I POCHI PADRONI DEL MONDO nella QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE – SUPERMILIARDARI POSSIEDONO QUANTO LA METÀ PIÙ POVERA DELLA POPOLAZIONE GLOBALE – Un’economia a servizio dell’1 per cento? è il titolo del rapporto 2016 OXFAM per il WORLD ECONOMIC FORUM di DAVOS

Nel 2015, secondo Oxfam, 62 persone hanno accumulato la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone (la metà più povera della popolazione mondiale). Cinque anni fa le persone che avevano una ricchezza pari a quella del 50 per cento più povero della popolazione mondiale erano 388, nel 2014 erano 80. Le ricchezze di queste 62 persone sono cresciute del 44 per cento tra il 2010 e il 2015, arrivando a 1.760 miliardi di dollari
Nel 2015, secondo Oxfam, 62 persone hanno accumulato la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone (la metà più povera della popolazione mondiale). Cinque anni fa le persone che avevano una ricchezza pari a quella del 50 per cento più povero della popolazione mondiale erano 388, nel 2014 erano 80. Le ricchezze di queste 62 persone sono cresciute del 44 per cento tra il 2010 e il 2015, arrivando a 1.760 miliardi di dollari

   Nel mondo una persona su sei vive con un dollaro al giorno. Discorso già sentito, che si ripete, che (purtroppo) non fa più notizia. Ma se prima la soluzione e le accuse erano facili da fare (il sistema capitalistico, il mercato etc.) ora forse è meglio concentrarsi sui meccanismi di “funzionamento” del mondo, geopolitici, economici, umani, che creano ancora disparità così da permettere povertà assolute.

   E interessante, anche come atto di conoscenza, è il rapporto Oxfam (ong inglese, una federazione di 18 associazioni umanitarie e attiviste che si occupano di povertà, diritti umani e ingiustizie nel mondo) dal titolo “UN’ECONOMIA A SERVIZIO DELL’1 PER CENTO”. In sintesi, nel rapporto si dimostra che 62 persone nel mondo sono più ricche di 3 miliardi e 600 milioni di persone: cioè pochi supermiliardari possiedono quanto la metà più povera della popolazione globale.

Si è conclusa il 23 gennaio scorso nella cittadina sciistica di Davos, in Svizzera, il meeting annuale del World Economic Forum foto da "IL FOGLIO")
Si è conclusa il 23 gennaio scorso nella cittadina sciistica di Davos, in Svizzera, il meeting annuale del World Economic Forum (foto da “IL FOGLIO”)

   Il rapporto Oxfam ha anticipato l’incontro annuale di Davos (località turistica alpina in Svizzera) tenutosi dal 20 al 23 gennaio. La classe dirigente del pianeta ha partecipato a questo consueto Forum Economico Mondiale in un clima internazionale mai così cupo e minaccioso dalla presunta fine della crisi globale del 2008: dagli effetti del rallentamento della crescita dell’economia cinese alla disoccupazione, dal crollo del prezzo delle risorse energetiche al rischio esplosione di una nuova bolla finanziaria, all’aumento delle tensioni sociali. Questi gli argomenti di discussione al di là dell’argomento ufficiale del vertice, cioè la “QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE”.

   NEL RAPPORTO OXFAM È SCRITTO che l’1 per cento della popolazione mondiale possiede più del restante 99 per cento. Queste cifre sono «la prova definitiva che viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha raggiunto livelli senza precedenti da oltre un secolo», scrive Oxfam.

LE PROPOSTE DI OXFAM PERCHÉ LA RICCHEZZA MONDIALE SIA DISTRIBUITA PIÙ EQUAMENTE Parte del rapporto Oxfam propone una serie di azioni per invertire la tendenza alla disuguaglianza: - PAGARE AI LAVORATORI «UN SALARIO DIGNITOSO» e colmare il divario con gli stipendi dei manager aumentando i salari minimi; -PROMUOVERE LA PARITÀ ECONOMICA DELLE DONNE E I LORO DIRITTI ricompensando il lavoro di cura non retribuito, ponendo fine al divario retributivo di genere, migliorando la raccolta di dati per valutare l’impatto di genere delle politiche economiche; - TENERE SOTTO CONTROLLO L’INFLUENZA DELLE ÉLITE ISTITUENDO REGISTRI PUBBLICI OBBLIGATORI DEI LOBBISTI E REGOLE PIÙ SEVERE SUL CONFLITTO D’INTERESSI, «riformando il quadro normativo, in particolare per quanto attiene alla trasparenza dell’azione di governo», assicurando che vi sia piena trasparenza sui finanziamenti privati ai partiti politici, «introducendo norme che impediscano il fenomeno delle “porte girevoli” che permettono un continuo interscambio tra grandi società e governi». Oxfam propone anche di: - FARE IN MODO CHE I MEDICINALI SIANO ACCESSIBILI A TUTTI A PREZZI SOSTENIBILI, che - IL CARICO FISCALE SIA EQUAMENTE DISTRIBUITO, che sia - POTENZIATO IL SETTORE PUBBLICO PIUTTOSTO CHE IL RUOLO DI QUELLO PRIVATO PER QUANTO RIGUARDA LA FORNITURA DI SERVIZI ESSENZIALI. Come priorità su tutte, - OXFAM CHIEDE AI LEADER MONDIALI UN’AZIONE COORDINATA PER PORRE FINE AI PARADISI FISCALI
LE PROPOSTE DI OXFAM PERCHÉ LA RICCHEZZA MONDIALE SIA DISTRIBUITA PIÙ EQUAMENTE
Parte del rapporto Oxfam propone una serie di azioni per invertire la tendenza alla disuguaglianza:
– PAGARE AI LAVORATORI «UN SALARIO DIGNITOSO» e colmare il divario con gli stipendi dei manager aumentando i salari minimi;
-PROMUOVERE LA PARITÀ ECONOMICA DELLE DONNE E I LORO DIRITTI ricompensando il lavoro di cura non retribuito, ponendo fine al divario retributivo di genere, migliorando la raccolta di dati per valutare l’impatto di genere delle politiche economiche;
– TENERE SOTTO CONTROLLO L’INFLUENZA DELLE ÉLITE ISTITUENDO REGISTRI PUBBLICI OBBLIGATORI DEI LOBBISTI E REGOLE PIÙ SEVERE SUL CONFLITTO D’INTERESSI, «riformando il quadro normativo, in particolare per quanto attiene alla trasparenza dell’azione di governo», assicurando che vi sia piena trasparenza sui finanziamenti privati ai partiti politici, «introducendo norme che impediscano il fenomeno delle “porte girevoli” che permettono un continuo interscambio tra grandi società e governi».
Oxfam propone anche di:
– FARE IN MODO CHE I MEDICINALI SIANO ACCESSIBILI A TUTTI A PREZZI SOSTENIBILI, che
– IL CARICO FISCALE SIA EQUAMENTE DISTRIBUITO, che sia
– POTENZIATO IL SETTORE PUBBLICO PIUTTOSTO CHE IL RUOLO DI QUELLO PRIVATO PER QUANTO RIGUARDA LA FORNITURA DI SERVIZI ESSENZIALI. Come priorità su tutte,
– OXFAM CHIEDE AI LEADER MONDIALI UN’AZIONE COORDINATA PER PORRE FINE AI PARADISI FISCALI

   Se la disuguaglianza è cresciuta negli ultimi anni, è da chiedersi qual è l’attuale livello di concentrazione della ricchezza. Perché va precisato che per individuare la disuguaglianza economica “vera e propria”, questa è quella relativa alla proprietà della ricchezza, dei “patrimoni”, la cui distribuzione si dice che è ben più diseguale rispetto a quella del reddito. E “la ricchezza” è legata allo status sociale, al «potere».

   E’ pur vero che la povertà, sui grandi numeri, sembra diminuita in questi ultimi decenni: le produzioni industriali mondiali portate (per esigenze di costi) in Cina, India… hanno pur permesso a ceti condannati da sempre alla più grande miseria, a raggiungere un certo minimo grado di reddito (pur sfruttati), magari anche di welfare pubblico (gli ospedali, le scuole per i figli…). Ma lo stesso, specie dalla crisi economica iniziata nel 2008, e appunto dall’accumularsi di ricchezze pazzesche in pochissime mani, fa credere che il fenomeno messo in atto è tutt’altro che virtuoso, e sta avvenendo un’inversione di tendenza (ex poveri che tornano ad esserlo) (e tutti gli analisti economici dicono che potrebbe venire di qui a poco una nuova crisi peggiore di quella del 2008).

