATA E PIL. L’efficienza energetica è migliorata moltissimo negli stessi 42 anni che separano 1971 e 2013, e questo ci ha protetto da guai peggiori.

   Tutte le misure proposte dai paesi a Parigi (i cosiddetti Intended Nationally Determined Contributions) si basano su una logica che passa attraverso la DECARBONIZZAZIONE da una parte e l’INCREMENTO DELL’EFFICIENZA ENERGETICA dall’altra.

   Il GRAFICO 2 mostra una possibile composizione della riduzione di emissioni in due scenari recentemente presentati nel World Energy Outlook della Agenzia internazionale dell’energia.

GRAFICO 2, da www.lavoce.info
GRAFICO 2, da http://www.lavoce.info

   Oltre la metà della riduzioni attese sembra poter provenire da una migliore efficienza negli usi finali, mentre il settore delle rinnovabili nel suo complesso potrebbe partecipare per circa un quarto agli obiettivi previsti al 2040.

   Sono le due direzioni che i grandi paesi emettitori hanno davanti. Ed è sui progressi ulteriori e decisi su questi fronti che si misurerà l’efficacia di un eventuale accordo a Parigi. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza)

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LA VIA OBBLIGATA DELL’EMISSIONE ZERO

di Jeffrey Sachs, Guido Schmidt-Traub e Jim Williams, da “il Sole 24ore” del 9/12/2015

– Per stabilizzare il clima è indispensabile arrivare alla decarbonizzazione totale entro il 2070 –

   Nella fase preparatoria della Cop21 la Conferenza sul cambiamento delle clima delle Nazioni Unite di Parigi, più di 150 governi hanno presentato i loro piani per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030.

   Molti osservatori si chiedono se tali riduzioni siano incisive a sufficienza. Esiste però una questione addirittura fondamentale: la strada scelta da qui al 2030 costituisce la premessa per porre fine del tutto alle emissioni di gas serra da qui alla fine del secolo?

   Secondo la comunità scientifica, pienamente concorde su questo punto, per stabilizzare il clima è indispensabile una decarbonizzazione totale dei nostri sistemi energetici e di arrivare entro il 2070 a emissioni nette zero di gas serra. Il G-7 ha riconosciuto che la decarbonizzazione – l’unica soluzione sicura per scongiurare il disastroso cambiamento del clima – è l’obiettivo ultimo di questo secolo. E molti capi di stato del G20 e di altri paesi hanno dichiarato ufficialmente la loro intenzione a seguire questa strada.

   Malgrado ciò, i paesi presenti al Cop21 non stanno ancora negoziando la decarbonizzazione totale. Sono impegnati in colloqui riguardanti le tappe intermedie molto più modeste, da qui al 2025 o al 2030. L’Indc degli Stan Uniti, per esempio, vincola gli Usa a ridurre entro il 2025 le emissioni di CO2 del 26-28% rispetto ai valori del 2005.

   Anche se gli oltre 150 Indc presentati rappresentano una svolta importante per i negoziati internazionali sul clima, molti esperti si chiedono se tutte queste promesse siano davvero sufficienti nell’insieme a mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia limite concordata dei 2 gradi centigradi (3,6 gradi Fahrenheit). Stanno cercando di capire, per esempio, se nel complesso gli Indc corrispondono a riduzioni del 25% o del 30% entro il 2030 e se, invece, per restare sulla strada giusta non dovremmo puntare al 25, il 30 o il 40% di riduzioni.

   Questione ancora più importante, tuttavia, è capire se i paesi raggiungeranno gli obiettivi fissati per il 2030 con modalità tali da consentire loro di raggiungere entro il 2070 le emissioni nette zero. Se infatti dovessero perseguire misure finalizzate esclusivamente a ridurne le emissioni sul breve periodo, rischierebbero di bloccare le rispettive economie ad alti livelli di emissioni dopo il 2030. La questione cruciale, in sintesi, non è cosa accadrà nel 2030, ma cosa accadrà dopo. I motivi di preoccupazione abbondano. Ci sono due strade possibili da percorrere da qui al 2030.

   Potremmo chiamare la prima strada quella della “decarbonizzazione profonda”, intendendo con ciò le tappe che di qui al 2030 spianeranno il cammino a progressi ancora più incisivi. La seconda strada potrebbe invece essere definita quella degli “interventi di più facile attuazione e con maggiori probabilità di successo a breve termine”, ossia le modalità tutto sommato semplici per ridurre le emissioni con discrezione, rapidamente, e con una spesa relativamente bassa.

   Il modo più facile di ridurre le emissioni entro il 2030 consiste nel convertire le centrali energetiche alimentate a carbone in centrali energetiche alimentate a gas. Le prime emettono circa mille grammi di anidride carbonica per ogni chilowattora. Le seconde emettono la meta circa di tale quantità. Nei prossimi 15 anni non dovrebbe essere difficile costruire nuovi impianti alimentati a gas per sostituire quelli che oggi sono alimentati a carbone.

   Ma un altro risultato a portata di mano è quello dei grossi guadagni nell’efficienza energetica dei motori a combustione interna, che da qui al 2025 potrebbe, per esempio, ridurre i consumi di un’automobile, portandone l’efficienza dagli attuali 14,88 chilometri al litro a 23,38. Il problema è che gli impianti energetici alimentati a gas e i veicoli a combustione interna più efficienti non si avvicinano neanche lontanamente a poter portare a zero nette le emissioni entro il 2070.

