La LIBIA e le intenzioni dell’Occidente (e l’Italia in primis) per farla uscire dal CAOS – E’ solo per l’arrivo dell’Isis, per il suo petrolio e gas, per la crisi dei migranti? O vuole essere per un NUOVO PROGETTO DI PACIFICAZIONE NEL MEDITERRANEO: per superare il terrorismo con la pace e lo sviluppo dei popoli?

LA LIBIA COM’È DIVISA ORA - IN CELESTE: TOBRUK, nella costa orientale del paese vicino al confine con l’Egitto, è sede del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato eletto l’anno scorso. Il governo guidato dal primo ministro Abdullah al Thinni ha sede nella città di Beida. Può vantare il sostegno esterno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, e interno dei reduci dell’esercito regolare libico guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico giurato di ogni fazione jihadista o islamista. - IN VERDE: Sostenute da una serie di gruppi armati, alcuni dei quali di impronta islamista, le autorità di TRIPOLI hanno preso il controllo della capitale nell’agosto del 2014 e sono guidate da Khalifa al Ghwell, il primo ministro nominato dal congresso nazionale generale, il parlamento uscente che sta estendendo il suo mandato invece di lasciare il potere dopo aver perso le elezioni dell’anno scorso. I suoi sponsor internazionali sono il Qatar e la Turchia. - IN VIOLA: la Libia si è dimostrata il terreno più fertile per l’espansione dell’ISIS che ha imposto il suo controllo su SIRTE, ex roccaforte di Muammar Gheddafi, e su oltre centocinquanta chilometri di costa mediterranea. Il gruppo è presente anche nell’est del paese, dove è entrato in competizione con i gruppi legati ad Al Qaeda. (mappa ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, www.internazionale.it/ )
LA LIBIA COM’È DIVISA ORA – IN CELESTE: TOBRUK, nella costa orientale del paese vicino al confine con l’Egitto, è sede del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato eletto l’anno scorso. Il governo guidato dal primo ministro Abdullah al Thinni ha sede nella città di Beida. Può vantare il sostegno esterno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, e interno dei reduci dell’esercito regolare libico guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico giurato di ogni fazione jihadista o islamista. – IN VERDE: Sostenute da una serie di gruppi armati, alcuni dei quali di impronta islamista, le autorità di TRIPOLI hanno preso il controllo della capitale nell’agosto del 2014 e sono guidate da Khalifa al Ghwell, il primo ministro nominato dal congresso nazionale generale, il parlamento uscente che sta estendendo il suo mandato invece di lasciare il potere dopo aver perso le elezioni dell’anno scorso. I suoi sponsor internazionali sono il Qatar e la Turchia. – IN VIOLA: la Libia si è dimostrata il terreno più fertile per l’espansione dell’ISIS che ha imposto il suo controllo su SIRTE, ex roccaforte di Muammar Gheddafi, e su oltre centocinquanta chilometri di costa mediterranea. Il gruppo è presente anche nell’est del paese, dove è entrato in competizione con i gruppi legati ad Al Qaeda. (mappa ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, http://www.internazionale.it/ )

   La Libia è assai vicina a noi, e il fatto che lì sia arrivato DAESH, cioè l’Isis, inquieta ancor di più in una condizione finora di caos totale che c’è in quel Paese. Adesso sembra che qualcosa di positivo possa nascere.

   Infatti i due governi rivali di Tobruk e Tripoli, finora in lotta (e che hanno lasciato spazio all’infiltrazione di Isis da Siria e Iraq, ma lasciato mano libera anche a gruppi locali che cercano di conquistare o sono già in possesso di piccoli o grandi territori, decine e decine di fazioni tutt’altro che marginali che controllano territori strapieni di giacimenti di petrolio, lo usano economicamente e politicamente, approfittando appunto dell’anarchia generale, del caos totale libico) ebbene i due governi rivali di Tobruk e Tripoli pare che hanno raggiunto un accordo per “unirsi”, un accordo per un’unità di governo (il più democratico possibile) della Libia.

11/12/2015: : LIBIA, A RISCHIO LE ROVINE ROMANE DI SABRATA - Libia: visita lampo dell'Is a Sabrata, sito Unesco a 70 chilometri da Tripoli. Secondo il Telegraph, i jihadisti del Califfato hanno già lasciato la città: non puntavano all'occupazione ma alla liberazione di due affiliati. Altre fonti confermano all'ANSA: "CITTÀ SOTTO IL CONTROLLO DELLE TRIBÙ" - per altre fonti: LIBIA, A RISCHIO LE ROVINE ROMANE DI SABRATA: ISIS ENTRA NELLA CITTÀ - I miliziani sono arrivati a bordo di 30 pick-up a 70 chilometri da Tripoli e nella località dove si trova il sito archeologico patrimonio dell’umanità affacciato sul Mediterraneo (La città, fondata dai Fenici nel VII secolo a.C., in uno dei pochi porti naturali della Tripolitania, fu poi conquistata e ampliata dai Romani; le rovine nel 1982 sono state inserite nella lista dei Patrimoni dell'Umanità dell'Unesco)
11/12/2015: : LIBIA, A RISCHIO LE ROVINE ROMANE DI SABRATA – Libia: visita lampo dell’Is a Sabrata, sito Unesco a 70 chilometri da Tripoli. Secondo il Telegraph, i jihadisti del Califfato hanno già lasciato la città: non puntavano all’occupazione ma alla liberazione di due affiliati. Altre fonti confermano all’ANSA: “CITTÀ SOTTO IL CONTROLLO DELLE TRIBÙ” – per altre fonti: LIBIA, A RISCHIO LE ROVINE ROMANE DI SABRATA: ISIS ENTRA NELLA CITTÀ – I miliziani sono arrivati a bordo di 30 pick-up a 70 chilometri da Tripoli e nella località dove si trova il sito archeologico patrimonio dell’umanità affacciato sul Mediterraneo (La città, fondata dai Fenici nel VII secolo a.C., in uno dei pochi porti naturali della Tripolitania, fu poi conquistata e ampliata dai Romani; le rovine nel 1982 sono state inserite nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco)

