IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE quest’anno è tratto da “L’ARMATA A CAVALLO” di ISAAK BABEL’ (del 1926) – un’INTERNAZIONALE DI UOMINI BUONI è la proposta del racconto: attuale la proposta e il contenuto, oltre la CRUDELTÀ dei tempi di allora, come adesso in tante parti del mondo

saak Babel e la moglie Antonina Pirozjkova
Isaak Babel e la moglie Antonina Pirozjkova

   Nel 1923 apparve sulla scena letteraria russa, sovietica più precisamente (ma non solo scena letteraria, anche sociale, mediatica di allora) uno scrittore di grande talento: ISAAK BABEL’. Nato a Odessa (città dell’Ucraina meridionale sul mar Nero) nel 1894 da una famiglia della borghesia ebraica, Isaak Emmanuilovic Babel approfondì fin da ragazzo la letteratura francese (Flaubert e Maupassant in particolare, e i suoi primi scritti sono in francese).

BABEL’ nasce a Odessa (città dell’Ucraina meridionale sul mar Nero) nel 1894
BABEL’ nasce a Odessa (città dell’Ucraina meridionale sul mar Nero) nel 1894

   Il suo è un virtuosismo letterario fatto di elementi raffinati (l’atmosfera tradizionale ebraica, la razionalità latina della letteratura francese, la capacità descrittiva e lo stile limpido preso da Flaubert…), tutti questi elementi in Babel si scontrano, o forse si mischiano, alla crudezza dei tempi in cui egli vive: la rivoluzione e gli eccidi, il popolo in miseria e fame, le difficoltà di un’epoca di grande depressione non solo in Russia (siamo negli anni venti del 900).

Il libro, edito da Einaudi
Il libro, edito da Einaudi

   Una crudezza inaudita per quelli uomini russi di allora, per quei giovani scrittori di quel tempo (che daranno vita alla letteratura cosiddetta “sovietica”, dal 1917 in poi) e che interpretano la realtà quasi sempre con grande pathos creativo e sentimento sincero di pace, giustizia… e con una forte vena critica, e pagano su se stessi la mano autoritaria del potere di allora. Sono costretti a esprimere creativamente e con forza nel loro modo di scrivere (nei romanzi, nei racconti, nelle poesie…) questa difficoltà a vivere nella illibertà e nelle condizioni economiche precarie dell’epoca. Babel è uno di questi.

Odessa, Scalinata Potemkin
Odessa, Scalinata Potemkin

   E nel racconto che vi proponiamo si parla di una proposta politica, culturale, umana, veramente rivoluzionaria, che nasce dal cuore e dallo spirito dello scrittore, ma che probabilmente molti sentivano e sentono ancora adesso (in varie parti del mondo, in quest’epoca anch’essa molto crudele) come una necessità di base, la vera soluzione al “problema”: cioè la creazione di un’INTERNAZIONALE DI UOMINI BUONI.

Scena dal film "L'armata a cavallo" - L'ARMATA A CAVALLO (Csillagosok, katonák) è un film ungherese diretto nel 1968 da MIKLÓS JANCSÓ e tratto dall'omonima opera letteraria scritta da Isaak Babel' nel 1926
Scena dal film “L’armata a cavallo” – L’ARMATA A CAVALLO (Csillagosok, katonák) è un film ungherese diretto nel 1968 da MIKLÓS JANCSÓ e tratto dall’omonima opera letteraria scritta da Isaak Babel’ nel 1926

   Là dove ogni tentativo politico, culturale, umano fallisce o fa fatica ad affermarsi (pensiamo alle tragedia dell’immigrazione del nostro presente) bisogna tornare ad affermare principi basilari di comportamenti solidali, appunto di bontà.

   E’ quel che fa dire e che fa pensare Babel all’ebreo Gedali nel racconto che vi proponiamo. Buona lettura. Buon Natale. (s.m.)

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L’EBREO GEDALI: UN’INTERNAZIONALE DI UOMINI BUONI

da “L’Armata a cavallo” di Isaac Babel

Alla vigilia del sabato mi tormenta la densa malinconia dei ricordi.

Quelle sere, in passato, mio nonno carezzava con la barba gialla i volumi di Ibn-Ezra. Mia madre, coi pizzi tra i capelli, traeva presagi con le dita nodose dal cero del sabato, e singhiozzava dolcemente.