   Entro il 2050, infatti, dovremmo essere in grado di arrivare a circa 50 grammi per chilowattora, non 500. E dovremmo arrivare a mettere a punto automobili a emissioni nette zero, non veicoli più efficienti alimentati a gas, soprattutto tenendo conto che da qui alla metà del secolo è probabile che il numero delle automobili nel mondo raddoppi.

   Una profonda decarbonizzazione non esige veicoli a gas naturale e a maggiore efficienza energetica, ma elettricità a emissioni nette zero e veicoli elettrici da caricare collegandoli a una rete elettrica a zero emissioni di anidride carbonica. Questa trasformazione più profonda, a differenza dei risultati più a portata di mano dei politici di oggi, costituisce l’unica strada percorribile per una sicurezza climatica (ossia rimanere al di sotto della soglia dei 2 gradi centigradi concordati).

   Perseguendo invece l’obiettivo di convertire gli impianti a carbone in impianti a gas o di mettere a punto veicoli a maggiore efficienza energetica e a gas, rischiamo di cascare in una trappola e in alti livelli di anidride carbonica.

   La strada degli interventi di più facile attuazione e con maggiori probabilità di successo nel breve periodo raggiunge una sensibile riduzione entro il 2030. Probabilmente la ottiene a costi inferiori a quelli della strada della carbonizzazione profonda, perché la transizione verso un’elettricità a emissioni nette zero di Co2, per esempio con l’energia eolica e solare e a veicoli elettrici, nell’insieme potrebbe risultare più costosa di un semplice accomodatura delle nostre attuali tecnologie.

   Il problema è che la strada degli interventi di più facile attuazione e con maggiori probabilità di successo nel breve periodo condurrà a ottenere minori riduzioni (delle emissioni) dopo il 2030. E condurrà, infine, a un vicolo cieco.

   Soltanto la strada della decarbonizzazione profonda porta l’economia alla necessaria fase della decarbonizzazione entro il 2050 e alle emissioni nette zero entro il 2070. Il fascino delle soluzioni a breve termine è molto potente, specialmente per i politici che tengono d’occhio il ciclo elettorale. Eppure, si tratta soltanto di un miraggio. Affinché i policy maker capiscano che cosa c’è davvero in gioco nella decarbonizzazione, e quindi quello che dovrebbero fare oggi per evitare di ricorrere a vani stratagemmi e soluzioni facili, tutti i governi dovrebbero predisporre e presentare non soltanto piani da qui al 2030, ma almeno da qui al 2050.

   Questo è il messaggio fondamentale del Deep Decarbonization Pathways Project (Ddpp), che ha mobilitato gruppi di ricercatori di 16 dei paesi che rilasciano le maggiori quantità di emissioni di gas serra per preparare la Deep Decarbonization National Pathways entro la metà del secolo.

   Il Ddpp dimostra chela decarbonizzazione profonda è fattibile dal punto di vista tecnico ed economico: esso identifica le strade da percorrere da qui al 2050 per evitare le trappole e le tentazioni di interventi di più facile attuazione e con maggiori probabilità di successo nel breve termine, per avviare risolutamente le economie più importanti sulla strada della decarbonizzazione totale entro il 2070 circa.

   Le strade da seguire poggiano tutte su tre pilastri principali: maggiori progressi nell’efficienza energetica, con l’impiego di materiali intelligenti e sistemi intelligenti (information-based); elettricità a zero emissioni di Co2 che sfrutti le migliori opzioni a disposizione in ogni paese, quali l’energia eolica, solare, geotermica, idroelettrica, nucleare, e la cattura e stoccaggio del carbonio; e la sostituzione del combustibile da motori a combustione interna a veicoli elettrici e altri cambiamenti in direzione dell’elettrificazione o dei biocombustibili avanzati.

   Una domanda cruciale da porsi a Parigi, quindi, non è se i governi ridurranno le emissioni entro il 2030 del 25 o del 30 per cento, ma come intendono farlo. E, proprio per questo, l’accordo di Parigi dovrebbe stipulare che ogni governo non presenti soltanto un INDC per il 2030, ma anche una sorta di road map non vincolante per il 2050 per una decarbonizzazione profonda.

   Stati Uniti e Cina hanno già segnalato il loro interesse in proposito. Così facendo, il pianeta potrà imboccare la strada verso la decarbonizzazione profonda e scongiurare per sempre la catastrofe climatica che incomberebbe su di noi qualora non lo facessimo. (Jeffrey Sachs, Guido Schmidt-Traub e Jim Williams – traduzione di Anna Bissanti)

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CLIMA COSÌ IL MARE INONDERÀ L’ITALIA

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 4/12/2015

– Da VENEZIA a CAGLIARI sono trentatré le zone costiere che potrebbero finire sott’acqua entro la fine del secolo – Secondo l’ultimo studio dell’Enea anche il rischio DESERTIFICAZIONE per le REGIONI MERIDIONALI: le temperature saranno uguali a quelle del Nord Africa –

PARIGI – L’artista danese Olafour Eliasson ha disposto davanti al Panthéon cento tonnellate di blocchi di iceberg provenienti dalla Groenlandia componendo il disegno di un orologio. E ha aspettato. Non molto perché in una Parigi dalla temperatura mediterranea, la composizione ha resistito poche ore: un messaggio chiaro, rivolto ai delegati della conferenza Onu, sulle conseguenze del cambiamento climatico.