   Ma la cosa non è facile: oggi la Libia è un paese con una complessità di interessi da difendere che certo non smobilitano. E’ in questa situazione di frammentazione e caos che speriamo (per il popolo libico in primis) si risolva (si crei un unico governo e parlamento democratico)

   La situazione è complicata. Le due parti, ora in tentativo di accordo, ancora duramente divise: da una parte i «riconosciuti internazionalmente» filo-occidentali di TOBRUK (ma a Tobruk il generale Khalifa Haftar, ex militare di Gheddafi poi passato alle direttive della Cia, non nasconde le sue mire egemoniche sul processo in corso, muovendosi con alle spalle il regime militare egiziano di Al Sisi); dall’altra gli islamisti al governo a TRIPOLI, fortemente condizionati da un’ala ancora più radicale, quella delle milizie di Misurata che hanno quantità ingenti di armi e miliziani super-addestrati (gli stessi che hanno ucciso Gheddafi ponendo definitivamente fine nel 2011 al regime di prima).

   Il 13 dicembre c’è stata a Roma una conferenza internazionale sulla Libia, dove l’inviato di Ban Ki-moon (cioè dell’Onu) MARTIN KOBLER ha annunciato che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, avevano raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre è stato sottoscritto in Marocco. E la conferenza di Roma è servita a sancire questo accordo, con una dichiarazione di “pieno appoggio” da parte della comunità internazionale al processo di riconciliazione tra le fazioni libiche favorito dalle Nazioni Unite.

Il segretario di stato statunitense John Kerry, il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni e l’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, incontrano la stampa al termine della conferenza internazionale sulla Libia presso la sede del ministero degli esteri di Roma, il 13 dicembre 2015. (Mandel Ngan, Reuters/Contrasto, ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, www.internazionale.it/ )
Il segretario di stato statunitense John Kerry, il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni e l’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, incontrano la stampa al termine della conferenza internazionale sulla Libia presso la sede del ministero degli esteri di Roma, il 13 dicembre 2015. (Mandel Ngan, Reuters/Contrasto, ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, http://www.internazionale.it/ )

   Sottoscritto a Roma da ministri ed emissari di 17 paesi e quattro organizzazioni internazionali, il comunicato finale invita tutte le fazioni ad “accettare un cessate il fuoco immediato e totale in tutta la Libia” e a sottoscrivere l’accordo per un governo di unità nazionale (come dicevamo la cui firma è stata apposta a Skhirat in Marocco mercoledì 16 dicembre).

   Speriamo bene. La situazione è assai delicata, grave, in Libia. A SIRTE comanda l’Isis (come potete vedere sopra nella parte in viola della cartina), e adesso i terroristi di Daesh (come anche viene chiamato l’Isis) appaiono pure a 500 chilometri a ovest di Sirte, cioè a SABRATA (70 chilometri a ovest di Tripoli)…che significato hanno queste apparizioni, questi sopralluoghi dei pick up sui quali girano gli adepti di Daesh? Si vedrà tra poco la distruzione anche di quel sito archeologico, come accaduto in tante parti dell’Iraq e della Siria? Speriamo che non accada.

   L’arrivo di Isis a Sabrata non è di per se una minaccia diretta per l’Italia di quanto lo sia peraltro già con la presenza dei terroristi fondamentalisti islamici a Sirte, e in Iraq e Siria. L’avvicinamento alla coste siciliane è trascurabile. Lo Stato Islamico non ha flotta; la minaccia terroristica non viaggia per mare. Però cambia molto sul piano politico e strategico. Perché fa vedere l’avanzata lenta ma progressiva del terrorismo in territori geografici sempre più estesi, a macchia di leopardo.

Una protesta contro l'ipotesi di un governo di unità nazionale (da internazionale)
Una protesta contro l’ipotesi di un governo di unità nazionale (da internazionale)

   E ci par di capire che l’interesse italiano, europeo e americano per la Libia è che questo Paese non cada in mano degli ultrà islamisti, che non sia un pericolo per i nostri territori e città, e (non ultimo!) per le scorte e approvvigionamenti di petrolio e gas (e impianti costruiti e gestiti dall’Eni) che da quel Paese, da quell’area geografica vengono per noi e l’Europa. E, anche questo importante, per il controllo nel flusso dei migranti, terra la Libia della preponderante partenza dei spesso tragici barconi. Oggi a questi due argomenti (petrolio e migranti) si aggiungono le milizie dell’Isis, arrivati con il caos dopo la fine del regime dittatoriale di Gheddafi. Situazioni critiche particolari da “risolvere” che tralasciano forse un VERO PROGETTO DI PACIFICAZIONE NEL MEDITERRANEO.

   Ecco allora che noi pensiamo, crediamo, che l’attenzione verso aree africane o mediorientali, non possa essere solo di “riflesso” alle nostre paure (del terrorismo) e ai nostri interessi economici (energetici). O alle difficoltà di gestire fiumi di profughi in fuga da guerra e povertà. Crediamo che un approccio vero e lungimirante (anche se si vuole di “sano egoismo”) debba partire dal pensare di contribuire in queste aree in difficoltà (come adesso è la Libia), di contribuire al benessere collettivo generale, a una condizione di giustizia e vivibilità per le popolazioni lì presenti, che ne garantisca la specificità culturale, il superamento delle violenze e soprusi del potere, la creazione di un sistema di potere autonomo ma democratico con il quale confrontarsi paritariamente. Di costruire un’Area Mediterranea fatta di scambi, di reciprocità.

   Molte volte invece accade che l’attenzione e gli interessi dell’ “Occidente” verso le aree in crisi del sud o di altre parti del mondo, sia con la mente troppo interessata ai propri soli interessi immediati di conservazione di un’ “esistente” oramai da superare, per una nuova visione geografica del mondo. (s.m.)