Il mio cuore infantile quelle sere veniva cullato come un vascello su flutti incantati. O consunti Talmud della mia infanzia! O densa malinconia dei ricordi!

Ora io mi aggiro per Zitomir e cerco una qualche timida stella.

Nei pressi dell’antica sinagoga, addossati alle sue gialle ed indifferenti mura, vecchi ebrei vendono gesso, turchinetto per colorare e lucignoli per illuminare: ebrei dalle barbe profetiche, con stracci appassionati sopra i petti scarni… Eccomi davanti al bazar e alla sua decadenza. L’anima corpulenta dell’abbondanza è stata uccisa. Dalle baracche pendono le serrature taciturne, ed il granito del selciato è pulito come la calvizie d’un morto. Su di esso luccica e si spegne, la mia timida stella.

Più tardi riverbera un bagliore propizio, mi si apre davanti agli occhi giusto verso il tramonto.

Il botteghino di Gedali si nasconde nel folto delle botteghe serrate. Dickens, dov’è la tua ombra benevola? Tu vedresti in questo bugigattolo di rigattiere delle pantofole dorate e delle gomene di nave, una vecchia bussola ed un’aquila impagliata, un Winchester da caccia con su incisa la data del 1810 ed una padella sfondata.

Il vecchio Gedali si muove intorno ai suoi tesori nella rosea vanità della sera, minuscolo padrone con gli occhiali affumicati ed un soprabito verde che gli giunge fino a terra. Egli si stropiccia le minute mani bianche, si stiracchia la sottile barba grigiastra ed ascolta a testa inclinata le invisibili voci che calano a volo su di lui.

Il suo bugigattolo è come l’erbario d’un ragazzo serio e diligente, da cui dovrà venir fuori un professore di botanica. Là dentro si trova di tutto, dai bottoni a una farfalla morta, ed il minuscolo proprietario, conosciuto col nome di Gedali. Tutti hanno lasciato il bazar, ma Gedali è rimasto. Egli s’aggira in un labirinto di mappamondi, di teschi e di fiori secchi, agitando uno scopino variopinto di piume di gallo per spolverare i fiori appassiti.

Ed ecco che ci sediamo su dei barilotti da birra. Gedali snoda e attorciglia la sua sottile barba.

Il suo cilindro pende sul nostro colloquio come una torre nera.

Un’aria tiepida ci carezza ed il cielo si trascolora. Un sangue molle sgorga da una bottiglia rovesciata là in alto e m’avvolge un tenero profumo di corruzione.“La rivoluzione: noi le diremo di sì; ma al Sabato dovremmo forse dire di no?” così comincia Gedali e ci avvince con le corde di seta dei suoi sguardi evanescenti. ” Sì, io grido alla rivoluzione, io le grido di sì ma essa non si fa vedere da Gedali e manda avanti soltanto fucileria…”

“La luce del sole non penetra in chi sta ad occhi chiusi” io rispondo al vecchietto, “ma noi apriremo gli occhi anche a chi non vuole vedere…”

Il polacco m’ha chiuso gli occhi” sussurra il vecchio con una voce impercettibile, “il polacco è un cane malvagio. Egli agguanta l’ebreo e gli strappa la barba oh, che cane! Ed ecco che ora lo battono, il cane malvagio.”

Questo sì che è bellissimo, questa sì che è la rivoluzione. E quando colui che ha battuto il polacco mi dice: “Dacci a sconto il tuo grammofono, Gedali…”, io rispondo alla rivoluzione: Signora, io son grande amatore di musica…” “Ma tu Gedali, che cosa vuoi mai sapere d’amare? Io ti farò fucilare ed allora imparerai, perché io non posso fare a meno di sparare, io che sono la rivoluzione.

Essa non può fare a meno di sparare,Gedali,” io dico al vecchio, “perché essa è la rivoluzione.”

“Ma il polacco sparava, mio caro signore, perché lui era la controrivoluzione… E voi sparate perché siete la rivoluzione. Ma la rivoluzione è la contentezza. E alla contentezza non piace d’avere degli orfani in casa.