   Conseguenze che per il nostro paese sarebbero drammatiche: intere aree costiere verrebbero sommerse. Lo chiarisce uno studio appena aggiornato dai ricercatori del Laboratorio di modellistica climatica dell’Enea. Se le emissioni serra non verranno fermate, l’Italia perderà a fine secolo 5.500 chilometri quadrati di territorio sul litorale e 60 all’interno, solo nell’area che va da Trieste a Ravenna. Ma in tutto sono 33 le zone costiere in cui le acque, se continueremo a bruciare combustibili fossili e a tagliare foreste, penetreranno allagando terra fertile e strade, case e fabbriche. Andranno sott’acqua, assieme a Venezia, anche Ravenna, Ferrara, Cagliari e Oristano.

   «Abbiamo aggiornato i dati tenendo conto degli studi più recenti e misurando i vari fattori: risalite dei mari, movimenti tettonici, aggiustamenti del livello del suolo», spiega Fabrizio Antonioli, il ricercatore Enea che ha coordinato lo studio. «La nostra stima mostra cosa succederebbe se si ignorasse ogni politica di difesa della stabilità climatica».

   Nell’area del Nord Adriatico la RISALITA DELLE ACQUE andrebbe, al 2100, da un minimo di 95 a un massimo di 130 centimetri. Tra Cagliari e Oristano si oscilla tra 92 e 130 centimetri. A Taranto si va da 90 a 125 centimetri. A rischio anche la foce del Tevere, la Versilia, le saline di Trapani, la piana di Catania.

   «La risalita delle acque è uno dei fenomeni che sono stati più a lungo sottovalutati», aggiunge Stefano Caserini, docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. «Erano 0,9 millimetri l’anno nel 1920, 2 millimetri nel 1990, ora sono più di 3 millimetri l’anno. E il vero problema è l’inerzia del sistema atmosfera-oceani: dal momento in cui riusciremo a fermare le emissioni serra dovremo aspettarci una risalita dei mari e delle temperature che durerà decenni. Purtroppo gli studi degli ultimi tre anni danno un quadro della situazione molto più grave di quanto si riteneva: nell’arco di alcuni secoli si potrebbe verificare un aumento del livello dei mari di 4 metri a causa della fusione dei ghiacci antartici».

   Ma il cambiamento climatico — precisa un altro studio Enea pubblicato su Nature Scientific Reports — accelererebbe anche la spinta verso la desertificazione che colpirebbe in particolare le regioni meridionali. Il clima del Sud Italia diventerebbe quello del Nord Africa, con estati e inverni sempre più aridi e secchi e una crescente carenza di acqua che determinerà il progressivo inaridimento dei suoli, con ripercussioni che vanno dalla salute all’agricoltura.

   SE IL SUD ITALIA RISCHIA DI AVERE UN CLIMA NORDAFRICANO, IL NORD EUROPA TENDERÀ A «MEDITERRANEIZZARSI »; in particolare Europa nord-occidentale, Gran Bretagna e Scandinavia avranno estati molto più secche ed inverni più piovosi rispetto a oggi.

   Le proiezioni realizzate attraverso i modelli climatici mostrano che LE AREE MEDITERRANEE SI ESPANDERANNO ANCHE VERSO LE REGIONI EUROPEE CONTINENTALI, coinvolgendo i BALCANI SETTENTRIONALI e la PARTE SUD-OCCIDENTALE DI RUSSIA, UCRAINA E KAZAKISTAN, dove prevarrà un clima sempre più mite con un aumento delle temperature invernali. Lo stesso fenomeno potrebbe interessare il NORD AMERICA, in particolare nella parte nord occidentale. (Antonio Cianciullo)

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ISTRUZIONI PER L’USO DEL CLIMA IMPAZZITO

di JARED DIAMOND*, da “la Repubblica” del 4/12/2015 – Nei prossimi anni cambierà la nostra vita ecco come difendersi –

*(Il premio Pulitzer Jared Diamond è professore di geografia all’Università della California. Ha scritto, tra gli altri, “Da te solo a tutto il mondo”, “ Collasso” e “ Armi, acciaio e malattie” –Einaudi-. Questo articolo è uscito su LE MONDE -traduzione di Fabio Galimberti-)

   I cambiamenti climatici globali sono una delle forze che condizioneranno maggiormente la vita di tutti gli esseri umani che vivranno nei prossimi decenni. Quasi tutti ne hanno sentito parlare, ma è una materia così complicata e ricca di paradossi che poche persone, al di fuori degli addetti ai lavori, la capiscono davvero. (…)

   Il punto di partenza è la popolazione mondiale di esseri umani e l’impatto medio di ciascun essere umano (cioè la quantità media di risorse consumate e scarti prodotti per persona e per anno). Tutte queste quantità stanno aumentando, anno dopo anno, e di conseguenza sta aumentando l’impatto umano complessivo sul pianeta: L’IMPATTO PRO CAPITE, moltiplicato per il numero di persone che ci sono al mondo, dà come risultato l’impatto complessivo.