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LIBIA, NASCE IL GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE

– Firmata l’intesa in Marocco tra Parlamento di Tobruk e congresso di Tripoli –

Shkirat, Marocco: abbracci dopo la firma dell’accordo (da la Stampa.it del  17/12/2015)
Shkirat, Marocco: abbracci dopo la firma dell’accordo (da la Stampa.it del 17/12/2015)

   In Libia è stata firmata l’intesa decisiva per il governo di unità nazionale. «Questa è una giornata storica» ha detto l’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, parlando a Skhirat, in Marocco, durante la cerimonia. «Firmando questo accordo politico – ha affermato il diplomatico tedesco – state portando a termine un processo, state voltando pagina». «In Libia – ha continuato Kobler, rivolgendosi ai firmatari – siete personaggi politici importanti e la vostra presenza qui dimostra il vostro impegno a far ripartire la transizione democratica in Libia». Secondo gli ultimi dati, gli esponenti di Tobruk hanno firmato in 88, mentre quelli del Congresso nazionale di Tripoli in 22.

ANALISI – Tutte le incognite sulla strada della nuova Libia (Rampino)

   La Libia che nel febbraio del 2011 si liberò del dittatore, del colonnello Muammar Gheddafi, dopo cinque anni di guerra civile strisciante, prova a dare vita a una svolta, sottoscrivendo l’accordo proposto dal mediatore delle Nazioni Unite.

   E’ un giorno storico. Esponenti del Parlamento di Tobruk e del Congresso nazionale di Tripoli, l’Alleanza delle forze nazionali e i Fratelli Musulmani, singole personalità ed esponenti della società libica, delle municipalità più significative, come Misurata e Zintan, hanno sfidato quelle forze che da anni si oppongono alla transizione democratica.

   In questi ultimi anni, la guerra tra le diverse milizie, tra gli schieramenti radicali islamisti ha dovuto fare i conti anche con la penetrazione di centinaia di militanti dell’Isis che hanno conquistato territori e città, nella Cirenaica spingendosi fino a Sirte, ma essendo presente anche a Tripoli e sulla costa confinante con la Tunisia (Sabratha).

   Paesi confinanti e importanti del mondo arabo ma non solo, in questi anni hanno «sponsorizzato» milizie e partiti, gruppi e associazioni con armi e soldi. E ancora oggi ci sono Paesi e forze che perseguono obiettivi di divisione della Libia. C’è ancora chi insegue il sogno di un ritorno al passato con la Libia divisa tra Cirenaica, Fezzan e Tripolitania.

   Quaranta giorni di tempo, ha chiesto il consigliere militare del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il generale Paolo Serra, per mettere in sicurezza la capitale, Tripoli, con l’aiuto di forze di polizia internazionale che l’Italia e l’Inghilterra dovrebbero garantire.

   Si parla di migliaia di uomini che insieme alle milizie lealiste con le quali ha dialogato in queste settimane il generale Serra, dovranno garantire la sicurezza a Tripoli, intanto delle ambasciate straniere e dei siti sensibili, come le rappresentanze istituzionali libiche (sede del governo, dei ministeri, del Parlamento), gli aeroporti, le arterie di comunicazione.

   Ma prima che tutto questo diventi operativo ci sarà bisogno di alcuni passaggi decisivi. Già domani si dovrebbe riunire il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite (il nostro ministro degli Esteri, Gentiloni, volerà a New York dopo la firma dell’accordo) che dovrà approvare una risoluzione che potrebbe autorizzare l’uso di contingenti di polizia e di addestratori. Molto dipenderà, naturalmente, dalle richieste libiche, del nuovo presidente del Consiglio Presidenziale, Serraj Faiez, che sarà anche il presidente del consiglio dei ministri. (di Guido Ruotolo, da www.lastampa.it/ del 17/12/2015)

L’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, con esponenti del parlamento di Tobruk e del Congresso di Tripoli (da la Stampa.it del 17/12/2015)
L’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, con esponenti del parlamento di Tobruk e del Congresso di Tripoli (da la Stampa.it del 17/12/2015)

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IL VESSILLO NERO SVENTOLA PER NOI

di Stefano Stefanini, da “la Stampa” del 12/12/2015

   La bandiera nera dello Stato Islamico sventola fra Tripoli e il confine tunisino. I fuoristrada di Isis sono entrati a SABRATA, come a Raqqa e a Ramadi, fra la passiva accoglienza dei locali, rassegnati al peggio. Può darsi che l’anfiteatro romano affacciato sul mare rischi ora gli stessi scempi e commerci di Palmira e di altri siti siriani. Certo Isis non si farà scrupolo di rimpinguare le casse con la vendita di reperti archeologici e di un po’ di propaganda col piccone.

   L’Italia ha messo la cultura al centro dello schermo anti-Isis. La preoccupazione di perdere un altro pezzo del patrimonio dell’umanità tocca pertanto una corda sensibile. Non deve però distrarre dal nocciolo: cosa significa l’improvvisa comparsa di Isis 500 km a Est dalla roccaforte di Sirte? C’è una strategia di controllo del territorio o è succo di limone jihadista che scorre liberamente? È uno spostamento di baricentro verso il Nord Africa oppure un semplice proliferare di operazioni e affiliazioni che, nella debolezza delle fazioni libiche in guerra fra loro, favorisce lo Stato Islamico?

   Con la stessa rapidità con cui è spuntato, Isis potrebbe ritirarsi e dileguarsi. Qualche decina di pick-up, su un terreno senza ostacoli naturali, si muove senza le pesantezze delle colonne militari convenzionali. I cieli sono sgombri: l’avanzata delle bandiere nere negli spazi libici non ha da temere i bombardamenti, che magari non sconfiggeranno Isis, ma l’hanno certo fermata in Iraq e in Siria. Così lo Stato Islamico è arrivato a Sabrata e presenta oggi più di una minaccia.