In EUROPA ci sono 342 MILIARDARI (con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro) e 123 MILIONI DI PERSONE - quasi un quarto della popolazione – è A RISCHIO POVERTÀ O ESCLUSIONE SOCIALE. E’ l’impietosa fotografia scattata da UN’EUROPA PER TUTTI, NON PER POCHI, il nuovo rapporto sulla disuguaglianza, lanciato oggi da OXFAM. Un quadro che riguarda anche l’Italia: nel nostro paese il 20% degli italiani più ricchi oggi detiene il 61,6% della ricchezza nazionale netta, mentre il 20% degli italiani più poveri ne detiene appena lo 0,4%. – (da rapporto Oxfam gennaio 2016, www.oxfamitalia.org/ )
In EUROPA ci sono 342 MILIARDARI (con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro) e 123 MILIONI DI PERSONE – quasi un quarto della popolazione – è A RISCHIO POVERTÀ O ESCLUSIONE SOCIALE. E’ l’impietosa fotografia scattata da UN’EUROPA PER TUTTI, NON PER POCHI, il nuovo rapporto sulla disuguaglianza, lanciato oggi da OXFAM. Un quadro che riguarda anche l’Italia: nel nostro paese il 20% degli italiani più ricchi oggi detiene il 61,6% della ricchezza nazionale netta, mentre il 20% degli italiani più poveri ne detiene appena lo 0,4%. – (da rapporto Oxfam gennaio 2016, http://www.oxfamitalia.org/ )

   Questa inversione di tendenza (sulla diminuzione della povertà) sembra anche ben visibile dalla crisi che stanno vivendo i paesi in via di sviluppo maggiormente in crescita fino a sette, otto anni fa (prima della crisi del 2008) (ricordate l’acronimo BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, e Sudafrica?). Ebbene quasi tutti questi paesi stanno vivendo delle difficoltà enormi.

   Chi analizza quel che accade nel mondo, partendo dalla quotidianità degli individui, famiglie, gruppi sociali, dice che se la ricchezza è ripartita diffusamente allora l’economia va, si “auto riproduce”; se invece accade che la ricchezza si accumula su patrimoni di pochissime persone, allora tutto si ferma. Ad esempio, facendo un riferimento storico, si può vedere che i poveri in Europa hanno cominciato a consumare di più quando sono nate le società «di mutuo soccorso» (verso fine ottocento), cioè quando si son create condizioni di qualche sicurezza, di vita migliore e più sicura.

“UNA DELLE DIMENSIONI FONDAMENTALI DELLA DISUGUAGLIANZA ECONOMICA È QUELLA RELATIVA ALLA PROPRIETÀ DELLA RICCHEZZA, la cui distribuzione si ritiene sia più diseguale rispetto a quella del reddito. La ricchezza è inoltre sostanzialmente legata allo status sociale e al «potere» (la classifica dei Paperoni mondiali stilata da Forbes è basata sulla ricchezza) e può essere trasferita alle generazioni successive: in questo modo si generano enormi vantaggi ereditati, si ampliano sostanzialmente le disuguaglianze di opportunità nell’economia e si riducono al contempo le prospettiva di crescita. (…..). LE RICERCHE EMPIRICHE RIASSUNTE NEL LIBRO DI THOMAS PIKETTY, IL CAPITALE NEL XXI SECOLO, sono un raro esempio di rappresentazione di evidenza di lungo termine su una variabile di così difficile misurazione come la ricchezza. I dati sono calcolati principalmente a partire dai registri amministrativi dei patrimoni ereditari utilizzando il cosiddetto metodo dei «moltiplicatori di mortalità». Si usa un campione della ricchezza della popolazione dei deceduti in un anno specifico al fine di stimare la distribuzione della ricchezza della popolazione vivente (Salvatore Morelli, da LA VOCE.INFO www.lavoce.info/, 4/6/2015 )
“UNA DELLE DIMENSIONI FONDAMENTALI DELLA DISUGUAGLIANZA ECONOMICA È QUELLA RELATIVA ALLA PROPRIETÀ DELLA RICCHEZZA, la cui distribuzione si ritiene sia più diseguale rispetto a quella del reddito. La ricchezza è inoltre sostanzialmente legata allo status sociale e al «potere» (la classifica dei Paperoni mondiali stilata da Forbes è basata sulla ricchezza) e può essere trasferita alle generazioni successive: in questo modo si generano enormi vantaggi ereditati, si ampliano sostanzialmente le disuguaglianze di opportunità nell’economia e si riducono al contempo le prospettiva di crescita. (…..). LE RICERCHE EMPIRICHE RIASSUNTE NEL LIBRO DI THOMAS PIKETTY, IL CAPITALE NEL XXI SECOLO (in Italia pubblicato da BOMPIANI), sono un raro esempio di rappresentazione di evidenza di lungo termine su una variabile di così difficile misurazione come la ricchezza. I dati sono calcolati principalmente a partire dai registri amministrativi dei patrimoni ereditari utilizzando il cosiddetto metodo dei «moltiplicatori di mortalità». Si usa un campione della ricchezza della popolazione dei deceduti in un anno specifico al fine di stimare la distribuzione della ricchezza della popolazione vivente (Salvatore Morelli, da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/, 4/6/2015 )

   Oxfam, al vertice 2016 di Davos, ha formulato delle proposte concrete per perlomeno frenare questo accumulo di ricchezze in pochissime mani, per redistribuirle in modo virtuoso a più persone possibili. Potrebbe essere anche un “sano egoismo” dei ricchi della Terra la redistribuzione della ricchezza, se questo incentiva processi economici di benessere. Per dire che nulla è dato dal caso, che tutto può (potrebbe) essere governato in modo da far star bene tutti (un’utopia concreta). (s.m.)

LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE - Il mercato del lavoro è entrato in quella che i tecnici del settore non esitano a chiamare "quarta rivoluzione industriale", ossia un insieme di trasformazioni che grazie alla robotica, all'intelligenza artificiale, alle nanotecnologie, alla stampa 3D, alla genetica e alle biotecnologie stanno modificando non solo il modello del business, ma anche il numero e le modalità di utilizzo della forza lavoro. Meno uomini e più macchine, macchine capaci di gestire autonomamente quasi l'intera filiera produttiva, sembra essere la strada intrapresa dall'industria mondiale. Un modello che secondo un rapporto pubblicato oggi dal World economic forum (Wef) potrebbe causare una significativa diminuzione dei posti di lavoro globali (circa 7,1 milioni di occupati in meno) all'interno delle prime quindici economie più sviluppate al mondo. (da “Il Foglio.it” del 19/1/2016 - (www.ilfoglio.it/)
LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE – Il mercato del lavoro è entrato in quella che i tecnici del settore non esitano a chiamare “quarta rivoluzione industriale”, ossia un insieme di trasformazioni che grazie alla robotica, all’intelligenza artificiale, alle nanotecnologie, alla stampa 3D, alla genetica e alle biotecnologie stanno modificando non solo il modello del business, ma anche il numero e le modalità di utilizzo della forza lavoro. Meno uomini e più macchine, macchine capaci di gestire autonomamente quasi l’intera filiera produttiva, sembra essere la strada intrapresa dall’industria mondiale. Un modello che secondo un rapporto pubblicato oggi dal World economic forum (Wef) potrebbe causare una significativa diminuzione dei posti di lavoro globali (circa 7,1 milioni di occupati in meno) all’interno delle prime quindici economie più sviluppate al mondo. (da “Il Foglio.it” del 19/1/2016 – (www.ilfoglio.it/)

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I 62 PADRONI DEL MONDO

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 19/1/2016

– aumentano le disparità:  supermiliardari possiedono quanto la metà più povera della popolazione globale – Lo rivela un rapporto diffuso da Oxfam al forum di Davos –

   Un gruppetto di miliardari che potrebbero stare tutti in una stanza ha un patrimonio più grande di quello della metà più povera della popolazione della terra. Detto in cifre, 62 persone sono più ricche di 3 miliardi e 600 milioni di persone. È il dato più impressionante del rapporto pubblicato il 18 gennaio dalla Oxfam, una delle più importanti organizzazioni umanitarie, sul gap tra ricchi e poveri nel nostro pianeta.

   Il patrimonio dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha superato nel 2015 quello del restante 99 per cento dei terrestri, afferma il rapporto, fotografando una forbice di diseguaglianza che si allarga sempre di più. E che riguarda anche il nostro Paese: l’1 per cento più ricco degli italiani, secondo la stima di Oxfam, possiede il 23,4 per cento della ricchezza nazionale. L’evasione fiscale, in particolare la cosiddetta evasione legalizzata, consentita da scappatoie nelle normative tributarie e dai paradisi fiscali, viene indicata come una delle cause principali del fenomeno.

