I MUSEI ITALIANI FANNO IL RECORD – Quale approccio privato e pubblico alle opere d’arte, al patrimonio artistico, alla CULTURA DEI LUOGHI di vita quotidiana? – “CON L’ARTE SI MANGIA?” (la domanda di questi anni) – IL CASO VENEZIA: la proposta del sindaco di vendere due quadri famosi dei Musei Civici

Ingresso del Museo Egizio di Torino - LA CULTURA VA DI MODA - 2015, l’anno d'oro per i siti e i musei italiani: 43 milioni di visitatori nei siti statali (+6% rispetto al 2014) e ben 155 milioni di euro incassati. Le prime tre posizioni del luoghi d'arte a pagamento vedono le stesse star (COLOSSEO, POMPEI, UFFIZI sul podio); tra i luoghi gratuiti il PANTHEON di Roma viaggia sui 7,5 milioni, eppure tra tutti i dati spicca quello del MUSEO EGIZIO DI TORINO (NELLA FOTO), salito al settimo posto: nella primavera scorsa ha aperto nella nuova versione dopo un rinnovamento completato in pochi anni sempre tenendo le sale aperte: da 567mila è balzato a 757mila ingressi
Ingresso del Museo Egizio di Torino – LA CULTURA VA DI MODA – 2015, l’anno d’oro per i siti e i musei italiani: 43 milioni di visitatori nei siti statali (+6% rispetto al 2014) e ben 155 milioni di euro incassati. Le prime tre posizioni del luoghi d’arte a pagamento vedono le stesse star (COLOSSEO, POMPEI, UFFIZI sul podio); tra i luoghi gratuiti il PANTHEON di Roma viaggia sui 7,5 milioni, eppure tra tutti i dati spicca quello del MUSEO EGIZIO DI TORINO (NELLA FOTO), salito al settimo posto: nella primavera scorsa ha aperto nella nuova versione dopo un rinnovamento completato in pochi anni sempre tenendo le sale aperte: da 567mila è balzato a 757mila ingressi

   E’ forse passata inosservata la notizia che i circa 400 MUSEI E SITI ARCHEOLOGICI STATALI DELLA NOSTRA PENISOLA nell’anno passato hanno raggiunto una cifra di visitatori record, e finora mai raggiunta: 43 milioni di presenze (appunto, nel 2015), con circa 155 milioni di euro di introiti.

   Parliamo “solo” di musei e siti archeologici statali, patrimonio più che ragguardevole ma che non è solo questo, nel museo diffuso e onnipresente in tutti i luoghi (nonostante i danni di questi decenni di incuria) patrimonio culturale italico.

Galleria Uffizi Firenze - Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, durante la cerimonia inaugurale di Pitti Uomo, ha annunciato che aprirà alla moda «i luoghi dell'arte e della bellezza. A partire dalla Galleria degli Uffizi e di Palazzo Pitti»
Galleria Uffizi Firenze – Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, durante la cerimonia inaugurale di Pitti Uomo, ha annunciato che aprirà alla moda «i luoghi dell’arte e della bellezza. A partire dalla Galleria degli Uffizi e di Palazzo Pitti»

   Cerchiamo qui di capire un po’ (solo parzialmente, il discorso presenta tante sfaccettature…) se “serve o non serve” il patrimonio culturale. Certo. Nessuno direbbe che non serve: e tutti apprezzano la bellezza di manufatti (palazzi, opere d’arte…) inseriti in paesaggi spesso di grande emozione (siano naturalistici o urbani).

   Sempre però nasce la domanda se “si può vendere” questo patrimonio; oppure se con “la cultura si mangia o non si mangia”, cioè se fa ricchezza economica, possibilità di lavoro diffuso.

LA «JUDITH II SALOMÉ» DI KLIMT conservata a CA’ PESARO a VENEZIA - Possibilisti e radicali, «equilibristi» e indignati. Sulla PROPOSTA LANCIATA DAL SINDACO DI VENEZIA LUIGI BRUGNARO DI VENDERE ALCUNE DELLE OPERE D’ARTE DI PROPRIETÀ DEI MUSEI CIVICI, in particolare LA «JUDITH II SALOMÉ» DI KLIMT E «IL RABBINO DI VITEBSK» DI CHAGALL, per correre ai ripari in vista della necessità di reperire 58 milioni per rispettare il patto di stabilità sono intervenuti in molti
LA «JUDITH II SALOMÉ» (particolare) DI KLIMT conservata a CA’ PESARO a VENEZIA – Possibilisti e radicali, «equilibristi» e indignati. Sulla PROPOSTA LANCIATA DAL SINDACO DI VENEZIA LUIGI BRUGNARO DI VENDERE ALCUNE DELLE OPERE D’ARTE DI PROPRIETÀ DEI MUSEI CIVICI, in particolare LA «JUDITH II SALOMÉ» DI KLIMT E «IL RABBINO DI VITEBSK» DI CHAGALL, per correre ai ripari in vista della necessità di reperire 58 milioni per rispettare il patto di stabilità sono intervenuti in molti

   Il sindaco di Venezia Brugnaro, nell’ottobre scorso, ha proposto di vendere alcune delle opere d’arte di proprietà dei Musei Civici, in particolare la «Judith II Salomé» di Klimt e «il Rabbino di Vitebsk» di Chagall, per correre ai ripari in vista della necessità di reperire 58 milioni per rispettare il patto di stabilità. Per un fine di per se nobile: rifare le scuole cadenti di Venezia, gli asili…. Adducendo poi che nessuna intenzione è quella di vendere opere legate alla storia di Venezia, ma in fondo “solo” due quadri sì di grande valore (e con possibilità di avere un grande introito finanziario con la vendita) ma di per se che nulla hanno a che vedere con Venezia e la sua storia. La proposta, e la sua fattibilità, hanno suscitato un dibattito ampio di “favorevoli” e “contrari”:

   Premesso che la normativa italiana non consente di coprire la spesa corrente di una città (i debiti di gestione di Venezia e della sua terraferma, Mestre, Marghera…) con il “conto capitale” (cioè come sono i musei e il valore economico delle opere lì contenute); e altrettanto vero che è prevista l’inalienabilità di opere contenute nell’elenco dell’articolo 10 del codice dei beni culturali del 2004, che definisce “inalienabili in quanto beni pubblici, le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche”; nonostante tutto questo, la provocazione (ma non tanto, sembrava, sembra, si voglia far sul serio) del sindaco di Venezia è cosa seria per poter capire e approfondire il valore della cultura, del patrimonio artistico, del fatto se “porta da mangiare”, cioè fa economia, e se lo si può vendere.

CULTURA SENZA CAPITALE - Storia e tradimento di un'idea italiana - di SIMONE VERDE – Marsilio editore, 2014, euro 22,00 - Mentre la cultura evoca altrove una generosa apertura intellettuale e il futuro, in Italia lo scontro frontale tra DUE PARTITI IN ETERNO CONFLITTO - QUELLO DI UNA RELIGIONE INATTUALE DEL PATRIMONIO E QUELLO DELLA SVENDITA SUL MERCATO DEI BENI CULTURALI - tiene in ostaggio la più importante infrastruttura per la crescita civile ed economica del paese. A loro ausilio, e rafforzato da un dibattito sempre più ripiegato su se stesso, è l'ormai indiscusso strapotere di alcuni EQUIVOCI E PREGIUDIZI: PIÙ LA CULTURA È «ALTA» E PIÙ È INUTILE O, AL CONTRARIO, È UTILE NELLA MISURA IN CUI RIESCE A FARE CASSA. NIENTE DI PIÙ FALSO. Ripercorrendo con linguaggio a tratti narrativo l'invenzione della cultura, dei suoi concetti e della sua gestione pubblica quale una delle più luminose avventure dell'uomo, il libro va alla radice delle pratiche contemporanee, spazzando via ambiguità e strumentali fraintendimenti.
CULTURA SENZA CAPITALE – Storia e tradimento di un’idea italiana – di SIMONE VERDE – Marsilio editore, 2014, euro 22,00 – Mentre la cultura evoca altrove una generosa apertura intellettuale e il futuro, in Italia lo scontro frontale tra DUE PARTITI IN ETERNO CONFLITTO – QUELLO DI UNA RELIGIONE INATTUALE DEL PATRIMONIO E QUELLO DELLA SVENDITA SUL MERCATO DEI BENI CULTURALI – tiene in ostaggio la più importante infrastruttura per la crescita civile ed economica del paese. A loro ausilio, e rafforzato da un dibattito sempre più ripiegato su se stesso, è l’ormai indiscusso strapotere di alcuni EQUIVOCI E PREGIUDIZI: PIÙ LA CULTURA È «ALTA» E PIÙ È INUTILE O, AL CONTRARIO, È UTILE NELLA MISURA IN CUI RIESCE A FARE CASSA. NIENTE DI PIÙ FALSO. Ripercorrendo con linguaggio a tratti narrativo l’invenzione della cultura, dei suoi concetti e della sua gestione pubblica quale una delle più luminose avventure dell’uomo, il libro va alla radice delle pratiche contemporanee, spazzando via ambiguità e strumentali fraintendimenti.

   Cosa possiamo venderci? I palazzi vengono periodicamente venduti ai “principi” di turno (i nuovi ricchi del momento: negli ultimi decenni industriali, società finanziarie, arabi…). Anche in questo caso se ne sono sentite di tutti i colori, ma in fondo i palazzi si sono sempre venduti e comprati (ecco perché molti hanno doppi nomi). Il fatto poi che ci siano “nuovi padroni” quasi sempre porta a una rivitalizzazione, cioè vengono restaurati, riprendono vitalità (quando non diventano pure speculazioni edilizie). Diverso forse è il discorso dei quadri. E’ un’appropiazione (privata…spariscono nelle case private dei ricchi, o pubblica, lontano da noi, in altre parti del pianeta…) ci tolgono patrimonio artistico in modo radicale, definitivo (i palazzi restano alla nostra vista, non si possono trasferire…).