   Uno scarto importante è il BIOSSIDO DI CARBONIO O ANIDRIDE CARBONICA (abbreviato in CO2), che provoca i cambiamenti climatici quando viene rilasciato nell’atmosfera, principalmente a causa del nostro consumo di combustibili fossili. IL SECONDO GAS più importante all’origine dei cambiamenti climatici è il METANO, che esiste in quantità molto più ridotte e al momento rappresenta un problema meno grave della CO2, ma che potrebbe diventare importante per effetto di un anello di retroazione positiva: il riscaldamento globale scioglie il permafrost, che rilascia metano, che provoca ancora più riscaldamento, che rilascia ancora più metano e così via.

   L’effetto primario della CO2, quello di cui più si discute, è la sua azione di gas a EFFETTO SERRA. Significa che la CO2 assorbe una parte delle radiazioni a infrarossi della Terra, facendo crescere la temperatura dell’atmosfera.

   Ma ci sono altri due effetti primari del rilascio di CO2 nell’atmosfera. Uno è che LA CO2 CHE PRODUCIAMO VIENE IMMAGAZZINATA ANCHE DAGLI OCEANI, NON SOLO DALL’ATMOSFERA. L’acido carbonico che ne risulta fa aumentare l’acidità degli oceani, che già adesso è al livello più alto negli ultimi 15 milioni di anni. Questo processo SCIOGLIE LO SCHELETRO DEI CORALLI UCCIDENDO LE BARRIERE CORALLINE, che sono un vivaio di riproduzione per i pesci dell’oceano e proteggono le coste delle regioni tropicali e subtropicali da onde e tsunami. Attualmente, le barriere coralline del mondo si stanno riducendo dell’1-2 per cento ogni anno, il che significa che alla fine di questo secolo saranno in gran parte scomparse.

   L’altro effetto primario del rilascio di CO2 è CHE INFLUENZA DIRETTAMENTE (IN MODO POSITIVO O NEGATIVO) LA CRESCITA DELLE PIANTE.

   L’effetto del rilascio di CO2 di cui più si discute, in ogni caso, è quello che ho citato per primo: IL RISCALDAMENTO DELL’ATMOSFERA. È quello che chiamiamo «RISCALDAMENTO GLOBALE», ma l’effetto è talmente complesso che questa definizione è inadeguata: è preferibile «CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI».

   Innanzitutto, le catene di causa ed effetto fanno sì che il riscaldamento atmosferico FINIRÀ, PARADOSSALMENTE, PER RENDERE ALCUNE AREE DI TERRE EMERSE (fra cui il Sudovest degli Stati Uniti) PIÙ FREDDE, anche se la maggior parte delle regioni (fra cui quasi tutto il resto degli Stati Uniti) diventerà più calda.

   In secondo luogo, un’altra tendenza è l’INCREMENTO DELLA VARIABILITÀ DEL CLIMA: TEMPESTE E INONDAZIONI sono in aumento, i PICCHI DI CALDO stanno diventando più caldi e i PICCHI DI FREDDO più freddi; questo spinge quei politici scettici che non capiscono nulla dei cambiamenti climatici a pensare che tali fenomeni siano la prova che i cambiamenti climatici non esistono.

   In terzo luogo, c’è l’aspetto dello SFASAMENTO TEMPORALE: gli oceani immagazzinano e rilasciano CO2 molto lentamente, tanto che se stanotte tutti gli esseri umani sulla Terra morissero o smettessero di bruciare combustibili fossili, l’atmosfera continuerebbe comunque a riscaldarsi ancora per molti decenni.

   Infine, c’è il RISCHIO DI EFFETTI AMPLIFICATORI NON LINEARI di vasta portata, che potrebbero provocare un riscaldamento del pianeta molto più rapido delle attuali, prudenti proiezioni. Fra questi effetti amplificatori c’è lo SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST e il possibile COLLASSO DELLE CALOTTE DI GHIACCIO DELL’ANTARTIDE E DELLA GROENLANDIA.

   Venendo alle CONSEGUENZE DELLA TENDENZA AL RISCALDAMENTO medio del pianeta, ne citerò quattro.

   La più evidente per molte parti del mondo è la SICCITÀ. Per esempio nella mia città, Los Angeles, questo è l’anno più secco della storia da quando si sono cominciati a raccogliere i dati meteorologici, nel primo decennio dell’Ottocento. La siccità è un problema per l’agricoltura. Le siccità causate dai cambiamenti climatici globali sono distribuite in modo disuguale nel pianeta: le aree più colpite sono il Nordamerica, il Mediterraneo e il Medio Oriente, l’Africa, le terre agricole dell’Australia meridionale e l’Himalaya.

   Una seconda conseguenza della tendenza al riscaldamento medio del pianeta è il CALO DELLA PRODUZIONE ALIMENTARE, per la siccità e paradossalmente per l’aumento delle temperature sulla terraferma, che può favorire più la CRESCITA DELLE ERBE INFESTANTI che la crescita di prodotti destinati al consumo alimentare. Il calo della produzione alimentare è un problema perché la popolazione umana e il tenore di vita del pianeta, e di conseguenza il consumo di cibo, stanno aumentando (del 50 per cento nei prossimi decenni secondo le previsioni): ma già adesso abbiamo un problema di cibo, con miliardi di persone denutrite.