   Innanzitutto, per la Libia e per le tenue prospettive di dialogo fra i due governi, quello di Tobruk e quello di Tripoli, e fra le varie fazioni. L’iniziativa dell’inviato speciale dell’Onu, Kobler, punta a dar vita a un governo d’unità nazionale che poi la comunità internazionale sosterrebbe. È quanto l’Italia attende dalla scorsa primavera.

   Con Isis sempre più forte sul terreno, il già fragile edificio della riconciliazione avrebbe le fondamenta nelle sabbie mobili. Bisognerebbe prima sradicare Isis – esattamente come in Siria. Più Isis allarga il controllo del territorio più il problema aumenta. Se la presenza a Sabrata diventa permanente, lo Stato Islamico si sarebbe piazzato a Ovest oltre che a Est dei centri di resistenza, Tripoli e Misurata.

   Sulla linea del fuoco anche la Tunisia. Sabrata è a meno di 100 km dal confine; a meno di 200 da Djerba. La Tunisia, colpita quest’anno da due attentati che ne hanno scientemente preso di mira il potenziale turistico, è l’unica storia di successo delle primavere islamiche. Sta faticosamente e coraggiosamente costruendo democrazia ed istituzioni, con un’economia che stenta a riprendersi. Non è immune al fondamentalismo e al terrorismo dall’interno. Quanti turisti occidentali torneranno sulle spiagge tunisine con Isis al di là del confine? Se il contagio tracima in Tunisia, dove Isis ha quasi certamente simpatizzanti e quinte colonne, il Nord Africa si trova con un altro Stato a rischio.

   Sulla carta geografica, l’arrivo di Isis a Sabrata non cambia molto per l’Italia. L’avvicinamento alla coste siciliane è trascurabile. Lo Stato Islamico non ha flotta; la minaccia terroristica non viaggia per mare. Cambia molto sul piano politico e strategico. Per tre motivi. Primo, mette in discussione la filosofia dell’attesa perché il passar del tempo non fa che rafforzare Isis: qual è la soglia che non gli si può permettere di superare? L’ingresso di pick-up a Tripoli? Il controllo di grandi tratti della costa? O nessuna è considerata tale da mettere a rischio l’Italia, protetta dal controllo del mare?

   Secondo, cambia completamente lo scenario di qualsiasi futura operazione internazionale in Libia. La presenza di Isis sul terreno costringerà a robuste operazioni militari di «bonifica» (se non le vorremo chiamare di guerra).

   Terzo, l’Italia va dicendo da mesi di essere pronta ad assumere la guida internazionale «per la Libia» e, a tal fine, di tenere in riserva le proprie risorse. Vi è una forte aspettativa internazionale di «cosa farà l’Italia in Libia». Come, quando e con chi: Nato, Ue o coalizione ad hoc? Improbabile che possa essere da sola, come fece la Francia in Mali, in una situazione molto meno critica di quella libica. Altre formule non esistono. È ora di pensarci. Non sono domande di oggi. Ma lo sventolare del vessillo nero di Isis sull’anfiteatro di Sabrata le rende più pressanti. (Stefano Stefanini)

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14/12/2015, da INTERNAZIONALE ( www.internazionale.it/ )

COSA HA DECISO LA CONFERENZA DI ROMA SULLA LIBIA

La conferenza sulla Libia che si è svolta il 13 dicembre a Roma si è conclusa con una dichiarazione di “pieno appoggio” da parte della comunità internazionale al processo di riconciliazione tra le fazioni libiche, che era stato favorito dalle Nazioni Unite.

Cessate il fuoco immediato. Sottoscritto da ministri ed emissari di 17 paesi e quattro organizzazioni internazionali, il comunicato finale invita tutte le fazioni ad “accettare un cessate il fuoco immediato e totale in tutta la Libia” e a sottoscrivere l’accordo per un governo di unità nazionale, la cui firma è prevista a Skhirat in Marocco mercoledì 16 dicembre.

Governo di unità nazionale. Il piano mediato dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Kobler, prevede la creazione entro 40 giorni di un esecutivo di unità nazionale, che sarebbe poi legittimato a chiedere garanzie di sicurezza e assistenza economica agli altri paesi. La parti libiche avranno fino a febbraio per creare un consiglio presidenziale, che nominerebbe il governo, i nuovi vertici della banca centrale e dell’ente petrolifero nazionale, accompagnando il rientro di tutte le istituzioni del paese a Tripoli, oggi sede della fazione di impronta islamista sostenuta da Qatar e Turchia. Il governo e il parlamento riconosciuti a livello internazionale, che hanno nell’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti i principali sponsor, hanno al momento sede a Tobruk.

Il mandato del parlamento. L’accordo prevede anche il prolungamento di un anno del mandato del parlamento, con un’ulteriore estensione di un altro anno se necessario. Non appena l’accordo sarà sottoscritto sarà legittimato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Uniti contro il gruppo Stato islamico? Il “messaggio chiaro” della conferenza internazionale di Roma è che “nel lungo periodo la stabilizzazione della Libia è fondamentale, anche per il contrasto al terrorismo”, ha commentato il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni, che ha voluto e organizzato l’iniziativa con il sostegno degli Stati Uniti. La minaccia del gruppo Stato islamico (Is), “consolidata nell’area di Sirte, è certamente rilevante, ed è una minaccia che la comunità internazionale affronterà nei prossimi due mesi”, ha aggiunto il responsabile della diplomazia italiana.

Le incognite. Potrebbe essere, in effetti, proprio l’accresciuta presenza delle bande affiliate all’Is sulla costa intorno a Sirte il catalizzatore che convincerà le diverse fazioni libiche a superare le loro divergenze in funzione del comune nemico jihadista. Nel pomeriggio del 13 dicembre alcuni delegati libici hanno partecipato alle battute conclusive della riunione di Roma, ma rappresentavano solo una parte dei due parlamenti rivali e alcune comunità locali. Resta quindi da capire come sarà accolta e messa in pratica l’intesa sul territorio dal resto dei soggetti politici di Tripoli e Tobruk.