    Quel che ci viene da dire è che il patrimonio culturale, artistico, non può essere assoggettato alle regole dei due partiti in eterno conflitto: un patrimonio artistico da conservare “a prescindere”, e chi mancherebbe!, inalienabile di per se; e quello di chi prevede la possibilità di vendere (appunto, i palazzi “restano”, altre opere “mobili” no…); oppure negli assiomi contrapposti che più la cultura è «alta» e più è inutile o, al contrario, è utile nella misura in cui riesce a fare cassa.

CAPOLAVORI DIMENTICATI – CRISTO VELATO, SANMARTINO - Il CRISTO VELATO è una scultura marmorea di GIUSEPPE SANMARTINO, conservata nella CAPPELLA SANSEVERO DI NAPOLI
CAPOLAVORI DIMENTICATI – CRISTO VELATO, SANMARTINO – Il CRISTO VELATO è una scultura marmorea di GIUSEPPE SANMARTINO, conservata nella CAPPELLA SANSEVERO DI NAPOLI

   Il senso del discorso è che la conservazione, il mantenimento, la valorizzazione delle opere d’arte, il loro restauro, il perseguimento della “bellezza” (termina un po’ abusato in questi tempi) sia nell’arte che nel paesaggio, queste cose, non possono secondo noi essere fatte con un fine “immediatamente economico” (un ritorno economico immediato); ma sono il corollario di un progetto di recupero di “noi stessi”, delle nostre peculiarità storiche anche, che fanno sì che nella modernità, nella contemporaneità, si possa “star meglio”, vivere in luoghi belli, sereni, dinamici (curati nei dettagli anche dei valori artistici che ci sono, e che quasi sempre ci sfuggono pur a pochi passi da casa…); e che ciò non può che comportare nel tempo (anche breve, medio…) una ricchezza anche economica.

   Valorizzare il proprio patrimonio artistico allora si connette e inserisce su una valorizzazione e intervento su necessità della nostra modernità: cablatura di ogni luogo con il passaggio della fibbra ottica, scuole e ricerca di valore, servizi efficienti della pubblica amministrazione, rispetto delle regole da parte di tutti i cittadini, attenzione per chi sta male, è in difficoltà….

I 20 maggiori musei Un direttore su tre è straniero
I 20 maggiori musei Un direttore su tre è straniero

   Sulla storia del patrimonio culturale italiano (ma non solo italiano, con tanti esempi francesi, americani…), vi proponiamo la lettura di un interessante libro di Simone Verde del 2014, dove, partendo appunto da esempi anche della “furia iconoclasta” di distruzione di opere d’arte dedicate a sovrani e personaggi caduti dalle rivoluzioni (il caso in particolare che tratta l’autore è la rivoluzione francese), l’acquisizione “mentale”, politica, culturale, del valore dell’opera d’arte, delle opere d’arte, ha avuto e sta avendo difficoltà ad affermarsi, presa sicuramente dal giogo tra chi cerca immediato valore economico (turistico in particolare) e chi dice che “con la cultura non si mangia (un excursus del libro “Cultura senza capitale” ve lo propiniamo nell’ultimo articolo di questo post a cura di Paolo Mieli sul Corriere della Sera).

   Quel che preme dire è che la geografia degli innumerevoli paesaggi italici (cui a ciascuno capita di esser nato o esserci andato a vivere), urbani e non urbani, delle architetture di grande valore che ci capita di passarci davanti ogni giorno (quasi sempre passivamente); delle opere d’arte scultoree, pittoriche… che abbiamo vicino a casa tutti (antiche, moderne, contemporanee…); il voler migliorare le brutture esistenti; il non voler far diventare certi pregi paesaggistici né Disneyland né luoghi noiosi….. Tutto questo fa parte di una visione complessiva di un nostro “abitare” in un luogo che meglio è, e meglio si presenta e mettiamo in evidenza le sue peculiarità culturali artistiche, il suo essere vivo, autentico…. questo non può che far bene nel tempo, e un “ritorno” (di ricchezza, in tutti i sensi) di sicuro ci sarà (senza patemi di profitto immediato). (s.m.)

…………

LA TOP 20 DEI MUSEI ITALIANI NEL 2015

VISITATORI                                      2015               2014  

Colosseo e Foro Romano                     6.551.046         6.181.702

Scavi di Pomepi                                     2.934.010         2.621.803

Galleria degli Uffizi                               1.971.596         1.935.918

Galleria dell’Accademia di Firenze     1.415.397         1.335.741

Castel Sant’Angelo                                  1.047.326        1.021.319

Circ. Mus. Boboli e Argenti di Firenze  863.535         822.850

Museo Egizio di Torino                            757.961         567.688

Venaria Reale                                              555.307         573.337

Galleria Borghese                                       506.442        508.788

Reggia di Caserta                                       497.158         428.139

Villa d’Este a Tivoli                                    439.468         451.999

Galleria Palatina di Firenze                     423.482          414.998

Cenacolo Vinciano di Milano                   420.333         406.442

Mus. Archeol. Naz. di Napoli                   364.297          350.433

Museo Nazionale Romano                        356.345         301.325

Scavi di Ercolano                                        352.365          351.068

Cappelle Medicee                                       321.043           317.135

Scavi di Ostia Antica                                 320.696           332.190

Polo Reale di Torino                                  307.357          277.858

Paestum                                                       300.347          279.467

………………….

ITALIA 2015: UN PAESE AL MUSEO

di Stefano Miliani, da “L’UNITÀ” del 14/1/2016

– LA CULTURA VA DI MODA – 2015, l’anno d’oro per i siti e i musei italiani: 43 milioni di visitatori nei siti statali (+6% rispetto al 2014) e ben 155 milioni di euro incassati – Al top il Museo Egizio di Torino – Tutti pazzi per il Colosseo: l’anfiteatro Flavio resta il monumento più amato – II ministro Franceschini: per il nostro Paese è il risultato migliore di sempre –

   Se Parigi piange, stavolta non la segue. A causa della paura del terrorismo musei e monumenti nel 2015 hanno perso in media il 5% riportano le agenzie – e il 7% nel musei statali parigini con un meno 6,5% al Louvre. Sono dati su cui non si può gioire. Va al contrario registrato come i circa 400 MUSEI E SITI ARCHEOLOGICI STATALI DELLA PENISOLA nell’anno passato abbiamo raggiunto una cifra che – rivendica il ministro per i beni e le attività culturali e il turismo Dario Franceschini – finora non era stata raggiunta: 43 milioni di presenze con circa 155 milioni di euro di introiti.

   «Il miglior risultato di sempre», esclama Franceschini al Comitato permanente del turismo. Il conto di fine anno conferma le anticipazioni positive dell’autunno e in realtà le supera. Nel 1996 i musei richiamarono oltre 41,2 milioni di visite, nel 2014 40,7 milioni. Nell’ultimo anno, osserva il ministro Pd, i visitatori dei musei italiani «sono aumentati del 6% (2,5 milioni di persone in più), gli incassi del 14% (+20 milioni) gli ingressi gratuiti del 4% (+ 900mila)». Una crescita, evidenzia, significativa anche rispetto al già molto positivo 2014, con un +6% di visite, pari a 2 milioni e mezzo di visitatori in più, e +14% di incassi. E in due anni i visitatori sono aumentati di 5 milioni.

L’EXPLOIT TORINESE

Le prime tre posizioni del luoghi d’arte a pagamento vedono le stesse star (COLOSSEO, POMPEI, UFFIZI sul podio); tra i luoghi gratuiti il PANTHEON di Roma viaggia sui 7,5 milioni, eppure tra tutti i dati spicca quello del MUSEO EGIZIO di Torino, salito al settimo posto: nella primavera scorsa ha aperto nella nuova versione dopo un rinnovamento completato in pochi anni sempre tenendo le sale aperte: da 567mila è balzato a 757mila ingressi.

   EVELINA CHRISTILLIN, che guido l’organizzazione delle Olimpiadi invernali a Torino nel 2006 e presiede la Fondazione dei musei torinesi, spiega così un tale successo: «L’Egizio è stato un progetto pilota e dimostra che una sintesi di pubblico e privato, quale è il museo, può funzionare. Ci siamo tenuti la parte di ricerca scientifica e con un progetto da 50 milioni di euro siamo riusciti a riaprire in tre anni di lavoro senza chiudere mai. Spostavamo reperti dalle sale e il pubblico, piemontese principalmente, non ci ha dimenticati». E aggiunge: aiuta il fatto che «le istituzioni culturali non si ritengono più un unicum, un tempio dorato. E si lavora più spesso insieme. Come nel caso della mostra che faremo a marzo insieme alla soprintendenza di Pompei e al Museo archeologico di Napoli».

«ECCO PERCHE’ L’EGIZIO VOLA»

Non bastano a spiegare l’exploit, l’affetto e la curiosità. «Lo spiego perché abbiamo fatto un buon lavoro organizzativo, non abbiamo sprecato soldi, abbiamo finito i lavori nei tempi annunciati, e soprattutto il nuovo direttore Christian Greco, un trentenne selezionato con un bando inattaccabile, e i sette giovani curatori assunti con lui hanno fatto lavoro scientifico straordinario. E la sostanza è che questo è un museo a portata di tutti pur essendo scientificamente rigorosissimo (infatti abbiamo ripreso a scavare in Egitto), permette visite modulari per le scuole elementari come per l’egittologo: puoi passarci da una a sei ore. Questa elasticità associata al rigore ha pagato, NON È DISNEYLAND NÉ UN LUOGO NOIOSO».