   «Lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione si è accresciuto in modo spettacolare negli ultimi dodici mesi», osserva il rapporto intitolato “UN’ECONOMIA AL SERVIZIO DELL’ 1 PER CENTO”. Usando la classifica della rivista americana Forbes sui più ricchi della terra, Oxfam ha calcolato che dal 2010 allo scorso anno i 62 super miliardari in testa alla graduatoria, tra cui i giganti del web come BILL GATES di Microsoft, JEFF BEZOS di Amazon, MARK ZUCKERBERG di Facebook, LARRY PAGE di Google, e poi NUOVI RICCHI CINESI, SCEICCHI ARABI, PETROLIERI RUSSI (e due italiani, Maria Franca Fissolo FERRERO, titolare dell’impero della Nutella, e l’imprenditore di Luxottica Leonardo DEL VECCHIO), hanno visto aumentare il proprio patrimonio collettivo di 500 miliardi di dollari arrivando nel 2015 a un totale di 1.760 miliardi di dollari.

   Nello stesso periodo, LA RICCHEZZA DEI 3 MILIARDI E 600 MILIONI DI PERSONE PIÙ POVERI, OVVERO METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, È DIMINUITA DI CIRCA 1.000 MILIARDI DI DOLLARI, un calo del 41 per cento.

RICCHI SEMPRE PIÙ RICCHI E POVERI SEMPRE PIÙ POVERI, un trend indicato anche da un altro dato del rapporto: nel 2010 ci volevano i 388 più ricchi della terra per ammassare un patrimonio pari a quello della metà più povera della popolazione mondiale, nel 2011 ci volevano 177 ricchi, nel 2012 ne erano necessari 159, nel 2013 ne bastavano 92, nel 2014 ne erano sufficienti 80 e l’anno scorso appunto sono bastati 62 super ricchi a pareggiare la bilancia con i 3 miliardi e 600 milioni di persone più povere. La rosa dei più agiati, insomma, si restringe sempre di più.

   Per quel che riguarda il nostro Paese, il rapporto indica che l’1 per cento più ricco degli italiani è in possesso di quasi un quarto della ricchezza nazionale netta, una quota in assoluto pari a 39 volte la ricchezza del 20 per cento più povero della popolazione. Lo studio di Oxfam rileva inoltre che in Italia oltre la metà dell’incremento della ricchezza è andato a beneficio del 10 per cento più ricco. «L’elusione fiscale delle multinazionali ha un costo per i Paesi in via di sviluppo stimato in 100 miliardi di dollari l’anno e per dare un’istruzione scolastica a ogni bambino del continente nero.

   L’allarme sull’aumento della diseguaglianza non è una novità: rappresenta l’aspetto centrale del bestseller dello scorso anno dell’economista francese TOMAS PIKETTY “Il capitale nel 21esimo secolo”.

   Appelli ad arginarla sono arrivati da PAPA FRANCESCO e dalla direttrice del Fmi CHRISTINE LAGARDE. Allo stesso tempo, ALTRI DATI RIVELANO CHE LA POVERTÀ MONDIALE SI STA RIDUCENDO: nel 2015, secondo cifre della Banca Mondiale, è calata al suo minimo da quando si tengono simili statistiche, scendendo a circa 700 MILIONI DI PERSONE, il 9,6 per cento della popolazione globale, rispetto ai 900 MILIONI DI PERSONE IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ (condizione definibile come vivere con meno di 1 dollaro e 90 centesimi al giorno) nel 2012.

   Dunque IL GAP RICCHI-POVERI NON È IN CONTRADDIZIONE CON UNA DIMINUZIONE DELLA POVERTÀ ESTREMA: ma TRASMETTE UN SEGNALE DI INGIUSTIZIA che a sua volta produce instabilità e secondo numerosi economisti minaccia la salute dell’economia generale. Non a caso le cifre dimostrano «un impatto importante anche nei paesi come l’Italia», commenta Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. «Il governo italiano può agire per porre fine all’era dei paradisi fiscali, sostenendo a livello nazionale e in Europa una serie di misure in tal senso». A questo scopo il braccio italiano di Oxfam lancia la campagna “SFIDA L’INGIUSTIZIA”, per dire basta ai paradisi fiscali.

   Non c’è dubbio che i paradisi fiscali rappresentino un problema, come sottolinea un altro aspetto del rapporto. Dal 2000 al 2014 gli investimenti mondiali offshore sono quadruplicati: si ritiene che oggi 7600 miliardi di dollari di ricchezze private siano depositate in “paradisi” dove sfuggono alla tassazione nazionale. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno.

   Oxfam stima che ALMENO UN TERZO DELLA RICCHEZZA FINANZIARIA DELL’AFRICA SIA NASCOSTO IN PARADISI FISCALI: la perdita di 14 miliardi di dollari di introiti basterebbe per creare strutture sanitarie in grado di salvare la vita a 4 milioni di bambini africani.

   La Oxfam diffonde il suo rapporto alla vigilia del summit di Davos, dove ogni anno si riuniscono i leader politici ed economici della terra, per esortare la comunità internazionale a intervenire. «È inaccettabile che la metà più povera della popolazione del mondo possieda meno di un piccolo gruppo di super ricchi», afferma Mark Goldring, presidente esecutivo dell’ong basata a Londra. «La preoccupazione dei leader mondiali per l’aumento della diseguaglianza non si è finora tradotta in azioni concrete».

   La Oxfam propone TRE INIZIATIVE: un giro di vite contro l’evasione fiscale, maggiori investimenti nei servizi pubblici e salari più alti per i lavoratori a basso reddito. «La diseguaglianza ha raggiunto livelli insopportabili», conclude Duncan Exley, direttore esecutivo dell’associazione. «Ormai è noto che un vasto gap tra i ricchi e tutti gli altri fa male all’economia e alla società. È necessario che i politici si sveglino e affrontino questa pericolosa concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di così pochi». (Enrico Franceschini)

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DAVOS 2016, LE COSE DA SAPERE

19/1/2016, da LETTERA43 http://www.lettera43.it/

– Automazione. Cina. Economie in via di sviluppo. Petrolio. Terrorismo e Brexit. Tutti i temi in discussione al World Economic Forum –

   L’automazione dell’industria. Il rallentamento della Cina, che trascina con sè la ripresa dell’economia mondiale. La crisi degli altri mercati emergenti. Il crollo del prezzo del petrolio. Il terrorismo internazionale. La Brexit. Questi i temi che il gotha dell’economia e della finanza mondiale si trovano ad affrontare a Davos (iniziato il 20 gennaio), per la tradizionale riunione annuale del WORLD ECONOMIC FORUM sulle Alpi svizzere.

   In 2.600 tra manager, politici, intellettuali e artisti (che sborsano 25 mila euro per il privilegio di partecipare) sono alla stazione alpina per le sessioni di confronto e di dibattito, che quest’anno si concentrano ufficialmente sui cambiamenti tecnologici (il nome dell’evento è “LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE”).

CINQUE MILIONI DI POSTI RUBATI DAI ROBOT. Proprio un rapporto del World Economic Forum ha calcolato che entro il 2020 cinque milioni di posti di lavoro andranno persi, rimpiazzati da robot e macchine intelligenti. Ai vari panel si parlerà quindi di robotica, nanotecnologia, stampa 3D, biotecnologia e di come stanno cambiando gli equilibri nello scenario economico. Sul palco saliranno anche big dell’hitech, come Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft o i top manager dei big dell’economia digitale, fra cui Uber, AirBnb e la cinese Alibaba, oltre ai colossi, ormai storici, come Google e Facebook.

LA CINA E IL PETROLIO TRA GLI ALTRI TEMI. Ma è inevitabile che l’attenzione venga rivolta anche a temi di più scottante attualità, a partire dalle conseguenze su scala globale del rallentamento della Cina e della discesa senza fine del prezzo del greggio. Il futuro del Dragone è diventato sinonimo del destino dell’economia globale e dei mercati finanziari internazionali: il grande rischio, che verrà affrontato dai big mondiali dell’economia, fra cui il presidente della Bce Mario Draghi, è che la frenata della Cina possa causare disordini e colpire duramente l’attività finanziaria, scatenando nuovamente il panico sui mercati finanziari, già duramente colpiti dal calo del petrolio.

GLI EFFETTI MONDIALI DELLA CRISI. L’effetto domino del rallentamento cinese si riverserebbe sui produttori di commodities e su quelli in via di sviluppo, fra cui Brasile, Australia e Russia, oltre che sui paesi occidentali che vedono proprio nella Cina il principale produttore dei beni di più largo consumo.