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L’ORRORE JIHADISTA TRAVOLGE LA LIBIA

di Maria Rosa Tomasello, da “il Mattino di Padova” del 15/12/2015

– Il 16 dicembre il nuovo esecutivo, ma l’Is avanza. La denuncia dall’Iraq: uccisi bimbi disabili. Tensione in mare tra russi e turchi –

   La firma per il nuovo governo di unità nazionale è a Skhirat, in Marocco. L’insediamento dell’esecutivo è previsto entro 40 giorni a Tripoli. Ma quella per la salvezza della Libia è una partita sempre più difficile in un tempo limitato.

   Mentre il «60-70% della Siria è controllato da gruppi terroristici», denuncia l’ambasciatore russo in Italia Serghei Razov, i militati dello Stato islamico avanzano in Libia. «Sono a Sirte, estendono il loro territorio su 250 chilometri lineari di costa, ma cominciano a penetrare verso l’interno – dichiara il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian – e a puntare all’accesso ai pozzi e alle riserve di petrolio».

   «Dobbiamo guardare avanti e agire come un’unica squadre per salvare il Paese», è l’appello di Fayez Sarraj, proposto dall’Onu come premier dell’esecutivo di unità nazionale. La situazione rischia infatti di sfuggire di mano ai due “governi” che si dividono il territorio, quello legittimo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello islamista di Tripoli. Ieri (il 14 dicembre, ndr), negli scontri tra estremisti islamici e miliziani di Fajr Libya (Alba della Libia), che sostengono Tripoli, 9 persone sono morte e 35 sono rimaste ferite: tra le vittime ci sarebbero anche due dirigenti di Fajr Libya.

   Nuovi orrori sarebbero stati commessi dal Califfato in Libia: a Sirte, secondo testimonianze non confermate, una donna marocchina è stata decapitata dopo essere stata accusata di stregoneria dalla Corte islamica, mentre un palestinese accusato di spionaggio è stato giustiziato a colpi di pistola. A un terzo uomo, un libico accusato di furto, è stata amputata una mano, secondo li dettami della sharia, la legge coranica.

   Ma ancora più spaventose sono le notizie che arrivano dall’Iraq e dalla Siria: secondo l’ong “Mosul eye” i miliziani hanno assassinato con iniezioni letali o per soffocamento più di 38 bambini disabili di età compresa tra una settimana e tre mesi dopo la “fatwa” orale messa da un giudice del tribunale della sharia, il saudita Abu Said Aljazrawi, che autorizza la soppressione di bimbi con sindrome di Down o malformazioni nati nelle terre del Califfato.

   In Libia, sotto minaccia ci sono anche gli straordinari siti archeologici, come quello di Sabrata, dove nei giorni scorsi c’era stato un raid jihadista: «L’Is potrebbe distruggere le rovine come ha fatto in Siria e in Iraq», è l’allarme di Ahmed Hassan, capo del dipartimento delle Antichità di Tobruk.

   Dentro il fronte che combatte lo Stato islamico, intanto, restano forti le tensioni tra Russia e Turchia esplose dopo l’abbattimento del jet di Mosca da parte dell’esercito turco. Mentre Mosca pensa a sollevare l’ipotesi di sanzioni contro Ankara davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, in mare viene sfiorato un nuovo incidente. Dopo i colpi d’avvertimento sparati domenica da una fregata russa nell’Egeo per evitare la collisione con un peschereccio turco (il comandante smentisce però di aver sentito avvisi o spari contro la barca), nel Mar Nero un mercantile turco è costretto a cambiare rotta da due navi militari russe di scorta a un rimorchiatore che trasporta due piattaforme petrolifere. I servizi segreti di Mosca ridimensionano però l’episodio: nessun tentativo di ostacolare il convoglio, la distanza tra le imbarcazioni era superiore alle due miglia marine. (Maria Rosa Tomasello)

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POLITICA E IMPEGNO MILITARE PER UN «RUOLO GUIDA» IN LIBIA

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 16/12/2015

   Il negoziato sulla Libia ci ha insegnato nell’ultimo anno che gli annunci valgono poco e le illusioni durano pochissimo. Avrà miglior sorte la firma dell’accordo per un governo unitario?

   Forse sì, perché dai tempi della interminabile mediazione León che l’Italia ha sin troppo appoggiato la «questione libica» ha subìto una forte e determinata accelerazione. C’è stata la strage di Parigi. Si è consolidato il caposaldo Isis di Sirte, che controlla oltre duecento chilometri di costa e tende ad allargarsi verso le zone petrolifere. Sono scesi in campo, soprattutto, gli Stati Uniti, che non vogliono l’apertura di un nuovo fronte del Califfato proprio davanti a una fragile e vulnerabile Europa.

   Tutte urgenze che ovviamente l’Italia condivide, e che hanno trovato riscontro nel vertice di Roma presieduto appunto da Usa, Italia e Onu. Nessuna di queste tre parti ignora che il nuovo governo libico, se nascerà, avrà una base popolare, parlamentare e militare troppo ristretta. Nessuno ignora che i parlamenti di Tripoli e forse anche di Tobruk potrebbero votargli contro.

   Tutti capiscono che in Libia contano le intese con le tribù e ancor più con le milizie armate, non le firme su un pezzo di carta. Ma il tentativo in corso non è per questo un errore. Il nuovo mediatore Martin Kobler doveva forse ricominciare a tessere una tela tanto conflittuale e frastagliata da non avere alcuna probabilità di reggere, lasciando che gruppi di interesse, milizie e interessi personali (oltre all’Isis) tenessero in ostaggio l’Occidente a tempo indeterminato?

   Il calendario ultraveloce deciso a Roma (firma il 16 in Marocco, ricorso all’Onu forse già il 24) ha il merito di rovesciare un tavolo ormai non più tollerabile. Ma comporta due fondamentali consapevolezze, in assenza delle quali l’iniziativa fallirà e provocherà danni ancora maggiori rispetto a quelli odierni.

