L’ITALIA DI MEZZO e le altre MACROREGIONI POSSIBILI – Nel ridisegno territoriale della penisola italica, la riduzione delle Regioni e una nuova geografia verso sistemi regionali più confacenti, è necessità non più prorogabile. L’approccio all’unità tra TOSCANA, UMBRIA e MARCHE (“l’Italia di mezzo”) è un segnale forte

Giotto, “San Francesco d'Assisi dona il mantello al povero cavaliere” (una delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi), e Giotto ambienta l’episodio in campagna, sotto le mura di Assisi e vicino a un paesello umbro. - Per motivare la costituzione di un’unica MACROREGIONE fra Toscana, Marche e Umbria, il governatore della Toscana parte dal passato, dalle comuni radici anche culturali — da Giotto e San Francesco a Baldassarre Castiglione e Raffaello — e di armonico rapporto tra territorio ed uomo, per analizzare il Novecento, quando le tre regioni hanno dato vita al «capitalismo dal volto umano» (dal Corriere Fiorentino)
Giotto, “San Francesco d’Assisi dona il mantello al povero cavaliere” (una delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi), e Giotto ambienta l’episodio in campagna, sotto le mura di Assisi e vicino a un paesello umbro. – Per motivare la costituzione di un’unica MACROREGIONE fra Toscana, Marche e Umbria, il governatore della Toscana parte dal passato, dalle comuni radici anche culturali — da Giotto e San Francesco a Baldassarre Castiglione e Raffaello — e di armonico rapporto tra territorio ed uomo, per analizzare il Novecento, quando le tre regioni hanno dato vita al «capitalismo dal volto umano» (dal Corriere Fiorentino)

   “(…..) Con la Costituzione del 1948 LE REGIONI non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «COMPARTIMENTI»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali.

   Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’AGGRUPPAMENTO DI UN CERTO NUMERO DI PROVINCE FRA LORO FINITIME, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale.

   I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi. Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile.

   Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di ADEGUARE LA IRRAZIONALE e quindi inceppante – diciamo antistorica – RETE DELLA SUA ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra.” (LUCIO GAMBI, 1995, da “L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative”)

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In Italia si discute di rivedere i confini regionali, per iniziare a capire se UNA MACROREGIONE DALLA TOSCANA ALL'UMBRIA ALLE MARCHE, una regione che si affaccerebbe su due mari, possa nascere e come la si possa costruire
In Italia si discute di rivedere i confini regionali, per iniziare a capire se UNA MACROREGIONE DALLA TOSCANA ALL’UMBRIA ALLE MARCHE, una regione che si affaccerebbe su due mari, possa nascere e come la si possa costruire

   Nello scorso mese di ottobre sono stati fatti due passi avanti concreti per il ridisegno territoriale della nostra penisola italica, per la possibile e auspicabile trasformazione (e riduzione) delle attuali regioni in MACROREGIONI. Cioè creando degli accorpamenti che siano consoni a territori con vocazioni più o meno simili, o perlomeno che si integrano tra loro per la vicinanza e collocazione geografica.

   I due passi in avanti sono: la presa di posizione dei tre governatori di Umbria, Marche e Toscana (su proposta di quest’ultimo) di creare, mano a mano, con fatti concreti, una macroregione superando le attuali tre regioni dell’Italia centrale, proposta di macroregione che subito è stata chiamata, identificata, come “ITALIA DI MEZZO”. Dall’altro (cioè l’altro fatto rilevante di ottobre) è che al Senato il governo ha accettato un ordine del giorno nel quale si prospetta a breve il passaggio istituzionale dalle attuali venti Regioni a dodici, come prevede la proposta formulata da due deputati di maggioranza, Morassut e Ranucci (quest’ultimo è l’artefice dell’ordine del giorni di cui si diceva).

DODICI MACROREGIONI INVECE CHE VENTI. L’iniziativa parlamentare dei due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, ha compiuto un significativo passo avanti. L’ordine del giorno votato al Senato lo scorso 8 ottobre, infatti, è stato fatto proprio dal governo. E’ la conferma che non si tratta di una proposta solitaria di due parlamentari e che su di essa il governo voglia andare avanti. - L’accorpamento proposto da Ranucci e Morassut PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA E (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. - La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. - Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIVA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)
DODICI MACROREGIONI INVECE CHE VENTI. L’iniziativa parlamentare dei due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, ha compiuto un significativo passo avanti. L’ordine del giorno votato al Senato lo scorso 8 ottobre, infatti, è stato fatto proprio dal governo. E’ la conferma che non si tratta di una proposta solitaria di due parlamentari e che su di essa il governo voglia andare avanti. – L’accorpamento proposto da Ranucci e Morassut PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA E (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. – La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. – Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIVA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)

   Prendiamo i due avvenimenti, i due fatti, una alla volta e traiamo le nostre considerazioni.

   L’ipotesi dell’ITALIA DI MEZZO, cioè della Macroregione tra Umbria, Toscana e Marche è, come dicevamo, una proposta del governatore toscano Enrico Rossi, formulata all’origine attraverso una lettera al Corriere Fiorentino, nella quale prospettava (prospetta) una fusione delle tre regioni della cosiddetta «Italia di mezzo». Rossi parla di una macroregione «già in nuce nella storia d’Italia», di una «comunanza di arte e paesaggio», di un territorio «attraversato da fenomeni simili pur dentro la crisi». Difficile dargli torto da chi conosce pur minimamente (o vive in modo stabile) le realtà (paesaggistiche, storiche, economiche…) delle tre bellissime regioni di Toscana, Umbria, Marche. L’intento che muoveva (muove) Rossi è, in primis, quello di pesare di più in Europa: “In Europa noi incontriamo regioni di grande peso, mentre noi andiamo alle discussioni europee malmessi. Se andiamo così sparpagliati alla fine contiamo poco nel dibattito in cui si fanno le grandi scelte».(sempre riprendendo dal Corriere fiorentino).