   Una terza conseguenza del riscaldamento del pianeta è che GLI INSETTI PORTATORI DI MALATTIE TROPICALI SI STANNO SPOSTANDO NELLE ZONE TEMPERATE. Fra i problemi sanitari conseguenza di questo fenomeno al momento possiamo citare la trasmissione della FEBBRE DENGUE e la diffusione di malattie portate dalle ZECCHE negli Stati Uniti, lo sbarco della FEBBRE TROPICALE CHIKUNGUNYA IN EUROPA e la DIFFUSIONE DELLA MALARIA e DELL’ENCEFALITE VIRALE.

   L’ultima conseguenza del riscaldamento medio globale che voglio citare è l’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI MARI. Stime prudenti al riguardo prevedono che il livello dei mari salirà nel corso di questo secolo di circa un metro, ma in passato i mari sono saliti anche di dieci metri: la principale incertezza in questo momento riguarda il POSSIBILE COLLASSO E SCIOGLIMENTO DELLE CALOTTE DI GHIACCIO DELL’ANTARTIDE E DELLA GROENLANDIA. Ma anche un aumento medio di solo un metro, amplificato da tempeste e maree, sarebbe sufficiente a compromettere la vivibilità della FLORIDA, dei PAESI BASSI, dei BASSOPIANI DEL BANGLADESH e di molti altri luoghi densamente popolati. Gli amici a volte mi chiedono se i cambiamenti climatici stiano avendo qualche effetto positivo per le società umane. Sì, qualche effetto positivo c’è, per esempio la prospettiva di aprire rotte navali sgombre dai ghiacci nell’estremo Nord, per lo scioglimento dei ghiacci artici, e forse l’incremento della produzione di grano nella wheat belt del Canada meridionale e in qualche altra area. Ma la stragrande maggioranza degli effetti sono enormemente negativi per noi.

   Ci sono RIMEDI TECNOLOGICI rapidi per questi problemi? Forse avrete sentito parlare di IPOTESI DI GEOINGEGNERIA, per esempio iniettare particelle nell’atmosfera o estrarre CO2 dall’atmosfera per raffreddarla. Ma non esiste nessun approccio geoingegneristico già sperimentato e che funzioni con certezza; inoltre gli approcci proposti sono molto costosi e sicuramente richiederanno molto tempo e provocheranno effetti collaterali negativi imprevisti, tanto che dovremmo distruggere la Terra sperimentalmente dieci volte prima di poter sperare che la geoingegneria, all’undicesimo tentativo, produca esattamente gli effetti positivi desiderati. È per questo la maggior parte degli scienziati considera gli esperimenti geoingegneristici qualcosa di pericolosissimo, da evitare a tutti i costi.

   Significa che il futuro della civiltà umana è segnato e che i nostri figli vivranno certamente in un mondo in cui non vale la pena di vivere? No, naturalmente no. I cambiamenti climatici sono provocati principalmente dalle attività umane, perciò tutto quello che dobbiamo fare per ridurli è ridurre queste attività. Vuol dire BRUCIARE MENO COMBUSTIBILI FOSSILI e RICAVARE UNA FETTA MAGGIORE DELLA NOSTRA ENERGIA DA FONTI RINNOVABILI come il nucleare, il vento e il sole.

   Se anche solo Stati Uniti e Cina raggiungessero un accordo bilaterale sulle emissioni di CO2, coprirebbe il 41 per cento delle emissioni attuali. Se l’accordo diventasse pentalaterale, con l’adesione dell’Unione Europea, dell’India e del Giappone, coprirebbe il 60 per cento delle emissioni mondiali. L’ostacolo è solo uno: la mancanza di volontà politica. (Jared Diamond)

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QUEGLI SCHETTINO DEL CLIMA CHE RECLAMANO LE PROVE DEI RISCHI

di Carlo Rovelli, da “il Corriere della Sera” del 5/12/2015

– Sull’accordo per limitare i danni del riscaldamento globale, in Italia si sono levate alcune voci per minimizzare il problema. Credo che chi scrive queste cose non si renda conto del danno che sta facendo a tutti noi. È stupido dire che un pericolo non è grave perché non è matematicamente certo che arrivi. Non stiamo parlando del benessere degli orsi polari: stiamo parlando della vita dei nostri figli: bisogna controllare l’emissione di anidride carbonica e scongiurare gli effetti nefasti –

   Mentre a Parigi i leader del pianeta cercano un difficile accordo per limitare i danni del riscaldamento globale, in Italia si sono levate alcune voci per minimizzare il problema. L’argomento di queste voci contrarie è che non abbiamo certezze riguardo al clima.

   Credo che chi scrive queste cose non si renda conto del danno che sta facendo a tutti noi. Per questo penso sia bene rispondere con semplicità e chiarezza. Chi dice che non abbiamo certezze assolute riguardo al futuro del clima del pianeta dice il vero. Ma è stupido dire che un pericolo non è grave perché non è matematicamente certo che arrivi. Se si scopre che è rimasta una bomba sepolta sotto un parco giochi per bambini, non la lasciamo lì perché «forse potrebbe anche non scoppiare».