   Il patto unitario dovrà rimanere aperto a chiunque voglia aderire in un secondo tempo. Il dialogo costruttivo da tempo avviato con la milizia di Misurata dovrà fare scuola presso le altre milizie, a cominciare da quella, divisa al suo interno, di Zintan.

   Al generale Haftar, autentico guastafeste nominato ministro della Difesa dal parlamento di Tobruk, dovrà essere offerto un ruolo di compromesso accettabile anche per le milizie di Tripoli. Sarà essenziale far affluire aiuti economici targati Europa, Fondo Monetario e Banca mondiale per dimostrare che il nuovo accordo è nell’interesse concreto dei più.

   E sarà essenziale interrompere davvero i «contributi» provenienti attraverso canali nascosti da ben noti Paesi (Turchia, Egitto, Emirati, Qatar) che hanno sin qui soffiato sul fuoco. Invece di battersi per i soldi come fanno oggi, i libici dovranno essere convinti a fare la pace per i soldi.

   Ma soprattutto, si dovrà essere pronti ad applicare la risoluzione che attende in rampa di lancio al Consiglio di sicurezza. La legalità internazionale sarà a quel punto garantita anche se molti occhi dovranno essere chiusi sulla natura del nuovo governo libico, ma per fare cosa? È risaputo che Gran Bretagna, Francia e Usa stanno valutando iniziative militari mirate (non parliamo di una missione di peace enforcing , che comporterebbe l’utilizzo di decine di migliaia di uomini) .

   E L’Italia, cui Obama si è appena riferito prevedendone l’ulteriore aiuto nella lotta contro l’Isis? Dall’addestramento delle forze libiche alle incursioni sulle coste e nei porti tenendo d’occhio il problema dei migranti che tanto ci riguarda, il tempo delle scelte si è fatto improvvisamente vicino. Il primo interesse nazionale dell’Italia è in gioco, e quel «ruolo guida» che il governo ha reclamato in Libia dovrà trovare riscontri convincenti. Non obbligatoriamente militari, ma anche militari se le circostanze lo imporranno. (Franco Venturini)

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SCHEDA “per saperne di più”

Il potere delle istituzioni riconosciute dalla comunità internazionale

(da “Internazionale” del 11/12/2015)

Tobruk, nella costa orientale del paese vicino al confine con l’Egitto, è sede del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato eletto l’anno scorso. Il governo guidato dal primo ministro Abdullah al Thinni ha sede nella città di Beida. Può vantare il sostegno esterno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, e interno dei reduci dell’esercito regolare libico guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico giurato di ogni fazione jihadista o islamista.

Nonostante ciò, questo esecutivo controlla solo una parte del territorio nazionale, che corrisponde alla maggior parte della Libia orientale (Cirenaica), oltre alla regione del Gebel Nefusa nell’ovest, sotto il controllo delle milizie alleate di Zintan. Non controlla comunque le grandi città di Derna e Bengasi, dove combatte contro milizie qaediste e islamiste. Ha istituito una banca centrale parallela, ha nominato un proprio direttore della compagnia petrolifera nazionale e ha avviato procedimenti giudiziari nei tribunali internazionali per ottenere il controllo dei beni libici all’estero. Per ora il patrimonio e le istituzioni finanziarie principali restano nelle mani delle autorità di Tripoli.

Il ruolo futuro del generale Haftar, un controverso comandante militare che servì l’ex dittatore Muammar Gheddafi, è stato uno dei nodi fondamentali durante il negoziato politico per mettere fine al conflitto. Da alcuni, Haftar è visto come l’incarnazione di una controrivoluzione che punterebbe a ripristinare un regime autoritario.

La posizione dell’amministrazione di Tripoli

Sostenute da una serie di gruppi armati, alcuni dei quali di impronta islamista, le autorità di Tripoli hanno preso il controllo della capitale nell’agosto del 2014 e sono guidate da Khalifa al Ghwell, il primo ministro nominato dal congresso nazionale generale, il parlamento uscente che sta estendendo il suo mandato invece di lasciare il potere dopo aver perso le elezioni dell’anno scorso. I suoi sponsor internazionali sono il Qatar e la Turchia. Tra le autorità di Tripoli ci sono politici che hanno sostenuto con fermezza il negoziato delle Nazioni Unite e oltranzisti che pretendono più garanzie prima di essere disposti a qualsiasi concessione di autorità.

Alba libica, una coalizione di milizie sotto il comando delle autorità di Tripoli, nell’ultimo anno si è smembrata in una serie di fazioni, alcune delle quali sostenevano il processo dell’Onu. Anche le autorità di Tripoli, come le rivali dell’est, sono costrette a combattere in diverse zone sotto il loro controllo contro le milizie locali. Tra i gruppi armati presenti nella capitale, ci sono milizie islamiste oltre a migliaia di combattenti provenienti dalla città autonoma di Misurata, a sua volta un importante soggetto politico e militare dalla fine del regime di Gheddafi. Le brigate di Misurata hanno infatti avuto un ruolo fondamentale nella rivolta del 2011.

La minaccia del gruppo Stato islamico

Jihadisti stranieri e combattenti libici di ritorno dalla Siria e dall’Iraq si sono riversati nell’ultimo anno a Sirte, la città costiera 250 chilometri a est da Misurata, ex roccaforte di Gheddafi. Ora è considerata una colonia del gruppo Stato islamico (Is) in una posizione strategica non lontana dai giacimenti petroliferi. L’Is controlla circa 300 chilometri della costa libica. Un recente rapporto dell’Onu ha riferito che i suoi combattenti in Libia sono tra i duemila e i tremila, di cui 1.500 solo a Sirte, e che il paese rappresenta, nell’ottica jihadista, un potenziale rifugio incontrollato molto vicino all’Europa.