   L’ITALIA DI MEZZO, una macroregione dalla Toscana all’Umbria alle Marche, una regione che si affaccerebbe su due mari, è qualcosa di interessante, stimolante nella crescita del concetto di “bellezza” (che adesso va molto di moda), e le possibilità politiche, concrete, sembra ora ci siano per realizzare questo progetto, questa proposta. Già a fine di ottobre, a Perugia, i tre governatori si sono incontrati e hanno già posto le basi per iniziare a parlare con una “lingua comune”, cominciando dai servizi da farsi insieme e dalla rappresentanza in Europa. Mettere assieme queste tre regioni significa creare una macroregione da oltre sei milioni di abitanti, il 10 per cento di tutta Italia e con il 12% del Pil nazionale.

   L’altro fatto di cui prima dicevamo assai importante è che l’8 ottobre scorso al Senato, mentre si stava discutendo la riforma costituzionale, tra voti segreti, accordi interni, opposizioni, ostruzionismi per fermare il progetto che porterà a un nuovo Senato delle Regioni, in un contesto assai tempestoso politicamente, il senatore dem Raffaele Ranucci ha presentato un ordine del giorno sull’accorpamento delle Regioni, immediatamente fatto proprio dal governo e dunque non messo al voto. Ciò significa che c’è un impegno preciso a trovare modi concreti per iniziare il percorso dell’istituzione delle macroregioni al posto delle attuali regioni.

La Francia dal 1° gennaio 2016 ridurrà le proprie da 22 a 13
La Francia dal 1° gennaio 2016 ridurrà le proprie da 22 a 13

   E si parte proprio dalla proposta dei deputati Morassut e Ranucci, che ipotizzano la riduzione delle Regioni dalle attuali 20 a 12. DODICI AREE OMOGENEE, secondo quanto affermato dai due deputati, PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia, Sardegna, Lombardia, manterrebbero il privilegio dello statuto speciale.

   Facciamo notare che trasformazioni territoriali, revisioni, a volte crisi e tensioni sui riassetti dei territori regionali, interessano tutt’Europa. Ad esempio già nel 2014 la Francia ha deciso di ridurre le sue Regioni da 23 a 12.

   Oltre alla necessità di tagliare i costi e la volontà di contare di più in Europa, c’è anche da dire che da noi le Regioni hanno subìto in questi anni una forte delegittimazione, e gli scandali finanziari non hanno agevolato certo la loro già scarsa autorevolezza agli occhi dei cittadini. Pertanto il nuovo sviluppo non può essere dato da istituzioni territoriali vecchie, superate, e quasi sempre contenitori di rendite di posizioni, sprechi, parassitismi. E con nessuna vera idea (e concretezza) sul da farsi per affrontare il “nuovo” futuro.

La MACROREGIONE dell'ITALIA DI MEZZO, che mette assieme TOSCANA, UMBRIA e MARCHE, è un percorso annunciato dal governatore toscano Enrico Rossi lo scorso 15 ottobre con un lettera manifesto e sancito, meno di un mese dopo, in UN INCONTRO A PERUGIA TRA LO STESSO ROSSI E I COLLEGHI GOVERNATORI LUCA CERISCIOLI (MARCHE) E CATIUSCIA MARINI (UMBRIA)
La MACROREGIONE dell’ITALIA DI MEZZO, che mette assieme TOSCANA, UMBRIA e MARCHE, è un percorso annunciato dal governatore toscano Enrico Rossi lo scorso 15 ottobre con un lettera manifesto e sancito, meno di un mese dopo, in UN INCONTRO A PERUGIA TRA LO STESSO ROSSI E I COLLEGHI GOVERNATORI LUCA CERISCIOLI (MARCHE) E CATIUSCIA MARINI (UMBRIA)

   Ad esempio se andiamo a vedere qual è e qual è stata la gestione delle risorse ambientali da parte delle Regioni, quasi sempre ci arrabbieremo (edificazioni diffuse e problematiche con le leggi urbanistiche emanate; la montagna abbandonata lasciata alla speculazione immobiliare, aree costiere rovinate dal cemento, attività di cava senza regola, indiscriminata; nessuna attenzione al dissesto idrogeologico, eccetera …).

   Ma le difficoltà delle Regioni non si fermano ai piani ambientali, paesaggistici, all’edilizia, all’urbanistica… E’ così che nuove reti economiche, sociali, della green economy, delle comunicazioni, del “fare squadra” (tutte cose di cui si parla nel primo articolo proposto in questo post il sociologo Aldo Bonomi), non possono che nascere da un conteso territoriale diverso dalle obsolete regioni, più ampio e confacente ai tempi (abbiamo voluto citare l’illustre geografo Lucio Gambi che nel 1995 mostrava dubbi già allora sull’assetto territoriale dato dalle regioni, inadeguato secondo lui ad affrontare lo sviluppo e gli asseti equilibrati dei territori)

   Il dibattito sulla creazione delle macroregioni non può comunque essere solo politico-istituzionale (coinvolgere cioè il Parlamento, i consigli regionali…). Ma dovrà interessare tutta la società, il mondo economico, culturale, associativo… Non dovrà essere una soluzione calata dall’alto né il frutto di un laboratorio. I tempi per una riforma, però, sono maturi

   In ogni caso ci si dovrà porre tempi e scadenze certe, perché lo scioglimento delle attuali regioni in più confacenti MACROREGIONI non può aspettare ancora troppo tempo (cioè bisognerebbe far presto, pur somatizzando la cosa, discutendola pubblicamente). (s.m.)