Uscendo dai confini piemontesi, la crescita investe la penisola. Il suo parere?

«Credo abbia inciso molto una politica governativa che nel 2008, con il governo Berlusconi, ebbe un tracollo. Ora il primo ministro insiste sulla cultura, si sente un’inversione di tendenza e che qualcosa cambia. Anche i concorsi per i venti direttori dei musei di Franceschini ha inciso. Se l’Italia turisticamente si mette a sistema offre qualcosa di ineguagliabile pur non avendo collegamenti all’altezza e un sistema alberghiero. Certo – RICONOSCE CHRISTILLIN – per ragioni di sicurezza a causa del terrorismo alcune destinazioni turistiche una volta gettonatissime ora vanno meno, ma bisogna pure aggiungere che il Giubileo, a Roma, non sembra portare quei grandi dati tanto attesi».

IL COLOSSEO AVRA’ BIGLIETTI A FASCE ORARIE

I sei milioni e mezzo al Colosseo stanno invece diventando un problema serio. L’Anfiteatro Flavio è alla capienza massima. Perciò si sta studiando biglietti a «fasce orarie». «Il record sarà difficile da superare – spiega il soprintendente per l’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti, alle agenzie -. Dobbiamo mirare ad una redistribuzione oraria e stagionale del pubblico. Possiamo diversificare i prezzi dei biglietti per fasce orarie, incrementando il costo nelle ore e nei periodi di maggiore afflusso».

   «L’aumento dei visitatori – interviene la direttrice dell’Anfiteatro Flavio, Rossella Rea – può essere attribuito a più di una ragione: alle aperture gratuite della prima domenica del mese che portano fino a 28 mila persone in un giorno, alla varietà dell’offerta culturale allestita dalla soprintendenza che comprende l’ininterrotta apertura al pubblico, nonché gli alti livelli di sicurezza e di organizzazione attenta alle esigenze del visitatore».

   La certificazione del Colosseo per Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana è però motivo per invitare Franceschini «a chiedere scusa ai lavoratori per il trattamento riservato loro (il riferimento è alle polemiche per l’assemblea dell’anno scorso che lasciò fuori i turisti, ndr) e li dovrebbe ringraziare pubblicamente per il lavoro fatto». Resta il fatto che le sale d’arte pubbliche incontrano i favori dei turisti e degli italiani in un periodo in cui i consumi culturali (libri e cinema per dirne due) registrano cali preoccupanti. (Stefano Miliani)

……………………

IL CASO VENEZIA

BRUGNARO: «COI QUADRI RIFACCIO LE SCUOLE»

da “il Corriere del Veneto” del 12/10/2016

– Il sindaco non cede: «Dobbiamo salvare i veneziani». E la direttrice dei Musei Civici: «Sarà un percorso condiviso» –

VENEZIA – Possibilisti e radicali, «equilibristi» e indignati. Sulla proposta lanciata nei giorni scorsi dal sindaco Luigi Brugnaro di vendere alcune delle opere d’arte di proprietà dei Musei Civici, in particolare la «Judith II Salomé» di Klimt e «il Rabbino di Vitebsk» di Chagall, per correre ai ripari in vista della necessità di reperire 58 milioni per rispettare il patto di stabilità ieri sono intervenuti in molti.

   Prima tra tutti proprio Gabriella Belli direttrice dei Musei Civici, tornata da poche ore dagli Stati Uniti: «Ho la speranza che la città possa risolvere i propri problemi non ponendo sul piatto questa ipotesi – ha detto la direttrice – questi quadri fanno parte della ricchezza del patrimonio e della storia della città. Spero che il sindaco riesca a trovare altre strade. Se accadesse sarebbe comunque un percorso condiviso con i massimi organi dello Stato, dunque non mi preoccupo. Va detto anche che quando sono stati venduti gli altri edifici, uno su tutti Ca’ Corner della Regina nessuno ha gridato allo scandalo. Non credo che anche in questo caso la scelta sarebbe presa a cuor leggero nemmeno dal sindaco».

   E proprio Luigi Brugnaro, nell’incontro di presentazione dei suoi primi 100 giorni da sindaco è tornato sul tema: «Piuttosto che vedere scuole o biblioteche a pezzi faccio questa scelta, prima di morire guardando il quadro vendo il quadro – ha detto il primo cittadino – i soldi dei quadri servirebbero per sistemare le case dei bisognosi: per salvare Venezia dobbiamo salvare i veneziani».

   Dribblato così il problema della destinazione dei fondi, visto che la normativa italiana non consente di coprire la spesa corrente con un conto capitale, rimane però ancora il «nodo» dell’inalienabilità di opere contenute nell’elenco dell’articolo 10 del codice dei beni culturali del 2004 che definisce inalienabili in quanto beni pubblici «le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche ».

   «Per fortuna ha già risposto Franceschini – dice Salvatore Settis, archeologo, ex rettore della Normale di Pisa – io credo che, anche fosse stata una battuta, battute di questa volgarità non si possano fare. Voler vendere un quadro di Chagall che rappresenta un rabbino quando nel 2016 c’è la ricorrenza della nascita del ghetto di Venezia, data che verrà celebrata con l’attenzione delle comunità ebraiche di tutto mondo è una gaffe di proporzioni madornali».

   «Se tutti i sindaci fossero come Brugnaro, i tanti Marino del Pd non esisterebbero nemmeno – ha detto invece la senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, capogruppo dei Conservatori e Riformisti – l’idea di mettere all’asta alcune opere d’arte perché non legate, né per tema né per autore alla storia della città al fine di continuare a garantire ai veneziani servizi necessari ed aiutare chi oggi ha più bisogno dovrebbe diventare una buona pratica per altri comuni d’Italia».

   All’appello per fermare (prima ancora che sia veramente stata decisa) la vendita ieri si sono uniti anche il consigliere comunale Nicola Pellicani, il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi e Andrea Lenarduzzi della Cgil di Venezia. «Il discorso per i due quadri è molto diverso – dice invece Angela Vettese, ex presidente della Fondazione Bevilacqua la Masa – la Giuditta di Klimt è stata comprata grazie all’internazionalità di Venezia stessa. E’ questa capacità che connota Venezia ed è quello che può darle un futuro. Privare Ca’ Pesaro del suo fulcro è un’offesa all’indennità dei veneziani ».

…………

VENEZIA, BRUGNARO PENSA DI VENDERE KLIMT E CHAGALL PER SISTEMARE I BILANCI. SGARBI: “GIUSTO, NON SONO LA STORIA DELLA CITTÀ”

da “Il Fatto Quotidiano” del 11/10/2015

– Il primo cittadino non smentisce i retroscena che lo vorrebbero intenzionato a cedere alcune opere d’arte: “Non è stato ancora deciso niente, ma la situazione di bilancio è nota a tutti”. Il ministro Franceschini: “Penso sia una battuta o una minaccia per avere più risorse dal governo”. Il critico d’arte: “Il sindaco ha ragione, dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt” –

   Luigi Brugnaro è pronto a vendere Klimt e Chagall per salvare la sua città. A Venezia i debiti pesano, e la Judith II Salomè, insieme al Rabbino di Vitebsk, potrebbero finire all’asta. Il sindaco di Venezia si era detto preoccupato già in campagna elettorale, ma in una nota ha precisato: “Non è stata decisa alcuna cessione di opere d’arte di pregio”. Nessuna smentita, quindi.

   Brugnaro pensa al patto di stabilità più volte sforato, al Casinò municipale di Ca’ Vendramin che dieci anni fa portava al Comune oltre 100 milioni di euro e ora forse arriva a dieci, al “dramma incombente di non poter più finanziare neppure gli asili“. Secondo il Sole 24ore il dossier con le singole opere d’arte in vendita, per un valore di base d’asta di 400 milioni, è pronto. Ma, secondo i collaboratori del sindaco, “si tratta di opere che non hanno nulla a che vedere con la storia artistica e culturale di Venezia”: quindi nessun Canaletto e nessun Giovanni Bellini. Brugnaro è brusco, e realista: “Inutile fingere che il debito pubblico italiano non esista. Se lo tagliassimo, la ripresa potrebbe essere ben più robusta e sgraveremmo di una zavorra micidiale il futuro dei nostri figli”.

   In una nota, diffusa anche su Twitter, il primo cittadino di Venezia ha voluto rispondere all’articolo del quotidiano economico: “Non è stata decisa alcuna cessione di opere d’arte di pregio. Sarà necessario procedere ad una verifica attenta e puntuale del patrimonio a disposizione, ma al momento non esiste alcun elenco. La situazione di bilancio di Venezia è nota a tutti, per cui certamente c’è la volontà di fare un approfondimento in questo senso: in mancanza di altre risorse, la necessaria salvaguardia della città potrebbe anche dover passare attraverso la rinuncia ad alcune opere d’arte cedibili perché non legate, né per soggetto né per autore, alla storia della città”.

   “Penso sia solo una battuta o più comprensibilmente una mezza minaccia per chiedere più risorse al Governo – ha replicato all’Ansa Dario Franceschini, ministro dei beni e delle attività culturali – Le norme del codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito. Un dibattito che, visto dall’estero, farà altro male alla credibilità italiana”.