La presenza dello Stato islamico in Libia è una fonte di instabilità anche oltre i confini libici. I jihadisti tunisini che si sono addestrati con il gruppo hanno condotto gli attentati al museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse che quest’anno sono costati la vita a decine di persone. Ma la capacità di espansione dell’Is in Libia non è illimitata secondo il rapporto delle Nazioni Unite. Il gruppo infatti vanta alleati come la rete di Ansar al Sharia, ma anche diversi oppositori tra le milizie jihadiste locali. A giugno è stato cacciato dalla città orientale di Derna da un gruppo affiliato ad Al Qaeda, e a Sirte subisce frequenti bombardamenti aerei dall’aviazione del generale Haftar e sporadici attacchi dalle brigate di Misurata che comunque non sembrano averlo indebolito.

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VERSO SABRATA

– L’Isis minaccia il gioiello libico –

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 13/12/2015

– L’Isis avrebbe fatto irruzione a Sabrata, gioiello archeologico sulla costa a una settantina di chilometri a ovest di Tripoli e a circa 60 dal confine con la Tunisia. Una sortita dimostrativa alla vigilia del vertice a Roma-

   L’Isis minaccia la «Palmira libica» tesoro di rovine romane sul mare. La notizia è di quelle che fanno paura: Isis avrebbe fatto irruzione a Sabrata, città ricca di resti archeologici sulla costa una settantina di chilometri a ovest di Tripoli e a circa sessanta dal confine con la Tunisia.

   Se fosse vero, sarebbe molto grave. Ma proprio per questo va letta con estrema cautela. Ci sono forze in Libia e tra i ranghi dell’estremismo islamico, e non solo, molto interessate a diffondere il panico. Forse non è un caso che il grido d’allarme giunga a ridosso del summit internazionale sulla Libia a Roma.

   In ogni caso, le informazioni che arrivano dal Paese sono come al solito confuse e corrispondono al caos imperante, dove i due governi rivali di Tobruk e Tripoli non solo restano in lotta tra loro, ma appaiono sempre più divisi internamente e in netta perdita di autorità.

   Con il risultato allarmante di lasciare spazio all’infiltrazione di Isis da Siria e Iraq, o di piccoli gruppi locali desiderosi di apparire molto più forti di quanto non siano in realtà. Vediamo dunque di capire cosa accade. Le agenzie internazionali segnalano che una trentina di pick-up con la bandiera nera del Califfato sarebbero arrivati al cuore della città costiera piazzando posti di blocco volanti.

   E ciò in risposta al supposto arresto da parte di una milizia locale di un paio di suoi militanti, pare un tunisino e un libico appena tornato dalla Siria dopo aver combattuto volontario con gli uomini di Al Baghdadi. Ieri fonti locali segnalavano che si sarebbe trattato di un’azione più che altro dimostrativa. Tanto che, dopo aver liberato i loro militanti e consumato alcune brevi rappresaglie contro le milizie rivali, gli uomini di Isis avrebbero sgombrato il campo.

   Tra le tante preoccupazioni c’è anche quella per il sito archeologico. Viste le barbare devastazioni in Siria e Iraq, è impossibile non ricordare che le rovine dell’antica città romana—con l’imponente teatro, il forum, le I resti II teatro, le vie colonnate, i templi: monumenti tra i più belli del Mediterraneo vie colonnate, le statue di marmo, il templi dedicati a Giove, Ercole, Iside, Serapide — sono tra le più belle del Mediterraneo meridionale.

   Qui, come del resto a Leptis Magna sulla strada verso Misurata e l’indimenticabile sito puntellato di teatri e un acquedotto funzionante dopo due millenni nella conca affacciata sul mare a Cirene, generazioni di archeologi italiani si sono succedute in missioni di scavo negli ultimi cento anni. Impossibile non domandarsi se la furia cieca e distruttrice di Isis non stia per scatenarsi anche contro i gioielli dell’archeologia libica, che tanto hanno in comune con la storia e la cultura della civiltà mediterranea.

   A rassicurare un poco resta comunque la ridda di informazioni contraddittorie. Secondo Libya Herald, uno dei più noti siti libici, a Sabrata si starebbero facendo la guerra milizie locali e il gruppo islamico di Ansar al Shariah. I militanti di Isis costituirebbero tuttora forze isolate. Elemento, questo, abbastanza credibile, visto che la roccaforte centrale di Isis nel Paese resta Sirte, quasi 500 chilometri più a est.

   La zona di Sabrata è inoltre circondata dalle milizie legate alla minoranza berbera asserragliata sulle montagne di Nafusa e nella cittadina di Zintan. E questa è alleata con il governo di Tripoli, motivata dalla necessità di controbattere alla deriva jihadista. Tante sarebbero dunque le difficoltà per Isis di espandersi sulla costa verso ovest, che punterebbe ora più a oriente. (Lorenzo Cremonesi)

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Intervista ad ANGELO DEL BOCA, storico del colonialismo italiano ed esperto del paese

«SULLA LIBIA L’OCCIDENTE SCORDA LE SUE RESPONSABILITÀ»

di Tommaso Di Francesco, da “il Manifesto” del 13/12/2015

   Abbiamo rivolto alcune domande sulla fase attuale della crisi libica ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e esperto di Libia. Mentre alla conferenza di Roma del 13 dicembre l’inviato di Ban Ki-moon, cioè dell’ONU, Martin Kobler ha annunciato che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, hanno raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre sarà sottoscritto in Marocco.

Come giudica l’ultimo annuncio di un accordo definitivo tra Tripoli e Tobruk per la costituzione di un governo unitario?