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MICROCOSMI – LE TRACCE E I SOGGETTI

L’ITALIA DI MEZZO AREA LABORATORIO PER LO SVILUPPO LOCALE

di Aldo Bonomi, da “il Sole 24ore” del 20/12/2015

   Le recenti elezioni amministrative tenutesi in Francia ci hanno fatto scoprire che le regioni d’Oltralpe sono passate nel 2014 da 22 a 13. In Germania, dove i Laender sono attualmente 16, assistiamo ad un dibattito sulla riduzione del loro numero in virtù della richiesta da parte dei più piccoli di aggregarsi per pesare di più a livello nazionale ed europeo.

   Anche in Italia si è avviato un dibattito intorno alla riaggregazione delle regioni (di Morassut-Ranucci) che ipotizza la loro riduzione dalle attuali 20 a 12.Oltre alla necessità di tagliare i costi e la volontà di contare di più in Europa, in Italia vi è un ulteriore elemento da tenere in conto, la forte delegittimazione alla quale sono andate incontro le Regioni negli ultimi anni, nell’oscillazione del pendolo tra centralismo e territori.

   Ma non tutto è immobile sui territori. Avendola studiata nelle sue fasi di ideazione, mi pare utile evidenziare il percorso avviato intorno alla macroregione dell’ITALIA DI MEZZO, che mette assieme TOSCANA, UMBRIA e MARCHE. Un percorso annunciato dal governatore toscano Enrico Rossi lo scorso 15 ottobre con un lettera manifesto e sancito, meno di un mese dopo, in un incontro a Perugia tra lo stesso Rossi e i colleghi governatori Luca Ceriscioli e Catiuscia Marini. Le linee di lavoro di quello che sulla stampa locale è passato come il PATTO DEL SAGRANTINO si snodano partendo dai due cardini richiamati sopra: la RIDUZIONE DELLA SPESA, con l’ipotesi di mettere insieme le centrali d’acquisto; l’AUMENTO DELLA CAPACITÀ DI NEGOZIAZIONE con Bruxelles, con la messa in comune dei fondi comunitari.

   Da qui si provano a gettare solide fondamenta per la futura casa comune. Si ragiona di come coniugare innovazione e inclusione, mettendo a frutto la storica dotazione di capitale di virtù civiche (Putnam) di questo pezzo d’Italia, avendo presente che senza un investimento nel rinnovamento di questo motore propulsivo si perderebbe un elemento di competizione e di coesione essenziale per il territorio.

   Insomma, senza una politica in grado di recepire e rilanciare il protagonismo e la voglia di futuro della società, non c’è futuro né per l’una né per l’altra. Si prende poi atto che per coniugare le due polarità non bastano le virtù civiche, occorre mettere in campo una capacità strategica di governare il rapporto con quello che chiamo CAPITALISMO DELLE RETI.

   Non siamo più solo ai tempi dei MITICI DISTRETTÌ INDUSTRIALI studiati e raccontati da Giacomo Becattini ogni anno ad Artimino e da Giorgio Fuà partendo dall’Istao. Ciò non significa che quell’eredità sia scomparsa, anzi: nella riconfigurazione drammatica di quel modello di sviluppo sta uno dei tondini di ferro delle fondamenta della nuova casa dell’Italia di mezzo. E nel capitalismo delle reti non vi sono solo le infrastrutture per la mobilità (la Fano-Grosseto e la relativa valorizzazione dei porti di Livorno e Ancona sull’asse Barcellona-Balcani-Kiev), ma anche la banda ultralarga, fondamentale per connettere le reti tra le filiere d’impresa del Made in Italy e per accelerare la messa a valore della “GRANDE BELLEZZA”.

   Quella grande bellezza italica censita dall’Istat che qui ha il suo maggior nucleo dispiegato, le sue potenzialità maggiori sia sotto il profilo del patrimonio che in termini di imprenditorialità culturale. Un’imprenditoria culturale non rinchiusa nel perimetro dell’industria culturale in senso stretto, ma che deborda e attraversa tutto il tessuto produttivo, investendo anche l’eredità distrettuale.

   L’Expo ci ha insegnato che l’AGRICOLTURA è profondamente impregnata di CULTURA, così come lo è la MANIFATTURA che qui intreccia MANUALITÀ ARTIGIANA, attitudine creativa e naturale propensione alla comunicazione d’impresa. ATTRAVERSO LA CULTURA SI FA ECONOMIA, si veda il prototipo di Distretto culturale evoluto promosso dalle Marche dal 2012, MA SI FA ANCHE SOCIETÀ.

   Notevolissimo è infatti il numero di associazioni e fondazioni cresciute intorno al patrimonio culturale che alimentano la trama della partecipazione sociale minuta e che fanno da brodo di coltura per LA FABBRICA TERRITORIALE 4.0 DELLA GRANDE BELLEZZA.