   Un appoggio al sindaco Brugnaro arriva dal critico d’arte Vittorio Sgarbi: “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt. Brugnaro ha fatto benissimo, la sua idea è davvero interessante e molto logica. Non si tratta di vendere un Canaletto o un Tiziano. Si parla di opere che non sono legate alla storia di Venezia – ha detto Sgarbi all’Adnkronos – Klimt a Venezia è un corpo estraneo, il suo quadro può stare ovunque, a Parigi come a New York”.

   In passato il critico d’arte aveva sempre bocciato le proposte di vendere opere d’arte per fare cassa: “Fino a oggi si era sempre parlato di mettere all’asta opere minori, che nessuno comprerebbe – ha spiegato Sgarbi – Il sindaco di Venezia invece ha fatto una proposta interessante. Il quadro di Klimt varrà almeno 200 milioni e quello di Chagall almeno 80, si tratta di quadri che possono davvero risolvere i problemi di una città”.

………………

BRUGNARO, BLUFF DI QUADRI

di Pier Alvise Zorzi, da ytali · in op/ed, del 21/10/2016

   Ma sì, dai, vendiamoci i quadri. Ne abbiamo tantissimi e con solo due mettiamo a posto i conti. Dopotutto è un’antica tradizione veneziana vendersi i tesori di famiglia: durante la lunga putrefazione della Serenissima gli antiquari spregiudicati hanno fatto affari d’oro comprando quadri, oggetti, statue, affreschi staccati dai muri, addirittura bifore e trifore, che il patriziato ridotto in miseria svendeva per tirare avanti. Al Victoria & Albert a Londra c’è anche una bifora di casa nostra.

   Guardiamoci negli occhi: vendere i quadri di casa è la soluzione tattica più semplice, l’ultima ratio, poi bisogna “jouer mal mais jouer vite”, che, tra parentesi, oggi sembra essere la chiave politica più diffusa per strappare consensi e applausi. Se no cosa possiamo venderci? I palazzi li abbiamo già venduti, anche lì se ne sono sentite di tutti i colori, ma in fondo i palazzi si sono sempre venduti e comprati, ecco perché molti hanno doppi nomi.

   Per esempio palazzo Moro-Lin, prima era di una casata ducale, poi di una famiglia di droghieri accolta nel Maggior Consiglio per soldo. Ecco, appunto, quello si poteva vendere nei secoli d’oro. Il patriziato. Nel periodo più al verde della Repubblica, quello della Guerra di Candia, con centomila ducati d’oro – una cifra enorme – accedono all’élite degli aristocratici governanti non solo famiglie nobili della terraferma e del Nord Europa ma anche imprenditori di ogni tipo ed origine: salumai, cuoiai, mercanti di stoffe, droghieri, persino proprietari di un’azienda di facchinaggio.

   In poco più di vent’anni accedono al patriziato settantacinque famiglie. Ne entreranno altre quarantotto, per un totale di dodici milioni e trecentomila ducati. Un bell’aumento di capitale e di azionisti per la Serenissima Azienda in difficoltà. Ah, si potesse fare ora!

   Ma quale prestigio possiamo vendere oggi? Lasciamo perdere. Sarebbe più facile coi quadri, se si potessero vendere. Ma non sono roba nostra, come del resto non lo è neppure Venezia. I veri proprietari della Città sono la Curia, le corporazioni, i fondi di investimento, le banche, più una serie di grandi, medi e piccoli vampiri che non tirerebbero fuori un soldo per la Città neppure con le tenaglie.

   Persino il Canal Grande non appartiene a Venezia ma allo Stato Italiano. Poi c’è il tipico bipolarismo veneziano, che prima tuona “più case popolari, vendiamoci tutto” e poi cambia idea. Insomma adesso non si può più. Bisognava venderli senza dir nulla a nessuno, e poi davanti al fatto compiuto e al bilancio risanato tutto sarebbe finito in gloria.

   Comunque sia, è stato un bel bluff. Sgarbi di qui, Franceschini di là, Daverio in mezzo… adesso i guai di Venezia sono sulla bocca di tutti. Non siamo più la solita rompiscatole senza soldi ma ricca di bellezza e corruzione, siamo la madre di tutti i rompiscatole. Un bel salto di qualità. È venuto persino Renzi a rassicurarci: siamo in coda solo dopo un paio di catastrofi e quasi alla pari con Firenze, che ci ha rubato l’esclusiva dei turisti che defecano in bella vista. Copioni!

   Seriamente, se avessi potuto io i quadri li avrei venduti ma con una differenza: non li avrei venduti fuori da Venezia. Avrei provato a venderli ai Nuovi Patrizi Veneti. I Prada, i Benetton, i Coin, i Pinault. Come l’antico Patriziato sono mercanti, investono in Venezia, restaurano edifici bellissimi che noi veneziani abbiamo lasciato in stato di incuria se non di abbandono. Qualcuno li fa visitare ai cittadini, qualcuno ne fa centri commerciali. E allora? Nel periodo più splendido della Serenissima i palazzi addirittura non erano in alcun modo di uso pubblico, ma strettamente privati.

Vogliamo includere nel novero dei nuovi Patrizi anche Hermes e Louis Vuitton? Perché no: aggiungiamo anche i proprietari dei grandi alberghi a cinque o più stelle ed avremo il Maggior Consiglio dei Patrizi di oggi.

   A loro avrei provato a vendere i quadri. Ai potenziali azionisti di una nuova Venezia S.p.A., così come i vecchi patrizi lo erano della Serenissima S.p.A. Gente spregiudicata, visionaria, innovativa, ma che ha anche il buon gusto di recuperare edifici meravigliosi e di investire in quella meraviglia pura che è Venezia. Forse avrebbero intravisto l’opportunità di mantenere il patrimonio artistico nella Città e di contribuire con l’acquisto al risanamento del bilancio. Forse avrebbero intravisto di più: la possibilità di intervenire nella governance e contrapporre al circolo vizioso dello sfruttamento di Venezia un circolo virtuoso di rivalorizzazione della Città, oggi preda non più di Napoleone ma di un tiranno peggiore: il mondo del “tutto per tutti” che non conosce più cultura né decoro.

   Forse avrebbero avuto la visione di una Venezia più autonoma, più decisa nelle scelte, più valorizzata nella sua specificità e nel valore esclusivo della sua unicità, con conseguente aumento della qualità del turismo e rivalorizzazione dell’income da esso derivato. Forse. Ma siccome siamo alla canna del gas per il momento ci vendiamo anche il gas. Canne e tutto. (Pier Alvise Zorzi)

……………

VENDERE E VEDERE. IL CASO VENEZIA

di Riccardo Caldura (Docente di Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Venezia), da ytali · in op/ed del 20/10/2016

   La questione è così icastica nella sua formula: “prima di morire guardando il quadro, vendo il quadro”, che è difficile sfuggirvi, e non assentire di primo acchito alla ruvida provocazione del sindaco del capoluogo veneto. Considerando che l’eventuale importo andrebbe poi a risanare biblioteche o scuole a pezzi, o ad aiutare le famiglie più bisognose. Detto in sintesi: per salvare Venezia si devono innanzitutto salvare i veneziani.

   Non è il caso di entrare nel merito se si possa o meno alienare effettivamente il patrimonio per sanare la spesa corrente; è già stato osservato che se questo fosse possibile, risanare il bilancio della Capitale sarebbe molto semplice. E d’altro canto si potrebbe nondimeno osservare che proprio il comune di Venezia, negli anni passati, altra amministrazione (non fucsia), attraverso il processo delle cartolarizzazioni aveva messo in vendita rilevanti beni immobili, ad esempio l’ex-prestigiosa sede dell’Archivio Storico della Biennale (Asac), Cà Corner della Regina, ora di proprietà della Fondazione Prada. Per non parlare del capitolo isole della Laguna.

   In realtà la vendita di beni pubblici, e di altissima qualità, non è una novità a Venezia, novità è che la proposta tocchi due dipinti, di particolare pregio, di una grande collezione pubblica. Uno dei quali, anche questo è già stato fatto notare, forse il più famoso dei due (la Giuditta di Klimt), venne acquistato dal Comune alla Biennale del 1910, e dunque non risulterebbe così legato ad una sorta di continuità ambiental-culturale con la Serenissima e con le sue straordinarie matrici artistiche, che non verrebbero certo toccate, come afferma il sindaco stesso, da ipotesi di cessione.

   Per un momento ci si potrebbe anche divertire ed allargare ulteriormente la questione osservando che scandalizzarsi per una proposta di vendita in una città di grandi mercanti (e ladri, vedi la celeberrima quadriga di San Marco), rischia di suonare un po’ schizzinoso. In fondo, che la città di Pantalone scucia una qualche parte del suo ingentissimo patrimonio per aiutare la gente comune potrebbe anche rappresentare un significativo cambio di passo, quasi un passaggio simbolico. E forse è solo l’attuale politically correct che ci fa togliere la mano dalle tasche, dove per un momento stavamo cercando qualcosa, per alzare l’indice della dovuta indignazione. Fermi di nuovo nell’opinione che il patrimonio culturale va mantenuto, che nulla può essere considerato superfluo.

   Superfluo? Era questo in fondo che stavamo pensando, assentendo alla proposta del sindaco: possiamo, in condizioni di necessità, liberarci del superfluo. Chi di noi non potrebbe trovarsi costretto a cedere qualcosa di quel che ha, e a cui pur tiene, per aiutare i figli, i nipoti, il coniuge, o se medesimo qualora fosse in difficoltà? E probabilmente cominceremo proprio da quel che è appeso alle pareti, ammesso si abbia alle pareti qualcosa da proporre, perché l’arte, e in particolare quella visiva, di solito è l’ultima che arriva in una casa, e ci rendiamo ora conto che forse proprio per questo è la prima che potrebbe andarsene.