LA MINACCIA DELL’ISIS. Su tutto, come testimonia anche l’aumento delle misure di sicurezza adottato in questi giorni dalle autorità svizzere, aleggia la minaccia terroristica che si fa sempre più pressante, dopo la scia degli ultimi attentati. La lotta all’Isis sarà al centro degli incontri cui parteciperanno il segretario di Stato Usa, John Kerry (il presidente Barack Obama non si è mai presentato sulle Alpi svizzere), il primo ministro britannico David Cameron, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, quello turco Ahmet Davutoglu e quello iracheno Abadi.

L’ANNO DELLA BREXIT. Il 2016 sarà anche un anno fondamentale per le istituzioni europee e il suo rapporto con il Regno Unito. Oltre Manica si attende una data per il referendum sulla famosa Brexit, che dovrà decidere sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. (…..)

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COSA È SCRITTO NEL RAPPORTO DI OXFAM SULLA RICCHEZZA NEL MONDO

– Sostiene che l’1 per cento della popolazione mondiale possieda più del restante 99 per cento e che questo divario si sta allargando –

18/1/2016 da IL POST.IT http://www.ilpost.it/

   Lunedì 18 gennaio è stato pubblicato un rapporto Oxfam dal titolo “Un’economia a servizio dell’1 per cento”. Nel rapporto è scritto che l’1 per cento della popolazione mondiale possieda più del restante 99 per cento messo insieme. Queste cifre sono «la prova definitiva che viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha raggiunto livelli senza precedenti da oltre un secolo», scrive Oxfam, una federazione di 18 associazioni umanitarie e attiviste che si occupano di povertà, diritti umani e ingiustizie nel mondo.

   Fraser Nelson fa però notare sullo Spectator che le statistiche utilizzate da Oxfam considerano più povero chi ha una ricchezza negativa, quindi ad esempio uno studente americano con un grosso debito universitario è più povero di un nullatenente in un paese del terzo mondo.

   Il rapporto Oxfam è stato pubblicato poco prima dell’inizio del World Economic Forum di Davos, un’organizzazione svizzera senza scopo di lucro che organizza ogni anno un incontro a cui viene invitato un selezionato numero di importanti manager e uomini d’affari insieme a politici, intellettuali, dirigenti di ONG e organismi internazionali per discutere del futuro dell’economia e della politica internazionale.

Qualche dato. Nel 2015, secondo Oxfam, 62 persone hanno accumulato la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone (la metà più povera della popolazione mondiale). Cinque anni fa le persone che avevano una ricchezza pari a quella del 50 per cento più povero della popolazione mondiale erano 388, nel 2014 erano 80. Le ricchezze di queste 62 persone sono cresciute del 44 per cento tra il 2010 e il 2015, arrivando a 1.760 miliardi di dollari. Oxfam cita anche un dato secondo cui nello stesso periodo le ricchezze della metà più povera dell’umanità sarebbero diminuite di oltre mille miliardi di dollari: ma andrebbe preso con le molle, visto che i dati internazionali considerati più affidabili dicono il contrario.

E in Italia?  Oxfam Italia ha pubblicato un rapporto che riguarda nello specifico il nostro paese. I dati sulla distribuzione nazionale della ricchezza del 2015 mostrano come l’1 per cento degli italiani più ricchi abbiano il 23,4 per cento della ricchezza nazionale netta. L’aumento della ricchezza dal 2000 al 2015 non si è distribuito in modo equo: oltre la metà secondo Oxfam è andata al 10 per cento più ricco degli italiani.

Perché? Una delle cause indicate da Oxfam è il divario tra la tassazione e la remunerazione dei capitali e i redditi da lavoro. Nei cosiddetti paesi ricchi, e nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, la quota di reddito nazionale attribuita ai lavoratori si è ridotta: significa cioè che i lavoratori beneficiano di una parte sempre meno consistente dei proventi della crescita. «I possessori del capitale, invece, hanno beneficiato di un aumento dei guadagni ad un tasso di crescita più veloce di quello dell’economia».

   È aumentato anche il divario tra lavoratori medi e dirigenti. «Mentre la retribuzione di molti lavoratori è in stagnazione, quella dei top manager è aumentata enormemente (…) Per esempio, nelle principali aziende statunitensi tali retribuzioni sono aumentate  del 54,3% dal 2009 a oggi, mentre i salari dei lavoratori sono rimasti pressoché invariati. L’amministratore delegato della più importante ditta indiana nel settore informatico guadagna 416 volte di più del suo impiegato medio». Non solo: si è allargata la forbice tra la produttività dei lavoratori e i loro salari, questi ultimi ricevono cioè compensi sempre minori. Alcune imprese possono poi «abusare di posizioni di monopolio e dei diritti di proprietà intellettuale per influenzare e distorcere il mercato a proprio favore, escludendo da esso i propri concorrenti e facendo lievitare i prezzi pagati dalla gente comune».

   Infine, il rapporto si occupa a lungo di abusi fiscali, della riduzione delle imposte sulle rendite da capitale e dei paradisi fiscali che hanno ulteriormente contribuito ad aumentare le disuguaglianze.

I paradisi fiscali. Scrive Oxfam: «In tutti i Paesi del mondo il gettito fiscale serve a pagare i servizi pubblici, le infrastrutture, la pubblica sicurezza, il sistema del welfare e gli altri beni e servizi necessari per il funzionamento del Paese. Regimi fiscali equi sono di vitale importanza per finanziare il corretto funzionamento e l’efficienza degli Stati, nonché per consentire ai governi di adempiere ai propri obblighi e tutelare il diritto dei cittadini a ricevere servizi essenziali quali sanità ed istruzione».

   Ma la capacità dei governi di riscuotere le tasse dovute è molto bassa: «Ricchi individui e grandi imprese che intendono sottrarsi ai propri obblighi contributivi ricorrono a uno degli strumenti più immediati a loro disposizione: i paradisi fiscali e i centri finanziari offshore, caratterizzati da segretezza e regimi di imposizione fiscale bassa o nulla per i non-residenti».

   «Questo sistema permette che una grande quantità di risorse «restino intrappolate in alto, fuori della portata della gente comune e senza ricaduta alcuna per le casse pubbliche degli Stati». Il rapporto dice anche che circa 7.600 miliardi di dollari di ricchezza individuale (più dei PIL di Regno Unito e Germania messi insieme) sono attualmente custoditi offshore. Oxfam ha analizzato 200 imprese, tra cui le più grandi del mondo e i partner strategici del Forum Economico Mondiale: e sostiene che 9 su 10 siano presenti in almeno un paese considerato un “paradiso fiscale”.

Le conseguenze. Oxfam scrive che «la crescente disuguaglianza economica nuoce a tutti in quanto pregiudica la crescita e la coesione sociale; per i più poveri del mondo, tuttavia, le conseguenze sono ancora più gravi. I fautori dello status quo sostengono che l’allarme disuguaglianza è alimentato dalla “politica dell’invidia” e citano spesso la riduzione del numero di persone in estrema povertà quale prova del fatto che la disuguaglianza non è un problema prioritario».

   Oxfam dice di riconoscere «gli enormi progressi che dal 1990 al 2010 hanno contribuito a dimezzare il numero di persone al di sotto della soglia di estrema povertà» ma precisa che «se nello stesso periodo non fosse peggiorata la disuguaglianza, altri 200 milioni di persone si sarebbero affrancati dalla povertà; e tale cifra sarebbe potuta salire a 700 milioni se i poveri avessero beneficiato della crescita economica più dei ricchi».

   In questo contesto di crescente disuguaglianza economica, peggiorano anche le altre forme di disuguaglianza e le donne restano ad esempio la parte di popolazione più svantaggiata. Citando una ricerca del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Oxfam fa notare che nei paesi con un alto livello di disuguaglianza economica esiste anche un maggiore divario tra uomini e donne in termini di condizioni di salute, livelli di istruzione, partecipazione al mercato del lavoro e rappresentanza nelle istituzioni.

   È più ampio anche il divario retributivo di genere e perfino tra le 62 persone più ricche del mondo 53 sono uomini. Le donne rappresentano la maggioranza dei lavoratori sottopagati e la presenza femminile si concentra nei lavori precari.

   Oxfam dice anche che «A causa degli ammanchi dovuti a pratiche diffuse di abuso fiscale, i governi si ritrovano con l’acqua alla gola: da qui la necessità di tagliare servizi pubblici essenziali e il sempre più frequente ricorso alle imposte indirette, come l’IVA, che gravano in misura sproporzionata sui soggetti meno abbienti.