   C’è poi tutto il ragionamento, anch’esso sul tavolo della riflessione tra i governatori, della GESTIONE DELLE RISORSE AMBIENTALI, consustanziali alla salvaguardia, la manutenzione e lo sviluppo della dimensione del paesaggio antropico, cosa molto ben evidenziata, ad esempio, nel PIANO PAESAGGISTICO licenziato nei primi mesi dell’anno dalla Toscana.

   In questa visione le reti delle utilities, pur scontando ritardi nelle forme aggregative, rappresentano la leva per TRADURRE LA RETORICA DELLA GREEN ECONOMY IN PRATICHE CONCRETE di quella che chiamo SMART LAND e che oltre che con il Pil hanno a che fare con il BENESSERE EQUO SOSTENIBILE (Bes).

   Certo, capitalismo delle reti sono anche le banche, e in questo momento la lezione che viene dall’Italia di mezzo non è tra le migliori, a ricordarci che il capitale sociale non è «buono» per definizione quando si trasforma in localismo delle rendite. In questo senso le vicende di Banca Etruria e Banca Marche mi paiono entrare prepotentemente nell’agenda dei governatori.

   Poi ci sono le autonomie funzionali: Università e Camere di commercio. Così come nel Triveneto si parla di Politecnico del Nord Est, nell’Italia di mezzo si dovrebbe forse cominciare a ragionare di qualcosa di simile al POLITECNICO DELLA GRANDE BELLEZZA. D’altra parte le strutture delle Camere in accorpamento territoriale dovrebbero cominciare a riprogettare ruolo e funzioni rispetto ad un tessuto economico in profonda metamorfosi.

   Oltre alle emergenze il dialogo dei tre governatori per mangiare futuro deve coinvolgere un po’ tutto il sistema dei portatori di interessi territoriali. Non c’è idea dell’Italia di mezzo se non c’è anche una prospettiva di SOCIETÀ DI MEZZO adeguata ai tempi. Forse qui, più che altrove, c’è la possibilità di dimostrare che le rappresentanze socioeconomiche hanno capacità di esprimere una visione condivisa del futuro. Cosa affatto secondaria per comprendere se ce la faremo ad andare oltre la soglia della società dello «zero virgola» (Censis) alla quale potremmo essere condannati. (Aldo Bonomi)

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ROSSI: LA MIA ITALIA DI MEZZO FATTA DI STORIA E DI ECONOMIA

dal sito http://corrierefiorentino.corriere.it/ del 27/10/2015

   Enrico Rossi rilancia sull’«Italia di Mezzo», una macroregione formata da Toscana, Umbria e Marche. E lo fa con un manifesto amministrativo e politico, con un possibile calendario in vista della fusione, indicando alcune priorità e le linee guida del processo, approfondendo il dibattito sul «Corriere Fiorentino».

   Il governatore della Toscana parte dal passato, dalle comuni radici anche culturali — da Giotto e San Francesco a Baldassarre Castiglione e Raffaello — e di armonico rapporto tra territorio ed uomo, per analizzare il Novecento, quando le tre regioni hanno dato vita al «capitalismo dal volto umano».

   E su questa base si è inserita una cultura politica condivisa che ha governato le amministrazioni locali e le regioni dell’Italia di Mezzo attraverso uno straordinario collante di interessi pragmatici e valori e ideali ed il nuovo millennio e approdare al futuro prossimo».

   Futuro, racchiuso in una sfida: «Non faremo passi avanti se la politica non costruirà un’alleanza con la parte più forte e dinamica della società, per promuovere e includere chi è più debole. Questa operazione è squisitamente politica ed è possibile affrontarla a condizione di fare scelte coraggiose e nuove. La prima è introdurre una discontinuità nelle vecchie alleanze territoriali. Il tema della dimensione istituzionale di queste scelte — che in Toscana abbiamo in gran parte compiuto — non è ininfluente».

   E, sottolinea il governatore, «nessuna regione dell’Italia di Mezzo può da sola ambire a raggiungere la massa critica necessaria». La posta in gioco è alta: «Una macro regione dell’Italia di Mezzo avrebbe ben altro peso in Europa. Anche verso i grandi gestori nazionali di servizi, potrebbe contare di più. Autostrade, ferrovie, servizi bancari, investimenti pubblici corrono sempre più il rischio di essere condizionati nelle scelte da regioni più grandi».

   Rossi delinea poi alcune priorità e ribadisce: «Solo un regionalismo “differenziato” può mettere al sicuro il Paese dal rischio di una rottura del suo fragile equilibrio». E pensa al dopo referendum sulla Costituzione, previsto nel 2016, per avviare il percorso che porti alla costruzione dell’«Italia di Mezzo». (….)

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I PRIMI PASSI DELL’ITALIA DI MEZZO: UN PATTO PER POLITICHE CONDIVISE E SERVIZI COMUNI

21/11/2015, scritto da Walter Fortini, da http://www.toscana-notizie.it/

PERUGIA – Insieme è meglio per tutti. I presidenti di Toscana, Umbria e Marche sottoscrivono quello che loro stessi hanno definito oggi, scherzando con i giornalisti incontrati a Palazzo Donini a Perugia sotto un cielo piovigginoso,  “il patto del Sagrantino”, vino rosso umbro con cui  hanno brindato a pranzo.