   L’arte, a ben considerare, è davvero superflua, spesso legata ad un piacere contemplativo senza scopo. Sì, vendiamo pure e, se proprio si deve, è giusto cominciare da autori stranieri. Così si starebbe al passo con i tempi.

   Reset, cerco il tasto per resettare quel che ho appena scritto, ma mi chiedo se, anche eliminando quelle parole, potrei negare di averle comunque pensate. Non credo, e tanto vale accettarle e accettare quel che non è facile da digerire: cioè che l’arte sia un lusso, qualcosa che, nelle distrette, si può cedere, magari un po’ vergognandosi, ma sempre meglio sopravvivere che morire.

   Poi mi guardo intorno, gli edifici che si affacciano su questo campo veneziano, la chiesa nella quale entro un po’ casualmente mentre delle persone recitano una preghiera attendendo la funzione serale. Provo a non disturbare, ma quella pala di altare, sia pure se di dimensioni relativamente contenute, è pur sempre un bellissimo Tiepolo e rappresenta il martirio di Santa Lucia. Una chiesa delle decine e decine di chiese che vi sono a Venezia, e pressoché in ognuna vi si possono trovare delle straordinarie testimonianze d’arte.

   Mi chiedo se i mercanti (e ladri) che hanno reso grande questa città avessero avuto un’idea chiara di ciò che è superfluo e di ciò che è necessario. Probabilmente no, considerando questa incredibile ricchezza e bellezza che mi circonda. Cioè se applicassi il principio “meglio vendere che morire”, cosa resterebbe della vita di questa città? Di questo mio poter alzare gli occhi e guardare quel che ho attorno?

   Anche questa esperienza, mia e di altri milioni di persone all’anno, è non meno concreta di un bilancio municipale in difficoltà, ma se la questione per risolvere quest’ultimo fosse inserirvi le voci “superfluo” e “necessario”, includendo nella prima l’arte, cosa resterebbe da vedere? Già immagino la risposta: moltissimo, così tanto che quasi quasi non se ne accorgerebbe nessuno di quelle due cessioni, o di eventuali altre. Perché una volta aperta questa possibilità quali sarebbero i criteri per la limitazione delle vendite?

   Una volta posta la questione superfluo/necessario è difficile uscirne. Ed è forse questo il vero tema che riguarda la querelle veneziana: quale è la nozione di “sopravvivenza” che al giorno d’oggi intendiamo mettere in campo parlando di ciò che è necessario e di ciò che è superfluo? Quasi quasi chiudo qui e schiaccio il tasto invio del dispositivo mobile di cui non saprei più fare a meno. (Riccardo Caldura)

……….

VENEZIA E L’IMPORTANZA DI CONSERVARE IL FUTURO

20 ottobre 2015 · da ytali · in op/ed. ·

di Chiara Bertola (responsabile per l’arte contemporanea della Fondazione Querini Stampalia di Venezia e curatrice della fondazione Furla fu Milano)   

   Sarebbe stato bello che il Sindaco di Venezia nel momento in cui ha proposto la vendita di due capolavori del “suo” Museo Civico, certo per sanare il bilancio della città, si fosse ricordato di pensare anche alla comunità e alla sua crescita. Alla comunità che forma una città.

Mentre scrivo questo commento sulla brutta proposta di vendere due capolavori dei Musei Civici, vorrei fosse solo banale provocazione e propaganda per attirare l’attenzione del Governo su Venezia che sta male, che sta velocemente scomparendo mentre tutti la stiamo a guardare inermi e incapaci.

   Sottolineo che sarebbe stato importante e necessario pensare prima di tutto alla comunità di una città e all’eredità che lasceremo alle generazioni future. Abbiamo ricevuto un patrimonio da chi è stato più attento e capace di preservarlo, facendolo arrivare fino a noi e abbiamo il dovere e la responsabilità di mantenerlo e proteggerlo. Mi sembra così assurdo pensare di sanare i buchi di bilancio vendendo le opere dei musei, che non vorrei tanto soffermarmi su questo gesto ma piuttosto provare a capire perché questa proposta è tanto grave.

   L’insieme delle opere di ogni museo forma in qualche modo il suo patrimonio; un patrimonio che spesso viene interpretato entro una logica “economica” (la cultura come patrimonio da preservare o da sperperare) trascurando di considerarlo come “patrimonio vivente”.

   Ma la differenza tra patrimonio ed eredità è evidente: il primo è una somma di beni, la seconda l’accettazione di una memoria e il suo prolungamento nel presente. Come scrive Federico Ferrari:

“Il primo è l’insieme dei beni, fissati nelle gabbie interpretative degli esecutori testamentari […] la seconda vuole mostrare che l’eredità non è indissolubile ma costituita. Il patrimonio spetta solo ai legittimi successori; l’eredità si sceglie, non è data da alcuna investitura, richiede una decisione, una presa di posizione critica che obbliga gli abitanti del presente ad assumersi la dismisura di un senso che non è mai dato una volta per tutte, in quanto eternamente transitorio…” (Federico Ferrari, Lo spazio critico, Luca Sossella editore, Roma 2004, p. 35).

   Come abbiamo scritto si tratta di rovesciare le logiche comuni che vedono il rapporto con il passato come esclusivamente conservativo e statico, perché lo considerano materia morta e non modificabile. Si tratta di pensare l’eredità di decine di frammenti di sensi che sono ricomponibili in una miriade di costellazioni possibili. Attraverso l’insieme dei frammenti prende vita un atlante della memoria, si compongono narrazioni e la storia dei quadri, la costituzione delle collezioni di un museo, diventano parole insostituibili. Di tutto questo il museo e soprattutto il Museo Civico, è un laboratorio sperimentale, dove ogni singolo pezzo della sua collezione diventa prezioso e fondamentale per capire la nostra storia attuale.

   Per fortuna a partire dal 2004 – da quando gli uomini sono diventati più scellerati e avidi di denaro dimenticando questi valori di trasmissione culturale – c’è nell’articolo 10 del codice dei Beni Culturali un elenco di opere definite «inalienabili» in quanto beni pubblici. Giustamente sono «le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche».

   In linea con questa prospettiva, il programma che curo alla Fondazione Querini Stampalia dal 1999 si chiama Conservare il futuro, un ossimoro che ho creduto interessante perché si articola tra due responsabilità fondamentali che un’istituzione museale deve assumersi nei confronti della comunità. “Conservare” da un lato significa rendere vivo e permeabile un patrimonio ereditato; dall’altra vuol dire progettare a partire da quello una visione per il futuro insieme agli artisti contemporanei. Ogni opera d’arte crea un senso e una ragione al nostro essere in un luogo: è la più alta eredità culturale che un essere umano abbia mai ricevuto.

   Giorno dopo giorno, attraverso la sua arte e bellezza, Venezia ci ha insegnato a guardare oltre, a dialogare con molti altri linguaggi e altre culture. Ha continuato nel tempo a trasmettere i suoi valori internazionali che l’hanno resa così unica. La Judith o Salomè di Klimt è stata comprata proprio grazie all’internazionalità di Venezia: nel 1910, dal Comune, alla Biennale Internazionale d’arte. Proprio questa capacità caratterizza Venezia e, speriamo, riuscirà a salvarla.    Non certo le chiusure e i provincialismi.

   Allora forse le domande fondamentali attorno a cui dovrebbe ruotare questo dibattito sono: è ancora possibile e necessario oggi ricongiungere l’arte con la storia sociale e culturale? Si possono identificare temi e tendenze che vadano al di là della suddivisione di movimenti, luoghi e periodi? Quanto pesa l’eredità culturale nella formazione delle nuove generazioni?

   Le risposte a queste domande potrebbero contribuire a far comprendere il ruolo prioritario della cultura, a renderla nuovamente obiettivo perseguito dalla politica nazionale e regionale, aiutando Venezia a ritrovare la sua attitudine di sempre: quella vocazione internazionale che la metteva in relazione con il mondo intero, le consentiva di evidenziare i cambiamenti, di raffinare le sue strategie di produzione e offerta, rendendo così viva l’opera dei suoi artigiani e artisti, che oggi non riescono più a rimanere.

   La rinascita di un vero interesse per la cultura, e un programma articolato e perseguito che la valorizzi, risulterebbe fondamentale per far ritornare Venezia un luogo in cui prendono voce e forma parole diverse, originali, sperimentali, sia locali che globali. (Chiara Bertola)

…………………………….

GLI UFFIZI APRONO ALLA MODA. «È CULTURA»

di Flavia Fiorentino, da “il Corriere della Sera” del 14/1/2016

– II ministro Franceschini all’inaugurazione del Pitti: abiti nei luoghi dell’arte e della bellezza La fatica di «fare sistema» –

   «È doveroso essere qui, non riuscivo a credere che questa fosse la prima volta che un ministro della Cultura partecipasse all’apertura di Pitti. La moda è una parte essenziale del nostro patrimonio culturale e in un mix di eccellenze, accanto allo shopping e all’enogastronomia, rappresenta il cuore della nostra offerta turistica, apprezzata in tutto il mondo».

   Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, durante la cerimonia inaugurale di Pitti Uomo, che ha preso il via a Firenze con 1205 marchi (di cui il 44% stranieri) e 25 mila compratori, ha anche annunciato che aprirà alla moda «i luoghi dell’arte e della bellezza. A partire dalla Galleria degli Uffizi e di Palazzo Pitti che, attraverso un accordo appena concluso, proprio con Pitti Immagine, ospiteranno mostre e studi dedicati alla moda».

   Per ora non si parla di sfilate, come ha precisato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, perché «per ospitarle bisogna tenere conto in quale spazio possano andare in scena e se ad esempio ci fossero affreschi, andrebbero prese le dovute precauzioni: nelle sale degli Uffizi, dove ci sono opere d’arte, non ci saranno passerelle, ma altri spazi potranno essere presi in considerazione».

   Sottolineando il grande valore economico e culturale del settore, Franceschini ha insistito sulla necessità di «un patto tra il mondo della moda e il mondo della cultura senza barriere ideologiche o snobistiche perché sono due pezzi dell’identità nazionale e questo da una carta in più alla competitività dell’intero Paese». Un Paese che, nonostante rappresenti il 36 per cento del fatturato europeo del settore moda abbigliamento (contro il 23% della Francia) fatica ancora a «fare sistema».

   (…..) Il ministro Franceschini ha poi voluto ricordare il restauro di importanti monumenti finanziato da griffe internazionali «mentre questa generosità e lungimiranza non l’ho ancora vista da parte di imprenditori in altri campi, nemmeno ora che il bonus fiscale è stato stabilizzato». In particolare, il ministro ha ammesso che «la moda, in quanto prodotto di arte contemporanea è stato sempre un po’ trascurato da chi ha avuto responsabilità politiche nel settore culturale perché troppo “assorbito” dalla tutela del patrimonio storico-artistico del Paese e nella sua valorizzazione».

   Per Franceschini è invece giunto il momento «di investire sul presente, come è stato fatto ad esempio nel Regno Unito che ha una un’industria culturale e creativa molto vivace». (Flavia Fiorentino)

………………….

CULTURA IN ITALIA: DIECI LUOGHI COMUNI DA CANCELLARE

di Francesco Cancellato, da LINKIESA http://www.linkiesta.it/ (3/7/2014)

– Altro che «con la cultura non si mangia»: è da lì che l’Italia può ripartire – Il rapporto di Symbola «Io sono cultura», sull’industria culturale italiana –

«Ma allora per cosa combattiamo?». Inizia così, con la famosa frase che Winston Churchill pronunciò quando, durante la seconda guerra mondiale, qualcuno gli propose di tagliare i fondi destinati alla cultura, per difendere lo sforzo bellico.

   Forse, tuttavia, sarebbe stato altrettanto appropriato iniziare con una frase, altrettanto eloquente, che soleva ripetere il Ministro della Propaganda del nemico nazista: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». Di bugie sulla cultura e sulla sua supposta improduttività, se ne sono sentite molte, in questi anni. E sono state ripetute talmente tante volte, ahimè, che abbiamo finito per scambiarle per verità. Ben vengano, quindi, le duecento e rotte pagine del RAPPORTO DI SYMBOLA e UNIONCAMERE, se il loro obiettivo è quello di smentirle una dopo l’altra.

«CON LA CULTURA NON SI MANGIA»

La prima delle dieci bugie ha il copyright: a pronunciarla, infatti, fu l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, annus domini 2010. Destinatari della sua lapidaria sentenza, chi gli chiedeva ragione dei tagli dei trasferimenti alle attività culturali e dei mancati investimenti nella messa a valore del patrimonio storico-artistico italiano. In molti allora lo sbugiardarono, ma questo luogo comune ha ancora parecchio successo, quindi ci tocca ribadire il concetto: Le imprese del sistema produttivo culturale sono 443.458, il 7,3% del totale. A loro si deve il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia: 74,9 miliardi di euro. Che arrivano a 80 circa (il 5,7% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit.  Tutte queste realtà danno lavoro a un milione e mezzo di persone, il 5,3% della forza lavoro.

«PUNTARE SUL TURISMO CULTURALE NON CI FARÀ DIVENTARE RICCHI»

Con tutto il rispetto per i camerieri, se investissimo davvero su turismo e cultura, ce ne sarebbe per tutti, dalle imprese che producono scarpe, al web designer. Il turista culturale che soggiorna in Italia è più propenso a spendere 52 euro al giorno per l’alloggio, in media, e 85 euro per spese extra, contro i 47 euro per alloggio e 75 per gli extra di chi viene per ragioni non culturali. Del totale della spesa dei turisti in Italia, 73 miliardi di euro nel 2013, il 36,5% (26,7 miliardi) è legato proprio alle industrie culturali.

«LA NOSTRA CULTURA È IL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO. PUNTO.»

Posto che lo stato in cui versa Pompei (e il successo della mostra dedicata al sito archeologico partenopeo al British Museum) grida vendetta, se ci crogioliamo sulle nostre bellezze e sui nostri siti Unesco, siamo finiti. La Cina, che può vantare più o meno lo stesso numero di patrimoni dell’umanità che abbiamo noi. Eppure, investe altrove, e tanto: nel cinema, con 558 lungometraggi prodotti nel solo 2012. O nell’editoria, con la pubblicazione, nello stesso anno di 370mila libri. Il Paese di Mezzo, peraltro, conta anche su 600 mila sale di lettura rurali e oltre 2.000 musei che non fanno pagare l’ingresso. Noi, invece, siamo il penultimo paese europeo che investe meno nell’istruzione. L’ultimo, per la cronaca, è la Grecia, altra realtà che fa del suo patrimonio storico il suo fiore all’occhiello. Che voglia dire qualcosa?

«LA CULTURA È ROBA PER PAESI VECCHI E IN DECLINO»

Due esempi: Nigeria e Corea del Sud, che vecchi e post-industriali proprio non sono. Grazie a 10 miliardi di dollari generati nel 2013 e 200 mila occupati, il cinema nigeriano è il secondo datore di lavoro del paese dopo l’agricoltura. E l’industria dell’intrattenimento sudcoreana produce valore per oltre 45 miliardi di dollari. Un Paese che nel giro di dieci anni è riuscito a diventare leader in Asia nella produzione creativa di una serie di settori, dalle serie televisive alla pop music, dal design al food, all’hair styling. Anche questa è cultura, vi piaccia o no.

«PER CRESCERE SERVONO LE ACCIAIERIE, NON I MUSEI»

Non ce ne vogliano a Piombino e Taranto, e nemmeno in giro per i distretti della meccanica: non è la loro importanza a essere messa in discussione. Relativizzata, semmai, a chi cerca di rubricare l’industria culturale a mero orpello sussidiato e parassita. Il surplus commerciale con l’estero della cultura italiana nel 2013 è di 25,7 miliardi di euro: secondo solo, nell’economia nazionale, alla filiera meccanica, e ben superiore, ad esempio, a quella metallurgica (10,3 miliardi).

«LE FACOLTÀ UMANISTICHE SONO L’ANTICAMERA DELLA DISOCCUPAZIONE»

Ok, forse abbiamo bisogno di più ingegneri e di meno filosofi, di meno conservatori di beni culturali e più matematici, di meno scienze della comunicazione e più…un attimo: ne siamo sicuri? O forse stiamo nascondendo sotto il tappeto della presunta sovraofferta di figure professionali, diciamo, “cultural-terziario-creative” la nostra incapacità di mettere a valore la cultura? Peraltro: dove l’economia prova a ridefinire sé stessa, altro che lauree in scienze della disoccupazione. Esempio: una recente ricerca svolta dalla Fondazione Nord Est ha mostrato come dei laureati in scienze della comunicazione usciti negli ultimi dieci anni dall’Università di Padova, l’88% svolge un’attività retribuita.

«COSA C’ENTRA LA CULTURA CON IL MADE IN ITALY?»

La manifattura evoluta, il design, l’architettura, l’artigianato creativo, la comunicazione sono parte del nostro patrimonio culturale ed è la stessa Costituzione a dirlo, all’articolo 9, in cui il paesaggio e il patrimonio storico culturale vengono sposati alla ricerca scientifica e tecnica. Articolo, non a caso, giudicato il più originale della Carta dal Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi. È un legame immateriale,  che le cifre non possono descrivere: tuttavia, la cultura italiana è al cuore delle produzioni manifatturiere, delle tradizioni agroalimentari, così come è cultura ciò che innverva le filiere della moda, dell’arredamento, del design. E, di converso, è made in Italy anche un film come la «Grande Bellezza», che ha trionfato all’ultima notte degli Oscar.

«CULTURA? MA SE NON CI SONO I SOLDI PER DISOCCUPATI E PENSIONI?»

Ha senso. Banalmente, perché la cultura può pagare le pensioni e ridurre la disoccupazione ha sul resto dell’economia un effetto moltiplicatore pari a 1,67: in altri termini, per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,67 in altri settori. Gli 80 miliardi, quindi, ne stimolano altri 134, per arrivare a quei 214 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano.

«NELLA CRISI, LA GENTE NON SPENDE IN CULTURA»

Vero, se chi ha in mano il portafogli la pensa come Tremonti. Falso, se si considerano le risposte dei mercati, soprattutto quelli esteri: nonostante il clima recessivo l’export legato alla cultura continua ad andare molto forte. Durante la crisi è cresciuto del 35%: era di 30,7 miliardi nel 2009, è arrivato a 41,6 nel 2013, pari al 10,7% di tutte le vendite oltre confine delle nostre imprese. Il settore può vantare una bilancia commerciale sempre in attivo negli ultimi 22 anni, periodo durante il quale il valore dei beni esportati è più che triplicato.