Se c’è un incendio in cantina, una persona ragionevole cerca un estintore, chiama il 113, scappa dalla casa… Se invece dice «ma non è del tutto certo che l’incendio si propaghi, quindi continuiamo tranquillamente a fare colazione» è un cretino. Questo è esattamente l’atteggiamento di chi sostiene che il problema non è grave perché non abbiamo assolute certezze riguardo al clima.

   A costo di ripetere cose molto dette, riassumo la situazione. È un fatto accertato che la Terra si stia scaldando in maniera inusualmente rapida. È diventato chiaro (non lo era alcuni anni fa) che il riscaldamento è attribuibile in misura considerevole all’attività umana, specialmente all’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera.

   Prevedere il futuro del clima è molto difficile. Le proiezioni indicano che se non viene preso alcun provvedimento l’aumento della temperatura del pianeta può arrivare a 4-5 gradi in questo secolo. Questo porterebbe certamente a catastrofi serie nei prossimi decenni. Cambiamenti di temperatura di quest’ampiezza hanno causato estinzioni di massa in passato.

   Per la Terra, sono piccole fluttuazioni come tante; per l’umanità, potrebbe essere un disastro: non ne siamo certi, ma potrebbe significare allagamento delle città sul mare e di grandi pianure, vasta desertificazione, crollo della produzione agricola, carestie, fame, uragani, guerra ovunque. Non stiamo parlando del benessere degli orsi polari: stiamo parlando della vita dei nostri figli.

   L’emissione di anidride carbonica dovuta all’attività umana continua a esacerbare il problema. Un’azione comune dell’umanità per ridurne le emissioni dovrebbe poter riuscire a ridurre il riscaldamento entro 2 gradi centigradi, e limitare i danni peggiori, anche se non tutti.

   Questa analisi è quella dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite. Su di essa c’è il consenso oramai universale di tutte le istituzioni serie del pianeta. Non sono d’accordo quelli che pensano che i dinosauri non siano mai esistiti o che la Terra sia piatta.

   Questa è la situazione. Non abbiamo certezze. Potremmo sbagliarci. Ma dobbiamo prendere una decisione. Possiamo decidere di ignorare l’allarme e andare avanti tranquillamente, sulla base del fatto che «tanto non siamo sicuri». È l’atteggiamento di Schettino che è andato avanti con l’«inchino», perché tanto «non era mica sicuro» che sarebbe andato a sbattere sulle rocce. Abbiamo visto i risultati. È l’atteggiamento di chi lascia la bomba nel parco giochi, perché magari non scoppia, un mondo intero si è convinto che il rischio è serio, e le voci italiane che gettano confusione non fanno che rendere le cose più difficili a chi, con difficoltà, perché i problemi sono complessi, cerca di allontanare i pericoli per tutti noi. (Carlo Rovelli)

………………………

SEGOLENE ROYAL: «OBAMA MI HA DETTO: HO BUONI SONDAGGI, AGIRÒ DECISO SUL CLIMA»

di Stefano Montefiori, da “la Repubblica” del 4/12/2015

– II capo della delegazione francese al summit di Parigi: «La transizione energetica è la chiave, servirà tempo» –

(…) La ministra francese dell’Ecologia, dello Sviluppo sostenibile e dell’ Energia, SEGOLENE ROYAL, offre una visione ottimista, nonostante le diffuse preoccupazioni per la lentezza dei colloqui.

Ministra, i negoziati stanno procedendo nel modo giusto?

«Siamo in una fase che non dobbiamo drammatizzare, le delegazioni hanno discusso un testo che preesisteva all’inizio della conferenza, i capi di Stato sono arrivati per dare il loro impulso politico, e i negoziatori hanno rivisto tutti i punti che hanno bloccato le trattative negli anni precedenti. È un lavoro utile e io voglio vedere le cose in positivo Abbiamo un primo testo, lo stiamo migliorando. Dalla prossima settimana saremo noi ministri a occuparcene»

Qual è a suo avviso lo snodo fondamentale?

«I Paesi africani ripetono che sarà più facile passare alle energie rinnovabili quando smetteranno di essere più costose rispetto al petrolio. Ma anche noi non domandiamo altro, è la questione alla base della transizione energetica dalle energie fossili a quelle rinnovabili».

Quindi diventa centrale il tema dei finanziamenti dai Paesi ricchi a quelli emergenti o in via di sviluppo.

«Sì, e i finanziamenti sono confermati. 100 miliardi da adesso al 2020 e poi 100 miliardi l’anno a partire dal 2020. Ma sarà importante precisare come e da chi verranno spesi quei soldi, per quali progetti».

E i trasferimenti di tecnologia?

«Ugualmente importanti, fanno parte dello stesso pacchetto».

È vero che l’India frena l’avanzamento dei negoziati?

«La loro è una posizione più difficile, devono ancora raggiungere un certo grado di sviluppo per tutti i cittadini e temono che le limitazioni alle energie fossili allontanino questo traguardo. Ma allo stesso tempo il primo ministro Narendra Modi è molto impegnato nelle questioni operative, è il promotore dell’Alleanza solare internazionale e fa parte dell’iniziativa per il raddoppio degli investimenti nelle rinnovabili. Da un punto di vista personale, mi sembra convinto della necessità della transizione energetica».