   L’accordo a cui hanno dato il via libera è un doppio binario, con un occhio volto al presente e l’altro puntato un po’ più avanti nel tempo, strabico come deve essere la politica. Subito al lavoro dunque per un progetto concreto di collaborazione tra le tre Regioni, che possa mettere insieme ad esempio centrali acquisti e enti pagatori, servizi e politiche di programmazione, la gestione dei fondi comunitari o la forza di tre economie a vantaggio di export, turismo e internazionalizzazione.

   Subito al lavoro insieme soprattutto in Europa, con un’alleanza che deve dare i primi frutti entro il 2018 quando l’Unione europea rivedrà la ripartizione dei fondi, ma in parallelo un dibattito non astruso e che coinvolga dal basso le tre comunità, con lo sguardo volto più avanti e sapendo che in Italia si discute di rivedere i confini regionali, per iniziare a capire se una macroregione dalla Toscana all’Umbria alle Marche, una regione che si affaccerebbe su due mari, possa nascere e come la si possa costruire.

   Oggi a Perugia l’Italia di Mezzo prefigurata dal presidente Rossi ha mosso i suoi primi passi concreti. Una macroregione da oltre sei milioni di abitanti, il 10 per cento di tutta Italia e con il 12 % del Pil nazionale. L’attende appunto un doppio percorso – “una riforma prima sostanziale che istituzionale” – ma è un percorso concreto, tant’è che i tre presidenti si sono impegnati  a presentare subito a gennaio, dopo l’approvazione dei bilanci, un documento ai rispettivi consigli regionali. Un testo breve, ma chiaro.

   “Lavorare da subito insieme – spiega Rossi, che un mese fa aveva lanciato l’idea di un’alleanza tra le  tre regioni – vuol dire ad esempio gestire in modo coordinato i fondi comunitari o presentarsi con progetti condivisi all’Unione europea, dove se due regioni o meglio tre si presentano insieme sono subito ascoltate dal direttore generali”.

   “Lavorare insieme – aggiunge – vuol dire fare squadra sull’internazionalizzazione o il turismo”. In qualche caso si potrebbe anche partire domani, in altri servirà un passaggio nazionale. “Anche sull’agenda digitale (che significa migliori servizi e infrastrutture informatiche per cittadini e imprese ndr) i vantaggi potrebbero essere immediati” prosegue Rossi. E lo sottolinea anche il presidente delle Marche, Luca Ceriscioli. “Un piano unico per la banda ultra larga tra Umbria, Toscana e Marche ha evidentemente un peso diverso”.

“Migliori servizi e migliore proiezione internazionale  – ripete la presidente dell’Umbria, Catiuscia Marini, nel fare gli onori di casa – Sono questi gli obiettivi che guideranno la nostra scaletta di lavoro”. Costi minori e magari qualche riverbero anche sull’occupazione. “Mettere al centro le persone – ribadiscono – senza per questo dover rinunciare a niente”. Senza obblighi perché “siamo Regioni con i conti a posto”, ma semplicemente convinti di far una cosa utile.

   Sotto la volta affrescata della sala giunta di Palazzo Donini i tre presidenti parlano all’unisono, si citano e si prestano più volte le parole. Non emergono sfumature diverse. Una casa nuova, dicono, non si può che costruire su solide e buone fondamenta: inutile pensare ora ai comignoli. E le fondamenta si costruiscono lavorando su questioni concrete.

   Il dibattito su un’unica macroregione, sottolineano, dovrà coinvolgere i consigli regionali ma anche il mondo delle imprese. Non dovrà essere una soluzione calata dall’alto né il frutto di un laboratorio a freddo.

   “Venti regioni in Italia penso che oggi siano troppe” confessa Rossi. “Intanto – prosegue, guardando all’oggi – si potrebbe da subito dar vita ad un’unica centrale acquisti per la sanità” dice Rossi. Una sanità  di tre regioni virtuose e tra i primi cinque posti della graduatoria nazionale. Artea, l’ente pagatore della Toscana, potrebbe svolgere lo stesso compito anche per Umbria e Marche, dove gli agricoltori e i destinatari dei contributi e fondi europei sono costretti adesso a tempi molto più lunghi dei toscani dovendosi affidare al ministero.

   Di questo e di altre possibili declinazioni concrete i tre presidenti hanno parlato a tavola per un paio di ore, tra un antipasto di torta al testo e una tagliatella al tartufo. Un pranzo leggero, fitto di parole. E naturalmente hanno parlato anche di infrastrutture, a partire dall’incompiuta Grosseto-Fano su cui la prossima battaglia dovrà essere quella di farla rientrare tra i corridoi direttamente finanziati dall’Europa. “Ma per far questo – ricorda Rossi – occorre  presentarsi all’Europa uniti e con priorità condivise, Tre regioni insieme possono ottenere i miliardi comunitari per costruire il sottocorridoio mediterraneo Kiev-Lisbona passando da Ancona a Livorno fino alla Spagna: soldi per le strade ma anche per i porti”.

   “Ci uniscono la storia e l’economia, un’identità di paesaggio e l’agricoltura” conclude il presidente. Anche le imprese del settore della moda o della casa sono un tratto condiviso tra Toscana, Umbria e Marche.. “Ma abbiamo allo stesso tempo problemi comuni che possiamo affrontare insieme – rimarca – e da lì vogliamo partire”: In attesa di quella casa nuova da costruire che, scherzano i tre presidenti,  non potrà che avere  sul tetto i coppi in cotto.