«BISOGNEREBBE PUNTARE TUTTO SU VENEZIA, FIRENZE E ROMA»

Di solito questa è l’ultima obiezione di chi è convinto cultura e turismo culturale siano sinonimo di «cartolina». Vagli a spiegare che, per quanto è bello, il Colosseo si vede una volta sola. Non è un caso, del resto, che il valore aggiunto e l’occupazione legate alla cultura raramente si sviluppano accanto ai baracchini che vendono souvenir, ma realtà come Arezzo, Pordenone, Treviso, Vicenza. Terre di made in Italy, non a caso. (Francesco Cancellato)

………………………

Il saggio di SIMONE VERDE, “CULTURA SENZA CAPITALE”, ricostruisce le tappe di un processo che fu molto lungo e faticoso. Inizialmente si lasciò la materia ai privati e alle fluttuazioni del mercato

L’ITALIA UNITA PARTÌ IN RITARDO NELLA TUTELA DEI BENI CULTURALI

di PAOLO MIELI, da “il Corriere della Sera” del 22/7/2014

– Solo nel 1902 fu varata la prima legge di salvaguardia. Il cattivo esempio – Durante la Rivoluzione francese opere di grande valore furono vendute all’asta e preziose statue di bronzo vennero fuse allo scopo di ricavarne pezzi d’artiglieria. Le razzie sistematiche – In seguito all’invasione dello Stato pontificio Parigi rimpinguò di molto le sue collezioni saccheggiando il sistema museale romano –

   Il Regno di Sardegna fu l’unico Stato preunitario italiano che non ebbe una definita politica delle antichità e delle belle arti. È per questo motivo, argomenta con efficacia Simone Verde in un libro per «I Nodi» Marsilio, “Cultura senza Capitale. Storia e tradimento di un’idea italiana”, che in materia di tutela dei beni culturali, pur essendone stati italiani gli «inventori», tutto qui da noi precipitò, fin dall’inizio, nella confusione.

   Confusione che, per così dire, era stata «importata» dall’estero. La Rivoluzione francese non aveva dato il buon esempio per quel che riguarda il rispetto e la conservazione della produzione artistica dei tempi anteriori. La prima ondata iconoclasta ebbe avvio già fin dall’inizio, il 14 luglio 1789. Ma ad «accelerare il processo» fu una decisione fondamentale per la storia della rivoluzione stessa: la nazionalizzazione dei beni della Chiesa votata dall’Assemblea nazionale il 2 novembre di quello stesso 1789.

   Nazionalizzazione che, scrive Verde, «sottrasse un immenso patrimonio al suo millenario tutore, privandolo di ogni funzione».La Chiesa di Roma aveva elaborato fin dai tempi di Giulio II (Papa nel periodo 1503-1513) una strategia «abile e raffinata» per la difesa dei beni artistici, trasformando l’antica residenza di Innocenzo VIII sul colle del Belvedere nel «nucleo originario di quella che sarebbe diventata la più ricca collezione di antichità nel mondo, i Musei Vaticani».

   Da quel momento la Roma cattolica, scrive Verde, si fece «cuore culturale, progettuale, creativo dell’Europa, iniziando e organizzando collezioni che servissero da palestra per gli ingegni, attraendo, formando gli artisti e, quindi, la mente del sistema che stava alimentando la storia europea». Il 27 agosto del 1515, Leone X aveva affidato a Raffaello il compito di reperire attorno all’urbe marmi per la fabbrica di San Pietro, prescrivendogli (ed è questa la cosa più rilevante) di salvare le epigrafi utili per lo studio delle lettere e per «coltivare l’eleganza della lingua latina».

   Questo provvedimento, «sarebbe stato oggetto di mitopoiesi, interpretato estensivamente come la nascita della figura di ispettore alle belle arti». E, proprio per quella matrice cattolico-romana, l’istituzione museo aveva suscitato diffidenza tra gli intellettuali e i politici ostili alla Chiesa. È singolare, ad esempio, che la voce «Musée» dell’Encyclopédie di D’Alembert e Diderot nel 1765 trattasse esclusivamente quello di Alessandria, «luogo dove veniva mantenuto a spese pubbliche un certo numero di persone di lettere», le quali «non contribuivano all’utilità della biblioteca soltanto con le loro cure, ma anche attraverso conferenze, tenendo vivo il gusto per le belle lettere ed eccitando l’emulazione».

   Una definizione alquanto riduttiva, aggravata dal fatto che, per i tempi moderni, non si faceva alcun cenno ai musei italiani, ma solo all’Ashmolean di Oxford. Al momento della Rivoluzione francese fu subito esplicita «l’idea di soppiantare la città cristiana con una capitale laica e illuminista dove il patrimonio sottratto alla Chiesa sarebbe stato da “rigenerare” in funzione delle aspirazioni del popolo liberato».

   Fu fin dall’inizio chiarissimo che, diciamo così, «per costruire Parigi bisognava umiliare Roma». Il 10 settembre 1790, per mettere ordine nell’ingente patrimonio requisito, l’autorità municipale di Parigi si rivolse al pittore Gabriel-François Doyen per «stilare un inventario di quanto tenere e di quanto mandare all’asta».

   Il fatto, secondo Verde, «fu di incredibile importanza storica se si pensa che l’atto stesso della cernita, della vendita e della catalogazione significava far partecipare improvvisamente dell’universo della quantità e dell’oggettualità elementi fino a quel momento ritenuti dotati di poteri magico-religiosi e implicava una valutazione razionale e laica mai avvenuta prima di reliquie, quadri, suppellettili di culto, luoghi santi, tombe e gruppi statuari chiamati a celebrare il legame con il divino dei protagonisti dell’aristocrazia».

   Per i «partigiani della conservazione» si trattava, «nell’immensa anamnesi» della catalogazione, di «trovare loro una nuova utilità». Se volevano salvare questo insieme artistico dalla rovina, si sarebbe dovuto «inventare un nuovo significato a un patrimonio improvvisamente svestito dell’aura sacra che ne aveva costituito il senso ultimo nel contesto della società teocratica dell’ancien régime».

   Nell’aprile del 1792 fu la guerra all’Austria. Nel contesto di questo scontro militare, il 24 luglio di quell’anno, il deputato Pierre-Joseph Cambon suggerì: «La guardia nazionale di Parigi ha cannoni fusi da Perrier; è importante che ne procuriamo altri uguali per tutti i battaglioni di volontari nazionali; propongo perciò di far fondere le statue degli antichi tiranni… Abbiamo soltanto un Enrico IV, ma abbiamo tre Luigi XIV».

   Le parole di Cambon ebbero immediato effetto. «L’Assemblea, dopo aver proclamato lo stato d’emergenza, decreta che le statue esistenti sulle piazze pubbliche di Parigi siano tolte e sostituite con monumenti in onore della libertà», decretarono i rivoluzionari l’11 agosto del 1792, dopo la deposizione di Luigi XVI.

   Detto fatto. «In questo momento», annunciò il deputato Jean-Pierre Sers, «il popolo sta invadendo le pubbliche piazze e vuole demolire le statue dei re in Place Vendôme e in Place Louis XV (divenuta poi Place de la Concorde, ndr ). Chiedo che le sezioni nominino commissari per prevenire i pericoli che potrebbero derivare dalla caduta di questi enormi ammassi».

   Non sorprende, osserva Verde, che il deputato Sers, nel preoccuparsi per le due statue equestri a Place Vendôme e a Place Louis XV, pur con a cuore la sorte dei capolavori di François Girardon e di Edmé Bouchardon, quel giorno non ritenne di menzionare le qualità artistiche delle opere bensì la pericolosità relativa all’abbattimento «di una massa simile».

   Quell’11 agosto, il deputato Jacques-Alexis Thuriot riprese la proposta di Cambon: «Chiedo all’Assemblea di decretare che le statue (dei monarchi) vengano tolte e che vengano usate in maniera utile alla nazione, che vengano trasformate in monete o in cannoni. È necessario che l’Assemblea dia prova di grande carattere e ordini l’annientamento di tutti i monumenti dell’orgoglio e del dispotismo».

   È il momento «più drammatico per il patrimonio artistico dell’ancien régime», fa osservare l’autore: un decreto del 14 agosto intima addirittura di «impiegare in maniera utile alla difesa di ogni Comune della Francia la materia dei monumenti che si trovano nelle loro mura».

   Un membro della Convenzione nazionale, si legge nel verbale della seduta, «lamenta il modo in cui è applicato il decreto… Osserva che una parte di questi monumenti innalzati dall’idolatria sussiste ancora e che, lasciando in piedi monumenti sconfessati dalla libertà, si continua a mantenere il popolo nella superstizione per la monarchia… Chiede, quindi, che vengano prontamente demoliti».

   Il 22 agosto, meno di quindici giorni dopo la destituzione del re, si discusse che cosa fare del parco di Versailles. Il tema fu posto dal deputato Jean Dusaulx e immediatamente si levò una voce dall’emiciclo: «Che venga arato!». D’altronde, scrive Verde, si trattava del simbolo più flagrante dello sperpero monarchico.

   Agli occhi degli iconoclasti era la materializzazione «della dannosità di beni che sottraevano risorse necessarie a liberare il popolo dalla miseria». Il che portava con sé molte altre cose: «Se il parco di Versailles meritava di essere arato (per il fatto che la cultura non si mangia), una buona sorte non attendeva certo le tele commissionate dai monarchi dell’età dell’assolutismo a esaltazione del loro potere».