C’è poi il problema degli Stati Uniti: alla COP21 si cerca un accordo vincolante, ma a Washington il Congresso a maggioranza repubblicana non lo ratificherebbe. Come state cercando di risolvere, o aggirare il problema?

«Cerchiamo di non vedere le cose in bianco e nero, tutto o niente II presidente Barack Obama è molto determinato. Intanto può fare molto basandosi sul Climate Act americano, e poi sente di avere dalla sua parte l’opinione pubblica. Un sondaggio diffuso lunedì scorso (Cbs News/ New York Times, ndr) indica che due terzi degli americani vogliono un accordo giuridicamente vincolante. La sera a cena con Obama il presidente ne era molto colpito, ha evocato quel sondaggio. Ha detto che era un’ottima notizia, che poteva fare leva su questo sondaggio per giustificare un atteggiamento più offensivo contro il riscaldamento climatico. Sono in corso delle dinamiche positive, occorre fare prova di immaginazione».

La Francia e altri Paesi tra cui la Germania sono favorevoli a una tassa sulle emissioni di carbonio nell’atmosfera, in modo che chi inquina paghi. Il consenso attorno a questa misura sta crescendo?

«Sì, i Paesi favorevoli a stabilire un prezzo del carbonio sono saliti a quaranta, e anche molte imprese pensano sia una misura da adottare. Anche se non è incluso nel progetto di accordo finale».

Talvolta le politiche dei governi sono contraddittorie. Berlino frena sul nucleare e rilancia il carbone, ad esempio.

«Ogni Paese ha il suo modello energetico a lui proprio. È vero che la decisione tedesca di fermare lo sviluppo del nucleare ma ricorrere allo stesso tempo alle miniere di carbone a cielo aperto solleva delle questioni. In seno all’Unione Europea comunque la Germania è molto impegnata».

Anche lei è stata criticata per avere firmato l’autorizzazione per nuove ricerche di idrocarburi in Francia.

«Ma tutti i Paesi hanno problemi di decisioni interne, per questo parliamo di transizione energetica. Non si può passare dalle energie fossili a quelle rinnovabili da un giorno all’altro. Bisogna lavorare per superare queste contraddizioni». (…..)

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INTERVISTA A CARLIN PETRINI, FONDATORE DI SLOW FOOD

«CAMBIAMENTI CLIMATICI, PARLIAMO DI CIBO NON SOLO DI ENERGIA»

da “l’Unità” del 5/12/2015

   Con Carlin Petrini abbiamo parlato del summit di Parigi. Per la prima volta, in oltre 20 anni di mediazione da parte delle Nazioni Unite, si discute per arrivare ad un accordo vincolante e universale sul clima.

Quali sono le sensazioni che hai mentre ancora il confronto è in atto?

«Il pianeta soffre e le sue sofferenze non sono frutto della casualità. Un esempio? In Africa ottanta milioni di ettari di terra sono stati svenduti alle multinazionali e a quei Paesi – India, Cina, Emirati arabi e altri- che avevano bisogno di acquisire nuovi terreni per, magari, produrre coltivazioni intensive. Quando si parla di grandi flussi migratori dobbiamo parlare delle molte e pericolose guerre in atto nel pianeta, ma non dobbiamo dimenticare che tra le cause va annoverata anche la grande crisi alimentare che ha colpito l’Africa e molte altre parti del mondo. OGNI ANNO LE COLTIVAZIONI SI SPOSTANO DI 150 CHILOMETRI VERSO IL NORD DEL PIANETA E DI 150 METRI IN ALTEZZA. Si assisterà così, oltre alle migrazioni derivate dai conflitti, anche a milioni di persone che saranno costrette a lasciare i loro paesi a causa delle desertificazione. A PARIGI SI DISCUTE DUNQUE SU L’APOCALISSE».

Ma vedi avanzare risposte adeguate alla sfida epocale da questa Cop21?

«Queste guerre, questi dannosi guasti provocati da processi industriali sbagliati e da un’agricoltura marginalizzata avvengono in un contesto molto particolare: è in atto una grandiosa crisi delle governance nazionali e internazionali. Le controversie in atto- ad esempio quella di cui si parla di più, sull’uso del carbone- tra alcuni Paesi occidentali sviluppati e paesi in via di sviluppo risentono proprio di questa crisi di governance. E manca la capacità di compiere un’analisi storica attenta, come se si volesse dimenticare ciò che è avvenuto nel passato, anche recente. Non possiamo chiedere a quei popoli che magari sono stati rapinati per secoli di rinunciare ora al loro sviluppo o di imporre le nostre regole: possiamo farlo se diciamo, ad esempio: via il carbone e le altre materie inquinanti e in cambio vi offriamo la possibilità di sviluppare il solare e vi diamo il reale sostegno per uno sviluppo equilibrato sia agricolo che industriale. Abbiamo preso e ora dobbiamo rendere».