L’uomo buono fa opere buone. La rivoluzione è un’opera buona d’uomini buoni. Ma gli uomini buoni non uccidono. Allora vuol dire che la rivoluzione la fanno gli uomini malvagi. E anche i polacchi sono uomini malvagi. Chi dirà a Gedali da che parte sta la rivoluzione, da che parte la controrivoluzione? Io un tempo ho studiato il Talmud, mi piacciono le glosse di Rasca ed i libri di Maimonide. E ci son dell’altre persone che capiscono a Zitomir. Ed ecco che tutti noialtri, persone istruite, ci gettiamo faccia a terra, e gridiamo: “Sciagura!”

“Dov’è andata a finire la benefica rivoluzione?”

Il vecchio tacque. Scorgemmo una prima stella traversare la Via Lattea per tutta la sua lunghezza.

“Viene il sabato,” Gedali sentenziò con gravità “e gli ebrei devono andare alla sinagoga.

Signor compagno,” egli disse levandosi in piedi, e il cilindro, come una piccola torre nera, gli pendeva sul capo: “portateci a Zitomir un po’ d’uomini buoni. Oh nella nostra città ce n’è carestia, gran carestia!”

“Portateci degli uomini buoni, e noi consegneremo loro tutti i nostri grammofoni. Noi non siamo mica ignoranti. L’Internazionale, noi sappiamo che cos’è l’Internazionale. Ed IO VOGLIO UN’INTERNAZIONALE DI UOMINI BUONI, io voglio che vi tesserino ogni anima e che le assegnino la razione di prima classe. Ecco, amor mio, mangia e goditi la vita! L’Internazionale, signor compagno, voi non lo sapete neppure, con che companatico si mangia…”

“Si mangia con la polvere,” io risposi al vecchio, “e s’innaffia col sangue migliore…”

Ma ecco che già saliva in cattedra, giù, dalla tenebra azzurra, il giovane sabato.

Gedali”, io dico, “stasera è venerdì, e s’è fatto già buio. Dove si può trovare una torta ed una tazza di tè alla giudea, un po’ di questo Dio dimissionario in una tazza di tè?”

“Non se ne trova,” mi risponde Gedali, appendendo il catenaccio al suo bugigattolo, “non se ne trova. Qui accanto c’è un’osteria, dove andavano degli uomini buoni, ma ora non vi si mangia più, vi si piange…”

Egli s’agganciò il soprabito verde dai tre bottoni d’osso. Si spazzolò con le piume di gallo, si spruzzò d’acqua le soffici palme e s’allontanò, minuscolo, solitario, meditabondo, col nero cilindro in testa e con un grosso libro di preghiere sotto il braccio.

Il sabato si avvicinava. Gedali, fondatore di una impossibile e sempre attesa Internazionale degli uomini buoni, se ne era andato in sinagoga a pregare. (Isaak Babel)

………………….

L’ARMATA A CAVALLO (RACCONTI)

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’armata a cavallo è un’opera letteraria dello scrittore russo Isaak Babel’ apparsa nel 1926. Si configura come un resoconto autobiografico delle vicende occorse durante la guerra sovietico-polacca combattuta nel 1919-1920, cui l’autore partecipò come membro della Prima armata di cavalleria russa comandata da Semën Michajlovič Budënnyj.

Il libro si basa su annotazioni raccolte in un diario composto dall’autore durante la guerra, come corrispondente dell’Agenzia telegrafica russa (ROSTA) e dell’organo di stampa dell’armata, “Il cavalleggere rosso“. L’elemento di maggiore interesse del libro è il suo realismo e allo stesso tempo la capacità di cogliere i valori e il significato più profondo della guerra e dei rapporti tra commilitoni.

Degna di nota è la capacità da parte dell’autore, nonostante l’origine ebraica, di osservare, come membro di quella comunità ma da una posizione privilegiata, emancipata e non più succube, le speranze, i pensieri e le paure di costoro, il più delle volte spettatori o peggio vittime degli eventi storici.

Attraverso tutto il libro si avverte una costante tensione tra il passato, il presente e il futuro. Il passato, rappresentato da rimembranze, flebili tracce e ricordi di persone fuori dal tempo, come sospese (una lettera in francese trovata in un palazzo nobiliare in rovina, datata 1820; le tombe dei rabbini morti da secoli; il sentimento religioso popolare).