   Gabriel Bouquier, capo della commissione per il restauro delle opere d’arte del Louvre, nonché grande amico del pittore Jacques-Louis David, chiese pubblicamente che scomparissero «dalle collezioni repubblicane le tele insipide, le produzioni adulatrici e lascive che hanno offerto fin troppo agli occhi del popolo le immagini scioccanti di atti tirannici… di adulazioni avvilenti, di idee meschine, di fanatismo monacale, di misticità ridicole».

   Lo stesso Bouquier proporrà poi di scegliere «tra i più grandi quadri a soggetto storico raccolti nei diversi depositi di Parigi, quelli composti dal maggior numero di figure», così da poterli tagliare per far indovinare ai candidati di un esame l’identità di sagome e facce ricavate dalla distruzione del dipinto.

   In quel momento, però, i rivoluzionari francesi si accorsero che stavano imboccando una via senza ritorno. Fu a quel punto che il già citato Cambon, con un sofisma, propose una politica di tutela del patrimonio culturale. Bisogna «conservare» le immagini della famiglia dei Borbone, disse, che meritano la nostra riconoscenza eterna per averci fatto detestare i re… Rispettiamo, dunque, in nome delle arti, questi monumenti consacrati a siffatta monarchia; riuniamoli in un unico luogo per formarne un muséum».

   Dopodiché Cambon chiedeva «un rapporto sui mezzi per costruire questo monumento che, distruggendo l’idea della monarchia, conserverà i capolavori fin qui rinchiusi nei detestabili palazzi di siffatti nostri re». Nel 1794, il rivoluzionario abbé Grégoire (l’inventore del termine «vandalismo») scrisse: «Se le nostre armi vittoriose penetrano in Italia, la presa dell’Apollo del Belvedere e dell’Ercole Farnese saranno le più belle conquiste… Fu la Grecia che diede splendore a Roma, ma i capolavori delle repubbliche greche dovranno decorare il Paese degli schiavi?».

   La risposta evidente era un «no» e la conseguenza immediata era che la Repubblica francese di quei capolavori dovesse «diventare l’ultimo domicilio». L’ambizione, fa notare Verde, «era di rimpinguare con le razzie il patrimonio della Francia rivoluzionaria e depauperare il sistema museale romano, per svilirne il ruolo politico e simbolico agli occhi dell’aristocrazia e del mondo».

   Ma torniamo alla nascita dello Stato italiano e all’iniziale confusione di cui si è detto all’inizio. Nel 1861, il Regno d’Italia non voleva saperne dell’antichità e delle belle arti. Nella versione radicale del liberismo che caratterizzava il nostro Stato, scrive Verde, «la materia non doveva essere di competenza pubblica ma lasciata alle libere fluttuazioni del mercato e all’iniziativa filantropica della società civile».

   L’ideologia del laissez-faire , infatti, rimase per il momento indiscussa, «tanto più che la competizione tra nazioni sembrava imporre che nessun ostacolo dovesse esser messo alla proprietà, così come doveva farlo con il darwinismo sociale per favorire il progresso economico». Sulla materia, perciò, «lo Statuto albertino non prevedeva nessun tipo di sostegno esplicito, garanzia o limite all’esportazione, tranne una generica commissione consultiva».

   Il primo a porsi il problema fu lo stesso Cavour, che affidò all’erudito marchigiano Terenzio Mamiani, cugino di Giacomo Leopardi, il compito di elaborare una soluzione. Inutilmente, dal momento che il 13 marzo del 1871 il Senato decretò l’abolizione dei vincoli stabiliti dallo Stato pontificio, che avevano obbligato gli eredi delle collezioni principesche a non disperderle nei rami secondari delle loro illustri famiglie.

   Con il 1866, scrive Verde, «prima che le ondate di espropri di beni ecclesiastici portassero alla nascita di collezioni e musei a carattere civico e locale, lo Stato unitario ereditò o si ritrovò sul suo territorio una lunga lista di raccolte principesche o antiquarie, vecchi abbozzi museali universalistici napoleonici o pinacoteche delle corti preunitarie».

   Come il Museo di Capodimonte, Brera a Milano, l’Archeologico di Napoli, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, gli Uffizi, la Galleria Sabauda di Torino, l’Estense di Modena, quella di Parma. Nel 1870, con la presa di Roma, vennero ad aggiungersi collezioni che comprendevano i Musei Capitolini «ma che si estendevano a un numero elevatissimo di gallerie private che avevano un’importanza storica e artistica unica al mondo, come la collezione Torlonia, la Doria-Pamphilj, la Borghese, la Corsini, la Barberini, la Pallavicini e tante altre, le quali per l’interesse storico che rappresentavano avrebbero richiesto l’occhio vigile dello Stato».

   L’immensità di questo patrimonio, teoricamente sotto la tutela del ministero della Pubblica Istruzione erede di quel Regno di Sardegna che aveva il difetto di cui si è detto all’inizio, «fu gestita fin dall’inizio all’insegna del caos». Mentre in tutta Europa si dispiegavano le pratiche dello Stato culturale, in Italia alla vigilia dell’Unità in questa direzione si era mosso poco. E se qualcosa si era mosso, «lo aveva fatto troppo spesso nella direzione sbagliata».

   Un esempio? A causa della crisi economica prodottasi a seguito della costituzione e dell’abbattimento della Repubblica romana (1849) e per appianare il bilancio dopo anni di mala gestione del Monte di Pietà, nel 1858 il Vaticano aveva accantonato l’editto del cardinale Bartolomeo Pacca per consentire che l’enorme collezione del marchese Giampietro Campana, ex direttore fallimentare dell’istituzione di credito, finisse in mani straniere, andando a costituire parte significativa del Louvre, dell’Ermitage, e del Victoria and Albert Museum.

   Nel 1863 il governo ricevette una relazione dall’uomo incaricato di stilare un catalogo delle opere d’arte di proprietà ecclesiastica di Umbria e Marche, in cui si poteva leggere: «L’esperienza di questi due anni di governo italiano ha mostrato che nessuna determinazione è stata presa in questo senso (la creazione di un apposito sistema, ndr ); ed anzi quello che è stato fatto tornò piuttosto a danno che a vantaggio delle arti, onde, per poco che si continui in questa via, avrà il Paese a deplorarne delle tristi conseguenze».

   A chi volesse «sostenere che quella divisione non ha bisogno di specialità artistiche, perché vi sono le accademie coi loro professori, le gallerie coi loro direttori, e il diritto di sorveglianza e di tutela nei comuni e nei consigli provinciali», proseguiva la lettera, «si potrebbe dimostrare l’insufficienza di tutto questo col disordine in cui si trovano le nostre gallerie, collo stato deplorabile in cui sono ridotti i nostri monumenti e le altre opere d’arte».

   A scrivere queste parole era Giovanni Battista Cavalcaselle, formatosi all’Accademia delle belle arti di Venezia alla scuola di Leopoldo Cicognara, partecipe in prima persona ad alcune imprese del Risorgimento (fu condannato a morte dagli austriaci), poi esiliato a Londra, dove era divenuto grande amico del critico Joseph Archer Crowe, assieme al quale avrebbe portato a termine, a seguito di un soggiorno in Italia tra il 1857 e il 1861, la New History of Painting in Italy from the 2nd Century to the 16th Century.

   «Una summa inedita dell’arte italiana dopo un lavoro di ricognizione sul territorio che assomigliava molto alle missioni esplorative volute in Francia da François Guizot», la definisce Verde.

   Seconda personalità che fa eccezione al disarmante quadro (quantomeno sotto il profilo pubblico) dei sensibili alle arti nell’Ottocento italiano è Adolfo Venturi, dal 1878 ispettore della Galleria Estense di Modena, pioniere della storia dell’arte in Italia. Fu Venturi ad attivare, nel 1896, il primo insegnamento accademico nel nostro Paese di Storia dell’arte medievale e moderna. E toccò a lui, nel 1898, essere nominato direttore della Galleria Corsini, della quale riuscì a fare un museo rappresentativo dell’arte italiana.

   Una progressiva realizzazione del suo progetto, scrive Verde, «che passava attraverso responsabilità amministrative e scientifiche, al fine di costruire quel sistema pubblico di cui il Paese tanto faceva difetto».

   Ancor più con una rivista, le «Gallerie nazionali italiane», che fu pubblicata per otto anni, dal 1894 al 1902. Con l’arrivo dei primi allievi usciti dal biennio di perfezionamento legato alla sua cattedra «fu chiaro che era nata una vera e propria scuola, da cui passarono, a vario titolo, personalità come Pietro Toesca, Federico Hermanin e Roberto Longhi. Venturi aveva così posto le basi per un ceto tecnico-scientifico con vocazione amministrativa, a sostegno di una infrastruttura nazionale che, come scrisse lui stesso in un celebre articolo del 1902, imponeva si tirasse “un catenaccio” contro l’esodo continuo di antichità e opere d’arte sul mercato».

   Risultato di tutto questo lavoro fu un’importante legge voluta dal ministro Nunzio Nasi. Verde lo giudica un «provvedimento estremamente cauto» e ha ragione. Ma è un fatto che prevedeva (siamo sempre nel 1902) l’inalienabilità del patrimonio pubblico ed ecclesiastico, manteneva sì il diritto di vendere all’estero, ma conferiva allo Stato i poteri di prelazione. Un passo importante nella direzione giusta. Compiuto però quarantun anni dopo la nascita del nostro Stato unitario. E se da noi le cose in questo campo (come in molti altri) non vanno per il verso giusto lo si deve a quell’incerta partenza dello Stato italiano, centocinquant’anni fa. (PAOLO MIELI)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...