Avete presentato, come Slow food, un appello alle associazioni e alle istituzioni riunite a Parigi, dall’emblematico titolo “NON MANGIAMOCI IL CLIMA!”. In esso sostenete che per arrestare il cambiamento climatico oltre a cambiare il modello industriale bisogna intervenire per cambiare il modello agroalimentare basato sul profitto e sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Come farlo?

«Con l’appello abbiamo cercato di dire: l’attenzione si sta concentrando sul settore dell’energia, dell’industria pesante e dei trasporti, mentre c’è il rischio che rimanga ai margini il rapporto tra cibo e clima. Eppure, la produzione del cibo rappresenta sia una delle principali cause, sia una delle vittime del cambiamento climatico, e potrebbe diventare, al contrario, una delle soluzioni. Non a caso citiamo dati rilevanti che vengono dalle organizzazioni internazionali: secondo la Fao, negli ultimi 70 anni, abbiamo perso i tre quarti dell’agrobiodiversità che i contadini avevano selezionato nei 10.000 anni precedenti; un rapporto della Banca Mondiale dice che le conseguenze del cambiamento climatico potrebbero portare alla povertà oltre 100 milioni di persone entro il 2030. Cosa succederà in gran parte del pianeta? Quale sarà il modello di giustizia sociale? E quanti milioni di persone cercheranno la salvezza in luoghi più sicuri? Entro il 2050 si prevede che le bocche da sfamare sulla terra raggiungeranno i 9 miliardi di unità e, per i fautori del modello agroindustriale, la sicurezza alimentare del pianeta dipende dall’estensione delle terre coltivabili e dall’aumento delle rese per ettaro, attraverso l’irrigazione, un uso più intenso dei fertilizzanti agricoli, lo sviluppo e la diffusione di ibridi vegetali selezionati, di razze animali commerciali e di organismi transgenici. La concentrazione produttiva».

………………………………….

IL BOSCO VERTICALE ALLA CONFERENZA DI PARIGI

(6/12/2015) “A Parigi -dice Boeri- presenteremo il progetto del Bosco Verticale e la sua moltiplicazione in una vera e propria Città Foresta. L’architettura del futuro, sia che operi come sostituzione e innesto nelle città esistenti, sia che funga da mattone di una nuova città, oltre che autosufficiente dal punto di vista energetico, dovrà pulire l’aria (assorbendo CO2 e polveri sottili grazie a milioni di foglie) e promuovere la biodiversità delle specie viventi.

…..

3 maggio 2015 da IL POST.IT http://www.ilpost.it/

COS’È IL “BOSCO VERTICALE”, PER I NON MILANESI

   Non è un bosco, per cominciare: sono due grattacieli – con molti terrazzi, e molto verde – nel quartiere Isola di Milano, vicino alla stazione Porta Garibaldi

   A Milano da diverso tempo si parla molto del Bosco Verticale: ne parlano parecchio i milanesi, ma per chi non vive in città non è così scontato sapere di cosa si tratta. IL BOSCO VERTICALE SONO DUE GRATTACIELI ALTI RISPETTIVAMENTE 111 METRI E 76 METRI, costruiti tra il 2009 e il 2014 nel QUARTIERE ISOLA, quello dove c’è la stazione di PORTA GARIBALDI.

   Il nome BOSCO VERTICALE deriva dal fatto che durante i lavori di costruzione sulle ampie terrazze dei due grattacieli sono stati piantati oltre MILLE ALBERI, PICCOLI CESPUGLI E PIANTE DA FIORE. Piante, alberi e cespugli che negli ultimi mesi sono cresciuti e fioriti: il Bosco Verticale è stato progettato per ospitare tante piante quante ne ospiterebbero 7mila metri quadri di un normale bosco orizzontale.

   La due torri che formano il Bosco Verticale sono state progettate dal Boeri Studio di Stefano Boeri, Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra, uno studio d’architettura che negli ultimi anni si è specializzato nella progettazione di edifici in aree urbane da valorizzare o recuperare.

   Il Bosco Verticale è stato inaugurato nel 2014 e ha vinto, nel novembre di quello stesso anno, il premio International Highrise Award, un importante premio internazionale assegnato ogni due anni al grattacielo più innovativo del mondo. Si è conteso il premio finale con altri quattro grattacieli: il De Rotterdam di Rotterdam (Paesi Bassi), lo One Central Park di Sydney (Australia), il Renaissance Barcelona Fira Hote di Barcellona (Spagna) e lo Sliced Porosity Block di Chengdu (Cina).

   Le due torri che formano il Bosco Verticale si trovano in via de Castillia e via Confalonieri, vicino al parco pubblico de “I Giardini di Porta Nuova” e al Giardino De Casitillia, un’area verde di 8mila metri quadrati.

   Il Bosco Verticale di Milano è parte di un grande e ambizioso progetto di riqualificazione dell’intera area di Porta Nuova, un progetto raccontato da un interessante e dettagliato articolo scritto da Francesco Costa per il nuovo numero di Studio.

   Il quartiere di Porta Nuova –  descritto dal direttore di Studio come un “ex spazio lasciato a sé stesso oggi diventato pietra angolare delle nuove ambizioni della città” – è infatti parte del Progetto Porta Nuova, che ha portato negli ultimi anni al completamento della Torre Unicredit, alla realizzazione di Piazza Gae Aulenti e al miglioramento di Corso Como.

bosco verticale
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