Il presente, duro, incombente e feroce, intollerabilmente disumanizzato dalla guerra, dalla fame, dalla malattia. Il futuro, colmo nonostante tutto di promesse e di aspettative, di speranze di emancipazione e di vita migliore. Preponderante è ovviamente il presente, che limita moltissimo il tempo della riflessione e costringe a cercare di soddisfare ad ogni costo bisogni primari: la fame, la sete, il desiderio di una donna.

Nel contempo il giovane, inesperto, occhialuto Babel’, proveniente dalla civilizzata Odessa, uscito dalla casa dei genitori, piccoli borghesi ebrei, deve ogni giorno cercare di guadagnare la stima dei duri commilitoni, temprati fin dall’infanzia alle più dure prove. Isaak Babel’ si trasforma così in Kirill Ljutov (Kirill il Crudele), riecheggiante altisonanti retaggi cosacchi.

Ovviamente l’impatto sarà problematico, ma progressivamente Babel’ si guadagna la stima dei compagni, prima indifferenti o sprezzanti. Dopo tante dure prove, in realtà piccoli gesti quotidiani, solo apparentemente banali, Isaak rompe il muro che lo separava da loro acquistando l’amicizia e il rispetto di quegli uomini, in definitiva semplici e onesti. Nel settembre 1920 l’armata viene messa in riserva e la divisione di Babel’ smobilitata a seguito di ripetuti atti di crudeltà e di banditismo.

Babel’ rientrato a Kiev dopo la smobilitazione dà il quaderno-diario in custodia ad un’amica, M. Ovruckaja. L’autore dimentica lo scritto, ritenendolo perduto. Scomparso Babel’ nelle purghe staliniane il manoscritto passa ai coniugi Stach, che lo conservano fino al 1954, quando lo restituiscono alla vedova dello scrittore, Antonina Nikolaevna Pirozkova. Il diario verrà pubblicato integralmente nel 1990. I racconti erano già stati pubblicati presso le Edizioni di Stato in volume unico dal 1926, dopo essere apparsi su giornali e riviste tra il 1923 e il 1925. (da WIKIPEDIA)

…………………….

Isaak Babel’ fu denunciato per oscenità a causa di due racconti usciti nel 1916 sulla rivista Letopis diretta da Gorkij, uno dei quali descriveva il rapporto tra un commerciante ebreo e una prostituta. La caduta del regime zarista gli risparmiò il processo. Nell‘Armata a cavallo raccontò da vicino e senza retorica la galoppata rivoluzionaria dei cosacchi di Budēnnyj, le violenze sulle donne e gli ebrei. L’accusarono di essere sadico. Gor’kij, massima autorità culturale sovietica, lo difese da tutti, incluso Budēnnyj. Per lui Babel’ era lo scrittore più dotato della sua generazione, un maestro della short story.

Con gli anni ’30 la situazione si fece plumbea, iniziarono gli arresti. Pronunciando in fila le varie sigle che designarono il servizio di sicurezza sovietico – i comunisti amavano le sigle – si ottiene una specie di mitragliata: Čeka, Gpu, Ogpu, Nkvd, Nkgb, Mgb, Kgb. Un’eco non solo linguistica e Babel’ ne era al corrente. Aveva lavorato nella Čeka come traduttore nel controspionaggio e frequentava la casa al Cremlino di Nikolaj Ežov. Alcolizzato, bisessuale, soprannominato “la mora” da Stalin o il “nano feroce”, il commissario del popolo per gli Affari Interni teneva in studio varie bottiglie di vodka e le pallottole con cui furono giustiziati Smirnov, Kamenev e Zinov’ev. Perché Babel’ si avvicinò tanto a quel buco nero del sistema solare staliniano?

Ežov era il marito di Evgenija Chajutina e le aveva messo in mano la rivista letteraria Urss in costruzione. Evgenija conobbe Babel’ a una cena a Berlino e andò in albergo da lui la notte stessa. Allora non stava ancora con Ežov. Secondo qualcuno la tresca continuò a Mosca. Per Ežov, Babel’ non avrebbe corso il rischio di fargliela in modo così “grossolano”. Nondimeno era geloso del suo ascendente sulla moglie. Come tanti che credevano nella Rivoluzione, Babel’ non comprese la situazione. Disse a Il’ija Erenburg che gli interessava “decifrare l’enigma”. Il cuore di tenebra del Cremlino. Inoltre collaborava a Urss in costruzione, tentava di scrivere un romanzo sulla Čeka. Trame e tresche, ambizioni e debolezze umane come dappertutto, in qualsiasi epoca.