Le proposte. Parte del rapporto propone una serie di azioni per invertire la tendenza alla disuguaglianza: PAGARE AI LAVORATORI «UN SALARIO DIGNITOSO» e colmare il divario con gli stipendi dei manager aumentando i salari minimi; PROMUOVERE LA PARITÀ ECONOMICA DELLE DONNE E I LORO DIRITTI ricompensando il lavoro di cura non retribuito, ponendo fine al divario retributivo di genere, migliorando la raccolta di dati per valutare l’impatto di genere delle politiche economiche; TENERE SOTTO CONTROLLO L’INFLUENZA DELLE ÉLITE ISTITUENDO REGISTRI PUBBLICI OBBLIGATORI DEI LOBBISTI E REGOLE PIÙ SEVERE SUL CONFLITTO D’INTERESSI, «riformando il quadro normativo, in particolare per quanto attiene alla trasparenza dell’azione di governo», assicurando che vi sia piena trasparenza sui finanziamenti privati ai partiti politici, «introducendo norme che impediscano il fenomeno delle “porte girevoli” che permettono un continuo interscambio tra grandi società e governi».

   Oxfam propone anche di FARE IN MODO CHE I MEDICINALI SIANO ACCESSIBILI A TUTTI A PREZZI SOSTENIBILI, che IL CARICO FISCALE SIA EQUAMENTE DISTRIBUITO, che sia POTENZIATO IL SETTORE PUBBLICO PIUTTOSTO CHE IL RUOLO DI QUELLO PRIVATO PER QUANTO RIGUARDA LA FORNITURA DI SERVIZI ESSENZIALI. Come priorità su tutte, OXFAM CHIEDE AI LEADER MONDIALI UN’AZIONE COORDINATA PER PORRE FINE AI PARADISI FISCALI.

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DAVOS IL CARPET DEGLI SQUALI

di Michele Paris, da ALTRENOTIZIE (http://www.altrenotizie.org/ ) del 20/1/2016

   La classe dirigente del pianeta ha partecipato al consueto Forum Economico Mondiale di Davos in un clima internazionale mai così cupo e minaccioso dalla presunta fine della crisi globale del 2008. Ad anticipare l’arrivo delle élite politiche ed economiche nell’esclusiva località alpina svizzera è stata come al solito la pubblicazione del rapporto Oxfam sulle disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze, giunte ormai a livelli più che insostenibili.

   Secondo lo studio della no-profit britannica, appena 62 individui, dei quali molti presenti a Davos, nel 2015 sono giunti a detenere ricchezze pari a quelle che è costretta a spartirsi metà della popolazione terrestre, ovvero più di 3,5 miliardi di persone. Questo livello di ricchezza era concentrato nelle mani di 338 persone soltanto cinque anni fa.

   La barzelletta dell’impegno dei potenti riuniti in Svizzera per mettere un freno alle disparità economiche mondiali – ripetuta costantemente alla vigilia del summit – è smascherata appunto dal fatto che la polarizzazione delle ricchezze è aumentata in maniera rapida negli ultimi anni. Ad esempio, la ricchezza a disposizione dei 62 uomini o donne più ricchi del pianeta è salita del 44% dal 2010, mentre quella nelle mani della metà più povera del pianeta è crollata del 41%.

   Le caratteristiche tutt’altro che inevitabili di questi processi sono confermate, tra l’altro, da uno studio dell’università di Berkeley citato da Oxfam, secondo il quale singoli e aziende custodiscono 7.600 miliardi di dollari in paradisi fiscali “offshore”. Anche ammettendo la legittimità di queste ricchezze, la sottrazione di esse ai rispettivi sistemi fiscali priva ogni anno i vari governi di qualcosa come 190 miliardi di dollari di entrate e, quindi, di risorse teoricamente indirizzabili verso programmi sociali di vitale importanza.

   Da questo scenario, prodotto direttamente dalla crisi del capitalismo globale, derivano una serie di questioni e di crisi al centro degli incontri di Davos, al di là dell’argomento ufficiale del vertice, ovvero la “Quarta Rivoluzione Industriale”.

   Dagli effetti del rallentamento della crescita dell’economia cinese alla disoccupazione, dal crollo del prezzo delle risorse energetiche al rischio esplosione di una nuova bolla finanziaria, dall’aumento delle tensioni sociali al moltiplicarsi delle agitazioni dei lavoratori in tutto il mondo, i motivi per tenere in apprensione i convenuti nel “resort” elvetico sono molteplici.

   I fattori che hanno permesso a pochi individui di arricchirsi ed entrare oppure guadagnare posizioni nel club dei miliardari a partire dal 2008 sono in definitiva gli stessi che hanno determinato la mancata ripresa dell’economia reale o, per meglio dire, che hanno gettato le fondamenta per l’esplosione di una nuova crisi globale.

   Ciò a cui si è assistito è stata piuttosto una continua concentrazione delle ricchezze verso il vertice della piramide sociale, oltretutto a un ritmo più sostenuto del previsto. La stessa Oxfam dodici mesi fa si aspettava che l’1% della popolazione mondiale giungesse a controllare ricchezze maggiori del rimanente 99% solo nel 2016, mentre ciò è accaduto già nel corso dell’anno da poco concluso.

   Un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto, quello che continua a essere registrato, che è inestricabilmente legato alle politiche messe in atto dai governi di tutto il mondo, fatte di austerity, smantellamento dei diritti dei lavoratori e implementazione di misure da stato di polizia per il controllo e la repressione del dissenso.

   L’altra faccia della stessa medaglia che ha favorito questa evoluzione è rappresentata dalle iniziative delle grandi aziende, restie a investire ma impegnate a tagliare costi e personale, progettare fusioni e acquisizioni, riacquistare proprie azioni ed erogare dividendi agli azionisti. Il tutto con il sostegno delle politiche delle banche centrali che hanno messo a disposizione o, nel caso dell’Europa, continuano a mettere a disposizione quantità infinite di denaro virtualmente senza alcun costo.

   I fatti di questi ultimi sette anni hanno aperto gli occhi a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo circa i meccanismi e le regole del capitalismo internazionale e delle “democrazie” liberali. Per questa ragione, le illusorie esortazioni di organizzazioni come Oxfam, indirizzate ai leader politici e del business globale per adoperarsi a invertire la rotta in merito alle disuguaglianze, suonano del tutto vuote, se non come una vera e propria beffa, dal momento che sono precisamente questi ultimi i responsabili di quanto viene denunciato.

   In una dichiarazione che ha accompagnato il già citato rapporto, il direttore esecutivo di Oxfam, Winnie Byanima, ha affermato assurdamente che “le preoccupazioni dei leader mondiali per le crescenti disuguaglianze non si sono per ora tradotte in azioni concrete”.

   Tralasciando qualsiasi considerazione sul grado di auto-illusione delle parole della numero uno di Oxfam, azioni concrete in questo senso non sono giunte proprio perché le “preoccupazioni” dei governi un po’ ovunque sono in realtà diametralmente opposte. Iniziative più che efficaci sono state in realtà messe in atto, ma per un obiettivo contrario, ovvero la salvaguardia dei livelli di profitto degli strati più ricchi della popolazione.

   La ragione dell’esplosione delle disuguaglianze e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, secondo le classi dirigenti di tutto il mondo, sarebbe da collegare principalmente, come suggerisce lo stesso argomento scelto per il forum di Davos di quest’anno, ai cambiamenti tecnologici avvenuti nel nuovo secolo.

   A spiegare questa interpretazione artificiosa è stato settimana scorsa anche il presidente americano Obama nel corso del suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione a Washington. Obama ha definito questi cambiamenti come portatori di “opportunità” ma anche la causa dell’aumento delle disuguaglianze.

   Come se fossimo davanti a un fenomeno impersonale e inarrestabile, il presidente USA ha poi ricordato che le “aziende, in un’economia globalizzata, devono far fronte a una concorrenza spietata e possono delocalizzare ovunque”, così che “i lavoratori hanno meno potere” per far valere i propri diritti e negoziare adeguamenti di stipendio. Le aziende, allora, “sono meno vincolate alle comunità” in cui operano e, in definitiva, l’intero processo fa sì che “sempre maggiore ricchezza e redditi siano concentrati verso l’alto”.

   Ben lontana dall’essere una dinamica di questo genere, la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi e l’impoverimento di massa di centinaia di milioni (se non miliardi) di persone è la conseguenza di politiche deliberate e del funzionamento di un sistema economico in stato di avanzato deterioramento, in grado soltanto di produrre devastazione sociale, crisi internazionali e conflitti rovinosi.