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ITALIA PIÙ SEMPLICE: PROSSIMA TAPPA, DIMINUIRE LE REGIONI

di Federica Fantozzi, da “l’Unità” del 26/10/2015

– Da 20 a 12: il governo (incassato l’ok del Parlamento) prepara il tavolo coi Governatori. Meno sprechi per almeno 2 miliardi –

   Il segnale dell’accelerazione da parte di Palazzo Chigi è arrivato all’improvviso, in modo apparentemente casuale. L’8 ottobre l’aula del Senato stava discutendo la riforma costituzionale, tra voti segreti, accordi interni con la minoranza del Pd, barricate della Lega e aventini dell’opposizione. Quando il senatore dem Raffaele Ranucci ha presentato un ordine del giorno sull’accorpamento delle Regioni, immediatamente fatto proprio dal governo e dunque non messo al voto.

   Stupore generale, ma il fatto è stato presto dimenticato nella discussione al calor bianco sulla nuova architettura istituzionale. In realtà, la sponda del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi è stata tutt’altro che estemporanea. Il progetto c’è ed è organico, pronto ad entrare in campo. Nasce dalla proposta di legge dello stesso Ranucci – che ha ritirato un emendamento ad hoc in modo che la materia possa essere affidata alla valutazione della commissione Affari Regionali, una “bicameralina” di rango costituzionale – e del deputato Roberto Morassut. Punta ad accorpare le venti Regioni esistenti in dodici macro-Regioni a seconda di abitanti e spesa pro capite, con le aggregazioni decise anche sulla base degli studi storici della Fondazione Agnelli. Dodici aree, omogenee per «storia, area territoriale, tradizioni linguistiche e struttura economica» capaci di garantire risparmi, minore burocrazia, semplificazione amministrativa.

   Il timing scatterà dopo l’approvazione finale della riforma costituzionale, di cui questa potrebbe costituire una costola. A breve però il governo potrebbe incardinare un tavolo con le Regioni. «È la vera grande riforma del nostro Paese – commenta Ranucci – Regioni più forti ci renderanno più competitivi in Europa. Del resto, la Francia ha appena ridotto le sue da 23 a 12».

   Parola d’ordine, evitare spaccature: «Rispetteremo le autonomie locali. Gli statuti speciali a volte diventeranno Province. Credo che si troveranno convergenze sia in Forza Italia che nella Lega. Calderoli non è affatto contrario…». Un piano che potrebbe incarnare anche una seconda fase della spending review che al momento veleggia un paio di miliardi di euro sotto i dieci sperati dai commissari Yoram Gutgeld e Roberto Perotti.

   Si calcola che il costo complessivo dei consigli regionali ammonti a circa 1.160 milioni di euro mentre l’aggregazione potrebbe farne risparmiare allo Stato almeno 400 milioni. I promotori della proposta di legge calcolano fino a due miliardi in meno. Ma ci sono studi che, partendo da risparmi sulla sanità che rappresenta l’80% della spesa regionale, ipotizzano cifre come 14-16 miliardi di spese minori. Fatto salvo il destino dei dipendenti, che hanno un loro costo, e che come si è visto nell’abrogazione delle Province, non è facile spostare ad altri compiti.

   I tempi per una riforma, però, sono maturi. Partendo anche dal fallimento della riforma del Titolo V prima e della devolution poi, le attuali Regioni barcollano sotto il peso dei debiti. L’ultimo caso è il Piemonte. Non solo non funzionano più, ma non riescono nemmeno a rappresentare l’interezza dei loro territori, il cui volto è profondamente cambiato con l’urbanizzazione sempre più intensa. E del resto, il sistema delle Regioni incarna, non da oggi, anche agli occhi dei cittadini un buco nero di sprechi, inefficienze e scandali politici. (Federica Fantozzi)

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MACROREGIONE: LA SFIDA DEL VENETO

di Angela Pederiva, da “il Corriere del Veneto” del 28/10/2015

– Un ente unico con Trentino e Friuli –

   Si fa presto a dire Nordest. Ma se si vorrà davvero fare il Triveneto, inteso come macro-area disegnata dalla proposta di legge dem Ranucci-Morassut e recepita lo scorso 8 ottobre dal governo attraverso un ordine del giorno, bisognerà convincere il Trentino Alto Adige ed il Friuli Venezia Giulia a stare con il Veneto.

Dalle Province e dalla Regione autonome è infatti già in corso una levata di scudi, che oltretutto apre un caso nel Partito Democratico, visto che l’ala veneta è assolutamente favorevole all’ipotesi invece respinta dalle propaggini trentine e friulgiuliane dello stesso Pd.

   Già quando un mese fa la proposta era stata lanciata in solitudine dal triestino Ettore Rosato, capogruppo alla Camera, il gruppo consiliare provinciale del Trentino si era confrontato con la propria deputazione parlamentare e aveva gelidamente concluso di ritenere che «tale paventata eventualità sia così solo accennata da non richiedere alcuna presa di posizione specifica».

   Martedì 27 ottobre, nel giorno in cui il piano di ridurre le Regioni da 20 a 12 è tornato alla ribalta nazionale, un altro triestino come il senatore Francesco Russo è stato decisamente più esplicito nello spiegare i motivi della contrarietà: «Di fronte a un progetto che prevedrebbe la fusione del Friuli Venezia Giulia con il Veneto e il Trentino Alto Adige è possibile che la specialità dei nostri territori venga messa in discussione e il baricentro decisionale spostato verso il Veneto». Ecco il punto, al di là del tentativo di Debora Serracchiani, vicesegretaria nazionale del Partito Democratico e soprattutto presidente del Friuli Venezia Giulia, di smentire l’attualità politica del tema («il governo non ha in agenda nulla del genere e lo stesso vale per il Pd»).