Kobler dichiara che siamo in ritardo, che «il tempo è scaduto». Come a dire che il precedente inviato dell’Onu Bernardino Léon ha a dir poco perso tempo, finendo poi al ben pagato servizio degli Emirati arabi che erano una parte del contendere per il loro sostegno agli integralisti. Del resto un accordo sul governo unitario è stato purtroppo annunciato più di sei volte e più di sei volte smentito dai fatti. La novità è che indubbiamente la pressione interna è più forte, lo Stato islamico infatti sembra essere arrivato non solo a Derna e Sirte ma a 70 km da Tripoli, nella stupenda Sabrata. Dobbiamo impedire che ripetano a Sabrata gli scempi fatti in Siria e Iraq, sarebbe un’offesa per la bellezza di quegli scavi e per tutta l’umanità. Dall’annuncio fatto e da tutti quelli falliti, sembra che le fazioni che si contendono il controllo della Libia siano solo due… È questo che mi lascia sgomento. Perché se anche si trovasse un accordo tra due parti ancora duramente nemiche, gli islamisti radicali di Tripoli e i «riconosciuti internazionalmente» filo-occidentali di Tobruk, ci sono in Libia decine e decine di altre fazioni tutt’altro che marginali che hanno scoperto il valore politico del petrolio. E che non smobilitano. Ecco perché RICONDURRE TUTTA LA QUESTIONE A SOLE DUE PARTI È QUANTOMENO RIDUTTIVO. Senza dimenticare le profonde divisioni e i condizionamenti delle due «firmatarie» dell’intesa del 16 in Marocco. Per esempio, a Tobruk il generale Khalifa Haftar, ex militare di Gheddafi poi passato alle direttive della Cia, non nasconde le sue mire egemoniche sul processo in corso, muovendosi con alle spalle il regime militare egiziano di Al Sisi, come una scheggia impazzita a partire dalla contesa città di Bengasi; dall’altra gli islamisti al governo a Tripoli sono fortemente condizionati da un’ala ancora più radicale, quella delle milizie di Misurata che hanno quantità ingenti di armi e miliziani super-addestrati; sono loro non dimentichiamolo che hanno ucciso Gheddafi. Oggi la Libia è un paese con una complessità di interessi da difendere che non smobilitano. Accordo o non accordo.

Non credi che nella fase attuale, dopo gli attentati di Parigi, ci sia un elemento in più di contraddizione? Parlo del nuovo protagonismo francese che ha cominciato a perlustrare e a bombardare obiettivi Isis a Derna e addirittura a Tobruk?

Sì, torna il protagonismo della Francia, stavolta motivato dalla tragedia subìta a Parigi. Tuttavia è un ritorno, perché fu proprio il protagonismo di Sarkozy a portarsi dietro tutta la Nato, compresa l’Italia e lo stesso Obama in prima battuta recalcitrante. La Francia non vuole perdere i suoi privilegi e in Libia punta sempre a sostituire la Total all’Eni. Ma dimentica che furono i suoi Mirage a stanare Gheddafi a Sirte, lì dove oggi c’è lo Stato islamico.

Perché tutti dimenticano le responsabilità occidentali nel disastro libico?

Una dimenticanza quantomeno colpevole. Così, se la dichiarazione di cautela «non vogliamo una Libia-bis» di Matteo Renzi è certo apprezzabile, lo è di meno quando riduce la responsabilità dell’Italia e dei governi occidentali alla «mancata ricostruzione». L’interesse italiano, europeo e americano per la Libia era ed è per il petrolio e per la crisi dei migranti. Oggi a questi due argomenti si aggiungono le milizie dell’Isis che qui abbiamo contribuito a far nascere. Raccontano che ora il califfo Al Baghdadi starebbe arrivando da Raqqa in Siria a Sirte, e non si dice che comunque passerebbe da corridoi «amici» in Turchia. Ma quel che non si ricorda è che lo jihadismo radicale è rinato in Libia con la distruzione dello stato di Gheddafi, qui sono nati i santuari di armi e milizie che si sono irradiati in Tunisia, a sud nell’Africa dell’interno e a nord-est in Siria e in Iraq. Delle nostre responsabilità si tace. Come dell’11 settembre 2012 a Bengasi, quando gli stessi jihadisti prima coordinati dall’intelligence Usa guidata in Libia da Chris Stevens, sfuggiti al controllo americano, hanno ucciso in un agguato l’ex coordinatore Cia Chris Stevens nel frattempo diventato ambasciatore degli Stati uniti in Libia. E’ una storia che rischia di compromettere la candidatura di Hillary Clinton che preferiamo tacere. Come regna il silenzio sull’agire di Europa e Usa nella destabilizzazione della Siria dall’autunno 2011 al 2014 «perché Assad se ne deve andare». Solo che in Siria non sono riusciti a fare quello che hanno fatto in Libia.

Nei giorni scorsi Ong umanitarie hanno ricordato della salute di Seif Al Islam il figlio di Gheddafi, detenuto a Zintan. E plenipotenziari di Tobruk sarebbero andati ad incontrarlo. C’è un ruolo in questa fase per Seif Al Islam?

Provocatoriamente si potrebbe dire che adesso tutti sono alla ricerca di «un Gheddafi». Come spiega l’oscuro episodio del sequestro e rilascio immediato di un altro figlio di Gheddafi, Hannibal, prelevato in Libano nella Bekaa da milizie sciite per via della sparizione in Libia nel 1978 dell’imam sciita Musa Sadr. Il fatto è che all’Italia e all’Occidente serve un interlocutore libico. Il governo unitario in Libia ci serve strumentalmente per fermare il flusso dei disperati in fuga da guerre e miseria, per dichiarare la «guerra agli scafisti» (dagli effetti collaterali annunciati) e per allontanare l’Isis. È fondamentale un interlocutore — come facevamo con Gheddafi — che fermi anche in campi di concentramento i profughi. E che magari combatta, come faceva il Colonnello libico, l’integralismo islamico armato. Cercano un altro Gheddafi, ma ora un interlocutore importante non c’è. Così torna interessante la figura del figlio Seif Al Islam, anche per la sua conoscenza degli integralisti islamici, uccisi e incarcerati dal padre e da Seif in gran parte liberati con amnistia per un tentativo di pacificazione interna. Non è esatto dire che Seif sia detenuto: formalmente agli arresti domiciliari dopo la cattura e l’uccisione del fratello e del raìs, di fatto è libero e protetto dalle milizie di Zintan. Che fanno riferimento al parlamento di Tripoli ma lo condizionano, contro l’alleata Misurata, in chiave anti-jihad. Credo che ora non sia possibile un accordo in Libia senza un coinvolgimento di Seif Al Islam.

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