   Di fronte a problematiche di questa portata, la funzione di summit come quello a Davos sembra essere dunque quella di consentire ai governi e ai miliardari che li controllano di preparare risposte – improntate rigorosamente a politiche di classe – alla nuova imminente crisi del sistema, in modo da farla gravare ancora una volta sulle spalle di coloro che ne hanno pagato il prezzo più caro in questi ultimi durissimi anni. (Michele Paris)

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SAVE THE CHILDREN: NEL MONDO 570 MILIONI DI BAMBINI IN ESTREMA POVERTÀ

da http://www.vita.it/ , 20/1/2016

– Ben 750 milioni sono vittime di deprivazioni e 30 milioni i minori che vivono in condizioni di povertà relativa nei Paesi Ocse. All’apertura del World Economic Forum, l’ong lancia il nuovo rapporto “Povertà minorile nel mondo”. Nella sola Unione Europea il 27% dei bambini a rischio povertà ed esclusione sociale. –

   Sono 570 milioni i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà nel mondo e 750 milioni sono vittime di deprivazioni di vario tipo. Più di 950 milioni i minori che rischiano invece di cadere in povertà. La povertà minorile è un fenomeno che non è limitato ai soli paesi a basso reddito: circa il 73% delle persone povere nel mondo vivono infatti in paesi a medio reddito e anche tra i paesi più ricchi le deprivazioni, in particolare sui minori, sono estremamente presenti per molti di loro.

   Sono 30 milioni i minori che vivono in condizioni di povertà relativa nei paesi Ocse e nella sola Unione Europea il 27% dei bambini sono a rischio di povertà ed esclusione sociale. Questa la drammatica fotografia scattata da SAVE THE CHILDREN nel giorno dell’apertura del World Economic Forum di Davos, raccontata nel nuovo rapporto “POVERTÀ MINORILE NEL MONDO”, che analizza gli aspetti multidimensionali della povertà per i bambini.

   “La povertà tra i minori è uno dei fenomeni centrali del nostro tempo ed è molto più pervasiva di quanto si creda. Rischia di creare gravi danni al futuro di centinaia di milioni di bambini e della nostra intera società”, afferma Valerio Neri, direttore generale di Save the Children, l’organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e tutelarne i diritti. “Bisogna andare oltre i parametri esclusivamente monetari della povertà minorile e combattere tutte le forme di esclusione sociale. La comunità internazionale ha preso una responsabilità importante sottoscrivendo gli OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE, ma ora è necessario un impegno a tutti i livelli da parte dei Governi a sottoscrivere politiche di sviluppo che abbiano la lotta alla povertà minorile come priorità d’azione”.

   Nel rapporto di Save the Children emerge fortemente come la povertà minorile vada di pari passo con l’esclusione sociale ed economica e sia spesso rafforzata dalle disuguaglianze politiche ed istituzionali che si vivono in alcuni paesi. Nei casi di gruppi minoritari o svantaggiati, come alcune caste e tribù, o di bambini con disabilità e dei migranti, le condizioni di povertà sono ulteriormente aggravate dallo stigma e dalla discriminazione, che finiscono per rafforzare la loro esclusione dalla società.

Le differenti dimensioni della povertà minorile

Nonostante la “misura della povertà assoluta” sia spesso espressa con parametri monetari collegati al capofamiglia (1,25 $ al giorno), per i bambini questo approccio rischia di non essere completo, poiché dà per scontato che le risorse siano equamente distribuite all’interno della famiglia e non tiene conto delle tante implicazioni che la deprivazione può avere per un minore.

   Alcune forme di deprivazione possono avere conseguenze molto più gravi sui minori, soprattutto se vissute nella prima infanzia: si stima ad esempio che un bambino che abbia vissuto significative e croniche carenze nutrizionali nei primi tre anni di vita, abbia maggiori rischi di ammalarsi, possa crescere almeno 3 centimetri meno di un suo coetaneo, avere maggiori problemi a completare la scuola primaria e in alcuni casi, da adulto, possa guadagnare dal 3 all’8% in meno all’anno rispetto alla media. Giovani donne con scarsi livelli nutrizionali sono inoltre più propense a vedere crescere i propri figli malnutriti.

I bambini “invisibili”, i minori migranti e la povertà

I bambini più poveri e vulnerabili sono spesso quelli che sfuggono alle statistiche, perché non c’è nessun adulto che si prende cura di loro, quelli senza casa, quelli che vivono in gruppi fortemente stigmatizzati o i minori migranti. Le statistiche sulla povertà minorile, legandosi ai parametri monetari dei capofamiglia, non tengono infatti conto di tutti i minori soli non accompagnati, che sono invece i bambini che soffrono le forme più gravi di povertà. Si stima pertanto che i dati statistici sulla povertà minorile attualmente disponibili siano sottostimati di oltre il 25%.

Paesi a basso e medio reddito e povertà minorile

Il 30% delle persone in povertà vive nei paesi a basso reddito, spesso in conflitto, caratterizzati da insicurezza e vulnerabilità e guidati da governi che a volte sono fragili. La povertà è molto forte soprattutto nelle aree urbane, dove è fortissimo il rischio di sfruttamento, esclusione e difficoltà di accesso all’educazione.

   Ma la povertà non è un fenomeno limitato ai paesi più poveri o in guerra: circa il 73% delle persone povere – di cui gran parte sono minori – nel mondo vivono nei paesi a medio reddito ed è proprio in questi paesi che la povertà minorile si trasforma più fortemente in esclusione sociale e discriminazione.

   In particolare in quei paesi dove lo sviluppo è stato determinato da un’economia basata sul petrolio o sull’estrazione dei minerali, sono particolarmente alte le disparità sociali e le disuguaglianze: il velocissimo sviluppo economico ha infatti portato con sé sia opportunità che rischi per tutta la popolazione, accentuando le disparità soprattutto per i più piccoli.

   Uno su tutti IL CASO DELL’INDIA, dove il sistema di caste ha aumentato le disuguaglianze: circa il 25% della popolazione indiana appartiene alle caste più basse e la metà dei bambini poveri ne fa parte, con conseguenze sia sulla salute (i tassi di mortalità infantile raggiungono tra l’88,2 e il 95,7% nelle caste e nelle tribù più marginalizzate, a fronte del 74% del dato nazionale), che sull’accesso all’istruzione e ai sistemi di protezione.

   “Nei paesi a basso e medio reddito, Save the Children sta lavorando per interrompere la trasmissione della povertà alle generazioni future e mette i bambini e i giovani al centro delle azioni per combattere il fenomeno, perché rafforzare i redditi bassi e precari significa permettere loro di sopravvivere, di andare a scuola e di crescere in un luogo sicuro”, continua Neri.

La povertà minorile dei paesi ad alto reddito

Sono 30 milioni i minori che vivono in condizioni di povertà relativa nei paesi OCSE, un fenomeno che è spesso conseguenza della natura del mercato del lavoro e della sicurezza sociale, che rende precarie le risorse finanziarie delle famiglie. Una delle principali forme di esclusione sociale e di discriminazione è l’accesso a un’educazione di qualità, che comprende anche la possibilità di usufruire di servizi come la mensa scolastica, il trasporto, le gite scolastiche o l’uniforme, non sempre alla portata di tutte le famiglie.

   Attualmente il 27% dei bambini nell’UE è a rischio povertà ed esclusione sociale, un dato che dal 2008 al 2012 è cresciuto di 1 milione nei paesi dell’Unione Europea, più Svizzera, Norvegia e Islanda. Si tratta nella maggior parte dei casi di bambini che provengono da nuclei monoparentali, hanno genitori stranieri o si trovano in famiglie in cui i genitori hanno forti difficoltà occupazionali.

   La discriminazione e l’esclusione sociale passa dall’istruzione anche negli USA, dove la maggior parte dei minori svantaggiati proviene infatti da determinati gruppi etnici, razze o aree geografiche e ha difficoltà ad integrarsi all’interno dello stesso percorso scolastico degli altri bambini. La povertà minorile coinvolge fortemente la comunità afroamericana e quella ispanica e per molti di loro la scuola si trasforma in un luogo di isolamento razziale in cui si trovano i più poveri: quasi il 40% di loro frequentano infatti istituti in cui più del 90% degli alunni non sono bianchi.

La povertà minorile in Italia

Insieme a Grecia e Spagna, l’Italia è il Paese che ha più fortemente sofferto la crisi economica e sono più di un milione i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà, mentre il 34% sono a rischio povertà ed esclusione sociale. La disoccupazione e la sotto occupazione degli adulti, accanto al deterioramento dei servizi sociali offerti alle famiglie, è una delle criticità che ha peggiorato le condizioni di vita dei bambini in Italia.