   Dice Alessandra Moretti, capogruppo dem nel consiglio regionale del Veneto: «Giustamente la governatrice tutela gli interessi della sua Regione, ma forse dimentica che questa è una legislatura costituente, chiamata ad approvare importanti riforme istituzionali nell’ottica della razionalizzazione e dell’efficienza. Come appunto le macroregioni, dotate di un’ampia autonomia, capace di superare il concetto dello statuto speciale che non ha più ragioni, né storiche né economiche, per sussistere. È arrivato il momento che il Veneto possa competere ad armi pari, senza più subire la concorrenza sleale che viene esercitata oggi dal Trentino Alto Adige e dal Friuli Venezia Giulia. Capisco le motivazioni di appartenenza, ma ne discuterà il Parlamento». Dove il deputato veneziano Andrea Martella annuncia già il suo sostegno: «Una macroregione del Triveneto andrebbe ad azzerare quell’oggettivo divario tra Regioni a statuto speciale ed ordinario che non aiuta di certo a fare sistema e che spinge invece alcune aree alla conservazione di privilegi, ostacolando così un interesse omogeneo e diffuso di un’area che deve rilanciarsi e tornare ad essere veramente competitiva e strategica per l’Italia e l’Europa».

   Fin qui il centrosinistra. Ma il centrodestra? Potrebbe anche apprezzare l’idea, ma non si fida troppo. «Non ha senso ridisegnare i contorni se poi si svuotano di competenze i contenitori », afferma il leghista Roberto Ciambetti, col collega Nicola Finco che rincara: «Trentini e friulani non ci permetteranno mai di avere la loro stessa specialità, per cui tanto vale accorpare piuttosto le Regioni piccole e spendaccione come Molise e Basilicata». Sergio Berlato di Fratelli d’Italia ritiene invece «imprescindibile» la specialità, mentre per Antonio Guadagnini di Indipendenza Noi Veneto «l’unica soluzione è l’indipendenza», per l’appunto. Così alla fine a far asse col Partito Democratico potrebbe essere il Movimento 5 Stelle: «Noi crediamo negli Stati Uniti d’Italia – spiega il leader Jacopo Berti – e della macroregione Triveneto stiamo già ragionando coi nostri colleghi di Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia».

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L’ITALIA DI MEZZO

dal blog http://emiliodalessio.blogspot.it/, 28/10/2015

   Sull’unificazione di Toscana, Marche e Umbria il presidente Enrico Rossi fa sul serio. Il Corriere della Sera edizione Firenze ha pubblicato una lunga lettera del governatore, dal titolo “La mia Italia di mezzo fatta di storia e di economia”. Nell’articolo Rossi cita da Raffaello a Giotto, da Amerigo Vespucci a Matteo Ricci (l’esploratore), da Guido Piovene a Giorgio Fuà. E cita soprattutto il sociologo Aldo Bonomi, che da tempo parla di una “società di mezzo” e a sua volta cita Robert Putman quando dice che in Toscana, Marche e Umbria c’è “l’Italia più Italia”.

   “Nessuna regione dell’Italia di Mezzo può da sola ambire a raggiungere la massa critica necessaria. Una macro regione dell’Italia di Mezzo avrebbe con queste scelte ben altro peso in Europa” scrive Enrico Rossi. E aggiunge: “È ovvio che non faremo passi avanti se la politica non costruirà un’alleanza con la parte più forte e dinamica della società, per promuovere e includere chi è più debole. Questa operazione è squisitamente politica ed è possibile affrontarla a condizione di fare scelte coraggiose e nuove”.

   La proposta di Rossi è molto più sensata di quella grossolana di Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che accorpa territori disomogenei come il Reatino e il Montefeltro, ed è certamente utile ad approfondire il dibattito su un tema che sembra ormai ineludibile. La proposta Morassut-Ranucci sembra concentrata sulla creazione di un territorio esclusivo per Roma Capitale, smembrando il Lazio e buttando le altre provincie dove capita, in tre ambiti diversi.

   Altrove hanno già deciso: la Francia dal 1 gennaio 2016 ridurrà le regioni da 22 a 13, dopo un percorso faticoso e affatto condiviso da alcuni territori. Vero però che in Francia le regioni hanno un ruolo limitato e occupano solo il cinque per cento dei dipendenti dello stato.

   L’idea di Rossi piace al presidente delle Marche Luca Ceriscioli, che ha subito offerto la disponibilità ad iniziare un percorso comune, a partire dall’unificazione delle sedi di rappresentanza delle regioni a Bruxelles. “A condizione che le Marche restino unite” ha precisato Ceriscioli, bocciando l’ipotesi di Morassut-Ranucci che vorrebbe annettere la provincia di Pesaro all’Emilia Romagna.

   La proposta di Rossi è quella di un patto federativo, non di annessione. Mettere in comune gestione dei servizi, progetti infrastrutturali, promozione turistica. Ogni regione manterrebbe la sua autonomia, anche se inevitabilmente la “capitale ombra” sarebbe Firenze.