Ma quella non era un’epoca qualsiasi. Da tempo Babel’ scriveva solo abbozzi, sulla collettivizzazione delle terre per esempio, e pubblicava pochi smilzi racconti. Teneva in serbo “l’artiglieria pesante”. Godeva della qualifica di scrittore con dacia a Peredelkino e tessere speciali per gli acquisti con cui aiutava molta gente e manteneva la seconda moglie, la bellissima siberiana Antonina Pirožkova e la figlia Lidija avuta da lei. Dal punto di vista materiale se la passava meglio di tanti artisti esuli incontrati all’estero. La sorella e la madre si erano trasferite a Bruxelles e la prima moglie viveva a Parigi con la figlia Nataša (un terzo figlio di Babel’, illegittimo, era nato dalla relazione con l’attrice Tamara Kaširina). Poteva fermarsi in Francia, sottrarsi al pericolo e alla censura del realismo socialista che gli impediva di dire quello che voleva e ne avversava lo stile crudo e simbolista. Volle restare nell’occhio del ciclone, per uno scrittore amante delle situazioni estreme non esisteva posto più interessante dell’Urss.

Tra le ferite e le contraddizioni di quei tempi s’insinua la penna di Giovanni Maccari che ha pubblicato con Sellerio Gli occhiali sul naso. Vita romanzesca dello scrittore Isaak Babel’ e dei suoi anni tempestosi. Figlio d’un bottegaio ebreo di Odessa, Babel’ non aveva l’aria dell’uomo d’azione, era miope, calvo e con la pancia. Per il critico americano Lionell Trilling era un intellettuale ebreo che ammirava i cosacchi, selvaggi e violenti. Di qui il suo conflitto interiore. La passione per i bassifondi e le viscere della vita lo accomunava a Gor’kij ma diversamente da lui non seppe trasformarsi in uno scrittore di regime. Anche Gor’kij, finì in mezzo a un intrigo tra intelligencija e intelligence. Genrich Jagoda, predecessore di Ežov a capo dell’Nkvd, si innamorò della nuora. E probabilmente fece fuori il figlio di Gor’kij sfruttandone l’inclinazione all’alcol, per avere la strada spianata con la donna. A breve distanza e sempre in modo sospetto Gor’kij lo seguì nella tomba. Quando Babel’ perse il suo protettore disse: “Ora verranno a cercarmi”. Quando anche Ežov cadde in disgrazia ne fu certo.

Per ricostruire l’assurda e atroce storia della cultura sovietica il fondo archivistico di riferimento è quello del Kgb e il libro più istruttivo I manoscritti non bruciano (Garzanti) del poeta Vitalij Šentalinskij che entrò alla Lubjanka, dopo il crollo dell’Urss, in cerca di testi sequestrati, verbali d’interrogatorio, liste di fucilati, come in un macabro Gabinetto Vieusseux. Il titolo del libro si rifà alla famosa frase del Maestro e Margherita ma è smentito dal contenuto: le varie cartelle d’inediti sequestrate a Babel’ nel maggio del ’39, al momento dell’arresto, non ci sono più. Fino al ’54, ricorda la moglie Antonina Pirožkova, nel libro di memorie Al suo fianco (Archinto), nessuno seppe se Babel’ fosse vivo o morto. Un giorno si mise a imbiancare convinta dell’imminente ritorno. Babel’ era stato fucilato il 17 gennaio 1940, le ceneri buttate in una fossa comune, con quelle di altri giustiziati, come Ežov. Non lontano dalle spoglie di Evgenija, fatta ricoverare dal marito e morta per avvelenamento da Luminal. Solo dopo avere saputo la verità fino in fondo e ristabilito l’onore di Babel’, la Pirožkova è emigrata in Florida, da un nipote, dove morta il 23 settembre 2010, a 101 anni. “Un giorno ci rivedremo” le disse Babel’ quando l’arrestarono, ma lei non ha avuto fretta. (da Saturno, il Fatto, 4 marzo 2011) (da https://antonioarmano.wordpress.com/ )

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