   La deprivazione materiale e il crollo degli standard di vita hanno interessato i consumi, la nutrizione, la salute e l’ambiente in cui i bambini si trovano a vivere: stando ai dati, IL NUMERO DI BAMBINI CHE HA PROVATO L’ESPERIENZA DELLA POVERTÀ ALIMENTARE SEMBREREBBE RADDOPPIATO DALL’INIZIO DELLA CRISI ECONOMICA.

   “Una conseguenza della povertà minorile è poi quella dell’aumento della povertà educativa: i minori hanno sempre meno possibilità di partecipare a tutte quelle attività extrascolastiche a pagamento che sono necessarie per la loro formazione. A questa mancanza si aggiunge la difficoltà dei bambini e delle famiglie ad accedere a servizi come il tempo pieno scolastico, la mensa gratuita, l’acquisto di libri e materiale scolastico, che spesso mettono in difficoltà le famiglie e i bambini”, spiega Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia – Europa di Save the Children.

   “Questa mancanza di crescita nel percorso educativo dei bambini, rischia di farli entrare in un circolo vizioso che difficilmente li farà uscire dalla condizione di povertà in cui si trovano, incidendo in maniera significativa sul loro futuro e su quello delle generazioni successive. La Legge di Stabilità approvata lo scorso dicembre ha previsto per la prima volta un fondo di contrasto alla povertà educativa e ci auguriamo che divenga quanto prima operativo e che sia il primo passo per l’attivazione di un piano organico di contrasto alla povertà minorile in Italia”.

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PAPA FRANCESCO, LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E IL WORLD ECONOMIC FORUM

January 22, 2016, da http://effemeride.it/

«L’uomo deve guidare lo sviluppo tecnologico, senza lasciarsi dominare da esso!»

A Davos, in Svizzera, è in corso il World economic forum (Wef),  che quest’anno ha per tema “Mastering the Fourth Industrial Revolution” (Padroneggiare la quarta rivoluzione industriale) e Papa Francesco ha inviato a Klaus Schwab, il presidente esecutivo del Wef, un messaggio nel quale si legge:

Le porgo i miei cordiali auguri per la proficua riuscita dell’incontro, che cerca di incoraggiare una continua responsabilità sociale ed ambientale mediante un dialogo costruttivo con responsabili di governo, dell’attività imprenditoriale e della società civile, nonché con distinti rappresentanti dell’ambito politico, finanziario e culturale.

Il sorgere della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” è stato accompagnato da una crescente percezione dell’inevitabilità di una drastica riduzione nel numero dei posti di lavoro. I più recenti studi, condotti dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro, indicano che attualmente la disoccupazione riguarda centinaia di milioni di persone. La finanziarizzazione e la tecnologizzazione delle economie nazionali e di quella globale hanno prodotto cambiamenti di ampia portata nel campo del lavoro.

Le diminuite opportunità per un’occupazione vantaggiosa e dignitosa, insieme a una riduzione della copertura previdenziale, stanno causando una preoccupante crescita della disuguaglianza e della povertà in diversi Paesi. Emerge con chiarezza il bisogno di dar vita a nuovi modelli imprenditoriali che, nel promuovere lo sviluppo di tecnologie avanzate, siano anche in grado di utilizzarle per creare un lavoro dignitoso per tutti, sostenere e consolidare i diritti sociali e proteggere l’ambiente. L’uomo deve guidare lo sviluppo tecnologico, senza lasciarsi dominare da esso!

Faccio appello una volta ancora a tutti voi: “Non dimenticate i poveri!”. Questa è la sfida primaria che, come dirigenti nel mondo degli affari, avete dinanzi. «Chi ha i mezzi per condurre una vita dignitosa, invece di essere preoccupato per i privilegi, deve cercare di aiutare i più poveri ad accedere anch’essi a condizioni di vita rispettose della dignità umana, in particolare attraverso lo sviluppo del loro potenziale umano, culturale, economico e sociale» (Discorso alla classe dirigente e al Corpo Diplomatico, Bangui, 29 novembre 2015).

Non dobbiamo mai permettere che la cultura del benessere ci anestetizzi e ci renda «incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri», così che «non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Evangelii gaudium, 54). Piangere davanti al dramma degli altri non significa solo partecipare alle loro sofferenze, ma anche, e soprattutto, rendersi conto che le nostre stesse azioni sono causa di ingiustizia e disuguaglianza. Pertanto «apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo» (Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordiae Vultus, 15).

Quando ci rendiamo conto di questo, diventiamo più pienamente umani, dal momento che la responsabilità nei confronti dei nostri fratelli e sorelle è una parte essenziale della nostra comune umanità. Non abbiate paura di aprire le menti e i cuori ai poveri. In questo modo darete completa libertà di azione ai vostri talenti economici e tecnici e scoprirete la felicità di una vita piena, che il consumismo di per sé non può procurare.

Di fronte a cambiamenti profondi ed epocali, i leader mondiali sono chiamati alla sfida di assicurare che l’imminente “quarta rivoluzione industriale”, gli effetti della robotica e delle innovazioni scientifiche e tecnologiche non conducano alla distruzione della persona umana – ad essere rimpiazzata da una macchina senz’anima – o alla trasformazione del nostro pianeta in un giardino vuoto per il diletto di pochi scelti.

Al contrario, il momento presente offre una preziosa opportunità per dirigere e governare i processi in corso e per edificare società inclusive, basate sul rispetto della dignità umana, sulla tolleranza, sulla compassione e sulla misericordia. Vi esorto, pertanto, a riprendere nuovamente la vostra conversazione su come costruire il futuro del pianeta, la “nostra casa comune”, e vi chiedo di fare uno sforzo congiunto al fine di perseguire uno sviluppo sostenibile ed integrale.

Come ho spesso detto, ed ora volentieri ripeto, l’attività imprenditoriale è «una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti», soprattutto «se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune» (Laudato si’, 129). Come tale, essa ha la responsabilità di aiutare a superare la complessa crisi sociale ed ambientale e di combattere la povertà. Ciò renderà possibile migliorare le precarie condizioni di vita di milioni di persone e colmare il divario sociale, che dà origine a numerose ingiustizie ed erode i valori fondamentali della società, tra cui l’uguaglianza, la giustizia e la solidarietà.

In questo senso, attraverso mezzi di dialogo preferenziali, il Forum Economico Mondiale può diventare una piattaforma per la difesa e la tutela del creato e per il raggiungimento di un progresso che sia «più sano, più umano, più sociale e più integrale» (Laudato si’, 112), anche con il dovuto riguardo per gli obiettivi ambientali e per la necessità di massimizzare gli sforzi al fine di sradicare la povertà, come stabilito nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e nell’Accordo di Parigi nel contesto della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Francesco

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L’IMPATTO DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE SULL’OCCUPAZIONE NEL MONDO E IN ITALIA

da IL FOGLIO del 19/1/2016 (http://www.ilfoglio.it/economia/2016/01/19/ )

– Secondo un report del World economic forum i cambiamenti del mondo del lavoro potrebbero provocare una contrazione del numero dei lavoratori. Perché il mercato del lavoro italiano però non dovrebbe risentire troppo delle mutazioni –

   Il mercato del lavoro è entrato in quella che i tecnici del settore non esitano a chiamare “quarta rivoluzione industriale”, ossia un insieme di trasformazioni che grazie alla robotica, all’intelligenza artificiale, alle nanotecnologie, alla stampa 3D, alla genetica e alle biotecnologie stanno modificando non solo il modello del business, ma anche il numero e le modalità di utilizzo della forza lavoro. Meno uomini e più macchine, macchine capaci di gestire autonomamente quasi l’intera filiera produttiva, sembra essere la strada intrapresa dall’industria mondiale. Un modello che secondo un rapporto pubblicato oggi dal World economic forum (Wef) potrebbe causare una significativa diminuzione dei posti di lavoro globali (circa 7,1 milioni di occupati in meno) all’interno delle prime quindici economie più sviluppate al mondo.

   Numeri considerevoli, ma che, come sempre è accaduto, potrebbero essere tendenzialmente sovrastimati. Un’ecatombe di posti di lavoro era stata pronosticata dagli analisti nel 1998 durante quella che viene ricordata come la bolla delle dot-com: tra il 1997 e 2000 i paesi più industrializzati assistettero alla fondazione di un numero elevato di nuove aziende nel campo delle attività legate al settore informatico e più nello specifico in quello riguardante la crescita, allora impetuosa, di internet. Uno studio del Wall Street Journal aveva pronosticato una diminuzione di quasi 6,5 milioni di “posti di lavoro tradizionali” nei successivi dieci anni causata dal cambiamento dell’economia e dalla creazione dei primi e-commerce. Le cose però andarono molto diversamente, molte di quelle nuove aziende fallirono e il sistema di commercio iniziò a cambiare, tra le altre cose in modo non vorticoso, solo dal 2010.