   Rossi prova anche a tracciare una tempistica, indicando un processo che potrebbe iniziare il prossimo anno, dopo lo svolgimento del referendum confermativo sulle riforme costituzionali. Da Marina di Carrara a San Benedetto del Tronto, da Gabicce a Capalbio. L’Italia di mezzo si può fare.

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vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/01/05/macroregioni-al-posto-delle-regioni-superare-al-piu-presto-le-obsolete-regioni-con-aree-territoriali-demograficamente-e-geomorfologicamente-omogene-e-il-progetto-macroregioni/

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“Ultimi viaggi nell’Italia perduta” di Raffaele La Capria

ITALIA, BELLEZZA STRUGGENTE E PERDUTA

di Carlo Vulpio, da “il Corriere della Sera” del 16/12/2015 

– Emozioni. Solo nell’anima dell’autore quei luoghi meravigliosi e «sacri» esistono ancora – La denuncia di Raffaele La Capria: siamo un popolo di scimmie che devasta il paesaggio –

   Sapevamo, o credevamo di essere «un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori», com’è scritto (da un discorso di Benito Mussolini del 1935) sulle quattro facciate del Palazzo della Civiltà del Lavoro, a Roma-Eur. Invece siamo «un popolo di scimmie», dedito allo «smantellamento brutale e alla distruzione metodica della bellezza, alla trasformazione di luoghi bellissimi in luoghi senz’anima», scrive, dispiaciuto e adirato come Achille, Raffaele La Capria in Ultimi viaggi nell’Italia perduta (Bompiani).

   Il viaggio di La Capria non è il Grand Tour di Montaigne e di Goethe — sempre citati e ovviamente guardati come punti di riferimento — ma è «un» viaggio, che, come quelli compiuti durante tutto il secolo XX dagli scrittori italiani e stranieri innamorati dell’Italia, privilegia un dato, un aspetto, un elemento, o anche soltanto una parola chiave.

   Quella di La Capria è «bellezza». Intesa non in senso puramente estetico, ma come la principale nota caratteristica della carta d’identità italiana, poiché nessun Paese al mondo ha un paesaggio così bello come quello italiano. È quindi naturale che sfregiare questa bellezza, «come accade sistematicamente da quarant’anni», significa devastare anche la vita sociale, «poiché il degrado ambientale è sempre accompagnato da un degrado umano».

   E anche quando può sembrare che il frenetico attivismo distruttivo di questo popolo di scimmie non riguardi ognuno di noi, dovremmo ricordarci che, volenti o nolenti, di questo popolo di scimmie anche noi facciamo parte.

   Quindi, «non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te», affermava John Donne nel celebre Nessun uomo è un’isola, che trecento anni dopo avrebbe ispirato a Ernest Hemingway il titolo del suo romanzo Per chi suona la campana. E la campana di La Capria suona a martello, avvertendo tutti dell’imminenza di un pericolo, di una catastrofe, almeno da cinquant’anni, da quando insieme con Francesco Rosi scrisse soggetto e sceneggiatura di un capolavoro del nostro cinema, Le mani sulle città , il cui tema è lo stesso che ricorre in gran parte di questo suo ultimo lavoro, e cioè «l’intreccio perverso di affarismo, politica e incultura». Ma Ultimi viaggi nell’Italia perduta è anche un libro delicato e struggente, perché è anche un viaggio di La Capria dentro la propria anima, l’unico luogo in cui quei paesaggi così belli da poter essere definiti «sacri» esistono ancora e suscitano emozioni così intense da essere insopportabili. E allora quella Bellezza sempre inseguita, che permea di sé certi luoghi, certe persone, certi momenti di vita quotidiana, può anche far piangere, immalinconire, perché forse non ti sei mai sentito pienamente degno di lei o perché quando riapri gli occhi vedi che quei luoghi non ci sono più o non sono più gli stessi, e nemmeno tu sai bene dove ti trovi e chi sei.

   La Capria sa che vale anche per lui ciò che lui dice degli altri suoi «compagni di viaggio» — Douglas, Gissing, D.H. Lawrence, C.S. Lewis, Horne Burns, Ungaretti, Comisso, Malaparte, Brandi, Ceronetti, Pasolini, Piovene, Antonio Cederna — e cioè che «se non si fanno altri danni è soltanto perché non ci sono altri danni da fare».

   E non nasconde la frustrazione che avvilisce lui, uomo del Sud, più degli altri, di fronte allo stupro del paesaggio, in un Paese che pure dice di volerlo tutelare con un articolo della Costituzione, e invece lo avvelena, lo abbruttisce, lo sconvolge con discariche, selve di pale eoliche, edilizia paranoica dentro e fuori le città.

   Com’è accaduto alla costa da Nisida a Capo Miseno, dove «una lapide nera avrebbe dovuto ricordare i nomi dei sindaci e dei pubblici funzionari che hanno concesso i permessi, per maledirli in nome del popolo italiano e additarli alla pubblica esecrazione». Ma non si dica che questo è l’urlo di un «nostalgico» contro gli stolti (e criminali) «disincantati».

   Perché se è vero che il popolo di scimmie si congratula con se stesso per la rovina di tutti, e quindi anche per la propria, una funzione il «nostalgico» oggi ce l’ha: «È quella di ripetere ostinatamente ai disincantati com’era pulito il mare quand’era pulito, com’era bella la giornata quand’era bella e com’era vivibile la città quand’era vivibile». (Carlo Vulpio)

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