   Le perdite stimate verranno parzialmente compensate, secondo il report, dalla creazione di almeno 2,1 milioni di nuovi posti di lavoro in quei settori a elevata tecnologizzazione, come computeristica, informatica, architettura e ingegneria. I settori invece che subiranno le maggiori perdite dovrebbero essere quello sanitario, quello energetico e quello finanziario

   La cosiddetta quarta rivoluzione industriale dovrebbe però non colpire ovunque allo stesso modo, secondo gli analisti del World Economic Forum. A essere più colpite infatti saranno le economie che in questi anni sono cresciute grazie soprattutto allo spostamento della produzione delle aziende europee e americane, che dato l’incremento delle tecnologie impiegate nella realizzazione dei prodotti, la sempre maggiore rilevanza di competenze specifiche nella progettazione e nella produzione, dovrebbero riportare una grossa fetta delle attività produttive nei paesi d’origine. Come sottolineato anche dal presidente del World Economic Forum, Klaus Schwab, “senza un’urgente e mirata azione per gestire la transizione nel breve e nel medio periodo per costruire una forza lavoro con competenze futureproof, i governi dovranno fare i conti con una crescita della disoccupazione”. E una transizione rapida è più semplice in un paese ad alto tasso di scolarizzazione e con un sistema accademico adeguato.

   La trasformazione non investirà solo la forza lavoro ma anche e soprattutto il modo di lavorare. Le nuove tecnologie infatti stanno introducendo una nuova modalità lavorativa che può essere sintetizzata nell’espressione “anytime, anywhere”, ossia in pratica nella tendenza a lavorare in ogni luogo e in ogni momento a seconda dell’esigenza, grazie alla crescita della banda larga e della tecnologia cloud. Il cambio delle modalità di lavoro porta con se ovviamente l’esigenza di nuove competenze.

   Secondo il report l’Italia sarà uno dei paesi che dovrà più impegnarsi in questa trasformazione: nei prossimi cinque anno i lavoratori italiani dovranno sostituire circa il 40 per cento delle proprie competenze principali (il Giappone il 25, la Francia il 28, Stati Uniti il 29, Germania il 39 per cento). Questo cambiamento dovrebbe quindi sfavorire da un lato i lavoratori già assunti, chiamati a un massiccio aggiornamento professionale, ma dovrebbe permettere un maggior ricambio di classe lavorativa, facendo in questo modo pesare in modo minimo il cambiamento tra vecchi posti di lavoro saltati e nuovi posti di lavoro creati.

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POVERTÀ: SULLA DISUGUAGLIANZA C’È ANCORA TANTO DA SCOPRIRE

di Salvatore Morelli, da LA VOCE.INFO (http://www.lavoce.info/)., 4/6/2015

– La disuguaglianza è cresciuta negli ultimi anni? Qual è l’attuale livello di concentrazione della ricchezza? I dati sono spesso insufficienti per rispondere a domande così semplici su un tema molto sentito da cittadini e politici. Gli investimenti necessari per migliorare l’evidenza empirica. –

Disuguaglianza al centro del dibattito

Il tema delle disuguaglianze economiche occupa ormai una posizione di prominenza nel dibattito pubblico. A livello internazionale, poi, ulteriore legittimazione politica all’importanza di questi temi è arrivata da rappresentanti istituzionali di rilievo come Barack Obama, Christine Lagarde o Janet Yellen.

   Una delle dimensioni fondamentali della disuguaglianza economica è quella relativa alla proprietà della ricchezza, la cui distribuzione si ritiene sia più diseguale rispetto a quella del reddito. La ricchezza è inoltre sostanzialmente legata allo status sociale e al «potere» (la classifica dei Paperoni mondiali stilata da Forbes è basata sulla ricchezza) e può essere trasferita alle generazioni successive: in questo modo si generano enormi vantaggi ereditati, si ampliano sostanzialmente le disuguaglianze di opportunità nell’economia e si riducono al contempo le prospettiva di crescita. Tuttavia, negli ultimi anni gli sforzi e gli investimenti per accumulare sufficiente evidenza empirica sulla distribuzione della ricchezza sono stati ben pochi e numerosi elementi rimangono ancora da chiarire.

   Le ricerche empiriche riassunte nel libro di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, sono un raro esempio di rappresentazione di evidenza di lungo termine su una variabile di così difficile misurazione come la ricchezza. I dati sono calcolati principalmente a partire dai registri amministrativi dei patrimoni ereditari utilizzando il cosiddetto metodo dei «moltiplicatori di mortalità». Si usa un campione della ricchezza della popolazione dei deceduti in un anno specifico al fine di stimare la distribuzione della ricchezza della popolazione vivente.

L’importanza dei dati

Questi dati, per loro natura, si prestano bene alla stima delle quote di ricchezza detenute dai segmenti più ricchi della popolazione, ma non sono privi di problemi.

   In Italia, per fare un esempio, l’abolizione delle imposte sulle successioni dal 2001 al 2006 ha creato un buco amministrativo – e dunque informativo – per chi volesse stimare un’eventuale misura di concentrazione di ricchezza patrimoniale partendo da questi dati.

   Nel Regno Unito, l’elaborazione delle tabulazioni fiscali sulle eredità ha subito sostanziali revisioni e riduzioni di investimenti che ne hanno ridotto l’utilità e l’attendibilità. Ad esempio, usando gli stessi dati si può facilmente giungere a conclusioni diverse sull’andamento della disuguaglianza nell’ultimo decennio e sul suo livello.

   In un recente lavoro in corso, in collaborazione con Facundo Alvaredo e Anthony Atkinson, abbiamo stimato che la quota percentuale di ricchezza netta detenuta nel 2009 dall’1 per cento più ricco degli individui del Regno Unito è pari a circa il 17-20 per cento: non appare sostanzialmente diversa dalla quota di reddito lordo totale dell’1 per cento più ricco (pari a circa il 15 per cento) e non presenta una chiara e robusta tendenza alla crescita a partire dall’inizio del ventunesimo secolo.

   Tuttavia, la quota percentuale di ricchezza dell’1 per cento più ricco può salire a circa il 28 per cento utilizzando gli stessi dati, ma elaborandoli in modo diverso, ad esempio come riportato nelle stime di Thomas Piketty per il Regno Unito.

   L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel nuovo rapporto In it together, why less inequality benefits all, stima per il 2012 che l’1 per cento delle famiglie più ricche della Gran Bretagna deteneva circa il 17 per cento del totale della ricchezza netta personale nazionale e indica che la tendenza è in forte crescita a partire dal 2006 (basandosi sull’indagine della ricchezza delle famiglie dell’Office for National Statistics ).

   La ricchezza è dunque più concentrata del reddito? La disuguaglianza della ricchezza sta crescendo negli ultimi anni? Qual è l’attuale livello di concentrazione della ricchezza? È evidente che anche queste semplici domande non hanno ancora una chiara risposta.

   Avendo a disposizione dati dettagliati sui redditi da capitale e utilizzando stime dei tassi di rendimento di specifiche categorie di investimento, si possono calcolare i livelli di ricchezza che hanno dato origine a questi flussi di reddito. Ciò viene fatto con il cosiddetto metodo di capitalizzazione dei redditi da capitale, come applicato recentemente dagli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Le stime indicano un livello e una tendenza di crescita della disuguaglianza di ricchezza molto più marcata.

   Il metodo della capitalizzazione, però, difficilmente potrebbe essere applicato in Italia dove molti dei redditi da capitale sfuggono agli occhi non solo dei ricercatori ma anche delle istituzioni in quanto esenti da tassazione (o tassati separatamente con aliquote ridotte). Allargare la base fiscale includendo i redditi da capitale renderebbe disponibile in primis una mole di informazione utile per migliorare le stime di concentrazione del reddito e della ricchezza.

   Una buona evidenza empirica rimane infatti una base fondamentale per un dibattito serio e politiche pubbliche efficaci su un tema di così grande rilevanza. La ricerca empirica sulla distribuzione della ricchezza sta vivendo una nuova fase di espansione, ma spetta anche alle istituzioni investire sempre più risorse per migliorare la qualità dei dati e garantire un accesso trasparente. (Salvatore Morelli)

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